OLANDA
DI
EDMONDO DE AMICIS.
Terza edizione.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
—
1876.
Quest’opera, della quale ho acquistato la proprietà, è stata depositata al Ministero d’Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.
G. Barbèra.
INDICE.
| [Dedica] | Pag. V |
| [L’Olanda] | 1 |
| [Zelanda] | 18 |
| [Rotterdam] | 42 |
| [Delft] | 111 |
| [L’Aja] | 147 |
| [Leida] | 245 |
| [Haarlem] | 266 |
| [Amsterdam] | 289 |
| [Utrecht] | 323 |
| [Broek] | 337 |
| [Zaandam] | 356 |
| [Alkmaar] | 367 |
| [Helder] | 384 |
| [Il Zuiderzee] | 402 |
| [Frisia] | 417 |
| [Groninga] | 450 |
| [Da Groninga ad Arnhem] | 471 |
L’OLANDA.
Chi guarda per la prima volta una grande carta dell’Olanda, si meraviglia che un paese così fatto possa esistere. A primo aspetto, non si saprebbe dire se ci sia più terra o più acqua, se l’Olanda appartenga più al continente che al mare. Al vedere quelle coste rotte e compresse, quei golfi profondi, quei grandi fiumi che, perduto l’aspetto di fiumi, par che portino al mare nuovi mari; e quel mare che, quasi cangiandosi in fiume, penetra nelle terre e le rompe in arcipelaghi; i laghi, le vaste paludi, i canali che s’incrociano in ogni parte, pare che un paese così screpolato debba da un momento all’altro disgregarsi e sparire. Si direbbe che non possa essere abitato che da castori e da foche, e si pensa che gli abitanti, poichè c’è gente tanto ardita da starvi, non ci debbano dormire coll’anima in pace.
Pensai queste cose la prima volta che guardai una grande carta dell’Olanda, e mi venne il desiderio di sapere qualche cosa intorno alla formazione di questo singolare paese; e siccome quello che ne seppi mi determinò a fare il libro, lo scrivo qui, colla speranza che possa determinare altri a leggerlo.
Di un paese che non si conosce, si suol fare a chi lo vide questa domanda:—Che paese è?
Che paese sia l’Olanda l’hanno detto molti in poche parole.
Napoleone disse ch’è un’alluvione di fiumi francesi,—il Reno, la Schelda e la Mosa,—e con questo pretesto l’aggregò all’Impero. Uno scrittore la definì una sorta di transazione fra la terra e il mare. Un altro, un’immensa crosta di terra che galleggia sulle acque. Altri, un annesso del vecchio continente, la China dell’Europa, la fine della terra e il principio dell’oceano, una smisurata zattera di fango e di sabbia; e Filippo II—il paese più vicino all’inferno.
Ma sur un concetto furon tutti d’accordo, e lo espressero tutti colle stesse parole:—L’Olanda è una conquista dell’uomo sul mare,—è un paese artificiale,—lo fecero gli Olandesi,—esiste perchè gli Olandesi lo conservano,—sparirebbe se gli Olandesi lo abbandonassero.
Per rendersi ragione di questa verità, bisogna raffigurarsi l’Olanda com’era quando andarono ad abitarla le prime tribù germaniche che erravano in cerca di una patria.
L’Olanda era un paese quasi inabitabile. Eran vasti laghi tempestosi, come mari che si toccavano l’un l’altro; paludi accanto a paludi; sterpeti dietro sterpeti; immense foreste di pini, di quercie e d’ontani, percorse da stormi di cavalli indomiti, nelle quali, come dice la tradizione, si sarebbe potuto far delle leghe passando d’albero in albero senza toccare la terra. Le baie profonde portavano fin nel cuore del paese la furia delle tempeste boreali. Alcune provincie sparivano una volta all’anno sotto le acque del mare, ed erano pianure fangose, nè terra nè acqua, sulle quali non si poteva nè camminare nè navigare. I grandi fiumi che non avevano inclinazione bastante per discendere al mare erravano qua e là come incerti della via da seguire e s’addormentavano in grandi stagni fra le sabbie della costa. Era un paese sinistro, corso da venti furiosi, flagellato da pioggie ostinate, velato da una nebbia perpetua, nel quale non s’udiva che il muggito delle onde e le voci delle fiere e degli uccelli marini. I primi popoli che ebbero il coraggio di piantarvi le tende, dovettero innalzare colle proprie mani dei monticciuoli di terra per salvarsi dagli straripamenti dei fiumi e dalle invasioni dell’oceano, e vivere su quelle alture come naufraghi su isole solitarie, scendendo al ritirarsi delle acque per cercare un nutrimento nella pesca e nella caccia, e raccogliere le uova deposte dagli uccelli marini sulle sabbie. Cesare, passando, nominò pel primo quei popoli. Gli altri storici latini parlarono con pietoso rispetto di que’ barbari intrepidi che vivevano su «terre galleggianti» esposti alle intemperie d’un cielo spietato e alle collere del misterioso mare del Nord; e l’immaginazione si compiace a raffigurarsi i soldati romani che dall’alto delle estreme cittadelle dell’impero percosse dalle onde, contemplavano con tristezza e con meraviglia le tribù erranti per quelle terre desolate come una razza maledetta dal cielo.
Ora, se si pensa che una tal regione è diventata uno dei più fertili, dei più ricchi e dei meglio ordinati paesi del mondo, si capisce come sia giusto il dire che l’Olanda è una conquista dell’uomo.
Ma bisogna aggiungere: è una conquista continua.
A spiegare questo fatto, a mostrare come l’esistenza dell’Olanda, malgrado le grandi opere di difesa che gli abitanti vi costrussero, richieda ancora una lotta incessante e piena di pericoli, basta rammentare di volo alcune fra le vicende principali della sua storia fisica, a partir dal tempo in cui gli abitanti l’avevano già ridotta una terra abitabile.
Le tradizioni parlano già di una grande inondazione della Frisia nel sesto secolo. D’allora in poi, ogni golfo, ogni isola, e si può dir quasi ogni città dell’Olanda ricorda una catastrofe. Da tredici secoli si conta che vi sia seguita una grande inondazione ogni sette anni, oltre le piccole; e perchè il paese è tutto pianura, queste inondazioni furon veri diluvii. Verso la fine del tredicesimo secolo il mare disfece una parte d’una fertile penisola vicino alle foci dell’Ems e distrusse più di trenta villaggi. Nel corso del medesimo secolo, una serie d’inondazioni marine aprirono un immenso varco nell’Olanda settentrionale, e formarono il Golfo di Zuiderzee, dando la morte a quasi ottantamila persone. Nel 1421 una burrasca fece straripare la Mosa, che seppellì sotto le sue acque, in una notte, settantadue villaggi e centomila abitanti. Nel 1532 il mare ruppe le dighe della Zelanda, distrusse centinaia di villaggi e coprì per sempre un vasto tratto di paese. Nel 1570 una tempesta produsse un’altra inondazione nella Zelanda e nella provincia d’Utrecht, Amsterdam fu invasa dalle acque, in Frisia annegarono ventimila persone. Altre grandi inondazioni avvennero nel secolo diciassettesimo, due spaventose sul principio e sulla fine del decimottavo, una nel 1825 che desolò la Nord-Olanda, la Frisia, l’Over-Yssel e la Gheldria, un’altra grande nel 1855 del Reno, che invase la Gheldria e la provincia d’Utrecht, e coperse gran parte del Brabante settentrionale. Oltre a queste grandi catastrofi, ne seguirono, nei varii secoli, altre innumerevoli, che sarebbero famose in altri paesi, e che in Olanda appena si ricordano, come le inondazioni del grande lago di Haarlem, prodotto esso medesimo da un’inondazione del mare; città fiorenti del Golfo di Zuiderzee sparite sotto le acque; le isole della Zelanda a volta a volta coperte dal mare e rilasciate; i villaggi della costa, da Helder fino alle foci della Mosa, di tempo in tempo invasi e rovinati; e in tutte queste inondazioni, eccidii immensi d’uomini e d’animali. Si capisce che miracoli di coraggio, di costanza, d’industria, abbia dovuto fare il popolo Olandese per creare prima, e poi per conservare un simile paese.
Il nemico al quale gli Olandesi dovettero strappare le loro terre, era triplice: il mare, i fiumi, i laghi; gli Olandesi disseccarono i laghi, respinsero il mare e imprigionarono i fiumi.
Per disseccare i laghi si serviron dell’aria. I laghi, le paludi furono circondati di dighe, le dighe di canali, e un esercito di mulini a vento, mettendo in moto delle pompe aspiranti, riversò le acque nei canali, che le condussero ai fiumi ed al mare. Così dei vasti spazii di terra sepolti nell’acqua, videro il sole e si trasformarono come per incanto in fertili campagne, popolate di villaggi e percorse da canali e da strade. Nel secolo decimosettimo, in meno di quarant’anni, furono disseccati ventisei laghi. Sul principio di questo secolo, nella sola Nord-Olanda erano tolti all’acqua più di seimila ettari di terreno; nell’Olanda meridionale, prima del 1844, ventinove mila; in tutta l’Olanda, dal 1500 al 1658, trecento cinquantacinque mila. Colla sostituzione dei mulini a vapore ai mulini a vento si compì in trentanove mesi la grande impresa del prosciugamento del lago di Haarlem, che aveva quarantaquattro chilometri di circuito e minacciava con tempeste furiose le città di Haarlem, d’Amsterdam e di Leida. E in questo mentre si sta meditando l’impresa prodigiosa di prosciugare il golfo di Zuiderzee, che abbraccia uno spazio di più di settecento chilometri quadrati.
I fiumi, altro nemico interno dell’Olanda, non costarono meno fatiche e meno sacrifizi. Alcuni, come il Reno, che si perdevano nelle sabbie prima di giungere al mare, dovettero essere incanalati, e difesi dalla marea alla foce con cateratte formidabili; altri, come la Mosa, fiancheggiati da dighe altrettanto potenti che quelle innalzate contro il mare; altri deviati; le acque vagabonde, raccolte; regolato il corso degli affluenti; ripartite le acque con rigorosa misura in vari sensi per mantenere in equilibrio quella enorme massa liquida, della quale un leggero spostamento basta a inabissare provincie intere; e così tutti i fiumi che spandevano anticamente per il paese le loro acque sfrenate e devastatrici, furono disciplinati come ruscelli e costretti a servire.
Ma la lotta più tremenda fu quella combattuta coll’oceano. L’Olanda è in gran parte più bassa del livello del mare: perciò, dappertutto dove la costa non è difesa dalle dune, si dovette difenderla colle dighe. Se questi sterminati baluardi di terra, di legno e di granito non fossero là ad attestare come monumenti il coraggio e la perseveranza degli Olandesi, non si crederebbe che la mano dell’uomo abbia potuto, sia pure in molti secoli, compire un così grande lavoro. Nella sola Zelanda le dighe si stendono per la lunghezza di quattrocento chilometri. La costa occidentale dell’isola di Valcheren è difesa da una diga, della quale si calcola che le spese di costruzione sommate alle spese di conservazione messe a frutto, ammontino a una somma pari al valore che avrebbe la diga stessa se fosse tutta di rame massiccio. Intorno alla città di Helder, alla estremità settentrionale della Nord-Olanda, si stende per dieci chilometri una diga costrutta di massi di granito di Norvegia, che scende più di sessanta metri nel mare. Tutta la provincia di Frisia, per la lunghezza di ottantotto chilometri, è difesa da tre file di palafitte enormi, sostenute da massi di granito di Norvegia e di Germania. Amsterdam, tutte le città delle rive del Zuiderzee, e tutte le isole,—frammenti di terre sparite,—che formano come una corona fra la Frisia e della Nord-Olanda, sono protette da dighe; dalle foci dell’Ems fino alle foci della Schelda l’Olanda è tutta una fortezza impenetrabile, nei cui immensi bastioni i mulini son le torri, le cateratte son le porte, le isole sono i forti avanzati; e che al pari d’una fortezza vera, non mostra al suo nemico, il mare, che le punte dei campanili e i tetti degli edifizii, quasi come una derisione e una sfida.
L’Olanda è una fortezza, e il popolo olandese ci sta come in una fortezza: sul piede di guerra col mare. Un esercito d’ingegneri, dipendente dal Ministero dell’Interno, sparpagliato sul paese e ordinato come un esercito, spia continuamente il nemico, veglia sull’ordine delle acque interiori, previene la rottura delle dighe, ordina e dirige i lavori di difesa. Le spese della guerra son ripartite: una parte è allo Stato, una parte alle provincie; ogni proprietario paga, oltre l’imposta generale, un’imposta speciale per le dighe, proporzionata all’estensione dei suoi poderi e alla vicinanza dell’acque. Una rottura accidentale, un’inavvertenza possono cagionare un diluvio; il pericolo è continuo; le sentinelle sono al loro posto sui baluardi; al primo assalto del mare, danno il grido di guerra, e l’Olanda manda braccia, materiali e denari. Ed anche quando non si combattono grandi battaglie si combatte una lotta sorda e lenta. I mulini innumerevoli, anche nei laghi prosciugati, seguitano a lavorare senza posa per assorbire e versare nei canali l’acqua piovana e quella che filtra dalla terra. Ogni giorno le cateratte dei golfi e dei fiumi, chiudono le loro porte gigantesche all’alta marea che tenta di slanciare i suoi flutti nel cuore del paese. Si lavora continuamente a rafforzare le dighe malferme, a fortificare le dune con piantagioni, a gettar nuove dighe, dove le dune son basse, diritte come lande immense vibrate nel seno del mare, per rompere il primo impeto delle onde. E il mare picchia eternamente alle porte dei fiumi, flagella eternamente gli argini, brontola da ogni parte la sua eterna minaccia, solleva i suoi flutti curiosi come per guardare le terre che gli sono contese, ammonta dei banchi di sabbia dinanzi ai porti per uccidere il commercio delle città invise, rode, raspa, scava le coste; e non potendo rovesciare i baluardi su cui frange in schiuma rabbiosa i suoi sforzi impotenti, getta ai loro piedi dei bastimenti pieni di cadaveri perchè annunzino al paese ribelle il suo corruccio e la sua forza.
Mentre questa gran lotta dura, l’Olanda si trasforma: l’Olanda è la terra delle trasformazioni. Una carta geografica di questo paese com’era otto secoli fa, a primo aspetto, non si riconosce. Trasforma il mare, trasformano gli uomini. Il mare, in alcuni punti, fa indietreggiare la costa: toglie al continente delle parti di terra, le rilascia, poi le riprende; riunisce al continente delle isole con legami di sabbia, come nella Zelanda; stacca dei lembi di continente e forma delle isole nuove, come Wieringen; si ritira da certe provincie, e fa rimaner città di terra città ch’eran di mare, come Leuwarde; converte in arcipelaghi di cento isole vasti tratti di pianura come il Biesbosch; separa la città dalla terra, come Dordrecht; forma dei nuovi golfi larghi due leghe, come il Golfo di Dollart; divide due Provincie con un nuovo mare, come la Nord-Olanda e la Frisia. Per effetto delle inondazioni il livello delle terre s’innalza in un luogo, in un altro s’abbassa; terre sterili sono fecondate dal limo dei fiumi straripati, terre fertili sono cangiate in deserti di sabbia. Colle trasformazioni delle acque si alternano le trasformazioni del lavoro. Si riuniscono delle isole al continente come l’isola di Ameland; si riducono ad isole provincie intere, come sarà la Nord-Olanda col nuovo canale d’Amsterdam che la deve separare dall’Olanda meridionale; si fanno sparire dei laghi grandi come Provincie, come il lago di Beemster; si convertono le terre, coll’estrazione delle torbe basse, in laghi, e si ritrasformano questi laghi in praterie. E così il paese si altera, si corregge e cangia aspetto secondo le violenze dell’acqua e i bisogni dell’uomo. E percorrendolo colla più recente carta geografica alla mano, si può essere sicuri che quella carta sarà inutile fra qualche anno, perchè mentre lo si percorre, vi son dei golfi che a poco a poco spariscono, dei tratti di terra in procinto di staccarsi dal continente, e dei grandi canali che s’aprono per portar la vita in terre disabitate.
Ma l’Olanda fece ben più che difendersi dall’acqua, se ne impadronì. L’acqua era il suo flagello, ne fece la sua difesa. Se un esercito straniero invade il suo territorio, essa apre le dighe e scatena il mare ed i fiumi, come li scatenò contro i Romani, contro gli Spagnuoli, contro l’esercito di Luigi XIV, e difende le città di terra colle flotte. L’acqua era la sua miseria, ne fece la sua ricchezza. Su tutto il paese si stende una immensa rete di canali che servono insieme come vie di comunicazione e ad irrigare le terre. Le città comunicano col mare per mezzo di canali; canali vanno da città a città, legano le città ai villaggi, i villaggi fra loro, ogni villaggio coi casolari sparsi per la campagna; e canali minori cingono i poderi, i pascoli, gli orti, fan l’ufficio di muri di cinta e di siepi; ogni casa è un piccolo porto. I bastimenti, i barconi, le barchette, le zattere percorrono la campagna, attraversano i villaggi, girano fra le case e solcano il paese in tutte le direzioni come in altri luoghi i carri e le carrozze. E anche qui l’Olanda ha fatto dei lavori giganteschi, come il canale Guglielmo nel Brabante settentrionale, il canale che congiunge Amsterdam, attraversando tutta la Nord-Olanda, col mare del Nord, lungo più di ottanta chilometri e largo più di trenta metri; il nuovo canale che congiungerà Amsterdam col mare attraversando le dune, e sarà il più largo canale d’Europa; e un altro non meno grande che congiungerà il mare colla città di Rotterdam. I canali sono le vene dell’Olanda e l’acqua è il suo sangue.
Ma anche senza badare ai canali, ai prosciugamenti dei laghi e alle opere di difesa, percorrendo l’Olanda si vedono da ogni parte le traccie d’un lavoro meraviglioso. Il terreno, che in altri paesi è un dono della natura, là è un’opera dell’industria. L’Olanda tirò la maggior parte delle sue ricchezze dal commercio; ma prima del commercio dovette far fruttare la terra; la terra non c’era; dovette crearla. Erano banchi di sabbia, interrotti da strati di torba, dune che il vento smuoveva e spandeva per il paese, grandi spazi di terreno lotoso che parevan condannati a una sterilità eterna. Mancavano i primi elementi dell’industria, il ferro e il carbone; mancava il legno, poichè le foreste eran già state distrutte dalle tempeste quando sorse l’agricoltura; mancavano le pietre, mancavano i metalli. La natura, come dice un poeta olandese, aveva rifiutato all’Olanda tutti i suoi doni; gli Olandesi dovettero far tutto a dispetto della natura. Cominciarono coll’infertilire le sabbie. In alcuni luoghi formarono lo strato produttivo del suolo con terre portate di lontano come si forma un giardino; sparsero la silice delle dune sulle praterie troppo umide; mescolarono colle terre troppo sabbiose i detriti delle torbe tratti dal fondo delle acque; estrassero dell’argilla per comunicare alla superficie della terra una fertilità nuova; lavorarono a dissodare le dune; e così industriandosi in mille maniere, e difendendo continuamente l’opera loro dalle acque minaccianti, riuscirono a condurre l’Olanda a uno stato di floridezza non inferiore a quello dei paesi più favoriti dalla natura. Quell’Olanda sabbiosa e paludosa che gli antichi consideravano appena come abitabile, manda fuori dei suoi confini, anno per anno, dei prodotti agricoli per il valore di cento milioni di lire, possiede circa un milione e trecentomila teste di bestiame, e si può annoverare, proporzionatamente all’estensione del suo territorio, fra i paesi più popolati d’Europa.
Ora si capisce come in un paese così fisicamente straordinario, debba esservi un popolo molto diverso dagli altri. Su pochi popoli, in fatti, la natura del paese abitato esercitò un influsso più profondo che sugli Olandesi. Il genio olandese è in perfetta armonia col carattere fisico dell’Olanda. Basta guardare i monumenti della gran lotta combattuta da questo popolo col mare, per comprendere come il suo carattere distintivo debba essere la fermezza e la pazienza, accompagnata da un coraggio calmo e costante. Questa lotta gloriosa, e la coscienza di dover tutto a sè stesso, deve aver infuso e fortificato in esso un sentimento altissimo della propria dignità e uno spirito indomabile di libertà e d’indipendenza. La necessità d’una lotta continua, d’un continuo lavoro e di sacrifizi continui per difendere la propria esistenza, riconducendolo perpetuamente al sentimento della realtà, deve averlo reso un popolo altamente pratico ed economo; il buon senso dev’essere la sua qualità più spiccata, l’economia dev’essere una delle sue virtù principali; deve quindi primeggiare nelle arti utili, essere parco di godimenti, essere semplice anche quando è grande, riuscire in tutto quello a cui si riesce colla tenacità dei propositi e con un’attività pensata e regolare; esser più saggio che eroico, più conservatore che creatore, non dare all’edifizio del pensiero moderno dei grandi architetti, ma molti abili operai, una legione di lavoratori pazienti ed utili. E in virtù di queste sue qualità di prudenza, di attività flemmatica e di spirito di conservazione, progredir sempre, ma a poco a poco; acquistar lentamente, ma non perder nulla dell’acquistato; esser restío a spogliarsi degli usi antichi; serbare quasi intera, malgrado la vicinanza di tre grandi nazioni, la sua originalità; serbarla passando a traverso di tutte le forme di governo, malgrado le invasioni straniere, malgrado le guerre politiche e religiose di cui fu teatro, malgrado l’immenso concorso di stranieri d’ogni paese che vi cercarono un rifugio e ci vissero in tutti i tempi; essere infine di tutti i popoli del settentrione quello che, benchè procedendo sempre nella via della civiltà, ha serbato più netta l’impronta antica.
Ma basta anche rappresentarsi alla mente la sua forma, per comprendere che questo paese di tre milioni e mezzo d’abitanti, benchè fuso in una così compatta unità politica, benchè riconoscibile fra tutti gli altri popoli del Nord a certi tratti comuni agli abitanti di tutte le sue provincie, deve presentare una varietà grande. E così è in fatti. Tra la Zelanda e l’Olanda propriamente detta, fra l’Olanda e la Frisia, tra la Frisia e la Gheldria, tra la Groninga e il Brabante, malgrado tanti vincoli comuni e la vicinanza grandissima, non v’è meno differenza che fra le provincie più lontane dell’Italia e della Francia: differenza di lingua, di costumi, di carattere; differenze di razza e di religione. Il regime comunale ha impresso a questo popolo un carattere incancellabile, perchè in nessun paese fu conforme come in questo alla natura delle cose. Il paese è diviso in parecchi gruppi d’interessi dallo stesso organismo del sistema idraulico. Quindi associazione e mutuo soccorso contro il comune nemico, il mare; ma libertà delle forze e delle istituzioni locali. La monarchia non ha estinto l’antico spirito municipale, ed è questo spirito che rese impossibile la completa fusione dello Stato in tutti i grandi Stati che ne fecero la prova. I grandi fiumi e i golfi profondi sono nello stesso tempo vie di commercio che servono come legami di nazionalità fra le varie Provincie, e barriere che difendono vecchie tradizioni e vecchie costumanze diverse fra loro. In questo paese apparentemente così uniforme, ad ogni passo, si può dire, fuorchè l’aspetto della natura, tutto cangia e tutt’a un tratto, come la natura stessa all’occhio di chi varca per la prima volta la frontiera dello Stato.
Ma per quanto sia meravigliosa la storia fisica dell’Olanda, è più meravigliosa la sua storia politica. Questa piccola terra invasa da principio da differenti tribù della razza germanica, soggiogate, dai Romani e dai Franchi, devastata dai Danesi e dai Normanni, desolata per secoli da orrende guerre civili, questo piccolo popolo di pescatori e di mercanti salva la sua libertà civile e la sua libertà di coscienza con una guerra di ottant’anni contro la formidabile monarchia di Filippo II e fonda una repubblica che diventa l’arca di salvamento delle libertà di tutti i paesi, la patria adottiva delle scienze, la Borsa d’Europa, la stazione del commercio del mondo; una repubblica che stende la sua dominazione a Java, a Sumatra, nell’Indostan, a Ceylan, nella Nuova Olanda, nel Giappone, nel Brasile, nella Guiana, al Capo di Buona Speranza, nelle Indie occidentali, a Nuova-York; una repubblica che vince l’Inghilterra sul mare, che resiste alle armi unite di Carlo II e di Luigi XIV, che tratta da pari a pari colle più grandi nazioni ed è per un tempo una delle tre Potenze che reggono le sorti d’Europa.
Ora non è più la grande Olanda del secolo decimosettimo; ma è ancora, dopo l’Inghilterra, il primo Stato coloniale del mondo; invece della grandezza antica ha una prosperità tranquilla; si ristrinse nel commercio, acquistò nell’agricoltura; del reggimento repubblicano perdette più la forma che la sostanza; una famiglia di principi patrioti e cari al popolo, vi siede tranquillamente in mezzo a tutte le libertà antiche e moderne. Vi è la ricchezza senza fasto, la libertà senza insolenza, l’imposta senza miseria. Il paese procede senza scosse, senza turbamenti, coll’antico buon senso, conservando nelle tradizioni, negli usi e nelle libertà stesse l’impronta della sua nobile origine. È forse fra tutti gli Stati d’Europa quello dove c’è più istruzione popolare e meno corruzione di costumi. Solo, all’estremità del continente, occupato delle sue acque e delle sue colonie, si gode in pace i frutti del suo lavoro senza far parlare di sè, coll’alto conforto di poter dire che nessun popolo al mondo ha conquistato a prezzo di più grandi sacrifizi la libertà della sua fede e l’indipendenza del suo stato.
Tutte queste cose io rivolgevo in mente per stimolare la mia curiosità, una bella mattina d’estate, ad Anversa, salendo su un bastimento che mi doveva condurre per il corso della Schelda nella Zelanda, ch’è la provincia più misteriosa dei Paesi Bassi.
ZELANDA.
Se prima che io mi determinassi a fare un viaggio in Olanda, un professore qualunque di geografia m’avesse fermato allo svolto d’una strada, domandandomi bruscamente:—Dov’è la Zelanda?—sarei rimasto senza parola, e non credo d’ingannarmi, supponendo che un buon numero dei miei concittadini, a cui si facesse quella domanda, non troverebbero subito una risposta. Per gli Olandesi medesimi la Zelanda ha del mistero; pochissimi ci sono stati, e tra questi i più non fecero che attraversarla in battello; quindi se ne parla di rado e come d’un paese lontano. Dalle prime parole che intesi dire ai viaggiatori che salirono con me sul bastimento, quasi tutti belgi e olandesi, m’accorsi che anch’essi avrebbero veduto quella provincia per la prima volta; eravamo dunque tutti curiosi ad un modo; e il bastimento non era ancora partito che avevamo attaccato discorso, e ci aguzzavamo la curiosità reciprocamente, con domande alle quali nessuno sapeva rispondere.
Allo spuntare del sole, il bastimento partì, godemmo per un pezzo la vista del campanile della cattedrale d’Anversa, fatto di trina di Malines, come diceva Napoleone I, che n’era innamorato; e dopo aver toccato il forte di Lillo e il villaggio di Doel, uscimmo dal Belgio ed entrammo nella Zelanda.
Nel punto che si passa per la prima volta la frontiera d’uno Stato, per quanto si sappia che lo spettacolo non cangia tutt’a un tratto, si guarda intorno curiosamente come se tutto dovess’essere cangiato. Tutti infatti s’appoggiarono al parapetto del bastimento come per assistere all’apparizione improvvisa della Zelanda.
Per un buon tratto la curiosità rimase delusa: non si vedevano che lo sponde piane e verdi della Schelda, larga come un braccio di mare, e sparsa di banchi di sabbia, su’ quali raccoglievano il volo degli stormi di gabbiani gettando dei leggieri gridi; e il cielo purissimo non pareva punto cielo d’Olanda.
Si navigava fra l’isola di Zuid-Beveland e quella lista di terra che forma la riva sinistra della Schelda, chiamata Fiandra degli Stati o Fiandra Zelandese.
La storia di questa lista di terra è assai curiosa. Per lo straniero che entra in Olanda, essa è come la prima pagina della grande epopea che s’intitola: la lotta col mare. Nel medio evo non era che un vasto golfo con poche isolette. Questo golfo, sul principio del sedicesimo secolo, non esisteva più; con quattrocento anni di lento lavoro lo avevan cangiato in una fertile pianura difesa da dighe, solcata da canali e popolata di villaggi, che si chiamava la Fiandra Zelandese. Quando scoppiò la guerra dell’indipendenza, gli abitanti della Fiandra Zelandese, piuttosto che cedere la loro terra agli eserciti spagnuoli, apersero le dighe, il mare irruppe e distruggendo in un giorno il lavoro di quattro secoli riformò il golfo del medio evo. Finita la guerra d’indipendenza, si ricominciarono i lavori di prosciugamento, e dopo trecento anni la Fiandra Zelandese risalutò il sole e fu restituita al continente, come una figliuola risorta. Così in Olanda le terre sorgono, spariscono e riappaiono, a somiglianza dei regni delle novelle arabe, al tocco delle verghe dei maghi. La Fiandra Zelandese, divisa dalla Fiandra Belga dalla doppia barriera politica e religiosa, e separata dall’Olanda dalla Schelda, conserva i costumi, le credenze, l’impronta intatta del sedicesimo secolo. Le tradizioni della guerra contro la Spagna vi sono ancora vive e parlanti come d’un avvenimento del tempo. La terra è fertile, gli abitanti godono d’una prosperità straordinaria, hanno costumi severi, scuole, stamperie, e vivono così in pace nel loro frammento di patria rinata ieri, fino al giorno che il mare non la ridomandi per una terza sepoltura. Un Belga, mio compagno di viaggio, che mi diede queste notizie, mi fece osservare giustamente che gli abitanti della Fiandra Zelandese, quando inondarono le loro terre, benchè già sollevati contro la dominazione spagnuola, erano ancora cattolici, e che per conseguenza era seguìto a quella provincia lo strano caso di sprofondarsi nelle acque cattolica, e di tornare a galla protestante.
Il bastimento, con mia grande meraviglia, invece di continuare a discendere la Schelda per girare intorno all’isola di Zuid-Beveland, arrivato a un certo punto, entrò nell’isola infilando uno stretto canale, che l’attraversa da un capo all’altro, o meglio la spacca in due, e congiunge così i due bracci del fiume, che formano l’isola stessa.
Era il primo canale olandese per il quale passavo: fu un’impressione nuova. Il canale è fiancheggiato da due alto dighe che nascondono la campagna; il bastimento scorreva così quasi di soppiatto, come se avesse preso quella via traversa per riuscire improvvisamente alle spalle di qualcuno; e come non v’era una barca nel canale nè un’anima viva sulle dighe, la solitudine e il silenzio davano ancor meglio a quella corsa nascosta l’aria d’un tradimento da pirati.
Uscendo dal canale, si entrò nel braccio orientale della Schelda.
Eravamo nel cuore della Zelanda. A destra avevamo l’isola di Tholen, a sinistra l’isola di Noord-Beveland, dietro quella di Zuid-Beveland, dinanzi quella di Schouwen. Fuori che l’isola di Valcheren, si vedevano tutte le principali isole dell’arcipelago misterioso.
Ma in questo consiste il mistero: quelle isole non si vedevano, s’indovinavano. A destra e a sinistra del fiume larghissimo, davanti e dietro al bastimento, non si vedeva che la linea diritta delle dighe, come una striscia verde a fior d’acqua, e dietro questa striscia, qua e là, cime d’alberi, punte di campanili, comignoli rossi di tetti, che pareva facessero capolino per vederci passare. Non una collina, non un rialto di terra, non una casa scoperta da nessuna parte: tutto era nascosto, tutto pareva immerso nell’acqua; si sarebbe detto che quelle isole erano sul punto d’esser sepolte dal fiume e si guardava ora l’una ora l’altra come per assicurarsi che c’erano ancora. Pareva di attraversare un paese nel giorno del diluvio e si provava un piacere a pensare che si era sur un bastimento. Di tratto in tratto il bastimento si arrestava e qualche passeggiero zelandese scendeva in una barca che si dirigeva verso la riva. Benchè fossi curioso anch’io di visitare la Zelanda, pure guardavo quella gente con un certo sentimento di compassione, come se quelle che parevano isole non fossero che balene mostruose, che si dovessero sprofondare nell’acqua all’avvicinarsi della barca.
Il capitano di bastimento, olandese, passandomi accanto, si soffermò a guardare una piccola carta della Zelanda che avevo tra le mani; io afferrai l’occasione pel ciuffo e lo tempestai di domande. Per mia fortuna m’ero imbattuto in uno di quei pochi Olandesi che hanno comune con noi Latini la debolezza di amar il suono della propria voce.
“Qui, in Zelanda,” mi disse colla serietà d’un maestro che fa la lezione, “le dighe, più ancora che nelle altre provincie, sono quistione di vita o di morte. A marea alta tutta la Zelanda rimane al di sotto delle acque. A ogni diga che si rompesse, sparirebbe un’isola. E il guaio è che qui la diga non deve soltanto resistere all’urto diretto dell’onda; ma ad un’altra forza anche più pericolosa. I fiumi si gettano verso il mare, il mare si getta contro i fiumi, e in questa lotta continua, si formano delle correnti basse che rodono la base delle dighe, sin che le fanno sprofondare tutt’a un tratto, come farebbe una mina ad un muro. Gli Zelandesi debbono stare continuamente all’erta. Quando una diga è in pericolo, ne fanno un’altra più addentro, e aspettano l’assalto delle acque dietro a questa, e così guadagnan tempo, e o rifanno la prima diga, o continuano a dare addietro di fortezza in fortezza, o la corrente si svia e son salvi.”
“E non potrebbe darsi,” domandai sempre avido di notizie poetiche, “che un giorno la Zelanda non esistesse più?”
“Tutto il contrario,” mi rispose con mio rammarico; “può venire il giorno in cui la Zelanda non sia più arcipelago ma terraferma. La Schelda e la Mosa portano continuamente limo che rimane in fondo ai bracci del mare e che alzandosi a poco a poco ingrandisce le isole e chiude nella terra città e villaggi ch’erano sulla riva e avevano i loro porti. Axel, Goes, Veere, Arnemiuden, Middelburg, erano città marittime e ora sono città di terra. Verrà dunque un giorno in cui fra le isole della Zelanda non passeranno più che le acque dei fiumi e si stenderà una rete di strade ferrate su tutto il paese, che sarà congiunto al continente, come gli è già congiunta l’isola di Zuid-Beveland. La Zelanda, nella lotta col mare, ingrandisce. Il mare potrà riuscire a qualche cosa dalle altre parti dell’Olanda; ma qui ha la peggio. Lei conosce lo stemma della Zelanda: è un leone che nuota e vi è scritto su: Luctor et emergo.”
Qui rimase qualche momento senza parlare e gli brillava negli occhi un barlume d’alterezza che si estinse subito; poi ricominciò colla gravità di prima:
“Emergo; ma non emerse sempre. Tutte le isole della Zelanda, una dopo l’altra, dormirono per più o men tempo sott’acqua. Tre secoli fa l’isola di Schouwen fu inondata dal mare, che annegò abitanti e bestiami da un capo all’altro e la ridusse un deserto. L’isola di Noord-Beveland fu sommersa tutta intera poco tempo dopo, e per parecchi anni non si videro più che le punte dei campanili fuor dell’acqua. L’isola di Zuid-Beveland ebbe la stessa sorte verso la metà del quattordicesimo secolo. L’isola di Tholen, la stessa sorte in questo medesimo secolo, nel 1825. L’isola di Walcheren la stessa sorte nel 1808, e nella città di Middelburg, sua città capitale, lontana parecchie miglia dalla costa, ci fu l’acqua sino ai tetti.”
A sentir sempre parlar d’acqua, d’inondazioni, di paesi sommersi, ero ridotto che mi pareva strano di non essere ancora annegato. Domandai al capitano che gente fosse quella che stava in quei paesi invisibili, coll’acqua sotto i piedi e sopra la testa.
“Agricoltori e pastori,” mi rispose. “Noi diciamo che la Zelanda è un gruppo di fortezze difese da un presidio di agricoltori e di pastori. In fatto d’agricoltura la Zelanda è la provincia più ricca dei Paesi Bassi. La terra d’alluvione di queste isole è d’una fertilità meravigliosa. Il frumento, la colza, la robbia, il lino vi fanno come in pochissimi altri paesi. Vi sono dei bestiami stupendi e dei cavalli colossali, più grandi ancora che i cavalli fiamminghi. Il popolo è bello e forte, conserva i suoi costumi antichi e vive contento nella sua prosperità e nella sua pace. La Zelanda è un paradiso nascosto.”
Mentre il capitano mi faceva questo discorso, il bastimento entrava nel canale di Keete che divide l’isola di Tholen dall’isola di Schouwen, famoso per il guado che vi fecero gli Spagnuoli nel 1575 com’è famoso il braccio orientale della Schelda per il guado del 1572. Tutta la Zelanda è piena di memorie di quella guerra. Questo piccolo arcipelago di sabbia, mezzo sepolto nel mare, per le particolari corrispondenze che vi riteneva Guglielmo d’Orange, antico signore di molte terre nelle isole, e per gl’impedimenti d’ogni natura che opponeva agl’invasori, era il focolare della guerra e dell’eresia, e il Duca d’Alba smaniava d’impadronirsene. Quindi seguirono su quelle rive delle lotte accanite, che riunivano tutti gli orrori delle battaglie di terra e delle battaglie di mare. I soldati guadavano i canali di notte, stretti gli uni agli altri, coll’acqua alla gola, minacciati dalla marea, flagellati dalla pioggia, fulminati dalle rive; i cavalli e le artiglierie affondavano nel fango; i feriti eran travolti dalla corrente o sepolti vivi nelle fitte; l’aria suonava di voci tedesche, spagnuole, italiane, fiamminghe, vallone, le fiaccole illuminavano qua e là i grandi archibugi, i pennacchi pomposi, i volti strani, e le battaglie parevano funerali fantastici; ed erano davvero i funerali della grande monarchia spagnuola che s’annegava lentamente nell’acque dell’Olanda, coperta di maledizioni e di fango. Chi ha peccato di soverchia tenerezza per la Spagna, se vuol fare ammenda, non ha che da andare in Olanda. Non ci son forse mai stati due popoli che avessero un maggior numero di buone ragioni per detestarsi con tutta la forza dell’anima, e che abbian fatto valere più rabbiosamente tutte queste buone ragioni. Mi ricordo, per notare uno solo dei mille contrasti, dell’impressione che mi faceva l’udir parlare di Filippo II in termini così diversi da quelli in cui ne avevo inteso parlare pochi mesi prima di là dai Pirenei. In Spagna il meno che se ne dicesse era gran re; in Olanda, tiranno vigliacco.
Il bastimento entrò fra l’isola di Schouwen e la piccola isola di San Philipsland, e in pochi minuti sboccò nel largo braccio della Mosa, chiamato Krammer, che divide l’isola di Overflakkee dal continente. Pareva di navigare per una catena di grandi laghi. Le rive eran lontane e presentavano ancora l’aspetto delle rive della Schelda: dighe a perdita d’occhio, dietro le dighe cime d’alberi, punte di campanili e tetti di case nascoste, che davano al paesaggio un’aria di mistero e di solitudine. Solamente su qualche sporgenza delle rive, che formava quasi una breccia negli immensi bastioni delle isole, si vedeva come un bozzetto di paesaggio olandese, una casetta colorita, un mulino a vento, una barca, che parevano la rivelazione d’un segreto, fatta per destare la curiosità dei viaggiatori, e deluderla, appena desta.
Tutt’a un tratto avvicinandomi alla prora del bastimento, dove sono le terze classi, feci una gratissima scoperta. V’era un gruppo di contadini, uomini e donne, vestiti alla zelandese, non ricordo di quale isola, poichè il costume cangia da isola a isola, come cangia il dialetto, che è un misto d’olandese e di fiammingo, se pure si può dir così di due linguaggi che non hanno che piccolissime differenze. Gli uomini erano tutti vestiti ad un modo. Avevano un cappello di feltro, rotondo, con un gran nastro ricamato; una giacchetta di panno scuro, stretta, corta da coprire appena il fianco, aperta in modo da lasciar vedere una specie di panciotto listato di rosso, giallo e verde, chiuso sul petto da una fila di bottoni d’argento l’uno che toccava l’altro, come gli anelli d’una catena; un paio di mezzi calzoni di panno, del colore della giacchetta, stretti intorno alla vita da una cintura munita d’una gran borchia d’argento cesellata; e infine la cravatta rossa e le calze di lana fino al ginocchio. In somma, un po’ preti dalla cintura in giù, e dalla cintura in su un po’ arlecchini. Uno di essi aveva per bottoni delle monete: uso assai comune. Le donne avevano un cappello di paglia della forma d’un cono tronco, altissimo, che pareva un secchiolino rovesciato, intorno al quale svolazzavano dei larghi nastri azzurri; una veste di color scuro aperta sul petto che lasciava vedere una camicia bianca ricamata; le braccia nude dal gomito in giù; e due enormi orecchini d’oro o dorati di varie forme stravaganti, che sporgevano innanzi fin sulle guancie. Per quanto mi sforzassi di fare come fa Vittor Ugo in viaggio, di ammirar tutto come un bruto, non riuscii a persuadermi che quelle foggie di vestire fossero belle. Ma a questa sorta di contrarietà ero preparato. Sapevo che in Olanda ci si va per vedere del nuovo più che del bello, e del buono altrettanto che del nuovo; e perciò m’ero predisposto più all’osservazione che all’entusiasmo. E di quella prima impressione poco grata al mio gusto pittoresco, mi confortai pensando che quei contadini sapevano certamente tutti leggere e scrivere, che forse la sera prima avevano studiato a memoria una canzone del loro grande poeta Jacob Catz, e che probabilmente si recavano col loro bravo programma in tasca a qualche convegno rurale, dove avrebbero preso la parola per confutare cogli argomenti della loro modesta esperienza le proposte d’un dotto agronomo di Goes o di Middelburg. Ludovico Guicciardini, gentiluomo fiorentino, autore d’una bell’opera sui Paesi Bassi, stampata in Anversa nel secolo XVI, dice che in Zelanda non v’è quasi uomo nè donna che parli francese e spagnuolo, e che moltissimi parlano italiano. Questa che forse era una esagerazione anche ai suoi tempi, sarebbe, detta ora, una favola; ma è certo però che fra gli abitanti della campagna zelandese si trova una cultura intellettuale straordinaria, superiore a quella dei contadini francesi, belgi e tedeschi, e a quella di molte altre provincie dell’Olanda.
Il bastimento girò intorno all’isola di San Philipsland e ci trovammo fuori della Zelanda.
Così questa provincia misteriosa prima che ci entrassimo, ci parve anche più misteriosa quando ne fummo usciti. L’avevamo attraversata e non l’avevamo vista; ci eravamo entrati e ne uscivamo colla medesima curiosità. La sola cosa che avevamo veduta era che la Zelanda è una provincia che non si vede. Ma s’ingannerebbe però chi credesse che sia un paese misterioso per la sola ragione che è un paese nascosto. Tutto, in Zelanda, è mistero. Prima d’ogni altra cosa, come s’è formata? Era un gruppo di piccolissime isole d’alluvione, non separate che da canali, e disabitate, le quali, come credono alcuni, si son riunite e han formato isole maggiori? o era, come credono altri, terraferma, quando la Schelda s’andava a versare nella Mosa? Ma lasciando anche stare l’origine, in che altro paese del mondo seguono le cose che seguono in Zelanda? In che paese i pescatori pigliano colle reti una sirena, e il marito dopo averla domandata invano piangendo, getta, per vendicarsi, un pugno di sabbia, profetando che quella sabbia colmerà i porti delle città, e la profezia s’avvera? In che paese, come sulle rive dell’isola di Walcheren, le anime dei morti smarrite nel mare, vanno a svegliare i pescatori per farsi condurre in barca alle coste d’Inghilterra? In che paese le tempeste del mare portano, come sulle rive dell’isola di Schouwen, dei cadaveri rapiti al polo, mostri metà uomo e metà barca, mummie vestite d’un tronco d’albero che nuota; e se ne può ancora veder uno nella casa municipale di Zierikzee? In che paese, come presso Wemeldinge, avviene che un uomo cada a capofitto in un canale, vi resti immerso un’ora, ci vegga la moglie e il figliuolo morti che lo chiamano dal paradiso, e ne sia estratto vivo e racconti il prodigio a Vittor Ugo, che lo tiene per vero e lo commenta, concludendo che l’anima può uscire per qualche tempo dal corpo e poi ritornarci? In che paese come presso Domburg, si pescano, a marea bassa, dei tempii antichi, e delle statue di divinità sconosciute? In che paese, come a Wemeldinge, la spada d’un capitano spagnuolo, Mondragone, serve di parafulmine a una torre? In che paese, come nell’isola di Schouwen, le donne infedeli si fanno passeggiare nude nate per le strade della città, con due pietre appese al collo e un cilindro di ferro sulla testa? Andiamo, quest’ultima meraviglia non si vede più; ma le pietre esistono ancora e ognuno le può vedere nella casa municipale di Brauwershaven.
Il bastimento entrò in quella parte del braccio meridionale della Mosa che si chiama Volkerak; la scena era sempre la stessa: dighe e poi dighe, punte di campanili e case nascoste, qualche bastimento qua e là; una sola cosa era cangiata, il cielo.
Vidi allora per la prima volta il cielo olandese nel suo aspetto ordinario, e assistetti a una di quelle battaglie di luce, proprie dei Paesi Bassi, che i grandi paesisti d’Olanda ritrassero con una efficacia insuperabile. Fino allora il cielo era stato sereno, era una bella giornata d’estate, le acque azzurre, le rive verdissime, l’aria calda e non un fiato di vento. Tutt’ad un tratto, una nuvola densa nascose il sole, e in men che non si dice, ogni cosa cambiò aspetto in una maniera da far pensare che si fosse cangiato tutt’a un tratto di stagione, d’ora, di latitudine. Le acque diventaron cupe, il verde delle rive si fece smorto, l’orizzonte si nascose dietro un velo grigio, ogni cosa apparve come circonfusa d’una luce crepuscolare che ne sfumava i contorni, e si levò una brezza maligna che metteva freddo nelle ossa. Pareva d’essere in dicembre, si sentiva l’uggia dell’inverno e quell’inquietudine che mette nel cuore ogni minaccia improvvisa della natura. Poi, da tutto il cerchio dell’orizzonte cominciarono a salir nuvole color di piombo, mobilissime, che pareva cercassero con una specie d’impazienza penosa una direzione e una forma, e poi le acque a incresparsi e a rigarsi di rapidi riflessi luminosi, di larghe striscie verdastre, violacee, bianchiccie, color di creta, nerognole; e infine quell’irritazione della natura si risolvette tutt’a un tratto in una pioggia violenta e fitta, che confuse cielo, acqua e terra in un solo colore grigiastro, appena interrotto da una sfumatura un po’ più fosca delle rive lontane e da qualche bastimento a vela che appariva qua e là come un’ombra ritta sulle acque del fiume.
“Eccoci ora veramente in Olanda” disse il capitano del bastimento, avvicinandosi a un gruppo di passeggieri, che contemplavano quello spettacolo. “Questi cambiamenti di scena, in così breve tempo, non si vedono che qui.”
Poi interrogato da uno di noi, soggiunse:
“L’Olanda ha una meteorologia tutta sua. L’inverno è lungo, l’estate breve, la primavera non è che la fine dell’inverno, e nondimeno, come vedono, di tratto in tratto, anche in estate, l’inverno fa capolino. Noi sogliamo dire che in Olanda si vedono le quattro stagioni in un giorno. Abbiamo il cielo più incostante del mondo. Per questo parliamo sempre del tempo. L’atmosfera è lo spettacolo più vario che abbiamo. Se vogliamo veder qualche cosa che ci ricrei, dobbiamo guardare in su. Ma è un clima ben tristo. Il mare ci manda la pioggia da tre parti, i venti si scatenano sul paese senza trovar resistenza; anche nelle più belle giornate, la terra esala dei vapori che oscurano l’orizzonte; per parecchi mesi l’aria non ha alcuna trasparenza. Vedranno l’inverno: vi son dei giorni, che si direbbe non s’abbia mai più da rivedere il sereno; l’oscurità par che venga dall’alto, come la luce; il vento di nord-est ci porta l’aria agghiacciata dei poli e solleva il mare con una furia e un fracasso che par che debba subissare le coste.” Qui si voltò verso di me, e disse sorridendo: “Si deve star meglio in Italia.”
Poi si rifece serio e soggiunse: “Però, ogni paese ha il suo male e il suo bene.”
Il bastimento uscì dal Volkerak, passò dinanzi alla fortezza di Willemstad, innalzata nel 1583, dal principe d’Orange, ed entrò nel Hollandsdiep, gran braccio della Mosa, che separa l’Olanda meridionale dal Brabante del Nord. Una grande distesa d’acqua, due strisce oscure a destra e a sinistra e un cielo color di cenere, eran tutto lo spettacolo che si vedeva dal bastimento. Una signora francese esclamò in mezzo al silenzio generale, tirando uno sbadiglio: “Com’è bella l’Olanda!” Tutti risero, fuor che gli Olandesi.
“Eh, signor capitano,” uscì a dire uno riattaccando il discorso, un vecchietto belga, una di quelle cariatidi da caffè che caccian la loro politichina in tutti i buchi: “ogni paese ha il suo bene e il suo male, e noialtri Belgi e Olandesi avremmo dovuto esser persuasi di questa verità, e fare a compatirci, per veder di vivere d’amore e d’accordo. Quando si pensa che ora saremmo uno statino di nove milioni, noi colle nostre industrie, voialtri col vostro commercio, con due capitali come Amsterdam e Bruxelles, e due città commerciali come Anversa e Rotterdam! Si conterebbe per qualche cosa nel mondo, eh, capitano?”
Il capitano non rispose. Un altro Olandese disse: “Già, colla guerra religiosa in casa dodici mesi dell’anno.”
Il vecchietto belga, un po’ sconcertato, continuò il discorso a bassa voce con me: “È un fatto, signor mio. È stata una corbelleria, specialmente da parte nostra. Lei vedrà l’Olanda: Amsterdam non è Bruxelles, no davvero, e il paese è piatto e noioso quanto si può dire; ma per quel che sia prosperità, ci rivende. Si figuri che spendono il fiorino, che val due lire e centesimi, come noi spendiamo la lira. Se ne accorgerà dai conti degli alberghi. Son due volte più ricchi di noi. La colpa è stata di Guglielmo I, che voleva fare un Belgio olandese e ci ha spinto agli estremi. Lei sa come sono seguite le cose ec.”
Nell’Hollandsdiep cominciammo a veder barconi, piccoli bastimenti da pesca e qualche grande naviglio proveniente da Hellewoetsluis, grande porto marittimo, posto sulla riva destra del braccio della Mosa chiamato Haringvliet, presso la foce, dove s’arrestano quasi tutti i bastimenti che fanno il viaggio delle Indie. La pioggia cessò, il cielo, a poco a poco, quasi a malincuore, si rifece in parte sereno, e subito le acque e le rive ripresero i loro colori vivi e freschi, e risentimmo l’estate.
In breve tempo il bastimento giunse vicino al villaggio di Moerdijk.
Là si vede uno dei più grandi ponti del mondo.
È un ponte di ferro, lungo un miglio e mezzo, sul quale passa la strada ferrata che va a Dordrecht e a Rotterdam. Di lontano presenta l’aspetto come di quattordici enormi edifizi eguali e schierati a traverso il fiume, parendo un edifizio ognuno dei quattordici archi altissimi che sormontano in forma di volta il piano su cui scorrono i treni. A passarci su—ci passai pochi mesi dopo ritornando in Olanda—non si vede altro che acqua e cielo, da tanto che è largo il fiume; e si prova un sentimento quasi di paura, come se si fosse sul mare, e il ponte dovendo finire tutt’a un tratto, il treno avesse da un momento all’altro a dare un tuffo nell’acqua.
Il bastimento voltò a sinistra passando dinanzi al ponte, e infilò uno strettissimo braccio della Mosa, chiamato Dordsche kil, fiancheggiato da dighe, che ha più l’aspetto di canale che di fiume. Era già la settima svoltata che si faceva dopo il passaggio della frontiera.
Passando per il Dordsche kil cominciammo a vedere intorno a noi qualche cosa che ci annunziava la vicinanza d’una grande città. Lunghe file di alberi sulle sponde, cespugli, casette, canali a destra e a sinistra, e un via vai di barche e di barconi. Fra i passeggieri si vedeva un certo movimento, si sentiva dire qua e là:—Dordrecht,—vedremo Dordrecht;—pareva che tutti si disponessero a qualche spettacolo straordinario.
Lo spettacolo non si fece aspettare, e fu straordinario davvero.
Il bastimento svoltò un’ottava volta, a destra, ed entrò nell’Oude-Maas, o vecchia Mosa.
Dopo pochi minuti si videro le prime case dei dintorni della città di Dordrecht.
Fu come l’apparizione improvvisa dell’Olanda, la soddisfazione istantanea di tutte le nostre curiosità, la rivelazione di tutti i misteri che ci tormentavano la fantasia; fu come lo svegliarsi in un mondo nuovo.
Si vedevano da tutte le parti altissimi mulini a vento che giravano le braccia; casine sparpagliate lungo le rive, di mille forme strane, come villette, padiglioni, chioschi, capanne, cappelle, teatrini, coi tetti rossi, le mura nere, azzurre, rosee, cinerine, con contorni bianchi come la neve intorno alle finestre e alle porte. In mezzo alle case, canali e canaletti; davanti alle case e lungo i canali, gruppi e file di alberi; bastimenti fra casa e casa; barchette davanti alle porte; vele in fondo alle strade; antenne, bandierine di bastimenti e braccia di mulino sporgenti confusamente di sopra gli alberi e di là dai tetti; ponti, piccoli scali, giardinetti sull’acqua, mille cantucci, bacinetti, seni, sbocchi, crocicchi di canali, nascondigli di barchette, un andare e venire di uomini, di donne e di bambini dal fiume alla riva, dai canali in casa, dai ponti sui barconi; uno spettacolo vario e mobile; per tutto acqua, colori, cose piccine, forme fanciullesche, tutto lustro e fresco, un’ostentazione ingenua di leggiadria, un misto di primitivo e di teatrale, di gentile e di ridicolo, un po’ chinese, un po’ europeo, un po’ di nessun paese; con un’aria beata di pace e d’innocenza.
Così mi apparì per la prima volta Dordrecht, una delle più vecchie, e insieme delle più fresche e allegre città dell’Olanda; regina del commercio olandese nel medio evo; madre feconda di pittori e di dotti; onorata dalla prima assemblea dei deputati delle provincie unite nell’anno 1572; sede in vari tempi di sinodi memorabili; e particolarmente famosa per quell’assemblea dei teologi protestanti del 1618, che fu come il Concilio Ecumenico della Riforma, e definì la terribile controversia religiosa tra Arminiani e Gomaristi, fissando la forma della religione nazionale, e dando principio a quella serie di torbidi e di persecuzioni, che finì col malaugurato supplizio del Barnewelt e il sanguinoso trionfo di Maurizio d’Orange. Dordrecht è ancora presentemente una delle più floride città commerciali delle provincie unite per la sua agevolissima comunicazione col mare, col Belgio e coll’interno dell’Olanda. A Dordrecht arrivano le immense provvigioni di legna che scendono per il Reno dalla Foresta Nera e dalla Svizzera, i vini del Reno, la calce, i cementi, le pietre; nel suo piccolo porto è un via vai continuo di vele, di nuvoli di fumo e di bandierine, che le portano i saluti di Arnhem, di Bois-le-Duc, di Nimega, di Rotterdam, di Anversa e di tutte le sue sorelle misteriose della Zelanda.
Il bastimento si soffermò pochi minuti a Dordrecht, e in quei pochi minuti, guardando le case più vicine, vidi mille piccole cose nuove, inaspettate, prette olandesi, che mi misero addosso una gran smania di scendere, di toccare, di sapere. Ma pensando che avrei visto le stesse cose e molte altre di più a Rotterdam, vinsi la curiosità e stetti a bordo. Il bastimento partì, voltò a sinistra (era la nona svoltata) ed entrò in uno stretto braccio della Mosa chiamato de Noord, uno dei mille fili della inestricabile rete di acqua che copre l’Olanda meridionale.
Il capitano mi si avvicinò; io lo cercavo per pregarlo di spiegarmi sulla carta la situazione di Dordrecht, che, così a occhio, mi pareva singolarissima. È singolarissima in fatti. Dordrecht è posta sull’estremità d’un tratto di terra separato dal continente, che forma un’isola in mezzo alle terre, un crocicchio di fiumi, metà fatto dalla natura, metà dall’uomo, un pezzo di Olanda circondato e imprigionato dalle acque, come un battaglione sopraffatto da un esercito. Da una parte lo cinge il fiume Merwede, dall’altra la vecchia Mosa, dall’altra il Dordsche kil, dall’altra l’arcipelago di Bies-bosch, attraversato dalla nuova Merwede, largo corso d’acqua formato dalla mano dell’uomo. L’imprigionamento di questo spazio di terra su cui giace Dordrecht, è un episodio d’una delle grandi battaglie dell’Olanda coll’acqua. L’arcipelago di Biesbosch non esisteva prima del secolo decimoquinto, e si stendeva in quel luogo una bella pianura sparsa di villaggi popolosi. Nella notte del 18 novembre del 1421, le acque del Waal e della Mosa ruppero le dighe, distrussero più di settanta villaggi, annegarono quasi centomila abitanti e frastagliarono quella pianura in più di cento isolette, lasciando ritta, in mezzo a tante rovine, una sola torre, chiamata casa Merwede della quale si vedono ancora gli avanzi. Così Dordrecht fu separata dal continente, e fece la sua comparsa sulla terra l’arcipelago di Biesbosch, il quale tanto per mostrare che ha una ragione qualunque di esistere, offre del fieno, delle canne e dei giunchi a un piccolo villaggio che si formò come un nido di rondini sur una delle dighe circostanti. Ma non è tutta qui la singolarità della storia di Dordrecht. La tradizione racconta, molti credono e qualcheduno sostiene che Dordrecht, tutta la città di Dordrecht, si noti bene, colle sue case, coi suoi mulini, coi suoi canali, abbia fatto, al tempo di quella memorabile inondazione, una breve passeggiata, si sia cioè trasportata di sana pianta da un luogo all’altro come l’accampamento d’un esercito; e che per conseguenza gli abitanti dei paesi vicini che si recarono dopo la catastrofe alla loro città, non ce l’abbiano più trovata, e sian rimasti, figuriamoci come! E questo prodigio si spiega col fatto che Dordrecht è fondata sur uno strato d’argilla, e che questo strato d’argilla sarebbe scivolato sulla massa di torba che forma la base del suolo. E io la scrivo qui come l’ho udita e come l’ho letta.
Prima che il bastimento uscisse dal canale de Noord, la mia speranza di vedere il primo tramonto di sole in Olanda, fu delusa da un altro improvviso cangiamento di tempo. Il cielo si oscurò, le acque si fecero livide e l’orizzonte scomparve dietro un velo denso di vapori.
Il bastimento sboccò nella Mosa e voltò, per la decima volta, a sinistra.
In quel punto la Mosa, che travolge con sè prigioniere le acque del principal braccio del Reno, il Vaal, e riceve quelle del Leck e dell’Yssel, è larghissima e le sue sponde son fiancheggiate da lunghe file di alberi e sparse di case, di officine, di opifici, di arsenali, che spesseggiano via via che ci s’avvicina a Rotterdam. Per poco che si conosca la storia fisica d’Olanda, la prima volta che si vede la Mosa, e che si pensa agli straripamenti memorabili, alle devastazioni, alle trasformazioni, alle mille calamità e alle vittime infinite di quel fiume capriccioso e terribile, si guarda con una sorta di curiosità inquieta, come si guarda un brigante famoso, e si giran gli occhi sulle dighe con un sentimento quasi di soddisfazione e di gratitudine, come, al veder passare un brigante ammanettato, si giran gli occhi sui carabinieri. Mentre io cominciavo a cercar cogli occhi Rotterdam, un passeggiere olandese raccontava che quando la Mosa è gelata, la corrente che sopraggiunge dai paesi men freddi, investe lo strato di ghiaccio che copre il fiume, lo spezza, ne solleva con un terribile fracasso dei massi enormi, li scaglia contro le dighe, li ammonta in mucchi smisurati che arrestano e fanno straripare le acque. Allora segue una battaglia strana. Alle minaccie della Mosa gli Olandesi rispondono col fuoco. Accorre l’artiglieria, e a scariche di mitraglia risolve in una tempesta di scheggie e in una pioggia di brina le torri e le barricate di ghiaccio che si oppongono alla corrente. “Noia” concluse il passeggiere “che abbiamo noialtri Olandesi soltanto, questa di dover pigliare i fiumi a cannonate.”
Quando si arrivò in vista di Rotterdam, imbruniva e piovigginava; quindi vidi appena come a traverso un velo una confusione immensa di bastimenti, di case, di mulini a vento, di torri, d’alberi, di gente in moto sui ponti e sulle dighe; lumi da ogni parte; una gran città d’un aspetto non mai visto prima d’allora; e che la nebbia e l’oscurità mi nascosero ben presto. Quando mi fui accomiatato dai miei compagni di viaggio, ed ebbi messo in ordine il mio bagaglio, era notte. “Tanto meglio;” dissi salendo in una carrozza “vedrò per la prima volta una città olandese di notte, che dev’essere uno spettacolo nuovo.” E in fatti il Bismark, quando fu a Rotterdam, scrisse a sua moglie che di notte vedeva dei fantasmi sui tetti.
ROTTERDAM.
È difficile raccapezzare qualcosa della città di Rotterdam entrandoci di notte. La carrozza, appena mossa, passò sopra un ponte che risonò cupamente, e mentre credevo d’essere, ed ero infatti, dentro la città, vidi con stupore a destra e a sinistra due file di bastimenti che si perdevano nel buio. Passato il ponte, percorremmo una strada illuminata e piena di gente, e riuscimmo a un altro ponte, in mezzo ad altre file di bastimenti. E così innanzi per un pezzo, da un ponte in una strada, da una strada sur un ponte, e per accrescere la confusione, una luminaria non mai veduta di lampioni agli angoli delle case, di lanterne sui bastimenti, di fanali sui ponti, di lumi alle finestre, di lumicini sotto le case, di riflessi di tutta questa luce sull’acqua. A un tratto la carrozza si fermò, si affollò gente, misi la testa fuori e vidi un ponte in aria. Domandai che c’era, uno sconosciuto mi rispose che passava un bastimento. Di lì a un minuto, andammo innanzi, vidi di sfuggita un crocicchio di canali e di ponti che formavano come una gran piazza tutta irta di alberi di bastimento e tempestata di punti luminosi, e infine s’infilò una strada e s’arrivò all’albergo.
La prima cosa che feci, entrando nella mia camera, fu di vedere se rispondeva alla gran fama della pulizia olandese. Rispondeva, ed è tanto più da ammirarsi in una camera d’albergo, quasi sempre occupata da gente profana a quello che presso gli Olandesi si potrebbe chiamare il culto della pulizia. La biancheria era candida come la neve, i vetri trasparenti come l’aria, i mobili lucidi come il cristallo, le pareti nitide da non trovarci un punto nero colla lente. Oltre a questo, una paniera per i fogliacci, una tavoletta per accendere i fiammiferi, una lastrina per smorzare i sigari, una scatola per i mozziconi, un vasetto per la cenere, una cassetta per gli sputi, un’assicella per le scarpe; insomma, non un pretesto al mondo per insudiciare checchessia.
Visitata la camera, stesi sul tavolino la pianta di Rotterdam e feci i miei studi preparatorii per il domani.
È una cosa singolare che le grandi città dell’Olanda, benchè sian state fabbricate in un suolo malfermo, e vincendo difficoltà d’ogni specie, hanno tutte una forma straordinariamente regolare. Amsterdam è un semicircolo, l’Aja è un quadrato, Rotterdam è un triangolo equilatero. La base del triangolo è una immensa diga, che difende la città dalla Mosa, chiamata Boompjes, che significa in olandese alberetti, da una fila di piccoli olmi, ora altissimi, che vi furon piantati quando fu costruita. Un’altra gran diga forma un secondo baluardo contro le inondazioni del fiume, che divide in due parti quasi uguali la città, dal mezzo del lato sinistro fino all’angolo opposto. La parte di Rotterdam compresa fra le due dighe è tutta grandi canali, isolette e ponti, ed è la città nuova; quella che si stende di là dalla seconda diga è la città antica. Due grandi canali si stendono lungo gli altri due lati della città fino al vertice, dove si congiungono, e ricevono un fiume che si chiama Rotte, il quale, colla parola dam che significa diga, forma il nome di Rotterdam.
Compiuto così il mio dovere di viaggiatore coscienzioso, usando mille cautele per non offendere nemmeno col fiato la pulizia purissima di quel gioiello di camera, mi abbandonai con una sorta di timidità contadinesca al mio primo letto olandese.
I letti olandesi, parlo di quei degli alberghi, sono ordinariamente corti, larghi, e occupati in buona parte da un grandissimo guanciale pieno di piuma, nel quale s’affonderebbe la testa d’un ciclope; e aggiungo, per dir tutto, che il lume ordinario è una bugia di rame grande come un piatto che potrebbe sostenere una torcia a vento, e regge invece, una candelina corta e sottile come il dito mignolo di una spagnuola.
La mattina, appena levato, scesi le scale a precipizio.
Che strade, che case, che città, che confusione di cose nuove per uno straniero: che spettacolo diverso da tutto quel che si vede in tutti gli altri paesi d’Europa!
Vidi prima l’Hoog-Straat, una strada lunghissima e diritta, che corre sulla diga interna della città.
Le case senza intonaco, color di mattone di tutte le sfumature, dal rosso cupo quasi nero, al rosso quasi roseo, la maggior parte non più larghe di due finestre e non più alte di due piani, hanno il muro della facciata che sorpassa e nasconde il tetto, stringendosi in forma di triangolo mozzo, sormontato da un frontone. Di queste facciate a punta, altre s’alzano con due curve, come un lungo collo senza testa; altre son tagliate a scalini, come le case che fanno i bambini coi legnetti; alcune presentano il prospetto d’un padiglione conico, altre di chiesuole di campagna, altre di baracche da palcoscenico. I frontoni sono generalmente contornati di righe bianche, di ornati di cattivo gusto, di grossolani rabeschi in rilievo intonacati; le finestre e le porte, con larghi contorni bianchi; altre righe bianche fra piano e piano; gli spazii tra porta e porta di bottega, rivestiti di legno bianchiccio; così che per tutta la lunghezza delle strade non si vedon che due colori: bianco e rosso scuro, e in lontananza tutte le case paion nere, listate di tela, e presentano un aspetto tra funebre e carnevalesco, che lascia in dubbio se s’abbia da dire che rattrista o che rallegra. Al primo aspetto mi venne da ridere, non parendomi possibile che quelle case fossero state fatte sul serio, e che ci potesse star dentro della gente posata. Avrei detto che passata l’occasione di non so che festa dovessero sparire, come certi edifizi di cartone dopo che si son fatti i fuochi d’artifizio.
Mentre guardavo così vagamente la strada, vidi una casa che mi fece fare un atto di stupore. Credetti d’aver preso abbaglio, la guardai meglio, guardai le case vicine, le raffrontai colla prima e fra di loro, e temetti ancora di aver le traveggole. Svoltai in fretta in una strada laterale e mi parve di vedere la stessa cosa. Infine mi persuasi che veramente non m’ingannavo, e che tutta la città era in quel modo.
Tutta la città di Rotterdam è tal quale sarebbe una città rimasta immobile nel punto che, scossa da un terremoto, stava per cadere in rovina.
Tutte le case—si possono, in una strada, contar le eccezioni sulle dita—pendono, quale più quale meno; ma la maggior parte tanto che, all’altezza del tetto, sporgono innanzi un buon braccio dalla casa vicina, che sia ritta o inclinata appena visibilmente. Ma lo strano è questo, che le case che si toccano le une con le altre, sono inclinate da diverse parti; una pende innanzi, che pare voglia precipitare; l’altra pende indietro; una s’inclina a sinistra, l’altra s’inclina a destra. In alcuni punti sei o sette case contigue pendono tutte innanzi, quelle in mezzo di più, quelle all’estremità di meno, formando così una gran pancia come uno stecconato che s’incurvi sospinto da una folla. In altri punti due case un po’ discoste s’inclinano l’una verso l’altra come si sorreggessero a vicenda. In certe strade, per un lungo tratto, tutte le case pendono dalla stessa parte di fianco, come alberi abbattuti l’un sull’altro dal vento; e poi, per un altro lungo tratto, pendono tutte nella direzione opposta, come un’altra fila d’alberi incurvati da un vento contrario. In alcuni punti vi è una certa regolarità d’inclinazione, che quasi non si avverte; in altri, su certi crocicchi, in certe stradette è uno scompiglio da non poter descrivere, una vera baldoria architettonica, una danza di case, un disordine che sembra animato. Vi son le case che par che caschin innanzi dal sonno, quelle che si rovesciano indietro spaventate, quelle che s’inclinano l’una verso l’altra, quasi fino a toccarsi coi tetti, come per confidarsi di segreti; quelle che si cascano addosso le une alle altre come ubriache; alcune che pendono indietro, in mezzo a due che pendono innanzi, come malfattori strascinati da due guardie; schiere di case che fanno una riverenza a un campanile; gruppi di casette tutte inclinate verso una nel mezzo, che par che congiurino contro qualche palazzo. E dirò poi il segreto della cosa.
Ma nè la forma, nè l’inclinazione son quello che mi parve più curioso in quelle case.
Bisogna osservarle attentamente, una per una, dall’alto al basso, e c’è da divertirsi come dinanzi a un quadro.
Sulla sommità della facciata, nel mezzo del frontone, sporge, in alcune case, un tronco di trave inclinato, con una carrucola e una corda per calare e tirar su secchiolini e corbelli. In altre, sporge pure, da un finestrino tondo, una testa di cervo, di montone o di capra. Sotto la testa, v’è un cordone di pietre imbiancate, o una traversa di legno che taglia tutta la facciata. Sotto la traversa, vi son due larghe finestre, sulle quali sporgono due tende in forma di baldacchino ricascanti dai lati. Sotto queste tende, sui vetri più alti, una piccola cortina verde. Sotto la cortina verde, due tendine bianche ed aperte, in mezzo alle quali è sospesa una gabbietta d’uccelli o un canestro pieno di fiori che spenzolano. Sotto questo canestro, appoggiata ai vetri, una rete di sottilissimi fili di ferro incorniciata, che impedisce di veder dentro la stanza. Dietro la rete, negli intervalli fra la rete stessa e i muri della finestra, un tavolinetto con su porcellane, cristallame, fiori, ninnoli, figurine. Sulla pietra del davanzale, dalla parte della strada, una fila di piccoli vasi di fiori. Nel mezzo della pietra o da un lato, un ferro sporgente sulla strada, curvo, rivolto in su, che sostiene due specchi uniti in forma d’un libro, mobili, e sormontati da un terzo specchietto, pure mobile; in modo che dall’interno della casa si può vedere, senz’essere visti, tutto quello che segue nella strada. In alcune case, tra finestra e finestra sporge un lampione. Sotto le finestre, la porta di casa o d’una bottega. Se è una bottega, v’è sopra la porta o una testa di moro colla bocca spalancata, o una testa di turco che fa la smorfia: ora un elefante, ora un’oca: dove una testa di cavallo, dove una testa di toro, dove un serpente, dove una mezza luna, dove un mulino a vento, dove un braccio disteso che tiene in mano un oggetto diverso secondo il genere della bottega. Se è la porta di casa,—sempre chiusa,—v’è una lastra di ottone con su scritto il nome dell’inquilino, un’altra lastra con una buca per le lettere, una terza lastra sul muro col pomo del campanello; lastre, chiodi, serrature, tutto luccicante come l’oro. Dinanzi alla porta un ponticino di legno—perchè in molte case il piano terreno è assai più basso della strada;—e dinanzi al ponticino, due colonnette di pietra sormontate da due palle; altre colonnette sul davanti unite con catene di ferro, fatto di grossi anelli in forma di croci, di stelle, di poligoni; nel vuoto tra la strada e la casa, vasi di fiori; sulle finestre del pian terreno, nascoste in quel fosso, altri vasi e tendine. Nelle stradette appartate, poi, gabbie d’uccelli a destra e a sinistra delle finestre, cassette piene di verdura, panni appesi, biancheria distesa, mille colori, mille oggetti che sporgono e che dondolano, da parere una fiera universale.
Ma senza uscire dalla vecchia città, basta allontanarsi dal centro, per vedere a ogni passo qualcosa di nuovo.
Andando per certe strade strette e diritte, si vedono tutt’a un tratto chiuse in fondo come da una tenda che nasconde la campagna, e che appena comparsa, sparisce, ed è la vela d’un bastimento che passa per un canale. In altre strade, si vede in fondo una rete di cordami che par tesa fra le due ultime case per impedire il passaggio, e sono cordami di bastimenti fermi in un bacino. In fondo ad altre strade si vede la porta d’un ponte levatoio, sormontata da due lunghe travi parallele che presentano un aspetto bizzarro, come d’una gigantesca altalena destinata a divertimento della gente leggiera, che sta in quelle case stravaganti. In altre strade, si vede in fondo un mulino a vento, alto come un campanile, e nero come una torre antica, che gira le braccia a modo d’una enorme girandola sopra i comignoli delle case vicine. Da tutte le parti infine, fra le case, sopra i tetti, in mezzo agli alberi lontani, si vedono spuntare alberi di bastimenti, bandierine, vele, qualcosa che ricorda che s’è circondati dall’acqua, e che fa immaginare che la città sia fabbricata nel bel mezzo d’un porto.
In questo tempo s’erano aperte le botteghe e popolate le strade.
V’era gran movimento di gente, ma gente affaccendata senza fretta, la qual cosa distingue il movimento delle strade di Rotterdam da quello di certe strade di Londra, che a parecchi viaggiatori parvero somigliantissime fra loro, in specie per il colore delle case e l’aspetto grave degli abitanti. Visi bianchi, visi pallidi, visi color di cacio parmigiano, capelli biondi, biondissimi, rossicci, giallastri, larghi visi sbarbati, barbe intorno al collo, occhi azzurri, chiari tanto da doverci cercar le pupille; donne tarchiate, grasse, rosee, lente, con cuffiette bianche, e orecchini in forma di cavaturaccioli: son le prime cose che osservai nella folla.
Ma la gente non era quello che per il momento stimolasse di più la mia curiosità. Attraversai l’Hoog-Straat, e mi trovai nella città nuova.
Qui non si sa più dire se è una città o un porto, se c’è più terra o più acqua, se c’è più bastimenti o più case.
Sono lunghi e larghi canali che dividono la città in tante isole, unite per mezzo di ponti levatoi, di ponti giranti e di ponti di pietra. Dalle due parti di ogni canale si stendono due strade, fiancheggiate ciascuna da una fila d’alberi dalla parte dell’acqua e da una schiera di case dalla parte opposta. Tutti questi canali formano altrettanti porti abbastanza profondi da ricevere i più grandi bastimenti, e ogni canale n’è pieno da un capo all’altro, fuor che in un ristretto spazio nel mezzo che serve per l’entrata e per l’uscita. Par di vedere un’immensa flotta imprigionata in una città.
Quando vi giunsi era l’ora del maggior movimento; e io m’andai a piantare sul ponte più alto del crocicchio principale.
Si vedevano quattro canali, quattro foreste di bastimenti, fiancheggiate da otto file d’alberi; le strade ingombre di mercanzie e di gente; branchi di bestiame che passavan sui ponti; ponti che s’alzavano o si spezzavano per lasciar passare i bastimenti, ed erano appena riabbassati o ricomposti, che v’irrompeva su un’onda di gente, di carrozze e di carretti; bastimenti che entravano o uscivano dai canali, lucenti come modelli da museo, colle donne e i bambini dei marinai sul ponte; barchette che guizzavano fra bastimento e bastimento; un via vai d’avventori nelle botteghe; un gran lavorío di serve che lavavano muri e vetrate; e tutto questo movimento rallegrato dal riflesso dell’acqua, dal verde degli alberi, dal rosso delle case, dai mulini altissimi che disegnavano lontano la loro cima nera e le loro ali bianche sul cielo azzurro; e più ancora, da un’aria non vista mai in alcun’altra città settentrionale, di semplicità e di quiete.
Osservai attentamente un bastimento olandese.
Quasi tutti i bastimenti affollati nei canali di Rotterdam non fanno altri viaggi che sul Reno e in Olanda; hanno un albero solo, e son larghi, robusti, e variopinti come barchette da giocattolo. Il fasciame della carcassa è per lo più color verde d’erba montanina, ornato intorno all’orlo d’una striscia rossissima o bianca, o di parecchie striscie, che paiono una gran fascia di nastri di vario colore. La poppa, per lo più, è dorata. Il tavolato del ponte e l’albero sono inverniciati e lucidi, come il più pulito pavimento di sala. Il rovescio dei coperchi delle botole, le secchie, i barili, le antenne, le assicelle, tutto è tinto di rosso, strisciato di bianco o di azzurro. Il casotto dove stan le famiglie dei marinai è anch’esso colorito come un chiosco chinese, e ha i suoi vetri limpidissimi e le sue tendine bianche ricamate e legate con nastri color di rosa. In tutti i ritagli di tempo, marinai, donne e fanciulli sono occupati a lavare, a spazzare, a strofinare da tutte le parti con una cura infinita; e quando poi il loro bastimentino fa la sua uscita dal porto tutto fresco e pomposo come un cocchio di gala, essi ritti sulla poppa cercano con alterezza un muto complimento negli occhi della gente accalcata lungo i canali.
Di canale in canale, di ponte in ponte, arrivai sino alla diga dei Boompjes, dinanzi alla Mosa, dove ferve tutta la vita della grande città commerciale. A sinistra si stende una lunga fila di piccoli piroscafi variopinti, che partono ogni ora del giorno per Dordrecht, per Arnhem, per Gouda, per Schiedam, per Brilla, per la Zelanda, e riempiono continuamente l’aria del suono allegro delle loro campanelle e di nuvoletti bianchi di fumo. A destra ci sono i grandi bastimenti che fanno il viaggio ai vari porti d’Europa, frammisti ai bellissimi navigli a tre alberi che vanno alle Indie orientali, coi nomi scritti a caratteri d’oro: Java, Sumatra, Borneo, Samarang, che ravvicinano alla fantasia quelle terre e quei popoli selvaggi, come un eco di voci lontane. Dinanzi, la Mosa percorsa da un gran numero di barchette e di barconi, e la riva lontana sulla quale s’inalza una foresta di faggi, di mulini a vento, di torri d’officine; e sopra questo spettacolo, un cielo inquieto, pieno di bagliori e di oscurità sinistre, che si agita e si trasforma, come per imitare il movimento operoso della terra.
Rotterdam—cade qui a proposito il dirlo—è, per importanza commerciale la prima città dell’Olanda, dopo Amsterdam. Era già una fiorente città di commercio nel tredicesimo secolo. Ludovico Guicciardini, nella sua opera sui Paesi-Bassi, già rammentata, adduce una prova della ricchezza di quella città nel decimosesto secolo, dicendo che in men d’un anno riedificò novecento case ch’erano state distrutte da un incendio. Il Bentivoglio, nella sua storia della guerra di Fiandra, la chiama terra delle più grosse e più mercantili che abbia l’Olanda. Ma la sua maggior prosperità non comincia che dopo il 1830, ossia dopo la separazione dell’Olanda e del Belgio, che parve fruttare a lei tutto quello che fece perdere alla sua rivale Anversa. La sua situazione è vantaggiosissima. Comunica col mare per la Mosa, che conduce nel suo porto, in poche ore, i più grandi bastimenti mercantili, e per lo stesso fiume comunica col Reno, che le porta dalle montagne della Svizzera e della Baviera una immensa quantità di legname, foreste intere che vanno in Olanda a trasformarsi in navi, in dighe e in villaggi. Più di ottanta bellissimi bastimenti vanno e vengono, nello spazio di nove mesi, tra Rotterdam e le Indie. Le merci vi affluiscono da ogni parte in così grande abbondanza, che debbono essere portate in parte nelle città vicine. Intanto Rotterdam si allarga; vi si stanno costruendo dei vasti magazzini e si lavora intorno a un ponte smisurato che attraverserà la Mosa e tutta la città, stendendo così la strada ferrata che ora s’arresta nella riva sinistra del fiume, sino alla porta di Delft, dove si congiungerà colla strada dell’Aja.
Rotterdam, in somma, ha un avvenire più splendido che Amsterdam, ed è da molto tempo una rivale temuta della sorella maggiore. Non possiede le grandi ricchezze della capitale; ma è più industriosa nel valersi delle sue; intraprende, ardisce, rischia, da città giovane e avventurosa. Amsterdam, come un negoziante divenuto cauto dopo essersi fatto ricco con imprese ardite, comincia a sonnecchiare sui suoi tesori. A Rotterdam, per definire in un tratto le tre grandi città dell’Olanda, si fa fortuna; in Amsterdam, si consolida; all’Aja, si spende.
Si capisce da questo come Rotterdam debba essere guardata un po’ dall’alto in basso dalle altre due città; un po’ considerata come una parvenue, anche per un’altra ragione: che è mercantessa pretta non occupata d’altro che dai suoi affari, e che ha poca aristocrazia, e quella poca non ricchissima e modesta. Amsterdam invece racchiude il fiore dell’alto patriziato mercantile; Amsterdam ha grandi musei di pittura, protegge le arti, è letterata; unisce, in somma, il titolo al sacchetto. Malgrado però la sua superiorità, essa è gelosa della sua sorella cadetta, e questa di lei; gareggiano e si dispettano; quello che fa l’una fa l’altra; quello che il Governo accorda all’una, l’altra lo vuole; in questo stesso momento, aprono tutt’e due un canale verso il mare; due canali dei quali non è ancora ben certo se si potranno servire; ma non monta; i bambini fanno così:—Pietro ha un cavallo;—voglio un cavallo anch’io; e il Governo, babbo condiscendente, deve contentare il grande e il piccino.
Visto il porto, percorsi tutta la diga dei Boompjes, sulla quale si stende una schiera non interrotta di grandi case nuove, costrutte all’uso di Parigi e di Londra,—case che, come da per tutto, gli abitanti ammirano e lo straniero non guarda, o guarda con dispetto;—poi tornai indietro, rientrai in città, e di canale in canale, di ponte in ponte, riuscii nell’angolo formato dall’Hoog-Straat con uno dei due canali lunghissimi che chiudono la città ad oriente.
Quella è la parte più povera della città.
Entrai nella prima strada che vidi e feci parecchi giri in quel quartiere, per veder da vicino come sta la gente bassa nelle città olandesi. Le strade sono strettissime e le case più piccine e più sbilenche che in ogni altra parte; di molte si può toccare il tetto colle mani; le finestre sono a poco più d’un palmo da terra; le porte basse da doversi chinare per entrarci. Malgrado ciò, non v’è la menoma apparenza di miseria. Anche là le finestre hanno i loro specchietti—le spie, come si dicono in olandese,—i loro vasi di fiori sul davanzale, difesi da cancellatine verdi; le loro tendine bianche; gli usci tinti di verde o di azzurro; tutto spalancato, in modo che si vedon le camere da letto, le cucine, tutti i recessi della casa, stanzette che paiono scatole, dove la roba è ammontata come in botteghe da rigattieri; ma rami, stoviglie, mobili, tutto pulito e luccicante come in case di signori. Passando per quelle strade non si trova ombra di sudiciume da nessuna parte, non si sente un cattivo odore, non si vede nè un cencio nè una mano tesa per chiedere: si respira la pulizia e il benessere, e si pensa con vergogna ai luridi quartieri dove formicola il basso popolo in molte delle nostre città, ed anco non nostre, non esclusa Parigi, che ha pure la sua strada Mouffetard.
Tornando verso l’albergo, passai per la piazza del gran mercato, posta nel bel mezzo della città, e non meno strana di tutto quello che la circonda.
È una piazza sospesa sull’acqua; nello stesso punto piazza e ponte; un ponte larghissimo che congiunge la diga principale,—l’Hoog-Straat,—con un quartiere della città, circondato da canali. Questa piazza aerea è cinta di vecchi edifizi su tre dei suoi lati, sull’uno dei quali s’apre una strada lunga, stretta ed oscura, occupata tutt’intera da un canale che pare una strada di Venezia; ed è aperta dal quarto lato sur una specie di bacino formato dal canale più largo della città, che comunica direttamente colla Mosa. Su questa piazza s’innalza, circondata da baracche e da carretti, in mezzo a mucchi di legumi, d’aranci, di tegami, fra una folla di rivendugliole e di merciaiuoli, dentro una cancellata coperta di stuoie e di cenci, la statua di Desiderius Erasmus, la prima gloria letteraria di Rotterdam; quel Gerrit Gerritz,—poichè il nome latino, a somiglianza di tutti gli altri grandi scrittori del suo tempo, se l’era posto egli medesimo;—quel Gerrit Gerritz appartenente, per la sua educazione, il suo stile e le sue idee, alla famiglia degli umanisti e degli eruditi d’Italia, scrittore fine, profondo e infaticabile di lettere e di scienze, che riempì del suo nome l’Europa fra il decimoquinto e il decimosesto secolo, che fu colmato di favori dai papi, cercato, festeggiato dai principi; e delle cui innumerevoli opere, scritte tutte in latino, si legge ancora l’Elogio della pazzia, dedicato a Tommaso Moro. Quella statua di bronzo, innalzata nel 1622, rappresenta Erasmo vestito d’una pelliccia, con un berretto di pelo, un po’ inclinato innanzi come uno che cammina, con un grosso libro aperto in mano, nell’atto di leggere; e il piedestallo porta una doppia iscrizione olandese e latina che lo chiama vir sæculi sui primarius e civis omnium præstantissimus. E malgrado questo pomposo elogio, il povero Erasmo, piantato là come una guardia municipale in mezzo al mercato, fa compassione. Non v’è, io credo, sulla faccia della terra un’altra statua di letterato che sia come la sua trascurata da chi passa, disprezzata da chi la circonda, commiserata da chi la guarda. Ma chi sa che Erasmo, da quell’arguto filosofo che fu e che dev’essere ancora, non si contenti di quel cantuccio, tanto più che non è lontano da casa sua, se la tradizione non tradisce. In una stradetta vicino alla piazza, nel muro d’una piccola casa occupata da una taverna, si vede dentro una nicchia una statuetta di bronzo che rappresenta il grande scrittore, e sotto la nicchia l’iscrizione Hæc est parva domus magnus qua natus Erasmus; che forse otto su dieci Rotterdamesi non hanno mai letta nè vista.
In un angolo di quella stessa piazza, v’è una piccola casa chiamata la casa della paura, sopra un muro della quale si vede un’antica pittura di cui non ricordo il soggetto. Il nome di casa della paura le fu posto, stando alla tradizione, perchè i più cospicui personaggi vi si ricoverarono quando gli Spagnuoli diedero il sacco alla città, e vi rimasero chiusi tre giorni interi senza mangiare. E non è quella la sola memoria degli Spagnuoli che si conservi a Rotterdam. Molti edifizi, costrutti al tempo della loro dominazione, rammentano la maniera d’architettura che s’usava allora nella Spagna; e parecchi portano ancora iscrizioni spagnuole. Nelle città d’Olanda le iscrizioni sulle case sono molto comuni. Le case si gloriano della loro vecchiezza come le bottiglie di vino, e mostrano la data della loro costruzione scritta in grandi caratteri nel mezzo della facciata.
Sulla piazza del mercato potei osservare con tutto comodo gli orecchini delle donne, i quali sono una cosa da meritare che se ne parli minutamente.
A Rotterdam non vidi che gli orecchini in uso nell’Olanda meridionale; ma anche solo in questa provincia, la varietà è grandissima. Si somigliano però tutti in questo, che invece di essere appesi all’orecchio, sono appesi alle due estremità d’un cerchio metallico, d’oro o d’argento o di rame dorato, che cinge la testa come un mezzo diadema, e viene a terminare sulle tempie. Gli orecchini più comuni hanno la forma d’una spirale a cinque o sei giri, sovente larghissimi, e sono attaccati in modo alle due estremità del cerchio, che sporgono innanzi al viso come le gambe di un paio d’occhiali. Molte donne portano ancora appesi a queste spirali due orecchini della forma ordinaria, ma più grandi, i quali scendono quasi fino a toccare il seno e dondolano dinanzi alle guance come le gingioliere dei bovi. Altre hanno il cerchio d’oro che cinge anche la fronte ed è cesellato, ornato di fiorami in rilievo, di borchiette, di bottoni. Quasi tutte portano i capelli lisci e compressi, e una cuffia bianca ricamata od ornata di trina che copre e stringe la testa come una cuffia da notte e scende in forma di velo pure trinato e ricamato intorno al collo e sulle spalle. Questo velo svolazzante all’uso arabo e quegli orecchini spropositati e stravaganti, dànno a queste donne un aspetto tra regale e barbaresco, che, se non fossero bianche come sono, le farebbe pigliare per donne di qualche paese selvaggio, che avessero conservato del loro costume nativo l’ornamento del capo. Non mi meraviglio che certi viaggiatori, al vedere per la prima volta quegli orecchini, abbiano creduto che fossero ad un tempo un ornamento e uno strumento, e abbiano chiesto a che cosa servissero. Ma si può anche supporre che siano fatti così per un altro scopo: che servano cioè come armi di difesa al pudore femminile, perchè un impertinente che avvicinasse troppo il viso, incontrerebbe quell’impedimento almeno quattro dita prima di giungere a toccare la guancia. Questi orecchini, portati particolarmente dalle donne del contado, son quasi tutti d’oro e costano, grandi come sono e poi col cerchio e gli altri accessorii, una bella somma; ma dei contadini olandesi vidi ben altre ricchezze nelle mie passeggiate in campagna.
Vicino alla piazza del mercato v’è la Cattedrale, fondata verso la fine del decimoquinto secolo, al tempo della decadenza dell’architettura ogivale: allora chiesa cattolica, dedicata a san Lorenzo, ora la prima chiesa protestante della città. Il protestantesimo, vandalo della religione, entrò nella chiesa antica col piccone e col pennello dell’imbianchino, ruppe, scrostò, sdorò, intonacò, lacerò con pedantesco fanatismo tutto quello che vi rinvenne di bello e di splendido, e la ridusse un edifizio nudo, bianco, freddo, quale avrebbe dovuto essere, al tempo degli Dei falsi e bugiardi, un tempio consacrato alla Dea della Noia. Un organo immenso, composto di quasi cinquemila canne, che rende, fra gli altri suoni, l’effetto dell’eco; alcune tombe d’ammiragli ornate di lunghi epitaffi olandesi e latini; molti banchi, qualche ragazzo col cappello in capo, un gruppo di donne che chiacchieravano ad alta voce, un vecchietto col sigaro in bocca in un canto: non vidi altro. Quella era la prima chiesa protestante in cui mettevo il piede e confesso che mi fece un senso sgradevole, misto un po’ di tristezza e di scandalo. Confrontai quell’aspetto di chiesa devastata colle magnifiche cattedrali d’Italia e di Spagna, dove sulle pareti rischiarate d’una luce soave e misteriosa, a traverso le nuvole d’incenso, s’incontrano gli sguardi amorosi degli angioli e delle sante, che ci mostrano il cielo; dove si vedono tante immagini d’innocenza che rasserenano, tante immagini di dolore che aiutano a soffrire, che ispirano la rassegnazione, la pace, la dolcezza del perdono; dove il povero senza tetto e senza pane, respinto dalla porta del ricco, può pregare fra i marmi e gli ori, come in una reggia, nella quale non è disdegnato, fra uno splendore e una pompa che non lo umilia, che anzi onora e conforta la sua miseria; quelle cattedrali, in fine, dove c’inginocchiammo da fanciulli accanto a nostra madre, e sentimmo per la prima volta una dolce sicurezza di riviver un giorno con lei in quei profondi spazi azzurri che vedevamo dipinti nelle cupole sospese sul nostro capo. Confrontando quella chiesa con queste cattedrali, mi accorsi ch’ero assai più cattolico che non credessi, e sentii la verità di quelle parole del Castelar:—Ebbene, sì, sono razionalista: ma se un giorno dovessi tornare in seno ad una religione, tornerei a quella splendida dei miei padri, e non a codesta religione squallida e nuda, che rattrista i miei occhi e il mio cuore!
Dall’alto della torre si vede con un colpo d’occhio tutta la città di Rotterdam coi suoi piccoli tetti rossi ed acuti, i suoi larghi canali, i suoi bastimenti sparpagliati fra le case, e tutt’intorno alla città, una pianura sconfinata e verdissima, percorsa da canali fiancheggiati d’alberi, sparsa di mulini a vento, di villaggi nascosti in mezzo a mucchi di verzura, che non mostrano che la punta dei loro campanili. In quel momento il cielo era sereno, si vedevano luccicare le acque della Mosa dalle vicinanze di Bois-le-Duc fino quasi alla sua foce; si scorgevano i campanili di Dordrecht, di Leida, di Delft, dell’Aja, di Gouda; ma da nessuna parte, nè vicino nè lontano, una collina, un rialto di terra, una curva che interrompesse la linea diritta rigidissima dell’orizzonte. Era come un mare verde ed immobile, sul quale i campanili rappresentavano alberi di bastimenti ancorati. L’occhio spaziava su quell’immenso piano quasi riposandosi, ed io provavo per la prima volta quel sentimento indefinibile che ispira la campagna olandese, che non è tristezza, nè piacere, nè noia, ma un misto di tutte e tre queste cose, che ci tien là molto tempo immobili, senza saper che cosa si guarda e a che cosa si pensa.
Tutt’a un tratto fui scosso da una musica bizzarra che non capii subito di dove venisse. Erano campane che suonavano un’arietta allegra con note argentine, le quali ora scoccavano lente che pareva si staccassero a fatica l’una dall’altra, ora prorompevano in gruppi, in fioriture strane, in trilli, in scoppi sonori; una musica saltellante e piena di ghiribizzi, che aveva qualcosa di primitivo come la città variopinta, sulla quale si spandevan le sue note a guisa d’uno stormo d’uccelli; e anzi consuonava così al carattere della città, che pareva la sua voce naturale, un’eco della vita antica di quella gente, che faceva pensare al mare, alla solitudine, alle capanne, e nello stesso tempo destava il riso e toccava il cuore. All’improvviso la musica cessò e sonarono le ore. In quello stesso punto altri campanili lanciavano nell’aria altre ariette delle quali mi arrivavano appena all’orecchio le note più acute, e finite le ariette, suonavan le ore come il primo. Questo concerto aereo, come seppi poi, e me ne fu spiegato il meccanismo, si ripete ad ogni ora del giorno e della notte, in tutti i campanili dell’Olanda; e sono arie di canzoni nazionali, di salmi, d’opere italiane e tedesche. Così in Olanda l’ora canta, come per distrarre la mente dal pensiero triste del tempo che fugge, e canta la patria, la religione e l’amore, con un’armonia che sorvola a tutti i rumori della terra.
Ora, per continuare a dire per ordine quello che vidi e quello che feci, devo condurre chi legge in un caffè e pregarlo d’assistere al mio primo desinare olandese.
Gli Olandesi mangiano molto. Il maggior piacere che si pigli da loro, come dice il cardinale Bentivoglio, è fra i conviti e le tavole. Ma non sono golosi, son voraci; tirano alla quantità più che alla qualità. Fin dai tempi antichi, erano canzonati dai loro vicini, non soltanto per la ruvidezza dei loro costumi, ma per la semplicità del loro nutrimento: si chiamavano mangiatori di latte e di formaggio. Mangiano generalmente cinque volte al giorno. Di levata, tè, caffè, latte, pane, cacio, burro; poco prima di mezzogiorno una buona colezione; prima di pranzo, quello che si direbbe uno spuntino, cioè un bicchier di liquore e qualche biscotto; poi un gran pranzo; e la sera tardi il pusigno, per usare la parola propria, ossia qualche cosuccia, tanto per non andare a letto collo stomaco ozioso. Mangiano poi in comune in molte occasioni non parlo di nascite e di matrimoni, che è uso di tutti i paesi; ma, per esempio, di sepolture: usando che gli amici e i conoscenti che hanno accompagnato il convoglio funebre, riconducano la famiglia del defunto a casa, e là siano invitati a mangiare e a bere, e facciano per solito molto onore ai loro ospiti. La pittura olandese, quando non ci fosse altra testimonianza, è là per provarci la parte principalissima che ebbe sempre la tavola nella vita di quel popolo. Oltre gl’infiniti quadri di soggetti casalinghi, nei quali si direbbe che il piatto e la bottiglia sono i protagonisti, quasi tutti i grandi quadri che rappresentano personaggi storici, borgomastri, guardie civiche, li mostrano seduti a tavola in atto di mordere, di tagliare, di mescere. Persino il loro eroe, Guglielmo il Taciturno, l’incarnazione della nuova Olanda, incarnò pure quest’amor nazionale della tavola, ed ebbe il primo cuoco dei suoi tempi; un così grande artista che i principi tedeschi mandavano dei principianti a perfezionarsi alla sua scuola, e Filippo II, in uno di quei periodi d’apparente riconciliazione col suo mortale nemico, glielo chiese in regalo.
Ma, come dissi, il carattere principale della cucina olandese è l’abbondanza, non la raffinatezza. I Francesi, che sono buongustai, ci trovano molto a ridire. Mi ricordo d’uno scrittore di certe Mémoires sur la Hollande, che inveisce con impeto lirico contro il mangiare degli Olandesi, dicendo:—Cos’è questo mangiar zuppe alla birra? questo mescolar carne e confetti? questo divorar tanta carne senza pane?—Altri scrittori di libri sull’Olanda hanno parlato dei loro desinari in quel paese, come di sventure domestiche. È superfluo il dire che son tutte esagerazioni. Alla cucina olandese si può abituare in poco tempo anche una bocca ultradelicata. Il fondo del desinare è sempre un piatto di carne, col quale si servono altri quattro o cinque piatti di salumi e di legumi, che ognuno mescola e combina a modo suo col piatto principale. Le carni sono squisite e i legumi squisitissimi, e cucinati in mille maniere diverse: degni di menzione particolare la patate e i cavoli, e ammirabile l’arte di far le frittate. Non parlo della caccia, dei pesci, dei latticini, del burro, perchè ne parla la fama; e taccio, per non lasciarmi vincere dall’entusiasmo, di quel celebrato formaggio, nel quale, quando s’è fatto tanto di ficcare il coltello, si continua a infierire con una sorta di furore crescente, menando fendenti e puntate, e abbandonandosi a ogni specie di lavori d’intaglio e di scavo, finchè è vuota la forma, e il desiderio aleggia ancora sulle rovine.
Uno straniero che desina per la prima volta in una trattoria olandese vede parecchie novità. Prima d’ogni cosa, dei piatti d’una grandezza e d’uno spessore straordinarii, proporzionati all’appetito nazionale; e in molti luoghi, una salvietta di carta bianca sottilissima, piegata a tre punte, contornata di fiori a stampa, con un piccolo paesaggio agli angoli, e il nome del caffè o della trattoria o un Bon appetit stampato in grandi caratteri azzurri. Lo straniero, per essere sicuro del fatto suo, ordina un rosbiffe, e gliene portano una mezza dozzina di fette grandi come una foglia di cavolo; o una bistecca, e gli portano un cuscinetto di carne sanguinosa che basterebbe a saziare una famiglia; o del pesce, e gli portano un animale lungo come la tavola; e con ciascuna di queste cose, una montagnola di patate bollite e un vasettino di mostarda vigorosa. Di pane, una fettina un po’ più grande di uno scudo, e sottile come una cartilagine; cosa spiacevole per noi latini, che divoriamo il pane come accattoni; così che in una trattoria olandese ci tocca a domandarne ogni momento, con grande stupore dei camerieri. Con uno di quei tre piatti, e un bicchier di birra di Baviera o di birra d’Amsterdam, un galantuomo può dire di aver desinato. Di vino, chi per poco abbia il granchio alla borsa, in Olanda non se ne discorre, perchè è caro assaettato; ma siccome là le borse son gonfie, così quasi tutti gli Olandesi dal mezzo ceto in su, ne bevono; e ci son certo pochi paesi dove si trovi la varietà e l’abbondanza di vini stranieri che si trova in Olanda: francesi e del Reno particolarmente.
Chi, dopo desinare, vuol dei liquori, in Olanda trova il fatto suo. Non c’è bisogno di dire che i liquori olandesi sono famosi nel mondo, e che è famosissimo per tutti il schiedam, estratto di ginepro, così chiamato dalla piccola città di Schiedam, distante poche miglia da Rotterdam, nella quale si trovano più di duecento fabbriche; e per dare un’idea del lavoro che vi si fa, basta dire che colla feccia della materia distillata, si nutriscono anno per anno trentamila bestie suine. Questo schiedam famoso, la prima volta che si assaggia, fa giurare e spergiurare che non se ne beverà più una goccia se si campasse cent’anni; ma chi ne ha bevuto, come dice il proverbio francese, ne beverà; e si comincia a provarlo con un mucchio di zucchero; e poi con un po’ meno; e poi senza, finchè, horribile dictu, col pretesto dell’umidità e della nebbia, se ne tracannano due bicchierini con una disinvoltura da marinai. Vien dopo per ordine di nobiltà il curaçò, liquore fine, femmineo, men vigoroso dello schiedam, ma assai più di quel dolciume nauseabondo che si spaccia in altri paesi colla raccomandazione del suo nome. Dopo il curaçò altri moltissimi, di tutte le gradazioni di forza e di sapore, coi quali un bevitore esperto si può dare, a sua fantasia, tutte le sfumature dell’ebbrezza; l’ebbrezza gentile, la forte, la chiassosa, la cupa—e disporre in modo il suo cervello da vedere il mondo nell’aspetto che convien meglio al suo umore, come si farebbe con uno strumento ottico, cambiando il colore delle lenti.
La prima volta che si desina in Olanda c’è una sorpresa curiosa al momento di pagare lo scotto. Io avevo fatto un desinare scarso per un batavo, ma per un italiano, abbondantino, e con quel che sapevo del gran caro d’ogni cosa in Olanda, m’aspettavo una di quelle sonate, alle quali, come dice Teofilo Gauthier, la sola risposta ragionevole da darsi è una pistolettata. Fui dunque gratamente meravigliato quando il cameriere mi disse che dovevo pagare quarante sous, e siccome nelle città grandi dell’Olanda tutte le monete corrono, misi sulla tavola quaranta soldi in argento francese, e aspettai, per dar tempo all’amico di ravvedersi, nel caso che si fosse ingannato. Ma l’amico guardò quel denaro senza alcun segno di ravvedimento, e disse con la più gran serietà:—Ancora altri quaranta soldi.—Scattai sulla seggiola domandando una spiegazione; e la spiegazione, ahimè, fu semplicissima. L’unità monetaria, in Olanda, è il fiorino, che corrisponde a due lire nostre e quattro centesimi; per il che il centesimo e il soldo olandesi corrispondono a qualcosa di più del doppio del centesimo e del soldo nostro; onde l’inganno e il disinganno.
Rotterdam, la sera, presenta un aspetto impreveduto a uno straniero. Mentre nelle altre città settentrionali a una cert’ora la vita si raccoglie nelle case, a Rotterdam, a quella stess’ora, si espande nelle strade. L’Hoog-Straat è percorsa fino a notte avanzata da una folla fittissima, le botteghe sono aperte,—perchè le serve vanno a far la spesa la sera;—i caffè sono affollati. I caffè olandesi hanno una forma particolare. Son per lo più una sala unica, lunga, divisa per mezzo da una tenda verde, che s’abbassa verso sera e nasconde, come un telone da teatro, tutta la parte di dietro, la quale è la sola illuminata; la parte davanti, separata dalla strada da una grande vetrata, rimane al buio, in maniera che dal di fuori non vi si vede che delle forme nere, e un luccichio di punte di sigari che paion lucciole; e tra quelle forme nere, qualche profilo vago di donna, a cui non conviene la luce.
Dopo i caffè, dan nell’occhio, come a Rotterdam in tutte le città d’Olanda, le botteghe dei tabaccai. Ce n’è una, si può dire, a ogni passo; e sono senza paragone le più belle d’Europa; non escluse le grandi botteghe di tabacchi d’Avana di Madrid. I sigari sono chiusi in scatole di legno, su ciascuna delle quali è attaccato un ritratto a stampa del re e della regina, o di qualche illustre cittadino olandese; e tutte queste scatole sono ammontate nelle vetrine altissime, in mille forme architettoniche, come di torri, di campanili, di tempietti, di scale a chiocciola, che s’inalzano da terra fin quasi al soffitto. In queste botteghe, risplendenti di fiammelle come botteghe di Parigi, si trovan sigari di tutte le forme e di tutti i sapori; e il tabaccaio cortese ve li porge in una apposita busta di carta velina, dopo averne spuntato uno con una macchinetta.
Le botteghe olandesi sono illuminate sfarzosamente; e benchè non presentino per sè stesse alcuna differenza da quelle delle altre grandi città europee, offrono però un aspetto particolare, di notte, per il contrasto che ne riesce fra il pian terreno e la parte superiore delle case. Sotto è tutto vetri, lumi, colori, splendori; sopra son quelle facciate cupe, con quelle punte, con quegli scalini, con quelle curve; la parte superiore della casa è la vecchia Olanda, semplice, buia e silenziosa; il pian terreno è la vita nuova, la moda, il lusso, l’eleganza. Oltre a questo, siccome le botteghe, essendo tutte le case strettissime, occupano l’intero piano terreno, e sono per lo più tanto fitte che si toccano le une le altre, così di notte nelle strade come l’Hoog-Straat, non si vede quasi punto muro dal primo piano in giù, e sembra che le case sian tutte sorrette dalle vetrine, e le vetrine si confondono tutte da lontano in due larghe striscie fiammeggianti che fiancheggiano la strada come due siepi accese e l’inondano di luce, in modo che vi si troverebbe uno spillo.
Passeggiando per le strade di Rotterdam, la sera, si vede che è una città riboccante di vita, che si espande; una città, sto per dire, adolescente, nel periodo della crescenza, la quale, come una persona nei suoi panni, si sente d’anno in anno più allo stretto nelle sue case e nelle sue strade. I suoi centoquattordici mila abitanti saranno forse duecentomila in un avvenire non lontano. Le strade secondarie sono formicai di bimbi; ce n’è un ripieno, un ribocco, che rallegra gli occhi ed il cuore. Per le vie di Rotterdam spira un non so che aria di festa. Quei visotti bianchi e rossi delle serve, di cui si vedono spuntare da tutte le parti le cuffiette bianche, quei faccioni sereni di negozianti che sorbiscono lentamente dei grandi bicchieri di birra, quelle contadine coi grossi orecchini d’oro, quella pulizia, quei fiori alle finestre, quella folla operosa e tranquilla, danno a Rotterdam un aspetto di salute e di pace contenta, che fa venir sulle labbra il Te beata dei Sepolcri, non col grido dell’entusiasmo, ma col sorriso della simpatia.
Rientrando all’albergo, vidi tutt’una famiglia francese ferma in un corridoio ad ammirare i chiodi d’una porta che parevan tanti bottoni d’argento.
La mattina seguente appena levato, mi affacciai alla finestra, ch’era al secondo piano, e vedendo i tetti delle case dirimpetto, riconobbi, con meraviglia, che il Bismark era da scusarsi se aveva creduto di veder dei fantasmi sui tetti delle case di Rotterdam. Sulle rocche di cammino, in fatti, di tutte le case antiche, s’alzano dei tubi curvi o diritti, sovrapposti di traverso gli uni agli altri, incrociati e ricrociati in forma di braccia aperte, di forche, di corna smisurate, di atteggiamenti impossibili, da far pensare che abbiano un significato, che sian come un richiamo misterioso da casa a casa, e che di notte si debbano muovere con uno scopo.
Scesi nell’Hoog-Straat, era giorno di festa, si vedevano le poche botteghe aperte; ma nemmen quelle poche, mi dissero gli stessi Olandesi, si sarebbero viste non molti anni fa: l’osservanza del precetto religioso, ch’era rigorosissima, si comincia a rilassare. Vidi piuttosto un segno di festa nel vestire della gente, e specialmente degli uomini. Gli uomini, soprattutto delle classi inferiori (e osservai questo anche nelle altre città) hanno una manifesta simpatia per gli abiti neri, e li sfoggiano per lo più la domenica: cravatta nera, calzoni neri e certe palandrane nere che toccan quasi il ginocchio; costume che coll’andatura lenta e il viso grave, dà loro un’aria di sindaci di villaggio che vadano ad assistere a un Te Deum ufficiale.
Ma quello che mi stupì fu di vedere, a quell’ora, quasi tutte le persone che incontravo, signori e povera gente, uomini e ragazzi, col sigaro in bocca. Questa malaugurata abitudine di sognare da svegli, come scriveva Emilio Girardin, quando faceva la guerra ai fumatori, occupa una così larga parte nella vita degli Olandesi, che bisogna dirne qualchecosa.
Il popolo olandese è forse di tutti i popoli del settentrione quello che fuma di più. L’umidità del clima gliene fanno quasi un bisogno; il prezzo moderatissimo del tabacco rende possibile a tutti di soddisfarlo. Per mostrare quanto sia radicata quest’abitudine, basti dire che i barcaioli del trekschuit, che è la diligenza acquatica dell’Olanda, misurano le distanze col fumo. Di qui, dicono, alla tal città, ci sono, non tante miglia, ma tante pipate. Quando s’entra in una casa, dopo il primo saluto, l’ospite vi porge un sigaro; quando uscite, ve ne porge un altro, qualche volta ve ne riempie le tasche. Per le strade si vedon persone che accendono un sigaro col mozzicone ancora acceso dell’ultimo fumato, senza soffermarsi, con aria di gente affaccendata, per la quale è ugualmente rincrescevole di perdere un minuto di tempo e una boccata di fumo. Moltissimi s’addormentano col sigaro in bocca, accendono il sigaro quando si svegliano durante la notte e lo riaccendono la mattina prima di mettere i piedi fuori del letto. Un olandese, scriveva il Diderot, è un lambicco vivente; e pare infatti che il fumare sia per lui quasi una funzione necessaria della vita. Molti dissero che tutto questo fumo gli annebbia l’intelligenza. Eppure se v’è un popolo, come osserva giustamente l’Esquiroz, che abbia un’intelligenza netta e precisa al più alto grado, è il popolo olandese. D’altra parte in Olanda, il sigaro non è scusa all’ozio, nè si fuma per sognare da svegli; ognuno fa i fatti suoi cacciando fuori dei nuvoletti bianchi dalla bocca, regolarmente, come il tubo di un fornello d’officina, e il sigaro, invece d’essere una distrazione, è uno stimolo e un aiuto al lavoro. Il fumo, mi disse un olandese, è il nostro secondo fiato; e un altro mi definì il sigaro: il sesto dito della mano.
Qui, a proposito di tabacco, vorrei raccontare la vita e la morte d’un famoso fumatore olandese; ma temo un po’ le scrollate di spalla de’ miei amici olandesi, i quali mi raccontarono quella vita e quella morte, lamentandosi appunto che gli stranieri, che scrivon dell’Olanda, lascin da parte delle cose importanti ed onorevoli per il paese, per occuparsi di corbellerie di quella natura.
Ma tant’è, mi pare una corbelleria così nuova che non posso tenermela nella penna.
V’era dunque una volta un ricco signore dei dintorni di Rotterdam, il quale si chiamava Van Klaës, ed era soprannominato papà gran pipa, perchè era vecchio, grosso e gran fumatore. La tradizione racconta ch’egli aveva fatto fortuna, da onesto negoziante, nelle Indie, e ch’era un uomo di miti costumi e di buon cuore. Tornato dalle Indie, s’era fatto fabbricare un bellissimo palazzo vicino a Rotterdam, e in questo palazzo aveva raccolto e disposto in forma di Museo tutti i modelli di pipe che vide il sole, in tutti i paesi e in tutti i tempi, da quelle che servivano agli antichi barbari per fumare la canapa alle splendide pipe di schiuma e d’ambra sopraccaricate di figurine e cerchiellate d’oro che si ammirano nelle più belle botteghe di Parigi. Il Museo era aperto agli stranieri, e ad ognuno che lo visitasse, il signor Van Klaës, dopo aver sfoggiato la sua vasta erudizione fumatoria, riempiva le tasche di sigari e di tabacco e regalava un catalogo del Museo con una copertina di velluto.
Il signor Van Klaës fumava cento cinquanta grammi di tabacco al giorno, e morì all’età di novantott’anni; così che, fatto il conto colla supposizione che abbia cominciato a fumare di diciotto anni, in tutto il corso della sua vita egli ne fumò quattromila trecento ottantatrè chilogrammi; colla quale quantità di tabacco, si forma una striscia nera non interrotta della lunghezza di venti leghe francesi. Con tutto ciò il signor Van Klaës si mostrò assai più grande fumatore in morte che in vita. La tradizione ha conservato tutti i particolari della sua fine. Gli mancavan pochi giorni a compire il novantottesimo anno, quando egli sentì improvvisamente che quell’anno sarebbe stato l’ultimo. Mandò a chiamare il suo notaio, ch’era pure un fumatore emerito, e senz’altro preambolo: “Notaro mio” gli disse “riempite la mia pipa e la vostra; io mi sento morire.” Il notaio riempì le pipe, le accesero e il signor Van Klaës dettò il suo testamento, che diventò poi celebre in tutta l’Olanda.
Dopo aver disposto d’una gran parte del suo avere a favore di parenti, d’amici e d’ospizi, dettò i seguenti articoli:
Voglio che tutti i fumatori del paese siano invitati ai miei funerali con tutti i mezzi possibili: giornali, lettere private, circolari, annunzi. Ogni fumatore che si renderà all’invito, riceverà in dono dieci libbre di tabacco e due pipe, sulle quali siano incisi il mio nome, le mie armi e la data della mia morte. I poveri del distretto che accompagneranno il mio feretro, riceveranno ogni anno, il giorno anniversario della mia morte, un gran pacco di tabacco. A tutti coloro che assisteranno al funerale, metto per condizione, se vogliono partecipare ai benefizi del mio testamento, che fumino senza interruzione per tutta la durata della cerimonia. Il mio corpo sarà chiuso in una cassa rivestita internamente del legno delle mie vecchie scatole dei sigari d’Avana. In fondo alla cassa, sarà deposta una scatola di tabacco francese detto caporal e un pacco del nostro vecchio tabacco olandese. Al mio fianco, sarà messa la mia pipa prediletta e una scatola di fiammiferi.... perchè non si sa mai quello che possa accadere. Portato il feretro al cimitero, tutte le persone del corteggio, prima d’andarsene, gli sfileranno dinanzi e vi getteranno sopra la cenere della loro pipa.
Le ultime volontà del signor Van Klaës furono rigorosamente compiute; i funerali riescirono splendidi e velati da una fitta nebbia di fumo; la cuoca del defunto, che si chiamava Gertrude, alla quale il padrone aveva lasciato, con un codicillo, una rendita considerevole, a patto che vincesse la sua ostinata avversione al tabacco, accompagnava la processione con un sigaretto di carta fra le labbra; i poveri benedissero la memoria del benefico signore, e tutto il paese risonò delle sue lodi, come risuona oggi ancora della sua fama.
Passando lungo un canale, vidi, con nuovi effetti, uno di quei rapidi cambiamenti di tempo che avevo visti il giorno innanzi. Tutt’a un tratto il sole dispare, quell’infinita varietà di colori ridenti si offusca, e comincia a soffiare un venticello d’autunno. Allora alla quiete allegra di poc’anzi succede da tutte le parti e in ogni cosa una sorta d’agitazione paurosa. I rami degli alberi stormiscono, le bandierine dei bastimenti ondeggiano, le barchette legate alle palafitte saltellano, le acque tremolano, i mille oggetti appesi alle case dondolano, le braccia dei mulini girano più rapide; pare che corra per tutto un brivido d’inverno e che la città si rimescoli come se avesse inteso una minaccia misteriosa. Dopo pochi minuti il sole ricompare, e col sole i colori, la pace, l’allegrezza. Questo spettacolo mi fece pensare che veramente l’Olanda non si possa dire un paese d’aspetto triste, come molti credono; ma piuttosto tristissimo o allegrissimo a vicenda, secondo il tempo. È in ogni cosa il paese dei contrasti. Sotto un cielo capricciosissimo v’è il popolo meno capriccioso della terra; e questo popolo fermo e ordinato, ha l’architettura più barcollante e più scompigliata che si possa veder con due occhi.
Prima d’entrare nel Museo di Rotterdam, mi sembrano opportune alcune osservazioni sulla pittura olandese, non per coloro che sanno, ben inteso, ma per coloro che hanno dimenticato.
La pittura olandese ha una qualità che la rende, per noi Italiani, particolarmente attrattiva: è di tutte le pitture del mondo la più diversa dalla nostra, l’antitesi, o per dirla con una di quelle frasi che facevano stizzire il Leopardi, il polo opposto dell’arte. Sono, la nostra e l’olandese, le due scuole più originali, o, come altri dice, le due sole a cui convenga rigorosamente quel titolo; le altre non essendo che figlie, o sorelle minori, che le arieggiano o poco o molto. E così anche per il lato della pittura, l’Olanda offre quello che si cerca con maggior desiderio nei viaggi o nei libri di viaggi: il nuovo.
La pittura olandese nacque colla indipendenza e colla libertà dell’Olanda. Sin che le provincie del nord e quelle del sud dei Paesi Bassi stettero unite nella monarchia spagnuola e nella fede cattolica, ebbero una scuola unica di pittura. I pittori olandesi dipingevano come i pittori belgi; studiavano nel Belgio, in Germania, in Italia; l’Heemskerk imitava il Michelangelo; il Bloemaert, il Correggio; il Moro, il Tiziano, per non accennarne molti altri; ed erano imitatori pedanti, che congiungevano all’esagerazione dello stile italiano una certa rozzezza tedesca, di che riusciva una pittura bastarda, inferiore ancora a quella primissima, quasi infantile, rigida nel disegno, cruda nel colorito e mancante affatto di chiaroscuro, ma aliena, almeno, dall’imitazione, che era stata come un preludio lontano della vera arte olandese.
Colla guerra d’indipendenza, la libertà, la riforma, anche la pittura si rinnova; cade, colla tradizione religiosa, la tradizione artistica; il nudo, le ninfe, le madonne, i santi, l’allegoria, la mitologia, l’ideale, tutto il vecchio edifizio rovina; l’Olanda, animata da una nuova vita, prova il bisogno di manifestarla e di espanderla in una maniera nuova; questo piccolo paese divenuto ad un tratto così glorioso e formidabile sente il desiderio d’illustrare sè medesimo; le facoltà che si sono rafforzate ed eccitate in quella grande impresa di creare una patria, un mondo reale, traboccano, ora che l’impresa è compiuta, e creano un mondo immaginario; le condizioni del paese son favorevoli al risorgimento dell’arte; i supremi pericoli sono scongiurati; v’è la sicurezza, la prosperità, un avvenire splendido; gli eroi hanno fatto il dover loro, possono farsi innanzi gli artisti; l’Olanda, dopo tanti sacrifizi e tante sventure, uscita vittoriosa dalla lotta, leva il viso in mezzo ai popoli, e sorride: e quel sorriso è l’arte.
Quale dovess’essere quest’arte, si potrebbe indovinare, quando non ce ne fosse rimasto alcun monumento. Un popolo pacifico, operoso, pratico, riabbassato continuamente, per dirla colle parole d’un gran poeta tedesco, a una realtà prosaica, dalle occupazioni d’una vita volgare e borghese; che coltiva la sua ragione a spese della sua immaginazione; che vive, per conseguenza, più d’idee chiare che di immagini belle; che rifugge dalle astrazioni, che non si slancia col pensiero di là dalla natura, colla quale è in lotta perpetua; che non vede che ciò che è, che non gode che di ciò che possiede, che fa consistere la sua felicità nella quiete agiata e onestamente sensuale d’una vita senza passioni violente e senza desiderii scomposti; questo popolo doveva avere un sentimento tranquillo anche dell’arte, amare un’arte che ricreasse senza scuotere, che parlasse più ai sensi che allo spirito, un’arte riposata, precisa, squisitamente materiale come la sua vita; l’arte, in una parola, realista, nella quale egli si potesse specchiare e vedersi tal quale era, ed era contento di essere.
Gli artisti cominciarono a ritrarre quello che cadeva prima sotto i loro occhi: la casa. I lunghi inverni, le pioggie ostinate, l’umidità, la variabilità continua del clima, costringono l’olandese a stare una gran parte dell’anno e del giorno in casa. Questa casa piccina, questo guscio, egli l’ama assai più di noi, appunto perchè ne ha maggior bisogno e, ci vive di più: lo provvede di tutti i comodi, lo accarezza, ci si crogiola: gli piace guardare, dalle finestre ben tappate, la neve che cade e la pioggia che diluvia, e dire:—Infuria, tempaccio, io sono al caldo e al sicuro!—In questo suo guscio, accanto alla sua buona massaia, in mezzo ai suoi figliuoli, passa le lunghe serate dell’autunno e dell’inverno, mangiando molto, bevendo molto, fumando molto, ricreandosi con un’onesta allegria delle cure della giornata. I pittori olandesi ritraggono queste case e questa vita in quadretti proporzionati alle piccole pareti a cui debbono essere appesi: le stanze da letto, che fanno sentire il gusto del riposo, le cucine, le tavole apparecchiate, i faccioni freschi e ridenti delle madri di famiglia, gli uomini in panciolle intorno al focolare; e da realisti coscienziosi che non iscordano nulla, ci mettono il gatto che sonnecchia, il cane che sbadiglia, la gallina che razzola, la scopa, i legumi, i tegami sparsi, i polli spennacchiati. Questa vita la ritraggono poi in tutte le classi sociali e in tutte le sue scene: la conversazione, il ballo, le orgie, i giuochi, le feste; e così diventan famosi i Terburg, i Metzu, i Netscher, i Dov, i Mieris, gli Steen, i Brouwer, i Van Ostade.
Dopo la casa, si rivolgono alla campagna. Il clima nemico non concede che un tempo assai breve per ammirare la natura; ma per questo appunto gli artisti olandesi l’ammirano meglio; salutano la primavera con una gioia più viva; e quel sorriso fuggitivo del cielo si stampa più profondamente nella loro fantasia. Il paese non è bello; ma è due volte caro, perchè strappato al mare e agli stranieri; essi lo ritraggono con amore; creano il paesaggio semplice, ingenuo, pieno d’un senso intimo che non hanno in quel tempo nè i paesaggi italiani nè i belgi. Il loro paese, piano e monotono, offre ai loro occhi attenti una varietà meravigliosa. Colgono tutte le variazioni del cielo, si valgon dell’acqua che è per tutto, che riflette, dà grazia e freschezza, e lumeggia ogni cosa; non han montagne, mettono in fondo ai quadri le dune; non han boschi, ma vedono, fanno vedere i misteri d’un bosco in un gruppo d’alberi; e animano tutto questo coi loro bellissimi animali e colle loro vele. Il soggetto d’un loro quadro è ben povero: un mulino a vento, un canale, un cielo grigio; ma a quante cose fa pensare! Alcuni di loro, non paghi di quella natura, vengono a cercare in Italia i colli, i cieli luminosi e le rovine illustri; e n’esce una schiera di artisti eletti, come i Both, i Swanevelt, i Pynacker, i Breenberg, i Van Laer, gli Asselyn; ma la palma rimane ai paesisti olandesi, al Wynants, il pittore del mattino, al Van der Neer, il pittore della notte, al Ruysdael il pittore della melanconia, al Hobbema l’illustratore dei mulini, delle capanne e degli orti, e ad altri che si ristrinsero ad esprimere l’incanto della loro modesta natura.
Insieme al paesaggio, nasce un altro genere di pittura, particolarmente proprio dell’Olanda: la pittura degli animali. Gli animali son la ricchezza del paese; è quella stupenda razza bovina che non ha rivali in Europa, nè per fecondità nè per bellezza. Gli Olandesi, che tanto le debbono, la trattano, si può dire, come un ceto della popolazione; amano i loro animali, li lavano, li pettinano, li vestono. Essi si vedono per tutto; si specchiano in tutti i canali; abbelliscono il paese picchiettando d’innumerevoli macchiette nere e bianche le immense praterie; danno a ogni luogo un’aria di pace e di agiatezza che mette in cuore non so che sentimento di dolcezza arcadica, di serenità patriarcale. Gli artisti olandesi studiano questi animali in tutte le loro varietà, in tutte le loro abitudini, ne indovinano, per così dire, la vita intima, i sentimenti, e vivificano con essi la bellezza quieta dei loro paesaggi. Il Rubens, lo Snyders, il Paolo de Vos, molti altri pittori belgi, avevano ritratto gli animali con maestria ammirabile; ma tutti son superati dagli olandesi Van de Velde, Berghem, Karel du Jardin, e dal principe dei pittori di animali, Paolo Potter, il cui Toro famoso del Museo dell’Aja doveva aver l’onore d’esser posto, nel palazzo del Louvre, dinanzi alla Trasfigurazione di Raffaello.
In un altro campo di pittura dovevano grandeggiare gli Olandesi: il mare. Il mare, loro nemico, loro potenza e loro gloria, che sovrasta alla loro patria, che la tormenta e la teme, ed entra da mille parti e in mille forme nella loro vita; quel Mare del Nord turbolento, pieno di colori sinistri, illuminato da tramonti di una mestizia infinita, che flagella una riva desolata, doveva soggiogare la immaginazione degli artisti olandesi. Essi, infatti, passano lunghe ore sulla spiaggia a contemplare la sua bellezza tremenda, si avventurano fra le onde per studiare la tempesta, comprano dei bastimenti e navigano colla loro famiglia osservando e dipingendo, seguono le flotte nazionali nelle guerre e assistono alle battaglie, e così nascono dei pittori di marina, come Guglielmo Van de Velde il vecchio e Guglielmo il giovane, il Backuisen, il Dubbels, lo Stork.
Un altro genere di pittura doveva sorgere in Olanda, come espressione del carattere del popolo e dei costumi repubblicani. Un popolo che senza grandezza aveva fatto tante grandi cose, come dice il Michelet, doveva avere la sua pittura, se così può dirsi, eroica, destinata ad illustrare uomini ed avvenimenti. Ma questa pittura, appunto perchè quel popolo era senza grandezza, o per meglio dire, senza la forma della grandezza, modesto, inclinato a considerar tutti uguali dinanzi alla patria, perchè tutti avevano fatto il loro dovere, aborrente dalle adulazioni e dalle apoteosi che glorificano in un solo le virtù e il trionfo di molti; questa pittura doveva illustrare non già pochi uomini eccelsi e pochi fatti straordinarii; ma tutte le classi della cittadinanza colte nelle congiunture più ordinarie e pacifiche della vita borghese. Di qui, i grandi quadri che rappresentano cinque, dieci, trenta persone insieme, archibugieri, sindaci, ufficiali, professori, magistrati, amministratori, seduti o ritti intorno a una tavola, banchettando o discutendo, tutti di grandezza naturale, tutti ritratti fedelissimi, visi gravi, aperti, sui quali risplende l’intima serenità della coscienza sicura, sui quali s’indovina, più che non si veda, la nobiltà della vita consacrata alla patria, il carattere di quell’epoca forte e operosa, le virtù maschie di quelle generazioni prestanti; tutto questo rilevato dal bel costume del rinascimento che accoppia così mirabilmente la gravità e la grazia, quelle gorgiere, quei giustacori, quei mantelli neri, quelle ciarpe di seta, i nastri, le armi, le bandiere. E in questo campo facevan capolavori i Van der Helst, gli Hals, i Govaert Flink, i Bol.
Scendendo dalla considerazione dei varii generi di pittura, alla maniera speciale, ai mezzi di cui si valsero gli artisti nel trattarli, se ne presenta subito uno principalissimo, che è come il tratto distintivo della scuola olandese: la luce.
La luce, in Olanda, per le condizioni particolari in cui si manifesta, doveva far nascere una maniera particolare di pittura. Una luce pallida, ondeggiante con una mobilità meravigliosa a traverso un’atmosfera pregna di vapori, un velo nebuloso continuamente e bruscamente lacerato, una lotta perpetua fra i raggi e le ombre, era uno spettacolo che doveva attirar l’attenzione dei pittori. Essi cominciavano a osservare e a ritrarre tutte codeste inquietudini del cielo, codesta lotta, che anima d’una vita varia e fantastica la solitudine della natura olandese; e nel ritrarla ch’essi facevano, codesta lotta passò nelle loro menti, e allora, invece di ritrarre, crearono. Allora fecero cozzare essi medesimi i due elementi; accumularono le tenebre, per saettarle, per romperle con ogni maniera di rilievi luminosi e di sbattimenti di luce; per farci guizzare e morire dei raggi di sole, dei riflessi crepuscolari, dei chiarori di lucerne, digradanti con sfumature delicatissime in ombre misteriose; e popolare queste ombre di forme confuse, che si vedono e non si distinguono; e creare così ogni sorta di giochi, di contrasti, di enigmi, d’effetti di chiaroscuro inaspettati e strani. E in questo campo fecero prodigi veri, fra gli altri moltissimi, Gherardo Dow, l’autore del quadro famoso delle quattro candele, e il grande, magico, sovrumano illuminatore, Rembrandt.
Un altro carattere principalissimo della pittura olandese doveva essere il colorito. Oltre la ragione così generalmente riconosciuta che in un paese dove non sono orizzonti montuosi, non prospetti accidentati, non grandi colpi d’occhio, non forme generali, insomma, che si prestino al disegno, l’occhio dell’artista dev’essere maggiormente sedotto dai colori; e che ciò deve tanto più seguire in Olanda, dove la luce incerta, la vaga bruma che vela continuamente l’aria, ammollisce, sfuma i contorni degli oggetti, onde l’occhio, trascura la forma che non può bene afferrare, e si fissa di preferenza nel colore come l’attributo principale che gli offre la natura; oltre queste ragioni, v’è quella che in un paese piano, uniforme e grigio come l’Olanda, s’ha bisogno di colori, come in un paese meridionale s’ha bisogno dell’ombra. Gli artisti olandesi non fecero che andar dietro al gusto imperioso del loro popolo, che tinse di colori vivissimi le case, i bastimenti, in alcuni luoghi i tronchi degli alberi, le palafitte, gli stecconati della campagna; che si veste, che si vestiva molto più allora di colori allegri; che ama i tulipani e i giacinti fino alla pazzia. E così tutti i pittori olandesi furon coloristi potenti, Rembrandt il primo.
Il realismo, favorito dal carattere olandese calmo e lento, che consente agli artisti di padroneggiare la propria foga, e aiutato dalla loro natura che mira all’esatto e rifugge dal fare le cose a mezzo, doveva dare alla pittura di quel popolo un altro tratto distintivo: la finitezza; e questa finitezza doveva esser condotta dagli Olandesi all’ultimo grado del possibile. Si dice con ragione che nei quadri olandesi si trova la prima qualità di quel popolo: la pazienza. Ogni cosa vi è rappresentata con la minutezza del dagherrotipo: i mobili con tutte le loro venature, le foglie con tutte le loro fibre, i tessuti con tutti i loro fili, le rappezzature con tutti i loro punti, gli animali con tutti i loro peli, i visi con tutte le loro rughe; ogni cosa finito con una precisione microscopica, da far credere che sia l’opera del pennello d’una fata, o che il pittore ci abbia perduto la vista e la ragione. Difetto, in fondo, piuttosto che pregio, poichè l’ufficio della pittura è di ritrarre non quello che è, ma quello che l’occhio vede, e l’occhio non vede, ogni cosa; ma è difetto portato a una così meravigliosa eccellenza, che lo si ammira senza lamentarlo, e non s’osa desiderare che non ci sia. E per questo rispetto furon famosi come prodigi di pazienza il Dow, il Mieris, il Potter, il Van der Helst, e più o meno, tutti i pittori olandesi.
Ma il realismo che dà alla pittura olandese una impronta così originale, e delle qualità così ammirabili, è pure la radice dei suoi difetti più gravi. I pittori olandesi, solleciti soltanto di ritrarre la verità materiale, non danno alle loro figure che l’espressione di sentimenti fisici. Il dolore, l’amore, l’entusiasmo e i mille affetti delicatissimi che non han nome, o pigliano un nome diverso dalle diverse cagioni che li fan nascere, li esprimono raramente o non li esprimono mai. Per loro il cuore non batte, l’occhio non piange, la bocca non trema. Nei loro quadri manca tutta una parte, la più potente e la più nobile, dell’anima umana. Di più, con quel ritrarre fedelmente ogni cosa, anche il brutto, e specialmente il brutto, finiscono per esagerare anche, questo, convertono i difetti in deformità, i ritratti in caricature; calunniano il tipo nazionale; danno ad ogni figura umana un aspetto sgraziato e burlesco. Per aver dove mettere queste figure, son costretti a sceglier soggetti triviali; quindi il soverchio numero di quadri che rappresentano bettole e beoni con faccie grottesche, instupidite, in atteggiamenti sguaiati, donnaccie, vecchi spregevolmente ridicoli; scene in cui par di sentir le grida squarciate, o le parole oscene. Si direbbe, a guardar quei quadri, che l’Olanda è abitata dal popolo più deforme e più scostumato della terra. Di qui i pittori discendono ancora a maggiori licenze. Lo Steen mette un lavativo in mezzo a un quadro; il Potter dipinge una vacca che orina; il Rembrandt disegna persone che fanno gli offici di sotto; il Brouwer, rappresenta ubriachi che fan la ricevuta; il Torrentius manda in giro dei quadri così spudorati che gli Stati d’Olanda li fan raccogliere e bruciare. Ma anche lasciando questi eccessi, in un Museo d’Olanda non si trova quasi mai nulla che sollevi l’anima, che desti un movimento di pensieri alti e gentili. Si ammira, si gode, si ride, si rimane pensosi dinanzi a qualche paesaggio; ma uscendo, si sente che non s’è provato un piacere intero, si desidera qualche cosa, si prova come un bisogno di vedere dei visi belli e di leggere dei versi ispirati, e qualche volta vien fatto di mormorare, quasi senz’addarsene:—Oh Raffaello!
Infine, bisogna ricordare ancora due grandi pregi di questa pittura: la sua varietà e la sua importanza come espressione, come specchio, per così dire, del paese. Se si toglie il Rembrandt col gruppo dei suoi imitatori, quasi tutti gli altri artisti sono differentissimi fra loro; nessun’altra scuola presenta forse un così gran numero di maestri originali. Il realismo dei pittori olandesi nacque dal loro amore comune per la natura; ma ognuno ha fatto trasparire nell’opera propria una maniera d’amore tutta sua; ognuno ha reso un’impressione diversa, che dalla natura aveva ricevuta; ognuno, partendo dal punto comune ch’era il culto della verità materiale, è arrivato a una mèta che non è quella degli altri. Il loro realismo poi, spingendoli a tutto ritrarre, ha fatto sì che la pittura olandese riuscisse a rappresentare l’Olanda più completamente di quello che nessun’altra scuola di pittura abbia mai fatto di nessun altro paese. Se sparisse, è stato detto, fuor che l’opera dei pittori, ogni altra testimonianza visibile dell’esistenza dell’Olanda nel secolo XVII,—il suo gran secolo—la si troverebbe nei quadri intera: le città, le campagne, i porti, le navi, i mercati, le botteghe, i costumi, gli utensili, le armi, la biancheria, le merci, le stoviglie, i cibi, i piaceri, le abitudini, le credenze religiose e le superstizioni, le qualità e i difetti del popolo; e questo che è un grande pregio per una letteratura, non è pregio minore per la sua arte sorella.
Ma nella pittura olandese v’è un gran vuoto, del quale non basta a dare una ragione compiuta l’indole pacifica e modesta del popolo. Questa pittura così intimamente nazionale ha trascurato, fuor che qualche battaglia navale, tutte le grandi gesta della guerra d’indipendenza, fra le quali sarebbero bastati gli assedi di Leida e di Haarlem a ispirare, a suscitare una legione d’artisti. Una guerra di quasi un secolo, piena di vicende strane e terribili, non è stata ricordata in un solo quadro memorabile. Questa pittura così varia e così coscienziosa nel ritrarre il paese e la sua vita, non ha rappresentato una scena di quella grande tragedia, come la chiamò, profetando, Guglielmo il Taciturno, che destò nel popolo olandese, per sì lungo tempo, tante diverse commozioni di terrore, di dolore, d’ira, di gioia, di orgoglio!
Lo splendore dell’arte in Olanda s’offuscò con quello della grandezza politica. Quasi tutti i grandi pittori nacquero nei primi trent’anni del secolo XVII, o negli ultimi del XVI; tutti erano morti dopo i primi dieci anni del XVIII; e in questo secolo non ne sorse alcun altro; l’Olanda aveva esaurito la sua fecondità. Già verso la fine del secolo XVII, il sentimento nazionale si era cominciato a infiacchire, il gusto si corrompeva, l’ispirazione dei pittori declinava colla energia morale del paese. Nel secolo XVIII, gli artisti, come se fossero stanchi della natura, ritornano alla mitologia, al classicismo, alla convenzione; l’immaginazione si raffredda, lo stile s’impoverisce, ogni favilla del genio antico si spegne; l’arte olandese mostra ancora al mondo i fiori meravigliosi del Van Huysum, l’ultimo grande innamorato della natura, e poi ripiega la mano stanca, e quei fiori ricadono sulla sua tomba.
L’attuale Museo di pittura di Rotterdam non contiene che un piccolo numero di quadri, tra i quali pochissimi dei primi artisti, e nessuno dei grandi capolavori della pittura olandese. Trecento tele e milletrecento disegni furono distrutti da un incendio nel 1864; e quanto vi si trova ora, proviene in gran parte da un Jacob Otto Boymans, che lo lasciò per testamento alla città di Rotterdam.
In questo Museo, dunque, si può entrare per far conoscenza personale di qualche artista, piuttosto che per ammirare la pittura olandese.
In una delle prime sale si vedono alcuni schizzi di battaglie navali, segnati del nome Willem Van de Velde, considerato come il più grande pittore di marine dei suoi tempi, figlio d’un Willem pittore di marine egli pure, chiamato il vecchio, per distinguerlo da lui, chiamato il giovane. Padre e figlio ebbero la fortuna di vivere al tempo delle grandi guerre marittime tra l’Olanda, l’Inghilterra e la Francia; e di poter veder le battaglie coi propri occhi. Gli Stati d’Olanda avevan messo a disposizione di Van de Velde il vecchio una piccola fregata; il figlio accompagnò il padre; e tutti e due fecero i loro schizzi in mezzo al fumo delle cannonate, spingendosi qualche volta tanto innanzi col bastimento, da indurre gli ammiragli a ordinar loro di allontanarsi. Van de Velde il giovane superò di molto il padre, e non fece per lo più che piccoli quadri: un cielo grigio, un mar calmo e qualche vela; ma così fatti che, per poco che vi si fissino gli occhi, si sente l’odor salìno delle acque e si scambia la cornice per una finestra. Questo Van de Velde appartiene a quel gruppo di quei pittori olandesi che amarono l’acqua con una sorta di furore e che dipinsero, si può dire, sull’acqua. Di questi era pure il Backuisen, pittore di marine ch’ebbe gran voga ai suoi tempi, e che Pietro il Grande, nel tempo che passò in Amsterdam, scelse a suo maestro. Il quale Backuisen si rischiava, per quel che si dice, sur una barchetta, in mezzo al mare in tempesta, per osservare da vicino i movimenti dell’onde, e metteva a un tal rischio sè e i barcaioli, che questi, più solleciti della loro pelle che delle sue tele, lo riconducevano a terra suo malgrado. Giovanni Griffier faceva di più. Aveva comperato a Londra un piccolo bastimento, l’aveva mobiliato come una casa, ci aveva installato la moglie e i figliuoli, e navigava così per conto proprio in cerca di vedute. Avendo una tempesta spezzato il suo bastimento contro un banco di sabbia e distrutto tutto l’aver suo, egli, salvo per miracolo colla famiglia, andò a stare a Rotterdam; ma annoiatosi in breve tempo della vita di terra, comperò una barcaccia sconquassata, ricominciò a navigare, rischiò una seconda volta la vita vicino a Dordrecht, e navigò ancora.
In fatto di marine, il Museo di Rotterdam non ha presso che nulla; ma vi è degnamente rappresentato il paesaggio da due quadri del Ruisdael, il più grande dei paesisti olandesi nel genere campestre. Son due dei suoi soggetti favoriti: luoghi boscosi e solitarii, che ispirano, come tutti gli altri suoi quadri, un sentimento di vaga melanconia. La grande potenza di quest’artista, che sovrasta alla scuola olandese per una finezza d’anima e una superiorità d’educazione singolare, è il sentimento. Fu detto giustamente ch’egli si servì del paesaggio per esprimere le sue amarezze, le sue noie, i suoi sogni, e che ha contemplato il proprio paese con una sorta di tristezza amara, come d’un infermo, e che creò i boschetti per nascondervi questa tristezza. La luce velata dell’Olanda è l’immagine della sua anima; nessuno ne sentì più squisitamente la dolcezza melanconica; nessuno rappresentò meglio di lui, con un raggio di luce languida, il sorriso d’una creatura afflitta. E appunto per questa sua natura eccezionale, non fu stimato dai propri concittadini che molto tempo dopo la sua morte.
Accanto a uno dei quadri del Ruisdael v’è un quadro di fiori d’una pittrice, Rachele Ruysch, moglie d’un ritrattista di grido, nata nella seconda metà del decimosesto secolo, e morta col pennello in mano, all’età di ottant’anni, dopo aver provato a suo marito e al mondo che una donna di giudizio può coltivare appassionatamente le belle arti e trovare il tempo di mettere al mondo e di allevare dieci figliuoli.
E poichè ho ricordato la moglie d’un pittore, noto di volo che ci sarebbe da fare un bel libro sulle mogli dei pittori olandesi, sia per la varietà d’avventure che presentano, sia per la parte importante che ebbero nella storia dell’arte. Un buon numero si conoscono di persona perchè molti pittori fecero il loro ritratto, insieme col proprio, e con quello dei figliuoli, del gatto e della gallina; e di quasi tutte parlano i biografi, smentendo o confermando dicerie che corsero intorno alla loro condotta. Qualcuno s’arrischiò a dire che la maggior parte di esse ebbero dei gravi torti verso la pittura. A me pare che dei torti ce ne siano stati da una parte e dall’altra. Quanto al Rembrandt, si sa che il periodo più felice della sua vita fu quello che scorse fra il suo primo matrimonio e la morte di sua moglie, figlia d’un borgomastro di Leuwarde; la posterità deve dunque della gratitudine a sua moglie. Sappiamo che il Van der Helst sposò, già avanzato in età, una bella giovinetta sulla quale non ci fu nulla a ridire; e la posterità deve ringraziare anche lei che rallegrò la vecchiaia di quel grande artista. Non si può parlare di tutte negli stessi termini, è vero. Delle due mogli dello Steen, per esempio, la prima era una testa leggiera, che gli lasciò andare a male la birreria che aveva ereditata da suo padre a Delft, e la seconda, per quel che si dice, gli fu infedele. La seconda moglie dell’Heemskerk era una scroccona, tanto che il marito doveva andare attorno a domandar scusa delle sue malefatte. La moglie dell’Hondekoeter era una donna bizzarra e molesta, che lo costringeva a passar la sera nelle taverne per liberarsi dalla sua compagnia. La moglie del Berghem era un’avara insaziabile, che lo svegliava bruscamente quando lo trovava addormentato sui suoi pennelli, perchè lavorasse e guadagnasse, e il pover uomo era costretto a farle dei sotterfugi, quando riscuoteva i denari dei suoi quadri, per potersi comprare delle stampe. Per contro, non si finirebbe più di citare, se si volessero ricordare i torti dei signori mariti. Il pittore Griffier costringe sua moglie a girare per il mondo in barca; il pittore Veenix domanda il permesso alla sua sposa d’andare a passare quattro mesi a Roma, e ci sta quattro anni; il pittore Karel du Jardin sposa una vecchia ricca per farsi pagare i debiti e la pianta quando glieli ha pagati; il pittore Molyn fa assassinare sua moglie per sposare una genovese. Lascio in dubbio se il povero Paolo Potter sia stato tradito, come alcuni affermano ed altri negano, dalla sposa che amava perdutamente, e se il gran pittore di fiori Huysum che si róse di gelosia, in mezzo alle ricchezze e alla gloria, per una moglie non più giovane nè bella, avesse fondati motivi di rodersi, o non si fosse piuttosto montata la testa senza ragione per le diceríe dei suoi rivali invidiosi. Per finir bene, ricordo onoratamente le tre mogli del pittore Eglon van der Neer, che lo coronarono di venticinque figliuoli, i quali non gli tolsero il tempo di dipingere un gran numero di quadri d’ogni genere, di fare parecchi viaggi e di coltivare i tulipani.
Vi sono nel Museo di Rotterdam parecchi piccoli quadri di Alberto Cuyp, un paesaggio, cavalli, galline, frutte; di quell’Alberto Cuyp che fece parte da sè stesso nell’arte olandese, che dipinse nel corso della sua vita quasi secolare ritratti, paesaggi, animali, fiori, scene d’inverno, lumi di luna, marine, quadri di figure, e lasciò in tutti i generi un’impronta originale; e che fu nondimeno, come quasi tutti i pittori olandesi del suo tempo, così poco fortunato, che fino al 1750, ossia più di cinquant’anni dopo la sua morte, non si pagavano più di cento lire quelli fra i suoi quadri, che ora si pagherebbero centomila, non in Olanda, ma in Inghilterra, dove si trovano al presente quasi tutte le opere sue.
D’un Cristo alla tomba dell’Heemskerk non metterebbe conto di far parola, se non fosse un appiglio per far conoscere l’artista, che fu uno dei più curiosi soggetti che siansi mai veduti sulla faccia della terra. Il Van Veen, poichè tale è il suo nome, nacque nel villaggio di Heemskerk sulla fine del secolo XV, e fiorì quindi nel periodo dell’imitazione italiana. Era figliuolo d’un contadino, e benchè si sentisse una certa disposizione per la pittura, era destinato a fare il contadino. Diventò pittore, come molti altri artisti olandesi, per un accidente. Suo padre era un uomo furioso e il figliuolo lo temeva quanto mai. Un giorno il povero Van Veen lasciò cadere in terra la brocca del latte, il padre gli s’avventò addosso, egli fuggì, si nascose e passò la notte fuor di casa. La mattina, sua madre lo trovò, convenne con lui che non sarebbe stata prudenza l’affrontare la collera paterna, gli diede un po’ di biancheria e un po’ di denari, e lo mandò con Dio. Il giovanetto si recò ad Haarlem, ottenne di entrare nella scuola d’un pittore di grido, studiò, riuscì, andò a perfezionarsi a Roma, non diventò un grande artista, chè anzi l’imitazione italiana gli nocque, trattò il nudo con rigidezza, ed ebbe uno stile manierato; ma fu un pittore fecondo e pagato, e non ebbe a rimpiangere la vita dei campi. Ma qui sta la sua originalità: era, per quel che ne dicono i suoi biografi, un uomo incredibilmente, morbosamente, pazzamente pauroso; a tal segno, che quando sapeva che dovevan passare gli archibugieri, saliva sui tetti e sui campanili, e a veder le armi nella strada, aveva ancora paura. E per chi la credesse una fiaba, c’è un fatto che può indurre a ritenerla vera: ed è che trovandosi egli nella città di Haarlem quando gli Spagnuoli vi posero l’assedio, i magistrati, che conoscevano la sua debolezza, gli permisero di fuggire dalla città prima che si venisse alle armi, forse perchè prevedevano che sarebbe morto di spaghite; ed egli si valse di quel permesso, e fuggì ad Amsterdam, lasciando i suoi concittadini nelle péste.
Altri pittori olandesi,—poichè sono a parlare degli uomini e non dei quadri—dovettero, come l’Heemskerk, a un accidente d’esser riusciti pittori. L’Everdingen, paesista di prim’ordine, lo dovette a una tempesta, che gettò il suo bastimento sul lido della Norvegia, dove egli rimase, s’ispirò a quella grande natura e creò un genere di paesaggio originale. Cornélis Vroom dovette pure la sua fortuna a un naufragio; era partito per la Spagna, con alcuni quadri religiosi, il bastimento naufragò vicino alle coste del Portogallo, il povero artista si salvò con altri in un’isola disabitata, stettero due giorni senza mangiare, si consideravan come perduti; quando furono inaspettatamente soccorsi dai religiosi di un convento della costa, ai quali il mare aveva portato insieme alla carcassa del bastimento, i quadri del naufragio, ch’essi religiosi avevano trovato ammirabili; e così il Cornélis fu raccolto, ospitato, stimolato a dipingere, e quella profonda emozione del naufragio diede al suo ingegno un impulso nuovo e potente che lo rese artista vero. E un altro, Hans Fredeman, il pittore famoso degl’inganni, quello che dipinse così maestrevolmente delle colonne sopra i battenti della porta d’una sala, che Carlo V, voltatosi, appena entrato, a guardare, credette che la parete si fosse chiusa per incanto dietro di lui; quell’Hans Fredeman che dipingeva delle palizzate che facevan tornare indietro della gente, e degli usci su cui si posava la mano per aprire, dovette la sua fortuna a un libro d’architettura del Vitruvio che ebbe per caso da un falegname.
V’è un bel quadretto dello Steen, che rappresenta un medico il quale finge di far l’estrazione della pietra a un malato immaginario: una vecchia raccoglie le pietre in una catinella, il malato strilla disperatamente e alcuni curiosi guardano sorridendo da una finestra.
Quando si dica che questo quadro fa dare in uno scoppio di risa, se ne dice tutto quello che è utilmente dicibile. Questo Steen è, dopo il Rembrandt, il più originale pittore di figure della scuola olandese; è uno di quei pochissimi artisti che, una volta conosciuti, siano o non siano consentanei alla nostra indole, si ammirino come grandi o si ritengano degni soltanto dei secondi onori, non importa: rimangono impressi, fitti, immobili nella nostra mente per tutta la vita. Dopo aver visto i suoi quadri, non è più possibile vedere un ubriaco, un buffone, uno sciancato, un mostriciattolo, una faccia deforme, una smorfia ridicola, un atteggiamento grottesco, senza ricordarsi di qualcuna delle sue figure. Tutte le gradazioni, tutte le goffaggini dell’ubriachezza, tutto quello che v’è di grossolano e di sguaiato nell’orgia, la frenesia dei piaceri più bassi, il cinismo del vizio più volgare, le buffonate della canaglia più sfrenata, tutte le più bestiali emozioni, tutti gli aspetti più ignobili della vita della bettola e del trivio, ei li ha ritratti colla brutalità e l’insolenza d’un uomo senza scrupoli, e con una forza comica, una foga, una, direi quasi, ebbrezza d’ispirazione, che non si può esprimer con parole. Furon scritti su di lui molti volumi, e pronunziati giudizi molto diversi. I suoi più caldi ammiratori gli hanno attribuito un’intenzione morale: lo scopo di far prender in odio la crapula dipingendola, come fece, con colori ributtanti, a somiglianza degli Spartani che mostravano gl’Iloti ubriachi ai figliuoli. Altri non videro in quella maniera di pittura che l’espressione spontanea e spensierata dell’indole e dei gusti dell’artista, che rappresentarono come un crapulone volgare. Comunque sia stato, è fuor di dubbio che negli effetti che produce, la pittura dello Steen si può considerare una satira del vizio; e in questo egli è superiore a quasi tutti gli altri artisti olandesi, che si ristrinsero a un naturalismo esteriore. Quindi fu chiamato l’Hogart olandese, il filosofo gioviale, il più profondo osservatore dei costumi del suo paese, e fra i suoi ammiratori, ve ne fu uno, il quale disse che se lo Steen fosse nato a Roma invece che a Leida e avesse avuto a maestro Michelangelo invece di Van Goyen, sarebbe riuscito uno dei più grandi pittori del mondo; e un altro che trovò non so che analogia fra lui e Raffaello. Meno generale è l’ammirazione per le qualità tecniche della sua pittura, nella quale non si trova la finezza e il vigore di altri artisti, come dell’Ostade, del Mieris, del Dow. Ma anche considerando l’indole satirica dell’opera sua, si può dire che lo Steen s’è spinto sovente di là dal suo scopo, se veramente ebbe uno scopo. La sua foga burlesca ha spesse volte soverchiato in lui il sentimento della realtà: le sue figure invece di riuscir soltanto ridicole, riuscirono mostruose, appena umane, somiglianti spesso più a bestie che ad uomini; ed egli moltiplicò queste figure a segno da destare qualche volta, invece del riso, la nausea, e un sentimento quasi di sdegno per la natura umana oltraggiata. Il più delle volte, però, l’effetto più forte è il riso, un riso sonoro, irresistibile, che ci scappa anche essendo soli, e che richiama la gente dai quadri vicini. È impossibile spingere a un più alto grado di potenza l’arte di schiacciar i nasi, di storcer le bocche, di contrarre i colli, di reticolare le rughe, d’istupidire i visi, d’attaccare gobbe e pappagorgie, di far sghignazzare, ruttare, barcollare, stramazzare, di esprimere nel lampeggiamento d’una pupilla semispenta l’ebetismo e la lussuria, di rivelare l’abbrutimento d’un uomo in un sorriso e in un gesto, di far sentire il puzzo della pipa, udire le risataccie, indovinare i discorsi sciocchi o turpi, capire, in una parola, la bettola e la canaglia; è impossibile, dico, portare quest’arte più alto di quello che l’ha portata lo Steen.
Sulla sua vita ci furono e ci sono ancora delle, gran questioni. Si scrissero dei volumi per provare che fu un ubriacone, e dei volumi per provare che fu sobrio; e come sempre, si esagerò in un senso e nell’altro. Tenne una birreria a Delft, non fece affari, mise su una bettola e fu peggio. Si dice che n’era lui il più assiduo frequentatore, che asciugava tutto il vino, e che quando la cantina era vuota, toglieva l’insegna, chiudeva la porta, si metteva a dipingere in furia, poi vendeva i quadri, ricomperava vino e ricominciava la vita di prima. Si dice persino che pagasse addirittura coi quadri, e che per conseguenza tutti i suoi quadri si trovassero in casa di mercanti di vino. E difficile, veramente, spiegare come, essendo quasi sempre in bernecche, abbia potuto fare un così grande numero di quadri ammirabili; ma non è men difficile capire in qual maniera si sarebbe compiaciuto tanto di tali soggetti se avesse menato una vita sobria e ordinata. Certo è che, soprattutto negli ultimi suoi anni di vita, fece ogni sorta di stravaganze. Studiò da principio alla scuola di Van Goyen, paesista di grido; ma il genio operò assai più in lui che lo studio; egli indovinò le regole dell’arte sua; e se qualche volta ha dipinto un po’ troppo nero, come dice uno dei suoi critici, la colpa è di qualche bottiglia di più bevuta a desinare.
Non è lo Steen il solo pittore olandese che abbia la reputazione, meritata o no, di beone. Vi fu un tempo in cui quasi tutti gli artisti passavano una buona parte della giornata nelle taverne, pigliavano cotte favolose, venivano alle mani, ne uscivano pésti e sanguinosi. In un poema sulla pittura di Karel van Mander, il primo che scrisse la storia dei pittori dei Paesi Bassi, v’è un passo contro il vizio dell’ubriachezza e l’abitudine delle risse, che dice fra le altre cose: siate sobrii e fate che al malaugurato proverbio: «Crapulone come un pittore» si sostituisca: «Temperante come un artista.» Il Mieris, per citare soltanto i più famosi, fu un bevitore emerito; il Van Goyen, un briachella; Francesco Halz, maestro del Brouwer, una spugna da vino; il Brouwer, un bettolante incorreggibile; Guglielmo Cornélis e Hondekoeter, devotissimi anch’essi alla bottiglia. Degli altri minori si dice che parecchi morirono ubriachi. E anche nelle morti, la storia dei pittori olandesi presenta mille casi strani. Il grande Rembrandt morì nella strettezza, quasi all’insaputa di tutti; l’Holbema morì ad Amsterdam nel quartiere dei poveri; lo Steen morì nella miseria; Brouwer morì all’ospedale; Andrea Both ed Enrico Verschuring morirono annegati; Adriano Bloemaert morì in duello; Carel Fabritius morì per lo scoppio di una polveriera; Giovanni Scotel morì col pennello in mano d’un colpo d’apoplessia; il Potter morì tisico; Luca di Leida morì avvelenato. Così che tra le brutte morti, lo stravizio e la gelosia, si può dire che una gran parte dei pittori olandesi hanno avuto una sorte ben infelice.
V’è ancora nel Museo di Rotterdam una bella testa del Rembrandt; una scena di briganti del Wouwermam, gran pittore di cavalli e di battaglie; un paesaggio del Van Goyen, il pittore delle spiaggie morte e dei cieli plumbei; una marina del Backhuizen, il pittore delle tempeste; un quadro del Berghem, il pittore dei paesaggi ridenti; uno dell’Everdingen, il pittore delle cascate d’acqua e delle foreste; ed altri quadri italiani e fiamminghi.
Uscendo dal Museo incontrai una compagnia di soldati, i primi soldati olandesi ch’io vedevo, vestiti di scuro, senz’alcun ornamento vistoso, biondi dal primo all’ultimo, coi capelli lunghi, e quasi tutti con un’aria di bonomia che mi faceva parere strano che portassero delle armi. A Rotterdam, una città di più di centomila abitanti, ci sono trecento soldati di presidio! E dire che Rotterdam ha fama, tra le città dell’Olanda, d’essere la più turbolenta e la più pericolosa! Ci fu infatti, tempo fa, una dimostrazione popolare contro il Municipio, la quale non ebbe altra conseguenza che alcuni vetri rotti; ma in un paese come quello, che va coll’oriolo, doveva parere, e parve veramente un gran che; accorse la cavalleria dall’Aja, lo Stato ne fu commosso. Non si deve credere, però, che quel popolo sia tutto zucchero; che anzi, per confessione degli stessi Rotterdamesi, quella che il Carducci chiama santa canaglia è bravamente licenziosa, come in tante altre città di peggior reputazione; e la scarsità delle guardie di polizia è piuttosto un fomite alla licenza, che una prova, come qualcuno potrebbe credere, della pubblica disciplina.
Rotterdam, ho già detto, non è una città letterata nè artistica; è anzi una delle poche città olandesi nelle quali non è nato alcun grande pittore; sterilità che ha comune coll’intera provincia di Zelanda. Ma non è Erasmo la sua unica gloria letteraria. In un piccolo parco, che si stende a destra della città, sulla riva della Mosa, che è come l’Acquasola di Rotterdam, si vede una statua di marmo che i Rotterdamesi innalzarono al poeta Tollens, nato verso la fine dello secolo scorso, morto pochi anni sono. Questo Tollens, chiamato da alcuni, un po’ arditamente, il Béranger dell’Olanda, fu (e in questo solo rassomiglia al Béranger) uno dei poeti più popolari del paese; uno di quei poeti, come ve ne furono tanti in Olanda, semplici, morali, pieni di buon senso, più ricchi anzi di buon senso che d’ispirazione, che trattarono la poesia un po’ come si trattano gli affari, che non scrissero mai nulla che potesse spiacere ai loro savi parenti e ai loro savi amici, che cantarono il loro buon Dio e il loro buon re, che espressero il carattere del loro popolo tranquillo e pratico, badando sempre a dir delle cose giuste, piuttosto che delle cose grandi; e soprattutto, coltivando la poesia a tempo avanzato, da prudenti padri di famiglia, senza rubare un minuto alle faccende della loro professione. Come tanti altri poeti olandesi (di ben’altra natura, però, e di ben altro ingegno che il suo) come per esempio, il Vondel ch’era un cappellaio, l’Hooft ch’era governatore di Muyden, il Van Lennep ch’era procuratore fiscale, il Gravenswaert ch’era consigliere di Stato, il Bogaers ch’era avvocato, il Beets che è pastore, così il Tollens esercitava, insieme colle lettere, un’altra professione: era speziale a Rotterdam, e passava quasi tutta la giornata, anche negli ultimi suoi anni, nella spezieria. Era padre di famiglia e amava teneramente i suoi figliuoli, come si rileva dalle diverse poesie che fece in occasione della nascita del loro primo, secondo e terzo dente. Scrisse canzoni e odi sopra soggetti famigliari e patriottici—fra cui l’inno nazionale dell’Olanda, inno mediocre, che il popolo canta per le strade e i ragazzi nelle scuole—e un poemetto, che è forse la migliore delle sue opere, sopra la spedizione tentata dagli Olandesi verso la fine del secolo XVI nel mare del polo. Il popolo imparò a mente quasi tutte le sue poesie e l’amò e lo predilesse sempre come il suo più fedele interprete e il suo più affettuoso amico. Ma con tutto ciò il Tollens non è considerato in Olanda come un poeta di prim’ordine; molti non lo pongono nemmeno fra quelli che seguono immediatamente i primi, e non son pochi quelli che gli rifiutano sdegnosamente la fronda sacra.
Del resto, se Rotterdam non è una città nè letteraria nè artistica, ha per compenso uno straordinario numero di istituzioni filantropiche, dei casini splendidi ove si trovan i principali giornali d’Europa, e tutti i comodi e i divertimenti d’una città ricca e civile.
Le osservazioni che ebbi occasione di fare sul carattere e sulla vita degli abitanti, cadranno più a proposito all’Aja. Dirò solo che osservai a Rotterdam, come in tutte le altre città olandesi, che nessuno lascia trasparire ombra di vanità nazionale parlando delle cose proprie. Quel: bello eh? che ne dite eh? che si sente ad ogni momento in altri paesi, là non si sente mai, nemmeno a proposito delle cose universalmente ammirate. Ogni volta ch’io dissi a un rotterdamese che la città mi piaceva, lo vidi fare un atto di leggero stupore. Parlando del loro commercio, delle loro istituzioni, non si lasciano mai sfuggire dalla bocca, non dico una espressione gonfia, ma nemmeno una parola che accenni vanto o compiacenza. Parlano quasi sempre di quello che faranno e quasi mai di quello che hanno fatto. Una delle prime domande che m’intendevo fare quando nominavo la mia patria era: “E le finanze?” Quanto al loro paese, osservai che sanno benissimo tutto quello che può esser utile di sapere, e pochissimo quello che può soltanto piacere di conoscere. Cento cose, cento punti della città che avevo osservati dopo ventiquattr’ore di soggiorno a Rotterdam, molti non li avevano mai veduti, il che prova che non c’è affatto l’uso di andare a zonzo e di guardare in aria. Quando partii, i miei conoscenti mi empirono le tasche di sigari, mi raccomandarono di far dei desinari succulenti e mi diedero dei consigli sulla maniera di viaggiare con economia. Accomiatandomi, non intesi nessuno di quei clamorosi: “Che peccato! ma scriva! ma torni! ma si ricordi di noi!” che mi risonavano all’orecchio in Spagna. Null’altro che strette di mano, uno sguardo e un a rivederci detto a fior di labbra.
La mattina che partii da Rotterdam, vidi nelle strade che attraversai per andare alla stazione della strada ferrata di Delft, uno spettacolo nuovo, tutto olandese: il ripulimento delle case, che si fa due volte la settimana, nelle prime ore della mattina. Tutte le serve della città, con una sopravveste color lilla tempestata di fiorellini, cuffia bianca, grembiale bianco, calze bianche e zoccoli bianchi, colle maniche rimboccate, lavoravano a lavare le porte, i muri e le finestre. Alcune, sedute coraggiosamente sui davanzali, lavavano i vetri colle spugne, volgendo le spalle alla strada, con mezzo il busto sporgente in fuori; altre, inginocchiate sui marciapiedi, nettavan le pietre col canovaccio; altre con siringhe, con schizzetti, con pompe munite di un lungo tubo di gomma elastica, come quelle che s’usano a innaffiare i giardini, stando nel mezzo della strada, vibravano contro le finestre del secondo piano dei vigorosi getti d’acqua, che ricadevano in pioggia dirotta; altre lavavan le vetrate con spugne e cenci legati in cima a canne altissime; altre strofinavan gli anelli e le lastre delle porte; altre, gli scalini delle scale; altre, i mobili portati fuor di casa; i marciapiedi erano ingombri di secchie, di secchiolini, di brocche, di innaffiatoi, di panche; sgocciolava acqua dai muri, correva acqua per la strada, da ogni parte s’incrociavano schizzi e zampilli. E, cosa singolare! mentre il lavoro in Olanda è lento e tranquillo in tutte le sue forme, quello presentava un aspetto affatto diverso. Tutte quelle ragazze avevano il viso acceso, entravano in casa, uscivano, salivano, scendevano, si sbracciavano con una sorta di furia, pigliando degli atteggiamenti acrobatici che facevano risaltare curve temerarie, senza badare a chi passava, se non quanto era necessario per tener lontana la gente, con occhiate gelose, dai marciapiedi e dai muri. Era insomma una gara, un furore di pulizia, una sorta di abluzione generale della città, che aveva qualcosa di puerile e di festoso, e facea fantasticare che fosse un rito d’una religione stravagante, che prescrivesse di purgare la città da qualche infezione misteriosa di spiriti maligni.
DELFT.
Andando da Rotterdam a Delft, vidi per la prima volta la campagna olandese.
È tutta una pianura, una successione di praterie verdi e fiorite, percorse da lunghe file di salici e sparse di gruppi di ontani e di pioppi. Qua e là si vedono punte di campanili, ali giranti di mulini a vento, armenti sparpagliati di grandi vacche bianche e nere, qualche pastore; e per vastissimi spazii, solitudine. Non v’è nulla che colpisca l’occhio, nulla che s’alzi, nulla che precipiti. Tratto tratto, in lontananza, passa la vela d’un bastimento, il quale scorrendo sur un canale che non si vede, pare che scorra sull’erba dei prati; e ora sparisce dietro gli alberi, ora riapparisce. La luce pallida dà alla campagna non so che di molle e di malinconico. Una bruma leggerissima fa parere ogni cosa lontana. V’è una sorta di silenzio per l’occhio, una pace di linee e di colori, un riposo di tutte le cose, nel quale sembra che lo sguardo illanguidisca e l’immaginazione si culli.
A poca distanza da Rotterdam si vede la città di Schiedam, circondata da altissimi mulini a vento che le dan l’aspetto d’una città forte coronata di torri; e in lontananza appariscono le torri del villaggio di Vlaardingen, che è una delle principali stazioni della gran pesca dell’aringa.
Da Schiedam a Delft considerai particolarmente i mulini a vento. I mulini olandesi non somiglian punto a quei decrepiti mulini che avevo visti un anno prima nella Mancia, i quali pare che stendano le loro magre braccia per chiedere soccorso al cielo e alla terra. I mulini olandesi sono grandi, forti e pieni di vita; e don Chisciotte, prima di assalirli, ci avrebbe pensato due volte. Alcuni sono in muratura, rotondi od ottagoni come torri medioevali; altri di legno, e presentano la forma d’una casetta confitta sul vertice d’una piramide. I più hanno il tetto coperto di stoppie, un terrazzino di legno che li circonda a mezza altezza, finestre colle tendine bianche, porte colorite di verde, e sulla porta, scritto l’uso a cui servono. Oltre ad assorbire le acque, essi fanno un po’ d’ogni cosa: macinano il grano, pestano i cenci, tritan la calce, frantuman le pietre, segan le legna, spremon le olive, polverizzano il tabacco. Un mulino equivale a un podere, e per fabbricarlo, per provvederlo di grano, di colza, di farina, d’olio, per mantenerlo in attività e metterne in commercio i prodotti, ci vuole una considerevole fortuna. Perciò in molti luoghi la ricchezza dei proprietarii si misura dal numero dei mulini; a mulini si calcolano le eredità; di una ragazza si dice che ha uno, due mulini a vento di dote, o due mulini a vapore, che è anche meglio; e gli speculatori, che ci son da per tutto, chiedono la mano della ragazza per sposare il mulino. Questa miriade di torri alate sparse per il paese, danno alla campagna un aspetto singolare; animano la solitudine; di notte, in mezzo agli alberi, hanno un’apparenza fantastica come d’uccelli favolosi che guardino il cielo; di giorno, da lontano, paiono enormi macchine di fuochi artificiali; girano, s’arrestano, s’affrettano, si rallentano; rompono il silenzio col loro tic tac sordo e monotono; e quando per caso s’incendiano, il che non è raro, specialmente i mulini da grano, formano una rota di fiamme, una pioggia furiosa di farina accesa, un turbinío di nuvoli di foco, un tumulto, uno splendore tremendo e magnifico, che dà l’idea d’una visione infernale.
Nel vagone, benchè ci fosse molta gente, non ebbi occasione di dire una parola, e neanco d’udirne. Eran tutti uomini maturi, con visi serii, che si guardavano in silenzio, gettando dei gran nuvoli di fumo a intervalli uguali, come se avessero voluto misurare il tempo col sigaro. Quando s’arrivò a Delft, scesi e salutai: qualcuno mi rispose con un leggero movimento delle labbra.
«Delft,» dice messer Ludovico Guicciardini, «si chiama così dalla fossa, o vuoi dir canale d’acque che dalla Mosa vi conducono, imperocchè essi chiamano vulgarmente una fossa Delft. È distante da Rotterdam due leghe: è Terra veramente grande & bellissima in tutte le parti, con buoni & belli edifitij & strade larghe & gioconde. Fu fondata da Gioffredo cognominato il Gobbo, duca di Lotharingia, il quale per circa quattro anni occupò la contea d’Hollanda.»
Delft è la città delle disgrazie. Verso la metà del secolo decimosesto un incendio la distrusse quasi interamente; nel 1654 ci scoppiò una polveriera che mandò in aria più di duecento case; e nel 1742, vi seguì un’altra catastrofe della stessa natura. Oltre a questo, ci fu assassinato Guglielmo il Taciturno nell’anno 1584. E per giunta, vi decadde, ne sparì quasi un’industria ch’era la sua gloria e la sua ricchezza: l’industria della maiolica, nella quale gli artisti olandesi avevan cominciato coll’imitare le forme e i disegni delle porcellane chinesi e giapponesi, e poi eran riusciti a far dei lavori ammirabili, che riunivano il carattere asiatico al carattere olandese, e si spandevano per tutta l’Europa settentrionale, ed oggi ancora sono ricercati dagli amatori di quell’arte, quasi altrettanto che i più bei lavori d’Italia.
Ora Delft non è più nè città d’industrie, nè città di commercio; e i suoi ventiduemila abitanti vivono in una pace profonda. Ma è una delle città più graziose e più olandesi dell’Olanda. Le strade son larghe, percorse da canali ombreggiati da due file d’alberi, fiancheggiate da casette rosse, pavonazze, rosee, listate di bianco, che sembran contente d’esser pulite; ad ogni crocicchio s’incontrano e si corrispondono due o tre ponti di pietra o di legno colle spallette tinte di bianco; non si vede che qualche barcone immobile che par che gusti la dolcezza dell’ozio; poca gente, le porte chiuse, nessun rumore.
Mi diressi verso la Nuova chiesa guardando qua e là se c’erano i famosi nidi delle cicogne; ma non ne vidi. La tradizione delle cicogne di Delft è però sempre viva, e non c’è viaggiatore che scriva di quella città senza rammentarla. Il Guicciardini la chiama «cosa memorabile e tale che di cosa simile non c’è forse memoria alcuna antica o moderna.» Il fatto avvenne al tempo del grande incendio che distrusse quasi tutta la città. V’erano in Delft innumerevoli nidi di cicogne. Bisogna sapere che le cicogne son gli uccelli prediletti dell’Olanda; gli uccelli del buon augurio, come le rondini; che son cercate da per tutto, perchè fanno la guerra ai rospi e ai topi; che i contadini piantano delle pertiche con su un gran disco di legno per attirarle a farvi il nido; e che in alcune città si vedon passeggiar per le strade. A Delft dunque ve n’erano dei nidi innumerevoli. Quando l’incendio scoppiò, che fu il tre di maggio, i cicognini erano già grandicelli; ma non potevano ancora volare. Vedendo avvicinarsi il fuoco, le cicogne padri e madri tentarono di portare in salvo i loro piccini; ma eran già troppo pesanti; e dopo aver fatto ogni sorta di sforzi disperati, i poveri animali stanchi e atterriti ci dovettero rinunziare. Avrebbero potuto salvarsi e abbandonare i piccini alla loro sorte, come fanno per lo più le creature umane in simili casi. Restarono invece nei nidi, strinsero i piccini intorno a sè, vi stesero sopra le ali come per ritardare almeno d’un momento la loro fine, e così aspettarono la morte, e rimasero esanimi in quell’atteggiamento amoroso ed altiero. E chi sa che in quel orribile fuggi fuggi dell’incendio, l’esempio del sacrifizio, del martirio volontario di quelle povere madri, non abbia ridato coraggio a qualche pusillanime che stava per abbandonare chi aveva bisogno di lui!
Nella grande piazza dov’è la nuova chiesa, rividi delle botteghe, che avevo già osservato a Rotterdam, nelle quali tutti gli oggetti che si possono attaccare l’uno all’altro, sono appesi fuor della porta o nell’interno, in modo da formare delle ghirlande, dei festoni, delle tende, di scarpe, per esempio, di pentole, d’innaffiatoi, di ceste, di secchiolini, che spenzolano dal soffitto fino quasi in terra e qualche volta nascondono quasi completamente il fondo della stanza. Le insegne sono come a Rotterdam; una bottiglia di birra appesa a un chiodo, un pennello, una scatola, una scopa, e i soliti testoni colla bocca spalancata.
La nuova chiesa, fondata verso la fine del decimoquarto secolo, è per l’Olanda quello che è l’abbazia di Westminster per l’Inghilterra. È un grande edifizio, cupo di fuori, nudo dentro; una prigione piuttosto che una casa di Dio. Lo tombe sono in fondo, dietro il recinto delle panche.
Appena entrato, vidi lo splendido mausoleo di Guglielmo il Taciturno; ma il custode mi arrestò dinanzi alla tomba semplicissima di Ugo Grotius, il prodigium Europæ, come lo chiama l’epitaffio, il grande giureconsulto del secolo XVII; quel Grotius che scriveva versi latini a nove anni, che componeva odi greche a undici, che trattava tesi di filosofia a quattordici, che accompagnava tre anni dopo l’illustre Barneveldt nella sua ambasciata a Parigi, dove Enrico IV, presentandolo alla sua corte, diceva: «Ecco il miracolo dell’Olanda;» quel Grotius che a diciott’anni era illustre come poeta, come teologo, come commentatore, come astronomo e faceva una prosopopea della città d’Ostenda, che il Casaubon traduceva in versi greci e il Malherbe in versi francesi; quel Grotius che appena ventiquattrenne esercitava la carica d’avvocato generale d’Olanda e di Zelanda e scriveva un celebre trattato della Libertà dei mari; che a trenta era consigliere pensionario della città di Rotterdam; poi fautore del Barneveldt, perseguitato, condannato a prigionia perpetua e chiuso nel castello di Loevestein, dove scriveva il trattato del Diritto della pace e della guerra, che fu per lungo tempo il codice di tutti i pubblicisti d’Europa; poi salvato miracolosamente da sua moglie, che si fece portare nella sua prigione dentro un cofano creduto pieno di libri, e rimandò il cofano con lui dentro, rimanendo prigioniera invece sua; poi ospitato da Luigi XIII, nominato ambasciatore in Francia da Cristina di Svezia, e infine tornato trionfante in patria e morto a Rostock carico d’anni e di gloria.
Il mausoleo di Guglielmo il Taciturno è nel mezzo della chiesa. È una sorta di tempietto di marmo nero e bianco, carico d’ornamenti e sostenuto da piccole colonne, in mezzo alle quali s’alzano quattro statue che rappresentano la Libertà, la Prudenza, la Giustizia e la Religione. Sopra il sarcofago è distesa la statua del principe, di marmo bianco, e ai suoi piedi, l’effigie del piccolo cane che gli salvò la vita all’assedio di Malines, svegliandolo coi latrati una notte che dormiva sotto la tenda, mentre due Spagnuoli s’avvicinavano di soppiatto per assassinarlo. Ai piedi di questa statua sorge una bella figura di bronzo, che simboleggia la Vittoria, coll’ali spiegate, e appoggiata sopra le sole dita del piede sinistro; e dalla parte opposta del tempietto, un’altra statua di bronzo, che rappresenta Guglielmo, seduto, rivestito dell’armatura, col capo scoperto e l’elmo ai piedi. Un’iscrizione latina dice che il monumento fu consacrato dagli Stati d’Olanda, «all’eterna memoria di quel Guglielmo di Nassau, che Filippo II, timor d’Europa, temette, non domò, non atterrì; ma spense con frode nefanda.» Accanto a Guglielmo son sepolti i suoi figli, e nella critta sotto la tomba, tutti i principi della sua dinastia.
Davanti a questo monumento, anche il viaggiatore più leggiero e più trascurato si sente come incatenato e costretto a pensare.
È bello rappresentarsi la lotta enorme di cui riposa in quella tomba il vincitore.
Da una parte è Filippo II, dall’altra Guglielmo d’Orange. Filippo II, chiuso nella solitudine sinistra dell’Escuriale, è nel mezzo d’un impero che abbraccia la Spagna, il settentrione e il mezzogiorno d’Italia, il Belgio e l’Olanda; in Africa, Oran, Tunisi, gli arcipelaghi del Capoverde e delle Canarie; in Asia le isole Filippine; in America, le Antille, il Messico, il Perù; è marito della regina d’Inghilterra; è nipote dell’imperatore d’Alemagna, che gli obbedisce quasi come un vassallo; è signore, si può dire, d’Europa, poichè non gli son vicini che popoli infiacchiti dalle discordie politiche e religiose; ha sotto la mano i soldati più agguerriti d’Europa, i più grandi capitani del secolo, l’oro americano, l’industria fiamminga, la scienza italiana, un esercito di delatori sparpagliati in tutte le corti, uomini eletti di tutti i paesi, fanaticamente devoti a lui, strumenti inconsapevoli o convinti dei suoi voleri; è il più astuto, il più misterioso principe del suo tempo; ha per sè tutto quello con cui s’incatena, si corrompe, si spaventa e si strascina il mondo: le armi, la ricchezza, la gloria, il genio, la religione. Ebbene, davanti a quest’uomo formidabile, intorno al quale tutto piega, Guglielmo d’Orange si solleva.
Quest’uomo senza regno e senza esercito è più potente di lui. Come lui, è stato discepolo di Carlo V, e ha imparato l’arte con cui si fondano i troni e l’arte con cui si fanno precipitare. Come lui è astuto e impenetrabile; ma vede più profondamente cogli occhi dell’intelletto nell’avvenire. Possiede, come il suo nemico, la facoltà di leggere nell’anima degli uomini; ma ha sopra di lui la facoltà di guadagnare i cuori. Ha una buona causa da sostenere; ma sa valersi di tutte le arti con cui si sostengono le cattive. Filippo II, che spia e indovina tutti gli uomini, è alla sua volta spiato e indovinato da lui. I disegni del gran re sono scoperti e sventati prima ancora che messi in opera; mani misteriose frugano nelle sue cassette e nelle sue tasche, e rimestano le sue carte segrete; Guglielmo, dall’Olanda, legge nella mente a Filippo, nell’Escuriale; previene, arresta, scompiglia tutte le sue trame; gli scava il terreno sotto i piedi; lo provoca e lo sfugge e gli ritorna perpetuamente dinanzi come un fantasma ch’egli vede e non può afferrare, che afferra e non può distruggere. E infine muore, ma la vittoria rimane a lui morto, e la sconfitta al nemico che sopravvive. L’Olanda riman per poco senza capo, ma la monarchia spagnuola ha avuto un tale tracollo che non si potrà mai più rilevare.
In questa lotta prodigiosa, nella quale la figura del gran Re rimpicciolisce via via fin che dispare dalla scena del mondo, il principe d’Orange grandeggia e si solleva man mano fino ad essere la più gloriosa figura del suo secolo. Il giorno in cui, essendo ostaggio presso il Re di Francia, scopre il disegno di Filippo, di stabilire l’Inquisizione nei Paesi Bassi, quel giorno egli consacra sè stesso alla difesa delle libertà della sua patria e in tutta la vita non vacilla più un momento sulla via che ha intrapresa. I vantaggi della nobiltà dei natali, una fortuna reale, la pace e la vita splendida che amava per natura e per costume, sacrifica tutto alla sua impresa; si riduce povero e proscritto, e nella proscrizione e nella povertà respinge costantemente le offerte di perdoni e di favori che gli vengon fatte da mille parti e per mille vie dal nemico che l’odia e che lo teme. Circondato d’assassini, fatto bersaglio delle calunnie più atroci, accusato persino di vigliaccheria dinanzi al nemico e dell’assassinio d’una sposa che adorava, guardato qualche volta con diffidenza, calunniato, osteggiato dal medesimo popolo ch’egli difende, sopporta tutto in silenzio, con dolcezza. Va diritto alla sua mèta affrontando pericoli infiniti con coraggio tranquillo. Non piega, non adula mai il popolo, non si lascia trascinare dalle passioni del suo paese; è sempre lui che guida, sempre alla testa, il primo; tutto si raggruppa intorno a lui; è la mente, la coscienza e il braccio della rivoluzione; il focolare che irradia e che conserva il calore della vita nella sua patria. Grande per audacia e per prudenza, procede integro in un tempo di spergiuri e di perfidie; riman mite, in mezzo ad uomini violenti; conserva le mani immaculate, mentre tutte le corti d’Europa si macchiano di sangue. Con un esercito raccogliticcio, con alleati deboli od incerti, intralciato dalle discordie interne di luterani e calvinisti, di nobili e di borghesi, di magistrati e di popolo, senza alcun grande capitano, dovendo lottare contro lo spirito municipale delle provincie che s’adombrano della sua autorità e sfuggono sotto la sua mano, egli trionfa in una lotta che sembra superiore alle forze umane; stanca il duca d’Alba, stanca il Requescens, stanca don Giovanni d’Austria, stanca Alessandro Farnese; manda a vuoto le trame dei principi stranieri che vogliono soccorrere il suo paese per assoggettarlo; conquista simpatie e strappa aiuti da ogni parte d’Europa; e compiendo una delle più belle rivoluzioni della storia, fonda uno stato libero a dispetto d’un Impero ch’era lo spavento dell’universo.
Quest’uomo così tremendo e così grande in faccia al mondo, era pure un marito e un padre affettuoso, un amico e un compagno affabile, amante delle brigate allegre, dei conviti; ospite magnifico e gentile. Era colto; sapeva oltre il fiammingo, il francese, il tedesco, lo spagnuolo, l’italiano, il latino; discorreva dottamente di ogni cosa. Benchè soprannominato il Taciturno (più per aver serbato lungo tempo il segreto scoperto alla corte di Francia, che per abitudine che avesse di tacere) era uno degli uomini più eloquenti del suo tempo. Era semplice di maniere, modesto nel vestire, amava e si faceva amare dal popolo; passeggiava per le strade della città, solo, senza cappello; s’intratteneva cogli operai e coi pescatori, che gli offrivano da bere nei loro bicchieri; ascoltava i loro ricorsi, componeva le loro liti, entrava nelle case a ristabilir la concordia nelle famiglie; ed era chiamato da tutti padre Guglielmo. E fu infatti padre, piuttosto che figlio, della sua patria. Il sentimento d’ammirazione e di gratitudine che vive ancora per lui nel cuore degli Olandesi, ha tutta l’intimità e la tenerezza d’un affetto figliale; il suo venerato nome suona ancora su tutte le bocche; la sua grandezza, spoglia d’ogni ornamento e d’ogni velo, è rimasta intera, netta, salda, come l’opera sua.
Vista la tomba, andai a vedere il luogo dove il principe d’Orange fu assassinato. Ma dopo aver ricordato com’egli visse, bisogna ricordare com’egli morì.
Nell’anno 1580, Filippo II aveva pubblicato un editto col quale prometteva una ricompensa di venticinque mila scudi d’oro e un titolo di nobiltà a colui che uccidesse il principe d’Orange. Quest’editto infame, che stimolava a un tempo la cupidigia e il fanatismo, aveva fatto pullulare da ogni parte assassini, che s’aggiravano intorno al principe d’Orange, con falsi nomi e con armi nascoste, spiando l’occasione. Un giovane biscaglino, di nome Jaureguy, cattolico fervente, al quale un frate domenicano aveva promesso la gloria del martirio, fece il primo tentativo. Si preparò col digiuno e colla preghiera, udì la messa, prese la comunione, si coperse di reliquie sacre, penetrò nel palazzo dell’Orange, e accostandosi al principe in atto di porgergli una supplica, gli tirò un colpo di pistola nel capo. La palla gli attraversò la mascella, ma la ferita non fu mortale; il principe d’Orange guarì. L’assassino fu straziato in sull’atto a colpi di spada e d’alabarda; poi squartato sulla piazza pubblica; e le sue membra appese a una delle porte d’Anversa, dove rimasero fin che il duca di Parma essendosi impadronito della città, i Gesuiti le raccolsero e le presentarono come reliquie alla venerazione dei fedeli.
Poco tempo dopo fu sventata un’altra congiura contro la vita del principe. Un gentiluomo francese, un italiano e un vallone, che lo seguivano da qualche tempo col proposito d’ucciderlo, furono scoperti e arrestati. Uno d’essi si uccise in prigione con una coltellata, l’altro fu strangolato in Francia, il terzo riuscì a fuggire, dopo aver confessato che tutti e tre avevano congiurato insieme per ordine espresso del duca di Parma.
In questo frattempo gli agenti di Filippo percorrevano il paese istigando i ribaldi all’assassinio colla promessa di tesori, e i preti e i frati istigavano i fanatici colla promessa dell’aiuto e della ricompensa del cielo. Altri assassini tentarono. Uno spagnuolo, scoperto e arrestato, fu squartato ad Anversa; un ricco negoziante, di nome Hans Jansen, fu ucciso a Flessinga. Parecchi avevano offerto il loro braccio al principe Alessandro Farnese e n’avevano ricevuto incoraggiamenti e denari. Il principe d’Orange, che sapeva tutto questo, nutriva un vago presentimento della sua prossima morte, lo diceva ai suoi famigliari, e rifiutando di prendere qualsiasi misura per assicurare la propria vita, rispondeva a chi gli dava quel consiglio: «È inutile. Dio sa il conto dei miei anni. Egli ne dispone a sua volontà. Se v’è qualche miserabile che non teme la morte, la mia vita è in sua balía, per quanto io mi guardi.»
Otto assassinii, prima di quello che riuscì, furono tentati contro di lui.
Al tempo in cui l’ultimo fu consumato, nell’anno 1584, quattro scellerati, senza sapere l’uno dell’altro, un inglese, uno scozzese, un francese e un lorenese, stavano a Delft, dove si trovava il principe di Orange, aspettando tutti e quattro l’occasione di assassinarlo. Oltre a questi, c’era da qualche tempo un giovane di 27 anni, della Franca Contea, cattolico, che si faceva passare per protestante, di nome Guyon, figlio di Pietro Guyon che era stato giustiziato a Besançon per aver abbracciato il calvinismo. Questo nominato Guyon, il cui vero nome era Baldassarre Gerard, faceva credere d’esser fuggito alle persecuzioni dei cattolici, menava una vita austera, assisteva a tutti gli esercizi del culto evangelico; in poco tempo, si era acquistato la fama di santo. Dicendo d’esser andato a Delft per domandar l’onore d’essere ammesso al servizio del principe d’Orange, ottenne colla raccomandazione d’un ministro protestante d’essergli presentato; gl’ispirò fiducia; e fu da lui destinato ad accompagnare il signor di Schonewalle, inviato degli Stati d’Olanda alla corte di Francia. Poco tempo dopo tornò a Delft per dare al principe Guglielmo la notizia della morte del duca d’Angiò; e si presentò al convento di Sant’Agata dove il principe soggiornava colla sua corte. Era la seconda domenica di luglio. Guglielmo lo ricevette nella sua camera, stando a letto. Eran soli. Baldassarre Gerard ebbe forse in quel momento la tentazione d’ucciderlo: ma non aveva armi, si contenne, e dissimulando la sua impazienza, rispose tranquillamente a tutte le domande. Guglielmo gli diede una piccola somma di denaro, gli disse di prepararsi a ripartire per Parigi e gli ordinò di tornare il giorno seguente a prender le lettere e il passaporto. Col danaro ricevuto dal principe, il Gerard comprò due pistole da un soldato (il quale s’uccise quando seppe a che uso le sue armi eran servite) e il giorno dopo, il dieci luglio, si ripresentò al convento di Sant’Agata. Il principe Guglielmo, accompagnato da parecchie dame e signori della sua famiglia, scendeva le scale per andare a desinare in una sala a terreno, e dava il braccio alla principessa d’Orange, sua quarta moglie; quella gentile e sventurata Luisa di Coligny, che nella notte di san Bartolommeo aveva visto uccidere ai suoi piedi l’ammiraglio suo padre e il signor di Téligny suo marito. Baldassarre gli andò incontro, lo arrestò e lo pregò di firmare il suo passaporto. Il principe gli disse di ripassare più tardi ed entrò nella sala. Nemmeno un’ombra di sospetto gli era passata per la mente. Ma Luisa di Coligny, resa cauta e sospettosa dalla sventura, s’era turbata. Quell’uomo pallido, avvolto in un lungo mantello, le aveva fatto un’impressione sinistra; le era parso che la sua voce fosse alterata e il suo volto convulso. Durante il desinare, manifestò i suoi sospetti a Guglielmo, e gli domandò chi fosse quell’uomo «che aveva la più cattiva fisonomia ch’essa avesse mai vista.» Il principe sorrise, le disse che era il Guyon, la rassicurò, fu gaio come sempre durante il desinare, e finito che ebbe uscì tranquillamente per risalire alle sue stanze. Il Gerard l’aspettava sotto una vòlta oscura, accanto alla scala, nascosto nell’ombra della porta. Appena vide comparire il principe, s’avanzò, gli fu addosso nel momento che metteva il piede sul secondo scalino, gli sparò una pistola carica di tre palle nel mezzo del petto, e si diede alla fuga. Il principe vacillò e cadde fra le braccia d’uno scudiero; tutti accorsero; egli disse con voce spenta: “Son ferito.... mio Dio, abbi pietà di me e del mio povero popolo!” Era tutto intriso di sangue. Sua sorella Caterina di Schwartzbourg, gli domandò: “Raccomandi la tua anima a Gesù Cristo?” Egli rispose con un filo di voce: “Sì.” Fu la ultima sua parola. Lo posero a sedere sopra uno scalino, lo interrogarono: non era più in sè. Lo portarono in una stanza vicina, e spirò.
Il Gerard aveva attraversato le scuderie, era fuggito dal convento e arrivato sul bastione della città di dove contava saltar giù nel fosso e raggiungere a nuoto la riva opposta dove l’aspettava un cavallo sellato. Ma fuggendo, aveva lasciato cadere il cappello e la seconda pistola. Un servitore e un alabardiere del principe, visto quella traccia, si slanciano dietro di lui. Nel punto che sta per spiccare il salto, incespica, i due insecutori sopraggiungono e lo afferrano. “Traditore d’inferno!” gli gridano. Egli risponde con calma: “Non sono un traditore; sono un servitore fedele del mio signore.”—“Di qual signore?” gli domandano. “Del mio signore e padrone il Re di Spagna,” risponde il Gerard. Sopraggiungono altri alabardieri e paggi del principe e lo trascinano in città pestandolo coi pugni e coll’else delle spade. Credendo, dai discorsi che intende, che il principe non sia morto, lo sciagurato esclama con una tranquillità sinistra: “Sia maledetta la mano che fallì il colpo.”
Questa deplorevole sicurtà d’animo non lo abbandonò un momento. Dinanzi al tribunale, nei lunghi interrogatorii, nella cella dove fu gettato carico di ferri, egli si mantenne inalterabilmente calmo. Sopportò i tormenti che accompagnarono il giudizio, senza lasciarsi sfuggire un grido. Fra un tormento e l’altro, mentre gli aguzzini riposavano, parlava tranquillamente, senza ostentazione. Mentre lo straziavano, sollevando di tratto in tratto dal banco della tortura la testa insanguinata, diceva: «Ecce homo.» Fece più volte ringraziare i giudici del nutrimento che gli accordavano e scrisse di suo pugno le sue confessioni.
Era nato a Vuillafans, nella contea di Borgogna, aveva studiato leggi presso un procuratore di Dôle, e là aveva manifestato per la prima volta il suo desiderio d’uccidere Guglielmo, configgendo una daga in una porta e dicendo: “Così vorrei piantare un pugnale nel petto del principe d’Orange!” Tre anni dopo, intesa la notizia del bando di Filippo II, era andato, col disegno dell’assassinio, a Lussemburgo, dove l’aveva arrestato la falsa notizia della morte di Guglielmo corsa dopo l’attentato dell’Jaureguy. Poco dopo, saputo che il principe viveva ancora, aveva ripreso il suo disegno, ed era andato a Malines per chieder consigli ai gesuiti, i quali l’avevano incoraggiato promettendogli che, se fosse morto nell’impresa, sarebbe stato assunto alla gloria dei martiri. Allora era andato a Tournai, s’era presentato ad Alessandro Farnese, aveva ricevuto una conferma delle promesse del re Filippo, era stato approvato e incoraggiato dai confidenti del principe e dai ministri di Dio, s’era fortificato colla lettura della Bibbia, coi digiuni, colle preghiere, e così preso da un’esaltazione divina, sognando gli angeli e il paradiso, era partito per Delft e aveva compiuto «il suo dovere di buon cattolico e di suddito fedele.»
Ripetè più volte le sue confessioni ai giudici; non pronunziò una parola di rammarico o di pentimento; si vantò anzi del suo delitto; disse ch’era un nuovo Davide che aveva atterrato un nuovo Golía; dichiarò che se non avesse ancora ucciso il principe d’Orange, sarebbe stato disposto ad ucciderlo; il suo coraggio, la sua calma, il suo disprezzo della vita, la sua profonda convinzione d’aver compiuto una missione santa e di morire glorioso, sgomentò i suoi giudici; fu creduto invaso dal demonio; si fecero delle indagini; fu interrogato egli stesso; ma rispose sempre che non aveva mai avuto relazione che con Dio.
La sentenza gli fu letta il 14 luglio; fu un delitto, come dice uno storico illustre, contro la memoria del grand’uomo che voleva vendicare; una sentenza da far cadere svenuto uno che non avesse la sua sovrumana fortezza.
Fu condannato ad aver la mano chiusa ed arsa in un tubo di ferro infocato; le braccia, le gambe e le coscie dilaniate con tanaglie roventi; il ventre squarciato, strappato il cuore e sbattutogli sul viso; la testa spiccata dal busto e confitta sopra una picca; il corpo fatto in quattro, e ogni parte appesa a una forca sopra una delle porte principali della città.
Udendo l’enumerazione di questi supplizi orrendi, quello sciagurato non impallidì, non fece un segno che significasse terrore, o dolore, o stupore. Aperse il suo vestito, mise a nudo il suo petto, e con voce ferma, fissando gli occhi imperterriti in viso ai suoi giudici, ripetè le sue solite parole: «Ecce homo!»
Che cos’era quest’uomo? Soltanto un fanatico, come molti credettero, o un mostro di scelleratezza, come ritennero altri, o le due cose insieme, aggiuntavi un’ambizione forsennata?
Il giorno dopo fu eseguita la sentenza. Gli apparecchi del supplizio furono fatti sotto i suoi occhi: egli li guardò con indifferenza. L’aiutante del carnefice cominciò per spezzare a colpi di martello la pistola, strumento del delitto. Al primo colpo, la testa del martello cadde e ferì nell’orecchio un altro aiutante: il popolo rise, il Gerard rise pure. Quando salì sul patibolo il suo corpo era già orribile a vedersi. Mentre la sua mano crepitava e fumava nel tubo rovente, stette muto; mentre le tanaglie infocate gli laceravano le carni, non gettò un grido; quando il coltello gli penetrò nelle viscere, chinò la testa, e mormorando qualche parola incomprensibile, spirò.
La notizia della morte del principe d’Orange aveva sparso nel paese una costernazione immensa. Il suo corpo fu esposto per un mese sur un letto funebre, intorno al quale il popolo accorse a inginocchiarsi ed a piangere. I suoi funerali furon degni d’un re: v’intervennero gli Stati Generali delle Provincie unite, il Consiglio di Stato, gli Stati d’Olanda, i magistrati, i ministri della religione, i principi della casa di Nassau; dodici gentiluomini portavano la bara; quattro gran signori tenevano i cordoni del panno mortuario; seguiva il cavallo del principe, splendidamente bardato, condotto dal suo scudiero; e si vedeva, in mezzo al corteo dei conti e dei baroni, un giovane di diciott’anni, che doveva raccogliere la gloriosa eredità del defunto, umiliare gli eserciti spagnuoli, e costringere la Spagna a chieder tregua, e a riconoscere l’indipendenza delle provincie unite. Quel giovane era Maurizio d’Orange, figlio di Guglielmo, al quale gli Stati d’Olanda, poco tempo dopo la morte del padre, conferirono la dignità di Statoldero, e affidarono poi il comando supremo delle forze di terra e di mare.
E mentre l’Olanda piangeva la morte del principe d’Orange, in tutte le città soggette al re di Spagna il clero cattolico festeggiava l’assassinio e l’assassino; i gesuiti lo esaltavano come un martire; l’Università di Louvain pubblicava la sua apologia; i canonici di Bois-le-Duc cantavano il Te Deum. Qualche anno dopo, la famiglia del Gerard riceveva dal re di Spagna un titolo di nobiltà e le terre del principe d’Orange confiscate nella Borgogna.
La casa dove il principe d’Orange fu assassinato, esiste ancora; è un edificio d’aspetto cupo, con finestre centinate e una stretta porta, che forma parte del chiostro d’una antica chiesa consacrata a sant’Agata, e porta ancora il nome di Prinsenhof benchè serva ora di caserma all’artiglieria. Domandai il permesso d’entrare all’ufficiale di guardia; un caporale, che sapeva un po’ di francese, mi accompagnò; attraversammo un cortile pieno di soldati e arrivammo al luogo memorabile. Vidi la scala che saliva il principe quando fu ferito, l’angolo oscuro dove s’era rimpiattato il Gerard, la porta della sala dove lo sventurato Guglielmo desinò per l’ultima volta, e le traccie delle palle nel muro, in un piccolo spazio imbiancato, con un’iscrizione olandese che rammenta che là morì il padre della patria. Il caporale mi accennò per dove era fuggito l’assassino. Mentre io guardavo intorno con quella curiosità pensierosa che si prova nei luoghi di grandi delitti, salivano e scendevano soldati; si soffermavano a guardarmi e poi scappavano cantando e fischiando; altri mi ronzavano intorno; alcuni ridevano forte nel cortile; e tutta quell’allegria giovanile faceva colla triste solennità delle memorie del luogo, un contrasto vivo e commovente, come una festa di fanciulli nella stanza dov’è morto l’avo di cui hanno cara la memoria.
In faccia alla caserma, v’è la più antica chiesa di Delft, che contiene la tomba di quel famoso ammiraglio Tromp, il veterano della marina olandese, che vide trentadue battaglie di mare, sconfisse nel 1652, alla battaglia detta delle Dune, la flotta inglese, comandata dal Blake, e rientrò in patria con una scopa appesa al grand’albero della nave ammiraglia, per indicare che aveva spazzato gl’inglesi dal mare. V’è la tomba di Pietro Hein, che diventò di semplice pescatore grande ammiraglio e fece quella memorabile retata di bastimenti spagnuoli che portavano nei fianchi più di undici milioni di fiorini. V’è la tomba del Leuwenhoek, il padre della scienza dell’infinitamente piccino, quegli che col vetro indagatore, come dice il Parini, vide a nuoto nell’onda genitale il picciol uomo. La chiesa ha un alto campanile sormontato da quattro torricine coniche, e inclinato come la torre di Pisa, per essergli ceduto sotto il terreno. In una cella di questo campanile fu rinchiuso il Gerard la notte che seguì l’assassinio.
A Rotterdam m’avevan dato una lettera per un cittadino di Delft, colla quale lo pregavano di farmi vedere la sua casa. «Egli desidera» diceva la lettera «di penetrare i misteri d’una vecchia casa olandese: sollevategli per un momento la cortina del santuario.» Non mi fu difficile di trovar la casa, e appena la vidi, dissi tra me:—È il fatto mio!
Era una casetta all’estremità d’una strada che finiva nella campagna, d’un sol piano, rossa, colla facciata a collo, posta quasi sull’orlo d’un canale, e un po’ inclinata innanzi come per specchiarsi nell’acqua, con un bel tiglio davanti che si allargava sulle finestre come un grande ventaglio; e un ponte levatoio in dirittura della porta. V’eran le tendine bianche, la porta verde, i fiori, gli specchietti; era un modellino di casa olandese.
La strada era deserta; prima di picchiare alla porta, stetti un po’ a guardare e a pensare. Quella casa mi faceva capire l’Olanda meglio di tutti i libri che avevo letti. Era insieme l’espressione e la ragione dell’amor della famiglia, dei desiderii modesti, dell’indole indipendente del popolo olandese. Nei nostri paesi non c’è la vera casa; non ci sono che scompartimenti di caserme, abitazioni astratte, che non han nulla di nostro, nelle quali viviamo nascosti, ma non soli, udendo mille rumori di gente estranea, che turba i nostri dolori coll’eco delle sue gioie, o le nostre gioie coll’eco dei suoi dolori. La vera casa è in Olanda, la casa personale, distinta dalle altre, pudica, circospetta, e appunto perchè distinta dalle altre, nemica dei misteri e degl’intrighi; tutta lieta, quando è lieta la famiglia che l’abita, e quando questa è trista, tutta trista. In quelle case, con quei canali e quei ponti levatoi, ogni modesto cittadino sente un po’ della dignità solitaria d’un castellano, o di un comandante di fortezza, o di un capitano di bastimento; e vede infatti dalle sue finestre, come da quelle di un bastimento immobile, una pianura uniforme e sconfinata, che gl’ispira gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti liberi e gravi che ispira il mare. Gli alberi che circondano la sua casa quasi d’un vestimento di verzura, non ci lasciano penetrare che una luce rotta e discreta; la barca carica di mercanzie scivola mollemente davanti alla sua porta; non ode scalpitío di cavalli, non chiocchi di frusta, non canti, non grida; intorno a lui tutti i movimenti della vita son silenziosi e lenti; tutto spira pace e dolcezza; e il campanile della chiesa vicina gli annunzia l’ora con un’onda d’armonia riposata e costante come i suoi affetti e il suo lavoro.
Picchiai alla porta, mi aprì il padron di casa, gli porsi la lettera, lesse, mi diede uno sguardo scrutatore e mi fece entrare. Segue così quasi sempre. Gli Olandesi, di primo abbordo, son diffidenti. Noi, al primo venuto che ci porta una lettera di raccomandazione, apriamo le braccia come se fosse il nostro più intimo amico; e spesso poi non facciamo per lui il bellissimo nulla. Gli Olandesi, invece, accolgono freddamente, qualche volta anzi in un modo che fa rimaner lì quasi mortificati; ma poi vi prestano mille servigi, colla migliore volontà del mondo, e senz’aver mai l’aria di fare una cortesia.
Il di dentro della casa corrispondeva perfettamente al di fuori: pareva l’interno d’un bastimento. Una scala a chiocciola, di legno, lucente come l’ebano, conduceva alle stanze alte. Sulla scala, dinanzi alle porte, sugli impiantiti, v’erano stuoie e tappeti. Le stanze eran piccine come celle; i mobili nitidissimi; le lastre, le maniglie, i chiodi, le borchie, tutti gli ornamenti di metallo, luccicanti come se fossero usciti allora dalle mani del brunitore; e da ogni parte v’era un ripieno di vasi di porcellana, di tazze, di lumi, di specchi, di quadretti, di stipi, di cantoniere, di ninnoli, di oggettini d’ogni forma e d’ogni uso, meravigliosamente puliti, che attestavano i mille piccoli bisogni che crea l’amore della vita sedentaria, l’attività previdente, la cura continua, il gusto del piccino, il culto dell’ordine, l’economia industriosa dello spazio, il soggiorno, in fine, d’una donna casalinga e tranquilla.
La Dea di quel tempietto, che non parlava o non osava parlare il francese, era nascosta in non so qual penetrale che non mi riuscì d’indovinare.
Scendemmo a veder la cucina: era uno splendore. Quando tornai a casa, ne feci la descrizione in presenza di mia madre, alla fantesca, che si picca di pulizia, e rimase annichilita. Le pareti erano bianche come la neve intatta; le casseruole riflettevano gli oggetti come specchi; la cappa del cammino era ornata d’una specie di tendinetta di mussolina come il cielo d’un letto, senza la menoma traccia di fumo; il muro, sotto la cappa, era rivestito di lastrine quadrate di maiolica, pulite come se non ci avessero mai acceso il fuoco; gli alari, la paletta, le molle, le asticciuole della catena, parevan d’acciaio brunito. Una signora vestita da ballo avrebbe potuto girar per quella stanza, ficcarsi in tutti gli angoli e toccare ogni cosa, senza contaminare d’un punto nero la sua bianchezza.
In quel mentre la fantesca faceva la pulizia, e il mio ospite la commentava: “Per avere un’idea di cos’è la pulizia da noi,” diceva “bisognerebbe tener dietro per un’ora al lavoro di queste donne. Qui s’insapona, si lava e si spazzola una casa tal e quale come una persona. Non è una pulitura, è una toeletta. Si soffia nella commessura dei mattoni, si fruga negli angoli colle unghie e cogli spilli, si fa una pulizia minuta al segno da stancare la vista non meno delle braccia. È una vera passione nazionale. Queste ragazze, che sono ordinariamente flemmatiche, il giorno stabilito per la pulizia, escono dal loro carattere, diventan frenetiche. Allora noi non siamo più padroni della casa. C’invadono le stanze, ci scacciano, ci spruzzano, mettono ogni cosa sottosopra; per loro è un tripudio; sono come le baccanti della pulizia; si esaltano lavando.”
Gli domandai da che credeva che derivasse questa sorta di manía per cui è famosa l’Olanda. Mi disse le ragioni che mi dissero poi mille altri: l’atmosfera del loro paese che intacca straordinariamente il legno e i metalli; l’umidità, la ristrettezza delle case e la moltiplicità degli oggetti, che favoriscono il sudiciume; la sovrabbondanza dell’acqua che agevola il lavoro; un certo bisogno dell’occhio, a cui la pulizia finisce col parere bellezza; e infine, l’emulazione che spinge tutte le cose all’eccesso. “Ma non è questa” soggiunse “la parte più pulita dell’Olanda: l’eccesso, il delirio della pulizia lo vedrà nelle provincie settentrionali.”
Uscimmo a passeggiare per la città. Non era ancora mezzogiorno: si vedevano serve da tutte le parti, vestite tale e quale come quelle di Rotterdam. Cosa singolare, tutte le donne di servizio, in Olanda, da Rotterdam a Groninga, da Haarlem a Nimega, sono vestite dello stesso colore: un vestito lilla chiaro, tempestato di fioretti, di stelle o di crocine; e per far la pulizia, portan tutte una cuffietta da malate e un paio di enormi zoccoli bianchi. Da principio credetti che formassero tutte insieme una qualche corporazione nazionale che avesse fra i suoi statuti l’uniformità del vestiario. Son per lo più giovanissime, perchè donne attempate non reggerebbero alle fatiche che devon durare, bionde, tonde, con le curve posteriori (osservazione del Diderot) spropositate; pochissime belle, nel senso stretto della parola; ma d’un bianco e d’un roseo meraviglioso, che par che schiattino dalla salute, e ci si debba sentir riavere a premerci la guancia contro la guancia. Le loro forme pienotte e i loro bei colori ricevon poi una grazia particolare dal loro vestire casalingo; sopratutto la mattina che han le maniche rimboccate e il collo scoperto, e lascian vedere dei candori da cherubino. I giovanotti chiamano quella toeletta, con vocabolo olandese, voluttuosa, e a me pare che non abbiano tutti i torti.
A un tratto, mi ricordai d’un appunto preso sul mio quaderno prima di partire per l’Olanda, mi fermai, e feci al mio compagno questa domanda:
“Le serve son anche in Olanda il tormento eterno delle signore?”
Qui mi tocca fare un po’ di parentesi. È noto e arcinoto che le signore non tanto altolocate da non aver che fare direttamente colle loro donne di servizio, le signore, voglio dire, che hanno una donna sola, che fa da cuoca e da cameriera, discorrono, nelle loro visite, per una buona parte del tempo, della loro serva. Son sempre gli stessi discorsi di difetti insopportabili, d’insolenze sopportate, di tu per tu, di ruberie sulla spesa, di sperperi, di menzogne, di pretensioni sfrontate, di congedi e di ricerche e d’altre calamità consimili, che finiscon sempre nel ritornello doloroso: che serve oneste e fidate, come quelle d’una volta che s’affezionavano alle famiglie e invecchiavano nelle case, non ci son più; che bisogna cambiare di continuo; che non c’è più modo di tirare innanzi. È vero? non è vero? è una conseguenza della libertà e dell’eguaglianza delle classi, che ha reso più duro il servire e più esigente chi serve? è un effetto del rilassamento dei costumi e della disciplina pubblica, che si fa sentire anche in cucina? Comunque sia, il fatto è che io pure in casa mia sento battere eternamente quel chiodo, tanto che un giorno, prima di partire per la Spagna, dissi a mia madre: “Guarda, se qualche cosa, a Madrid, potrà consolarmi della lontananza della famiglia, sarà il non sentir più toccare quest’odioso argomento.” Arrivo a Madrid, entro in una Casa de Huespedes, la prima cosa che mi dice la padrona è che ha cambiato tre serve in un mese, che è una disperazione, che non si sa più a che santo voltarsi; e così ogni giorno, per tutto il tempo che stetti là, una lamentazione infinita. Tornai a casa, raccontai la cosa, si rise, e mia madre concludette che quella doveva essere una piaga di tutti i paesi. “No,” io dissi, “nei paesi del Nord non dev’essere così.”—“Vedrai e me ne darai notizie,” mi rispose mia madre. Vado a Parigi, e alla prima signora che conosco, domando: “Le serve sono anche qui come in Italia e in Spagna l’eterno tormento delle signore?” “Ah! mon cher monsieur” mi risponde giungendo le mani e alzando gli occhi al cielo; “ne me parlez pas de ça!” E lì una lunga storia di lotte, di espulsioni, di guai. Scrivo la cosa a mia madre, ed essa mi risponde: “Vedremo Londra.” Vado a Londra, entro in conversazione con una signora inglese a bordo del bastimento che mi conduce ad Anversa, e dopo poche parole, spiegatale prima la ragione della mia curiosità, le faccio la solita domanda. Essa volta la testa da un’altra parte mettendosi una mano sulla fronte e poi risponde spiccicando le parole: “Sono il fla-gel-lum De-i!” Scrivo a casa dandomi per vinto, soggiungendo però che mi resta una buona speranza per l’Olanda, paese quieto, dove le case sono tanto ordinate e pulite, e la vita casalinga così dolce; e mia madre mi risponde che essa pure propende a fare un’eccezione onorevole per l’Olanda. Ma il dubbio rimaneva sempre a lei ed a me, io ero curioso ed essa aspettava le notizie; ecco perchè feci quella domanda al mio cortese Cicerone di Delft. Ora ognuno si può immaginare con che ansietà io stessi aspettando la risposta.
“Signore” mi rispose l’olandese dopo un momento di riflessione, “le risponderò una cosa sola, ed è che in Olanda abbiamo un proverbio, il quale dice che le serve sono le croci della vita.”
Mi cascarono le braccia.
“Prima di tutto,” continuò, “c’è il guaio che, per poco che s’abbia una casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare fin l’aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa; tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all’anno. Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza, pazienza, pazienza.”
Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.
Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s’avvicinò a una porta, lesse in un pezzetto di carta che v’era attaccato su, fece un atto di dolore e se n’andò. Dopo un momento, un’altra donna che passava, si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel pezzetto di carta v’era scritto che il malato tale dei tali stava peggio. In molte città di Olanda, quando uno s’ammala, la famiglia affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa sorta d’annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si annunzia la nascita d’un bambino appendendo alla porta una palla fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa: prova di nascita. Se è una bambina, v’è su un pezzetto di carta bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita, si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso. Una volta, quando sopra una porta c’era un annunzio di nascita, per nove giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma credo che quest’uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù di promuovere l’accrescimento della popolazione.
In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro aspetto avevan un po’ delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte, con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo olandese intraducibile aansprekers, e che il loro ufficio era di portar l’annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti. In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza che contrasta irreverentemente col loro carattere d’impiegati della morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.
Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. “Non lo so,” mi rispose “ma a giudicar dalle imposte non dev’essere un parente molto prossimo del padrone di casa.” Quest’argomentazione parendomi un po’ strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un fratello due; e via discorrendo. Uso, c’è da credere, molto antico, e che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio, e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.
Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov’era la birreria del pittore Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi disse che non ce n’era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell’Olanda compresa fra Delft, l’Aja, il mare, la città d’Alkmar, il golfo d’Amsterdam e l’antico lago d’Haarlem, la quale si potrebbe chiamare propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente pittoreschi, l’amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque proprio nel seno dell’Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato nel suo cuore.
Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l’arsenale militare che occupa un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia delle Indie orientali, e comunica con un’officina d’artiglieria e una gran polveriera posta fuori della città. V’è ancora, a Delft, la grande scuola politecnica degl’ingegneri, la vera scuola di guerra dell’Olanda, dalla quale escono gli ufficiali dell’esercito di difesa contro il mare, e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il piede nella barca che mi doveva condurre all’Aja, il mio olandese mi descriveva l’ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti; una di quelle feste particolari dell’Olanda, specie di mascherate storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli avvenimenti illustri d’altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava l’entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d’Egmont, duca di Gheldria, conte di Zuften; di quella famiglia d’Egmont, che diede col nobile e sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese alla scure del duca d’Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature principesche, con armature, con cotte d’armi dorate e stemmate, agitando alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo; suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d’Olanda a godere quella splendida visione d’un’età lontana.
L’AJA.
La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale che va da Delft all’Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un laghetto di giardino.
Le barche che portan passeggieri da una città all’altra si chiamano in olandese trekschuiten.
Il trekschuit è la barca tradizionale, emblematica dell’Olanda, com’è per Venezia la gondola. L’Esquiroz la definì: il genio della vecchia Olanda galleggiante sulle acque. E infatti, chi non ha viaggiato in trekschuit, non conosce l’aspetto più originale e più poetico della vita olandese.
È una grande barca occupata quasi tutta da un casotto, della forma d’una diligenza, diviso in due scompartimenti: quello a prora per la seconda classe e quello a poppa per la prima. Sulla prora è piantata un’asta di ferro con un anello per il quale passa una lunga corda che da una parte si va ad annodare vicino al timone, e dall’altra a un cavallo di rimorchio montato da un barcaiolo. Le finestrine del casotto hanno le loro tendine bianche; le pareti e le porte sono dipinte; dentro lo scompartimento di prima classe vi son dei sedili con cuscinetti, un piccolo tavolino con qualche libro, un armadio, uno specchietto; ogni cosa lucidissimo. Posando la valigia, lasciai cadere un po’ di cenere di sigaro sotto il tavolino; dopo un minuto rientrai e non ce la vidi più.
Ero solo; non ebbi da aspettare molto tempo; il timoniere fece un cenno, il rimorchiatore montò a cavallo, e il trekschuit cominciò a scorrere mollemente sul canale.
Era un’ora dopo mezzogiorno e splendeva un bellissimo sole, ma la barca passava nell’ombra. Il canale era fiancheggiato da due file di tigli, di olmi, di salici, e da siepi alte, che nascondevano la campagna. Pareva di navigare a traverso un bosco. A ogni svoltata si vedeva una lontananza profonda, tutto verde e chiuso, e qualche mulino a vento sulla sponda. L’acqua era coperta di un tappeto di lemna, e in alcuni punti tempestata di fiorellini bianchi, d’iridi, di ninfee, di lenti palustri. L’alta spalliera di verzura che fiancheggiava il canale, s’apriva qua e là in brevi tratti, e allora si vedeva come da una finestra l’orizzonte lontano della campagna, che subito era rinascosto.
Ogni tanto s’incontrava un ponte. Era bello vedere la rapidità, con cui l’uomo a cavallo, e un altro, fisso là di guardia, facevan la manovra delle corde per far passare il trekschuit; e come i due conduttori, quando i trekschuiten s’incontravano, si cedevano il passo, l’uno facendo scorrer la corda sotto quella dell’altro, senza dire una parola, senza salutarsi neanco con un sorriso, come se la serietà e il silenzio fossero obbligatorii. Per tutta la strada non si sentiva altro rumore che il frullo delle ali dei mulini.
S’incontravano dei barconi carichi di legumi, di torba, di pietre, di botti, rimorchiati con una lunghissima corda da un uomo aiutato qualche volta da un grosso cane con una cordicella al collo. Alcuni erano rimorchiati da un uomo, una donna e un ragazzo, l’uno dietro l’altro, colla fune legata a una specie di sottopancia di cuoio o di tela; tutti e tre tanto inclinati innanzi da non capire come malgrado il ritegno della fune potessero tenersi in piedi. Altri barconi eran rimorchiati da una vecchia sola. Su parecchi, c’era al timone una donna con un bambino al seno; altri bambini intorno; un gatto sur un sacco, un cane, una gallina, dei vasi di fiori, delle gabbie d’uccelli. Su altri la donna faceva la calza dondolando una culla col piede; su altri faceva da mangiare; in alcuni, tutta la famiglia, meno uno che rimorchiava, stava mangiando in crocchio. E non si può dire la pace che spirava nei visi di quella gente, nell’aspetto di quelle case acquatiche, di quegli animali divenuti, in certo modo, anfibii; la placidità di quella vita galleggiante, l’aria sicura e libera di quelle famiglie erranti e solitarie. E così vivono in Olanda migliaia di famiglie che non hanno altra casa che la barca. Un uomo piglia moglie, fra tutti e due comprano un battello, ci s’installano e portan le derrate da un mercato all’altro. I bambini nascon sui canali, sono allevati e crescon sull’acqua; la barca porta le masserizie, il piccolo peculio, le memorie domestiche, gli affetti, il passato, tutto il bene presente e tutte le speranze dell’avvenire. Si lavora, si risparmia, e dopo molti anni si compra un battello più grande, vendendo la vecchia casa a una famiglia più povera, o lasciandola al figlio maggiore che vi condurrà una sposa cresciuta sur un altro battello, e adocchiata per la prima volta in un incontro sul canale. E così di barca in barca, di canale in canale, la vita scorre soave e tranquilla, come la casa vagabonda che la ricetta e l’acqua silenziosa che l’accompagna.
Per un pezzo non vidi sulle due sponde che piccole case di contadini; poi cominciai a vedere villette, chioschi e capanni, mezzo nascosti fra gli alberi; e negli angoli più ombrosi, qualche signora bionda, vestita di bianco, seduta, con un libro in mano; o qualche grosso signore avvolto in un nuvolo di fumo, coll’aria soddisfatta del negoziante arricchito. Tutte queste villette son dipinte d’un color roseo o azzurrino, hanno i coppi del tetto inverniciati, terrazzi sostenuti da colonnine, e giardinetti davanti o intorno, con aiuole e sentieri da presepio; miniature di giardini, puliti, lisciati, leccati. Alcune case son poste sull’orlo del canale, col piede nell’acqua; e lascian vedere i fiori, i vasi e i mille ninnoli luccicanti dell’interno delle stanze. Quasi tutte hanno un’iscrizione sulla porta, che è come l’aforismo della felicità domestica, la formula della filosofia del padrone, come:—La pace è denaro.—Piacere e riposo.—Amicizia e società.—I miei desiderii sono soddisfatti.—Senza fastidi.—Tranquillo e contento.—Qui si godono i piaceri dell’orticultura.—Qua e là c’era qualche bella vacca bianca e nera, accovacciata sulla sponda, col muso a fior d’acqua, che sollevava placidamente la testa verso la barca. Incontravamo degli stormi d’anitre che si scansavano per lasciarci passare. C’erano di tratto in tratto a destra e a sinistra dei canaletti quasi coperti da due alte siepi che consertavano i rami formando una vôlta di verzura, sotto la quale si vedevano allontanarsi e sparire nell’oscurità delle barchette di contadini. Di tempo in tempo, in mezzo a tutto quel verde, saltava fuori all’improvviso un gruppo di case, un villaggetto variopinto e lindo, coi suoi specchietti e i suoi tulipani alle finestre; senza un’anima viva; e quel silenzio profondo era rotto da un’arietta allegra d’un campanile che non si vedeva. Era un paradiso pastorale, un paesaggio da idillio, pieno di freschezza e di mistero; un’arcadia chinese, tutta piccoli nascondigli, piccole sorprese, piccoli artifizi innocenti di bellezza, che facevan l’effetto come di tante voci sommesse di gente invisibile che bisbigliassero:—Siamo contenti.
A un certo punto il canale si biforca; un braccio che si nasconde fra gli alberi va a Leida, l’altro volge a sinistra e va all’Aja. Dopo questo punto, il trekschuit cominciò a soffermarsi ora dinanzi a una casa, ora dinanzi alla porta di un giardino per ricevere involti, lettere e imbasciate a voce da portare all’Aja.
Un vecchio signore uscì da una villa e salì accanto a me. Parlava francese, attaccammo discorso. Era stato in Italia, sapeva qualche parola d’italiano, aveva letto Les fiancés; mi domandò dei particolari sulla morte di Alessandro Manzoni: dopo dieci minuti, l’adoravo. Da lui ebbi dei ragguagli sul trekschuit. Per capire la poesia di questa barca nazionale, bisogna fare dei viaggi lunghi, in compagnia di gente del popolo. Allora ognuno ci s’installa come in casa sua, le donne lavorano, gli uomini salgono a fumare sul tetto; desinano tutti insieme; dopo desinare, si adagiano fuori del casotto per vedere tramontare il sole; i discorsi si fanno più intimi, la brigata diventa una famiglia. Vien la notte; il trekschuit attraversa come un’ombra dei villaggi immersi nel silenzio, scivola sui canali inargentati dalla luna, si nasconde nelle macchie, esce nell’aperta campagna, rasenta le case solitarie in cui brilla la lucerna del contadino, e incontra barche di pescatori che gli passano accanto come fantasmi. In quella pace profonda, in quell’andar lento ed eguale, uomini e donne s’addormentano a poco a poco gli uni accanto agli altri e la barca non lascia più dietro di sè che il bisbiglio confuso dell’acqua e dei respiri.