PAGINE SPARSE


La ma padrona di casa — Ritratto d'un'ordinanza — Un incontro — Un caro pedante = (ALCUNE OSSERVAZIONI SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA): La Lettura del Vocabolario — Appunti — Una parola nuova — Consigli — Il vivente linguaggio della Toscana — Quello che si può imparare a Firenze — Un bel parlatore = Dall'album d'un padre — L'amore dei libri — Manuel Menendez (racconto) — In Sogno — Scoraggiamenti — Battaglie di Tavolino — Una visita ad Alessandro Manzoni — Emilio Castelar — Giovanni Ruffini.

EDMONDO DE AMICIS

PAGINE SPARSE

QUARTA EDIZIONE

MILANO
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
1877.


Proprietà letteraria.



[INDICE]


.... Non riprendeva, anzi lodava ed amava che gli scrittori ragionassero molto di sè medesimi; perchè diceva che in questo sono quasi sempre e quasi tutti eloquenti, ed hanno per l'ordinario lo stile buono e convenevole, eziandio contro il consueto o del tempo, o della nazione, o proprio loro. E ciò non essere meraviglia; poichè quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso e occupato della materia; non mancano mai nè di pensieri, nè di affetti nati da essa materia e nell'animo loro stesso, non trasportati d'altri luoghi, nè bevuti da altre fonti, nè comuni e triti, e con facilità si astengono dagli ornamenti frivoli in sè, o che non fanno a proposito, dalle grazie e dalle bellezze false, dall'affettazione e da tutto quello che è fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori dicono di sè medesimi: prima, perchè tutto quello che veramente è pensato e sentito dallo scrittore stesso, e detto con modo naturale e acconcio, genera attenzione, e fa effetto; poi, perchè in nessun modo si rappresentano o discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui, che favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si rassomigliano tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì negli accidenti, e in quel che dipende dalla sorte; e che le cose umane, a considerarle in sè stesso, si veggono molto meglio e con maggior sentimento che negli altri.

Leopardi — Detti memorabili di Filippo Ottonieri.

LA MIA PADRONA DI CASA

Non posso pensare a Firenze, senza ricordarmi della mia buona padrona di casa di via dei ***, la quale m'insegnò in sei mesi più lingua italiana di quanta io n'abbia imparata in dieci anni da tutti i miei professori di letteratura, nati, come diceva l'Alfieri, là dove Italia boreal diventa.

Era una vecchietta simpatica, vedova d'un interprete d'albergo, buona come il pane, fiorentina fin nel bianco degli occhi, operosa, assestata e pulita come un'Olandese. Viveva d'una piccola rendita e di quel po' che guadagnava tenendo dozzina. Leggicchiava, giocava al lotto, faceva qualche visita, e passava quasi sempre la sera, sola come uno sparago, in un cantuccio della sua piccola camera ingombra di mobili vecchi, vicino a una finestra, dalla quale si vedeva, di là dai tetti di molte case, la cima del campanile di Giotto.

Che cos'è questo benedetto parlare toscano! Era una povera donna, non aveva cultura, sapeva appena leggere e scrivere; ma parlava da far rimanere a bocca aperta. E non il fiorentino volgare, perchè non ho mai inteso dalla sua bocca una parola o una frase che una signora non potesse ripetere in conversazione. Il suo parlare era tutto frasi efficacissime, immagini, proverbi, diminutivi graziosi, vezzi e fiori di lingua, che venivan via facili e fitti ad ogni proposito, come nei novellieri trecentisti, senza che le sfuggisse mai neppure un lampo di quel sorriso leggerissimo che per il solito tradisce la compiacenza intima di chi sa di parlar bene.

Ogni momento gliene sentivo dire una nuova.

Stentavo un po' a infilare il soprabito: essa mi diceva: Ma perchè non se lo fa allargare chè le è stretto assaettato?

Entravo nella sua camera: — Badi, — mi diceva, — di non inciampare, perchè è buio come in gola.

Veniva un amico a chiedermi dei denari; essa capiva, e mi domandava: — Le è venuto a dare una frecciata, non è vero?

Diceva che il suo predicatore aveva la parola facile e ornata; che il lattaio aveva la voce come uno di questi cani incimurriti e fiochi che non posson più abbaiare; che erano tre giorni che non vedeva più l'effigie dello spazzaturaio che pure le aveva promesso di venire; che il bambino della vicina aveva rotto un vetro, e suo padre non se ne era anche accorto, ma il poverino stava già rannicchiato dietro l'uscio ad aspettare il lampo e la saetta; che il mio maestro di spagnuolo aveva un vestito che gli piangeva addosso; che con tutte queste guerre che si fanno dopo che Pio IX ha date le su' riforme bisogna sempre stare palpitando per i nostri cari; che un tale ch'era caduto dal secondo piano, e non era morto, aveva il sopravvivolo come i gatti; che un certo quadro pareva fatto coll'alito; che a una certa sua amica, in una certa congiuntura, essa aveva parlato come al cospetto di Dio, da cuore a cuore; e altre espressioni gentili ed argute, che a scriverle tutte, ci sarebbe da fare un vocabolario.

Però, quando s'accorgeva ch'io mi divertivo a farla parlare, taceva tutt'a un tratto e mi guardava con aria di diffidenza. Temeva ch'io la volessi canzonare. Anzi, qualche volta, quando mi lasciavo sfuggire un'esclamazione di meraviglia, quasi s'indispettiva.

— Oh insomma, — mi disse un giorno, — io parlo come so. Se dico degli spropositi, m'insegni lei a parlar meglio. Io non ho mai preteso di parlar bene.

— Ma no, cara signora, — le risposi coll'accento della più profonda sincerità. — Le giuro che ammiro davvero la sua maniera di parlare, che vorrei parlare io come lei, che vorrei saper scrivere come lei parla. Che c'è da stupirsi? Non lo sa che i fiorentini parlano meglio degli italiani delle altre provincie? Non l'ha mai inteso dire? Mi piace sentir parlare l'italiano da lei come mi piacerebbe sentir parlare il francese da un parigino. Mi piace perchè lei parla con naturalezza, perchè pronunzia bene, perchè io imparo. Ne vuole una prova? Guardi questi fogli.

E le misi sott'occhio alcuni fogli sui quali avevo notato una lunga filza dei suoi modi di dire.

Guardò, sorrise, poi sospettò daccapo e mi disse che non sapeva capire che cosa io trovassi di particolare in quelle parole. — Qualunque mercatino, — soggiunse, — è in caso di dirgliele tali e quali.

Nondimeno, a poco a poco, finì per persuadersi che mi divertivo davvero a sentirla parlare perchè parlava bene.

Ma trovavo sempre mille difficoltà a farmi capire quando volevo saper qualche cosa di preciso in fatto di lingua. — Come direbbe lei, — le domandavo, — per dire che piove forte? — Gua! — mi rispondeva, — direi che piove forte. — Io ripetevo la domanda in un'altra forma. — Ah! ho capito! — esclamava. — Chi si volesse spiegare in un'altra maniera potrebbe anco dire che piove a rovescio, a catinelle, a orciuoli, a ciel rotto; ognuno può dire come gli piace; non c'è regola fissa.

Un giorno le diedi un mio libro. — L'ha scritto lei? — mi domandò. — Sì, — risposi. — Tutto di suo pugno? — Tutto di mio pugno. — Lo tenne due o tre giorni e vidi che lo leggeva. Quando me lo restituì, mi disse: — Bravo! mi son divertita; si vede che è un buon figliuolo. E poi mi piacque anche lo stile.

A poco a poco mi prese a voler bene, mi parlava lungamente della buon'anima di suo marito, delle sue amiche, del caro dei viveri, delle tasse, del lotto, dei suoi malanni, della religione, sempre colla stessa grazia e colla stessa dolcezza. Ma specialmente quando parlava della sua disgrazia d'esser rimasta sola al mondo e diceva che la notte, non potendo dormire, pensava, pensava, fin che si metteva a piangere, aveva parole così dolci, così schiette, così poetiche, che mi si stringeva il cuore, e nello stesso tempo provavo una specie di voluttà artistica a sentirla. Mentre essa parlava la sua bella lingua, io appoggiato alla finestra della sua cameretta, guardavo il campanile di Giotto dorato dalla luce del tramonto, e provavo uno struggimento d'amore per Firenze.

Una s'era, ch'ero già a letto, s'affacciò alla porta e disse con voce commossa: — Ah! figliuol mio! bisogna proprio credere, sa, che c'è un Dio! Questa sera il predicatore ha detto che tutti i grandi uomini ci hanno creduto, — e Dante e Galileo e Colombo, — ne avrà citati più di cinquanta. E ha conciato per le feste quelli che dicono che il mondo l'ha fatto il caso! Il caso! E dire che sono gente che ha studiato! Io che sono una povera donna capisco che è una corbelleria. Se lo studio non dovesse portare altri frutti! Ma lei, benchè studii, non le pensa queste cose, non è vero, figliuolo? dica un po': ci crede lei al caso?

— No, cara padrona, — le risposi; — io credo in Dio.

— Oh lei non può immaginare la consolazione che mi dà con codeste parole, — rispose la buona donna.

La notte, mentre lavoravo a tavolino, a una cert'ora sentivo picchiare nel muro e poi una voce insonnita che diceva:

— Non lavori più, figliuolo; s'abbia riguardo agli occhi.

Ed io: — Ancora una pagina.

— Nemmeno una pagina. Si ricordi del proverbio: È meglio un.... cavallino vivo che un dottore morto.

Passava un altro quarto d'ora e lei daccapo:

— A letto, a letto, figliuolo.

— Padrona, domandavo io, — com'è quel proverbio di Berto, che mi disse stamani? Ne ho bisogno per scriverlo.

— Berto, rispondeva, — che dava a mangiare le pesche per vendere i noccioli. Vada a letto.

— Ancora una cosa. Come si chiama il bastone d'Arlecchino?

— Non mi cava più una parola, nemmeno se mi fa regina di Spagna.

E non diceva più una parola davvero e io andavo a dormire.

La mattina per tempo, appena svegliato, risentivo la sua voce: — Su, su! È un sereno che smaglia. Vada a fare un giro alle Cascine!

Una sera tornai a casa pieno di malinconia e mi buttai sul sofà senza dire una parola. Essa mi venne accanto. Duravo fatica a trattener le lagrime. Mi domandò che cos'avessi. Non volevo rispondere. Insistette, e allora le apersi il mio cuore come a un amico.

— Ho avuto un dispiacere, — le dissi. — Ho saputo che l'altro giorno, in una casa, hanno detto che i miei scritti sono noiosi e che non farò mai nulla di buono. Io ne sono persuaso e non ho più voglia di studiare. Voglio buttar nel fuoco tutti i miei libri e tornare a fare il soldato. Sono triste, scoraggito e annoiato della vita. Non m'importerebbe nulla di morire.

La buona donna si sforzò di ridere; ma era intenerita. Cercò di consolarmi e di rimettermi di buon umore; chiamò a raccolta tutti i suoi frizzi, le sue frasi e i suoi proverbi; mi assicurò che i miei libri erano pieni di bei concetti e che avrebbe voluto saperli scrivere lei; mi promise che sarei riuscito un bravissimo scienziato a dispetto dei maligni; mi disse che avrebbe voluto trovarsi faccia a faccia con chi aveva sparlato di me, per fargli una risciacquata che non trovasse più la via di tornarsene a casa; mi fece bere un dito di vin Santo, mi diede del ragazzo, mi picchiò sotto il mento e gridò: — Su la testa! — Infine mi lasciò rasserenato, dicendo che se le facevo un'altra volta una di quelle scene, il pezzo più grosso che sarebbe rimasto di me, aveva da essere un orecchio, com'è vero che c'è tanto di Biancone in piazza della Signoria.

Qualche volta però ci bisticciavamo, per cose da nulla, s'intende; per esempio perchè tornavo a casa tardi, e lei mi trovava a ridire, ed io le rispondevo di mala grazia. Allora stavamo una mezza giornata senza scambiare una parola. La sera poi, pensando ch'essa era là in un cantuccio della sua camera, sola, malinconica, al buio, mi pigliava il rimorso, correvo all'uscio e le domandavo per il buco della serratura: — Padrona, come è quel detto di Cimabue che mi disse ier l'altro?

— Cimabue che conosceva l'ortica al tasto — rispondeva con una voce in cui si sentiva un'improvvisa contentezza.

— Mi perdona? — le domandavo.

— Oh buon figliuolo! — rispondeva; — perdoni lei a me, che sono una brontolona e una zotica. Ma veda: glielo dico per il su' bene che non venga a casa tardi perchè.... io non ho mica il diritto di impicciarmi nella sua condotta.... si capisce.... ma ho notato che tutte le sere che viene a casa tardi, e non studia più, la mattina dopo è di malumore.

— Ha ragione, padrona, ha ragione! Apra la porta e facciamo la pace.

Essa apriva la porta e non faceva mai in tempo a levarsi il fazzoletto dagli occhi.

Così passarono sei mesi.

Un giorno, dopo una settimana intera di preparativi e di esitazioni, mi feci forza e le dissi, guardandola fisso negli occhi:

— Padrona, io debbo partire da Firenze.

— Dove va?

— A casa mia.

— Va bene. Io terrò le sue camere libere per quando tornerà. Può lasciar qui libri, quadri, carte, come le lascerebbe alla sua famiglia. Prima che ritorni farò mettere la stufa, comprerò un altro seggiolone e se mi salta il ticchio farò cambiare la tappezzeria al salotto. E passeremo il nostro invernetto insieme d'amore e d'accordo, lei a studiare ed io a fare le mie faccenduole. Ah! vedo che almeno negli ultimi anni della mia vita avrò qualche consolazione. Quando tornerà?

— Cara padrona.... non glielo posso dire.

— Che forse non tornerebbe più? domandò col viso alterato.

— Forse non tornerò più!

Stette qualche momento senza parlare e poi esclamò con voce tremante: — Ma dunque io resterò sola!...

E tacque di nuovo come per sentir l'eco di quella triste parola.

Poi nascose il viso nel grembiale e diede in uno scoppio di pianto.

M'aiutò a fare i miei bauli, volle riporre tutti i libri colle sue mani, non mi lasciò più un momento fino all'ora della partenza. L'ultima notte, verso le undici, mentre scrivevo, picchiò ancora una volta nella parete e mi pregò di avermi riguardo agli occhi. La mattina seguente, quando partii, mi accompagnò fin sul pianerottolo e mi disse colla solita dolcezza: — Lei se ne torna colla sua famiglia; io, povera vecchia, rimango sola. Si ricordi qualche volta di me che le volevo bene come a un figliuolo. Abbia giudizio; continui a studiare e sarà contento. Mentre viaggerà in Spagna e in Francia, io guarderò il suo ritratto, leggerò i suoi libri e pregherò il Signore per lei. Quando morirò, lei si ricorderà che le ho voluto bene e piangerà, non è vero? Ed ora vada, figliuolo, che è tardi; e Dio l'accompagni!

Le diedi un bacio e discesi per le scale. La povera donna mi mandò ancora un addio rotto da un singhiozzo e poi rientrò nella sua casa vuota e triste.

Oh buona e cara vecchia! se mi son ricordato di te! In viaggio, ogni volta che ho passata la notte a scrivere in una camera d'albergo, allo scoccare delle undici ho detto tra me, con tristezza: — Oh! se sentissi picchiare nel muro, quanto lavorerei più volentieri! — Ogni volta che scrivo, e rileggendo la mia prosa, la trovo scolorita e senza grazia, dico con rammarico: — Ah! quanto ci corre da quest'italiano a quello della mia padrona di casa! — La sera, quando la mia famiglia è raccolta intorno al fuoco, e tutti ridono e lavorano, io penso col cuore stretto che tu sei sola nella tua stanza, forse al freddo ed al buio, perchè la legna e l'olio sono rincarati. E non mi si presenta mai l'immagine della mia cara Firenze, senza ch'io goda in fondo all'anima pensando che un giorno forse vi tornerò, che andrò a cercarti, che ti troverò ancora, che mi rimetterò a imparare da te la lingua armoniosa e gentile con cui mi rallegravi e mi davi coraggio.

