IL VINO

UNDICI CONFERENZE FATTE NELL'INVERNO DELL'ANNO 1880

DA

ARTURO GRAF
GIOVANNI ARCANGELI

ALFONSO COSSA
ANGELO MOSSO

CORRADO CORRADINO
GIUSEPPE GIACOSA

MICHELE LESSONA
GIULIO BIZZOZERO

S. COGNETTI DE MARTIIS
CESARE LOMBROSO

EDMONDO DE AMICIS

CON MOLTE INCISIONI NEL TESTO E 3 TAVOLE LITOGRAFICHE

TORINO E ROMA

ERMANNO LOESCHER

1880.

Proprietà letteraria. Torino — V. Bona, Tip. di S. M. e dei RR. Principi.

AI LETTORI

Il libro che io qui presento al pubblico può a buon diritto chiamarsi una singolarità bibliografica. Mettersi insieme parecchi cultori di studii disparatissimi, scegliere fra tutti un sol tema, e trattarlo, in una serie di pubbliche conferenze, secondo la particolare competenza scientifica di ciascuno, fu idea felicemente nuova, la cui novità, come conseguì da prima il plauso degli uditori, così conseguirà ora quello dei lettori.

Questo volume non è, nè vuole essere, un trattato sul vino; anzi l'indole sua è talmente rimota da ciò, che le varie conferenze vi si succedono in quell'ordine medesimo, o vuoi, in quel medesimo disordine, in cui, per deliberato proposito, furono dette pubblicamente. Nè si offre esso piuttosto ad una che ad altra classe di persone, mentre potrà tornar gradito agli uomini tecnici di trovarvi discorso del vino altrimenti che sotto il rispetto tecnologico, e cioè in relazione con lo spirito e con la vita; e potrà riuscir utile agli altri il trovarvi copia di notizie tecniche più propriamente, le quali non è senza profitto conoscere. Esso vuol essere, ed è, libro di piacevole ed istruttiva lettura.

E di ciò si persuaderanno di leggieri quanti vorranno dare uno sguardo ai nomi degli autori che si leggono sul frontispizio.

L'Editore.

Torino, il 3 giugno 1880.

INDICE

A. Graf.

La leggenda del vino
Pag.
1

A. Cossa.

La chimica del vino
»
39

Corrado Corradino.

Il vino nei costumi dei popoli
»
69

M. Lessona.

I nemici del vino
»
105

S. Cognetti de Martiis.

Il commercio del vino
»
167

G. Arcangeli.

La botanica del vino
»
205

A. Mosso.

Gli effetti fisiologici del vino
»
249

G. Giacosa.

I poeti del vino
»
283

G. Bizzozero.

Il vino e la salute
»
329

C. Lombroso.

Il vino nel delitto, nel suicidio e nella pazzia
»
371

Edmondo de Amicis.

Gli effetti psicologici del vino
»
443

A. GRAF

LA LEGGENDA DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 12 gennaio 1880).

Signori,

Voi sapete che la Terra, negli anni della più fiorente sua giovinezza, fu coperta, la massima parte, da immense foreste impenetrabili, più vaste assai e più selvagge che quelle non sieno, le quali ingombrano tuttavia il bacino del Rio delle Amazzoni nell'America meridionale, o del Congo in Africa. In simile modo i primi stadii della storia della umanità appaiono coperti, lasciatemi dir così, da una folta boscaglia intellettuale, vivace e lussureggiante vegetazione di miti, sogni giovanili della mente umana, figurazioni iridescenti, splendenti di colore e di luce.

Sotto a questa varia e prestigiosa vegetazione si occultano tutti i nostri principii, le nostre antichissime origini: prime religioni, primi costumi, primi dolori coevi all'esser nostro, primi passi faticosi mutati sull'ardue vie dell'incivilimento. Nè solo il mondo umano, ma la natura ancora vi si occultò: tutta la natura un tempo fu assunta nel mito.

Se ebbe il suo mito la folgore che squarcia la nube, l'onda del torrente che fugge; se dalle stesse rupi sbocciarono mitici fiori, tutti olezzanti di silvestre poesia, come non avrebbe avuto la sua mitica fioritura la vite, la vite, da cui tanto bene e tanto male deriva nel mondo, la vite che tanta parte ebbe nelle religioni, nei costumi, nella poesia, ch'ebbe, ed ha tuttavia tanta parte, o signori, nella stessa politica? Più della quercia sacra a Giove, più dell'alloro sacro ad Apollo, la vite doveva avere le sue leggende e i suoi miti.

Ma quale farraggine qui ci troviamo dinnanzi! che viluppo, che miscuglio d'immaginazioni e di cose! Come mai potè mettere tante propaggini questo legno fatale? Non un vigneto, ma un bosco gli è questo, pieno d'alberi strani; da che parte entrarvi, come traversarlo, come uscirne? Cerchiamo la via più breve, e, se tanto ci sarà conceduto, più dilettevole.

Di mezzo al fitto intreccio dei miti, di tra le dipinte fantasie che a vicenda si suscitano e si richiamano, fuor dal fermento di una poesia che bulica e brilla come il licore di che si genera, sorge e spicca un pensiero: il vino ebbe origini soprannaturali e divine.

Ma forse taluno qui potrebbe riprendermi e dire: Come divine? non pertutto, non sempre. Noè non fu egli un uomo?

Signori; una scienza nata appena nel mondo, ma già divenuta assai frammettente e pettegola, dico la mitologia comparata, crede d'aver tanto in mano da dimostrare che nei tempi dei tempi Noè fu un semidio, come tale adorato in alcuna religione dell'Asia, e ridotto alla condizione di semplice adamita il giorno in cui fu attratto nell'orbita delle tradizioni mosaiche, dove per i semidei non c'era più posto. Ma poniam pure che la mitologia comparata abbia torto, e concediamo che il vecchio Noè non fu mai altro che un uomo; ad ogni modo bisognerà confessare che fu un uomo singolarissimo. Egli vive 950 anni, età che, a dispetto della ginnastica e dell'igiene, da un pezzo in qua più non si riscontra sui registri dello stato civile[I-1]; egli è il solo che, insieme con la sua poca famiglia, sia sembrato degno di sopravvivere alla universale distruzione del genere umano. Poi, se non mentono le storie autentiche ch'io avrò a ricordare fra breve, egli fu di statura di giganti. Finalmente, per tagliar corto a questo ragionare, se nella fabbricazione del vino, di cui egli fu glorioso inventore, non ebbe parte diretta nessun iddio, v'ebbe parte direttissima il diavolo, come con irrefragabili prove dimostrerò fra poco. Comunque si prenda a considerare la cosa, nelle origini del vino ci si scopre sempre alcun che di soprannaturale e d'arcano.

Volgiamoci all'Asia, alla gran madre dei miti e dei popoli. Che cosa troviam noi negli antichissimi libri dell'India che possa soddisfare alla curiosità nostra? Noi troviamo un licore inebbriante, amrita, soma[I-2], dotato di maravigliose virtù, dispensatore di vita e d'immortalità, oggetto di venerazione fra gli uomini, cagion di contesa e d'invidia tra' numi. La poesia dei Vedi n'è tutta madida e profumata. Delle sue origini celesti e terrestri si dicono maraviglie, che van crescendo come il tema glorioso migra dai libri sacri alle vaste epopee. Nel Râmâyana udite che cosa si narra.

I figliuoli di Diti e di Aditi desideravano l'immortalità: che fare per conseguire l'intento? Consigliatisi insieme essi risolvono di frullar l'oceano; l'acque frullate daranno l'amrita. Si pongono all'opera: traboccan nell'onde il monte Mandara, ci ravvolgono attorno il serpente Vasuki a guisa di corda, e cominciano a tirar dall'un capo con quanta n'han nelle braccia. Si svolge la fune viva, il monte ruota sopra se stesso come una trottola e diguazza l'oceano a quel modo che si fa del latte nella zangola per levarne il burro. Dopo mill'anni il serpente, venutogli a noia il giuoco, si mette a sputare un veleno che consuma il mondo; il dio Siva soccorre trangugiando le pestifere bave. Dopo mille altri anni escon dall'onde portenti precursori dell'agognato trasmutamento: il medico Dhanvantari, le ninfe Apsarase, Surâ o Varuni, la dea del vino e dell'ebbrezza[I-3], il cavallo Uccaihçravas, la gemma Kaustubha, il dio Soma, la dea Çrî. Dopo un terzo frullamento l'acque coagulate danno l'amrita; i figliuoli di Diti e di Aditi, cioè i demoni Asuri e gli dei combattono pel suo possesso. Da ultimo gli dei trionfan dei demoni[I-4].

Al soma e all'amrita degl'indiani corrispondono l'haoma degl'Irani e l'ambrosia dei Greci sino nel nome, e corrisponde per molti caratteri l'ôdhörir della mitologia germanica; ma se il tempo ci concedesse di allargar tale esame noi potremmo trovare nelle memorie religiose di molti popoli questa mitica immaginazione di una bevanda inebbriante che fa trionfare della morte e del tempo, sino a quella famosa fontana di giovinezza di cui tutto il medio evo sognò, e che al Prete Gianni fortunato suo possessore, prolungava senza misura la vita[I-5].

Dall'India alle coste occidentali d'Europa corrono da circa cento gradi in longitudine, e pure su tutta questa vasta parte di mondo si stese un tempo il culto di Dioniso, o Bacco che dir lo vogliate. Io non vi rinarrerò la storia del più giocondo e amabile Dio dell'Olimpo greco. Chi non sa ch'egli è figliuolo di Giove e di Semele, che uscito anzi tempo dall'alvo materno il padre lo custodì entro la propria coscia tutto il tempo che ancora mancava alla gestazione perfetta, che sottratto all'odio della gelosa Giunone crebbe in bellezza e fortezza, che sposo d'Arianna generò figliuoli e per l'indole e per il nome degni di lui? Naturalmente benevolo alla razza degli uomini egli volentieri disertava per la terra l'Olimpo, ed erano sue compagne le Muse e le Grazie. Chi vi potrebbe ridir tutti i nomi onde lo chiamarono e lo celebrarono i mortali da lui beneficati? Udite come un nostro poeta ne pone insieme parecchi:

Un Dio, non mica un Dio

Della plebe selvaggia degli Dei,

Ma fra i più furibondi il più indomabile.

Il più fiero e formidabile:

Vidi il nume Bassareo,

Euchioneo, Dirceo, Melleo,

Semeleo, Cadmeo, Briseo,

Nittileo,

Agenoreo,

Il feroce, l'indomito Lieo[I-6].

Il più bello dei suoi nomi è Lieo, cioè Liberatore.

Molto si favoleggiò delle sue origini, più delle peregrinazioni. A dir di alcuni egli aveva passato la fanciullezza in un'isola incantata, degno principio di vita così gloriosa[I-7]. Varii paesi si disputarono il vanto d'avere proprio da lui appresa l'arte di spremere il vino dall'uve, e in Tiro si celebrava ogni anno una festa in memoria solenne del benefizio. Che venisse in Italia sarebbe da credere senza bisogno di prove, quando non si trovasse detto e confermato da scrittori gravissimi, tra gli altri da Sofocle[I-8]. Del resto egli corse da conquistatore presso che tutta la terra allora conosciuta, imponendo senza fatica ai popoli la grata sua signoria ed il culto giocondo. In ciò egli si rassomiglia all'egizio Osiride, il quale anch'esso inventò il vino e corse la terra. Nè la somiglianza si ferma a tanto, ma si stende a molt'altre operazioni, a molti caratteri. Così Dioniso, come Osiride, si vantano della invenzion dell'aratro, dell'agricoltura, di molte industrie profittevoli all'uomo; essi sono gl'iniziatori della civiltà[I-9]. Considerate il senso profondo di tuttociò: le divinità inventrici del vino istituiscono il genere umano; la storia civile è una propaggine della vite. Potrei confortare quest'asserzione d'innumerevoli esempii e di convincentissime prove; mi contenterò di ricordare che l'iranico Scemscid, l'epico eroe di Firdusi, è a un tempo medesimo l'institutore della civiltà e l'inventore del vino, secondochè dallo storico persiano Mircondi, con critica inappuntabile, si afferma, si documenta e si prova.

Ma il vino d'onde uscì, d'onde uscì la vite? Nelle origini di queste cose è egli possibile che non vi sia alcunchè di stravagante e di recondito? Non debbono cose di tanta eccellenza trascendere i poteri della natura? Arduo problema che suscitò molte disparate opinioni.

Che l'amrita stillasse dalle nuvole raffigurate nel mito quali vacche celesti, o si formasse dell'acqua del mare sbattuta da braccia divine, io non ci ho nulla in contrario; ma nessuno potrà farmi credere mai che altrettanto accadesse del vino. Nè varrebbe citarmi i luoghi di poeti dove si afferma che dall'Oceano profondo uscirono tutte quante le cose create; nè varrebbe allegarmi l'opinione di quel linfatico filosofo Talete che sosteneva l'acqua esser l'ottima delle cose e principio primo di tutte; opinione da cui forse recedette alquanto un giorno che, per guardar troppo al cielo, e non abbastanza ai suoi piedi, capitombolò in un pozzo. Principio di tutte le cose, si può concedere; del vino, si nega.

Tra il vino e l'acqua fu sin dalle origini una sorda rivalità, che, con l'andar degli anni si mutò in nimicizia acerba e rabbiosa. Per tutto dove si affrontano, la contraddizione prorompe. Noè inventa il vino dopo il diluvio, e Diodoro e Nonno affermano lo stesso di Bacco; così che si può dire ch'esso viene al mondo per ragion di reazione, quando gli uomini stanchi e fastiditi di quella insipida e soperchiante umidità, ne bramano un'altra più gradita e più rara. Nel medio evo i due rivali vengono a guerra aperta, e non v'è contumelia, non calunnia, non ischerno di cui non si servano per discreditarsi a vicenda, per farsi segno l'un l'altro all'abominazione dei popoli. La poesia è tutta piena dei loro clamori; non v'è letteratura in Europa che non possegga nelle dispute, nei contrasti e nelle contenzioni, i documenti autentici di quell'epica nimistà. In un contrasto latino del secolo XIII, il vino afferma d'essere dio:

Ego Deus, et testatur

illud Naso, per me datur cunctis sapientia;

e vitupera l'acqua chiamandola feccia e sentina delle cose:

Tu faex rerum et sentina[I-10].

Indarno la caritatevole premura degli osti cercò in tutti i tempi di comporre queste antiche discordie; la coscienza umana protestò contro la violenza che da essi per fin di bene si volle fare alla natura. Tutta l'umana famiglia, tolta la sola specie o varietà degli osti, favorì la separazione, e parteggiò per il vino, lasciandosi andare a immaginar qualche volta la totale disfatta dell'acqua e l'allargamento della potestà del vino sopra gli antichi dominii di lei. D'onde quel desiderio vagamente qua e là espresso nella poesia col tono di chi quasi si sgomenta della sublimità delle proprie immaginazioni: Oh, se le fontane versassero vino, e fossero vino i fiumi e vino il mare! D'onde il mito delle Enotropre, figlie di Anio, che avevano la virtù di mutar l'acqua in vino.

Ma torniamo alle mirabili origini. Credettero alcuni che la vite fosse nata da una goccia di sangue divino caduta sopra la terra. Altri pensarono poi ch'essa fosse in origine un giovinetto amasio di Bacco trasformato in pianta. Secondo un altro mito greco, che si riscontra con un mito egizio, il vino sarebbe venuto dal sangue dei giganti. Il meth, bevanda inebbriante delle saghe settentrionali, si fa a dirittura derivare dal sangue di Quasir il più savio di tutti gli dei. L'acqua, ingelosita di così gloriose origini, non volle stare al disotto, e un mito egizio fa derivar l'oceano dal sangue di un gigante, e lo stesso fa un mito germanico.

Non la finirei più se dovessi entrare a discorrere, come richiederebbe il soggetto, del culto di Bacco e delle feste e dei riti che a quello andavano congiunti. Ricorderò solamente che dalla liturgia dionisiaca venne fuori la tragedia greca, come dalla liturgia cristiana appo noi venne fuori il mistero. Ricorderò ancora che di quante feste si celebravano un tempo in Grecia ed in Roma in onor degli dei quelle consacrate a Bacco erano le più popolari e gradite. In Grecia le principali feste dionisiache formavano un ciclo, e si succedevano a non lunghi intervalli dal decembre sin oltre l'aprile. Ci si distinguevano le dionisiache campestri, le lenaje, le antesterie, le grandi dionisiache cittadine. Che il vino ci dovesse entrare per molto s'intende di leggieri. Nelle antesterie si bandiva una gara tra bevitori, ed era premiato chi votava con più disinvolta prontezza la giara colma di vino novello. Le grandi dionisiache duravan sei giorni e richiamavano in Atene, da tutta la Grecia, un popolo sterminato. Una legge d'Evagora, della quale Demostene ci ha conservato il testo, ordinava che, durante quei giorni sacri alla giocondità, non si accogliessero dai giudici reclami per debiti, non si eseguissero sentenze, non si privasse nessuno della libertà. In Roma Bacco era festeggiato nelle liberalia.

Taccio del culto secreto, dei misteri, a cui la fanatica stravaganza e l'indecenza di certi riti procacciarono una infame celebrità. In Roma i baccanali diedero luogo a tali eccessi, che il senato dovette promulgare contr'essi, nell'anno 186 avanti Cristo, una severissima legge.

Fra i riti e le pratiche del paganesimo che un pezzo ancora dopo l'epoca di Costantino più pertinacemente resistono al cristianesimo trionfante, quelli che si riferiscono al culto di Bacco tengono molto probabilmente il primo luogo. Nel VI secolo le feste di Bacco tuttavia si celebrano in Gallia, e certo non in Gallia soltanto[I-11]. Ora, nella vecchia religione pagana il cristianesimo non detestava tutto con lo stesso fervore, nè tutto combatteva con lo stesso zelo. C'erano in essa alcune parti che meno apertamente contraddicevano al suo spirito austero, e dalle quali non poteva venire gran danno. C'erano divinità, come Apollo e Minerva, che potevano predisporre gli animi alla virtù, e ad una intuizione severa della vita, quale il cristianesimo desiderava naturalmente; e c'erano divinità come Venere e Bacco, che traevano alla licenza, e favorivano la corruzione del costume, offendendo nel più vivo quella religione novella, che appunto con la universale riforma del costume si annunciava nel mondo. Così non ci parrà soverchio il rigore di quel Teodoto, vescovo di Laodicea, che scomunicò senza altro un presbitero e un lettore della chiesa soggetta alla sua giurisdizione per aver assistito alla recitazione di un inno a Bacco fatta dal sofista Epifanio.

Il cristianesimo traeva alcune figure dal mondo delle finzioni pagane e le allogava tra i simboli suoi. In due pitture delle catacombe di San Callisto in Roma, e sopra altri monumenti dell'arte cristiana più antica si vede Cristo raffigurato sotto le sembianze di Orfeo. Ora Orfeo poteva servir di tipo a Cristo, ma certo non poteva accadere altrettanto di Bacco.

Assai scarse per conseguenza sono nell'arte simbolica cristiana le figurazioni desunte dal culto di questa divinità. S'incontrano alcuna volta sopra i sarcofaghi, ma per eccezione e certo fu esempio poco imitato. Fra le eccezioni è curioso trovare l'urna funerale di Costanza, figlia di Costantino, urna che mostra scolpiti nel porfido bacchici emblemi, e si conserva a Roma nel museo Pio-Clementino. Per ragione di quegli emblemi l'urna, ancora nella seconda metà del secolo XVII, si credeva da molti fosse stata la propria tomba di Bacco[I-12].

Tuttavia si vuol ricordare che la vite fu ricevuta fra i simboli del cristianesimo, e vi tenne anzi luogo molto onorevole. Nella Sacra Scrittura la sapienza è, con molta sapienza, paragonata alla vite, e Cristo dice per bocca di San Giovanni: lo sono la vera vite, e mio padre è il vignajuolo; io sono la vite, e voi siete i grappoli. Nei mosaici di cui risplendon gli amboni delle chiese antiche spesso si vede questa simbolica vite spargere intorno i tralci carichi di frutta maravigliose. E non ricevette forse tutta la chiesa dei fedeli l'allegorico nome di vigna del Signore? Non parlo dell'ufficio riserbato al vino nei riti più angusti. La Chiesa non condannò nè la vite nè il vino; condannò Bacco e il suo culto.

E pure, a dispetto di quella condanna, quante memorie ne rimasero per secoli tra gli uomini, quante tuttavia ne rimangono! Non è da credere com'è duro svezzar i popoli da certe usanze, distorne la mente da certe immaginazioni. Molti riti pagani si mescolarono, senza quasi che altri se ne avvedesse, ai riti cristiani, di molte feste pagane si fecero feste cristiane. La Chiesa più d'una volta ricorse a quest'utile espediente d'incorporarsi ciò che non valeva a distruggere. Così un avanzo dei baccanali romani sopravvive nelle feste della Madonna dell'Arco che ogni anno si celebrano in Napoli. Il ceppo di Natale, le strenne di capo d'anno, il carnovale, traggon l'origine da usi pagani. Spesso accadde ancora che d'un dio pagano si fece un santo cristiano, contro la regolar consuetudine, ch'era di farne un diavolo. Così della dea Pelina si fece San Pelino, della Felicità pubblica si fece Santa Felicita, e il mito d'Esculapio diede origine alla leggenda di San Rocco[I-13]. Qual maraviglia se noi troviamo nel calendario cristiano anche un Sant'Apollo, un San Mercurio, un San Bacco?[I-14] Le divinità pagane perseguitate senza pietà, si cacciarono qualche volta nel santuario, e mutatesi alquanto nell'aspetto, e un tantino nell'indole, vi rimasero in pace. Così accadde spesse volte nel medio evo che un solenne ribaldo, riparatosi in un convento dalle persecuzioni della giustizia, vi prendesse, tutelato dal diritto d'asilo, la tonaca, e morisse poi in odore di santità. E non mancano nemmeno esempii di santi genuini ed autentici, i quali avendo consumato la vita a combattere il paganesimo, si videro dopo morte, contro ogni aspettazione loro, rivestiti di alcune, o poche o molte, qualità di questo o quel nume più aspramente da loro combattuto. Valga per molti esempii quello, che più si confà al caso nostro, di San Martino, che presso il popolo, in Francia e in Germania, dovette, di buona o di mala voglia, far le veci di Bacco[I-15].

Nei costumi nostri potrei mostrar molte vestigia di costumi antichi attinenti al culto di Bacco, o aventi in qualche modo relazione col vino. La corona o il fascio d'edera, o d'altro frondame, che per tutta Europa serve d'insegna alle osterie, ricorda la corona trionfale di cui Bacco s'ornava, e l'edera a lui sacra[I-16]. Quest'uso noi l'abbiam dai Romani, e il nostro proverbio: Il buon vino non ha bisogno di frasca, e il francese in tutto simile: A bon vin il ne faut point de bouchon, risponde di tutto punto il latino: Vino vendibili suspensa hedera non opus est. L'usanza di aromatizzare i vini con erbe o con resine, come si fa qui da noi pel Vermouth, e per molti vini in Grecia, risale ad antichità assai remota. Non parlo della presenza di Bacco nel linguaggio parlato: noi diciamo ogni momento: Per Bacco! Sangue di Bacco! Corpo di Bacco!

Altre memorie più singolari ci presenta la poesia del medio evo. Del secolo XIII è una messa dei beoni che comincia: Introibo ad altare Bacchi, ad eum qui laetificat cor hominis. Il Confiteor vi si trasforma, come il bisogno richiede: Confiteor reo Baccho omnipotenti; vi si trasforma il Pater noster, ed è naturale: Pater noster qui es in scyphis[I-17]. San Paolo aveva detto: Ebriosi non possidebunt regnum Dei; ma tale non è l'opinione di chi si finge nel XII secolo faccia la strana professione di fede contenuta in quei versi famosi:

Meum est propositum in taberna mori.

Vinum sit appositum morientis ori,

Ut dicant cum venerint angelorum chori

Deus sit propitius huic potatori[I-18].

Nel secolo seguente un cantico alla Vergine si trasforma in un cantico al vino[I-19]. Dei Goliardi, autori spesso di così fatte parodie, fu chi disse:

Magia credunt Juvenali

Quam doctrinae prophetali,

Vel Christi scientiae.

Deum dicunt esse Bacchum,

Et pro Marco legunt Flaccum,

Pro Paulo Virgilium.

Questa letteratura vinolenta darebbe da dire assai a chi volesse tenerle dietro. Ricorderò ancora i Miracles de saint Tortu, sotto il qual nome cabalistico s'intende appunto significato il vino[I-20]; il Martyre de saint Bacchus[I-21]; il Sermon fort joyeux de saint Raisin[I-22], questo del XVI secolo. Nel Martyre de saint Bacchus, il santo di cui si celebrano le gesta è figliuolo di una figliuola di Noè per nome Vigna. Nessun santo, vi si dice, ha in paradiso gloria pari alla sua; poi si narrano i miracoli operati da lui, e la passione, paragonata con quella di Cristo. In un luogo son questi versi:

Seigniez-vous et recommandez

A Dieu, et grâce demandez

A sains Bacchus si qu'il la face.

In un Dis de la Vigne di Giovanni da Douai, si paragonan le cure che si debbono alla vite con il culto dovuto a Dio.

A questa singolare letteratura potrebber servir di motto i due versi in che Margutte compendia la sua professione di fede:

Or queste son le mie virtù morale,

La gola e 'l bere, e 'l dado ch'io t'ho detto[I-23].

Così onorato nel medio evo, Bacco non decadde certo dall'antica sua gloria quando il Rinascimento ebbe ristorato nella fantasia, se non nella fede, il paganesimo. Quanti poeti non inneggiarono allora, come Maffeo Vegio, al più amato degli dei:

Bacche, pater vatum, suavissime Bacche Deorum![I-24].

Ma di ciò io non voglio parlare più a lungo; bensì vo' ricordare come nelle feste carnovalesche e nei Trionfi, che già solevano sfoggiare nelle nostre città, Bacco fece sempre gloriosa mostra di sè. Gli esempii soperchiano, e mi basta di citarne un pajo. Tutti conoscono il Trionfo di Bacco e d'Arianna composto da Lorenzo de' Medici: nel Carnovale del 1710 si fece con grande pompa in Ferrara una mascherata rappresentante il trionfo di Bacco. Quando nel 1498, per istigazione di Gerolamo Savonarola, si fece un solenne bruciamento delle vanità del carnevale, usci fuori una canzone, dove si finge che un cittadino dica a Carnovale che si fugge:

Dove è Giove Iuno e Marte,

Vener bella tanto adorna,

Bacco stolto con le corna,

Che solea cotanto aitarte?[I-25]

Terminerò di parlare di Bacco, della sua leggenda, e della lunga memoria che n'han serbato gli uomini, ricordando, come a lui, che aveva peregrinato già gloriosamente per tutta la terra conosciuta, si volle attribuire ancora la scoperta di paesi incogniti. Il felicissimo paese di Cuccagna fu da lui ritrovato, e un poeta, Quirico Rossi, celebrò co' versi il memorabile avvenimento[I-26]. Di ritorno dall'India, Bacco muove in traccia della fortunata regione, dove giunge coi suoi seguaci dopo aver lungamente errato pei mari. Permettete ch'io vi dia un'idea delle delizie di quella terra incomparabile riferendo tre ottave che sono degne veramente del loro soggetto:

Fiumi di burro a tutte le stagioni

Scorrendo vanno e dilagando i prati,

Dove nascon per erba i maccheroni,

E per ghiaia ravioli maritati;

Ed anitre e pollastri, oche e capponi

Di frittelle pasciuti e saginati,

Che penne avendo di lasagne intorno

Volano al quietissimo soggiorno.

Sorge un colle nomato ivi Bengodi

Dove di latte una fontana spiccia;

Ombra vi fan le viti in varii modi,

Altre erranti, altre avvinte di salsiccia,

Che mettono un salame a tutti i nodi

Ed in luogo di foglie han trippa riccia:

A concimar la vigna e il colle tutto

Quivi il lardo s'adopera e lo strutto.

Le quercie che del sol frangono il raggio,

Hanno per ghiande ritondetti gnochi,

I quali giù tornando nel formaggio

(Ch'altra sabbia non usasi in que' lochi),

invitano ciascuno a farne il saggio,

Nè v'ha mestier di guatteri e di cuochi,

Perchè d'un ventolino al caldo fiato

Tutto cotto ivi nasce e stagionato.

Ma lasciamo in disparte oramai Bacco e la sua interminabile leggenda, e volgiamoci, ch'è tempo, a Noè. Il patriarca contende al nume la gloria di avere inventato il vino; per questa invenzion capitale accade quello che per molt'altre invenzioni di minor conto, dove si veggono più pretendenti concorrere ad appropriarsene il vanto. Per non dar torto a nessuno diciamo che Bacco e Noè hanno tutt'a due inventato il vino senza sapere l'uno dell'altro.

Notiamo anzi tutto la somiglianza grandissima ch'è tra il Noè biblico e il babilonese Sisutro, ultimo dei dieci patriarchi antediluviani, secondo che riferisce Beroso. Altri dimostri, se può, che Sisutro fu il tipo su cui venne esemplato Noè; io mi contenterò di dire che al pari di Noè Sisutro costruisce un'arca e si salva in quella dalle acque del diluvio. Se non che qui ci troviamo in un mondo di finzioni smisuratamente aggrandite, se pure non è più giusto di dire che quelle della Bibbia furono, con deliberato proposito, ridotte a più piccole proporzioni. Certo si è che rimpicciolimenti così fatti s'avevano necessariamente a compiere sotto la preponderanza e l'oppression di Jeova. L'arca costruita da Sisustro è lunga cinque stadii e larga due, diciamo 945 per 370 metri. Se Noè campa 950 anni, Sisustro ne campa 64000[I-27]. Non ho bisogno di dire che figure simili a queste, di patriarchi o di semidei che si salvano da un diluvio in cui tutto il rimanente genere umano perisce, si trovano in molte mitologie[I-28].

Ho detto poc'anzi che nell'invenzione del vino il patriarca Noè ebbe coadiutore il diavolo: ecco che io mi faccio a provarlo recitandovi per intero una bella leggenda rabbinica quale si trova tradotta in un libro del prof. Levi[I-29].

«Curvo sul ferro, tutto di sudore grondante, il patriarca Noè stava intento a rompere le dure zolle. A un tratto Satana gli appare, e dice:

««Qual nuovo lavoro intraprendi? qual nuovo frutto speri tu di trarre dalle lavorate zolle?»»

««Pianto la vite»», risponde il patriarca.

««La vite? superba pianta! stupendo frutto! gioia e delizia degli uomini! Il tuo lavoro è grande: vuoi tu che aggiunga l'opera mia? il tuo lavoro diverrà perfetto»».

Il patriarca accetta.

Satana corre, afferra una mansueta pecora, la trascina, la sgozza, ne inaffia col dolce sangue le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale liba leggermente il licore della vite, è, come la pecora, d'animo mansueto, di pensieri benevoli e dolci. —

Noè guarda e sospira: Satana prosegue l'opera sua; afferra un leone, lo squarcia e dalle squarciate vene il sangue zampilla e scorre, e inonda le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale beve alquanto oltre l'usato, come leone si sente pieno di vigoria, e il sangue ribolle spumoso nelle vene, e gli spiriti s'inorgogliscono, e l'uomo grida: Chi è pari a me? —

Noè guarda e sbigottisce: Satana prosegue l'opera sua; colle impure mani ghermisce un porco, l'ammazza e insozza coll'impuro sangue le rotte zolle.

— Da questo avviene che colui il quale tracanna smoderatamente il sugo dell'uva, si ravvoltola in mezzo alle sozzure come porco in brago. —»

Questa leggenda immaginosa e significativa, di cui non sarebbe agevole rintracciare l'origine prima, ebbe più varianti. Secondo una versione arabica il primo a piantar la vite fu, non già Noè, ma Adamo, e il diavolo l'inaffiò col sangue di una scimmia, di un leone e di un porco[I-30]. A questo proposito non è fuor di luogo il dire che dai rabbini fu congetturato l'albero proibito fosse appunto la vite[I-31]. Una leggenda molto simile alla talmudica che avete udita testè riferisce il poeta arabico Damiri[I-32]. Finalmente in un vecchio libro francese, il Violier des histoires romaines, quella strana concimazione si attribuisce allo stesso Noè, che per suo mezzo cangia la vite selvaggia, o lambrusca, in vite domestica. Qui gli animali son quattro, cioè il leone, il porco, l'agnello, la scimmia[I-33]. È da credere che della leggenda talmudica sapessero qualche cosa quei cioncatori del Fausto del Goethe, i quali, là, nell'osteria di Auerbach, a Lipsia, cantano a squarciagola:

Provo il contento,

Provo il solazzo

Di cinquecento

Porci nel guazzo.

Ma piacciavi di considerare il progresso dei tempi. La sapienza dei rabbini paragonava l'uomo vinto dal vino ad un porco; ognuno di quei bravi compagni si paragona a dirittura a cinquecento porci.

Non deve far meraviglia che il diavolo, avendo avuto parte nella fabbricazione del vino, siasi servito poi del suo trovato per condur gli uomini alla perdizione. E quante storie terrifiche potrei ricordare a questo proposito! Se è vero, come in parecchi antichi prontuarii d'esempii ad uso dei predicatori si trova narrato, che una povera monaca, una volta, rimase ossessa per aver mangiato d'un cesto d'indivia in cui s'era appiattato il diavolo, quanto più frequente non dovette essere il caso di bevitori ostinati, che votando il bicchiere, si misero in corpo, senza saperlo, un infuso di Satanasso! Lutero racconta la storia di un asciugafiaschi, il quale per una sbornia vendette l'anima al diavolo, da cui fu poi debitamente strangolato[I-34]. Ma per non allungarla di troppo citerò un esempio solenne e conclusivo. In un fabliau francese si racconta che il diavolo, dopo aver lungamente tentato un romito senza poterne vincere la virtù, gli promise di volerlo oramai lasciare in pace, a patto che gli desse questa soddisfazione di commettere una sola volta un peccato, scegliendo tra il vino, la lussuria, l'omicidio. Il romito per liberarsi accetta, e sceglie il più picciol peccato del bere, pensando di poterne poi con poco far penitenza. Va a pranzo da un mugnajo suo vicino, e s'ubbriaca; rimasto solo con la moglie di costui, casca nel secondo peccato e finisce per uccidere il mugnaio da cui è sorpreso. Vero è che il diavolo non ottiene il suo scopo. Il romito si pente, va a Roma, si fa assolvere dal papa, e dopo asprissima penitenza, muore in concetto di santo[I-35].

Parlando del vino e delle sue origini noi ci siamo inaspettatamente trovato fra' piedi quel setoloso quadrupede, di cui è quasi vergogna pronunziare il nome, e che nulladimeno, forzatovi dall'argomento, io ho dovuto nominare più volte. Che direste voi se a questo proposito io vi svelassi un mistero zoologico di cui lo stesso Darwin, indagatore acutissimo delle origini delle specie, non ebbe nemmeno un sospetto? E in pari tempo vi sarebbe dimostrato ciò che io asseriva cominciando, cioè a dire che Noè fu di statura di giganti. Il mirabil caso è narrato dal cronista arabo Tabari[I-36].

Quando, essendosi già ritratte l'acque del diluvio, le coppie degli animali uscirono dall'arca per ripopolare la terra, due nuovi bruti si videro comparire tra quelle, il porco ed il gatto. Essi eran nati nell'arca, per opera di Noè. Ecco le cause e il modo della creazione. L'arca, ripiena di tanto gregge quanto il buon patriarca n'aveva raccolto, fu in breve ridotta a tale stato da disgradare al paragone le famose stalle di Augia. La famiglia del patriarca, non potendo più reggere allo schifo ed al lezzo, ricorse a lui perchè provvedesse in qualche maniera. Noè allora s'accostò all'elefante, e senza punto scomporsi gli passò la mano sul fil della schiena. Com'è, come non è, l'elefante mette al mondo il porco, il quale in men che non si dice prende la sua prima satolla spazzando l'arca d'ogni sozzura. Qualche tempo dopo si trova che l'arca è infestata da topi voraci che sciupano ogni cosa. La famiglia ricorre novamente a Noè, e Noè, fattosi presso al leone, gli passa una mano sul fil della schiena, e il leone starnuta, e caccia dal naso un gattino ghiribizzoso che in poco d'ora fa giustizia degli invasori.

Voi vedete che gli uomini debbono essere grati a Noè per molte ragioni. Senza di lui la mortadella di Bologna e lo zampone di Modena non sarebbero mai venuti al mondo, e il pasticcio di lepre sarebbe stato una cosa assai rara. Ma in particolar modo gli debbon esser grati gl'italiani, giacchè è più che certo che Noè, al paro di Bacco, venne in Italia, e vi diede principio a quell'antichissima italica civiltà d'onde poi venne fuori la gloria di Roma. E questo non lo dico già io, ma l'afferma nientemeno che Pierfrancesco Giambullari, il quale nel suo libro intitolato Origine della lingua fiorentina racconta tutta la storia per filo e per segno, che non c'è da aggiungere, nè da levare un ette[I-37]. Dovete dunque sapere che la lingua italiana deriva, per mezzo dell'etrusca, dall'aramea. Centott'anni dopo il diluvio, Noè, lasciati i monti dell'Armenia, dov'era approdato con l'arca, venne in Italia. E in fatti, uno degli antichissimi nomi dell'Italia è appunto Enotria, come dire paese del vino, e il Pelizzari, nel suo poemetto intitolato La Vigna, lo conferma dicendo:

Alla pianta gentil sacra a Lieo

Onor d'Italia, a cui d'Oenotria un tempo

Il nome aggiunse, ora il mio stile io volgo.

Noè, che parlava l'arameo, va ad abitare sul monte Gianicolo, e prende il nome di Giano, il quale si figura con due facce, per far intendere che Noè appartenne a due età, quella che precede e quella che segue il diluvio. Più tardi viene in Italia anche Saturno, e allora principia l'età dell'oro.

Ma qui cominciano le difficoltà, giacche molti pretendono che l'età dell'oro sia stata prima del diluvio, e che fin che durò, in fatto di bevande, gli uomini non conobbero che l'acqua fresca. Tanto è vero che Romolo Bertini, autorità di prim'ordine, dice in una sua poesia In biasimo del secol d'oro:

Se di mangiare e bere

Quel popolo beato avea desio,

Con estremo piacere

Scotea le querce e s'inchinava al rio;

O che bella bevanda, o che dolc'esca

È mangiar ghiande, e ber dell'acqua fresca.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . Quando i dolci liquori

Della vite la lingua ebbe assaggiati,

E con alti stupori

Fûr le starne e i capponi assaporati,

Si passò da' ruscelli alle cantine,

Da scuoter querci a far fumar cucine.

Ma checchè sia di ciò, non crediate che le cose, di cui si fa narratore, messer Pierfrancesco Giambullari se le sia inventate. In un vecchio libro latino che risale al secolo XIII, la Graphia urbis Romae, si racconta sulla fede di un Hescodius irreperibile, che Noè venne in Italia, e fondò presso a Roma una città cui diede il suo nome. Giano, suo figliuolo, costruì sul Palatino una città chiamata Gianicolo. Più tardi Nembrotte, ch'è tutt'uno con Saturno, venne ancor esso in Italia. La stessa storia si trova riferita da Martino Polono, cronista di quel medesimo secolo.

Lascio da banda il dio Frô della mitologia germanica ed altre divinità di genti diverse che potrebbero aver relazione col mio argomento, e mi affretto a dire alcune poche cose ancora che più direttamente concernono il vino.

Di sbornie leggendarie, singolari e memorabili se ne ricordan parecchie nella storia. Quella che mosse i Lapiti e i Centauri a sonarsi di santa ragione è nota a tutti. Una leggenda, che fu ritenuta storia da molti, narra di un certame tra bevitori bandito da Alessandro Magno. Il vincitore si cacciò in corpo tredici litri di non so che vino, e ci rimise la vita[I-38].

Molto ci sarebbe da dire circa la parte che il vino e la vite ebbero nei miracoli. Già Pausania ricorda che in un tempio di Bacco presso Elide ogni anno tre fiaschi d'acqua miracolosamente si mutavano in vino[I-39]. Nei leggendarii accade spesso di leggere di fonti che in ricorrenza di feste solenni versavano vino, e di santi uomini che, andati ad attingere al pozzo, con grata maraviglia tirarono su il secchio pieno di vino squisito. Nella relazione dei viaggi dell'Infante Don Pedro di Portogallo si racconta questo miracolo. In una città dell'India si conserva e si venera il corpo di San Tommaso apostolo. Il santo, tuttochè morto, sta ritto sopra un altare, e tiene in mano un sermento di vite disseccato. Quando si celebra a quell'altare la messa il sermento rinverdisce, si veste di foglie, si carica di grappoli, e al momento opportuno fornisce il vino necessario al sacrificio incruento[I-40].

Qualche cosa ancora mi resta a dire delle virtù miracolose attribuite al vino. È noto a tutti il detto latino In vino veritas; gli arabi hanno un proverbio che esprime presso a poco lo stesso concetto: il vino fa palese ciò che si nasconde nel cuore degli uomini[I-41]. Ma qui si tratta di una virtù puramente naturale: il vino toglie all'uomo la triste facoltà di simulare e l'obbliga a mostrarsi qual è. Ne questo è il solo benefico effetto ch'esso produca naturalmente: Orazio afferma che per far buoni versi bisogna bere del vino[I-42], e che la stessa virtù si rigenera nel vino, come l'esempio di Catone dimostra[I-43]. Lo Scarron dice nel Virgile travesti:

J'entends les Poëtes divins

Alors qu'ils sont entre deux vins.

Ma non ci mettiamo per questo mare che non si potrebbe tornar così presto alla riva. Io dico che al vino si attribuirono ancora certe qualità arcane e recondite per cui divenne in certi casi un paragone di verità e di giustizia. In più e più leggende si parla di una coppa maravigliosa, la quale, essendo piena di vino, nessuno vi può bere che non sia scevro di colpa. Una coppa sì fatta ebbe in dono dal nano Auberon Huon di Bordeaux, che poi se ne servi per scoprire certi brutti peccatacci di Carlo Magno[I-44]. E chi non ricorda la tazza incantata che faceva scoprire ai mariti la infedeltà delle mogli, della quale si parla nei canti XLII e XLIII dell' Orlando Furioso? Nè si dica che qui la virtù spetta al nappo e non al vino; per fare la prova si richiede e l'uno e l'altro, ma chi dà la dimostrazione è propriamente il vino. Coloro che nulla hanno a temere lo bevono; coloro che si trovano in altra condizione se lo versano addosso. Ricorderò finalmente ciò che il Rabelais racconta del giovine Panurge; il quale, fittosi in capo di prender moglie, e dubbioso e pauroso di quello che gli possa succedere, ricorre per consiglio ad avvocati, a filosofi, a preti, e finalmente si risolve d'andare a consultare l'oracle de la dive bouteille, il più veridico fra quanti danno responsi[I-45]. Su questo capitolo ci sarebbe da discorrere un pezzo[I-46].

Signori, io sono giunto al termine della mia diceria, ma non crediate sia chiusa la leggenda del vino. Non vorrei funestare con tristi pronostici gli animi vostri, ma forse è già cominciata, forse sta per cominciare la leggenda della morte di questo eroe, e non so se i molti seguaci ed amici ch'egli ha per il mondo varranno a salvarlo. Egli ha contro di sè congiurati terribili avversarii. Da una parte l'oidio e la tremenda filossera assaltan la vite; dall'altra una chimica iniqua crea nel mistero di nefandi connubii, di corpi solidi, liquidi ed areiformi, vini acherontei, satanici, apocalittici, che sotto la menzogna del nome usurpato nascondono l'abominazione della desolazione. Ma di queste insidie della natura e dell'arte altri vi parlerà con tutta l'autorità della scienza: io debbo contentarmi d'esprimere un voto: possa per lungo tempo ancora il vino, il vero vino, l'autentico e legittimo figliuol della vite, esilarare, secondo il detto della Scrittura, il cuore afflitto degli uomini.

NOTE

[I-1] Di questa portentosa longevità dei patriarchi pare abbia conosciuto e divulgato il secreto, ma senza beneficio notabile, un Giovanni Bracesco, autore di un raro libro intitolato: Il legno della vita, nel quale si dichiara qual fosse la medicina per la quale i primi padri vivevano novecento anni. Si stampò in Roma nel 1542. La longevità di Noè e divenuta in particolar modo proverbiale fra gli Arabi. V. Goldziher, Der Mythos bei den Hebräern, p. 279.[I-2] Il Kuhn ha dimostrato l'identità dell'amrita e del soma nella sua monografia intitolata Die Herabkunft des Feuers und des Göttertranks, p. 145.[I-3] Sebbene la vite fosse coltivata in alcune parti dell'India non pare tuttavia che gli Indiani ne abbian mai tratto il vino. Usavano bensì vino di palma secondo si trova riferito da Plinio, Hist. nat., VI, 32, 8; XIV, 19, 3. Conobbero anche il vino di vite, che, a dispetto d'ogni proibizione, vi si portava assai di lontano. V. Lassen, Indische Alterthumskunde, v. I, p. 264–265, n. 3.[I-4] Râmâyana, versione di G. Gorresio, edizione di Milano, v. I, c. XLVI. Il Mahâbhârata ha un racconto molto più lungo, ma non diverso per la sostanza. Se ne trova la versione fra le note al Bhagavadghita tradotto dal Wilkins. Altre versioni, con varietà di poco rilievo, si trovano nei Purani. Cf. Wilson, The Vishnu-Purana, p. 75–78.[I-5] V. la lettera che si suppone scritta dal Prete Gianni all'imperatore di Roma e al re di Francia nel Monde enchanté del Denis, p. 185–205.[I-6] Baruffaldi, Baccanali, Bacco in Giovecca.[I-7] Diodoro Siculo, Bibliotheca historica, III, 68.[I-8] Antigone, 1105.[I-9] Osiride e Bacco sono divinità solari. Fra essi v'è identità mitica. Cf. Braun, Naturgeschichte der Sage, v. II, p. 116.[I-10] Du Méril, Poésies inédites du moyen âge, p. 306–308.[I-11] Beugnot, Histoire de la destruction du paganisme en Occident, v. II, p. 324.[I-12] Piper, Mytologie der christlichen Kunst, v. I, p. 211.[I-13] Maury, L'astrologie et la magie dans l'antiquité et au moyen âge, IV a ed., p. 155.[I-14] La commemorazion di San Bacco cade il 7 di ottobre. Dice in proposito il Middleton nella Letter from Rome: «In another place I have taken notice of an altar erected to St. Baccho; and in their histories of their saints, I have observed the names of Quirinus, Romula and Redempta, Concordia, Nympha, Mercurius, which, though they may have been the genuine names of Christian martyrs, cannot but give occasion to suspect, that some of them at least have been formed out of a corruption of old names». Io non so persuadermi che genitori cristiani volessero imporre ai loro figliuoli nomi così esecrati quali si erano quelli delle antiche divinità, e quanto ai neofiti credo che prima lor cura, ricevendo il battesimo, sarebbe stata di sostituirli con altri, quando pure si debba supporre che li portassero innanzi.[I-15] Tommaso Cantipratense ricorda una specie di canto fescennino composto in onor di quel santo: cantus turpissimus de beato Martino, plenus luxuriosis plausibus, per diversas terras: Galliae et Teutoniae promulgatus. Bonum universale de apibus, ed. Colvenerii, Duaci, 1627, p. 456–457. Cf. Du Méril, Poésies populaires latines du moyen âge, p. 198.[I-16] Blavignac, Histoire des enseignes d'hotelleries, d'auberges et de cabarets, p. 55.[I-17] Missa de potatoribus, Wright and Halliwel, Reliquiae antiquae, II, 208–210.[I-18] Nella Confessio Goliae attribuita a Gualtiero Mapes. Wright, Latin poems attributed to Walter Mapes, p. 70–75.[I-19] Histoire littéraire de la France, v. XXII, p. 141.[I-20] Id., v. XXIII, p. 495.[I-21] Jubinal, Nouveau recueil de Contes, Dits, Fabliaux et autres pièces inédites des XIII, XIV et XV siècles, v. I, p. 250 e segg.[I-22] Joyeusetez, Facecies, ecc., v. IX.[I-23] Morgante Maggiore, c. XVIII, st. 132. Qui possono essere ricordati anche questi pochi versi tedeschi: Der Deutsche hat zum Symbolum

Das Wort der Passion

«Mich durstet» ausersehen,

Und hält nach eigenen Proben

Das Vers für unterschoben

«Lass diesen Kelch vorübergehen.»

[I-24] Conquestus in Bacchum et Cererem.[I-25] Canzona d'un Piagnone pel bruciamento delle vanità nel carnevale del 1898, pubblicata da Isidoro del Lungo. Si può confrontare con Il Transito del tanto lascivo e desiato Carnovale col tollerabile e osservabile Testamento lasciato all'ardita e sfrenata Gioventute. Firenze, 1569.[I-26] Veggasi il poema intitolato La Cuccagna.[I-27] Veggansi i Fragments cosmogoniques de Bérose pubblicati dal Lenormant. Giorgio Smith fece conoscere un racconto più esteso che non sia quello di Beroso, contenuto nelle tavolette trovate a Ninive dal Layard. Questo racconto è indubitabilmente anteriore a Mosè. Cf. Lenormant, Les premières civilisations, v. II, p. 19.[I-28] Per ciò che concerne il Noè americano si può riscontrare J. G. Müller, Geschichte der amerikanischen Urreligionen, p. 423.[I-29] Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici dei primi cinque secoli dell'E. V., p. 341–342.[I-30] Plancy, Légendes de l'ancien Testament, p. 121–122.[I-31] Leviticus rabbâ, sect. 12.[I-32] Arnold, Arabische Chrestomathie, v. I, p. 53.[I-33] C. XXX. Josephus, au livre des causes des choses naturelles, racompte que Noè trouva la vigne silvestre, c'est assavoir les lambrusces; et, pour ce que le piet en estoit amer et foïble, le bon patriarche print du sang de quatre bestes, du lyon, du pourceau, de l'aignel et de la singesse, pour en destremper le fient, tellement que après cela le vin fut fait meilleur et plus fort.[I-34] Tischreden, Ed. di Lipsia, 1700, p. 172.[I-35] Méon, Nouveau Recueil, De l'hermite qui s'enivra.[I-36] Riferisco questo racconto sulla fede del Plancy, op. cit., p. 111–112. Non ho agio di riscontrare le Istorie di Tabari.[I-37] Ed. di Firenze, 1549, p. 33–39.[I-38] Ateneo, X, 49; Eliano, Variarum historiarum, II, 41.[I-39] Eliac., II, c. XXVI, 1.[I-40] Historia del Infante D. Pedro de Portugal en la que se refiere lo que le sucediò en el viaje que hizo cuando anduvo las siete partes del mundo, compuesto por Gomez de Santistevan.[I-41] Freytag, Arabum proverbia, v. II, parte 1 a, p. 140.[I-42] Epist., III, 19.[I-43] Carmin., III, 21.[I-44] Huon de Bordeaux, edito dal Guessard e dal Grandmaison.[I-45] La Vie de Gargantua et de Pantagruel, l. III, c. XLVII.[I-46] Qui mi pare venga in acconcio la seguente storiella narrata dal Domenichi, nel l. III della Historia varia.

Arrigo conte di Goritia hebbe due figliuoli d'una sua moglie Vngara donna nobile et prudente, i quali prima ch'uscissero di fanciullezza, tenne appresso di se nella camera sua; et spesse volte, mentre ch'essi dormiuano, era usato chiamargli da meza notte, et domandargli, se haueuano sete. I quali non rispondendo nulla, perch'essi dormiuano sodo, esso si leuaua, et daua loro bere. Ma non volendo essi bere, et rigettando fuori il vino, volto alla moglie le diceua: ah p....., tu ti facesti ingrauidare a un altro: costoro non son miei figliuoli, che dormono tutta la notte intera, senza hauer mai sete.

A. COSSA

LA CHIMICA DEL VINO

(Conferenza tenuta la sera del 16 gennaio 1880).

La composizione del sugo dell'uva, i cambiamenti che esso subisce per la fermentazione e le principali e più dannose sofisticazioni del vino sono gli argomenti che io dovrei sviluppare nella conferenza di questa sera. — Ho detto sviluppare, ma questa parola non è propria perchè il limite di tempo concessomi non è sufficiente alla trattazione completa degli argomenti annunciati. Pertanto dovrò limitarmi ad una esposizione compendiosa ed elementare, e per quanto è in me chiara ed ordinata, dei fatti più salienti della chimica del vino. — Le cose che esporrò non sono nuove, ma se la qualità dell'uditorio e la scarsa mia abilità didattica mi impediscono di pronunciare l' indocti discant, non rinuncio all'invocazione che voi vorrete accogliere benignamente: ament meminisse periti.

Esaminando gli acini dell'uva nei differenti periodi del loro sviluppo, si osserva che l'aumento graduale di peso e di volume ed il cangiamento del loro colore sono accompagnati da una modificazione pure progressiva della qualità del sugo che essi contengono. Questa modificazione consiste principalmente nella diminuzione della sua acidità e nell'aumento dello zucchero, come potete rilevare dalla tabella che vi presento, dove sono registrate le determinazioni fatte da me nel 1874 sopra una qualità d'uva detta Aramont, raccolta in diverse fasi della sua maturazione:

EPOCA DELLA RACCOLTA
ACIDITÀ
ZUCCHERO
DENSITÀ
del sugo
a + 15°

in un litro di sugo

26
luglio
1874
36,00
5,50
1,0182

4
agosto
»
31,87
6,94
1,0204

13
»
»
30,00
15,60
1,0218

22
»
»
29,92
28,70
1,0323

1
settembre
20,10
57,50
1,0333

10
»
»
17,77
96,20
1,0477

30
»
»
9,82
119,00
1,0583

Le materie che rendono acido il sugo dell'uva sono di varia natura, e si è convenuto di indicare l'acidità complessiva di queste materie riferendola unicamente all'acido tartarico, perchè questo è l'acido predominante. Così, per esempio, quando si asserisce che l'acidità di un mosto è di 9 per mille, si intende di dire che in mille centimetri cubici, cioè in un litro, di questo mosto si trovano tante materie acide da corrispondere a 9 grammi di acido tartarico.

L'aumento progressivo dello zucchero nel sugo dell'uva s'arresta quando esso ha raggiunto un certo limite oltre il quale l'uva, come succede di tutte le sostanze organizzate, infracidisce; cioè i suoi componenti, e tra questi lo zucchero, si cambiano in altre sostanze che diventano gradatamente meno complesse, finchè si risolvono in acqua, acido carbonico ed ammoniaca.

Non succede dell'uva quanto si verifica in altri frutti saccarini nei quali aumenta lo zucchero, cioè possono maturare, anche dopo che furono spiccati dall'albero. È cosa conosciutissima che per ottenere dei vini liquorosi si usa di far appassire su graticci l'uva, la quale dopo un certo tempo acquista un sapore più zuccherino. Questo fatto sembra provare il contrario di quanto ho asserito; ma la contraddizione è solamente apparente, perchè nell'appassimento dell'uva non cresce la quantità assoluta dello zucchero, e se essa riesce più dolce è perchè concentrandosi il sugo per l'evaporazione la quantità di zucchero va sempre più accumulandosi in una minore quantità di liquido. Anzi durante l'appassimento, come venne sperimentalmente dimostrato dal prof. E. Rotondi, la quantità assoluta di zucchero contenuta nell'uva diminuisce. Nell'uva lo zucchero è segregato dalle cellule del parenchima degli acini; invece nelle mele, e nel frutto proverbiale che matura col tempo e colla paglia, lo zucchero continua a formarsi per l'azione degli acidi sull'amido di cui questi frutti sono riccamente forniti.

L'epoca in cui nell'uva trovasi raccolta la massima quantità di zucchero varia nelle diverse qualità di vitigni, ed in uno stesso vitigno a seconda della natura del terreno, del clima, delle vicende atmosferiche e dei metodi di coltivazione. Siccome dei componenti dell'uva lo zucchero è quello che essenzialmente prende parte alla metamorfosi del mosto in vino, è logico il ritenere che l'epoca più conveniente per la vendemmia dovrebbe essere quella della perfetta maturazione dell'uva, epoca che coincide appunto colla sua massima ricchezza in zucchero. Ma, come in altre industrie, così anche in quella della fabbricazione del vino non si seguono sempre pratiche razionali. In alcuni luoghi per soddisfare al gusto depravato di bevitori che si compiacciono d'un vino aspro, si raccoglie l'uva ancora acerba. Altrove l'epoca della vendemmia è stabilita dall'autorità comunale con danno di coloro ai quali converrebbe di anticiparla o di ritardarla per le qualità o per l'ubicazione dei loro vigneti. A ciò si aggiunga un altro guaio; quando in una regione un proprietario ha iniziato la vendemmia, accade ben spesso che gli altri sono costretti loro malgrado a seguirne l'esempio per non esporsi al pericolo di vedere decimato il raccolto da animali, dei quali forse non parlerà il collega prof. Lessona nella futura sua conferenza sui nemici della vite, quantunque siano qualche volta terribilmente devastatori.

Riconosciuta la convenienza di raccogliere l'uva quando essa è perfettamente matura, ci si presenta spontanea la domanda di un metodo facile e pronto per determinare la quantità di zucchero contenuta nel sugo dell'uva. Questo metodo ci viene suggerito dall'esame delle cifre poste nella tabella che vi ho indicato poc'anzi dove trovansi eziandio indicate le densità del mosto nei diversi periodi dello sviluppo dell'uva. Come voi vedete questa densità va aumentando di pari passo collo zucchero, in modo che invece di dosare separatamente lo zucchero, operazione relativamente difficile, se ne può determinare con sufficiente esattezza la quantità in relazione della densità del liquido che lo contiene disciolto. Si eseguisce prontamente la determinazione della densità di un liquido mediante degli aereometri a galleggiante la cui costruzione ed uso sono basate sul noto principio di Archimede.

Per rendere questa determinazione ancora più pronta, si costruiscono dei pesa-liquori speciali, detti gleucometri, di cui vi presento un campione, nei quali invece delle densità sono indicate le quantità di zucchero corrispondenti sciolte in un litro di mosto[II-1]. Immergo il pesa-liquore in questa soluzione di zucchero d'uva, di cui voglio conoscere il grado di concentrazione; vedo che l'istrumento discende nel liquido fino al punto che corrisponde al grado 36,5 della scala di cui è munito; e da questa lettura imparo che ogni litro del mio liquido tiene in soluzione grammi 36,5 di zucchero d'uva.

Con questa semplicissima operazione non solo si può riconoscere quando l'uva ha raggiunto il culmine della sua ricchezza zuccherina, ma pei motivi che saranno più avanti ricordati, si può eziandio prevedere la forza alcoolica che avrà il vino fatto col mosto dell'uva esaminata. Pertanto non si esagera dicendo che il gleucometro può arrecare all'industria enologica servigi congeneri a quelli che arrecano alla bachicoltura il termometro ed il microscopio.

I più importanti componenti del sugo dell'uva matura (mosto) sono: acqua, zucchero, alcuni acidi, materie albuminoidi, sostanze grasse, tannino, materie coloranti, sostanze minerali.

L'acqua è il componente predominante del mosto giacchè la sua quantità varia tra 70 ed 80 per cento.

Lo zucchero contenuto nell'uva si chiama glucosio; esso è simile ma non identico allo zucchero che si ricava dalla canna indica e dalle barbabietole (saccarosio) dal quale differisce per una minore solubilità e per alcune proprietà ottiche. Si può preparare artificialmente il glucosio trattando l'amido contenuto nelle farine dei cereali o la fecola di patate con l'acido solforico. Il bel campione di glucosio che vi presento proviene da una fabbrica di Germania dove lo si prepara in quantità considerevole per uso di coloro che fabbricano il vino coi metodi Pétiot e di Gall. — Il mosto contiene ordinariamente dal 15 al 20 per cento di glucosio.

Le principali sostanze che impartiscono l'acidità al vino sono gli acidi malico e tartarico. Il primo di questi predomina nel sugo dell'uva acerba e di mano in mano che questa va maturandosi diminuisce in quantità e si cambia in acido tartarico. Il chimico nel suo laboratorio può con particolari processi di ossidazione cambiare l'acido malico in acido tartarico e da ciò si arguisce che molto probabilmente i fenomeni della maturazione dell'uva consistano in un lavorìo di ossidazione. L'acido tartarico poi si trova nel mosto in due stati, cioè libero e combinato alla potassa nel cremore di tartaro (bitartrato potassico). — L'acidità complessiva del mosto riferita all'acido tartarico oscilla tra 0,8 e 0,9 per cento.

Le sostanze albuminoidi, così chiamate perchè hanno una composizione simile a quella dell'albumina contenuta nelle uova e nel siero del sangue, contengono dell'azoto e servono alla nutrizione del fermento che è causa della trasformazione dello zucchero in alcool durante la fermentazione.

Nelle buccie dell'uva, nei graspi, ma più specialmente nei semi (vinaccioli), si trova del tannino, cioè una materia simile a quella che si estrae dalle galle della quercia e dal sommacco e che serve, come è noto, nell'industria della conciatura delle pelli. Nei vinacciuoli il tannino è associato ad una materia grassa oleosa che in molti luoghi viene estratta colla torchiatura per trarne profitto come olio da bruciare.

La materia colorante contenuta nelle buccie dell'uva ricevette il nome di enocianina. Questo pigmento trovasi in quantità relativamente abbondante in quelle varietà di uva contraddistinte appunto per questo motivo coi nomi di uva colore, tintorino, raisin tinturier, ecc. L'egregio professore A. Carpené di Conegliano ha recentemente suggerito un metodo per estrarre industrialmente l'enocianina dall'uva, la quale potrà essere razionalmente adoperata nella colorazione artificiale dei vini invece di ricorrere, come si fa generalmente per ottenere l'istesso scopo, ad altre materie coloranti estranee all'uva, delle quali alcune possono riuscire dannose alla salute.

Se si riscalda fortemente in contatto dell'aria il residuo dell'evaporazione del mosto, esso abbrucia, si carbonizza e finalmente rimane una quantità (circa 0,6 per cento) di cenere che rappresenta le materie minerali del mosto, delle quali le più importanti sono la potassa e l'acido fosforico. — Lo zucchero, il tannino, le materie coloranti ed albuminoidi, l'acido tartarico sono combinazioni di carbonio, idrogeno, ossigeno ed azoto che la vite può assimilare dall'aria; ma le materie minerali che pur sono non meno delle altre indispensabili allo sviluppo di questa pianta derivano esclusivamente dal suolo. Perciò quanto più un terreno sarà ricco di queste materie minerali sotto forma facilmente assimilabile tanto più esso si presterà alla coltivazione della vite. La grande feracità dei vigneti di alcune plaghe vesuviane dipende anche da ciò che in quei luoghi il terreno deriva dalla decomposizione di una lava leucitica molto ricca di potassa.

Voi comprenderete facilmente che colle continuate vendemmie si impoverisce il terreno delle sostanze minerali contenute nell'uva e che perciò è assolutamente necessario di restituire alla terra le materie sottratte se si vuole che la vite continui a crescervi rigogliosa. Le nostre raccolte sono ora decimate da malattie che si palesano colla comparsa di piccole piante o di animali parassiti; ma è opinione molto accreditata quella che ritiene che lo svilupparsi di muffe o di insetti nocivi non sia altro che la conseguenza di uno stato di marasmo delle piante prodotto dall'esaurimento a cui con sistemi poco razionali di coltivazione si condanna il terreno, pretendendo ch'esso contenga in quantità indefinita i materiali nutritivi necessarii alle diverse colture. E qui riesce opportuno l'osservare che per concimare razionalmente un vigneto non basta gettare nel terreno qualunque siasi rifiuto di materie organiche, quasichè ogni sostanza che non può servire ad alcun altro uso debba necessariamente avere la prerogativa d' ingrassare le piante. La qualità delle materie che si adoperano come ingrassi deve essere scelta in relazione alla qualità del terreno ed alla natura dei principii minerali che predominano nelle piante che si coltivano. Applicando queste considerazioni generali alla vite, si riconosce come i concimi ad essa più convenienti saranno i sali potassici ed i fosfati, perchè, come abbiamo già accennato, la potassa e l'acido fosforico sono le materie minerali che predominano nelle ceneri del mosto.

Esaminiamo ora brevemente i principali fenomeni che si manifestano durante la fermentazione del mosto.

Il mosto dell'uva lasciato in contatto dell'aria ad una temperatura che sia compresa tra i 5 ed i 30 gradi del termometro centigrado a poco a poco e spontaneamente si intorbida; si svolgono da tutta la sua massa delle bollicine di un gaz irrespirabile (acido carbonico); la sua temperatura si innalza al disopra di quella dell'ambiente; diventa gradatamente meno zuccherino ed acquista invece un sapore spiritoso. Dopo un certo tempo lo sviluppo di gaz va gradatamente diminuendo finchè cessa affatto; le materie sospese si depongono sul fondo del recipiente, il liquido riacquista la primitiva sua limpidezza; la fermentazione è terminata ed il mosto trovasi cangiato in vino.

Osservando col microscopio una goccia di mosto in fermentazione si vede che la materia che lo rende torbido è costituita da un ammasso di esseri organizzati formati da cellule ovoidali, aventi un massimo diametro di poco superiore ad un centesimo di millimetro. Questi organismi sono vegetali crittogami e furono detti saccaromiceti, cioè funghi dello zucchero. I saccaromiceti si moltiplicano in modo prodigioso e si nutrono delle sostanze albuminoidi; uno degli atti della loro energia vitale consiste nella decomposizione dello zucchero in alcool ed acido carbonico. Secondo le accurate ricerche del Pasteur da cento parti in peso di zucchero d'uva, per l'azione del fermento del vino, derivano i prodotti seguenti:

Acido carbonico
46,7

Alcool
48,5

Glicerina
3,2

Acido succinico
0,6

Cellulosa
1,0

L'acido carbonico si svolge allo stato di gaz ed è ad esso che devonsi attribuire la malsania delle tinaie durante la fermentazione, e l'effervescenza di alcune qualità di vini.

L'alcool (alcool comune, alcool etilico, alcool del vino) si accumula nel vino dal quale può essere facilmente separato per distillazione, avendo esso un punto d'ebollizione inferiore a quello dell'acqua. È appunto su questa proprietà che è basato l'uso del piccolo alambicco di Salleron che voi vedete funzionare avanti i vostri occhi e che serve per determinare la ricchezza alcoolica del vino.

La glicerina è una materia liquida, incolora, più densa dell'acqua, di un sapore dolciastro, e forma uno dei componenti di tutte le sostanze grasse vegetali ed animali. È la glicerina contenuta nel vino che gli imparte quella qualità difficilmente definibile e che i pratici designano col nome di corpo o sostanza del vino.

L'acido succinico è una materia che si può ottenere artificialmente ossidando l'ambra, e non sappiamo quale influenza esso eserciti sulle qualità del vino. — La cellulosi ha la stessa composizione del cotone e del legno; essa compone le pareti membranose delle cellule del fermento.

Oltre alle sostanze indicate si producono durante la fermentazione piccolissime quantità di alcool speciali diversi dall'alcool comune (alcool butilico, propilico, ecc.) i quali combinandosi con gli acidi del vino formano degli eteri odorosi che sono la causa dell'aroma particolare del vino. Al complesso di queste sostanze eteree si dà impropriamente il nome di etere enantico, quantunque noi non ne conosciamo finora la vera natura. Si trovano in commercio dei preparati con questo nome o coll'altro di bouquet del vino, ma sono miscele di etere prodotti artificialmente e di cui non conviene usare nella conciatura dei vini.

Appena terminata la scomposizione dello zucchero, i saccaromiceti cessano di moltiplicarsi, muoiono e le loro spoglie si depongono a poco a poco insieme alla maggior parte del cremortartaro, il quale perde della sua solubilità di mano in mano che va accumulandosi l'alcool nel mosto.

Confrontando il peso di volumi eguali di mosto prima e dopo la fermentazione, si osserva che il liquido fermentato riesce molto meno denso. Questa diminuzione della densità dipende dalla scomparsa dello zucchero e dalla formazione dell'alcool che è specificamente più leggiero dell'acqua. Perciò è evidente che determinando varie volte con il gleucometro la densità del mosto durante la sua fermentazione, si potrà sorvegliare e regolare a seconda dei casi il processo di vinificazione. Quando è cessata definitivamente la diminuzione della densità si potrà sempre collo stesso gleucometro riconoscere se tutto lo zucchero che era contenuto nel mosto si è convertito in alcool, sapendo noi che a cento parti in peso di zucchero d'uva corrispondono 48,5 di alcool. — Non sempre però avviene che tutto lo zucchero del mosto si cangi in alcool. Quando il mosto difetta di materie albuminoidi, i saccaromiceti non si possono sviluppare nella quantità necessaria per la completa metamorfosi dello zucchero. Se invece abbonda lo zucchero, anche in presenza di una quantità sufficiente di sostanze albuminoidi, esso non può produrre la dose di alcool che sarebbe indicata dalla teoria, e che, come abbiamo or ora ripetuto, corrisponde a poco meno della metà del proprio peso. In questo caso l'incompleta trasformazione dello zucchero dipende da ciò che i corpuscoli del fermento non possono vivere in un liquido che contenga più del 15 per cento di alcool. Questo fatto ci spiega il perchè con uve appassite si ottengono vini che sono nello stesso tempo dolci e spiritosi. — In una delle fattorie di vino in Marsala si fabbrica una qualità di vino liquoroso detto Brown Siracusa traendo partito della proprietà dell'alcool di arrestare la fermentazione; cioè si aggiunge al mosto, quando non è terminata la fermentazione, dell'alcool, il quale uccidendo i saccaromiceti, permette che sia conservata quella quantità di zucchero che corrisponde al tipo di vino che si vuol produrre.

Il mosto, anche quando è ottenuto da una stessa qualità di uva, non ha sempre una composizione costante, ma è soggetto a variare specialmente per le diverse vicende atmosferiche che influiscono grandemente sulle proporzioni dei principali componenti dell'uva. Variando la composizione del mosto si hanno necessariamente dei cambiamenti nella qualità del vino. Si è cercato di ovviare a questo inconveniente con metodi empirici, mescolando opportunamente tra di loro diverse qualità di vino. Ma la chimica sola ci può essere di guida sicura nel correggere il mosto in modo di potere da esso ottenere, ad onta delle sue possibili variazioni, un vino che abbia costantemente gli stessi caratteri, o come si è soliti a dire un vino tipo.

I metodi più apprezzati per modificare la composizione del mosto e per aumentare la produzione del vino nelle annate di scarso raccolto sono quelli suggeriti da Chaptal, Gall e Pétiot.

Quando si ha un mosto soverchiamente acido e che darebbe senz'altro un vino aspro e dannoso alla salute, Chaptal suggerisce di aggiungervi della polvere di marmo in una dose corrispondente alla quantità eccessiva di acido che si vuole eliminare. L'esperimento che faccio ora vi farà comprendere come il marmo agisce sui vini troppo acidi. In questo bicchiere contenente una soluzione di acido tartarico, che è lo stesso acido che predomina nel mosto, getto della polvere di marmo (carbonato calcico); come vedete avviene una forte effervescenza prodotta da ciò che l'acido carbonico del marmo si mette in libertà e si svolge allo stato di gaz, mentrechè la calce si unisce all'acido tartarico, lo neutralizza e forma una materia bianca (tartrato di calcio), che essendo insolubile a poco a poco si raccoglie sul fondo del recipiente. Lo stesso succede nel mosto nel quale il tartrato calcico insolubile si depone insieme alla feccia. Comprenderete la necessità della determinazione quantitativa dell'acidità del mosto quando si vuole adottare il metodo di Chaptal, riflettendo che se si eccedesse nella quantità di marmo, si renderebbe difettosa in un senso opposto la composizione del mosto, nel quale è assolutamente necessaria una certa quantità di acidi liberi.

Col metodo di Gall si corregge la troppa acidità del mosto senza ricorrere alla neutralizzazione della polvere di marmo. Gall ammette ragionevolmente che il mosto destinato a produrre una data qualità di vino deve contenere sempre le stesse quantità di zucchero e di acidi, che per alcuni vini del Reno, secondo lo stesso autore, devono corrispondere rispettivamente a 24 ed a 0,6 per cento. Se per caso il mosto contiene una quantità di acidi superiore a quella indicata, si aggiunge tant'acqua quanta è necessaria per avere il voluto grado di acidità. Con questa diluzione però se si corregge l'eccesso degli acidi, si diminuisce lo zucchero, e perciò è necessario di aggiungere al mosto dello zucchero in modo che esso ritorni alla proporzione normale del 24 per cento.

Col metodo del Gall non solo si corregge la cattiva composizione di un mosto, ma se ne aumenta eziandio la quantità. Questo aumento riesce molto più considerevole adottando il metodo Pétiot, col quale si può persino quadruplicare il volume di vino fornito da una data quantità di uva. Ritenendo che il mosto ottenuto direttamente dall'uva abbia una composizione normale, si getta sulle vinacce un eguale volume di acqua in cui sia stata disciolta la stessa dose di zucchero contenuta naturalmente nel mosto. Il fermento aderente ancora alle vinacce produce la scomposizione dello zucchero in alcool ed in acido carbonico; e così si ottiene un secondo vino, al quale se ne possono far succedere un terzo ed un quarto ripetendo successivamente le aggiunte di acqua zuccherata alle vinacce. Devesi però avvertire che è necessario di aggiungere all'acqua oltrechè lo zucchero anche dell'acido tartarico in una quantità che corrisponda al voluto grado di acidità. — Quando si eseguiscono le operazioni indicate con la massima cura si ottengono coi metodi di Gall e Pétiot dei vini di buona qualità e che è assai difficile, per non dire impossibile, il distinguere dai vini prodotti colla pura e semplice fermentazione del mosto.

Vi sono alcuni che ritengono i procedimenti che vi ho brevemente descritto come altrettante sofisticazioni e gridano contro qualunque siasi manipolazione chimica nell'arte del fare il vino, volendo esclusivamente limitata l'opera del chimico all'analisi dei vini per riconoscerne la forza alcoolica o per svelarne le possibili adulterazioni. Ma quando si adoperano in giusta misura lo zucchero e l'acido tartarico non si commette una sofisticazione, perchè queste sostanze sono identiche a quelle contenute naturalmente nel mosto. Se si deplora continuamente e con ragione che in gran parte d'Italia non si sanno produrre vini tipi, bisogna essere coerenti ed ammettere la legittimità di quei mezzi razionali additati dalla chimica che soli possono ovviare al difetto lamentato, che nuoce moltissimo al credito dei vini italiani all'estero. Si cita spesso a nostro rimprovero la costanza nella qualità dei vini del Bordolese e della Borgogna; ma i vigneti di questi paesi non sono più fortunati dei nostri; anche là le stagioni non si succedono sempre propizie alle vendemmie, e se ad onta di ciò i vini francesi ci si presentano sempre eguali, si deve attribuirne la cagione all'uso comune da nessuno condannato di correggere opportunamente a seconda delle circostanze le qualità del mosto. Le correzioni relative alla quantità dei principii componenti il vino non solo sono permesse, ma dovrebbero essere imposte dalla scienza. Se vi ha qualcuno così ingenuo da credere che il vino di Champagne sia fatto collo schietto sugo dell'uva, costui dovrebbe spingere la sua fede più in là e credere alle sincerità di tutti i brindisi che lo Champagne inspira.

Per essere giusti bisogna ammettere che la ripugnanza che incontra tra noi l'adozione dei metodi razionali di correggere il mosto e specialmente la fabbricazione del vino Pétiot, è fino ad un certo punto giustificata dal malo modo con cui questi metodi sono generalmente applicati. Per ignoranza si adoperano lo zucchero e l'acido tartarico in quantità non corrispondenti alle esigenze del mosto che si vuol correggere, oppure per una male intesa ed illecita economia invece di zucchero di ottima qualità si fa uso della peggiore melassa. Sonvi alcuni i quali guidati da un falso ragionamento credono di potere sostituire l'alcool allo zucchero: «Si aggiunge lo zucchero al mosto, pensano costoro, perchè esso si trasforma fermentando in alcool, ebbene tanto vale aggiungervi immediatamente la quantità di alcool corrispondente; ci si guadagna in tempo e denaro». Ma bisogna ricordarsi che quando lo zucchero fermenta, oltre all'alcool comune produce della glicerina, dell'acido succinico e piccole quantità di altri alcool, sostanze tutte necessarie perchè il vino abbia una composizione normale.

Mentre è giustamente biasimata per le ragioni che vi ho accennato, la sostituzione dell'alcool allo zucchero nella preparazione del vino Pétiot, si tollera l'aggiunta di piccole quantità di alcool ai vini liquorosi destinati per l'esportazione, come è specialmente il caso dei vini di Sicilia. Non è possibile di distinguere l'alcool formatosi naturalmente nel vino da quello aggiuntovi ad arte. Perciò il nostro Governo volendo avere una norma per la restituzione della tassa pagata sull'alcool adoperato nella confezione dei vini che si esportano, stabilisce, in base a molte ricerche, quale sia la ricchezza alcoolica massima naturale del vino di una data regione, ed abbuona al produttore quella quota di tassa che corrisponde alla differenza tra la forza alcoolica ammessa come naturale e quella riscontrata nel vino che viene presentato al dazio di confine per l'esportazione. Così, per esempio, essendosi stabilito che la ricchezza alcoolica massima dei vini di Sicilia è eguale al 15 per cento, per un vino di Marsala che ne contenesse il 19, verrà restituito l'ammontare della tassa che corrisponde alla quantità di alcool necessario per elevare da 15 a 19 il grado alcoolico del vino.

L'abuso però dell'alcoolizzazione dei vini non liquorosi costituisce una delle tante sofisticazioni del vino, di alcune delle quali è ormai tempo che noi ci occupiamo.

L'innacquamento del vino è senza dubbio l'adulterazione la più antica, la più facile e la più comune. Il chimico non possiede alcun mezzo di scoprire questa frode, che del resto non produce alcun danno alla salute. Si afferma, è vero, che è facile cosa lo scoprire l'aggiunta dell'acqua al vino versandone alcune goccie sopra un pannolino, o sopra la mollica di pane, ritenendo che la maggiore o minore diffusione della materia colorante nella macchia che si produce possa servire di criterio nel giudicare della schiettezza del vino; ma queste ed altre pratiche empiriche non hanno alcun valore e non meritano nemmeno di essere confutate. Se l'analisi chimica non vale a distinguere in un campione di vino l'acqua che vi esiste naturalmente da quella che per avventura vi fu aggiunta ad arte, si può però dosare con precisione la quantità totale di acqua. Pertanto chi teme che gli si adacqui il proprio vino, dovrà custodire un campione del vino acquistato, e presentarlo insieme all'altro del vino sospetto al chimico, il quale potrà dai risultati delle determinazioni analitiche eseguite sui due campioni, stabilire con certezza se realmente ad uno di essi fu aggiunta dell'acqua.

In alcune regioni del mezzodì della Francia, e tra noi nella Sicilia è invalso l'uso di gessare i vini, cioè di gettare del gesso polverizzato sull'uva durante la pigiatura, allo scopo di ravvivare il colore del vino e di renderlo più facilmente conservabile. L'aggiunta del gesso dà origine nel vino a del solfato potassico, il quale, quando sorpassa un dato limite, riesce nocivo alla salute, avendo proprietà purgative che non sono sempre nel desiderio dei bevitori. Il Governo francese già da molti anni non tollera i vini gessati, quando la quantità di solfati contenuti in un litro di vino sorpassa quella corrispondente a quattro grammi di solfato potassico; recentemente poi ha ridotto il limite di tolleranza a due grammi. Tra noi non vi è alcuna legge che limiti la gessatura dei vini; però alcuni Municipii, e tra questi quello di Torino, non permettono lo spaccio del vino gessato oltre la misura dei quattro grammi di solfato potassico per litro.

Per correggere i vini affetti da una malattia speciale detta grassume, in alcuni luoghi si usa l'acido solforico (olio di vetriolo); ma spesse volte il rimedio è peggiore del male, e si mettono in commercio, più frequentemente di quello che si crede, dei vini veramente nocivi. Si può svelare la presenza anche di piccole quantità di acido solforico libero nel vino con un mezzo semplicissimo che ora vi spiego. Si immergono nel vino sospetto delle listarelle di carta bianca senza colla (carta bibula, carta da filtro) e quando queste si sono imbevute di liquido, si fanno asciugare ad una temperatura non superiore a 100 gradi. Nel caso in cui il vino contenesse dell'acido solforico libero, le listarelle di carta dopo asciugate divengono, come quelle che vi presento, di color nero e friabilissime.

Il vino può qualche volta per frode o per incuria contenere delle combinazioni di rame e di piombo, le quali, anche quando vi si trovano in quantità piccolissima, lo rendono estremamente nocivo alla salute.

È cosa notissima che il vino fatto con l'uva solforata ha un odore ed un sapore disgustoso di ova putride dovuti alla presenza di gaz acido solfidrico. Per togliere al vino questo difetto, la scienza ha consigliato di travasare il vino, dopo che ha cessato completamente di fermentare, in botti in cui si è bruciato poco prima dello zolfo. Lo zolfo abbruciando produce del gaz acido solforoso, il quale reagendo sopra l'acido solfidrico dà origine a poca acqua ed a zolfo che si depone allo stato solido, ed è affatto insolubile nel vino; perciò rimane completamente decomposto il gaz che era cagione del cattivo odore. L'esperimento che ora faccio vi chiarirà quanto vi ho detto. In una campanella ho raccolto del gaz acido solforoso che ha l'odore soffocante dello zolfo che abbrucia; in un'altra campanella che ha un volume doppio della prima evvi del gaz acido solfidrico. Metto in comunicazione le due campanelle, e voi vedete che le loro pareti si tapezzano di una materia polverulenta di color giallo e che è zolfo puro; e dopo qualche istante posso lasciare in contatto dell'aria i due recipienti senza che voi siate incomodati dall'odore del vapore di zolfo e da quello di uova putride; il che prova che i due gaz venuti tra loro a contatto si sono reciprocamente scomposti. — Alcuni produttori e negozianti di vino invece di togliere l'odore di zolfo col metodo che vi ho indicato, gettano nella botte dei frastagli di rame o di piombo, i quali scompongono l'acido solfidrico, è vero, ma l'eccesso di questi metalli in contatto degli acidi che esistono nel vino dà origine a combinazioni solubili che sono eminentemente velenose. Per la grande facilità colla quale gli acidi organici intaccano il rame ed il piombo, si deve guardarsi bene dal conservare il vino in recipienti fatti con questi due metalli, oppure in quelle stoviglie grossolane la di cui vernice essendo fatta con un eccesso di litargirio o di alquifoux, che sono due composti contenenti piombo, riescono assai facilmente corrose dagli acidi. — Per lo stesso motivo, a mio parere, sarebbe da proscriversi assolutamente l'usanza che è diffusa nell'economia domestica di ripolire le bottiglie sciacquandole con acqua e pallini da caccia. Basta un granellino di piombo lasciato per inavvertenza nella bottiglia per rendere il vino suscettibile di produrre gravi malori.

Per colorire artificialmente i vini e specialmente quelli fatti col metodo Pétiot invece di usare l'enocianina, la quale, come già ebbi occasione di dire, è la materia colorante naturale dell'uva, si ricorre non solo a diverse materie coloranti vegetali, ma specialmente alla fucsina che è uno dei molti colori che si preparano col catrame del carbon fossile. La fucsina è dotata di una facoltà tintoria molto grande come potrete convincervene osservando i tre recipienti che sono avanti a voi, nei quali vi è dell'acqua alcoolizzata contenente rispettivamente un millesimo, un decimillesimo ed un centimillesimo del suo peso di fucsina. Ad onta che basti pochissima quantità di questa sostanza per tingere un gran volume di vino, tuttavia se ne deve assolutamente proscrivere l'uso, perchè nella sua preparazione si adoperano dei composti che riescono velenosissimi anche in piccole dosi. La sofisticazione dei vini colla fucsina e più comune di quello che generalmente si crede, ed io ebbi più volte occasione di analizzare dei vini che erano artificialmente colorati con questa sostanza. Anzi mi si presentò l'opportunità di far conoscenza con un commesso viaggiatore, il quale vendeva una soluzione concentrata di fucsina con due nomi differenti, cioè colore pei vini, e inchiostro violetto. Infatti è la fucsina che forma l'ingrediente principale di quell'inchiostro violaceo ora di moda, ma che formerà la disperazione dei paleografi dell'avvenire.

Porrò termine alla mia conferenza coll'accennarvi un'alterazione a cui possono andar soggetti i vini per la cattiva qualità del vetro delle bottiglie. Per ottenere un vetro più facilmente fusibile e pertanto per risparmiare del combustibile, alcuni fabbricatori di bottiglie aggiungono una eccessiva quantità di soda nella pasta del vetro. Si ha così un vetro che si altera assai facilmente quando rimane per un certo tempo in contatto con un liquido acido, quale è appunto il vino. L'acido decompone il silicato sodico mettendo in libertà della silice gelatinosa che rimane sospesa nel vino impartendogli una vischiosità simile a quella che si nota nei così detti vini filanti. In questo recipiente, che contiene una soluzione diluita di silicato sodico, io verso una soluzione pur diluita di acido tartarico, e, come voi vedete, si depone subito una materia gelatinosa che e appunto la silice. Questo esperimento vi dimostra ciò che lentamente avviene conservando per molto tempo del vino in bottiglie di cattiva qualità.

Giunto al termine della mia conferenza devo ripetervi che la ristrettezza del tempo mi ha solo permesso di esporvi alcuni dei fatti più salienti della chimica del vino. Coloro che desiderassero di approfondirsi in questo ramo della chimica applicata potranno trovare più diffusamente e con maggior chiarezza svolti gli argomenti che io ho appena enunciato, nei trattati di enologia e specialmente nel trattato sull'arte di fare il vino dei professori Cauda e Botteri, negli scritti del valentissimo enologo professore Carpenè e nelle lezioni sulla chimica del vino di Neubauer, di cui il prof. Sestini fece una ottima traduzione italiana. — Io mi riterrò soddisfatto se vi avrò dato occasione a studj importantissimi, e fortunato se non avrò parlato tanto male sul vino da richiamare alla memoria di qualcuno dei miei uditori il principio dell'ode pindarica a Jerone di Siracusa: Ottima è l'acqua.

[II-1] La densità di un mosto non dipende unicamente dal glucosio; ma eziandio in piccola parte da altre sostanze che vi sono disciolte. Di questo fatto si tiene conto nella graduazione dei gleucometri.

CORRADO CORRADINO

IL VINO NEI COSTUMI DEI POPOLI

(Conferenza tenuta la sera del 26 gennaio 1880).

Se il vino non dovesse considerarsi altrimenti che come una bevanda allegra capace di annebbiare la limpidezza talora troppo importuna dell'umano cervello, oppure come il tristo lusinghiero veleno che conduce con inviti da sirena all'ultimo abbrutimento, io non avrei davvero il coraggio, parlando del vino nei costumi, di far assistere il mio gentile uditorio a una lunga sfilata di popoli tutti malfermi sulle proprie gambe. Ma per fortuna, anche trascurando le quistioni economiche e commerciali in cui il vino ha tanta parte, esso ha nei costumi dei popoli una ben altra importanza. E non sarà difficile, per esempio, che noi vediamo brillare un vivo raggio di civiltà nelle sale dei triclinii ove scoppiettano le arguzie umide di falerno dei banchettanti coronati il capo di bianche rose convivali, mentre invece distingueremo chiaramente l'urlo selvaggio della barbarie presso quei popoli che invece di vino bevono strani liquori nelle tazze formate molte volte dal cranio dei nemici vinti in battaglia. Con ciò non voglio già dire — Dio scampi! — che l'uso del vino sia potente criterio a giudicare della civiltà di un popolo; voglio soltanto rilevare un fatto, che cioè presso tutte le nazioni civili l'allegro culto di Bacco par che vada a mano a mano acquistando in raffinatezza e in estensione, tanto che ne risentono l'influenza tutti i costumi e pubblici e privati, tanto che il vario uso del vino giunge persino ad avere non so qual carattere di allegoria, di simbolo, quasi fosse un vero e proprio elemento di civiltà.

Osservatelo questo ilare Iddio, questo ultimo venuto ad assidersi al banchetto dei Numi: Bacco non ci appare soltanto quale ce lo rappresentano alcune statue antiche, col capo coronato di edera e leggermente arrovesciato all'indietro, cogli occhi velati dai vapori di un'ebbrezza voluttuosa; ben presto le sue membra ingigantiscono quasi, si spiegano tutte le forze recondite della sua attività e gli uomini salutano in lui il simbolo della giocondità e della vita. E notate che prima ancora che egli esistesse, era un Dio il vino stesso, Θέοινος, il vino puro era un Dio, Ἄκρατος.

Ma come suole sempre avvenire che dal fatto concreto e sensibile le menti umane tosto assorgono alla astrazione del medesimo, così dai caldi vapori del mosto emerse ben presto netta e spiccata la personalità del Nume, e il giovine Bacco ebbe sagrifici ed altari. La gratitudine umana lo salutò coi nomi più belli: egli e il Dio Toro, sinonimo di forza, e a questo proposito giova ricordare quanto scrive Plutarco nella vita di Licurgo, dell'abitudine che avevano le donne spartane di lavare i propri bambini nel vino per isperimentare la loro forza[III-1] essendo opinione che mentre questi bagni indebolivano vieppiù gli infermicci, afforzassero invece i ben costituiti. Bacco è il Dio salvatore, σωτὴρ, il Dio Mago, Γόης, il Dio medico Ιατρομάντις; e il medesimo Plutarco nella vita di Cesare fa menzione di una malattia da cui era afflitto l'esercito di Cesare, malattia che il grande capitano guarì permettendo ai suoi soldati una solenne ubbriacatura. Da quel giorno, soggiunge il grave storico di Cheronea, i soldati mutarono la complessione dei loro corpi.

Bacco ha ancora sul fronte l'ornamento di due corna potenti, come colui che primo accoppiò i buoi all'aratro; egli e compagno alla Dea delle biade, alla Dea della bellezza e dei piaceri, e non muove quasi passo senza che gli tengan dietro tutte e nove le Muse.

Ora quale altro liquore può vantarsi di aver ottenuto dagli umani onori così solenni?

Che il bisogno di pozioni alcooliche sia stato sentito di buonissima ora, e specialmente presso alcuni popoli, lo prova ad esuberanza la storia: e che strane miscele furono inventate, e a che non si ebbe ricorso per appagare questa necessità di sentirsi, per così dire, aumentata nei polsi la vita mediante bevande spiritose! Taccio della birra che pure può vantare origini così antiche e più forse dello stesso vino: ma ad essa non osò nessuno tributare onori come al liquor della vite, e noi leggiamo ad esempio nell'Edda che se è concesso agli eroi morti in battaglia di tracannare nel Valhalla enormi calici di birra, al solo Odino è dato di esilararsi col vino mesciutogli dalle mani delle belle Valkiri.

È noto a tutti il vino che si traeva antichissimamente e si trae ancora oggidì presso alcuni popoli dall'albero della palma. I Circassi formano un liquore inebriante mescolando il miele con un alcool tratto dai semi di canapa. I Cinesi ne ricavano dal riso; i Tartari dalle carni di castrato e di agnello, e altri popoli da una infinità d'altri ingredienti. Che più? Gli stessi Americani prima che conoscessero il vino, preparavano, al dire degli storici, bevande alcooliche colla mollica di pane masticata, coi semi di grano e con altri prodotti vegetali, e avevano tanto in onore queste bevande che fissavano certe feste speciali a scopo di ubbriacarsi, feste dalle quali escludevano come non abbastanza degne, le donne.

Ma appena conobbero il vino vi si abbandonarono con vera frenesia vendendo per averne tutto quanto possedevano; nel che non facevano che imitare gli antichi Galli i quali, secondo che racconta Ateneo, davano per un bicchiere di vino i loro schiavi e le loro case, e talora vendevano persino la propria libertà.

Un solo liquore può fino ad un certo punto competere col vino, ma per brevissimo tempo: ed è il soma, il liquore che traevano gli antichissimi Arii dal sugo dell' Asclepiadea acida o sarcostemma viminalis e di cui si servivano quei nostri padri remoti ad uso di libazioni. Ma nel suo passaggio a traverso l'Asia Minore e la Grecia il soma dovette cedere innanzi ai trionfi del vino, tanto che non soltanto la fama, ma se ne perdette quasi perfino il nome.

Ed ecco dunque questo vino trionfatore fare la sua apparizione solenne nel mondo: il leggendario Noè pianta dopo il diluvio la vigna, dando con ciò prova di altissimo senno: perchè in seguito a una così indiscreta risciacquata era naturale che il mondo dovesse sentire il bisogno di un bagno diverso.

L'umanità infatti si tuffò voluttuosamente nel vino: e quando vide attraverso il folto fogliame pampineo brillare al sole i grappoli dorati; quando dai grappoli premuti vide sgorgare in copia il rosso liquore, e bevutolo sentì salire dolcemente al cervello i vapori di un'ebbrezza deliziosa e si trovò spontanee sul labbro le canzoni piene di ilarità e di gioia, allora si inchinò plaudente innanzi a Bacco salutando in lui il Dio della vita.

Egli è veramente allora quale ce lo descrive Euripide nel Coro delle Baccanti:

«È il Dio dei piaceri; egli regna in mezzo ai banchetti tra le corone di fiori; anima le danze allegre al suono della cornamusa, fa nascere le folli risa e dissipa gli affanni; il suo nettare giocondando la tavola degli Dei ne aumenta la felicità e i mortali bevono nella sua tazza il sonno e l'oblio dei mali».

Tale dunque è il Dio: e inneggiando a lui si inneggia al rappresentante delle forti e spensierate gioie della vita. E quando, per uno strano rivolgimento avvenuto nella coscienza, la vita parrà un fardello pesante all'uomo, pensieroso soltanto di conseguire per virtù di sagrifici la patria celeste, non sarà forse contro a Bacco e contro a Venere che si scaglieranno sopratutto gli anatemi dell'ascetismo medioevale?

Ma con tutto ciò, Bacco non è soltanto il conviva sollazzevole che anima la gioia e il tripudio dei banchetti: egli si avvolge, anche, talora nel grave manto sacerdotale, talora veste la maglia del guerriero, talora persino la toga severa del moralista. Non si può tuttavia negare che il più delle volte ha un'altra abitudine: quella di gettar lungi da sè tutte quante le vesti. Ma in questo caso noi imitando il pietoso esempio di Sem, stenderemo un velo sulle sue nudità vergognose.

Mi affretto però a soggiungere che per quanto riguarda Bacco nei templi non conviene pigliar la cosa troppo in sul serio e c'è anzi sempre da temere ch'egli non stia per farne qualcuna delle sue; quando, ad esempio, vuotatosi il sacro recinto della folla accorsa e rimasti i soli sacerdoti, fumavano sull'ara le dapi innaffiate di vino sacrificale, oh quante volte dovette fregarsi le mani malignamente sorridendo l'astuto Nume, nel vedere quei gravi personaggi barcollare e tentennare nel far la riverenza a qualche suo confratello d'Olimpo!

E c'è forse ancora modo di meravigliarsi che i responsi famosi dei sacerdoti e delle sibille fossero così oscuri e ingarbugliati, quando sappiamo che venivano dettati non soltanto da Febo Apollo, ma anche dal buon padre Lieo?

Non Dindymene, non adytis quatit

Mentem sacerdotum incola Pythius,

Non Liber aeque, non acuta

Sic geminant Corybantes aera

Tristes ut irae.

Orazio, Odi, I, 16[III-2].

Del resto questo vino ch'io chiamerò sacro entrò di buonissima ora nei templi e fu anzi parte principalissima delle cerimonie religiose le quali s'iniziavano sempre con le cosidette libazioni. L'antichità remotissima di quest'uso ci è attestata dallo stesso Omero il quale lo descrive minutamente in più luoghi dei suoi poemi. Consistevano le libazioni nel versare in un calice del vino, nello spanderne successivamente qualche goccia sovra l'ara o sul fuoco o anche per terra e quindi nel bere il rimanente. In origine però le libazioni non si facevano col vino, come si rileva da questo passo di Porfirio nel trattato De Abstinentia: «Le libazioni presso gli antichi erano per la massima parte sobrie: sobrie si chiamano quelle che si fanno coll'acqua. Poi si fecero col miele... al quale tenne dietro l'olio, e finalmente il vino».

In Grecia e in Roma furono in grandissimo uso e precisamente in quella maniera che viene descritta da Omero: ma troviamo di più che era costume in Roma di libare anche tra le corna della vittima ripetendo ogni volta la nota formula: «Sii tu accresciuto per mezzo di questo vino nuovo».

Ed esempi di libazioni troviamo ancora presso molti altri popoli: nei due sagrifici quotidiani nel tempio di Gerusalemme gli Ebrei libavano vino, e pretendono anzi i Rabbini che di qui nascesse l'uso del vino nella messa cattolica.

Gli Indiani, al dire di Strabone, non bevevan vino che nei sagrifici, e se crediamo ad Erodoto il quale però sembra che in altri luoghi si contraddica, gli Egiziani, presso cui erano in grande onore le libazioni prima di immolare la vittima, non permettevano il vino che ai sacerdoti[III-3].

Libavano vino gli Etruschi nei sagrifici, i Galli nella famosa solennità che aveva luogo al tempo della raccolta del vischio, e per citare un popolo di barbari costumi, anche gli Sciti, i quali libavano vino sul capo dello schiavo prima di immolarlo a Marte.

Nè posso passare sotto silenzio i suntuosi banchetti che tanto in Grecia quanto a Roma si offerivano in certi giorni agli Dei, e nei quali il vino sacrificale ebbe sempre larghissima parte.

Che se poi — mi perdonino gli scapoli e le zitellone — mi è concesso di distinguere in tre i punti più solenni e importanti della vita, nella nascita cioè, nelle nozze e nella morte, non è difficile lo scorgere come in ognun d'essi il liquor della vite abbia sempre avuto un'importanza speciale; e non voglio mica accennare soltanto ai veri rigagnoli di vino che fecero ciarliere in ogni tempo le gole degli invitati a un banchetto per un neonato o per una fanciulla che va a marito. Parlo di cerimonie speciali e consacrate dai diversi culti, di cerimonie in cui il vino assume un vero carattere di simbolo religioso.

Così anche oggi un uso particolarissimo vige presso il popolo ebreo: quando il sacerdote ha compiuta sul neonato quella tale operazione che corrisponde al nostro battesimo cristiano, ed ha per tal modo impresso in lui — indelebilmente — il carattere di israelita, accosta alle labbra un vaso ricolmo di vino, ne beve una goccia e quindi ne umetta pure le labbra del bambino. Il rito cristiano ha sostituito al vino un grumello di sale; gran peccato davvero che a questa età la Natura non abbia concesso l'uso della parola! Chè non sarebbe certo senza interesse il sapere da questi omuncoli pur mo' nati, se essi non preferiscano per avventura sulle labbra il dolce bacio del vino, simbolo delle forti gioie della vita, a quello acre e mordente del sale della sapienza!

Presso gli stessi Ebrei si consacrano ancora oggi gli sponsali col benedire il vino di cui bevono poi gli sposi nel bicchiere medesimo: uso di cui trovo un esempio appo i Galli antichi, sebbene con qualche divario, perchè presso a costoro gli sposi bevevano due diverse specie di vino versato in uno stesso calice da due diversi bicchieri.

Cerimonie assai simili a queste si attribuiscono in identiche circostanze da molti viaggiatori ad alcune popolazioni specialmente di razza slava.

Per quel che riguarda i riti funebri nessuno ignora quanta parte avesse nei medesimi il vino presso i Greci ed i Romani: col vino, secondo che ci descrive lo stesso Omero, si estingueva il rogo su cui ardeva il corpo del defunto, col vino e coll'olio se ne lavavano le ceneri prima di raccoglierle nell'urna; e in Roma col vino e col latte come si ricava da Tibullo. E ho appena bisogno di ricordare quell'inamabile usanza di terminare le funebri cerimonie con un banchetto, dove troppo spesso svaniva indecentemente ogni dolore fra i tripudii a cui davan luogo le frequenti libazioni di vino generoso.

Molto di sacro hanno naturalmente i trattati di alleanza e i giuramenti: e anche qui trovo che presso alcuni popoli concorreva il vino a renderli più solenni. Ad esempio gli Sciti si ferivano alla fronte lasciando gocciare qualche stilla di sangue in un calice contenente del vino; immersavi quindi la punta di un dardo bevevano di quella miscela. E i Valacchi invece pongono in un vaso del pane, del sale e una croce: giurano, e poi in quel vaso le parti contraenti bevono vino.

Neanche il cristianesimo, il quale pure si dimostrò così acerrimo nemico d'ogni forma del culto pagano, potè bandire del tutto il vino dalle sue cerimonie: ed è caratteristico quello che ci racconta il Peysonel nella sua relazione d'un viaggio nell'Asia Minore. Trovandosi egli a Smirne nel 1768, potè assistere a una cerimonia del rito greco in cui ravvisò un vero e proprio avanzo delle antiche libazioni; dovendosi lanciare in acqua un battello, il costruttore, prima che le altre cerimonie d'uso si compissero, si fe' portare una coppa di vino, e dopo averne spruzzata la poppa del naviglio, bevette il rimanente e ne fece bere agli astanti.

E nel medesimo rito greco la libazione di vino interviene pure nella cerimonia degli sponsali e nei banchetti funebri; e quel che è più singolare il vino ha pure la sua parte nel sacramento dell'estrema unzione. Perchè questa vien somministrata coll'olio puro ai moribondi; ma quando la si dà a qualche reo di peccato mortale, si mescola coll'olio una leggiera quantità di vino.

D'altra parte il vino nel rito cristiano fu innalzato all'onore supremo di rappresentante del sangue stesso del Cristo, onde per questo lato esso non ha certo ragione di rimpiangere gli antichi secoli quando aveva tributo di laudi divine. E fu un tempo in cui non soltanto il sacerdote, ma tutti i fedeli avevano il diritto di dissetarsi a questa allegorica fonte e di bevere alla sacra mensa il sangue del loro Dio sotto la forma di vino; nel secondo secolo, ad esempio, era del tutto in uso la comunione sotto le due specie. Venne poi di mano in mano proibita ai laici la comunione col vino, ciò che diede origine a controversie e ad eresie senza numero: e ancora nel 1413 il Concilio di Costanza minaccia pene severissime al prete che comunichi i fedeli altrimenti che col pane consecrato. Ciò non dimeno in Russia anche al dì d'oggi tutti i cristiani comunicano sotto le due specie.

Che se noi vogliamo farci più persuasi di questo simbolismo del vino quale si usa nelle cerimonie religiose, non abbiamo che a por mente alla predilezione con cui i predicatori del secolo XVI si occupano del medesimo nei loro sermoni. E troveremo ad esempio fra molti altri passi caratteristici quello in cui Robert Messier paragona Gesù Cristo a un taverniere che distribuisce agli apostoli il suo vino: S. Giovanni si sentì inebriato dal solo odore, e Giuda poi trovò il liquore così delizioso che deliberò di venderlo per trenta denari. Nè è meno singolare Michele Lenoir che apprestando nel 1521 ai suoi fedeli ascoltatori un allegorico pranzo di vigilia, così parla del vino nel suo Quadragesimale spiritual e: «Puis après le pain blanc et le vin ne se doivent en oubli mettre. Pour le pain et le vin nous pouvons entendre les joyes du paradis.... Le vin est de deux couleurs, blanc et rouge: le blanc nous donne l'éspérance d'aller en paradis, car il fait bon courage. Et le rouge fait le bon sens réduisant en mémoire le précieux sang de Jésus Christ»[III-4].

Poche cose dirò del vino che starei per chiamare marziale, siccome quello che conforta gli animosi alle pugne e cui gli antichi popoli (imitati in ciò dai moderni) tracannavano copiosamente per incitarsi al valore e allo sprezzo della morte.

Già Platone osservava che frequente è l'ubbriachezza nelle nazioni bellicose; ma è da considerarsi che in alcuni popoli, massimi bevitori, la forza belligera non è che brutalità barbara e selvaggia, aumentata ancora dall'immoderato abuso delle bevande alcooliche, come si legge degli Unni e specialmente del famoso loro capitano Attila; mentre altri popoli, pure deditissimi al bere, si possono dire dotati di quella forza maschia e intelligente che non dipende soltanto dal nerbo del braccio ma dalla virtù dell'animo generoso.

E fra i primi vanno annoverati certamente quegli Sciti che si facevano coppe da bere col cranio dei vinti nemici. Era uso presso di loro che ogni anno il governatore di una provincia dovesse invitare ad un festino tutti coloro che avevano ucciso qualche loro avversario: quivi il vino era largheggiato in copia meravigliosa e mentre gli invitati sotto l'impero dell'ebbrezza si abbandonavano ad ogni eccesso, da lungi contemplavano l'orgia con occhio invidioso quelli che non potevano vantarsi ancora d'aver trucidato un nemico. Nè meno ubbriaconi o meno barbari erano quei Britanni, di cui scrive Strabone ἀντροπόφαγοι τε ὄντες καὶ πολύφαγοι, che erano cioè antropofaghi e mangiatori solenni.

Ma altra era la forza di quei tenaci Anglo-Sassoni, destinati a tante conquiste contro il suolo ribelle e nel regno del pensiero, e sui quali Gregorio Magno, dopo di aver deplorato la loro smoderatezza specialmente nel bere, fa questo singolare lamento: «Oh qual danno che il principe delle tenebre debba aversi così bei sudditi! Angelica è veramente la loro sembianza e degni sono di essere compagni agli angeli nel cielo».

E se crediamo a quel che ci narra Plutarco nella vita di Camillo, bastò che Arunte Etrusco portasse ai Galli un saggio del vino italico perchè costoro s'infiammassero del desiderio di passare le Alpi e si sentissero più coraggiosi e più forti a sopportare le fatiche e i rischi della conquista. Nè dei Germani (anche di quelli lontani dalle rive del Reno) è ben certo che non bevessero vino o che ne bevessero solo scarsatamente. E sebbene Cesare scriva degli Svevi che non permettevano fra loro l'introduzione del vino, perchè effeminatore, pure sappiamo che ben presto dai vigneti renani esso si diffuse per ogni parte della Germania, e Tacito ci presenta quelle fortissime genti assise a desco dinanzi ai boccali di birra e di vino assai più tempo che a uomini temperanti non si convenga.

Che se presso alcuni popoli, come avveniva per esempio dei Cartaginesi, troviamo leggi che fanno divieto ai soldati di bere vino durante la campagna, non è men vero che fu considerato in ogni tempo ottimo consiglio quello di rincorare i combattenti che fiutano prossima la mischia con qualche sorso abbondante di vin generoso o di altro liquore potente, il quale aiuti i morituri ad incontrare serenamente il loro fato — e a menare con più furia le mani.

E come prima il vino è l'incitatore alla battaglia, così è in seguito il premio della vittoria: e ci siano di esempio per tutti, quei guerrieri omerici dal colossale torace che dopo ogni fatto d'arme stendono eroicamente la tovaglia e inaffiano le enormi pietanze con veri torrenti di elettissimo vino.

E che portenti d'uomini eran quelli!

Quando leggiam che l'inclite ventraie

Degli Atridi e del figlio di Peleo