L’INCANTESIMO.
E. A. BUTTI
L’INCANTESIMO
ROMANZO.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1897.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti, compreso in Isvezia e in Norvegia.
Tip. Fratelli Treves.
ALLA MEMORIA SACRA DELLA MAMMA
4 gennaio 1895.
I. LA SIRENA.
Nota dell’Autore.
Le idee politiche e sociali, attribuite al protagonista di questo romanzo, sono state attinte in gran parte dagli articoli che il compianto conte Alberto Sormani pubblicò nella Idea Liberale.
Debbo anzi soggiungere che il concetto fondamentale dell’opera nacque e si svolse in me sùbito dopo la morte del carissimo e nobilissimo compagno, avvenuta nella estate dell’anno 1893, — morte che tante e sì belle speranze troncò, disperdendo, per un oscuro capriccio del Destino, una moltitudine di possibilità insolitamente lusinghiere.
Ne L’Incantesimo non è la Morte che distrugge. Un altro gran fatto della Vita esercita razione dissolvitrice su l’individuo, un altro fatto elementare, generale e continuo — come la Morte — che agisce forse con minore lestezza, ma certo con uguale intensità e altrettanta efficacia.
Queste cose ho voluto dire, innanzi tutto per ricordare in fronte alla mia opera il nome dell’amico perduto, che l’ha ispirata; e poi anche, per mettere in guardia il lettore su la conclusione di questa prima parte, conclusione che non è definitiva.
E. A. B.
I. L’apparizione.
Una campanella acuta e stridula singhiozzò ostinatamente nel silenzio.
Il giovine conte Aurelio Imberido, allo squillo subitaneo, si scosse con un moto brusco su la sedia a sdrajo, dov’era caduto in sopore mentre studiava e meditava con un grosso volume di economia politica tra le mani; fissò per un attimo, istintivamente, gli occhi ancor torpidi su la pagina aperta del libro; poi lo scagliò d’un tratto lontano, verso una tavoletta d’ebano già tutta ingombra di fascicoli e di fogli scritti. Il libro cadde a terra in piatto, sollevando un romor secco d’esplosione e un nuvolo di polvere.
Era l’ora del tramonto: dalle stecche delle persiane richiuse, un livido chiarore penetrava a pena nella camera, come una triste luce lunare. A poco a poco l’aria ambiente era andata imbrunendo durante il sonno del giovine, e al richiamo della campanella questi con suo ingrato stupore s’era trovato là disteso e immemore, avvolto in una semioscurità che non gli permetteva più di distinguere i caratteri del libro in lettura. Egli ebbe nel levarsi un gesto d’ira, quasi di sdegno contro il suo frale organismo che gli aveva rubato per riposarsi un tempo prezioso; e si diresse a passi concitati verso il vano del balconcino.
Spalancò le persiane con violenza, e uscì fuori all’aperto. La stanza da studio guardava a levante, incontro alla collina e al vecchio giardino del palazzo dagli alti abeti, dai grandi cedri svettati, dalle innumerevoli statue bianche. In quel chiuso paesaggio i rossori del tramonto non mandavano un riflesso; ogni tinta vi si ammorbidiva, assumendo tonalità viepiù discrete e quietanti.
Il cielo appariva già cupo, sebben non anche solcato da stella; le piante nell’orto, le vigne serpeggianti lungo i lividi scaglioni, le praterie presso i culmini parevan fresche e umide come dopo una pioggia; soltanto, dietro la linea pacata dei colli, la nuda solitaria piramide del Sasso del Ferro si slanciava verso l’azzurro, ancor rosea e calda dell’ultimo bacio solare.
Aurelio, appoggiato con le braccia alla ringhiera, guardò la montagna luminosa con uno sguardo corrucciato, in cui una punta d’invidia pareva. Era pertinace il suo dispetto; egli non poteva perdonarsi quelle due ore d’incoscienza, che il suo corpo aveva pur dritto d’esigere dopo una notte insonne. La sua paradossale opposizione alle leggi della Natura aveva sofferto un’altra piccola sconfitta: egli s’era imposto di studiare fino all’ora del pranzo, e non l’aveva potuto perché il sonno gli era piombato sopra d’improvviso, strappandolo alla sua volontà. — Il giovine, com’era abituato dalla solitudine e dalla vita contemplativa alle riflessioni larghe e sintetiche, pensò a questo duello strano, disperante che la sua tempra di ribelle gli imponeva anche contro l’Invincibile; e sorrise mestamente, non senza però un certo fondo di simpatia e d’ammirazione per la sua bellicosa debolezza.
Aurelio Imberido contava a quel tempo venticinque anni o poco più. Di statura media e alquanto esile, se non eran le sue forme complessive quelle del perfetto tipo virile, aveva egli bensì una testa singolarmente nobile, che sola bastava a designarlo come il prodotto d’una razza superiore, diretta da secoli per una serie di generazioni progressive verso le sommità della Specie. Il naso lungo, profilato, regolarissimo, partiva dalla fronte estesa, alta e ben lunata, disegnando una linea diritta, a pena un po’ prona su la fine; la bocca era larga, sincera, senza pieghe malinconiche o amare; sotto la breve barba nera a punta, il mento e l’arco dell’osso mascellare, a bastanza sviluppati, chiudevano armonicamente ed energicamente l’ovale del suo viso. Contrastavano con la forza e la purezza di tutti i suoi lineamenti gli occhi e il color della pelle: gli occhi piccoli e glauchi, che parevan coperti come da una tenue velatura lattea, nel rossore delle palpebre e della cornea accese da un’ostinata infiammazione; il color della pelle, ch’era femmineo, bianchissimo, anzi pallido, d’un pallor tenero e unito senza irradiazioni rosee e senza livide ombre.
Il portamento altero del capo, la foga del gesto, certi sguardi profondi, investigatori, talvolta quasi molesti nella loro velata fissità, l’uso assiduo d’abiti oscuri e di cappelli flosci caratterizzavan così la sua persona, che vista una sola volta non si poteva dimenticare mai più.
Estremo discendente d’una famiglia aristocratica, che aveva dato alla storia più nomi illustri di capitani e di diplomatici, il conte Imberido dai primi anni di giovinezza aveva sentito il bisogno di dominare, di farsi largo tra la folla, d’empire il mondo della sua persona e delle sue virtù. La sua famiglia, un tempo doviziosissima, aveva attraversato nell’ultimo secolo un periodo disastroso: le rivoluzioni avevan sottratto gran parte delle antiche ricchezze all’avo suo Gian Franco, morto gloriosamente in esilio dopo aver sacrificato ai nuovi ideali democratici anche le tradizioni della sua stirpe, sposando per amore la figlia d’un martire, povera e di modestissime origini. Il padre suo Alessandro, superbo e sensuale, forse per nascondere la sua ruina agli altri e a sè stesso, aveva sperperato in lusso e in vizii il resto del patrimonio avito e quasi intera la dote della moglie, un’assai nobile donna che il primo parto aveva condotta irrimediabilmente al sepolcro. In fine anch’egli, ebete e distrutto, s’era spento ancor giovine, lasciando nelle strettezze il figliuolo poco più che trilustre e la vecchia madre sessantenne.
Aurelio rimase così, orfano e quasi miserabile, erede d’una secolare tradizion di grandezza, in faccia all’avvenire fosco e minaccioso. Il suo spirito si temprò nella sventura e nell’abbandono. Egli comprese sùbito che lo studio, solamente lo studio nei tempi nostri avrebbe potuto renderlo degno del suo nome e capace di riaccendere intorno a questo una nuova aureola di superiorità e di potenza. Si nudrì adunque di letture varie e profonde, esercitò il suo ingegno in ogni campo dello scibile, sviluppò le sue preziose facoltà con le meditazioni più acute e le ricerche più diligenti. E, sfuggendo ogni occasione di svago e di riposo, s’appartò in una specie di chiostro intellettuale dove gli echi del mondo non gli giungevan che affiochiti come voci sotterranee e irreali.
Fu in una siffatta solitudine che si precisarono a poco a poco le sue ingenite tendenze di dominatore: gli insegnamenti della filosofia positiva e sopra tutto quelli della sociologia e dell’economia politica gli aprirono un vasto orizzonte d’azione e di ridenti possibilità. Eran le lotte della vita pubblica, che lo chiamavano, che promettevano al suo sogno d’effettuarsi: per esse non avrebbe mancato, con la sua intelligenza, la sua coltura e la sua forza morale, di togliersi dall’oscurità in cui era immeritatamente caduto e divenire una persona insigne, un condottiere d’uomini inermi, come già qualche suo avo era stato d’uomini armati.
Uscì a vent’anni, gravido di scienza e d’illusioni, dalla sua biblioteca, dove omai gli pareva di soffocare, e si gittò tosto perdutamente nella mischia, tra la folla, alla dolorosa conquista d’una gloria. La sua ingenua sincerità, la singolarità delle sue idee, lo splendore della sua dottrina non tardarono ad attirare su lui l’attenzione malevola di tutti quanti già combattevano nella lizza politica, sciupati dal contagio popolare, corrotti dall’esperienza, avvelenati da una vanità insodisfatta o dalle umili esigenze della vita quotidiana. La Rivista di sociologia, ch’egli aveva fondata con quattro o cinque coetanei trascinati dal vento del suo entusiasmo, fu accolta da costoro con l’indifferenza beffarda che schiaccia senza toccare: essi risero discretamente alle sue spalle, malignarono un poco sul suo gran nome e su la sua povertà, lo giudicarono uno spirito eccentrico e malfermo, poi continuarono tranquilli la loro via senza più curarsi di lui o di quanto egli scrivesse.
Questo primo insuccesso tra le persone più autorevoli della città non fece che spronare il giovine a proseguir la sua campagna con maggior pertinacia e con miglior discernimento: abituato in solitudine a giudicar tutto e tutti indipendentemente dall’opinione comune, egli si sentì onorato dalla sorda ostilità e dal disdegno, che gli venivan tributati da gente ambigua, spregevole, senza coltura e senza convinzioni di sorta. E, più che non mai fiducioso nel suo programma che sapeva fondato sopra solide affermazioni della scienza e della filosofia, si diede ben tosto a ricercare altrove il suo pubblico di seguaci e d’ammiratori.
Era una grande opera di restaurazione sociale ch’egli aveva meditata e voleva pazientemente iniziare. — Gli statuti, le leggi, le formule correnti e le teorie preferite nei tempi nostri minacciavano, secondo lui, il progresso avvenire della Specie, poiché tendevano a soffocare la lotta per l’esistenza, a rinnegare il principio ereditario, a distribuire i diritti e i poteri e i beni con criterii astrattamente numerici in opposizione agli esempii della Natura. Le torbide condizioni della società contemporanea, abbandonata omai all’arbitrio delle masse, dipendevano sopra tutto dall’acquiescenza quasi criminosa delle classi superiori, che avevano piegato il capo sotto la violenza o si eran morbosamente commosse alle declamazioni e ai sofismi della democrazia. Rassegnati o apóstati, gli uomini che, affinando il corpo ed elevando lo spirito con le più aspre discipline, avevan già tenuto nelle loro mani i destini della razza, erano in atto d’abbandonare armi e insegne a coloro, che una lunga servitù e una secolare ignoranza rendevano indegni nonché di governare e di giudicare gli altri, anzi di godere della stessa loro libertà d’azione e di pensiero. Occorreva dunque risvegliare dal letargo o dal sogno quei nobili immemori della loro storia; occorreva chiamare sollecitamente a raccolta tutti quelli che si erano adattati al presente stato di cose, per debolezza, per inerzia o per disdegno; occorreva ricostituire una nuova aristocrazia battagliera con i resti dell’antica e i doviziosi e gli eletti, per arrestare a forze riunite il cammino della barbarie plebea, ebra dei successi ottenuti, bramosa di devastazioni e di rapine.
Con un programma così audace e insolente, esposto però con sottile abilità, senza precipitazione e senza intemperanza di parole, la Rivista dell’Imberido trovò alfine un pubblico di curiosi e d’apprezzatori laddove appunto egli desiderava, tra le persone cólte e facoltose, tra gli uomini di scienza, tra i filosofi, tra gli artisti. La cerchia dei collaboratori venne man mano allargandosi; la polemica con gli avversarii, sopra tutto socialisti, s’accese vivace e cortese; uno scambio elevato d’idee si determinò tra i due campi, precisandone gli intendimenti, lumeggiandone la profonda divergenza di principii, preludendo pacificamente alla gran lotta che i tempi maturano e l’avvenire dovrà decidere in favore degli uni o degli altri.
Ma il giovine non poteva appagarsi del successo di curiosità ottenuto dal periodico, né della effimera nomea che gli davano i suoi articoli succosi e cristallini. Egli voleva lasciare una traccia più notevole e più duratura di sè; egli voleva organizzare in un libro il complesso delle idee che spargeva disordinatamente e a seconda delle occasioni nella Rivista.
Ottimo consiglio gli parve, poiché omai il periodico aveva conquistato pubblico e fortuna, il ritrarsi dalla lotta viva, per qualche tempo; molto più che la stagione calda incominciava, e la città era divenuta intollerabile sotto un sole assiduo che fiaccava forza, volontà e ingegno. Durante la sua assenza, i compagni senza difficoltà avrebber potuto continuare l’opera da lui intrapresa, e al bisogno egli, anche da lontano, li avrebbe sorvegliati e consigliati a dovere.
Dopo aver raccomandato la Rivista alla direzione d’uno de’ suoi più ardenti collaboratori, il giovine avvocato Zaldini, egli, con un’enorme cassa di libri e di carte, si ritirò in un piccolo villaggio del Verbano, a Cerro, dove contava di passare l’estate e l’autunno in un assoluto isolamento.
Il palazzo, di cui l’Imberido aveva preso a fitto soltanto l’ala sinistra, era un antico monasterio divenuto più tardi dimora padronale. Seduto maestosamente a mezzo del villaggio su un rialto erboso, esso apriva le sue rade finestre e i suoi due rozzi balconi laterali a una vista superba, di fronte alla massima estensione del lago, che ivi s’ingolfa profondamente verso la valle del fiume Toce e le creste del Sempione. Era un’architettura primitiva, quasi immutata dal tempo in cui i monaci l’avevan costrutta: liscia, densa, disadorna nel suo esterno, s’alleggeriva e s’aggraziava internamente dove un cortile recinto da un doppio ordine di portici diceva ancora il gusto e la possanza degli antichi proprietarii. Le stanze eran tutte a vólta, semplicissime, ben quadrate, sebbene un po’ tenebrose per la scarsità e l’angustia delle luci. A pian terreno un pertugio a mo’ di grotta metteva in comunicazione il cortile col primo spianato d’un giardino veramente mirabile.
Il palazzo confinava da una parte col letto d’un torrente sempre gravido d’acque, dove i pallidi armenti scendevano al meriggio per dissetarsi; dall’altra parte, con la piazza principale del Comune, una ristretta superficie inclinata verso il lago, cui facevan corona alcuni abituri addossati l’uno all’altro in disordine e l’umile prospetto della chiesa parrocchiale. Il villaggio poi era quieto, muto, come spopolato; un rifugio di pescatori insociabili, che parevan uscire soltanto a vespro dalle dimore per mettere, su la riva già ottenebrata, mobili profili neri, simili a fantasmi.
La campanella acuta e stridula squillò un’altra volta, anche più a lungo nel silenzio. Aurelio, ch’era rimasto immobile al balconcino, gli sguardi perduti nel vuoto, forse oppresso ancora dai residui della sonnolenza, si scosse. Quel secondo richiamo era dedicato a lui che, come d’abitudine, tardava a presentarsi alla mensa; ed egli, dallo strappo vibrato, disuguale, sebbene un po’ debole, che moveva la campana, riconobbe esser la nonna medesima che lo sollecitava. Con un atto neghittoso si passò le mani su gli occhi, quasi si fosse risvegliato in quel punto, rientrò a passo incerto nella camera già invasa dall’ombra, raccattò il libro caduto a terra, e poi si risolse non senza sforzo a discendere per il pranzo.
La mensa era preparata nel mezzo d’una gran sala umida e tetra a pian terreno, assai più lunga che larga, le cui pareti tra le scrostature, le livide macchie e le pallide emanazioni del salnitro mostravan qua e là brani a pena decifrabili di pitture a fresco. Quella piccola tavola rettangolare, così bianca nella bianca tovaglia su cui piombavan concentrandosi di sotto al paralume opaco i raggi bronzei della lampada, pareva fosforescente nella vasta oscurità del luogo.
Aurelio, dopo un breve indugio su la soglia, entrò.
Donna Marta, che stava già seduta al suo posto di fronte all’uscio e mangiava, alzò il viso dalla scodella fumante per gittargli uno sguardo gonfio di rimproveri. Era una vecchia donna d’oltre settant’anni, magra, distrutta, rattrappita, pallida d’un pallor cereo, quasi orrida nei lineamenti che l’età e l’indole impulsiva avevan devastati: un gran naso aquilino, cartilaginoso, spiccava in maniera grottesca nel mezzo della sua faccia; il mento, troppo forte e sporgente, faceva sì che il labbro di sotto soverchiasse quello di sopra fin quasi a coprirlo; i capelli grigi e copiosi, inanellati alla foggia antica, ondeggiavanle a cernecchi intorno alle orecchie e su l’occipite con una triste caricatura di giovinezza. Eppure ella non era fastidiosa nè ripugnante a vedersi, specialmente se la si osservava con un poco d’attenzione e di continuità. In fatti nel lampo degli occhi, due grandi occhi nerissimi dilatati da una lunga malattia al cuore, e nel facile sorriso che scopriva la dentatura ancor ricca, e nella mobilità vertiginosa delle espressioni, donna Marta possedeva una specie di grazia affascinante che accattivava la simpatia di chiunque la conoscesse.
— È almeno mezz’ora che t’aspetto! — ella brontolò sordamente, fissandolo con la faccia scura. — Come sempre, mi son dovuta risolvere a pranzar sola. Nessuno al mondo, per tua norma, non mi ha mai fatto aspettar tanto: nè il tuo povero padre, nè il mio povero marito. Essi però mi rispettavano, mentre tu non hai proprio alcun riguardo per me!...
Era la solita occhiata minacciosa che lo riceveva quand’egli compariva in ritardo su quella soglia; eran le solite parole aspre con le quali s’inaugurava troppo spesso il pasto familiare. Senz’aprir bocca, con un lieve sorriso benevolente su le labbra, il giovine sedette a tavola, versò flemmaticamente la sua parte di zuppa nella scodella e incominciò a mangiare.
Egli aveva fatto l’abitudine a queste brusche accoglienze. Egli d’altra parte sapeva che l’umore dell’avola non poteva avere stabilità e tra poco ella medesima si sarebbe dimenticata d’essere in urto con lui. In quel cervello bizzarro le idee, le imagini, le volizioni si rincorrevano con una singolare rapidità, senza un nesso determinato, per un principio di degenerazion nervosa che la rendeva intollerante di qualunque stato fisso dello spirito. Tacere adunque, in aspettazione della prossima crise psichica, era ancora il miglior sistema per vivere in concordia e in armonia con lei.
Un silenzio seguì. Fu donna Marta che parlò prima; e parlò amabilmente con la sua voce chiara e giovenile dei momenti buoni, che tanto contrastava con la decrepitezza della sua figura.
— Aurelio, sai dunque la gran novità?
— Che novità? — domandò il giovine, sorridendo.
— Eh, càspita, sono arrivati i nostri vicini, or fa una mezz’ora. È stata una festa per questo paese! Cerro è tutto in fermento: la spiaggia d’avanti al palazzo sembra un magazzeno di casse, di cassette, di bauli, di valige! Tu vedessi: la popolazione vi si è riversata in massa per assistere allo sbarco, per prender parte all’opera di sgombero che continua ancora. E il ricevimento degli ospiti fu clamoroso, addirittura trionfale: ò visto alcune contadine che sventolavano i fazzoletti, mentre i monelli grandi e piccini gittavano in aria i berretti, urlando a squarciagola: «Evviva, evviva!» Ti garantisco: una scena curiosa che mi à divertita più che a teatro!
La vecchia parlava assai forte, alternando le intonazioni basse della voce con le acute, sottolineando le frasi con certi gesti enfatici che la mettevan tutta scompostamente in agitazione. A ogni tratto però era costretta a interrompersi per riprendere il fiato; e lo sforzo era visibilmente penoso.
— E perché tanto chiasso per alcuni villeggianti che arrivano? — chiese Aurelio con un’aria d’indifferenza. — Per noi non si è fatto niente di simile, mi pare.
— Càspita, si capisce! Tutti li conoscono qui in paese: sono ormai dieci anni che vengono a passar l’estate e l’autunno a Cerro. E poi l’ingegnere, lo sai, è amministratore di tutte le possessioni che ha nei dintorni la marchesa de Antoni. Qui anzi lo si chiama senz’altro: il Padrone.
— Il Padrone! — ripetè il giovine con un sogghigno amaro, rivedendo d’innanzi a sè la figura imbelle e servile dell’ingegner Boris.
— Sicuro. Questa buona gente non ha mai visto e conosciuto che lui: se ha ricevuto del danaro fu dalle sue mani; se ne ha consegnato fu nelle sue mani. È naturale che lo si creda il proprietario e lo si chiami così.
— Naturalissimo, — egli soggiunse per troncare il discorso.
La notizia dell’arrivo inaspettato l’aveva turbato e reso un po’ perplesso. Egli non conosceva le abitudini de’ suoi vicini, e temeva che queste potessero in qualche modo disturbarlo o distoglierlo dalle sue occupazioni. Aveva voluto esser solo, libero, sottratto agli strepiti e agli svaghi: per ciò solamente s’era risolto a lasciare non senza rimpianti la città e a ritirarsi in campagna. Anzi, nel prendere a fitto una metà del palazzo di Cerro, l’Imberido s’era particolarmente informato di coloro che avrebbero abitato l’altra metà, e aveva saputo che la famiglia dell’ingegnere vi sarebbe venuta molto tardi, amando di passare i mesi caldi dell’anno su l’alta montagna, in Engadina o nel Tirolo. «Verremo probabilmente in principio di settembre, tutt’al più, se la stagione non sarà buona, alla fine d’agosto,» gli aveva detto l’ingegnere medesimo nell’accomiatarlo. Or come mai, proprio quest’anno per la prima volta, egli anticipava così il suo arrivo a Cerro?
Aurelio, ch’era rimasto per alcuni momenti assorto e pensieroso, si rivolse d’un tratto a donna Marta, con gli occhi accesi da un primo lampo di curiosità:
— Sono qui soltanto per pochi giorni, non è vero?
— Chè, ti pare? — ella rispose. — Avrebber portata tanta roba per pochi giorni? Io credo che si fermeranno tutta la stagione.
— Ma no.... Se l’ingegnere, quando lo vidi l’ultima volta a Milano, m’assicurò che non sarebber venuti fino a settembre....
— Si vede che han cambiato di parere, — concluse donna Marta con sicurezza; — ed io certo non me ne lamento. Tutt’altro! In questo paese maledetto, dove m’hai relegata, morivo di tedio e di tristezza: sempre sola, sempre sola, sempre sola.... Essi mi terranno almeno un po’ di compagnia. Son persone assai per bene, e, a quanto pare, simpatiche, espansive, allegre....
Ella seguitò così per molto tempo a parlare dei nuovi arrivati, con quella sua loquela colorita e asmatica, che incatenava l’attenzione e insieme faceva pena. — Questa famiglia Boris, a quanto ella asseriva, si componeva in tutto di tre persone: l’ingegnere, sua moglie — una bella donna ancora, bruna, elegante sebbene un po’ pingue —, e la loro figliuola di vent’anni o poco più, bruna anch’essa come la madre e singolarmente graziosa: alla descrizione minuta, che donna Marta faceva di lei, una imperfettibile figurina da oleografia. Il suo nome era Flavia, ella l’aveva sentita chiamare ripetutamente da’ suoi parenti. Insieme con loro i Boris avevano anche condotta un’altra giovinetta, — una nipote, un’amica di Flavia o, forse, un’istitutrice? — della quale la vecchia non aveva notato che il color dei capelli, e diceva ch’era bionda, d’una biondezza pallida, cinerea, quasi bianca.
— Quando l’ingegnere se ne sarà andato, poiché certo la sua professione lo richiamerà presto in città, rimarranno le signore; e con queste, grazie a Dio, si potrà scambiare qualche parola, passare un po’ di tempo piacevolmente. Tu mi hai trascinata per un capriccio in quest’eremo, e poi non ti sei più ricordato di me, come proprio non esistessi. Ti sei segregato nella tua stanza, il cui accesso mi fu perfino vietato, e chi t’à visto, t’à visto!.... Sai? Se i Boris non arrivavano, io pensava già di ritornarmene a Milano, e al più presto!.... anche sola. Da vero non c’è una ragione perchè io vecchia e malata m’abbia sempre a sacrificare per te che sei giovine e stai bene. Ho poco da vivere, caro mio; e, quel poco, non lo voglio sciupare stupidamente in tanta malinconia e tanta noja, per farti piacere.....
La voce di donna Marta a poco a poco ritornava irosa: l’astio inguaribile contro il nipote, astio che aveva le radici in un profondo attaccamento affettivo, spuntava di nuovo nelle sue parole. Tutte le accuse accumulate su di lui rompevan di nuovo dal suo cuore, esacerbato dalla malattia e dalle acute esigenze senili alle quali Aurelio non sapeva spesso corrispondere. «Oh, ella lo capiva bene! Quell’arrivo inaspettato non gli andava a genio: egli avrebbe preferito di lasciarla morir di tedio in un deserto piuttosto che sopportare un piccolo, problematico disturbo! Sicuro; egli non si smentiva mai, mai: era sempre quello stesso egoista che non si curava di nulla e di nessuno, tanto meno poi di lei, povera vecchia inferma! Ma dove aveva dunque il cuore? dove l’aveva?»
Il giovine taceva, e il suo ostinato mutismo stuzzicava la collera dell’avola. Ella infatti seguitava, affannosamente, alzando viepiù la voce, rimescolando nel passato le colpe e le mancanze e le trascuratezze del nipote. E incominciava già a intenerirsi su la propria sorte sventurata, a spargere anche qualche lacrima per amaro conforto delle sue diuturne sofferenze.
Aurelio intanto, con gli occhi bassi su la mensa, senz’ascoltare quel fiotto intempestivo di rimproveri, meditava in preda a un sordo turbamento su le conseguenze possibili d’una siffatta vicinanza. — C’eran dunque due giovini donne tra i nuovi arrivati al palazzo? Le avrebbe egli conosciute? Avrebbe forse dovuto vederle ogni giorno per casa, conversare con loro, accompagnarle nelle passeggiate, sacrificare in somma una certa parte del suo tempo prezioso per non incorrere nella taccia di scortese e d’incivile? Tutto ciò lo sgomentava, quasi come l’aspettazione d’una probabile avversità. E non era tanto l’idea (già per lui così grave) del tempo disperso, d’un ozio obbligatorio, che più l’angustiava: era anzi quella d’un’assidua domestichezza con la Donna, con questo essere inferiore e ammaliante ch’egli non conosceva per pratica ma aveva teoricamente giudicato come il più terribile nemico della personalità, il dèmone simbolico della Specie che distrugge l’individuo.
Fin da giovinetto egli aveva appreso a valutare la fatale potenza della Sirena: la prima apparizion femminea su la soglia della sua anima era stata causa d’una commozione così profondamente paurosa, ch’egli n’aveva avuto mòzzo il respiro e il cuore squassato. D’allora in poi l’istinto animale di fuggire, di nascondersi, di sottrarsi con un mezzo vile a un fascino misterioso, l’aveva sempre tenuto e dominato, ogni qual volta gli fosse occorso di trovarsi al cospetto d’una donna giovine e piacente. Questa selvatica timidità — forse l’effetto d’un temperamento eccessivo, forse piuttosto la resultante di due correnti psichiche in opposizione — rappresentava certamente un lato debole, il più debole del suo carattere; ma egli si compiaceva, in vece, d’interpretarla come una forza, anzi come una virtù. Con uno di quegli artificii maliziosi, che l’uomo usa a sua intima giustificazione, Aurelio Imberido si giudicava migliore e superiore degli altri, perchè (fuggendo la donna) egli sapeva vivere senza di lei e poteva evitare i guai e gli errori di cui son prodighe le relazioni amorose.
Facile inganno, poichè realmente non aveva ancor messo alla prova del fuoco la sua presunta virtù. Ora l’occasione di saggiarla era venuta, ed egli, ostinato nella sua arte d’illudersi, preparava già un piano per iscansare abilmente questa occasione. Egli pensava: «Io non mi farò vedere nelle ore pericolose! rimarrò chiuso ermeticamente nella mia camera; se sarò costretto a conoscerle, farò loro intendere dal principio che non si può assolutamente contare su la mia compagnia, perchè io sono molto occupato e non debbo essere distratto.» Anche, pensava: «In fine la mia bella libertà vale un lievissimo sacrificio d’amor proprio: mi chiamino orso, mi credano scortese e incivile. Che mi fa della loro opinione? dell’opinione di due femmine!»
— Tu non mi dài ascolto, Aurelio; — proruppe d’un tratto donna Marta; — tu non ti degni più di sentire nè anche quello che dico!.... Ebbene bada, Aurelio: la mia pazienza ha un limite! Se un’altra volta, appena suonata la campana, non discendi sùbito, io faccio immediatamente i miei bauli, e me ne torno sola a Milano!
Queste parole furon proferite a voce alta e squillante, con tragica solennità, nel silenzio della gran sala piena d’ombre e di mistero. Strappato per forza alle sue meditazioni, il giovine dovette ascoltarle tutte quante con attenzione, e su l’inizio anche con una certa inquieta curiosità. Come però intese il senso della minaccia, un lieve sorriso involontariamente gli increspò le labbra: quell’inaspettata ripresa finale del primo argomento di rimprovero parve a lui una specie di ritornello con cui l’avola volesse chiudere esteticamente la sua irosa canzone.
Il pranzo era terminato. Aurelio si levò in piedi, e disse con voce assai carezzevole:
— Via, mamma, un po’ di calma! Tu ti riscaldi senza motivo: lo sai che ti fa male!
Quindi, tranquillamente, uscì dalla stanza.
Gli parve, rivarcando la soglia, d’udire dietro di sè uno scoppio di singulti. Rimase un po’ incerto, titubante se dovesse ritornare presso la nonna, o se in vece fosse meglio lasciarla sola ad acquetarsi. Preferì quest’ultimo consiglio. A passi rapidi attraversò l’anticamera buja e il cortile, i cui portici nella semioscurità sembravano avere una profondità singolare; e uscì dal palazzo sul rialto erboso, dove si lasciò cader di peso sopra uno dei sedili di granito ch’erano ai canti della porta incastrati nel muro.
La spiaggia, d’avanti a lui, era quasi deserta: soltanto l’ombra nera di qualche pescatore spiccava laggiù presso le barche, di tra i fusti dei salici, sul lucido riflesso dell’acqua. Non una voce, non un passo, non uno strepito turbavano il vasto silenzio crepuscolare, che il fioco anelito dell’onda morta scandeva regolarmente con un ritmo lento e strascicato. Un lezzo fatuo di pesci e d’alghe fracide saliva a intervalli dal lago, come una respirazione nauseosa, corrompendo il profumo delle erbe aromatiche ancor calde di sole e il buon odor cereale della paglia raccolta a fasci d’oro su l’aja comune.
Nel vespero sereno un estremo chiarore profilava tuttora nettamente le cime dei monti: prima la linea continua e dolcemente ascensionale del Motterone, poi il gran dorso gibboso dell’Eyenhorn, poi i picchi arcigni delle Alpi bianche per neve, poi il pizzo di Proman e la brusca elevazion dentata della Zeda che declinava novamente verso settentrione fino a nascondersi dietro il ceppo brunastro delle casupole di Cerro. Su tutto il paesaggio, sul cielo, su la terra, sul lago si distendeva uno strato di vapore violaceo, come un fitto velo che ne modificasse e offuscasse le tinte e i rilievi. A traverso quel velo, la riviera opposta appariva quasi piana, senza promontorii e senza insenature: la costa di Stresa, la curva del golfo, le isole Borromee, la punta di Pallanza sembravan tutte su una linea sola, ininterrotta, ch’era quella chiara dell’acqua, battuta dall’ultima luce occidentale. Solamente l’acuta gola di Mergozzo, aperta incontro a Cerro, si vedeva inabissarsi verso le lontananze dell’orizzonte: e il suo aspetto era nebuloso, fantastico, sinistro, così sommersa nel vapor violaceo tanto più denso quanto lo spazio cresceva.
Aurelio, il corpo rilassato su la rigida pietra, la testa appoggiata per inerzia alla muraglia, fu preso da uno strano senso di stanchezza e di malinconia al cospetto del paesaggio cupo e grandioso. Avveniva dentro di lui una di quelle rarissime crisi d’abbattimento, che tal volta piegavano e vincevano la sua forte fibra di lottatore. Durante siffatte crisi il suo spirito, che le consuete astrazioni avevan momentaneamente abbandonato, si smarriva in lente fantasie, cui le sensazioni delle cose esteriori imponevan come una triste tonalità minore. Alcuni pensieri insoliti in lui, alcune sepolte aspirazioni della prima adolescenza, alcuni lontani ricordi del padre morto o dell’avola vigilante con materna sollecitudine su la sua fragilità infantile, passavano lievemente in quelle fantasie, a similitudine di spettri esili e confusi, volanti verso una porta misteriosa. Senza potersene rendere una ragione, egli si lasciava vincere e intenerire dalle memorie. Egli sentiva nel fondo della sua anima levarsi un grido spasimoso: egli sentiva arrivare dalle intime energie dell’essere un impulso irresistibile verso qualche cosa oscura ma supremamente necessaria alla sua vita. Ogni suo più ardente desiderio, ogni sogno, ogni ideale pareva s’avviluppasse nel lugubre sudario dell’indifferenza: la gloria era vana, l’umanità era trista, l’avvenire incommutabile o non meritevole d’esser commutato. Uno scontento immane del mondo e di sè stesso, un tragico bisogno di riposo finivano per impadronirsi di tutte le sue facoltà; ed egli rimaneva come soffocato nella stretta di tanta desolazione, deplorando le sue fatiche e le sue ambizioni, anelando inutilmente a un Bene, ch’era la Morte ma poteva anche esser l’Amore.
La strana crise sentimentale incominciò questa volta dal ricordo della scena incresciosa con donna Marta e di quello scoppio di singulti che gli era parso d’udire varcando la soglia della stanza. Da parecchi giorni egli sopportava senz’alcun commovimento dell’animo le periodiche esplosioni di mal umore che l’avola sfogava a preferenza contro di lui: — un po’ per freddezza, un po’ per abitudine, un po’ per la convinzione ch’esse fossero conseguenza irrimediabile e inevitabile della lenta degenerazione ond’era esasperata l’indole di lei. Appena lo sfogo era esausto o appena egli riusciva con un qualunque mezzo a sottrarsene, Aurelio dimenticava sùbito le parole amare e non c’era caso che ritornasse sopra queste con la memoria. Quella sera in vece, come si trovò solo sul rialto del palazzo d’innanzi al lago silenzioso, i ricordi del pranzo non tardarono a risorgere nel suo pensiero, più vivi ed eloquenti degli stessi fatti reali.
Allora un’onda impetuosa di tenerezza, di pietà, di simpatia gli gonfiò il petto, improvvisamente. L’imagine della nonna, della sua seconda madre, ischeletrita dal morbo, disfatta dalla vecchiaja, dilaniata da continue angosce, gli si presentò d’avanti agli occhi dell’anima, come un’allucinazione. — Le stimate del dolore erano omai impresse indelebilmente sul povero viso, ch’egli aveva veduto tante volte curvarsi su di lui, con tanta bontà, con sì amoroso struggimento, nei dì lontani! Certo: ella soffriva veramente durante quegli scoppii di collera ingiusta contro di lui; ed egli poteva rimanere impassibile e quasi irridere alle sue sofferenze! La nonna, la sua seconda madre si logorava di giorno in giorno, consumava in futili querimonie l’estreme energie, andava piegando a poco a poco verso la fossa; ed egli non sapeva trovar nulla in sè per renderle meno triste l’agonia, per infondere un’ultima gioja in quell’anima moribonda!
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee; il cuore era lacerato a sangue dalla tetra previsione. Aurelio si sentiva legato all’avola da un vincolo indissolubile d’affetto; alla morte di lei si vedeva già solo e perduto nel mondo, come un viandante affaticato in una steppa senza confine. Un bisogno intenso d’appoggio, di compagnia, di convivenza familiare palpitava dentro di lui. Gli passavan nello spirito, in forma di sentimento vago, alcune afflizioni del tempo trascorso, che parevagli dovessero rinnovarsi ingigantite nell’avvenire. L’imagine della nonna sorgeva da tutte quelle memorie, come un simbolo consolatore. La stessa imagine ondeggiava su quelle aspettazioni, come un vacuo fantasma cui avrebbe inutilmente invocato nelle ore dolorose.
Egli si domandò costernato: «A che combattere? In che sperare? Perchè ostinarmi a vivere, quando ugualmente dovrò morire?»
Così la crise d’abbattimento incominciò; così lo scontento immane di sè stesso e del mondo, il tragico bisogno di riposo s’impadronirono di tutte le sue facoltà. La testa del giovine piegò lentamente sotto il peso dei tristi pensieri involontarii; gli sguardi caddero al suolo, e vi rimasero lungamente fissi, vitrei, acuiti, come penetrandone i misteri.
In tanto su la spiaggia, d’avanti al rialto del palazzo, passarono, di ritorno dai pascoli, le vacche cornute e corpulente, a una a una, in lunga schiera, barcollando, gittando a tratti nell’aria i tremuli e sordi muggiti; passarono le pallide pecore, strette e confuse in gruppo, mute, quasi invisibili sul fondo grigio della terra; passarono ultimi, salendo dal greto, i pescatori tardivi, recando su le spalle le pertiche prolisse, le fiocine dentate, gli staggi dalle reti ancora sgrondanti. Tutti, animali e uomini, scomparvero successivamente dalla parte del villaggio, dove li chiamava al riposo lo squillo lento e monotono dell’Ave Maria; e il vasto spiazzo fino al lago rimase affatto deserto, inanimato, come assopito nell’ombra, in aspettazione della notte imminente.
Su l’opposta riviera apparvero man mano le luci: Intra, la prima, scintillò per vivaci fiammelle, disposte a intervalli regolari lungo la costa; un gran faro d’oro s’accese su la punta di Pallanza e rischiarò d’un riflesso ondulato l’acqua cupa; altri lumi dispersi tremolarono qua e là, a Stresa, a Baveno, su i fianchi selvosi del Motterone, laggiù, lontanamente, nei malinconici abituri di Feriolo. In alto, quasi presso la vetta della Zeda, ben profilata ancora sul cielo verdognolo, un enorme fuoco divampò d’un tratto, s’allargò come un incendio di foresta; poi rapidamente declinò, si ridusse a un punto rossastro nell’oscurità, si spense.
Quando gli ultimi tocchi dell’Ave Maria caddero inerti e flosci nel silenzio crepuscolare, Aurelio, sorpreso dall’apparizione di quei lumi annunziatori della notte, volle scuotersi dal suo accasciamento e uscire da quella specie di sogno tormentoso. La crise era sul finire; uno sforzo mediocre di volontà bastava a dissiparne i molesti residui.
Egli d’un balzo s’alzò in piedi, e rientrò nel palazzo. Attraversò il cortile vuoto e bujo a testa alta, con quel piglio ardito e imperioso, che talvolta la vision della folla gli suggeriva; si mise su per la scala ottenebrata; percorse a passi rapidi il breve tratto di loggia fino alla porta delle sue stanze; ne schiuse i battenti quasi con violenza; entrò.
Dal balcone spalancato penetrava l’estremo pallore del giorno morto; in quel pallore i mobili non avevan più tinte, spiccavan neri e angolosi, simili a ombre più che a oggetti reali. La brezza, che saliva dalla prossima valle, faceva stormire dolcemente la pineta nel giardino, agitava gli apici d’alcune fronde di glicina arrampicate lungo la ringhiera, irrompeva fin nella stanza, suscitando deboli fruscii nelle carte sparse su la tavola centrale. Di quando in quando al soffio alterno le tende paonazze si gonfiavano con un largo moto d’espansione, come un respiro profondo.
Trovandosi nel luogo prediletto, Aurelio riacquistò totalmente la serenità e la sicurezza consuete dello spirito. S’arrestò, estasiato dal subitaneo benessere che tutto lo invase, in mezzo alla stanza. Era ben quello il rifugio sacro agli studii, il tempio delle superbe ambizioni e delle speranze immortali. Da quell’umil rifugio egli, come un’aquila destinata ai trionfi, avrebbe preso il gran volo per il mondo popoloso, alle battaglie del progresso umano, alla conquista della gloria. Che cosa omai avrebbe potuto arrestarlo? Quale forza terrena sarebbe riuscita a opporsi all’impeto del suo ingegno e della sua volontà? Egli si sentiva giovine, sano, energico, incorrotto anzi incorruttibile dalle avversità e dalle passioni: egli si sentiva veramente un Eletto fra i suoi simili.
Allargò le braccia vittoriosamente, le stese ritte sopra il capo orgoglioso, agitò le mani nell’aria, sorridendo trasfigurato dalla gioja al suo destino, ch’era scritto in alto, molto in alto nei misteri azzurri del cielo. «Chi, chi può dunque mutare il destino?» egli disse a voce spiegata, in atto di sfida.
Un acuto scroscio di risa, d’una insolente gajezza, si levò in quel punto dal parco silenzioso. Alle risa successe una pausa, un susurro di voci femminili a pena sensibile; poi le risa ricominciaron da capo, più forti, più gioconde, irrefrenabili. Aurelio, che aveva già dimenticato l’arrivo dei vicini annunziatogli dall’avola durante il pranzo, fu sorpreso da quell’insolito strepito nella calma imperturbata della campagna. Spinto dalla curiosità, e un poco dal dispetto che quel riso importuno aveva mosso in lui, s’affacciò al balcone per osservare chi dunque osava disturbarlo nel suo rifugio.
Sopra una delle scalee marmoree, che adducevano al secondo spianato pensile del giardino e alla pineta, stavan ritte, appoggiandosi con una squisita grazia signorile alla balaustrata, due giovini donne assai eleganti nel chiaro costume estivo. Le loro persone uscivan tutte intere, ben definite dal candore del marmo: entrambe, alte ugualmente, apparivano snelle, di forme molto leggiadre, con gli omeri un po’ sostenuti e la cintola strettissima sopra i fianchi leggermente arcuati. Una, roseo vestita, era bruna di capelli, e gli si presentava di fronte, con gli occhi e i denti illuminati dal riso; l’altra in un attillato abito celeste, volgendogli le spalle, mostrava una splendida capigliatura bionda, raccolta in un denso intreccio su l’occipite. E nulla superava la grazia di quel gruppo fiorente di giovinezza, sul bianco della scalea, nella luce favolosa del crepuscolo.
Aurelio, in vederle, le riconobbe. Rammentò le descrizioni dell’avola; rammentò ancora i molesti pensieri e i disegni di prudenza che l’arrivo imprevisto di quelle fanciulle aveva in lui suscitati. Volle sùbito ritrarsi, ma una strana compiacenza gli impedì di muoversi: i suoi sguardi rimasero fermi come incantati dall’estetica apparizione. Mentr’egli così la contemplava, un turbamento pànico e pur dolce si veniva man mano impossessando del suo spirito assorto e maravigliato; assomigliava questo turbamento alla leggera ebrietà che dà il dolce vino spumante, mettendo tra i sensi e le cose una specie di velo sentimentale, malinconico o giocondo, continuamente trepido. Al giovine pareva di sognare. Passavano in fatti dentro di lui, come in un sogno, impetuosamente, confusamente ricordi di scene o di letture lontane, nebbiose imagini romantiche, fremiti fuggevoli di desiderio, di curiosità o di speranza. Tutto ciò nasceva e si svolgeva per una forza spontanea di fantasia, senza ch’egli potesse averne coscienza; e le fibre della sua anima tremavan tutte, come fascio di corde sottili strappate insieme da un plettro.
D’un tratto un nuovo scoppio fragoroso di risa salì dal parco. La fanciulla bruna con un movimento repentino si volse, si diede a correre all’impazzata su per la scalea, e, giunta al sommo, s’internò agile e veloce nella pineta. Un roseo tremolìo illuminò per un attimo l’ombra nera del bosco.
— Flavia! Flavia! — l’altra chiamò nel silenzio, ferma al suo posto, attonita di quella fuga improvvisa.
Nessuno rispose. Solamente un’eco lontana ripetè il nome, come un gemito indistinto.
Allora anche la bionda si mosse, ascese rapida i gradini marmorei, e scomparve in corsa tra i pini, dietro la compagna.
Il giardino apparve deserto, muto, misterioso, con le sue piante cupe e i bianchi fantasmi delle statue mutilate, ritte su gli stalli invisibili.
— Flavia! Flavia! — s’udì ancora chiamar da lungi, per l’ultima volta.
Aurelio, che aveva seguíto avido con gli occhi le due fanciulle fino al limite del bosco, quando più non le vide, fu preso da un desiderio cieco e selvaggio di scendere al basso precipitosamente, d’inseguirle, di raggiungerle come prede nel folto, dove già la notte doveva esser profonda.
II. L’incontro.
— Signorino, un telegramma! — gridò Camilla con la vocina esile e acuta, entrando impetuosamente nella camera.
Aurelio che, stanco dal lavoro protratto a tarda notte, s’era riaddormentato dopo aver sorbito alle sei del mattino la solita tazza di caffè, si levò di scatto a sedere sul letto, fissando gli occhi spalancati in viso alla fantesca.
— Un telegramma?... Per me?! — egli domandò, stupito.
— Sì, per lei, — rispose Camilla; e, avvicinatasi a lui, gli stese la busta gialla, sottolineando l’atto con un fatuo sorriso, un poco ironico.
Poi, sùbito, soggiunse:
— Favorisca di firmare la ricevuta. Il fattorino è giù che aspetta.
— Non posso già scrivere con le mani, — egli borbottò nervosamente.
A passi brevi, dimenando leggermente l’anca, ella attraversò la camera, prese dal tavolino una penna, che intinse più volte, con lenta diligenza nel calamajo; ritornò poi senza scomporsi presso il letto, e la porse ad Aurelio con un gesto assai leggiadro.
Egli, ansioso di leggere, cominciava a indispettirsi per l’indugio.
— Che ore sono? — chiese con la voce aspra.
— Le otto, signorino. Anzi, le otto e mezza.
— Va bene. Prendi, — concluse Aurelio, dopo aver firmato; e le porse la ricevuta, congedandola con un brusco accenno del capo.
Quando la fantesca fu uscita, il giovine rimase ancora un poco con la busta chiusa tra le mani. Chi aveva dunque bisogno di lui? Egli viveva solo, staccato da ogni consorzio grande o piccino, senz’alcuna comunanza di negozio e senza stretti vincoli di parentela o d’amicizia. Quale notizia importante poteva giungere fino al suo sconosciuto ritiro, e con un mezzo così imperioso?
Non potendo trovare una risposta plausibile, si risolse ad aprire il foglio e leggere lo scritto misterioso. Un sorriso gli passò negli occhi alle prime parole; con un subitaneo movimento di contrarietà, e d’impazienza, egli gittò il telegramma a pie’ del letto, e s’attaccò con tutta la sua forza al cordone del campanello.
— Vengo, signorino! Vengo sùbito, — s’udì gridare Camilla da lontano, acutamente, mentre lo squillo furioso durava ancora.
Come però tardava a comparire, Aurelio dovette suonare una seconda volta, anche più forte e più a lungo, per sollecitarla. Finalmente ella entrò nella camera, tutta accesa in viso come avesse fatto una corsa a perdifiato, le ciocche della fronte scomposte e riversate all’indietro, il respiro frequente e affannoso.
— Che vuole? Che comanda?.... Mio Dio, signorino, un po’ di pazienza! stavo arricciando i capelli alla signora.... Non potevo tralasciare d’un tratto; ella sa come la signora s’inquieta per un nonnulla!... Eccomi. Che vuole?
Disse queste frasi interrottamente, anelando, accomodandosi con le mani le ciocche volanti, senza lasciargli il tempo di sfogare il suo mal umore per l’involontario ritardo.
— Via, spìcciati! Avverti prima la mamma che oggi avremo un ospite con noi. Poi corri immediatamente a chiamare Ferdinando perchè m’accompagni in lancia a Laveno. Dobbiamo essere alla stazione per le nove e mezza. Non c’è tempo da perdere. Hai capito?
— Perfettamente, — rimbeccò la giovinetta, tutta ilare d’essere sfuggita a un rabbuffo che s’aspettava. E con insolita lestezza si diresse alla camera di donna Marta, ch’era all’altro capo del portico.
Aurelio, rimasto solo, balzò dal letto e s’affrettò a vestirsi. L’annunzio d’una visita dello Zaldini, non ostante i suoi propositi di solitudine, lo aveva messo lì per lì in un orgasmo di gioja infantile, che si manifestava con una smania bizzarra e nuova di far romore a ogni movimento, battendo forte i piedi su l’assito, spostando le sedie, urtando bruscamente con le mani gli oggetti disposti su le tavole. La immacolata chiarità della mattina di giugno, il sole che irrompendo a traverso le tendine illustrava d’una trama aurea il pavimento, i canti giulivi e il buon odore di resina e di fiori che venivan dal giardino portati dal vento, tutte quelle vivaci apparenze accrescevano la sua giocondità, infondevangli nello spirito riposato la luce e il profumo della vasta campagna lussuriosa. — Finalmente avrebbe potuto parlare, aprire la sua chiusa anima a una confidenza, comunicare i suoi pensieri, da oltre un mese contenuti nel cerchio del suo intelletto, a qualcuno simile a lui! Finalmente avrebbe potuto riattivar con l’amico quello scambio di idee e di sentimenti, imposto come un bisogno dalla nativa sociabilità della razza anche agli esseri superiori, per cui la solitudine non è pure un tedio e un silenzio mortale!
Nell’attendere alle cure della persona, Aurelio, inconsapevole, pregustava già il primo colloquio con lo Zaldini durante il tragitto da Laveno a Cerro; pregustava le saporose novelle che questi gli avrebbe recate da Milano, le discussioni vivaci che si sarebber presto accese tra loro sopra uno dei temi preferiti. Il desiderio di ritrovarsi con lui, desiderio che l’aspettazione del prossimo incontro aveva d’un tratto eccitato, gli acuiva singolarmente il senso dell’amicizia, gli rievocava d’innanzi oltre modo simpatica l’imagine dell’amico, quale l’aveva visto ancora ignoto comparire nella redazione della sua Rivista, due anni addietro. Da quel giorno che rara affinità d’intendimenti e d’entusiasmi ambiziosi li aveva legati! E che lunghi voli spirituali avevan tentati insieme nei loro sogni di grandezza e di felicità! Tutte, tutte le ardenti questioni, che affannano oggidì il pensiero umano, erano state sfiorate, discusse, talvolta anche audacemente risolte nelle loro interminabili conversazioni notturne, che spesso i primi chiarori dell’alba venivano ingrati a interrompere.
Ripensando ora alla vita fraterna ch’egli e lo Zaldini avevan condotta in quei due ultimi anni a Milano, Aurelio si maravigliava d’essersi potuto separare dall’assiduo compagno con tanta indifferenza, e d’averlo potuto totalmente dimenticare durante quel mese di villeggiatura. In verità, dal dì ch’egli era giunto a Cerro, quella era la prima volta che il desiderio di lui si risvegliava, che le memorie della loro lieta convivenza palpitavan vivaci dentro il suo cuore. Perchè? Egli dunque non l’amava? E avrebbe potuto non rivederlo, fors’anche mai più, senza un rimpianto del passato e quasi senza un ricordo? Sì, era così; pur troppo doveva confessarlo, era così! Egli sentiva che entrambi, non ostante la comunione di vita e d’abitudini, eran rimasti estranei l’un per l’altro, come due viandanti, riuniti dal caso, i quali avesser percorso discorrendo uno stesso cammino. Egli sentiva che la propria anima, asservita a un Ideale superbo, era infusibile, chiusa nel suo superbo mistero, incapace di sacrificio e d’amicizia.
La consapevolezza di questa necessità psicologica fu per lui, nella tenera disposizione in cui si trovava, una pena e quasi un rimorso. Volle dunque troncar sùbito l’indagine, abbandonare le aride considerazioni che minacciavan d’amareggiare la spontanea gioja di quel risveglio. Appena fu vestito, uscì dalla sua camera, passò ad augurare il buon giorno alla nonna, che pareva d’ottimo umore, e discese sul greto dove Ferdinando, il vecchio barcajuolo, già l’aspettava.
La mattina era un po’ velata dalla parte delle Alpi: sopra la vetta del Motterone una gran massa plumbea pendeva, sbrandellandosi verso levante in tenui nubecole bianchicce. Qua e là, su le altre cime, qualche fiocco disperso, alcuni lunghi nastri torbidi apparivano; e il fondo della valle di Mergozzo era cupo, come polveroso, sprofondato in un’ombra azzurrastra. Da settentrione un vento impetuoso scendeva, suscitando un vasto scroscio rotto da sibili alterni e un tumulto di ciuffi lattei al sommo delle onde.
Ferdinando dovette faticare assai per vincere la violenza di quel vento, che soffiava diritto contro la prua. D’innanzi all’antico fortino austriaco, che siede smantellato allo sbocco del golfo di Laveno, il lago divenne, per il rimbalzo dei flutti, così fiero e minaccioso che Aurelio stesso fu costretto a prendere i remi per venire in ajuto del vecchio. Giunsero nel porto in ritardo di qualche minuto, mentre già il treno irrompeva, fischiando, sotto la tettoja della stazione.
L’Imberido discese rapidamente a terra, e s’avviò a passo sollecito incontro all’ospite, che apparso per il primo su lo spiazzo, girava intorno lo sguardo come stupito di non trovare alcuno a incontrarlo.
L’avvocato Luciano Zaldini, accuratamente raso, con due piccoli baffi bruni a pena accennati, pareva più giovine d’Aurelio, sebbene questi avesse qualche anno meno di lui. Era alto della persona e ben formato; elegantissimo in ogni particolare dell’abito. Il suo viso, piuttosto largo e carnoso, serbava ancora la freschezza dell’adolescenza, nella soda pastosità della pelle, nello sguardo sempre un poco attonito, nel riso ingenuo e pronto che scopriva di tra le labbra rosee una mirabile dentatura d’una regolarità femminina.
— Oh, l’eremita!... — egli gridò, come vide Aurelio che gli correva incontro. — Tu vedi in me Maometto che viene alla montagna, semplicemente perchè la montagna non volle venire a lui.
— La montagna sta bene e non si muove, — l’altro rispose ridendo, e gli stese ambo le mani con sincera espansione.
Durante il tragitto in barca, l’Imberido interrogò sùbito l’amico su le sorti della Rivista.
— Va bene, molto bene, — rispose l’avvocato; — soltanto si lamenta il tuo lungo silenzio. Io ho tentato, dopo il tuo ultimo articolo, di trascinarti in una polemica; ho aspettato per una settimana la tua replica, che mi pareva non potesse mancare; non venne! Perchè? Era una domanda che ti volevo rivolgere fin d’allora, per lettera; poi le cure, i fastidii, le donne.... Sai bene, io non sono un eroe della tua forza; io pecco, come il savio, sette volte al giorno....
Scoppiò, così dicendo, in una risata sonora, e passò il braccio su le spalle d’Aurelio con un gesto che gli era abituale.
— Che vuoi? — disse questi dopo una pausa; — tu mi movevi una questione così stantìa che non valeva proprio la pena d’una risposta. Mi facevi certi squarci di metafisica dottrinaria, degni tutt’al più d’un Mazzini o, peggio, d’un mazziniano..... Il miglior servigio che ti potevo rendere era di tacere: ho voluto essere, almeno una volta in mia vita, generoso, e lo sono stato con te.
— Come? Come? Facevo squarci di metafisica, io?
— Eh, pur troppo! Mi parlavi di popolo, di diritti, di doveri, di maggioranza, di uguaglianza, di fratellanza, che so io.... Il frasario era un po’ retorico e antiquato, confessalo.....
— Per Dio! — gridò, riscaldandosi, lo Zaldini; — non hai dunque capito? Io non me ne serviva se non per chiarezza. Bisogna pur farsi capire anche da quelli, e sono i più, i quali si convincono e si convertono solamente sotto il fascino di date parole e d’espressioni consacrate. Ogni arma è buona per combattere il Nemico. E il sistema d’una larga propaganda liberale mi sembra il migliore per richiamare a noi le maggioranze che ci sfuggono.
— Ma chè! Le maggioranze? Lasciale dunque andare dove credono meglio, le maggioranze! Tu devi persuaderti che non è a queste che noi dobbiamo parlare né ora né mai. Noi siamo come gli scienziati che espongono una questione: non si curano se la folla li capisce o non li capisce. Ad essi basta d’esser compresi dalle aristocrazie intellettuali, poichè son queste che hanno e avranno in qualunque tempo il monopolio delle verità. Per il volgo tanto vale un buon ragionamento quadrato quanto un pessimo sofisma; se questo poi gli promette la felicità e la potenza, il volgo approva il secondo e respinge con indignazione il primo. Gli è per tal motivo che le maggioranze saràn sempre ingannate e sempre oppresse; e che le loro effimere vittorie, siccome son fuori della logica delle cose, non apporteranno mai, alla chiusa dei conti, se non a un nuovo assetto sociale, governato ancora dalle minoranze aristocratiche più intelligenti e più forti.
L’Imberido pronunciò queste parole con la sua voce calda ed eguale che non mutava a traverso le più aspre discussioni, sottolineandole a pena con un leggero sorriso. Quando finì, l’amico, che lo aveva attentamente seguito, annuendo a tratti col capo, lo guardò tra attonito e maravigliato, e disse:
— E perchè tutte queste belle cose non le hai scritte e non me le hai mandate a Milano per la Rivista?
— Perchè le avevo già accennate qua e là in altri miei articoli, e a me non piace di ripetermi.
Il vento, che soffiava ora favorevole, un po’ scemato di forza per l’approssimare della calma meridiana, faceva proceder la barca più leggera, come scivolasse su le onde. Dalle cime i vapori erano scomparsi: una serenità umida rendeva l’aria d’una singolare trasparenza, accentuava i rilievi e le tinte del paesaggio maestoso. Sul promontorio di Pallanza e su la breve elevazione dell’Isola Madre, le varie forme degli alberi si distinguevano nette e precise, uscendo dallo sfondo uniforme dei dossi più lontani. Le cave del granito intorno a Baveno biancheggiavano fastidiose al sole, simili a immani volute di neve.
— Guarda, — soggiunse Aurelio, indicando con un gesto circolare il lago, — conosci tu un paese più dolce di questo?
— Davvero, è superbo. Si direbbe che una lunghissima città si distenda su quella riva, infinitamente.
— E da questa parte, in vece, tu non vedi un’abitazione; il bosco è profondo e deserto a perdita d’occhio. Io conosco tutti i sentieri che corrono sotto quelle vòlte di verzura; ve ne ha d’incantevoli, dove la solitudine ti appar così grave, che li diresti segnati non dall’uomo, ma dall’oscuro capriccio della terra. Camminando a traverso quei boschi silenziosi, sopra tutto nel crepuscolo, tu ti senti un altro essere, nato come in tempi assai remoti, vivente una vita primordiale, il quale presagisca per una misteriosa divinazione la civiltà dell’età nostra. Io, vedi, ho provato in questo mese le più bizzarre transposizioni dello spirito; ho bevuto alle sorgenti della vita le più pure essenze; ed ora mi pare d’esser così forte, così compatto, così sicuro di me e del mio destino, come da molti, molti anni non mi sentivo. Credi?
Luciano lo fissava, trasognato. Gli domandò:
— E sei sempre stato solo?
— Sempre.
— Non conosci dunque nessuno? Non ci sono altri villeggianti qui a Cerro?
— Ci sono, ma non li conosco; e non li voglio conoscere.
— Ti annojerai pure, qualche volta?
— No, mai....
L’amico tacque, meditabondo; e ritornò a guardare con occhio invido laggiù, all’altra riva, dove una città lunghissima si distendeva infinitamente nella gloria bionda del sole.
A una svolta, inaspettato nel verde del castagneto, il villaggio tranquillo apparve.
— Ecco l’eremo! — esclamò Aurelio con gioja, indicando il palazzo allo Zaldini.
Donna Marta, al riparo d’un largo ombrello nero, era discesa su la spiaggia a incontrarli, e sventolava un fazzoletto in segno di saluto. Ella accolse l’ospite con molta cordialità; lo ringraziò d’esser venuto a portare un ricordo delle consuetudini urbane in quella plaga abbandonata, che aveva reso il nipote oltre modo rozzo e scortese; anche, gli domandò amabilmente notizie della Rivista, benché avesse sempre avuto per questa creazione d’Aurelio una speciale antipatia.
Risalì quindi con loro verso il palazzo, chiacchierando animatamente, con insolita festività. Come però il suo respiro era rantoloso e l’ascesa l’opprimeva, ella dovette sostare due volte anelando, e alfine appoggiarsi al braccio del nipote per raggiungere il sommo del rialto.
— Come ti senti oggi, mamma? — le chiese Aurelio, impensierito.
— Così, così... non troppo bene; soffro un poco d’asma.... stanotte non ho chiuso occhio....
Soggiunse sùbito rivolta allo Zaldini, sorridendo:
— Sono i maledetti acciacchi dell’età mia. Non c’è di che stupirsene. A settant’anni battuti la vita è già un prodigio.
E parlò d’altro.
Su la porta del palazzo avvenne un subitaneo incontro: le signore Boris uscivano per la passeggiata mattutina. Dal giorno del loro arrivo, Aurelio non le aveva più vedute, quantunque l’avola fosse già entrata con esse in amichevoli rapporti. Flavia, assai leggiadra nell’abito roseo, veniva prima, la testa alta, il seno proteso nell’erezione leggermente arcuata della persona; a fianco l’una dell’altra, susseguivan poi, in silenzio, la biondissima, un viso esangue e capriccioso illuminato da due chiari occhi procaci, e la madre, solenne e trionfante della sua pingue maturità e della sua bellezza ostinata.
Si salutarono, passando. Donna Marta e il nipote entrarono sotto il peristilio. Luciano, che pareva molto maravigliato di quelle presenze, si fermò un attimo, involontariamente, su la porta per riguardare le tre donne, mentre discendevano a passo lento gli scalini del rialto, incerte ancora su la via da percorrere. Udì le due fanciulle che mormoravan tra loro alcune parole e ridevano; le vide aprire al sole gli ombrelli variopinti, e rivolgersi indietro verso la madre per consultarla. Come i suoi sguardi s’incontraron con quelli di Flavia, egli sùbito si ritrasse, un po’ confuso della distrazione, e raggiunse gli ospiti i quali non s’eran peranco avveduti del suo breve indugio.
— Conduci l’amico tuo in camera. Egli avrà bisogno di ravviarsi un poco, — disse donna Marta al nipote. — Ricordatevi: fra mezz’ora la colazione è pronta.
Quando i due giovani furon soli su le scale, Luciano non potè più contenere la sua maraviglia per la piacevole apparizione. Egli inseguì Aurelio che lo precedeva, gli cinse con un braccio il fianco, lo scosse con forza e gli susurrò all’orecchio scherzosamente:
— Ah, impostore! Tu chiami dunque un eremo, questo?! Ma questo è il giardino d’Armida.... con la differenza che Armida era sola e qui è bene accompagnata. Ah, ora capisco perchè non ti sei mai fatto vivo in questo mese; ora capisco l’incanto delle viottole perdute nel bosco; ora so bene a che sorgenti hai bevuto le pure essenze della vita! Se non ti dà ombra la mia concorrenza, son pronto anch’io a ritirarmi dal mondo per far l’eremita con te. Mi vuoi? Di’: mi vuoi?
Rideva pazzamente. E anche Aurelio rideva; ma gli scrosci giocondi di Luciano contrastavano assai col suo ghigno fioco, un po’ beffardo. Egli pensava: «Costui non vede la felicità che nei piaceri meno nobili del senso e del sentimento; l’Idea per l’opposto lo lascia freddo, stupefatto, tutt’al più curioso. E non può assolutamente capacitarsi che alcuno, migliore di lui, abbia a trovare in Essa il più alto godimento della vita! La donna, sempre la donna! Sopra ogni pensiero pende nel suo cervello, come un torbido astro, l’imagine del connubio immondo. Egli è lo schiavo sottomesso della sua carne: il basso istinto della generazione lo domina tutto e ne inquina ogni facoltà fisica e morale. Posso io dunque esser l’amico d’un uomo simile?»
Giunsero nella camera destinata all’ospite, una camera, come tutte le altre, spaziosa, squallida, forse un po’ più chiara perchè prospiciente il lago. Aurelio sedette su una vecchia poltrona, e Luciano, mezzo svestito, interruppe la sua celia per refrigerarsi il capo e le mani in una tinozza piena d’acqua.
L’Imberido, che fin allora non aveva aperto bocca, si volse d’improvviso al compagno e gli domandò:
— Tu credi dunque ch’io conosca quelle signore? Ebbene oggi è stata la prima volta che le ho salutate.
Luciano levò il viso, che grondava da tutte le parti, e lo guardò con un’espressione singolare d’incredulità.
— Veramente, — ribattè Aurelio sorridendo.
— Dopo oltre un mese di convivenza nella stessa casa?
— Se non dopo un mese, dopo dieci giorni da che sono arrivate.
— Ah, son soltanto dieci giorni.... La cosa è già men grave. Ma, in tal caso, guàrdati: è l’avvenire che si presenta irto di pericoli, — insinuò l’avvocato, fissando burlescamente l’amico.
Aurelio scosse la testa, e inarcò le labbra in atto sdegnoso.
— Non credo e non temo, — egli mormorò; — sarà questione di temperamento, come tu m’hai detto tante volte; ma è così: le donne mi tentano poco.
— Anche idealmente?
— Ancor meno. Come femmine, via, quando l’estro mi tortura, so ben dove trovarle col minor dispendio di tempo e di pazienza. Ma, come donne, che vuoi? io le stimo davvero troppo inferiori ed estranee a me perchè me ne debba occupare.
— E pure son così divertenti! — esclamò Luciano, scoppiando in una gran risata.
— Divertenti?... Forse. Ma gli è appunto perchè son tali che non fanno al mio caso. Io non sento alcun bisogno di divertirmi; la vita nostra è troppo breve per concedere uno svago a chi s’è prefisso qualche scopo di là dalla vita stessa e all’infuori degli umili sodisfacimenti corporali, che son comuni alle bestie come agli uomini. E poi l’amore è un giuoco troppo assorbente e troppo pericoloso. Si sa come comincia; non si può sapere come finisce!... E quasi sempre finisce male.... molto male, quand’anche finisce!...
Parlava piano, gravemente, con una leggera intonazion malinconica. Come ogni volta che l’anima gli si schiudeva a una confidenza, il suo sguardo velato, in cui la luce esterna pareva rifrangersi, naufragava mobilissimo nello spazio quasi cercando un ideal punto d’appoggio. Anche l’amico, vinto dalla suggestione delle sue parole, erasi fatto d’un tratto serio e meditabondo.
Tacquero.
Sopra di loro il tragico soffio della coscienza vitale passò. Liete o tristi, legate al senso o all’idea, schiave degli impulsi elementari o delle più squisite ansietà del pensiero, le vite loro e le altre tutte avevano una medesima sorte, spezzavansi contro lo stesso ostacolo, si dissolvevan come gocce nel gran fiume inarrestabile dell’umanità. E, su quel tumultuar d’esistenze perdute, sospinte verso una foce misteriosa, il torso della Sirena emergeva, terribilmente bello, simbolo eterno di fecondità, lusinga ammonitrice d’una Forza suprema che voleva la vita e contro la quale ogni ribellione era follìa.
I due giovini ebbero insieme, durante il lungo silenzio, la confusa visione di questa imagine, la torbida consapevolezza della vanità d’ogni cosa per le loro individualità effimere, condannate a una breve comparsa su la Terra, e poi, dopo aver procreato, a dileguarsi fatalmente nel nulla. Il comune destino li affratellò; la vertigine del tempo li spinse l’un verso l’altro, quasi per sorreggersi a vicenda su l’orlo della tenebrosa voragine che avevano scandagliata. Istintivamente si guardarono negli occhi con un’espressione profonda di simpatia e d’incoraggiamento; sorrisero l’uno all’altro; parvero attingere in quello sguardo e in quel sorriso il provvido oblio dell’Abisso, la fiducia nelle proprie forze, il sacro desiderio di vivere, di combattere o di godere.
Aurelio si levò in piedi di scatto, come si sottraesse a un incubo, e disse a voce spiegata:
— Veramente si han troppe cose da fare....
Poi soggiunse, alzando il capo con quel suo atto d’orgoglio e quasi di jattanza:
— Ma siamo giovini: le faremo. Non è vero?
— Oh tu, di certo, — rispose umilmente lo Zaldini; — io? Io farò quel che potrò. E tutto sarà per il meglio, come sempre.
Discendendo le scale, Aurelio mise il suo braccio sotto il braccio dell’amico, con familiarità insolita. Sentivano entrambi il bisogno di parlar di cose leggere, futili, impersonali: a richiesta dell’Imberido, Luciano spiegò i progressi notevoli fatti dalla Rivista in quegli ultimi tempi, gli comunicò il numero delle copie che si stampavano, il crescente afflusso d’abbonati in amministrazione, il reddito netto dell’impresa che prometteva tra non molto di coprire il disavanzo ridotto omai a una cifra lievissima. Durante la colazione, essendo poi venuti a discorrer di Cerro, Aurelio narrò la storia della sua fondazione, che risale soltanto al secolo XVII nell’anno memorabile della più cruda pestilenza; anche, narrò la curiosa leggenda del cimitero villàtico, sòrto — a quanto si dice — sopra il campicello recinto dove un famoso bandito di nome Polidoro aveva sepolto i resti delle sue vittime numerose.
Luciano l’ascoltava con un’espression forzata d’attenzione, gli occhi incantati ne’ suoi, la testa un po’ inclinata dalla sua parte, quasi per meglio afferrare il senso delle parole che gli sfuggiva; di quando in quando però, senza volerlo, si distraeva, sembrava concentrarsi profondamente in sè stesso, si rivolgeva con un moto improvviso a donna Marta per lodare con qualche frase ammirativa il gusto di una vivanda, la freschezza dell’acqua, l’eccellenza del vino paesano, un vinetto limpido, leggero, un poco acidulo. Egli assumeva una specie di solennità cogitabonda d’avanti a una mensa; assaporava sapientemente, con una palese volontà di godere; pareva che s’obbligasse a pensare ciò che sentiva, per una raffinata arte di sensualità.
Quando assaggiò una gran pasta dolce, che donna Marta aveva preannunciata come una squisita ghiottornia, egli non potè più contenersi, e l’allegro entusiasmo scoppiò.
— Signora mia, — egli proruppe; — mi permetta di farle le mie più vive congratulazioni: questa focaccia è un miracolo di bontà, è il capolavoro delle focacce. Ella deve assolutamente insegnarmene la ricetta; io poi la comunicherò a mia sorella Maria, la quale sta per divenire, mercè mia, una cuciniera di prim’ordine. Perchè, signora, io mi sono imposto un compito da padre previdente: non potendo fare altro per essa, vado preparandole una dote di sapienza gastronomica, che la renderà senza dubbio assai preziosa e invidiata tra le ragazze da marito.
Rideva a tratti, in così dire; e anche donna Marta rideva, mentre lo incitava a rifornire il piatto, rapidamente sgombro, del dolce prelibato. E le targhe zuccherine succedevano alle targhe e scomparivan tra le risa nella bocca vorace.
Udendolo, osservandolo, Aurelio pensava: «Ecco: egli è beato; ha già dimenticato i nostri discorsi di poc’anzi, e senza serbarne la minima traccia amara nello spirito. È bastata una semplice sensazione gradevole per infondergli dentro la gioja di vivere; è bastato un fatto organico inferiore per ridargli la piena sodisfazione di sè medesimo. Ogni inquietudine cerebrale è stata vinta e dispersa in lui dal piacer bruto di nutrirsi!...» Egli l’osservava, soggiacendo contro l’amico all’invidia istintiva che ognuno prova al cospetto d’un essere più felice; ma l’invidia era incosciente, assumendo dentro di lui la fallace parvenza d’un sentimento neutro, quasi d’una fredda curiosità scientifica. Avveniva assai di sovente ch’egli s’ingannasse nell’interpretare i suoi moti interni; l’abitudine continua dell’astrazione e lo sforzo di formular verbalmente i suoi pensieri distoglievano facilmente la sua attenzione dalle intime cause psicologiche che originavano il lavorío mentale. Per tal modo i suoi sentimenti rimanevan quasi sempre oscuri, impenetrabili, sottratti a ogni freno e a ogni vigilanza della volontà.
Finita la colazione, donna Marta, accusando un po’ di malessere, si ritirò nella propria camera, e i due giovini vollero tentare una passeggiata nei boschi circostanti. Ma l’ora non era propizia. Sul lago, immoto e abbacinante, stagnava l’afa del meriggio; il sole, alto nel cielo chiaro, lasciava cadere a perpendicolo i suoi raggi infocati, che si slargavano in macchie rance su le praterie, correvano in accese strisce lungo le viottole, s’immillavano come strali d’oro a traverso il fogliame del castagneto, bollando d’innumerevoli cerchietti tremuli la terra in ombra. Anche nel fitto del bosco la caldura, non mitigata dal più lieve soffio d’aria, quasi inasprita dallo strepito incessante delle cicale, era insoffribile. I due giovini furon costretti a ritornar sùbito su i loro passi e rientrare in palazzo. Luciano, oppresso dall’afa e dal travaglio della digestione un po’ faticosa, andò a gittarsi sul letto e s’addormentò. Aurelio si chiuse nella sua stanza, dove riprese tranquillamente i suoi studii, interrotti dall’arrivo e dalla presenza dell’amico.
Non ne uscì che ai richiami iterati di Luciano dal giardino e a un rabbioso squillo della campanella, dopo oltre cinque ore di continua occupazione.
Entrando nella sala da pranzo, egli al primo sguardo s’avvide che la nonna era di pessimo umore, probabilmente irritata contro di lui perchè aveva lasciato solo l’ospite durante l’intero pomeriggio. Ella non levò gli occhi dalla tavola quand’egli comparve, e rimase poi lungamente muta, covando dentro lo sdegno che presto o tardi avrebbe dovuto esplodere.
L’esca fu accesa innocentemente da Luciano, quando domandò all’Imberido come avesse passato tutto quel tempo nella propria camera. Alla risposta assai calma di questo:
— Ho lavorato, — la testa irosa della vecchia si rialzò con impeto fulmineo. Un fiotto di parole aspre ruppe dalla sua bocca, violentemente.
— Non potevi dunque aspettar domani?... Era proprio necessario che tu continuassi oggi il tuo lavoro inutile e odioso?... L’amico tuo è da tre ore che s’annoja, solo, aspettandoti! È venuto a cercarti: eri chiuso a chiave, come se avessi avuto paura di farti sorprendere! Si direbbe che tu abbia qualche mistero da nascondere in quelle tue maledette stanze!... Io.... io, lo sai, mi sono ormai rassegnata: non ci metto più piede, cascasse il mondo, e non te ne parlo più. Ma che tu continui le tue abitudini d’orso, nascondendoti nella spelonca anche quando abbiamo con noi un ospite venuto per te, questo poi no, non lo sopporto e non lo sopporterò mai!...
Era l’antico rancore che le suggeriva le parole; quel rancore ch’ella provava sopra tutto contro le occupazioni predilette del nipote, di cui non riusciva a intender bene le mire e le ambizioni. Donna Marta, uscita da una famiglia di borghesi intraprendenti, avrebbe voluto che Aurelio, dappoichè non era più ricco, avesse esercitata una professione lucrosa, approfittando della sua laurea in giurisprudenza e delle sue attitudini oratorie. Gli studii e il lavoro di lui eranle per ciò più intollerabili dell’ozio medesimo; e non poteva trascurare un’occasione di rammentarglielo.
Mentre l’avola lo rimproverava, il giovine mangiava silenziosamente, scambiando a intervalli un’occhiata con l’amico. E questi, un po’ confuso, cercava con una qualche uscita burlesca d’interrompere il sermone o almeno di renderlo meno aspro e inquietante. Ella in vece proseguiva così concitata, così convulsa che pareva dovesse da un attimo all’altro rimanere senza respiro.
— Vede, Zaldini? — diceva ora rivolta all’ospite: — è sempre così. Io vivo assolutamente sola. Non lo posso più vedere che a colazione e a pranzo, e spesso debbo anche aspettarlo a tavola inutilmente!... Come non bastassero le tristi figure che son costretta a fare dovunque, per colpa sua!... Ella non crederà, Zaldini: io non sono ancora riuscita a persuaderlo ch’egli è in dovere di presentarsi alle signore nostre vicine. Esse, naturalmente, sanno che c’è; desiderano di conoscerlo; m’hanno anzi pregata di condurlo meco in casa loro, e non una sola volta han ripetuto la preghiera! Io, che debbo dire? Che posso fare? È una vergogna! Una scortesia incredibile e ingiustificabile!... Ma chi lo fa capire a un ostinato di quella forza?...
— È verissimo! — interruppe d’un tratto lo Zaldini, parendogli questo un buon appiglio per deviare il tema del discorso, e insieme per mettere nell’impiccio lo schivo amico. — Perchè dunque t’ostini a star lontano da quelle signore? Hai paura forse di perdere i tuoi sonni tranquilli, conoscendole?
— No. Ho paura di perdere il mio tempo, che è ben peggio, — mormorò sordamente Aurelio.
— Ma chè, ti pare? Non c’è bisogno di rimaner con loro da mattina a sera e da sera a mattina. M’imagino ch’esse medesime non te lo permetterebbero. Una mezz’ora al giorno in loro compagnia, credo però che la potresti passare senza sacrificio.
Donna Marta, già un po’ più calma, intervenne.
— Io non chiedo tanto da lui, — ella disse. — Desidero solamente ch’egli non scappi quando le incontra nel cortile o per via, e che venga una sola volta con me a salutarle. Poi lo lascio libero di rintanarsi dove e come gli piaccia.
— Dunque?! — esclamò Luciano, allargando comicamente le braccia, e fissandolo con uno sguardo penetrante, pieno di sottintesi maliziosi.
Aurelio, stretto dalle due parti, si difendeva debolmente; mormorava seccato timide frasi, in cui il diniego si diluiva in giustificazioni, in desiderii di lavoro, di libertà, di quieto vivere. Alla fine, come l’angustiava maggiormente quel diverbio che non l’idea stessa d’esser presentato alle signore Boris, acconsentì.
— Bene! — gridò trionfalmente lo Zaldini, quand’egli ebbe pronunciato il «sì» strappatogli a forza dalla sua insistenza. — Allora la solenne presentazione del monstrum avvenga questa sera medesima. Così avrò anch’io la fortuna di conoscerle, ciò che desidero con tutto il trasporto dell’anima mia.
Il ritrovo serale di donna Marta con le signore Boris era il piano del rialto d’avanti alla porta del palazzo. Le ragazze usavano accoccolarsi su l’erba molle del pendío, le due donne si facevan portare le poltroncine dall’interno; e la conversazione si prolungava finchè il tramonto era esausto e le tenebre occupavano intense la valle del lago.
Quella sera, quando donna Marta apparve su la soglia col nipote e con l’ospite, le vicine eransi già accampate e chiacchieravan giocondamente tra loro, ridendo forte. Quelle risa fecero su Aurelio un’impressione singolare: gli ricordarono vagamente voci conosciute. Quali?
— L’avvocato Luciano Zaldini, — disse la vecchia; poi, accennando Aurelio, soggiunse con un accento diverso, un po’ sarcastico: — E questo è mio nipote, l’invisibile.
I due giovini s’inchinarono. Le donne abbassarono il capo con grazioso sussiego: soltanto la bionda aperse la bocca a un fuggevole sogghigno, che sembrò all’Imberido un’acuta puntura di spillo. Dopo la presentazione, l’avola andò ad accomodarsi nella sua poltroncina che era già pronta accanto alla signora Boris; Aurelio s’abbandonò come stanco sul sedile di granito accosto al muro, e Luciano rimase ritto in piedi d’innanzi alle due giovinette.
Il vespero non era perfettamente sereno: alcune masse plumbee di vapore offuscavano l’occidente, anticipando la mezz’ombra del crepuscolo. Su lo spiazzo, di solito deserto, ferveva un’animazione quasi febbrile; molte femmine, su la riva, aspettavano ansiose le barche delle filandaje, di ritorno per la festa del domani dagli opificii d’Intra e di Pallanza: nel prato, tra i salici e i gattici sottili, quattro o cinque bambine tutte bionde giocavan silenziosamente, ammontando i ciottoli del greto.
I discorsi incominciaron sùbito vivacissimi tra le donne e lo Zaldini. Si parlava, con grande volubilità, delle cose più varie e disparate: di abitudini di campagna, del caldo in città, di comuni conoscenze, di futili avvenimenti che parevan degni di memoria sol per il nome noto delle persone che vi avevan preso parte. E i comenti, le osservazioni, le sentenze spuntavano di quando in quando a mezzo di quei discorsi — comenti ingenui, vane osservazioni, sentenze plateali a base di luoghi comuni e di frasi fatte. Aurelio, rimasto fuori del crocchio ciarliero delle donne che gli volgevan le spalle, taceva e osservava in preda a un tedio schiacciante. Quella conversazione gli sembrava intollerabile; non poteva capacitarsi come l’amico suo vi si frammescolasse con tanta spontaneità di piacere. Certi scatti subitanei d’ilarità giungevano a lui più ingrati che il soffio d’un lezzo nauseoso; certe uscite, che l’obbligavan per poco all’attenzione, riempivano il suo spirito d’insofferenza, sì ch’egli doveva far forza contro sè stesso per non allontanarsi da quel posto di tortura.
— Gli uomini son leggeri come farfalle, — udì sentenziare la bionda, fissando i suoi chiari e cupidi occhi in quelli di Luciano.
— Io, se per caso prendo marito, voglio che....
— Ma se è sempre così: l’uomo si stanca presto della sua casa, della moglie, dei bambini, e allora...
— No, no, credi a me, Luisa; io lo dico sempre: è assai meglio rimaner zitelle fin che si può.... Si è sempre in tempo per fare il salto nel bujo!....
Luciano, difendendo il suo sesso dalle accuse femminili, rispondeva gravemente, discuteva con calore gli argomenti più sciupati, accusava a sua volta la donna di leggerezza e di crudeltà; solamente a intervalli si permetteva qualche facezia arguta e sottile che sollevava d’improvviso le proteste di tutto il crocchio.
In tanto Aurelio, infastidito da quelle ciarle insulse, erasi distratto a poco a poco nella ottusa contemplazione della scena. Le barche, che avevano tragittate le filandaje, giungevano ora confusamente, ondeggiando, presso il lido. Sul riflesso livido dell’acqua i cerchii, spogli delle tende, si disegnavan neri e lugubri, come costole d’immani scheletri ribaltati; e i profili indecisi delle fanciulle, strette e pigiate tra quei cerchii, avevano una mobilità informe, che pareva un brulichìo. Cantavano alcune un canto malinconico, all’unisono, seguendo il ritmo grave dei remi nell’acqua. Quando giungevano a una cadenza, le altre tutte sposavano le loro voci a quelle poche, e un lungo grido saliva per l’aria, simile a un appello desolato di naufraghi. Poi susseguiva una pausa, qualche riso incontenuto, un ululo impaziente di salutazione alle donne che aspettavano, e il canto incominciava di nuovo, flebile e basso.
Le barche approdarono. Accorsero in torno le femmine, chiamando, interrogando, stendendo le avide mani verso le figliuole, che sapevan fornite del gruzzolo, con un trasporto folle di cupidigia. Si formò un gruppo compatto, multicolore, strepitante d’avanti alle prue cariche come d’un denso grappolo vivo. Le filandaje, il capo avvolto negli scialletti chiari, un canestro appeso al braccio, si contrastavano il passo, si sospingevan con i gomiti, cadevano a una a una nelle braccia delle aspettanti, con la bocca aperta a un vacuo sorriso di trionfo. Le prime discese dalle barche, vogliose d’uscire, avevan determinato nella ressa una corrente; alcune compagnie si dirigevan già a passo sollecito, disperdendosi, verso il villaggio. A poco a poco il gruppo s’assottigliò: lo spiazzo arsiccio si macchiò per qualche istante di capannelle silenziose che s’affrettavano al povero desco familiare. E la solitudine consueta riprese il suo dominio severo, nella lenta mestizia del crepuscolo.
Aurelio seguì con un pietoso sguardo, finchè disparvero, le miserabili, che la vicina festa e il riposo d’un giorno bastavano a esilarare. Splendeva su quelle anime semplici e inconsapevoli il raggio dell’eterna Consolazione: le loro vite, condannate a un perenne sacrificio, attingevan certo a una qualche miracolosa sorgente la forza di resistere alle fatiche diuturne, alla monotonia accasciante delle abitudini, alle umiliazioni, alle privazioni, agli stenti, agli strazii. E la sorgente del miracolo non poteva esser se non l’Amore, la sacra febbre di tutti i nati, quella che perpetuava la loro razza di bruti dolorosi, su le campagne frustate dal sole, nelle fabbriche attossicate dal fumo, negli squallidi ricoveri del gelo e della fame! «Perchè? Perchè?» si domandò il giovine, angosciosamente.
Una voce prossima lo trasse d’improvviso dalla sua meditazione.
— Conte, — disse Flavia, piegando indietro il viso verso lui; — ci scusi se le volgiamo poco amabilmente le spalle. La colpa non è nostra: è lei che ha scelto quel posto....
Soggiunse poi con un sorriso a pena accennato, socchiudendo le palpebre alla maniera dei miopi:
— Se lei volesse avvicinarsi un poco a noi.... Io e Luisa invochiamo la sua autorevole protezione contro gli attacchi ingenerosi dell’amico suo.
— Eccomi, — rispose Aurelio, alzandosi, fulminato da un’occhiata imperativa dell’avola.
Lo Zaldini, dimentico omai d’ogni sussiego urbano, s’era disteso su l’erba del pendìo accanto a Luisa, e le parlava a mezza voce, concitatamente, mentre la fanciulla, tutta scossa dal riso, arrovesciava indietro la testina capricciosa, scoprendo la gola liscia d’un candor d’alabastro, e protendendo le delizie dei seni rigidi e forti in una pulsazione inebriante. Quand’ella rideva, il giovine per un minuto ammutoliva, intesi l’occhio e l’animo a raccogliere il dolce frutto della sua malizia.
Aurelio s’avanzò, come un automa spinto da una volontà esteriore, e venne a sedersi presso la signorina Boris.
— Ah, così va bene! — gridò allegramente Luciano, vedendolo accostarsi; — ti giuro che non è cosa agevole tener testa da solo contro due avversarie gentili, belle ma spietate. Io stava per arrendermi, ed era una triste e umiliante necessità per un uomo di battaglia com’io sono. Ora, viribus unitis, spero che le sorti della tenzone muteranno.
Si volse di nuovo a Luisa, e riprese sùbito il suo discorso interrotto, a bassa voce. Flavia, con un cenno cortese e incoraggiante del capo, domandò all’Imberido:
— Ella lavora molto, non è vero?
— Molto, — rispose Aurelio gravemente.
— Troppo, forse...?
— No, non mai troppo. Io vengo in campagna soltanto per lavorare. Le distrazioni della città mi rendono affatto incapace d’un’occupazione continuata e severa.
— Le distrazioni della città...?
— Sì. Ho tante conoscenze a Milano; e queste, non lo crederà, mi fanno perder tempo in discussioni e in ritrovi. Sopra tutto, gli amici.
— Proprio gli amici...? — chiese Flavia, con un’intonazione insinuante e così modulata che pareva l’inizio d’una melodia.
Aurelio la fissò stupito negli occhi, e corrugò la fronte.
— Non capisco, — egli disse, dopo una breve pausa di raccoglimento.
Ella ripetè con la stessa voce:
— Proprio gli amici, o non piuttosto...... le amiche?
— Ah, — esclamò il giovine, inarcando le labbra a un’espressione amara, quasi di sdegno; — m’avvedo che sarà bene per entrambi che faccia sùbito una dichiarazione aperta e leale, quantunque non molto gentile: io sono misogine.
— Misogine?.... — fece Flavia, che a sua volta non comprese. — Che cosa vuol dunque dire: misogine?
— Ohimè, signorina: la parola può essere oscura, ma il significato n’è fin troppo chiaro! Vuol dire: nemico delle donne.
Nel proferire queste parole, egli non ebbe un’inflession carezzevole di voce; parlò come un maestro che spieghi la lezione a un allievo indifferente. S’aspettava un mutamento subitaneo di contegno in lei: ch’ella s’offendesse e cessasse d’interrogarlo, o almeno che, rinunciando a ogni inchiesta sentimentale, passasse con la leggerezza propria delle femmine a tutt’altro discorso. Ella in vece s’accontentò di guardarlo attentamente, e parve a lui di sorprendere in quello sguardo anche un lampo di simpatia.
— L’han dunque fatto molto patire le donne per renderselo così avverso? — ella chiese, scrutandolo sempre negli occhi.
— Affatto.
— Ella non ha mai amato, forse?
— Mai, signorina.
— Proprio: mai?
— Mai, le dico.
— Lei beato! — esclamò Flavia, e abbassò gli sguardi come oppressa da un assalto di memorie tristi.
Successe un silenzio.
Il dì moriva assai dolcemente: rampollavan le stelle a una a una dalla cupola del cielo, e le luci dalle ombre ugualmente fosche delle pendici; l’ultimo chiaror tramontano agonizzava al sommo delle vette, e il suo riflesso, attraversando il lago, giungeva a illividire il prospetto roseo del palazzo e i volti degli astanti. Un gregge attardato passava su la riva. I belati rompevan lamentevoli la calma della sera.
Maravigliato dall’esclamazione dolente della fanciulla, Aurelio incominciava a esser morso da una sottile curiosità. Egli fu primo a parlare.
— Me beato, ha detto..... E perchè?
— Perchè la invidio.
— M’invidia perchè..... non ho mai amato?
— Sì. E non soltanto l’invidio, ma anche sinceramente l’ammiro, e faccio voti per lei ché possa sempre dire così.
Una strana commozione suscitavan nel giovine le parole e l’atteggiamento inaspettati di Flavia. Blandito nella sua vanità d’uomo puro, egli piegava a poco a poco verso lei, in un languido abbandono di gratitudine e di compassione. La coscienza della sua incorruttibilità sembrava trarre da quell’elogio e da quell’augurio una conferma misteriosamente persuasiva, come da un sortilegio; ed egli si concedeva fiducioso e docile alla lusinga, assaporandone il venefico succo con la improntitudine d’un fanciullo goloso.
— E, dica, signorina, — riprese Aurelio a voce più fioca: — ella dunque ha molto sofferto per invidiare con tanto ardore un passato arido e freddo come il mio?
— Oh, molto sofferto! — assentì Flavia, abbassando le palpebre su gli occhi scintillanti. E, a frasi sommesse e concitate, recitò il suo lamento, il viso contratto, gli sguardi smarriti nel vuoto, come parlasse a sè medesima: — Io fui molto, molto disgraziata!... Se sapesse che triste esperienza ho già fatta io della vita!... Tutte le mie belle illusioni furon distrutte!... I miei più puri sentimenti, calpestati e infranti!... Ah, bisogna nascere senza il cuore per esser felici! O almeno averlo perduto per sempre.... L’amore è una menzogna...
Aurelio l’ascoltava con lo stesso piacere che si prova ascoltando una musica. Delle frasi sconsolate di Flavia egli non percepiva che il suono, un suono dolce, vellutato, a cadenze malinconiche verso le note gravi. E in tanto la guardava fisso, attratto per la prima volta dalle mirabili fattezze di quel viso impallidato da un acre ricordo e dalla luce crepuscolare.
Era un viso ovale, forse un poco esiguo per quel corpo troppo snello e troppo allungato. I lineamenti, d’una irregolarità gustosa a pena sensibile a un qualche osservatore paziente, avevano quell’espressione complessa di fragilità e insieme di resistenza morale, che rivela bene spesso l’indole femminilmente decisa ed equilibrata. Un’ombra tenera, leggerissimamente violetta, le circondava gli occhi che volgevano un’iride grigia, profonda, cerchiata di nero; maravigliosi occhi, a cui l’anima pareva affacciarsi, ora triste, ora gioconda, ora calma, ora agitata, con una singolare mobilità. La bocca, piuttosto larga e sinuosa, era d’una chiarezza affascinante: mentre ella parlava, di tra le labbra un po’ smorte e la chiostra dei denti, appariva a scatti la punta umida della lingua, come un bagliore. E nulla superava la dovizia della sua chioma, densa e castagna, disposta su la finissima testa a guisa d’un caschetto di lucido rame.
Donna Marta e la signora Boris conversavano animatamente tra loro; la voce di Luciano era divenuta un bisbiglio indistinto, e le risa della bionda s’eran fatte più rade e gutturali, quasi spasmodiche.
Flavia continuava:
— Ora son guarita. Guarita come si può essere da una ferita indelebile! Ho fatto una mala esperienza e questa mi servirà per l’avvenire; è l’unico vantaggio che n’ho avuto, e naturalmente non voglio perderlo. Chi batterà di nuovo alla porta del mio cuore, la troverà irreparabilmente chiusa, anzi murata. Tanto peggio per colui!
— Ella vuol dunque, con un sistema penale di nuovo genere, infliggere al secondo la punizione dovuta al primo, non è vero? — domandò celiando l’Imberido.
— No, conte. Ho perdonato a lui; imagini se voglio vendicarmi su un altro!... Del resto gli uomini son tutti uguali: essi, creda, non soffrono che nella loro vanità. Quando sanno di non esser posposti a nessuno, accettano indifferenti qualunque ripulsa.... Io sarò sorda e muta per essi: ecco tutto. E, chi sa? Forse così potrò ancora esser felice, — ella soggiunse con un debole sorriso.
— Io glie lo auguro di tutto cuore, signorina.
La notte era discesa. D’innanzi, lo spiazzo giaceva oscuro nell’abbandono. I gattici e i salici presso il ruscello stormivano dolcemente al soffio continuo della valle. A Stresa alcuni razzi colorati salivan nelle tenebre, vi si spegnevano con certi rombi cupi, che gli echi ripercotevano qua e là lungamente. E il villaggio lontano appariva a ogni accensione, come devastato da fantastici fuochi.
— Ragazzi, fa fresco. Rientriamo, — ammonì donna Marta, levandosi in piedi.
III. I fantasmi e le idee.
Dopo avere accompagnato l’amico alla stazione, Aurelio Imberido ritornava solo, a passi solleciti, verso casa lungo la viottola alpestre, che costeggiando il lago s’inerpica su per i dirupi scoscesi, quasi impercettibile tra le fittissime macchie dei noccioli e dei castagni. La mattina era monda, soffusa di luce, dominata dal silenzio. Su i giovini rami le foglie scintillavano al sole, ancor madide di rugiada. Di tratto in tratto un merlo si levava strepitando da una frasca, passava come una freccia nera a traverso il sentiero, scompariva sùbito nel verde. Poco appresso lo si udiva gittare un fischio da lontano, come un saluto di scherno.
Tra i prestigi mattutini Aurelio percorreva la via solitaria, chiuso e indifferente al maraviglioso paesaggio che gli si spiegava d’innanzi. Com’era solito nelle sue passeggiate meditative, egli avrebbe voluto concentrarsi tutto per riafferrare il corso delle sue idee, interrotto da quella serata e da quella mattinata d’ozio obbligatorio; egli avrebbe voluto raccogliere la mente sul tema del suo lavoro, per poterlo riprendere dove l’aveva lasciato il giorno innanzi, appena di ritorno a casa. Ma ogni sforzo di volontà era inutile; l’imagine dell’amico, i ricordi dell’incontro con le signore Boris, i discorsi fatti con Flavia gli s’imponevano con insistenza, rievocati dall’ultimo colloquio con lo Zaldini.
Questi, durante l’intero tragitto in barca e nella lunga aspettazione della partenza a Laveno, non gli aveva parlato se non della bionda Luisa, comunicandogli il suo dialogo sommesso della sera prima, confidandogli le speranze ch’egli nudriva d’un prossimo accordo sentimentale con lei. E si sarebbe detto dall’espressione del suo volto che la Felicità gli avesse sorriso dagli occhi di quella fanciulla, una felicità piena e senza fine alla quale egli correva incontro come a una madre. Ancora dal finestrino della carrozza, quando il treno era già in moto, egli aveva voluto sporgere un’altra volta il capo per ripetere all’amico d’aspettarlo presto, ché non avrebbe tardato a farsi rivedere in Cerro, dove omai tendevano ansiosamente tutti i suoi desiderii.
Ripensando ora a quelle parole e all’espressione con cui erano state proferite, Aurelio provava un senso di turbamento, d’inquietudine e quasi di rancore al quale invano cercava di sottrarsi. — Lo Zaldini, quella mattina, non si era mostrato più gajo e più vivace del giorno precedente; soltanto, una nuova cagion d’esultanza aveva preso il posto d’onore dentro all’animo suo, ed egli, nella perpetua vicenda di illusioni gradevoli cui fatalmente propendeva, l’aveva accolta come l’unica, come la precipua origine del suo benessere ostinato. Per tal modo egli ora credeva d’amare, sperava d’esser riamato, edificava su le basi di questo amore imaginario un ipotetico avvenire di gioja; e in siffatto sogno trovava l’energia salutare che lo avrebbe sorretto fino all’aurora d’un altro sogno. Con ogni probabilità il sogno presente sarebbe stato effimero; egli non sarebbe più ritornato a Cerro; avrebbe tra poco dimenticato e la bionda Luisa e la casa ospitale. Non importa: nella sua sostanza era radicato il prisco senso gaudioso della vita; e tutte le realità come tutte le illusioni dovevansi offrire a servigio della sua letizia.
Così Aurelio giudicava l’amico con limpidezza e rigorosa equità mentali; e pure sentiva in fondo a sè un gorgoglio di pensieri ingiusti, un movimento cieco d’antipatia contro di lui, che a tratti interrompeva o deviava lo stesso filo delle sue considerazioni. Avveniva nel suo spirito, come sempre nei momenti di debolezza, un dissidio aperto tra le idee e i sentimenti; le idee che objettivamente cercavano d’analizzare un dato fenomeno per ricollegarlo allo schema delle sue teorie generali; i sentimenti che s’appigliavano in vece agli effetti immediati del fenomeno, degenerando in commozioni piacevoli o ben più spesso dolorose, nel raffronto spontaneo delle altrui con le sue proprie condizioni d’animo.
Già il giorno prima, durante la colazione, egli aveva provato un movimento consimile d’antipatia per lo Zaldini; ma, più assorto nel suo ragionamento, non l’aveva avvertito. Questa volta l’impulso fu più vivo e definito poi ch’egli sùbito se ne accorse, e fu dall’intima scoperta profondamente turbato e contristato.
Egli pensò, accelerando il passo: «Io non sono a bastanza forte se mi lascio sorprendere da un sentimento così indegno di me! Invidiare costui?! E perchè?... Forse ch’io sarei felice come lui se anche mi sorridesse l’amor verace d’una donna?... L’Amore, sempre l’Amore,» egli disse a voce bassa, sogghignando, «l’eterno inganno, l’incantesimo della Natura bruta per conservar la razza, l’umiliante connubio di due corpi che l’animalità più inconscia infiamma e fa delirare!» Pensò: «Io ho rinunciato alle consolazioni dell’Amore, ho rinunciato alle torbide gioje della folla, alle basse ebrietà del senso! Debbo potere assisterne allo spettacolo senza rimpianti e anche senza sdegni.»
Era giunto Aurelio alla estrema punta del golfo, dove il pendìo d’un tratto s’addolcisce e si spiana in ombrosi boschi di querce e in fresche praterie, assiepate da bassi roghi, declinanti con lenta ondulazione verso le rovine del Fortino. S’arrestò, udendo un approssimarsi di voci femminili dalla parte di Cerro.
Alla svolta della strada un cane irsuto e nero s’avanzò primo, scodinzolando, incontro a lui; poi, lentamente, seguirono una dietro l’altra tre vacche corpulente, brucando sul terreno, fiutando a intervalli l’aria, sbirciando in torno con i grandi occhi oscuri; poi, improvvisamente, apparvero le due fanciulle che guidavan la piccola mandria al pascolo. Usciron queste dal folto, ridendo forte e rincorrendosi per il prato, inconsapevoli d’esser vedute: biondicce entrambe, esili di forme, con le impronte delle privazioni sul viso magro e pallido, ma così agili nelle movenze, così liete e spensierate che ricordarono al giovine il giocondo mito pagano delle Driadi.
Egli non volle disturbare il loro giuoco leggiadro. Trovandosi presso un muro diroccato, vi si nascose dietro rapidamente, e aspettò che le fanciulle fosser passate. Il cane irsuto e nero, che lo aveva visto, venne a fiutarlo con diffidenza, e, come rassicurato, riprese il suo cammino, senz’abbajare; egli udì i passi grevi e cadenzati delle tre bestie batter su i ciottoli della strada vicino a lui e allontanarsi. Le risa delle fanciulle risonarono in fine più prossime, stridule, acutissime, strozzate dall’affanno della corsa.
— Sì, sì: lo so, — una diceva, fuggendo: — Tonio è il tuo amoroso!