E. SCARFOGLIO

IL LIBRO
DI
DON CHISCIOTTE

1º Migliaio

ROMA
A. SOMMARUGA E C.
Via Umiltà, 79

1885.


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tip. della Camera dei Deputati (Stabilimenti del Fibreno)



[INDICE]


A LEONE FORTIS

IN ARCADIA DOTTOR VERITÀ

NON GLI POTENDO FARE MAGGIOR DISPETTO

QUESTO LIBRO

DEDICO

DONO

CONSACRO.


PROLEGOMENI.

Sarà, giorno più giorno meno, un anno, io ritornai a Roma dalla Calabria, ove avevo bevuto del buon vino di Sambiase e scritto alcuni miei pensieri intorno agli ultimi nefasti della novellistica italiana che a moltissima gente, anche non novelleggiante, erano parsi troppo scismatici. Figuratevi: appena disceso dal treno corsi a vedere i miei amici del Capitan Fracassa, e con maraviglia grandissima li trovai tutti furibondi contro di me. Celiarono, motteggiarono, mi dettero ridendo dell'asino, dell'imbecille; i più benevoli mi dissero affetto da un qualche subitaneo accesso di pazzia; e non mancò chi, chiamatomi a parte, mi ammonisse fraternamente di guardarmi dai sortilegi del mio buono e sperticato amico Angelo Sommaruga, il quale mi dimostrava, dicevano, d'avanti alla baracca bizantina a caprioleggiare per chiamar gente.

Come io accogliessi quelle celie, quelle canzonature e quegli ammonimenti de' miei migliori amici, non occorre dire: risi anch'io, tanto per fare qualcosa; e ritornando a casa la notte pieno di sonno e di stupore, mi persuasi che in Italia, ora, chi affermi che per scrivere qualcosa in lingua italiana sia necessario almeno di sapere la lingua italiana, fa la figura di don Quijote visionario di cavalleria nella Spagna di Carlo V e di Filippo II. E poichè l'età e un naturale sconcerto dell'organismo mi traggono ai cimenti d'un caballero andante, mi piacque di fare il don Quijote della novissima letteratura italiana, senza lasciarmi dissuadere dal primo incontro dei molini a vento.

E la seconda avventura non fu meno terribile della prima, poichè certe mie opinioni ereticali intorno al dramma moderno parvero così goffamente serpentesche al marchese D'Arcais e a tutti gli altri ultimi credenti nella grandezza del teatro, che invano, per più notti consecutive, io mi sfiatai a confortare le mie affermazioni pubbliche di molte dimostrazioni private. Ridevano quei maledetti, e mi chiamavano il Coccapieller della letteratura italiana; e per sino il mio buon amico Arnaldo Vassallo, che non ha dubitato di collocare la Mecca in Africa e di annegare l'amico di Ero nello stretto di Messina, rinfacciandomi di essere stato bocciato nell'esame di geografia, mi ammoniva che chi non sa molto sicuramente le divisioni e la nomenclatura del sistema alpino non può sentenziare di cose drammatiche. Allora io, ritornando ostinatamente su quel medesimo argomento, pubblicai questo brano di prosa che parve una spavalderia, e non era se non un proponimento:

«La Cronaca Bizantina, tra gli altri titoli grandi all'amore di chi la scrive e alla gratitudine universale, ha questo: che tutte le cose pubblicate e tutte le opinioni manifestate in essa trovano nel pubblico dei lettori una larga cerchia di discussione. I nostri tavolini sono tutti ingombri di lettere protestanti contro la bestialità delle nostre novelle e contro la feroce violenza della nostra critica; e ogni volta che qualcuno di noi esprime con le parole o col fatto i suoi intendimenti d'arte, gli abbonati e gli amici lo assaltano da tutte le parti. Buon segno questo, poichè gli abbonati alla scadenza rinnovano l'associazione, e poichè l'amicizia non è menomata dall'impeto della critica; e noi, a traverso gli assalti e le proteste, con le parole e coi fatti seguiteremo a esplicare e a propagare questi nostri convincimenti, che in Italia il gran cadavere delle arti letterarie non possa risorgere ove non lo susciti dal sonno della morte lo squillo di tromba della coltura rinnovata; che il punto di partenza della futura arte italiana debba essere quello appunto a cui, dopo una lunga evoluzione, pervenne in Germania il Goethe; che chiunque prenda in mano la penna per scrivere, sia pure la cronaca d'un giornale, sappia quello che fa e perchè lo fa, e come prima di lui in Italia e fuori d'Italia gli altri fecero quello che egli si propone di fare; che il canone universale, in fine, sia il concetto della Weltliteratur, così bene intuito dal Goethe e così mal predicato dai fratelli Schlegel.

«Per queste nostre opinioni, nate da un esame non breve di molta parte della letteratura moderna, noi combatteremo con tutta l'ardenza del nostro spirito, senza riposo e senza quartiere; poichè, in fine, noi vogliamo una cosa onesta e savia e patriottica insieme: noi vogliamo che l'arte dell'Italia nuova, monarchica o repubblicana o nihilista ch'essa sia per essere, si liberi dall'abbietto vassallaggio francese che la tiene più forte di quanto la servitù della gleba tenesse l'Italia antica.

«Perchè questa persuasione entrasse nelle menti e guidasse l'opera dei molti che mostrano attitudine a far cose belle e buone, basterebbe che costoro sapessero un poco di storia e di letteratura europea; sapessero, sopra tutto, di storia e di letteratura italiana e francese. Ma poichè così non è; poichè in Italia chi consiglia una cosa utile è reputato peggio che pazzo; poichè il titolo d'una raccolta di novelle indiane move al riso una folla di scrittori che lo apprendono dalla Cronaca Bizantina, è segno che il male è serio e che non basta accennarlo fuggevolmente. No, accennarlo non basta; ma è necessario ritornarvi sopra ostinatamente, e dichiarare e dimostrare parte a parte tutti i sintomi del male. Tanto meglio per noi: il nostro campo di combattimento si allarga. Non si faranno più delle corride di tori, come pel passato, ma ce ne andremo pel mondo in traccia di avversari e di mostri. Forse noi abbiamo nelle vene troppo sangue di caballero andante, come don Quijote, ma certo non abbiamo terrore dei molini a vento. Da oggi innanzi la Cronaca Bizantina diventa un campo aperto.

«Noi non tenteremo più l'impresa di Roncisvalle, poichè lo squillo del corno lacera troppo gli orecchi, ma diventiamo i tenitori dello steccato: tutti i libri che si pubblicheranno, tutte le comedie e tutte le tragedie che saranno rappresentate, noi le assaliremo singolarmente ad armi cortesi, dacchè le armi di guerra e le mischie in massa si vogliono proibite, o le leveremo sugli scudi, come la nostra coscienza e i nostri criteri d'arte ci consiglieranno.

«Poichè noi in fine non ci proponiamo di assaltar la gente ai crocicchi dei boschi con le coltella tra mano, ma vogliamo in ogni modo persuaderla di una verità santa e dolce al nostro amor proprio nazionale: che la letteratura francese moderna, della quale noi ci compiaciamo, nella quale noi ci specchiamo da venti anni, è una cosa mediocre artifiziosa e moritura; e che, se noi vogliamo rivedere qualche ombra d'arte levarsi alta prima della fine dell'arte, dobbiamo stornar la vista dalle Alpi. Guardate: mentre noi stiamo tutti intenti alla bella meccanica dell'Odette, le forze comiche rampollate dall'effervescenza caustica della nostra fantasia popolare si disperdono o tralignano. Guardate: noi andiamo ad ammirare al Valle gli sbalzi di pantera della signora Duse in mezzo ai dinoccolamenti di cinque o sei marionette, e sul palco scenico del Metastasio Pulcinella imbastardito canta un'arietta francese.

«Noi ci mettiamo a una battaglia rude, con poca speranza di vittoria, suscitandoci contro molti malumori quando più avremmo bisogno di benevolenza. Ma non importa: purchè quei criteri che ho accennati in principio prevalgano, lasciamo pure che i vecchi appendicisti teatrali ridano della nostra inesperienza scenica e del nostro furore di combattimento. Noi siamo i don Quijote della critica, e ce ne congratuliamo con noi medesimi; poichè, mentre tutti quanti gli ideali umani nella Spagna, in Italia, in Francia, in Fiandra, nel Messico cadevano gelati dal risetto maligno di Carlo V imperadore, si levò don Quijote a rappresentare l'ultimo palpito di un ideale.

Sarà un'aberrazione, e le Società per la tutela ecc., seguiteranno a spandere molti quattrini per far tradurre molte comedie francesi: ma che volete? Noi non ci sappiamo rimovere dalla nostra persuasione, e, checchè sia per accadere, non scriveremo mai i due brutti versi di Gian Giorgio Trissino:

Maledetto sia il giorno e l'ora e 'l quando

Presi la penna e non cantai d'Orlando.

Le promesse, non le minacce come qualche bell'umore volle dare ad intendere, furono, questo libro lo dimostra, tenute. Io mi aggirai, pazzo cercatore di ventura, fra una turba che da prima mi guardava scompisciandosi dalle risa, poi cominciò a scaraventarmi addosso torsi e torsi e torsi di cavolo. O bei torsi di cavolo verdi e nodosi onde le schiene mie giovenili furono consolate! Chi li potrebbe noverare, o almeno classificare per categorie? I miei più cari amici me ne lanciarono con tutta la forza dei polsi, reputando in buona fede di fare opera di misericordia. I lontani dicevano e stampavano ch'io fossi un ragazzaccio che voleva far del chiasso con la facile infamia della diffamazione; i conoscenti miei, vedendo con gli occhi propri quanto io fossi nemico del chiasso vacuo e ozioso e quanto poco esso conferisse alle mie speranze e alla mia personale ambizione, arguirono ch'io fossi un mattoide.

E forse costoro hanno ragione; poichè non si può, senza presupporre un qualche guasto cerebrale, concedere che un uomo, il quale facilissimamente, col solo permutare in superlativi laudatorii alcuni peggiorativi della sua prosa, potrebbe diventare il prediletto di tutti gli scribacchiatori d'Italia e conquistare una bella fama di ragazzo miracoloso, per uno stolido e monomaniaco feticismo dell'arte si rassegni ad accumulare sopra il suo capo una così fiorente mèsse di vituperi e di disdegni e di canzonature. Comunque sia, quando io dalle sfere serenamente luminose de' miei primi studi discesi in mezzo alla nebbiuccia sporca della letteratura odierna, e abbandonai Omero e Goethe, Aristofane e Molière, Orazio e Heine per il signor Rapisardi, per Salvatore Farina, per Paolo Ferrari, proprio mi ritrovai nella pelle di don Quijote escito di fra i suoi romanzi d'avventura ai piani della Mancha. Io, per dichiarazione de' miei giudizi drammatici, ricordavo Eschilo o Shakespeare o Goethe, e i cronisti teatrali mi ridevano sul muso; citavo il Decameron, e i novellatori spiritosi mi ammonivano che il Boccaccio è un mito.

Così non mai disegno di legge per un aumento d'imposte fu con tanto vario e concorde accanimento combattuto e vilipeso, quanto questo libro man mano che appariva nei giornali. Nessuno mostrò di avvedersi che le cose dette da me erano gli elementi della più volgare erudizione e le fondamenta del più comune buon senso; ma gl'ignoranti di qualche ingegno mi presero per uno strano pedante che pretendesse d'imporre loro un programma d'insegnamento, e gli eruditucoli cretini mi vollero far passare per un ciarlatano che tentasse a furia di parole cabalistiche di conquistarsi fama di erudizione in paese di barbari. Anche non mancò qualche stupido (l'ultimo è stato un gaglioffo marchigiano sudicio e zazzeruto come un Fariseo di Heine) che denunziasse me — proprio me! — come il tamburino d'una fantastica oligarchia letteraria. Ecco che cosa si guadagna a fare il don Quijote! Vede ora il Dottor Verità che sarebbe un gusto da cane idrofobo posare per critico antropofago in conspetto del popolo?

No, caro Dottor Verità. Per quanto io mi diletti meco medesimo di tutti questi torsi di cavolo che mi piombano da ogni parte, non posso reggere all'amarezza di vedere il pio Giacinto Stiavelli affannarsi a cercare un qualche modo di farmi dispiacere, e affastellare, con grave danno del suo officio d'impiegato governativo, bibliografie sopra bibliografie per potere avventarmi di straforo qualche torsoletto accidentale col metodo dei Parti lanciatori di frecce. Non posso, senza scoppiar dalle risa, vedere due bravi giovinotti, i quali hanno l'abitudine di tagliuzzare in tanta carne da salciccia tutti quelli che non cantano la gloria dei loro sterili sudori di copiagione, e questa ciccia così stranamente tagliuzzata e pesta insaccano in certe loro parentesi tonde come il loro cervello o quadre come la loro persona, tentare la medesima gherminella contro di me. E via, o salcicciatori vilissimi! Che diavolo volete voi tagliuzzare? Non vedete che io non ho sopra le ossa dure tanta carne da fare una mortadella? Non vedete quanto siete ridicoli? Voi avete la testa di piombo e i piedi di creta, e tra il piombo e la creta l'invidia di voler fare anche voi ad ogni modo qualcosellina memorabile ha eroso un cavo, ove il canchero della vostra imbecillità dorme un sonno fatato, aspettando invano un qualche risvegliatore. Che Dio perdoni a Giosuè Carducci di aver chiamato i giovini d'Italia alle biblioteche e agli archivi! Egli, primo, ne porta le pene, poichè gli tocca di soffrire la fastidiosa prosopopea di certi sciocconi, i quali credono in buona fede che basti ricopiare una qualunque cosa inedita per ascendere le più alte vette della sapienza e dell'intelligenza umana. Tali sono, naturalmente, i due bravi norcini che mi hanno mosso a questo discorso. Costoro sono stati, fra tanti altri giovani veramente degni, scelti a insegnare filologia romanza in due Università italiane, poichè dura tuttavia in Italia e prospera la tradizione di quel ministro, che non avendo pronta alle domande d'un garzone farmacista una catedra di storia naturale, glie ne dette una di sanscrito. È naturale che questi due bravi giovinotti, vedendosi così singolarmente segnalati fra tanti migliori di loro, abbiano fatto nel cavo della loro testa plumbea questo ragionamento: se hanno data a noi una catedra universitaria quando non potevamo onestamente sperarne una di ginnasio, è certo che noi abbiamo un qualche straordinario merito che ci fa degni di tanto favore; e poichè noi nella grande miseria della nostra gioventù non altro abbiamo fatto se non ricopiare a stampatello e parte anche in corsivo con inchiostro d'anilina e non senza qualche sproposito i sonetti del Pecora, è indubitabile che per essere in Italia insegnanti e critici di filologia romanza una buona dose di pecoraggine sia indispensabile.

Io sono presidente, dunque suono il campanello, diceva il marchese Colombi; ma questi due sono più colombi del marchese Colombi, e hanno detto: noi soniamo il campanello, dunque siamo presidenti. E si son messi a salcicciare.

Se non che io non sono disposto a lasciarmi assassinare nel trabocchetto d'una parentesi quadra con le armi insidiose di due punti ammirativi; e denunzio all'Italia che due professori di filologia romanza eletti senza concorso non hanno neppur letto il compendio di storia letteraria provenzale del Bartsch, poichè pare loro uno sproposito ammirando dire che la Francia meridionale, se bene ebbe dei rifacimenti e qualche nativo virgulto rampollato sotto i passi di Carlo Martello dai campi di Poitiers, non fu veramente epica; e ignorano pienamente la storia della liturgia cristiana, poichè, se avessero saputo che il canto liturgico in Grecia contrappose la ritmica semitica alla metrica classica pagana; se avessero saputo che in Italia questa forma di opposizione fu più facile e più manifesta, perochè la liturgia trovasse nei canti popolari latini degli ausiliari contro la poesia classica e pagana, udendo proporre il desiderio che si ricercassero da qualcuno più competente di me e di loro le influenze che nelle nuove forme metriche può avere avuto la ritmica siriaca ed ebraica, non avrebbero fatto quella mossa di meraviglia pietosa da villani che, per parer furbi, ridano sul naso di chi parli loro del telefono.

Ma questi asinelli che vogliono celare la scioccheria loro sotto la pelle del Pecora non sono nè pur furbi, se bene son villani assai. E perchè sono stufo dei molini a vento, saluto caramente questo grosso signor Renier che mi pare un canonico officiante a cui il piccolo signor Novati agiti d'avanti il turibolo salmodiando in gloria con quella sua vocetta blesa che sembra impastata di sorbe acerbe e di succo di barbabietole, e passo oltre, senza badare a tutti quelli che da Milano e da Potenza, da Roma e da Meina, da Napoli e da Santa Maria di Capua, da Palermo e da Nocera dei Pagani mi hanno gridato e mi gridano tuttavia la croce addosso.

Solo, prima di raccogliere le vele, sento il dovere di rendere le più vive azioni di grazie ai due ultimi miei frombolatori, un maschio e una femmina. Sì, anche una femmina, poichè io non solo sono stato lacerato dai cani come Atteone, ma come Orfeo sono stato dilaniato dalle Menadi. Il maschio è un tal Dario Papa, del quale io non so altro se non che accompagnò Ferdinando Fontana in America, e che, chi sa perchè, ha voluto contro ogni norma di buona creanza e di delicatezza cacciare il naso in una mia question personale, ristampando una lettera provocatoria del deputato Cavallotti; cosa tanto più strana, dicono quelli che lo conoscono, quanto più questo Dario è codino e nemico del deputato Cavallotti. Ma a me, già, ne toccan di tutti i colori. La femmina è la signora Adele Bergamini, una generosa erede della scuola romana, che agli illustri italiani di tutte le scuole è stata cortese amica; e a me aspra dì critiche fierissime! Vedete, o Dottor Verità, che cosa si guadagna a fare il don Quijote?


E ora basta. Da questo libro appare come io abbia fatto pochissime questioni personali; e quelle pochissime trattovi a forza. Ora prendo tutto il fascio delle armi, e lo butto in un cantone; e mi abbandono senza difesa agli assalti dei cani, e alle rappresaglie. Il soverchio ardore della mia prosa procede dallo sdegno di vedere tante buone forze perdute per manco di proposito e per incertezza d'indirizzo: anche io speravo di scotere con qualche fanfaronesco ma opportuno fragore di ferri questa generazione italiana che se ne sta, come le rane di Esopo, in mezzo al pantano della santa ignoranza, dondolandosi nella contentezza di sè medesima, acclamando ai re travicelli della critica opportunista e laudativa. Ma questa speranza, pare, era pazza, poichè tutte quante le rane mi si son levate contro crocidando, e invocando le vendette di Giove sul mio capo.

O Giove Ottimo Massimo, tu che solo vedi come io sopra questa moltitudine di batraci abbia ragione; tu che solo intendi ed approvi lo sconsigliato e scomposto impeto cavalleresco di amore per la dignità e per la serietà dell'arte che mi ha sospinto a questa strana impresa, io non voglio che questo crocidamento ti dia oltre fastidio. Io dichiaro a te, poichè delle rane non mi curo, che non ho mai voluto mangiare nè un poeta, nè un romanziere, nè un dramaturgo — troppo mi sarebbero ingrati al gusto e allo stomaco; — che delle mie furie non ho inteso fare un mestiere, ma un libro. E il libro, eccolo. Scritto saltuariamente, come l'occasione invitava, e scritto in grandissima parte per uso di giornali, è tumultuario, è ineguale, è, soprattutto, superficiale: ciò che solo ha di buono, è l'intenzione. Comunque, io lo lancio arditamente in mezzo al popolo d'Italia, poichè in questa prosa fervono i più vivi e più caldi entusiasmi della mia gioventù; e se bene esso pare pessimista e nihilista, vi arde per entro il fuoco sacro d'un desiderio immenso, il quale io, a mio rischio e pericolo, ho voluto propagare fra tutta la presente generazione: che il senso e l'amore dell'arte in Italia rinascano liberamente e largamente, e che le fonti della coltura moderna, chiuse dagli argini dell'erudizione gelosa ed egoista, trabocchino a fecondare tutti gl'intelletti capaci di fertilità.

Il concetto mio, in fondo, è romantico; e poichè dalla storia del romanticismo ho anche appreso a confortare le parole con gli esempi, lascio qui le teoriche e le micromachie, e salgo a un cielo più luminoso. Le rane dormano in pace: io voglio dar loro larga materia di rappresaglia. E mi dilungo per sempre da questo pantano, onde io mi auguro sia presto per rampollare una più felice vegetazione, contando sotto l'arnese le ammaccature come il cavaliere dalla trista figura, ripetendo meco medesimo questi tre versi di Giovanni Antonio Du Bellay:

C'est estre fol que d'estre sage

Selon raison contre l'usage.

Ceux qui m'entendent m'entendront.

Roma, 20 novembre, 1883.

E. S.

I.
LE TERRE BARBARICHE.

Per le rovine di Ostia e per la patria — La vecchiaia di Victor Hugo — Contro il romanzo sperimentale — Le novelle tedesche.

I.

O le rive del Tevere, di là da San Paolo, sino alle bocche di Ostia e di Fiumicino! Io non ho mai navigato l'Addua cerulo tra i rosei fuochi del vespero, e non so se altri fiumi d'Italia siano più lieti o più chiari o più erbosi del Tevere; ma discendendo a questi meravigliosi giorni di ottobre la corrente tiberina con una compagnia di vogatori e di poeti, seduto a prua con le spalle rivolte al maggior poeta e la faccia al sole nascente, ho sognato il mio ultimo sogno autunnale.

Passato sotto il giogo dell'ultimo ponte, il sacro fiume del Tevere si riallarga usurpando dalle paludi e dai campi un maggior alveo. La sua opera lustrale è compiuta. Purificata Roma con le acque derivate dall'Umbria, corre a morire solennemente nel mare; e quella opacità sua bigia e tranquilla dà l'imagine d'una sonnolenza secolare, non potuta turbare dai tumulti di guerra che s'addensarono a queste rive. La barca, sospinta dai vogatori, filava nel mezzo della corrente: i poeti a poppa, ammirati, contemplavano. Già il tempio di Vesta, vituperato dalla bestiale irreverenza dei nepoti, era scomparso: per tutto intorno non altro si vedeva che il cielo e la campagna e il fiume, questi tre testimoni delle leggende italiche armonizzati insieme, come tre toni concordi, in una mite larghezza di linee. Io guardai il Tevere inconscio e il Carducci, il più caldo e più amoroso celebratore dei fiumi italici, che navigava meco al porto di Ostia. E pensavo quanto vigore di salute e d'italianità i presenti mingherlini operai del verso e della prosa potrebbero dedurre da un grande amor fluviale. Al remo! al remo! questa generazione di rachitici, che si affannano faticosamente come un popolo di formiche sulla steppa sterile in traccia dei granelli dell'arte. Un esercizio di galera rafforzerebbe i muscoli di questa gente filacciosa; e lo spettacolo dell'Aniene traboccante tra i salici nel Tevere, tumultuario e sonoro e italico come quando l'antico pastore si recò alla capanna nella cesta di vimini i due gemelli fondatori, e lo spettacolo del padre fiume abbracciante l'isola sacra innamoratamente, come se ancora sonasse sotto i passi d'un coro di vergini, richiamerebbero un senso di pudore per l'incuria presente e il desiderio d'un maggiore studio alle memorie della patria. Altro che acque di Montecatini, e bagnature livornesi! Io vorrei vedere questi che cercano materia d'arte e non ne trovano, questi che tentano invano il palpito della vita nei polsi della patria arrancare sino alle bocche di Fiumicino e rompere col petto il Tevere a Ponte Milvio. Cercano la vita mobile della città? E io ho menato Giovanni Verga dal porto di Ripetta a San Paolo, e l'ho fatto navigare tra la vecchia Roma papalina ed ebrea, che spande al sole tutti i suoi cenci fetenti, che versa nel Tevere tutte le emanazioni de' suoi cessi. Cercano il libero trionfo della natura? E io ho mostrato a Giuseppe Giacosa il sole calante dietro Monte Mario, che con quei cipressi dritti in sulla fronte pare un'acropoli fondata per difesa del sacro fiume. Anche ho guidato una donna sull'Aniene; ma le femmine non intendono e non sentono nulla. Io mi son fatto navicellaio per amore dell'arte, e voglio traghettare tutta la letteratura italiana al Teverone o ad Ostia. Qui venite, o voi che ricercate nei romanzi francesi la parola dell'arte; e qui apprendete il senso della patria. Ogni fiume, ogni monte, ogni mare d'Italia vi apprenderà qualche cosa; e non cercate avventure nelle terre barbariche, prima di avere esplorata la patria. Voi siete come una nidiata di pulcini irrequieti, che non avendo ancora nè il becco nè le ali potenti vi avventate fuori dal nido ai campi lontani. Dove diavolo andate a parare? Intorno a voi è tutta una mèsse matura, e volate in cerca di granelli non sicuri, in paesi non fertili? Imparate a beccare, per dio! e non vi buttate giù dall'albero nativo sprovvedutamente. La conquista del mondo è bella; ma i nostri padri più savi avventurieri di noi cominciarono dall'assicurarsi il possesso della patria. Correte ai monti, ai fiumi, alle biblioteche d'Italia; e se non siete buoni nè di vogare, nè di imparare, nè di amare la nostra terra e la nostra vita, empite le barche di vostri faticosi volumi; e annegatevi con essi insieme.

Queste cose io pensavo, guardando; e d'improvviso, a un gomito del fiume, un branco di cavalle libere beventi con le zampe fisse in sulla riva e i colli distesi all'acqua, si scoperse alla vista. Il Carducci, non più tenuto dall'etichetta officiale, era ritornato barbaro e maremmano e giovine, e, dritto a poppa, con gli occhi lampeggianti di contentezza accennava esclamando altamente. Poi di nuovo le rive boscose fuggirono dietro di noi permutando con varietà infinita la scena; ed ecco, Maccarese ci apparve così fresco, così verde, così bello nel selvaggio deserto delle sue paludi, e i bufali non mai aggiogati ci contemplarono con un tanto strano sentimento amichevole, che il tempo presente pareva fuggisse con le sponde del fiume, e noi navigassimo alle prische età italiche. E bevendo col vino di Gabriele d'Annunzio al nume del Tevere, facemmo, senza versi, un'ode barbara; e gittando alla corrente le bottiglie infrante, mi tornava nella memoria il marchese Colombi, che ha sudato più settimane per dimostrare ai lettori del Pungolo come la poesia del Carducci sia poco moderna. Al remo, al remo anche voi, o gioviale marchese! e che un anno di galera tiberina vi faccia una volta intendere la modernità, e la barbarie!

Intanto, Ostia si dimostrava da lunge: Ostia solitaria e selvaggia tra il bosco e la palude, che specchia nel fiume le sue magnifiche rovine, magnifiche singolarmente perchè non violate dalla vigilanza dei pizzardoni o d'altra qualunque più indegna custodia officiale. E, discesi tutti a terra, e andando per quello stupendo stradone fiancheggiato dagli avanzi dei magazzini antichi, io pensavo in me medesimo non fosse forse opportuno picchiar forte con le larghe lastre del basolato sulla cervice dura degli ultimi nepoti latini, per inculcarvi il rispetto e l'amore degli avi costruttori di quei docks e di quel teatro, a cui ora mugghiano i bovi mezzo selvaggi e s'appressano, guardinghi, i polledri male domati. E ritornando a quel pensiero, mi pare ch'io non avessi torto, e che qualunque più illiberale e violento modo di propagare fra la gioventù presente l'amore della madre patria si avesse a celebrare come opera santa. A poco a poco, un egoismo piccinino e bestiale ci vince, e ci adagiamo volentieri nella contentezza della nostra miseria presente per odio d'ogni fastidio e d'ogni fatica, come i contadini di certe regioni italiche s'appagano d'un nutrimento di patate, pur di poter stare distesi per le piazze a non far nulla. Per qualche tempo il rinato desiderio dell'indipendenza nazionale fu agli italiani stimolo potentissimo a ricercare le tradizioni patrie, e a richiamare e celebrare ogni gloria passata: ora, fatto l'ultimo sforzo, ci siamo abbandonati come stanchi a una strana incuranza, a una trista incuriosità della vita anteriore del nostro popolo. Le correnti dell'attività italiana vanno sensibilmente scemando; l'indolenza naturale di nuovo ci domina e ci fiacca; la politica, l'industria, la coltura nazionale, queste grandi forze che sospingono le genti su per la scala dell'evoluzione progressiva, stagnano.

Noi abbiamo ora un ministro dell'istruzione pubblica fanatico per l'archeologia, e tutto penetrato da un caldo senso di romanità, e lo stato delle nostre scuole ci ammonisce tristamente che la gioventù d'Italia sempre più abborre dallo studio, e che non pure essa esce dalle scuole ignorante in tutto di lingua e di letteratura greca, ma pienamente innocente d'ogni peccato di coltura italiana e latina. Or non è questo un segno, e insieme una causa irreparabile, di rovina? Onde le generazioni che vengono su dovranno educare e rafforzare quel natural senso d'amore per la razza propria e per la patria che è in tutti gli uomini? I ragazzi d'Italia leggendo le tragedie alfieriane dicono che quella è retorica, e ripetono una qualche conversazione del dottor Verità contro il dramma storico; se poi sanno il francese, spegnendo il sigaro ai muri del liceo prima di entrare in classe, dimandano ridendo: — Qui nous délivrera des Grecs et des Romains? E credono di aver fatto una bella prodezza, presentando al maestro una traduzione da Tito Livio copiata in qualche provvida biblioteca.

Le relazioni officiali, sebbene ogni anno si rinnovino i relatori, concordano nel certificare un peggioramento continuo. Per qualche anno fu relatore il Villari, e tanto era pessimista l'opinione sua collettiva intorno allo stato della nostra coltura scolastica, che fu tacciata di esagerazione. Quest'anno la pena della relazione è toccata al Tabarrini, uomo, come tutti sanno, indulgente all'ottimismo e confidente nell'avvenire della coltura patria: ebbene, il giudizio suo è stato anche più severo di quello del Villari. Anche egli ha dovuto apertamente, con molto dolore, confessare che la coltura classica nelle nostre scuole è in un deperimento miserabile, e che la gioventù di Italia dopo otto anni di studio esce dai licei senza sapere la lingua italiana.

Onde questo proceda, e come, e perchè, sarebbe troppo lungo, e doloroso, e forse non utile nè onorevole a dire. La ruina delle nostre scuole si riallaccia logicamente a una universale ruina dello spirito italiano. L'ideale dello studio e il diletto del sapere vanno di giorno in giorno cadendo e disperdendosi sotto il bel sole italico. Le generazioni venute su dopo il '60 si sono adagiate mollemente al rezzo dell'albero della libertà; e con le mani al ventre e gli occhi intenti alle belle ghiande d'oro che stan sospese tra il fogliame, si cullano e si dondolano e si addormentano in una beatitudine accidiosa. Essi non sanno nulla e non vogliono saper nulla e di nulla si curano che non sia il conseguimento immediato di lor piccoli e brutali desidèri: essi non sentono più dentro l'involucro organico smaniare lo spirito inquieto di levarsi su, su, su, fuori della volgarità comune. Essi stanno bene giù nel ruscello della strada, all'ombra di quell'albero conquistato dai padri. L'ombra è bella e folta, e le ghiande dall'alto lusingano assai. Perchè moversi, perchè togliersi a quell'annichilamento volontario di sè medesimi tanto dolce, tanto dolce?

Così tutta l'Italia, in fatto di coltura generale, è in una condizione veramente infantile: intorno ai quattro o cinque o sei, i quali per la sicura e larga erudizione e pe'l contributo veramente efficace che recano allo sviluppo generale del sapere sono più che italiani, ci è una immensa moltitudine d'ignoranti, alla quale manca, non so dire se la volontà o il modo d'imparare. Gli spropositi detti nel Congresso letterario di Roma dell'anno scorso, e detti impunemente, in pubblica e numerosa assemblea di persone facenti professione di letteratura, furono tali da fare inorridire; le risposte date da uno che passa pe'l nostro meno misero scrittore teatrale a chi lo interrogava intorno all'origine e alla prima storia dei manoscritti miniati meritavano una qualche severa pena corporale; gli errori incredibili intorno alle materie di più volgare erudizione, onde sono seminati i discorsi dei più reputati produttori d'arte, non si possono numerare. Di qualunque argomento si tratti, chi ha occasione di partecipare ai ritrovi degli scrittori odierni non può resistere al bisogno di qualche escandescenza violenta. Mancano le nozioni più elementari e più necessarie, mancano i criteri più comuni: pare, alle volte, parlando con qualche edificatore di comedie o di critica o di romanzi, di essere davanti alla statua bruta pensata dall'abate Condillac per risalire all'origine della percezione sensitiva. L'esperienza del passato e del presente non immediatamente sottoposto alla visione dei sensi, non esiste. Con quali mezzi dunque e con quali speranze ci affanniamo noi fastidiosamente alla ricerca di un qualche lontano porto di salute, d'una qualche non visibile terra promessa, ove dai tralci giganteschi pendano i grappoli intatti per la vendemmia d'una nuova arte italica? Se non sappiamo ciò che è dietro di noi e intorno a noi, a quali mari vogliamo noi navigare?

Noi abbiamo, e quando dico noi comincio naturalmente da me, noi abbiamo bisogno, sopratutto e prima di tutto, di manuali. Noi siamo, dicevo, in una condizione di coltura veramente, e senza alcuna esagerazione, infantile, e dobbiamo rifarci dal sillabario. Buona parte della letteratura italiana, non saputa o saputa male, è stata in questi ultimi anni, per virtù di quei cinque o sei, messa o rimessa in luce; ma a che queste nobili fatiche possono giovare, quando di tutto quanto il nostro patrimonio letterario la massa del popolo non sa nulla? Di più, quel lavoro di escavazione reca in sè medesimo una causa di danno; poichè fa prevalere questo sciocco criterio, che ogni disotterramento o ripulimento sia un'insigne opera di critica; e alletta gl'imbecilli, impotenti non pure a pensare qualcosa col cervello proprio, ma ad acquistare il senso della selezione critica; a discreditare il metodo della ricerca scientifica con loro pazze facchinaggini di amanuensi. Per queste considerazioni, nelle quali ogni persona di buon senso vorrà pienamente accordarsi meco, io ritorno sicuramente all'affermazione mia, che, augurandoci il numero dei ricercatori intelligenti e sapienti, cresca intorno al Carducci, al D'Ancona, all'Ascoli, al Comparetti e a tutti quegli altri che della escavazione e della ripartizione del nostro materiale letterario non fanno un ozioso e pomposo e noioso esercizio di calligrafia per soddisfazione della propria piccina vanità vile, si cominci una volta a pensare ai bisogni primi delle masse, e si dichiarino gli elementi della coltura moderna. Poichè nella letteratura moderna, e non solamente in Italia, si può osservare un fatto tristissimo: che in arte, come nella scienza, accade da qualche tempo un frazionarsi del materiale, e un isolarsi degli scrittori ciascuno nel frammento attribuitosi. Non pure tutte le forme dell'arte si distaccano le une dalle altre, e si segregano con distanze insuperabili, ma ogni forma si frantuma in tante particelle minori che anch'esse pretendono di vivere ciascuna di vita propria indipendenti le une dalle altre. Così ogni faccetta della vita chiama un osservatore che la indaghi per ogni molecola più minuta, e che non passi i confini della propria piccola estensione. Or non sarebbe qui opportunamente ammonitrice la favola di Menenio Agrippa? Il primo segno del disfacimento è appunto il disgregarsi delle molecole organiche.

In vece, quando più si risale alle grandi tradizioni dell'intelletto umano, si trova non pure una universale coerenza di tutta quanta la vita alla intuizione dell'artista, ma una concordia meravigliosa di tutte quante le forme dell'arte. Pensate a Dante trascorrente in trionfo dalla lirica all'epopea, dalla musica alla retorica, dal racconto delle proprie impressioni d'amore al comento delle proprie canzoni scientifiche; pensate al Machiavelli tentante con pari fortuna l'opusculo politico e la comedia, la storia e la novella, il libro didascalico e la critica; pensate infine ai nostri artisti del Cinquecento, che in un sol lume d'intelletto abbracciavano tutte quante le arti plastiche, e qualche volta anche la poesia.

Ma, nel disgregamento dell'arte ci è un'altra ragione di miseria e di decadimento; e sta nella diminuita necessità di coltura che ne segue. Quando l'artista si delimita un piccioletto cantuccio di terra, e là zappa, e là vanga, e là semina senza riguardo delle altre terre che gli fruttificano intorno, l'opera sua è così ristretta in una angustia di confini, è così stabilmente determinata e regolata, che diventa quasi un lavoro meccanico, come di quegli operai che passano la vita a girare la medesima manovella d'una medesima ruota d'una medesima macchina; e ogni necessità d'ogni altra esperienza non immediata cessa. Ora, un'arte che mena fatalmente all'ignoranza più bestiale e al più miserabile impoverimento dello spirito, può essere seriamente considerata come fruttifera e sana?

Questo può parere in contradizione con ciò che ho detto in principio; e tutte le volte che ho saltuariamente propagato questi criterii elementari, mi hanno mosso due accuse contradittorie: di poco o nessun rispetto alle tradizioni della patria, e di fanatismo indigeno, anzi territoriale. E sono ingiuste.

Per intenderci, bisogna premettere: che in questo libro si discorre della più recente letteratura italiana, la quale è una materia bruta, fabbricata penosamente da operai deficienti d'ogni preparazione, e quasi inconsci, poichè di chiaro non hanno se non, dopo le prime prove, il senso della inutilità di loro sudori: i quali non sapendo la letteratura della patria, e non potendo in conseguenza rifare per proprio conto tutta la strada percorsa dall'evoluzione dell'arte, fanno come quei corridori fiacchi che aspettano a mezza strada i più forti; e, al sopravvenire di questi, anch'essi si lanciano. E poichè i corridori più agili negli ultimi tempi non sono stati italiani, gl'italiani presenti attendono al varco tutti gli stranieri che galoppano via innanzi agli altri. Questo libro dunque si propone di richiamare la parte più intelligente e più ignorante d'Italia a raccogliersi in sè medesima per vedere se, a poter concorrere nella universal lizza dello spirito europeo, non siano necessarie due cose: di riacquistare il senso e l'amore della patria, o in tutto cessati o in grandissima parte scemati; di fare quella preparazione larga e solida che è oramai necessaria, non pure alle opere scientifiche, ma e alle opere d'arte.

In tutta l'Europa l'abbassamento dello spirito, e quasi una reazione contro i grandi slanci ch'esso ha fatti per più d'un secolo, sono evidenti. Il periodo dell'abiezione incomincia. In tale condizione, per non lasciarsi in tutto sopraffare, è necessario avere una cognizione sicura e un retto giudizio delle cose. Prepararsi per l'avvenire, e non appigliarsi disperatamente alle tavole del naufragio presente.

Vediamo dunque; e poichè siamo qui nella prosa borghesemente polita della città, e non più il Tevere ci trascina barbaricamente alle rovine ostiensi, lasciamo le imaginazioni, e mettiamoci alle dimostrazioni. E cominciamo dai due ultimi libri di Victor Hugo, che sono: I quattro venti dello spirito, e Torquemada.

II.

Je vis les quatre vents passer.

— O venti — dissi — credete di aver voi soli una quadriga? Il grande carro dello spirito umano rotola su quattro assi, e ciascuno di questi grandi assi, epopea, dramma, ode, giambo, taglia come una spada. Poi:

Je vis Aldebaran dans les cieux. Je lui dis:

— L'antica poesia, con le sue quattro facce, Orfeo, Omero, Eschilo e Giovenale, ti è eguale. Quando cade la notte, nell'ora che cantano le cicale, quando agli uccelli spersi l'alba ride, in tutti i luoghi, sull'Arno, sull'Avone, sull'Indo, la musa che sa i nostri mali ne fa la somma. Ne vuoi una prova? Eccoti due volumi, settecento miserabili pagine, ove i quattro venti dello spirito umano soffiano potentemente, e quattro candelabri risplendono quanto tutte le costellazioni del cielo.

Ed ecco prima il vento della satira, un soffio di tramontana che divelle gli alberi e sconvolge la superficie dei mari:

Tout frissonnant d'amour, d'extases, de splendeurs,

L'hymne universel chante au fond des profondeurs

Avec toutes les fleurs et toutes les étoiles;

Il chante Dieu rêvant sous les flamboyants voiles;

Il chante; il est superbe, éclatant, triomphant,

Doux comme un nid d'oiseau dans la main d'un enfant.

Il enivre l'azur, il éblouit l'espace;

Il adore et bénit. Tout-à-coup Satan passe,

L'être immonde qui cherche à tout prostituer,

Et l'hymne en le voyant se met à le huer.

Quand'io ero ancora un giovinetto pallido, mi disse la musa: — Tu parti? Quando il Cid partiva, aveva armi di ricambio; e tu, che hai?

— Ho l'odio pe'l male e l'amore pe'l bene; e sono armato meglio d'un paladino:

O sainte horreur du mal! devoir funèbre! o haine!

Quando Mosco canta di Enna; quando Orazio segue gaiamente Canidia, e sul paiolo fumigante fa sternutire Priapo all'acre odore del filtro; quando Plauto batte Davo e canzona Anfitrione, il cielo azzurro in un cantuccio brilla radiando; e in fondo scroscia il riso dell'Olimpo. Ma l'azzurro dispare ovunque passino i vendicatori:

L'âme alors est sinistre et voit avec angoisse

Ces occultations redoutables de Dieu.

Si nasce? si muore? che tempo è questo? che luogo è questo?

Le démon souriant dit: Je suis méconnu.

La satira ora non è più quella d'un tempo, quando alla Sorbona il piccolo Andrieux, dal viso di rana, mordeva Shakspeare Amleto Macbeth Lear Otello co' suoi denti falsi rubati al vecchio Boileau. Ora, come ai tempi di Roma, la satira implacabile deve all'uomo Lume Intelletto Bontà e Pietà suprema nell'ira. Il suo immenso sforzo, è la vita. Essa vuole cacciar la morte, bandir la notte, rompere i lacci, dovesse anche rodere il titano popolare. Eccoci dunque in piena vita: tutte quante le voci del secolo scoppiano.

E, prime, le voci della soffitta imprecano, mentre da una fessura della vòlta il cielo azzurro le ascolta serenamente dall'alto. Ecco la caricatura d'un borghese arricchito, che va a messa recando

... sous son bras Jésus doré sur tranche.

— Resti fra noi: io non credo a queste scioccherie! — Egli va a messa

Fier de sentir qu'il prend dans sa dévotion

Le peuple en laisse et Dieu sous sa protection.

Ma i fantasmi si accavallano, s'addensano, si urtano. All'ombra d'una catedrale, ecco degli spettri: preti con unghie di vipistrello, un vigliacco che per virtù d'adulazioni spera di arrampicarsi in alto. La letteratura, ch'è tanta parte della vita umana, non è più quella d'una volta: dalle solitudini d'Arcadia è ritornata fra lo spesseggiare romoroso del popolo su le piazze assolate:

Oui, tel est le poète aujourd'hui. Grands, petits,

Tous dans Pan effaré nous sommes engloutis.

È un momento di sosta. Il poeta, stanco o nauseato, si ferma un momento a contemplare sè stesso. La satira diventa critica. Poi, di nuovo la critica è sopraffatta da una eruzione di entusiasmo:

Notre adoration, notre autel, notre Louvre,

C'est la vertu qui saigne ou le matin qui s'ouvre;

Les grands levers auxquels nous ne manquons jamais,

C'est Vénus des monts noirs blanchissant les sommets;

C'est le lys fleurissant, chaste, charmant, sévère;

C'est Jésus se dressant, pâle, sur le Calvaire.

E di nuovo, come un gladiatore acconciato per la lotta che fa scricchiolar le sue ossa per provarsi e misurare le forze, grida il poeta:

Il monte; il est le vers; je ne sais quoi de frêle

Et d'éternel, qui chante et plane et bat de l'aile.

Poi si slancia di nuovo. Ecco il Mont-aux-pendus sulla costa di Jersey, contro di cui si rompono i navigli; ecco dei chiaroscuri:

Du temps de Vénus Aphrodite,

Parfois seule, écoutant on ne sait quelle voix,

La déesse errait nue et blanche au fond des bois;

Elle marchait tranquille, et sa beauté sans voile,

Ses cheveux faits d'écume et ses yeux faits d'étoiles,

Etaient dans la forêt comme une vision;

Cependant, retenant leur respiration,

Voyant au loin passer cette clarté, les faunes

S'approchaient; l'œgipan, le satyre aux yeux jaunes,

Se glissaient en arrière ivres d'un vil désir,

Et brusquement tendaient le bras pour la saisir,

Et le bois frissonnait, et la surnaturelle,

Pâle, se retournait sentant leur main sur elle.

Così la coscienza umana procede luminosa fra il nostro crepuscolo; quando alla vista dei fauni, subitamente oscurata, dà addietro. E chi sono i fauni? Sono i preti che ardono i libri pieni di luce, è la forca che gitta la sua ombra nera sulla fiamma vivace della vita umana, sono le belle donne che ai balli di Corte inneggiano alla forza e alla guerra, sono i cannoni, è il vizio, tabe velenosa che rode quella Venere Afrodite passante ignuda nel fondo delle selve, che si chiama la coscienza umana:

Elle passa. Je crois qu'elle m'avait souri.

C'était une grisette ou bien une houri.

Je ne sais si l'effet fut morale ou physique,

Mais son pas en marchant faisait une musique.

Quoi! ton pavé bruyant et fangueux, ô Paris,

A de ces visions ineffables! Je pris

Ses yeux fixés sur moi pour deux étoiles bleues.

Fraîche et joyeuse enfant! moineaux et hochequeues

Ont moins de gaîté folle et de vivacité.

Elle avait une robe en taffetas d'été,

De petits brodequins couleur de scarabée,

L'air d'une ombre qui passe avant la nuit tombée,

Je ne sais quoi de fier qui permettait l'espoir.

Pendant que je songeais, croyant encore la voir

Même après qu'elle était enfuie et disparue,

Et que debout, pensif au milieu de la rue,

Contemplant, ébloui, cet être gracieux,

J'avais l'œil dans l'espace et l'âme dans les cieux,

Une vieille, moitié chatte et moitié harpie,

Au menton hérissé d'une barbe en charpie,

Vêtue affreusement d'un sinistre haillon,

Effroyable, et parlant comme avec un bâillon,

Me dit tout bas: — Monsieur veut-il de cette fille?

È il ritratto d'una santa, morta d'itterizia in convento; è la visita a un bagno di forzati; è lo spettacolo d'un cimitero. Le tenebre si fanno più folte: i fantasmi diventano più terribili e scivolano per le tenebre come lemuri, schifosamente. Ecco una processione di bonzi, seguita da una processione di preti, e dietro un arcivescovo nemico della luce. Poi i fantasmi a poco a poco si allargano, si allungano, si diffondono in idee astratte: la satira drammatica di Orazio, cede il posto alla satira predicatrice di Giovenale: i quadretti scompaiono sotto una eruzione di sermoni. Le idee, non più vestite di forme plastiche, ma libere e fluide, prorompono cozzando. Prima è la filosofia che dà la scalata al cielo: il vecchio spirito della notte, coi chiodi che tennero saldo Cristo in sulla croce, fabbrica all'uomo una catena: esso agghiaccia le fronti scaldate dall'aurora: — È necessario che una fiamma fosca rischiari un imperatore: per questo io ho scritto gli Châtiments. Io ho dovuto fare questo libro; ed ecco Parigi agonizza, e un uomo è fuggito: è un vigliacco: è l'imperatore. Così tutto è finito: la rivoluzione francese non è che una pazza, a cui Bruxelles dice: vattene. E io sono odiato. Perchè? Perchè amo i deboli e i vinti. Ma che monta? Dalle culle mi piovono benedizioni, l'uomo che piange mi sorride tra le lacrime, il firmamento è azzurro, e ogni dovere è un diritto. Gloria a Dio. Ma forse voi avete ragione: io sono un imbecille:

J'ai vu des naufragés qui s'enfonçaient dans l'ombre,

Sans aide, et j'ai sauté sur le vaisseau qui sombre,

Aimant mieux leur malheur que votre joie à tous,

Et périr avec eux que régner avec vous.

E poichè io sono straniero nella vostra città, io che la vita voglio amara più tosto che abietta, lasciatemi tornare al mio nero Guernesey. Così noi abbiamo perduto Strassburg, nè più abbiamo Metz, la casta culla dei vecchi Franchi capelluti: quel cielo azzurro è nostro, quei campi son terra nostra:

Nous, nous sommes laissés prendre ces grands pays,

Nous, France!

Ora il primo miserabile imbecille che ci venga tra' piedi, ci può gridare:

— Paix là, vous tous! Gare à qui bouge!

Mais nos pères auraient mordu dans du fer rouge!

O voi che avete il mondo in mano, buon dì! Rammentatevi che, pur essendo di marmo, siete di carne:

Il suffit d'un cheval emporté, d'un gravier

Dans le flanc, d'une porte entr'ouverte en janvier,

D'un rétrécissement du canal de l'urètre,

Pour qu'au lieu d'une fille on voie entrer un prêtre.

Ma il buon Dio invecchia, e si ripete: l'inverno è bianco e vecchio; l'aurora è bianca e vecchia:

Tu deviens fatigant, tu deviens pluvieux,

Mon pauvre éternel! prends la retraite, mon vieux.

Così Dio è sopraffatto da Zoilo, la notte vince il giorno, il Nadir lotta con lo Zenit. Senonchè lo Zenit, concludendo il libro della satira, prelude al dramma:

O Dieu vivant, pardonne au rire immonde et noir,

Pardonne au rire misérable,

Toi qu'adore, incliné comme l'arbre du soir,

Le juste sombre et vénérable.

Il libro termina com'è cominciato: un lembo azzurro di cielo ascolta le voci della soffitta, il cielo azzurro dall'alto guarda la ribellione dei bassi fondi: tutto un largo azzurreggiare calmo e sereno abbraccia i fantasmi torvi e le bestemmie che salgono con orrendo rimescolìo a galla della vita umana:

Dieu, vie, abîme, espoir! grand œil mystérieux

d'où tombe l'homme, cette larme! —

Ed eccoci al libro drammatico, che consta di una comedia in un atto e di un dramma in due. Cominciamo dalla comedia, Margarita.

Questa Margarita, questa gemma, è Nella, figlia del barone di Holburg, spogliato delle sue terre e del suo grado nella vicenda delle guerre germaniche. Egli s'è ridotto a vivere in una vecchia Burg diroccata della Soavia, ove coltiva pochi iugeri di terra mentre la figliuola mena le vacche al pascolo.

Nello stesso villaggio vive Giorgio, figlio al defunto duca di Soavia, usurpatogli il trono dallo zio Gallus. Nella e Giorgio hanno vent'anni. Si amano. Càpita un giorno fra quei boschi il principe Gallus col barone Gunich; è annoiato, e va in traccia d'una femmina che lo liberi dal tedio.

Il principe Gallus è di una strana raffinatezza di gusti:

Avoir ma Pompadour comme un roi très chrétien,

Je prémédite ça. Mille défauts; pas veuve,

Et je la cherche au bois pour l'avoir toute neuve.

— Monseigneur, ce n'est point impossible à trouver.

— Mais je la veux sauvage.

—Il faudra la rêver,

En ce cas — c'est un peu de complaisance à mettre —

Et de ne pas trop prendre votre rêve à la lettre,

Sauvage presque. . . . . . . . . . . . . . .

— Je viens chercher Vénus toute nue au désert,

Je tends les bras vers vous, bois, monts, épithalame!

O nature, un sourire! ô forêts, une femme!

— O forêts, une vierge!

— Oui, vierge. J'y consens,

Un démon vierge! un être aux penchants malfaisants,

Ayant l'aspect du lys que la nature encense!

Laïs Agnès. Le monstre à l'état d'innocence!

E Gunich gli mostra Nella discorrente con Giorgio. Quei due si nascondono dietro la Burg, e assistono a un duetto d'amore tanto frescamente e limpidamente primaverile, che il principe comincia a dubitare delle sue forze. Partito Giorgio, Gallus entra nella Burg, e chiede a Nella una tazza di latte; poi comincia a tentarla, e, parlando, apre il mantello e scopre il petto tutto lucente di decorazioni. Nella, semplicemente, solleva una tenda, e mostra al principe il ritratto di un feld-maresciallo; poi dice:

— Questa è l'effigie del barone di Holburg, mio nonno.

E, insistendo il principe, gli comanda di escire. Sopravvengono, successivamente, Giorgio e il Padre di Nella, e subito Gallus denunzia al vecchio barone l'amore della figliuola per Giorgio, e narra la scena onde è stato testimone; e provocandolo, furibondo, Giorgio, e spingendolo a palesare il suo nome, esclama:

— Je suis Gallus, landgrave de Souabe,

Le frère du feu duc régnant George premier.

L'aigle à deux têtes prend son vol sur mon cimier.

L'Allemagne n'a pas de famille plus grande.

Et, monsieur le baron d'Holburg, je vous demande

En mariage ici votre fille Nella

Pour mon neveu le duc George deux, que voilà.

E così la comedia ha lieto fine, avendo la virtù di Nella sopraffatto le turpi voglie del vecchio cinico libertino.

Nel dramma, che s'intitola Esca, di nuovo siamo fra le selve. Gallus, che ha abdicato in favore del nipote, risale in carrozza, con Gunich, una via di montagna. Precede, sopra una carretta carica di letame, un ricco fittaiolo, Harou, che va ad ammonire la sua fidanzata Lison di tenersi presta alle nozze per mezzodì. Lison, che si sta pettinando alla finestra della sua capanna, ferisce sì forte il vecchio libertino, che lo move a scendere dalla carrozza, e a nascondersi nel bosco. Harou intanto parla con la sua fidanzata, e la vorrebbe abbracciare; ma costei lo ributta, fastidita dall'odor di letame che il villanzone tramanda. Partito il fittaiolo, che ha promesso di ritornare a prenderla con la sua carretta, Lison comincia ad acconciarsi da sposa, e non possedendo uno specchio, esce mezzo nuda a specchiarsi alla vicina sorgente. Mentre ella malinconicamente contempla l'imagine della sua povera beltà, Gallus le sorge alle spalle, le conficca tra i capelli un fermaglio di brillanti, poi di nuovo dispare. Lison sbalordita e non sapendo che si pensare, arrossisce di star così nuda in mezzo al bosco; quand'ecco le si appresenta un nano con un mantello di velluto. Cadendo d'una in maggior meraviglia, la fanciulla volge a dietro il capo, e subitamente si vede allato un moro che le allaccia al collo una collana di perle. Uno strano scompiglio le turba l'intelletto; le pare di esser l'eroina d'un racconto di fate, e comincia a cantare:

— Les lutins — dans le thym — les hautbois —

Dans les bois — les roseaux — dans les eaux — ont des voix...

Donc faisons — des chansons — et dansons. — L'aube achève —

Notre rêve — et l'amour — c'est le jour. —

Ed ecco si mostra Gallus vestito di broccato d'oro, con uno scintillìo vago di croci e di gemme sul petto. Questa volta la resistenza è fiacca, e il demonio si reca via la sua preda agevolmente in carrozza, quando già, tratta da un asino, appare in lontananza la carretta di Harou, il grosso fidanzato, padrone di molti poderi, che viene con due sonatori di violino a prendersi Lison.

Nel secondo atto, in Parigi, ritroviamo Gallus e Lison transfigurata e ribattezzata nella marchesa Zabeth. Il dramma si svolge quasi tutto dietro le quinte. La marchesa è uscita, e Gallus chiacchiera con Gunich. Costui afferma essere il duca innamorato di Zabeth. Il duca nega recisamente, con un vivo fuoco d'artifizio di facezie orribilmente ciniche, fiutando tabacco. E appunto nel cavar dal taschino della sottoveste la tabacchiera, lascia cadere una carta che Gunich raccoglie. Sopra la tavola sono dei gioielli e un mazzo di fiori, portati da qualche incognito ammiratore. Lentamente, fra gli alberi del parco, fuggono le ultime note d'una mattinata musicale.

— Questi fiori e questi gioielli — dice Gunich — li avete fatti recar voi. Le mattinate musicali che ogni giorno svegliano gli uccelli del parco sono ordinate da voi. Questi versi — e gli tende la carta raccolta — son vostri. Negate?

Il duca non nega: seguita a celiare, ferocemente, finchè ritorna la marchesa con una numerosa comitiva. Si discorre dei doni offerti a Zabeth, della musica matutina, dei versi inviatile. Zabeth trova bellini i versi, belli i fiori, bellissima la musica, meravigliosi i gioielli. Gallus asserisce che i fiori costano trenta soldi, che i gioielli son mediocri, i versi sciocchi, la musica ridicola.

— Questo non direste — osserva Zabeth — se il donatore foste voi. Ma questa sera non andremo a teatro: resterete a cena con me.

Partono gli altri, restano Gallus e Zabeth.

— Voi — dice il duca — chiedetemi tutto che desiderate. La vita delle belle donne deve essere un tramite infinito di godimenti. Nel vostro parco mancano delle statue: fatevene dunque scolpire. Una donna senza milioni non è concepibile. Anche, voi avete necessità di amore; e cercatevi degli amanti: io non sono geloso.

E per un buon quarto d'ora quel demonio sferra dalla bocca maledetta una eloquenza infernale, addolcita da una musica fascinosa di alessandrini, con una sonorità lusinghevole, con un cinismo ammaliante. In fine Zabeth, non potendo più reggere, erompe:

Pas d'amour et pas d'espoir! Je souffre,

J'ai dans le cœur le vide et dans l'âme le gouffre.

E poi di nuovo, seguitando il duca a catechizzarla, grida:

Oh! sarcler dans l'herbe! oh! glaner dans le blé!

M'éveiller, m'en aller, sereine et reposée,

L'âme dans la candeur, les pieds dans la rosée,

J'avais cela! j'avais la sainte pauvreté!

Maintenant je vois croître, autour de moi, l'été,

L'hiver, sans fin, sans cesse, un luxe énorme, étrange,

Fait de plaisir, de pourpre et d'orgueil, — et de fange!

Je n'ai plus rien, je râle, et tout me manque enfin!

Le mépris, c'est le froid, l'estime, c'est la faim.

Je dois cette indigence à vos tristes manœuvres,

Monseigneur . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tenez, duc, et voyez quelle soif est la vôtre!

Vous êtes prince et vieux, deux choses que je haïs,

Eh, bien, pourtant, peut-être, hélas! nos vains souhaits

Gardent au fond de l'ombre une porte fermée,

Je vous aurais aimé si vous m'aviez aimée.

Il duca non ha tempo di più aprir bocca. Egli tenta di parlare; ma Zabeth lo interrompe:

— Oramai — ella dice — non v'ha più speranza che nella morte. — E si reca alla lingua un anello avvelenato che aveva una notte tolto di dito al duca. E, cadendo, esclama:

Adieu. Je prends mon vol, triste oiseau des forêts.

Personne ne m'aima. Je meurs.

E Gallus, buttandosi alle ginocchia della morente, urla:

— Je t'adorais.

Così termina il libro drammatico. Del lirico è, non che difficile, impossibile rendere una qualunque imagine. Come si fa a fotografare un volo precipitoso di falchetti e di aquile? I componimenti raccolti sotto questo titolo vanno dal '54 al '70; e probabilmente molti che non recano data sono posteriori. Chi ha seguito l'evoluzione dello spirito di Victor Hugo dalla prima entrata nella terra dell'esilio sino a questi ultimi anni può, presso a poco, meglio che non per una infelice esposizione, argomentare del contenuto e della forma di questa lirica. Se nel libro satirico non v'ha, come s'è potuto vedere, una stretta coerenza delle singole parti, nel libro lirico si può dire non sia nesso di sorta fra le parti. Non è un edificio, è una selvaggia selva d'alberi d'ogni clima e d'ogni specie: i licheni di Guernesey accanto agli aloè di Marsiglia e di Nizza, i cactus accanto ai cardi, le quercie inerpicate dai fichi d'India. È un ondeggiare ampio e sonoro di fogliame, un soffio impetuoso di mille bocche, tutta quanta l'immensa orchestra del romanticismo evocata dal sepolcro per l'ultima sonata. Ecco del preludio:

Jersey dort dans les flots, ces éternels grandeurs,

Et dans sa petitesse elle a les deux grandeurs,

Ile, elle a l'océan; roche, elle est la montagne.

E dalla terra dell'esilio si leva una processione di spettri foschi, lugubremente. Naufraghi che passano a nuoto, urlando. Navi che si frangono agli scogli, nelle notti tempestose, con orrendo fragore. Alberi spogli flagellati dalle brezze del mare, cavalloni che si riversano sulla riva scoscesa con un galoppo di polledri furibondi:

A cause du vent d'ouest, tout le long de la plage,

Dans tous les coins de roche où se groupe un village,

Sur les vieux toits tremblants des pêcheurs riverains

Le chaume est retenu par des câbles marins,

Pendant le long des murs avec des grosses pierres;

La nourrice au sein nu qui baisse les paupières

Chante à l'enfant qui tette un chant de matelot;

Le bateau dès qu'il rentre est tiré hors du flot.

Ma la terra dell'esilio fu ospitale al poeta, e gli sorrise; in primavera i venti caddero, gli alberi si rinverdirono di fogliame, il mare placato si distese pianamente sotto la libera corsa delle navi, e le rocce fiorite sursero bellamente nella luce del sole d'aprile:

Mais au lieu d'angoisse et de peine

J'ai le calme et la joie au cœur.

Le lion s'est mis, dans l'arène,

A lécher le gladiateur.

Poi di nuovo sopravvengono le tenebre:

Je songe, un clair rayon luit sur le flot sonore;

Le phare dit: C'est l'ombre, et souffle son flambeau;

Je voudrais bien savoir les choses que j'ignore

Et quelle est la blancheur qu'on voit dans le tombeau.

E ritornano a volo le memorie della patria, tristamente:

Si je pouvais voir, ô patrie,

Tes amandiers et tes lilas,

Et fouler ton herbe fleurie,

Hélas!

Si je pouvais, — mais, ô mon père,

O ma mère, je ne peux pas, —

Prendre pour chevet votre pierre,

Hélas!

. . . . . . . . . .

Oh! vers l'étoile solitaire,

Comme je leverais les bras!

Comme je baiserais la terre,

Hélas!

Intanto il rombo della tormenta soffoca i rimpianti:

Oh! comme tout devient terrible sur la mer!

Le passeggiate fra le rupi, col mare in tempesta, col vento scatenato, allargano la visione: la terra dell'esilio si diffonde all'infinito, e tutta l'umanità si rimescola sinistramente sui maresi sabbiosi:

Ces erreurs, nuage durable,

Obscurcissent la terre, et font

Que l'âme humaine est misérable,

En présence du ciel profond.

Il poeta è invecchiato. La mia vita entra nelle ombre della morte, egli grida. Il ritornello della chanson d'autrefois si perde in lontananza per le praterie fiorite; tutte le sue fantasie son cupe. Egli vede da per tutto qualcosa di fatale e di lampeggiante:

Quand Eschyle au vautour dispute Prométhée,

Quand Juvénal défend Rome aux tigres jetée,

Quand Dante ouvre l'enfer aux tyrans qu'il poursuit,

Ces hommes sont pareils à l'antique euménide;

Leur face, qu'illumine une lueur livide,

Semble un masque d'airain qui parle dans la nuit.

Ma pure agli occhi del vate splende in alto una luce. Sentite come egli chiude il libro lirico con un'apostrofe all'avvenire:

Oh, que le genre humain monte sur la montagne!