IL PROFESSORE ROMUALDO
ENRICO CASTELNUOVO
IL
PROFESSORE ROMUALDO
6º Migliaio.
ROMA
CASA EDITRICE A. SOMMARUGA E C.
—
1884.
Proprietà Letteraria
Tip. della Camera dei Deputati — Stab. del Fibreno.
I.
Il dottor Romualdo Grolli, assistente alla cattedra di matematica in una Università del regno, e dilettante di chimica nel suo privato laboratorio, sedeva una mattina del maggio 1861 davanti alla sua scrivania, intento a copiare una Memoria da leggersi nell'Accademia scientifica e letteraria della città. Il tema, enunciato in un breve preambolo, era il seguente: Determinare il volume della porzione di cono circolare retto che resta compreso tra un segmento circolare, un segmento iperbolico avente comune col circolare la corda e la parte del manto conico che la chiude. Svolgendo il simpatico argomento, il dottor Romualdo era giunto a questo punto interessantissimo del suo lavoro:
dal triangolo A H G avremo H G = x sen ysen α
e si compiaceva assai dell'evidenza di questa dimostrazione, quando intese bussar leggermente all'uscio.
— Chi è? — egli gridò infastidito, tenendo sospesa in aria la penna.
— La posta — rispose una voce femminile alquanto fessa; e in pari tempo la signora Salsiccini, vedova di un impiegato alle ipoteche e padrona di casa del professore, entrò nella stanza e consegnò al suo pigionale una lettera appena giunta. Il dottore prese quella lettera distrattamente fra le dita e la posò sul tavolino, poi scrisse in continuazione della sua Memoria: Ne viene che l'area del segmento parabolico che si projetta in G H sarà 23 2 y x sen ysen α. Posto qui un punto fermo, egli si degnò di slanciare uno sguardo sull'epistola recatagli dalla sua padrona.
Intanto la signora Dorotea Salsiccini, che era una donnetta matura, corta, asciutta e linda della persona, era uscita senza far rumore, dopo aver abbassato le tendine di una finestra e aver spolverato la spalliera di una seggiola col rovescio del grembiale.
— Chi può scrivermi da Genova? — disse il professore (lo chiameremo spesso con questo titolo) quand'ebbe esaminato per dritto e per rovescio la sopraccarta. È inutile soggiungere che egli non manteneva una corrispondenza molto attiva. Ma la meraviglia e il turbamento dell'egregio uomo furono assai maggiori allorchè gli fu noto il contenuto del foglio. Eccolo:
«Genova, 12 maggio 1861.
«Stimatissimo Signore,
«Quantunque io non abbia l'onore di conoscerla, nè di essere da Lei conosciuto, La prego di voler recarsi immediatamente a Genova per ragioni di estrema importanza. Sarei venuto io stesso costì se mi fosse stato possibile di assentarmi per un paio di giorni, ma mi è forza attendere allo scarico del mio bastimento. D'altra parte, non credo opportuno di affidare alla posta le comunicazioni che debbo farle e le cose che debbo consegnarle. Io mi tratterrò in Genova per tutta la settimana; poi salperò per le Indie. A sua maggior guarentigia faccio autenticare la mia firma da questo Capitanato del porto.
«Appena giunto a Genova voglia cercar di me presso i signori Radice e Lupini, sensali di noleggio in piazza Banchi.
«Le ripeto che la faccenda per la quale Le dirigo questa lettera è tale da interessarla grandemente e da non poter essere confidata a terze persone.
«Mi creda
«Suo obbl.
«Antonio Rodomiti
«Capitano di lungo corso,
comandante la nave italiana
a tre alberi, Lisa.»
Seguiva l'autenticazione indicata.
Il dottor Romualdo rimase di sasso. Chi era il capitano Rodomiti? Che poteva voler da lui? Un pensiero gli balenò alla mente, ma non vi si fermò più che tanto. Nondimeno tornò ad esaminare la lettera per vedere se vi fosse una parola che accennasse al luogo donde veniva la Lisa; ma non c'era nulla. Il capitano aveva stimato superfluo il dirlo o lo aveva taciuto ad arte. Telegrafare o scrivere per domandare schiarimenti era inutile. Su questo punto non c'era oscurità. Il signor Rodomiti diceva schietto che non avrebbe fatto le comunicazioni, nè consegnato le cose affidategli se non personalmente al professor Grolli. C'era un altro partito. Non darsi nemmeno per inteso del foglio ricevuto e continuare a svolgere l'elegante formula x sen ysen α.
No, no, quest'era impossibile. Il professor Grolli, quantunque avesse testa di matematico e abitudini di misantropo, non era poi un pezzo di marmo; egli sentiva che il capitano non gli aveva scritto senza una grave ragione, e che non era lecito di considerare la sua lettera come il capriccio del primo venuto. Che fare adunque? Prender la ferrovia, e quanto più presto tanto meglio. Il professore aperse un orario ch'egli aveva sul suo tavolino, e vide che a voler partire in giornata per Genova non ci era tempo da perdere. Pose sospirando un calcafogli sopra il manoscritto, buttò giù in fretta due righe pel rettore dell'Università, diede a traverso lo spiraglio dell'uscio un'occhiata al suo piccolo laboratorio per vedere se i fornelli erano spenti, poi aperse un tiretto del suo cassettone, ne tolse una camicia da notte che collocò in una sacchetta da viaggio, infilò un soprabito color pepe e sale, calcò sulla testa un berretto di panno nero con visiera di cuoio, prese sotto il braccio l'ombrello, e in questo elegantissimo arnese si presentò all'attonita signora Dorotea.
— Parte, professore? — disse la buona donna, ch'era occupata a lavorar di calze.
— Sì... Faccia il piacere di mandare qualcheduno all'Università con questo biglietto.
— E... tornerà presto?
— Domani, posdomani, di qui a due o tre giorni, non lo so di preciso.
— E... scusi — continuò la signora Salsiccini sempre più impensierita — ha preso con sè l'occorrente, calze, polsini, colletti?
— Sì, sì, ho preso tutto... basta.
A vero dire, il professore non aveva preso altro che una camicia da notte, ma rispose di sì per levarsi d'impiccio. Del resto, egli non aveva mai brillato per una cura eccessiva della persona.
— Un momento — soggiunse la signora Dorotea, vedendo che egli si avviava verso l'uscio. Si alzò dalla sedia, e staccata da un chiodo una spazzola, se ne servì per ripulirgli il soprabito. — Via, stia cheto un minuto... Come vuol andar così?... Non c'è altri al mondo per sciupar la roba in questa maniera...
Mentre la padrona di casa si affaccendava intorno al recalcitrante scienziato, i due gatti Mao e Meo, inseparabili compagni di lei, che dormivano rinvolti a spira ai due angoli di un canapè, si rizzarono sulle quattro zampe, arcuarono la schiena a foggia di cammelli, apersero la bocca ad un lungo sbadiglio, poi scesero dalla loro posizione eminente e vennero a fregarsi intorno al vestito della signora Dorotea.
Questo atto amorevole dei due quadrupedi fece perdere al professore la poca pazienza che gli era rimasta.
— Sempre le bestie fra i piedi — egli disse con un grugnito, e, svincolatosi dalla signora Salsiccini, lasciò la stanza e scese in fretta le scale.
La signora Dorotea, rimasta sola, guardò prima Mao e poi Meo, e dopo aver lisciato il pelo ad entrambi: — C'è del torbido — brontolò — c'è del torbido. — Mao e Meonon seppero contraddire alle sue previsioni e ripigliarono in silenzio il loro posto sul canapè.
Gli avvenimenti non tardarono a provare che la signora Dorotea si apponeva al vero.
Erano scorsi due giorni dalla partenza del dottor Grolli, e l'ottima signora, discesa al pianterreno nel camerino della portinaja, comunicava a costei le sue inquietudini circa al proprio pigionale. Ella aveva finito appena di tessere l'elogio del dottor Romualdo, il quale, astraendo dalla sua misantropia, era un modello di puntualità e di discretezza, quando un fattorino del telegrafo si presentò sulla soglia e chiese — In che piano abita la signora Dorotea Salsiccini?
La signora Dorotea, a sentir così inaspettatamente pronunciato il suo nome, divenne prima bianca e poi rossa, ed ebbe appena la forza di balbettare: — Sono io... ma...
— C'è un dispaccio per Lei. Favorisca farmi la ricevuta.
— Un dispaccio!... Ma io...
— Dorotea Salsiccini, casa Negrelli, è Lei, o non è Lei?
— Ih! un po' di pazienza — disse la portinaja, accorrendo in aiuto della pacifica pigionale del quarto piano. — Dacchè s'è fatta quella maledetta invenzione delle lettere che corrono lungo i fili di ferro, non c'è più pace per nessuno a questo mondo... e pei portinai meno che per gli altri... Di giorno, di notte, drlin, drlin, chi è?... Il telegrafo...
— Insomma, non ho tempo da perdere — interruppe il fattorino. — Se non vogliono il dispaccio, lo riporto in ufficio e me ne lavo le mani.
La signora Dorotea consultò con lo sguardo la signora Gertrude, e, incoraggiata da questa, prese il piego misterioso e consentì a fare col lapis, a piedi della ricevuta, uno sgorbio che doveva essere la sua firma.
Il fattorino corse via rapido come una saetta, e la signora Salsiccini col dispaccio chiuso in mano si abbandonò sopra una sedia, e pregò la portinaja di darle subito un bicchier d'acqua.
— Cara signora Gertrude... mi perdoni... ma non so proprio quello ch'io m'abbia... Sarà una sciocchezza, ma mi fa un certo senso... Io di questa roba non ne ho mai ricevuta.
— Si faccia animo, non sarà nulla...
— Domando io chi può telegrafare a me!... A me, che non m'impiccio degli affari degli altri, a me che non faccio male a nessuno?
E intanto la signora Dorotea girava e rigirava il dispaccio nelle mani senza osare di aprirlo.
La portinaja ebbe un'idea giudiziosa. — Se lo aprisse, vedrebbe...
— Dopo, quando sarò risalita... Non ho meco nemmeno gli occhiali...
— Per questo, cara signora Dorotea, non si confonda... Forse potrà accomodarsi coi miei... In ogni modo, se crede... io m'ingegno a leggere... e potrei... Dico così... non certo per curiosità... ma, in questi momenti... è forse meglio che ci sia una amica... Di me si fida, non è vero?
— Le pare?
— Sa ch'io non sono donna da far chiacchiere...
Quest'affermazione non era esattissima; tuttavia la signora Dorotea consentì di buon grado a lasciar aprire il dispaccio alla portinaja. Costei ruppe audacemente la sopraccarta, e guardando la firma lesse: Grolli.
— Il professore!
— Sicuro...
— Che gli sia accaduta una disgrazia?
— Or ora vedremo — continuò la signora Gertrude, e con qualche difficoltà decifrò l'intero tenore del telegramma:
«Dorotea Salsiccini, casa Negrelli. — Arrivo stasera corsa otto e mezzo. Pregola preparare minestrina in brodo e letto nel camerino attiguo alla mia stanza per bimba di quattro anni.»
— Bimba di quattro anni! — sclamò esterrefatta la signora Dorotea — Dice bimba?
— Già... bimba.
— Ah, signora Gertrude... io ritengo prossimo il finimondo...
Esposta questa opinione radicale, la signora Salsiccini volle esaminare il dispaccio coi propri occhi aiutati dagli occhiali della portinaja. Non c'era dubbio. Il professore arrivava con una fanciulla! Egli che aveva un sacro orrore delle donne e dei bambini! E chi era costei? E per quanto tempo veniva in casa?
— Il professore ha fratelli, sorelle? — domandò la signora Gertrude.
— Ma no, ma no... nessuno... ch'io sappia... In tanti anni dacchè è qui, non ho visto nelle sue camere che qualche studente... E poi... è vero che parla poco, ma pure, diamine, se avesse parenti stretti, una volta o l'altra li avrebbe nominati... Creda, signora Gertrude, sarebbe da dar la testa nei muri....
Se un così disperato proposito fosse stato espresso sul serio, il sospetto che la signora Gertrude era sul punto di manifestare non avrebbe potuto a meno di affrettarne l'adempimento.
— E se fosse una figlia tenuta finora nascosta?
La signora Dorotea scattò come una molla. — Sua figlia! Figlia del professore! Di un uomo che in fatto di femmine è un San Luigi...! Signora Gertrude, che cosa dice?
— Eh, cara signora Salsiccini — replicò la portinaja battendole sulla spalla — fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. In tempi nei quali in una sola estrazione del lotto si levano quattro numeri in fila, 66, 67, 68, 69, non c'è da stupirsi di nulla.
— Questo è vero — osservò la signora Dorotea, colpita da una così profonda riflessione. Però ella non poteva acconciarsi all'ipotesi della sua interlocutrice e riprese: — No, no... è impossibile... Quando? Come? Con chi?
La portinaja aveva in serbo un'altra considerazione non meno profonda della prima. — Signora Dorotea, non si può credere come presto facciano gli uomini ad avere una figlia.
Era evidente che la fede della signora Salsiccini era scossa. La signora Gertrude ne approfittò per continuare. — Non c'è timor di Dio, e anche il professore con le sue storte e i suoi fornelli è più del diavolo che di Cristo... Questa è la causa di tutto, cara signora Dorotea, non c'è religione... Libera nos, Domine, a morte aeterna — ella concluse, facendosi il segno della croce.
— Amen! — disse la signora Dorotea. Poi soggiunse: — Figlia o no, col signor professore ce la intenderemo... Io ho appigionato le stanze a lui, e non voglio marmocchi... Ci mancherebbe altro.
— Troppo giusto — assentì la portinaja.
— Dunque la cosa resta fra noi — ripetè la signora Dorotea, quando, un po' rinfrancata, s'indusse a risalire le scale.
— S'immagini... Io non parlo sicuro.
Se la signora Gertrude parlasse, non si sa; fatto si è che la notizia della fanciulla d'ignota provenienza, la quale doveva arrivare la sera stessa col professor Grolli, si diffuse prestissimo fra gli inquilini della casa.
II.
Quantunque non siasi finora accennato nemmeno di lontano all'età del dottor Romualdo, scommetterei che il lettore rimarrà di sasso sentendo che il nostro matematico e chimico non aveva, nel momento in cui comincia questa storia, che ventitrè anni. Eppure era tanto vero che egli aveva solo ventitrè anni, quanto era vero che ne mostrava poco meno di quaranta. Nulla di giovanile nel suo aspetto. Rughe precoci solcavano la sua fronte alta e spaziosa; l'incolta capigliatura e l'ispida barba erano già punteggiate di bianco; agli occhi profondi, ch'erano forse l'unica sua bellezza, mancava la fiamma; a ogni modo, essi erano quasi sempre mezzo nascosti dagli occhiali. Sorrideva di rado; di statura appena mezzana, camminava un po' curvo con le mani intrecciate dietro la schiena sotto le falde del soprabito; vestiva negletto, schivava la società e divideva la giornata fra la scuola, i suoi libri di matematica e il suo laboratorio chimico. Nessuno l'aveva mai visto a un teatro, a un pubblico ritrovo, a fianco d'una signora. Tenersi lontano dalle donne era norma immutabile della sua condotta; nè in ciò metteva affettazione, nè ostentava la sua ripugnanza come sogliono quelli che furono vittime di qualche gran disinganno. Se era proprio costretto a parlarne, diceva che, a parer suo, la donna era un imbarazzo nella vita dello studioso, e soggiungeva ingenuamente che quanto a lui non ne aveva mai sentito il bisogno. Forse era la consapevolezza della sua inferiorità fisica, della sua goffaggine, che lo rendeva così avverso al bel sesso. Noi non amiamo le cose nelle quali siamo convinti di non poter riuscire.
Del resto, al dottore Romualdo bastava la scienza. Nel 1859, quando tutta la gioventù era corsa alle armi, egli era rimasto nel suo gabinetto a studiare; il rimbombo del cannone non lo aveva commosso. Il giorno dell'ingresso delle truppe liberatrici, s'era mescolato alla folla, aveva istintivamente agitato il cappello e gridato viva anche lui; ma, al più presto possibile, s'era ridotto nelle sue stanze, e per esilararsi un poco aveva fatto alcune esperienze col gas idrogeno. L'alloggio da lui scelto si confaceva alla sua misantropia. Era una casa di quattro piani, fuori d'una porta della città, guardante da un lato la strada maestra, dagli altri tre lati la campagna. La chiamavano, dal nome del proprietario, casa Negrelli, ed era tutta abitata da gente tranquilla. Solo sul davanti c'era un po' di rumore per effetto della strada, della vicinanza della porta, e del negozio di granaglie e coloniali che occupava due locali terreni del fabbricato. Questo negozio, appartenente al signor Gedeone Albani, andava lieto di una numerosa clientela, così rustica come cittadina. Infatti parecchie buone massaje mandavano a comprar le derrate dal signor Gedeone, il quale, trovandosi col suo deposito fuori della cinta daziaria, poteva usare notevoli agevolezze nei prezzi. La prosperità degli affari del signor Albani si vedeva riflessa nella sua faccia piena e rubiconda e nel suo umore scherzevole. Le guardie del dazio consumo venivano spesso a bere un bicchierino da lui, e, grate alla sua cortesia, non badavano tanto pel sottile se la sera, nel rientrare in città dopo aver chiuso il negozio, egli portava seco qualche pane di zucchero o qualche pacco di candele steariche.
In quanto al nostro valentuomo, egli conosceva appena l'esistenza del signor Albani. Le finestre delle sue stanze davano sulla parte opposta alla strada; non gli giungeva all'orecchio altro suono che la voce dei bifolchi conducenti l'aratro, la canzone malinconica di qualche villana intenta alle cure dell'orto, il muggito dei bovi sparsi per la campagna; e, di notte, quand'egli vegliava sui libri, il gracidar delle rane e il latrar dei cani da pagliaio.
Il quartierino della signora Dorotea era composto di un andito, una cucina, quattro stanze grandi e tre gabinetti. L'andito rettangolare aveva un uscio di fronte alla porta d'ingresso, e altri due usci, uno per parte. A destra di chi entrava c'era la cucina, e dopo la cucina un bugigattolo per la donna di servizio; a sinistra una stanza detta pomposamente salotto da ricevere, e sulla stessa linea un camerino di sbarazzo. Tutti questi locali avevano le loro finestre sul ballatojo che girava intorno al cortile. L'andito solo riceveva luce dalla portiera a vetri del salotto da pranzo, il quale metteva, a destra, alla camera da letto della signora Dorotea, a sinistra, a quella del dottore Romualdo. Un gabinetto annesso a quest'ultima camera e comunicante, mercè una porticina, col luogo di sbarazzo, avrebbe dovuto servire di studio, ma in realtà il Grolli studiava nella camera da letto. Lo stanzino egli lo aveva ridotto a sue spese a uso di laboratorio chimico. Le camere della signora Dorotea e del professore, il salotto da pranzo e il laboratorio guardavano sulla campagna e avevano aria e luce in quantità.
Il professore Romualdo alloggiava in casa della vedova Salsiccini fin da quando aveva ottenuto il posto di assistente, vale a dire da circa tre anni. Nè vi alloggiava soltanto, ma aveva indotto la vedova ad assumersi anche la cura del suo mantenimento verso un modesto correspettivo. Un caffè e latte la mattina, un parco desinare al tocco, un pezzo di formaggio e un dito di vino la sera; il professore non esigeva di più. In tutto, fra alloggio e vitto, egli non ispendeva che centoventi lire al mese, una vera miseria. Così, a malgrado di quello ch'egli doveva aggiungere per vestirsi, per comperar qualche libro, per rifornir di storte e di lambicchi il suo laboratorio, gli riusciva ancora di far piccoli risparmi sul non lauto stipendio di assistente, e di avere un migliaio e mezzo di franchi raccolti presso una Banca del paese. Lo dicevano avaro, ma in realtà non era; la sua economia dipendeva dalla mancanza assoluta di bisogni. All'occorrenza sapeva fare perfino le sue spese di lusso, e non era altro che un lusso il suo laboratorio, poichè egli avrebbe potuto benissimo levarsi all'Università il capriccio delle esperienze chimiche.
Nonostante la sua misantropia, il Grolli non era mal visto dalla gioventù. In primo luogo si doveva stimarlo pel suo valore scientifico. Il professore di cui egli era assistente godeva una fama europea, ma, attempato e malaticcio come era, non veniva mai alla scuola. Ebbene; la riputazione della Facoltà matematica dell'Università non aveva punto sofferto dacchè il Grolli saliva ogni giorno la cattedra resa già illustre dal titolare. Altro pregio universalmente riconosciuto del dottor Romualdo era la sua scrupolosa equità; onde gli studenti dicevano: — Meglio la ruvidezza del professor Grolli che la melliflua condiscendenza di tanti altri. Almeno il professor Grolli non ha predilezioni.
Inoltre tutti sapevano che la sua adolescenza era stata piena di amarezze, che, rimasto a quindici anni orfano e senz'appoggio, aveva bastato a sè stesso dando ripetizione ai suoi condiscepoli, e che s'egli era riuscito a conseguir giovanissimo un posto onorevole nonostante la sua indole poco flessibile e la mancanza di tutte le doti esteriori, egli non lo dovea a nessun patrocinio illustre, ma soltanto al suo merito e alla sua perseveranza. Com'egli aveva studiato, come studiava sempre! Studiava al tavolino, studiava camminando, certo studiava anche dormendo. Le allegre brigate degli scolari lo incontravano talvolta sui bastioni, ed egli appena si accorgeva di loro, tanto era assorto nei suoi pensieri. — Zitto! — bisbigliava un bello spirito all'orecchio dei compagni — il professore Grolli è con la sua amante. — La sua amante! — esclamava un ingenuo matricolino, aprendo tanto d'orecchi. — Già, la sua amante, la matematica. — E tutti a ridere e a dirsi — In fatto d'amanti, valgon meglio le nostre. — No, no — ripigliava misteriosamente qualche cattivo soggetto. — La vera amante del professore la conosco io. — Un'amante in carne ed ossa? — Sicuro. Finirà collo sposarla. La sua padrona di casa. — E nuovi scrosci di risa sgangherate tenevano dietro alla insulsa facezia.
La signora Dorotea, come si vede, era conosciuta dalla scolaresca. Chi si recava dal professor Grolli la trovava spesso in salotto seduta davanti al tavolino con la calza in mano e gli occhiali sul naso, e doveva assoggettarsi da parte di lei ad un succoso interrogatorio, modellato sempre sul medesimo stampo.
— Di chi domanda?
— Del professor Grolli.
— È uno studente?
— Sissignore.
— Vada pure avanti.
Non passava poi giorno che la signora Salsiccini non comparisse a due o tre riprese nelle strade della città; la mattina per la spesa, il dopopranzo per le visite, senza contar le volte ch'ella andava a desinare da qualche famiglia amica. A malgrado de' suoi cinquantacinque anni, ella camminava svelta e spedita, dimenando alquanto i fianchi e rassettandosi di tratto in tratto la mantellina che le scivolava giù ora da una spalla, ora dall'altra. Portava per solito un vestito bigio di lana e un cappello di paglia scura con tese sporgenti, con due barbine di fioretti artificiali, e con un velo celeste sul davanti, sotto al quale la buona vedova passava frequentemente il fazzoletto per soffiarsi il naso con gran romore.
— Ecco la trombetta dei bersaglieri — esclamò una mattina uno studente di prim'anno, sentendo quel suono e vedendo quel passo marziale.
— Questi studenti — disse la signora Dorotea — si prendono libertà anche con le femmine più contegnose.
Del resto, la signora Salsiccini, quantunque fosse un po' pettegola, quantunque avesse la passione del lotto, era una eccellente pasta di donna. Pel professore aveva cure materne, ed ella lo avrebbe giudicato un uomo perfetto se fosse stato più espansivo con lei e le avesse concesso di metter lingua nelle sue faccende. Nondimeno ella lo aveva sempre difeso e aveva sempre levato a cielo l'illibatezza de' suoi costumi. Guai a lui s'egli le faceva far cattiva figura, guai a lui se tanto apparato di virtù veniva a risolversi in una figliuola clandestina!
III.
Era già tramontato il sole quando il treno che conduceva il dottor Romualdo giunse alla stazione di Genova. Il nostro amico, la cui inquietudine era andata crescendo di mano in mano ch'egli si avvicinava al termine del suo viaggio, salì nel primo omnibus che gli si parò dinnanzi, e si lasciò condurre ad un albergo di aspetto signorile, ove ebbe la soddisfazione di esser preso pel servitore di una famiglia inglese arrivata insieme con lui. Tolto l'equivoco, egli venne affidato alle cure di un cameriere d'infima categoria, il quale, dopo avere acceso una candela, lo accompagnò in una stanzuccia del quinto piano. Lo scarso bagaglio e il vestito dimesso del viaggiatore non meritavano maggiori riguardi. Era già molto ch'egli pagasse il conto. Il cameriere, tanto per iscarico di coscienza, gli chiese s'egli avesse bisogno di nulla, e senz'aspettar risposta, lasciò la stanza tirando sgarbatamente l'uscio dietro a sè. Ma il professore non se n'accorse nemmeno, assorto com'era in un solo pensiero: cercar subito del capitano Rodomiti.
Onde, risciacquatosi alquanto per liberarsi dal caldo e dalla polvere, scese le scale, e domandò subito la via per giungere in piazza Banchi. Non gli fu difficile arrivarci, ma dovette convincersi che per quella sera bisognava rinunciare all'abboccamento col capitano. Perchè l'ufficio dei signori Radice e Lupini, shipbrokers, era chiuso, e non si sarebbe riaperto fino alla mattina successiva. Il professore girò un poco a caso; poi, facendo di necessità virtù, ritornò all'albergo, ove si risovvenne che non aveva ancora desinato e mangiò un boccone in fretta e senza appetito. Quando si ridusse nella sua cameruccia al quinto piano, erano circa le dieci. Il dottor Romualdo spalancò la finestra e s'accorse che la sua soffitta aveva il pregio inestimabile di dominare il magnifico porto di Genova. Qua e là lungo la costa brillavano, mutando di tratto in tratto colore, i fanali dei fari lontani; più presso, la colossale lanterna disegnava sull'orizzonte la sua mole maestosa, come un bruno fantasma cinto il capo di luce spettrale; dalle oscure masse dei bruni navigli si levava al cielo una selva d'alberi; il silenzio dell'ora era rotto dal gemito del vento che investiva le sartie e dal suono dell'onda che veniva a frangersi sulle carene. Dai mari del tropico e dai mari del polo, ora cullati sulle acque tranquille, ora sbattuti dal flutto minaccioso, ora protetti dal più bel padiglione d'azzurro, ora avviluppati fra nuvole dense di pioggia e gravi di fulmini, attraverso bonacce, attraverso tempeste, lottando, soffrendo, quei mille e mille navigli erano convenuti allo stesso punto, e ora riposavano uno a fianco dell'altro dalle lunghe fatiche, salvo a dividersi presto per non incontrarsi forse mai più. Ma fra tanti legni quale era la Lisa? Gli occhi del professore cercavano invano d'indovinarlo, mentre il cuore con battito affrettato gli diceva che l'arrivo di quel bastimento, di cui ventiquattro ore prima egli ignorava perfino il nome, non doveva rimanere senza influenza sui suoi destini.
Il nostro Romualdo dormì poche ore di un sonno interrotto. Al primo albeggiare calò impaziente dal letto, e si appoggiò di nuovo al davanzale della finestra. Una nebbietta sottile si stendeva sul mare e cingeva d'un tenue velo i legni ancorati nel porto; sotto, nella via buia, principiavano a muoversi delle ombre, a levarsi dei suoni; la città più operosa d'Italia si svegliava rapidamente. A poco a poco cresceva il moto e lo strepito; il fischio acuto della locomotiva fendeva l'aria; sui ciottoli della via si sentiva il rumore sussultorio dei carri pesanti e lo scalpitar delle zampe ferrate dei cavalli e dei muli; i ragli e i nitriti si mescevano al vociar dei facchini. Indi il sole, alzandosi sull'orizzonte, pennelleggiava d'una bella tinta di arancio le nuvolette sparse pel cielo; s'indoravano al caldo raggio le punte delle antenne dei bastimenti, spiccavano i colori delle allegre bandiere sventolanti da poppa, l'onda palpitante di voluttà si colorava di sprazzi argentini; sgombre dal grigio vapore che le avvolgeva si disegnavano con netti contorni le cupole delle chiese e le guglie dei campanili, e le case, e le villette disseminate sui colli, finchè i fasci luminosi invadevano anche le strade più anguste portando dappertutto il movimento e la vita baldanzosa della giornata che comincia.
Prima delle sette, il professore era già fuori dell'albergo e passeggiava su e giù per la piazza Banchi aspettando che l'ufficio dei signori Radice e Lupini si aprisse. Lo aspettava con impazienza, e nondimeno, quando vide le imposte spalancate, e un signore dalla faccia rubiconda (certo il signor Radice o il signor Lupini) dondolantesi sulle punte dei piedi nel vano della porta, coi due pollici nelle tasche del panciotto, col sigaro in bocca e col cappello in testa, dovette fare altri tre o quattro giri prima di trovare il coraggio necessario per presentarsi. Intanto alcuni individui, che al vestito parevano gente di mare, vennero a scambiar poche parole col mediatore. Poi si lasciarono con una stretta di mano, e il signor Radice, o Lupini che fosse, gettò via il sigaro, aperse la bocca a un lungo sbadiglio, stirò le braccia ed entrò nel suo banco. Il dottore Romualdo, pensando che fra coloro i quali si allontanavano poteva esservi anche il capitano Rodomiti e che con la sua esitanza egli aveva forse perduto l'opportunità di veder subito il misterioso personaggio, ruppe finalmente gli indugi, e affacciatosi all'uscio con la mano al berretto: — Di grazia — chiese — c'è qui il capitano Antonio Rodomiti?
Il signor Radice (o Lupini), vista l'esotica figura del professore, ne fu esilarato, e, da quell'uomo faceto ch'egli era, prima di rispondere, guardò sotto alle sedie, sotto ai banchi e perfino dietro le imposte di un piccolo armadio infisso nella parete; poi disse con una risatina; — Non lo vedo.
Sconcertato un po' da questo strano accoglimento, il Grolli ripensò con desiderio alla sua cattedra, al suo laboratorio chimico e alla graziosa formola x sen ysen α; tuttavia rinnovò la domanda con altre parole: — Ma non viene qui il capitano Rodomiti?
— Sicuro che viene, ma adesso non c'è.
— E... scusi... a che ora posso...?
Il professor Grolli non aveva finito la frase quando il signor Radice (o Lupini) scoppiò in una risata sonora. Gli è che l'ottimo sensale di noleggi coglieva finalmente il frutto della sua facezia di pochi minuti prima. Poichè sulla soglia dell'ufficio, dietro la personcina esile e smilza del professore, era comparso un colosso alto quasi due metri e grosso in proporzione, e questo colosso era precisamente il capitano Rodomiti che il signor Radice (o Lupini) aveva fatto le viste di cercare perfino negli scaffali d'un armadio.
— Con permesso — disse il capitano, il quale a cagione della sua mole ciclopica non poteva entrare finchè il professore non gli cedesse il posto.
Costui sentì a trenta centimetri sopra il suo capo la voce tonante del nuovo arrivato, si voltò, guardò in su, e vide in mezzo a una nuvola di fumo che usciva dal caminetto di una pipa, una bella testa caratteristica con la carnagione abbronzita, la barba folta, gli occhi azzurri e profondi e una cicatrice a sinistra della bocca.
— Con permesso — ripetè il capitano, e il dottor Romualdo si tirò da parte più confuso che mai, mentre il signor Radice (o Lupini) rivoltosi al colosso gli disse: — Capitano, quel signore domanda di voi.
Il capitano Rodomiti squadrò d'alto in basso il signore piccino, si tolse la pipa di bocca, mandò fuori un buffo di fumo e chiese: — È lei il professore Romualdo Grolli?
— Appunto, sono io — rispose il professore, alzando gli occhi in su come se guardasse un campanile.
— Lietissimo di far la sua conoscenza... Se non Le dispiace, potremo andare in luogo tranquillo... a pochi passi di qui... A rivederci allora — continuò il capitano, salutando con la mano il sensale di noleggi senza pronunziarne il nome, e lasciando così sospesa la grave questione se il personaggio faceto fosse il signor Radice o il signor Lupini. — Eccomi con lei — egli riprese quindi, abbassando lo sguardo sul Grolli.
E i due uomini uscirono insieme sulla strada. Il professore, che durava non poca fatica a misurare il suo passo su quello del capitano, gli veniva a fianco senza parlare nella speranza che l'altro iniziasse il discorso. Dal canto suo il Rodomiti avrebbe preferito di essere interrogato; onde tacevano tutti e due, e tacendo si esaminavano a vicenda. Una grande disparità fisica non suol generare a prima vista una grande simpatia reciproca fra due individui. E fra il Rodomiti e il Grolli la disparità non poteva esser maggiore. Il primo, come si disse or ora, era veramente un bell'uomo, dalla fisonomia aperta e leale, ma il dottor Romualdo lo considerava dal punto di vista onde gli uomini troppo piccoli considerano gli uomini troppo grandi, e non poteva guardare senza una certa diffidenza quella figura torreggiante, quelle membra atletiche, il cui solo contatto pareva doverlo schiacciare. Ed egli velava questa diffidenza con la unzione, con la timidezza che sono proprie dei deboli quando si trovano al cospetto dei forti, e che spiacevano singolarmente al capitano Antonio, già poco favorevole al topo di libreria.
Il Rodomiti si determinò a romper pel primo il silenzio. E lo fece alla marinaresca, senza preamboli. — Io vengo da Montevideo, signore.
Quest'annunzio fu una rivelazione pel Grolli. Egli alzò gli occhi verso il suo interlocutore, poi li chinò a terra e un vivo rossore si stese su quella parte del suo volto che non era nascosta dalla barba o dai capelli.
— Da Montevideo — egli soggiunse, come facendo eco alle parole del capitano.
E cento memorie della fanciullezza si affacciarono alla sua mente, e un nome scancellato quasi dal suo cuore gli tornò sulle labbra. Pur sul punto di pronunziarlo si arrestò, come se pronunziandolo violasse un voto, fallisse a un dovere. E si contentò di fare una domanda indiretta:
— È partito da un pezzo di là?
— Da due mesi e mezzo.
— E la cosa per la quale mi ha chiamato a Genova ha relazione con questo suo viaggio?
— Senza dubbio — rispose il capitano, stanco di tutto questo armeggìo. — Ho un incarico della signora Elena Natali.
L'incanto era rotto. Il nome che da anni e anni il professor Grolli non sentiva più menzionare d'intorno a sè tornava a ferirgli l'orecchio, e la persona che portava quel nome stava forse per aver di nuovo una parte nella sua vita.
— Elena! — balbettò il professore, più commosso ch'egli non volesse parere. — Non le sarà già accaduta sventura?
— Povera signora! Se ella ebbe colpe verso la sua famiglia, le ha certo espiate.
— Sarebbe... morta?
— Quando partii da Montevideo, ella viveva, ma pur troppo era ridotta agli estremi... Basta, ora vedrà una sua lettera.
In quella, il capitano, invitando il dottor Romualdo a seguirlo, infilò un portone spalancato, salì un paio di scale, spinse una porticina ch'era solamente rabbattuta ed entrò insieme al suo compagno in un andito stretto e buio.
— Sei tu, Tonino? — disse una voce femminile. E in pari tempo una donna di mezza età aperse un uscio laterale dando un po' di luce all'andito tenebroso.
— Son io — rispose il capitano — È fatta la mia camera?
— Sì, Tonino... Bada al fuoco... Mi raccomando, con quella pipa.
Il capitano Antonio fece spallucce, e chiese: — La bimba?
— Dorme ancora... Devo svegliarla?... Poni il piede su quella favilla... Abbi riguardo, Tonino.
— Lasciala dormire — replicò il capitano, senza curarsi delle strane paure di sua sorella Teresa circa al fuoco. — Passi, passi.
Queste ultime parole erano rivolte al dottore Romualdo, che venne introdotto in una camera modesta ma pulita, e fatto sedere davanti a un tavolino.
Il Rodomiti offerse al suo ospite un sigaro che questi rifiutò, poi tolse dal cassetto un grosso piego suggellato.
— Ebbi queste carte dalla signora Elena — egli soggiunse. — Si compiaccia di leggerle. Io la lascio solo, ma tornerò di qui a mezz'ora... Intanto son di là con mia sorella. Se le occorre qualche cosa, tiri il campanello.
E uscì inchinandosi alquanto per non urtar col capo sull'architrave.
— Fumerà anche lui — brontolava la signora Teresa nell'andito — sicuro, fumano tutti adesso, fumano perfino le donne.
E il capitano replicava infastidito: — Sempre questa fissazione del fuoco.... Non fuma, non fuma.
Poi si fece silenzio, e il dottore Romualdo aperse con mano tremante il piego misterioso che gli stava davanti. Insieme con altre carte ch'egli si riserbò di esaminare più tardi, c'era una lunga lettera scritta di mano femminile.
IV.
«Fratello mio, — diceva quell'epistola — sono quasi dodici anni dacchè, figlia disobbediente e cattiva sorella, io lasciai il tetto domestico, ove avrei dovuto confortare la vecchiezza del babbo ed essere per te una seconda madre. Una passione infelice mi acciecò. Seguii oltre l'Oceano l'uomo che mi aveva ammaliata, e dopo essere rimasta senza risposta a due lettere scritte a nostro padre, non volli ritentare la prova; considerai che tutta la mia famiglia avesse cessato di esistere per me. Ero superba, Romualdo; mi pareva di esser trattata in modo indegno, e il mio cuore s'indurì nel dispetto e nell'ostinazione. Per altro, da un'amica mia io ricevevo di tratto in tratto nuove di casa, e da lei seppi della morte di nostro padre. Piansi, mi strappai i capelli, mi accusai di avere con la mia condotta abbreviato i giorni di quegli a cui dovevo la vita, e scrissi a te, fratello mio, a te che avevo cullato tante volte su' miei ginocchi, a te cui avevo insegnato a balbettare le prime parole. Ma certo tu mi credevi una triste donna, e la voce della tua sorella non ebbe un'eco nel tuo cuore. Aspettai per mesi e mesi una tua lettera intenerendomi all'idea di riceverla, sperando di poter iniziar teco attraverso l'Oceano uno scambio di assidue corrispondenze. Io dicevo: egli mi racconterà i suoi studi, mi racconterà i suoi primi successi; perchè io ti sapevo pieno d'ingegno, e non dubitavo che saresti riuscito; mi racconterà i suoi primi amori, e quando amerà anche lui, oh allora, ne son certa, mi perdonerà... Ma la tua risposta non venne, e l'orgoglio mi vinse di nuovo, e mi chiusi nel mio silenzio, che durò fino adesso. L'amica che mi teneva informata delle cose della mia famiglia, o è morta anch'essa, o si stancò di scrivermi. È proprio vero, sai, quel proverbio: lontan dagli occhi, lontan dal cuore. Per anni ed anni non seppi nulla di te. A malgrado che vi sia una continua emigrazione dall'Italia a queste contrade, dal nostro paese non è mai capitato nessuno. Finalmente arrivò qui, or son dieci mesi, certo Zirlo, della Spezia, che non ti conosceva di persona, ma che ti aveva sentito nominare perchè un suo nipote aveva studiato in codesta Università. Avevi dunque seguìto la tua vocazione, eri divenuto professore. Lo dicevano sempre in casa, a vederti immerso nei libri, alieno dai divertimenti, dai chiassi. Ma io volevo notizie più precise, e ottenni che il signor Zirlo scrivesse al nipote a questo scopo, raccomandandogli però (vedi come il mio orgoglio fa sempre capolino) di non farti saper nulla dell'incarico ch'egli aveva avuto. Il giovane rispose diffusamente, parlando della stima di cui godi, della certezza che hai di succedere in un termine non troppo lungo al professore titolare, dalle tue abitudini ritiratissime, della gravità del tuo carattere. Benedetto ragazzo! Sempre misantropo, fin da fanciullo! Dal giorno in cui ebbi queste informazioni fui più tranquilla. Non ti scrissi però; mi bastava saperti vivo, sano, onorato. Pensavo bensì che ti avrei scritto se si avverava un mio presentimento.
«Questo mio presentimento sta per avverarsi. Io avrò presto fornito il mio cammino nel mondo, o fratello, e oggi stesso il medico, ch'io supplicai di dirmi la verità, mi confessò che non ho più che otto o dieci giorni da vivere. Grazie al cielo, la mia energia non mi abbandona nemmeno in quest'ultima prova. Bensì mi abbandona il mio orgoglio, e ti mando un tenero addio e ti chiedo perdono di esserti stata una cattiva sorella come fui una cattiva figlia ai nostri genitori, e ti prego di cosa che confido non mi sarà negata da te.
«Ascoltami. Non t'intratterrò sulle vicende di quest'ultimi anni. Ho profuso tesori d'affetto su chi forse non n'era degno, ma che importa quando si ama? Saprai a ogni modo ch'egli mi aveva sposata pochi mesi dopo il nostro arrivo qui, nel momento in cui ci nacque il primo figliuolo. No, egli non era senza cuore; egli non voleva, dopo aver disonorata una donna, abbandonarla; ma le avversità esacerbarono il suo carattere naturalmente sospettoso, iracondo, e resero ben dura, ben difficile la vita al suo fianco. Peggio poi quando vennero a travagliarlo le sofferenze fisiche, e il suo corpo che pareva di granito andò via via dissolvendosi come la cera al fuoco. Rimasi vedova, povera, senz'appoggi, con tre bambini a cui provvedere. Non mi perdetti d'animo, lottai contro tutti gli ostacoli, non isdegnai nessuna onesta fatica, apersi un piccolo albergo ch'ebbe prospere sorti, e riuscii, io donna debole e già cagionevole di salute, a ricondurre un po' d'agiatezza nella mia casa. Ma la sventura aveva preso a perseguitarmi. La febbre gialla mi portò via due de' miei figli; non mi rimase che la mia Gilda, la mia ultima nata. Lo vedi, ha il nome di nostra madre. E intanto il male che mi rodeva da gran tempo le viscere fece progressi rapidi, spaventevoli; invecchiai in pochi mesi più che non avessi invecchiato in dieci anni. Vedendo nello specchio le mie guance smunte, il mio colorito terreo, i miei occhi appannati, io non mi feci illusioni sul mio stato; pur lavorai ugualmente, finchè potei reggermi in piedi. Da un mese non esco dalla mia camera, da due settimane non lascio il letto. Oggi, te lo dissi già, so che vivrò ancora pochi giorni. Oh non è triste morire, ma è triste non poter più rivedere i cari volti delle persone amate, è triste non poter risalutare una volta la patria. E, per una madre, è triste sovra ogni altra cosa il dover lasciare una bimba di non ancora quattr'anni, senza sapere chi veglierà sulla sua infanzia, chi formerà il suo cuore e la sua mente. Qui ci sono molti italiani, e non sarebbe impossibile di trovar fra essi qualche anima generosa, ma siamo in paesi ove gli uomini vengono e passano; dall'oggi al domani la fortuna può balzarli in qualche fattoria lontana centinaia e centinaia di miglia, sul margine d'una foresta vergine, a poche ore dagli accampamenti di popolazioni selvagge che anelano di vendicarsi di ciò che noi europei facciamo loro soffrire. Poi la sete del guadagno sciupa i migliori caratteri; non si parla d'altro, non si pensa ad altro. Sì, forse nelle tiepide sere, sotto l'imponente padiglione azzurro di questo cielo, stanchi dalle fatiche del giorno, si pensa talvolta al luogo che ci ha visti nascere, all'orizzonte che i nostri occhi hanno contemplato schiudendosi alla luce, alle voci che ci sono prime suonate all'orecchio. E queste memorie tristi e soavi sono ancora la maggior ricchezza morale che ci rimanga. Ma chi è nato qui di genitori europei è un esule che non può ricordarsi la patria. Poichè qui si è esuli sempre, anche quando ci si nasce... E tale sarebbe la condizione della mia Gilda, se ella restasse in America... O Romualdo, questo pensiero è più acerbo di tutti i miei dolori fisici! Aggiungi poi che il poco denaro ch'io posso lasciare a mia figlia, sufficiente per mantenerla alcuni anni in Europa, sarebbe qui esaurito in brevissimo tempo.
«Presi un partito decisivo, confortatavi anche dal consiglio e dalle offerte di un amico onesto e leale, il capitano Antonio Rodomiti, il quale, dacchè io mi trovo a Montevideo, fu qui più volte col suo legno, e nel suo penultimo viaggio tenne a battesimo la Gilda. Vistami ora in tante angustie e già spacciata dai medici, egli ebbe compassione di me. Ecco ciò che risolsi. Rimandare in Europa la fanciulla, approfittando della partenza per Genova del suo padrino, il quale se ne incarica come d'una sua creatura e non vuole un centesimo di compenso, vendere tutto il poco che ho e formare un peculio che accompagni la mia Gilda e le permetta di non essere a carico di nessuno durante il tempo della sua educazione; finalmente nominar te, fratello mio, tutore di questa orfanella, e raccomandartela, e scongiurarti, quando tu non possa (nè io certo lo pretendo) tenerla in casa tua, di metterla a pensione presso gente fidata, e di invigilare sopra di lei sino al giorno in cui ella sarà in grado di provvedere a sè stessa. No, tu non mi negherai questa grazia. La mia Gilda non deve turbare la quiete dei tuoi studi, ella non deve essere per te un peso o un ostacolo se tu hai già una famiglia, o se stai per averla. Ma io morrò più tranquilla pensando che uno di casa mia la sovverrà di consiglio ov'ella ne abbia bisogno, accorrerà al suo letto ov'ella sia malata... e le parlerà qualche volta di nostra madre. Oh sì, di me non importa che tu le parli, Romualdo; io non le lascio esempi da imitare, ma conviene ch'ella onori la memoria di nostra madre, di quell'angiolo che ci abbandonò mentre tu eri fanciullo ed io entravo appena nell'adolescenza, di quell'angelo, che, se fosse vissuto, mi avrebbe forse guarita delle mie pazzie...
«In questa lettera troverai alcuni documenti che potrebbero esserti necessari: il mio atto di matrimonio, l'atto di morte di mio marito, la fede di nascita della Gilda.
«Il capitano Rodomiti ha tutta la somma ch'io ricavai dalla vendita di ciò che possedevo. Egli ne sa la cifra precisa, ed ha l'incarico di convertirla in moneta italiana e di consegnartela. Credo si tratterà di una decina di mila lire. Puoi fidarti ciecamente del capitano. Per me ho serbato solo quel tanto che può bastare pei pochi giorni che mi restano da vivere. Lo stesso Rodomiti portò seco anche una cassa con alcuni vestiti per la Gilda e quanta più biancheria ho potuto radunare. Ti mando infine un medaglione d'oro, che la mamma, morendo, mi pose al collo e che non mi ha mai abbandonata. È inutile ch'io lo porti meco sotterra. Tienlo per memoria della tua sorella? Te ne ricordi della tua sorella? Di quando amavi arrampicarti sulle mie spalle, e gettandomi le braccia intorno al collo, insistevi perchè ti portassi in giro per le stanze? O di quando, più tardi, già in via di diventare un dottore, sebbene così piccino, mi sgridavi perchè con le mie chiacchiere disturbavo le tue lezioni?... Chi l'avrebbe detto allora che, poco tempo dopo, l'Oceano ci avrebbe divisi per sempre?... Capricci dei destino!... Ah se potessi, prima di chiudere gli occhi, vederti in mezzo ai tuoi scolari!... Ma è inutile far castelli in aria.
«Lascerò l'ordine che ti mandino una copia del mio atto di morte. Voglio che tu abbia tutte le carte in regola, che nessuno possa sollevare dubbi sulle tue facoltà di tutore.
«Basta ormai, fratello mio, sono stanca, e le poche forze che mi rimangono ho bisogno di serbarle pel momento terribile del mio distacco dalla Gilda. Pochi giorni prima o pochi giorni dopo, tanto e tanto io debbo presto lasciarla, e per lei è certo meglio separarsi dalla sua mamma oggi, che assistere a una dolorosa agonia; ma non si ragiona sempre, e allorchè saremo all'ultimo bacio, ho paura che il cuore mi scoppi. Povera Gilda! La vedrai. È bella come un angioletto; è un po' viva, ma giudiziosa, buona, e mi vuol tanto bene. Oh ne vorrà anche a te, ne sono sicura... Le dissi che deve andar via per qualche giorno col capitano Rodomiti, e quantunque ella adesso strepiti e pianga, spero che finirà col rassegnarsi perchè il capitano ha saputo trovar la strada del suo cuoricino. E poi ella si affeziona ben presto a quelli che sono gentili con lei.
«Addio, Romualdo. Sono in procinto di comparire davanti al Signore, e ho fede ch'egli mi perdonerà le mie colpe perchè ho molto sofferto. E tu pure mostra di perdonarmi accogliendo il tesoro che ti affido. Quando questo foglio giungerà nelle tue mani, io non sarò più tra i vivi, ma chi sa, forse in quell'istante la tua sorella ti sarà più vicina che non ti sia mai stata da undici anni a questa parte, forse, passandoti accanto, spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio sulla tua fronte. Ancora una volta addio, Romualdo.
«La tua Elena.»
V.
Il dottore lesse questa lettera tutta d'un fiato. Quando l'ebbe finita, egli si trovò in una condizione d'animo nuova per lui. Avvezzo a disciplinare i suoi sentimenti sotto l'impero della ragione, egli s'accorse che oggi essi si ribellavano al solito freno. Egli aveva un bel dirsi, che i legami di parentela, per intimi che siano, valgono ben poco senza i legami dell'anima creati dalla convivenza, dagli affetti, dai gusti comuni, aveva un bel dirsi che questa donna, di cui egli appena rammentava la fisonomia e con la quale per undici lunghi anni non s'era scambiato una riga, era per esso meno assai dell'ultimo fra i suoi studenti. Aveva un bel dirsi che, dimenticando i suoi doveri, Elena aveva perduto i suoi diritti e ch'ella non poteva turbare la vita raccolta e studiosa di lui gettandogli sulle spalle un cumulo di pensieri e d'inquietudini... Nonostante tutte queste savie considerazioni, egli si sentiva commosso come non era stato da un pezzo, si sentiva men fermo nel convincimento in cui era cresciuto circa ai torti di sua sorella, e per la prima volta nella sua vita dubitava di quella virtù arcigna che consiste nel soffocar le passioni e che nulla perdona agli altri perchè nulla comprende. Certo l'idea della povera Elena era stata ben singolare. Senza nemmeno sapere quali fossero le abitudini di suo fratello, senz'avere alcun dato preciso sul suo carattere, ella affidava a lui, morendo, la sua figliuola. E spediva questa bambina oltre all'Oceano, esponendola ai rischi e ai disagi di un lungo viaggio di mare, non preoccupandosi di ciò che sarebbe avvenuto s'egli non avesse accettato l'ufficio onde a lei piaceva di incaricarlo... Eppure, nella dolorosa situazione in cui ella si trovava, che altro avrebbe potuto fare? A chi altri rivolgersi? Non era egli il suo più stretto congiunto?
Il professore Romualdo girava su e giù per la stanza, ora con le mani intrecciate dietro la schiena, ora gestendo, animatamente e cacciandosi su pel naso qualche presa abbondante di tabacco. Positivista come gran parte degli scienziati, egli non credeva ai viaggi fantastici d'oltre tomba; tuttavia le ultime parole della lettera gli ronzavano agli orecchi: Forse in quell'istante tua sorella ti sarà più vicina che non ti sia stata da undici anni a questa parte, forse passandoti accanto, spirito leggero e fuggitivo, ella deporrà un bacio sulla tua fronte.
— È permesso? — chiese dal di fuori una voce piena e sonora, ch'era impossibile prendere in isbaglio.
Il Grolli trasalì. — Chi è?
— Sono io, sono il capitano Rodomiti.
E la poderosa persona del marinaio si affacciò alla soglia. Egli aveva sempre la sua pipa in bocca e la sua testa era circonfusa da una nuvola di fumo.
— Se desidera ancora rimaner solo... se non ha letto tutte le carte che le ho lasciate — continuò il capitano, mostrandosi pronto a ritirarsi di nuovo.
— No, no — disse il Grolli, e, vincendo la sua innata timidezza, fece qualche passo verso il suo interlocutore; quindi soggiunse senz'alzare gli occhi: — Ho letto, e innanzi tutto mi lasci dirle che Lei è un cuor generoso.
— Basta — interruppe il colosso — non perdiamoci in complimenti. Noi uomini di mare, quando facciamo una cosa, crediamo di far ciò che c'impone il nostro dovere. La prego invece di accostarsi di nuovo al tavolino... Qui... s'accomodi.
Così dicendo, depose la pipa in un angolo della stanza e si tolse di tasca un piccolo astuccio.
La signora Teresa sospinse adagino l'uscio e cacciò la testa per lo spiraglio.
— Che c'è? — gridò il capitano.
— Niente... mi pareva di sentire odor di bruciato.
Il capitano Rodomiti non potè a meno di lasciarsi sfuggire una vivace esclamazione marinaresca che pose in fuga la signora Teresa; poi chiuse l'uscio per di dentro e tornò dal professore Romualdo.
— Questo — egli ripigliò, consegnandogli l'astuccio — è il medaglione che la signora Elena m'incaricò di portarle.
Vi fu un momento di silenzio. Il dottor Grolli aveva aperto l'astuccio e stava contemplando quel gingillo che aveva attraversato due volte l'Oceano e che gli ricordava sua madre.
— Ed ora — proseguì di lì a poco il capitano — non Le spiaccia esaminare questa nota. È scritta tutta di pugno della signora Natali, e contiene l'elenco delle monete da lei versate nelle mie mani il giorno della mia partenza. In tutto 2100 piastre d'argento, che io convertii qui in franchi 10,674 56, com'Ella vedrà su questo polizzino del cambiavalute. La somma è presso i signori Radice e Lupini, ove andremo a ritirarla più tardi. Lei è il tutore naturale e legittimo di sua nipote; dunque il danaro va pagato a Lei, ed Ella lo impiegherà nel modo che reputerà più sicuro e proficuo per la sua pupilla... Io non debbo e non voglio ingerirmene... Ma adesso, due parole schiette e leali fra noi... A giorni io parto per un lunghissimo viaggio... Vorrei lasciar Genova con la coscienza tranquilla circa all'avvenire della bambina... Anche noi lupi di mare siamo atti ad affezionarci a qualcheduno, e io ho preso a voler bene a questa figlioccia. Accampar diritti non posso: non ne ho; avevo degli obblighi e sto per esserne liberato... Ma con la franchezza del galantuomo che parla ad un altro galantuomo Le dico: l'ufficio che la signora Natali le assegna è grave, assai grave... Colto alla sprovveduta come fu, Ella non può averne ancora misurata tutta l'importanza... Se non si sentisse in grado d'incaricarsi della piccina, vedremmo insieme che cosa si potrà fare... Povera Gilda!... Ci pensi, ci pensi, signor professore.
Il capitano era visibilmente commosso; egli si chinò a raccogliere la sua pipa, l'accese e risollevò intorno a sè una nuvola di fumo.
— Capitano — esclamò il professore, che aveva ripreso i suoi giri per la stanza e che mal dissimulava la sua inquietudine, — prima di tutto, siamo ben sicuri che mia sorella sia morta?
— Non c'è dubbio, signore. Ella era già all'ultimo stadio della consunzione... Questione di giorni, di ore forse... Il corpo era sfatto, signor professore, ma l'anima era sempre d'acciaio... Ho visto pochi uomini andare incontro alla morte come ci andava lei... Ha sorriso persino nel separarsi dalla Gilda.
Il dottor Grolli abbassò il capo e stette muto alcuni secondi; poi disse: — Con la franchezza con cui mi ha interrogato, voglia pure rispondermi... Mia sorella manifestò mai il pensiero ch'io potessi sottrarmi al delicato incarico ch'ella mi affidava con la sua lettera?
— No — rispose il Rodomiti, dopo aver riflettuto un istante. — Una sola volta, io medesimo, lo confesso, le feci intravedere la possibilità d'un suo rifiuto. Ella, che giaceva supina sul suo letto, si alzò faticosamente a sedere, e mi guardò sbigottita, ma la sua fisonomia non tardò a riprendere la sua espressione naturale. Mi tese la mano scarna, con queste parole che non dimenticherò mai: — In ogni caso, capitano, io mi fido di voi... la mia Gilda non sarà gettata sulla strada. — Può fidarsene, signora Natali — io risposi. — Lo sapevo — ella bisbigliò con un sorriso. E tutta racconsolata lasciò ricadere il capo sul guanciale.
— Ebbene, capitano Rodomiti — proruppe il dottore, animandosi a un tratto — prima che su ogni altro, mia sorella aveva fatto assegnamento su me. Io non permetterò ch'ella vi abbia fatto assegnamento invano.
Il capitano si levò la pipa di bocca e la tenne fra le dita sospesa all'altezza della spalla, poi fissò i suoi occhi in quelli del professore, che esprimevano una volontà ferma e risoluta, e gli tese la sua mano bruna e incallita.
— Bravo, professore, Lei mi solleva da un gran pensiero... Mia sorella Teresa avrebbe tenuto volentieri la piccola Natali presso di sè, ma io non sarei stato appieno tranquillo. Teresa ha un cuor d'oro, ma è un po' corta, ha certe fissazioni strane e per troppa affezione si rende molesta... Bravo, professore... Io m'ero ingannato nel giudicarla... Sì, non glielo dissimulo, a prima vista io temevo che Lei avrebbe cercato ogni pretesto per isbarazzarsi di questa nipote che Le piomba addosso dall'America... Avevo sbagliato; tanto meglio... Oh per me, quando sbaglio, lo dico aperto... Venga di qua adesso, signor dottore.
E, aperto l'uscio, invitò il Grolli a passare avanti.
La signora Teresa, appena sentì lo scalpiccìo dei piedi nell'andito, uscì da una stanza e si avvicinò il fratello chiedendogli piano — Hai parlato?
— Ho parlato, ma non se ne fa nulla. Il signor professore vuole la bimba per sè... E noi — egli si affrettò a soggiungere, vedendo ch'ella si disponeva a replicare — non possiamo fare alcuna obbiezione, perchè egli è nel suo pieno diritto.
La donna, che aveva una gran soggezione del suo Tonino, com'ella chiamava il gigantesco fratello, non aperse bocca, e si limitò a congiunger le mani e a tentennare il capo con aria malcontenta. — È già vestita — ella disse poi, mettendo il piede sopra una favilla sprigionatasi dalla pipa del capitano e caduta sul pavimento.
Sotto questi auspizi il professor Grolli fu presentato alla Gilda col vezzeggiativo di zio Aldo. La fanciulla era bruna, ricciuta, aveva due occhi color nocciuola pieni di vita e d'intelligenza, membra snelle, giuste, aggraziate, statura piuttosto alta per l'età sua. È forza riconoscere ch'ella mostrò di gradir poco la presentazione. Infatti, quando lo zio Aldo tentò di prenderla in braccio, ella si scontorse e si mise a strillare in modo che gli convenne deporla subito in terra, e quando lo zio Aldo, che aveva disimparato i baci da un pezzo, si chinò a baciarla, ella tornò a piangere al contatto della sua ispida barba. Onde il professore si perdette d'animo, e la signora Teresa dichiarò al fratello che mai e poi mai la Gilda si sarebbe acconciata ad andarsene con quel porcospino. Il capitano Rodomiti, vista la difficoltà della situazione, volle rimaner solo con la bimba, che lo chiamava abusivamente zio Tonino e che nei due mesi e mezzo passati a bordo della Lisa non gli aveva disobbedito una sola volta; se la fece sedere sulle ginocchia, quindi se la portò sulla spalla destra tenendola ritta, tantochè ella potesse toccare il soffitto colle sue manine, la condusse in giro per la stanza in questa posizione eminente, le raccontò alcune storielle, e le promise di raccontargliene dell'altre la sera, purchè fosse buona e si lasciasse prendere in braccio e baciare dallo zio Aldo. Così quando la Gilda ricomparve insieme col capitano, ella era di umore assai più mansueto, e respinse meno violentemente le carezze abbastanza impacciate dello zio.
VI.
Il dì seguente, nelle prime ore del pomeriggio, fra i tanti fiacres che percorrevano le vie di Genova diretti alla stazione, ce n'era uno aggravato dal peso formidabile del capitano Rodomiti, e da quello assai più tenue del dottore Romualdo e della piccola Gilda. Il capitano dondolava la bimba sulle sue ginocchia cingendole con un braccio la personcina elegante, mentre con la mano che gli restava libera sosteneva la sua pipa di maiolica, da cui si alzava una colonna di fumo ancora più densa dell'ordinario. Quanto al professore, si sarebbe detto ch'egli studiava un problema di matematica. E invero, ciò ch'egli studiava in quel momento era per lui ben più difficile d'un problema di matematica. Si trattava di apprendere l'arte di addomesticare la Gilda Natali come il capitano era riuscito ad addomesticarla, e l'occhio del Grolli passava dal Rodomiti alla fanciulla e dalla fanciulla al Rodomiti, tentando di coglier la formula d'una situazione così delicata. Ahimè, nè la geometria superiore, nè l'algebra offrivano la soluzione dell'arduo quesito; e il libro dei logaritmi saputo a memoria giovava assai meno allo scopo di quello che non gioverebbe il libretto dell'Attila a far comprendere la questione d'Oriente. Onde il professore sudava freddo pensando che, una volta salito in ferrovia, egli si sarebbe trovato alle prese con difficoltà assai maggiori di quelle incontrate fino allora nella sua vita tutta studio e raccoglimento. Dal canto suo il capitano pareva molto più occupato della bambina che di colui il quale doveva succedergli nell'averne cura. Egli ravvolgeva le dita nei folti e ricciuti capelli di lei, le sfiorava carezzevolmente col dorso della mano la guancia, e la guardava con occhi inteneriti attraverso le nuvole di fumo svolgentisi intorno alla sua pipa. Dinnanzi a un confettiere, egli fece fermar la carrozza. Scese con la Gilda, entrò nel negozio e comprò alcuni frutti canditi, ne diede uno alla bimba e affidò gli altri al professore perchè li portasse seco in vagone e li distribuisse con parsimonia alla sua compagna nei momenti scabrosi. Alla stazione il capitano s'incaricò egli stesso di consegnare il bagaglio della fanciulla; poi scelse pei due viaggiatori una buona carrozza di seconda classe ancora vuota, ve li fece salire e, ritto dinnanzi allo sportello con un piede sul montatoio, formò un argine insuperabile a tutti quelli che avrebbero voluto entrare nel compartimento. Quando lo sportello fu chiuso dal conduttore, il Rodomiti mise sul montatoio anche l'altro piede e introducendo la testa nel vano del finestrino continuò a mantenersi in comunicazione col professore e con la Gilda, sulla cui fronte principiavano ad addensarsi certe grosse nubi foriere della tempesta. Infine, allorchè la parola pronti fu ripetuta da un capo all'altro del convoglio e la macchina mise il suo fischio, egli baciò di nuovo la bambina, strinse vigorosamente la mano del Grolli, e calatosi a terra, se ne stette immobile a veder sfilarsi davanti i vagoni. Quando avrebbe riabbracciato la sua figlioccia? S'era avvezzo ormai alla compagnia della gentile creatura, per quasi tre mesi l'aveva avuta ai fianchi a tutte le ore, l'aveva tenuta a dormire nella sua cabina, l'aveva addomesticata allo spettacolo del mare in tempesta, del cielo scuro e iracondo, s'era avvezzato a vestirla, a spogliarla, a metterla a letto, e adesso gli toccava lasciarla forse per sempre. — A rivederci tra qualche anno — egli aveva detto nell'accommiatarsi dal professore; ma chi sa che cosa sarebbe accaduto fra qualche anno? Intanto fra pochi giorni egli salpava per le Indie, e la Gilda avrebbe un bel chiamare lo zio Tonino!
Con questi pensieri lo zio Tonino si allontanava dalla stazione, e fosse il fumo della pipa o altro che gli dèsse molestia, fatto si è ch'egli dovette passarsi più volte la manica del vestito sugli occhi.
Mentre il capitano Rodomiti si affannava nelle angustie dell'avvenire, il professore Romualdo era in mezzo alle tribolazioni del presente. Fino all'ultimo momento la Gilda era fissa nell'idea che lo zio Tonino sarebbe partito con lei, e aveva creduto ch'egli scherzasse dicendole il contrario. Ma quando il convoglio si mise in moto, ed ella vide che il capitano restava davvero alla stazione, non ebbe ritegno alcuno nell'urlare e nel piangere. Il meschino professore non sapeva più a che santi votarsi, e girava intorno certi occhi smarriti come se dovesse capitargli un aiuto di sotto i sedili. Invano ricorreva alle preghiere, alle minacce, alle frutta candite lasciategli dal capitano; preghiere e minacce non valevano a nulla, e le frutta candite venivano dalla terribile Gilda tramutate in proiettili ch'ella slanciava a tutti gli angoli della carrozza. Ah se il nostro Romualdo avesse potuto dire al macchinista come si dice a un cocchiere — Torniamo indietro! — Se avesse potuto almeno riconsigliarsi col capitano Rodomiti, prender da lui una nuova lezione sul modus tenendi con questa indomabile nipote! Doveva proprio capitare a lui! A lui che non dimandava se non che di vivere tranquillo in mezzo alle equazioni di terzo grado e alle storte del suo laboratorio! Così si giunse alla prima stazione, ed il professore stava raccogliendo da terra gli avanzi della battaglia, quando lo sportello si spalancò e il conduttore introdusse nella carrozza una famiglia di sei persone, che vennero ad occupare tutti i posti disponibili. Il professore, colto di sorpresa, ebbe appena tempo di mettersi ritto e di tirar da una parte la recalcitrante fanciulla, ma non potè impedire ad una grossa e rispettabile matrona di sedersi sopra un mandarino, il quale scoppiò come una granata e abbellì di non previsti ornamenti il vestito della signora. Onde i richiami e le lagnanze dei compagni di viaggio vennero ad aggiungersi alle altre allegrezze dell'infelicissimo Grolli. In quanto alla Gilda, seppure di tratto in tratto ella si distraeva guardando fuori della finestra gli alberi e le case, questi lucidi intervalli duravano poco, e ogni pretesto bastava a rimetterla sul piede di guerra. Allora le si manifestavano tutti i bisogni fisici e morali del mondo. Pareva aver più sete dei Crociati sotto Gerusalemme, più fame dei figli del conte Ugolino, più necessità di locomozione di un condannato da dieci anni al carcere cellulare. Quando poi, nelle brevi fermate, il povero Romualdo chiamava il caffettiere della stazione per offrire alla bisbetica sua pupilla una limonata o una cialda, o quando egli le proponeva di condurla a far quattro passi sotto la tettoia, ella rispondeva con uno sdegnoso rifiuto, salvo a ridomandare, appena il convoglio era in movimento, ciò che ormai non poteva più ottenere. Intanto alle varie stazioni qualche viaggiatore scendeva, qualche altro saliva, e la compagnia andava mutandosi continuamente. Ma per quante mutazioni accadessero, il professore non vedeva intorno a sè che volti ostili, non sentiva che un mormorio poco lusinghiero per lui. La bimba destava affetti diversi a seconda dell'indole più o meno tollerante, più o meno amorevole dei passeggeri, ma l'esotico personaggio che la accompagnava non riusciva simpatico a nessuno. Chi lo trovava troppo severo e chi troppo indulgente; ma tutti convenivano nell'attribuire a lui solo l'inquietudine della piccina. E se il professore tentava di conciliarsi il gruppo delle anime pietose con qualche carezza alla Gilda, egli vedeva oscurarsi maggiormente i volti delle persone rigide e gravi, e, se in omaggio a queste accennava, a voler inaugurare un regime di repressione, i viaggiatori di pasta molle sembravano voler mangiarlo cogli occhi.
Persino un uomo serio, calvo, impettito, che per lungo tempo aveva conservato la più stretta neutralità, ad un certo punto, ritirando un lembo del suo soprabito su cui la fanciulla aveva creduto opportuno di mettere i piedi, sentenziò gravemente: — Quando non si sa tenere i bimbi, si lasciano a casa.
Già! Come se il professore si trovasse a sì mal partito per sua propria elezione.
Sull'imbrunire, la Gilda prese sonno, e vi fu un po' di tregua. Il riposo del corpo ridonò la serenità anche all'espressione del viso della fanciulla. Il demonio era cambiato in cherubino.
— Ma se è un angiolo... Basta guardarla — disse con voce commossa una signora sentimentale, rivolgendosi al marito.
— A rivederci quando si sveglia.
— Che?... Coi bimbi è questione di tatto... Me ne intendo, io...
— Quel signore deve intendersene pochino...
— Quello non è un uomo, è un orso... È bella davvero la bimba, sai... Che capelli! Con quei ricciolini intorno alla fronte.... E quella manina che le penzola da un lato... Cara... Se ci fosse uno scultore... Oh! Ma tira del vento... Signore, dico... signore!
Il Grolli stentò molto ad accorgersi che questo appello era indirizzato a lui.
Quando ne fu sicuro, volse gli occhi da quella parte, ripose in tasca frettolosamente un fazzoletto turchino col quale si era asciugato la fronte, e stette immobile ad attendere i responsi della nuova interlocutrice.
— Scusi, sa, non potrebbe chiuder la finestra? La bimba è tutta sudata... Si fa così presto a buscarsi un malanno!
E il professore, arrossendo di non averci pensato lui, si affrettò a seguire il consiglio della persona prudente.
Certo, se il professore fosse stato espansivo, se avesse spiegato la vera condizione delle cose, e come si trovasse lì in quel momento con quella bambina al fianco, egli avrebbe disarmato in parte i giudizi sfavorevoli sul conto suo. Ma il Grolli non era uomo da perdersi in chiacchiere, e aveva già fatto uno sforzo superiore ai suoi mezzi rispondendo con monosillabi alle domande che gli erano rivolte. Estenuato dalla fatica, egli non si curava punto di modificare l'opinione pubblica a suo riguardo; pensassero ciò che loro piaceva, in quanto a lui desiderava una cosa sola: che la sua tumultuosa nipote dormisse almeno ventiquattr'ore, tanto da permettergli di riprender fiato. In verità, pel momento, egli non sapeva se augurarsi o temere la fine del viaggio. Egli avrebbe ben volentieri portata di peso la Gilda sulle sue braccia dal vagone fino ad un fiacre, pur ch'ella non si fosse destata, ma era sperabile ch'ella avesse un sonno così profondo? E chi sa che strepito allo svegliarsi!... All'idea di attraversare la stazione in compagnia di una bimba strillante, gli venivano i brividi della febbre.
Prima che finisse il viaggio, la Gilda si risentì più volte mostrando chiaramente che il riposo poteva ristorare le sue membra, ma non acquetava punto i suoi umori ribelli. Al momento di scendere, per buona ventura ella dormiva. Il professore, con un impeto disperato, la prese in collo, saltò già dalla carrozza, e tenendo i biglietti della ferrovia fra i denti, l'ombrello nella posizione d'un fucila a spall'arm, e la sacchetta infilata all'ombrello in modo che venisse a battergli sulla schiena, si avviò di corsa verso l'uscita della stazione.
Pure il suo eroismo poco gli valse; chè la piccina aperse gli occhi mentre ch'egli era ancora sotto la tettoia, e si mise a strillare e ad agitare braccia e gambe come un'ossessa. E quasi lo facesse apposta, strillò e si dimenò più che mai davanti a due studenti dell'Università, i quali erano venuti lì ad aspettare qualcheduno, e senza questo strepito non si sarebbero forse nemmeno accorti del passaggio del dottor Romualdo.
— Guarda — gridarono i giovinetti ad una voce. — Il professor Grolli!
— Santo cielo! — soggiunse l'uno dei due. — Pare abbia rubato una bimba... Come corre!
— E l'altra, come strilla!
— Buona sera, signor professore — gridò il primo, ch'era anche il più birichino.
Il signor professore si lasciò scappare un grugnito e tirò innanzi nella sua via. Appena fuori della stazione, entrò in una carrozza ch'era già occupata e dovette scenderne; poi salì in un'altra, ne chiuse lo sportello, ne abbassò le cortine, e ordinò al cocchiere di condurlo quanto più presto potesse alla sua abitazione.
Il cocchiere frustò il cavallo; le grida della fanciulla si dileguarono in lontananza.
Gli studenti si guardarono in faccia e proruppero in un riso sgangherato.
— Il ratto di Proserpina — osservò uno d'essi. E declamò il famoso sonetto:
Diè un alto strido, gittò i fiori, e volta, ecc., ecc., ecc.
VII.
La mattina del memorabile telegramma, la signora Dorotea, dopo esser risalita al suo quarto piano, sentì il bisogno di ridiscenderne ancora e di visitare parecchie conoscenti, nel cui animo poter versare le sue pene. A ciascuna di queste dilettissime amiche ella narrò in segreto la cosa, e a ciascuna raccomandò di non far chiacchiere, come aveva raccomandato prima alla portinaia. In questo suo viaggio circolare ella raccolse i più disparati consigli, e tornò a casa che aveva il capo come un cestone. Chi le aveva detto bianco e chi nero, chi le aveva suggerito di aprir subito le ostilità, e chi di temporeggiare. I varii partiti battagliavano fieramente nel cuore della signora Dorotea, e nel suo turbamento ella lasciava scivolar più spesso del consueto la sua mantellina giù dalle spalle, e discorreva da sè sola con grande meraviglia di quanti la incontravano per via. — Sì, farò conto di non aver nemmeno ricevuto il dispaccio. — No, starò a vedere... — Che sconvenienza! — Se fosse sua figlia! — È impossibile. — Si tratterà di una notte...
Alla lunga, prevalsero le idee più miti. C'era poi ragione di prender le cose sulla punta della spada? Era giusto di non far trovare un brodo ed un letto pronto ad una creaturina di quattr'anni, che sarebbe mezza morta di fame e di stanchezza? La signora Dorotea ripensò a trent'anni addietro, quando per due settimane ella pure aveva sorriso a una piccola cuna rimasta vuota, ahi, troppo presto; ella ripensò all'amore che il suo defunto Agesilao portava ai fanciulli, onde, nei giorni di festa, amava recarsi a passeggiare ai giardini ed era lieto dell'allegria dei monelli, che, a sciami, gli volteggiavano intorno. Ottimo Agesilao! Quando non parlava alla moglie d'iscrizioni ipotecarie, le parlava di bimbi, e le diceva ch'ella era una buona a nulla perchè non gliene aveva riempito la casa. — Agesilao, Agesilao — ammoniva la savia femmina — hai quattro lire al giorno e si campa a fatica noi due; prega il cielo piuttosto che la famiglia rimanga lì. — Ma Agesilao non mutava opinione... Ah! ottimo funzionario, ottimo marito! Nessuno saprà tener come lui il protocollo di un ufficio d'ipoteche, nessuno colmerà il vuoto da lui lasciato nel cuore della signora Dorotea... E adesso, dopo più di tre lustri dacchè egli riposava nel cimitero, la sua onesta figura riusciva ancora a calmare gli sdegni della nervosa vedovella.
— Bah! — concluse la signora Dorotea — sarà per una notte.
Fatta questa consolante riflessione, la signora Salsiccini ordinò alla serva, che era una ragazza mezzo idiota del contado, di preparare su quattro seggiole accostate le une alle altre un letticciuolo per l'ospite sconosciuta, nel luogo di sbarazzo attiguo alla camera del dottor Romualdo; quindi estrasse dalla credenza un vasetto di conserva Liebig, si recò in cucina, e pose opera alla preparazione di un brodo sostanzioso, nel quale fece bollire un pugno di paste di Napoli. I gatti Mao e Meo, non usi a veder due volte in un giorno la pentola al fuoco, alzarono ripetutamente il muso in tono interrogativo, e vennero a fregarsi alle vesti della loro padrona, distraendola dal suo delicato ufficio con qualche discapito del brodo, che prese un leggiero odor di bruciato.
La signora Dorotea, poichè una debolezza ne tira dietro un'altra, considerò che anche il professore poteva aver bisogno di qualche cosa; e mandò in segretezza a prendere un quintino di vino bianco e un'oncia di formaggio stracchino che dispose acconciamente sopra la tavola apparecchiata. Dopo di ciò lasciò andar a letto la serva, la cui presenza era affatto inutile, e stette ad aspettar l'arrivo della corsa.
La prima impressione della signora Dorotea, allorchè le comparve davanti il suo pigionale con la Gilda in braccio, fu l'impressione medesima provata dai due studenti: che questa bimba egli l'avesse rubata. Certo l'idea stravagante non poteva aver presa in lei, come non l'aveva avuta nei due giovinotti; ma essa bastò ad esacerbarla di nuovo e a farle assumere un aspetto cupo e sospettoso.
E appena il professore ebbe deposto in terra il suo fardello, ella cominciò: — Mi spiegherà, poi...
— Non ho tempo, non ho tempo — rispose il nostro Romualdo, afferrando pel vestito la sua pupilla, che manifestava una gran voglia di rotolarsi sul pavimento.
Allora la signora Dorotea precedette in silenzio nel salottino i nuovi arrivati, depose la candela sulla tavola, ove c'era la minestra già scodellata, e si avviò verso l'uscio con dignità di regina.
— Il letto è fatto — ella disse senza voltarsi, quando fu sulla soglia. Indi si dileguò.
Ma innanzi che passassero cinque minuti, i suoi migliori istinti l'avevano ricondotta in salotto, ove il professore continuava a dibattersi in mezzo a smisurate difficoltà.
— Si può dar di peggio? — gridò entrando la signora Dorotea, che voleva dissimulare la sua condiscendenza con le apparenze della severità. — Si può dar di peggio? Non finirà mai questa musica?
— Ma se non c'è caso di farla mangiare — esclamò il professore desolato.
— Madonna mia! Come vuol che mangi se non le mette un paio di guanciali sulla sedia tantochè ella arrivi alla tavola?... Così... andiamo... Su, bimba, sta' composta... Già capisco.. il cucchiaio è troppo grande per la tua manina... Proviamo in questa maniera... Oh, va bene adesso... È buona la pappa, non è vero?... Come ti chiami?
— Gilda — rispose la fanciulla tra un boccone e l'altro.
Il dottore Romualdo guardò la sua padrona di casa con l'espressione della più grande maraviglia.
— Che ha, professore?... Gilda? Un bel nome, cara... Via, professore... non se ne stia lì impalato... Faccia qualche cosa... Annodi il tovagliolo intorno al collo della piccina... Oh, ma non sa far nemmen questo! E dicono che Lei è un brav'uomo... In questo modo si fa... E se è lecito — chiese la signora Dorotea, mentre dava l'ultima cucchiaiata alla Gilda — quando vengono a prenderla?
— A prender chi?
— La bimba...
— Nessuno deve venirla a prendere!
— Come!... Vuol tenerla seco?
— Per ora, almeno... È mia nipote.
— Uhm! — borbottò la signora Dorotea, deponendo il cucchiaio sul piatto e slacciando lentamente il tovagliolo della fanciulla. — In ogni caso cercherà un altro quartiere...
— Signora Dorotea, dopo tanti anni... Credevo che ci si potesse accomodare, beninteso facendo altri patti.
— Son vecchia, io, ho bisogno della mia quiete... Se avessi potuto immaginarmi che a Lei capitavano le nipoti dalle nuvole, si figuri se Le avrei appigionato le stanze... Basta, basta, l'aiuterò io stessa a trovarsi un appartamento che Le convenga... Lei è un dotto... per queste cose, si sa, non è fatto... Ma pensi intanto a coricar quella creatura. Non vede che non si regge più dal sonno?... Oh, se non c'ero io, la cadeva proprio dalla sedia... E vuol tenersi le nipoti in casa, Lei?... Qua, qua, piccina... Chiude già gli occhi... Orsù, per questa sera gliela metterò in letto io... Per questa sera, ben inteso... Ci preceda Lei, con la candela... Così...
La signora Dorotea portò la Gilda nella camera che le era destinata, e si accinse a svestirla. — E la non ha nemmeno uno straccio di suo? — ella domandò, guardandosi attorno.
A questa interrogazione il professore si picchiò la fronte, poi si frugò nel taschino del panciotto, e ne estrasse la ricevuta del bagaglio.
— Si è dimenticato di ritirare i bauli?... Era da immaginarselo... Che vuol fare, adesso?... Bisogna aspettare fino a domattina... Dia qui la ricevuta... Intanto le lasceremo la biancheria che ha in dosso... Come dorme!... Scommetto che tirerà innanzi così per dodici ore...
— Grazie, signora Dorotea — si arrischiò a dire il professore.
— Non mi ringrazi — saltò su la vedova. — Se non fosse stato che per Lei... Mi faceva compassione questa innocente... Sua nipote o no, ella non ne ha colpa...
— Ma, signora Dorotea, che cosa crede?
— Io?... Non credo nulla, io... Del resto, son ciarle inutili. Sulla sua scrivania troverà una lettera e un giornale arrivati durante la sua assenza... Buona notte.
Il dottor Romualdo rimase solo con la Gilda, che dormiva tranquilla nel suo letticciolo. Ella aveva passato un braccio bianco e tornito sotto la testa ricciuta; il suo piccolo petto si alzava e abbassava alternamente con un moto regolare; il suo lieve respiro si sentiva appena nella camera; le sue guance si erano tinte del più bel colore di rosa!
— Ma! — sospirò il professor Grolli, prendendo il lume e allontanandosi in punta di piedi. — Se fosse stata così in ferrovia!
Rientrato nella sua stanza, il professore trovò sotto un calcafogli il giornale e la lettera di cui gli aveva parlato la signora Dorotea. Mise da parte il giornale senza lacerarne nemmeno la fascia, e prese invece in mano la lettera, che portava una infinità di bolli postali e veniva da Montevideo. Romualdo sentì una trafittura al cuore. Aperse la busta, spiegò il foglio e guardò la firma che gli riuscì affatto nuova. Erano poche righe in italiano, concepite così:
«Egregio signore,
«In omaggio alle ultime volontà della signora Elena Natali di b. m., adempio al penoso ufficio di trasmettere a V. S. una copia dell'atto di decesso della detta signora. Quantunque la morte sia avvenuta da parecchi giorni, questa copia non potè aversi che oggi.
«Con stima, ecc., ecc.»
Il documento a cui questa lettera accennava era scritto in lingua spagnuola, e le firme delle autorità locali erano autenticate dal console italiano a Montevideo.
Per anni ed anni il dottor Romualdo, immerso nei suoi studi, non aveva mai rivolto il pensiero a questa sorella, che, mentr'egli era ancora fanciullo, era fuggita oltre l'Oceano. Essa era estinta per lui. Per la prima e per l'ultima volta durante questo lungo periodo egli ne aveva, tre giorni addietro, rivisto i caratteri. Ella gli scriveva che stava per morire, e morendo gli affidava sua figlia. La fredda lettera ch'era adesso aperta dinnanzi a lui, vergata da mano estrania, non poteva nè ferirlo in un affetto vivo, nè destargli alcuna sorpresa. Eppure, singolare a dirsi, il Grolli ne fu commosso più ancora che non fosse stato dalla lunga epistola di sua sorella. Ogni dubbio oramai era tolto; Elena non respirava più. C'era oramai tra loro due un abisso più profondo, uno spazio più vasto di tutto l'Atlantico. Sventurata Elena! Per quanto, rivolgendo indietro lo sguardo, egli cercasse di raffigurarsene la fisonomia, non gli riusciva di arrestarne l'immagine; sapeva solo ch'ella era stata assai bella e assai infelice.
Il professore tentò distrarsi, gettò gli occhi sulla Memoria che aveva interrotta al momento della sua partenza per Genova, e fece tutto il possibile per convincersi di nuovo che la formula x=sen ysen α era un amore di formula. Ma non vi riuscì. Fra una lettera e l'altra si cacciava l'insolita e mesta visione d'un cimitero di là dall'Oceano, ove sotto un'umile croce, non rallegrata da fiori, non consolata da pianto, dormiva una creatura del suo sangue.
Si accostò pian piano all'uscio che metteva al camerino della piccola Gilda, e tese l'orecchio. Silenzio profondo. Nulla turbava i sonni dell'orfanella, di cui egli doveva essere oramai la difesa e la guida.
VIII.
Se la nipote dormiva, lo zio invece andava rivoltandosi nelle coltri senza pigliar sonno. Da tutte le parti vedeva la via seminata di triboli e di difficoltà senza fine. Agli impicci gravissimi che gli avrebbe recati la fanciulla s'aggiungevano quelli del dover cercarsi un altro nido, e abbandonare il laboratorio ov'egli aveva con tanto amore fatti costruire i suoi fornelli e collocate le sue storte sui ruderi di una vecchia cucina caduta in disuso. Oh poveri i suoi studi, poveri i suoi esperimenti! Quando mai avrebbe trovata la calma così necessaria al pensiero? Quando avrebbe trovato la sicurezza di mano e la serenità di spirito indispensabili a misurare le dosi degli acidi e dei sali che dovevano combinarsi insieme sotto i suoi occhi? Ahimè! Ahimè! Romualdo Grolli, l'uomo di scienza, il futuro titolare della Cattedra di matematica d'una cospicua Università, era bell'e spacciato. Non restava più che un Romualdo Grolli tutore di una pupilla bisbetica, una specie di Belisario vagante per la città alla ricerca di camere ammobiliate.
Tormentato da questi pensieri che non gli lasciavano trovar requie, il dottor Romualdo si alzò per tempissimo, e appena infilati i calzoni entrò nel suo laboratorio, sospinse l'usciuolo della cameretta attigua e cacciò la testa attraverso lo spiraglio per veder se la Gilda dormiva ancora. E la Gilda dormiva infatti, e i primi raggi del sole, entrando nella stanza tra le stecche delle persiane, venivano a lambire un suo piedino di rosa che spuntava da un lembo della coperta.
Mentre il dottore contemplava questo spettacolo nuovo per lui, l'uscio che dal luogo di sbarazzo metteva al cosidetto salotto da ricevimento si aperse adagino e si richiuse in gran fretta. Non così però, che il dottor Romualdo non ravvisasse la persona che lo aveva aperto e richiuso. Quella persona non era nè più nè meno che la signora Dorotea. Sebbene il Grolli fosse quasi certo di ciò, volle togliersi ogni dubbio, attraversò lo stanzino e fu tosto nel salotto, ove colse la sua padrona di casa in piena ritirata.
La signora Dorotea aveva una veste sciolta, il viso cosparso di cipria, le rade ciocche dei capelli involte in ricciolini di carta. In questo abbigliamento affatto mattiniero, la signora Dorotea non aveva la più lontana rassomiglianza con la Venere dei Medici.
— Signora Dorotea! — esclamò il professore.
La buona donna sentì il bisogno di spiegare il suo apparente spionaggio, e stringendosi con la mano la veste sul petto, si voltò verso il suo inquilino.
— Ero venuta a vedere se la bimba dormiva ancora — ella disse.
Il dottor Romualdo, visto l'atto pudico della signora Dorotea, stimò opportuno di passare nell'occhiello il bottone della camicia; quindi rispose: — Sì, dorme ancora.
La signora Salsiccini tentennò il capo, e parve voler cominciare una frase che finisse con una interiezione. Si appigliò invece ad un punto interrogativo. — Dunque la fanciulla è sua nipote?
— Già... mia nipote — replicò il professore, dopo un momento di distrazione.
— Curiosa! Non sapevo che il professore avesse fratelli.
Le guance del nostro Romualdo si colorarono vivamente. — Avevo una sorella, che è morta — egli disse con uno sforzo.
— E il padre della bimba?
— Morto anche lui!
— Povera creatura! — esclamò la signora Dorotea, congiungendo le mani e abbandonando quindi l'atteggiamento verecondo che correggeva il disordine della sua toilette.
Il dottor Romualdo guardò pudicamente da un'altra parte e sospirò: — Ma!
— Creda pure — riprese la signora Dorotea, e non pareva più la medesima donna che il giorno prima s'era mostrata tanto inviperita col suo pigionale — creda pure, signor professore, se fossi più giovane, se avessi un quartiere meno ristretto, vorrei continuare ad alloggiarli io, vorrei attendere io alla bambina. Ma come si fa?... È impossibile... proprio impossibile.
Il professore chinò la testa con aria rassegnata.
— Intanto non si dia fretta — seguitò l'altra — c'è tempo... Penseremo insieme... vedremo... Ho qualche cosa in vista... E adesso non si affanni per la fanciulla... vada nel suo studio, Lei... starò attenta io stessa quando si sveglia... la vestirò io...
A questo punto la signora Dorotea si accorse che le conveniva principiare col vestir sè medesima, e scomparve prima che il professore potesse ringraziarla.
Il professore seguì il consiglio della sua padrona di casa, e tornò nella sua camera alquanto rinfrancato. E invero per pochi minuti egli riuscì ad immergersi nelle sue formule, e vide con soddisfazione gli a + b e i b + a sgorgare spontanei dalla sua penna; ma ad un punto la penna gli si arrestò, i pensieri algebrici gli si confusero ed egli dovette alzarsi dalla seggiola e dare un'occhiata nel gabinetto della sua pupilla.
— Son qua io — disse a mezza voce la signora Dorotea che lavorava di calze vicino al letto della Gilda, ancora addormentata. — Studii, studii... Ho mandato già pel bagaglio... Anzi, mi dia le chiavi.
Il professore obbedì; poi si rimise al lavoro e trovò, continuando nello svolgimento della sua tesi, che a h è uguale a z, ciocchè gli diede infinito conforto, come lo darà certamente ai lettori. Quindi, per distrarsi, egli passò nel suo laboratorio, i cui fornelli erano spenti da circa una settimana, rivide le sue storte che parevano invitarlo a metterle in opera, rivide chiusa in un vasetto di cristallo una sostanza organica di cui egli aveva dieci giorni addietro intrapreso l'analisi, e pensò di ricominciare la delicatissima operazione.
Allorchè egli uscì dal gabinetto, la Gilda, già pettinata e vestita, si trovava nel salotto da pranzo, guardando a bocca aperta una infinità di oggetti di sua conoscenza che la signora Dorotea tirava fuori da una cassa appena giunta. Ma la curiosità benevola della fanciulla si mutò in entusiasmo quand'ella vide emergere dalla cassa una piccola bambola ornata da capo a piedi con la più sfarzosa eleganza: cappellino di seta verde con nastri rossi; corpetto giallo; sottana azzurra; scarpine di raso bianco con una rosetta vermiglia nel mezzo. Ella le saltò addosso come a una vecchia amica, la prese di mano alla signora Dorotea, la baciò in fronte e la chiamò più volte col nome di Mimi. Questo nome le era stato imposto, quando, ancora ignuda e disadorna, giaceva lunghe ore sul letto della signora Elena, che, nei momenti in cui il suo male rimetteva alquanto della sua intensità, lavorava ella stessa ad acconciarla, promettendosi di farne un dì un regalo alla figlia. Poi la bambola era scomparsa, e avendone la Gilda chiesto conto alla madre, questa le aveva risposto: — Sta' tranquilla, che presto o tardi l'avrai.
Intanto la bimba era stata condotta via dal capitano Rodomiti, e per compagna di viaggio ella aveva avuto una pupattola assai più modesta, che s'era rotta prestissimo e aveva finito i suoi giorni nell'Oceano. Nè questa era la sola sorpresa riserbata alla Gilda, poichè si trovarono nella cassa anche due palle elastiche di guttaperca, alcune microscopiche stoviglie di stagno, e un agnello che, opportunamente caricato, apriva la bocca e belava.
Nè certo le previdenze della signora Natali si erano fermate ai balocchi di sua figlia. Era un corredo piccolo, ma compito, quello ch'ella aveva fatto riporre nella cassa e di cui ella aveva steso di proprio pugno l'inventario negli ultimi giorni che precedettero la partenza della fanciulla. A veder quel documento s'indovinavano le sofferenze del corpo e dell'anima della povera donna, tanto la scrittura ne era incerta e confusa. In un punto ella aveva interrotto il suo lavoro, perchè uno spasimo fitto l'aveva colta; in un altro le era stato forza di sospenderlo, perchè le lagrime le avevano fatto velo agli occhi.
La signora Dorotea, sciorinata ch'ebbe la roba sopra una tavola, inforcò le sue grosse lenti e prese in mano l'inventario, verificando ogni cosa. Tutto era in pieno ordine, e la signora Salsiccini, da buona massaia, non potè a meno di ripetere più volte: — La sorella del signor professore deve essere stata una gran brava donna; proprio una donna a modo.
Intanto la Gilda, che aveva già la sua dose di vanità, di tratto in tratto abbandonava la sua bambola dal cappello verde, il suo agnello belante, la sua cucina di stagno, e veniva a pavoneggiarsi davanti a quella biancheria e a quei vestitini che ella sapeva esser suoi. Naturalmente non era tutta roba nuova, ed ella riconosceva ora un nastro, ora una sottana, ora una cintura che aveva portato quand'era in casa. Talvolta le si destavano in mente altri ricordi. Quell'abito bigio coi fioretti celesti ella non lo aveva mai indossato, ma ne aveva visto uno dell'identica stoffa intorno a sua madre. E allora quella parola che i bambini pronunciano prima di tutte, e che solo una grande sventura può far loro disimparare — mamma — veniva sui suoi labbretti di corallo. — La mamma — ella diceva, alzando verso la signora Dorotea e verso lo zio Aldo i suoi occhi belli ed intelligenti e toccando l'abito bigio col suo piccolo dito. E poi si guardava intorno come se un uscio dovesse aprirsi e la sua mamma correrle incontro. No, povera Gilda, la tua mamma non la vedrai più.
Poco prima delle dieci il dottore Romualdo si accorse che si avvicinava l'ora della sua lezione. Egli uscì di casa frettoloso, e dopo esser passato in un negozio a farsi mettere il bruno al cappello, si avviò all'Università, tutto confuso in anticipazione pensando alle mille domande che gli sarebbero indirizzate e alle spiegazioni che dovrebbe dare.
E infatti egli non tardò ad avvedersi che l'incidente della notte scorsa aveva avuto un'eco nelle severe aule della scienza. Poichè, appena il suo arrivo fu notato dagli studenti sparsi nel cortile e sotto i portici in attesa del suono della campana, essi si affollarono sul suo passaggio con un bisbiglio simile al ronzìo d'uno sciame d'api. Ma la vista del cappello abbrunato del professore disarmò i loro sarcasmi. Anche il rettore, a cui il Grolli si presentò subito, pareva sulle prime esser disposto alla celia, ma anch'egli se ne astenne quando avvertì il segno di lutto e disse con accento di simpatia: — Vedo con dispiacere che Lei fu colpito da qualche sventura domestica.
Allora il dottor Romualdo, così taciturno, così riservato per indole, dovè raccontare ciò che gli era accaduto.
— Casi della vita — osservò gravemente il rettore, che non aveva scritto per nulla un libro di psicologia sperimentale. — Casi della vita — egli ripetè, offrendo una presa di tabacco al giovane scienziato.
La lezione procedette senza peripezie.
I giovani stettero quieti secondo l'usato, e il Grolli notò con singolare compiacenza che le inattese vicende dei giorni scorsi non avevano potuto ottenebrare in alcuna guisa la limpidezza del suo criterio matematico. Seppur nel più bello di una dimostrazione il visino della Gilda si affacciava al suo pensiero nel mezzo di un triangolo isoscele o scaleno, egli andava acquistando man mano la usata sicurezza, talchè gli studenti non se ne accorgevano e i rapporti degli angoli fra loro rimanevano inalterati.
Così egli uscì della scuola con animo più tranquillo, e volse le cure ad altro importantissimo ufficio, a quello cioè di collocare a frutto i danari della Gilda.
Egli era ormai deciso di non toccar quella somma in alcun modo, ma di lasciarla ingrossarsi cogli interessi a formar la dote della fanciulla. Per quanto egli vivesse fuori del mondo, gli era pur giunta all'orecchio questa grande verità, che le femmine senza dote stentano a maritarsi. All'educazione, al mantenimento della sua pupilla avrebbe provveduto egli stesso. Il suo stipendio di assistente era piccolo, ma egli lo arrotondava un po', collaborando in qualche Rivista scientifica e prestando l'opera sua per qualche analisi chimica. In tre anni dacchè aveva una posizione, s'era messo da parte millecinquecento lire: erano dunque cinquecento lire all'anno ch'egli poteva spender di più, e le avrebbe spese per la Gilda. Certo, con questa piccola somma non gli era dato far miracoli, ma possibile che non gli venisse presto la nomina a professore! Il dottore Romualdo avvertì per la prima volta nel suo animo un sentimento poco nobile e generoso, tanto è vero che spesso il male germoglia dal bene, come il bene dal male. Egli pensò che il titolare della Cattedra di matematica aveva quasi ottant'anni ed era paralitico, onde la sua morte non avrebbe nè sorpreso, nè addolorato soverchiamente nessuno.
Vergognandosi seco medesimo di questo calcolo indecoroso, il dottor Grolli eseguì quel giorno una duplice operazione presso la Banca locale. Egli prelevò una piccola somma sulla partita che teneva aperta colà, e nello stesso tempo, con immenso stupore del cassiere signor Bernardo Bernardini, versò a titolo di deposito vincolato lire 10,674 50 in nome della signora Gilda Natali minorenne, di cui egli si costituiva rappresentante.
Sollevato così da un grave pensiero, il nostro Romualdo ritornò a casa, fermo nel proposito di rinchiudersi nella sua stanza e di non uscirne fino al momento del desinare. Poichè, egli saviamente rifletteva, se la responsabilità, se gl'impegni mi si sono così d'improvviso accresciuti, è indispensabile ch'io lavori con maggior lena di prima, che rassodi ed estenda la mia fama, che mi faccia conoscere in Italia e fuori... Purchè la Gilda non mi disturbi co' suoi strilli!...
E invero la Gilda non strillava punto, ma questa tranquillità era stata acquistata ad un prezzo che al Grolli parve assai caro. Perchè la fanciulla aveva trovato che di tutte le stanze della casa quella del professore era la più allegra e ridente. E vincendo le deboli resistenze della signora Dorotea, ella vi si era trasportata coi suoi balocchi, aveva addossato a una parete la bambola, aveva deposto per terra l'agnello, aveva sciorinato sopra una sedia il suo servizio da cucina. E con molta serietà conduceva l'agnello a belare davanti alla pupattola, la quale s'inchinava in segno di gradimento; poi la pupattola era condotta alla sua volta davanti alla cucina, ove fingeva di rifocillarsi con grande appetito. Come pennellata finale, i due gatti Mao e Meo, che da anni ed anni non penetravano nella stanza del professore, attratti, per quanto sembra, dalle grazie della Gilda, avevano stimato opportuno di rompere la consegna e russavano l'uno vicino all'altro sulla poltrona ove aveva l'abitudine di sedere il dottor Romualdo.