RELIQUIE
LE MASSE CRISTIANE
VECCHIO PIEMONTE
RELIQUIE
LE MASSE CRISTIANE
NOVELLE
DI
EDOARDO CALANDRA
Seconda Edizione
TORINO
F. CASANOVA, Editore
1889
PROPRIETÀ LETTERARIA
Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M.
RELIQUIE
La ghiaia del viale scricchiolò sotto le ruote, la nostra vettura passò lenta sotto l’androne, svoltò nel cortile e andò a fermarsi davanti alla porta del fabbricato civile.
I due custodi, marito e moglie, sbucarono fuori dalla casetta rustica; l’uno si diede attorno a scaricar le nostre robe, l’altra andò per le chiavi, aprì larga la porta, salì le scale e comparve a spalancar successivamente ciascuna delle finestre per rinnovare l’aria, disperdere l’odore di rinchiuso, rinfrescare e spazzar dappertutto.
Il domani s’apriva la caccia.
Appena entrati in casa, Mario ed io, pensammo prima ai fucili, ai pacchi di cartuccie, alle munizioni, che furono collocate in un armadio al sicuro, fuori dell’umidità; poi alle nostre persone. Furono tratti dalle valigie gli abiti di tela chiari e leggieri e sostituiti sui nostri individui agli abiti di panno scuri e pesanti, i cappelli di feltro furono cambiati in cappelli di paglia e si terminò l’operazione con uno scrollamento generale di tutta la persona ed un sospiro profondo di beatitudine, quasichè fossimo rimasti chiusi fino a quel momento nell’arnese di acciaio d’un uomo d’arme del 1500.
Michelina cacciava giù per la scala a gran colpi di granata le mummie delle mosche, i cadaveri stecchiti dei topi morti di fame, i ragni malconci che agitavano le zampe nel pattume. La polvere s’alzava come una nube.
Mario mi prese il braccio, mi tirò all’aperto in cortile, prima che il nembo ci cogliesse.
Di fronte alla casa, sopra un tavolo in pietra all’ombra del grosso pino, il custode avea collocati una bottiglia, due bicchieri ed un canestro coperto di foglie.
Mario vi andò e levò le foglie. Oh le belle pesche rubiconde! le Reines Claudes trasparenti come d’ambra! le grosse prugne color d’ametista!
Ne fu incominciata immediatamente la distruzione mentre si guardava la casa. — In paese la chiamano il Palazzo — disse Mario, scegliendo nel canestro la quinta pesca.
Non era un palazzo, ma una costruzione molto semplice invece: due piani ed una galleria ad arcate sotto il tetto. Era d’una tinta generale bigio caldo, aveva gli spigoli, le modanature, i contorni delle porte e delle finestre segnati da striscie bianche a stucco, lavorate a graffito.
Lungo tutto il primo piano correva un balcone in legno ingombro di masserizie, di canestri lunghi e piatti, nei quali seccavano al sole funghi, prugne e pesche dimezzate.
Quattro tralci di vite, che neri e contorti come serpenti, s’inerpicavano lungo la muraglia, lo coprivano tutto di pampini, dai quali usciva, in quell’ora, il ronzìo monotono, rabbioso, incessante delle vespe, delle api e dei calabroni collegati all’assedio di certi sacchetti di carta nei quali erano riparati i grappoli dell’uva.
In mezzo alla facciata era dipinto un orologio solare, quasi per intero lavato via dalle pioggie, e sulla lunga sbarra in ferro destinata a segnar coll’ombra le ore, si riposavano in fila cinguettando alcune rondinelle.
— Adesso poi basta, osservò Mario a un tratto, ti consiglio a smettere d’inghiottire e conservar l’appetito per la cena.
Bastava certo, restavano nel canestro poche prugne a metà consumate dai calabroni.
— Ora, seguitò, se credi, andiamo in paese a veder le rarità; e, spingendo un cancello che si apriva nel centro di un muricciuolo di mattoni disposti a graticcio, mi introdusse nel giardino.
Un giardino qualunque: alberi nani da frutta, viali delineati da siepi basse di mortella dominate a tratti da gran cespugli tagliati un tempo a seggioloni, a confessionali, ora cresciuti ineguali e scarmigliati. Lungo le siepi dalie, girasoli, begliomini; nel centro del giardino una vasca piena di melma e d’erbaccie, un vero club di rospi e di salamandre.
Per una porticella praticata nel muro di cinta, mi fece uscir sul sagrato.
Nella Chiesa parrocchiale, mi obbligò a veder tutto: organo, pulpito, coro, sagrestia, un calice gotico, i frammenti d’antico affresco, trasportati dietro suo consiglio da un’antica cappella demolita.
Mi fece scendere e guardare lungo la via Maestra, che il sole tramontando avvolgeva in un pulvisculo luminoso ed abbagliante; le montagne in fondo si perdevano sfumate nella nebbia d’oro, gli spigoli delle finestre, dei balconi, i vetri dei lampioni mandavano fulgori accecanti, come riflettori di luce elettrica, il ruscello che scendeva nel mezzo della via, pareva la lama sfolgorante d’uno spadone colossale. Le ombre serie e maestose del parroco e del sindaco, l’ombra magra del maestro, avviati alla loro passeggiata di tutte le sere nel viale degli Olmi, si allungavano smisuratamente sul selciato.
— Quella casa a destra color di rosa, colle persiane azzurre, è il palazzo comunale; ti farò veder l’archivio, proseguì Mario, vi sono tre o quattro documenti curiosi e sopratutto poi gli statuti del Comune, anno Domini 1471, manoscritti su pergamena con iniziali in rosso; bel margine, buona legatura in assicelle di legno e borchie di bronzo.
Non bisogna lasciar che Mario entri nè col pensiero, nè col discorso, nell’antichità o nell’archeologia: se v’entra col discorso, parla troppo, se col pensiero, non parla più affatto. Quando si cade sull’argomento antichità, d’un salto egli è nelle nubi, rapito in estasi dalla poesia delle cose passate, e senza far preferenze, s’interessa tanto all’antichità romana, quanto al medioevo, all’epoca preistorica come al milleottocentotrenta.
Dotato d’una memoria di ferro e d’una curiosità insaziabile, vuol imparar tutto, tutto vedere, toccare, acquistare. Entra nelle botteghe, si ficca nelle case, nei corridoi, nelle sacrestie, caccia la testa nelle finestre a pian terreno, s’arrampica per le scale, copia le iscrizioni, le date, disegna gli stemmi, si procura i calchi delle pitture, cerca di comprar i mobili, le stoviglie, le lanterne, le campanelle degli usci, e mette in tutte queste operazioni tanta insistenza, e diciamolo pure, tanta indiscrezione, che più di una volta ebbi a veder male interpretati certi suoi atti, sguardi od apprezzamenti innocentissimi e mi toccò soffrir, per amor suo, in sua compagnia, rimbrotti, impertinenze ed anche peggio.
Nessuno al mondo saprà mai quello che capitò a lui ed a me per soverchio interesse dimostrato ai fregi in terra cotta di una certa finestrina nel villaggio di... Lasciamo stare, è un segreto che deve scendere nella tomba con noi.
Intanto rifiutai recisamente di veder l’archivio.
— Allora andiamo al castello, — mi disse Mario. — Peccato poi che è tardi, se no, dopo t’avrei condotto a due miglia di qui, ad una certa torre detta della Rea. Un marito vi tenne chiusa non so quanto tempo la moglie. Su quel tema un parroco qui del paese ha scritto un dramma: Un piccolo dramma, diceva lui, uso Shakspeare!
Si dice che sotto terra vi sia la solita strada che comunica col castello. Una favola: qui c’è l’acqua ad ottanta centimetri di profondità; altro che strade!
Al castello mi fece osservare, alla luce dubbia del crepuscolo, la perfetta conservazione della torre, la coda di rondine dei merli (fenomeno che può parer strano ad un ornitologo, ma naturalissimo ad un archeologo). Sopratutto poi: alcuni colpi di scure sulla porta e la data 1618.
— Ecco una data che si riferisce ad una tradizione locale. Nei villaggi vicini quei di Murello son detti i testardi.
— Poteva immaginarlo, — gli dissi.
— Non sono del paese, amico mio, sono nato a Torino. Nel 1618, dunque, alcuni spagnuoli sbandati capitarono qui all’improvviso, e cominciarono a dare il sacco. Era d’estate; in paese: vecchi, vecchie e bambini, tutti gli altri alla campagna. Vi fu tuttavia qualcuno che corse al campanile e cominciò a suonare a stormo.
I terrazzani così avvertiti accorsero a furia, piombarono sugli spagnuoli, li cacciarono malconci, e quelli che lavoravano qui di scure dovettero naturalmente lasciar l’impresa e ritirarsi cogli altri.
Un contadino, che aveva il campo lontano, arrivava tardi, tutto trafelato, quando ad uno svolto della strada si trovò dinanzi uno di quei ladroni che se ne andava col manicotto di sua madre. Egli lo accostò pianamente, gli posò le mani sulle spalle e gli diede con sì bel garbo del capo nel petto, che lo fece ruzzolar morto nel fossato.
Fu così luminosamente provato che i Murellesi avevano la testa dura: di qui il soprannome glorioso di testardi. — Del resto, come vedi, il paese e una miniera di tradizioni, e la sua storia non sarebbe forse priva d’interesse se fosse conosciuta a fondo.
Allora entrò a gonfie vele nel mare della storia locale. Cominciò proprio dalle origini, e seguitò; visitando la sua cascina, davanti ai buoi premiati all’esposizione di Cuneo, al cospetto del majale la cui dimensione era proverbiale nel circondario, nel vasto pollaio, ove mi sentivo invader la persona dai pollini microscopici, seguitò dissertando a provarmi che nella divisione legale dei beni di Bonifacio marchese di Savona e del Vasto e Signore di Saluzzo tra i suoi sette figli, nell’anno 1142, Murello fu compreso nella parte assegnata al secondogenito Guglielmo, marchese di Busca, il quale, istituita una Commenda, la godette pacificamente colla famiglia per molto tempo e finì poi col venderla ai Templarii.
Quando finalmente, a notte, rientrammo in casa per la cena, i Templari erano bensì soppressi, ma, Dio mio! la Commenda di Murello veniva solamente allora aggiudicata ai cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme!
Si finiva di cenare; Mario accendeva il sigaro alla fiamma della candela.
Fu urtato all’uscio.
— Avanti!
Entrò il vecchio Rocco, l’affittaiuolo, l’uomo di confidenza, il Griso di Mario che veniva a prendere gli ordini pel domani.
Aveva fama in paese e nei dintorni di cacciatore abilissimo ed ardentissimo, si narravano di lui colpi straordinarii, si diceva dormisse, durante la stagione della caccia, col carniere e col fucile ad armacollo.
Alto, magro, come disseccato dai continui sudori, Rocco aveva il viso tutto grinze a forza di stare al sole, il naso da Calmucco, la bocca come un gran taglio, — coi suoi occhi piccoli, grifagni, dotati di gran potenza scorgeva un lepre appiattato nel solco ad una distanza veramente straordinaria. Se poi è vero che gli animali vestono il colore del luogo in cui sogliono dimorare, egli era tutto color di terra, fuorchè il bavero della giubba, di velluto verde, che pareva fatto col muschio dei boschi.
— Buona sera, signor Mario e la compagnia.
— Buona sera Rocco, — e così la salute c’è? — e Mario gli colmò un bicchiere di vino.
— Grazie, alla sua, e vuotatolo si passò la mano sul muso, e scosse subito melanconicamente il capo prevedendo la domanda di Mario.
— Come stiamo a selvaggina?
— Oh santo Dio! poco bene, — male anzi..... si va perdendo la razza di tutto...
Se il Governo non piglia le misure, se la seguita ad andar così, fra un paio d’anni quando si vorrà tirare una schioppettata, la sarà per le cavallette, le lumache o gli scarafaggi.
— Potevi scrivere, e non si veniva.
— Eh! via, hanno fatto bene a venire, dico per dire, un giro si può sempre fare con profitto; vi sono qua e là nel territorio, dei campi freschi, nei quali le quaglie non possono mancare... poi lascino fare a me che ho sempre in serbo qualche novità, oggi nei grani turchi, domani nella macchia, saranno pernici, saranno fagiani... Gli altri in paese non trovano perchè non san cercare. Infine se ce ne sarà per gli altri, ce ne sarà anche per noi.
Poi entrò a discutere con Mario, se ci tornava di più fare il giro di qua o di là dal fiume, per arrivar prima dei cacciatori di questo o di quel villaggio ecc., e durante quella pioggia di frasi caratteristiche, di vocaboli cinegetici, di nomi barbari di regioni note a me quanto l’interno dell’Africa, mi addormentai senz’altro.
Mario mi svegliò che erano le dieci:
— Vedo che la tua conversazione con noi langue. Se invece di dormir male sul tavolo, preferisci dormir bene nel letto, puoi quando tu voglia, salir in camera..... Io esco in paese con Rocco, così, per sentir dove vanno gli altri domani.
— Ti sono proprio riconoscente.
— Bisognerà uscir per tempo, sai, essere i primi in campagna se è possibile. Però mi rincresce vederti così assonnato, speravo farti ancora gustare una piccola sorpresa storica, archeologica.
— Ti ringrazio di cuore. Rimettiamola a domani, anzi a doman l’altro.
— No, no, ne godrai ugualmente stassera, ma non avrai la sensazione così netta. Pensa che t’ho fatto apparecchiare la camera gialla, nella quale nessuno ha più dormito dal... dal... ora ti faccio il conto...
Lo guardai subito di traverso.
— Senti, gli dissi, se per caso si tratta della solita camera gialla, rossa, verde o pavonazza, nella quale nessuno vuol dormire, credo bene di prevenirti che quando non dormo di notte, ho inesorabilmente mal di capo al domani; perciò avrai tutta la mia riconoscenza se ti vorrai risparmiare il disagio d’alzarti a mezzanotte più o meno precisa, e venir avvolto in un lenzuolo bianco di bucato, a far lo spettro, a scuoter le catene del pozzo, a cacciar urli, empir la camera col fumo di colofonia, che puzza, e malsano e sciuperebbe i tuoi mobili... siamo intesi. Mettimi a dormir dove vuoi, ma non seccarmi.
Mario scosse le spalle, inarcò le ciglia, accese un lume, s’avviò precedendomi su per la scala, e giunto alla camera gialla sollevò alto il candelliere acciocchè potessi in un sol colpo d’occhio abbracciarne l’insieme.
— Vedi!... è o non è interessante anche senza spettri la camera gialla? — Guarda, osserva, esamina, — dormi tranquillo, come farò anch’io, e fa d’essere in piedi piuttosto prima che dopo le tre.
Mi trovai solo col cuore leggermente serrato da quel senso vago d’ansietà, che accompagna ogni cambiamento un po’ importante nelle nostre abitudini.
Guardai intorno sollevando in alto il lume e cercando, nella luce un po’ dubbia, di farmi un’idea netta di tutta la camera.
L’aspetto n’era singolare; non ispiravano melanconia nè letizia; trasportava, senza sforzo d’immaginazione, indietro di molti anni; e l’ambiente del principio di questo secolo era così ben definito, che si provava l’intuizione, direi quasi retrospettiva, d’avervi vissuto.
I mobili di maggior mole ed importanza, come i più piccoli arredi, avevano tra loro come un’aria di famiglia. Erano tutti fabbricati nello stesso carattere, involti e coperti d’una medesima patina, e dormivano nell’ordine, nel luogo a loro destinato da chi aveva abitato un tempo quella stanza; ordine e sonno rispettato poi dai successori, che, vuoi per venerazione, vuoi per combinazione di speciali circostanze, non avevano più portato in quel sito il movimento e l’agitazione della vita.
Nel soffitto erano dipinte a chiaroscuro le quattro stagioni. V’era un vecchio coperto d’una pelle di volpe, che raffigurava l’inverno. La primavera era una giovinetta dalle forme sviluppate e le mani piene di rose. Un giovane nudo con un covone al fianco ed una falce in mano, una venditrice d’uva e di pomi, rappresentavano l’uno l’estate, l’altra l’autunno.
Un gran letto di legno scolpito, ornato di piastre e trofei in bronzo, s’avanzava fino nel mezzo della stanza.
Un canapè, due seggioloni ed alcune seggiole collocate lungo le pareti, tese d’una tappezzeria gialla a mazzolini di rose, avevano, nel dorso rigido e rettangolare, scolpita una lira colle sue corde.
Sul caminetto, v’era un orologio a pendolo a foggia di tempietto d’alabastro e sotto al quadrante di questo, tra le colonnine, due colombe posate sul margine d’una piccola vasca si dissetavano in un pezzetto di specchio, che rappresentava l’onda cristallina.
Accompagnavano l’orologio, due vasi sottovetro, pieni di fiori di carta scolorita.
Di fianco al letto, appiccata al muro, una rastrelliera reggeva un fucile, due pistole a pietra, un gran carniere a reticella verde ed una mazza il cui pomo tornito con una certa combinazione di giri, rappresentava il profilo di Napoleone I.
Non sentivo più d’aver sonno: andavo e venivo lungo le pareti, me ne scostavo ad un tratto, e fermo nel mezzo della camera, alzavo il lume dirigendolo a destra, a sinistra, in alto, in basso per scoprir nuove cose; poi mi avvicinavo ad osservar minutamente gli oggetti, attirato, spinto a proseguir il mio inventario da fremito intenso di curiosità rispettosa.
Al disopra del canapè era appeso un ritratto d’uomo.
Salii sul mobile ed attirandomi sulla persona un nuvolo di polvere e di ragnatele, lo staccai per esaminarlo da vicino.
Era mediocremente dipinto, ma ben disegnato, in linguaggio accademico: una bella testa di espressione.
I capelli tirati sulla fronte ed i pizzi corti che inquadravano le guancie, interamente bianchi, contrastavano in modo singolare coi lineamenti d’un viso giovane ancora. Le fattezze tutte del volto erano pure, regolari, delicate e l’assenza completa di pelo alle labbra ed al mento comunicava loro una apparenza alquanto femminile.
Nei suoi occhi traspariva poi un sentimento di così profonda mestizia, che vi fermava lo sguardo, v’obbligava a pensarvi, v’interessava per modo che avreste voluto aver lui vivo d’innanzi, saperne i casi, la vita, ricevere le sue confidenze.
Incominciai a spogliarmi per pormi a letto.
Avendo l’abitudine di leggere prima di prender sonno, tolsi alla biblioteca, appesa accanto al caminetto, alcuni piccoli volumi, tutti insieme così per vederne i titoli.
Fatta la mia scelta volli riporre a luogo gli altri, ma pel vano aperto mi apparve al di dietro, dove avrebbe potuto essere una seconda serie di libri, una scatola rettangolare, che liberata e spolverata, venne in luce sotto la forma d’un vecchio cofanetto in lacca del Giappone.
Inutile dire che pensai subito ad aprirlo, vi sentivo ballar dentro degli oggetti, che dalla varietà dello strepito, giudicavo di diversa natura.
La chiave mancava, non la trovai nel vano lasciato nella biblioteca nè fra i libri rimasti.
Provai tutte quelle che aveva nel taschino; non entravano nella toppa o giravano a vuoto.
Non potendolo aprire in via naturale, non volendo ricorrere alla violenza, posai il mobiletto sull’ottomana e seguitai a spogliarmi non senza volger lo sguardo di tanto in tanto, a quel bucolino scuro della serratura che, col suo piccolo punto brillante nel centro, pareva un occhio piccino piccino che mi guardasse insistente per eccitare la mia curiosità.
Ero in letto, e tenevo fra le mani il libro scelto: L’Abrégé portatif de la chasse du cerf tiré des meilleurs auteurs qui ont traité de cette matière et d’après la méthode pratiquée à la cour du roi de Sardaigne — Turin 1782.
No. Non potevo tardare a pigliar sonno.
Un cordoncino in seta rossa pendeva tra i fogli come un segno.
Aprii a quel punto per vedere a che quel segno si riferisse, un oggetto racchiuso frusciò scorrendo tra i fogli, luccicò sfuggendone... cercai fra le pieghe del lenzuolo... a capo del cordoncino rosso pendeva una piccola chiave dorata.
Un momento dopo ero seduto in camicia sul canapè: dal cofanetto aperto sulle ginocchia un profumo soave, sottile, sconosciuto, mi penetrava per le nari nel cervello, maneggiavo adagio, con riverenza, un piccolo portafoglio legato in avorio, un guanto lunghissimo ed una scatola circolare.
Il guanto era di donna senza dubbio e contemporaneo dell’imperatrice Giuseppina.
Nelle taschine di raso rosato del portafoglio vi erano su pagine di carta velina, alcune note insignificanti; alcune massime:
Souvenez vous de la faiblesse humaine, il est de notre nature de tomber et de faire des fautes. En avez vous commis? — ne craignez pas de les reparer.
Votre âme est elle malade? Cherchez à la guérir.
La vie est courte; ne portons pas trop loin nos espérances.
Erano d’una scrittura femminile finissima.
V’erano dei versi d’un altro carattere più probabilmente maschile:
Mes yeux ont contemplé ce portrait enchanteur,
Que me donna sa main dans mes jours de bonheur!
Cet aspect consolant soutenait mon courage:
Avec recueillement j’adorais son image.
J’y retrouvais ce front, si noble sans fierté
Trône de la pudeur et de la vérité;
Cette bouche où souvent (oserai-je le dire?)
Je vis, à mon approche, errer un doux sourire;
Et cet œil qui, sévère et tendre tour-à-tour
Imprimait le respect, en inspirant l’amour:
Un jour, ce souvenir, m’occupera sans cesse,
Parcourant ce portrait, si cher à ma tendresse,
Au feu de mes regards il parut s’animer:
Ce que je ressentais, il parut l’exprimer.
Un voile de douleurs, s’étendit sur ses charmes;
Il semblait me parler, frémir, verser des larmes,
Et je crûs un moment, satisfait et trompé,
Qu’il répandait les pleurs, dont je l’avais trempé.
Tiré de la lettre du comte de Comminges.
La scatola era in tartaruga cerchiata d’oro, tutta seminata di stelle dello stesso metallo.
L’aprii era vuota.
Trovai strano lo spessore del coperchio in proporzione del fondo.
Girando e rigirando, provai a torcere con forza, sentii che si svitava e lo ebbi fra mani diviso ancora in due.
Due occhi neri, pieni d’una straordinaria intensità di vita vennero, se osassi dirlo, ad incontrare i miei. Mi trovai davanti un viso di donna dai lineamenti così perfettamente regolari che, di primo tratto, pensai fosse creazione d’una meravigliosa fantasia d’artista, e non mi persuasi ch’era un ritratto se non dopo lungo esame, a certi dettagli della bocca e degli occhi, appena percettibili ma assolutamente personali.
Quegli occhi, brillanti d’amore, d’intelligenza, di comando, avviluppati nell’ombra leggiera e misteriosa delle ciglia lunghe e scurissime, il disegno puro delle sopracciglia e del naso, capriccioso delle labbra, i capelli scendenti folti sulla fronte e sulle spalle bianchissime, formavano un insieme di figura fantastico e delizioso che inquietava ed affascinava.
Nella miniatura, come lavoro d’arte pregevolissima, non era raffigurata che mezza la persona, ma colla mia fantasia eccitata dall’oscurità, dal silenzio, da una certa disposizione particolarmente tenera dell’animo, io scorgevo al di là dei confini di quel cerchiolino d’oro che serviva di cornice e vedevo tutta la figura snella, altera, elegantissima. Una di quelle donne che la natura si compiace di formar completamente belle, che non possono passar nella via senza attirarsi uno sguardo d’ammirazione anche dall’uomo più rozzo o più distratto; che hanno un modo loro proprio di volgere il capo, di piegar la vita flessibile, di levare in faccia il lampo splendido dei loro occhi.
Una di quelle donne infine, le quali trovate sul cammino della vostra vita, al teatro, a passeggio, in viaggio, dovunque, senza aver scambiata una parola, senza averne incontrata la pupilla, sentite che colla perfezione delle forme, colla calma indolente, colla severa misura del gesto, della parola, dello sguardo, si portano via nella loro apparizione, forse fugacissima, una parte dell’anima vostra, vi fanno anelare che la logica del caso vi rimetta alla loro presenza, vi spiegano come un uomo possa in certe circostanze abbandonar per loro le ricchezze, i parenti, la patria, la vita.
Provavo davanti a quel piccolo dipinto di sette centimetri, un’impressione strana, come un senso di soggezione, quasichè avessi commessa una grave indiscrezione a turbarne il riposo, e presentarmi a lei così nell’aspetto sconveniente d’un uomo un po’ meno che in maniche di camicia.
Fui sgradevolmente interrotto nel mio tête à tête e richiamato alla prosa.
Un gran pipistrello entrato in camera non so come, cominciò, radendo la terra, rimontando al soffitto, a dar di cozzo nei mobili, ad agitar la fiamma della candela, ad avvolgermi nei suoi giri cabalistici, gettandomi l’aria delle sue ali nel viso.
Ho ribrezzo dei pipistrelli; se poi sono leggermente vestito, mi par di sentirli appiccicarsi in un punto qualunque della persona, coi dentini bianchi ed affilati e suggermi quel po’ di sangue che posso aver nelle vene.
Posai tosto il ritratto, impugnai la canna dal profilo dell’Uomo fatale, e dopo aspro combattimento, colto in aria il mostro alato, lo vidi ai miei piedi sul pavimento con un’ala distesa e l’altra chiusa, le fauci aperte e gli occhiolini neri, maligni, scintillanti.
Gettato il vinto fuor della finestra, mi toccò ancora scostare il letto dalla muraglia per evitare che un grosso ragno che scendeva gravemente dal soffitto, attraversasse nel suo viaggio il mio viso. Poi entrai in letto, e stanco delle mie scoperte, meditazioni e battaglie, noiato dalle mosche del soffitto che svegliate dal lume si aggiravano ronzando e finivano per piover sui fogli del mio libro coll’ali bruciate, soffiai la fiammella, e m’addormentai.
Ho domandato ad un sapientissimo amico che cosa siano le allucinazioni.
Mi rispose che le allucinazioni sono false sensazioni, spontaneamente percepite dal sensorio, senza il concorso d’agenti esteriori, senza partecipazione dei sensi; fenomeni cerebrali, che non dipendono da una lesione propria di questi, non da associazione viziosa d’idee, non da vizio dell’immaginazione, ma bensì da un turbamento encefalico d’ignota natura.
Le allucinazioni, seguitò egli, nei loro effetti non differiscono dalle sensazioni reali, se non per l’assenza di attuali impressioni.
Così si può ascoltare una voce che non venne emessa, udire una parola non pronunciata, vedere un aggressore, un demonio, una donna bella, un angelo, avvertire un profumo gradevole, un odor disgustoso, gustar sapori fantastici, prender cibo, bevanda, ghermire un nemico, brandire un’arma, tutto per allucinazione.
L’amico poi voleva dividere le allucinazioni in olfattiche, acustiche, gustative e tattili, suddividere queste in viscerali e sensoriali, ma mi dichiarai soddisfatto, lo ringraziai della lezione e preferii pensare che nella notte dal 14 al 15 agosto ho semplicemente sognato.
Non potrei dire qual ora fosse della notte... sul canapè batteva un raggio di luna, un raggio pallido che illuminava un piccolo disco lucente: il ritratto in miniatura.
Io lo guardavo, e ne venivo raffigurando distintamente le linee come se lo avessi nelle mani, sott’occhio.
A poco poco, per un lavorìo inesplicabile che certo si veniva compiendo nella mia mente, i contorni divennero più fermi, presero proporzioni maggiori, ed infine lentamente, insensibilmente, senza sforzo, la figura si sviluppò al naturale e me la vidi dinanzi seduta sul canapè.
Era immobile nella posa del ritratto, pallida, lo sguardo fisso, le braccia nude bianchissime, le mani raccolte l’una nell’altra, abbandonate sulla veste chiara e sottile che disegnava le linee purissime d’un corpo meraviglioso.
Ad un tratto venne come un soffio che le infuse la vita: il seno cominciò a sollevarsi palpitante, il capo si piegò soavemente sulla spalla, le pupille si mossero sotto le ciglia... l’occhio si aperse limpido... si rivolse sfavillante d’una tenerezza indicibile al ritratto dell’uomo appeso sul di lei capo.
Allora vidi balenar come in un lampo la cornice dorata che si staccò dal muro, che scivolò senza strepito lungo la parete e l’uomo mi apparve tutto, alto, elegante, nobilissimo, al fianco di lei, vivo e palpitante.
Lo vidi cingerle col braccio la vita, baciarne a più riprese la mano lunga e sottile e le sue labbra aprirsi e chiudersi come se parlasse un linguaggio tenero, ardente, appassionato, accompagnato da gesti vivaci ed eloquenti.
Ella si era scossa tutta in un tremito nervoso, poi aveva appoggiato, come stanca, il capo sulla spalla di lui, ed ora, ad una parola di fuoco mormoratale nell’orecchio gli aveva cinto il collo colle braccia, come d’una candida sciarpa, ed avvicinando lentamente il viso al suo, cercava colle pupille smarrite...
— Ohè!... sono le tre e cinque minuti... alzati marmotta!
Ero seduto sul letto ansante, sudato, col cuore che palpitava rabbioso, nulla discernendo nella camera oscurissima.
— E così, rispondi o non rispondi? — gridava Mario fuor dell’uscio. Sei sveglio? — Bene alzati e fa presto... non hai zolfanelli?
Ed entrato in camera accese col suo il mio lume.
— Sai che sei pallido come uno spettro! — Hai avuto male? Perchè non hai chiamato? — Te lo voleva dire, ieri sera, di non mangiar tante pesche.
— Ma no... grazie, sto bene sai, ho dormito benissimo.
— Quando è così, spicciati, non basta arrivar presto, bisogna arrivar primi.
E sparve, impaziente ed affaccendato, giù per la scala.
Non potevo staccar gli occhi da quel punto.
Sogno, allucinazione, illusione dei sensi, fantasia;... siano pure... le linee squisite di quel gruppo trepidante d’un amore sconfinato e soprannaturale, mi sono incise nel cervello e ci andrà del tempo prima ch’io le senta affievolirsi e confondersi.
M’avvicinai al lungo mobile. La piccola miniatura posava sui cuscini accanto al ritratto d’uomo, appoggiato al bracciuolo; la muraglia in alto era leggermente scalcinata, il chiodo giaceva sotto il canapè.
Eppure avrei giurato d’averlo la sera riappiccato al muro, quel ritratto!
Eravamo armati ed in ordine. Mario aprì l’uscio verso il cortile, i cani si precipitarono in casa e vedendo brillare i fucili, cominciarono a latrare festosi: era venuto il tempo d’empire le nari, diguazzando nella rugiada, cogli effluvii grassi della selvaggina, venuto il tempo di piantar i denti nelle carni ancor vive e palpitanti degli animali feriti, e sfogar l’istinto feroce assaporando tra le fauci il sangue caldo e fumante, cogli occhi chiusi ed il corpo accosciato sotto i ceffoni ed i calci largiti dai padroni troppo frettolosi di ritirar la preda.
Un lampo abbagliante seguito immediatamente da fortissimo tuono, ci arrestò sulla soglia; i goccioloni caddero larghi e violenti, si fecero fitti, i lampi ed i rombi si succedettero, e così cominciò un bell’acquazzone con tutti i sintomi di durata più dichiarati.
Rinunzio a descrivere l’ira di Mario. — Io guardavo alla finestra volendo anche persuadere me, mentre cercavo persuadere lui: — Non può durare, caro mio un temporale, più è violento meno dura; fra mezz’ora, un’ora al più, saremo fuori.
L’acquazzone prolungandosi diminuì di violenza, si cambiò in una pioggia fitta, cheta, perfettamente verticale. Il cielo si rischiarò solo quanto bastava per provare che il giorno era venuto, vestì una tinta unita color del piombo e parve disporsi a restar così tutta la giornata.
Salii alla camera gialla. Volevo rivedere i due ritratti che si volevano tanto bene.
Due fisonomie animate e pensanti, piene di rilievo e d’espressione mi si disegnavano nella fantasia; i loro lineamenti si spiegavano, si illuminavano a vicenda, il sogno m’aveva lasciata quasi l’impressione d’un fatto reale.
Presi da una mano il ritratto grande, nell’altra il piccolo e scesi.
Mario saliva alla galleria per esaminar l’orizzonte. Veniva su svogliato, dondolandosi ad ogni scalino, aveva le ciglia alte, inarcate, teneva in mano un tozzo di pane, e vi mordeva tanto per sfogarsi, quanto per far colazione.
— E così, disse fermandosi a guardar quel che portavo, non ti resta a far di meglio che turbare il riposo ai miei avi?
— Tuoi avi?
— Sicuro, questo è il padre di mio padre, mio nonno Maurizio.
— E questa?
Mario mi tolse di mano la miniatura, la guardò, fece un atto di ammirazione e di meraviglia, poi entrò nella camera gialla e andò difilato alla finestra per osservarla in una luce chiara e decisa.
— È tua nonna, forse? gli domandai.
— Mia nonna no certo, questa signora non l’ho vista mai, non so niente, non so chi sia... Ma, per Dio, è una splendida creatura!... Dove diavolo sei andato a snidarla?
— Sono stato indiscreto?
— No... perchè forse non l’avrei trovata mai.
Allora gli dissi minutamente dove e come aveva scoperto la miniatura.
Egli mi ascoltò cogli occhi fissi sul ritratto.
Mentre parlavo vedendo che si mangiava cogli occhi quella figurina, provavo un senso strano di gelosia e due o tre volte, stesi le mani quasi cercando ritorgliela. Infine scorgendolo serio ed attento, mi arrischiai a dirgli del sogno.
Or bene, non m’interruppe con impazienza, non rise, non l’attribuì come mi aspettavo alle uova sode mangiate coll’insalata, all’essere andato a letto subito dopo cena. Abbozzava probabilmente in quel punto un idillio con quella donna vissuta settant’anni addietro.
Andò poi lentamente nell’altra stanza, tornò con un martello ed un chiodo e rimise il ritratto del nonno a sito; quindi scostato, nella parete in faccia, l’orologio sul caminetto, collocò la miniatura di fronte, in modo che i due personaggi si potessero guardare.
Aperto infine il cofanetto giapponese fiutò, esaminò il guanto, lesse le note e le massime contenute nel piccolo portafoglio.
Ho detto che, oltre alle massime scritte da mano certamente femminile, vi erano alcuni versi di pugno più probabilmente maschile. Mario li osservò attentamente, poi uscito, tornò tosto tenendo fra le mani alcuni fogli manoscritti, confrontò i caratteri delle due scritture e parve soddisfatto di trovarle identiche.
— Ecco, mi disse porgendomi quei fogli, qui c’è il romanzo, il protagonista lo conoscevo, poichè ne avevo il ritratto, restava a chercher la femme, e tu l’hai trovata. Tu sai, seguitò, che in questi tempi si sono rinvenute, inventate, pubblicate lettere, memorie, note senza fine. La scoperta più o meno vera d’un manoscritto, in cui è narrata per filo e per segno tutta una storia, è un vecchio artificio sul quale non abbiamo più molte illusioni; l’abbiamo accettato dai romanzieri e novellieri vecchi, l’accettiamo dai moderni, l’accetteremo, non potendone fare a meno, dai futuri. Eppure, eccoti qui alcuni fogli, che nessuno certo si divertì ad inventare ed a cacciar poi nel vecchio baule dove li ho trovati io.
L’anno scorso, quando in una dolorosa circostanza ho dovuto mettere mano al baule tarlato, ai sacchi sdrusciti delle vecchie carte di famiglia, e frugar a fondo nei testamenti, negli atti di lite, nei vecchi titoli di proprietà, questi fogli sbucarono fuori all’improvviso, pagine chiare e colorite, perdute fra i documenti serii e tediosi, come fiori in un sacco di patate.
Il carattere è quello di mio nonno Maurizio, l’ho confrontato con altri documenti che di lui mi rimangono. Come vedi sono fogli staccati, diversi di dimensione e di colore, e contengono la storia un po’ sconnessa, d’una sua violentissima passione per una donna che gli involò il cuore per modo che non lo riebbe mai più.
Nessuna data, nessuna cifra, salvo nell’ultimo, nel quale il carattere è come invecchiato, e si capisce scritto dalla medesima persona ed unito agli altri, molti anni dopo. Vedrai leggendo, al modo scucito, incompleto e disordinato di scrivere che l’autore non era uomo di lettere nè scrittore di professione, ma prendeva la penna così per scrivere senza preoccupazione di forma o di dettato al momento in cui gliene veniva la volontà, o l’idea. In molti punti le lettere tradiscono l’emozione della mano che le ha tracciate; insomma queste sono pagine di vita vissuta, evidentemente non scritte per essere conservate, per formare un così detto giornale, ma buttate là per sfogo, per calmare la febbre del cervello e dell’anima... cominciate, interrotte, riprese, testimonii forse di molti sospiri, di lagrime amare, di lotte tremende tra la ragione ed il cuore.
Quanto al personaggio, sono poco informato.
So però che egli nacque in Torino nel 1782, da parenti che non erano nobili, appartenevano all’alta borghesia ma frequentavano la nobiltà, ne avevano presi i modi e le opinioni, tantochè furono poi classificati fra i così detti aristocrates.
Da giovanissimo egli era stato destinato alla carriera delle armi, e tutti i suoi studi erano volti a questo scopo; ma poi uno zio, tornato di non so dove, aveva voluto farlo entrar nel commercio. Così inviato in Isvizzera ed in Francia, prima aveva imparato a volar sul ghiaccio coi pattini, a traversar laghi e fiumi a nuoto; poi s’era perfezionato nell’equitazione, nella scherma e nel tiro alla pistola.
Tornato a Torino, non aveva fatto il negoziante, e soldato lo diventò solo più tardi, quando si guadagnò il titolo di barone dell’impero, benchè semplice luogotenente, e la stella della Legion d’Onore.
Al tempo in cui probabilmente scrisse i primi di questi fogli, avendo fama di elegante fra gli eleganti, lavorava ad accrescerla e mantenerla, e lo immagino giovane, allegro, matto, disinvolto: in quell’età in cui certi vapori offuscano il cervello, in cui si sogna come felicità unica, intensa, suprema, essere pazzamente amato da una donna altera e bellissima con tutto il raffinamento della eleganza, della passione, della colpa.
Quanto al fisico, non so se fosse l’Antinoo coi muscoli d’Ercole, se avesse le torse d’airain, le poignet de fer, les muscles d’acier. Mai davanti agli occhi il ritratto a mezza figura, puoi immaginarti tutta la persona: prolungar l’abito azzurro chiaro, veder le gambe fine e nervose serrate nei calzoni color camoscio, ed i piedi aristocratici da ci-devant, finamente calzati da stivali neri a ghiandina d’oro. Oltre al ritratto, ci sono io suo discendente diretto, guardaci; e formati da questi due documenti umani un ideale poetico quanto vuoi.
Ecco quei fogli in tutta la loro integrità:
(Iº)
················
Che non ci sia proprio modo di pigliar sonno stanotte?.... Ho provati tutti i mezzi citati come infallibili: contati i numeri dall’uno al mille, poi ricominciato... Ho cercato di fermar la mente su cose noiose, sul libro di commercio che mi mandò ier sera lo zio... le idee scappano a divertirsi altrove e non riesco a seccarmi tanto da far venir il sonno.
Non potendo leggere, voglio provare a scrivere. È una occupazione quasi nuova per me.
Scrivere a chi?
A nessuno.
Scrivere per metter fuori in qualche modo tutto quel trambusto che ho nel cervello stanotte, poichè non ho sonno, non posso leggere, non so che fare, ho bisogno di star solo, di sfogarmi da solo; tantochè se avessi qui un amico, non gli direi quello che penso, lo pregherei di andarsene perchè mi disturberebbe e mi riescirebbe assolutamente importuno. Sento che sfuggirei la più piacevole compagnia per potermi abbandonar liberamente ai miei pensieri.
E poi, ho questi bei fogli bianchi sul tavolo, mi sorride l’idea di farci scorrere sopra la penna... di appoggiarne di tanto in tanto il capo piumoso alla fronte, e quando mi par bene imbevuto, bene inzuppato d’idee, lasciar colar giù tutto, i pensieri insieme coll’inchiostro. Se mi annoierò verrà il sonno, nel caso contrario vuol dire che mi divertirò, e non domando di meglio.
Anche dodici ore or sono mi annoiavo.
Un sole di fuoco nelle vie, e nessuna energia per ritrarmi all’ombra.
Visitati tutti gli antiquari senza trovar nulla[1]. Non una forma femminile interessante, nella strada, alle finestre, ai balconi.
Nessun dolce pensiero da canticchiare fra i denti...
La noia è il gran male della mia vita; talvolta giungo a divertirmi anche solo colle immagini appassionate o bizzarre che nascono nella fantasia; ma oggi no, oggi avevo la mente intorpidita.
Se non fossi entrato nel cortile delle diligenze, forse avrei continuato ad annoiarmi fino a sera.
In certi giorni tutto è distrazione.
Quando mi accade di veder arrivare una di quelle grandi macchine che fanno traballar mobili e vetri con tutto quel fracasso di cavalli, ruote, sonagli, colpi di frusta, mi assale una gran curiosità, un desiderio irrequieto di sapere chi vi sta dentro.
Niente poi mi diverte quanto il trambusto della partenza, quando vi assisto come spettatore: i viaggiatori che vanno e vengono, i facchini che smuovono, portano, caricano sacchi, il conduttore, sempre tal quale, col suo berretto di pelliccia, il foglio coi nomi dei passeggieri in mano, rosso come un dindo, affannato a scalmanarsi bestemmiando attorno alle ruote, ai finimenti, ai bagagli male allogati.
Che sfilar di tipi. Quante figure curiose. gotiche e strane che non s’incontrano altrove! — Quel tale che oggi andava,... fino, a Vercelli forse,... con un gran canestro di provvigioni, in una tasca una bottiglia, nell’altra una gran pistola che gli tirava il pastrano fino a terra.
Quei due poveri giovani cogli occhi fissi e rossi che non potevano nè piangere, nè parlare, nè separarsi... A quante scene da romanzo, da tragedia o da commedia non assisterebbe in un mese chi frequentasse tutti i giorni il cortile della gran posta.
Quando arrivò la diligenza di Lione, se m’avessero proposto d’indovinare chi vi era dentro... Elena! Proprio lei, dopo tanti anni, qui in Torino!
Ed il caso che mi fa trovare presente all’arrivo, come incaricato di riceverla, di farle gli onori!
Così avessi potuto avvicinarmi e parlarle!
Come ho presente tutto quello che mi accadde da quel momento fino a ieri sera, quando sono rientrato in casa!
Tutti i pensieri di prima, tutte le cose passate, affari, amori, piaceri antecedenti alla giornata di ieri, si fondono ora in una sola circostanza, in una sola persona, in un solo finale,... e non ho più potuto far altro stanotte che riandar colla mente tutti i minuti particolari di quel che mi avvenne, raccontarli, ripeterli, commentarli a me stesso.
Ecco perchè ho lo spirito tanto irritato, ecco perchè non mi è possibile dormire.
Ricomincio sempre daccapo: rivedo la diligenza che si ferma, le portiere fra le due ruote che si spalancano; incominciano a venir fuori prima le houppelandes ed i bonnets à poils degli ufficiali, poi quell’individuo grasso, col panciotto color fuoco a frangie verdi, il più pacifico fra gli orologiai di ginevra, senza dubbio, poi quel calvo alto, dalla rédingote a sei pellegrine; poi ho visto quella manina finamente inguantata uscir dallo sportello del coupè e posarsi sul braccio dell’uomo già sceso prima e non ho più guardato altro.
Saltò a terra svelta e leggiera e non la conobbi, ma mi parve che il cortile, la diligenza, le case, la gente intorno, tutto si illuminasse, come quando il cielo è grigio e scuro, e sbuca fuori all’improvviso un raggio di sole.
L’ho riconosciuta poi nella sala dell’amministrazione, allorchè sentendosi guardata, si volse verso di me si fece tutta rossa ed andò a passare il braccio in quello del marito senza rendersi, io credo, ragione dell’atto.
Aveva, mi pare, le ciglia un po’ serrate, l’insistenza di quell’individuo quasi nascosto in un angolo scuro, a divorarla cogli occhi, le dovette parere una bella e buona indiscrezione.
Ma Dio mio! non mi saziavo di guardarla.
Era così bella in quella douillette dall’orlo di pelliccia, vista così di profilo, mentre batteva col piede leggermente il pavimento... aspettando che colui,... il marito, avesse finito coi bagagli.
Non m’ero ancor riavuto dalla sorpresa di riconoscerla, ero ancora intento a confermar la scoperta, che già sentivo nel cervello brulicare migliaia di ricordi. Scappavano fuori dagli angoli in cui erano sopiti, svegliandosi tutti ad un tempo come tanti freschi profumi, come avessi odorato un mazzo composto di fiori svariati.
E anche adesso, in questo momento... quante cose a cui non ho pensato più! Tutta quella splendida primavera, per esempio, passata nell’Astigiano, alla campagna della cugina Irene, Elena ed io eravamo sempre insieme.
Credo abbiamo tutti nel passato cotesti amori di fanciullo, vagiti del cuore che si sveglia, l’alba che precede il sole.
Che bei momenti in quelle passeggiate verso sera cogli altri villeggianti; le mamme indietro parlavano delle faccende di casa, e i nonni, i papà e gli zii, si fermavano di tanto in tanto, perduti in lunghi e interminabili discussioni, segnavano colle mazze, linee intricate nella polvere gialla della strada; tanti piani di battaglie.
Non capivo nulla di quel che dicevano i grandi; noi, fanciulli e bimbi, ci facevano camminare avanti.
Elena ed io serii e composti ci davamo la mano camminando, gli altri strillavano, scorrazzavano nell’erba, entravano nei fossi a pigliar le rane; ricordo i pugni che facevo piovere sul dorso del piccolo Luciano, sgarbato come un carrettiere, quando buttava il fango sulla vestina di lei. Quella veste di mussolina, all’enfant, la vedo ancora!
Quante memorie, quante memorie!
Quando le scrissi: Cara ti voglio tanto bene e sono il tuo Maurizio.
E posi la lettera nel cavo del melo, in giardino, dicendole d’andarla a prendere e di farmi una risposta.
E quando andando a porre nel cavo un bigliettino, Elena fu punta da una vespa nascosta. La sentii piangere, accorsi tutto sconvolto e piansi anch’io, senza accorgermi che le lagrime lavavano via il fango fresco che le applicavo sul ditino per calmare il dolore.
E la lettera perduta nel viale, e trovata dal giardiniere che per fortuna non sapeva leggere, e non scoprì la trafila tenebrosa del nostro intrigo.
Quanti anelli di perle infilate dati in cambio dei fiori che le portavo, e come era divenuto gonfio il suo libro da messa col fermaglio che non mordeva più, e i fiori che scappavano via da tutte le parti!
Come pianse quando ci separammo.
Io volevo far l’uomo. Sicuro! Bisognava essere calmi, forti, era questione di tempo, sarei tornato di Svizzera, l’avrei sposata senz’altro.
Ed invece!...
Un famoso biglietto di faire part, a Lione, anni dopo, colla sua brava vignetta: due cuori che ardevano sull’ara, una colomba che vi teneva col becco sospesa sopra una corona, l’arco e la faretra, un cane simbolo di fedeltà ed il motto: L’Amour nous unit! Annunzio di nozze del cittadino Giacomo Miniuti colla cittadina Elena Moreni.
Quanti discorsi a quei giorni cogli amici sull’incostanza delle donne, sui loro tradimenti, sulle illusioni perdute per sempre.
La sapevo col marito a Parigi... m’ero fatto all’idea di non vederla più, ed oggi, d’un tratto, dopo tanti anni, me la trovo davanti e per tutta una sera il destino ci colloca in presenza l’uno dell’altro, con ostinazione incredibile... e benedetta sia l’ostinazione del destino!
Ero persuaso quando la vidi all’angolo della Place Impériale[2] svoltare nella rue des Garde-Enfants[3] e scomparire nel portone dell’Hôtel de la Bonne Femme, che stanca dal viaggio non sarebbe più uscita nella giornata, ed invece, mentre al caffè del Rondeau parlavo cogli amici, eccola, fresca come una rosa, a braccia del marito, entrar nel viale di sinistra[4] e seguire al Po l’onda dei Torinesi, che vanno ogni giorno a vedere, ai lavori del Ponte, i prigionieri spagnuoli che fabbricano la palafitta.
Era bella quest’oggi la città; Ella deve averne riportato buona impressione; molte donnine eleganti, nei viali pieni d’ombra, molti bimbi che cercavano scarafaggi, empivano di ghiaia i carretti, facevano galloria nell’erba. Un’allegria di sole meravigliosa sui prati, sulla collina in fondo, enorme mosaico di verdi variati, di seni tranquilli, di ville bianche e splendenti.
La vidi ritornar per l’altro viale, rimontar la via di Po, entrar a riposare nel gabinetto letterario di Carlo Bocca, la rividi al ristorante Dufour... al teatro Carignano.
È strano il fascino che esercita la donna bella ed onesta anche sui più indiavolati.
Stassera si faceva un baccano d’inferno da Dufour. La conversazione era quasi generale; un parlar alto, risate piene e sonore, frastuono di bicchieri, di piatti, di forchette.
Quei quattro ufficiali del 7º corazzieri colla loro Volpianina, cominciavano anche a passare il segno.
Quando comparve sulla soglia Elena col marito, ecco farsi la calma, l’ordine, la modestia, il silenzio.
Mi ricordò la scuola, l’entrata del professore in mezzo al tafferuglio della scolaresca.
Li vidi rimaner ambedue come imbarazzati da quel silenzio improvviso. Ella poi si fece di fuoco in volto quando non trovando tavoli liberi in nessuna delle sale, si videro soli ritti fra gente seduta, bersaglio a tutti gli sguardi, nella situazione leggermente umiliante di chi non ha potuto conseguire quel che bramava.
Ho fatto presto ad alzarmi ed offrire il mio posto... temevo che qualcuno mi prevenisse.
Ella s’inchinò senza guardarmi... e Miniuti: