FRAMMENTI
LETTERARI E FILOSOFICI
LEONARDO DA VINCI
LEONARDO DA VINCI.
FRAMMENTI
LETTERARI E FILOSOFICI
TRASCELTI
DAL
Dr. EDMONDO SOLMI.
FAVOLE — ALLEGORIE
PENSIERI — PAESI — FIGURE — PROFEZIE
FACEZIE.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
—
1908.
FIRENZE, 549-1907-8. — Tipografia Barbèra Alfani e Venturi proprietari.
Proprietà letteraria.
PREFAZIONE.
I.
O Lionardo, perchè tanto penate?
Codice Atlantico, f. 71 r.
La biografia di Leonardo, nelle sue linee essenziali, è la storia del nascere, dell’accrescere, dell’ingigantirsi e dell’espandersi di un amore intellettuale verso la natura, intento a riprodurne le forme e a conoscerne le leggi. Questo amore, nato in un’umile casa di Anchiano poco dopo il 1452, si allarga con un progressivo svolgersi ad abbracciare la natura nell’infinità dello spazio, del tempo e delle forme.
Il primo ricordo, che il Vinci ci serba nei manoscritti, tra i frammenti che risguardano la sua fanciullezza, sembra quasi una profezia: Nella prima ricordazione della mia infanzia, scrive egli rievocando una giovanile visione, e’ mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venisse a me, e mi aprisse la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotesse con tal coda dentro alle labbra. (C. A., 161 r.) Una tradizione ellenica narra, che le api annunziarono al mondo in Demostene il più dolce e squisito oratore politico; il nibbio non sembra qui preannunziare il più alto e limpido descrittore della natura? Leonardo stesso è compreso da questo superstizioso dubbio: la vita sua deve essere l’adempimento dell’arduo compito di palesare agli uomini i segreti naturali. Egli segna, accanto alle linee precedenti, questa espressione rivelatrice: par che sia mio destino.
All’aprirsi della sua vita d’artista, attorno al 1472, lo studio del Vinci è di risuscitare nella propria fantasia la figura delle cose esterne, «andare co’ la imaginativa ripetendo li lineamenti superfiziali delle forme» (Ash. I, 26 r.); e, come la sua mente, il piccolo libro di note, che porta sempre seco, è pieno di profili di visi soavi e mostruosi, di disegni d’animali e di piante, di roccie e di monti. (C. A., 27 r.) Questo studio, da prima subordinato alla pratica, si cambia a poco a poco in un desiderio, indipendente da ogni applicazione concreta, di comprendere il meccanismo dei fenomeni naturali, nei suoi processi e nelle sue leggi: l’arte della pittura diventa «una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme» (Ash. I, 20 r.); e il piccolo libro di note, che porta sempre seco, si riempie di considerazioni e di principî prospettici e anatomici, zoologici e botanici, meccanici e idraulici. (R., § 4.)
Penetrare colla mente nell’ignoto, indagare la natura nelle sue fibre più riposte diventa la passione dominante in Leonardo: «E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa — piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa, questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, e stato alquanto, subito si destarono in me due cose: paura e desiderio; paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa.» (R., § 1339.) La natura è il grande mistero che Leonardo cerca d’investigare.
Ma quanto la sua mente penetra più nella conoscenza delle cose, tanto la coscienza superstiziosa e il pregiudizio dei suoi tempi si sollevano contro di lui. Da prima sono i timidi amici di Dio, che lo rimproverano di trascurare le pratiche esterne e la preghiera, per l’amore entusiastico della natura. «Ma tacciano tali riprensori, risponde Leonardo, chè questo è il modo di conoscere l’Operatore di tante mirabili cose, e questo è ’l vero modo d’amare un tanto inventore.» (Lu., § 77.) Poscia sono i suoi amici medesimi, che rimpiangono quella lenta e progressiva diserzione dall’arte, che portava inesorabilmente Leonardo a smarrirsi nel laberinto senza fine della scienza. Il Verini lo celebrava allora massimo tra i migliori;
et forsan superat Leonardus Vincius omnes.
Ma subito aggiungeva:
tollere de tabula dextra sed nescit;
e cercava la causa di questa lentezza nella sua incontentabilità:
et instar
Protogenis multis unam perficit annis.[1]
«Hebbe bellissime invenzioni, dirà poi l’Anonimo, ma non colorì molte cose, perchè si dice mai a sè medesimo avere satisfatto.[2]» E il Vasari, come un’eco di questi primi contrasti, ripeterà l’accusa e la tramanderà ai posteri — giustificandola, come il Verini e l’Anonimo, con il concetto di un’eccessiva incontentabilità di Leonardo.[3]
Intanto il cartone di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, la Testa della Medusa, l’Adorazione de’ Magi rimangono imperfetti «come quasi intervenne in tutte le cose sue.»
Nel 1482 il Vinci abbandona Firenze. Il concorso aperto dal duca di Milano per una statua equestre a Francesco Sforza non era stato che la causa occasionale di questa partenza, frutto in realtà della propria miseria e del disgusto suscitato negli altri per lavori assunti e non condotti a termine.[4] Il calore col quale il Vinci palesò un’idea grandiosa; il buon nome che godeva già in Lombardia per qualche sua opera, forse non ignota; l’essere scolaro del Verrocchio, che la statua al Colleoni rendeva allora famoso, lo fecero prescegliere in questa fortunata occasione ad altri artisti. Si presentò dunque in Milano; donò al duca una bellissima lira in forma di teschio di cavallo, forse anche a nome di Lorenzo de’ Medici; e scrisse quella lettera famosa, nella quale, manifestando le proprie molteplici attitudini pratiche, veniva già, in modo celato, a rivelare i grandiosi progressi teorici della sua mente.[5]
Ma anche in Milano la sua vita è una lenta ribellione ai suoi tempi. Da prima egli dipinge con attività, compone e scompone modelli per la statua equestre, fabbrica disegni di cupole per il duomo, si dà alla costruzione di edifizî pubblici e privati, immagina strumenti guerreschi e opere idrauliche: ma inesorabilmente il suo intelletto lo porta alla investigazione scientifica. Per un lento progresso Leonardo dal Cenacolo è ricondotto a quel Trattato di luce ed ombra, a cui aveva già dedicato le prime cure in Firenze; dal Monumento allo Sforza al Trattato sulla anatomia del cavallo e sui metodi della fusione in bronzo; dalle varie opere di architettura militare e civile al Trattato sui pesi e sui moti e a quello di Idraulica.[6] L’aneddoto stesso, narrato dal Vasari a proposito del Cenacolo, è un’eco dei contrasti che suscitava in questo tempo il suo modo di vivere essenzialmente speculativo. Prima del 1499 nel Vinci è ormai scomparso il pratico; egli deposita il pennello nelle mani dei suoi discepoli; abbandonando la cerchia degli artisti, si pone nel bel mezzo degli scienziati milanesi, ormai spinto da un solo scopo: risolvere gli infiniti problemi che la natura gli presentava incessantemente. «La natura è piena di infinite ragioni, che non furono mai in esperienza.» (I, 18 r.)
Il secolo XV era ostile a questo passaggio: spinto dalla sete di un rinnovamento domandava non di pensare, ma di fare. Leonardo era invece nato per il travaglio del pensiero. La poesia, la pittura la scultura, l’architettura, la musica, le invenzioni della stampa, della polvere e di strumenti meccanici, le scoperte geografiche, nel loro più meraviglioso fiore, era ciò che il Rinascimento vedeva e ammirava: la legge astratta non veniva apprezzata nel suo giusto valore, quasi non si intendeva la sua ragionevolezza. Leonardo invece passa, per un prepotente bisogno, dal concreto all’astratto, dalla pratica alla teorica, dall’arte alla scienza, portando a sviluppo quella stessa tendenza degli spiriti che, nata intorno a lui, doveva pienamente manifestarsi solo due secoli dopo.
Nel 1500 il carattere della vita del Vinci è ben definito: l’idea dominante è svolgere e condurre a compimento le sue ricerche naturali; il proposito fermo è fare al secolo le minori concessioni possibili. Nel 1502 ingegnere militare di Cesare Borgia, sente che le angustie della pratica gli tolgono le larghe visioni della teoria: si ritrae allora in Firenze. Nel 1501 aveva avuto sollecitazioni da Isabella d’Este, per mezzo del generale dei carmelitani Pietro da Nuvolaria «perchè facesse uno quadretto de la Madonna devoto e dolce, come è il suo naturale.» Il Vinci aveva promesso caldamente, e poi, smarrito nelle indagini scientifiche, non ne aveva fatto nulla. «Per quanto me occorre, aveva risposto il frate alla gentile marchesana di Mantova, la vita di Leonardo è varia et indeterminata forte, sì che pare vivere a giornata. Ha facto solo dopoi che è ad Firencie uno schizo d’uno cartone, (dove) finge uno Christo bambino de età circa uno anno. Altro non ha facto se non che dui suoi garzoni fano ritracti, et lui alle volte in alcuno mette mano. Dà opra forte alla geometria, impacientissimo al pennello.» Ora il 13 maggio 1504, dopo una vana attesa, Isabella ritorna alla carica domandandogli per lettera «uno Christo giovinetto, di età di anni circa duodici, che seria di quella età che l’havea quando disputò nel tempio; et facto cum quella dolcezza et suavità de aiere, che havete per arte peculiare in excellentia.» Il 27 maggio, quattordici giorni dopo, un incaricato, Angelo del Tovaglia, le risponde: «Lui troppo me ha promesso di farlo ad certe hore et tempi, che li sopravanzeranno ad una opera tolta a fare qui da questa Signoria. Io non mancherò di solicitare et esso Leonardo et etiam lo Perugino de quella altra; l’uno et l’altro mi promette bene, et pare habbino desiderio grande di servire la S. V. Tamen me dubito forte non habbino a fare insieme ad gara de tarditate: non so chi in questo supererà l’altro: tengho per certo Leonardo habbi a essere vincitore.» Pietro Perugino adempiva sollecitamente al suo impegno; Leonardo intraprendeva allora il dipinto della Battaglia d’Anghiari, spinto dal bisogno e dalle preghiere dei Fiorentini.
Nel 1506 Alessandro Amadori, zio del Vinci, prende a cuore il desiderio della marchesa d’Este, e si fa promettere dal nipote il compimento di un quadretto soave e dolce: «Et lui al tutto me ha promesso comincerà in breve l’opera per satisfare al desiderio di V. S., alla cui gratia assai si raccomanda.» Isabella risponde poche righe sfiduciate; poi tacque per sempre. Passò il tempo, e Leonardo nulla fece, dimentico della promessa e del pennello. Quasi a compenso delle durezze del Vinci, il suo discepolo Salai, in questi giorni appunto, mostrava «gran desiderio di fare qualche cosa galante per la Marchesa.» La sua profferta non fu accettata.[7]
Intanto la Battaglia di Anghiari, cominciata a disegnare con ogni cura e entusiasmo, fu abbandonata alle prime mosse, allo stesso modo del cartone d’Adamo ed Eva, della Testa della Medusa, dell’Adorazione dei Magi, «come quasi intervenne in tutte le cose sue.»
Quale era la causa di questa insofferenza al dipingere? come mai Leonardo non soddisfece alle istanze di una gentile principessa, nè a quelle universali della sua città natale? Poche date risponderanno luminosamente. Al 1504 risale il Codice sul volo degli uccelli (V. U., 5 r.); al 1505 l’opera matematica intorno alle sezioni sferiche. (R., § 1374.) Le ricerche di prospettiva, iniziate già prima del 1482; quelle di anatomia, condotte sistematicamente fino dal 1489; quelle di meccanica, che lo tenevano intento prima del 1497, sono continuate in Firenze dopo il 1500, insieme agli studi sulla canalizzazione dell’Arno, che diedero germe e vita ai moderni principî dell’idraulica e della dinamica terrestre. Il 22 maggio 1508, come a coronamento di un lungo periodo di indefessa attività scientifica, spunta nella mente di Leonardo l’idea di un provvisorio generale riordinamento delle sue note manoscritte: «E questo fia un raccolto sanza ordine, scrive egli iniziando il Codice del Museo Britannico, tratto di molte carte, le quali io ho qui copiate, sperando poi metterle per ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno.» (R., 4.)
Questa insofferenza all’arte produttrice, cominciata appena che alla pratica empirica della pittura si sovrappose il concetto che per creare bisogna conoscere le forme e le leggi dei fenomeni; divenuta nefasta in Firenze dopo il 1472; dimenticata per un momento in Milano dopo il 1482; riaffermatasi con maggiore violenza dopo il 1494; divenuta un bisogno all’aprirsi del nuovo secolo XVI; continuata in mezzo a contrasti ormai più deboli fino alla morte, sembrò un delitto ai contemporanei. Essi non conoscevano altra forma d’attività che quella pratica e artistica: la scienza s’era rifugiata nei chiostri, e si chiamava teologia; s’era smarrita nei penetrali della cabala, e si chiamava magia.
Leonardo da Vinci era trascinato dai tempi all’arte, e il suo genio lo portava alla scienza; era spinto dai tempi alla costruzione meccanica, e il suo genio lo portava alla costruzione matematica. Tutto ciò che egli ha compiuto in pittura e in architettura, per quanto grandioso, fu una concessione fatta al suo tempo, ma una violenza fatta al suo carattere.
Egli si avvia col Perugino e col Credi, col Bramante e col Sangallo sul fecondo cammino della pratica, e solitario si smarrisce nella scienza; le necessità della vita e l’indole del tempo lo inducono a riafferrare per un istante l’arte, ma l’intimo della sua mente lo trascina di nuovo alla investigazione teorica e astratta; la storia della sua vita è il ripetersi di questa perpetua vicenda, che infrange e rovina l’opera e la potenza sua: non è la serena vita della tradizione, ma il naufragio di tutto un essere, che anela a ciò che il suo secolo gli vieta, che vuole ciò che il suo secolo gli toglie.
Veduto sotto questo aspetto Leonardo da Vinci compare nella sua luce storica: il carattere «vario et indeterminato forte» della sua esistenza si comprende nelle sue intime ragioni; l’incompiutezza della sua opera artistica è rivelata nelle sue vere cause e cessa d’esser l’opera del capriccio individuale; l’ignoranza dei contemporanei in riguardo al Vinci scienziato è giustificata nel suo carattere.
Il giudizio del secolo XVI e dei successivi cade necessariamente.
«Condusse a termine pochissime opere, aveva detto Sabba da Castiglione, spinto da naturale leggerezza e volubilità di talento;» perchè «quando doveva attendere alla pittura, nella quale senza dubbio un nuovo Apelle riuscito sarebbe, tutto si diede alla Geometria, alla Architettura e Notomia.[8]» E il Vasari, raccogliendo poi dalle bocche dei pittori del tempo suo il fallace giudizio, aveva scritto: «Egli si mise a imparare molte cose, e cominciate poi l’abbandonava.[9]»
Noi dobbiamo capovolgere questo giudizio dei contemporanei. Essi misurarono l’intero Leonardo dalle sue manifestazioni pratiche, e lo definirono vario, instabile, mutabile; noi, contemplando la sua vasta teoria, alla quale dedicò le forze di tutta la vita, dobbiamo definirlo intento ad un solo proposito e fermo di fronte ad ogni contrasto. Dagli anni primi della giovinezza fino alla morte egli infatti drizzò le sue forze ad un unico intento: la conoscenza delle leggi dei fenomeni, la descrizione delle forme naturali.
Quando Michelangelo rimprovera a Leonardo con un pungente motto, sedendogli accanto sulla pancaccia di Geri degli Spini,[10] le opere lasciate a mezzo; egli, come tutti i suoi contemporanei, non considera che l’opera esterna, visibile, non l’interno, grandioso lavoro affidato ai manoscritti, che doveva naufragare per quattro secoli per approdare nel nostro. Quando il Vasari dice che il Vinci molto più operò con le parole che co’ fatti; egli non sa che la scienza è altrettanto importante dell’arte, e che il viso pieno di dolcezza e di soavità della Gioconda non è un’opera meno potente della scoperta di quelle leggi prospettiche e ottiche, che ci servono a vederlo. Quando Leonardo, «a molti cittadini ingegnosi, che allora governavano Firenze,» mostrava voler alzare il battistero di San Giovanni o rizzare il corso dell’Arno, «con sì forti ragioni lo persuadeva, che pareva possibile, quantunque ciascuno, poi che e’ si era partito, conoscesse per sè medesimo l’impossibilità di cotanta impresa.[11]» Ma quale mai di questi «ingegnosi cittadini», condannando il proposito pratico, si sarà fatto a domandare al Vinci quali fossero i principî meccanici o idraulici che lo inducevano a ritenerlo fattibile? S’egli non ha sollevato il San Giovanni, nè incanalato l’Arno, questo non monta: la sua opera vera sta nel Trattato del moto locale e delle percussioni e pesi e delle forze tutte, dove precorre, e in qualche punto avanza, i Dialoghi delle nuove scienze del Galilei; in quello Del moto e misura delle acque, dove è contenuto il meglio che poi diedero il Castelli e il Guglielmini. Aristotile Fioravanti, qualche tempo prima di Leonardo, sollevava una torre in Bologna, e la trasportava da un luogo ad un altro;[12] Luca Fancelli, poco tempo prima di Leonardo, dava i disegni per la canalizzazione dell’Arno, onde bonificare la pianura d’Empoli e i dintorni;[13] ma nè l’uno nè l’altro precorrono il Vinci nella teoria, nella quale egli resta gigante e insuperato nel tempo suo e per un secolo ancora.
Noi dobbiamo giudicare Leonardo non dalla frammentarietà della sua pratica, ma dalla pienezza della sua teorica. La Battaglia di Anghiari non doveva essere altro, se non l’applicazione di quei principî, che Leonardo aveva meditati e svolti nel Trattato della pittura; allo stesso modo che la macchina per volare, la quale, dall’alto di Monte Ceceri presso Fiesole, nella Primavera del 1505, doveva librarsi su Firenze, non sarebbe stata se non un’effettuazione materiale e caduca delle grandiose leggi scoperte sulla elasticità dell’aria, sulla struttura e sulle funzioni dei volatili. L’opera teorica fu compiuta, l’applicazione pratica rimase imperfetta; ma lo scopo della vita del Vinci furono le leggi prospettiche e antropologiche, le leggi meccaniche e matematiche, fondandosi sulle quali egli e i secoli venturi avrebbero colti i frutti più maturi dell’arte e della scienza.
Vi è una espressione del Vasari che ci rivela la falsità del giudizio comune diffuso su Leonardo: «Ancora che il Vinci molto più operasse con le parole che co’ fatti, per tante parti sue sì divine, il nome e la fama sua non si spegneranno giammai.[14]» No, rispondiamo noi, è appunto perchè egli ha operato più con le parole che co’ fatti, che il nome e la fama sua non si spegneranno giammai. I soldati guasconi hanno distrutto con l’archibugio il modello della statua a Francesco Sforza; il tempo col suo incessante trasformare ha scolorito il Cenacolo; la critica artistica annienta con l’acuto sguardo l’opera pittorica del Vinci. Ciò che non l’archibugio dei soldati guasconi, nè il tempo, nè la critica artistica potranno distruggere, è la gigantesca costruzione della natura, che sorta nella mente di Leonardo sugli albori della vita moderna, si compì in lui con quelle medesime forme, con le quali doveva poi organizzarsi nei secoli che precedono il nostro e nel nostro medesimo.
Nel 1513, quando Leonardo va a Roma con Giuliano de’ Medici, «che attendeva molto a cose filosofiche e massimamente all’Alchimia,[15]» l’artista era pressochè morto, e lo scienziato giganteggiava nella piena coscienza del proprio valore. Prima di agire bisogna conoscere e pensare. La fecondità della teoria è fondata sulla condizione che la legge abbia a proprio fondamento il senso e l’esperienza, e a propria espressione la matematica. Tutto ciò che eccede il senso e l’esperienza, tutto ciò che non si può dimostrare «per nessuno esemplo naturale,» siede nel regno della fantasia, e fluttua nel sogno. I problemi sulla essenza delle cose, sul fine, sulla natura dell’anima e di Dio, restano quindi nel campo delle infeconde discussioni.[16]
Questo momento dovette essere solenne nella vita del Vinci; infermo per la intensità del travaglio, la gran somma dei suoi manoscritti, messa insieme con un lavoro costante di ogni giorno, dovette apparirgli l’opera più alta e solenne della sua vita. Una nota del Codice Atlantico ce lo mostra in Belvedere nello studio fattogli dal Magnifico, assorto in notturne esercitazioni di matematica. Un’altra nota ce lo presenta a Monte Mario tutto intento a ricercarvi i segni di un passato antichissimo, quando il mare copriva ancora il terreno, sul quale poi doveva sorgere Roma. La fossa di Castel Sant’Angelo gli dà campo ad alcune osservazioni di acustica. I giardini del Vaticano gli offrono materia d’investigazioni zoologiche e botaniche, di esperimenti sul volo degli uccelli. L’Ospedale di Roma apre i suoi battenti a Leonardo, onde le note anatomiche dei manoscritti diventino più piene e numerose.
La passione per lo studio, il fare misterioso di Leonardo, che gli avevano già attirato in Firenze il rimprovero di qualche timorato di Dio, ora, verso il chiudersi della sua vita, destano nella società romana, assorta negli splendori del rinascimento pagano, un certo terrore misto a sospetto. Un Giovanni Tedesco, geloso delle simpatie che Giuliano de’ Medici prodigava al Vinci, trova terreno favorevole a seminare la maldicenza, tantochè uno screzio personale finisce in una vera e propria persecuzione allo scienziato. Un giorno, recandosi all’Ospedale per continuarvi quelle ricerche, che sembravano profanazione alle menti ancora avvolte nelle nebbie medievali, Leonardo trovò il divieto formale d’entrarvi, per ordine superiore.
Fu un momento straordinariamente triste, e il malanimo si diffuse e divenne più cupo: «Quest’altro, dice Leonardo in uno di quei frammenti pieni di sconforto che risalgono a questo tempo, m’ha impedito la Notomia, col Papa biasimandola e così all’Ospedale.» (C. A., 179 r.) In un’altra lettera, che sembra quasi un’autodifesa, egli contrappone ai sospetti contro la sua persona, la propria vita tutta intenta alla conoscenza del vero.(R., § 1358.) Giuliano de’ Medici lo liberò dal peggio; ma quando il 9 di gennaio 1515 questi partì verso la Savoia, tratto da amore di donna, Leonardo si affrettò ad abbandonare Roma, dove il suo spirito nuovo trovava qualche contrasto.[17] Tale è il motivo della partenza del Vinci da Roma, svisato da tutti i biografi: il Vasari lo cerca nel prossimo arrivo di Michelangelo;[18] l’Anonimo in un disaccordo con Leone X per una pittura.[19]
Con la tristezza nell’animo Leonardo, poco tempo dopo, nel 1516, abbandonava l’Italia. Ad Amboise nel castello di Cloux, colpito ben presto da paralisi nella mano destra, egli rivolge la lucida mente alla canalizzazione della Francia e alla costruzione di un castello per Francesco I. Il cardinale d’Aragona, come racconta il giornale di Antonio de Beatis, recatosi nel 1517 a visitare il Vinci, lo trovò, inabile del tutto alla pittura, in mezzo alle sue note anatomiche, prospettiche, idrauliche, ancora sconosciute al mondo: «Infinità di volumi et tutti in lingua vulgare, quali se vengono in luce saranno profiqui et molto delectevoli.»[20] Uno sconforto profondo offusca l’anima di Leonardo in questi ultimi giorni; la vita sua era stata l’affannosa ricerca delle leggi naturali, ma il contrasto col tempo ne aveva infranta la fibra, e condannata l’opera a rimanere incompiuta. Circondato dai suoi discepoli e da uomini di chiesa, il Vinci cerca di rinnovare nel proprio animo la fede ingenua della sua fanciullezza, ma la morte lo coglie il 2 maggio 1519.
La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii, ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li libri, che il dicto testatore ha de presente.» (R., § 1566.)
II.
Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese dipinctore», nelle sue Antiquarie prospetiche Romane, assomiglia Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue Vite: «Con ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]»
Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate ad ammirare il Cenacolo, ancora incompiuto, in Santa Maria delle Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di Leonardo.[25]
Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: «Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (G, 49 r.) Che che ne sia, è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria, con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di cortesia della Corte milanese del secolo XV.
Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai cadere.
Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua, atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde rivestirla della forma più evidente e più semplice (A, f. 3 r. 10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con la maggiore identità di segno e di significato. (C. A., 278 r.) Allo stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva. Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello risveglio della vita.
La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero. La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
Nel Codice Trivulziano vi sono lunghe enumerazioni di parole talora raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, iniziati per il latino nel manoscritto H, continuati per il volgare nel Codice Trivulziano, tolgono di mezzo quella leggenda che solo all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero. Quando nel Codice Atlantico si trova questa nota, «Donato,» noi dobbiamo pensare al Donatus, De octo partibus orationis latine et italice, Venezia, 1499 (C. A., 207 r.); quando troviamo la frase «Retorica nova,» siamo portati al Laurentius Guilelmus de Saona, Rethorica Nova, Sant’Albano, 1480 (C. A., 207 v.); allo stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci suggeriscono la raccolta Nonij Marcelli, De proprietate sermonum; Festi Pompeij, De verborum significatione; M. T. Varronis, De lingua latina, Milano, 1500. (R., § 1470). Nel manoscritto F è ricordato finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio, il Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a molti, di fra Gio. Bernardo, Milano, 1489. (F, cop. r.)
I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari, poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27] Il Trattato del moto e misura dell’acque, che riproduce, con poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto; le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in qualche modo la conoscenza.
Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione preliminare.
Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili, imponeva un continuo discernimento.
Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica, onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che riguardano i pensieri di Leonardo sulla Conoscenza, sulla Natura, sulla Morale e sull’Arte.
Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le Favole di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo, allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e inorganico. Le Allegorie, che nel loro complesso formano un vero e proprio Bestiario, sebbene per la maggior parte non originali, conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere apprezzata. Le Descrizioni e i Ritratti, dove si manifesta lo scopo letterario combinato a quello pittorico; le Profezie e le Facezie, dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente artistiche.
Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro originalità. Le Note, che seguono passo per passo la scelta, e sono da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte è trattata da me in una monografia Intorno alle fonti dell’opera letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci, che verrà quanto prima pubblicata.
Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso delle espressioni.
I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta, sono stati fatti per ogni frammento nei Sommarii e Riferimenti, con opportune sigle.
TAVOLA DELLE SIGLE.
A. — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880.
Ash. I. — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la Bibliothèque de l’Institut; 2038 (Ash. I) et 2037 (Ash. II) de la Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891.
Ash. II. — Idem; ibi.
Ash. III. — Trattato di architettura civile e militare, con note di Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 (inedito).
B. — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits B et D de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883.
C. — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits C, E et K de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, 1888.
C. A. — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (in corso di stampa).
D. — Si veda B.
E. — Si veda C.
F. — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits F et I de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893.
G. — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890.
H. — Si veda Ash. I.
I. — Si veda F.
L. — Si veda G.
Lu. — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II. Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol.
M. — Si veda G.
R. — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol.
T. — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892.
T. M. A. — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci. Bologna, 1828.
V. U. — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893.
W. An. A. — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1898.
Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il recto o il verso dei fogli.
LE FAVOLE.
I. — L’IRREQUIETEZZA.
Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu costretto a mutar sito.
II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.
Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione di quella.
III. — L’ACQUA.
Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo incarcerata, fece penitenza del suo peccato.
IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.
Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere, con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò, e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle in isplendevole e lunga vita e bellezza.
V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI.
Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in fra sè dire:
— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me, picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza, chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole, e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. — E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea; e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per quelli, che s’aumiliano son esaltati.
VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine.
VII. — LA PIETRA.
Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che, nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:
— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città, infra i popoli pieni d’infiniti mali.
VIII. — IL RASOIO.
Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo; della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:
— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza guasta la sua forma.
IX. — IL GIGLIO.
Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino [Ticino], e la corrente tirò la ripa insieme col giglio.
X. — IL NOCE.
Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua frutti, ogni omo lo lapidava.
XI. — IL FICO.
Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto.
XII. — LA PIANTA E IL PALO.
La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato, e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro lo guarda dalla triste compagnia.
XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.
Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo interrotto, lo gittò per terra diradicato.
XIV. — LA VITALBA.
La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde da’ viandanti poi fu rotta.
XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.
La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con quella.
XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
XVII. — IL CEDRO.
Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella sommità di se, lo mise a seguizione [compimento] con tutte le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare declinare la elevata e diritta cima.
XVIII. — IL PERSICO.
Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana terra.
XIX. — L’OLMO E IL FICO.
Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! —
XX. — LE PIANTE E IL PERO.
Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: — O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! — Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini, per onorarmi, posti d’intorno.
XXI. — LA RETE.
La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci.
XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE.
Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti, come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati! Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal falso lume dello sporco sevo? —
XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.
Vedendo il castagno l’omo sopra il fico, il quale piegava in verso sè i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [dilacerandoli] coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi, come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e, non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’ sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. —
XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.
Il rovistrice [rovistico: pianta, ligustrum vulgare], sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie, le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo? Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente, non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna [rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che tu me bruciato! —
XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.
Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro, mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta. E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio, e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte delle sue membra.
XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.
Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito — imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi, che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano; e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole, che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’ linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza, fatti e fermi alquanti capitoli [patti] di novo col salice, e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca, e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze. E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso, essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò, collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [venute in seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso, a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene.
XXVII. — L’AQUILA.
Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu dall’omo presa e morta.
XXVIII. — IL RAGNO.
Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle dal calabrone crudelmente morto.
XXIX. — IL GRANCHIO.
Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi, e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.
Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si destò, e subito annegò.
XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.
La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu fatto.
XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.
Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide.
XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.
Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava.
XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29]
Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore.
XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.
I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la libertà ai tordi, ma la loro propria vita.
Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte la vita.
XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.
Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto, lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che, per non gastigare i figlioli, capitano male.
XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.
Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci, sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti, a morirsi di fame.
XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO.
Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola, la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione [distruzione, morte], e, per uno piccolo spiraculo, riguardava il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità; e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della gatta, privato.
XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.
Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve.
XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.
XLI. — TRACCIA.
Favola della lingua morsa dai denti.
XLII. — IL VILLANO E LA VITE.
Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi.
XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30]
Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro [cerebro, cervello], che lo fece matto, e partorì tanti errori, che, tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu lasciato poi libere le viti co’ sua frutti.
(in margine)
Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo; già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i sua amici.
XLIV. — TRACCIA.
Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica.
XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA. (Frammento.)
Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e, poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso, già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di lì sicuramente si parte.
Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne, comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva.
Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave sonito....
Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in fra le legne si trova, traeva.
E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là.
Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare tutto il superiore elemento [l’elemento del foco] sopra le poche legne.
E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme più altere, percosser nel fondo della superiore caldara.
XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA. (Frammento.)
Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e partita quella lo specchio rimase in le....
LE ALLEGORIE.
I. — AMORE DI VIRTÙ.[31]
Calendrino [La calandra] è uno uccello, il quale si dice, che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia.
Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista, anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più tenebroso sito.
II. — INVIDIA.[32]
Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli sanza mangiare.
III. — ALLEGREZZA.[33]
L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti.
IV. — TRISTEZZA.[34]
La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede alquante poche penne nere.
V. — PACE.[35]
Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire, si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
VI. — IRA.[36]
Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [api, come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende.
VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37]
La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti upica [úpupa], i quali, conoscendo il benefizio della ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà.
VIII. — AVARIZIA.[38]
Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia: tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi.
IX. — INGRATITUDINE.[39]
I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto che caccia il padre, e tolli la mogliera [e gli toglie la moglie], facendosela sua.
X. — CRUDELTÀ.[40]
Il basalisco [basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
XI. — LIBERALITÀ.[41]
Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa aquila, perchè in tal modo si cibano.
XII. — CORREZIONE.[42]
Quando il lupo va assentito [va cautamente] a qualche stallo di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore.
XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [adulazioni].[43]
La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta sopra i navili, e occide li addormentati marinari.
XIV. — PRUDENZA.[44]
La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno, uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al tempo si pascono.
XV. — PAZZIA.[45]
Il bo’ [bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’ corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori l’occidano.
XVI. — GIUSTIZIA.[46]
E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano, e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
XVII. — VERITÀ.[47]
Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli, nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre.
XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48]
Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se ’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano, e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga ’mancare.
XIX. — FALSITÀ.[49]
La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [specie di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la lingua, e essa gli piglia la testa.
XX. — BUGIA.[50]
La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more, perchè si fa nota così la bugía.
XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51]
La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga.
XXII. — MAGNANIMITÀ.[52]
Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne fetida.
XXIII. — VANAGLORIA.[53]
In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda, quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa vincere.
XXIV. — CONSTANZA.[54]
Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali la consumano, e poi di novo rinasce.
XXV. — INCONSTANZA.[55]
Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto, per non sopportare alcuno minimo disagio.
XXVI. — TEMPERANZA.[56]
Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
XXVII. — INTEMPERANZA.[57]
L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal modo lo pigliano.
XXVIII. — UMILTÀ.[58]
Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che, spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere.
XXIX. — SUPERBIA.[59]
Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila, regina delli uccelli.
XXX. — ASTINENZA.[60]
Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e aspetti ch’essa acqua si rischiari.
XXXI. — GOLA.[61]
Il voltore [l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita (li eserciti).
XXXII. — CASTITÀ.[62]
La tortora non fa mai fallo al suo compagno, e, se l’uno more, l’altro osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee mai acqua chiara.
XXXIII. — LUSSURIA.[63]
Il palpistrello [pipistrello, come al n. LXIII], per la sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito.
XXXIV. — MODERANZA.[64]
L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella infangata tana — per non maculare la sua gentilezza.
XXXV. — AQUILA.[65]
L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella poca acqua. E, se i sua nati non po’ [possono] sostener la vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor non noce [Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia rimanente della sua preda.
XXXVI. — LUMERPA [uccello favoloso]. FAMA.[66]
Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la penna, che si spicca, più non luce.
XXXVII. — PELLICANO.[67]
Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente sangue bagnandoli, li torna in vita.
XXXVIII. — SALAMANDRA.[68]
La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive [non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza.
XXXIX. — CAMALEON [camaleonte]. [69]
Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che non po’ sostenere uccello, che lo seguiti.
A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola il camaleone.
XL. — ALEPO PESCE.[70]
Alepo non vive fori dell’acqua.
XLI. — STRUZZO.[71]
Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per l’arme [detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’ capitani.
XLII. — CIGNO.[72]
Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il qual canto termina la vita.
XLIII. — CICOGNA.[73]
Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la covano e pascano, in fin che more.
XLIV. — CICALA.[74]
Questa col suo canto fa tacere il cucco [cuculo]; more nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi.
XLV. — BASALISCO.[75]
Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide.
XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.
Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti, colla coda si stóppa li orecchi.
XLVII. — DRAGO.[76]
Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta.
XLVIII. — VIPERA.[77]
Quest’ha nel suo [ha di proprio, di particolare], ch’apre bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli, in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre.