E. DE AMICIS.
NOVELLE.


NOVELLE

DI

EDMONDO DE AMICIS

GLI AMICI DI COLLEGIO. — CAMILLA.
FURIO. — UN GRAN GIORNO. — ALBERTO. — FORTEZZA.
LA CASA PATERNA.

QUINTA IMPRESSIONE.
della nuova edizione del 1878, riveduta e ampliata dall'autore
con sette disegni di V. Bignami.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1884.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

Gli editori hanno compite tutte le formalità richieste dalla legge e dalle convenzioni internazionali per riservare la Proprietà letteraria e il diritto di traduzione.



[INDICE]


A GONZALO SEGOVIA Y ARDIZONE

Per ringraziarvi degnamente delle cortesi accogliente che mi faceste in Siviglia, dovrei dedicarvi un libro, nel quale fossero descritte le meraviglie della vostra bellissima città natale; ma poichè quel libro non è anche fatto, e a me preme d'esprimervi la mia gratitudine, vi prego di accettare queste povere Novelle. Possiate, leggendole, pensare qualche volta all'amico lontano, echi quel desiderio affettuoso ch'io sento di voi alla lettura dei vostri versi gentili. Vivete sano, e godetevi i quadri del Murillo e il profumo degli aranci.

Torino, 20 luglio 1872.

Vostro
E. De Amicis.

GLI AMICI DI COLLEGIO.

I.

Molti scrivono ogni sera quello che hanno fatto il giorno; alcuni tengono ricordo delle commedie sentite, dei libri letti, dei sigari fumati; ma c è uno su cento, su mille, che faccia una volta l'anno, o che abbia fatto una volta in vita sua, l'elenco delle persone che conosce? E non intendo dire di quei pochi, con cui si ha che fare, o che si vedono, o a cui si scrive; ma di quel gran numero di persone, viste altre volte, che forse non rivedremo, e che pur tornano ancora alla mente molto tempo dopo che si son lasciate, a mano a mano più di rado, fino a che scompaiono affatto, e non ci si pensa mai più. Chi di noi non ha perduto la memoria di cento nomi e smarrito la traccia di cento vite? Eppure è una gran perdita per l'esperienza, e io ne son tanto persuaso, che, se ricominciassi a vivere, vorrei spendere mezz'ora al giorno nel noioso lavoro di notar nomi e casi di persone, anche le più indifferenti.

Che storia intricata e strana mi ritroverei tra le mani, se avessi serbato ricordo di tutti i miei compagni delle prime scuole; e continuato a chiederne notizie qua e là, via via che se ne presentava l'occasio ne, e tenuto dietro, in qualche modo, alle vicende principali di ciascuno! Ora, di quelle due o tre centinaia di ragazzi che conoscevo, venti o trenta appena mi son rimasti nella memoria, e so dove sono, e che cosa fanno; degli altri non so più nulla. Per qualche anno ho avuto davanti agli occhi l'immagine distinta di tutti: erano trecento visi rosei che mi sorridevano, e trecento giacchette che mostravano ciascuna, più o meno, la condizione del babbo, da quella di velluto del figliuolo del sindaco a quella infarinata del figliuolo del fornaio; e mi pareva di sentirmi ancora sonar nell'orecchio, a una a una, le voci di tutti; e vedevo il posto di ciascuno nei banchi della scuola, e ricordavo parole, atteggiamenti, gesti. Ma a poco a poco tutti quei visi si confusero in una sola striscia color di rosa, tutte quelle giacchette in un color bigio uniforme, tutti quei gesti in un tremolìo indistinto, tutte quelle voci in un mormorìo fioco; fin che una nebbia fitta coprì ogni cosa, e anche il mormorìo tacque, e la visione scomparve.

E mi dispiace, e molte volte mi piglia il desiderio di squarciar quella nebbia, e di ravvivar la visione. Ma ohimè! non li troverei più insieme; e se dovessi andarli a cercare a uno a uno, chi sa quanti giri e rigiri mi toccherebbe fare, e dove metter piede, e tra chi! Forse passerei da una sacrestia a una caserma, da una caserma a un'officina, dalla officina allo studio d'un avvocato, dallo studio dell'avvocato a una carcere, dalla carcere a un palco scenico, dal palco scenico, pur troppo! al camposanto, e dal camposanto sur un bastimento mercantile in un porto dell'America o delle Indie. Chi sa quante avventure, quante disgrazie, quante tragedie domestiche, e mutamenti di visi e di costumi e di vita, in così piccolo numero di gente e in così breve giro di tempo!

Eppure, non son quelli gli amici che si desidera più caldamente di rivedere. Non solo; ma se badiamo a discernere in noi il sentimento di mesto desiderio che ci risospinge verso gli anni della fanciullezza, da quello che ci pare ne sospinga verso i compagni di quegli anni, ci meravigliamo di trovar questo così debole, e fors'anco di non trovarlo nemmeno. E perchè ci dovrebb'essere, e forte? Stavamo sovente insieme, eravamo allegri, ci cercavamo, ci desideravamo; ma le nostre anime non si ricambiavano nulla di quello che le ravvicina e le stringe e vi lascia una traccia. Le nostre amicizie si legavano e si scioglievano con uguale facilità. Avevamo bisogno di un compagno che facesse eco alle nostre risa e ci aiutasse ad arrampicarci sugli alberi e ci rimandasse la palla con un colpo vigoroso; e a ciò serviva meglio il più destro, il più chiassone e il più ardito; e questo, il più delle volte, era l'amico più caro. Ma volevamo bene ai deboli? Domandavamo ai malinconici: — Che cos'hai? — E se ci dicevano: — Il tale è morto — si piangeva? Ah! non eravamo amici.

E sarà certo seguìto a molti di rivedere dopo quindici anni un compagno delle scuole elementari. Si riceve una lettera, di cui non si riconoscono i caratteri, si getta un'occhiata alla firma, e si dà un grido: — Come! Lui! È vivo? — Si piglia il cappello e si corre all'albergo. Oh certo che, mentre si corre, il cuore batte, e salendo la scala s'affretta il passo con grande ansietà, e si ride, e si gode, e non si darebbero quei momenti per tutto l'oro del mondo. Ma son quelli i più bei momenti. Si entra nella stanza con impeto, si bacia un uomo, nel quale, sì, a guardarlo bene, si ravvisa qualche tratto del fanciullo d'una volta; l'uno domanda all'altro: — Che fai? — e l'uno ricorda all'altro, in fretta e in furia, qualche bazzecola di quando si andava a scuola e poi.... è finita. Cominciate a pensare: — Chi è costui? Come ha vissuto, dacchè non ci siamo visti? Che cos'è seguito in quell'anima? È buono, è tristo, è un credente, è uno scettico? Io non ho niente di comune con lui, non lo conosco. Bisognerebbe scrutarlo, studiarlo; ma dunque non è un amico! — E quel che pensate voi, lo pensa lui, e la conversazione procede languida e fredda; e forse dalle prime parole vi accorgete che avete battuto due opposte vie; egli vi lascia trasparire una striscia del suo berretto frigio, voi, secondo lui, la punta del vostro codino di monarchico; voi gli date una tastatina sulla letteratura, egli a voi sul seme dei bachi da seta; voi, prima di dirgli che avete moglie, gli domandate s'egli l'ha; ed egli vi risponde: — Fossi minchione! — e finite col lasciarvi, stringendovi la punta delle dita, e ricambiandovi un sorriso morto appena nato.

Gli amici d'infanzia! Cari sì, sopra tutti, quando si siano vissuti insieme anche gli anni della giovinezza; ma se no, che cosa sono fuor che fantasmi? E l'infanzia stessa! Non ho mai potuto capire perchè si rimpiangono da molti quegli anni, — anni in cui non si soffre, è vero, ma non si pensa, non si lavora, non si crede, non si prorompe in quegli scoppi di pianto ardente ed amaro, che purificano l'anima e fanno rialzar la fronte altera e splendida di speranza e di coraggio nuovo! Oh mille volte meglio soffrire, faticare, combattere e piangere, che sfumar la vita in quel riso continuato e inconsapevole, che nasce da nulla e di nulla si pasce e di nulla si turba! Meglio star sulla breccia, sanguinosi, che in mezzo ai fiori, sognando.

II.

I primi e più cari amici gl'incontrai a diciassett'anni, in un superbo palazzo, che ho sempre dinanzi agli occhi, come se ne fossi uscito ieri. Vedo i grandi cortili, i grandi portici, le sale ornate di colonne, di statue e di bassorilievi; e in mezzo a queste cose belle e magnifiche, che richiamano al pensiero la reggia antica, lunghe file di letti, di banchi di scuola, di panni appesi, di fucili, di daghe. Cinquecento giovani sono sparsi pei cortili, per gli anditi, per le scale; un sordo rumore, interrotto da grida acute e da risate sonore, si spande fino ai più lontani recessi del vasto edifizio. Che movimento! Che vita! Che varietà di tipi, di atteggiamenti, di accenti! Giovani dalle forme atletiche con lunghi baffi irsuti e voci stentoree, giovanetti smilzi e gentili come fanciulle; visi bruni ed occhi siciliani nerissimi, e capigliature bionde e pupille azzurre del settentrione; gesticolìo concitato di Napoletani, vocìo argentino di Toscani, parlantina accelerata di Veneti, cento crocchi, cento dialetti; di qua canti e conversazioni clamorose, di là corse, salti e battimani; gente d'ogni ceto, figliuoli di duchi, di senatori, di bottegai, di impiegati, di generali; una società bizzarra che ha un po' del collegio, del convento e della caserma; dove si parla di donne, di guerra, di romanzi, di regolamenti; dove si fanno pettegolezzi da donnicciuole e si covano segrete ambizioni virili; una vita piena di noie mortali e d'allegrezze sfrenate, una confusione di sentimenti, di faccende e di casi dolorosi, stravaganti e amenissimi, da cui la penna di un grande umorista potrebbe cavare un capolavoro.

È la Scuola militare di Modena nel 1865.

III.

Non posso pensare a quei due anni passati là, senza che mi assalga una folla di ricordi, dai quali non riesco a liberarmi prima d'averli fatti passar tutti, a uno a uno, come in una lanterna magica; ora ridendo, ora sospirando, ora crollando il capo, ma sentendo che tutti mi son cari, e che sin ch'io viva, non mi sfuggiranno mai.

Rammento sempre il primo dolore che ebbi dalla vita militare, pochi giorni dopo ch'ero entrato nel collegio tutto ardente di poesia guerriera, una mattina che ci diedero i berretti, e tutti gli allievi della compagnia ne trovarono uno, e io solo non lo trovai, chè mi eran tutti stretti; e il capitano stizzito si voltò verso di me e mi disse: — Ma sa che è curiosa che per lei solo si debba far riaprire il magazzino? — e un momento dopo soggiunse: — Testone! — Dio eterno! Che seguì nel mio cuore in quel punto! E io debbo fare il soldato? pensai; nemmen per sogno! piuttosto mendicare! piuttosto morire!

Mi ricordo pure d'un ufficiale, vecchio soldato, un po' corto, ma buono, che mi guardava sempre sorridendo, sin dai primi giorni che m'aveva visto, e io non sapevo capir perchè, e mi stizzivo, e volevo chiedergli una spiegazione, e dirgli che non intendevo d'essere lo zimbello di nessuno; quando una sera mi chiamò, e dopo avermi fatto capire che gli era stata detta una cosa di me, e ch'egli voleva saper s'era vero, e che rispondessi francamente, perchè non era cosa che mi facesse torto, finalmente, sorridendo, tossendo, guardandomi di sottocchio, mi mormorò nell'orecchio: — È vero che lei è un poeta? —

Mi ricordo delle insuperabili difficoltà che incontravo nell'adempimento dei miei doveri manuali, specialmente nell'attaccare i bottoni, chè mi scappava l'ago di mano a ogni punto, e finivo col fare una rete di fili che parevan la tela d'un ragno, e il bottone spenzolava più di prima, con gran risate dei miei compagni, profondo sconforto mio e scandalo grave del sergente di squadra, il quale mi diceva: — Lei sarà buono a trovar la rima, ma quanto ad attaccar bottoni è ancora indietro di cent'anni; — terribile sentenza che mi sbalestrava di punto in bianco nel secolo decimottavo, e non me ne potevo dar pace.

Vedo ancora il vastissimo refettorio, dove avrebbe potuto far gli esercizi un battaglione di soldati; vedo quelle lunghe tavole, quelle cinquecento teste chinate sui piatti, quel movimento accelerato di cinquecento forchette, di mille mani e di sedicimila denti; quello sciame di camerieri che corrono qua e là, chiamati, sollecitati, sgridati da cente parti; e odo quell'acciottolìo, quel mormorio assordante, quelle voci mezzo strozzate fra i bocconi: — Pane! — Pane! e mi par di risentirmi quell'appetito formidabile, quel vigore erculeo di mandibole, quel rigoglio di vita e di allegria che mi sentivo allora.

Muta la scena, mi ritrovo chiuso in una celletta al quinto piano, poco più alta e poco più lunga di me, con una brocca d'acqua al fianco e un pezzo di pan nero tra le mani, coi capelli arruffati, colla barba lunga, coll'immagine di Silvio Pellico dinanzi agli occhi; condannato a dieci giorni di prigione per aver fatto un discorso di ringraziamento al professore di chimica, il giorno della sua ultima lezione, contravvenendo così al disposto dell'articolo tale del regolamento che proibisce di prender la parola in pubblico a nome dei compagni. E sento ancora il Maggiore che mi dice: — Non si lasci mai trasportare dall'immaginazione nel corso della sua vita; — e mi cita l'esempio del poeta Regaldi, suo antico condiscepolo, a cui seguì non so che disgrazia per una scappata del genere della mia, e conclude che “la poesia non ha mai fatto fare che delle bestialità.„

E in fine, mi riveggo intorno ogni cosa come se realmente rivivessi quella vita, le compagnie che attraversano in silenzio, di notte, i lunghi corridoi rischiarati da un lumicino in fondo; i professori in cattedra che c'intronan le orecchie di Gustavo Adolfo, di Federico il Grande e di Napoleone; le vaste scuole piene di visi immobili; i grandi dormitorii oscuri, in cui si sente il suono di cento respiri; il giardino, la piazza, i bastioni, le vie tortuose di Modena, i caffè pieni di alunni che divorano paste, le porticine infilate alla chetichella, i desinari in campagna, le scarozzate ai villaggi vicini, gl'intrighetti, gli studii, le rivalità, le malinconìe, le inimicizie, gli affetti.

IV.

Pochi giorni prima di dar gli esami per esser promossi uffiziali ci venne concessa la libertà di studiare dove si voleva. Eravamo dugento nel secondo corso, e ci sparpagliammo tutti per il palazzo, a cinque, a sei insieme, come ci univa la simpatia, e cominciammo a sgobbare disperatamente, ogni gruppo nel suo stanzino, giorno e notte, non ismettendo che per parlare dei nostri esami e del nostro avvenire.

Quanta allegrezza in quei nostri discorsi, e che ridenti previsioni! Dopo due anni di prigionìa, tutt'a un tratto, la libertà, le spalline e il ritorno in famiglia. Ciascuno di noi, oltre la soddisfazione, che era comune, di esser promosso uffiziale, n'aveva una sua particolare. Per uno, era la soddisfazione di levare un carico alla famiglia che viveva a stecchetto per mantener lui nel collegio, e di poter dire di lì a pochi giorni: — Ho diciannove anni, e non ho più bisogno di nessuno. — Per un altro, era il piacere di entrare un giorno, vestito in grande uniforme, pestando i piedi e strascicando la sciabola, in una casa silenziosa e tranquilla, dove l'aspettava un vecchio zio generoso che lo aveva sempre amato e protetto. Per un terzo, era la gioia di poter salire, col brevetto in tasca, una scala ben nota, e picchiare imperiosamente a una porta dietro la quale, pochi momenti dopo, avrebbe sentito una voce di fanciulla gridare: — E lui! — una cugina, forse, da cui s'era accomiatato due anni prima, in presenza dei parenti, confortato da quelle solite parole: — Va, studia, fatti uomo, e poi si vedrà. — Ci pareva a tutti di vederci intorno dei bambini che ci toccavano la sciabola, delle ragazze che ci facevano dei cenni, dei vecchi che ci mettevano una mano sulla spalla, una madre che ci diceva: — Come stai bene! — e avevamo un gran da fare per liberarci da tutta questa gente e rimetterci a studiare di proposito, e dicevamo fra noi stessi: — Sì, sì, verremo; ma per ora lasciateci in pace! —

Poi, ciascuno secondo la sua indole, le sue abitudini e i suoi disegni, ci dicevamo i reggimenti, le provincie, le città, in cui avremmo preferito d'esser mandati. V'era chi desiderava lo strepito e l'allegria dei grandi carnovali di Milano, e non sognava che teatri e balli e rumorose cene di amici. V'era chi sognava un villaggio ameno della Toscana, sulla cima d'una collina, dove poter godere una bella e quieta primavera, coi suoi trenta soldati, raccogliendo proverbi e stornelli dalle contadine dei dintorni. Altri avrebbe voluto esser mandato in un forte solitario delle Alpi, fra le rupi e i burroni, per potervi ripigliare i suoi studii con raccoglimento profondo. Uno prediligeva la vita avventurosa nelle foreste delle Calabrie, un altro lo spettacolo d'una grande e operosa città di mare, un terzo un'isoletta del mar Tirreno. Ce la ricorrevamo e spartivamo tutta, questa Italia, un pezzo per uno, cento volte al giorno, come avremmo fatto d'un nostro giardino; e ognuno di noi raccontava agli altri le meraviglie del suo cantuccio, e trovavamo che eran tutti belli e cari ad un modo. E poi, la guerra! Si sarebbe ben dovuta fare una volta! Bastava il proferir questa parola per buttare i libri in un canto e cominciare a dire e a dire, alzando gradatamente la voce, ed accendendoci in viso. Per noi la guerra era come una visione sovrumana, in cui la mente si perdeva con una specie di ebbrezza fantastica; era un lontano orizzonte color di rosa, sul quale si disegnavano i profili neri di montagne gigantesche; e su pei fianchi delle montagne salivano con impeto schiere interminabili colle bandiere spiegate, al suono di musiche allegre; e fra le migliaia degli assalitori, sui punti più culminanti, spiccavano le nostre figure nette e distinte, lungo tratto innanzi a tutti, colla sciabola brandita in alto; e sulle chine opposte un precipitare spaventevole di soldati, di cavalli, di cannoni, verso un abisso ignoto, tra le tenebre. Una medaglia al valor militare! Ma chi non l'avrebbe avuta? Perdere la battaglia! Ma gl'taliani potevan perdere? Morire! Ma che c'importava di morire? E si poteva poi morire, noi, a diciannove anni! Chi sa che strani e meravigliosi casi ci aspettavano! Chi sa che cosa avremmo veduto! Una spedizione lontana, forse; una guerra in Oriente; non era mica morta la questione di Oriente; chi sa! E si spaziava coll'immaginazione per mari e monti, e si vedevano grandi apprestamenti d'eserciti e di flotte, e si ardeva d'impazienza, e si diceva in cuor nostro: Oh! aspettate, lasciateci dar l'esame, pochi giorni ancora, vogliamo venire anche noi! —

E finalmente si diedero gli esami, fummo promossi, e una bella mattina del mese di luglio ci apersero le porte del Palazzo ducale, e ci dissero: — Al vostro destino! — e noi, gettando tutti insieme un altissimo grido, ci slanciammo fuori, e ci sparpagliammo, come uno stormo di uccelli, per tutte le parti d'Italia.

V.

Ed ora?

Son passati sei anni, sei anni soli, e già ci sarebbe da scrivere un romanzo lungo e vario e strano, se si volessero raccogliere e legare insieme le vicende più notevoli occorse nella vita di quei duecento compagni! Io che in questo spazio di tempo ne vidi molti ed ebbi modo di procurarmi notizie degli altri, soglio sovente richiamarmeli tutti alla memoria, ravvivarmene le immagini e interrogarli ad uno ad uno; e quello che vedo e sento mi desta sempre nell'anima un sentimento di meraviglia, misto di malinconia. Ed eccoli qui in folla, tutti.

Quelli che mi dan nell'occhio prima degli altri son certi uomini bruni e barbuti, con un par di spalle poderose, che io non ricordo, pel momento, d'aver conosciuti. Eppure mi sorridono, e sì, son veramente quei giovanetti sottili e bianchi, che parevano fanciulle. Io domando: — Siete voi? — ed essi mi rispondono: — Sì; — e io do un passo indietro, sorpreso da quel sì sonoro e profondo, in cui non riconosco più l'antica voce infantile. — E quest'altri? I lineamenti, in questi, non son mutati, le forme son sempre quelle, ardite e robuste; ma il sorriso è sparito, e gli occhi non scintillano più. — Che vi è occorso? — domando. — A noi? — rispondono; — nulla. — Oh avrei preferito che vi fosse accaduto qualcosa, per non vedere che il tempo, e un tempo così breve, può di per sè mutare un volto in quel modo. Eccone altri. Dio mio! anche questa mi tocca a vedere; uno, due, tre, cinque, possibile! lasciatemi guardar meglio; ma certo! capelli bianchi! a ventisette anni i capelli bianchi! — Dite, o come mai? — Danno una scrollata di spalle, e tiran via. Poi vedo una lunga fila di amici miei, e molti, fra essi, dei più scapati, chi con un bambino in braccio, chi con uno per mano, chi con due. Quello lì ha preso moglie? Quello là è padre di famiglia? Ma chi l'avrebbe creduto? — Altri sopraggiungono: alcuni col capo basso e gli occhi rossi mi fanno un cenno; hanno un nastro nero intorno al braccio. Altri passano colla fronte alta volgendo intorno uno sguardo raggiante, e toccandosi il petto col dito: ah! il sogno delle nostre notti di collegio, la medaglia al valor militare, fortunati loro! Altri vengono innanzi a passo lento, pallidi, scarni, appena riconoscibili. — Che cos'è? Che cosa avvenne? — Ahimè! Su quelle braccia e su quelle gambe erculee, ch'essi ostentavano con giovanile alterezza sulle rive del Panaro; in quelle membra tornite e rosee, che pareva non avrebbero dovuto impallidire nè avvizzirsi mai; in quei corpi, che si sarebbero potuti prendere a modello per rappresentare la salute, la freschezza e la forza, ahimè! s'immersero i coltelli dei chirurghi a cercare le palle tedesche, e dalle carni lacerate sgorgò il sangue a ondate, e caddero le ossa recise. Poveri amici! Ma pure son rimasti tra noi a raccogliere nell'affetto e nella gratitudine comune il premio del loro sacrificio. — Ma dov'è il tale? — Morto in una marcia in Lombardia. — Il tal altro? — Morto d'una ferita di mitraglia a Monte Croce. — E quell'altro amico? — Morto d'una ferita di palla nell'Ospedale di Verona. — E il mio vicino di banco? — Morto di colèra in Sicilia. — Oh basta! non mi dite di più! —

Son passati tutti, s'allontanano, ed io mi slancio colla immaginazione dalla parte opposta, sulla via che hanno percorsa, per cercarvi le traccie del loro passaggio; e quante ne ritrovo, e quanto diverse! Qui libri e carte sparse in terra, con su i concetti di battaglia tracciati a mezzo, c versi coperti di freghi; un tavolino capovolto, e un mozzicone di candela ancora fumante; i segni d'una veglia studiosa. Là seggiole spezzate, frantumi di bicchieri e brani di vestiti di donna sparpagliati. Più in là, in uno spazio di terreno nudo, due sciabole insanguinate, e da una parte e dall'altra molte orme profonde e nel mezzo un'impronta grande, come del corpo di un uomo caduto. Qua, nella polvere, un tappeto verde lacerato, e intorno carte da gioco e dadi. Più oltre, tra l'erba, una letterina profumata e un mazzetto di mammole appassite. Da un altro lato una croce con sopra scritto: — A mia madre. — E innanzi, innanzi, altri libri sparsi, altre lettere, altre carte da gioco, divise militari smesse, ritratti di donne, conti di sarti, cambiali, sciabole, fiori, sangue. Oh che vasta tela tesse la mente con quei pochi fili scompigliati e rotti! Quanti affetti, quanti dolori, quante lotte, quante pazzie, quante sventure s'intravvedono e si comprendono! Certo anche molte virtù e molti atti generosi; ma quanto più spreco di forza e d'avvenire!

E quando pure non si fosse sciupato nulla, quando non si fosse, in questi sei anni, tolto un giorno nè un'ora al lavoro, quando non avessimo aperto il cuore ad altri affetti che a quelli che innalzano la mente e rasserenano la vita, avremmo pur sempre perduto una grande e cara illusione, la quale dileguandosi, ha portato con sè una parte della nostra forza e del nostro avvenire: l'illusione di quel lontano orizzonte color di rosa, su cui si disegnavano i profili neri di montagne gigantesche, e schiere interminabili lanciate all'assalto a bandiere spiegate, al suono di musiche allegre.... Una guerra perduta!

E s'anco non avessimo perduto quest'illusione, non avremmo perduto altro?

VI.

Io penso a me stesso, e dico: — Quale distanza da diciannove anni a venticinque! Allora, dovunque andassi, ero il più giovane, chè i più giovani di me non mostravano ancora il viso tra gli uomini; e non mi vedevo mai intorno alcuno, di cui non potessi dire che qualcosa m'invidiava: la gioventù, l'allegria, le speranze. Ed ora, dovunque io vada, mi veggo accanto dei giovanetti che mi guardano e mi parlano con quel riserbo rispettoso che s'usa coi fratelli maggiori; e con essi, discorrendo, sento di dover fare uno sforzo per dare al mio discorso una gaiezza che corrisponda alla loro, e non me ne so dar pace, e li guardo e mi domando: — O di dove sono usciti costoro? — E l'altro giorno accennando a un signore una sua bambina di sei anni, gli dissi scherzando: — Chi sa! — ed egli mi rispose: — Signor no, ella è troppo vecchio. — Ed io, sorpreso, tacqui, e feci subito il conto colle dita, e poi mormorai melanconicamente: — È vero. — A diciannove anni, non vedevo bambina di quell'età, ch'io non potessi dire: — Sarà mia moglie! — ; la generazione che veniva su era ancora tutta per me; ora per una parte del mondo io son già troppo avanti nel cammino della vita. E l'avvenire, che allora m'appariva un non so che vago e lucente, su cui la mia fantasia poteva disegnare le cose più belle e più care, senza che la ragione ci trovasse mai a ridire: — Non può essere, — ora comincia a delinearsi, a colorirsi, a prendere una forma, ed io indovino presso a poco che cosa sarà, veggo la mia strada tracciata, e la mia meta distinta, e addio grandezze e meraviglie! E gli uomini? Dio buono, io non son mica per natura inclinato a diffidare, a veder piuttosto il male che il bene nelle cose di questo mondo; al contrario; nel mio piccolo non ho che a render grazie a tutti e di tutto, e indispettisco spesso un mio amico, a cui dico ridendo: — Amo il genere umano! — ed egli mi risponde: — Aspetta che verrà la tua ora anche per te. — Eppure quanto ho già perduto di quel confidente abbandono delle amicizie di diciannove anni, di quel sentimento di ammirazione facile e schietto, che scattava come una molla, al più leggiero tocco, per tutti gli uomini, di cui sentissi esaltare un merito, qualunque fosse e da chicchessia! Due, tre disinganni son bastati a rallentare la molla per sempre. Io mi domando già: — Sarà vero? — e il dubbio mi rimanda indietro le calde e ingenue parole d'affetto che una volta prorompevano mio malgrado. Molti libri, che mi fecero versar lagrime, non me ne fanno versar più; molto più raramente d'una volta, leggendo versi, mi trema la voce; non rido più di quel riso irresistibile e sonoro, di cui echeggiavano un giorno le stanze più remote della mia casa. E quando mi guardo nello specchio, è una mia illusione o una realtà? mi accorgo che nel mio viso c'è qualcosa che a diciannove anni non c'era, un non so che negli occhi, nella fronte, nelle labbra, che non apparisce agli altri, ma che io vedo, e che mi turba. E mi ricordo le parole del Leopardi: — A venticinque anni incomincia il fiore della gioventù a declinare. — Ma come? io declino? son già sul pendio della vita? ho già fatto tanto cammino? Ma sì! Dalla Scuola di Modena son già usciti altri mille ufficiali più giovani di me, me li sento alle spalle che rumoreggiano, che m'incalzano, e mi gridano: — Avanti! — Ma è uno spavento! Lasciatemi respirare, fermatevi un minuto; che c'è bisogno di divorare la via? Voglio star qui, immobile, saldo come una colonna; indietro voi! Ma il terreno è inclinato e liscio, e il piede scivola e non c'è dove aggrapparsi; compagni! amici di diciannove anni! venite, stringiamoci, afferriamoci gli uni agli altri, non ci lasciamo travolgere, resistiamo. Ah! mi manca il terreno sotto, maledizione!

VII.

Ma che! son vaneggiamenti foschi di giornate piovose; spunta il sole e l'anima si rasserena col cielo. E sempre al breve scoraggiamento segue uno stato d'animo, nel quale mi appare così folle e così codardo quel turbarsi per un'alterazione del viso, e rimpiangere l'allegria spensierata della prima giovinezza, e volersi ribellare con uno sfogo di rammarico dispettoso alle leggi della natura, che mi vergogno, mi scoto, mi risollevo, riafferro la mia fede, le mie speranze, i miei propositi, e mi rilancio al lavoro con una risoluzione piena di alterezza e di gioia. E in quei momenti mi sento la forza di aspettare a fronte serena i trent'anni, i disinganni, i capelli bianchi, i dolori, gli acciacchi, la vecchiaia, cogli occhi della mente fissi dinanzi a me, lontano, in un punto luminoso che mi pare che ingrandisca via via che procedo. E vo innanzi con più coraggio; e a uno sciame di gente inebbriata e clamorosa che mi dice: — Con noi! — rispondo fieramente: — No! — e a una folla di giovani malinconici, che mi dicono, crollando il capo: — Forse non è vero! — rispondo, senza allontanar gli occhi da quel punto, con una voce gioiosa e entusiastica: — No! — e a una moltitudine di uomini gravi e superbi, che toccandomi e accennandomi le loro carte e i loro libri mi dicono con un sorriso di pietà e di dileggio: — È un sogno! — io rispondo sempre guardando là, con un grido che mi prorompe dal più profondo dell'anima, come se mi vedessi ricomparir dinanzi una persona morta: — No! — Oh! in quel momento mi si venga pure a dire che debbo invecchiare e morire; che m'importa? Io lavoro, io credo, io aspetto!

VIII.

E nella più parte di quei miei compagni è seguìta o segue la medesima cosa. I volti si son fatti più serii, o come vuol che si dica il Leopardi, più tristi; ma coi volti si son composti a serietà anche gli animi. Dissi i mutamenti che mi addoloravano; ma ci sono anche quelli che mi confortano. Incontro qualcuno dei miei compagni, di quei che avevano meno giudizio e meno proposito, e mi meraviglio di sentirli parlare, come parlano, di patria, di lavoro, di dovere da compiere, di avvenire da preparare. Un rivolgimento generale s'è operato negli animi, e, forse in virtù dei molti e grandi casi seguìti in questi pochi anni, oltre che generale, precoce. In alcuni una segreta ambizione, in altri la cura della famiglia, in molti la sazietà della vita dissipata, in non pochi una schietta e spontanea passione per gli studii, sorta all'improvviso in mezzo alla noia degli ozii della guarnigione, hanno raccolto i pensieri vaghi, e composto ad uno scopo le forze disperse; hanno indotto l'abito della riflessione, e rivolte le menti ai grandi problemi della vita; hanno dato a tutti un perchè di questa vita e segnato a tutti un cammino da percorrere, e tolto il tempo di rimpiangere inutilmente il passato. Siamo entrati nella seconda giovinezza, con qualche disinganno, con un po' di esperienza e colla persuasione che la felicità, — quel poco che se ne può godere quaggiù, — non si ottiene dibattendosi e tempestando e gridando al cielo e alla terra: — La voglio! — ma si cava a poco a poco dalla più intima parte dell'anima colla lunga costanza d'una quiete operosa. Alle visioni splendide son succedute le speranze modeste; ai grandi disegni, i saldi propositi; alla immagine sfolgorante della guerra, Dea promettitrice di ebbrezza e di glorie, l'immagine dell'Italia, madre, la quale non promette — e ci basta — che il conforto altero d'averla amata e servita.

IX.

E l'animo nostro è uscito più forte dal dolore della guerra perduta.

A me par di vedere un giorno in cui da un capo all'altro del paese si ripeterà il terribile grido: Vengono! — e noi balzeremo in piedi, pallidi e alteri, rispondendo: — Li aspettiamo. — Allora, per le vie delle nostre città, affollate di popolo, di soldati, di cavalli e di carri, al suono del nome d'Italia, fra lo strepito delle armi e gli squilli delle trombe, i miei dugento compagni si rivedranno, io li rivedrò, molti per un'ora sola, alcuni forse per un solo momento, di notte, davanti a una stazione di strada ferrata, al lume delle fiaccole; ci rivedremo e ci saluteremo in silenzio, stringendoci la mano fortemente, e guardandoci negli occhi. Non più grida, non più canti, non più gioia clamorosa, non più sogni di marcie trionfali, non più quel confidente e leggiero: — A rivederci, — con cui si vela l'immagine della morte, e si alimenta, più che il coraggio, la speranza; noi non ci diremo che: — Addio; — e quell'addio sarà una promessa reciproca, un patto, un voto; quell'addio vorrà dire: — Questa volta non si deve ridiscendere la china della montagna; io rimarrò sulla vetta, e tu pure. —

E sovente, precorrendo un lungo spazio di tempo, fantastico campi di battaglia lontani, sui quali si giocano le sorti d'Italia. Volo col pensiero di valle in valle, di colle in colle; e in tutti i passi più difficili, e in tutti i punti più pericolosi, mi figuro un amico di collegio, coi capelli grigi, già colonnello o generale, alla testa del suo reggimento o della sua brigata; e mi compiaccio di figurarmelo nel momento, in cui, assalito da molta forza nemica, dirige la resistenza. Le due parti sono alle prese, ed egli, dalla cima di un'altura, osserva il combattimento nella valle. Povero amico! In quel punto forse si decide della sua vita e del suo onore; trent'anni di studii, di sacrifizii, di speranze, stanno per essere coronati di gloria o dispersi come un pugno di polvere, là su quella china verde che gli si stende dinanzi; e tutto dipende da un nulla. Ed egli guarda, immobile, pallido, ed ha tutta l'anima negli occhi, e la sciabola gli trema nella mano convulsa. Io gli sono accanto e lo fisso nel viso, e acconsento involontariamente con la persona a tutti i suoi tremiti, e sento tutto quello ch'egli sente, lo intendo, vivo in lui. — Coraggio, amico; tu hai infuso nei tuoi soldati la tua anima generosa, vinceranno, non ti turbare. Quel movimento incerto che vedi là verso l'ala destra, non è che un momentaneo scompiglio cagionato dall'ineguaglianza del terreno; non danno indietro, no; senti, le grida risuonano più alte, i colpi strepitano più fitti, l'ultimo battaglione è entrato anch'esso nel combattimento, tutti i tuoi soldati combattono. — Ah! ora sì che i suoi occhi corrono avidamente da un capo all'altro della linea; ecco, egli si fa più pallido; questo è il punto! la sua vita pare sospesa.... — Che sono queste voci lontane? Che è quella fiamma che gli sale al volto? quel sorriso? quello sguardo al cielo? Hanno vinto! Ma per Dio! prima di partire, voltati, ferma quel cavallo, son io, senti, un tuo amico di collegio, porgi le braccia, un bacio, ed ora va, vola tra i tuoi soldati, e che Iddio t'accompagni. — Ha slanciato il cavallo di carriera, è già in fondo alla valle, è sparito.

E chi sa, quanti dei miei compagni si troveranno un giorno, un'ora della loro vita, in quel cimento! Chi sa che molti non abbiano a illustrare il loro nome qualche grande servigio reso alla patria, che alcuni di questi nomi non abbiano a diventar cari al popolo, che io stesso non abbia una volta a veder passare per una strada di qualche città italiana un mio antico vicino di studio, o di tavola, o di letto, in grande uniforme di generale, sopra un bianco cavallo coperto di fiori, in mezzo a due ale di popolo festante! E chi sa pure se un giorno io non andrò a picchiare alla porta di alcuno di loro, per gettargli le braccia al collo appena mi apparirà dinanzi, — pallido, triste, invecchiato di dieci anni nel giro di pochi mesi; — se non andrò da lui per confortarlo, per dirgli che la sentenza del paese è stata ingiusta, che grande è ancora il numero di coloro che non rovesciano sul suo capo tutta la colpa del disastro, che verrà tempo in cui si calmeranno le passioni e si ritorneranno in onore le vittime delle condanne avventate, che il suo nome è ancora rispettato e caro, che non s'accasci, che ripigli animo e speri?

Ah! quando io penso alle fiere prove che molti di essi avranno a durare nella vita, al bene che potranno fare al loro paese, all'inestimabile prezzo cui dovranno pagare la loro gloria; quando penso a queste cose io che lasciai l'esercito, sento che per non restare addietro ai miei compagni nel pagare il mio debito di gratitudine alla patria, dovrei faticare senza riposo, vegliare le notti sui libri, conservare con rigorosa temperanza di costumi il mio vigore giovanile per rivolgerlo fresco ed intero ai lavori della mente; menare una vita illibata per acquistare il diritto di predicar la virtù, e mantenere viva e pura questa fiamma d'affetto, di cui riesco qualche volta a trasfondere una scintilla nel petto degli altri; studiare il popolo, i fanciulli, i poveri, e scriver per loro; non lasciarmi sfuggir mai dalla penna una parola ignobile, sacrificare tutte le mie fantasie al bene comune, non disanimarmi mai per contrarietà, non ambir mai lodi, non desiderare, non aspettare mai nulla, fuorchè il giorno in cui potessi dire a me stesso: — Ho fatto quello che potevo, non sono stato inutile nella vita, questo mi basta. —

X.

Che idea mi passa pel capo, ora che sto per finire! Vorrei aver qui un giovinotto di diciasette anni, d'indole bona e di costumi gentili, ma poco esperto, come a quell'età siam tutti, del cuore umano; e mettendogli una mano sulla spalla, dirgli amichevolmente: — Vuoi tu procurarti fin d'ora un argomento di pace e di serenità per l'avvenire? Tratta i tuoi amici cogli stessi riguardi che useresti a una donna, perchè, credi, non v'è offesa o parola amara o atto sgarbato fatto ad alcuno di loro (sia pure scusabile e venga pure per lungo tempo dimenticato) che un giorno non ritorni alla memoria, e non rincresca, e non turbi. Dopo molti anni, ricordando i miei amici lontani, mi rammento d'uno screzio che ci fu tra me e un di loro, di qualche motto pungente che ricambiai con un altro, del proposito fatto e mantenuto per molti mesi di non rivolgere la parola ad un terzo; — fanciullaggini; — eppure, quanto sarei contento di non avere alcuna di queste fanciullaggini da rimproverarmi! E benchè io sia sicuro che non hanno lasciato traccia negli altri più che in me, quanto desidero sempre che si presenti un'occasione di poter assicurarmene meglio, dissipando quell'ultima ombra leggerissima che, per caso, vi fosse rimasta! Quando s'arriva a quell'età in cui comincia ad apparir vicino il termine della gioventù, e si pensa agli anni passati così presto, e agli altri che passeranno più presto ancora, e al pochissimo bene che s'è fatto, e al pochissimo che ci resterà ancor tempo di fare, quel sentimento d'orgoglio, che ci rese qualche volta duri e incresciosi agli amici, ci sembra una così meschina, risibile e spregevole cosa, che, se si potesse, si tornerebbe indietro per riprendere daccapo tutte le discussioni col tono più soave della nostra voce, per porgere tante volte la mano in atto di chieder pace, quante sono le scrollate di spalle che si diedero pel passato; per cercare gli amici offesi, guardarli negli occhi, e dir loro:

— Non c'è più nulla, non è vero?... —

XI.

Cari amici! Non foss'altro che perchè vidi con voi, per la prima volta, tutta la mia patria, come potrebbe il mio pensiero non correre sempre a voi, e il mio cuore non desiderarvi? Quando dal bastimento vidi biancheggiare lontano la immensa curva del golfo di Napoli, e giunsi impetuosamente le mani, e risi, e pensai a mia madre, ed esclamai: — È un sogno! — ; quando di sulla cima del colle del Noviziato abbracciai, per la prima volta, con uno sguardo solo, la città di Messina, lo stretto, gli Appennini, il Capo Spartivento, e dissi tra me, con un sentimento quasi di tristezza: — Qui finisce l'Italia! —, quando sulla vetta di Monte Croce vidi per la prima volta, di là dalla vasta campagna brulicante di reggimenti tedeschi, le torri di Verona, e tesi le braccia con uno slancio di gioia, gridando come se temessi che ci fuggissero: — Aspettate; — quando vidi per la prima volta, di sull'argine di Fusina, lontana, azzurra, fantastica, la città di Venezia, esclamai colle lagrime agli occhi: — Divina! — quando scorsi per la prima volta, dall'altura di Monterotondo, Roma, circondata dal fumo delle nostre batterie, ed esclamai con un fremito: — È nostra! — sempre ebbi accanto qualcuno di voi, che, preso dalla stessa commozione, mi afferrò per un braccio, mi scosse, e mi disse: — Com'è bella l'Italia! — ; sempre qualcuno di voi che alternò con me le risa, le lagrime, i versi! Non v'è punto d'Italia, nè caso lieto, nè commozione profonda, di cui io mi ricordi, senza che mi paia di sentire il suono d'una sciabola, che dice: — Son qui! — senza che mi paia di stringere la mano d'uno di voi, senza che io mi domandi dove quest'uno si trovi, e che cosa faccia, e che cosa pensi, e se rammenti egli pure i bei giorni passati insieme. Oh! potrò incontrare nella vita un gran numero di altri amici intimi, fedeli, generosi, di cui mi si presentino in folla, ogni momento, le immagini sorridenti; ma di là da questa folla, di sopra a tutte quelle teste, lontano, vedrò sempre ondeggiare i vostri pennacchi e luccicare i numeri dei vostri berretti; e mi slancerò sempre verso di voi per dirvi: — Parliamo del nostro collegio, dei nostri viaggi, di guerra, di soldati, d'Italia. —

XII.

Certo una gran parte di noi, antichi compagni di collegio, arriveremo a vedere il secolo XX. Strana idea! Capisco bene che si passerà dal mille novecento al novecento uno, come si sarà passati dal novantanove al cento, e come si passa da quest'anno al venturo. Eppure, mi sembra che allo spuntare del primo giorno del nuovo secolo si dovrà provar la sensazione di colui che, giunto sulla vetta di un'alta montagna, vede dinanzi a sè nuove terre e nuovi orizzonti. Mi pare che quella mattina ci si dovrà rivelare qualcosa d'impreveduto e di meraviglioso; che ci prenderà un senso quasi di spavento del trovarci tanto innanzi; che ci parrà d'essere stati lanciati da una forza arcana da un orlo all'altro d'un abisso smisurato. Fantasie! Io presento bene quello che saremo noi in quegli anni; e non solo lo presento, lo vedo. Vedo una sala con un camminetto in un canto, o meglio molte sale con molti camminetti, e molti vecchi davanti al fuoco, seduti sur una poltrona, col mento sul petto; e poco più in là un tavolino con un lume in mezzo, e intorno una corona di ragazzi, che potranno essere figliuoli o nipoti, e che a un dato momento si accenneranno l'un l'altro il babbo o lo zio, dicendo piano: — Dorme; — e ridendo dell'espressione grottesca che avrà preso nel sonno il nostro volto rugoso. E forse allora ci desteremo, i ragazzi ci verranno intorno, e vorranno sentire, secondo l'uso, racconti di tempi molti lontani, e ci domanderanno con viva curiosità: — Zio, ha mai visto lei il generale Garibaldi? — Babbo, ha mai osservato davvicino il re Vittorio Emanuele II? — Nonno, non le è mai seguìto di sentir discorrere il conte di Cavour? — Ma sì, e come, e quante volte! — Ma dica dunque, come erano? Somigliavano molto ai ritratti? In che modo parlavano? — E noi diremo ogni cosa, e via via ricordando, raccontando, descrivendo, la nostra voce riacquisterà a poco a poco l'antico vigore, e ci s'infiammeranno le gote, e sarà per noi una grande dolcezza il vedere quegli occhi vivaci accendersi, e quelle fronti innocenti sollevarsi con un movimento altero, e quelle mani piccine e bianche fare un cenno ad ogni nostra interruzione, come per pregarci: — Dica ancora. —

E chi sa che sarà seguito allora sulla faccia della terra? Sarà re d'Italia Vittorio Emanuele III? Ci saranno i bersaglieri a Trento? Qualche nostro amico d'oggi, applicato al Ministero degli affari interni, sarà governatore di Tunisi? La Francia sarà passata per un altra trafila d'imperi, di repubbliche, di Comuni e di regni? Avremo avuto la minacciata invasione dei popoli nordici? L'Inghilterra avrà ricevuto anche essa il suo scappellotto? Avremo provato un po' di Comune? Sarà nato un grande poeta? Si sarà riformata la Chiesa? Si sarà rifatta Roma? Ci saranno ancora eserciti? Che saremo noi nel nostro paese? Che avremo fatto? Come avremo vissuto?

Ah! qualunque cosa sia per accadere, e qualunque sia la sorte che ci aspetta, se avremo lavorato, se avremo amato, se avremo creduto, — le sere che, seduti in un seggiolone a braccioli sul terrazzino della nostra casa, agli ultimi raggi del sole, penseremo alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai monti, alle colline, ai carnovali e alle isolette del mar Tirreno che sognavamo in collegio; — ci turberà, si, il pensiero di dover abbandonare tra breve tante care anime e una così bella patria; ma ci splenderà pure sul volto quel sorriso queto e sereno, che è come l'alba d'una giovinezza nuova, e che tempera l'amarezza dell'addio colla tacita promessa: — Non per sempre!

CAMILLA. RACCONTO.

I.

Una vecchia signora della città di***, avendo bisogno di una donna di servizio, pregò per lettera una amica, che stava in una città vicina, di mandarle la sua; quest'amica doveva abbandonar l'Italia tra poco.

La risposta non si fece aspettare, e fu affermativa. — La ragazza — diceva la lettera — partirà domani. Non vi posso dare informazioni intorno alla sua famiglia, perchè essa non me n'ha mai voluto dare, e non ho potuto procurarmele io, perchè non mi ha nemmeno voluto dire di che paese sia. Qualunque altra donna m'avesse voluto tenere questo segreto, le avrei detto: — Tenetevelo, e andate pei fatti vostri. — Con questa ragazza non n'ebbi il coraggio; mi parve fin dalle prime così buona, onesta e gentile, che dovetti accettarla senz'altro. Forse si avrà a vergognare dei suoi parenti, e per questo non vorrà che si conoscano. Checche ne sia, sono profondamente persuasa che in questo mistero essa non ci ha colpa. Ve la mando senza timore. Usatele però dei riguardi, risparmiatele certe fatiche, perchè è debole e malaticcia. È anche bellina, badate. —

La ragazza venne, si presentò alla signora timidamente, aveva un bel sorriso, piacque, si accordarono. Si chiamava Camilla. Non era bella, ma simpatica: un po' pallida e malinconica; sorrideva solamente quando le parlavano, come per dovere di cortesia.

Sin dai primi giorni la signora cercò di saper qualcosa della sua famiglia. Si turbò, diede risposte vaghe, pareva che quelle domande le facessero male. La signora voleva sapere almeno dov'era nata. Essa pronunziò il nome di un villaggio, il primo che le occorse alla mente, con un'aria che diceva: — Non è questo; ma ve lo dico, per cavarmi di imbarazzo. — Bastò: la signora non insistette di più; ritentò qualche tempo dopo, ma collo stesso effetto; decise infine di non darsene pensiero.

Ogni giorno si mostrava più diligente, più mansueta, più dolce. La figliuola piccina della signora le aveva posto un affetto vivissimo; la signora stessa non faceva che lodarsene e compiacersene con parole che parevano ispirate da una calda simpatia; di che il marito soleva canzonarla, dicendole ch'ella era un'anima romanzesca soggiogata dal fascino del mistero; ma che il tempo avrebbe fatto la luce, e la luce rischiarato Dio sa che cosa. Ma il tempo non rivelò nulla, e Camilla si fece sempre più amare.

Aveva un solo difetto, se si può chiamare difetto una sventura: ed era una estrema sensitività nervosa, che la faceva tremare a un rumore improvviso, all'apparire inaspettato di una persona, a una voce che la chiamasse da un'altra stanza, a qualunque movimento o suono o vista, a cui non fosse preparata. Qualche volta le prendeva quasi male. Nè letture di cose tristi, nè narrazioni di misfatti, nè descrizioni di spettacoli, nei quali fosse la più lontana idea di un pericolo, si potevano fare in sua presenza senza che dèsse così manifesti segni di turbamento e di pena, da fare smettere il parlatore più ostinato. Quando una, quando due volte al mese, non per altra cagione che per queste scosse, era costretta a mettersi a letto, e a starci un par di giorni, prima dolorosamente agitata e poi rifinita come da una lunga malattia.

Una sera tutta la famiglia era raccolta nella sala da pranzo, e Camilla seduta in un canto. Era notte avanzata; chi leggeva, chi scriveva, nessuno parlava; non si sentiva fiatare. Sul terrazzino c'eran dei vasi di fiori; e solo il rumore delle foglie scosse dal vento, e i rintocchi lontani di una campana turbavano quel silenzio. A un tratto s'udì in una stanza accanto un colpo forte come di cosa pesante caduta dall'alto, e insieme un acutissimo grido. Quasi nello stesso punto un altro grido, più acuto del primo, proruppe dalla bocca di Camilla. La signora, il marito, i figliuoli, senza badare a lei, corsero nell'altra stanza. — Non è nulla! — gridò dopo un momento la madre. Era la bambina che, cercando al buio la corda del campanello per fare uno scherzo, aveva urtato colla mano in un grosso martello appeso al muro, e il martello le era caduto sui piedi. Tornarono subito nella sala da pranzo e là videro Camilla distesa in terra. L'alzarono, le sanguinava il viso; nel punto stesso che aveva gettato il grido, era svenuta, e nel cadere aveva dato della fronte contro una seggiola. La portarono a letto, rinvenne; ma le si manifestò subito una febbre così violenta, che ne furon tutti spaventati. Quando potè parlare, domandò che cosa fosse stato quel colpo e quel grido; glielo dissero; dapprima pareva che non volesse credere, non era bene in sè, usciva in esclamazioni senza senso. Poi parve che ricuperasse la ragione, e allora, fattosi spiegare di nuovo quello che era accaduto, domandò perdono dell'inquietudine di cui era stata cagione, e pianse. Cercarono di consolarla. — Che c'è da piangere? — le domandò la bambina. Ed essa piangendo più forte rispose: — Lo so io! —

Il giorno dopo mandarono pel medico. Il medico venne e, prima d'entrare nella camera di Camilla, si fece raccontare tutti gli accidenti che avevano preceduto la malattia. Entrato, esaminò la malata, le fece qualche interrogazione intorno al suo stato presente, e poi le domandò:

— Dica: ha mai avuto nessun grande spavento nella sua vita? —

La ragazza si scosse violentemente, e di pallida che già era, diventò pallidissima.

— Mi risponda sinceramente; le faccio questa domanda per suo bene.

— Nessuno spavento... — balbettò Camilla dondolando il capo, e fingendo di cercare nella sua memoria.

— Me lo può assicurare? — ridomandò il medico.

— .... Sì.

— Mi perdoni se insisto, — il medico ripigliò. — Lei, forse, per certe ragioni sue particolari, non mi vorrà dire la verità; ma lei ha veramente avuto qualche grande spavento, che le deve aver fatto molto male; me lo dica; una caduta? un pericolo corso da lei o da qualcuno della sua famiglia? un delitto commesso in una strada o in campagna, di cui lei sia stata spettatrice all'impensata? —

Camilla tremò forte come se le pigliasse la febbre; poi chiuse gli occhi, e voltò la testa dall'altra parte lasciandola cadere pesantemente sulla spalla.

La bambina mise un grido.

— Non è nulla, — disse il medico· — mi lascino solo; forse non vuol confidare il suo segreto che a me. —

Fu lasciato solo.

Di lì a un quarto d'ora uscì, e tutta la famiglia gli si strinse intorno.

— Non le ho cavato di bocca una parola, — disse il medico; — ma sono più che mai persuaso che una grande commozione di spavento sia stata la cagione della sua malattia; essa non vuol dir nulla; è segno che c'è sotto qualcosa. La malattia è grave, il sistema nervoso ha avuto una scossa funesta. La giovane, a quanto pare, era già prima di una complessione fisica assai delicata; il colpo, che non avrebbe forse offeso una persona robusta, è stato troppo forte per lei. Loro potranno tentare di scoprir qualcosa; ma non è necessario; la natura della malattia è abbastanza palese.

A un'ultima domanda direttagli mentre apriva la porta per uscire, rispose sottovoce poche parole che fecero restar tutti pensierosi.

L'inferma andò peggiorando rapidamente. Spesso le venivano accessi di delirio, a cui tenevan dietro spossatezze mortali e letarghi profondi. Delirando parlava, e tutti raccoglievano ansiosamente le sue parole, per veder di cavarne qualche lume sul fatto che essa mostrava di voler nascondere. Ma non riuscirono a nulla. Osservarono però un atto che faceva sovente, di coprirsi il volto colle mani e di scotere il capo come vien fatto alla vista improvvisa di qualcosa che ci metta orrore. Qualche volta si metteva a sedere sul letto e guardava qua e là pel pavimento cogli occhi stralunati, come se ci fosse qualcosa di sparso che si movesse. Tratto tratto, nei momenti di maggiore agitazione, faceva un cenno per imporre silenzio, si cacciava una mano dietro l'orecchio come per raccogliere meglio un suono lontano, e gridava con un accento di terrore: — Giù! — Ma l'idea più strana, alla quale essa tornava ogni momento, e qualche volta anche a mente tranquilla, era che qualcuno cercasse di portarle via la sua roba: un par di vestiti e un po' di biancheria, che eran chiusi in un piccolo baule accanto al letto. Vi teneva l'occhio su continuamente; si sarebbe detto che aveva là dentro qualche gran segreto. Un giorno disse che voleva bruciare ogni cosa, e la bambina le rispose che non gliel'avrebbero permesso. — Allora, — mormorò essa, — mi prometta che lo faranno appena sarò morta. — Del resto, era sempre dolce e rassegnata, e non finiva mai di ringraziare i suoi padroni delle cure che le prodigavano e dell'affetto che mostravan di avere per lei. — Io lo so che debbo morire, — disse un giorno alla signora... — ci son preparata; ma mi rincresce di morir qui, e dar un dolore a loro che mi hanno fatto tanto bene... (e poi guardando intorno) e rattristare anche la casa. Mi faccia una grazia, mia buona signora! — proruppe finalmente con voce supplichevole; — mi faccia portare all'ospedale! —

Una mattina, con grande stento e con molta segretezza, scrisse una lettera. La signorina se n'accorse, e le disse di dargliela che l'avrebbe fatta portare alla posta. Camilla ricusò, e la pregò invece di far venir la portinaia, che non sapeva leggere. La portinaia venne, e Camilla le mise la lettera in tasca, facendosi promettere che l'avrebbe gettata in buca senza far vedere l'indirizzo a nessuno.

Intanto andava sempre più perdendo le forze, e il medico non le dava più che pochi giorni di vita. Una sera, presa da que' soliti accessi di febbre nervosa, dopo lunghi spasimi, ma colla mente serena e presente a sè stessa fino all'ultimo momento, morì. Le ultime sue parole, colle quali parve che volesse svelare qualcosa, non furono intese.

Fu convenuto allora di far nuove ricerche intorno alla famiglia, per poterle almeno mandare la roba della giovane, non perchè si credesse che i suoi parenti l'avrebbero in alcun caso richiesta per ciò che valeva, ma perchè si supponeva che avrebbero avuto caro quel ricordo. Si scrisse, si fece domandare, investigare; infine si pensò di aprire il suo baule per vedere se ci fosse qualche lettera, o appunto, o indizio qualsiasi di dove fosse nata e da chi. Il baule fu aperto in presenza del medico e di tutta la famiglia. La signora tirò fuori ad uno ad uno i panni e la biancheria. In fondo, in mezzo a due o tre involti, si trovò una lettera aperta. La signora la prese e la lesse: erano poche righe scritte da Camilla; una lettera cominciata e lasciata a mezzo, senza intestazione. Diceva: “... Dopo quel giorno io son sempre stata male, perdevo le forze e non reggevo più ai lavori di campagna. Per questo in casa mi trattavano con cattivi modi e mi dicevano che non ero più buona a nulla; e spesso anche mi rinfacciavano il tuo caso, e mi facevano capire che sospettavano di me, che io ti avessi consigliato. Questo sospetto finì di togliermi il coraggio, e loro mi avrebbero forse cacciata di casa, perchè ero inutile; ma io presi la risoluzione di andare a servire in città, e speravo di trovare qualche buona famiglia che avesse compassione del mio stato, e mi pigliasse in casa per i servizii che non vogliono tanta fatica; e poi non potevo più stare in quella casa dopo quello che era accaduto, perchè mi faceva paura, e soffrivo troppo. Ora eccomi qui in città e ho trovato una buona famiglia: ma non dico nulla a nessuno, e non dirò mai nulla; solamente a pensare che qualcuno lo sappia mi pare che avrebbero orrore di me che non ci ho colpa; e non voglio nemmeno che a casa abbiano mie notizie: io gli perdono, ma mi hanno trattato troppo male a lasciarmi andar via sola, malata com'ero, e senza protezione....„

— C'è dell'altro scritto, — osservò il medico.

La signora voltò il foglio; c'era in fatti qualche riga, in fondo a una pagina piena di cancellature, che nascondevano affatto lo scritto: “Io ho poi fatto un involto di quel vestito e per levarmelo d'innanzi agli occhi l'ho cacciato in fondo al baule. Sono passati tanti mesi e sempre mi pare d'avercelo messo ieri, e non ho più avuto il coraggio di toccarlo; che appena a stender la mano mi sento tremare tutta, e quasi mi mancano le forze....„

— Vediamo l'involto, — disse la signora riponendo la lettera; e tirò fuori dal baule un involto fasciato di carta. Stracciò la carta e n'uscì un vestito di donna.

— Che cos'è questo? — gridò spaventata la signora, guardandolo da tutte le parti.

Il medico si mise gli occhiali, prese il vestito, lo guardò qua e là attentamente, e lasciandolo cadere in terra, disse: — È macchiato di sangue. —

Questa scoperta diede luogo a un'infinità di congetture e di sospetti; ma non rischiarò punto il mistero. La famiglia, d'altra parte, non fece altre ricerche; e a poco a poco lasciò cadere la cosa in dimenticanza. Quando una sera tardi — circa un anno dopo che avevano aperto il baule — si presentò all'uscio uno sconosciuto chiedendo di parlare alla signora.

La signora lo ricevette nell'entrata, insieme con suo marito e i suoi figliuoli. Era un giovane sui venticinque anni, pallido, meschinamente vestito, coi capelli lunghi, d'un aspetto dimesso come un povero; ma con cert'occhi che non ispiravan punto fiducia.

Gli domandarono che cosa voleva.

Egli guardò intorno con un'aria attonita, come se riconoscesse la casa, e mostrando un foglietto di carta che teneva in mano, domandò umilmente:

— Son loro i signori***? —

Gli risposero di sì.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava Camilla, e che è morta.

— Che è morta, — rispose la signora fissandolo.

— E.... — domandò il giovane con voce commossa — com'era caduta?

— Com'era caduta? — ripeterono tutti maravigliati.

— O non è morta, — riprese il giovine, mostrando di nuovo la lettera; — non è morta per conseguenza d'una caduta dalla finestra.... ed ebbe appena il tempo di scrivermi?

— Che! — rispose la signora; — è morta d'una malattia nervosa, la povera giovane; una malattia che la fece soffrire tanto tempo, morta quasi di consunzione, per un grande spavento che si dice avesse avuto non si sa quando; una disgrazia, che so? qualche terribile caso di certo; — e lo guardava fisso.

Lo sconosciuto rimase qualche momento senza parola, colla bocca aperta e cogli occhi spalancati; poi cominciò a contrarre il viso, a tremar tutto, a guardar or l'uno or l'altro con un'espressione di angoscia; in fine gettò un grido doloroso e si precipitò giù per le scale.

Gli si slanciarono dietro, volava, non lo raggiunsero.

Si può immaginare la curiosità, la trepidazione, i sospetti, che la visita inaspettata di quell'uomo dovette far nascere. Per parecchi giorni non si pensò e non si parlò d'altro; chi consigliava di riferire il fatto alla Polizia, chi di andare in traccia dello sconosciuto per la città, chi di ricominciare le ricerche intorno alla famiglia di Camilla. Quando una sera, che c'era il medico, e si discorreva sull'argomento solito, sentirono picchiare all'uscio, e dopo un poco la voce della donna di servizio che diceva dall'altra stanza: — Signori, vengano un momento loro: io ho paura. —

Tutti accorsero: era lo sconosciuto, più pallido e più malandato che la prima volta, coi panni che gli cadevano a brandelli.

— Che volete qui? — gli domandarono.

Egli fissò la signora con tanto d'occhi, come se non l'avesse mai vista, e disse:

— Son loro i signori***?

— Sì, ve l'abbiamo già detto, — rispose la signora.

— Una volta — continuò egli — serviva qui una giovane, che si chiamava Camilla, e che è morta?

— O non vi si è già detto? — esclamarono tutti meravigliati.

— Perdonino, — mormorò il medico, facendo un cenno alla famiglia, e avvicinatosi allo sconosciuto, lo prese pel braccio, e gli disse amorevolmente: — Andatevene pei fatti vostri, buon uomo; qui non c'è nulla per voi; andate. —

E lo spinse fuori adagio adagio, e chiuse la porta. Poi si voltò verso la famiglia che aspettava una spiegazione, e disse: — Quel giovine è diventato scemo. —

II.

Nella provincia di***, in Piemonte, v'è un villaggio, che la gente dei dintorni chiama il villaggio dei Musi duri, per canzonare la musoneria dei suoi abitanti. E debbono essere in fatti i più serii della provincia, se è vero che la natura del luogo dove s'abita produca sempre un qualche effetto sulle indoli e sugli umori; perchè il villaggio è posto in una bassura profonda, scarsa di luce, quasi sempre coperta di nebbia e circondata dì monti alti e rocciosi. Però quel duri s'addirebbe anche meglio alle teste che ai visi, perchè il contadino di quella terra ha in sommo grado il carattere del contadino piemontese; buono, onesto, operoso; ma in tutte le faccende di questo mondo, in cui occorra di mutar parere, di cedere, di piegarsi, più duro del granito. E come in mercato, per ridurlo a lasciarvi passare, dopo avergli detto tre volte: — Permettete! — siete costretti a dare cinque passi indietro, prendere una rincorsa di fianco, e urtarlo in modo da sbalzarlo nel muro; così quando si tratta di sradicargli un pregiudizio, di spuntargli una picca, di rimuoverlo da una risoluzione, il più longanime e vigoroso ragionatore del mondo ci perde la pazienza e la voce; e gli bisogna proprio concludere, come dicono le mamme ai fanciulli testardi, che non c'è altro che tagliargli il capo. E son così rigidi e cocciuti, ma non punto corti d'intelligenza. Stentano ad intendere, sì, e stanno un pezzo cogli occhi imbambolati e la bocca aperta prima d'afferrare un'idea; ma poi la imprigionano in quella loro mente rozza, e ce la tengono, quasi gelosi della conquista, con una stretta così tenace, e tanto la voltano e la rivoltano e la rimuginano, che finiscono per possederla e comprenderla meglio d'un'intelligenza aperta che l'abbia colta di volo. Ma questa loro tardità d'intelletto, che essi sanno d'avere, e una tal quale grossolana astuzia che li fa temere sempre d'essere gabbati dalla gente più destra, dà ai loro modi e al loro linguaggio un che di monco, di gretto, di diffidente, che, a primo aspetto, li fa giudicare assai peggio di quello che sono. Del resto, hanno capito fin dalle prime, che per non essere messi in mezzo dai furbi, una delle prime cose da farsi era imparare a leggere e scrivere, e perciò hanno fatto buon viso alle prime scuole che furono aperte nel villaggio, e ci mandarono i figliuoli, e finirono con andarci anche i vecchi. In fondo è un villaggio, che beati noi se da un capo all'altro d'Italia gli somigliassero tutti.

Pochi anni sono, in una casa di contadini posta all'estremità di questo villaggio, accanto alla strada maestra, ci stava un giovane che per la sua cocciutaggine e il suo cipiglio si poteva proprio dire che fosse la espressione più fedele della natura di quella gente. Non era un accattabrighe, nè un ipocrita, nè un vizioso; che anzi bazzicava pochissimo cogli altri giovani del paese, e passava il più dei giorni in casa, e non aveva mai fatto sparlare dei fatti suoi; ma spiaceva a molti e di pochissimi era amico, non per altro che per l'orgogliaccio ombroso e stizzoso che traspariva dai suoi modi e dalle sue parole. Era uno di quelli che quando vi parlano, vi guardano il vestito, il cappello, le scarpe, e vi girano cogli occhi intorno al viso, e non vi fissano mai; sorridono e rassegano subito il sorriso; sbadigliano, e strozzano a mezzo lo sbadiglio; muovono una mano e la lasciano in aria come la mano d'un fantoccio; e ogni loro parola, o sguardo, o gesto è pensato e stentato; e finiscono col metter nell'imbarazzo anche voi, e non vedete l'ora di lasciarli, e voltandovi, quando li avete lasciati, sorprendete il loro sguardo nel punto che, sorpreso, vi fugge. Carlo era uno di costoro, e per questo spiaceva anche alle donne, benchè non fosse punto sgradevole d'aspetto. Era una figura, che nel villaggio, in mezzo alla folla che esciva di chiesa dopo la Messa, tra quelle cento faccie dalle fronti schiacciate, dai ciuffi irsuti, dai nasi torti e dal colore di terra cotta, tirava lo sguardo subito pei suoi tratti regolari, per gli occhi grandi e per la pallidezza. Era bassetto della persona e asciutto, ma d'apparenza robusta; e quel suo continuo corrugar della fronte gli dava allo sguardo una espressione di fierezza, che quando non era turbata dalla collera poteva piacere.

Egli aveva solamente il padre, che lavorava in una città lontana; e viveva nel villaggio con certi suoi zii e cugini, tra i quali una ragazza che si chiamava Camilla, rimasta orfana, e stata accolta in casa dalla famiglia stessa che aveva accolto lui. Con questa ragazza egli era vissuto fin da bambino, e com'è facile immaginare, appena arrivato all'età, in cui si comincia a guardar con occhio diverso il compagno di scuola e la figliola del portinaio, aveva preso, per dirla colle contadine toscane, a discorrerle; ed essa a rispondere, e la famiglia a lasciar correre, pensando che a suo tempo si sarebbero potuti sposare.

Questa ragazza che aveva sedici anni (tre meno di Carlo), era d'indole e di modi affatto diversi da lui. Ma l'affetto era nato colla dimestichezza, quasi di nascosto, ed anco perchè gli estremi, posto che si dice che si toccano, bisogna pure che s'avvicinino; e poi perchè in lei, umile e affettuosa, c'era quel sentimento segreto che spinge la donna verso gli uomini di natura aspra e violenta, quasi per un bisogno naturale di versare in altri la dolcezza dell'animo proprio, un desiderio di combattere e di soffrire, di espiare colpe altrui, di fare scudo della propria bontà e dei proprii dolori, a chi ne ha bisogno, contro i castighi del cielo. Carlo, a modo suo, le voleva bene; ma la feriva spesso con parole durissime, o la spaventava con selvaggi impeti di collera; il che seguiva per lo più quando essa, vivace e risoluta nel combattere il male e nel propugnare il bene, lo affrontava in qualche sua caparbietà colpevole, e col linguaggio stringente della convinzione e dell'affetto gli faceva capire d'aver torto; onde il suo orgoglio ferito, non sapendo come difendersi, assaliva. Ma le battaglie duravan poco: essa implorava la pace; e quando quella stessa sommissione, che era una maniera di vittoria, non tornava a inasprire l'avversario, la pace era fatta. Qualche volta riusciva a frenarlo, ad ammansirlo, a volgerlo al bene, e allora n'andava altera. E ogni giorno più si stringeva a lui per quel che di chiuso, di misterioso quasi, che v'era nel suo carattere; appunto perchè, come sempre segue, il suo cuore era tenuto in una continua curiosità d'affetto, e sempre immaginava che la parte nascosta fosse la migliore, e che a furia di cure, di sommissione, di sacrifizii sarebbe riuscita a cavarla fuori e a darle il di sopra.

La sera essi solevano stare insieme, davanti alla porta di casa: Camilla, seduta, lavorando; egli ritto colle spalle al muro. Parlavano poco, specialmente Carlo. Quando aveva la lingua sciolta era cattivo segno: era certo un po' di bile compressa, cui aveva bisogno di dare sfogo; e allora gli uscivan di bocca i discorsi più strampalati del mondo: non lavorar più, fare il contrabbandiere, andare in un paese straniero: e la ragazza a combatterlo fin che aveva fiato e speranza, e poi lagrime. — Sono un cattivo soggetto, eh? — finiva per dir lui, mezzo pentito; e Camilla, racconsolata subito da quelle poche parole, gli rispondeva asciugandosi le lagrime: — Non lo credo... —

III.

Una sera, all'ora convenuta, egli le venne accanto più accigliato del solito, e, strettale la mano, stette lungo tempo immobile, colle spalle al muro, muto. Camilla lo guardò di sfuggita, e n'ebbe quasi paura: non l'aveva mai visto così stravolto; era pallido e tremava.

— Che cos'hai? — gli domandò.

— Ho.... — rispose lui con impeto, senza voltare la testa — una bagattella. Ho che cinque giorni fa, quando abbiamo ricevuto la notizia che mio fratello maggiore era morto, non abbiamo pensato a una cosa!

— A qual cosa?

— Non ci abbiamo pensato nè io, nè tu, nè i miei parenti, nè il Curato, nè un cane al mondo, e non par possibile, bisogna dir proprio che avessimo la testa non so dove.

— Ma di' dunque!

— Dico, dico.... pur troppo che l'ho da dire: mi tocca andar a fare il soldato, eccola detta. —

La ragazza gettò un grido e balzò in piedi.

— Ora lo sai che cos'ho, — soggiunse il giovane.

E poco dopo riprese: — È così. La legge, se non lo sai, quando ci son tre figliuoli, piglia il primo e l'ultimo; e quando il primo muore, lascia star l'ultimo e piglia il secondo; io sono il secondo, tocca a me.

— Ma.... — disse la ragazza non ancora rinvenuta dal primo stordimento — è vero?

— Se è vero! Me l'ha detto il Sindaco, e poi va a vedere, hanno aggiunto il mio nome all'elenco. E non basta. Tra mio fratello e me non c'era che un anno di differenza; a me, in giusta regola, sarebbe toccata la coscrizione l'anno venturo; ma quest'anno, come saprai, e se non lo sai te lo dico, fanno due leve in una volta, perchè sono in credito d'una; per conseguenza siamo serviti. Tra un mese, via!

— Ma è possibile? — esclamò la ragazza con voce alterata.

— E come! — rispose il giovane con un sorriso rabbioso. — Ma non c'è da darsene pensiero, sai! Che cosa sono cinque anni! Una bagattella! Zaino, gamella, pan nero, e avanti! E viva il Re! —

E diede un così forte pugno nel muro che s'insanguinò le dita.

— Ma Carlo! — gridò Camilla afferrandolo; — cosa fai!

— Cosa faccio? — rispose egli con un riso convulso; — guarda cosa faccio! — e fece un atto impetuoso come per darsi un pugno nel mento. Ma fermò il braccio ad un tratto, diede in una risata ed esclamò: — Ah! mi dimenticavo che non si stracciano più le cartucce coi denti; tanto vale conservarli.

E si mise a passeggiare avanti e indietro canterellando colla voce strozzata fra i denti.

Camilla pallida, fuor di sè dalla sorpresa e dal dolore, lo seguitava senza parola, guardandolo cogli occhi spalancati.

— Cosa ne dici? — domandò Carlo fermandosi.

— Ma cosa ne ho da dire! — proruppe Camilla con voce tremante. — Ti dico che mi sembra un sogno! Ti dico che non ci posso credere! Ti dico che mi scoppia il cuore! — E gli gittò le braccia al collo singhiozzando.

— Oh lasciami stare! — egli rispose bruscamente svincolandosi e pigliando la via del villaggio; — ci vuol altro che tenerezze! —

IV.

Dopo un breve tratto di strada, Carlo incontrò un suo amico del villaggio, un uomo sui trent'anni, alto e asciutto, cogli occhi lustri e colla bocca torta in un atteggiamento sprezzante; il quale aveva nel vestire una certa attillatura rara a vedersi in giovani di campagna: capelli unti, cravattino, polsini e un par di grandissimi calzoni stretti intorno al collo del piede. Era uno di quei tanti cattivi contadini che hanno fatto malamente il soldato e che ritornano a casa peggiori di prima: colla goffaggine indelebile della loro natura, accresciuta dai vizii che presero in città e della spavalderia che impararono in caserma; un misto di villani, di bravi e di beceri, che puzzano d'acquavite e di pomata, e disprezzano “l'ignoranza.„

Costui, tornato in congedo al villaggio, aveva messo su una piccola bottega di liquorista.

Veduto Carlo, si fermò, e senza accostarglisi, gli disse con un sorriso compassionevole: — Lo so!

— E non c'è Cristi che tenga, eh? — soggiunse un momento dopo.

— Ci sei stato anche tu, — rispose Carlo.

— Gli è per questo, amico mio, che mi fai compassione! — Carlo rimase muto, cogli occhi fissi a terra.

— E Camilla? —

Carlo crollò le spalle.

— Mah! — soggiunse l'amico allontanandosi; — ora ci sei tu nelle peste: una volta per uno. —

Carlo si morse le labbra e tirò innanzi per la sua strada.

La voce s'era sparsa pel villaggio, egli era conosciuto, tutti lo guardavano. Qualcuno di quelli che avevano domestichezza con lui, vedendolo passare, si faceva sull'uscio della bottega, e gli gridava: — Si va, eh? — Altri, sogghignando, dicevano: — E' darà giù quella superbia! — E le ragazze: — Ora si vuol vedere Camilla! — Egli non guardava nessuno, ma si sentiva addosso, per così dire, gli sguardi di tutti; e in quel momento lo opprimeva assai meno il pensiero di dover andare a far il soldato, che l'immagine di tutti quei sogghigni della gente a cui era antipatico. — Se vi potessi pigliare uno alla volta! — brontolava, premendo il manico del coltello. Andò a parlare al Sindaco, rilesse l'elenco dei coscritti, e tornò a casa ch'era buio. Entrando, vide Camilla in un canto che piangeva, e allora, ricordandosi del modo brutale con cui le aveva dato la notizia della disgrazia, ne sentì rimorso, se le avvicinò e le disse piano: — Non c'è mica da disperarsi, poi.... Non è ancora sicuro.

— Come non è sicuro? — gridò la ragazza maravigliata.

— C'è anche la seconda categoria. — La ragazza stette pensando: seconda categoria, numeri alti, numeri bassi, quaranta giorni, — tutte queste idee le si affollarono nel capo confusamente.

— Mi potrebbe toccare il numero alto, — disse ancora Carlo.

— E allora non andresti! — esclamò Camilla.

— Ci andrei per quaranta giorni.

— Ma è proprio vero! — gridò la giovane con uno slancio di gioia.

— Sì; ma bisogna aver fortuna! — rispose Carlo.

— Ah sì! — gridò Camilla, — ma io pregherò tanto che Dio ci farà questa grazia — e corse a rinchiudersi nella sua stanza.

Carlo fu preso da un sentimento di tenerezza che da molto tempo non aveva più provato: ma poichè in lui anche i sentimenti teneri pigliavano un'espressione di dispetto e di collera, strinse il pugno, e, guardando il cielo stellato, mormorò a denti stretti:

— Ma è proprio una maledetta legge infame questa, che ci obbliga a lasciar casa, parenti, amici, tutto, per andar a fare.... il galeotto!

In quel momento una voce nella strada gridò canterellando:

— E non c'è Cristi! —

Era l'amico liquorista che, passando, aveva veduto spiccare la figura buia di Carlo sul fondo illuminato della stanza; Carlo ebbe un tremito.

— Zaino in spalla! — soggiunse la voce allontanandosi. E poco dopo:

— Pane colla muffa! —

E poi più lontano:

— E ferri corti! —

L'ultime parole furon seguìte da una risata, e poi tutto tacque nella strada buia e deserta.

V.

Venne il giorno che Carlo doveva andare in città a estrarre il numero. Partì la mattina presto per ritornare il giorno dopo alla stess'ora. Camilla lo accompagnò fin sulla strada, davanti alla casa, e facendo un grande sforzo, non pianse, e non profferì parola fino al momento di separarsi. Era pallida, e aveva negli occhi i segni della veglia e del pianto. Quando furono nella strada, raccolse tutto il suo vigore, richiamò tutto il suo coraggio, e stringendo tra le sue una mano del giovine, gli disse con voce tremante: — Torna subito. —

Carlo accennò di sì.

— E.... — proruppe essa con accento supplichevole — prendi un numero alto! —

Carlo sorrise, la baciò e s'allontanò rapidamente; essa rimase immobile.

— Un numero alto! mormorò un'altra volta con voce dolce e tremante.

Carlo, già molto lontano, si voltò; Camilla fece l'atto di estrarre il numero; poi convertì l'atto in un saluto; poi gli mandò un ultimo addio.

Dopo un po' rientrò in casa, e gittandosi sopra una seggiola, spossata dallo sforzo fatto, esclamò tristamente: — Ah, se il Re fosse qui a vedere quello che ci costa, non la farebbe mica fare la leva! Gli è che non lo sa, e non c'è nessuno che glielo faccia capire! —

Non è a dirsi in che stato d'animo passasse quel giorno e la notte seguente. A momenti si sentiva rifinita che le pareva di non poter più reggere fino al dì dopo; a momenti si sentiva dentro un'inquietudine, una smania, che le metteva quasi il bisogno di lavorare con furia, di affaticarsi, di stremarsi di forze, per cercare nella stanchezza un po' di riposo. Pregava, leggeva, usciva pei campi, tornava in casa, si buttava su tutte le seggiole, e sempre si vedeva davanti quella mano sospesa in atto d'entrare nell'urna e di estrarre il biglietto. Vedeva tutte quelle cartoline bianche, piegate, confuse, muoversi e rimescolarsi sotto le dita di Carlo come se fossero animate. — Questa! essa avrebbe voluto dire; — no, quell'altra! — No, per amor di Dio, quella sotto! — Ogni pezzetto di carta che vedeva in terra, i numeri scritti sui muri, qualunque oggetto che avesse una lontana attinenza a quello che le riempiva l'anima, le metteva un tremito. improvviso nel cuore. Due immagini, fra le altre, le si movevano di continuo davanti agli occhi: un soldato che s'allontanava per una strada deserta, e si faceva sempre più piccino, e spariva, e riappariva come un punto nero, e tornava a sparire; e un giovane vestito da paesano che per la stessa strada le veniva incontro cantando, con un numero sul cappello che diventava man mano più grande, fin ch'essa poteva leggerlo bene, un numero alto, il numero tanto sospirato, la sua salvezza, la sua vita. E queste due figure s'incontravano, si confondevano, si tramutavano l'una nell'altra con una vicenda rapidissima, che il cuore accompagnava con successione ugualmente rapida di gioie e di terrori faticosi e febbrili. E passò molte ore della notte pregando e piangendo.

La mattina dopo stette coi parenti ad aspettar Carlo davanti alla casa. Dopo una lunghissima ora, si vide apparire nella strada, molto lontano, un gruppo di gente, che fu riconosciuto subito al passo rapido, ai cappelli biancheggianti, ai canti che l'aria portava or sì or no all'orecchio, per il drappello dei giovani coscritti. Camilla s'appoggiò al braccio d'una sua parente; il drappello s'avvicinò; la ragazza e gli altri s'avanzarono.... Carlo non c'era!

I giovani passarono; avevan tutti il loro numero sul cappello; qualcuno salutò Camilla; essa non ebbe fiato per domandar notizie di Carlo; uno dei suoi parenti lo fece per lei.

— Carlo? — domandò a uno dei giovani rimasti addietro.

— È partito con noi, — rispose l'interrogato; — ma deve aver preso una scorciatoia.

— E che numero prese? —

Il giovane, chiamato dagli altri, pigliò la corsa senza rispondere.

— Il numero? Il numero? — gridarono Camilla e tutta la famiglia.

— Ecco il numero! — tuonò una voce improvvisa alle loro spalle.

Tutti si voltarono: era Carlo. Camilla gettò un grido disperato: egli aveva il numero sette.

VI.

L'amico di Carlo aveva fatto il soldato otto anni, aveva terminato il suo servizio d'ordinanza sulla fine del mille ottocento sessantasette, ed ora era libero affatto. Da soldato aveva appartenuto, in ispecie dopo la guerra del sessantasei, alla classe dei “malcontenti politici„; classe che un giorno si trovava soltanto fra gli ufficiali, che si estese poi ai sergenti, e finì col metter radice anche fra i soldati. Nell'ultimo anno del servizio era stato col suo reggimento di presidio in una città, dove tra i giornali di parte repubblicana e i giornali di parte monarchica sera agitata una lotta violenta a proposito dell'esercito; e ci erano stati tirati dentro generali, colonnelli, ufficiali di ogni grado; e s'erano trattate pubblicamente quistioni delicatissime di disciplina, facendone un chiasso e uno scandalo infinito. Come sempre segue in simili casi, via via che la discussione, o piuttosto la battaglia, si infervorava, andava pure allargandosi; cosicchè in breve, dall'argomento primo, ch'era l'alta amministrazione dell'esercito, s'era venuti ai più minuti particolari dell'economia dei soldato: prima del soldato in generale; poi del soldato di quei tali reggimenti; prima accusando il sistema, il Governo, il ministro; poi il generale di divisione, quel tal colonnello, quei tali capitani; si eran nominate le persone, si eran citati i fatti, si eran convocati dei giurì, si eran fatti dei duelli; e infine, dopo molto parlare, scrivere, stampare e sfidare, la tempesta si era quietata e tutto era rimasto nello stato di prima. Tutto fuorchè le teste dei soldati, le quali eran cambiate. I soldati (quelli che sapevano leggere) avevano preso gusto alla quistione e s'eran bravamente letti ogni giorno i giornali; puniti per essersi lasciati sorprendere a leggerli, s'erano messi a meditarli; puniti ancora, s'erano fatti ciascuno una raccoltina dei numeri più caldi, e ci davano poi una scorsa ogni tanto, di soppiatto, su per le scale della caserma nell'ora della pulizia, e dietro gli alberi della piazza d'armi nell'ora del riposo. A furia di leggere era rimasto in capo a ognun di loro un corredo di parole e di sentenze, che venivano poi snocciolando man mano, a mezza voce, coll'occhio bieco, quando l'ufficiale che li rimproverava avesse voltato le spalle. Un capitano, che li consigliasse a non bazzicar le bettole con cittadini che parlassero di monarchia e di repubblica, era un uomo che aveva paura delle idee nuove. Un sottotenente che, facendo un discorso alla compagnia, spiegasse che cos'è l'esercito, quale è il suo mandato c quali sono i suoi doveri, in un modo che a loro non garbasse, era un uomo che intendeva alla rovescia lo spirito delle istituzioni. Al tale sergente che dava un ordine e troncava la parola in bocca gridando: — Silenzio! — si rispondeva a fior di labbra: — Non sono un automa. — Alla parola soldato si accompagnava sempre, come aggiunto necessario, la parola povero, e certi sfoghi di collera contro un superiore lontano si chiudevano immancabilmente con una frase misteriosa che faceva scintillar gli occhi dei circostanti. — Ha da venire quel giorno.

Il nostro soldato era stato uno di questi, e dei più ardenti. Tornato appena al villaggio, coll'animo ancora agitato e la memoria fresca di quei fatti e di quelle letture, s'era dato a far propaganda delle idee nuove. Messa su una piccola bottega di liquori, ne aveva fatto il luogo di convegno dei malcontenti del villaggio. Là si leggevano giornali, si parlava di dilapidazione del pubblico Tesoro e di tratta dei bianchi e d'altre cose, che non tutti capivano; ma che mostravano di sentir tutti profondamente. E il nuovo tribuno era la voce più autorevole dell'assemblea non solo perchè dava spesso da bere a credito, ma perchè aveva infatti un certo ingegnaccio di cattivo soggetto, infarinato di linguaggio da gazzetta, e tenuto vivo e eloquente da uno stato abituale di mezza cotta.

La sera del giorno in cui Carlo era tornato da estrarre il numero, il nostro personaggio (si chiamava Marco) stava discorrendo con tre o quattro coscritti in un canto della bottega. Gli domandavano informazioni intorno alla vita del soldato, e lo stavano a sentire a bocca aperta.

— Il male, capite, — diceva cacciando indietro il cappello come per lasciar più libero corso al pensiero — il male è che i superiori non studiano, e non sanno niente di niente. E quando manca questo qui, — e si toccava la fronte coll'indice, — s'ha un bell'essere coperti di galloni e di croci, ma si sarà sempre ciuchi. Siamo indietro, ecco la gran quistione.

— E il mangiare? — domandò uno.

— La carne — rispose, accendendo il sigaro — è quasi sempre guasta; la zuppa si dà ai poveri; di vino non se ne parla. —

— Come si vive allora? — domandarono quelli.

— Ognuno s'ingegna; si piglia l'esempio dai superiori, vedete: ruba l'amministrazione militare, ruba l'intendenza, rubano gl'impresari, rubano i furieri, rubano i medici, è una ruberia generale, campano tutti alle spalle del soldato. —

Qualcuno gli domandò come si stésse a disciplina.

— Male.... i minchioni. I minchioni, vedete, nel mestiere del soldato, hanno sempre tutte le disgrazie. Il pane e acqua, i ferri, le sciabolate, son tutta roba per loro. Ma chi ha un poco di cervello e un po' di fegato, è un altro par di maniche. Bisogna saper mostrare i denti a tempo e luogo; anche i superiori hanno una pelle da conservare, capite bene;... tutto sta nel non lasciarsi mettere il piede sul collo. Un capitano aveva preso a fare le picche con me, e ogni settimana ero dentro; era una vita che non poteva durare. Un giorno io lo presi a quattr'occhi,... perchè, tenetevelo bene a mente, coi superiori non ci vogliono testimoni; se c'è chi vede, si è fritti; soli, si nega fino alla morte, e si salva la pelle. Lo presi a quattr'occhi, in un corridoio, di notte, che non se l'aspettava, e là gliene dissi quattro, vi assicuro io, di quelle che arrivano all'anima: “O lei finisce di rompermi l'anima, o le giuro sulla mia sacra parola d'onore, che a me mi toccherà una palla nella schiena, ma a lei quattro dita di baionetta nella pancia, non c'è nemmeno l'Anticristo che gliele levi.„ Non parlò più; se fiatava, l'infilavo come un ranocchio. Tutto sta lì: non bisogna lasciarsi mettere il piede sul collo.

— E la guerra? — domandò un altro.

— La guerra, — rispose Marco, — non c'è che dire: alla guerra bisogna fare il suo dovere. La patria è una sola, e il soldato è il difensore della patria. Ma siamo sempre alle solite, che i generali non sanno quello che si fanno. Figuratevi, un generale, nel sessantasei, mentre si marciava verso Venezia, e c'erano forti da tutte le parti, un generale di brigata, con tanto di galloni e di cordoni, e un'aria di mangia-tedeschi che metteva paura; e questo è seguìto a me che ero all'avanguardia, ed ero incaricato di avvisare quando si presentava il nemico; ebbene quel generale non sapeva dov'era il forte.... non so, un forte di primo ordine, che di là i Tedeschi ci potevano prendere a cannonate quando volevano: ebbene il generale, che era solo, dovè far la figura di domandarlo a me, — e si batteva la mano aperta sul petto, — a me, semplice soldato, cosa da far venire il rossore sulla fronte, e dire: “Ohè, voi, da che parte si trova il forte tale?„ E io a dover rispondere: “Signor generale, il forte di cui parla, è quello là, guardi dove segno col dito.„ E se non ci avessi badato io, ci conduceva al macello. Che ve ne pare? Domando e dico se c'è sugo a far la guerra in quel modo. —

VII.

All'undici di sera Marco era rimasto solo nella sua bottega rischiarata da una lucerna, e leggicchiava un vecchio giornale: Carlo entrò.

— Numero sette, lo so; — disse Marco dandogli un'occhiata, senza smetter di leggere.

Carlo gli sedette accanto senza far parola, e appoggiato un braccio sulla tavola chinò la testa sulla mano.

— È una vita dura —, cominciò a dir Marco, lanciando all'amico uno sguardo di compassione maligna. — Oh per dura è dura, te lo posso dir io. È una vita che chi ne vuol parlare bisogna che l'abbia provata. Io te lo dico per tuo bene, perchè non vorrei che andassi a fare il soldato con un'idea falsa. È mio dovere d'amico di dirti la verità. É una vita d'inferno. Immagina pure delle umiliazioni; non ne penserai mai tante quante ne avrai da patire, va pur sicuro. Piangerai delle lagrime di sangue, piangerai. Già, prima di tutto, se hai sentimento d'onore, chi è soldato deve far conto di non averne. Caporali, sergenti, tenenti, capitani, son tutta gente pagata apposta per darti dell'asino e del mascalzone una volta l'ora — per turno. In piazza d'armi, in presenza di mezzo mondo, ti mettono le mani sulla faccia, e la gente si ferma e ride. Nelle marcie poi, quando si muore dalla sete, che non s'ha più figura d'uomo, e si resta indietro o si casca a traverso la strada, allora son pugni e piattonate che non ci son per niente gli aguzzini nelle galere. Ho visto io un comandante di compagnia in una marcia che c'era un soldato malato che non si poteva reggere, e lui credeva che lo facesse apposta; ebbene, lo cacciò avanti a spintoni e a calci, per mezzo miglio, fin che rotolò in un fosso, in fin di vita. Cose da far diventar matti. E qualche volta danno anche delle sciabolate di taglio. Non c'è pietà, mio caro. Il soldato è una bestia. Prepara pure la schiena e la faccia. E chi si rivolta, o lo cacciano in una prigione a farsi mangiar vivo dai topi o lo mandano in una compagnia di disciplina dove gli rompono le ossa col bastone. Se poi hai la disgrazia di ammalarti, non ti dico altro, tutti sanno cosa sono gli ospedali militari. Se non guarisci più che presto, ti danno il passaporto per il camposanto come due e due fan quattro, perchè, capisci bene, non vogliono mica mantenere della carne inutile. Ne ho visti dei miei compagni distesi là stecchiti su quei letti, cogli occhi di vetro e la faccia color di cera! È vero che ti può anche capitar la fortuna della guerra. Allora i tuoi superiori ci guadagnano un grado e tu lasci le budella in mezzo a un campo di grano, se pure non ti tocca prima di metterti in riga con una dozzina dei tuoi compagni e di cacciare una palla nella schiena a un tuo amico, condannato per “sbandamento in faccia al nemico.„ Credi, è proprio una vita da galeotti. Per resisterci bisogna non aver sangue nelle vene. Vorrei aver tanti scudi quanti dei miei compagni ho visti stracciare coi denti la tela della branda e dar di mano alla baionetta per cacciarsela nella gola. Per me, non lo dico per disanimarti, che non sarebbe un'azione da galantuomo; ma andrei in galera, andrei a marcire in una prigione, mi metterei a far l'assassino di strada, mi farei impiccare in mezzo a una piazza, tutto piuttosto che tornar a fare il soldato. Ma già, se mi richiamassero, piglierei la strada di Francia o di Svizzera. Ce ne sono andati tanti altri! Cosa vuoi? Io proprio a pigliarmi dei pugni, dei calci e delle sciabolate, non mi ci sento nato. In tutti i casi avrei più caro pigliarmi una fucilata nel petto da un carabiniere alla frontiera, chè almeno sarebbe una palla sola, piuttosto che pigliarne dodici nella schiena dai miei compagni, al comando dell'aiutante maggiore. Fatti coraggio, andiamo. Sono cinque anni, in conclusione, e cinque anni... son lunghi, sì; accidenti che son lunghi! ma non sono la vita.

VIII.

Il giorno dopo, all'ora solita, Carlo e Camilla si trovavano dinanzi al portone. Essa aveva. gli occhi rossi; egli la salutò sorridendo.

— Sei allegro? — domandò Camilla.

— Sì.

— Si direbbe che hai già dimenticato che devi partire.

— Io non parto, — rispose francamente il giovane.

— Come non parti?

— Non parto — soggiunse egli, spiccando chiaramente le sillabe, — non vado a fare il soldato.

— Ti metteranno in prigione! — esclamò Camilla fissandolo inquieta, chè indovinava il suo pensiero.

— A lasciarsi prendere! — egli mormorò guardando in aria.

— Carlo! — esclamò la giovane smettendo il lavoro, — tu scherzi!

— Scherzo?... Vedrai.

— Carlo! — riprese Camilla — tu non pensi a quello che dici! Tu non mi vuoi bene! Da quando in qua t'è venuta questa idea?

— L'ho sempre avuta.

— Non è vero!

— Come non è vero? — gridò Carlo voltandosi in tronco, e le diede una di quelle terribili occhiate che le facevano morir la parola sulle labbra. Camilla si rimise a sedere, appoggiò la fronte sulle mani, e mormorò con voce umiliata: — Abbi compassione di me.... non mi far soffrire.... dimmi che non dici davvero.

Egli le pose una mano sul capo in atto carezzevole, ma la ritirò subito e stette pensando. Tacque per qualche minuto anch'essa, assorta nella meditazione della nuova disgrazia che il disegno di Carlo le faceva prevedere; poi s'alzò, e appoggiando le mani colle dita intrecciate sopra una spalla del giovine, gli disse con tutta la dolcezza del suo cuore e della sua voce:

— Io ho capito quello che tu hai in mente, e... guarda, so anche chi ti ce messo quell'idea. —

Il giovane fece cenno di no.

— Non dir di no, Carlo, io non ti voglio metter male con nessuno; dico soltanto per farti vedere che certe cose non ti credo capace di pensarle. Tu mi vuoi bene, non è vero? —

Carlo accennò di sì.

— Dunque... un po' di pensiero di me, se è vero che mi vuoi bene, te lo dovresti prendere. Vorresti lasciarmi sola? Capirai bene che io non posso andare con te. Tu mi puoi dire che anche per andar a fare il soldato mi devi lasciare. Lo so anch'io, ma è un'altra cosa. Se vai a fare il soldato, io so dove vai e so anche quando torni; anno più, anno meno, se non seguono disgrazie, è sicura; ma se parti per un altro motivo... addio matrimonio; chi sa quando potresti tornare. E poi... dove andresti? Oh Dio mio, non mi ci far pensare; bisognerebbe bene che andassi in un altro paese; lo so dove vanno; passano i monti, ce n'è già stati anche da queste parti di quei che disertano; ma si son più visti? io sento dire che finiscon tutti male. E poi... se è per il sostentamento della famiglia, tu sai, che, grazie al cielo, anche se non ci fossi tu, per qualche anno non sarebbe una rovina; ma posto pure che s'avesse bisogno di te... a esser fuor di paese, mi pare che sarebbe la stessa. Perchè te n'andresti allora? Pel bene dei tuoi, o di me, no;... ma già l'hai detto per farmi paura, Carlo, non è vero?

— Ma sai, — rispose Carlo con un sorriso forzato, senza guardarla, — che si direbbe quasi che ci hai piacere ch'io vada a fare il soldato? Di' la verità, ci hai piacere?

— Piacere! Ma, Carlo! Possibile che tu non possa dirmi una parola senza farmi male al cuore? Non mi conosci ancora? Da quando mi hai dato la notizia, sette giorni fa, non ho più avuto un momento di pace, tu lo sai; non ho fatto che piangere e disperarmi... e poi guardami in viso, come mi son ridotta; vedi che non penso che a te, che ti sto sempre accanto, che appena ti vedo allegro mi consolo, e ogni volta che mi dici una parola trista, cambio di colore; e in ricompensa della vita che faccio, invece d'incoraggiarmi, di mostrarmi almeno un po' di compassione, mi dici che ho piacere che tu parta!

— Non ho detto questo, io.

— L'hai detto e poi... Dubiteresti di me forse? Vuoi ch'io ti prometta che per tutto il tempo che starai lontano non guarderò in viso nessuno, nemmeno per un momento, come se non avesse gli occhi? Io son capace di farlo, faccio magari un voto, io; tu non mi conosci ancora, vedrai. Io son donna da venir qui, in questo posto, tutte le sere, cinque anni di seguito, come se tu ci fossi sempre. Cinque anni? dieci, quindici anni ti aspetterei, senza lamentarmi; senza farti mai il più piccolo torto, nemmeno col pensiero. Ma purchè io sappia che tu sei in paese, che non giri pel mondo come un disperato, che non c'è nessuno che ti cerca, che fai il tuo dovere. Tutti gli altri vanno... Carlo, tu puoi capire quanto mi costa dire questa parola; eppure sento che è mio dovere di dirtela, e te la dico con tutto il cuore, senza esitare, anzi, guarda, con una certa soddisfazione, come se fosse la parola di una preghiera: Va tu pure! —

Quando siamo ostinati in un proposito, e specie in un proposito tristo, la parola di chi vuol persuaderci a staccarcene, quanto più è amorevole e dolce, tanto più indurisce l'ostinazione e inasprisce la resistenza.

— Va! va! — proruppe il giovane, scrollando le spalle; — s'ha un bel dire: Va, quando si sta a casa! bisogna sapere che razza di vita è quella che si va a fare!.... Va!

— Non t'impazientire, Carlo; sa Iddio se io m'immagino che sia una bella vita! Per quanto sia brutta, non lo sarà certo quanto pare a me; ma pure bisogna farsi animo. O che la vita che andresti a fare fuor di paese sarebbe meglio? Ce ne sono state dell'altre ragazze che discorrevano con giovani che dovevano andare soldati; ne conosco io più d'una, le conosci anche tu. Ebbene, i giovani sono partiti, sono stati lontani parecchi anni, qualcuno è anche andato alla guerra. Le ragazze li aspettarono; in tutto quel tempo vissero ritirate; finalmente quelli tornarono, si volevano più bene di prima, si sposarono, e ora vivono in pace, senza rimorsi. Io non credo che sarebbero così contenti, se fossero fuggiti, anche nel caso che avessero potuto tornare. E la vita del soldato non era mica più brutta allora che adesso.... E poi se tu fossi uno di quei deboli, come Pietro, il figlio del fornaio, che non ha potuto resistere, e dicono che è morto in una marcia, non direi; ma sei robusto, (lo guardò), e staresti anche bene.

— Sì, sì, tutte buone parole, — rispose il giovane con un leggiero sorriso; — ma non fanno al caso: io non parlo di fatiche, io non ho paura della fatica. Gli è questo qui, — e si picchiava sul cuore, — che non se la sente di fare il soldato. Io non son fatto per servire, ecco. I signori qui accanto m'avevano fatto la proposta di andare in città, e a che patti! Hai visto se ho accettato; è il mio carattere, cosa vuoi? coi superiori non me la dico, è impossibile. Figurati la schiavitù del soldato! Mi sgridano, rispondo, e sai cosa succede. Io so che vita è, me l'hanno detto, e poi tutti lo sanno; va una volta in piazza d'armi e lo saprai anche tu. Io sento che se vado non torno; non è una vita per tutti, tant'è vero che c'è di quelli che s'ammazzano dalla disperazione. Andrei a lavorare nelle miniere, piuttosto; andrei magari qui alla fabbrica di vetri, dove si sta tutto il giorno davanti alle fornaci, e si perde gli occhi; andrei dove tu vuoi, anche a crepare; ma a fare il soldato, no, non posso, è inutile, son fatto così: servire non è il fatto mio.

— Servire! — disse timidamente la ragazza; — io non so, ma... per quello che sento dire, e che pare anche a me, il soldato fatica e corre anche dei pericoli; ma non serve nessuno. Chi serve?

— Tutti! — gridò il giovane, — tutti serve!.... Chi serve! —

Camilla tacque un momento, e poi disse a fior di labbra, incertamente, come si dicon le cose sentite dire, più perchè ci son rimaste negli orecchi, che per averle capite:... — Serve il Re.

— Un'altra ora! — rispose Carlo, cercando in sè stesso una risposta; — il Re! Già, è sempre lì in caserma a far da protettore, il Re! È lì a farti far giustizia, quando ti maltrattano a torto; a farti dare del pane buono quando te lo danno colla muffa; e a far capire ai medici, quando ti curano, che sei carne di cristiano? Ne sa dimolto il Re!

— Io non so; ma ho anche sentito dire che fare il soldato... è un onore.

— Ah, povera te, un onore! L'onore è per quelli che comandano, e hanno i galloni d'oro e le tasche piene di quattrini; ma per il povero contadino che va lì a sgobbare quel tanto e poi chi s'è visto s'è visto, non c'è onore che tenga. Sai cosa c'è? C'è i ferri corti, cara mia; ecco quello che c'è. E poi... (qui abbassò la voce e riprese con accento molto significativo) tu non sai che vita fanno i soldati. —

La ragazza lo guardò un momento incerta, come se non avesse capito, e poi, abbassando gli occhi, mormorò:

— A me mi pare che chi vuole, può portarsi bene da per tutto.

— Già! Hai sempre una buona ragione da dire, tu! Tu accomodi tutto! Tu vedi tutto bello!

— E tu non vedresti tutto tanto brutto — rispose Camilla con una certa vivacità, — se non ci fosse chi ti fa vedere in quel modo!

— So di chi vuoi parlare, non è vero, e non dire una parola di più!

— Ma come vuoi ch'io parli allora? — proruppe essa con una voce, in cui si sentiva il tremito dell'indignazione; e intanto le si gonfiavano le vene del collo bianco e sottile. — Io ti dico quello che sento, quello che mi dice il cuore e che mi par il tuo bene, e tu vai in collera! Vuoi ch'io ti dica per forza quello che pensi tu? Comandami! minacciami! Ma col cuore non me lo farai dire, non lo dirò mai, mi ripugna... non posso!

— Ebbene! — disse Carlo con una voce che pareva tranquilla, ma con un viso che la fece tremare; — vado, te lo prometto, vado; ma... sentimi bene, te lo dico prima, e sta sicura che terrò la parola: io non sono uno di quelli che si lasciano mettere il piede sul collo, io ci ho del sangue nelle vene... mi conosci; ebbene, io, la prima volta che un superiore mi fa una prepotenza, o mi dice una brutta parola, o mi mette le mani addosso, fossimo anche in mezzo alla piazza d'armi, in mezzo alla strada, in presenza di cento persone, di te, del tuo Curato, dei tuoi parenti, di chi diavolo vuoi, com'è vero Dio gli spacco la testa col calcio del fucile, e segua quel che vuol seguire! —

Camilla si coperse il viso con orrore; egli la guardò di traverso, con quello sguardo di compiacenza bestiale che misura la ferita aperta dalla parola: ma quasi nello stesso punto, per uno di quei rapidi mutamenti del cuore che non sono rari in quelle nature violente, si commosse alla vista di quella poveretta che singhiozzava, come se il petto le si volesse spezzare.

— Camilla! — gridò con voce amorevole.

— Sì! — essa prese a dire singhiozzando, — vogliate bene a un giovane, consacrategli tutto il vostro cuore, soffrite, tremate, consumatevi per lui; tutto questo colla speranza che, quando egli si trovi in un momento difficile, vi dia la consolazione di vedere che ha bisogno di voi, che gli potete riuscir utile, confortarlo, incoraggiarlo; sì, illudetevi; quel momento verrà, farete quanto potrete per persuaderlo a non mancare ai suoi doveri: ebbene, allora, per ricompensa del vostro affetto, egli vi risponderà che vuol fare... — e soggiunse a fior di labbra — l'assassino! — e diede in uno scoppio di pianto più forte.

Carlo si chinò e la prese per una mano; essa approfittò di quel momento per gridargli con voce supplichevole: — Promettimi che andrai! — e l'afferrò per le braccia.

— Camilla! — esclamò egli, svincolandosi e allontanandosi rapidamente; — sono un disgraziato! —

Camilla fece cenno che si fermasse, Carlo scomparve; allora essa riabbassò il capo piangendo. In quel punto la scosse il suono d'una voce lieta e amorevole che domandava: — Cosa c'è?

— Ah! il signor Curato! — esclamò Camilla. — Ho tanto bisogno di lui, è buono, gli dirò tutto, mi farà coraggio, sia ringraziato il cielo! —

E corse verso il vecchio prete colla confidenza e colla serenità d'una bambina.

IX.

Carlo e Marco s'incontrarono due ore dopo in una strada del villaggio.

— Ho pensato una cosa, — disse Marco. — Sai in che mani t'hai a mettere per quell'affare?

— Che affare? —

Marco fece un atto come per accennare un paese lontano.

— Hai capito.... Ebbene, sai in che mani t'hai da mettere se vuoi uscirne bene? Te la do in cento a indovinare. Già non saresti il primo ch'è passato per quella strada.... ma in specie ora che il battibecco è più forte: se lui vuole, tra loro si scrivono di parrocchia in parrocchia, ti trovi al sicuro prima d'accorgertene. Tu devi andare da lui, dirgli il caso in cui ti trovi, e dargli una tastatina così alla larga, senza arrischiarti. Se vedi che cede subito, e tu batti, fin che il ferro è caldo; se fa l'indiano, avanti lo stesso, non è che una finzione per non compromettersi il primo; se poi nega, addio, è galantuomo, non ti tradisce, la peggio sarà di non averne cavato nulla.

— Ma di chi parli?, — domandò Carlo.

E l'amico fece intorno al capo un gesto buffonesco che voleva rappresentare un cappello da prete.

X.

Il Curato, che gli abitanti del villaggio chiamavano famigliarmente don Luigi, era un vecchietto d'una settantina d'anni, piccolo e nervoso, con due occhietti vivissimi, che leggevano nelle anime, — dicevano le divote, — come in un libro stampato; buon uomo e buon prete, indulgente in confessionale, allegro a tavola, di viso rosso, di capelli bianchi e di opinioni politiche tricolori; non diverso nella vita e nei modi dagli altri curati di quelle campagne; dai quali però era tenuto in pregio per una certa tintura di buone lettere, di cui aveva dato prova anni addietro in parecchi sonetti dedicati all'arcivescovo e lodati da un giornale della provincia come “fiori di buona poesia non meno commendevoli per la nobiltà della forma che per la robustezza dei concetti„. Lo sguardo pieno di benevolenza e la voce dolce temperavano la severità dei suoi lineamenti e la rigidezza della sua andatura che gli davano un po' l'aria di un maggiore giubilato. Ed era aperto e affabile con tutti, e tutti gli volevan bene; Camilla, in ispecie, la quale aveva preso con lui una grande domestichezza, perchè, stando di casa vicino alla chiesa, aveva occasione di vederlo spesso e di parlargli lungamente. Corse perciò da lui a dirgli ogni cosa, della leva, dei disegni di Carlo e delle sue paure, scongiurandolo che tentasse d'indurre il giovane a mutar consiglio, se non voleva vederla morir di dolore. Il curato le promise di fare quanto poteva, e soggiunse che avrebbe cercato Carlo egli stesso prima di sera.

Un'ora dopo Carlo picchiava all'uscio del prete.

Non sapeva ancora cosa avrebbe detto, non aveva neppur pensato al modo di cominciare, si sentiva in cuore una grande trepidazione. Entrò e si fermò in un angolo della stanza col cappello in mano.

Era una piccola stanza a terreno, allegra, piena di luce, con quell'aspetto particolare delle stanze dei curati di campagna, che fanno indovinare la chiesa accanto: le pareti bianche e nude, un crocifisso sopra la porta, un vecchio quadro, un vaso di dittamo sulla finestra, e un leggero odore d'incenso nell'aria.

Il Curato era seduto sopra un seggiolone davanti al tavolino e leggeva; quando vide comparire il giovane, fece un atto di sorpresa.

— Ho da parlarle, signor Curato, — disse Carlo.

Il Curato lo fece sedere. — In che modo può avermi prevenuto? — pensava intanto. — C'è sotto qualcosa. — E guardò attentamente Carlo, e gli balenò un sospetto, e risolvette di chiarirsene subito.

— Sento che sei chiamato al servizio militare, — disse.

— Sì signore, — rispose il giovane fissandolo.

— E quando parti?

— .... Partirei dopo la visita sanitaria, fra una diecina di giorni.

— E.... — domandò il Curato lanciandogli un occhiata scrutatrice — parti? —

Carlo non rispose, lo guardò. Il prete si confermò nel suo sospetto; e dopo aver guardato un po' il libro colle sopracciglia aggrottate, alzò il capo e disse con aria distratta: