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EMILIO RAGA

I

DRAMMI DE' CAMPI
PADRE DON GIUSEPPE LA VENDETTA—PROPRIETARI E FITTAIUOLI SEQUESTRO.

MILANO
Emilio Quadrio, Editore
Via Rastrelli, 8.

1886.

PROPRIETÀ LETTERARIA

L'Edizione è stampata su carta Filadelfia filogranata E. Q.

PADRE DON GIUSEPPE

Peppe, figliuol mio, sii sempre buon cristiano, e timorato di Dio, che
Dio t'aiuterà, e ti guarderà dal peccato e dalle male persone.

Ciò lo zio Saverio non si stancava mai dal ripetere a quel monello del nipote, che una sua figliuola, morendo, gli aveva lasciato sulle braccia e corroborava tali parole con degli esempi che n'aveva piena la testa, e che raccontava con quella commovente ingenuità e con quella fede propria de' buoni vecchi.

Lui invece stava ad ascoltarlo broncio broncio, con gli occhi bassi, che alzava solamente quando il vecchio volgeva altrove i suoi, e per saettargli uno sguardo di bestia restia ad addomesticarsi.

Una delle curiosità archeologiche di S. Giovanni era di certo lo zio Saverio, con quella sua figura incartonita da mummia egiziana sotto un berrettino bianco, insaccato sempre in una specie di giubba di grosso panno turchino, a falde quadrate, in brache corte e stivaloni col nappino, tutti rabeschi. Sì che per le strade i monelli gli andavan dietro, e gli facevano la baiata, senza far parere che la facessero a lui. Ma se ne fosse anche accorto? quei panni non li avrebbe smessi per tutti i tesori del mondo: aveva visti vestiti così suo nonno, suo padre, mill'altri dell'istesso ceto con essi; dovevano trovarci tutto il loro comodo in quella foggia di vestire dacchè l'avevano adottata, e con la tenacità del suo buon senso contadinesco non capiva perchè dovesse far diversamente da loro egli, cui quella foggia non dava punto noia, e sacrificare ai tempi come tanti e tanti che, a dir vero, gli parevano assai leggieri di mente. Per lui invece era uomo di carattere don Francesco che portava ancora il codino: per questo anche, quando l'incontrava, gli faceva un saluto più rispettoso di quello che facesse al padre arciprete o al figliolo del barone (che veniva da Cammarata in S. Giovanni per la sola festa di giugno) tutt'attillato nel suo vestito alla moda, una vergogna per un capo di paese!

Ma se seguiva con tanta tenacità la moda dei suoi padri, ne aveva radicati nell'anima le massime e i principi, poichè bisogna dire che era l'onestà in persona, qualità che in quella famiglia s'erano tramandata di padre in figlio. Epperò nominava sempre mastro Gaetano suo avo, ch'era stato il tutto in casa del vecchio barone, in mezzo all'oro e all'argento, e quando morì le spese del mortorio dovette fargliele il padrone: nominava sempre mastro Andrea suo zio, morto povero in canna per il suo buon cuore; non parlava di suo padre, i Berlingrieri potevan dire che uomo era, e quanta fiducia avevano riposta in lui, senza che se ne avessero avuto a pentir mai. Sicchè ebbe a morir di vergogna quel giorno in cui un vicino venne a dirgli che aveva visto passar per la piazza Peppe, il nipote, legato come Gesù Cristo. Nascose la faccia tra le mani, e cadde a sedere sulle tavole del letto, dove restò come impietrito, senza poter piangere.

—Compare Saverio, bisogna fare la volontà di Dio, gli disse mastr'Antonio un suo vicino che aveva risaputa la cosa, e entrava in compagnia di certe donnicciuole le quali venivano un po' per consolare, un po' per appagare la loro curiosità. E il vecchierello fece la volontà di Dio: prese il bastone, e curvo come se sul suo capo in que' pochi momenti fossero passati dieci lunghi anni, andò da don Francesco. Chi meglio di lui poteva aiutarlo in quel frangente?

Don Francesco domandò un quarto d'ora per vestirsi, passato il quale, i due pezzi d'antichità si misero in via. E tanto fecero, e tanto dissero, che finalmente vennero in chiaro di quel ch'era accaduto. Da qualche tempo quelli che possedevano poderi nelle vicinanze del paese non erano più padroni delle loro frutta: man mano che maturavano andavan per coglierle, e restavano col naso in aria, e la bocca spalancata; c'era stato chi aveva risparmiato loro l'incomodo.

Si davano al diavolo; facevano delle sfuriate ai mezzaioli o ai garzoni, i quali protestavano: che ci potevano fare? il ladro era più destro di loro.

Sputava fuoco più di tutti un certo don Biascio Sivoli, detto Ciacè, il quale aveva un pero; un famoso pero che faceva pere burrone non meno famose; mezzo chilo l'una, e mai bacate; e non solo non ne poteva mangiar più lui, ma, quel ch'era peggio, manco mandarne al sor giudice che ogni volta in piazza, appena lo vedeva, non mancava dal fargli gli elogi di quelle pere: e il galantuomo ne andava in visibilio. Tanto più che aveva una causa pendente con quella carogna del farmacista, e sperava di vincerla con le pere. Ah, birboni! l'intendevan così? E ne parlò a mastr'Andrea, un perticone, capo degli sbirri, con una vera faccia d'orco.

—Lasci fare a me, rispose questi. Però, se scopro il ladro…. un paniere eh, restiamo intesi.

—Una cesta, mastr'Andrea, una cesta.

E don Biagio dormì tra due guanciali.

Gli sbirri, è chiaro, la san più lunga de' mezzaiuoli e dei garzoni, sì che in capo a otto giorni mastr'Andrea coglieva il ladro proprio sul pero, e col corpo del delitto addosso. Era il nipote dello zio Saverio.

Un mese di carcere, il dolore del nonno, le lunghe ammonizioni che questi gli fece, ricordando mastro Gaetano, mastr'Andrea, e tutti i santi della famiglia, non fecero nè caldo, nè freddo, a quel monellaccio che aveva proprio il furto nel sangue.

—Non lo farò più, nonno, disse piagnucolando con quella sua aria d'ipocrita nel visaccio appastato dalla lordura, e l'indomani fu da capo. Però non rubò più frutti, ma galline, che portava a una vecchia mendicante, la quale le andava a dare per niente in certe case dove sapeva che si chiudevano gli occhi.

In quel tempo anche Castrenze, il figlio del Capurbano, aveva le mani lunghe.

I due monelli s'annusarono, fecero comunella insieme, e incoraggiandosi l'un l'altro, riuscirono a rubare certe posate d'argento.

Peppe le prese, e andò a portarle alla vecchia.

—Quanto mi date di queste qui nonna? disse mostrandogliele di sotto al giubboncello.

Alla ladra luccicarono gli occhi; e tira di qua, tira di là, gli dette dodici tarì.

I due amici quella sera gozzovigliarono nella taverna di mastro Nicasio: e all'uscire, nell'allegria del vin bevuto, a Peppe venne un'idea.

—Aspettami qui, disse all'amico, e corse diviato in casa della vecchia.

Questa dormiva: la fece alzare, si fece aprire, ed entrò tutt'agitato.

—…. Sapete…. disse giungendo le mani, quelle posate….

—Ebbene…,

—Son del Capurbano, il padre di Castrenze….

—Misericordia!

—Ieri seppe che gliele rubò il figliuolo….

—E?…

—Diventò un diavolo dell'inferno, e gli fece confessare che cosa ne aveva fatto.

—E come si fa ora?… oh, Vergine santa!…

Il furbo si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro inferiore: e' non lo sapeva…. no, davvero non lo sapeva…. l'affare era brutto assai….

E quando l'ebbe impaurita a dovere, disse dimenando il capo:

—Via…. forse…. si può accomodare ogni cosa.

—E come?

—Datemele, le darò a Castrenze, egli le rimetterà al posto…. troverà una scusa….

—E i miei dodici tarì?

—Che volete, ce li siamo mangiati: chi poteva supporre una cosa simile!

—Io voglio i miei dodici tarì, strillò la vecchia.

—Ebbene vi si restituiranno i vostri dodici tarì, non abbiate paura. Credete d'aver da fare con ladri? accordateci un po' di tempo per poterle mettere assieme…. Se poi preferite andare in prigione….

La vecchia borbottò qualche cosa, andò al pagliericcio, ne scucì un poco da un lato, cacciò la mano dentro, ne cavò fuori le posate, e le dette al monello.

—Non ti dimenticare di portarmi il mio danaro, sai!

Ma già Peppe era lontano.

Trovò l'amico che l'aspettava con impazienza.

—Guarda, gli disse: e alzato il lembo del giubboncello, gli mostrò le posate.

—Oh, e come hai fatto a riaverle!

Peppe gli raccontò ogni cosa, tra scaltri ammicchi, e sghignazzamenti.

—E ora che ne faremo? domandò Castrenze.

—Le porterò a un altro, to'.

—Bravo.

E così fece: e l'indomani nuova gozzoviglia nella taverna del
Maffioso: e nella piazza il solito «aspetta.»

Quello che questa volta aveva preso le posate era un contadino conosciuto per uomo che soleva tenere il sacco a' piccoli ladri: un vecchio tabaccoso che pareva la morte secca. Prendeva il fresco, appollaiato come un barbagianni sulla soglia dell'uscio, quando arrivò Peppe correndo.

—Che hai, gli domandò col suo risolino scaltro, sei inseguito dagli sbirri?

—No…. entrate… devo parlarvi. E chiuso l'uscio, seguitò. Queste posate….

—Ebbene?

—Sono del Capurbano, il padre di Castrenze.

—Diavolo!

—Seppe che gliel'aveva rubate il figliuolo, lo prese per un orecchio, lo condusse in una stanza, serrò l'uscio, e lì di dove vieni? vengo dal mulino. Capite…. svesciò ogni cosa…. anche che le posate l'avete voi.

—Davvero!

—Maria santissima, rispose il monello facendo croce delle mani sul petto.

—E come si ripara ora?

—Ci sarebbe un rimedio, insinuò il tristerello.

—E quale? Di su…. presto….

—Datemi le posate…. Castrenze le rimetterà al posto, io negherò…. voi pure, e tutto sarà finito.

—E i dieci tarì che ti detti?

—Ce li siamo mangiati, parola d'onore; però domani cercherò di portarvene tante galline.

Il contadino si fece bestemmiando a un angolo della stanza, sollevò un mattone con la punta d'un coltello che s'era levato di tasca, prese le posate e gliele dette.

—Non ti dimenticare di portarmi le galline, sai!… se no…. quanto è vero Dio….

—Oh, per chi mi prendete! E intascate le posate, andò via.

Quel giochetto durò otto giorni; e i due amici se la passavano proprio come tanti re.

Ma ci fu il duro che non cadde nella rete; che negò non solo di saper di posate, ma minacciò anche di prendere a pedate nel sedere il tristerello se non batteva il tacco, e addio cuccagna.

Il diavolo addosso però l'aveva mastro Andrea che inghiottiva male i lavacapi che gli faceva il sor giudice, gonfiando le gote, e sbuffando. Al degno sbirro era entrato il sospetto che autore di tutte quelle birbonate fosse Peppe: ma come fare ad averne la certezza?

—Riga diritto ragazzo! gli diceva facendo gli occhiacci ogni volta che l'incontrava per la strada.

Ma lui cacciava le mani in tasca, e alzava le spalle, ed esclamava:

—O che vi salta in mente, mastr'Andrea!

—Basta, sono affari tuoi codesti…. uomo avvisato, mezzo salvato.

E lo sbirro tirava per la sua via brontolando.

Intanto non aveva pace: e fruga di qua e domanda di là, finalmente ci riuscì a risapere ogni cosa. Le posate al farmacista gliele aveva rubate Castrenze, l'avevano vendute insieme con Peppe e s'eran mangiato il danaro da mastro Nicasio! Il povero sbirro si mordeva le pugna: ah, il birbone aveva qualche santo dalla sua! come fare a parlare? quella forca di Castrenze era figlio del Capurbano!!

Ma era uomo di mondo mastro Andrea, e stimò esser da sciocco il perdere tutto il benefizio di quella scoperta. «Non si sa mai come possano andare le cose» era la sua massima. Basta andò diviato dallo zio Saverio. Gli era stato sempre amico…. ricordava sempre i bei tempi che facevano a sussi alla Rupe, dalla buon'anima di suo padre, e non voleva guastarsi con lui…. Però rimediasse, e presto…. un altro caso simile, e addio…. era costretto a parlare poi, se non voleva perdere il pane; aveva moglie e figliuoli da mantenere lui.

E quando l'ebbe tenuto tanto sulla corda, che il pover'uomo ansava, e lo guardava spaurito, non sapendo dove diavolo volesse andare a parare l'amico, a qualche cosa di serio per certo, gli disse: è successo questo, questo, e quest'altro.

Lo zio Saverio spalancò tanto d'occhi; poi tirò giù il berrettino, e cominciò a grattarsi la zucca.

—Birbone!… ripeteva con voce piagnucolosa, birbone!… E non sapeva dir altro.

Anche questa volta prese il bastone, e corse da don Francesco. Il buon galantuomo scosse il capo e il codino, e guardando il vecchio che pendeva dalle sue labbra, disse:

—Qui bisogna rimediare seriamente.

—E come? Santo Dio, non ho forse fatto di tutto per….

—Umh, interruppe l'altro grattandosi l'orecchio, ne siete proprio sicuro?… Siete stato troppo debole, compare Saverio, troppo debole! Certi esseri, vedete, che hanno un curioso naturale, bisogna tenerli sotto appena escono dalle fasce, altrimenti è impossibile ridurli: il trattarli poi con un po' di fra Pioppo non fa mica male. (Fra Pioppo, chi non lo sapesse, per don Francesco era il bastone). Avete lasciato prender radice ai cattivi istinti, compare Saverio; e ora, Dio non voglia che sia troppo tardi!

Lo zio Saverio lo guardava tutto sgomento, e a bocca aperta: don
Francesco strinse le sopracciglia, e stette a pensare.

—Via mandiamolo a Bronte, e facciamolo prete, disse a un tratto.

E impietosito della cera che seguitava a fare il vecchio, cercò di consolarlo.

Stesse tranquillo, nel seminario l'avrebbero ammansato; ben altri musi che il nipote que' padri avevano rimesso nella buona via; sarebbe tornato una pasta di miele, istruito, e con la zimarra per giunta, il che valeva un bel «don» e un certo lustro alla famiglia, mettersi alla pari co' galantuomini nientemeno! Amici lo zio Saverio ne aveva, si sarebbero dati attorno e il nipote arciprete gliel'avrebbero fatto fare: si strappava un'anima dalle granfie del diavolo, e un vero regalo si faceva al paese, poichè, via…. fatta eccezione di quelle…. monellerie, era dei Rizzotto, buona gente di padre in figlio. In quanto a danari, in simili occasioni ce ne vogliono, accomodava tutto lui…. la retta era una miseria…. tuttavia, al bisogno, egli presterebbe volentieri qualcosa…. con l'ipoteca sul podere della Rupe che aveva limitrofo, s'intendeva.

—Piuttosto mandate vostro nipote da me, concluse, gli darò una tiratina d'orecchio, e lo preparerò alla cosa.

Lo zio Saverio se n'andò contento come una pasqua.

—Benedetto quel codino! mormorava per strada dimenandosi come un'anitra in que' suoi stivaloni. Benedetto quel codino!… Questi son gli uomini! E in quel mentre una truppa di ragazzacci gli urlava dietro: olé! olé!

Peppe alle prime parole di don Francesco ricalcitrò: però al sentire di «don» d'arcipretura, e di cinquecento lire all'anno, oltre le messe, cambiò d'un tratto: prese la sua aria d'ipocrito, chinò la testa, e balbettò ch'era pronto a partire, e che avrebbe fatto l'obbligo suo. Andò via vispo e allegro, col capo pieno di pensieri. Sapeva che i preti oziavano dalla mattina alla sera, scuffiavano di santa ragione, stavan grassi, grassi, ben pasciuti, se togli gli ammalati, e quelli di temperamento gracile…. Dicevano ch'eran ladri…. come se ladri non ce ne fossero un po' per tutto! che si servivano dell'ordine santo per gabbar questo e quello…. col purgatorio purgavano le borse, per via della paura che facevano dell'inferno beccavano legati ed eredità…. ebbene peggio per i gonzi che si lasciavano purgare le borse e avevano paura dell'inferno to'! E tutte queste belle cose non che gli facessero nausea, ma destavano anche in lui molta ammirazione per que' benefattori dell'umanità. Oh, il bel mestiere! Li accusava però d'esser poco cauti: via era troppa la sfrontatezza con cui operavano! egli si sentiva di far più di loro, con la differenza che non sarebbe stato mai tanto minchione da farsi scorgere: bisognava aspettare una buona occasione, agire nell'ombra…. Era contento della fortuna che gli capitava inopinatamente…. e poi quel «don» lo solleticava Egli don Giuseppe…. anzi padre don Giuseppe! riverito, ossequiato, rispettato, adulato, anche da quelli che ora lo minacciavano di calci nel sedere…. a capofila quel cane di mastr'Andrea, se lo avesse trovato vivo!

Via, il sogno era troppo bello, e stava in lui di mutarlo in realtà.

E spinto da queste molle, nascondendo quel che covava nell'animo con l'ipocrisia più raffinata, tenne nel seminario una buona condotta, cercò d'apprendere, e nov'anni dopo si presentava a Cefalù per far gli esami. Era una formalità già s'intende: i vescovi pur di far preti, consacrerebbero un asino vestito: tanti boari, tanti villanzoni duri di testa e di cuore eran passati, passò dunque anche lui, che, alla fine dei conti, il breviario e 'l messale li sapeva leggere, e fu prete.

In paese gli amici prepararono la cavalcata: don Alessio Berlingrieri, come il più ricco, mandò la sua cavalla coperta alla lettera di nastri e fronzoli; i Salamaria, gl'Inchilli, i Salines, i vetturini dai vestiti di velluto nuovo, dalle lunghe berrette di seta nera, e 'l fazzoletto rosso nel taschino, con le mule dalle gualdrappe di stoffe antiche d'ogni colore, e le sonagliere di rame argentato, e i pennacchi variopinti; i figli dei galantuomini, con gran codazzo di dipendenti, partirono a cavallo, facendo sfoggio di bardature strane: selle de' loro nonni, briglie arrugginite lunghe un braccio, che facevano storcer la bocca alle povere bestie, sproni alla D'Artagnan…. una vera mascherata, che, tuttavia, fece gonfiare il nuovo don Giuseppe. Egli, pavoneggiandosi nella zimarra nuova, sulla cavalla di don Alessio la quale procedeva all'ambio, non avendo più nulla del vecchio mariuolo ch'era un tempo, ebbe una parolina dolce per tutti, distribuì gran strette di mano e qualche inchino, mantenne anche un contegno serio con Castrense, divenuto un giovane d'importanza anche lui, dacchè al 60 aveva aiutato i compagni a mettere la bandiera tricolore sul campanile.

Fecero l'entrata in paese in una lunga fila, con gran scalpitio di mule e di cavalli, con un tintinnio assordante di sonagli, fra un popolo d'uomini, di donne, di bambini, di monelli, che accorrevano da ogni parte a baciar la mano e ad acclamare il nuovo prete, il fortunato giovine sposato di fresco alla chiesa. Il vecchio nonno che l'aspettava sulla soglia dell'uscio, col solito berrettino bianco sulla testa tremolante, ebbe a venir meno al vederselo arrivare in pompa, e scordò le pene e gli stenti sofferti, e il vivere a stecchetto per mantenere in seminario quel diavolo, ora che l'abbracciava prete, col «don» festeggiato dai galantuomini di cui poteva dirsi alla pari.

Sì che quando due mesi dopo fu in fin di vita, il pover'uomo ci pensava ancora commosso, con gli occhi umidi. Gli posò le mani sul capo e lo benedisse: moriva contento di lasciarlo un santo, e in una certa agiatezza; la buon'anima della sua figliuola che glie l'aveva tanto raccomandato, non poteva lamentarsi di lui….

Poi cambiato tono, baciandogli la mano, soggiunse con gravità:

—Reciti le ultime preghiere dei morti, sua revevenza, io sento già d'andarmene.

Lui, il sacerdote, s'era sentite sul capo, senz'ombra di commozione, quelle mani tremolanti di vecchio già fredde per l'avvicinarsi della morte, solo la maschera che stavagli di permanenza sul viso dacchè era entrato nel seminario, s'atteggiò al più vivo dolore: a forza di volontà arrivò anche a spremere due lacrime dagli occhi, avendo veduto che i pochi astanti piangevano. Poi s'alzò, si fece grave, e con voce ferma intonò le preghiere dei morti, nel mentre che un pensiero occupavagli il cervello suo malgrado: «faceva bene quel vecchio a andarsene; oramai in quella casa sarebbe stato di troppo.»

Le cerimonie funebri, le visite e le solite consolazioni degli amici lo annoiavano maledettamente: aveva fretta di cercare il gruzzolo che stimava ci dovesse essere per certo. Sicchè la sera, quando restò solo, cacciò un sospiro di soddisfazione. Si levò la zimarra che gli dava impaccio, e in maniche di camicia, con le lunghe tasche di traliccio legato ai fianchi e ciondolanti giù per le anche, al lume d'una lucerna che andava posando or su un mobile or sur un altro, si mise a rovistare per tutto: apriva e chiudeva i cassetti d'un vecchio canterano, mettendo la poca biancheria sossopra; casse, cavandone fuori abiti vecchi nelle cui tasche frugava con le mani febbrili; imposte d'armadi coi tintinni di stoviglie. Poi prese il bastone sul quale soleva appoggiarsi il povero vecchio, e cominciò a battere sull'impiantito, sui muri, ascoltando il suono che rendevano, attentamente. Ma non trovava quel che cercava, e si rimetteva a rovistare da capo.

A un tratto gli balenò un'idea. Corse al letto del nonno, mandò per aria cuscini e coperte, afferrò il pagliericcio di sul quale non era poi molto che i becchini avevano levato un cadavere, lo scucì, ne fece cadere la paglia…. Trasalì. Aveva sentito un rumore sordo, argentino…. Si buttò sulla paglia, vi cacciò le mani tramestando…. afferrò un grosso batuffolo, e così inginocchiato com'era, con la faccia in fiamme, e gli occhi luccicanti, cominciò a svolgerlo…. Scaraventò ogni cosa al muro: non aveva trovato che una ventina di colonnati, e tre monete d'oro. Nel silenzio si sentì com'una pioggia d'argento, un rotolare, un abbandonarsi tremolando di monete.

—Ah, esclamò il sacerdote tra' denti stretti, il vecchio ghiotto se li mangiava i danari!

S'alzò lentamente, prese il lume, e, tutt'accigliato, si diede a cercar le monete: le raccattava e le cacciava nelle lunghe tasche. Le aveva contate, il numero tornava; però non era contento; sperava che figliassero il cupido! e stette ancora una diecina di minuti, cercando in ogni cantuccio, sotto a' mobili, curvo, spargendo per terra l'olio della lucerna, la quale teneva molto bassa, mentre la sua ombra s'allungava sul muro, s'accorciava, s'alzava, s'abbassava, si voltava, si rivoltava d'una maniera assai grottesca.

Entrò nella sua camera, posò la lucerna e andò a buttarsi sul letto.

Che disinganno! aveva contato su quel denaro, che era sicuro di trovare, per alzar la casa, e arredarla come si conveniva al suo nuovo stato…. Non se l'aspettava un tiro simile! E ora come fare? poteva stare in quella stamberga? No: non era stato quello il suo sogno. Sapeva che in questo mondo tutto il rispetto, tutti gli ossequi son per i ricchi e un pochino anche per gli agiati, avessero meriti o pur no: tutto il disprezzo, tutta la diffidenza per i bisognosi, per i pezzenti carichi anche di tutte le virtù: non voleva essere del numero di quest'ultimi…. per i suoi fini era necessario che non ci fosse, o almeno mostrasse di non esserci. Bisognava dunque provvedere…. Basta, prenderebbe ad imprestito segretamente la somma necessaria sul fondo e sulla casa.

Intanto si confortava col consolo che uno alla volta gli facevano gl'intimi: caffè, latte, biscotti la mattina; brodi, galline lesse, arrosti di maiale, dolci il mezzogiorno; ova, e intingoletti la sera. Per bacco! non aveva mai sguazzato in tanto bene di Dio! si lasciava pregare un pochino per non parere, asciugava qualche lacrimetta che riusciva a spremer dagli occhi, cacciava un sospiro lamentevole, poi ventre mio fatti capanna!

Ma dopo il settimo, l'ultimo giorno che si ricevono nuove visite di condoglianze dagli amici, ebbe a provare un nuovo e più amaro disinganno: sulla casa e sul fondo c'era già una discreta ipoteca. Lo aveva spogliato dunque quel vecchio ladro! E non gli passò mai per la mente che l'infelice, vivendo di solo pane, avesse speso quel danaro, di cui egli si credeva defraudato, per mantenerlo nel seminario, farne un dotto e un santo, come soleva dire!

Vendè i mobili vecchi, affittò la casa dov'era nato, prese per sè una stanzetta piccola, ma pulita, in casa di mastr'Antonio per quattr'once all'anno, l'arredò decentemente e con una certa civetteria strana in quell'omaccione, comprò una zimarra nuova, un cappello nuovo da servir pe' giorni di festa, e così alloggiato, e rimpannucciato, attese. Attese una buona occasione con la cocciutaggine d'una bestia malefica accrescendo la dose di quella sua ipocrisia già mostruosa.

Cominciò a insinuarsi nelle grazie de' galantuomini, e de' ricchi burgisi, con l'orecchio teso e un miele di sorriso sulle labbra, con una scaltra adulazione anco che abboccare tutti gli uomini: in processo di tempo s'impadronì delle coscienze di tutti, poi, a poco a poco, senza mostrare le sue arti, entrò ne' negozi del tale, nelle vedute, nelle speranze del tal altro. Così fu più della giornata in casa di tutti; il beniamino delle monache, che, alla morte del padre don Alfio, lo fecero cappellano; e rappresentando destramente e con disinvoltura, la parte d'indispensabile, adoperandosi sotto sotto con le mani e co' piedi, potè diventare il factotum nelle amministrazioni di certe opere pie.

Un pensiero gli stava sempre fitto nel cervello: «aspettare una buona occasione.»

Oramai in paese non si parlava che di lui. Chi l'avrebbe detto! quel monello diventare un così santo uomo!… e che acume, e che prudenza, e che savia accortezza, e che scienza! Bisognava sentirlo a citare que' passi latini sempre a proposito, con quell'aria di chi sappia la sua lingua sulla punta delle dita, abbia buttato sangue sui volumi degli antichi grandi scrittori! faceva accaponare la pelle addirittura!

E per un consiglio s'andava da padre don Giuseppe; per venir fuori da un affare spinoso s'andava da padre don Giuseppe. Un padre aveva un figliuolo discolo? andava da padre don Giuseppe: un marito aveva la moglie, o una figliuola cervellina? andava da padre don Giuseppe. Anche da giudice conciliatore gli facevan fare in certe liti tra loro. Bisognava vedere allora l'aria che assumeva il furbo matricolato: voleva gli si raccontasse ogni cosa minutamente; egli ascoltava attentamente, gravemente; scrollava il capo, appoggiava la fronte sulla palma della mano, mandava un certo sibilo delle labbra; guardava i contendenti, diceva che la questione era arruffata…. poi finiva con lasciar tutti contenti, e con l'idea che in quell'occasione aveva sudato sangue, ma era stato un vero Salomone. E crescendo quella sua riputazione di dottrina e di saggezza, don Alessio Berlingrieri gli dette a istruire la figliola; i Salamaria, risaputa la cosa non vollero esser da meno di quel villano rifatto che si sentiva un gran che perchè aveva quattro soldi, e gli affidarono il figliuolo; i Satines la figliuola; i Rossetti il nipote. Eran danari quelli che cominciò a riscuotere ogni mese, senza contare i regali che fioccavano. Il furbo conosceva i suoi polli: ricevuto un regalo dal tale, lo annunziava con grandi elogi, come per mostrare la sua riconoscenza a tante gentilezze contro i suoi meriti; sì che i gonzi invasi dalla furia dell'orgoglio, facevano a sopraffarsi, con quanto gusto del prete ognuno immagini.

Ma un giorno quella famosa occasione che aspettava da tanto tempo, parvegli si presentasse finalmente. La moglie di quell'avaro del borgese Pietro Sgrò, in punto di morte, profittando del momento ch'egli ascoltava la sua confessione, gli domandò se si prenderebbe l'incarico di dividere ai parenti di lei una certa somma ch'era riuscita a sottrarre al marito.

—Che somma? domandò il reverendo il quale si sentì rimescolar tutto, e cercava di nascondere la sua agitazione sotto a una leggera tosserella.

—…. Ducent'onze padre….

—Oh la pu…! esclamò dentro di sè il degno sacerdote.

Sperava una somma molto maggiore…. Basta bisognava contentarsi anche di quella, tanto per cominciare; eran anni che aspettava.

Accettò. La morente levò di sotto al cuscino un involto, e glielo dette. Egli lo fece sparire nelle sue larghe tasche, poi domandò a chi dovesse dividere que' danari.

—Darà cent'onze a Masi…. cento alle figliuole del povero Salvatore…. Raccomanderà loro che preghino per l'anima mia…. E ora, padre, mi dia la santa assoluzione….

Ego absolvo te a peccatis tuis, biascicò il prete con un crocione, mentre pensava: alzerò la mia casa…. pagherò quel maledetto debito a don Francesco finalmente!

Poi andò ad aprir l'uscio, e fece entrare i parenti, e il marito che si faceva brutto per cercar di piangere.

L'ingegno nel furto però don Giuseppe l'aveva avuto sempre; l'affare delle posate bastava a mostrarlo chiaramente; e poi il suo programma, lo sappiamo, era di far tutto quello che facevano i preti, senza farsi scorgere: mangiarsi tutti i danari, in questo caso, sarebbe stato da sciocco, ed egli non lo era. Aspettò che fosse seppellita la gnora Grazia, poi andò da i parenti: dette dieci onze a Masi, dieci onze alle due orfanelle. Era un legato segreto affidato a lui dalla buon'anima della gnora Grazia, non bisognava farne parola per via del marito che avrebbe potuto reclamare…. lo sapevano che spilorcio era…. E se ne partì accompagnato dalle benedizioni di quei poveretti che spogliava così indegnamente!

Ci ho rimesse vent'onze…. borbottava per via. Però se la cosa si venisse a risapere…. avrei impiegato bene quelle vent'onze. La fiducia alletta, potrei farmi ricco senza correre tanti rischi….

E trovò scaltramente il modo che la cosa si risapesse.

Dai quattro canti del paese si levò un concerto di lodi. Era un santo, quel che si dice un santo? pochi, ne' suoi piedi, avrebbero dato una tal prova d'onestà.

Egli pagò don Francesco, alzò la casa, l'arredò, andò ad abitarvi, prese una serva vecchia, tanto per evitare le ciarle.

I primi passi erano fatti: la riputazione se l'era acquistata, aveva la casa, aveva un bel podere, una cinquantina di lirette al mese ricavava dalle lezioni, due tarì al giorno dalla messa; oltre gl'incerti, come essere nozze, accompagnamento di morti, vespri e via discorrendo, senza contare il ben di Dio che gli mandavan gli amici, i galletti delle penitenti, i dolci del monastero. Per bacco, quello di prete era un bel mestiere, quando si sapeva fare!

Allora messo in appetito, non ebbe più freno; dimenticò in certo modo anche la sua solita prudenza. Cominciò a fare «dei piccoli negozi» come diceva lui: comprava lino, abbracio, accia, scarpe, mussolina, ferro e altro, e li dava a credito per il doppio del valore; comprava frumento, fave, orzo, cicerchi, e li dava all'addita (interessi) di quattro tumoli a salma (il 25 per cento!) con l'obbligo di pagare anche la differenza in più tra 'l prezzo corrente nell'inverno, e quello corrente nella raccolta, e frutti di quella differenza per giunta!! prestava danari agli interessi di un taro al mese per onza!! Tutto questo in piccolo, s'intende, egli non aveva ancora tanti capitali.

Queste faccenduole lo tennero occupato tre anni. Impelagata nell'interesse, la carne non lo tormentò co' suoi stimoli: era vissuto nella castità; senza nemmen l'ombra d'un cattivo pensiero. Ma ora lo scopo, in certa maniera, era raggiunto; grazie a Dio, le cose eran ben avviate; ora egli viveva nell'abbondanza; e a quella pasciona aveva fatto la pelle lustra. Fu un risveglio di bestia in fregola.

Non lottò del resto: contrariato debolmente fin da piccolo, era avvezzo ad abbandonarsi a' suoi appetiti: s'era dato al furto e all'usura, con una facilità di prostituta, così fece in quest'altra occasione.

Via, i suoi colleghi non bacchiavano le acerbe e le mature? Nel confessionario facevano servir Cristo da mezzano, nelle case dov'erano ricevuti senza sospetto, sotto al manto della religione insidiavano le pecorelle. Anche i capi davano un bell'esempio! bastava leggere le storie per apprenderne delle grosse su vescovi, cardinali e papi…. O che forse il loro arciprete non aveva in casa la ganza? Era naturale: li aveva ridotti tanti cani arrabbiati la legge sul celibato, e doveva essere un grande imbecille…. o peggio, quel Gregorio VII, e tante pecore quei del concilio…. guarda un po' cosa si voleva dalla natura umana! La cosa era andata sinchè aveva avuto l'attrattiva della novità, poi quei consacrati ristucchi, se n'erano infischiati e del papa, e della legge. E avevano fatto bene. Si parlava loro di Dio, di coscienza…. ah, ah, ah, se uno moriva di sete gli andassero mo a dire di non bere perchè così voleva Dio, e la coscienza! Buffonate! Del resto, egli non cercava di spiegarlo, ma il fatto era lì chiaro e lampante: molti e molti preti, per non dir quasi tutti, e alcuni li conosceva lui, con le mani imbrattate d'ogni sozzura andavano a alzar l'ostia la mattina per farci calare un Dio, e questo Dio ci calava senza tante smorfie, era chiaro.

E dunque?

E quel «dunque» lo portò a un terribile dilemma.

O Dio esiste, e allora come tollera per uno tollera per mille.

O Dio non esiste, e allora….

Allora e non ebbe più freno. Si mosse a cercare con calore, con una smania sempre più crescente, alimentata com'era da' suoi pensieracci: i suoi sguardi si fecero procaci, le sue parole con le donne d'una certa libertà pulita, senza sguaiataggine, ciò che dava meglio nel segno: curò anche con più civetteria quel suo enorme corpaccio… E una notte nella febbre che l'agitava, si rammentò delle due orfanelle che aveva spogliate.

Poverette! non avevano padre, non avevano madre; le dieci onze erano bastate appena per pagar la casa, qualche debituccio, e levarsi i panni d'addosso….

Però egli sempre ligio alla sua massima favorita, non le prese in casa con sè, come avrebbero fatto gli altri: ci andava di nascosto la notte, chiotto chiotto, chiuso nello scappolaro che nemmen Dio l'avrebbe conosciuto.

In quel torno, ad alimentare la proverbiale maldicenza di provincia, una notizia soffiò nel paesetto, e prese ben presto la violenza del famoso venticello della calunnia. Marietta, l'unica figliuola dei Salines, l'allieva del reverendo padre don Giuseppe, era gravida! Anna, la loro serva, lo diceva anche a chi non voleva saperlo. Era scivolata dunque la piccina con quell'aria di madonnina infilzata! ma bravo! Però si ignorava chi fosse stato a fare il tiro: si nominava Mico, il vetturino, un bel pezzo di giovanotto…. Ecco perchè i Salines se n'erano andati in campagna due mesi prima del solito! Via farebbero bene ora a turarsi la bocca, non dir più corna degli altri, come solevano.

E che il tiro l'avesse fatto il prete non passò per la mente a nessuno, tanto la sua riputazione d'uomo onesto lo metteva al di sopra d'ogni sospetto; e poi era stato lui, si diceva, a strappar di bocca alla ragazza il nome del birbante che l'aveva sedotta, era stato lui a confidarlo ai parenti sotto al suggello della confessione, raccomandando la prudenza, poichè i panni sucidi si lavano in famiglia.

E il tiro lo aveva fatto proprio il reverendo. Si lasciavan soli durante la lezione, e con la porta chiusa; egli sapeva insinuarsi tanto bene, essa lasciava fare guardandolo con quella sua aria di bambocciona…. il resto va da sè.

E incoraggiato dal buon esito, cominciò a guardare con gli occhi dolci la figlia di don Alessio. Però dovette ingoiare le sue voglie, e beverci sopra: la fanciulla era tanto selvaggia nel suo inconscio pudore, tanto contegnosa, imponeva tanto a quel bruto, da fargli comprender che ad insister oltre avrebbe compromesso l'edifizio così abilmente e pazientemente innalzato, avrebbe perduta l'amicizia del vecchio, la quale gli fruttava più d'ogni altra.

—Basta, non manca tempo, pensò. Chi sa…. forse in seguito….

E, da vero volpone, pel momento mutò registro affatto.

II.

Quelle vecchie cartacce di famiglia, se don Alessio l'avesse dissotterrate, avrebbero provato chiaramente che a S. Giovanni s'ingannavano di grosso a crederlo un villano rifatto. Ma o che non gli importasse di quella credenza, o ch'avesse svolte un tempo quelle pergamene e chi sa per quale diavoleria l'aveva prese, scritte com'erano in latino, o che n'ignorasse l'esistenza, fatto sta esse dormivano in fondo ad una cassapanca di querce annerita dal fumo e dagli anni, che giaceva impolverata nella soffitta con gli altri mobili rotti. Si chiamava Berlingheri, non Berlingrieri come pronunziavano nel paese, e discendeva da uno dei tanti rami dell'antica casa di Tolosa, così celebre nella storia. Chi sa quante peripezie dovette subire attraverso i secoli quella famiglia (venuta nel reame di Napoli con Carlo d'Angiò) prima di ridursi in Sicilia; chi sa per quali vicende i membri di essa si videro costretti a scingere la spada, e a impugnare o zappa o lesina o martello; a seconda dell'inclinazione d'ognuno, e dell'opportunità, dovendo pur vivere, perchè ora fosse perduto ogni vestigio dell'antico splendore. Si saran certo divisi come i pulcini delle quaglie appena messe le penne, si saran moltiplicati nei vari paesi trascinandosi dietro la fatalità che li colpiva poichè tutto deve mutarsi quaggiù; e qua la morte li avrà distrutti, là si sarà contentata d'assottigliarli, e la miseria aveva cancellata la nobiltà. Ora non restavano che un vecchio agrimensore a P…… povero come Giobbe con una nidiata di figliuoli per soprassello, don Alessio e la sorella donna Costanza, don Bastiano, loro fratello, ammogliato a Cammarata. Il padre un vecchio burgisi cupo, avaro tanto che non avrebbe dato un Cristo a baciare era arrivato a forza di stenti e di privazioni a raggranellare un patrimonio. Aveva mandato i figliuoli maschi a scuola in casa di un prete dove fecero quel che poterono, aveva tenuto la femmina sempre in casa a filare e tessere, ed era contento di lasciarli ricchi col cappello, che, senz'altro, dava loro diritto al «don.»

Don Bastiano dunque, il primogenito, aveva quarantasei anni; una moglie ristecchita gialla come un rigogolo, e un figliuolo per nome Giovanni il quale studiava a Palermo.

Grasso, con un ventre enorme, con un'aria di bue che sonnecchi, don Bastiano non era punto un testone. Nei paesi d'attorno non c'era chi gli potesse stare alla pari nell'amministrare un patrimonio: arbitriava, come si dice da noi, e con l'industria agraria, per la quale si può dire ch'era nato, era riuscito a duplicare il suo in pochi anni.

Invece don Alessio, il minore, aveva battuta tutt'altra via; egli la sentiva diversamente del fratello, col quale si dissomigliavano anche di persona: era corto, magro assaettato. Non voleva saperne di arbitri; per lui ciò era un voler comprare impicci a contanti, senza alcuna utilità: si contentava d'aumentare il suo col metter da parte qualche soldo.

—Ma io mi sono arricchito così! urlava don Bastiano quando il discorso cadeva su quell'argomento, il che era per solito, e tu, con lo startene con le mani alla cintola, hai accresciuto di poco quel che ti lasciò la buon'anima.

—Se io ho accresciuto il mio di poco o di molto non lo so…. rispondeva lui, nè voglio dirlo…. si vedrà appresso. Se mi mettessi in quelle brighe, ne uscirei con una canna in mano. Scuoti pure la testa.

E si bisticciavano, mentre avrebbero potuto risolvere la questione in due parole: don Alessio non aveva le attitudini necessarie a quel genere d'industria.

Però la campagna piaceva anche a lui; e specialmente andava pazzo per un suo podere a due tiri di schioppo da S. Giovanni, dove aveva finito con lo starsene tutto l'anno. La villetta sorgeva e sorge tuttavia a mezza costa del colle alle cui falde s'aggruppano le case del paese, con la parrocchia del campanile a ventola grigio per gli anni, dalle commessure delle cui pietre screpolate pendono dei ciuffi d'erba. A sinistra si estende un'ampia costiera nuda, tagliata dalla linea bianca dello stradale, rotta da borratelli e da frane; di fronte e a destra la valle; e dopo questa s'alzano colline e colline, le une dietro le altre, sino alla massa brulla della montagna di S. Calogero che chiude lo sfondo col più pittoresco effetto che mai.

Questo podere gliel'aveva portato in dote la moglie figlia d'un signore decaduto di Cammarata. Era ben poca cosa veramente, ma egli l'aveva ingrandito assai, e migliorato.

Così dava sfogo a una sua manía: non poteva vedere un appezzamento di terra vicino alle sue, che non avesse a far di tutto per averlo: metteva in campo lusinghe, persuasioni, tendeva gherminelle, offriva cambi con altre terre, minacciava anche, messo con le spalle al muro. E se tutto ciò non approdava a nulla, perdeva la pace, se ne sognava la notte, era preso dalla malinconia, e faceva fioccare l'offerte, sino a che il proprietario, abbagliato, non cedesse.

Allora diventava un giovinotto a vent'anni: non voleva che la persona s'allontanasse, temeva che ci dormisse sopra; correva a casa, si cambiava d'abito, prendeva il danaro necessario, e via dal notaro. Respirava. L'indomani immancabilmente metteva in capo il suo largo cappellaccio, di feltro grigio, prendeva un suo lungo bastone che pareva un bastone di pecoraio, e se n'andava diviato nella nuova proprietà. Provava un vivo piacere a vedere rompere i limiti divisori, squarciar la terra dall'aratro se campo seminativo, dalla zappa se vigna, e spingeva quel suo amore per la terra sin a curvarsi a raccogliere anche lui de' sassi e gettarli nei mucchi rotondi che faceva inalzare apposta perchè occupassero meno spazio, a estirpare i minimi fili d'erba che i giornalieri si lasciavano dietro. Ciò sin a tanto che un nuovo amore non venisse a fargli scordare il primo, un nuovo acquisto non richiedesse le carezze già prodigate al precedente. Così aveva fatto la fortuna di tanti poveri diavoli, che, se ridevan di lui, in fondo lo benedicevano. Questa brama però aveva le sue colonne d'Ercole: cessava appena il confine arrivasse a una via, a un torrente, anche a un ruscello. Bisognava vedere allora con quanta indifferenza guardava le terre al di là! non l'avrebbe prese manco regalate. Ciò per non guastar l'ordine. Era di sangue caldo, gridava per ogni nonnulla; ma in fondo poi era una pasta di zucchero: in quella casa il bernoccolo della bontà l'avevan tutti.

Donna Costanza, la sorella, aveva avuto sempre una particolare affezione per lui; sì che avevano finito con far tutt'una casa. Era una donna di media statura, grossa, con un faccione rotondo dal naso a ballotta; proprio una botta, come dicevan tutti, ma che aveva tali pregi da far dimenticar quasi la sua bruttezza, per la quale, del resto, in paese non aveva potuto trovare un cane che le abbaiasse. Non è a dire se ciò arrivava all'anima della poveretta che lo sapeva, benchè si fosse rassegnata. Anzi aveva spinto il buon senso a tal punto, da non voler acconsentire a farsi vedere da uno spiantato d'un paese vicino, venuto con un mezzano di matrimoni per conoscerla e sposarla qualora gli piacesse, diceva lui: aveva compreso esser quella una pura formalità, quel coso voler la dote e non lei.

Aveva fatto la serva alla cognata, una donna superbiosa da stomacare, e quando questa era morta al parto, s'era data a prodigare tutte le sue cure alla neonata: l'aveva cresciuta, le aveva insegnato quel poco che sapeva di lavori donneschi, le aveva trasfuso tutti i buoni sentimenti della sua anima candida, e ne aveva fatto un angelo. Fu così che la piccola Lola non s'accorse della sostituzione e l'amò come una vera madre.

Sin dal primo giorno però aveva avuto il governo della casa; il che la solleticava un pochino: lei provvedeva alle spese giornaliere, lei s'occupava delle provviste. Sicchè era sempre attorno or per una cosa, or per un'altra, e un po' di riposo l'aveva solo la sera, quando, messa a letto la nipotina e fattala addormentare con una fiaba, andava a sedersi vicino al tavolino dove il fratello faceva invariabilmente la solita partita a scovertino con padre don Giuseppe. Essa amante d'ogni giuoco (benchè non giocasse che al solo lotto) stava a guardare attentamente e con un vivissimo piacere. Nella stanza regnava il silenzio rotto solo dalla voce monotona de' giuocatori:—Coppe.—A lei.—Bastoni.—Tre d'assi…. Don Alessio, bizzoso quanto mai al giuoco, dava un gran pugno sul tavolino: era il segnale, e cominciavano a bisticciarsi. Donna Costanza cercava d'acquetarli…. Basta, ci riusciva: ma eccoti il reverendo a cominciare a sua volta…. A un'ora e tre quarti precisi si stabiliva di fare l'ultime tre partite, a due ore si cenava, a tre tutti erano a letto. Si faceva una piccola eccezione alla regola, quando il reverendo restava a cenare alla villa, o quando c'era Giovanni, il nipote, il che era sempre un avvenimento.

Aveva appena aperto gli occhi gnaulando, quando la mamma decretò, che gli si sarebbe messo nome Giovanni com'il nonno, e se ne sarebbe fatto un avvocato. Chi ha roba, ha liti. Il bimbo era venuto su sano e robusto, con tutt'altra inclinazione che per il codice, a giudicarne dalla sua passione pe' bastoni, su' quali cavalcava tutto il santo giorno, e per certi cappelli da generale con fiocchi e franzoli di carta, sua manifattura, che mettevano come un fruscio di foglie dovunque passasse galoppando. Poi una sera, in casa dello zio, gli avevano messa sulle braccia la cuginetta nata d'allora, e gli avevan detto ridendo: bacia la tua piccola sposina. Il fanciullo era diventato rosso sino alla radice dei capelli, aveva fatto una smorfia che voleva essere un sorriso, e aveva appiccato un bacio tanto forte sulla guancetta della bimba, che questa s'era messa a strillare. Così li avevano fidanzati sin dal nascere; e a mantenere sempre viva quell'idea ne' loro piccoli cervelli, la nonna alludeva, don Bastiano e donna Rosaria alludevano, don Alessio, donna Costanza, le serve…. fino i gatti di casa: tutt'e due ricchi, tutt'e due figli unici, era naturale: la sposa non avrebbe cambiato nemmeno di cognome. Essi soli non pronunziarono parola che accennasse a quell'accordo de' parenti: però la piccola Lola, sin dall'età della ragione cominciò ad imporsi con certe prepotenze di donnina viziata, a tenergli il broncio come un'amante quand'egli non le andasse a' versi, e Giovanni a fare ogni suo volere, benchè non fosse tanto pieghevole. Egli passava alla villa le feste e le vacanze. Facevano a rincorrersi o a rimpiattino, scorazzavano pe' campi, saccheggiavano il frutteto, alzavano casette e forni con pezzi di mattoni e terra bagnata, riempendo la casa, per solito silenziosa, delle loro risa e delle loro grida infantili, insudicciandosi, e facendo spazientire la zia. Fin la partita disturbavano la sera, e, cosa incredibile, don Alessio li lasciava fare sorridendo.

Ma un bel giorno Giovanni arrivò col babbo. Veniva a salutare lo zio, la zia e la cuginetta, prima di partire per Palermo: aveva compiti i dieci anni e la nonna aveva detto: è tempo ch'egli entri in collegio.

I due cugini non si videro che dopo sette anni. Il ragazzo s'era cambiato in un bel giovinetto che si pavoneggiava un pochino nella divisa di colleggiale di panno turchiniccio con le mostre rosse, la bimba in una fanciulla, che, a cagione del suo sviluppo precoce, mostrava più anni di quelli ch'avesse realmente. Dovettero pensar certo alle allusioni che s'eran fatte in famiglia sul loro avvenire, poichè si guardarono timidamente, arrossirono, si confusero, non seppero se non balbettare poche parole. Don Alessio e donna Costanza sorrisero e la vecchia serva dette loro d'occhio.

Agosto, settembre e ottobre, passarono come in un sogno delizioso. Oh, le belle passeggiate ne' dintorni! le scorpacciate di more sotto al grand'albero, con la faccia e le mani impiastricciate di rosso, facendo a rubarsi le più grosse, e le più mature! Oh, le belle sere passate al lume di luna nell'aia, sdraiati sulla paglia, a sentire l'allegre canzoni de' contadini, accompagnate dallo scaccia pensieri; o i cori stupendamente intonati con quelle cadenze larghe e malinconiche che fan vibrare le parti più riposte del cuore! E la raccolta delle frutta nell'autunno, e la vendemmia con i balli nel prato al suono dello zufolo accompagnato dall'accordo delle voci dopo la tramuta! Sì che lo studente, ritornato a Palermo, alzava la faccia spesso dal libro, e con l'anima inondata di mesta tenerezza, restava assorto in que' ricordi, fra' quali si moveva la figura della cugina col visino bianco tanto simpatico, e gli occhioni bruni e le grosse trecce nere che soleva portare sulle spalle. E or la vedeva seduta in casa, curva sul suo lavoro d'ago o di ricamo; or in mezzo a' campi per la viottola costeggiata di siepi di sambuco, con una rosa fra' capelli; or seduta nell'aia col bel viso illuminato in pieno dalla luna; or sotto al gelso, a rizzarsi sulla punta de' piedini, e stender la mano per cogliere una grossa mora: la manica del vestito scivolando, lasciava a nudo un braccio bianco come neve: oh, quella manica caramente indiscreta! Allora sì, aveva un bel rileggere il periodo, fare tutti i suoi sforzi per carpirne il senso; dopo due o tre parole la mente ricorreva dietro a quel caro fantasma. Pensava con un dolce trasalimento che una volta in cui lei gli mostrava certi cardellini che un contadinetto le aveva portati la mattina stessa, le loro mani s'erano incontrate nel carezzarli, ed essa s'era fatta rossa rossa: ricordava anche com'era vestita quel giorno…. d'una veste di mussola azzurro cupo, con delle mostre di tela color caffè crudo, aveva sul capo, e annodato sotto il mento, un fazzoletto di seta bianca: pensava che l'ultima volta ch'egli lasciò la villa, nell'accomiatarsi, aveva tenuto a lungo fra le sue la mano che la fanciulla gli abbandonava, e s'erano guardati a lungo negli occhi: quel suo sguardo l'aveva accompagnato come una carezza nel montare a cavallo, nel voltarsi indietro a salutar per l'ultima volta là dove la via si perde fra gli alti castagni che nascondono la vista della spianata… gli pareva di vederlo ancora dopo tanto tempo. E assaporava tutta la dolcezza di que' ricordi, provava la tristezza della lontananza, il desiderio di quel luglio nella cui metà si solevano dar le vacanze, immaginava eventi per i quali la sua presenza fosse inesorabilmente necessaria, ne' luoghi a lui ora tanto cari.

Però l'amore a quell'età soggiace all'incostanza dell'anima ancora fanciulla: oggi è fiamma, domani cova sotto le ceneri, o si spegne del tutto. L'esser libero per la prima volta in una grande città, i divertimenti, gli amici con le loro tentazioni, lo distrassero: i ricordi si presentarono meno vivi, i pensieri non più caldi e insistenti come prima: cominciò con qualche scappatella, sinchè ruppe la cavezza affatto, e la fanciulla fu quasi dimenticata.

In quel torno la nonna cadde malata gravemente. Giovanni chiamato in fretta da Palermo, arrivò appena in tempo per baciarle la mano l'ultima volta. Passato il lutto, s'aprì il testamento. Ma la vecchia aveva fatto prima delle donazioni a don Bastiano, il testamento non era tanto chiaro, don Alessio si piccò per un nonnulla, e messe su causa. Con la causa nelle due famiglie entrò una certa animosità, sicchè cessarono dal vedersi.

A Giovanni ciò non fece nè caldo nè freddo: ora egli aspettava con impazienza la fine delle vacanze per tornare a divertirsi in città, dove anzi si diceva che il signorino facesse il cascamorto con la figlia d'un ricco negoziante.

Intanto in paese, per non perder tempo, guardava con fissità da facchino le grosse figlie del cancelliere della pretura, che andavano in sollucchero civettando della maniera più grottesca; faceva la posta alle servotte che andavano all'acqua in piazza, sull'imbrunire. Le pedinava; sussurrava loro dietro delle parolacce e delle proposte; ne ghermiva qualcuna in un vicolo deserto o sotto a un arco buio. Ciò secondo lui era essere un giovine di spirito, uno che sappia davvero cosa vuol dire far vita.

—Che caro pazzo, dicevan tutti. E se ne imitavano le mode, se ne scimmiottavano le maniere, si ricercava la sua compagnia, la sua amicizia.

La sera in Casino si faceva crocchio attorno a lui; egli raccontava le sue avventure, con parole molto libere, tra le grasse risate, e gli sguardi accesi di voglia di quei più o meno barbuti signori, tra gli ammicchi e' sogghigni dei giovinastri, de' quali qualcuno s'alzava rosso come un gambero, e spariva per tutta la sera. Gli attempati anzi affettavano di dargli dei consigli, infilando famigliarmente il braccio sotto al suo: tutto ciò per strappargli delle confidenze: come stesse a quattrini, se era in via di rovinare il babbo, poveretto, un uomo che non se lo meritava davvero. E lasciatolo appena, andavan dicendo roba da chiodi de' fatti suoi. Aveva le mani bucate quel giovine; quella casa era bell'e ita; non era credibile quanti debiti avesse quel poco di buono a Palermo; una sera, nientemeno, aveva speso mille lire per una cena in un certo locale…. in un certo costume…. cosa da far nausea addirittura!

—Uh, chi gli darà la figliuola ora a quel vizioso? A pronuncia! esclamano le mamme, segnandosi col pollice sulla fronte, come per scacciarne la tentazione.

Trascorsero cinque anni. Si decise la causa che vinse don Bastiano. Si misero di mezzo alcuni amici intimi, e i due fratelli pacificarono. In quell'occasione si pianse di commozione e di gioia; nessuno però ne provò tanta quanto la giovinetta, oramai sicura di rivedere il suo Giovanni. Essa non aveva scordato le belle passeggiate, e le canzoni dell'aia, e i balli dell'autunno. Lo amava di più anzi quell'ingrato che non s'era fatto più vivo, forse per quel che sentiva raccontare della sua vita sbrigliata (è così fatta la natura umana) forse perchè come certi teneri cuori non doveva amare che una sola volta.

Si rividero. Arrossirono come al solito sino al bianco degli occhi, balbettarono come al solito, e passata la prima commozione provarono tutt'e due una viva tenerezza.

—Dio, come s'è fatto bello! pensò l'una tutto il giorno.

—Come s'è fatta bella! pensò l'altro. E in capo a poche settimane non solo tornò ad amarla come prima, ma confessò a sè stesso che oramai non poteva vivere senza di lei.

Tuttavia malgrado ciò, malgrado fosse compreso dal fascino che facevan sempre più crescere i colloqui intimi ne' quali parlavano del più e del meno con tenere inflessioni nella voce, le carezze degli occhi, certi rossori subitanei, certi dolci sorrisi, certi tocchi innocenti…. que' mille nonnulla insomma che per gli innamorati sono tante incantevoli rivelazioni, non osò mai farle una dichiarazione. Egli tanto ardito con l'altre donne, dinanzi a lei diventava timidissimo. Aveva tentato diverse volte cercando di farsi coraggio con tutti gli argomenti possibili, ma inutilmente: non poteva pronunziarla quella parola che il cuore gli spingeva sulle labbra, e non s'accorgeva ch'essa stava ad aspettarla ogni volta tutta tremante.

Un giorno però ardì rubarle un guanto. Era un piccolo guanto grigio, molto sciupato, che cacciò rapidamente nel taschino del panciotto: e ne lo cavava fuori spesso, e lo baciava, e ne aspirava l'odore con certi dolci fremiti, come se sotto al naso e sulle labbra, ci avesse la piccola manina della fanciulla con la punta dell'indice punzecchiata dall'ago.

Lola lo cercò con una singolare insistenza; fece un mondo di domande al cugino…. avrebbe fatto supporre essersi accorta ch'era stato lui a prenderglielo. Quel guanto ebbe la virtù di guarire in certo modo il giovine dalle sregolatezze passate. Ora era agitato d'altri pensieri. Aveva ventitre anni e si sentiva stanco di quella vita da scapestrato…. Oh, la vita beata coniugale, nella pace, tra una nidiata di figlioletti rosei e ricciuti, senza cure e senz'impicci! E provava una dolcezza infinita. Gran destino era il suo che quella benedetta nonna avesse disposto ch'egli doveva prendere la laurea prima d'ammogliarsi!… Basta, era il penultim'anno quello, e per di più n'era passata la metà: un anno e sei mesi si fanno sur un piede, che diavolo!

Anche la sua timidità era scomparsa dopo quell'atto ardito; almeno egli lo credeva: anzi aveva giurato a sè stesso che, arrivato a Badalà, non si sarebbe lasciata sfuggire la prima occasione favorevole; l'avrebbe pronunziata quella parola che doveva rendere completa la sua felicità.

E aspettò le vacanze in preda a un'impazienza vivissima.

III.

Se fosse dato a ognuno di far correre il tempo a seconda de' propri desideri, la vita, dall'età della ragione all'ora della morte, non sarebbe che un breve passo. Finalmente vennero quelle penultime vacanze tanto desiderate, e l'ora in cui il giovane potè montare la sua storna, e seguito da due campieri, mettersi in via per S. Giovanni.

La villetta gli apparve all'uscir dalla gola della Ferma, imporporata da' raggi del sole in sul tramonto. Come gli batteva il cuore! come parvegli interminabile quel breve tratto di via che doveva ancora percorrere per arrivarci! Che faceva lei in quel momento?… Se era al terrazzino poteva riconoscerlo alla cavalla…. Come la troverebbe?… s'era mutata?… Oh, se non l'avesse a guardar più negli occhi con quella dolcezza di paradiso che faceva di lui il più felice degli uomini!

E una voce interna gli diceva, che stesse tranquillo, la sua Lola sarebbe stata con lui come per il passato, che cessasse dal dubitare, essa l'amava. E quella villetta in mezzo ad un bel verde, circondata sin dove l'occhio arrivava, da stoppie gialle, tramezzate qua e là da favuli bruni, da vigneti, da qualche boschetto, gli sembrava un vero Eden, dove, con quell'Eva, si sarebbe potuta passare la vita intera nelle voluttà dell'amore.

Al paesetto sonava l'Angelus quando il ponte di legno che accavalcava il piccolo borro, secco in quella stagione, risonò sotto lo scalpitare delle cavalle. S'internarono in una viottola ripida tra due siepi di rose d'ogni mese, si curvarono sul collo delle cavalle per evitare i rami del famoso moro, e poco dopo, per il viale de' castagni, sbucarono nella spianata. Due grossi mastini si slanciarono abbaiando; una fanciulla, con un cucito in mano, s'affacciò appena nel terrazzino e rientrò vivamente arrossendo: Giovanni però l'aveva veduta.

Le solite feste dello zio Alessio e della zia Costanza non mancarono; non mancò il solito invito fatto sempre con la solita frase: «questa volta, spero, vorrai passare alcuni giorni con noi;» gli offrirono vino, gli offrirono caffè. E don Alessio cominciò a darsi moto; s'affacciò alla terrazza, urlò con quanto n'aveva in canna allo stalliere di menar nella stalla la cavalla del signorino; s'adirò anche perchè non l'aveva già fatto, e lì un diavoleto: poi rientrò, andò, come soleva a dir le sue ragioni alla sorella, e senz'attender risposta, nell'anticamera ad affacciarsi all'uscio della scala e chiamar Elisabetta che portasse i lumi…. A quel buon vecchio entrava il diavolo in corpo ogni volta che arrivava il nipote!

Lola intanto non compariva, e il giovine n'era proprio indispettito: via, dopo un anno quasi che non lo vedeva, avrebbe dovuto essere un pochino più sollecita: non avrebbe fatto l'istesso lui…. no certo…. ma lui l'amava, e lei chi sa….

Ma quel suo monologo interno fu interrotto in punto dalla comparsa della fanciulla…. Oh, quanto s'era fatta più bella! S'avanzava con una certa esitazione, con un certo imbarazzo, i quali davano una grazia nuova al suo corpo grande e ben formato che non mancava di flessuosità e d'eleganza, mettevano in quel caro visetto un non so che, che lo rendeva adorabile. Non erano i suoi occhi no, che l'ingannavano, o la dubbia luce della sera, s'era fatta più bella.

Gli si fece incontro, e gli strinse la mano tutta commossa, e gli domandò notizie dello zio, della zia, di lui, con le solite carezze nel tono della voce, e negli occhi. Già ora egli si chiariva del perchè di quel ritardo: l'aveva vista di volo nel vano del terrazzino, ma poteva giurare che in luogo di quel nastro celeste, su' suoi capelli c'era un fazzoletto a scacchi rossi e neri…. e il lembo dello sottana, ch'era scomparso rapidamente, gli pareva di vederlo ancora, non era grigio per certo: e quella cipria sul viso…. no, essa non adoperava la cipria ogni giorno. Dunque s'era fatta bella per lui. E una viva tenerezza aveva già cacciato il dispetto, quel brutto dispetto che gli aveva fatto fare il proponimento d'andarle incontro tutto gaio e indifferente, e d'indirizzarle un complimento che voleva essere anche un frizzo.

Quella sera anche padre don Giuseppe, che gli era stato sempre antipatico, non gli parve più, quello. Quando il prete comparve sulla soglia dell'uscio con un «buona sera a tutti quanti» che rintronò la stanza come il mugghio d'un toro, e un «oooh, don Giovannino! ben arrivato!» direttogli con tutt'e due le mani stese, il giovine confessò a sè stesso d'essersi ingannato sul conto suo: via, in quel faccione d'appoplettico, non si poteva negare, una certa espressione di di bontà c'era, e quell'alta persona, dalle membra enormi, non aveva proprio quell'andatura stupida d'un bruto che l'aveva colpito altre volte. Spesso l'aveva pensato, spesso aveva esternato quel suo pensiero in famiglia: «quel prete m'ha tutta l'aria d'un birbante» aveva giudicato leggermente. I suoi occhi grigi, lucenti come acciaio brunito, eran duri…. ma egli poteva anche affettarla quella durezza…. quanti non c'è che hanno il ticchio di mostrarsi diversi da quel che sono! ne aveva conosciuti lui di quelli che si studiavano a farsi una cera burbera, mentre in fondo eran gli uomini più buoni del mondo….

Ma venne l'ora della partita, e don Alessio non transigeva: si preparò il tavolino, con il lume, le carte, e le solite fave per gettoni; i due avversari presero posto l'uno di faccia all'altro, motteggiando; donna Costanza sedette al suo con la calza.

—Coppe.

—Bastoni…. Danaro.

—A lei. E al tono della voce, e al modo che don Alessio pronunziava quel «a lei» si capiva che cominciava a stizzirsi.

—Bastoni…. Sei di napoletana.

Il solito pugno di don Alessio, le solite recriminazioni.

I due giovani, in piedi vicino al tavolino, se ne stettero un pezzo a veder giocare: si guardavano sorridendo all'escandescenze del vecchio. Quando donna Costanza s'alzò, chiamata dalla serva tutta in faccende per il nuovo ospite, prima l'una, e poi l'altro, vennero nel terrazzino. Giovanni rientrò a prendere due sedie, e sedettero.

Era una sera senza luna, con un bel cielo stellato.

L'arma mi sentu nnesciri

canticchiava lo stalliere con voce di canna fessa, e per la campagna silenziosa vibravano i tocchi lenti della campana del paese, la quale annunziava un'ora di notte.

—Questo è il momento…. pensò Giovanni: e il cuore gli si mise a battere come se volesse saltargli fuori dal petto. Pensò e ripensò a una frase tanto per cominciare il discorso, ma non gli riuscì di trovarne: il suo cervello era vuoto. Si stizzì, si rimproverò d'essere uno scolaretto, un uomo dappoco. Fu lei, che, con la sua voce melodiosa, ruppe quel silenzio imbarazzante.

—Ti sei divertito a Palermo?

—No…. cioè…. così così…. Esitò ancora un poco, poi, per uscire da quel ginepraio, si mise a parlare di teatri, di serate deliziose passate alla villa, di scampagnate fatte con amici, di bagni….

La fanciulla aveva inarcate le sopracciglia. Non stava certo in pena il signorino lontano da lei…. E in un lampo intravvide la figura della figliuola del negoziante, com'essa aveva cercato di rappresentarsela le tante volte pensandoci, dal giorno che aveva sentito dire qualche cosa in proposito. Essa andava certo ai bagni…. Giovanni l'aveva vista…. non lo diceva, il perchè era chiaro! alla sola idea che il giovine avesse potuto veder colei nell'acqua, ricoperta d'un semplice velo di mussolina, le si strinse il cuore. Oh, no, non approvava che le signore, e in ispecie le ragazze, andassero a bagnarsi con gli uomini; lei ne sarebbe morta di vergogna.

E glielo disse secco secco.

Ma lui, non essendosi accorto di quel mutamento repentino nel viso, e nelle maniere della cugina, le dava la berta. Via che c'era di male, tutte lo facevano: era uno de' tanti pregiudizi che l'uso avrebbe finito col cancellare.

—La moda, cara mia, la moda,… E parlò della moda, e poi di passeggiate e d'equipaggi. Egli voleva incoraggiarsi con quel diluvio di parole; però non ci riusciva.

—E tu, disse infine quand'ebbe esaurito anche quel tema, com'hai passato il tempo?

—Al solito, rispose lei: qui, lo sai, non ci si può divertire certo come a Palermo.

E disse quest'ultime parole con un leggiero tono d'amarezza.

Allora il giovane si accorse di quella sua cera brusca, e ne fu proprio sgomento. Che aveva dunque!… che le aveva fatto!… Non era molto, essa lo guardava con la solita dolcezza, n'era sicuro…. Perchè allora? Non ci si raccapezzava. E maledisse in cor suo la disgrazia che lo perseguitava. Qual più bella occasione di questa? Ora era perduta completamente: egli non aveva il coraggio di dirle una mezza parola di amore vedendola a quel modo. E mise un sospiro, e si contentò di guardare con la coda dell'occhio la manina che la fanciulla aveva abbandonata sul grembo. Se non fosse stato per quella diavoleria a lui ignota, forse a quell'ora stringerebbe tra le sue quella manina gentile e graziosa.

IV.

Il vecchio orologio a pendolo, chiuso in un armadio impiallacciato, sonò l'ora canonica, e si fissarono al solito l'ultime tre partite.

—Resterà a far penitenza con noi stasera, disse don Alessio al prete. E questi accettò con un sonoro «grazie» mentre un largo sorriso rallegrava quel suo faccione da frate gaudente. Corbezzoli! quella sera si doveva mangiar bene in casa dell'amico, s'era soliti di festeggiar sempre l'arrivo del nipote…. c'eran certi atomi odorosi nell'aria che venivano dalla cucina, da far credere che si mangerebbe carne…. Umh….

E giocò distratto, e perdette con gran piacere del vecchio, che lo veniva stuzzicando con un mondo di monellerie.

Un'insalata di lattughe dalle foglie crespe, metà d'un verde tenero, metà d'un bianco gialliccio, una montagna di costole di castrato arrosto il cui odore aveva fatto perder la bussola al reverendo, de' funghi delle Madonie con salsa d'acciughe, varie sorta di frutta, ecco il solido di quella cena di provincia: rappresentava il liquido un vinetto nero, un po' frizzante, ma buono in fondo, e che il prete tracannava a gran bicchieri.

Egli parlava poco: macinava a due palmenti: e restringendosi ad approvare spesso col capo, o con qualche «già» con qualche «sicuro» con qualche «è fuor di dubbio» messi con arte a posto debito, ascoltava don Alessio che aveva preso l'aire nel suo discorso favorito. Quella mattina era sceso al paese per certi suoi affari, quando, vicino alla chiesa, gli s'era attaccato a' panni don Castrenze, il già sindaco. Aveva un diavolo per capello quell'uomo, per il tiro che gli aveva giocato il partito contrario con alla testa i bottegai, tutti borbonici sino alla punta delle unghie. Imbecille! lo sapeva lui don Alessio, chi era stato a accoccargliela…. E chi era stato aveva fatto benone, perdinci! Oramai eran tutti ristucchi di quell'inetto ch'era diventato consigliere per caso, e sindaco per intrighi. Un bel bindolo! Già col Governo degli italianissimi bastava mostrarsi idrofofo per le cose passate, ad essere ritenuto un gran che, e poter pervenire a qualunque carica politica o amministrativa: don Castrense che predicava essere stato un di quelli che avevano attaccato la bandiera tricolore ai ferri del campanile (e le due parole sottolineate egli le pronunziava con un'enfasi canzonatoria) era uomo da papparsi il comune col cassiere e i consiglieri bell'e vestiti per di più! Ora strillava come una gazza spennacchiata, perchè l'avevano disturbato nel meglio…. non era potuto riuscire che a levarsi quel debito con i Salamanà. In soli pochi mesi di sindacato! Era dei sorteggiati di quell'anno, perchè aveva sostituito un morto, e aveva avuto un solo voto! c'era da scommettere che se lo fosse dato lui. Dunque gli aveva riempito la testa d'un mondo di chiacchiere: voleva ricorrere al re in persona, sarebbe andato a Roma così minchione come poteva parere, e quell'elezioni l'avrebbe fatte annullare. Era pazzo, poveretto…. si sarebbe visto! Anzi l'indomani scriveva al deputato sul proposito.

—Sta fresco a pigliarsela con lei! esclamò il prete riempendosi il piatto di funghi. Mi pare che voglia fare a' cozzi co' muriccioli.

—Lasciamolo correre, riprese il vecchio con un sorriso di disprezzo, alcunchè sodisfatto dell'adulazione dell'amico: e seguitò a enumerare i giusti motivi che lo spingevano a spalleggiare gli avversari di don Castrenze, mentre il reverendo, con la bocca piena, ciondolava il capo d'alto in basso, mostrando di saperla lunga in quegli occhiacchi. Via, l'ira e lo zelo di don Alessio si sarebbero spiegati subito, quando si fosse saputo che don Castrense aveva due tumuli di terra a pochi passi dalla villa, giusto gli ultimi che ci volevano per compire l'unità del podere secondo l'intendeva il proprietario, e si negava a venderli, si negava tenacemente.

Donna Costanza faceva la cera di chi cominci ad essere preso dal sonno: i due giovani, seduti l'uno vicino all'altro, apparentemente ascoltavano; al modo come giocavan d'occhi c'era da supporre che la loro piccola burrusca fosse passata com'una burrasca di aprile.

Ma alle frutta si cambiò discorso: per via d'uno dei nuovi eletti, parente d'un latitante, si venne a parlare del famoso don Peppino, il capo d'una banda che spargeva il terrore nel territorio vicino.

Don Alessio prese la palla al balzo. Ce n'erano stati dei banditi in Sicilia, e non pochi ancora: Pestalonga, Pasquale Bruno, anticamente; i fratelli Palumbo, e Sbirrillo ne' tempi più recenti; ma sanguinari, ma feroci come questi, mai più! Era alla civiltà, era al progresso, era al governo degli eretici conculcatori d'ogni legge, che si dovevano tali uomini. Nella borgata di Braccamena, i contadini, stanchi dei delitti d'ogni sorta che commetteva la banda, avevano stabilito di dar man forte alle autorità: una notte otto uomini, armati sino a' denti, avevano assaltato la borgata, e fatta irruzione nelle case, avevano strappato dalle braccia della famiglia tre cittadini, li avevano trascinati in campagna, ne avevano fucilati due, avevano rimandato il terzo a portar la notizia.

—Oh, poveretti! esclamò la fanciulla sottovoce, e si voltò a guardare il cugino tutta spaurita.

S'era mai sentita una cosa simile? si poteva supporre che tali fatti avvenissero sotto un governo ben costituito? E i rei impuniti al solito…. Maniscalco! Maniscalco! ecco che ci voleva: quello sì che era uomo, e del mestiere per bacco! Avrebbe messi in un pugno sbirri e manutengoli, e, o me li consegnate, o me li consegnate, avrebbe detto loro. E glieli avrebbero consegnati, perchè sapevano che non si scherzava con lui. Ora eran tutti una cosa; cani e selvalgina mangiavano insieme nell'istesso piatto, e chi ne andan di mezzo erano i poveri cittadini.

Ora anche il prete parlava, era sazio.

—Non per nulla pesa sugli italiani la scomunica del pontefice. Un Dio c'è poi, per quanto i tristi si spolmonino a negarlo; e la chiesa è la chiesa!

E rosso come un gallo pel vin bevuto, posò i grossi pugni sulla tavola, girando in volto a tutti que' suoi occhiacci.

—Avete ragioni da vendere, approvava don Alessio scrollando il capo d'alto in basso: e le parole vostre son parole d'oro. Non si potrebbe spiegar diversamente la sfrontata sicurezza con cui que' malandrini scorazzano la campagna, perpetrano delitti. È il castigo di Dio! proprio il castigo di Dio!

E via di questo tenore! che' mettendosi in que' discorsi non c'era chi potesse arrestarlo.

Le donne rabbrividivano: esse avevano paura: guardavano verso il terrazzino come se già il famoso bandito fosse per presentarvisi.

Gesù Maria! se gli saltasse il ticchio di fare una escursione da quelle parti…. Davvero, non era prudenza star in campagna, una disgrazia poteva accadere…. scongiuravano don Alessio a pensarci. Ma questi faceva spallucciate energiche, mandava la cosa in burla. O che sarebbero venuti a fare in casa loro i briganti? egli era un uomo onesto che non aveva fatto mai male a nessuno, la sua casata era conosciuta, ed era stata rispettata sempre, scacciassero quelle paure.

—Sicuro, appoggiava il prete, si sapeva in Sicilia chi erano i Berlingrieri: buona gente, ma se toccati da vicino, buoni a mostrare i denti, a non lasciar posar mosche sul naso.

Del resto c'eran gli amici, che all'occasione, si sarebbero fatti fare a pezzi per loro.

—Grazie…. è la bontà de' miei concittadini…. rispose don Alessio con un inchino portando la mano al petto. Ma Costanza, disse poi voltosi alla sorella, stasera non hai nulla da darci? per esempio…. un pezzettino di dolce…. Non lo credo. Il reverendo mi fa cenno che ha ancora sete.

—Io!… ma le pare! esclamò questo arrotondando le parole, e col solito sorriso largo che trovava sempre che spirasse buon vento di ghiottornie.

—Eh, via, non lo neghi.

Il reverendo si strinse nelle grosse spalle, facendovi rientrare quanto più potè il suo collo di toro; e donna Costanza che s'era alzata sorridendo, andò a prendere un piatto dalla credenza, e s'avviò nell'altra stanza.

—Ehi, una di quel suggellato, le gridò dietro il fratello.

Quella sera era allegro: era arrivato il nipote, e aveva potuto fare la sua sfogatina, il che gli capitava di rado: aveva dimenticato perfino don Castrenze, e la sua cocciutaggine a non volergli vendere que' benedetti due tumoli di terreno senza i quali non poteva proclamare l'unità del suo podere.

Anche Giovanni gongolava. Quell'idea di dolci venuta allo zio, non poteva capitare in miglior punto: avrebbe passato un altro po' di tempo vicino a colei ch'egli oramai non chiamava più in sè stesso che la sua Lola. Tutta l'anima del giovane era piena di quell'amore, e ogni altra cura non faceva che sfiorarla appena. Durante la cena non aveva pronunziate più di venti parole, e chiuso nell'estasi, aveva capito ben poco di quanto avevano detto i due amici. Del resto gliene importava uno zero di don Castrenze, di don Peppino e la sua banda, troppo lontana per poter fare uno strappo alla sua felicità, della scomunica e del sommo pontefice per giunta: via avesse a perire anche l'umanità, salvo le due famiglie ben inteso, non si sarebbe commosso per questo. Ora parlava sottovoce con la fanciulla: le domandava se campavano ancora i canarini che le aveva portato l'anno scorso, e sbirciava di quando in quando la manina di lei sempre lì sul grembo, tentatrice, con una voglia pazza d'impadronirsene, senza che ardisse di farlo. Campavano ancora, rispondeva lei, di nuovo con la solita tenerezza negli occhi bruni, con la solita melodia nella voce, l'indomani glieli avrebbe mostrati. Eran maschio e femmina: uno, il meno giallo, non cantava, cinguettava solamente, e il giorno innanzi gli aveva veduto nel becco una delle pagliuzze ch'essa aveva messe apposta nella gabbia per vedere se facessero il nido. E quest'ultime parole le disse con un dolce sorriso che stampò delle grazie infantili nel suo viso di vergine, dal quale il povero innamorato non poteva staccar gli occhi alla lettera.

Donna Costanza comparve con un piatto di torromini e biscotti in una mano, e una bottiglia sigillata e tutt'impolverata nell'altra.

L'orologio battè la mezzanotte.

La vecchia Elisabetta che s'era ammammolata in cucina, nel ciondolare il capo con soverchio abbandono, si svegliò in sussulto: sentì ancora risa, voci allegre, e tintinnìo di bicchieri. Sbarrò gli occhi, sporse le labbra, si fece la croce con la mano manca, poi si grattò la gamba, e tornò ad ammammolarsi. Eran circa trent'anni che serviva in quella casa, mai i padroni avevano fatto così tardi!

V.

Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male. Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente! bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a disseccarsi.

Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure: però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì, e s'affacciò al terrazzino.

L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa, una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.

Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima finestra, e dormiva nel suo letto verginale…. forse sognava di lui. Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!

Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.

La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la casa si svegliava.

Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella spianata.

—Dove sei stato che non t'ho visto?

—Sotto al pergolato.

—Che bella giornata!

—È un incanto. E tu dove vai?

Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:—A dar da mangiare alle galline ed ai piccioni.

S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po' arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.

Puri, puri, pì, pì, pì. E a questa specie di billi billi siciliano, calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami: galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse; chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli, spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni, pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette; vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze dei pennuti sultani…. tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso, alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.

Puri, puri, pì, pì, pì. Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero innammorato, preferiva al cibo la galanteria.

Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi un coraggio da leone. Questa volta…. ma via, n'aveva fatti abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.

—Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.

Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore…. fu per parlare…. ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!… e poi, poteva sopravvenire qualcuno…. Egli sentiva che gli avessero troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta dichiarazione!

Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte. Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione…. eran soli…. Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra? Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la testa!

Qui non c'era a ridire.

Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.

—Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran cassa, sulla soglia della baracca.

Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera, li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che l'agitavano.

Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che vi si gustavano…. e quel discorso, girato e rigirato con una tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.

Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei dunque…. Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile come aveva creduto sulle prime!

E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse far dolci.

Il giovane cascò dalle nuvole!

—Dolci?… no, non ne so fare, rispose.

—Non ne hai visti fare nemmeno?

—Nemmeno.

—Oh!… E la fanciulla mise un sospiro.

—Ma perchè mi fai….

—Mi pare che la nonna ne soleva fare.

—Sì.

—E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in quell'occasione…. di domandarne almeno la ricetta!

—No, non me ne sono curato. Ma….

—Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un po' di tutto.

—Ma perchè mi fai codeste domande insomma?

—Sai, domani è il compleanno del babbo…. volevo fargli una sorpresa…. Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la frutta…. Capisci ora?

Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di tutto. Però non si dette per vinto così presto.

—Potremmo fare un riso col latte….

—Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.

Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina dal zu Giorgi l'indomani prestissimo…. Ma s'arrestò a un tratto; s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo…. Come si fa?