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EMILIO DE MARCHI

NUOVE
Storie d'ogni colore

Milano 1895

LIBR. EDIT. GALLI DI C. CHIESA E F. GUINDANI
Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

MILANO * TIP. PIROLA & GELLA * PIAZZA D. NAZARO, 19

Milano, 1 Marzo 1895.

Caro Sig. BARTOLOMEO,

I piccoli sforzi degli umili, che si ostinano a raccogliere le briciole di pane, sono sforzi di formica in un tempo in cui tutti lavorano a voltare montagne. Il povero e logoro senso comune non ha più nulla da suggerire a gente, che corre come infatuata dietro ai simboli d'una magnifica arte piena di abissi filosofici.

Ma poichè ella m'incoraggia a scrivere anche per gli spiriti modesti, che non possono tuffarsi nella metafisica, mi permetto di offrirle queste quattro Nuove Storie scritte nello stile delle Vecchie e la prego di presentarle in nome mio alla buona signora Mariannina, che lesse tempo fa non mal volontieri la storia del povero Demetrio Pianelli.

In mezzo ai racconti, che contengono un'intenzione morale, ho introdotto tre o quattro facezie innocenti, che a questi signori critici potranno parere di poco sapore o fors'anche di poco senso. Ma ai critici, se vogliono leggere, non mancano i libri di lusso dei più qualificati scrittori; mentre io penso che in un tempo in cui molti fanno ridere colla faccia scura, un po' d'allegria naturale possa sembrare agli occhi della gente quasi come una mezza novità.

Intanto, caro signor Bartolomeo, procuriamo di conservare più che si può il gusto della minestra casalinga.

ALL'OMBRELLINO ROSSO

—Com'è andata?—ecco, ve la conto in poche parole. Tant'è; la cosa è fatta e non ho proprio nessun motivo di pentirmene. Col povero Battista Batacchi eravamo amici vecchi, cresciuti, si può dire, insieme, quantunque io fossi innanzi di lui qualche anno. S'era giocato colle stesse trappole ai tempi della buona zia di Valmadrera, che gli voleva un bene dell'anima come a un suo figliuolo. A quei tempi i topi si lasciavano ancora pigliare….

Trovato un capitaletto, aprimmo la bottega di ombrelle in Cordusio, all'insegna dell'Ombrellino rosso e gli affari non andarono maluccio. Io viaggiavo a far le piazze di Vigevano, di Lodi, di Mortara e anche più lontano, mentre Battista, più timido e anche meno robusto di me, attendeva alla bottega. Dopo qualche tempo fui io stesso che gli consigliai di prender moglie.

Una donna in una bottega di ombrelli è un capitale vivo; c'è sempre un punto a dare o una bella parola d'aggiungere per convincere un cliente che la seta non ha in mezzo del cotone e che il manico è vero osso di balena: e poi son sempre due occhi di più che guardano l'interesse. Dandogli questo consiglio d'amico, sapevo di toccare il socio sul debole, perchè Battista da un pezzo correva dietro cogli occhi alla Paolina, una giovine che lavorava da sarta presso madama Bournè; e credo che si fossero detto anche qualche parolina sotto l'Ombrellino rosso…. ma Battista non osava stringere i gruppi per un certo riguardo a me, per paura che io disapprovassi, o pensassi di prenderla io la moglie, come più vecchio e più interessato nella ditta.

Ma in quel tempo io nutrivo un odio accanito e mortale contro tutto le donne per colpa d'una certa Giustina, una birbona che…. basta: è una storia dolorosa che vi conterò un'altra volta. Il fatto che importa adesso è questo: che io dissi a Battista:—Non aver suggezione di me, parlale, fatti innanzi: a me la mi pare una buona ragazza, che farà bene anche alla bottega. È soda, è bellina, parla un poco francese; va là, Battista! Io viaggio e quando si viaggia dà fastidio anche la valigia. Figurati se voglio prender moglie. A quarant'anni è una pazzia di non averci pensato, ma sarebbe una pazzia più grossa il pensarci. Va là, Battista! Dio ti dia del bene e una mezza dozzina di figliuoli.

Il povero Battista fu talmente commosso di queste mie parole, che lì per lì divenne rosso e smorto, balbettò un ciao te ringrassi, mi prese la mano nelle sue, me la dimenò un pezzo, schiacciandola come una spugna, guardandomi con due occhi pieni d'acqua. Dopo aver inghiottito mezzo il pomo d'Adamo, uscì a dire con voce romantica:

—Se sapessi come ci vogliamo bene!

—Bravi, e quando pensi di sposarla?

—Se non ti secca, dopo l'inventario, in gennaio.

—Bravi, quando si sta più bene sotto le coltri. Mi raccomando per la bottega; non lasciatevi portar via le ombrelle.

* * *

La Paolina fu proprio per l'Ombrellino rosso un tesoro. Bella, e, forse più che bella, molto elegante, come son tutte le nostre modiste, graziosa e amabile senza essere civetta, ci tirò in bottega mezza clientela di madama Bournè, che vale come il dire la fine fleur dei signori di Milano. Per la prima volta davanti alla ditta Bacchetta e Batacchi, all'insegna dell'Ombrellino rosso in Cordusio, si videro fermarsi fior di carrozze con tanto di stemma. Per la prima volta si è dovuto scrivere a Londra: perchè, dite quel che volete, la stoffa sarà buona anche la nostra, ma i veri fusti non si trovano che là. Donne italiane—ritenete pure:—Donne italiane e ombrelle inglesi!—Quando la Paolina colla sua grazia metteva nelle mani del cliente il resto e diceva: grazie al signore….. non c'era nessuno che non uscisse contento. La bella grazia costa niente e dà valore alla roba.

Per Battista, va sans dire, furono due anni e mezzo di paradiso terrestre e meritato, povero diavolo! perchè nel suo timor di Dio e nella sua naturale timidezza non aveva mai goduto nulla a questo mondo e pochi uomini conobbi di cuore più delicato e più leale. Era un uomo nato e fatto apposta per essere buon marito e buon papà….. e di fatto il bimbo, ossia una bimba, fu pronta dopo i nove mesi come una cambiale in scadenza.

Per gratitudine verso di me vollero chiamarla Letizia, il nome della mia povera mamma; mi invitarono al battesimo, mandarono intorno i biglietti, insomma pareva la casa della felicità. Ma va a fidarti della felicita! è come dire va a fidarti della Giustina…. Chi avrebbe detto che il povero Battista doveva goderlo poco il suo paradiso? Cominciò subito a decadere, a venir poco, a tossire con dei colpetti secchi, a scomparire nei panni, e un brutto giorno di febbraio, con un tempo sporco e piovoso, l'abbiamo portato via.

* * *

La malinconia e la tristezza entrarono in quelle sei stanze, dove prima regnavano l'amore e la pace.

Per la povera Paolina fu un colpo tremendo. Trovarsi sola, vedova, a ventitrè anni, con una bimba sui ginocchi, in una posizione non ben definita, con dei parenti poveri e senza conclusione, trovarsi così, povera diavola! era un brutto pensiero. Per fortuna trovò nel socio di suo marito un galantuomo, che le disse:—Senta, Paolina, alla morte rimedio non c'è e per me è come se fosse morto un mio fratello; ma se non può richiamare chi se n'è andato, sotto il riguardo degli interessi stia col cuore tranquillo. Questa bambina non perderà un soldo di quel che ha guadagnato suo padre. Anzi per la bottega, se lei ci sta, potremo andare avanti egualmente come se Battista ci fosse…. e col tempo….. vedrà….

Siccome io sono una pasta frolla che non sa resistere alle minime commozioni, tanto che non vado mai nemmeno al Trovatore per non piangere in teatro, così, balbettate alla peggio queste quattro parole, voltai le spalle e me ne andai sgarbatamente, tirandomi dietro l'uscio con fracasso. Se poi vedo qualcuno a piangere, addio sor Gerolamo! e se chi piange è poi una donnina ancor giovane e bella, mi si rivoltano le viscere, vedo scuro come se avessi un calamaio per occhio, un gnocco grosso come la palla di un cannone mi si ficca qui, alla gola, e per consolare gli altri piango io come una secchia che vien fuori dal pozzo.

Ognuno ha il suo temperamento: anche le ombrelle non sono tutte della medesima stoffa.

Sui primi tempi tornai spesso a trovarla, a consigliarla nelle piccole brighe che di solito i morti lascian dietro, a prestarle mano come deve fare in queste circostanze un uomo che al posto del cuore non abbia un sasso. Ma non potevo fissar gli occhi sulla piccola Letizia senza sentire quel che vi ho detto. Caro angiolino! non aveva quindici mesi, ma ti guardava con certi occhioni così intelligenti (gli occhioni neri della mammina) che, ripeto, dovevo voltar le spalle, sbatter l'uscio e andarmene…. Anzi, quando vidi che la Paolina era disposta a tornare ancora in bottega, colsi l'occasione o il pretesto per fare un viaggio nel quale toccai anche Asti e Alessandria. Stetti lontano quasi un mese con buon risultato nei contratti, vivendo con più economia che non facessi ai tempi del povero Battista, perchè mi pareva che a spendere troppo rubassi qualche cosa alla povera piccina. E fu un vantaggio anche per me che ho saputo limitarmi su quel benedetto vino di Piemonte; e malvolentieri, per la prima volta in vita mia, rientrai in questo mio Milano, che per quanto me lo cangino sotto i piedi, nel cuore è sempre il mio Milano.

Non avevo motivo di lamentarmi de' miei affari. Tutt'altro. Durante la mia assenza la bottega andò avanti tal e quale, come se ci fosse stato Battista e forse meglio. Per distrarsi e per uscire dal suo dolore, la vedova aveva raddoppiato di zelo, di attenzione, e svelta com'è, simpatica com'è agli avventori, fece prosperare le cose al punto, che il semestre si chiuse con qualche migliaio di lire in più sul previsto. Voleva dimostrarmi che non amava essermi di aggravio, che lavorava volentieri per la sua bambina, che il dolore non toglie ma infonde energia, quando c'è uno scopo nella vita; ma io, al contrario, chi sa perchè? mi sentivo stracco, svogliato, isolato nel mondo, come se colla morte del povero Battista mi fosse morto un braccio. E poichè le cose andavan bene anche senza di me, mi abbandonai alla santa poltroneria… Cioè, poltroneria forse non è la parola più esatta. Sarebbe meglio dire ipocondria, o meglio ancora lasciatemi stare.

Passavo, per esempio, molto tempo sulla bottega del Pirola che sta in faccia all'Ombrellino rosso, mezzo nascosto dalle tendine dell'osteria, con davanti un bicchier di vin bianco che non avevo voglia di bere, cogli occhi in aria, così in estasi, dietro una nuvola. E se uscivo di là non era per tornare a casa, ma per andare a zonzo, di qua, di là per le strade più deserte, finchè i piedi mi portavano in qualche sito quieto sui bastioni. Mi sedevo su una banchina a guardar l'erba e gli scherzi che fanno le ombre delle frasche sul terreno, collo sguardo perduto sul Milano pieno di case e di campanili che mi stava davanti, immerso in un mare di riminiscenze nelle quali entrava il povero Battista, la zia di Valmadrera, le trappole, il vin bianco, la vita e la morte; finchè, gira e rigira, il pensiero, quasi trascinato dalla sua corrente, andava a fermarsi sull'insegna vistosa dell'Ombrellino rosso, che vedevo ballar sotto gli occhi come una fiamma, come un girasole; e me ne sentivo fin rossa o calda la faccia.

A quarantadue anni avvengono in noi dei fenomeni che fanno paura. Non si osa credere che il cuore possa tornare indietro, essere in credito di qualche cosa e avere delle tratte in scadenza. Non si può più fare il sentimentale, perchè certi vestiti stretti non vanno più bene, si ha suggezione della gente; se ti piglia il fuoco, badi a bruciar tutto di dentro, a inghiottire i carboni accesi, a non lasciar trasparire di fuori nemmeno il fumo che ti soffoca. Insomma si soffre in silenzio come un pesce agonizzante. Se io avessi avuto dieci o dodici anni di meno, avrei osato dire a me stesso:—Gerolamo, tu sei innamorato di quella donna!—Ma vi pare? potevo essere quasi suo padre: e poi c'era di mezzo un morto, un caro amico, a cui dovevo dei riguardi e del rispetto. E poi, per quanto non brutto e non decrepito, non è con questi pochi capelli e con questa larghezza di gilè che un uomo della mia età possa parlare di amore e di poesia a una donnina, che vestita di nero pareva ancora più giovane e più bella. Andiamo via, sor Gerolamo.

* * *

A furia di picchiare e di ripicchiare con questi ragionamenti di bronzo sul cuore, credetti quasi di averlo ridotto duro come un'incudine, quando al tornare da un altro viaggio (nel quale mi spinsi fino a Padova) mi capitò un suo invito. Ecco come andò. Quando mi vide entrare in bottega, mi venne incontro con un saltuccio, mostrandosi tutta contenta di vedermi, mi fece sedere sulla sua poltroncina di velluto, mi tolse di mano la valigia, l'ombrello…—Ha fatto buon viaggio, sor Gerolamo?—Bonissimo, grazie: e lei è sempre stata bene?—Benissimo, grazie.—E la piccina?—È un tesoro—Un tesoro come….?—e alt! quel tal gnocco mi soffocò il resto in gola. Mi parve che tutte le ombrelle chiuse negli scaffali cominciassero a muoversi e a ballare o che l'Ombrellino rosso attaccato di fuori girasse come una ruota di molino. Ripulii il cappello colla manica e stavo per dirle:—Stia bene, a rivederci… quando essa, voltandosi verso di me col suo faccino grazioso, disse:—Senta, sor Gerolamo, spero che verrà anche quest'anno a far Natale con noi: non ci sarà troppa allegria, ma farà un'opera di misericordia.

—È un piacere, che cosa dice?—balbettai nell'alzarmi, mentre andavo cercando nei cantucci il mio ombrello da viaggio.

—Mi fa un tal senso di tristezza la sola idea di restar sola in un tal giorno….

—Eh, immagino, poverina! o anche a me…. Verrò volentieri. Son solo anch'io e in un giorno così…. Grazie, stia bene.

E via!

Credete che io abbia dormito una notte intera dopo questo discorso?

Avrei dato un occhio della testa, dopo aver detto di sì, per liberarmi dell'invito; ma avrei dato l'altro per il gusto d'andarci. La vita senza occhi adesso mi pareva meno buia della vita senza Paolina.

Pensai subito a qualche bel regalo, che non offendesse la malinconia del suo stato e nello stesso tempo contentasse il suo cuore. E finii collo scegliere un bel manicotto di martoro scuro col suo bravo boa compagno. Inutile dire che al panettone, al vin bianco, al bambino di Letizia; al regalo per la servetta ho pensato io come si faceva per il passato, quantunque Paolina protestasse e si dichiarasse mortificata.—Mortificata di che? bel capitale, cara lei… così potessi renderla tutta felice…. E mentre parlavo, ero in continua paura di dir troppo e di dire troppo poco, di espormi troppo, di fare una cattiva figura, o di farmi compatire.

Per finirla, venne anche quel benedetto giorno! Per un pezzo sperai che avrebbe invitato con me anche qualche suo parente o qualche parente del povero Battista: ma subito, dopo ebbi una strana paura d'incontrarmi con estranei. All'ultimo momento, se mi fossi sentito male, avrei mandato volentieri un biglietto di scusa, o forse non l'avrei mandato; forse ci sarei andato anche colla febbre, in punto di morte. L'amore alla nostra età è una febbre pericolosa, credete a me, e non c'è che un rimedio; lasciarla passare o morirci dentro.

* * *

Siamo al gran giorno.

Paolina in un vestito nero di lutto, semplicissimo, quasi senza pieghe (se li faceva lei col suo buon gusto) mi ricevette cordialmente nel salottino, quantunque a trovarsi con me in quel medesimo luogo, davanti a quel medesimo caminetto, dove l'anno primo il suo Battista s'era mostrato tanto allegro, le facesse un certo senso di pena. Per un po' lottò contro la ricordanza, cercò di ringraziarmi dei regali, anzi mi rimproverò perchè eran troppo belli… non stava bene…. mi fece sedere davanti al caminetto, s'inginocchiò a ravvivare il fuoco, ma il dolore fu più forte del coraggio e scoppiò in un tal pianto, poverina, che io mi alzai, aprii la bocca, alzai una mano, e stetti lì incapace, come un merlo, a guardarmi nello specchio, sopra le gambe che tremavano, tremavano, Gesù d'amor acceso! Vi ho detto che non posso veder le donne a piangere e questa non era nemmeno una donna come tutte le altre.

Lasciai passare un bel momento e quando mi parve che lo strazio del suo cuore cominciasse a cedere:—Senta—le dissi—senta, sora Paolina, non faccia così. Lei ha ragione, ma pensi che il suo Battista è andato fuori dei fastidi del mondo e che lei deve vivere per la sua Letizia. Sicuro, povero rattino! fu una grande disgrazia, ma si volti indietro a guardare certe miserie. A lei e alla sua figliuola non manca nulla. Io sono un ignorante, un vero Gerolamo al suo confronto, ma nel mio piccolo le ho dato più d'una prova che se per caso quella piccina fosse mia, non potrei volerle più bene. Non è per consigliarla, creda. In suo paragone io non sono che un povero negoziante di ombrelle, che dovrei nascondermi sotto un mucchio di cenere, ma la gente si misura dal cuore e in questo cuore, cara Paolina, se lei potesse leggere, c'è qualche cosa che i re sempre non hanno.

Dunque, adesso non pianga più; si asciughi gli occhi, benedetta, o finirà col farmi piangere anche me, che è fin una cosa ridicola…

E che cosa dissi ancora? non so più. Strozzato da quel gnocco che vi ho detto, col cuore rovesciato, la testa in un fuoco, vedendo che non potevo sfuggire a una cattiva figura, girai sui talloni e fingendo di andare a cercare qualche cosa in anticamera, aprii l'uscio.

Ma proprio sulla soglia m'imbattei nella piccina, che veniva in braccio alla balietta. Era vestita di bianco, tranne un brutto nastro di lutto in vita e piccole fettuccie nere sulle spalle; ma su quel bianco e su quel nero spiccava la testolina d'angioletto coi riccioli d'oro. La bocca era una fragoletta da succhiare coi baci.

—Chi è? chi è? chi è?—presi a dire con furia, colla voce affogata nei singhiozzi, mentre colla mano scendevo a cercare nella tasca di dietro un arlecchino rosso coi campanelli.

—Chi è questa signorina?—E lei mi guardava cogli occhi larghi e curiosi come fanno tutti i bambini.

—Chi è? chi è?—venne a domandare anche lei, la mammina, colla voce meno scossa, dentro la quale si sentiva ancora il tremito del pianto.

—Chi è?—soggiunse la balietta, portando la bimba più sotto la lucerna e indicando me col dito.

Letizia, mentre io pescavo l'arlecchino nella tasca di dietro, seguitò a guardarmi cogli occhioni neri, corrugò un poco la fossetta del mento, per uno sforzo interiore e, alzando in furia le manine, mandò fuori l'unica parola che sapeva dire—Papà….

L'arlecchino mi scivolò fuor delle dita e cadde in terra con un ciach…. fracassandosi la testa di biscuit. Io non me ne accorsi o cioè credetti che mi scoppiasse il cuore. Quel che si prova in certi momenti non si può dire in cent'anni. Fu un caldo e un freddo tutto in una volta, un trasudamento in tutta la persona, una vertigine, per resistere alla quale dovetti attaccarmi al braccio della Paolina che scossi, scossi, stringendo forte. Poi strappata la bimba alle mani della ragazza, me la portai alla bocca, come se morissi di fame, e cominciai a mangiarla.

—Sì, mio povero angiolino, io sono il papà, e un papà che non ti vorrebbe meno bene del tuo vero papà, se la mamma permettesse. E ti farei giocare e saltare sui ginocchi e lavorerei per te… se la mamma volesse….

—Lei me la mangia per panettone….—prese a dire la Paolina, togliendomi la bimba dalle mani: e nel dire questo vidi che rideva al di sotto delle lagrime, un effetto di sole attraverso la pioggia, una bellezza da mettersi in ginocchio ad adorarla.

* * *

Si racconta che Sant'Ambrogio sia stato proclamato arcivescovo di Milano per bocca di un bimbo poppante, Questa è storia vera e ne hanno fatto dei quadri. Ebbene a Gerolamo Bacchetta capitò lo stesso. Ci sposammo presto e si fece una ditta unica. E se sant'Ambrogio fu soltanto arcivescovo, Gerolamo Bacchetta, ombrellaio all'insegna dell'Ombrellino rosso, fu nominato papa addirittura.

Letizia è già la mia figliuola maggiore.

* * *

MEDICI E SPADACCINI

MEDICI E SPADACCINI

Il Calchi venne a casa mia prima delle quattro colla carrozza e mi trovò già quasi vestito e pronto. La mattina era bellissima, fatta più per una scampagnata che non per un duello. Non abituati a levarci col sole, noi poveri redattori d'un giornale del mattino, che andiamo a letto quando canta il gallo, ci sentivamo ancora la testa piena di sonno e di nebbia; ma un bicchierino d'acquavite svizzera, che all'amico parve una cosa spiritata più che spiritosa (il Calchi è famoso per questi giochetti di parole) finì col risvegliarci.

In quattro salti scendemmo le scale e prima delle quattro e mezzo eravamo alla casa del giovine ed elegante dottor Sirchi.

Era costui un bel ragazzo laureato di fresco, sempre inappuntabile nelle sue camicie, come di rado sono i signori medici. Mezzo letterato, mezzo artista, amico dei giornalisti, quasi sempre innamorato d'una qualche contessa tisica, cercava tutte le occasioni per mettersi in vista. Quale occasione migliore d'un duello, che avrebbe fatto le spese dei discorsi di tutta la città e riempita per lo meno una colonna di cronaca? Egli prese posto nella nostra carrozza e collocò sulle ginocchia la cassettina nuova de' suoi vergini ferri.

Davanti alla casa di Massimo trovammo l'altra carrozza. Dato un fischio «come augel per suo richiamo» si aprì una finestra al terzo piano: Massimo mise fuori la testa, ci fece un segno e cinque minuti dopo le due carrozze uscivano da Porta Vigentina.

—Come ti senti?—chiesi a Massimo ch'era salito nella mia carrozza.

—Sono grigio—borbottò.

—Che bella mattina! è di buon augurio—dissi per dir qualche cosa.

—Ho dovuto dare a intendere a mia madre che andavo a Chiasso per l'inaugurazione della ferrovia. Quella benedetta donna è sempre in sospetto quando esco di buon'ora e quando mi sente tramestare nella camera. Sono entrato a salutarla e mi ha sgridato, perchè non ho messo il panciotto bianco sotto la cravatta nera. Povera vecchia!

Massimo parlava tenendo gli occhi fissi sulla siepe, coll'aria astratta di chi parla in sogno. I manuali che in quell'ora mattutina vanno alla città, a lavorare, colla giacca di fustagno su una spalla e un pane misto sotto il braccio, si voltavano a guardar le due carrozze chiuse, che procedevano di corsa, almanaccando chi sa che romanzetto; e poi tiravan via al loro mestiere, che in fondo era migliore del nostro. Qualche ragazzaccio ci gridò; dietro: crèpa i sciori!

—Sono entrato per salutarla, ma ero forse un po' troppo commosso. Non ho mai potuto correggere questo mio porco carattere…—Seguitò Massimo colla sua voce naturale, un poco velata e quasi affogata nella gola ampia e robusta. Quell'omone grande e grosso colla sua barba da brigante, colla sua corporatura da spaccalegna aveva un'anima più di buon papà, che non di scapolo avventuriere, di giornalista garibaldino e di focoso polemista.

Come fosse entrato a far questo maledetto mestiero si spiega coi casi della vita, che sballottano un pover'uomo come le onde un turacciolo di bottiglia. Massimo era figlio del popolo. Sua madre, ortolana del verziere, aveva sempre avuta una banca d'erbaggi in piazza di Santo Stefano, che è come chi dicesse la city delle patate e dei piselli. Scoppiata la guerra, Massimo, che cominciava a provar la voce anche lui sulla bella magiostrina, andò con Garibaldi, fu nel Tirolo, a Bezzecca, si guadagnò due medaglie, poi passò in cavalleria. Ma sempre un po' ortolano d'animo e di maniere, si guastò presto coi superiori, che ne fecero un martire delle idee liberali. Tornato a casa, entrò in una tipografia, s'impiastricciò d'inchiostro, e siccome è detto che per fare il giornalista non è necessario saper scrivere, eccolo giornalista. Non cattivo ragazzo nel fondo, ma un poco frondeur, ebbe il suo quarto d'ora di celebrità durante il famoso processo Lobbia e fu appunto nello strascico di quelle polemiche che andò a urtare nell'onorevole Dassi, un fegatoso intransigente. Massimo osò scrivere che l'onorevole Dassi attingeva al pozzo nero dei fondi segreti, che si appoggiava alla stampa dei rettili, che era una spia della questura, anzi un questurino travestito addirittura.

Se fossero vere o false queste accuse poco importa verificare; in certi momenti ciò che importa al giornalista è che ci sia della gente disposta a credere. L'onorevole Dassi aspettò Massimo sulla soglia del Biffi, e assalendolo di sorpresa, lo cresimò sulla gota destra proprio in mezzo al maggior concorso di gente. Massimo, sempre ortolano, rispose con uno sgozzone, che mandò l'onorevole a sedersi nella vetrina del caffè! Quindi un duello a condizioni un po' grave, come gravi erano state le provocazioni. Nella questione personale s'imperniavano molte questioni di principio e le passioni avevano bisogno di qualche sfogo. Tra le altre, un duello non poteva che far bene al nostro giornale che cominciava a calare.

L'amico accese un mezzo sigaro, che lasciò subito spegnere. Tornò ad accenderlo tre o quattro volte di fila durante il viaggio, senza voglia di fumare.

—Ho un cattivo presentimento stamattina—tornò a dire,

—Fa piacere, bambino—esclamai un po' ruvidamente—non metterti al sentimentale. Se Dassi vuol farsi affettare come un salame, è nel suo pieno diritto.

Massimo borbottò delle oscure parole, alzando le spalle. Del resto chi può sottrarsi a certi brividi interni che ci pigliano in questi momenti, quando si va sul terreno a giocar la vita colla punta della spada? non era il caso di parlar di paura con Massimo, ma la carne vuol dir la sua ragione. Per fortuna il viaggio fu breve. Mezz'ora dopo la nostra partenza da Milano, le due carrozze si fermarono in un sito deserto, da dove si distaccava una stradicciuola lungo un canaletto, in mezzo ai pioppi.

Si discende, si prende la stradicciuola, un dopo l'altro in fila, si rasenta un muro di cinta, si picchia a un uscio, l'uscio si apre e ci troviamo in un orto pieno di pomidoro.

Di là, dopo aver attraversata una scuderia e un cortile rustico pieno di galline, ci fecero passare per gli spianati che servono al giuoco delle boccie, e dopo, per una scaletta, fino alle sale del primo piano. L'oste della Fraschetta (ch'era stato avvisato fin dalla vigilia e che ci aspettava) c'introdusse segretamente in un bel camerone dipinto grossolanamente, dal quale aveva fatto togliere le tavole che ora si vedevano addossate al muro,

—Procurino di far presto—susurrò l'uomo prudente.

All'osteria della Fraschetta famosa nella storia delle scampagnate milanesi, specialmente in primavera, quando fioriscono le mammolette e gli amori delle sartine, c'è sempre vin buono, latte fresco, buon salame, un bel giardino, delle sale pronte e molta indulgenza per tutti i peccati di gola. L'oste, il sor Fabrizio, un ometto rossiccio con una piccola virgola al posto della barba, che porta gli anellini d'oro negli orecchi, non osa rifiutar mai nulla ai signori pubblicisti che gli possono restituire il cento per uno: e se due buoni amici della stampa desiderano, come nel caso nostro, farsi un occhiello nel ventre senza molto rumore, offre dietro un modesto compenso il suo salone, purchè si faccia presto e si conservi il segreto. Non vuole però armi da fuoco che tiran gente. La spada non fa mai troppo male e permette il più delle volte ai duellanti e ai padrini di rimanere a mangiare un'insalata e una dozzina d'ova sode cotte da Iside, la più seria ragazza che Dio abbia creato per imbrogliare i conti ai signori avventori.

Quando entrammo in salone vedemmo vicino a una finestra, sotto la pittura di Guglielmo Tell che infilza il pomo, l'onorevole Dassi, i suoi due secondi e il suo dottore dalla barba solenne e dalla testa filosofica. Queste brave persone ci salutarono con un rispettoso segno del capo. L'oste chiuse l'uscio col paletto e se ne andò a far dare un fastello di fieno ai cavalli e un bicchier di vin bianco ai vetturali. Egli aveva collocato le sue sentinelle intorno alla casa, il guattero sull'uscio della cucina, la moglie sulla porticina dell'orto, Iside sulla porta della bottega colla consegna di tener a bada con ciarle, se mai capitavano, i carabinieri di ronda. Uomo prudente è colui che in una difficile circostanza sa fare in modo che le cose cattive finiscano bene e che sa tirare al suo molino la farina degli altrui spropositi. Un padre di famiglia deve avere più d'una campana nel cuore e bisogna che le lasci sonare un po' tutte, deve chiudere un occhio a tempo, o anche due, e anche le orecchie se può. Così deve contenersi un oste che ha una bella ragazza da maritare.

Il Calchi e il cav. Magi, padrino dell'onorevole Dassi, cominciarono a contare i passi e a preparare il terreno, segnando delle righe in terra col carbone; su una tavola in fondo sotto la pittura del Guglielmo Tell che scappa dalla barca, gli altri due padrini confrontavano le sciabole, mentre i due medici nel vano d'una finestra stendevano sopra un banco pieno di mosche e di goccie secche di vino la batteria dei loro ferri chirurgici bianchi, lucenti, di cui andavano ripolendo l'acciaio fino sul panno della manica. Non mancavano le bende, il cotone fenicato e le ultime novità della fasciatura Lister.

La testa nuda e filosofica del dottor Carone faceva un forte contrasto colla zazzera chiara e ben pettinata del dottor Sirchi; ma il più bel roseo sole di settembre, entrando per la finestra, scendeva come un'aureola a illuminare e a stringere in un caldo amplesso quei benemeriti sanitari, che si sacrificavano alle cinque del mattino a beneficio dell'umanità sofferente.

Il tintinnio delle sciabole e dei bistori finì coll'irritare l'onorevole Dassi, un romagnolo impaziente che credeva d'aver aspettato fin troppo ai comodi nostri. Spadaccino di mestiero, era abituato a far presto. Entrava in giuoco colla furia scatenata di un pazzo e sia che ne dasse via, sia che ne pigliasse, voleva che non s'irritassero troppo i suoi nervi. Questa furia romagnola era il segreto di trionfi riportati contro avversari venti volte più bravi di lui.

Tirato in disparte Massimo, lo pregai sottovoce di essere paziente e pedante in principio, se voleva disarmare l'avversario della sua forza più pericolosa, la furia. Non so se Massimo mi ascoltasse o no. Indicandoci le galline che razzolavano su un mucchio di strame, uscì colla strana osservazione che le galline hanno più buon senso di noi.

—Sì, sì—dissi celiando—fin che non si lasciano spennacchiare e mettere in pentola.

—Che cosa si dà al dottore in queste occasioni?—domandò dopo un momento.

—Tu lo saprai meglio di me…

—Mi son sempre battuto senza dottori, o c'era qualche amico che si prestava per piacere. Questo giovinotto non lo conosco e mi pare anche un dottore di lusso.

—Capisci che non c'è una tariffa. Ognuno fa secondo le suo forze.

—Per esempio?

—Nel caso tuo io credo che se gli mandi una spilla infilzata in un biglietto rosso da cento, fai fin troppo. Avrai mille occasioni per rendergli un servigio.

—Ti pare proprio abbastanza?

—È giovine e si paga un poco coll'onore che gli si fa. Se scriverà un opuscolo sul modo di guarire la tosse alle pulci, gli potrai dare del distinto batteriologo sul tuo giornale.—Scherzavo per tener viva l'aria, per far ridere Massimo, che mi pareva alquanto depresso.

—Bene, se crepo, fai piacere tu… To' la chiave. Andrai a casa mia, aprirai il cassetto del mio tavolino, troverai un libretto della Banca Popolare. Ci pensi anche alla spilla. Ci sarà da pagar l'oste, le carrozze….

—Adesso mi fai anche il testamento.—E alzando la voce come un deputato che protesta per la conculcata libertà statutaria, gridai:—Andiamo, perdio! qui si perde un tempo prezioso.

—È ciò che dicevo anch'io—grugnì l'onorevole Dassi, che si raggirava per la stanza come un leone nella gabbia. E cominciò lui a togliersi la giacchetta, il panciotto, i polsini, il colletto, come se si preparasse per andare a dormire e finì col rimboccare le maniche della camicia fin sopra i gomiti.

Allora mi avvicinai al colonnello Barconi, altro padrino del nostro avversario, per vedere se c'era ancora il mezzo di combinare una conciliazione o almeno di attenuare le condizioni dello scontro. Ma il colonnello per tutta risposta inarcò le ciglia e mi guardò strabiliato, come se gli avessi proposto di lavare la faccia alla luna. Pareva dire: Con chi parla? e si fanno sul terreno di queste proposte? e si osa farle a una persona rispettabile? a un soldato? ma in che mondo vive lei? non ha letto mai il più elementare trattato di cavalleria? non sa che ci sono dei codici stampati apposta per gli ignoranti come lei?—Tutte queste cose mi parve di leggere nell'arco delle ciglia e negli occhi sbarrati del colonnello: e non osai insistere.

Massimo si tolse lentamente la giacca. Io gli detti una mano per tirargli di dosso il panciotto, (quello che gli aveva procurato la ramanzina della mamma) e attaccai il colletto e la cravatta alla maniglia della finestra. Non volle che gli si rimboccassero le maniche, perdio non era venuto, disse, a lavare scodelle. I padrini dettero un'ultima occhiata alle sciabole, il Barconi battè le mani e gridò: in guardia!

Io non sono il Tasso e non starò quindi a descrivervi un duello. I due avversari sapevano tenere una sciabola in mano, non mancavano di coraggio, ma non erano così grandi maestri da insegnare a noi e tanto meno al colonnello qualche cosa di nuovo. Costui, a giudicare dagli occhi che faceva, dovette fremere subito nel suo cuore accademico di maestro di scherma tanto della furia sfrenata e scorretta dell'onorevole Dassi, quanto della pesantezza di mano di Massimo, che ai primi colpi cominciò a sudare come un cavallo e a soffiare come un mantice. Era stata scelta la sciabola senza guardia, buoni tutti i colpi, e il duello doveva finire soltanto quando uno dei combattenti fosse nell'impossibilità di continuare; ma i padrini erano d'accordo di non lasciar andare le cose troppo in là e d'impedire una catastrofe con una di quelle motivazioni che salvano capra e cavoli. Alla prima scalfitura che fosse toccata a Massimo o al primo riposo, noi avremmo fatto appello al cuore generoso dell'onorevole Dassi, che si contentava d'ogni piccola vittoria. Si poteva contare anche un poco sulla svogliatezza cinica del suo rivale, che quella mattina era più grigio del solito. Ma il caso volle che la lentezza di Massimo irritasse il suo avversario, che si vide impedito il primo bel colpo da un giuoco freddo e pesante.

A questo si aggiunse che il primo sfregio lungo qualche centimetro andasse a cadere proprio sull'occhio del deputato, un dito sopra il ciglio, in modo che il sangue, spruzzando come da un fontanile, gl'innondò la faccia, rigandola come una maschera e togliendogli la vista. I padrini arrestarono il duello.

Il Dassi cominciò a bestemmiare in dialetto romagnolo, non tanto per il male quanto per il dispetto di non vincere subito. Ci vollero le belle e le buone per indurlo a lasciarsi lavare il viso coll'acqua tiepida, e a lasciarsi mettere un fiocco di bambagia sulla ferita e una fascia in giro.

Quel diavolo a quattro non capiva più la ragione e tanto meno la volle intendere il colonnello, che nel suo primo aveva in giuoco la rinomanza della sua scuola. Con una eloquenza fredda e rigida, precisa come un logaritmo, il Barcone ci dimostrò che una conciliazione in queste circostanze non aveva ragione d'essere, a meno che il signor Massimo lasciasse mettere a verbale…

—Ma che verbale!—gridò Massimo inorgoglito un po' troppo della sua fortuna; e si preparò ad attendere il secondo assalto.

Questo fu ripreso subito, prima ancora che i padrini fossero al loro posto. Massimo, avendo riscaldato il ferro e sentendosi più rianimato dall'esercizio, fece tre o quattro mosse stupende in cui brillò ancora una volta il suo vigore giovanile e la vecchia foga del volontario.

Dassi ad ogni colpo gridava come un ossesso. Lo scontro si fece vivo, ardente, bellissimo. Il deputato pagò subito il suo debito con una puntata, che Massimo cercò di parare, ma il filo della sciabola, scorrendo sul braccio, ne lacerò tutta la carne, producendo una ferita superficiale, ma per la sua ampiezza molto sanguinolenta. Il sangue, cadendo e dilatandosi nella stoffa della manica bianca di bucato, si sparse in grandi macchie che fecero comparire il danno più grave che non fosse. Bisognò fermarsi ancora.

I medici esaminarono la ferita e non trovarono che fosse tale da impedire a un uomo come il signor Massimo la continuazione del duello. Quindi la teologia cavalleresca stabilì che dopo cinque minuti di riposo si ripigliasse il terzo assalto.

Io n'ero quasi stufo e mi ricordo d'aver detto qualche parola vivace, forse senza senso, che fece sogghignare il colonnello, mentre i due dottori con una pazienza da santi e con una abilità di suora infermiera cercavano di togliere al ferito la camicia per poter lavare e dare un punto alla lacerazione. Bisognò che tagliassero la pezza col bistori. Il petto di Massimo, messo a nudo, uscì tutto a chiazze di sangue. Mentre il dottore giovine dava in fretta in fretta quattro punti alla pelle, l'altro, il barbone illustre, con una spugna passava sul corpo e andava via via spremendo il sangue in una catinella.

Proprio davvero: due suore di carità non avrebbero potuto essere più amorose di quei due buoni scienziati, che dedicavano la loro vita al bene della sofferente umanità.

Dopo aver sogghignato, il colonnello mi indicò il foglio del processo verbale, dichiarando che per conto suo si lavava le mani in quella catinella. Ho ancora nelle orecchie la sua voce fredda, acuta; e capisco che le cose si fanno o non si fanno.

Ritornati al terzo assalto, la stanchezza, l'irritazione, l'odio che esce dal sangue, dettero al duello un carattere più brutale, voglio dire meno artistico; non pareva più un duello, ma una partita a coltelli, tanto che i padrini e lo stesso Barconi dovettero farsi avanti e gridare un perdio! che ricacciò i combattenti nelle regole delle cose pulite. Ammazzarsi è nulla, ma lo si faccia con garbo, perdio! se non altro per rispetto ai medici che assistono.

Non so se i due combattenti intendessero le nostre ragioni. I poveretti avevano certi visi stravolti, certi occhi cattivi, certe bocche sguaiate, che non parevano più uomini civili. Una ferita di poco conto toccò ancora a Massimo fra la spalla destra e il collo: il Bassi ripetè il colpo con una traversata. La sciabola nel tornare dal sangue me ne spruzzò alcune goccie sullo sparato bianco della camicia. Anche il terreno era segnato di spesse orme sanguigne, che andavano allargandosi, perchè nella furia le due parti giravano, s'inseguivano, venivano a mezza lama, rendendo il terreno, dove il sangue si mescolava alla polvere del mattone, sempre più lubrico e sporco.

I padrini e i due dottori erano come affascinati da quel terribile giuoco d'armi e lo stesso Barconi non potè che ammirare, come mi confessò più tardi, una magnifica finta di Massimo, che pochi maestri, tanto della scuola napoletana come della scuola francese, avrebbero saputo eseguire con più eleganza. Il Barconi cercava allo schermitore principalmente l'eleganza. La scherma è un'arte, come la danza, come la musica, come la pittura: e il ferro bisogna saper adoperarlo come il pittore adopera il pennello, come il musico adopera la bacchetta, con grazia, con semplicità, con armonia. Peccato che sul terreno le parti non sappiano sempre mantenere il contegno che si deve…! Ma i medici dimostrano alla loro volta che lo stato patologico degli avversari ha una certa influenza, per cui l'irritazione nervosa, disturbando le disposizioni callisteniche dei soggetti, li porta ad inconscie ed atavistiche ferità brutali.

Si continuava da un poco a combattere fuori di ogni legge callistenica, quando risuonò sul pianerottolo un grido sinistro di donna e dietro al grido una voce stridula, che contrastava accanitamente colla voce fessa e turbata dell'oste; e poi si sentì un grande urto e un seguito di colpi violenti nell'uscio con un diabolico scassinamento del catenaccio. Massimo, che aveva il viso in fiamma, divenne smorto come un cadavere, mi lanciò un'occhiata supplichevole e mi comandò:—Non lasciare entrare quella donna.—Aveva riconosciuto la voce di sua madre.

La povera donna, messa in sospetto dal contegno misterioso del figlio, era discesa dal letto, aveva dalla finestra vedute le carrozze e siccome non era la prima volta che Massimo partiva per queste spedizioni, si vestì, corse, interrogò il portinaio che non seppe mentire, poi era salita in una carrozza di piazza; ma aveva perduto del tempo nell'inseguirci su qualche falso indizio. Finalmente colla furia e colla divinazione d'una madre spaventata aveva scoperto il luogo. Scese di carrozza, entrò come un fulmine nell'osteria e colla forza con cui soleva una volta muovere un cesto di castagne, prese la mano d'Iside e parlando col solo respiro, disse:—Menami dove l'ammazzano!—Iside fu quasi trascinata da quella mano di ferro ai piedi della scaletta. Dal cortile si udivano i colpi, i passi, i gridi dei combattenti. Dunque era salita, era piombata su quell'uscio dove stava il sor Fabrizio in sentinella e cominciò di fuori un altro duello. E certamente la donna colla forza che vien dalla disperazione avrebbe finito col buttare il vecchio uscio in terra, se al comando compassionevole di Massimo non fossi corso a mettere le mani sulla maniglia del catenaccio e a puntellare l'uscio colla spalla.

—Cani, cani, cani!—gridava la donna dando terribili scosse al paletto.

—Non lasciarla entrare, Cesare.—Massimo mise tanto accoramento in quel nome di Cesare, che non usava mai parlando con me, ch'io compresi tutta la grandezza della preghiera. Egli non voleva esser vile, nè sfigurare davanti agli amici, che potevano, chi sa? credere a una segreta intesa della madre col figlio; non voleva comparire brutto, osceno di sangue innanzi a lei.

Ma la donna era più forte di me. Cacciato via l'oste con un pugno terribile nel petto, si era buttata sull'uscio col vigore della sua robusta costituzione di popolana e con scosse forti da sfondare un muro non che un assito tarlato, procurava di levarlo dai cardini, sempre gridando con quella sua voce assassina:—Cani, cani, cani!—Dietro di me inferociva la battaglia; ma non era certo meno feroce la battaglia ch'io sostenevo contro quella donna pazza d'amore e di dolore.

Dovevo forse permettere che si cacciasse in mezzo alla carneficina?

Ho detto carneficina?—ho sbagliato. Tranne una volta o due, cosa di piccola importanza, il duello era stato regolarissimo e il verbale è là a disposizione di chi vuol vedere. Ma in quel momento non sapevo nemmeno io in che mondo fossi. Massimo era caduto e si rotolava in una pozza di sangue, vomitando sangue dalla bocca sull'ammattonato. Sentii che sarei caduto anch'io come uno straccio, se non mi fossi tenuto ben stretto al catenaccio e all'uscio che la vecchia tempestava coi pugni, coi calci, strillando sempre con voce lacerata dal pianto:—Cani, cani, cani!

Vi fu un gran trambusto nella sala à manger del sor Fabrizio. Il Dassi bianco come un foglio di lettera, guardava Massimo e pareva irrigidito.

I padrini e i dottori sollevarono il morente e lo portarono in uno stanzino contiguo sopra un pesto e troppo usato divano. La donna entrò in quel momento.

Com'era entrata? non so. Essa vide, capi, fece alcuni passi e cadde come un cencio in terra nel sangue. L'oste che non si aspettava una catastrofe, cominciò a correre, a chiamare, a sbuffare, a bestemmiare. Non saprei dire come portassero via anche la donna che pareva morta anche lei. Non so più nulla, come d'un brutto sogno di cui non resta nella memoria che la spaventosa impressione.

Ricordo soltanto questo: il guattero entrò con due secchi di legno e cominciò a versar abbondantemente l'acqua sul pavimento; poi con due scope padrone e guattero cominciarono a lavare il suolo di tutta la porcheria.

—Peggio che i beccai!—diceva il guattero spaventato.

—Taci, asino!—borbottò l'oste—porta della crusca.

* * *

Quindici giorni dopo mi fu consegnato in redazione il seguente biglietto:—Dichiaro d'aver ricevuto lire cento. E grazie della spilla. Dott. Sirchi.

ZOCCOLI E STIVALETTI

ZOCCOLI E STIVALETTI

Accadde quel che doveva accadere. Per quanto don Cesare sferzasse i cavalli, il temporale, che s'era andato raccogliendo fin dalla mattina, scoppiò e l'acqua cominciò e cadere una mezz'ora prima d'arrivare alla Castagnola. E bisognò pigliarla.

—Ti avevo detto che non era una giornata, da fidarsi—cominciò a gemere donna Ines, che sedeva a fianco del conte sull'elegante phaeton,—Ma parlare con te e parlare col muro è lo stesso.

—Brava, se i Castagnola ci aspettano…..

—Si doveva mandare un telegramma, o partire col legno grande e col
Giuseppe.

—Che Giuseppe d'Egitto..!—brontolò il conte molto seccato.

—Intanto rovini il legno e i cavalli.

—Ai cavalli ci penso io… ep, là.—E il conte lasciò andare al capo delle bestie due belle frustate. I due cavalli fini non furono troppo persuasi di quel modo di pensare e acciecati anche dal bagliore dei lampi, flagellati da una pioggia grossa mista a gragnuola, cominciarono a galoppare malamente, a strattoni irregolari, su per la riva rotta dal fango. Donna Ines strillò:—Fermati, fermati…..

La povera contessa era livida di dentro e di fuori. E sfido! trovarsi lor due soli, in carrozza, per una strada deserta, con quel tempo in aria, con quei cavalli che don Cesare guidava quasi per la prima volta, via, chi si sarebbe divertito?

La contessa, come sono in genere tutte le donne e come devono essere tutte le contesse, era un caratterino nervoso, molto impressionabile, proprio quel che ci voleva in certi momenti per andar d'accordo con un uomo ostinato e irragionevole come il conte.

—Sacrr….—ruggì costui, accompagnando colla più energica delle sue bestemmie un terribile crac d'una ruota davanti, che fece piegare il legno da quella parte. Se non era pronto a saltar giù e a sorreggere la carrozza col suo gran corpo da gendarme, andavano tutti e quattro nel prato di sotto.

—Sacr… s'è rotta la ruota davanti. Vien giù.

—E come faccio a venir giù?—chiese la contessa con voce dolente mista di lagrime, di spavento e di rabbia.

—Vien giù in qualche maniera, per Dio sacrr… Non vedi che devo tenere i cavalli?

—Non c'è qui un uomo?—tornò a domandare la povera signora, a cui pareva impossibile che non ci fosse al mondo nemmeno un uomo per aiutarla a discendere. L'acqua veniva più grossa.

I cavalli tenuti per il muso dalle mani di ferro del conte, scalpitavano, rinculavano, dando scosse al legno. Bisognò discendere, in qualche maniera; ma un lembo di pizzo della visite restò attaccato alla mécanique.

—Se non te l'avessi detto, pazienza! che male c'era a condurre il
Giuseppe?

—Non far la stupida—rimproverò il gendarme—Apri l'ombrellino e piglia questo viottolo a destra. C'è un cascinale vicino.

—Dove?

—A destra, non a sinistra, oca! va a cercare qualcuno che venga a tenere i cavalli. Moro ha l'occhio spaventato. Se li lascio andare si accoppano questi accidenti sacrr…

Non era il momento di far questioni filologiche. Sotto il parasole di satin la contessa cercò la stradetta, saltando come potè sulle pozze d'acqua e prese a correre verso il cascinale che distava un trecento passi. Proprio in quel momento si aprirono le cateratte del cielo. L'istinto di conservazione, rinforzato dalla bile e dall'odio contro l'asino imbecille che l'aveva tirata in quell'avventura, dettero alla povera signora una forza straordinaria, che a casa sarebbe subito scomparsa alla vista del più piccolo ragno.

Ma come l'appetit vient en mangeant, così il coraggio viene dal bisogno d'averne. Lo scrisse lei stessa qualche giorno dopo in una lunga lettera a donna Mina Besozza: «l'occasion fait le larron: io che soltanto all'idea d'una fessura sento un reuma nel cuore, son uscita da quel diluvio senza il più piccolo raffreddore.»

* * *

Come arrivasse alla cascina Torretta è più facile immaginare che descrivere. Avendo un colpo di vento spezzato il parasole, la povera martire dovette camminare cinque minuti sotto quella benedizione, coi piedi in un velluto di fanghiglia, d'una fanghiglia cretosa che si appiccicava agli stivaletti, alle calze, alle balzane. L'acqua che defluiva dalle campagne finiva a formare un laghetto davanti alla casa, e dovette attraversarlo sotto le grondaie, che versarono un mezzo barile di colatura sul cappellino di paglia.

—Non c'è qui nessuno?—gridò ricoverandosi sotto un rustico portichetto, appena potè tirare il fiato.—Si è rotta la ruota d'una carrozza. Ehi, di casa!—Provò a scotere il paletto e a spingere un vecchio uscio sgangherato che lasciò vedere una cucina affumicata piena di mosche. Davanti al camino stava seduto un vecchio massaio colle mani aperte su un focherello invisibile, immobile sulla sua sedia di legno come se fosse anche lui lavorato nel legno.

—Galantuomo! non c'è nessuno?

Il vecchio di legno non si mosse. Era sordo.

—Va al…—fu per dire la povera donna che, trascinandosi dietro le sottane impegolate, andò a chiedere aiuto a un altro uscio. Era (pardon) una stalla. Un uomo sui quarant'anni, rosso di pelo, con una gola larga, colle braccia e colle gambe ignude, si affacciò reggendo una forchetta non da dessert e parve impaurito di vedersi davanti una figura vestita a quel modo.

Se ne contano delle storie nelle stalle! e coi temporali, si dice, vanno intorno anche le anime dei poveri morti.

—C'è una carrozza sulla strada con una ruota rotta. Andate, mandate qualcuno, presto.

Il Rosso stentò a capire. Che carrozza? che strada?

—Sono la contessa Battini Luziares.

Il Rosso, che non aveva mai sentito dire che ci fosse una signora di questo nome, rispose:—Chi la gh'è no…

—C'è una carrozza, il conte…. Mandate, andate voi.

Il Rosso, dopo aver strologato il fenomeno atmosferico, gonfiò un poco la gola e soggiunse, indicando colla forchetta l'acqua della grondaia: —Adess, al pioev tropp…—E sotto questo punto di vista non aveva torto. Pareva il diluvio universale.

—C'è un uomo sulla strada con due cavalli spaventati, capite?—replicò la contessa, cambiando il conte in un uomo nella speranza di commuovere le viscere di questo suo simile. Poi, pensando che la Cascina Torretta poteva appartenere a un essere ragionevole, soggiunse:—Voi di chi siete?

Sem dal Rostagn, el deputato…

Quando si dicono le combinazioni! Rostagna era da cinque anni il tirannello del mandamento, un radicale rosso anche lui come il suo villano, un mangiapreti e un mangiasignori in insalata. Eletto coll'aiuto materiale e morale degli osti e dei mediatori di vitelli, spadroneggiava i comuni a dispetto dei padroni e delle autorità, che dovevano sopportare la sua prepotenza, voglio dire la sua influenza sui ministeri. A farlo apposta, don Cesere Battini era stato l'inventore d'un famoso anagramma, che da Rostagna tirava Sta rogna e la scritta «eleggete Sta rogna» si leggeva ancora alquanto diluita dal tempo sui muri di cinta. E si sapeva da tutti chi aveva pagato l'inchiostro indelebile e la mano d'opera. Rebus sic stantibus, la povera contessa non poteva capitar peggio. Ma poi da donna di spirito pensò che la politica è una pettegola e lei era la contessa Battini: che la politesse è superiore a tutte le piccinerie elettorali: che per quanto democratico, quell'aristocraticone al rovescio dell'onorevole Rostagna, non avrebbe mai permesso che una contessa Battini Luziares morisse affogata in un barile o avesse a pigliare una polmonite fulminante. E stava per invocare in suo aiuto l'abborrito nome, come sì invoca dai disperati quello del diavolo se i santi non si muovono, quando una vecchierella col capo pelato comparve sul ballatoio di legno.

—Non si può trovare qui un paio di uomini?—provò a supplicare la signora, alzando il viso verso il ballatoio, nella speranza di trovare nel seno della vecchiezza un po' più di visceri di umanità.

Gh'è Meneghin dal Gatt—disse la vecchia parlando al Rosso.

Dov'è sto Meneghin?—insistette la contessa.

Al soo minga, sciora. A l'è andaa foeura coll'asnin.

* * *

Donna Ines provò una gran voglia di piangere. A veder quei villani così duri, così incapaci, così indifferenti per i suoi bisogni sentì tutto il suo sangue mezzo spagnuolo ribollire nelle vene. Capì come nei panni di una Elisabetta d'Inghilterra, o d'una Caterina di Russia si possa in certi momenti commettere una esagerazione; farne, per esempio, impiccare una mezza dozzina. Se si fosse trattato dell'asino o del porco oh li avresti veduti ammazzarsi in dieciotto! ma la pelle dei signori è una cosa che non conta.—Egoisti, poltroni, vendicativi!—Queste parole risuonarono e rimbalzarono come fucilate nel suo cervello fatto irragionevole dal dolore.—

—Sarete pagati. O pago subito, muovetevi…—e trasse fuori il suo bel portamonete di cuoio di Russia.

Il vecchio sordo, che si era destato anche lui al bagliore di un lampo, venne sull'uscio e riempì colla sua persona lunga, stecchita, color della terra, il vano oscuro.

—Avete visto Meneghin del Gatto?—chiedeva la vecchia pelata del ballatoio di legno.

Che gatt?—diceva il vecchio che capiva male le parole in aria.—Potrebbe tornar sta sera—osservava il Rosso.—Se ci fosse Martin della Fornace…..—riprendeva la vecchietta.—Martin? Martin è andato a Cinisello….—E intanto che i tre villani si scambiavano dai tre punti della casa queste belle parole così conclusive, l'acqua veniva a secchi: e sotto l'acqua, poco dopo fu visto venire anche il conte coi due cavalli, uno per mano, conciato anche lui come un brigante delle Calabrie, più idrofobo che arrabbiato. La carrozza era rimasta sulla strada inginocchiata sulla sua ruota davanti.

—C'è qui un accidente di stalla da poter ricoverare queste bestie?—gridò col suo vocione da gendarme.—Bell'aiuto che mi hai mandato—riprese mangiando la contessa cogli occhi.—Se aspettavo te sarei morto annegato. Dov'è questo anticristo di stalla.

Gh'è dent la vacca, scior…

—Tirala fuori la vacca. Vuoi lasciar crepar di tosse i cavalli?

Il Rosso, dopo essersi consultato colla vecchia, si rassegnò a tirar fuori la vacca che legò al timone di un carro sotto l'andito e lasciò che il conte mettesse a tetto le sue bestie.

—Prendi un bel fascio di paglia asciutta e fregali forte—comandò il conte con quel tono brusco che fa trottare i villani. E il Rosso obbedì come se avesse parlato ol deputato.

—E adesso uno di voi vada a Caspiano dal fattore di Ca' Battini e gli dica di mandar qui subito il legno coperto.

Nessuno si mosse. Chi ci doveva andare? non mica il vecchio sordo, che non sentiva un cannone; non mica la vecchietta pelata, e nemmeno il Rosso che aveva la sua vacca da curare.

E poi con quel tempo…

—Non ci siete che voi tre, corpo dell'anticristo?—gridò il conte che teneva in mano la frusta per il manico—Non c'è qualche ragazzo?

—No, scior.

—Che Dio v'infilzi! non vi moverete per niente, figli di cani.

Se ghe fuss Meneghin dol Gatt…—tornò a dire la vecchietta, che non sapeva proprio suggerire niente di meglio.

Dove l'è sto Meneghin de la madonna…—urlò il conte.

L'è andaa alla fornas coll'asen.

—E la fornace dov'è?—E per non bestemmiare di nuovo in faccia ai villani (che si scandalizzano facilmente) strozzò la brutta parola con un colpo di frusta, che fece scappare e strillare tutte le galline accovacciate sotto i trespoli.

Quell'uomo grande e grosso, con quel nome, con quella frusta, con quelle bestemmie aristocratiche cominciava quasi a far paura. Allora la vecchia prese a chiamare:—Teresin, Teresin

Il conte e la contessa si guardarono un pezzo nel muso. E dico muso, perchè avevano una gran voglia di mordersi: lei livida di freddo e di veleno; lui acceso, sudato, congestionato. Grugnirono qualche parola in francese (sempre per rispetto ai villani) e si voltarono ruvidamente le spalle.

—«Pover'anima, venga in casa: così conciata com'è si piglierà un malefizio—» Chi parlava questa volta era la Teresin, detta la sposa, una donna non più molto giovine, ma ancor fresca e di buona apparenza. Nel fondo oscuro della cucina, la spera degli spilloni d'argento, che le facevano aureola al capo, illuminava il suo viso da cristiana. Chiamata dalla suocera, aveva lasciato il bimbo e cercava ora di fare verso i due poveri signori quel che non si rifiuterebbe a un cane bagnato. Fece entrare la contessa, la mise a sedere su uno sgabello su cui distese a rovescio il suo grembiale e aiutò il nonno a mettere il fuoco in una fascina di strame e di pannocchie secche, che riempirono la stanza prima di un fumo d'inferno e poi d'una fiamma che abbruciava gli occhi.

La contessa mezza affumicata cominciò a tossire.

—Lei ha bisogno di togliersi da dosso questa roba—seguitò la Teresin—Madonna dell'aiutol par tirata fuori da un pozzo come una secchia.

Se non le fa ripugnanza, venga di sopra nella mia stanza, dove potrà almeno levarsi le scarpe e le calze. Canzona? coi piedi bagnati si va al camposanto. Un paio di calze di filugello lo troveremo anche noi e poi le faremo scaldare una goccia di latte, povero il mio bene; intanto il suo uomo (voleva dire il conte) potrà tornare con un'altra carrozza a prenderla.—

Presa e sospinta da questi ragionamenti, che avevano il merito d'esser giusti, donna Ines—à la guerre comme à la guerre—si lasciò condurre su per una scaletta di legno che cigolava sotto i piedi, Dal ballatoio vide il suo uomo che partiva su un carrettino tirato da un asinello in compagnia d'un villano, sotto la cupola d'un grande ombrello rosso sghangherato. Pioveva un po' meno.

—La venga qui, santa pazienza! la roba è netta. Lasci che le tolga gli stivalini. O care anime, che piedini bagnati gelati. È matta a tenersi queste calze indosso? c'è da pigliarsi una pilorita. O ma', portate qua un paio delle mie calze. Ne ho portate sei paia quando sono venuta sposa e non le ho quasi toccate. E ora si tiri fuori anche il vestito, che lo metteremo al fuoco. Che peccato mortale d'aver rovinata questa grazia di Dio, con tutti questi pizzi che son così belli! sembran fatti col fiato. Se avessi anche un vestito degno di lei… ma ora penso che ci abbiamo una buona coperta di lana. Aspetti, intanto che facciamo asciugare un poco la roba, lei la si volti ben bene qua dentro, così: magari la si distenda un poco sul letto (questa è la mia parte) e lasci che le metta un coltroncino sui piedi. Gesummio, sto povero cappellino! par stato sotto i piedi della vacca. Le è proprio capitata una giornata di quelle: e quel suo uomo ha poco giudizio a strapazzare una carnagione come la sua. Stia sotto sotto, quieta quieta e cerchi di sudare. Ora le porto il latte caldo.»

Teresin uscì e tornò con una scodella di latte bollente, grande come il lago di Como, che fu un vero ristoro per la povera creatura intirizzita di dentro o di fuori. La Contessa tornò a rannicchiarsi nel grosso e ruvido coltrone, se lo tirò fin sopra le orecchie e cercò di fare una buona reazione.

Nel ritorno del calore le sue forze si sentirono consolate. La tensione stessa irritata dell'animo cedette insensibilmente nel molle e soave abbandono del corpo. Un tiepido senso di benessere calmò i suoi pensieri, percorse le sue membra strapazzate, finchè un velo di sonno trasparente e leggero come una nuvoletta passò sulle sue palpebre. Ed ebbe una visione rapida, evanescente, che la portò colla solita irragionevolezza dei sogni a vedere una gran festa di rose in fiore, di cui era pieno un gran giardino non suo, veduto forse in un romanzo giapponese di Pierre Loti. E per il viale fiorito vide venire incontro a gran salti di gioia il suo Blitz, il bel cane di Terranuova, che nel partire avevan lasciato piagnucoloso alla catena. Blitz le poneva le sue zampone sulla spalla, faceva cento baci colla lingua e si lasciava prendere e carezzare il muso. Un sentimento di infinita tenerezza la spingeva a baciare la bella testa di quell'animale così buono e intelligente…

* * *

«Fu veramente un sonno delizioso—scriveva lei stessa a donna Mina Biraga—come da un pezzo non sogno più. Ma ero letteralmente épuisée. Non ho pigliato un malanno, ma Dio ti salvi dagli idilli campestri. Per me preferisco una spanna del mio salottino a tutti i Trianon e a tutti i chalets dei poeti, a meno che i buoi e le capre non siano di porcellana. L'Arcadia è sporca. E la bestia uomo non è meno bestia delle altre, non escluse le donne. Teresin me ne raccontò di tutti i colori. Quando seppe che non ho figli, mi consigliò, indovini?—di portare in vita tre spicchi d'agli infilati in uno spago. Una sua sorella che ha provato questo rimedio consigliatole da un santo eremita di Musocco, ebbe due volte due gemelli dopo quasi tre anni che non vedeva figliuoli. Puoi immaginare un ilang-ilang delizioso? amore all'aglio. Quando tornò Cesare colla daumont era già sera. Siccome ebbe la prudenza di condurre con sè quel mattacchione del barone Barletti, (è vero che fa la corte alla Tea?) così si è evitata la scena ultima e si è finito col ridere. E bene sia quel che è finito bene; ma ho dovuto venir via colle calze di filugello e cogli zoccoli della sposa, fino alla carrozza come su due trampoli, sostenuta da Cesare da una parte e dal barone dall'altra, che mi chiamò una deliziosa Diana traballante. Glissons, n'appuyons pas. Faccio conto di mandar questi zoccoli alla madonna di Pompei in segno di grazia ricevuta. Par che faccia mirabilia quella cara madonna, se è vero quel che scrive la principessa d'Ottaiano alla madre superiora del nostro Cenacolo. Sarebbe la miglior confutazione a quella porcheria del Lourdes di Zola, qui sent la bête anche lui.

Siccome malheur à quelque chose est bon, così anche i temporali servono a qualche cosa. Cesare ha creduto dover suo di scrivere un biglietto al deputato per domicilio violato, ecc. Il deputato, che mangerebbe un prete a pranzo e un aristocratico a cena, ha risposto un biglietto cortesissimo e anche spiritoso, nel quale deplora di non essere stato avvertito a tempo, perchè avrebbe mandata la sua carrozza e ci avrebbe ospitati nella sua villa di Mirabella che è a due passi dalla Torretta. Spera però in un altro temporale. So che i due uomini si sono poi trovati su terreno neutro. Cesare gli manderà domani una coppia di conigli americani, due cosi stupidini, ma assai chéris. Politica a parte, pare che il feudatario di Mirabello sia meno orso di quel che si dice. Cesare aspira quest'anno alla deputazione provinciale e chi sa che l'asino di Meneghino e i conigli americani non abbiano a far alleanza! Questi democraticoni, a saperli pigliare, sono i nostri migliori servitori.

Mi chiamano per il bagno. È già il terzo e mi par di sentire ancora indosso la pelle della pecora. Ah quel coltrone! Il y a, poi, quelque chose aussi qui me pique. Ciao.

tua INES.

PS. Di' a don Carlo che mi mandi la «Manna dell'Anima» legata in mezza pelle. Voglio regalare qualche cosa a quella povera cristiana in pagamento degli zoccoli. A proposito: chi è il tuo calzolaio?

L'ANATRA SELVATICA L'ANATRA SELVATICA

Il retrobottega della drogheria, messo come un salottino, dava con una finestra su un vicolo contiguo agli uffici della Pretura, e il vicolo era così stretto, che il nobile de' Barigini poteva dalla finestra della cancelleria contare i gomitoli nella cesta di lavoro della simpatica signora Cecilia, moglie al signor Baldassare Maliardi, consigliere comunale e sindaco della banca popolare di Terzane.

La simpatica Cecilia, detta anche la bella Ceci, già madre di tre bambini, uno dei quali ancora a balia, veleggiava trionfalmente verso la trentina; ma piena di spirito e di vita poteva dar dei punti a tutte le bionde e a tutte le brune del mandamento.

Soltanto la Clementina dell'orefice osava contrastarle col suo bel biondo lino e coll'eleganza del vestire, tutte le volte che si trovavano nello stesso banco alla messa; e per questo c'era tra lor due un non so che di diffidente, di tirato, di amaro, che non impediva però a lor due di baciarsi sulla faccia come sorelle e di farsi molte visite. Guerra di donna guerra di farfalle.

La Cecilia Manardi, figlia dell'architetto Giambelli, che restò sepolto sotto la rovina d'un suo campanile, aveva ricevuta una discreta educazione nel collegio di Cernusco, ciò che le permetteva di leggere non solo il Padrone delle Ferriere in francese, (quel che la Clementina non sapeva fare) ma anche qualche bel romanzo del Daudet, del Bourget, del Rod.

Questi e qualche altro bel libro anche più arrischiatello erano di volta in volta forniti dal nobile de' Barigini, cancelliere della contigua pretura, che da un anno in qua carezzava cogli occhi la bella vicina, che si lasciava carezzare da quegli occhi molto volentieri.

Manardi non sapeva legger bene che i suoi libri mastri o i bilanci della Popolare; ma siccome verso la Cecilia aveva il cuore indulgente, purchè la moglie tenesse un occhio aperto sulla bottega, lasciava che si divertisse a leggere quanti più libri voleva. Solamente quell'ibis e redibis di volumi dalla pretura alla drogherìa, se si fosse potuto evitare, sarebbe stato un gran bene, anche per riguardo alla gente pettegola, che ronza intorno alla onestà d'una bella donna col verso che il moscone fa intorno a un sacco di zucchero.

Non ha detto Dante in qualche sito che: galeotto fu il libro e chi lo scrisse? Manardi aveva studiato anche lui il suo pezzo di Dante in seconda dell'istituto tecnico, e un proverbio raccomanda di usar prudenza chi ne ha.

Certi zig zag fatti col lapis sui margini, certe orecchiette di can bracco negli spigoli delle pagine, certi punti ammirativi lunghi la lunghezza del libro non si fanno per nulla; ma donna avvisata mezza salvata. Se non ha giudizio una madre di famiglia con tre figliuoli, dove andremo a cercare il giudizio? nella scattola delle caramelle?

Il cancelliere nobile de' Barigini, di illustre famiglia marchigiana decaduta, secondo dava a intendere, in seguito a mille traversie aveva dovuto per la miseria dei tempi troncare gli studi di legge e rassegnarsi al modesto impiego di cancelliere in una pretura di provincia; ma il sangue e il carattere si portano dappertutto.

Ancor giovine, non troppo in là della trentina, alto e serio della persona, colla fronte bianca e spaziosa, colla bella barba lunga, elegante parlatore come sono in generale quei di laggiù, coltissimo nelle letterature moderne, era quel che si dice un uomo fuori di posto. Avrebbe portata meglio la carica di sottoprefetto; ma non se ne lamentava. Se la catena corta del modesto impiego non gli permetteva di sfoggiare le sue attitudini, cercava dei compensi in una vita aristocraticamente intellettuale, pascendosi di letture delicate e scrivendo segretamente degli articoli d'arte, che un giornale di Roma pubblicava col nome di Rastignac.

A Terzano, borgo di carattere agricolo, un uomo come lui non poteva essere molto simpatico ai borghesi, ai possidenti, ai bottegai, ai mediatori di bestie e a tutti coloro che preferiscono un buon litro di Valpolicella a tutto Tolstoi legato in marocchino. Le donne forse lo intendevano di più e forse se lo contendevano segretamente, anche per quell'aria filosofica di libero pensatore, che assumeva senza offendere le credenze, su certe questioni. Ma nessuno sapeva che fosse un letterato, tranne Cecilia Maliardi, che aveva giurato con un senso di orgoglio di non tradire il segreto.

Tutte le settimane arrivava in drogheria il giornale di Roma, una specie di Battaglia per l'arte, ma più inconcludente, dove da qualche tempo Rastignac scriveva sul teatro di Ibsen e sul nuovo Simbolismo artistico delle lettere indirizzate a una signora bionda e spirituale. Non vi fu bisogno dell'orecchia di bracco per far capire a Cecilia chi fosse la signora bionda. L'onore era troppo alto, le allusioni troppo trasparenti, perchè non dovesse sentirsene rimescolare da cima a fondo. E lascio immaginare l'effetto magico che quelle lettere scritte in uno stile tra il mistico e il confuso dovevano fare sul cuore caldo e bisognoso della bella Ceci. Le strane donne del drammaturgo norvegese, passando attraverso ai barattoli del pepe e della noce moscata, lasciavano nei sensi e nella fantasia della donna come un profondo desiderio, come una curiosità non soddisfatta.

In quelle lettere a una bionda spirituale si parlava troppo di rinnovamento morale, di risorgimento etico, di ribellione delle anime, di nuovi orizzonti, perchè al risvegliarsi dell'estasi la moglie di Baldassare Manardi non avesse a trovare molto volgare una drogheria piena di mosche. Se non l'aveva avvertita mai prima questa volgarità, è perchè il cieco non ha ribrezzo a dormire in un letto che non vede. Così chi nasce vicino al magnano non sento il frastuono del magnano, se non quando ha il mal di testa. Ma se aprite gli occhi, se i vostri nervi si fanno delicati, il ribrezzo, la nausea, lo stordimento vi andranno al cervello.

Durante una malattia piuttosto lunga di Baldassare, dalla quale il pover uomo si salvò a forza di sanguisughe, la Cecilia fu obbligata in bottega, legata anche lei come un cane alla catena. Nei brevi momenti di riposo doveva salire in stanza a veder il malato, che tormentato da una risipola, era diventato brutto e insopportabile. Per colmo di disgrazia si ammalò anche il bimbo a balia in conseguenza d'una cattiva dentizione; sicchè più volte dovette lasciar la bottega e farsi portare alla Cascina dei Bastoni a vedere il povero piccolino ridotto come un filo.

Da questa realtà non simbolica usciva la sera stanca morta. La bottega, dopo una cert'ora, rimaneva quieta. Tonio, il pestapepe, sonnecchiava dietro il banco coi grossi bracci nudi appoggiati sui ginocchi. La luce cruda della lucerna a petrolio si diffondeva e si riverberava sui vasi, sulle etichette e sui piatti d'oro delle bilancie, in un silenzio che conciliava il sonno alle mosche appiccicate alle corde e alle torcie pendenti dal soffitto. Baldassare sotto l'effetto del cloralio dormiva il sonno dell'innocenza.

Era in quelle ore quiete, tra le nove e le undici, che la parola fluida e molle del nobile marchigiano percorreva cieli ed orizzonti ideali.

Seduto al tavolino di lavoro, nel salottino del retrobottega, dopo che
Tonio aveva servito la chartreuse o il rosolio di china, mentre
Cecilia ripassava il sacco del bucato, Rastignac rivedeva gli strappi
di questa povera tela lisa che si chiama l'umanità.

Tutto nel mondo sociale è menzogna convenzionale, mentre la natura è così sincera. Menzogna è la giustizia che condanna il povero, colpevole di aver rubata una gallina, e fa senatore il ricco, ladro di milioni. Menzogna la religione che fa di Dio un balocco delle nostre passioni. Menzogna il matrimonio, che unisce i corpi e divide le anime. Menzogna l'amore di certe donne, che riescono a ingannare fin sè stesse nell'apprezzamento dei propri sentimenti.

Tutta questa filosofia era esposta dal nobile de' Barigini con una serenità apostolica, senza parole dure, senza fiele per nessuno, semplicemente, come il frutto di una lunga riflessione filosofica fatta sulle cose umane. Ma Cecilia era sospinta nei vortici di questa critica da una forza interna, che quasi non sapeva più dominare.

Una voglia strana di ribellione cominciò a renderla inquieta, intollerante, nervosa verso il malato brontolone, che si divertiva a sfogare su di lei i tormenti della risipola. Mai gli avventori abituati alle belle maniere, ai sorrisi e ai denti bianchì della sora Cecilia avevano vista una faccia più scura, più arrabbiata. Di giorno in giorno questo sentimento di ribellione, anzichè diminuire, si faceva più ardente, più forte, quantunque Rastignac non mostrasse mai la sua forza dominatrice. Egli era di quegli uomini che pigliano le lepri col carro. Sapeva farsi amare prima di mostrar di amare.

Spesso parlava di certi esseri fuggevoli, che lasciano dietro di sè un solco, per il quale si mettono le anime che vogliono andare a confini lontani; ma non dava mai a questi esseri alati nè un paltò nè un cappello. Eppure Cecilia si sentiva dominata e presa come da un dolcissimo, e malinconico despota. Non si eran mai detta una parola d'amore, ma i loro spiriti viaggiavano oramai abbracciati per la via luminosa a spire sempre più alte, per le quali non passano lo anime dei grassi droghieri. È nell'altissimo polo dell'universale che le immortali farfalle umane deporranno la semente dell'umanità nuova. Passato il lungo periodo dell'incubazione invernale, il sole dell'amore spontaneo farà schiudere il Superuomo dal guscio del materialismo borghese….

A parte queste, che in fondo son fanfaluche simboliche, il fatto certo è che la povera Ceci bruciava e si consumava come una candela accesa da due parti. Quel bisogno di idealismo, che è in tutte le donne e che non aveva ancor trovata la sua formola, si lasciò modellare sulle prime formole che un uomo d'ingegno, dagli occhi soavi, dalla bella barba, dalla parola affascinante gettò nella fornace.

E Barigini per parte sua affascinato da quella che si dovrebbe chiamare sinceramente attrazione delle molecole, si lasciava condurre a confidenze gelosissime, narrava di lotte domestiche fierissime contro uno zio cardinale che lo aveva diseredato in odio alle sue idee, del tradimento di una donna, una cugina contessa di Sinigallia, che aveva preferito sposare un vecchio milionario. La sua vita era la sintesi delle dolorose battaglie e delle sconfitte che aspettano ogni anima che voglia uscire dalla volgarità delle cose. Ma egli si era messo animosamente per la lunga e aspra strada che dovrebbero percorrere le anime per l'elevazione di se stesse e per la purificazione dell'essere. I forti che aspirano all'altezza devono avere la visione tragica della fatalità che pesa sulle anime. Il cielo è ancora e sarà sempre dei violenti. L'uomo che viveva con cinquanta lire al mese in uno oscuro borgo non invidiava nessuno, perchè se gli altri posseggono ricchezze, case e fondi, egli possedeva se stesso e il suo ideale. Quando dall'alto d'una collina il suo sguardo girava sulla vasta campagna, egli poteva dire:—Tutto questo è mio, perchè la ricchezza vera non è nel possesso delle cose, ma nel possesso d'una coscienza che si eleva dal fango dei volgari interessi e conquista l'ideale d'una vita libera e contemplativa.

Quando mai il povero Baldassare aveva detto qualche cosa di somigliante? non cattivo nel fondo, lo spirito del pover'uomo non sapeva elevarsi più alto del suo magazzino. Per Manardi la minaccia d'una tassa sulle raffinerie era una questione più interessante d'ogni purificazione dell'essere. Su questi argomenti si fanno i quattrini e basta!

Ceci, scendendo dalle altezze ideali di quelle caste e morbide visioni, sentiva più forte l'odore del pepe e della noce moscata. Ma come se tutto ciò non bastasse, andò a capitargli una brutta avventura.

Manardi, che non poteva ancora uscir di casa, la incaricò un giorno di andare a riscotere il pagamento d'una cambiale in scadenza in casa del vecchio fattore di villa Raverio. Il fattore non poteva pagarla la cambiale: anzi, siccome da un pezzo gli affari gli andavano maledettissimamente, credendo coll'acquavite di spegnere i brutti pensieri, s'era riscaldata la testa, dava in ismanie furiose, picchiava con un pezzo di stanga tutti i creditori che avevano il coraggio di presentarsi sul suo uscio, che non è forse il sistema peggiore di non pagare i debiti. C'è, per esempio, chi li fa pagare e scontare agli altri.

Si può dunque immaginare l'accoglienza che ricevette la signora Manardi di Terzano la mattina che si presentò colla sua pezzuola di carta in mano. Se non era svelta la figlia maggiore a sbattere un uscio in faccia al furibondo padre, il vecchio Cassiano m'infilzava la bella Ceci su un lungo spiedo che teneva brandito come una spada. Accorsero i figliuoli, che presero il frenetico padre in mezzo, lo legarono con una corda, dopo averlo disarmato e battuto… Una scena orribile da irritare i nervi a dieci gendarmi non che a una donnina, che cominciava a considerare il denaro per quel che vale! Aveva ragione Barigini. L'egoismo, l'avidità, gli affaracci imbestialiscono l'uomo. E il più bello fu che, tornata a casa, si prese anche un rabbuffo da quell'altro dalla faccia fasciata, perchè era venuta via senza il denaro. A Manardi seccava orribilmente di dover procedere per le vie legali, che oltre all'odiosità di un sequestro, fanno perdere un tempo enorme e consumano un patrimonio in carte bollate.

Questi erano altrettanti commenti ai discorsi di Rastignac.

Una sera, due o tre giorni dopo la brutta scena in casa del fattore, (Manardi convalescente andava ancora a letto molto presto) Barigini, per distrarla, lesse alcune scene dell'Edda Gabler, l'ultimo dramma di Ibsen, che i romani avevano recentemente fischiato al teatro Valle. E voleva provare che talento dimostra il così detto colto pubblico in faccia all'arte. E lesse bene, riassumendo le scene secondarie; ma la lettura fu continuamente disturbata dai versi di un'anatra selvatica che lo zio di Valmadrera aveva mandato a Manardi quel dì, chiusa in un cesto che Tonio collocò sotto il tavolo di cucina. La bestia seguitò tutta la sera a sbattersi nel cavagno e a fare il suo versaccio, come se protestasse anche lei coi romani contro il simbolismo.

Una volta Barigini esclamò:—I romani non mostrarono più spirito e più intelligenza di questa bestia. Creda pure, cara Cecilia, gli uomini hanno tutti o poco o tanto dell'anatra. Natura dà le ali, ma le bestie preferiscono il pantano.

—Qua, qua…—fece l'anatra.

—Come vuole che una bestia dalla testa così piccina intenda i grandi problemi, che affaticano lo spirito umano? Noi ci affatichiamo a purificare noi stessi dalla materialità: noi combattiamo contro il nostro cuore, contro la nostra carne… (la voce di Rastignac si fece tremolante) nella viva luce d'un pensiero, ma le anatre andranno sempre a cercare il loro pascolo nel fango dello stagno. Esse nutrono la loro carne di vermi.

—Qua, qua…—soggiunse la bestia irragionevole.

—Noi cerchiamo alla Natura e all'Amore la forza creatrice dell'Idea…—Barigini fece vedere colle mani queste maiuscole nell'aria.—Queste bestie non cercano che la Sensualità.

Cecilia impallidì. Rastignac non parlava soltanto della bestia chiusa nel cesto sotto il tavolo. Non soltanto le anatre selvatiche cercano la Sensualità. Un senso di profonda umiliazione avvilì la bella donna. Si sentì quasi abbrutita dal suo destino. Si trovò perduta in mezzo ai sacelli di zucchero e di caffè come in una landa sterile e brulla che doveva percorrere per tutta la vita. Rastignac parlava una parola che essa anelava da un pezzo di udire, che le pareva di aver udito altro volte ne' bei sogni della giovinezza, quando la vita è un sogno e l'amore una rugiada. Le sue idee, le sue speranze i suoi orgogli di donna spirituale si rianimavano al contatto di quella voce che conteneva un'anima…

—Qua, qua…

Anch'essa imparò a odiare la bestia. Per cinque o sei giorni ebbe la febbre indosso. Sentiva una voglia pazza di sparare come Edda Gabler colpi di pistola nei vasi delle mandorle e delle perline toste. Al contatto di Rastignac si sentiva un'altra donna, non più la droghiera di Terzano, ma un amazzone che preparava le armi per una grande battaglia. Nell'amore di Rastignac trovava, non dirò se stessa, ma l'angelo che aveva dormito in lei fino a quel giorno. Egli aveva parlato più volte della risurrezione degli spiriti. Ebbene Cecilia Manardi sentiva qualche cosa che, si moveva sotto la pietra del sepolcro. Viveva ormai di lui, per lui, elevandosi come un'aquila nel mondo del pensiero e dell'amore intellettuale, dimenticando la sua sorte di anatra selvatica condannata a pascersi di vermi e a gemere in un cesto chiuso, provando insieme a impeti di ribellione, impeti non meno orgogliosi di felicità che la spingevano a imprudenze fatali.

E Dio sa dove sarebbe andata a finire con queste imprudenze, se una mattina di luglio non fosse corsa una strana voce a suscitare le meraviglie, i commenti, i pettegolezzi dei seimila abitanti di Terzano.

Il nobile de' Barigini era stato arrestato la notte e condotto a
Milano.

Fu la Clementina dell'orefice che venne apposta in drogheria a portare la stupefacente notizia, così calda calda come l'aveva raccolta pochi momenti prima dalla bocca autorevole del pretore. E può darsi che ci avesse il suo gusto anche lei a metterci della frangia. Anche le bionde hanno la loro morbida cattiveria.

Non si trattava nè di socialismo, nè di anarchismo, nè di complotti politici. Il cancelliere aveva semplicemente, borghesemente, trattenuti dei vaglia postali diretti all'ufficio per una somma di cinquecento o seicento lire, facendo figurare nei rendiconti semestrali non so quali spese simboliche. La cosa era venuta al pettine e si volle procedere per citazione direttissima, anche per dare un esempio, E veramente se cominciano a rubare gli impiegati della giustizia, che cosa dovranno fare quei poveri ladri?

* * *

Poi di notizia in notizia venne fuori che il nobile Scipione de' Barigini, nipote d'un cardinale, ecc. non era niente affatto nobile, nè marchigiano, ma semplicemente un figlio disutile d'un povero maestro di Vigevano, che dopo aver fatto stringhe della pelle pur mantenerlo agli studi e per cavare da lui un uomo, s'era trovato in mano un Superuomo di quella razza. Di vero e di autentico il Barigini non aveva che un ingegno vivo, il fascino d'una chiacchiera non comune, una magnifica barba, e un gusto elevatissimo al dolce far niente.

E Rastignac?—gli articoli eran belli e arguti; ma il cancelliere aveva a che fare coll'autore di quelle lettere, come un ministero colla prosperità nazionale.

Per la povera Ceci fu un colpo tremendo e una mortificazione da far perdere la testa, da rompere il cuore in due pezzi. Oltre al precipitare dalle sublimi altezze dell'aquila nel barile dell'aceto, sentì tra pelle e pelle tutte le risate che dovevano fare le belle gelose e le brutte invidiose.

Essendo giorno di mercato, in bottega fu un continuo andirivieni di gente, e ognuno voleva dire la sua; e nella voce di tutti le pareva di sentire come una canzonatura.

Un certo momento, non potendo più resistere al tormento, presa dal convulso, scappò in cucina, chiuse l'uscio, e dette sfogo al patimento, poverina, con uno scoppio di pianto che minacciò di lacerare la vita e l'anima.

—Qua, qua… fece la bestia sottovoce, svegliandosi da un leggero assopimento.

Era l'insulto della bestia.

Qui la cosa potrà parer strana, ma è vera, come vera è ogni pazzia che passa nel cervello delle donne. Un lampo sinistro balenò nella fiamma sanguigna che arse la sua testa; sentendo un delirio di vendetta, cacciò una mano nel cesto, strinse nella mano convulsa il collo dell'anatra, la trasse fuori, aprì coll'altra mano il tiretto, levò il coltellaccio…

La bestia guizzò nella mano e soffiò il suo sangue nutrito di vermi nella cenere del camino.

Cecilia subito si sentì più calma e scrisse allo zio di Valmadrera per invitarlo a mangiare l'anatra in compagnia di Baldassare. Questi, che dopo un mese di pan grattugiato, cominciava a gustare la carne, trovò l'anatra eccellente e obbligò Cecilia a succhiare un'ala. Non si parlò di Barigini se non per incidenza.—Ha piluccato anche a me trecento lire—disse Manardi ridendo; e poi soggiunse:—Ma non incrudeliamo con un morto.

Quando si fu alle frutta, la vecchia moglie del fattore di Villa Raverio domandò di parlare al sor Baldassare. La povera donnetta con un cavagnolino in mano, in cui tenava due piccioni coperti con un fazzoletto, cominciò a pregare e a supplicare, perchè non fossero fatti gli atti del sequestro, che sarebbe stata per loro una vera morte oltre al disonore: e invocando gli angeli e i santi del paradiso, cercava di toccare il cuore del droghiere.

Questi la lasciò cantare un pezzo, poi nel momento che riempiva un bel bicchiere di vino, prese a dire:—Capite, la mia cara donnetta, che anch'io ho i miei impegni; e anche questa malattia mi è costata un'occhio del capo. Però non voglio mostrarmi irragionevole. Ecco qua la cambiale. La cedo a Cecilia, che saprà farsi pagare a poco a poco, con pezze di tela, con degli ovi, con degli asparagi, e con qualche rosario in suffragio de' suoi morti. E ora bevete, Caterina….

—Che Dio, la madonna e S. Giuseppe benedicano lei, la sora Ceci, che l'è sempre più bella che mai, e quei cari suoi patanelli…. E possa averne ancora tre o quattro….—

—Bevete per amor di Dio!…—si affrettò a gridare Baldassare per scongiurare l'augurio. E Caterina, dopo aver allungato il barbéra con due grosse lagrime, alzò il bicchiere e lo votò d'un fiato.

—Le ho portato due piccioni, sora Ceci….—disse poi col viso radiante, togliendo il fazzoletto.

Cecilia prese il cavagnolino colle due mani che tremavano.

Il cuore cominciò a batterle in una maniera insolita: e batte ancora così.

* * *

CERTE ECONOMIE

CERTE ECONOMIE

La mattina del 17 Giugno 1885 il camparo della grande tenuta d'Arbanello, uno dei più grossi fondi che l'ospedale d'una nostra città possegga nel basso milanese, andando per la solita ispezione, rilevò una piccola rottura in uno dei molti canali di scarico che danno da bere ai prati. Il temporale della notte aveva schiantata una pianta, scassinando con essa la testa d'un arginello, rovesciando tre o quattro mattoni che, caduti nell'alveo, turbavano per un quarto d'oncia la bocca di scarico del canale; un'inezia, ma che rubava qualche secchio d'acqua al fondo dell'Opera pia a tutto beneficio del vicino fondo del marchese Riboni.

Sì sa che le questioni d'acqua son delicatissime, quanto ardenti son quelle del vino; e basta alle volte un mattone fuori di posto per suscitare un vespaio di liti e di contestazioni. La goccia, che secondo il dettato, cavat lapidem, nei fondi irrigatori semina l'oro. Per conseguenza ha fatto benissimo il camparo Bogella a non toccar nulla, ma a riferire subito la cosa al sor Mauro, il fittabile; il quale alla sua volta, non volendo avere de' fastidi col marchese, un litichino di professione, prese la penna e scrisse direttamente all'ingegnere Martozzi dell'ufficio tecnico di amministrazione, avvertendolo che tre mattoni d'un arginello, in causa d'una pianta, eran caduti nella bocca del canale con qualche pregiudizio dei fondi dell'Opera pia.

* * *

L'ingegnere Martozzi, da quell'uomo diligente che è, portò la cosa in direzione; ma essendo fuori il cavalier Sermenza, ingegnere capo, e non avendo egli l'autorità di delegare un tecnico perito per una visita sopra luogo, lasciò passare le due feste: e al martedì, quando il cavaliere si lasciò vedere due minuti in ufficio, gli riferì insieme cogli altri affari anche intorno all'oggetto dei tre mattoni caduti nella bocca di scarico in un canale della tenuta d'Arbanello, per la quale (questo era il suo pronome favorito) ne veniva qualche pregiudizio ai fondi dell'Ospedale.

Il cavalier Sermenza, che aveva in quei giorni ricevuto un favorone dall'ingegner Fraschi, rappresentante la Società d'assicurazione contro i danni della grandine (la Previdente, capitale illimitato) memore del precetto che una mano lava l'altra, fu lieto d'aver súbito sotto mano un'occasione per dimostrargli la sua gratitudine.

Detto fatto, gli scrive di presentarsi al più presto ad assumere un sopraluogo per una riparazione di qualche rilievo; e la frase di qualche rilievo fu scritta apposta per dare un po' d'importanza a una cosa che ne aveva poca in sè, ma che, come tutte le cose di questo mondo, poteva acquistarla strada facendo: e anche per far capire che la gratitudine è un sentimento, che ha anch'esso il suo bravo protocollo co' suoi numeri di riferimento nel cuore dei buoni colleghi.

Ed ecco, due o tre giorni dopo d'aver ricevuta la lettera, l'ingegnere Fraschi di ritorno da una visita in Valtellina si presenta pronto come uno schioppo alla direzione come sopra, cerca del cavalier Sermenza, che fa chiamare il Martozzi, il quale stende sul tavolo la carta topografica del fondo d'Arbanello e uno dopo l'altro mettono il dito sull'arginello, che aveva lasciato cascare tre mattoni nell'alveo del canale con pregiudizio della bocca di scarico.

* * *

Siccome per Arbanello non c'è comodità di strada ferrata, e l'ingegnere Fraschi non voleva perdere una giornata per tre mattoni caduti nell'alveo, ecc., aspettò che grandinasse un poco da quelle parti per poter servire l'Ospedale e la Previdente con un viaggio solo: il che potrebbe parere a tutta prima una misura di economia. E di fatto piacque al dio della gragnuola di mandarne quattro o cinque chicchi sul fondo di Verdazzo, un cascinale quasi al lembo del Po, che dista da Arbanello ventidue o venticinque miglia, una bella distanza a dire il vero; ma quando si hanno due buoni cavalli e una carrozza comoda pagata da due forti amministrazioni, e quando si può riscotere dalle due parti una diaria di quindici lire, nette le spese di vitto e d'alloggio, un ingegnere non si accorge delle distanze.

Così dunque, fatto con comodo il rilievo dei danni sul fondo di Verdazzo, dopo una buona colazione in casa del fattore, accesa una sigaretta, l'ingegnere Fraschi se ne venne con bel trotto a pranzo ad Arbanello, dove il sor Mauro, vecchia conoscenza, lo accolse colla solita buona ciera.

Non era la prima volta che l'ingegnere e il sor Mauro si trovavano sul campo degli interessi comuni, che non eran sempre quelli dell'Opera pia. I maligni volevano sostenere che il sor ingegnere facesse un dito di corte alla sora Sofia, la moglie di Mauro, la quale e il quale lasciavano fare, sempre nell'interesse comune. A san Martino scadeva il novennio d'affitto e bisognava rinnovare. Ora è sempre utile tener da conto una persona che ha dell'influenza sull'ufficio tecnico, che è nelle grazie del cavalier Sermenza, il quale alla sua volta fa il bello e il brutto tempo nel Consiglio d'amministrazione.

Il pranzo fu allegro, abbondante, saporito, pieno di chiacchiere e di barzellette, largamente inaffiato da quel vecchio vin di barbéra che tiene vegeto il marito e così fresca e saporita la sora Sofia. Si parlò di cento cose e un poco forse anche dell'arginello e dei tre mattoni caduti nella bocchetta d'acqua; ma si mandò il sopraluogo al dopo pranzo, quando fosse calato un poco il sole,

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Intanto e mentre il sor Mauro schiacciava il pisolino della digestione, la sora Sofia a cui stava sul cuore la rinnovazione del San Martino, condusse l'ingegnere a vedere i meloni, l'insalata, il pollaio nuovo, la conigliera, il granaio, le stalle, la legnaia e anche più in là, nella beata sicurezza che chi dorme non piglia mosche. E quando più tardi il marito si svegliò e furono portati i caffè caldi, colla bottiglia del cognac, la buona moglie invitò l'ingegnere a fare una piccola partita a scopetta. Si giuocò una mezz'ora, si fecero ancora molte parole su quel benedetto capitolato d'affitto, che bisognava rinnovare sopra una base più ragionevole. L'ingegnere promise di parlarne al cav. Sermenza, si versò un altro bicchierino di cognac e sugli sgoccioli si ricordarono che c'era da dare un'occhiata all'arginello, di cui sopra, e ai famosi tre mattoni caduti nella bocca di scarico.

Fecero attaccare o vi andarono insieme in una bella carrozza a tiro di due, Mauro a cassetta, l'ingegnere e la sora Sofia di dentro. Arrivati sul luogo del disastro, l'ingegnere discese un minuto e mentre Mauro girava i cavalli, ficcò gli occhi nell'acqua verdognola dell'arginello, contò i tre mattoni e non potendo lì per lì provvedere a nulla, si limitò a prendere delle note sul taccuino, rimandando lo studio a un altro giorno.

—Se deve tornare—disse il sor Mauro col suo fare largo e generoso—rimandi la visita a oggi quindici e venga a festeggiare il ferragosto con noi. Abbiamo tre oche stupende che hanno bisogno d'essere ammazzate.

—E conduca le sue belle popòle—aggiunse la sora Sofia.

—Non me lo faccio dire due volte, cari miei—rispose l'ingegnere.—È un pezzo che ho promesso alla Palmira e alla Clementina che le avrei condotte qualche volta.

—E dunque se si adattano, daremo loro dell'oca e del melone—esclamò
Mauro ridendo. E restarono intesi.

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Ferragosto è nei nostri paesi e forse dappertutto un pretesto per uscire a respirare una boccata d'aria libera, e ognuno procura di adattare la festa a' suoi gusti. Chi esce a piedi, chi va colla carrozza, chi col vapore e purchè non manchino il vin buono e le allegre donnette, c'è della gente che non bada a spendere.

La Palmira e la Clementina furono subito in orgasmo all'idea di una scampagnata e pensarono di far mettere un nastro rosso sul cappellino della stagione. Parlandone per caso coll'Isabella, una loro sorella maritata a quel capo ameno di Isidoro Giambelli, agente teatrale, misero anche a lei una gran voglia di essere della partita; ma non si poteva lasciare a casa la suocera, la famosa ex-mima della Scala, che conserva ancora qualche reminiscenza dell'antico belletto tra le rughe della sua carta geografica, voglio dire della sua faccia. E la mima condusse seco anche il buffo della compagnia d'operette che cantava la Gran Via al teatro Pezzana; insomma tra vecchi e giovani e ragazzi furono dodici e ci vollero tre carrozze; e tutti furono addosso come cani e sciacalli alle povere oche della sora Sofia.