SCORAGGIAMENTI

Erano le nove della sera: Teresa ricamava accanto al fuoco, quando udì picchiare leggermente, corse all'uscio e più per abitudine che per diffidenza domandò chi fosse.

— Io! — rispose una voce aspra. Teresa aperse, entrò un giovane ravvolto in un mantello, si baciarono, e la ragazza gli domandò subito:

— Che hai, Mario?

— Perchè questa domanda? domandò il giovane alla sua volta.

— Perchè non hai detto io come gli altri giorni.

Mario la guardò un po' senza rispondere, poi buttò in un canto il mantello e il cappello, e s'avvicinò al caminetto. La ragazza tornò al suo posto, e tirò a sè un panchettino, sul quale sedette il giovane, appoggiando un gomito sul suo ginocchio e la testa sulla mano.

Stettero così qualche momento senza parlare; poi Teresa domandò timidamente:

— Hai scritto?

— No — rispose il giovane con aria pensierosa.

— Hai fatto male.

— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una bolla di sapone.

— È un mese che lo dici.

— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima, ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un uomo.

— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire?

— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo. Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia il Buffon, pensarci su come dice il Manzoni, ed anche tenere i piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me, ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti giuro che dico la verità.

— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche giorno le hai disdette.

— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho avuto anch'io i miei barlumi.

— Ma che melanconie son queste, Mario?

— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: — Ho sbagliato strada.

— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà l'inspirazione e la fiducia in te stesso.

Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello.

— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, — allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non parliamone più.

— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo, l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri; prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù, ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi ridotto mendico.

Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce: — È questo signore che parla?

— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica, quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì, certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa, qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore, e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la stima?

— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe bastare a darti coraggio: il favore pubblico.

— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico? che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo, pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere.

— Io non so rispondere a tutte queste cose, — disse Teresa con voce commossa, — ma mi pare che non sia tutto vero. Che cosa vuoi concludere? Che non devi più scrivere? Vuoi farmi dire che non sai far nulla? Vuoi provarmi che sei uno scemo?

— No, perchè non lo sono; se lo fossi, non mi sarei disingannato, non ti terrei questi discorsi; continuerei a credermi un animalaccio raro, come fan molti, a dispetto del mondo intero. Il mio disinganno prova che c'è qualche cosa in questo nocciolo di testa. Ma il gran punto è che questo qualche cosa non basta. Vi sono ben dei momenti che abbraccio col pensiero un grande spazio intorno a me; ma son vedute istantanee, come quelle della notte al chiarore d'un lampo. Afferro colla mente un dei capi d'una catena d'idee; ma dò uno strappo, e non mi resta in mano che il primo anello. Ci corre, cara mia, da questi scatti d'ingegno alla forza dell'ingegno vero! a quell'ingegno confidente e imperioso, che si afferma qualche volta con parole superbe; quello che getta sprazzi di luce e pezzi di oro massiccio, che tira a sè e rende muti in sè stesso altri ingegni minori, che corre la sua strada destando e schiacciando ad un tempo ire ed invidie mortali, che s'innalza egli stesso degli ostacoli e li rovescia, che va a battere le ali dove gli altri arrivano appena collo sguardo, che trascina, innamora e spaventa! Questi sono uomini d'ingegno, spiragli aperti nella natura umana, per i quali la moltitudine vede confusamente qualche cosa del mondo di là, che le strappa un grido di meraviglia. Questi hanno diritto di consacrare tutta la loro vita all'arte; questi sono i grandi alberi della vegetazione umana; il resto è erbaccia parassita, ed io sono un filo di quest'erba.

— Grandi alberi! — mormorò Teresa timidamente. — Fuor che quei quattro o cinque che tutti sanno, per ora, di grand'alberi che vengano su, io non ne vedo. E qui pronunziò in fretta una lunga serie di nomi, e domandò: Son questi forse gli spiragli aperti nella natura umana?

— No, — rispose Mario; — ma benchè io sia da meno di questi, non mi debbo paragonar con essi, per aver una idea giusta di quello che sono. Debbo metter tutti costoro in un mazzo, me compreso, e paragonarli ai pochissimi che sono sulla sommità della scala. Bisogna uscir dal proprio paese, cara mia, per vedere che cosa paiono, viste da lontano, certe gloriole di casa! Quando si vede che i veri grandi nomi, anche nostri, ed anco di questi ultimi tempi, suonano sul Tamigi come suonano sul Tevere, sul Tago come sul Reno, sulla Senna come sull'Adige, che conto vuoi più che si faccia di quelli che cascano come palloncini sgonfiati sulle frontiere del proprio paese? Che cosa siamo al paragone di quell'aquile che fanno il giro del mondo, noi moscerini che viviamo in un soffio d'aria, e facciamo un ronzío che non si sente da una foglia all'altra d'un fiore? noi che mostriamo con pompa, come tutto il nostro avere, una qualità che in quelli altri non è che una delle mille faccette della perla del loro ingegno? Ah come si capisce tutto questo viaggiando! Quando uno straniero mi domandava: — Lei scrive? — io rispondevo in fretta arrossendo, come uno che respinga un sospetto ingiurioso: — No! no! non scrivo!

Teresa scrollò la testa sorridendo, come per dire: — Sei sempre lo stesso!

— E poi, — riprese Mario dopo una breve riflessione — vivere per scrivere! Bella presunzione è questa di aver nel capo tante cose degne d'esser dette al mondo, da dover impiegare tutta la vita a dirle! E con che diritto s'impiega la vita in questa maniera? Scrivere, in materia d'arte, non si dovrebbe che per soddisfare un bisogno dell'anima; e soddisfare un bisogno non può valer lo stesso che pagare un debito. Dunque chi non fa altro che scrivere, non paga il suo debito alla società; e se ad altri pare, a lui non deve parere. Rispondere: — Scrivo — a uno che mi domandi qual è la mia professione, mi pare lo stesso che a uno che mi domandasse: — Che cosa fai costì? — rispondergli: — Respiro. — E chi è questo poltrone che mentre tanta gente migliore di lui suda sangue per guadagnarsi la vita, passa la giornata sur una seggiola a predicar la virtù e ad eccitar gli altri a fare? Lavori il giorno anche lui, e scriva la sera a tempo avanzato. Cacciatelo in un'officina!

— Oh questa poi! — esclamò Teresa tra indispettita e intenerita. — Tutti non possono lavorare colle braccia! —

— Ma io posso! E che credi? Che non mi vergogni qualche volta d'esser robusto? Quando vedo ammontati sul mio tavolo quei cinque o sei libracci che ho scritti, dei quali fra qualche anno non si troverà più il titolo in nessun catalogo di libraio, e penso che ho speso a farli gli anni più vigorosi della gioventù, e che spenderò forse nello stessa modo, e non con miglior frutto, gli anni che mi restano; e poi guardandomi nello specchio, mi vedo un par di spalle da atleta, che so io? sento che c'è una sproporzione fra me e il mio lavoro, un disaccordo, un qualche cosa che non va; mi sento dentro una voce di rimprovero; mi pare come di aver sciupato una trave per fare un bastoncino; e provo non so che bisogno di curvar la schiena sotto dei pesi e d'incallirmi le mani sopra uno strumento.

Teresa gli afferrò le mani.

— Quanti uomini sciupati — continuò Mario — con questo maledetto scrivere! Uomini di un sentire nobilissimo, dotati d'una certa facoltà di trasfondere in altri l'anima propria, forniti d'un sentimento pel bello, parlatori facili, che avrebbero, in un altro campo, acquistato ed esercitato un potere benefico su molta gente.... sciupati! Io per esempio, ch'ero nato per fare il maestro di scuola, a segno che, quando vedo in una stanza quattro banchi e un tavolino, mi sento rimescolare! E non solo il maestro di scuola: sento che sarebbe stata la mia vita l'aver che fare con povera gente, con operai; sento che, se fossi pretore in un villaggio, mi farei fare una statua. E così quando leggo gli scritti di molti miei amici romanzieri, poeti, critici, vedo tra riga e riga le belle facoltà mal impiegate, e penso con rammarico che l'uno sarebbe riuscito un eccellente medico condotto, un altro un direttore di collegio inimitabile, un altro, un avvocato onestissimo e valentissimo. E dico a loro e a me: — Siamo fuori di strada! Tutti fuori di strada per aver preso per nostra dote principale una dote secondaria, che doveva soltanto servire d'aiuto, d'ornamento alle altre; per aver creduto che ciò che non ci dovrebbe occupare se non un'ora al giorno, bastasse a riempirci tutta la vita; per aver considerato come una vocazione quello che non era che una tendenza!

— E quando vedi codesti amici — domandò Teresa sorridendo — lo dici loro che avrebbero fatto meglio a fare i medici condotti?

— Non mi seccare con quel loro, Teresa; di' glielo dici; te n'ho già pregato altre volte.... E che cosa segue da ciò? Segue che, avendo l'ambizione, senza aver la potenza di destare l'ammirazione del paese, diventiamo come gli accattoni che si contentano di quello che gli si dà: ci contentiamo di ispirar la simpatia, la stima, la considerazione, di acquistare la notorietà, la distinzione; e leggerai infatti ogni momento il simpatico, il pregevole, lo stimato, il noto, il distinto scrittore, e altri insipidi e sguaiati appellativi, che pure nella nostra nullità ci fanno sorridere di compiacenza; ma che a spremerne il sugo voglion dire: mediocre, insignificante, impotente, nullo, perchè chi, avendo dedicato la vita all'arte, non riesce che a rendersi simpatico, stimato, pregevole, ha sciupato tempo e fatica. E in fondo all'anima, lo sentiamo anche noi. Per questo, invece di lavorare serenamente e nobilmente, ci affanniamo, facciamo ogni sorta di sforzi disperati per saltar fuori dalla pegola della mediocrità che ci affoga; e buttiamo fuori in furia un libro dopo l'altro, avidi, impazienti, sperando sempre che l'ultimo che stiamo facendo, sia quello che ci porrà sul piedestallo della gloria; supplicando la gente che passa di soffermarsi; gridando al paese: Vòltati, guardami, t'assicuro che ho del genio, dammi tempo a far qualche cos'altro, non profferire ancora l'ultimo giudizio, aspetta, vedrai. — E intanto il vento porta via libretti e libracci, e noi invecchiamo trascurati e dispettosi, finchè un bel giorno si tira il calzino, dieci giornali dicono che s'è lasciato larga eredità d'affetti, e il giorno dopo nessuno pronuncia più il nostro nome. Ecco la carriera degli scrittori simpatici, stimati, noti, distinti; la mia carriera e quella di cento altri campioni della giovine letteratura.

— Ma tutti — disse Teresa, — anche i più grandi, hanno avuto di questi scoraggiamenti!

— Erano altri scoraggiamenti, — rispose Mario; — stanne sicura. Si scoraggivano perchè sentivan la loro opera troppo inferiore al loro ingegno; ma non è che non sentissero l'ingegno. Essi hanno gettato sul mondo i riflessi della luce che brillava alla loro mente, e a noi questi riflessi paion già una gran luce; ma chi può immaginare lo splendore che vedevan loro cogli occhi del genio? Chi sa che portentoso Cinque maggio balenò ad Alessandro Manzoni, prima che si mettesse a scrivere quello che noi conosciamo? Tutti i grandi caddero qualche volta; ma caddero a pochi passi dalla cima della montagna, ed erano già saliti ad un'altezza tremenda. Non cadevan per fiacchezza, cadevano per vertigine. Erano battaglie, nelle quali riuscivano ora vinti, ora vincitori. Ma in me, vedi, non c'è lotta; in me è calma morta. Ai grandi che picchiano alla porta del tempio dell'Arte, qualche volta una voce di dentro risponde: — Non ancora: — A me quella voce risponde: — Via! — Quelli sono pregati d'aspettare, e io sono scacciato come un cialtrone.

Teresa aperse il libro che aveva preso poco prima e finse di mettersi a leggere senza badare alle parole di Mario.

— Leggi, leggi, — continuò Mario sorridendo, — chi si contenta, gode. Intanto io farò un pochino di critica al tuo autore. I suoi personaggi son tutti fantocci che recitano la medesima parte, e non ne vien uno in iscena, che non lasci veder sotto la mano del burattinaio. Tre idee tinte di mille colori; ma non più che tre idee. Un manzonismo annacquato, senza coraggiose affermazioni; un ciondolío perpetuo fra il credo e il non credo; un voler far sentire la cosa senza compromettersi colla parola; una doppia paura di far sorridere i miscredenti e di scontentare le mamme pie; un tirar sempre al cuore, a tradimento, quando si dovrebbe tirare alla testa; e persino nella lingua, la persuasione profonda che si debba dare un calcio alle convenzioni, agli scrupoli grammaticali, alle parole illustri, a tutte le formole della lingua scipita, pedantesca, bastarda, che si parla fuor di Toscana; e la vigliaccheria di non farlo per paura di coloro che combattono la proposta del Manzoni, perchè non vogliono ricominciare a studiare.

— Io non me ne intendo di lingua, — disse Teresa; — non ti so cosa rispondere. Ma per quel ch'è dei fantocci, purchè dicano delle cose buone, che importa se si vede la mano? — Così dicendo, rise e gli prese la mano.

— Dir delle cose buone! esclamò Mario. — Vorrei che tu mi dicessi che diritto ho io di dire delle cose buone, io che non ne faccio, e di metterci sotto la mia firma, come se le facessi. Mi ricordo, pochi giorni fa, quando ti dissi che compivo ventisette anni, tu esclamasti: — Ventisette anni! Hai già fatto molto! — Fatto molto! non ho ancora salvato la vita a nessuno, — non ho mai passato trenta notti di seguito al letto d'un ammalato, — non mi sono mai messo a rischio di buscarmi una coltellata per levare una donna dalle mani d'un brutale che la schiaffeggia nel mezzo della strada, — non ho mai fatto dieci miglia a piedi per andar a portare una buona notizia a una famiglia povera, — non mi son mai privato un mese di seguito del sigaro, del teatro e della birra, per fare un regalo a un mio antico maestro elementare che si trova nella strettezza. Ebbene, conosco dei giovani che fecero e che fanno tutte queste cose, e che si vergognerebbero di scriverle, e che quando le leggono scritte da me, mi dicono: «bravo! Lei fa del bene! Beato lei!»

— Vero, e con questo?

— Con questo, quando mi dicono quelle parole, io arrossisco perchè dovrei dirle io a loro; e loro dovrebbero dire a me che sono un impostore.

— E allora, — disse Teresa con un'ironia faceta, di cui Mario non s'accorse; — se scrivendo delle cose morali ti pare di far l'impostore, scrivine delle immorali e vivrai in pace colla tua coscienza.

— No! — rispose Mario — mai. Se volessi anche, non potrei. Su questo punto tu non conosci ancora le mie idee, e te le dico. Da un uomo di genio, di quelli che ti ho definiti poco fa, accetto tutto; creda, non creda, sia ottimista o veda tutto nero, non mi riveli che il bello o non mi mostri che le brutture dei suoi simili e le sue, — dissento, deploro — ma accetto, — o almeno mi rendo ragione del come gli possa parer lecito di scrivere quello che pensa e quello che fa. È un uomo di genio; preferisco averlo com'è al non averlo; anche offendendomi e sconfortandomi, mi fa vedere molte cose sotto una faccia nova; mi costringe a pensare; mi fa, se non altro, ammirare in sè un nuovo stampo d'uomo, e una gradazione di più nell'infinita varietà della natura. Sta bene. Ma che un uomo d'ingegno della seconda sfera, uno di quelli dei quali è dubbio se abbiano fatto bene o no a scegliere la via delle lettere, e che dovrebbero, poichè il mondo può benissimo far di meno di loro, cercare tutti i modi di farsi perdonare l'ambizione che li rode; che uno di questi, dico, abbia la sfacciataggine di gridare al mondo: — Vòltati — per fargli sapere che non crede a nulla, che è divorato dalla bile, che disprezza i suoi simili, che vive fra le sgualdrine e s'ubbriaca; questo, per Dio, non solo non lo ammetto, ma non lo capisco; e non capisco come il pubblico non si stomachi di queste scimmie degli scapestrati di genio, e non se li levi di torno colla scopa.

— Dunque scrivi morale! — disse Teresa — Io non so più che cosa dirti! Dici che sei un impostore! Basta essere onesto per poter scrivere delle sante cose senza fingere. Come potresti scrivere, se prima di metterti a tavolino, dovessi far dieci miglia a piedi per portare una buona notizia a una famiglia povera?

Mario sorrise e scrollò una spalla; e dopo qualche minuto di silenzio, disse:

— Un giorno, a Firenze, passeggiando fuor di Porta Romana, sull'imbrunire, vidi tutt'a un tratto una gran luce dietro un gruppo di case e gente che correva. Presi anch'io la corsa e arrivai dinanzi a una casa che bruciava, in mezzo a una folla che faceva un grande strepito. L'incendio era scoppiato da poco; ma uscivan già fiamme dal tetto e da parecchie finestre, e si sentiva dentro un fracasso spaventoso di travi che cadevano e si spezzavano, e in mezzo alla folla grida di donne e di bimbi, che facevan pietà. Arrivarono in quel momento le pompe e le guardie, e cominciò il solito lavoro di far dare addietro la gente, coll'urlío e il disordine solito. Tutt'a un tratto si sentì un grido straziante e si vide molta gente affollarsi da una parte. Era la solita disgrazia d'una donna che aveva chiuso il bambino in casa per uscire, e che tornava troppo tardi. La voce si sparse in un batter d'occhio. Per fortuna la finestra della camera dava sulla strada; fu portata una scala e appoggiata al davanzale, e una guardia salì. Ma sì! non era ancora arrivata in cima, che uscì un nuvolo di fumo nero e una lingua di fuoco dall'alto della finestra, e il pover uomo si sentì mancare il coraggio. La folla gridò: — Giù! Giù! — La guardia saltò giù; un'altra salì, e ricascò in terra come la prima; cinque o sei uomini si agitavano ai piedi della scala, e nessuno saliva. Intanto la povera donna gettava delle grida orribili, si buttava in ginocchio, si stracciava i capelli, faceva cose da lacerare il cuore. Allora non so che cosa seguì in me; mi si velò la vista, mi balenarono mille pensieri in un punto, quel bambino, mia madre, una gioia immensa; sentii come una voce sovrumana che mi gridò nell'orecchio: — Va! — e nello stesso momento un impulso irresistibile che mi sbalzò quasi ai piedi della scala. Ma là.... mi parve d'essere afferrato di dietro da un artiglio di ferro, e rimasi inchiodato, immobile, trasognato, come uno che si trovi tutt'a un tratto sull'orlo di un precipizio. Mentre guardo intorno e rinvengo in me, un uomo si spicca dalla folla come una saetta, butta in terra una guardia, sale in cima alla scala, dispare nella finestra che pareva la bocca d'una fornace, — si fa un profondo silenzio — l'uomo ricompare — la folla getta un grido — quegli sale sul davanzale, si gira, mette il piede sulla scala, discende e casca in terra spossato.... Aveva portato giù il bambino sano e salvo! Ebbene, è una cosa che seguì molte volte, tu mi dirai. Ah Teresa! ma quella volta ero là, ho visto tutto; — ho visto quella donna quando si slanciò al collo di quell'uomo, — l'ho guardata negli occhi, — ho contato i baci furiosi che gli ha stampati sulla fronte e sul petto, — ho sentito le sue grida — le sento ancora — non credevo che un viso umano si potesse trasfigurare in quel modo, e che delle voci e dei singhiozzi di gioia come quelli là potessero fuggire da questo petto di creta senza spezzarlo! Non credevo che si potesse esser belli, felici, gloriosi, com'era quell'uomo, quando si passò una mano nei capelli strinati — fiutò la mano — e si mise a ridere!

Teresa era commossa.

— Io tornai a casa — continuò Mario, — triste e pieno di disprezzo per me medesimo, come se avessi commesso un'azione vergognosa. Pensavo a quell'uomo, e mi pareva di essere meno che un verme della terra accanto a lui. Pensavo ai miei studî, e alle mie piccole soddisfazioni d'amor proprio, e ogni cosa mi pareva fredda e meschina, al paragone della gioia infinita che m'ero lasciata sfuggire. Rientrai in casa, accesi il lume e mi lasciai cadere sopra una poltrona, dicendo a me medesimo: — Bravo! Ecco il tuo piedestallo! — Sentivo delle voci nella strada, che mi parevano l'eco delle grida della madre e della folla, e da tutte le parti vedevo quella finestra infocata, la scala, l'uomo che saliva. A un tratto, mi cadon gli occhi sul tavolino, c'eran delle carte sparse, non mi ricordavo che fossero, guardai.... Erano pagine d'uno scritto, nel quale dicevo mille belle cose intorno all'amor materno, alla virtù del sacrifizio, alla generosità, al coraggio. Che vuoi che ti dica! Quelle parole, in quel momento, mi fecero l'effetto d'una ciurmeria ignobile, d'una ostentazione ipocrita e sfrontata; mi sentii salire il sangue al viso; buttai in terra, con una manata, quel mucchio di fogli....

Teresa gli pose una mano sulla bocca.

— E ci sputai sopra tre volte! — soggiunse Mario respingendo la mano.

— No, Mario! — esclamò Teresa — non le dire queste cose!

— Lasciamele dire — rispose Mario, con un sorriso mesto e amorevole: — è questo uno dei pochi bei tratti della mia vita. E ora sai perchè mi pare un'impostura lo scrivere quello che non faccio.

— Eppure! — gli disse Teresa — guardandolo negli occhi, dopo alcuni momenti di silenzio. — Eppure domani tu scriverai.

Mario si strinse nelle spalle.

— Sì, scriverai, — riprese Teresa — perchè io son donnina da trovare nella mia piccola testa delle ragioni convincenti da opporre a tutte quelle che mi hai dette finora per provarmi che non devi più scrivere.

— Sentiamole.

— Ma non oso dirtele perchè.... non mi so esprimere; sono una scioccherella.... io non m'intendo di letteratura.

— Credi agli angeli?

— Io sì.

— E credi che gli angeli s'intendano di letteratura?

Teresa sorrise, e continuò: — Ebbene, ecco la mia idea. Dici che dovrebbero scrivere solamente i grandi e questo non mi par giusto. In questo mondo ci sono tante anime che si somigliano, che vivono nella stessa maniera, che vedon le cose dallo stesso lato, che hanno perfino le medesime debolezze. Ebbene, queste anime si cercano, e quando s'incontrano, sia anche in una pagina d'un libro, ne godono, e si attaccano a chi ha scritto quella pagina, come a un intimo amico. I grandi scrittori ne abbracciano un gran numero di queste anime, perchè abbracciano la natura sotto moltissimi aspetti. Gli scrittori che vengon dopo, ne abbracciano soltanto poche; ma bastano anche queste poche perchè essi abbiano ragione di essere. I grandi scrittori destano la maraviglia, l'entusiasmo: gli altri solamente l'affetto e la simpatia. Ebbene, anche far nascere una simpatia mi pare che sia un effetto che giustifichi un libro, perchè la simpatia è una disposizione benevola del cuore, e una disposizione benevola è la metà d'una buona azione. E poi, perchè il grande dovrebbe escludere il piccolo? e il bellissimo escludere il grazioso? Non ci dovrebbero essere delle margheritine e delle viole perchè ci sono dei girasoli e delle rose? Forse che il poema di Dante m'impedisce di piangere e di sentirmi riaver l'anima leggendo le novelle del Thouar? Quando uno è sicuro che cinquecento persone leggeranno quello che scrive, ogni volta che gli viene un buon sentimento, fosse anche a proposito di due lucciole che passano, lo deve scrivere; e se impiega tutta la sua vita a scrivere delle cose che trasfondono un buon sentimento in cinquecento persone, la sua vita mi par che sia bene impiegata. E quanto allo scrivere quello che non si fa, mi par che tu non abbia ragione neppure; le buone azioni non si fanno soltanto col coraggio e coi sacrifizî; destare degli affetti gentili, consolare, intenerire, rasserenare l'anima per un momento a qualcuno, sono buone azioni non meno meritorie che star un mese senza fumare per fare un regalo a un maestro. Che importa se un libro che ha prodotto questi effetti, dopo un certo tempo è dimenticato? Quante buone azioni non si dimenticano ogni giorno! Forse che non si dovrebbero fare buone azioni che pei posteri? Ma perchè mi perdo in ragionamenti? Chi più di te sentiva queste verità, quando scrivevi le tue prime cose, e ogni volta che ne finivi una, comparivi qui colle braccia aperte e il viso radiante e mi dicevi: — Teresa, quanto mi rincrescerebbe morire! — Teresa, non dirmi che sono superbo: t'assicuro che oggi dentro di me c'era un angelo; era lui che mi dettava; se non ho scritto meglio, è perchè ho inteso male quello che diceva, tanto mi parlava in furia! — E vedi che anche adesso ti splendono gli occhi a sentirti ricordare quei giorni. — Dammi la mano, Mario — riprendi coraggio e fiducia — cercala qui l'ispirazione — nel cuore — vedrai che ti risponderà — la tua forza è qui; — promettimi che scriverai ancora, — che tornerai di nuovo qui contento e glorioso a farti baciare sulla fronte, — dimmi che ti senti l'angelo, Mario!

Mario, commosso, le chinò il capo sul seno, e rimase per lungo tempo immobile e pensieroso.

Finalmente Teresa gli mormorò all'orecchio: — E l'angelo?

— Oh! perdio sì! — gridò Mario balzando in piedi col viso radiante e battendosi una mano sul petto, — c'è ancora!

RITRATTO D'UN'ORDINANZA

Dei capi originali, sotto la vôlta del cielo, ce n'è e posso vantarmi d'averne conosciuto parecchi; ma uno che possa far la coppia con lui, credo che abbia ancora da nascere.

Era sardo, contadino, ventenne, analfabeta e soldato di fanteria.

La prima volta che mi comparve davanti a Firenze, nell'uffizio d'un giornale militare, m'ispirò simpatia. Il suo aspetto, però, e qualcuna delle sue risposte, mi fecero capir subito ch'era un originale curioso. Visto di fronte, era lui; visto di profilo, pareva un altro. Si sarebbe detto che nell'atto che si voltava, tutti i suoi lineamenti s'alteravano. Di fronte, non c'era nulla da dire: era un viso come tanti altri; di profilo, faceva ridere. La punta del mento e la punta del naso cercavano di toccarsi, e non ci riuscivano, impedite da due enormi labbra sempre aperte, che lasciavan vedere due file di denti scompigliati come un plotone di guardie nazionali. Gli occhi parevano due capocchie di spillo, tanto erano piccini, e sparivano quasi affatto tra le rughe, quando rideva. Le sopracciglia avevano la forma di due accenti circonflessi e la fronte era alta appena tanto da impedire ai capelli di confondersi colla barba. Un mio amico mi disse che pareva un uomo fatto per ischerzo. Aveva però una fisonomia che esprimeva intelligenza e bontà; ma un'intelligenza, se così può dirsi, parziale, e una bontà sui generis. Parlava con voce aspra e chioccia un italiano del quale avrebbe potuto domandare con tutti i diritti il brevetto d'invenzione.

— Come ti piace Firenze? — gli domandai, poichè era arrivato il giorno innanzi a Firenze.

— Non c'è male, — mi rispose.

Per uno che non aveva visto che Cagliari e qualche piccola città dell'Italia settentrionale, la risposta mi parve un po' severa.

— Ti piace più Firenze o Bergamo?

— Sono arrivato ieri; non potrei ancora giudicare.

Quando se n'andò gli dissi: — addio, — ed egli rispose: — addio.

Il giorno dopo fece la sua entrata in casa.

Nei primi giorni fui più volte sulle undici once di perder la pazienza e di rimandarlo al suo reggimento. Se si fosse contentato di non capire niente, transeat: ma il malanno era che, un po' per la difficoltà dell'intendere l'italiano, un po' per la novità delle incombenze, capiva a mezzo e faceva tutto al rovescio. Se dicessi che portò ad affilare i miei rasoi dal Lemonnier e a stampare i miei manoscritti dall'arrotino; che rimise un romanzo francese al calzolaio e un paio di stivali alla porta di casa d'una signora, nessuno lo crederebbe; poichè per crederlo bisognerebbe aver visto fino a che segno, oltre al capir male, egli era distratto, non bastando il capir male a dar ragione di qui pro quo così madornali. Ma non posso trattenermi dal citare alcune fra le più meravigliose delle sue prodezze.

Alle undici della mattina lo mandavo a comprare del prosciutto per far colazione, ed era l'ora che si gridava per le strade il Corriere italiano. Una mattina, sapendo che il giornale conteneva una notizia che mi premeva, gli dico: — Presto, prosciutto e Corriere italiano. — Due idee alla volta non le afferrava mai. Discese e ritornò dopo un minuto col prosciutto involto nel Corriere italiano.

Una mattina sfogliettavo sotto gli occhi d'un mio amico, e in presenza sua, un bellissimo Atlante militare che m'era stato imprestato dalla Biblioteca, e gli dicevo: — Il male, vedi, è che io non posso abbracciare tutte queste carte con uno sguardo solo e mi tocca osservarle una per una. Per afferrar bene il complesso della battaglia, vorrei vederle tutte inchiodate nel muro, in fila, in modo che formassero un solo quadro. — La sera, rientrando in casa.... rabbrividisco ancora a pensarci.... tutte le carte dell'Atlante erano inchiodate nel muro; e per maggior supplizio, la mattina seguente, mi toccò vederlo comparir lui col viso modesto e sorridente d'un uomo che viene a cercare un complimento.

Un'altra mattina lo mando a comprare due ova da far cuocere collo spirito. Mentre è fuori, viene un amico a parlarmi d'un affar di premura. Quel disgraziato rientra; gli dico: — Aspetta; — egli si mette a sedere in un canto, io continuo a parlare coll'amico. Dopo un momento vedo il soldato che si fa rosso, bianco, verde, che par seduto sulle spine, che non sa dove nascondere il viso. Abbasso gli occhi e vedo una gamba della sua seggiola leggiadramente rigata d'una striscia color d'oro che non avevo mai veduta. M'avvicino: è giallo d'ovo. L'infame s'era messo le ova nelle tasche posteriori del cappotto e, rientrando in casa, s'era seduto senza ricordarsi che aveva la mia colazione di sotto.

Ma queste son rose appetto a quello che mi toccò di vedere prima d'averlo ridotto a mettere in ordine la mia camera, non dico come volevo, ma in una maniera che rivelasse, alla lontana, l'uomo ragionevole. Per lui l'arte suprema del metter le cose in ordine consisteva nel disporle l'una sull'altra in forme architettoniche, e la sua grande ambizione era di fabbricare degli edifizi alti. Nei primi giorni i miei libri formavano tutti insieme un semicerchio di torri tremolanti al menomo soffio; la catinella rovesciata sorreggeva una piramide ardita di piattini e di vasetti, in cima alla quale si rizzava alteramente il pennello della barba; i cappelli cilindrici nuovi e vecchi si elevavano in forma di colonna trionfale ad un'altezza vertiginosa. Per il che seguivano sovente, anche nel cuore della notte, rovine fragorose e vasti sparpagliamenti, che, se non fossero state le pareti della camera, nessuno sa dove sarebbero andati a finire. Per fargli capire, poi, che lo spazzolino da denti non apparteneva alla famiglia delle spazzole da testa, che il vasetto della pomata era tutt'altra cosa che il vasetto dell'estratto di carne, e che il tavolino da notte non è mobile da mettervi le camicie stirate, mi ci volle l'eloquenza di Cicerone e la pazienza di Giobbe.

Se della buona maniera con cui lo trattavo, mi fosse grato, se sentisse affetto per me, non l'ho mai potuto capire. Una sola volta mostrò una certa sollecitudine per la mia persona, e la mostrò in un modo stranissimo. Ero a letto, malato da una quindicina di giorni, e nè peggioravo, nè accennavo a guarire. Una sera egli fermò per le scale il mio medico ch'era un uomo ombrosissimo, e gli domandò bruscamente: — Ma, insomma, lo guarisce o non lo guarisce? — Il medico montò in bestia e gli fece una lavata di capo. — Gli è che l'è già un po' lunga! — brontolò lui per tutta risposta.

Altre volte aveva certi frulli, che, invece di rimproverarglieli, come avrei dovuto, non potevo far altro che riderne. Una mattina mi svegliò dicendomi nell'orecchio con un certo suo accento strano: — Signor tenente, chi dorme non piglia pesci.

Un giorno entrò in casa mentre ne usciva un personaggio illustre, e sentì dire da un mio amico, rimasto con me, che quel tal personaggio era una personalità molto spiccata. Quindici giorni dopo, mentre stavo discorrendo con parecchi amici, egli s'affacciò alla porta della mia camera e m'annunciò una visita. — Chi è? — domandai. — È..., — rispose (non si ricordava il nome).... — è quella personalità molto spiccata. — Tutti diedero in uno scoppio di risa, il personaggio sentì, io gli spiegai la cosa, e ne rise anche lui dai precordi.

È difficile dare un'idea della lingua che parlava quel curioso soggetto: era un misto di sardo, di lombardo e d'italiano, tutte frasi tronche, parole mozze e contratte, verbi all'infinito buttati là a caso e lasciati in aria, che facevano l'effetto del discorso di un delirante. Un giorno mi venne a cercare un amico all'ora del desinare, ed entrando in casa, gli domandò: — A che punto è del desinare il tuo padrone? — Trema! — gli rispose il soldato. — L'amico rimase colla bocca aperta. Quel trema voleva dire termina.

In cinque o sei mesi, frequentando le scuole reggimentali, aveva imparato a leggere e a scrivere stentatamente. Fu la mia disgrazia. Mentre ero fuor di casa, s'esercitava a scrivere sul mio tavolino, e soleva scrivere cento, duecento volte la stessa parola, una parola, per il solito, che il giorno prima aveva sentito pronunciar da me leggendo, e che gli aveva fatto impressione. Una mattina, per esempio, lo colpiva il nome di Vercingetorige. La sera, rientrando in casa, io trovavo Vercingetorige scritto sui margini dei giornali, sul rovescio degli stamponi, sulle fascie dei libri, sulle buste delle lettere, sulle carte del cestino, da per tutto dove aveva trovato tanto spazio da ficcarvi quelle quattordici lettere predilette dal suo cuore. Un'altra volta gli toccava il cuore la parola Ostrogoti e il giorno dopo la mia casa era invasa dagli Ostrogoti. Un giorno lo seduceva la parola rinoceronte e la mattina seguente la mia casa era convertita in un serraglio di bestie feroci. Ci guadagnai però da un altro lato, e fu di poter abbandonare l'uso delle croci che facevo con matite di vario colore sulle lettere che doveva portare a mano a certe persone fisse, perchè non c'era verso di fargli ritenere i nomi; per cui egli soleva dire: questa lettera va alla signora celeste (ch'era mondana), questa al giornalista nero (ch'era rosso), questa all'impiegato giallo (ch'era al verde).

Ma a proposito dello scrivere gliene scopersi una assai più curiosa di quelle che ho citate finora. Si era comprato un quadernino, sul quale copiava, da tutti i libri che gli venivano alle mani, le dediche degli autori ai parenti, badando sempre a sostituire ai nomi di questi, il nome di suo padre, di sua madre o de' suoi fratelli, ai quali s'immaginava di dare in tal modo uno splendido attestato di affetto e di gratitudine. Un giorno apersi il quaderno e vi lessi, fra le altre, le dediche seguenti: — Pietro Tranci (era suo padre, contadino), Nato in povertà, Seppe collo studio e colla perseveranza Acquistarsi un posto segnalato fra i dotti, Soccorrere genitori e fratelli, Degnamente educare i figli. Alla memoria dell'ottimo padre Questo libro intitola L'autore Antonio Tranci, invece di Michele Lessona. In un'altra pagina: — A Pietro Tranci mio Padre Che annunziando al Parlamento subalpino Il disastro di Novara Cadeva svenuto al suolo, E tra pochi giorni moriva Consacro questo Carme, ecc. — Più sotto: — A Cagliari (invece di Trento) Non ancora rappresentata nel Parlamento italiano, ecc. Antonio Tranci, invece di Giovanni Prati.

Quello che mi meravigliava di più in lui, — che non aveva mai visto nulla, — era una assoluta mancanza del sentimento della meraviglia, qualunque cosa, per quanto straordinaria, egli vedesse. Vide, nel tempo che stette a Firenze, le feste per il matrimonio del Principe Umberto; vide l'opera e il ballo alla Pergola (non aveva mai visto un teatro); vide le feste del carnevale e l'illuminazione fantastica del viale dei Colli; vide cento altre cose nuove affatto per lui, che avrebbero dovuto stupirlo, divertirlo, farlo parlare. Nulla di tutto questo. La sua ammirazione non andava mai più in là della solita formola: — Non c'è male. — Santa Maria del Fiore.... non c'è male; la Torre di Giotto.... non c'è male; il palazzo Pitti.... non c'è male. Io credo che se Domeneddio in persona gli avesse domandato che cosa gli pareva della creazione, gli avrebbe risposto che non c'era male.

Dal primo all'ultimo giorno che stette con me, fu sempre dello stesso umore, tra serio ed allegro; sempre docile, sempre stordito, sempre puntuale a capire le cose a rovescio, sempre immerso in una beata apatia, sempre stravagante ad un modo. Il giorno che ricevette il suo congedo, scribacchiò non so quante ore nel suo quaderno colla stessa tranquillità degli altri giorni. Prima di partire venne ad accomiatarsi. La scena della separazione fu poco tenera. Gli dimandai se gli rincresceva di lasciar Firenze. Mi rispose: — Perchè no? — Gli dimandai se tornava a casa volentieri. Mi rispose con una smorfia che non capii.

— Se avrà bisogno di qualche cosa, — disse all'ultimo momento, — scriva pure che mi farà sempre piacere. — Grazie tante! — gli risposi. E così uscì di casa, dopo più di due anni che stava con me, senza dar il menomo segno nè di rincrescimento, nè di allegrezza.

Io lo guardai mentre scendeva le scale.

Tutt'a un tratto si voltò.

— Stiamo a vedere, — pensai, — che il suo cuore s'è svegliato e che ritorna a congedarsi in un altro modo.

— Signor tenente, — disse: — il pennello per la barba l'ho messo nella cassetta del tavolino più grande.

E disparve.

BATTAGLIE DI TAVOLINO

Un giorno un mio amico mi disse: — Tu non studii abbastanza; tu leggi; leggere non è studiare; leggere è un piacere, e studiare è una fatica: infatti tutti leggono e pochissimi studiano. Quali sono le ore della giornata che tu dedichi a uno studio profondo? a quel lavoro di figgersi nella mente le cose lette, di pensarle, di rimestarle, di raffrontarle, di spremerne il sugo? a quella fatica di raccogliere cognizioni precise, di formarsi giudizî proprî, di combattere, ragionando, i giudizî altrui, che dissentano da' tuoi? Tu con la mente non lavori, ti balocchi.

***

A vent'anni quante ragioni si trovano da opporre a questi consigli! I libri, i libri! O che si vive pei libri? Io ho del sangue nelle vene, io ho bisogno d'aria e di luce, io voglio leggere il gran libro della vita. Prima di studiare bisogna vivere. Perchè legarmi a questo strumento di tortura ch'è il tavolino? La vita è moto; chi si muove è sano, chi è sano è allegro, chi è allegro è buono, e chi è buono è più caro a Dio e più utile agli uomini che questi eremiti della società che si sono logorati sui libri, pieni di vanità, gonfi d'orgoglio e svogliati d'ogni cosa.

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Le prime lotte son dure. Voi avete preso la risoluzione di studiare, date un addio agli amici, correte a casa, aprite un libro. A un tratto sentite non so che dentro di voi che dà indietro, che si raggomitola, che si scontorce. Voi ravvicinate la seggiola, e vi ripiegate sul libro, e vi sentite sbalzato indietro daccapo. V'è qualcuno dentro di voi, un nemico sordo, muto, cocciuto, che s'impenna, s'ostina, non vuole intendere ragione; un poltrone che si dibatte come se lo trascinassero al supplizio. E la lotta dura molto tempo e diventa accanita fino a farvi morder le dita e picchiare il pugno nel muro senza quasi sentirne dolore, come se veramente quelle offese non fossero fatte a voi, ma all'altro; e voi foste intimamente persuaso che siete in due: un capitano animoso e un soldato vigliacco.

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Poi si provano le prime gioie della vittoria. Vien sempre il momento in cui l'io che vuole, traendo dall'ira la forza che non aveva potuto trarre dal proposito, grida un voglio così imperioso, che l'altro non osa più di ribellarsi, si acquatta, si annichilisce. Allora vi sentite in cuore una soddisfazione piena di alterezza e assaporate la voluttà del comando; provate un sentimento quasi di rispetto per voi medesimo, come se in voi ci fosse qualcuno più valoroso e più forte di voi.

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Dopo le prime lotte e le prime gioie, vengono i primi sconforti. Come nella mente del dotto una nozione chiama l'altra, e per poco che rimugini ne mette sottosopra una folla, ch'egli si fa sfilare dinanzi colla compiacenza d'un generale che passa in rassegna un esercito, o d'un avaro che conta le sue ricchezze; così nella mente di chi comincia a studiare una lacuna mette in un'altra lacuna, e il povero esaminatore di sè stesso, dopo aver molto errato nel vuoto, prova un sentimento di solitudine, che gli precide il coraggio e le forze. Da un dubbio di lingua a un dubbio di storia, da un dubbio di storia a uno di geografia, da uno di geografia a uno di fisica, e son tutte cose elementari, essenziali, necessarie, tali che, sebbene dalla maggior parte si ignorino, pare nondimeno così vergognoso l'ignorarle che s'è convenuto fra tutti di fingere reciprocamente di saperle. E allora, in quell'affollamento di stupori e di vergogne, lo assale una smania dolorosa di colmare quei vuoti; e tira giù libri, e rovista dizionari, e piega pagine, e appunta; e mentre una nozione s'appiccica, l'altra si stacca, e mentre questa riaderisce, quell'altre due si confondono, fin che gli si fa buio fitto nella testa, le braccia gli cadono, ed egli esclama sconfortato: È inutile, è tardi, torniamo alla vita di prima.

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Il giorno dopo, a mente fresca, si ripiglia speranza e vigore. Si studia fino a sera e la sera si coglie il premio. In quel breve riposo che ci si concede dopo un sobrio desinare, tutte le cose imparate, come se si fossero data la posta, balzan tutte insieme dai ripostigli della mente, vengono a galla, non cercate, con una specie di gara a chi giunga la prima, e fanno nella testa un tumulto che non si può esprimere. Sentenze di filosofi e regole di grammatica, versi e date, immagini e pensieri lucidissimi; e poi bagliori, barlumi lontani d'altri pensieri e d'altre immagini così fitti e rapidi che non lascian vedere le lacune oscure che poc'anzi ci prostravano nello sgomento. Quelli son momenti di gioia viva.

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Il sacrifizio più duro è quello della sera nella bella stagione. L'aria è odorosa, la città è splendida, udite giù per le scale il passo affrettato dei vicini, e risa di ragazze e di fanciulli; poi il rumore nella strada; poi la casa rimane silenziosa. Tutti sono usciti, rimanete solo. Allora vi tocca combattere contro le immagini seduttrici. Avete la fantasia eccitata dalla lettura, siete giovane, la lotta è fiera. È appena credibile quello che segue allo studioso in quei momenti. A volte vi sentite veramente soffiare nel viso un alito di donna che vi rimescola; vedete passare a traverso il vostro libro una treccia di capelli; udite dei passi leggeri, dei respiri, qualcosa che s'agita nell'aria. Allora vi piglia quella maledetta tentazione di dar una pedata al tavolino e di buttar a terra ogni cosa, gridando con un accento di trionfo e di disprezzo: — Alla cassetta della spazzatura, cartaccie! Io voglio vivere!

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Sono belle e feconde queste battaglie combattute nel silenzio d'una cameretta tra l'immensa avidità del sapere e la foga prepotente della giovinezza; questo divincolarsi sotto un giogo che ci siamo imposti noi stessi. Il sudore che ci esce dalla fronte in questa fatica è un sudore salutare, la stanchezza che ne segue è madre di nuove forze. Allora si comprende che son sapienti certi consigli che ci parevan degni di riso. Allora si vede la necessità di combattere acerbamente questo corpo ribelle che ci vuole imporre una disciplina codarda; d'infliggergli dei patimenti che lo prostrino, non tanto da renderlo inetto a servire, ma abbastanza perchè non possa più comandare. Allora si piglia l'abitudine della colazione alla Franklin: pane, frutta, acqua, e di rigore in rigore, si è condotti logicamente fino a fare uno sforzo per non appoggiarsi alla spalliera della seggiola; concessione pericolosa, che per una serie d'altre concessioni conduce insensibilmente a ricominciar la battaglia.

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L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovar argomenti e parole efficaci per movere in noi la vergogna. Ci vuol immaginazione ed eloquenza. Una mattina ch'ero svogliato mi costrinsi a studiare con questo discorso. Supponi che le pareti, i solai, le scale della casa diventino ad un tratto trasparenti. Guarda in alto, in basso, intorno. Tu vedi da ogni parte menar scope, smover sacconi, spolverar mobili; la casa è tutta in moto e in faccende. Ebbene, giurami che se tutte quelle donne colle maniche rimboccate e il viso luccicante di sudore si voltassero tutt'insieme a guardar te sdraiato sulla poltrona colle braccia in croce, giurami che, in quel punto, non proveresti un senso di vergogna, non ti verrebbe fatto di afferrar subito un libro per fingere almeno che studiavi, non ti verrebbe detto, come a un ragazzo côlto in fallo, con accento di scusa: — Ma io lavoravo, sapete!

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T'amo, o tavolino! Tu, fra tutti gli oggetti della casa, sei il solo che rappresenti l'amicizia fedele. La porta che, nei nostri begli anni, risuona qualche volta al tocco d'un ditino, che ci fa balzare in piedi col cuore in sussulto, finisce col non aprirsi più che a qualche vecchio amico che ci viene a parlare di malanni. Lo specchio, che ci dice tante care cose, fin che abbiamo l'occhio scintillante e la guancia rosea, finisce per diventarci odioso come un importuno che ci rammenti sempre una sventura che vorremmo dimenticare. Il letto sul quale ora dormiamo i sonni pieni e quieti della giovinezza, finisce per diventare un giaciglio di spine sul quale cerchiamo inutilmente il riposo. Tu, tavolino, sei l'ultimo ridotto nel quale, affranti dai disinganni, ripariamo. Caro quando, accesi dall'ispirazione, ti percotiamo col pugno vigoroso, presentendo la gioia dei trionfi; ci sei caro ugualmente quando torniamo a te col cuore contristato da una speranza miseramente delusa. Giovani, t'amiamo per la gloria; vecchi, per la pace; e riedifichiamo su te l'edifizio caduto della giovinezza.

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V'hanno dei momenti nella giornata dello studioso, — anche giovane, — nei quali la vita, — non so per che improvviso rivolgimento d'idee — gli si presenta al pensiero soltanto sotto i tristi aspetti; i pericoli, le delusioni, le lotte inutili, la vanità di ogni cosa; — e tutte queste immagini gli paion come altrettante figure umane che, accennando lui, dicano: — Ecco un fortunato! — In quei momenti egli prova qualcosa di simile al sentimento di chi, stando chiuso in una stanza calda, vede cader la neve nella via. Egli si sente bene nel suo covo, è contento della maniera di vita che ha scelta, prova come un bisogno di rannicchiarsi, vorrebbe vivere in un guscio anche più piccino, per tapparvisi meglio, per essere più al sicuro. Gli par di essere nella sua stanza piena di libri come in una fortezza inespugnabile, fornita di provvigioni inesauribili, in mezzo à una vasta pianura corsa da eserciti furiosi che spargano sangue e paura.

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V'hanno altri momenti, per contro, nei quali par che vi manchi tutt'a un tratto il calore intimo della vita del pensiero. Allora ogni cosa si agghiaccia intorno a voi; lo scopo delle vostre fatiche vi par puerile; vi piglia un'uggia invincibile di tutto ciò che avete dinanzi agli occhi e sotto le mani; i vostri libri ve li sentite come ammontati tutti sul petto; la finestra vi par diventata lo spiraglio di un carcere; il soffitto vi par che s'abbassi sulla vostra testa. Vi manca il respiro, v'alzate, vi guardate allo specchio: avete i capelli aruffati, la barba lunga, gli occhi rossi; vi sentite inselvatichito, avvilito; vi pare d'esservi svegliato in una spelonca; provate quasi orrore di esser così solo, intanato; pensate agli amici, alla campagna, alla musica, alle signore eleganti, e dite a voi medesimo che siete un insensato e un infelice.

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Certe figure d'amici vostri che sanno tanto più di voi, dopo che vi siete dato a studiar di proposito, ingigantiscono. Prima vi pareva che i lampi che voi mandate valessero assai più dell'oro che essi possedono, e vi meravigliavate che anch'essi non fossero del vostro parere. Ma a poco a poco siete arrivato a capire come un uomo che ha studiato davvero, che ha fatto di quegli sforzi di volere che costano lotte faticosissime, e riportate di quelle vittorie intime che insuperbiscono al pari d'un trionfo pubblico, debba naturalmente far poco conto dell'ingegno che s'alza per la sola forza delle sue ali; che molto ardisce perchè ignora molto; che non sente la sua vacuità perchè non essendosi mai messo alla grave impresa di riempirla, non l'ha mai misurata. Capite ora come a quell'uomo l'opera d'un tale ingegno debba parere un edifizio fragile. Anche voi, a pari altezza, ammirate di più il vertice immobile d'una piramide che l'ondeggiamento d'un cervo volante. Chi studia, conquista; l'ingegno incolto, al suo paragone, par che rubi. Molti che vi parevano invidiosi perchè non vi battevano le mani, capite ora che non avevano per voi altro sentimento che quello d'una fredda disistima. Essi sono boccie di cristallo, e voi siete bolle di sapone.

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Studia; ma non ti rintanare, scriveva il Giusti a suo fratello; e v'è un proverbio spagnuolo che tradotto letteralmente, dice: «corsa che non dà il puledro nel corpo gli rimane.» Guai al giovine che per studiare si seppellisce! La durerà più o men tempo, e poi gli piglieranno delle malinconie disperate. Per non aver creduto a chi mi dava questo consiglio, mi svegliai qualche volta con una così profonda ripugnanza per lo studio e per la casa, che scappai come un frenetico, corsi alla campagna, camminai tutta la giornata, dormii in un villaggio, e non tornai in città che il giorno dopo come torna un forzato alla galera. E non bisogna tuffarsi intero negli studî, anche per non perdere ogni attitudine alla vita sociale. Chi sta troppo solo, non più usato a tollerare i difetti dei suoi simili, a far sacrifizî d'amor proprio, a soffrire degli attriti spiacevoli, quando poi ritorna in mezzo alla gente si sente urtato e punto in mille modi, da mille parti. E va qualche volta tant'oltre questa sensitività penosa, da renderci insopportabile la più leggiera contraddizione. Nello studio solitario l'amor proprio ingigantisce; l'io diventa formidabile. Le nostre fatiche eccessive par che ci diano il diritto, — qualunque sia il frutto che ne ricaviamo, — di tenerci da più degli altri. Assuefatti nel nostro piccolo mondo a regnar da principi assoluti, portiamo anche fuori di esso le pretensioni e le arroganze principesche. Bisogna andar sempre fra la gente per farsi rintuzzare le corna dell'orgoglio.

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Una volta stetti tre mesi di seguito chiuso in casa a studiare, dalla mattina alla sera, non uscendo che un po' dopo desinare per pigliare una boccata d'aria. Facevo la colazione alla Franklin, bevevo appena un bicchier di vino al giorno, non fumavo, mi levavo la mattina all'alba. Volli esprimentare fino a che punto di elasticità e di forza si potessero condurre le facoltà mentali, e che miglioramento si operasse nelle morali, rifiutando al corpo tutto quello che infiacchisce le une e corrompe le altre.

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I frutti del primo mese e di mezzo il secondo furono ammirabili. Sentivo la verità di quella sentenza del Rousseau: — Un giovane che vivesse in questa maniera fino a venticinque anni, schiaccerebbe poi facilmente tutti gli altri. — La memoria mi s'era fatta più facile e più tenace; capivo a volo cose che prima mi davan da pensare un'ora; idee che pel passato mi si svolgevano nella mente come un filo sgomitolato a fatica, ora scoppiettavano tutte insieme, al menomo tocco, come un nuvolo di scintille; ragionando, sentivo che andavo più addentro; parlando, dovevo fare uno sforzo per contenere la piena delle parole che volevano prorompere. Poi, per quello che riguarda il sentimento, valeva addirittura il doppio. La commozione che mi dava la lettura delle cose poetiche, era più pronta e più durevole. Leggendo ad alta voce certi versi, mi sfuggivan persino delle grida. Mi rendevo ragione di certi esaltamenti, che m'erano parsi fino allora inesplicabili, di artisti, o di uomini nati per essere artisti, che alla lettura di certi libri erano stati presi dalla febbre, avevan dato in voci e in gesti da spiritati. E di tutti gli effetti di quella maniera di vita, quello che mi colpiva di più era questo: che il mio pensiero tendeva sempre a andare in su, a smarrirsi fuori del mondo. Per ore e ore non facevo che fantasticare intorno agli astri, all'immortalità dell'anima, all'infinito. Mi ero chiuso la porta di casa, scappavo pel tetto. Ma, in complesso, il miglioramento era grande.

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Il terzo mese fu un mese di lotta, e finì colla mia sconfitta. Mi parve che la mia intelligenza diventasse inerte e la mia memoria s'intorbidasse. Rimaneva la commovibilità, ma era giunta al segno da potersi chiamare piuttosto irritazione morbosa che vigore sano di sentimento. Ero diventato stravagante. A volte, smettevo di leggere, per far dei giuochi di forza colle seggiole, fin che sgocciolavo di sudore. Sovente mi mettevo davanti allo specchio e discorrevo con me gesticolando e ridendo. Ebbi perfino paura che mi desse un po' volta il cervello. La mia padrona di casa mi diceva spesso: — Ma che vita la fa, caro signore? — L'ultima settimana non studiai quasi affatto. Eppure non volevo cangiar vita. Era una picca d'amor proprio. Avevo detto agli amici che non mi sarei più fatto vedere; non m'avean creduto; volevo spuntarla. Finalmente, una sera, irruppero in casa mia alcuni compagni del buon tempo, mi chiusero i libri, mi misero il cappello, mi cacciaron fuori a spintoni, e fu finita. Dopo d'all'ora passai due mesi quasi nell'ozio: solita conseguenza di queste pazzie di solitudine. Ma il primo giorno la pagai cara. Svegliandomi non mi ricordai subito della scappata della sera, e corsi col pensiero alla vita di prima. Allora il ricordo saltò su, vidi i miei bei propositi andati in fumo, la catena dei miei sacrifizî spezzata, tutto l'edifizio innalzato nella solitudine, in rovine; e mi sentii oppresso da una grande tristezza, come una fanciulla alla quale fosse stato tolto a tradimento il diritto di portare quel nome.

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Il miglioramento che s'era operato in me in quel primo mese di vita austera, mi fece persuaso di questa verità, che bisognerebbe pestar bene nella testa a tutti i giovani: che, cioè, noi non ci accorgiamo del danno che fanno all'intelligenza e al cuore i disordini giovanili, anche quelli che paiono, per la loro natura e per la loro misura, più perdonabili; ma che ne fanno, ne fanno, ne fanno. Un giovane d'ingegno vivacissimo e di vita disordinata, col quale un giorno mi trattenni su questo argomento, diceva: — Sì, ammetto, si reggerà un po' meno al lavoro, si scriverà cinque ore invece di dieci; ma l'ingegno non ne può soffrire; un uomo d'ingegno riman sempre un uomo d'ingegno; il lavoro della creazione artistica non può essere turbato. — E che ne sai? gli domandai. Puoi tu accorgerti di tutte le piccolissime alterazioni che si producono nella misteriosa macchina del pensiero? Puoi dire, quando ti si desta nella mente quel tumulto d'idee che precede l'ispirazione, puoi dire che non se ne desterebbe nessuna di più, se il giorno prima non avessi disordinato? Si citano i grandi scrittori che han menato una vita disordinata. Ma chi può dire che i cattivi versi e le pagine scipite che sono uscite anche dalla loro penna, non corrispondano appunto a quei giorni della loro vita in cui non vissero come dovevano? Sappiamo noi se, vivendo in un'altra maniera, non avrebbero fatto un'opera completa di ciò che ci hanno lasciato in frammenti?

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Un giovane che stia solo, se studia, se riman molto in casa, non solo finisce per amare la sua casa, ma per rispettarla; e molte cose che prima non gli parevano, gli paiono dopo una profanazione. Fra quelle quattro pareti dove avete provato tante nobili emozioni, leggendo, scrivendo, fantasticando creature eccelse e grandi amori, vi ripugna, vi umilia lasciar penetrare qualcuno per cui i vostri studî, il vostro ingegno, la parte più eletta di voi, è un argomento di riso o un mistero.

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La gioia che viene dalla fatica è grande, e grande quella che viene dall'ingegno; ma più grande senza paragone è quella che viene dalla fatica dell'ingegno. — Io lavoravo da quasi un anno intorno a quel soggetto; non avevo mai fatto, sopra un soggetto unico, un così lungo lavoro; e perciò mi pareva assai più lungo di quello che ora mi parrebbe. Quando s'ha la penna facile, e molte cose belle da dire (o se non belle, liete), pare che lo scrivere dovrebbe essere un godimento, che la giornata dovrebbe riuscir breve alla furia dell'opera, che l'ora del lavoro dovrebbe essere aspettata con desiderio impaziente. Eppure, erano appena due o tre giorni ogni quindici quelli in cui mi mettevo a tavolino volentieri e scrivevo di vena; tutti gli altri giorni pigliavo la penna collo stesso animo col quale lo schiavo afferra lo strumento del lavoro che lo rifinisce. Certi giorni avrei preferito vangare, spaccar legna, e portar sacchi come un facchino, piuttosto che scrivere. Rimandavo d'ora in ora il momento di cominciare, cercando mille pretesti, come per ingannare me medesimo; e talvolta, per salvarmi dal rimorso di quell'ozio, m'imponevo delle fatiche ch'erano in realtà assai più gravi che quella dello scrivere; come fare una carta geografica, studiare a memoria lunghi squarci di prosa, imparare sterminate filze di vocaboli d'una lingua straniera. Quando non avevo ancora scritto che una cinquantina di pagine del mio libro, mi pareva che, una volta arrivato a metà, avrei tirato un gran respiro e sarei andato innanzi sino alla fine, quasi senza sforzo; e pensavo sempre a quella metà benedetta, come si pensa al termine d'un viaggio pieno di traversie. Ma arrivato che ci fui, non provai nulla di quanto avevo sperato; e rimisi le mie speranze ai due terzi. Quante volte, anche dopo fatto più di mezzo il lavoro, fui tentato di rinunziare a finirlo! Quante volte mia madre, vedendomi in un canto della stanza colle braccia incrociate e gli occhi fissi, mi domandò: — Ebbene, a che punto siamo? — e io le risposi: — Indietro, cara, indietro, e ho paura che non andrò più innanzi! — Mi ricordo che invidiavo mio fratello, perchè impiegato che non aveva che da andare all'uffizio; che invidiavo tanti miei amici i quali non scrivevano che articoletti di giornale; che invidiavo tutti coloro che non avevano sul collo quel giogo di dover star tanti mesi lì a tavolino a stillarsi sulla stessa cosa, quella prigionia dell'immaginazione, quella schiavitù del pensiero, quel supplizio di tutti i giorni e di tutti i momenti. Finalmente giunsi alle ultime pagine. Ebbi un ultimo scoraggiamento, chi lo crederebbe? quando non me ne rimanevan più da scrivere che una quarantina; ma fu breve; dopo di che mi prese un'attività impetuosa, gioiosa, febbrile, che durò fino al momento che scrissi l'ultima parola. Ricordo come se fosse ieri l'ora, il tempo, la luce che inondava la mia stanzina, l'odore di primavera che di tratto in tratto mi portava il vento, e persino l'ordine in cui eran disposti i miei fogli sul tavolino, quando scrissi con mano agitata la parola: — Fine. — Dio buono, era un ben meschino lavoro quello ch'io finivo, appetto alle fatiche ventenni (rido del paragone) del Gibbon, del quale avevo letto pochi giorni innanzi la bellissima prefazione alla Storia della decadenza dell'impero romano! Eppure, in quel momento, sentii anch'io, come lui, l'immensa gioia della libertà riacquistata, e mi parve di affacciarmi a una nuova vita. Mia madre non sapeva nulla; il giorno prima le avevo detto che mi rimaneva un'altra settimana di lavoro; e la mattina medesima le avevo annunziato che appena scritta l'ultima pagina avrei rimesso in ordine i miei libri che da parecchi mesi erano tutti sossopra, e fatto un ripulisti generale sul tavolino, che era un monte di carte e di prove di stampa da non potercisi raccapezzare. L'ordine nella mia stanza sarebbe stato il segnale della fine del mio lavoro. Mi misi dunque in fretta e in furia, ma senza fare rumore, per non mettere sull'avviso mia madre, a ordinare, a pulire, a sgombrare, col tremito in cuore di esser sorpreso, trattenendo ogni momento il respiro per sentire se nessuno s'avvicinava, ridendo da me come un fanciullo e soffocando le risa, finchè tutti i libri furono al posto, tutte le cartacce nella cesta, e sul tavolino non rimase che il calamaio, la penna e gli ultimi fogli del manoscritto. Allora sedetti ed aspettai; il cuore mi batteva forte, mi sentivo il volto acceso, sudavo. Passarono alcuni minuti, nessuno veniva: cominciai a tossire; mi misi a cantarellare. Allora udii nella stanza vicina il passo di mia madre, mi alzai, le corsi incontro. Essa mi guardò e mi domandò con aria di meraviglia: — Che cos'hai? — Io le accennai il tavolino e dissi: — Guarda! — Guardò, non capì subito, stette un momento sopra pensiero, e poi gridò con uno slancio di gioia: — Ma dunque hai finito! — Io le gettai le braccia al collo, ed essa mormorò con voce commossa: Povero figliuolo!

Tutt'a un tratto mi sentii mutare quella gioia vivissima in un sentimento quasi di mestizia. Mia madre se ne accorse e mi domandò: — A che pensi? — O madre mia, risposi, penso che per meritare questa soddisfazione avrei dovuto fare ben altro lavoro! Nondimeno son contento (e qui soggiunsi una frase che soglio dirle quando son contento, e che la fa sempre ridere) e ti ringrazio d'avermi messo al mondo.

Ciò detto, le porsi il braccio, uscimmo dal mio gabinetto, e facemmo la nostra entrata trionfale nella stanza da pranzo dov'era il resto della famiglia.

Vorrei che la donna che mi ama m'avesse visto in quel punto, perchè, lo dico francamente, ero bello.

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UN INCONTRO

Caro ***

Ti spiego la cagione del singolare aspetto che tu mi vedesti, giorni sono, quando c'incontrammo di sfuggita nella stazione di A.ª Non t'ho da raccontare un'avventura, od è un'avventura diversa dalle solite, che consiste in un sentimento piuttosto che in un fatto. Ti ricordi della Soireé perdue del Musset, di quella figura gentile vista al teatro e perduta d'occhio all'uscita? Io ti debbo raccontare qualche cosa di simile.

La mattina di quel giorno, partendo da T***, entrai, per caso, in un vagone, dove non c'era che una signora, seduta dalla parte opposta all'entrata, col viso rivolto fuori. Sentendomi entrare, si voltò, mi diede un'occhiata, e riprese l'atteggiamento di prima. Era una signora sui quarant'anni, pallida, sottile, un po' accasciata della persona, e vestita con quella trascuratezza signorile, che rivela più l'abitudine che lo studio dell'eleganza. Il treno partì senza che entrasse nessun altro.

Mentre io stava aspettando che si voltasse per vederla meglio, essa fece un gesto colla mano per aggiustarsi i capelli; un gesto che, sul primo momento, mi colpì; e un momento dopo, pensandoci, mi destò una lontana reminiscenza insieme a un sentimento di grata meraviglia. Avevo una canna fra le mani, la lasciai cadere; essa si voltò — la vidi in viso — e il cuore mi diede un balzo. Non m'ero ingannato, era lei. Essendosi accorta che avevo mostrato di conoscerla, da quel momento in poi si voltò di tratto in tratto a guardarmi, come se aspettasse che io le dirigessi la parola; e così potei vederla bene e finire di riconoscerla.

Dio del cielo! Io non avrei mai creduto che un viso umano potesse in così breve tempo cangiarsi tanto. È vero che non l'avevo più vista da quattordici anni; ma a quel tempo — me ne ricordo — essa aveva vent'anni al più; era fresca, florida, splendida; era una delle più belle signore della piccola città di G. che io pure abitavo; ed ora, poco più che trentenne, pareva invecchiata non di quattordici, ma quasi di trent'anni. Appena si riconosceva, piuttosto che ai lineamenti, a una certa espressione del suo sguardo dolce insieme e triste, che pareva il presentimento d'una vita sfortunata, ed era la sua più cara attrattiva. S'era fatta smorta, aveva qualche ruga sulla fronte, qualche capello bianco sulle tempie, e le mani smunte e color di cera. Che cosa era seguíto nella sua vita? Io non ne sapevo, e non ne so ancora che assai poco e in confuso. Prima dei diciott'anni era rimasta vedova, e due anni dopo s'era rimaritata. E fu appunto in quel tempo, quando colui che fu poi il suo secondo marito, le faceva la corte, che io la conobbi — nient'altro che di vista — e da lontano. Seppi poi che il suo secondo marito era un uomo disordinato e violento, e ch'essa menava una vita assai triste; ma ero lontanissimo dal pensare che potesse aver sofferto tanto da trasfigurarsi in quella maniera. Ora su quel viso si leggeva una lunga storia di disinganni, di sagrifizî, di torture. Pace, bellezza, gioventù, tutto se n'era andato. Erano stati quattordici anni di distruzione. Non le rimaneva più che quello che non si può perdere: la grazia, e quella dignità tranquilla e soave che viene dalla vita onesta, dalla rassegnazione, e dall'abitudine dei sentimenti gentili.

Passata la prima meraviglia e il primo senso di tristezza, pare che tutto avrebbe dovuto finir lì. Ma per me c'era una ragione che mi faceva sentire con più amarezza il suo cambiamento, che mi destava per lei un sentimento di viva pietà, una sollecitudine gentile, qualche cosa a cui non so trovare un nome, ma che mi metteva il desiderio di coprir di baci quella povera mano consunta; il desiderio, che so io? che un assassino ci assalisse, e che difendendola, mi toccasse una pugnalata — non dico nel petto — ma almeno in un braccio o in una mano, tanto da poter dire d'aver versato un po' di sangue per lei. Non potevo staccar gli occhi dal suo viso. Quando incontravo il suo sguardo mi veniva il suo nome sulle labbra. Stropicciavo le mani, ero inquieto; avevo bisogno di parlarle, e non osavo. Essa finì per accorgersi della mia inquietudine e ne parve meravigliata e intimorita. Allora, vedendo che non m'era più possibile tacere, perchè dovevo, se non altro, giustificare il mio contegno, mi feci coraggio e le domandai timidamente:

— Perdoni.... Lei è la signora ***? e dissi il nome del suo secondo marito.

La mia timidità, e il fatto che io sapessi il suo nome, la rassicurarono completamente. Mi rispose di sì e stette a guardarmi con molta curiosità.

— Glie l'ho domandato — soggiunsi — perchè non ne ero ben certo.... Erano quattordici anni che non avevo la fortuna di vederla.

Arrossì, pensando certo al gran cambiamento che dovevo aver notato in lei, e mi guardò attentamente come per cercare di riconoscermi e dirmi nello stesso tempo che non mi riconosceva.

— Lei non può sapere chi sono nè ricordarsi d'avermi veduto. Io non ho mai avuto l'onore di parlarle. La conoscevo di vista, nella città di G., nell'anno 1860. Io avevo quattordici anni, andavo ancora a scuola. Lei era vedova. La sua casa aveva il portone in via degli Olmi, ma lei entrava sempre per la porticina della strada accanto. Lei andava al teatro tutte le sere, nel palco numero nove, prim'ordine, a destra. Portava sovente un vestito di seta lilla. La sera del primo dell'anno le cadde un braccialetto in platea. Aveva un ventaglio tutto d'avorio e teneva per abitudine la mano destra fuori del palchetto.

La signora rimase meravigliata, stette un po' pensando, e poi esclamò sorridendo: — È vero!... Ma come mai si può ricordare di tutte queste cose?

— Vuol che glielo dica francamente? — domandai.

— Lo dica pure, — rispose, guardandomi con grande curiosità.

— E mi promette prima di credere che qualunque cosa io dica, non dirò una sola parola che non si accordi col profondo rispetto dovuto a una signora come lei?

Mi guardò un momento con stupore, e poi rispose titubando: — .... Non ne potrei dubitare. Ma di che si tratta dunque?

— Animo.... Bisogna pur dirlo. Lei è stata la prima donna che io ho amata in vita mia. — È detto.

Arrossì, si mise a ridere, e dopo avermi guardato attentamente, rispose: — Non è possibile.

— Non è possibile? — io dissi. — È tanto possibile che è vero come il sole, cara signora. Mi faccia la grazia d'ascoltare. Mi ricordo ogni cosa come se fosse ieri. L'avevo vista le prime volte al teatro, e m'ero fatto abbonare da mio padre, unicamente per vederla, e mi mettevo ogni sera nell'ultimo banco della platea in faccia al suo palco. Da principio non era che simpatia, che so io? ammirazione. Poi, a poco a poco, mi si accese il cuore e la testa.... Perdoni, signora, se m'esprimo in questi termini; non saprei dir la cosa altrimenti.... Insomma, finii per innamorarmi perdutamente di lei.... Le giuro che le dico la verità.... E non può immaginare fino a che segno arrivassi. Chi m'avesse costretto a mancare una sera al teatro, m'avrebbe messo alla disperazione. Io stavo delle mezz'ore intere a guardarla, immobile, inchiodato, pietrificato, che m'avrebbero potuto fotografare cento volte. Mi par strano persino che non se ne sia mai avvista. Se ne avvidero altri. Poveretto me, se sapesse quante ne passavo! La farò ridere. Quando lei entrava nel suo palchetto, mi pareva che il fruscío del suo vestito fosse un gran rumore che facesse voltare tutto il teatro a guardarmi, e mi sentivo morire dalla vergogna. Non perdevo, non dico un movimento della sua testa, ma nemmeno una contrazione del suo viso, delle sue labbra, della mano che teneva fuori del palco. Quando i suoi occhi cadevano, per caso, sul mio banco, mi saliva un'ondata di sangue alla testa. Cose da non credersi. Se sapesse quante parole appassionate le dicevo dentro di me, guardandola, quando sonava l'orchestra! Quante volte ho desiderato che pigliasse fuoco al teatro, per correre a salvarla! Mi rodevo di dispetto contro gli ufficiali che passavano sotto il suo palco, e colla punta del cheppi toccavano quasi il suo ventaglio. Avrei schiaffeggiato gli uomini che andavano a farle visita. Una sera fischiai un tenore che lei aveva guardato col canocchiale. Le mie serate, insomma, erano una successione di rossori, di batticuori, di gelosie, alle quali, il giorno dopo, corrispondevano altrettante sgrammaticature nella composizione latina. Capisce, signora? E fra tanti ammiratori che la circondavano, a lei non passava nemmeno per la mente che il più ardente di tutti fosse un povero scolaretto di ginnasio, il quale non doveva avere che quattordici anni dopo la fortuna di rivolgerle la parola.

La signora che durante la mia chiacchierata ora aveva sorriso, ora arrossito, e ora corrugato le sopracciglia, quand'ebbi terminato, rise più forte e si coperse il viso col ventaglio. Poi mi domandò con viva curiosità: — Ma dice tutto questo sul serio?

— Sul serio? — io continuai. — Le dirò ben altro. Me lo permette?... Che vuole?... Provo un gran piacere a rammentare quel tempo che fu il più tempestoso della mia adolescenza. La cosa era giunta al punto, che quando, in casa mia, sentivo pronunziare il suo nome, scappavo in un'altra stanza col viso rosso come una melagrana. Studiavo in una stanzina con mio fratello maggiore, il quale di tratto in tratto mi diceva: — Ma la vuoi finire coi tuoi sospiri, che mi sembri un innamorato del Metastasio? — Non studiavo più, ero distratto. Una notte sentii mio padre che parlando di me domandava sottovoce a mia madre: — Hai notato nessun cambiamento, da un tempo in qua, nelle sue maniere? E un'altra più curiosa. Il professore d'italiano ci diede da fare una composizione a tema libero; io scelsi l'Innamorato e scrissi una tale scempiaggine che fece ridere tutta la scuola e mi coprì di vergogna. Si figuri che fra le altre frasi, c'era questa: La testa dell'innamorato è un'urna di lagrime e di sospiri.... A poco a poco, m'ero ridotto al segno che arrossivo passando davanti alla sua casa, incontrando le signore che vedevo al teatro con lei, udendo pronunziare una parola che rammentasse alla lontana il suo nome. Quando vedevo comparir lei in fondo a una strada, mi pigliava un tremito alle gambe, e scantonavo; se non ero più in tempo a scantonare, mi cacciavo in una bottega; se non potevo cacciarmi in una bottega, tornavo indietro. Era un terrore. E ogni sera m'andavo a rinfocolare al teatro e facevo peggio. Mi passò fin per la mente di indirizzarle una lettera, di scrivere qualche cosa col carbone sui muri delle sue scale, di gettarle un mazzo di fiori da un tetto, di travestirmi e andar a portar legna in casa sua. Infine, vuol che le dica tutto, signora? Lei mi deve essere molto riconoscente perchè parecchie sere, tornando dal teatro tutto commosso, esaltato, mezzo fuori di me, e non sapendo come sfogarmi altrimenti, pregai per lei con un fervore che.... se ne avessi messo la metà a prepararmi agli esami, non m'avrebbero rimandato.

La signora rise di nuovo coprendosi il viso col ventaglio, e disse: — Ed io che non mi sono mai avvista di nulla! È strano!... Ma è proprio tutto vero?... — e sempre sorridendo, ma con una curiosità, se posso dir così, più raccolta e più seria, mi domandò: — E dopo? e si rimise in atto di ascoltare.

— Dopo, — io ricominciai — .... venne il peggio. Verso la fine del carnevale cominciò a frequentare il suo palco quello che fu poi suo marito. Lo vuol credere, signora? Ancora adesso, dopo tanti anni, provo un sentimento di compassione per me quando penso a quello che ho sofferto in quei giorni. Le prime volte che intesi dire intorno a me al teatro: — Eh! pare che il nodo si stringa! — Pare che sia un matrimonio bell'e fatto! ecc., — creda che, benchè fossi un ragazzo, mi son sentito agghiacciare il sangue. Ogni sorriso, ogni parola a bassa voce che loro si scambiavano, mi era una stilettata al cuore. Che so io? mi pareva d'esser tradito. A lei.... perdonavo. Lui.... bisogna pure che io dica tutta la verità.... l'odiavo con tutte le forze dell'anima. Lo vedevo per tutto. Lo sognavo, era il mio incubo. Volevo sfidarlo. Lo guardavo di sbieco. Un giorno, per la strada, se n'accorse, senza capirne il perchè, naturalmente; e si fermò a guardarmi; io abbassai gli occhi e tirai dritto. Infine corse la voce del suo prossimo matrimonio. Ne fui desolato. Non può farsi un'idea di quello che mi passava per l'anima. Pensavo di andare a qualche finestra, sulla strada dove lui passava, e di lasciargli cader sulla testa una grossa pietra. Mi proponevo di andarmi a gettare a suoi piedi e supplicarla per amor di Dio di non sposarlo se non voleva vedermi morto. Mi venne in mente di farmi frate, di fuggire in Svizzera, di diventare uno di quegli uomini terribili dei romanzi che hanno un perpetuo sorriso mefistofelico sulla faccia di marmo. Addio latino! Addio studî! Passavo ore intere nel cortile di casa mia a martirizzare le lucertole e i vermi; un giorno m'incisi una mano colle forbici e per poco non svenni vedendo spicciare il sangue; una sera rubai una bottiglia di vino nella dispensa e m'ubbriacai come un facchino in un ripostiglio di mobili vecchi, al buio.... Venne finalmente quel giorno terribile.... La sera, la banda della guardia nazionale suonò sotto le sue finestre. Da casa mia si sentiva la musica. Ero avvilito, angosciato, disperato. Mi venne l'idea d'uccidermi. Scesi nel giardino con una corda e m'avvicinai a un albero.... ma mi mancò il coraggio. Allora mi misi a piangere, mi buttai in terra, e stetti tutta la sera là, solo, al buio, accovacciato come un cane, con la mia corda fra le mani, pensando a lei, e chiamandola di tratto in tratto per nome, fin che la banda cessò di suonare ed io corsi a casa a gettarmi nelle braccia di mia madre, alla quale confidai ogni cosa. Mia madre fece le grandi meraviglie, rise, mi consolò, mi condusse a letto, mi diede la buona notte ridendo, e per parecchi giorni, di tratto in tratto, continuò a guardarmi fisso, poi a baciarmi ed a ridere ancora. Il giorno dopo lei partì con suo marito e non ho più avuto la fortuna di vederla. Ecco la storia del mio amore, cara signora. Ho aspettato quattordici anni a raccontargliela: spero che non mi accuserà di precipitazione. Se poi volesse sapere perchè glie l'ho raccontata, dico la verità, sarei imbarazzato a risponderle. Il fatto è che ho sempre desiderato d'incontrarla un giorno o l'altro per farle questo racconto; e che soddisfacendo il mio desiderio, ho trovato un'emozione gentile, piena di rispetto e di gratitudine per lei.

A questo punto la signora, che m'aveva ascoltato con un'attenzione sempre crescente, si coperse il viso, ma senza ridere; poi mormorò con voce un po' commossa, sorridendo leggermente: — Certo che... lei m'ha detto delle cose molto gentili.... e io debbo ringraziarla.... — Qui rise di nuovo, ma quasi facendo uno sforzo; tornò a coprirsi il viso e rimase qualche momento in quell'atto. Che cosa abbia pensato in quei momenti, non saprei. O che il mio racconto, richiamandole vivamente alla memoria un tempo in cui era felice, e sperava un avvenire migliore, le abbia inacerbito il sentimento dei suoi disinganni; o che ripensando il tempo in cui poteva ispirare degli affetti così ardenti, abbia sentito con più amarezza il rammarico della sua gioventù e della sua bellezza perduta innanzi tempo; o che l'immagine di quello schietto e profondo amore giovanile, le abbia fatto parer più triste di non essere stata amata da colui al quale aveva consacrata la vita; il fatto è che quando abbassò il ventaglio — con mia grande meraviglia — aveva il viso tutto rigato di lagrime.

— Signora! — le dissi vivamente, prendendole una mano. — Che vedo mai?... Le ho ridestato qualche ricordo doloroso? Mi perdoni.... sono stato imprudente.... non me ne darò mai più pace.... Mi perdoni, signora!

Essa fece cenno di no, che non avevo nessuna colpa; poi sorrise e si asciugò gli occhi con una mano lasciando un momento l'altra mano nella mia.

In quel punto il treno era arrivato alla stazione dove io dovevo scendere.

— Signora, — le dissi al momento di mettere il piede sul montatoio — mi faccia una grazia.... mi permetta di baciarle la mano che teneva fuori del palchetto!

Me la porse, glie la baciai tre volte, e rialzando il viso, vidi nel suo atteggiamento e nei suoi occhi una così cara espressione di bontà, di mestizia, di rassegnazione; e nello stesso tempo tanta dolcezza e tanta grazia, che rimasi un momento attonito a guardarla ed esclamai ingenuamente e con tutto il cuore: — Siete sempre bella!

— Non è vero! — rispose mestamente, ma sorridendo, e fece cenno di no col ventaglio.

Io m'allontanai, mi voltai indietro e feci cenno di sì col capo.

— No, — ripetè essa col ventaglio — e si ritirò dallo sportello.

Il treno partì, e nello stesso momento uscì dallo sportello la sua mano, che rimase così appoggiata, col ventaglio in giù, nello stesso atteggiamento in cui soleva tenerla fuori del suo palchetto al teatro.

Il viso non ricomparve.

Io accompagnai quella mano cogli occhi.

Era un addio — era un'immagine della sua giovinezza e della mia adolescenza — era un rimpianto del passato — era un'espressione di gratitudine — era qualche cosa d'infantile, di pietoso e di melanconico — era come la mano d'una morta che si fosse rifatta viva un momento per dare un ultimo saluto alla vita. — Addio! Addio! — dissi nel mio cuore quando mi sfuggì dalla vista — Addio, cara larva! cara memoria mia! e rimasi.... rimasi come tu mi trovasti quando c'incontrammo nel vestibolo della stazione.

EMILIO CASTELAR

5 dicembre 1873.

Caro ***.

È naturalissimo il tuo desiderio di sapere qualche particolare intorno a Emilio Castelar, ed è giusto il rimprovero che mi fai di non averne parlato che vagamente nel mio libro.

Io solevo accompagnarlo da casa sua alle Cortes e lo conobbi in quelle brevi conversazioni assai meglio che nei suoi libri. Non ti meravigli ch'egli usasse così famigliarmente con me straniero e sconosciuto, poichè, oltre ad essere molto alla mano con tutti, è così matto dell'arte italiana, che coglie con piacere ogni occasione di parlarne e d'udirne parlare anche dagli ignoranti.

Il Castelar ha questo di curioso, che a vederlo, a stargli insieme, nessuno direbbe mai che sia un grande oratore. All'aspetto non ha nulla di notevole. È piccino, grassoccio, calvo, e ha due grand'occhi, che spirano un'aria di cor contento. A udirlo poi, sembra meno che mai quello stess'uomo che strappa gli applausi alle Cortes. Parla a pause, stilla le parole come per pigliar tempo di cercare la frase, non casca mai nella declamazione, non si lascia mai sfuggire un'espressione che non convenga al linguaggio famigliare. Di più, mentre parlando alle Cortes tratta ogni argomento con una specie di dignità tragica, nella conversazione famigliare discorre in tuono di scherzo anche delle cose più gravi. Se qualche volta esce dallo scherzo, casca nell'indifferenza; ma non dà mai nel serio. Non ho mai visto sul suo viso, nè udito nella sua voce la più leggera espressione di sdegno. E infatti a lui, come oratore, manca assolutamente quell'effet terrible che descrive Vittor Hugo parlando del Mirabeau, e quella, se si può dire, forza della collera, per la quale grandeggia qualche volta il Gambetta. Egli piace, seduce e spesso commove; ma non fa mai paura. Non si può dire che ha i fulmini dell'eloquenza; ma i lampi, i raggi, che so io? l'iride; poichè i suoi discorsi brillano più di colori gentili che di luce feconda. Un giorno che era annunziato un discorso del Castelar, un ministro disse giustamente ai suoi colleghi: — Oggi il pavone Castelar fa la ruota. — Ma aveva ragione anche un dotto Carlista, il quale, rimproverato da un suo amico perchè gli piacevano quelle bolle di sapone del Castelar, si scusò dicendogli ch'eran le più belle che si facessero in Spagna.

Il primo giudizio che portai del Castelar, fu che non avesse punto fiele nell'anima. Guardandolo negli occhi quando parlava senza ira di gente che lo detesta e lo diffama, non gli vidi mai quelle crespe delle palpebre e quei guizzi e colori dell'orbe, come dice benissimo il reverendo padre Bresciani, che rivelano i sentimenti nascosti dalle parole. Soltanto mi parve che non fosse insensibile alle punture della gelosia oratoria, perchè un giorno, alle Cortes, nel momento che si alzava Cristino Martos, oratore de pelo en pecho (col pelo sul petto), come si dice in spagnuolo, per dire un uomo di polso; e che da tutte le parti della sala si faceva improvvisamente un profondo silenzio; vidi il Castelar rannuvolarsi e tentar di far uno sbadiglio che non gli riuscì di finire.

Un sentimento che prova la sua gentilezza d'animo, e che non credevo di trovare in lui, così genuinamente spagnuolo, è una profonda avversione per le corse dei tori. — Non me ne parli! — mi disse un giorno facendo un atto di ribrezzo: — è una stupida barbarie che vorrei veder bandita per l'onore del mio paese.

Da principio non riuscivo a raccapezzare come la pensasse in fatto di religione. Spiritualista avevo capito subito che lo era; ma non capivo se fosse cristiano, ossia se credesse nella divinità di Gesù Cristo. La sua opera La civiltà nei primi cinque secoli del cristianesimo (quattro volumi che si potrebbero ridurre in uno, se si bada alla sostanza, e che si vorrebbe fossero cento, se si bada alla forma) non mi lasciava dubbio che fosse ardentemente cattolico. Per contro i suoi discorsi politici non mi lasciavan dubbio che fosse libero pensatore. Un giorno gli domandai ex abrupto una spiegazione, e mi parve che la domanda non gli riuscisse gradita, come segue di tutte le domande che ci obbligano ad affermare qualcosa di cui non siamo sicuri. — Una volta, mi rispose, ero cattolico; ora.... son razionalista. — E cambiò discorso. È insomma anche lui di quei moltissimi che si agitano fra la fede e un dubbio serio ed inquieto, come scriveva il Manzoni al Giusti; e se avesse da dire in termini recisi quello che pensa e che crede, si troverebbe imbarazzato. Certo è che la fede nell'esistenza di Dio e nell'immortalità dell'anima, è il sentimento che gli ha inspirato le più eloquenti parole dei suoi libri e dei suoi discorsi.

Come tutti gli artisti, è un po' vano e ghiotto della lode; ma la sua vanità è così ingenua, che non solo non ristucca, ma piace. Qualunque lode gli si dia, se la piglia, sta zitto e lascia che si tiri innanzi, come se si parlasse di un altro. Qualche volta poi dondola il capo come per dire: — dite bene, avete ragione, io pure son di questo parere. — Un giorno mi disse amichevolmente: Se lei vuol avere un'idea del mio genere d'eloquenza, venga a sentire il discorso che farò la settimana ventura contro la politica estera del governo. Ma lei dalla tribuna dei giornalisti non può vedermi in viso, e perde il mio gesto.... Ebbene le farò dare un biglietto per una delle tribune di rimpetto; così non perderà nulla. — Il mio principale merito, — disse un'altra volta — è quello d'aver saputo dire in lingua pura e in stile elevato molte cose nuove che pare non si possano dire che a scapito della dignità dello stile e della correttezza della lingua. — In questo modo si libera la gente dalla seccatura di dare il proprio parere. Un giorno gli lessi un brano d'un suo discorso che avevo tradotto in italiano, ed egli mi disse candidamente: È bello anche in italiano.

Come tutti gli uomini d'immaginazione viva e di cuor caldo è facilissimo all'ammirazione, e non serba, nell'esprimere questo sentimento, nessuna misura. Quando loda qualcuno o qualcosa, i suoi amici non gli credono più. Un giorno, alle Cortes, un deputato domandò a un collega, il quale aveva conosciuto il Gambetta a Parigi, se questo Gambetta gli fosse parso veramente quel grande uomo che molti dicevano. — Domandalo al Castelar, — gli rispose il collega; — egli lo conosce meglio di me. — Che! — disse l'altro; — in queste cose il Castelar è un bambino. — E in fatti la biografia del Gambetta scritta dal Castelar, piuttosto che il ritratto d'uno storico fedele è il panegirico di un partigiano infatuato. Un'altra volta un deputato, me presente, domandò al Castelar che impressione gli avesse fatta Garibaldi la prima volta che gli aveva parlato. Il Castelar allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo, esclamando con enfasi: — Amigo! La de un hombre extraordinario (quella d'un uomo straordinario). — Me lo immaginavo, — rispose l'amico; — ma già su tutto quello che dici tu bisogna fare la tara. E per dirne ancor una, ricordo che, mentre il Castelar mi levava a cielo un tal Santa Maria di Siviglia che canta con molta grazia le canzonette andaluse, affermando che il Tamberlick, il Mario, lo Stagno, appetto a lui non valevano un fico secco, parecchi amici suoi diedero in uno scoppio di risa, e uno gli domandò: — Ma quando la finirai con codeste esagerazioni, don Emilio?

Solevo interrogarlo intorno al lavorío col quale prepara i suoi discorsi, intorno a quei segreti d'artista, a quei misteri, per dirla con Giambattista Giorgini, che l'anima celebra con sè stessa. Egli mi spiegò in che maniera fosse riuscito a parlare e a scrivere così facilmente e correttamente, e le sue parole mi parvero la rivelazione d'una nuova teorica dello scrivere, alla quale ho pensato continuamente d'allora in poi. — Con chiunque parli, mi disse, — e di qualunque cosa parli, non avessi che da dare un ordine al mio servitore, non trascuro mai l'espressione, cerco sempre di dir la cosa come la direi se le mie parole dovessero venir scritte o stampate in sull'atto. E ogni volta che mi balena un pensiero, lo esprimo subito a me medesimo come se dovessi esprimerlo a un altro; non mi lascio nulla nel capo in istato di embrione; penso continuamente parlando con me stesso a periodi finiti. — In fatti corregge pochissimo le cose scritte. Ma benchè prepari di lunga mano i suoi lavori per scrivere bisogna che abbia fretta. Diceva che non poteva far nulla, se non aveva lo stampatore alla porta.

Con lui parlavo spagnuolo, e ci voleva del coraggio; ma spesso mi pregava di parlargli italiano. — Capisco l'italiano, — diceva, — ma non lo parlo, perchè non lo voglio profanare. In Italia badavo sempre a pregar la gente che mi parlassero italiano e non francese. Bella! mirabile lingua! Però, lasciatemelo dire: se per la poesia è meglio la lingua italiana, per l'oratoria preferisco la spagnuola. — Su questo punto non voleva intendere ragioni. Qualche volta anzi gli pigliavano dei dubbi anche sulla poesia, e ripeteva quei versi famosi dell'Espronceda, coi quali un cavaliere imita il suono della corsa sfrenata del suo cavallo:

Mis ojos fuego en su inquietud lanzando

Campo adelande devorando van.

E dicendoli con quella voce sonora e con quel gesto vigoroso, li faceva parere anche più belli ed efficaci di quello che sono; ma è superfluo il dire che non mi lasciava persuaso.

Tutti sanno quanto egli ama l'arte italiana, ma soltanto quelli che lo conoscono possono sapere quanto e come l'ha studiata. Non c'è quadro o statua o basso rilievo di Firenze, di Roma o di Venezia ch'egli non abbia stampato nella memoria e non sia in grado di descrivere minutamente come se l'avesse visto il giorno innanzi. Parla delle nostre città, nominando strade, palazzi e porte, come parla di Toledo e di Siviglia. Firenze, la ciudad, com'egli la chiama, de la inteligencia, è la sua città prediletta. — Allì, mi disse un giorno, el último limpiabotas tiene mas sello academico que nuestros individuo de número. — (Là l'ultimo lustrascarpe ha più carattere accademico che i nostri accademici). Un giorno, mentre alcuni amici suoi parlavano di politica, egli interruppe bruscamente la conversazione, a cui non badava, e fermandosi in mezzo alla strada colle braccia incrociate sul petto, esclamò con un accento di profondo stupore: — Y decir que la puertas de Ghiberti son del siglo quince! — (E dire che le porte del Ghiberti sono del secolo quindicesimo!) Quando si parla d'arte italiana, va in visibilio. L'ho visto cangiar di colore e tremare discorrendo d'un quadro del Tintoretto — Mas si os digo, — gridava battendosi la mano sulla fronte — que se siente crujir la seda! — (Ma se vi dico che si sente il fruscío della seta!)

Avrei da scrivere molto se volessi riferire tutti i detti arguti che intesi da lui, e gli aneddoti ameni di cui è amantissimo.

Diceva dello Zorilla: È un uomo che ha tutti i difetti d'un temperamento artistico, senz'alcuna delle buone qualità.

A un amico materialista che gli aveva mandato un libro, nel quale trattava dell'influsso del cibo sul pensiero, diceva: — Sta bene, ma tu devi ancora scrivere un libretto per dimostrare quali sono i passi del Don Chisciotte che il Cervantes scrisse nei tempi in cui mangiava pane di granturco.

Raccontava che un giorno, essendo a desinare in una famiglia, la padrona di casa, in fin di tavola,, gli aveva detto, arrossendo un pochino: — Signor Castelar, lei ci dovrebbe fare l'immenso favore di declamarci un bel discorso mentre prendiamo il caffè — Qui il Castelar rimaneva muto rifacendo tale e quale il viso che aveva fatto in quel momento, e ti assicuro che c'era da scoppiare dalle risa.

Un giorno passeggiando nel Prado, il Castelar, un suo amico monarchico e un terzo importuno ch'ero io, vedemmo venir verso di noi un uomo colla faccia stravolta, che parlava e gesticolava da sè. Il Castelar mi tocca col gomito e dice sottovoce: — Costui è uno che aspirava alla corona di Spagna. Prima che fosse eletto il duca d'Aosta andava egli stesso distribuendo ai deputati le schede col suo nome per il giorno della votazione. Non si faccia scorgere: è matto. — Il matto intese quelle parole, e si fermò; qualcuno che passava si fermò pure; si formò un gruppo di gente. Quando fummo a due passi da lui, prese un atteggiamento drammatico e voltandosi verso il Castelar, gli disse ad alta voce: — Ebbene, sì, io volevo esser re; ma non sono mai stato un impostore come lei! — Detto questo si allontanò brontolando; la gente rise; il Castelar fece uno sforzo per ridere egli pure, ma era diventato rosso come una fragola. — Bravo! — gli disse l'amico battendogli la mano sulla spalla; — son contento di vedere che non hai ancora perduto il pudore. — E che! — rispose pronto il Castelar; — credevi che io fossi diventato monarchico?

La sua sala di studio, in casa, è l'immagine della sua testa; o per meglio dire, era l'immagine, perchè non so se il Presidente della repubblica viva ancora come viveva il modesto deputato. Statuette, vasi di fiori, gabbie d'uccelli, opere di filosofia, libri di versi, medaglie antiche, cataloghi di musei, atti ufficiali, lettere di elettori, stampe, ritratti, giornali, opuscoli; si vedeva un po' d'ogni cosa sparpagliato sui tavolini, sulle seggiole e pel pavimento, in un disordine pittoresco, che faceva ridere e fantasticare. Là, in mezzo ai suoi amici e ai suoi libri, il Castelar era più bello a vedere che alle Cortes. Un giorno un amico suo fece il giro della sala con una bacchetta in mano, e toccando l'uno dopo l'altri tutti i cassetti dei tavolini, disse col tuono d'un cicerone: — Signori! Qui sono i manoscritti pei giornali del Perù. — Qui, quelli pei giornali del Messico. — Qui, quelli pei giornali di Cuba. — Qui, quelli pei giornali del Brasile. — Qui, quelli pei giornali degli Stati Uniti. — E qui, quelli pei giornali del vecchio continente. Quando un editore si presenta, il Castelar apre un cassetto, vi tuffa le mani a occhi chiusi, e butta via quello che trova. — Il Castelar disse una volta che le corrispondenze dei giornali d'America gli rendono quindicimila scudi all'anno. E pensare che pochi anni prima, per guadagnare qualche soldo, scriveva prediche per preti di campagna!

Mi raccontò egli stesso, un po' per volta, le prime vicende della sua vita, dicendomi di tratto in tratto che, se volevo, pigliassi pure degli appunti. È nato a Cadice nel 1832. Suo padre, uomo studioso, benchè agente di cambio, e possessore d'una ricca biblioteca, morì in età ancor fresca, lasciando la moglie e il piccolo Emilio, che non aveva ancora sette anni, in grandi strettezze. Una sua sorella d'Alicante li accolse in casa tutti e due, e la signora Castelar si consacrò tutta all'educazione del figliolo, facendo per lui, fra gli altri sacrifizi, quello di conservare e di arricchire la biblioteca paterna, affinchè egli prendesse per tempo amore ai libri. Il Castelar, in fatti, ebbe fin da ragazzo, più che amore, manía per la lettura, e l'ha ancora, poichè legge continuamente, per le strade, nelle Cortes, a tavola, a letto, nel bagno, da per tutto dove può tener sotto gli occhi un libro o un giornale. Con questo gran bisogno di leggere nacque in lui quasi ad un tempo un gran bisogno di parlare, e ancora bambino, diede prova di straordinaria facondia. — Facendo gli altarini — mi disse, — io e i miei piccoli compagni, solevamo pronunziare ciascuno un'orazione sacra dall'alto d'una seggiola ravvolta in una coperta da letto. Yo era el espanto de todos. (Io ero lo spavento di tutti). — A dodici anni fu mandato a Elda, dove studiò la lingua latina, e cominciò a scrivere con grande ardore novelle, discorsi storici, dissertazioni religiose, poesie, commedie, poemi, saggi d'audacia, com'egli disse, più che d'ingegno; i quali finiron tutti nel fuoco. Le prime vere prove d'ingegno e d'eloquenza le diede in Alicante dove si trasferì nel 1845 per fare il corso di segunda enseñansa. Qui si dedicò con entusiasmo alla filosofia, alla storia e alla letteratura, e in questi studi andò innanzi d'un gran tratto a tutti i suoi colleghi, parecchi dei quali, che seggono ora nelle Cortes e professano principi politici affatto contrari ai suoi, come don Carlos Navarros, il Gallastra ed altri, attestano che sin d'allora era opinione di tutti, ch'egli sarebbe diventato un grande oratore e un grande scrittore. Da Alicante andò nel 1848 a Madrid, dove vinse al concorso un posto gratuito d'alunno nella Escuela nacional de filosofia, e d'allora in poi, non solo provvide al suo mantenimento, ma scrivendo nei ritagli di tempo che gli lasciavano gli studi, guadagnò tanto da mantenere sua madre. Pubblicò in quel tempo, tra le altre cose, un giornaletto letterario, in cui i letterati ammirarono per la prima volta il suo stile nitidissimo e scintillante. Suo cugino don Antonio Aparisi, il rinomato oratore cattolico, leggendo un giorno uno di quegli articoli, disse alla signora Castelar: — Zia mia, bisogna aver gran cura di questo ragazzo, perchè se continua come ha cominciato, farà molto rumore nel mondo. — Fin qui, però, le glorie del Castelar non erano state che glorie scolastiche. Egli si rivelò per la prima volta alla Spagna nel 1854, all'età di ventidue anni. Un amico, incontrandolo un giorno per strada, gli annunziò che c'era un'adunanza popolare nel Teatro Reale, e gli domandò perchè non ci andasse. Il Castelar non rispose altro che: — Vado — e corse al Teatro. Quando arrivò, molti oratori avevano già parlato, il pubblico era stanco, l'adunanza stava per sciogliersi. Ciò non ostante il Castelar, risoluto a parlare, salì sul palco scenico e cominciò: — Signori! Io vengo qui a difendere le idee democratiche.... — Un vivo bisbiglio di disapprovazione lo interruppe. La sua persona esile, la sua voce sottile, il suo atteggiamento fanciullesco, non ispiravano alcuna fiducia; lo presero per uno scolaretto; gli gridarono: — Basta! Basta! Un'altra volta! Un'altra volta! — Il Castelar, piccato, s'incaponì e tirò innanzi. A poco a poco si fece silenzio; poi s'udi qualche voce d'approvazione; a un tratto, scoppiò una tempesta d'applausi; infine ogni periodo fu applaudito con furore, l'oratore venne condotto fuori quasi in trionfo, il suo nome corse di bocca in bocca, i giornali di Madrid lo levarono a cielo, tutta la Spagna, in pochi giorni, lo ripetè: il Castelar fu celebre da quella sera. La España, autorevole giornale letterario, disse, pubblicando il suo discorso: — Està destinado a reemplazar à todos nuestros grandes oradores y à reemplazarlos con ventaja. — E il pronostico s'è avverato.

Ora ha in mano le sorti della Spagna, se pure le sorti d'un paese così sfasciato possono mai ridursi nelle mani d'un uomo solo. Che cosa farà? È un riesci, come si dice in Toscana. Ma io questo ti posso dire, che quando lo vedevo, in mezzo ai suoi amici, prorompere in scoppi di risa da giovanetto di quindici anni; o volgere in mente qualche bel periodo poetico da incastonare in un discorso, mentre un collega badava a parlargli di leggi e di votazioni; o fare il viso del malumore perchè il giorno che doveva parlare non c'eran signore nelle tribune; e in tutte le conversazioni saltar sempre dalla politica all'arte, dal ragionamento al sentimento, dalla terra alle nuvole; se qualcuno m'avesse detto allora: — Costui fra un anno governerà la Spagna in queste e queste condizioni, — con tutta l'ammirazione che avevo per lui, avrei dato una scrollatina di capo, e detto tutt'al più: Chi sa! le vie della Provvidenza sono infinite....

E poi leggi questo brano di discorso pronunziato da lui alle Cortes, due anni fa. — «Come? Non è individualista il ministro dell'interno? E se è tale, non comprende il gran poema della libertà di commercio? La terra ha attitudini diverse; i climi dánno diversi prodotti; ma grazie al grand'Ercole moderno, grazie al commercio, con codeste navi che ora paiono grandi uccelli marini, e ora lasciano la bianca traccia nell'acque e la densa nube di fumo nell'aria, si riuniscono tutti i prodotti; la pelle che il Russo strappa agli animali smarriti nei suoi deserti di gelo e la foglia del tabacco che cresce al sole ardente del tropico; il ferro scoperto in Siberia e la polvere d'oro che il negro d'Africa raccoglie nell'arena dei suoi fiumi; le stoffe tessute in Inghilterra e i prodotti tratti dal seno dell'India, e tinti dei colori dell'Iride da quelle società, primi testimoni della storia; il dattero di cui si alimentava il patriarca biblico sotto le palme dell'antica Asia, e le perle preziose che genera il vergine seno della giovine America; il grato succo delle viti che abbellano le rive del Reno e l'ardente vino di Xeres, che reca disciolto nei suoi atomi il raggio del sole di Andalusia per riscaldar le vene degli intirizziti figli del norte....»

A me pare che questo periodo basti per giudicare il Castelar come uomo politico, come bastano certi sorrisi a rivelare tutta l'anima d'un uomo. Mi pare che un oratore il quale fa in un parlamento una tirata di quella natura non possa esser capace di portare a salvamento la baracca d'uno Stato.

Ma quando quest'uomo stesso, slanciandosi audacemente, non per proposito rettorico ma per impulso irresistibile del cuore, fuor dei confini dell'eloquenza politica, esclama con una voce che viene dal più profondo dell'anima: — Amo questa terra bagnata dalle lacrime che ho fatto spargere a mia madre! —; quando, accennando ai suicidi degli schiavi di Cuba, pronuncia con un accento che ti rimescola il sangue queste semplici parole: Signori deputati, che orrore! — quando, nella furia d'un'ispirazione che soverchia quasi le sue forze, rovescia sul parlamento attonito quei suoi periodi colossali, pieni di grandi immagini e di grandi sentenze, che passano sonando e sfolgorando come una legione di cavalieri del medio evo; quando, parlando di religione, versa la piena dei suoi pensieri affettuosi e malinconici, con una voce dolce e tremante, e col linguaggio solenne d'un sacerdote; quando racconta un atto d'eroismo, quando ricorda una sventura, quando invoca una memoria cara, quando consiglia, quando compiange, quando prega; quando infine scorda il parlamento e sè stesso, com'egli dice, e non vede più che terre e popoli lontani, e tutta la sua anima è nel suo cuore, e tutto il suo cuore nella sua parola; oh allora, quanto egli è grande ed amabile! come gli si perdonano tutte le sue vanità e tutte le sue utopie! con che gioia gli si salterebbe al collo dicendogli: — Ah! don Emilio, se non ti fossi mai immischiato nella politica!

Infine, io credo che la miglior definizione che si possa dare di lui, sia la seguente, la quale contiene in quel che dice la lode ch'egli merita e in quel che tace la censura che gli è dovuta:

È un grande artista e un gran.... buon ragazzo.

UN CARO PEDANTE

I mezzi pedanti, quelli che pedanteggiano per ambizione di farsi temere, poichè non riescono a farsi ammirare; i pedanti maligni, che s'accaniscono contro la parola perchè detestano la persona; i pedanti freddi, che sorridono e disprezzano, sono gente volgare e noiosa. Ma quello nato coll'istinto della pedanteria, quello che non dorme per un francesismo, che si scorruccia con un amico perchè ha scritto figlio invece di figliuolo, che sente una compassione sincera per chi scrive toeletta invece di teletta, che inveisce contro un monosillabo colla voce strozzata dall'ira; quello, infine, che si rode e si consuma, che non è aguzzino, ma vittima, e che fa il pedante collo zelo e col coraggio d'un missionario di Nostra Santa Lingua Immacolata, questa specie di pedante mi piace e m'ispira rispetto, e credo che sarebbe un peccato che se ne perdesse la semenza.

Di tale specie era un pedante che conobbi a Firenze, del quale m'è rimasto un ricordo amenissimo unito a un sentimento di sincera ammirazione.

La prima volta che lo vidi, giovanetto com'ero ed entrato allora, a scappellotto, nella repubblica letteraria, mi fece una viva impressione. Lo vidi una sera in fondo a una bottega di libraio, che leggeva. Le sue mani lunghe e scarne, appoggiate sul libro, parevano due enormi ragni che stessero in agguato per afferrare le mosche francesismi. Il suo naso adunco, che quasi toccava la pagina, arieggiava il becco d'un uccello che frugasse fra le parole per trovare i vermi improprietà. Tutta la sua persona alta e magra, e incurvata sul tavolino, mi dava l'immagine di non so che strumento di tortura messo là per dilaniare lo scrittore che leggeva. Parlando col libraio, ch'era piemontese, mi sfuggì qualche parola di vernacolo, e nello stesso momento vidi apparire e sparire sul suo viso, che mi si presentava di profilo, una gran macchia bianca.... il suo bianco dell'occhio. Di tanto in tanto si addentava il labbro di sotto o rideva con isforzo, facendo ballare le spalle. Tutt'a un tratto chiuse il libro con dispetto e s'alzò esclamando: — Oh che gente! Oh che galera! — Poi prese il cappello ed uscì. Tutti i presenti risero ed io pure. Spinto dalla curiosità, m'avvicinai al tavolino e diedi un'occhiata al libro.... Era mio!

Qualche tempo dopo, domandai informazioni sul conto suo a un amico che lo conosceva intimamente. — È una perla d'uomo, — mi disse; — ma un po' stravagante. Figuratevi ch'egli vive due vite: la vita reale, quella che viviamo noi, in mezzo ai nostri simili; e un'altra vita, puramente immaginaria, in un piccolo mondo ch'egli s'è creato colla lingua. In questo piccolo mondo, nel quale gli uomini son parole e le frasi avvenimenti, egli vi mette, o per meglio dire vi prova tutte le passioni che prova nell'altro. Ci ha le parole che ama come figliuoli, le parole che odia, le parole che disprezza, le parole che perseguita, le parole che gli turbano i sonni e le digestioni, le parole che lo consolano e che l'aiutano a sopportare i malanni della vita. Vi sono le frasi di cui si risente come d'un'ingiuria, quelle che lo affliggono come una sventura domestica, quelle che gli mettono nell'anima dei dubbi amari e lo fanno vivere in una continua inquietudine. Che suo figlio diventi un cattivo soggetto e che la parola cómpito cambi a poco a poco di significato, son due calamità presso a poco uguali per lui. Che l'Italia riesca a rassestare le sue finanze e che il verbo utimare pervenga a pigliare il posto del verbo exploiter, sono due buone fortune che egli desidera col medesimo ardore. Egli ha una sola grande aspirazione: che nel suo paese si scriva bene; e un solo grande dolore: che non si sappia più scrivere. I suoi affetti, i suoi pensieri, tutta la sua vita gira su questo perno: la purità della lingua.

Da altri seppi di lui altre cose, che mi parvero incredibili, benchè mi fossero assicurate con insistenza. Si diceva che un giorno aveva tenuto con un suo servitore il dialogo seguente:

— Tonio, il caffè.

— Ce lo porto.

— Che hai detto?

— Che ce lo porto.

— Hai gli otto giorni per cercarti un altro padrone, manigoldo.

Una volta, un suo conoscente, incontrandolo per via, gli disse: — Ho letto con molto interesse il vostro articolo. — Non me ne importa un fico, — egli rispose, — e gli voltò le spalle.

Si diceva che una sera, in una conversazione, aveva dimostrato con un lungo ragionamento e colla massima serietà che un uomo capace di scrivere, — al di là dei monti, — invece di — di là dai monti, — messo al punto, sarebbe stato capacissimo di ammazzare a sangue freddo suo padre.

Fossero o non fossero vere queste cose, dopo averne sentite tante, mi venne il desiderio di conoscerlo. Prima, però, volli sapere precisamente che cosa pensasse dei fatti miei, benchè la scena accaduta dal libraio non mi lasciasse alcun dubbio consolante. Un amico comune lo interpellò e n'ebbe questa risposta: — Ditegli che per quel ch'è sentimento, non c'è male; ma che per quello che riguarda la lingua, scrive come un Seraceno.

Meno male! — pensai. — Ora, almeno, so a che paese appartengo, e qual è la nazionalità di cui mi debbo spogliare.

Gli fui presentato; m'accolse cortesemente. Il discorso cadde subito sulla lingua. Gli domandai dei consigli. Sospirò, mi disse che i tempi eran tristi, che non v'era più amor di patria, che i bricconi avevan il mestolo in mano; le quali cose si riferivano unicamente alla lingua, e non alla politica, come potrebbe parere. Gli domandai quali degli scrittori del giorno, dei più illustri, s'intende, e toscani, avrei potuto seguire, in fatto di lingua, per non uscire dalla buona via; e glieli nominai uno dopo l'altro. — Il tale? — Per amor di Dio! — rispose; — che mi tocca di sentire! — Il tal altro? — Oh numi! Ci mancherebbe anche questa! — Tizio, dunque? — Oh povero figliuolo, che cosa le passa per il capo! — E qui prese a citarmi una lunga filza di francesismi, d'idiotismi, di neologismi, d'errori d'ogni natura, sfuggiti a quegli scrittori, usando con la maggior serietà tutte le espressioni che sogliono adoperarsi al proposito degli scapestrati e dei malfattori, come ad esempio: — Le pare che questo sia un procedere da galantuomo? — Non so il tale dei tali che fine farà. — Bisogna proprio aver perduto ogni pudore, ecc., — a tal segno che, sapendomi colpevole d'una gran parte degli errori di cui accusava quei valentuomini, ebbi un momento il timore che m'agguantasse per la cravatta e mi conducesse alla questura. — Ma chi dunque scrive italiano? — domandai. — Nessuno! gridò, alzando il bastone. — Vi sarà qualcuno che scrive con parole italiane, in lingua, frase per frase, italiana; ma il complesso dello scrivere, ma l'ordito, ma il processo del pensiero, per Dio, è francese! francese! francese! La pelle è nazionale, il sangue che circola sotto, è barbaro! Barbari tutti, italiani rinnegati, scrittori senza coscienza e senza cuore! Se ne persuada, giovinotto! E una verità vergognosa, ma è la verità, la verità, la verità! — In quel punto eravamo arrivati dinanzi alla porta di casa sua. —