L'ERESIA NEL MEDIO EVO


L'ERESIA
NEL MEDIO EVO

STUDI

DI

FELICE TOCCO

IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE

1884


PROPRIETÀ LETTERARIA

Firenze — Tip. G. Carnesecchi e figli.



[INDICE]


ALLA

CARA E VENERATA MEMORIA

DI

MIO PADRE


AVVERTENZA

Messomi a studiare i rapporti tra la filosofia scolastica e la contemporanea eresia, se non ho trovato quello che a prima giunta supponevo, mi venne fatto in compenso di formarmi un'opinione ben netta sulla genesi e sul corso delle molteplici sètte eretiche. Il risultato di questi studii pubblico nel presente libro, che per conseguenza non è, nè vuol essere una storia degli eretici, e molto meno un trattato dommatico sull'eresia.

L'ho intitolato Studi sull'eresia del Medio Evo, prendendo quest'ultima parola nel senso più ristretto del periodo, in cui domina la filosofia scolastica. L'età di transizione tra la coltura antica e la nuova, in cui fiorisce la Patristica, è affatto estranea al mio compito. Avrei dovuto occuparmi delle sètte contemporanee al moto francescano, che vanno sotto il nome di Flagellanti, Apostolici, Beghini e Guglielmiti, e molti materiali avevo raccolti intorno a codesto argomento. Ma la ristrettezza dello spazio m'impedisce di trattarlo anche superficialmente, e mi riserbo di farne uno studio a parte, se i saggi, che ora pubblico, saranno benevolmente accolti, del che dubito forte. La mancanza di spazio m'impedisce altresì di pubblicare nella loro integrità alcuni testi inediti, che si riferiscono all'abate Gioacchino, all'Evangelo eterno, ed al moto francescano. Ne ho solo riportati quei frammenti, che più s'affacevano al mio scopo. Ho forse abbondato nelle note, ma non me ne pento, chè nelle ricerche storiche la mancanza assoluta o la citazione manchevole delle fonti parmi un vero danno. Del resto se al lettore piace di saltare le note, e credermi in parola, io gli sarò grato di tanta fiducia.

Firenze, marzo 1884.

INTRODUZIONE

Il Medio Evo, che a torto da amici ed avversarii fu detto l'era della concordia e della pace, ebbe a soffrire non meno dell'età nostra profondi e dolorosi travagli. Codesta unità delle menti e degli animi, produttrice secondo gli uni di opere grandiose, segno secondo gli altri di fiacchezza e torpore, fu sempre e dovunque vagheggiata, giammai conseguita. Nè ci verrà mai fatto di trovarla nei tre periodi, in cui vanno divisi i secoli che corrono da Carlo Magno a Carlo di Boemia.

I

Il primo periodo, che diremo di preparazione, è il più lungo di tutti, protendendosi dal secolo nono sino alla metà del decimosecondo. Vi primeggiano in filosofia le dispute faticose intorno agli Universali, nate da una frase dell'Isagoge Porfiriana, la quale racchiude in germe un problema sempre risoluto e sempre da risolvere. Quel che noi diciamo i generi e le specie, sono forse entità reali, anzi solo la vera realtà, o non piuttosto artifizii della mente per non smarrirsi nel laberinto della natura? Alla prima sentenza piegavano i Realisti, i Nominalisti alla seconda; ed il loro dissidio, frutto di una profonda antinomia della ragione, durava ostinato per secoli, e quando parea che fosse per comporsi, rinasceva sotto altra forma più vivace di prima. Secondo l'intuizione realistica gli individui sono effimere esistenze, le quali, a così dire, nell'istessa ora che nascono, scompaiono. Che siamo noi uomini, presi individualmente? Pulvis et umbra. Consacrati alla morte, un piccolo accidente distrugge in un punto quanti fra noi aveano redata maggior consistenza e vigore. La sola che sopravvive a tante ruine, e sfidando le ingiurie del tempo, per volger di secoli non cresce nè scema, è quel che v'ha di universale in noi, l'umanità. E lo stesso che diciamo degli uomini, possiamo ripetere degli esseri tutti. Chè anzi a quel modo che gl'individui umani sono frammenti dell'umanità, questa è una piccola parte di un essere più sterminato di lei, l'animale. E l'animale a sua volta è frazione del vivente, ed il vivente è anch'esso forma fugace di un Essere immenso che è tutte cose, ma nessuna in particolare. Questo solo è ciò che permane immutato, è l'ordito su cui s'intesse la variopinta trama della natura, è l'Oceano che serba costante il volume delle acque, benchè sull'immensa superficie s'avvicendino i flutti rumorosi. Questi arditi concetti sono adombrati nel De divisione naturae di Giovanni Scoto Erigena.[1] Così nella prima metà del nono secolo quella Filosofia, che si dice serva del domma, prende le mosse da un libro, il quale parecchi secoli dopo (nel 1225) da Papa Onorio III verrà condannato alle fiamme.[2]

Nè men libera ed ardita è la scuola opposta dei Nominalisti. Il concetto dal quale partivano Roscellino e i suoi seguaci, affatto discorde da quello dei Realisti, è il seguente: la sostanza prima è l'Individuo; gli universali sono astrazioni che la nostra mente forma togliendo ed isolando ciò che han di comune gl'individui, e lungi dall'essere la vera realtà, non hanno maggior consistenza del suono che li esprime.[3] Se il Realismo menava dritto al concetto di sostanza unica, di cui gl'individui son gli accidenti, il nominalismo in quella vece di conseguenza in conseguenza riescir doveva alla dottrina dell'originalità degli individui, o in altre parole all'atomismo.[4] Tali erano i due indirizzi della speculazione di quel tempo, i quali, mutati nomi e fattezze, si sono conservati sino ai nostri giorni. Ma e l'uno e l'altro sistema eran guardati con sospetto dagli ortodossi, cui non isfuggì che sotto l'apparenza dell'accordo si nascondesse un grave dissidio tra la Fede e la Filosofia. Ben fu tentata una via di mezzo tra i due opposti estremi, la quale sembrava s'accordasse meglio colla tradizione; ma il tentativo non ostante la pietà e l'ingegno di Anselmo di Aosta fallì; nè a torto gli scolastici posteriori ebbero a temere che l'idealismo dell'arcivescovo di Canterbury non fosse meno avventuroso degli altri sistemi, nè sapesse tenersi egualmente lontano dal misticismo degli uni e dal razionalismo degli altri.[5] E questi erano infatti gli scogli, nei quali rompeva la speculazione di quel tempo, in cui i filosofi, non usi ancora a infingersi, come fu stile dei secoli posteriori, traevano dai loro principii, saldi argomenti a trasformare i dommi e le dottrine tradizionali.

Così i Realisti, al cui misticismo nessun mistero ripugnava, tra le nebbie della credenza popolare s'argomentavano di scoprire le proprie teorie. E restaurando il vecchio metodo dell'interpetrazione allegorica, già tanto usato ed abusato dai gnostici, nel domma della trinità videro simboleggiato un ciclo cosmogonico, e nella redenzione l'eterna durata dell'effetto garentita dal perenne intervento della causa.[6] Ed anche i nominalisti alla lor volta, benchè non spiccassero voli così alti e ben lontani si tenessero dal nebuloso speculare degli avversarî, non cessavano per tanto dallo studiare i dommi religiosi, nè meno uso facevano dell'interpetrazione allegorica. Le loro spiegazioni, non elaborate certo nel grande stile dei realisti, eran più piane e sarei per dire volgari, ma meglio confacenti secondo loro a far luce piena dove più s'addensava l'ombra del mistero.

La setta nominalistica o concettualistica[7] che dir si voglia fu per tal guisa l'iniziatrice del razionalismo, ed il suo più illustre rappresentante, l'infelice Abelardo, ragionatore instancabile e strenuo propugnatore dei diritti del libero pensiero, cadde vittima della sua dialettica. Odiosum me mundo reddidit Logica.[8] Per ben due volte ei fu tradotto davanti a Sinodi provinciali sotto l'accusa di eresia. La prima nel 1121 in quella stessa città di Soissons, dove pochi anni innanzi era stato condannato Roscellino per sospetto di triteismo;[9] la seconda nel 1140 a Sens, dove egli sperava battere colle armi delle sue implacabili argomentazioni l'accusatore suo S. Bernardo. Ma nè l'una volta nè l'altra gli arrise la fortuna; chè a Soissons fu condannato a bruciare colle sue proprie mani l'Introductio ad Theologiam, e come se ciò non bastasse fu chiuso in espiazione dei suoi falli nel convento di S. Medard. A Sens poi gli sarebbe capitato anche peggio, se l'accorto filosofo, presentito l'imperversar della bufera, non se ne fosse appellato al Pontefice. E ventura per lui che, mancategli le forze lungo il viaggio alla volta di Roma, riparasse nell'abbazia di Cluny, ove fu accolto affettuosamente da Pietro il venerabile, miracolo ed esempio di vera carità cristiana. Se fosse proceduto oltre, non avrebbe trovata eguale accoglienza nel Papa Innocenzo II, il quale non poteva al certo darla vinta al filosofo palatino contro quello stesso S. Bernardo, alla cui opera egli doveva in parte il trionfo riportato sul rivale Anacleto.[10] E d'altro lato come mai quel Pontefice, che l'anno innanzi avea imposto silenzio all'audace Arnaldo da Brescia, avrebbe ora dubitato di condannare il maestro e la guida dell'abborrito novatore? Non eran forse questi due uomini stretti siffattamente in un pensiero, che agli occhi del chiaravallese l'uno paresse il gigante Golia, e l'altro il fido scudiero? E per fermo lo stesso ardore di libertà scaldava i loro petti. Entrambi volevano la riforma della Chiesa, l'uno spogliandola dei mal tolti beni temporali, cagion prima di scandali e corruzioni; l'altro sciogliendola da quelle pastoie dommatiche che impedivano la libera espansione del sentimento religioso.

Ed entrambi sono specchio fedele di quell'età turbinosa, in cui infranti nella lotta delle riforme e delle investiture i vincoli dell'antica disciplina, il prestigio della tradizione vien meno, e Papi combattono contro Papi, come nello scisma di Cadalò, di Guiberto, di Anacleto; vescovi contro Papi, Imperatori contro questi e quelli; nulla di saldo e durevole; ed oggi si proclama campione della Chiesa chi domani vien condannato da eretico e fellone. Si comprende di leggieri come in queste lotte incessanti crescesse e si dilatasse lo spirito critico, e quale potere esercitasse sulle giovani menti uno ingegno così acuto come quello di Abelardo, che mise lo scompiglio nella teologia autoritaria colle famose antinomie del sic et non. La sua parola affascinava, la sua dialettica stringeva, e quando si ritrasse nel romitaggio del Paracleto, i discepoli accorrevano a torme alle sue lezioni, contenti di vivere in miserabili capanne, non curanti dello scarso nutrimento, che il deserto luogo concedeva. Confortato da queste prove di affetto, nè fiaccato dalle persecuzioni patite, l'intrepido maestro continuava a battere in breccia illum fidei fervorem, qui ea quae dicantur antequam intelligat, credit, et prius his assentii ac recipit quam quae ipsa sint videat, et an recipienda sint.[11] Era naturale che questa critica assottigliasse fuor di misura i dommi tradizionali, e riuscisse alle interpetrazioni razionalistiche di un pallido deismo. Le tre persone, ad esempio, sono tre nomi con cui è descritta diligentemente la perfezione del sommo Bene;[12] la creazione non è libera, ma necessaria;[13] il peccato originale non è colpa, ma trasmissione ereditaria della pena che al primo fallo successe;[14] il Redentore è l'esempio dell'uomo perfetto che adempie al dover suo non per timore ma per amore;[15] il cristianesimo in una parola non è altro se non un ritorno alla legge naturale, la quale è certo che fu seguita dai filosofi, mentre la legge mosaica si appoggia su precetti più simbolici che morali (magis figuralibus quam naturalibus nitatur mandatis) ed abbonda più dell'esterna che dell'interiore giustizia.[16] S. Bernardo, ben consapevole della gravità di questi arditi commentarii esclama tristamente: Omnia usurpat sibi humanum ingenium, fidei nil reservans. Tentat altiora se, fortiora scrutatur, irruit in divina, sancta temerat magis quam reserat, clausa et signata non aperit sed diripit (Ep. 188).

Se non che era vano sperare che colla punizione del filosofo si potesse soffocare la libertà del pensiero, la quale in quella vece si levava più fiera e minacciosa dalle violenze patite. Colla morte di Abelardo non perì l'indirizzo razionalistico, e Bernardo Silvestre trova nel platonismo inteso a modo suo la soluzione dei problemi religiosi;[17] Guglielmo di Conches attacca la superstizione come la peggior nemica del progresso intellettuale;[18] persino Gilberto Porretano;[19] dal 1142 vescovo di Poitiers, costruisce una dottrina della trinità così poco ortodossa, che vien costretto a ricredersene innanzi al concilio di Rheims del 1148.

Contro il mal dissimulato razionalismo di questi filosofi seguita sempre a combattere S. Bernardo, e non meno fieramente di lui i Vittorini Ugo Riccardo e Gualtiero. Quest'ultimo principalmente non perdona nè a filosofi, nè a teologi, ma nello stesso biasimo coinvolge con Abelardo e col Porretano, i due dottori Pietro Lombardo detto il Maestro delle sentenze, ed il discepolo Pietro di Poitiers,[20] che raccolsero in trattati scolastici ed in forma dialettica esposero la somma del sapere teologico.[21] Se non che l'opposizione di codesti mistici è una ben debole diga contro l'irrompente fiumana. Realisti e nominalisti seguitano a battagliare, e tra gli opposti estremi nascono tanti sistemi intermedii, che a noverarli tutti si stanca Guglielmo di Salisbury. E sovra tutti mira ad innalzarsi quest'uomo singolare, questo discepolo di Abelardo, che pare appartenga ad altra epoca, ed assai prima del Petrarca professa come un culto per l'antichità[22] classica, ed in mezzo al cozzo di tanti dommatismi vorrebbe rinnovare l'antica Accademia. Così al primo periodo della scolastica non manca neanco la nota critica. E non più due indirizzi soli si contrastano il dominio delle menti, ma quattro, il realistico, il nominalistico, il mistico, lo scettico.

II

Prima che s'aprisse il secondo periodo della coltura medievale, la guerra tra l'Impero e la Chiesa s'era rinnovata con maggiore violenza, e tre antipapi l'un dopo l'altro contesero per venti anni la tiara ad Alessandro III (1158-1178). E durante queste lotte si rinvigorirono le sette ereticali dei Catari, Valdesi ed Arnaldisti, e accanto a loro si fecero strada gli avversarii di ogni credenza positiva, gl'Indifferenti, che riconoscevano a lor capo il grande filosofo arabo Averroè. Questi sosteneva che tutte le religioni hanno egual valore innanzi agli occhi della ragione. Son tutte vere perchè tutte hanno tal forza morale da infrenare il ribelle volere delle masse; tutte false, perchè la schietta verità filosofica v'è ottenebrata da imagini ed allegorie. Certo l'importanza e la perfezione relativa delle religioni è diversa secondo le varie condizioni dei tempi, ma ciò mostra che il criterio di valutazione delle religioni vuole essere storico, non speculativo.[23] Questo nuovo nemico era al certo molto più temibile dei precedenti, imperocchè tra i filosofi ed eruditi arabi si conservava la più ricca tradizione della coltura ellenica; nè solo la maggior parte delle opere aristoteliche conoscevano, ma benanco i più importanti interpetri, Alessandro di Afrodisia, Temistio, Porfirio, Ammonio. Onde Avicenna nei primordii del secolo undecimo ed Averroè nel duodecimo scrissero i più estesi commenti allo Stagirita. I quali commenti voltati ben per tempo in ebraico, e dall'ebraico in latino furono accolti con trasporto dai filosofi d'occidente, che in tanta venerazione tenevano Aristotele, per quanto scarsa conoscenza avessero delle sue opere. Se non che lo studio di Aristotele attraverso questi infidi espositori non era senza pericolo; perchè l'interpetrazione più che al testo di Aristotele si confaceva alle chiose neoplatoniche, onde il teismo aristotelico tramutavasi per tal via in un panteismo mistico, quale è svolto, ad esempio, nel Fons vitae dell'Avicebronio.[25] Gli effetti di questi agenti dissolutori si vedono chiari in due filosofi che vissero tra la fine del secolo XII ed il principio del XIII, Amorico di Bena e Davide di Dinan, condannati entrambi come eretici in religione e panteisti in filosofia.[26]

Ma la Chiesa oramai era uscita più vigorosa dalla lotta sostenuta con Federico. Alessandro III, che seppe trovare un efficace aiuto nella forza giovane e rigogliosa dei Comuni, avea disfatto il suo potente rivale così che neanche il matrimonio di Enrico VI con Costanza di Sicilia valse a restaurare le sorti dell'Impero. Chè anzi nuovi danni si maturavano alla causa imperiale, quando morto in fresca età l'ardimentoso Enrico, del fanciullo erede assumeva la tutela una donna debole e bigotta, la quale non seppe trovar migliore protezione all'infuori del Papato, al cui soglio veniva in quel torno levato uno dei maggiori uomini del tempo, Innocenzo III. Questi procede con insolito vigore contro gli avversarii della Chiesa. In danno degli infelici Albigesi bandisce nel 1209 una crociata, che dopo lunghi anni di guerre e calamità distrugge l'eresia, ma spegne con essa il fiore della coltura provenzale. Nello stesso anno un sino do provinciale, tenuto a Parigi, decreta che venga tolto alla pace del sepolcro, e gettato in terra non benedetta il corpo di Amorico, morto due anni innanzi; che sieno degradati e condannati a carcere perpetuo parecchi ecclesiastici, convinti di eresia; che vengano consegnati al vescovo di Parigi i quaderni del maestro Davide di Dinan; infine che sia proscritta da Parigi la lettura delle opere di Aristotile. Nec libri Aristotelis de naturali philosophia, nec commenta legantur Parisiis pubblice vel secrete. Et hoc poena excommunicationis inhibemus.[27]

Insofferente di opposizioni Innocenze taglia quei nodi che non può sciogliere, e della supremazia dell'autorità sua su tutte le podestà della terra ha tale coscienza, da costringere a ribellarglisi la sua stessa creatura, l'Imperatore Ottone IV. Nè per ostacoli che incontri, vacilla quell'animo gagliardo; ma dalle nuove opposizioni attinge maggior forza; onde raunato nel 1215 un solenne concilio nel Laterano, vi scomunica l'Imperatore al quale oppone il suo pupillo Federico; spoglia dei suoi legittimi possessi il Conte di Tolosa, investendone Simone di Monforte, ricondanna solennemente l'empio Amorico e tutti gli altri eterodossi in qualunque modo si chiamino,[28] non dubita infine di tenere per decaduti dal trono quei principi che non isvelgano col ferro e col fuoco l'annoso tronco delle eresie.[29] Ed istrumenti di tali implacabili persecuzioni doveano essere quegli ordini religiosi dei minoriti, che appunto in quel torno nascevano coll'obbligo di non restarsene isolati e neghittosi nel silenzio del cenobio, bensì di vivere in mezzo al popolo, accattare da lui giorno per giorno la sussistenza, dividerne le gioie ed i dolori, spiarne i più segreti pensieri, onde non isfuggisse al loro acuto sguardo il più lieve indizio di opinioni e tendenze ereticali. Nè tutto questo bastava. Le misure preventive e repressive, per quanto accorte e vigorose, non potevano eliminare i più profondi bisogni della ragione. Il credo ut intelligam di S. Anselmo restava sempre come insegna delle menti superiori. Era dunque necessario che le menti più elevate della Chiesa si mettessero a scoprire la via di una conciliazione tra la ragione e l'autorità, e che si ristudiasse da capo il problema filosofico per metterlo d'accordo col religioso. E come il grande filosofo era tuttora indiscutibilmente Aristotele, bisognava esaminare se il commento e l'interpetrazione araba fosse proprio quella che meglio rispondesse al pensiero dell'autore. Questo è l'intendimento dei maggiori filosofi del SECONDO PERIODO della scolastica, Vincenzo di Beauvais,[30] Alessandro di Halès, Alberto Magno, Tommaso d'Aquino, i più grandi raccoglitori del sapere contemporaneo che condensavano nelle lor enciclopedie e nelle lor somme, libri chiusi, cui non occorreva aggiungere o toglier verbo.[31] Ma quale fu il risultato di tanti sforzi generosi? Valga per tutti S. Tommaso che nell'inferno dantesco dipinto nel camposanto pisano[32] è rappresentato come il vincitore dei tre nemici della chiesa, Ario capo degli eretici, l'Anticristo seminatore dello scisma, ed Averroè principe dei filosofi increduli.

III

La prima cura del Dottore Angelico, come del suo maestro Alberto Magno fu di comporre il dissidio tra nominalisti e realisti che travagliò il periodo precedente. Concedevano ai nominalisti l'universale non essere un'entità a sè,[33] e indipendente dall'intelletto che lo forma pel noto processo di astrazione o eliminazione;[34] ma nel contempo davan ragione ai realisti in quanto che la formazione dei concetti di generi e specie non è punto arbitraria, ma ben fondata sulla natura delle cose. In una parola l'Universale non è sostanza separata, ma legge di natura. Per ben intenderci adunque bisogna distinguere l'universale ante rem, in re, post rem.[35] L'ante rem sono le idee di Dio creatore; quello in re il divino pensiero, divenuto legge delle cose; il post rem infine il concetto o volgare o scientifico, che noi uomini acquistiamo dopo un lungo lavorìo di astrazione. O per dirla con un noto esempio, l'universale ante rem è il concetto che l'artista vagheggia nella sua mente; l'in re è l'attuazione di quello nel marmo o nei colori; il post rem la sua riproduzione nella mente dello spettatore e del critico. Posto termine in tal guisa agli interni dissidii, si sperava di raccogliere in un fascio tutte le forze contro l'eterno nemico, Averroè, il quale di qui innanzi diviene il rappresentante dell'incredulità pervicace. Ed a prostrare un avversario così formidabile, S. Tommaso non risparmia nessun'arte; nè contento di combatterlo nelle opere generali, scrive contro di lui trattati speciali, come ad esempio il celebre opuscolo: De unitate intellectus contra Averroistas.[36]

La quistione dell'Intelletto nacque, come è noto, dalle oscurità della psicologia aristotelica. Nel terzo libro del De Anima lo Stagirita avea distinto l'intelletto passivo dall'attivo, e l'uno avea fatto mortale, l'altro eterno e separato. Cosa intendesse Aristotele per questo doppio intelletto è difficile dire;[37] ma secondo il principio fondamentale della psicologia aristotelica che le potenze inferiori sono grado ed avviamento alle superiori, il Nous passivo dovea significare un intelletto non ancora sviluppato o in potenza, e l'attivo un intelletto pervenuto al suo più alto grado di energia.[38] Se non che i caratteri, che separano i due intelletti, sono così spiccatamente opposti, che le loro differenze più che di grado si dovrebbero tenere invece per specifiche; onde quell'Essere che è fornito dell'Intelletto attivo non potrebbe identificarsi con l'Ente fornito di solo intelletto passivo.[39] In altre parole l'Intelletto attivo sarebbe estrinseco al passivo; e più che il supremo grado della mente umana sarebbe invece l'intelligenza divina, ovvero quella Νόησις νοήσεως che nel XII della metafisica si confonde col Motore immobile. Tanto vero che uno dei più sottili e fidi interpetri della dottrina aristotelica, Alessandro, che pure ha la tendenza di eliminare ogni elemento mistico dalla filosofia peripatetica, mentre considera l'intelletto passivo come il compendio e l'integrazione delle potenze inferiori dell'anima, pervenuto all'intelletto attivo cangia metro, e lo dice tutt'uno con Dio, e lo pone fuori dell'uomo. Qual meraviglia adunque che i filosofi arabi, dominati dalle intuizioni neoplatoniche, non pure accettino questa interpetrazione, ma la guastino e complichino fuor di misura? Era conforme all'indirizzo del loro filosofare l'accrescere il numero delle entità intermediarie tra l'Unità suprema e il mondo sensibile; onde a quel modo che Aristotele avea moltiplicato tante volte il motore estrinseco, per quante sfere celesti gli offriva l'astronomia del suo tempo, nella stessa guisa i filosofi arabi moltiplicano l'intelletto attivo, e per ciascuna sfera ne immaginano uno, che ha la doppia funzione di muovere la sfera ed illuminare le menti degli abitatori. Nè questo è tutto, ma ben altra stortura conviene aspettarci. Avicenna (980-1038) avea tenuto come sostanza separata il solo intelletto attivo, il quale aderisce o serve all'anima razionale siccome la luce all'occhio.[40] Averroè (1126-1198), come se ciò non bastasse, dichiara esterno anche l'intelletto passivo, che per tutti i suoi predecessori era stato tenuto come intrinseco all'anima umana, o per meglio dire, come la sua funzione più alta. Se è esterna, ei dice, la sorgente luminosa, esterni sono anche i raggi che da quella piovono su le cose. E come la sorgente s'agguaglia all'intelletto attivo, ed i raggi all'intelletto passivo; ragion vuole che l'uno e l'altro si tengano per esterni all'anima umana; e l'uno e l'altro siano un solo e medesimo intelletto per tutti gli uomini.[41] E se volete sapere che cosa sia questo intelletto unico, che illumina le nostre inferme fantasie, è subito detto. È il motore dell'ultima sfera celeste, che secondo l'antica astronomia è quella della luna; onde non a torto Astolfo sale fin lassù per pescarvi il senno di Orlando.[42] Le conseguenze di questa dottrina sono facili ad intendere. In quel tempo le prove, che si adducevano dell'immortalità dell'anima, eran tutte cavate da questo concetto, che l'anima, avendo attività o funzioni sue proprie, affatto separate dalle corporee, debba essere di una sostanza diversa da quella del corpo, ed agevolmente separabile. Il quale ragionamento sarebbe venuto meno quando fossero state accolte le dottrine averroistiche. Imperocchè se l'intelletto, da qualunque aspetto si consideri, è estrinseco all'anima, a lei non restano di proprio se non le funzioni del senso e dell'istinto, le quali, comecchè legate indissolubilmente coll'organismo, cessano quando questo si dissolva, e traggono nella loro rovina il soggetto stesso senziente.

Era ben naturale che i dottori della Chiesa, i quali s'adoperavano a metter d'accordo la scienza colla fede, si volgessero a combattere questo punto dell'averroismo. Ed Alessandro e Alberto Magno e S. Tommaso si fecero a dimostrare esser le teoriche di Averroè non pure false in sè medesime, ma in aperta contraddizione colle dottrine aristoteliche. Nè si può negare che la interpetrazione più conforme allo spirito dell'aristotelismo è quella appunto, che abbraccia l'Aquinate, secondo la quale l'intelletto attivo ed il passivo sarebbero bene una stessa cosa, stantecchè l'uno è in potenza quello che l'altro è in atto; ma e l'uno e l'altro s'han da tenere come funzioni dell'anima: onde lungi dall'essere unico l'intelletto, o attivo o passivo che sia, si rompe in quella vece in tanti intelletti singoli, per quante anime dar si possano.[43] Se non fosse così, l'anima umana non sarebbe gran fatto diversa dalla parete su cui cadono i raggi luminosi; e come la parete, benchè illuminata dal sole, non vede, così l'anima nostra benchè rischiarata dall'Intelletto agente non intenderebbe nulla di nulla. E se non è lei che intende, così neanco è lei che vuole e opera, ma quell'Essere dal quale spiccia la fonte della intelligibilità.[44]

È indubitato adunque che S. Tommaso vide molto più addentro dei commentatori neo-platonici ed arabi. Ma quel pericolo che crede di sfuggire da un lato, gli si presenta dall'altro. Imperocchè a quel modo che l'intelletto attivo s'identifica col passivo piuttosto secondo lo spirito che la lettera della psicologia aristotelica, così pure s'ha a dire lo stesso dell'intelletto passivo rispetto alla fantasia ed alla percezione sensibile. E come Aristotele dice che senza il fantasma non potrebbe svolgersi l'intelletto,[45] così è impossibile che l'anima abbia funzioni e vita propria, ove mai si sciolga da quel corpo che in lei ingenera sensazioni e fantasmi. Lo Stagirita senza dubbio tenne per mortale l'intelletto passivo, e ove mai l'attivo ed il passivo son la medesima cosa, con qual diritto affermeremo dell'uno ciò che dell'altro si nega? All'acume dell'Aquinate non isfugge questo pericolo, dal quale s'argomenta di scampare, ammettendo nell'anima una misteriosa tendenza verso il sensibile, la quale perdura sempre anche quando s'infrangono i lacci corporei.[46] Questa tendenza è come un corpo interno, del quale l'anima non si sveste mai; onde nè il sentimento nè i fantasmi le verranno mai meno, ed è per sempre assicurata la base su cui poggiano le più alte potenze intellettive e pratiche. Teorica codesta, strana quant'altra mai, e per giunta non nuova ed attinta a quella stessa fonte neoplatonica, dalla quale rampollava la teorica degli intelletti, separati, che S. Tommaso ripudia.[47] Se non che ella era un espediente inevitabile non solo per sottrarsi alle conseguenze estreme della teorica dell'unità degl'intelletti; ma per conciliare altresì l'immortalità dell'anima colla teorica dell'individuazione.

Questo problema dell'individuazione fu il pomo di discordia tra le scuole realistiche del secolo XIII, come quello degli universali travagliò i secoli precedenti. Abbiamo già detto che i Realisti concordemente ammettevano oltre l'universale ante rem, che esiste solo nella mente di Dio, ed il post rem, che sta nella mente umana, anche un altro universale, che essi dicevano in re, vale a dire insito nelle cose stesse. Ora le cose tutte, secondo i concetti aristotelici, constano di materia e forma, in che dunque è riposto l'universale nell'uno o nell'altro di questi fattori? Aristotele stesso s'era posto in qualche modo questo problema, quando facevasi la dimanda opposta, cioè che cosa fosse l'individuo. Ed egli dopo lungo contrasto venne nella conclusione: l'individuo non esser nè la materia, nè la forma, ma l'unità di entrambi, il sinolo, come egli diceva, dei due universali.[48] Se non che ammessa pure questa soluzione aristotelica, il problema rinasce sempre sotto un'altra forma. Dei due fattori, il cui intreccio costituisce l'individuo, quale dei due è il determinante e quale l'indeterminato, o in altre parole dove sta il principium individuationis? Per un certo rispetto sembra che il principio individuante stia nella materia: perchè la forma, secondo le stesse parole di Aristotele, è un tipo unico, il quale si riproduce in tante differenti impressioni per quanto diverse sono le materie in cui s'impronta. E questa fu la dottrina seguita da Alberto Magno e dall'Aquinate;[49] ma non senza gravi e ben fondate opposizioni da parte delle altre scuole. Come mai, si diceva, sarà la materia il principium individuationis, ovvero la radice di tutte le distinzioni, e specificazioni quando essa medesima è qualche cosa d'indistinto? Che cosa è la materia destituita di forma? Non è forse l'indeterminato, la potenza pura direbbe Aristotele, la quale appunto per opera della forma acquista limiti e contorni? Il sostrato universale dunque è la materia, e la forma è il principio che da questo fondo comune cava fuori le specie e gl'individui.[50] Sembrano discussioni bizantine coteste, e lo stesso Jourdain così dotto nella filosofia scolastica rimprovera S. Tommaso di esservisi cacciato dentro. Ma siamo giusti. Non è forse un profondo bisogno di qualsiasi filosofia realistica la deduzione o costruzione, che dir si voglia, dell'individuo? Il problema era adunque inevitabile, e più che a porlo sarebbe occorsa molta industria per ischivarlo. Comunque sia, egli è fuor di dubbio che il problema dell'individuazione servì a crear sul finire del secolo XIII due nuove scuole, che si combattevano non meno aspramente delle antiche, e che dai loro fondatori tolsero il nome di Tomisti e Scotisti.[51]

A rinfocolare le ire avrà contribuito senza dubbio l'antico livore tra Domenicani e Francescani; ma il problema intorno a cui disputavano non era meno grave di quello degli universali, e qualunque soluzione si accettasse veniva a rompere contro le barriere della teologia. In verità lo Scotismo, che, mettendo il principio d'individuazione nella forma,[52] ha l'aspetto di un Realismo più compatto, cade in quelle conseguenze panteistiche, che vedemmo non iscompagnarsi mai dalle intuizioni realistiche. Nè il Dottor sottile se ne dissimula il pericolo, ma aperto e risoluto gli va incontro dichiarando di tornare alla posizione dell'abborrito Avicembronio, e rappresentandosi il mondo tutto come un albero bellissimo, la cui radice e seme sia la materia prima, le foglie gli accidenti, le frondi e i rami il creato corruttibile, il fiore l'anima umana, ed il frutto la natura angelica.[53] Ma neanco è mondo di peccato il Tomismo, nel quale le dottrine filosofiche solo per via di espedienti artificiosi son messe d'accordo coi dommi tradizionali. Così ad esempio se Averroè seguendo Aristotele dimostra l'eternità del mondo, S. Tommaso non ardisce di provare il contrario, ma s'argomenta di mettere in salvo la fede collo stabilire che non tutto ciò che si crede debba essere dimostrabile e conoscibile.[54] Parimenti ei non sconfessa le conseguenze della sua teorica dell'individuazione, ed interpetrando a suo modo la tradizione, ammette che la natura angelica, comecchè destituita di materia non sia capace di differenze individuali, bensì delle sole generiche e specifiche.[55] Ma dell'anima umana non osa dire altrettanto, e per salvarne ad ogni costo l'individualità escogita quella teorica della tendenza al sensibile, di cui abbiam fatta parola. A tale dovea ridursi una mente eletta, come quella dell'Aquinate; segno evidente che il dissidio tra il contenuto filosofico ed il dommatico è ben superiore alla volontà degli uomini, e quel semirazionalismo, che vuol comporre in armonia le più opposte tendenze, riesce invece a dirimerle di vantaggio. Onde alcuni contemporanei si argomentarono di battere una via diversa dalla tomistica.

IV

E primo e più geniale fra tutti è S. Bonaventura (1221-1274), che venne a ragione chiamato Doctor Seraphicus. Animo profondamente mistico non crede che nelle materie comuni alla fede e alla filosofia il ragionamento possa aggiunger nulla di forza al convincimento religioso. E la ragione stessa ha un ufficio affatto secondario, comecchè serva solo di guida per elevare la mente per varii gradi alla contemplazione beatifica di Dio. Ma pervenuti a quest'alta cima, lo splendore dell'infinita luce ne abbaglia la vista; la forza del nostro argomentare si fiacca, e l'anima dimentica di sè stessa, si smarrisce nell'oggetto della sua contemplazione e dell'amor suo.[56]

Fra gli oppositori del Tomismo si potrebbe annoverare anche l'altro francescano Raimondo Lullo (1235-1315), strano miscuglio di capestrerie cabalistiche ed astrologiche e sconfinate pretensioni razionalistiche. Nel Lullo si rovescia affatto la relazione che pone Bonaventura tra la fede e l'intelletto. Per Bonaventura l'intelletto è il mezzo, e la fede o la visione beatifica da lei somministrata il fine; per Lullo invece la fede è il mezzo per elevarci a Dio, e l'intenderlo, il conoscerlo razionalmente il fine. La fede può bastare agli uomini volgari, ai contadini, agl'ignoranti, ai mercenarii; ma quelli forniti di più alto intelletto non se ne contentano, e fan bene perchè la ragione non è impotente a svelare i più alti misteri; e col nudo magistero della ragione il Lullo s'affida di distruggere non solo le false filosofie, ma benanco le false religioni e le eresie. Escogita anzi a questo fine una tal macchina ragionatrice, una specie di tavola pitagorica, coll'aiuto della quale senza scomodarsi molto, si può scoprire e dimostrare qualunque verità. Si sente in lui il filosofo del Rinascimento,[57] come in un altro francescano ed oppositore del pari si ravvisa già il precursore dei tempi moderni.

Intendo parlare di Rogero Bacone (1214-1294), di quel genio solitario ed infelice, che scontò colle più crude sofferenze il grave peccato di richiamare sulla buona via le menti smarrite dei suoi contemporanei. Straniero all'età sua ei ben seppe scoprire dove stessero i veri impedimenti, e come ei dice maxima comprehendendae veritatis offendicula, che sono la falsa autorità, l'abito inveterato, l'illusione del senso, il bisogno di nascondere colle lustre di un falso sapere la propria ignoranza. Ed al falso metodo delle deduzioni arbitrarie ei vuol sostituire quello di una ben regolata esperienza, ed ai commenti sui libri naturali degli antichi uno studio diretto della natura, integrato e compiuto dalle costruzioni matematiche. Povero Bacone! La tua voce suona nel deserto, e correrà molto tempo prima che un tuo omonimo riprenda e seguiti con migliori auspicî l'opera da te intrapresa. Il secolo XIII era per fermo immaturo a tanta riforma, chè per quante opposizioni gli si movessero, il tomismo pur sempre dominava le menti, ed alle sue dottrine s'informavano non pure la teologia, ma benanco le lettere di quel tempo.[58]

V

Una splendida prova del dominio del pensiero filosofico di S. Tommaso sulla letteratura è senza dubbio la Divina Commedia, nella quale con immagini, spesso nuove, sempre felici, sono chiarite le più astruse dottrine dell'Aquinate. Valga per tutti il XIII del Paradiso, in cui Dante mette in bocca a S. Tommaso stesso la dottrina dell'universale ante rem, o pensiero divino e dell'universale in re, raggiamento della divina luce.

Ciò che non muore, e ciò che può morire

Non è se non splendor di quell'idea

Che partorisce amando il nostro Sire.

Chè quella viva luce che sì mea

Dal suo lucente, che non si disuna

Da lui, nè dall'Amor che in lor s'intrea,

Per sua bontate il suo raggiare aduna,

Quasi specchiato, in nove sussistenze,

Eternamente rimanendosi una.

Quindi discende all'ultime potenze,

Giù d'atto in atto, tanto divenendo,

Che più non fa che brevi contingenze;

E queste contingenze essere intendo

Le cose generate, che produce

Con seme e senza seme il Ciel movendo.

La cera di costoro e chi la duce

Non sta d'un modo, e però sotto il segno

Ideale poi più e men traluce:

Onde egli avvien che un medesimo legno

Secondo spezie, meglio e peggio frutta.

E voi nascete con diverso ingegno.

Se fosse a punto la cera dedutta

E fosse il cielo in sua virtù soprema,

La luce del suggel parrebbe tutta.

Ma la natura la dà sempre scema

Similemente operando all'artista

Che ha l'abito dell'arte, e man che trema.

Nelle ultime terzine è sfiorato il problema dell'individuazione, e la cagione della varietà dei frutti di uno stesso albero vien posta parte nella materia, o nella cera, in cui s'impronta il segno ideale, e parte nella scarsa efficacia delle cause seconde. Imperocchè Dante, come ogni buon aristotelico, attribuisce la creazione delle individualità terrestri non direttamente al primo motore, ma a quella che Aristotele chiama natura, analoga in un certo senso all'anima del mondo di Platone. Seguitiamo: Se la materia è il principio individuante, non si può dare una materia non specificata, come sostenevano gli Scotisti. Questo cosiddetto sostrato universale è una astrazione filosofica; in realtà:

Forma e materia, congiunte e purette

Usciro ad atto che non avea fallo

Come d'arco tricorde tre saette.

(Parad., XXIX, 22).

Ed a quel modo che la materia non può essere staccata dalla forma, il corpo non può del tutto separarsi dall'anima, e l'integrità della persona umana sta appunto nell'intrinsecazione dei due elementi. Onde Salomone dice nel Par. XIV, 43:

Come la carne gloriosa e santa

Fia rivestita, la nostra persona

Più grata fia, per esser tutta quanta.

Ed è quindi ben naturale che gli spiriti eccelsi affrettino coi loro voti il giorno della risurrezione, chè anche nelle loro anime pure v'è quella tendenza irresistibile verso il corpo, che ammetteva l'Aquinate:

Tanto mi parver subiti ed accorti

E l'uno e l'altro coro a dicer amme,

Che ben mostrar disio dei corpi morti.

(Ivi, 61).

Il corpo adunque non può essere considerato come talmente estrinseco all'anima, che ella se ne possa spogliare o vestire come d'un abito, e debbono andar messe tra le fole le utopie platoniche e neoplatoniche della preesistenza e trasmigrazione delle anime, se pur sotto il velame di questi miti il grande filosofo non abbia voluto far trasparire una verità più peregrina.

Quel che Timeo dell'anima argomenta,

Non è simile a ciò che qui si vede,

Perocchè come dice par che senta.

Dice che l'alma alla sua stella riede,

Credendo quella quindi esser decisa,

Quando natura per forma la diede.

E forse sua sentenzia è d'altra guisa

Che la voce non suona, ed esser puote

Con intenzion da non esser derisa.

(Parad., IV, 49).

Nè questo solo è l'errore dei platonici, e degli interpetri platoneggianti di Aristotele, chè non contenti di avere così decisa o staccata l'anima dal corpo, dividono ancora l'anima stessa in parti tanto opposte fra loro, che, in luogo di frammenti di un tutto solo, sembrano al contrario diverse totalità, o anime separate. I fatti più ovvii della esperienza psichica stanno contro questo

error che crede

Che un'anima sovr'altra in noi s'accenda;

E però quando s'ode cosa o vede,

Che tenga forte a sè l'anima volta,

Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede.

(Purg., IV, 5).

Per lo che alla teoria psicologica fondata sulla separazione assoluta delle facoltà, bisogna sostituire quella più giusta di Aristotele e S. Tommaso, che fa svolgere le facoltà superiori dalle inferiori; essendo la radice di queste potenze

un'alma sola

Che vive e sente e sè in sè rigira.

E perchè meno ammiri la parola,

Guarda il calor del sol che si fa vino

Giunto all'umor che dalla vite cola;

(Purg., XXV, 74).

E se tutte le facoltà dell'anima si svolgono le une dalle altre, anche l'intelletto passivo segue la stessa legge, nè v'ha teorica più assurda dell'averroistica che

fe' disgiunto

Dall'anima il possibile intelletto:

(Purg., ivi, 64).

Come pure è assurda la dottrina delle idee innate e la reminiscenza platonica; perchè

Esce di mano a lui che la vagheggia

Prima che sia, a guisa di fanciulla

Che piangendo e ridendo pargoleggia,

L'anima semplicetta che sa nulla,

Se non che, mossa da lieto Fattore,

Volentier torna a lui che la trastulla.

(Purg., XVI, 85).

Potremmo continuare per un bel pezzo a notare le più evidenti coincidenze tra le teoriche tomistiche e le dantesche e non pure in metafisica, ma in etica, in teologia, in esegesi biblica. In un sol punto Dante discorda dal suo maestro, nelle quistioni politiche, dove il dissidio è tanto più aperto per quanto più pieno fu l'accordo nelle altre dottrine.

L'antica e tragica lotta tra l'impero e il papato s'era già da un bel pezzo rinnovata con maggior vigore da Gregorio IX in poi. Non orpelli, non infingimenti da una parte e dall'altra, ma franca e solenne dichiarazione delle loro dottrine e dei loro fini. Gregorio afferma apertamente il diritto del papato alla signoria suprema su tutti i principi e popoli della terra, perchè lo stato non ha un valore intrinseco, ma quello solo che gli viene dall'autorità pontificia;[59] e dal canto suo Federico II, anticipando i tempi moderni, difende l'autonomia dello stato, l'indipendenza dalla podestà ecclesiastica ed il dritto e dovere di ridurre il papato alla povertà gloriosa dei primi secoli.[60] S. Tommaso prese parte alla disputa che ferveva animosa tra i giuristi imperiali, e i canonisti; e traendo le ultime conseguenze dai suoi presupposti filosofici sostiene apertamente le ragioni dei papi. Come l'anima esercita un assoluto dominio sul corpo, così il pontefice sui principi tutti della terra. Ei solo, rappresentante di Dio, è la fonte dell'autorità; e di seconda mano da lui la debbon ricevere tutte le altre potestà. Il pontefice sta all'imperatore come la splendida luce del sole al pallido chiarore della luna, e la spada che egli brandisce è di tanto più formidabile di quella che mette in pugno all'Imperatore, di quanto lo spirito vince la materia; e gl'interessi celesti sovrastano alle meschine gare della terra.[61] A queste dottrine, che sotto la sembianza di pietà religiosa nascondevano le più smodate passioni mondane, non sapeva acconciarsi l'anima fiera del gran fiorentino, e nella Divina Commedia e nel De Monarchia sdegnosamente vi si ribella. Strano contrasto tra i due sommi! S. Tommaso, del gentil sangue dei conti di Aquino, pronipote del Barbarossa e cugino del secondo Federico, rompendo colle tradizioni degli avi suoi, si caccia nel fitto della mischia, paladino di quella corte pontificia, che avea giurato e inesorabilmente compiuto lo sterminio di casa sveva. Dante, che da giovane combattè nelle file dei guelfi, ricredutosi per tempo dell'error suo, si converte alla fede ghibellina, ed il dominio temporale e le cupidigie e le ambizioni della corte romana sfolgora nelle tremende invettive del poema sacro. A quel genio divinatore ben presto si discoperse l'assurdo ed il danno della mistione dei due poteri, e con argomenti che calzano anche ai nostri giorni, sostenne arditamente l'autonomia dello stato, o per dirla col linguaggio del tempo, l'indipendenza dell'impero.[62]

Ma non a torto ei protesta di far parte da sè, chè le sue dottrine politiche, non del tutto conformi a quelle dei ghibellini,[63] s'inspirano a quello spirito umanistico, che fra non molto farà rinascere la tradizione ed il culto dell'antichità. Per Dante la storia antica non era chiusa peranco, nè poteva chiudersi giammai; imperocchè la Provvidenza affidò al popolo romano il primato su tutto il mondo, nè altra gente per alte virtù e gesta gloriose se ne rese più degna, nè accadrà mai che questa veneranda compagine dell'antico stato si dissolva. Al popolo romano adunque appartiene di diritto l'imperio, ed ei solo può commetterne a Cesare l'esercizio. Non il pontefice, non i principi tedeschi sono di diritto gli elettori dell'imperatore, ma solo il popolo di Roma.[64] Questa teoria bastava a combattere tutte le prentensioni guelfe; imperocchè se l'imperatore non deve al papa la elezione sua, non è obbligato a riconoscer da lui la sua autorità. Ma essa non era nata soltanto da un intendimento polemico, nè si può dire che sia un sogno da poeta. Fra non molto Ludovico il Bavaro, convocata un'assemblea popolare nel Campidoglio (11 gennaio 1328) chiederà la corona imperiale, che per solenne plebiscito gli sarà conferita. E più tardi campione dei creduti diritti di Roma si leverà un uomo singolare, il quale assunto il dimenticato nome di tribuno, affermerà l'autorità sua e il non vano suo potere di contro al papa e all'imperatore. E gli uomini più celebrati del suo tempo gli crederanno, ed il padre dell'umanismo, gl'indirizzerà una delle sue più belle canzoni,[65] e gli scriverà lettere di calda ammirazione, e per cagion di lui si raffredderà coi Colonna, vecchi suoi amici e protettori.

Ma benchè nel De Monarchia aliti questo spirito classico e democratico, pure il fondo del ragionamento è schietto medievale, ed affatto tomistiche le premesse che Dante pone per trarne conseguenze affatto opposte a quelle dell'Angelico. Anche egli, come tutti i filosofi di quel tempo, non sa concepire l'ideale se non incarnato in una meschina ed angusta realtà; onde stabilita la necessità dell'unificazione delle genti, la quale soffochi il germe di guerre intestine, vien di conseguenza che quest'unità si debba impersonare in un corpo politico, l'impero, ed in un uomo, l'imperatore.[66] Ma altri avrebbe potuto inferire il vero regno unico e cristiano esser la Chiesa, e la suprema autorità delle genti il Papa. Per toglier le conseguenze facea mestieri di negare le premesse, e dimostrare come l'unità del genere umano sia solo ideale, ed a tradurla in realtà vi si opponga non pure l'ordine delle cose, che vieta uno stato così mostruosamente sterminato; ma benanco le profonde ed insuperabili differenze che la natura e il corso della storia hanno poste tra le nazioni. Per siffatta guisa si scalzava quel falso realismo, che dando corpo alle ombre, popolava il mondo di realtà immaginarie. Ma opera siffatta non poteva essere tentata se non da un riformatore della filosofia, il quale in verità era già nato e negli ultimi anni della vita di Dante avea acquistata non poca fama nell'insegnamento.[67]

VI

Con Guglielmo Occam, (morto intorno al 1349) il vigoroso ristauratore del nominalismo, s'apre l'ultimo periodo, o vogliam dire, la dissoluzione della Scolastica. Il Realismo, travagliato dalle interne scissure di tomisti e scotisti, battuto in breccia da opposti lati per opera dei mistici e degli esperimentalisti, era già un edifizio scrollato, quando l'ardimentoso minorita gli dette l'ultimo assalto. Non bisogna, ei diceva, moltiplicare gli Enti senza necessità[68] nè attribuire un'esistenza sostanziale ai concetti della nostra mente.[69] La realtà può venir colta soltanto dalla diretta intuizione;[70] ciò che supera i confini della percezione immediata, o non può da quella essere mediatamente raccolto, non è argomento di scienza; onde mal s'appongono i realisti di ragionare di Dio, e del modo come ei pensi, e delle idee che in lui si accolgano; mentre il nostro circoscritto intelletto non può penetrare i misteri dell'Essenza divina.[71] Nè meno assurdo è dimandare il principio dell'individuazione, perchè l'individuo è posto fin dall'origine tale qual'è, nè acquista per via le note individuatrici.[72] Questo audace filosofo seppe al pari di Dante sostenere le teoriche ghibelline, e quando gli se ne porse il destro, si offerse campione del loro diritto a Re ed Imperatori «Tu me defendas gladio, diceva a Ludovico il Bavaro, ego te defendam calamo». Ormai la teorica dell'indipendenza dello stato avea fatti grandi passi. E per quanto la chiesa perdurasse negli antichi concetti, e Bonifacio VIII li esagerasse fuor di misura[73] altrettanto energica fu la protesta che da tutte parti si sollevava. E Filippo il bello respinse le pretensioni della Curia, ed una fiera polemica insorse, di cui abbiamo anche oggi parecchi documenti, a cominciare dallo scritto intitolato: disputa tra un cavaliere ed un chierico intorno alla potestà commessa ai prelati della chiesa ed ai principi della terra. Codesto è un dialogo molto vivace ed arguto, dove sono messi alle prese un prete, che rincalza con sillogismi scolastici le boriose pretensioni del papa, ed un cavaliere che con apparente bonomia li ribatte ad uno ad uno. Il prete tenendosi stretto all'argomentare tradizionale esce ad esempio in questa tirata a majori ad minus: Se non negate che Cristo, padrone del cielo e della terra possa disporre dei beni temporali, come potrete senza rossore negare questa stessa facoltà al suo vicario in terra? Ma il buon cavaliere non si lascia prendere all'amo, e tranquillamente risponde: audivi a viris sanctis ac devotissimis duo tempora in Christo distingui, alterum humilitatis et alterum potestatis. Humilitatis usque ad suam passionem, potestatis post suam resurrectionem ... Petrus autem constitutus est Christi vicarius pro statu humilitatis, non pro statu gloriae et majestatis. Questo dialogo venne attribuito all'Occam, ma non pare che gli appartenga.[74] Certo pel concetto che vi domina dell'autonomia dello stato non sarebbe indegno del filosofo francescano, il quale in un trattato intorno alla giurisdizione imperiale nelle cause di matrimonio mise in tanto rilievo l'indipendenza del potere politico, che a lui si deve il primo schizzo della teorica del tutto moderna del matrimonio civile[75] oltre a questo piccolo scritto del 1342 Occam scrisse altre opere più vaste. Giova ricordare le otto quistioni del 1339 e il dialogo del 1343, che va diviso in tre parti, la prima distinta in sette libri riguardava la chiesa e le eresie; la seconda riproduceva il trattato composto sin dal 1333 intorno ai dommi di Giovanni XXII; la terza infine dovea andare suddivisa in nove trattati di cui sono pervenuti infino a noi ed anche mutili, soltanto i primi due. In questi lunghi e faticosi lavori, non senza le solite sottigliezze scolastiche, vengon combattuti ad uno ad uno tutti gli argomenti papalini, e non pure i filosofici, ma i tradizionali ricavati dai testi biblici, e gli storici fondati sulla pretesa donazione di Costantino e la successiva traslazione dell'Impero nei Franchi. Una gran parte di queste critiche non è certo nuova, ma nuovo è senza dubbio lo spirito che informa la polemica. Il misticismo medievale scompare affatto, chè l'Impero, se non è una creazione del Papa, non è neanco una istituzione divina, ma schiettamente storica. Essa nacque ex ordinatione humana et non ex divina lege per conservare la pace e la tranquillità delle genti. Quando questo scopo fallisse, e l'elezione dell'Imperatore lungi dal portar concordia, dovesse provocare nuove guerre, non esset talis assumptio attentanda; quia quod provisum est ad concordiam, non debet tendere ad noxam.[76]

Il concetto grandioso dell'Impero, vagheggiato da Dante, era ben presto venuto meno, talchè Marsilio da Padova al di sopra della maestà imperiale mise la sovranità del popolo.[77]

E già da gran tempo le idee degli stessi Ghibellini s'erano profondamente modificate. La lotta tra Bonifacio e Filippo il Bello scoppiata per quelle stesse ragioni che tante volte avean messi alle prese il papato e l'impero, mostrava ben chiaro che nelle lunghe lotte combattute non era in gioco soltanto l'impero, ma gli stati tutti. Il pronostico di Federico II si avverò ben presto, e la primogenita della Chiesa vide torcere contro di sè le stesse armi, che avean ferita a morte la casa sveva. Se non che ciascuno stato difendendosi in questi contrasti colle sole sue forze, acquistava piena consapevolezza della sua indipendenza non pure dalla chiesa, ma benanco dall'impero. A quel fittizio organamento imperiale, che sotto le sembianze di un vasto accentramento celava in realtà lo sparpagliarsi di mille signorie feudali, sottentravano ora le monarchie autonome, o già formate, o in via di rapida formazione. L'individualismo che in filosofia era rappresentato dalla scuola dei nominalisti, in politica si ripercuoteva nella costituzione degli stati autonomi. Ed all'acuto sguardo dello scrittore del dialogo già citato non isfuggirono questi gravi mutamenti. «Quando, ei dice, per effetto della divisione dell'impero carolingio il regno franco si separò dal resto dell'Imperio, tutti quei diritti che pria spettavano all'Imperatore venner trasferiti integralmente al re francese. Il quale nei confini del suo regno può promulgare nuove leggi ed emendare o affatto abolire le antiche».[78] Così l'Imperatore non vien più riconosciuto come la suprema autorità, intorno a cui gravitano i re ed i principi, come pianeti intorno al sole. L'impero non è più lo stato per eccellenza, ma uno stato tra gli stati, il quale per giunta ha minore forza delle potenti monarchie che lo circondano. Questa era già da gran tempo la vera condizione di fatto, ma prima d'ora non s'era mai apertamente dimostrato che la condizione di fatto rispondesse all'intima ragione del diritto. E per fare questa dimostrazione occorreva che le menti sgombrassero l'errore del vecchio realismo di dar corpo e consistenza agli astratti concetti.

Quanto cammino abbia fatto la mente umana nel volger di pochi anni si può raccogliere dal confronto tra i due grandi poeti della nostra letteratura, Dante e Petrarca. Dante non solo mostra una grande riverenza per i filosofi scolastici, ma ne accoglie e commenta poeticamente la dottrina; Petrarca non è stanco mai di colpire dei suoi frizzi quegl'importuni dialettici, quei barbari dello stile, che fra le dispute astruse smarrirono la tradizione del divino Platone, e lo stesso Aristotele da dolce e soave che è, tramutarono in rude scrittore. Sic jam sola philosophantis infantia et perplessa balbuties, innitens supercilio atque oscitans, ut Cicero vocat, sapientia in honore est. Nel Petrarca rivive lo scetticismo di Cicerone, dell'autore latino che sopra tutti gli altri avea caro. E ben volentieri al pari del suo duca e maestro contro le vane elucubrazioni dei filosofi invoca l'autorità del buon senso e della tradizione. Sint plane Aristotelici, sint philosophi... neque enim clara haec nomina illis invideo, quibus falsis etiam tument, non mihi invideant humile verumque christiani nominis et catholici.[79] Il Petrarca non è più dominato, come Dante, dalle idee medievali; ed a ragione vien da tutti riconosciuto come il primo restauratore del classicismo. Si comprende da ciò come in lui il concetto dell'Impero non possa avere quel non so che di grandioso e mistico che gli presta la fantasia dell'Allighieri. L'impero pel Petrarca non è più di un ricordo classico, e la grandezza di Roma e la salute dell'Italia, più che l'unificazione di tutte le genti, è il suo ideale.[80] Venne notato molto opportunamente che il Petrarca più che Dante insiste sui confini naturali che separano il bel paese dalle altre regioni; e con maggior compiacenza ricorda l'antica opposizione tra barbari e latini:

Che fan qui tante pellegrine spade?

Perchè il verde terreno

Del barbarico sangue si dipinga?[81]

La salute d'Italia, corsa da sfrenate compagnie di ventura, e in preda a incessanti guerre intestine; la salute di Roma erede del nome antico, ed ora vilmente abbandonata da Papi, ed Imperatori, questo è l'unico scopo a cui intende il poeta. Ed ove si possa conseguire, anche contro l'Impero, e per opera di un generoso romano — come parve per poco possibile al tempo di Cola — nessuno meglio di lui affretterà coi suoi voti il compimento della nobile impresa.[82] Certamente fallita l'impresa di Rienzo il Petrarca si volgerà ora ai Papi, ora agl'Imperatori perchè abbiano pietà della patria infelice. Gli sarebbe parso di mancare al suo dovere, se non avesse cercate tutte le vie di salvezza; ma non si dissimula pertanto che sull'Impero si debba contare ben poco, nè che altra speranza vi sia fuor della concordia degl'Italiani. In una lettera al doge Dandolo esprime chiaramente questi pensieri: Italiano qual io mi sono ... lascia che parli delle sventure d'Italia. Ecco già correre all'armi i due popoli più potenti, le due più fiorenti città, e a dirlo in breve, i due più splendidi astri d'Italia, che a mio giudizio acconciamente si parve aver la madre natura quinci e quindi all'ingresso dell'italico mondo collocati, perchè cotesto vostro al Settentrione ed al Levante e l'altro al Mezzogiorno ed al Ponente rivolti, e voi padroni del mare di sopra, gli altri di quel di sotto alle quattro parti del globo mostraste come debilitato, vacillante e per poco non dissi disfatto al tutto l'Impero Romano, fosse pure l'Italia signora e regina.[83] Altre volte avea sperato che Roberto di Napoli potesse ridurre in sua mano il governo della penisola, perchè l'Italia prendesse un posto onorato tra le grandi monarchie d'Europa.[84]

Ma torniamo al nostro minorita, il quale non pure prese parte alle quistioni politiche del tempo, ma benanco alle religiose. Il vecchio dissidio tra i due ordini frateschi era ricominciato nel 1321 a cagione di un'accusa di eresia che il domenicano Giovanni Belna muoveva contro il francescano Berengario Tolon. Il Papa dette ragione al domenicano, ma l'assemblea generale dei minoriti, tenuta sotto la presidenza di Michele da Cesena, proclamò come domma di fede la povertà assoluta di Cristo, e dichiarò eretici e scismatici quelli che non credevano in questa dottrina, nè seguivano il divino esempio. Questo domma, che menava diritto alla distruzione del cosiddetto potere temporale, per quanto tornasse acerbo al pontefice, di tanto vantaggiava lo imperatore. Onde allorchè Giovanni XXII lanciò la scomunica contro i sottoscrittori della nuova dottrina, Ludovico li tolse sotto alla sua protezione, e ne affidò ai suoi giureconsulti la difesa. L'Occam era uno dei sottoscrittori, nè è a dire con quanto calore sostenesse la causa del generale del suo ordine, che era per giunta uno degli amici della sua giovanezza. E coll'Occam si associò il più dotto giureconsulto di quel tempo Marsilio da Padova, il quale nel Defensor pacis avea stabilito non esser la Chiesa costituita dal solo Pontefice e Cardinali, ma da tutti i fedeli; talchè se il maggior numero di essi, raccolto in assemblea solenne pronunzia una sentenza, le si deve inchinare il Papa per il primo.[85] Dottrine che non tarderanno molto a trionfare nel Concilio di Costanza. Nè contento di questo il giurista patavino nega che il vescovo di Roma abbia un'autorità maggiore degli altri primati della Chiesa, dubita della venuta di S. Pietro, e, quel che più monta, mette la scrittura al di sopra della tradizione. In queste ardite sentenze si riconosce già il precursore di Vicleffo e Giovanni Huss. Senza dubbio il Medio-Evo è tramontato, e dall'opposto lido spunta di già la splendida aurora del Risorgimento.

Riassumiamo. In tre periodi si divide il movimento intellettuale del Medio Evo. Nel primo di essi mentre il Realismo promuove o si associa con quelle sètte religiose, che giovandosi dell'allegoria, trasformavano le credenze tradizionali, il Nominalismo dall'altra parte vien penetrato da tutte le tendenze razionalistiche di quell'età. Nel secondo si costruisce quel mirabile sistema, nel quale debbon comporsi tutti i dissidî dell'età precedente, ed a norma del quale s'hanno a stabilire immutabili rapporti tra la scienza e la fede, lo stato e i sudditi, la chiesa e l'impero. Questo sistema non domina solo, e non pure vien combattuto da molti filosofi contemporanei, ma anche quelli, che ne accettano le dottrine fondamentali, ricusano poi le più importanti conseguenze nel campo politico. Nel terzo periodo infine la dissoluzione della scolastica trae seco la rovina di quel grande edificio politico e religioso, che fu la gerarchia medievale. Ma in tutto questo lungo corso di tempo non mancarono profonde agitazioni religiose. Ed abbiamo citate già molte sette ereticali, i Catari, i Valdesi, gli Arnaldisti nel primo periodo, i Gioachimiti nel secondo, i seguaci di Michele da Cesena nel terzo. Quali rapporti hanno queste eresie colle speculazioni filosofiche e coi moti politici del Medio Evo? Nel corso del nostro lavoro esamineremo l'origine ed il carattere di tutte queste eresie, e dopo siffatto studio forse ci verrà fatto di rispondere al difficile quesito.

LIBRO PRIMO DALL'ERESIA ALLO SCISMA

CAPITOLO I I CATARI

I

Dall'eresia dei Catari,[86] che fu senza dubbio la più vigorosa ed infesta al cattolicismo, ha da prender le mosse chi voglia conoscere l'origine ed il corso delle opposizioni religiose nel medio evo. Noi adunque esporremo per sommi capi i dommi del Catarismo, e toccato in seguito dell'origine e della diffusione di questa setta, diremo infine delle altre che vi si annodano.

Il sistema cataro si può riassumere in questi brevi tratti. Dacchè il mondo ribocca di mali non può essere tutto opera di uno spirito buono e provvidente.[87] Le cose buone, che non sono certo le sensibili, le ha create Iddio; ma le cattive, le vane, le transitorie non le fece lui, bensì uno spirito perverso che stampò nel loro disordine l'impronta della malvagità sua.[88] Naturalmente non tutti i catari la pensavano ad un modo. Alcuni, come Giovanni di Lugio, non pure ammettevano quest'opposizione tra il cielo e la terra, ma la tenevano per eterna; perchè, dicevano, se non cessano le opposte cause debbono durare anche i due ordini di effetti; onde è falso che col tempo possa sparire il mondo visibile, e che il Dio della luce sia mai per riportare piena vittoria sul suo rivale.[89] Altri meno rigidi, come i Bogomil ed i Catari di Concorrezo, riducevano di molto l'importanza del minor creatore attribuendo al buon Dio la creazione di una parte del mondo visibile, come a dire i quattro elementi,[90] e credendo fermamente nel finale trionfo del bene sul male.[91] Ma tutti si accordavano nel dire il mondo opera di un genio malefico, sia che l'avesse creato lui stesso di pianta, o coll'ajuto del Dio buono.[92]

E al pari del mondo anche l'uomo è fattura dello spirito del male. Se non che l'uomo, secondo la psicologia neoplatonica accolta dai catari, è formato di tre elementi, il corpo, l'anima e lo spirito;[93] e se si può ammettere che il corpo ed il principio che lo vivifica siano fattura del Dio delle tenebre, lo spirito per fermo, che è puro intelletto e volontà, vanta origine più nobile, nè altri può averlo creato se non il Dio della luce. Lo spirito dell'uomo dunque non è diverso da quelle creature angeliche ed immortali, che il principio buono crea ab aeterno nella pienezza dell'amor suo;[94] l'anima per contrario è tutt'uno colla funzione stessa del corpo organico, e quando l'organismo si dissolve, perisce anch'essa.[95] Ma come mai ha luogo questo accozzo di elementi così disparati? Per qual misterioso consenso gli opposti principii del bene e del male, che agiscono sempre a ritroso, or cooperano nella creazione dell'uomo?

Questo difficile problema vien risoluto in vario senso dalle sètte catare. Ed alcuni come i Bogomil, credono che il diavolo, creato l'uomo dal fango, non potendo trattenere l'anima nel plasmato organismo, chiedesse al Dio della luce uno spirito fra quelli da lui creati, che valesse a raffrenare gl'impeti della ribelle. Ed il compiacente Dio, non si sa perchè, piegatosi alle preghiere del suo nemico, gli fu largo del richiesto aiuto.[96] Altri più accorti, non a Dio, ma allo spirito stesso ed alle sue colpe attribuiscono la ragione della caduta; ma non riescono certamente per questa via a vincere le difficoltà. Imperocchè difficilmente i Catari possono menar buono che un Dio perfetto immetta nelle sue creature la funesta possibilità del peccare, tanto che la maggior parte di loro nega risolutamente la libertà dell'arbitrio;[97] onde se questo spirito peccò non fu certo per elezione, ma per necessità di natura; e la ragion del male per tal guisa risalirebbe sempre al Creatore stesso, che si voleva a tutti i costi scagionare. A sfuggire questa evidente contraddizione si adoperano i Catari, per mezzo di miti.[98] E molti tra essi, immaginano che il Dio delle tenebre accompagnato dai suoi demoni desse la scalata al cielo, e vinto l'arcangelo Michele, che gli contendeva il passo, di viva forza ne togliesse la terza parte delle creature celesti, che cacciò nei corpi degli uomini e dei bruti.[99] Altri, non meno fantastici dei primi, avvisano che il diavolo non delle violenze si fosse valso, ma dell'astuzia; e con promesse e lusinghe avesse indotto nel peccato gli angeli del cielo.[100] Ma nè gli uni dichiarano come mai al Dio del male si debba attribuire maggior potenza che a quello del bene; nè gli altri spiegano come creature perfette possano così facilmente divenir gioco delle astuzie di uno spirito malefico.

Ma lasciamo queste contraddizioni, che nessun simbolismo religioso può rimovere. In questo convengono tutte le sette catare, essere in noi uno spirito celeste, il quale, compiuta l'espiazione del suo fallo, farà ritorno alla patria antica. Se non che qui rinascono le discrepanze, e alcuni ammettono l'unicità di questo spirito in tutti gli uomini, altri la pluralità. I concorrezesi ad esempio, riproducendo il traducianismo di Tertulliano, insegnano che alla concezione di un nuovo individuo umano, la parte spirituale non si crea ex novo; ma staccasi quasi per gemmazione dal tronco dei suoi parenti, dai quali colla colpa eredita giustamente la condanna. Onde lo stesso spirito o angelo, che informò il corpo di Adamo, seguita tuttora di generazione in generazione il suo pellegrinaggio doloroso.[101] Le altre sette catare, come i seguaci del vescovo Balasinanza, e i Bajolensi e i Lugiani, in luogo di uno suppongono che più angeli fosser caduti.[102] Ma il loro numero dal dì della colpa non cresce nè diminuisce più, onde al dissolversi di un organismo passano in altro, e da questo in altro ancora, fino a che non sia compiuto il giro dell'espiazione.[103] Così vien rinnovata l'ipotesi della trasmigrazione o metempsicosi, la quale vanta maggiore antichità del traducianismo.[104]

Ma o traducianismo o trasmigrazione che sia, è necessaria certo a queste sètte una ipotesi, che assicuri la continuità dello spirito e spieghi e giustifichi i secolari dolori dell'umanità. La storia dei quali è raccontata da tutte le sètte catare presso a poco nello stesso modo. Da quell'ora funesta, esse dicono, che trionfarono le arti dello spirito maligno, gli angeli sedotti non ebber più riposo. Scacciati dal Cielo, dimenticarono e la patria e l'origine loro, nè altro Dio riconobbero da quello infuori che li avea tratti a rovina. Ed a lui s'inchinarono tremanti e vittime cruenti offersero per calmarne il furore e la bieca avidità di sangue. Così nacque la legge mosaica; così il demone corruttore usurpò per buona pezza il posto del buon Dio, ed ebbe autorità di codice sacro il vecchio Testamento, da lui ispirato, e nel quale ben disvelò la sua indole volubile, crudele e menzognera.[105] E codesto inganno sarebbe durato ancora, se il principio del bene, riscossosi alla fine, e risoluto di por fine al regno del suo rivale, non avesse mandato il suo diletto figlio per insegnare agli uomini la schietta verità.

Ma chi è mai questo figliuolo prediletto? È forse tutt'uno nella sua essenza col Padre, come insegna il domma del Concilio Niceno? No. I Catari riconoscono due soli principii, il Dio del bene e quello del male, e all'infuori di questi non ammettono altre divinità. Onde Cristo si deve considerare come un angelo, o se vogliamo un arcangelo, che scende in terra per ricondurre nella diritta via gli smarriti fratelli.[106] Quest'opinione evidentemente riproduce l'arianesimo, e per questo rispetto i catari furon chiamati ariani,[107] sebbene fossero pochissimi i punti di contatto tra cotesti eretici, ed i catari oltre alla dualità di natura tra Padre e Figliuolo insegnassero altresì essere il corpo di Cristo affatto apparente non reale.[108] L'Arcangelo, essi dicevano, mandato a salvare gli uomini non avendo peccato come gli altri angeli scacciati dal Cielo, non deve e non può assumere un vero corpo umano; chè nè di pena egli è meritevole, nè d'altra parte sarebbe possibile la compenetrazione di uno spirito puro coll'immonda fattura del Diavolo. Così i Catari insieme all'eresia di Ario rinnovarono il docetismo gnostico.[109] L'eresia ariana e la docetica sono agli antipodi, stantechè la prima ponendo maggior peso all'elemento umano in Cristo, ne assottiglia talmente la parte divina da ridurla all'influsso o ispirazione profetica; la seconda, invece rilevando l'elemento divino attenua di tanto il lato umano che lo tiene per vana apparenza (δόκησις). Eppure non ostante l'aperto antagonismo e l'una e l'altra opinione vengono accolte di conserva nel Catarismo.[110] Il quale se non crede alla realtà del corpo, molto meno può prestar fede alla passione e morte di Gesù.[111] Ben s'argomentarono gli adoratori del falso Dio di troncare sul labbro del Cristo la parola rivelatrice; ma non accorgendosi gli stolti dell'inganno orditogli, misero a morte quel che non potea morire, un corpo etereo, nel cui velo ben presto riapparve il Maestro ai discepoli per confermarli nella nova fede.

II

Esposte le dottrine proprie dei Catari, non sarà inutile esaminare come combattessero le dottrine altrui. Essi riconoscevano nella Chiesa primitiva la vera Chiesa di Cristo, che custodiva con cura gelosa gl'insegnamenti del suo Maestro, e ne seguiva scrupolosamente gli esempi. Ma dall'infausta donazione di Costantino in poi ella si corruppe, e tolsero a governarla i suoi più fieri nemici, che più che a Dio servono al Diavolo, a cominciare da quel Silvestro, che accettando il funesto dono, venne meno ai precetti del divino Maestro, e ben può dirsi l'Anticristo.[112] Corrotto il costume, fu guasta la dottrina, e venner proclamati come dommi gli errori più manifesti, che metton capo nell'intendere alla lettera i simboli e le allegorie dell'Evangelo. Così nacque il domma della transustanziazione, secondo il quale il pane ed il vino mutano la propria natura in quella del corpo e del sangue di Cristo, conservando pure gli accidenti della prima sostanza.[113] Ma Gesù nel pronunziare le parole: Hoc est corpus meum adoperava certamente un linguaggio figurato,[114] che stoltamente vien torto a significare un'assurda consacrazione di sostanze caduche e create dal malefico Dio.[115] Nè intendeva il divino Maestro che ogni giorno avesse a rinnovarsi il suo sacrifizio a pro' dei ministri del culto, che dal mercato delle messe traggono i loro più lauti profitti; nè molto meno insegnò mai che i suffragi dei sacerdoti potessero applicarsi alle anime dei defunti per affrettarne l'entrata in Cielo.[116]

Ma se la dottrina delle preghiere pei defunti, e quelle del Purgatorio strettamente connessavi non potevano essere accolte dai Catari, pei quali l'espiazione sta nel migrare dell'anima da un organismo nell'altro,[117] molto meno accetto dovea lor tornare il domma della risurrezione della carne. Imperocchè in esso s'attribuisce allo strumento, col quale si opera, la pena o il premio proprio solo dell'operante, e si glorifica e mette quasi a paro del puro spirito il corpo, che è fattura del Dio malvagio.[118] Parimenti sembra loro strano che si attribuisca ad un elemento di questo basso mondo, come l'acqua,[119] una virtù santificante; ma più assurdo ancora pare loro il battesimo dei bambini, ai quali si somministra un sacramento quando non ancora sono in istato di accoglierlo; onde il più importante atto della vita religiosa, qual è quello di riconoscere in altri il credente nella propria fede, diviene una cerimonia affatto vana ed esteriore.[120] Nè meno irragionevole è il culto delle imagini, le quali contrariamente allo spirito del Cristianesimo non si tengono per simboli degli Enti spirituali che rappresentano, ma per oggetti forniti di un potere magico e miracoloso.[121] Nello stesso modo che s'intende per casa del Signore, non il cuore del credente, ma l'edifizio fabbricato di pietre e mattoni, e superbamente decorato di marmi e d'oro.[122] E per tal guisa si falsa il significato delle cose, e non si dubita di fare onore alla croce, che fu ed è uno strumento d'ignominia.[123]

III

Chi ha seguita l'esposizione delle dottrine dommatiche dei Catari potrà di leggieri indovinare il carattere severamente ascetico della loro morale, e delle pratiche religiose. Se il mondo è opera dello spirito del male, qualunque affetto o desiderio che maggiormente vi leghi lo spirito penitente, lo allontana dal sospirato termine dell'espiazione. Il vero cataro adunque, a simiglianza del divino Maestro, non possiede nè case, nè campi, nè altre ricchezze; tutto l'aver suo mette in comune cogli altri, e va campando miseramente la vita col lavoro delle sue mani.[124]

Ed al pari delle ricchezze ei condanna gli onori e la possanza, intorno alla quale si affatica la vana ambizione degli uomini, non risparmiando guerre sanguinose o arti fraudolenti per conquistarla. Ma la guerra è opera violenta, che i seguaci del cattivo demone possono desiderare ed imporre nel loro furore, non certo le miti creature del Dio buono, i quali invece la condannano sempre, anche quando provocata dagli altri, o fatta a propria difesa.[125] E non meno della guerra riprovano l'uccisione del proprio simile così da negare financo ai poteri pubblici il diritto di mettere a morte i cittadini che infrangono la legge. Questi eretici in mezzo ad una società efferata e violenta predicavan l'abolizione del patibolo.[126] I costumi dei Catari sono miti; e solo contro il proprio corpo incrudeliscono, nè per rintuzzare gli appetiti perdonano a digiuni e mortificazioni, di parchissimo vitto si contentano, e severamente proibiscono il nutrimento animale, perchè non è lecito uccidere gli animali, e distruggere l'organismo ove può essere trasmigrata un'anima peccatrice.[127] E non meno dei piaceri delle mense il cataro sa vincere gli allettamenti del sesso, nè s'illude che alcuna differenza corra tra congiungimento e congiungimento, nè stima il matrimonio meno illecito della venere vaga.[128] Imperocchè e l'uno e l'altra menano alla stessa conseguenza di ritardare pel corso di nuove generazioni il ritorno delle anime alla lor patria celeste.[129]

Tutte queste massime mettono capo nel principio che governa l'ascetismo: lo scopo della vita essere la continua preparazione alla morte. La quale per conseguenza non temuta e aborrita dal Cataro, è invece ardentemente desiderata, come il termine del doloroso pellegrinaggio. Talchè si comprende bene come non sia vietato ma raccomandato il suicidio, quando si corra il pericolo di ricadere nell'impurità antica. Così i malati, ricevuto l'estremo conforto religioso, affrettano la morte coll'astenersi dal cibo, o mettersi, come dicevano, in endura.[130] Parimenti si mette in endura chi è per cadere nelle mani degli inquisitori, o cadutovi venga condannato al rogo.[131]

Molto più difficile a spiegare è il divieto del giuramento, il quale era così assoluto che un Cataro dichiarava agli inquisitori non giurerebbe anco se col giuramento suo potesse convertire gli uomini tutti al Catarismo.[132] Che fosse assolutamente proibita la menzogna è naturale. Il diavolo è di sua natura falso e bugiardo, e chi lo imita non può entrare nel regno del buon Dio. S'intende anche che il rigorismo cataro possa per l'amore della verità condannare financo la menzogna pietosa e la necessaria; ma perchè s'ha da avere in orrore il giuramento, anche quando nell'interesse della giustizia e dello Stato serva a stabilire la verità? Questo senza dubbio è uno dei tanti tratti caratteristici di quel misticismo nebuloso, che per elevare la Divinità, la circonda di silenzio e mistero impenetrabile. L'Ente Supremo dagli gnostici è chiamato βοθὸς (profondità) e Σιγή (silenzio), e dagli gnostici e neoplatonici insieme ἃῥῤητος (innominabile). Non diversamente lo concepiscono i Catari, ai quali sembra per conseguenza una profanazione che non solo si ardisca di nominarlo invano,[133] ma lo si chiami a testimone nelle nostre meschine contese.[134]

IV

Ma non s'ha a credere che tutti i Catari adempissero scrupolosamente agli obblighi imposti dalla loro religione. Rinunziare alla proprietà, abbandonare la famiglia, consacrarsi al celibato, digiunare almeno due volte la settimana, astenersi rigorosamente dalla carne, dalle uova, dal burro, non era certo da tutti; e se la nuova religione avesse chiesti sì gravi sacrifizii, le sue fila si sarebbero ben presto diradate. Furon fatte adunque due classi, i perfetti e i credenti.[135] Questi ultimi non doveano seguire tutte le pratiche religiose, nè lasciare le famiglie o spogliarsi dei beni, ma solo tenersi stretti ai credenti nella stessa fede. E della fede neanco tutti gli articoli erano loro disvelati, ma quelli solo che meno contrastavano alle credenze antiche, o eran già preparati da vecchie eresie.[136] E così venne fatto, come diremo, a suo luogo, che una setta ben più affine al dualismo persiano che al monoteismo occidentale, mentite le sembianze di un cristianesimo più razionale,[137] riuscisse non rare volte a scalzare la religione dominante. Dai credenti dicemmo doversi distinguere i Perfetti, ben meritevoli di questo nome per la vita aspra e faticosa che menavano, e per l'olocausto che facevano di tutti gli affetti ed allettamenti del mondo, al quale, come opera del demonio, viveano affatto estranei. E per questa via sebbene imprigionati nel corpo, si sentivano uniti col Dio buono, di cui aveano accolto il santo spirito nel Consolamentum.[138]

Il Consolamentum era la funzione religiosa più importante dei Catari, che valeva ai loro occhi più del battesimo cattolico. Vedemmo già come essi condannassero il battesimo coll'acqua, uno degli elementi creati dal demonio,[139] Siffatta cerimonia non fu istituita da Gesù, ma dal Battista il quale si deve tenere per falso profeta,[140] onde a ragione il Vangelo di S. Matteo (III, 11) e i Fatti degli apostoli (I, 5) opposero al battesimo con l'acqua quello con lo spirito o col fuoco.[141] E basta secondo il costume degli apostoli imporre le mani sul capo dell'iniziato, perchè su lui discenda lo spirito del Signore.[142]

Per conferire il Consolamentum bisognava esser puri da peccato mortale, perchè d'accordo coi Patarini i Catari credevano che non possa assolvere gli altri chi pria non abbia assolto sè dal peccato.[143] Per ricevere il Consolamentum bisognava esser ben preparati; nè solo conoscere la vera dottrina religiosa, ma pronti a metterla in pratica. Imperocchè chi riceveva il Consolamentum poteva altresì trasmetterlo agli altri. E come sarebbe stato capace di tanto, se non avesse rotto qualunque vincolo colla materia impura? Il consolato entrava adunque nella classe dei Perfetti, e da quel giorno incominciavano le sue terribili prove. Ei non apparteneva più a sè, ma alla comunità. La sua vita non avea altro scopo se non insegnare la verità, combattere l'errore, disporre e preparare gli animi alla comunione col Santo Spirito. E se in questo duro e faticoso apostolato gli accadeva d'incontrare la morte, tanto meglio per lui, chè la sua anima era ben certa di non ricadere più nella terrestre prigione.

Avendo il Consolamentum la virtù di sottrarre l'anima all'impero del Demonio, e congiungerla collo spirito del buon Dio, ei pare che pervenuti a quest'alta cima, non si debba più ridiscendere a valle. I Perfetti adunque sarebbero non solo di nome ma di fatto, e la virtù religiosa ne avrebbe talmente compenetrata l'anima, che non potrebbero più spogliarsene ricadendo nel peccato. Così par che la pensassero alcuni Catari, ai quali Moneta[144] rimprovera di tenere per impeccabili i ministri del Signore. Ma il Moneta stesso e tutte le altre testimonianze affermano d'accordo che la maggior parte dei Catari teneva l'opinione affatto opposta, vale a dire che anche ricevuto il Consolamentum si potesse ricascare nel peccato.[145] Per questa ragione i più differivano a prendere il Consolamentum fino al punto di morte, sentendosi allora solo sicuri di non tornare vittima del Demonio. Durante la vita si era sempre esposti alle sue seduzioni, che se ei fu da tanto da corrompere i puri spiriti del Cielo, qual meraviglia che riesca a riconquistare un'anima, pur sempre avvinta al suo corpo? Se non che la ricaduta è oltremodo pericolosa, e ben difficile è il rilevarsi, e più dure prove si chiedono per essere degni di un secondo Consolamentum.

Quelli che non ricevono il Consolamentum, non sono uniti collo spirito del Signore, e se muoiono, la loro anima, tuttora in balìa del demonio, deve incarnarsi in un altro corpo, e ricominciare di nuovo il corso della sua espiazione. Si comprende con che ansia il Cataro aspetti questo sacramento, e come i Perfetti non debbano risparmiare fatiche e pericoli per somministrarlo a chi lo richiegga. E non si risparmiavano davvero, che anche in mezzo alle più occhiute persecuzioni, apparivano presso al letto del moribondo, quando meno lo aspettavano; onde il popolo li avea in grande venerazione e li chiamava buoni uomini, ragione per cui l'eresia dei Catari fu detta des Bonshommes.[146]

Oltre al Consolamentum poche altre funzioni religiose ammettevano i Catari.[147] Ad imitazione della Cena cristiana celebravano la benedizione del pane. Quando interveniva un Perfetto alla mensa dei fedeli, diceva l'orazione domenicale, e poscia benedetto il pane lo spezzava, distribuendone i pezzetti ai convitati, cui diceva «Che la grazia del Signore sia sempre con voi».[148] Così anche praticavano la confessione pubblica e solenne in luogo dell'auricolare, che condannavano.[149]

Della gerarchia cattolica la Chiesa Catara non conservava se non due gradi, i vescovi ed i diaconi.[150] Ogni vescovo avea con sè due ministri, uno maggiore, l'altro minore. Alla morte del vescovo gli succedeva il ministro maggiore, il quale era ordinato e consacrato dal minore.[151] Per togliere questo assurdo più tardi si decretò che il vescovo stesso ordinasse colui che dovea succedergli.[152]

V

L'origine del Catarismo è molto oscura, onde ogni scrittore si crede in obbligo di combattere i suoi predecessori, ed escogitare una nuova congettura. Lo Schmidt, che scrisse la migliore storia del Catarismo, opina esser nata questa eresia spontaneamente presso i Bulgari sul cominciare del secolo decimo. Ei ricorda che non appena convertiti i Bulgari al Cristianesimo nell'862 da Cirillo e Metodio, l'opera di questi missionarii fu ben presto intralciata da due dissidii che dilacerarono in quel torno la Chiesa cristiana orientale. Il primo dei quali fu dovuto all'antica rivalità tra Roma e Costantinopoli, rinfocolata poi dall'essersi il re Bogoris rivolto al Pontefice Romano per missionarii che compissero l'opera di Metodio. Il secondo dissidio nacque tra gli Slavi convertiti da qualche secolo che usavano la liturgia latina, e quelli recentemente conquistati alla fede da Metodio, ai quali il Papa avea concesso l'uso della lingua nazionale. Sino alla morte di Metodio la scissura fu soffocata, ma rinacque subito dopo, ed i Greco-slavi ebbero a cedere ai prepotenti latini. Si aggiunga che gli Slavi non potevano obbliare così presto l'antica religione, tanto vero che nell'869 il Concilio di Costantinopoli fu costretto d'interdire ai Traci e Macedoni, convertiti sin dal settimo secolo, le rimembranze dell'antico culto. Non è improbabile che in tale stato d'incertezza tra l'antica e la nuova fede, da questa prendessero l'idea monoteistica, e tramutassero i loro antichi Dei nel diavolo, che avea tanta parte nelle prediche dei missionarii del medio evo. C'est au milieu de ces circonstances que parut parmi les Slaves, peut-être dès le commencement du dixième siècle, l'hérésie du dualisme Cathare. Est-ce une opinion trop hasardée, si nous admettrons que ce système sortit de quelque couvent greco-slave de la Bulgarie, dont les moines, irrités de l'invasion d'un culte qui répugnait a leur nationalité, et se livrant en même temps à des speculations tour à tour subtiles ou fantastiques, étaient arrivés à la conclusion que deux principes se partagent le gouvernement du monde, et que pour être pur (καθαρὸς) il faut affranchir l'esprit de toutes les entraves de la création matérielle? (Schmidt, I, 7).

Questa ipotesi non pare che spieghi pienamente l'origine del Catarismo. Potrebbe benissimo renderci conto del culto reso in segreto agli antichi dei, trasformati in demoni, come accadde dovunque la religione cristiana fu innestata a tronco pagano; ma non ci spiegherebbe come mai si attribuisse al demone tanto potere, da farlo creatore dell'universo materiale. Nè molto meno è facile ad intendere come in mezzo a popolazioni semibarbare, appena convertite al Cristianesimo, nascesse il pensiero di paragonare la nuova religione non alla propria, ma alla mosaica, e quest'ultima considerare come l'opera di un Dio maligno.[153] Nei primi secoli del Cristianesimo, in quei centri cosmopolitici che erano Alessandria ed Antiochia, ove il pensiero filosofico greco venne tante volte a contatto col misticismo orientale, si comprende benissimo come nascessero le audaci speculazioni dei gnostici.[154] Ma non si capisce egualmente come siffatto movimento intellettuale dovesse aver luogo tra popoli, che non poteano ancora assimilarsi l'antica coltura.

Quest'arditezza speculativa è già un sicuro indizio non essere il Catarismo una creazione bulgara, ma ben piuttosto l'avanzo di antiche eresie, nate sotto altro cielo, e in altre condizioni sociali, e trapiantatesi in Bulgaria nel tempo più propizio alla loro diffusione. Non dubito dunque di seguire l'antica tradizione, secondo la quale i Catari sarebbero manichei imbastarditi;[155] nè temo che le difficoltà opposte dallo Schmidt non sieno per rimuoversi facilmente. Ammettiamo pure che al catarismo manchi cette forme mithologique si remarquable qui est particulière au manicheisme ... o anche l'idée gnostique de la matière (ύλη) en lutte avec la divinité (II, 256). Ma è forse strano che una credenza, una leggenda, un sistema filosofico trapiantandosi da un luogo ad un altro non perda molti caratteri, e ne acquisti altri per adattarsi al nuovo ambiente in cui deve vivere? E che meraviglia se non trovi nel Manicheismo il domma del Consolamentum essenziale alla religione catara? Non trovi la parola, nè la formola ed il rito religioso; ma certo il concetto della purificazione dell'anima, che accolse in sè il Santo Spirito, non manca. Noi non diciamo che il Catarismo sia il Manicheismo nella sua forma primitiva; tutt'altro. Il tempo avea già scoloriti molti tratti della dottrina religiosa di Mani, ed il nome stesso del fondatore era già obbliato; che perciò? non accadde lo stesso nel secondo secolo a Valentino, a Basilide e ad altri fondatori di sètte gnostiche, i cui nomi erano sconosciuti a coloro stessi che se ne appropriavano le dottrine?[156]

Del resto lo Schmidt stesso non può fare a meno della tradizione manichea. Quand on songe que les souvenirs du manicheisme s'étaient conservés longtemps dans les couvents de l'orient notre opinion ne doit pas paraître dénuée de toute probabilité (I, 8). Nelle quali parole egli riconosce essere il Manicheismo la prima fonte onde attinsero i Catari, il che non esclude che altri rivoli secondarii vi si mescolassero per via. In tutti i grandi movimenti religiosi accade quello che notammo del Catarismo, nel quale intorno al nucleo della dottrina dualistica si aggrupparono le più vecchie eresie, che viveano tuttora occulte e dimenticate nelle lontane solitudini dei pensatori. E per tal guisa si formò un insieme di dommi non molto omogenei, ma il cui contrasto sfuggiva all'acume dei recenti alleati. Noi già trovammo più su accanto alle tradizioni ariane della distinzione sostanziale tra Padre e Figlio le fantasticherie docetiche sul corpo apparente di Gesù. Ed insieme alle mistiche descrizioni del regno celeste, e della trasmigrazione delle anime le polemiche di Claudio di Torino contro l'adorazione delle immagini, e quelle più radicali di Berengario contro l'Eucaristia.[157] Ma non perchè queste continue aggiunte dieno una nuova impronta al Catarismo, non per questo s'ha da sconoscere la sua stretta parentela coll'antico manicheismo,[158] il quale non ispento dalle persecuzioni rifioriva prima in Ispagna per opera di Priscilliano,[159] e più tardi in Armenia coi Paoliciani;[160] di lì si diffuse tra gli Slavi; e dalla Bulgaria pel tramite dei commerci passò in Italia, e quindi in Francia.

VI

Toccato dell'origine studiamo ora la DURATA, DIFFUSIONE, ed INTENSITÀ del movimento cataro.

Fino dai primi anni del secolo decimoprimo serpeggiava per l'Aquitania la nuova eresia, come ne fa fede il cronista contemporaneo Ademaro.[161] E questi e Rodolfo Glaber del pari fanno menzione di dieci canonici di Orleans, scoperti come manichei nel 1022, e dati alle fiamme per ordine di Re Roberto.[162] Ma dacchè secondo lo stesso Glaber siffatto movimento vien propagato dall'Italia, è lecito supporre che tra noi si manifestasse l'eresia molto prima del 1034, anno in cui Girardo di Monteforte venne a furor di popolo bruciato vivo in Milano.[163] Nè andremo lungi dal vero se la faremo risalire alla fine del secolo decimo. D'altra parte il catarismo militante vien meno al cominciare del secolo XIV, quando alle cruenti crociate contro gli Albigesi successero le stragi dell'Inquisizione. Sicchè non tenendo conto di qualche resto cataro, scoperto da Vincenzo Ferrer nel 1402 o in Lombardia, o nelle inaccesse valli del Pellice e Clusone, la durata dell'eresia catara nell'occidente oltrepassa i tre secoli.

Non meno importante è la diffusione, della quale ora terremo parola sommariamente, rimandando chi desideri più estesi particolari alla monografia dello Schmidt. A cominciare dall'Italia settentrionale, ricordiamo che la Lombardia riboccava di eretici così, che le sètte vi si moltiplicavano, e la chiesa moderata di Concorrezo combattea la più rigida del veronese Balasinanza, e quest'ultimo non andava d'accordo con l'altro rigorista Giovanni di Lugio. A Ferrara spesseggiavano gli eretici del pari, e per iscacciarneli il vescovo ebbe a ricorrere al potere civile.[164] In Modena i catari l'impattavano coi cattolici, tanto da vivere in pace gli uni accanto agli altri, ed il Muratori ricorda che nel 1192 furono ricompensati con eguale misura catari e cattolici per la distruzione che a causa di utilità pubblica fu fatta di loro mulini.[165] Anche in Toscana il Catarismo ebbe non pochi seguaci, ed il primo vescovo dei Catari moderati o concorrezesi fu un Pietro Lombardo da Firenze. In questa città le donne stesse s'adoperavano alla propagazione della setta e gli eretici cresceano a tal segno che nel 1173 dettero pretesto a mutamenti nel governo.[166] Dalla Toscana discese l'eresia ad Orvieto, ove, oppressa nel 1125, fu rilevata nel 1150 dal Diotisalvi di Firenze e da Girardo da S. Marzano. In seguito, scacciati questi missionarî, ne seguitarono l'opera due donne, Milita di Monte Meato e Giuditta da Firenze.[167] Da Orvieto si estese a Viterbo, nè la stessa Roma fu salva, anzi si serba memoria di una esecuzione di Catari, fatta nel 1231 al tempo di Gregorio IX.[168] Perfino nella remota Calabria par che attecchissero i Catari a giudicarne almeno dall'ardore con cui l'abate Gioacchino li combatteva.[169]

Dall'Italia, come dicemmo, l'eresia passò in Aquitania, e Tolosa fin dai primi tempi fu il centro della sua diffusione.[170] Di là s'avanzò nel Perigord, nel vescovado di Limoges, nella marca di Poitiers, risalendo su sino ad Orleans, ove trovammo a capo degli eretici alcuni sacerdoti, grandemente stimati per la loro pietà. Ben presto oltrepassò la Loira, talchè il vescovo di Chalons, Rogero (1043-1062), chiese a Wazon vescovo di Liegi se in vista del pericolo imminente non si dovesse procedere rigorosamente contro gli eretici. Abbiamo tuttora la risposta del pio prelato: Dio non vuole la morte, ma la conversione dei peccatori; e la sola pena consentita dal Vangelo contro gli eretici sta nell'escluderli dalla comunione dei fedeli.[171] Questa lettera porta la data del 1048, e la pena che in essa vien suggerita fu nel fatto comminata l'anno appresso dal concilio di Reims.[172] Tanto rapidamente s'era diffusa l'eresia nel nord della Francia, ove già sin dal 1025 s'ebbe notizia di eretici, principalmente a Reims, a Liegi, Arras e Cambray![173]

Dalla Francia il passaggio in Germania è ben facile, e già nel 1052 Enrico III fece impiccare in Gosslar (Hannover) alcuni eretici, che si scopersero per manichei dal rifiuto di uccidere un pollo.[174] Nel secolo susseguente, come sappiamo dalla lettera di Evervino a S. Bernardo, l'eresia s'era così diffusa in Colonia, che vi si stabilì un vescovado cataro. Arrestati nel 1146 il vescovo col suo diacono, anzi che smentire le loro credenze, salirono animosamente sul rogo. Pochi anni dopo nel 1160 furono scoperti altri catari a Bonn, con a capo Arnoldo abile disputatore, conoscitore profondo della scrittura ed entusiasta della sua fede. A capo a qualche anno salito sul rogo coi suoi diaconi, fu udito gridare tra le fiamme: «Fratelli, siate costanti nella fede, oggi sarete riuniti ai martiri del Cristo». E in questo dire una fanciulla catara, che in grazia della sua bellezza era stata sottratta al supplizio, copertosi il volto, si precipitò nel fuoco per morire col suo maestro.[175]

L'Inghilterra fu salva dall'eresia. Ben tentarono di penetrarvi verso il 1160 alcuni catari, volgarmente detti pubblicani (paoliciani), non ammontanti a più di trenta, tutti di nazione e lingua tedesca, e guidati da un tal Girardo, il solo tra loro che sapesse di lettere. Ma furono scoperti e segnati nella fronte da un marchio d'infamia, e poscia battuti a verghe ed espulsi dalle città, e proibito a chiunque di ospitarli. Perirono per la campagna di freddo e fame, vittime anch'essi devote e coraggiose della loro fede;[176] ma altri dopo di loro non ritentò l'ingrata prova.

Pari alla durata ed estensione l'intensità. Senza un gran vigore di fede il catarismo non avrebbe potuto opporre così tenace resistenza alle persecuzioni, che massime dopo il 1200 infierirono senza misura. Un rapido ricordo storico varrà meglio di qualsia dimostrazione. Il secolo decimoterzo, che è quello dei grandi uomini della Chiesa, Innocenzo III, Gregorio IX, Alberto Magno, S. Tommaso, è altresì il secolo delle più fiere lotte, e più selvagge passioni. Montato sul trono Innocenzo III mandò suoi legati nella Francia meridionale per estirparvi l'eresia, e quando uno di essi, il Castelnau, fu ucciso a tradimento indisse la crociata contro i popoli del mezzogiorno, che s'erano allontanati dalla Chiesa.[177] Già prima di lui il legato Enrico[178] vescovo cardinale d'Albano, indetta la crociata contro gli eretici albigesi, con gran seguito di truppe aveva invase nel 1181 le terre del visconte di Béziers, ed ottenuta la resa del forte castello di Lavaur. Ma questa prima crociata, benchè non poco cruenta, fu nulla a petto della seconda, alla quale presero parte molti signori del nord della Francia, che sotto il pretesto della religione movevano alla conquista delle ricche contrade del mezzogiorno. Codesta guerra fu combattuta con furore, e il nome di Simone di Monfort restò tristamente[179] celebre in quelle infelici contrade, dove gli eretici furon trattati peggio dei musulmani.[180] Quando Béziers, dopo un'eroica resistenza, cadde sotto i colpi dei crociati, a quelli che lo chiedevano sul modo di distinguere i rei dagli innocenti, il legato Arnaldo rispose: uccideteli tutti, Dio riconoscerà quelli che gli appartengono.[181] Alla presa di Carcassona 400 arsi vivi, e 50 impiccati come eretici.[182] Espugnato il castello di Minerva, il legato Arnaldo promise la salvezza della vita a chi si convertisse, perchè sapeva che nessuno dei credenti avrebbe rinnegata la sua fede. Conosco i miei uomini, egli diceva a chi scandolezzavasi di tanta mitezza. Nè avea torto, chè più di 150 perirono sul rogo martiri della loro fede.[183] Presa Lavaur, ne fu impiccato il comandante, gittata nel pozzo la sorella, arsi quattrocento Catari.[184] E più cruente furono le stragi, quando dopo il concilio lateranense del 1215 si rinnovò la guerra con tanta violenza che i superstiti ebbero a invidiare la sorte dei caduti in battaglia. E l'infelice conte di Tolosa Raimondo VII se volle ottenere la pace dopo trenta anni di guerre rovinose, ebbe a giurare di combattere e punire gli eretici senza pietà, e conferire un premio di due scudi di argento a chi ne assicurasse qualcuno alla giustizia.[185]

Ma questi roghi, queste condanne in massa senza giudizio, son pur da meno delle persecuzioni posteriori. Si poteva attribuire siffatti orrori alla necessità della guerra, all'eccitazione degli animi, al diritto di rappresaglia; d'ora innanzi saranno imposti dalla fredda ragione. Prima di questo tempo, come dimostrarono il Ficker e l'Havet, la pena del rogo contro gli eretici non era stabilita per legge in nessun paese.[186] In Germania si solevano, è vero, mettere a morte gli eretici o a furor di popolo, come a Colonia nel 1163, o anche per ordine dell'imperatore, come a Gosslar nel 1052; ma quest'ordine non fu dato in omaggio ad una legge, bensì per misura politica. Anche in Francia le molteplici esecuzioni, che ricordammo, ebbero lo stesso carattere, e prima della legge di Luigi VIII del 1226, non ve ne ha altra che condanni gli eretici al supplizio del fuoco. Con maggior ragione si deve dire lo stesso della Francia meridionale e dell'Italia. Chè anzi mentre nel settentrione dell'Europa la pratica discordava dal diritto, e tacendo le leggi, vigeva la consuetudine di mettere a morte gli eretici; nel mezzogiorno al contrario e diritto e pratica s'univano in una grande mitezza e tolleranza. Dopo l'esempio di Girardo di Monteforte non v'ha ricordo di altro bruciamento di eretici, e l'autore delle memorie milanesi dice espressamente che nell'anno 1233 ebbe luogo la prima esecuzione.[187] In Modena ricordammo come accanto ai diritti degli altri cittadini eran riconosciuti quelli dei catari. Nella Francia meridionale Giraldo vescovo di Albi non dubitò d'invitare gli eretici ad una pubblica disputa a Lombers.[188]

Questa tolleranza però cessò ben presto in tutti i paesi. Il cardinale Pietro di San Crisogono, legato del papa nel Tolosano, condannò un Morand, ricco signore seguace e protettore dell'eresia, alla confisca dei beni ed alla distruzione delle case. E costui se volle salvarsi dalla miseria, ebbe a sconfessare solennemente la sua fede, e subire l'ignominioso castigo della fustigazione.[189] Parimenti in Italia si serba memoria di un vescovo Guarnasia, legato dell'imperatore Enrico VI, che confiscò per ordine imperiale i beni dei patarini di Prato e ne distrusse le case.[190] Ottone IV, in un suo decreto del 1210 contro gli eretici di Ferrara,[191] e gli statuti di Verona: che rimontano secondo il Ficker, al di là del 1218, prescrivono l'esilio degli eretici e la distruzione delle loro case. Questa stessa pena dell'esilio è prescritta nella legge di Federigo II del 1220.[192]

Dopo poco altro tempo le cose volsero in peggio. Il papa chiedeva dall'imperatore una più energica repressione dell'eresia, e Federigo, che avea rinnovato contro la Chiesa l'antica guerra per l'indipendenza dello Stato, per tema non lo si sospettasse di poca ortodossia, acconsentì a mutare la sua prima legge.[193] Strana ironia della storia! Quell'Imperatore che tenne più fermo contro le pretensioni di Roma, e presso i contemporanei era tanto in voce di miscredente ed epicureo, da non trovar grazia neanco presso il gran poeta ghibellino; quell'imperatore che avea ai suoi servigi gente di diversa credenza, saraceni non meno di cristiani, egli per lo appunto è il primo a sancire la pena del rogo contro gli eretici,[194] e in servigio della Chiesa vien meno alle più fondamentali norme del diritto vigente. E nel luogo dei vescovi stati fin oggi i giudici naturali delle eresie acconsente che entrino i frati predicatori, facendoli almeno per la Germania legati imperiali;[195] nè dubita di sancire le più aperte infrazioni della regolare procedura, ammettendo la testimonianza del correo o del delatore,[196] e tollerando che si tacesse nei giudizii il nome del testimone. Un altro passo ancora, e non ci meraviglieremo più che colla morte del reo non si estingua l'azione penale, ma seguiti il processo contro i defunti, perchè gli eredi ne scontino la pena.[197]

Con queste misure violente l'eresia veniva stretta in un cerchio di ferro, e ben pochi poteano sottrarsi alle occhiute vigilanze degl'inquisitori, ed alle insidie delle spie prezzolate o interessate. Ma non ostante questi rigori i Catari non furon domi, e se non all'aperto, continuavano in segreto a professare il loro culto. E taluno di essi seppe nascondersi così, che non solo non fu disturbato finchè visse, ma dopo morto per poco non venne santificato dai cattolici. Il Muratori pubblicò il processo di un Armanno Pungilupo da Ferrara morto nel 1269, intorno al quale per anni parecchi continuò aperto dissenso tra la Curia e i Frati inquisitori. La Curia, ligia alla voce popolare, che dava il Pungilupo per uomo pio, e morto in odore di santità, non solo permise che fosse seppellito nella Chiesa maggiore in magnifico mausoleo; ma raccolte le informazioni sui miracoli che dicevano fatti da lui, permise s'innalzasse presso alla tomba un altare votivo. Ed i fedeli v'accorreano numerosi, e con giuramento attestavano al Vescovo di avere per intercessione del beato Armanno ricuperata o la vita, o il moto o la parola, e taluno persino giurò d'essere stato liberato dai demoni, che lo possedevano.[198] Ma gl'inquisitori diffidavano assai di tal taumaturgo, che pochi anni innanzi, nel 1254, convinto d'eresia, dovè la sua salvezza all'abjura.[199] E interrogati parecchi, già appartenenti alla setta bagnolese, raccolsero che, non ostante la ritrattazione, il Pungilupo continuò per tutta la vita nella fede catara;[200] nè fu solo credente, ma ricevette il consolamentum,[201] e con ardore si mise a diffondere le dottrine bagnolesi, e predicando contro il lusso e la corruzione dei preti,[202] fece nuovi seguaci alla sua setta. Istruito in tal modo il processo si venne alla sentenza, cagione di un violento dissidio tra le due autorità ecclesiastiche. L'inquisitore ordinò l'esumazione delle spoglie di Armanno, e, non obbedito, scomunicò la Curia e interdisse la Chiesa; la Curia dal canto suo respinse la sentenza, e si appellò al Papa Gregorio X. Ma nè a costui nè a parecchi dei successori fu dato di comporre le cose, e la controversia si prolungò per più di un trentennio. Alla fine nel 1301 l'inquisitore Fra Guido Vicentino, consultati per ordine di Bonifacio VIII il Vescovo di Bologna e un altro frate, domenicano anche lui, pronunziò la sentenza, dal Papa già dichiarata inappellabile, che dice: s'infranga il mausoleo e l'altare innalzato in onore di Armanno, e dissepolto e bruciato il cadavere, ne si sperdano ai venti le ceneri. E le immagini e le offerte votive si distruggano, e chiunque s'opponga a queste misure, o seguiti a ricordare il nome e le opere dell'eresiarca, se privato incorra nella scomunica, se chierico nella perdita dei suoi benefizii, se università o terra nell'interdetto.[203] Questo solo fatto, accaduto nella seconda metà del secolo XIII, vale più di un lungo discorso a provare quanto rigoglio avesse tuttora l'eresia dopo tante persecuzioni, e come riescisse difficile ai più zelanti di estirparla.

VII

La diffusione, la durata, la tenace resistenza dell'eresia manichea sembrano un vero paradosso storico. Perchè se da una parte non si può negare che l'ascetismo cataro più rigoroso del cattolico s'opponeva al rifiorire delle scienze, delle arti, dei commerci, e vincendo avrebbe ritardato di molto altro tempo quel risorgimento classico, di già cominciato nel medio evo, dall'altra non è men vero che un misticismo così malsano, e di colore schiettamente orientale attecchì quasi dappertutto in Europa, ma principalmente nei centri della nuova coltura. E così accadde che nello stesso linguaggio in cui la nuova musa cantava i cavalieri, l'armi, gli amori, un'altra voce più severa predicava i digiuni e le astinenze, segnava d'infamia il matrimonio, e stillava nelle menti un odio feroce contro il mondo, creatura d'un malvagio iddio. Non giova addurre la legge dei contrapposti, che fa passare la natura umana dall'estremo della frivolezza e della gaja vita alla tetraggine di una inquieta ascesi. Nè si potrebbe invocare l'esempio recente della Germania, che nel tripudio del patriottismo trionfante vide rinnovarsi la filosofia pessimistica. Ragioni ben più profonde e molteplici spiegano le insperate fortune del Catarismo. E la prima è questa, che la nuova setta al pari delle antiche pitagoriche e gnostiche si circondava di mistero, nè tutti i suoi dommi svelava agli iniziati o credenti pria che fossero per lunghe prove divenuti perfetti.[204] Talchè non in grazia delle dottrine ignorate dai più essa facea il maggior numero dei seguaci, bensì per l'opposizione alla Chiesa dominante ed alla gerarchia medievale. E come il bisogno di libertà si sentiva più acutamente nelle contrade, ove il laicato parlava già e scriveva una lingua diversa dal latino, ed una nuova letteratura avea creata, ed espressi pensieri e sentimenti nuovi, era ben naturale che ivi si formasse il centro ed il focolaio dell'agitazione ereticale.

L'opposizione che il Catarismo movea al Cattolicesimo abbracciava due capi, le dottrine ed i costumi. In quanto alle dottrine già vedemmo come i Catari sapessero far tesoro delle opposizioni precedenti, nè fa meraviglia che agl'iniziati insegnassero per prime non le proprie idee, ma quelle invece, che sebbene ostili al Cattolicismo, tornavano più accettevoli pel ricordo delle antiche eresie. Vedemmo come il catarismo fosse ariano, docetista, iconoclasta, berengariano. Per tal guisa la nova religione, non che nemica, si diceva restauratrice del Cristianesimo, come quella che volea riaddurlo alla forma schietta dei primi tempi, alla cui semplicità mal s'addicevano i dommi posteriori.[205] A codesta rinnovazione ben si comprende come giovasse lo studio degli antichi documenti del Cristianesimo. Onde i Catari facean pochissimo conto della tradizione ed ai molti libri dei padri e dei dottori, che i Cattolici soleano addurre[206] opponevano un libro solo, il Nuovo Testamento, e quello studiavano e mandavano a mente, e traduceano nelle nove lingue ed interpetravano ora alla lettera ora allegoricamente, come faceva il bisogno.[207] Per questi motivi il Catarismo parea come una purificazione della coscienza religiosa, ritemprata alle pure fonti dei tempi apostolici. Ed ecco un'altra cagione dei suoi trionfi. Di contro ai sacerdoti cattolici, ingombri da superstizioni e talvolta così ignoranti da non sapere neanche leggere la Bibbia, i Perfetti catari parevano animati da una fede più razionale, e più studiosi dei sacri testi.[208] Era una apparenza e l'una e l'altra, chè il Catarismo coi suoi presupposti dualistici mal rispondeva ai bisogni della ragione; e tra i sacerdoti catari nessuno potè levarsi all'altezza intellettuale di molti fra i cattolici. Ma tant'è; nelle rinnovazioni religiose l'apparenza giova non meno della sostanza, e le grandi masse con quella più che con questa si guadagnavano alla nova fede.

L'altra opposizione, che facevano i Catari, si riferiva ai costumi. I cattolici stessi levavano alte grida contro la corruzione del clero, e basterà per tutti ricordare Benedetto IX, fatto Papa a dodici anni, il quale dal 1033 al 1045, empì Roma di scandali, ruberie ed assassinii. Nè a strappare dall'indegno capo la tiara vi fu altro mezzo se non comprarla a contanti, come fece il buon Gregorio VI, il quale nonchè rimproverato dell'aperta simonia, venne accolto dai più come restauratore della Chiesa.[209] Dalla sommità della scala gerarchica sino agli ultimi gradini si faceva mercato degli ufficii ecclesiastici.[210] Ed il clero era ognor più avido di ricchezze, ed alle ricchezze aggiungeva il fasto ed il potere. Non erano rari i vescovi principi e militari, che con una mano fecevano il segno della pace e dell'amore e coll'altra stringevano la spada ancor fumante di sangue.[211] Contro codesto clero le anime profondamente religiose gridavano: povertà e castità. E quel grido fu abilmente raccolto dai Catari, che sull'autorità dei sacri testi insegnavano il più rigido ascetismo, ed il rigore dei precetti confermavano colle opere. Anche i Catari furono più volte accusati d'immoralità ed ingordigia ma le stesse testimonianze cattoliche come quella di S. Bernardo smentiscono le accuse. Gli uomini, che morivano lieti sul rogo in olocausto alla loro fede, conoscevano bene la virtù del sagrifizio; ed il popolo ai cui mali essi provvedevano con sollecita ed instancabile cura, in opposizione al clero egoista li soleva chiamare bonshommes. Altra causa codesta del favore ognor più crescente del Catarismo.

E questa cagione forse è la più forte di tutti perchè nella lotta contro i vizii del clero l'opposizione ereticale si collegava naturalmente colla cattolica. Più tardi parleremo degli oppositori cattolici o patarini. Per ora ci basta questo ricordo storico. Pochi anni innanzi che S. Arialdo levasse il grido di guerra contro l'alto clero milanese, un Girardo eretico ricoverato nel castello di Monforte confessò apertamente all'arcivescovo Ariberto, che egli ed i suoi seguaci, ammontanti a più di tremila, non mangiavano carne, metteano tutto in comune, facean voto di verginità, e se anche ammogliati rispettavano la propria moglie come sorella.[212] Una gran parte di questi eretici, non volendo rinunziare alla sua fede, fu data dal popolo tumultuante alle fiamme, ma certo non tutti perirono sul rogo, ed i superstiti senza dubbio si fusero coi patarini.[213] Così all'ombra del movimento riformatore, capitanato da Gregorio VII, si dilatava sicura ed inavvertita l'eresia.

Le ragioni finora addotte delle fortune del Catarismo mettono capo in quello spirito di opposizione alla Chiesa stabilita, per cui la nuova eresia facendo causa comune con tutte le antiche prende l'aspetto di una purificazione della coscienza religiosa. Ma oltre a questo elemento critico e negativo dobbiamo distinguere nella nuova religione un altro elemento, non meno importante, voglio dire l'ascetismo, pel quale non solo va d'accordo col Cattolicesimo, ma lo supera, offrendo così nuovo e più sostanzioso pascolo alle anime mistiche. La Chiesa catara sottoscrive di gran cuore alla massima cattolica che tre sono i nemici dell'uomo, il mondo, il demonio, la carne; ma ne trae le estreme conseguenze. Fra i tre nemici, ella dice, che sono uniti contro l'anima, corre di certo un rapporto di parentela, e come l'anima, per malvagia che sia, è dappiù della materia, così delle tre potenze avverse la maggiore è quella del demonio; le altre si possono considerare come sue ausiliarie, o meglio sue geniture. Ed eccoci in pieno dualismo.[214] Nè vogliamo tacere che questa trasformazione favoriva per soprammercato certe tendenze, molto comuni nel Medio Evo, ed anche oggi non estirpate del tutto, come a dire la fede nell'esistenza ed efficacia di spiriti malefici, che non solo assalgano gli eremiti del deserto, ma si caccino nelle popolose città, mescolandosi in tutti i negozii, e talvolta nascondendosi negli angoli delle case. È stato già notato come in queste superstizioni diaboliche rivivesse l'antico culto pagano. Per lo che non a caso si estesero e dilargarono col rifiorire degli studii classici, nè solo nel Medio Evo ma più ancora nella Rinascenza si credè follemente alle streghe e agli ossessi.

Non farà dunque meraviglia che il Catarismo rispondendo a così diverse tendenze faccia tanti seguaci. Alle anime, avide di libertà, offre di sottrarsi al ferreo giogo della gerarchia; alle travagliate dalla sventura svela il mistero dell'infelicità umana, e promette la fine del doloroso pellegrinaggio. Le menti vigorose alletta coll'interpetrazione allegorica dei dommi, che tornano più ostichi alla ragione; le inferme seduce rafforzando le loro credenze nel diavolo, e giustificando le più strane e paurose superstizioni. Non per tanto i due elementi, che rilevammo nel Catarismo, non cessano di essere eterogenei. Chè l'uno tende, come dicemmo, alla purificazione del contenuto religioso, l'altro per lo contrario favorisce la superstizione; l'uno coll'andare del tempo riescirà alla reintegrazione della vita, l'altro ad una condanna di essa più cruda e recisa che non avesse fatto il Cattolicismo. Questi elementi adunque, così discordi, dovranno separarsi. Gli spiriti più geniali, e desiderosi di una vera rinnovazione religiosa lasceranno cadere l'ascetismo dualistico, importazione affatto orientale, e serberanno invece l'altra parte, frutto dei più grandi pensatori dell'occidente come Claudio di Torino, Agobardo di Lione, Berengario di Tours. Per tal guisa nascono i Valdesi.

CAPITOLO II I VALDESI

I

L'opinione dell'identità di Valdesi e Catari è stata, sostenuta da nemici ed amici. Il Gretser tra i cattolici ad esempio crede che tutte le eresie del Medio Evo si riducano ad una sola, e che i nomi differenti ricordati da Raniero Sacconi e Pier delle Vigne non accennino se non a varietà locali di una stessa eresia.[215] E così i Valdesi si chiamano catari non dal greco καθαρὸς come parrebbe a chi ricordasse il nome che si solevan dare gli antichi Novaziani, bensì dal tedesco Kätzer. Quale sia poi l'origine di Kätzer non è difficile dire. Forse da kätzern dividere, ma più probabilmente da cato. Cur autem majores nostri Germani haeretici nomen a cato indiderint promptum erit intelligere ei, qui proprietates cati cum genio et indole haereticorum conferre volet. È inutile discutere queste stranezze, non tollerabili neanche nel 1612 quando furono scritte; ma voglio notare solo la contraddizione in cui cadeva il Gretser. Secondo lui i Valdesi non rimontano prima del 1160 ed hanno per progenitore Pietro Valdo.[216] Dunque le eresie anteriori, che nel nome di catarine furon condannate nei concilii di Tolosa del 1056 e 1119, non possono essere valdesi.

Il bisogno polemico di fare apparire i Valdesi nella luce più fosca, e di attribuire loro anche gli errori dualistici per meglio combatterli, fuorviò il Gretser. E l'opposto disegno condusse allo stesso errore gli scrittori protestanti, come il Basnage, l'Abbadie, il Monastier.[217] I quali tutti sostenevano anch'essi l'identità di Valdesi e Catari, ma credevano che le dottrine dualistiche, attribuite a questi ultimi, fossero una invenzione dei loro persecutori. Eppure la verità non era difficile ad appurare, perchè le testimonianze più antiche non lasciano dubbio che i contemporanei sapessero già ben distinguere la setta catara dalla valdese. Così il Sacconi dopo avere esaminato le dottrine dei Catari, e le varie sètte in cui si dividono, serba un capitolo a parte ai valdesi, di cui parla come di una eresia tutt'affatto diversa, e che a nessuno verrebbe in mente di confondere colle precedenti.[218] Parimenti Stefano di Borbone distingue chiaramente i poveri di Lione, che ebbero e nome e dottrina da un tal Valdense, dai Patarini o Bulgari, che ei fa risalire direttamente a Mani e chiama senz'altro Manichei.[219] Più esplicito è Guglielmo di Puy Laurent che nella sue cronaca dice: nelle provincie narbonese ed albigese erano alcuni ariani, altri manichei, altri infine valdesi o lugdunesi, i quali tutti sebbene dissenzienti tra loro cospiravano pur contro la Chiesa cattolica. I Valdesi eran quelli che più acutamente disputavano contro gli altri eretici.[220] Oltre a codesti autori bisogna citare Alano che consacra ai Valdesi il secondo libro della sua opera ed il Moneta che non ignora esserci Valdesi più vicini ai Cattolici dei Catari.

Del resto ove pongansi a raffronto le dottrine dei Catari con quelle dei Valdesi si colgono a colpo d'occhio le differenze. E perchè la nostra dimostrazione sia più compiuta, scegliamo gli autori del tempo in cui i Valdesi avean già subito parecchi influssi dei catari. Togliamo ad esempio il Sacconi, che scrisse nel 1250. Secondo questo inquisitore, che conosceva di persona gli eretici, i Poveri di Lione si dividono in due rami, quelli d'oltremonti ed i lombardi. La dottrina dei primi si assomma in questi quattro punti: 1º ogni giuramento è vietato dall'Evangelo; 2º non lice alla potestà civile punire di morte i malfattori;[221] 3º qualsiasi laico può consacrare il corpo di nostro Signore; 4º la Chiesa Romana non è la Chiesa di Cristo. I poveri lombardi s'accordano nei due primi punti coi fratelli d'oltremonti, ma intorno agli altri due vanno anche più in là. Sostengono che chiunque vive in peccato mortale non possa consacrare il corpo di Cristo, e la Chiesa Romana raffigurano nella donna dell'Apocalisse, e ai suoi precetti non vogliono obbedire, talchè non credono peccato mangiare carne in quaresima e nelle vigilie. Questa esposizione ci mostra non pure differenza ma opposizione tra le due dottrine. Non solo nella dottrina valdese manca qualunque traccia del dualismo cataro, ma mentre i Catari vietano assolutamente il mangiar carne, i poveri di Lione lo permettono anche nella quaresima e nella vigilia; e laddove quelli a simiglianza dei cattolici hanno sacerdoti, o Perfetti, ai quali solo è lecito benedire la tavola spezzando il pane, e somministrare il consolamentum; questi al contrario dicono non esservi bisogno di un particolare intermediario tra l'Uomo e Dio, ed ogni figliolo potersi rivolgere direttamente al suo padre celeste.

Col Sacconi s'accorda Pietro di Vauxcernay, il quale mettendo in raffronto i Valdesi cogli Albigesi dice che i primi sono meno perversi dei secondi, perchè in molti punti convengono coi cattolici. A quattro assommano i loro errori, portar sandali secondo il costume degli apostoli, credere che ognuno di loro se anche non ordinato possa consacrare il corpo di Cristo, vietare che si giuri, o che si uccida per qualsiasi ragione anche giusta.[222] Davide di Augsburgo, che nell'enumerare le principali dottrine dei valdesi si accorda colle altre testimonianze, aggiunge questa circostanza, che i Poveri di Lione si credevano così lontani dagli eretici, da domandare al papa Innocenzo III il riconoscimento del loro sodalizio, come quello che menava una vita conforme ai precetti dell'Evangelo.[223]

È adunque fuor di dubbio che i Valdesi non si possono accomunare coi Catari, e per la concordia delle più antiche testimonianze e per l'evidente disformità delle dottrine. Ma queste differenze non ci debbono far dimenticare i punti di contatto.

I Valdesi non meno dei Catari adducendo il testo evangelico: che dal frutto si conosca l'albero,[224] sostenevano concordemente la Chiesa cattolica non potersi dire la vera chiesa di Dio.[225] Inoltre i Valdesi al pari dei Catari condannavano qualunque possesso; ed i primi si chiamarono perciò Poveri di Lione[226] che a somiglianza di Valdo spogliaronsi dei loro beni, e reputavano indegni seguaci di Cristo quei sacerdoti, che accettavano pingui prebende e regalie.[227] Per lo stesso motivo doveano condannare il potere temporale dei Papi,[228] e Valdesi e Catari solean dire che da quel giorno in cui Silvestro accolse l'infausto dono di Costantino la santità primitiva venne meno e la Chiesa di Cristo si tramutò nella donna dell'Apocalisse.[229] Nè solo in queste massime pratiche sono d'accordo e Catari e Valdesi, ma in molti punti dottrinali di grave momento. Dimostrammo già a suo luogo che i Catari per nascondere il loro ascetismo orientale sotto sembianze razionalistiche, solevano accogliere le più disparate dottrine eterodosse. E ben per tempo i Valdesi li seguirono per questa via. Vogliamo tra tutte ricordare questa, che ci viene attestata da una delle fonti più antiche, dall'abate di Foncaldo. Dio, essi dicono, ripetendo le parole dei Catari, non può albergare in una casa, fatta colle mani dell'uomo; nè fa d'uopo andare in chiesa per adorarlo. Lo s'adora con maggior frutto nelle stalle, nelle camere, chè dappertutto il figliuolo può invocare l'aiuto del padre suo.[230]

Ed oltre a questa coincidenza è notevole l'altra del peso che davano all'autorità della Bibbia al di sopra di tutte le altre. I Catari nelle loro polemiche non si valevano tanto di prove dottrinali, tirate a fil di logica dai principii dualistici, ma più che altro della testimonianza del nuovo Testamento, il cui testo conoscevano profondamente. Parimenti i Valdesi possono dirsi, colla frase del Comba, popolo unius libri. E del loro capo racconta Stefano di Borbone, che non intendendo bene il latino, si fece tradurre la Bibbia in volgare, ed avuto il prezioso testo, lo studiava assiduamente e ne imprimeva a mente le massime.[231]

Accanto dunque a notevoli differenze s'hanno pur da ammettere non poche analogie tra i Catari ed i Valdesi. Ed io non dubito che tra le opposte opinioni dei vecchi e dei nuovi espositori debba aprirsi la via una più moderata, che si tenga egualmente lontana dalle esagerazioni dell'una e dell'altra parte, ed ammettendo pure una diversa origine pei Catari e pei Valdesi riconosca l'azione efficace che gli uni esercitarono sugli altri. Sarebbe veramente strano che una agitazione così profonda, come quella dei Catari, non avesse prodotta una moltiplicità di sètte, come accadde più tardi al tempo della Riforma. Quando il sentimento religioso è sovreccitato, e la forza della tradizione è svigorita dall'urto delle nuove dottrine, è vano sperare l'unità di opinioni e nell'un campo e nell'altro. Dal contrasto tra quelli, che voglion distrugger tutto, e gli altri, che tutto intendon conservare, senza dubbio nasceranno non uno, ma parecchi partiti mediani che si avvicineranno qual più qual meno ad uno degli estremi. Così accadde che dal fondo dell'eresia catara emergessero tante eresie di cui avremo a parlare in seguito, e perfino gli Ebrei trassero partito da quell'arruffìo, gli Ebrei, che sono pure i meno atti al proselitismo religioso, e che in quel tempo, in cui si diffondeva una eresia più avversa della stessa Chiesa Cattolica al Mosaismo, parea poco prudente si rinzelassero. Ma videro i figli d'Israello propizia l'occasione, e dalla dottrina ariana, accettata dai Catari, della diversità di natura delle tre persone trassero la conseguenza che Cristo non valendo dappiù degli altri profeti del Vecchio Testamento, non avrebbe potuto distruggere la legge mosaica, la quale vige sempre in tutto il suo rigore; epperò chi vuol salvarsi ha da osservare il sabato e circoncidersi.[232] Se dunque l'agitazione religiosa era così intensa che persino gli ebrei speravano di trovar seguaci tra i cristiani, ed anch'essi al pari dei Catari si appellavano contro la Chiesa romana al Nuovo Testamento ed ai Profeti,[233] qual meraviglia che pullulassero altre sètte più o meno affini tra loro, ma tutte egualmente avverse alla Chiesa ufficiale?

Contro queste argomentazioni si potrebbe addurre il fatto rilevato da tutti gli storici moderni, che i Valdesi nascono in Lione, dove l'eresia catara, per quanto si sappia, non è mai penetrata; nè io voglio dubitare del fatto, nè addurrò le solite ragioni contro le prove negative. Ammetto benissimo che l'impulso del moto valdese sia partito da Lione e per opera di un uomo, che certo non apparteneva alla setta catara. Ma questo moto dove si propaga, dove diventa più largo e minaccioso? Nei paesi dove fervea l'agitazione catara, e le discussioni religiose commoveano gli animi e le menti. Ivi l'eresia valdese si staccò definitivamente dalla Chiesa romana, e formò un corpo di dottrine in parte tolte dal catarismo, in parte a lui ostili. Ivi fece il maggior numero di seguaci, sottraendoli alla setta rivale, ed è ben certo che senza questi aiuti efficaci le idee del novatore lionese sarebbero state, come quelle di Claudio, seme senza frutto. Qual'è dunque la vera patria dell'eresia valdese? Il luogo dove nasce e donde ben presto fu scacciata o gli altri dove s'organizza, prende consistenza e perdura? Anche prima dei valdesi gli eretici Pietro di Bruys ed Enrico aveano fatto gran seguito nelle provincie di Arles e di Tours, già devote da gran tempo al catarismo. In seguito gli Enriciani stendendosi sino al Reno posero il loro quartiere generale in Colonia, ove sappiamo già da Evervino che pur s'adunava gran copia di Catari.[234] Lo stesso fatto accadde in Lombardia, ove l'eresia catara si era divisa e suddivisa in tante sètte, che al dir di Stefano di Borbone, parecchi vescovi rappresentanti ciascuno una frazione, riunitisi per trovar modo d'intendersi, riuscirono invece a scomunicarsi a vicenda.[235] In questo paese così travagliato dai dissensi religiosi ebbero ben presto molti seguaci i Valdesi, e fin da principio si divisero anche essi in sètte parecchie. Alcuni col nome di Poveri di Lione serbarono anche l'antica dottrina della povertà assoluta; gli altri, che si dissero Poveri Lombardi, pare che transigessero su questo punto dei possessi; altri negando il bisogno di speciale consacrazione, sostennero tutti gli uomini buoni potersi dire ministri del Signore, gli uomini, ben inteso, non le donne; altri scartarono come assurda questa ultima restrizione e così di seguito. Qual prova più convincente di questa che mostra come i Catari ed i Valdesi camminino di pari passo?[236]

Dell'azione che l'antica eresia catara esercitò sulla nascente valdese fanno sicura testimonianza alcune dottrine che non hanno nessun nesso coi dommi fondamentali dei Poveri di Lione. Noi già ne abbiamo ricordato uno, che in nessun caso nè per alcuna necessità sia lecito torre la vita al suo simile fosse anche per difendere la propria vita, o per la conservazione dello Stato o della Chiesa. Si comprende che in opposizione alla Chiesa, inspiratrice delle crociate contro gli eretici, questi dovessero mettere in rilievo l'orrore dell'omicidio. Ma la condanna illimitata della pena di morte è un retaggio cataro, perchè i nuovi manichei come gli antichi proibivano severamente l'uccisione di ogni vivente, tanto d'un pollo come d'un uomo.[237] Un'altra dottrina non propria di Valdesi è l'assoluto divieto di giurare, attestato concordemente da Stefano di Borbone, Alano, Pietro di Vaux Cernay e Rainero Sacconi.[238] Che questa proibizione così rigorosa, benchè possa giustificarsi con citazioni bibliche (S. Giacomo, Epist. v, 12; Mat. Ev. v, 34) non risponda allo spirito che informa l'eresia valdese, lo prova il fatto, che cadde nel protestantesimo. E se i Valdesi v'insistono tanto da farne il cardine delle loro dottrine, è dovuto senza dubbio alla tradizione catara. Chè i Catari, al pari dei gnostici antichi, aveano tanto in orrore il giuramento da metterlo a paro colla menzogna. Ed anche intorno alla menzogna i Valdesi ereditano dai Catari la massima che il nasconder la verità sia un peccato mortale non meno grave dell'omicidio; nè valgono circostanze o buone intenzioni a scemarne la portata.[239]

Un'altra traccia si riferisce al matrimonio. Dicemmo già come e perchè i Catari condannino il matrimonio, nè pongano nessuna differenza tra l'unione legittima e il concubinato. I Valdesi rifiutando la metempsicosi non potevano avere gli scrupoli dei Catari, e non solo tenevano per sacramento il matrimonio, ma tornando ai tempi patriarcali avvisavano, secondo un'antica fonte, non essere peccato torre in moglie la sorella o la cugina.[240] Il che spiega come nel Protestantesimo si sia tolto l'obbligo del celibato pei sacerdoti. Ciò non pertanto è così stretto il legame tra Catari e Valdesi, che questi ultimi, se pur non condannano il matrimonio, lo tengono molto da meno del celibato. Nè vietano che quandochessia la moglie si separi dal marito per attendere ad una vita più austera; ma invece lodano questa che nel linguaggio cattolico si chiamerebbe infrazione di un vincolo sacro.[241] Secondo l'anonimo di Passau vanno più in là, e tengono addirittura per peccato mortale il coniugio, quando almeno non vi sia speranza di prole.[242] Si direbbe che mal tollerando il matrimonio, cercano tutte le vie per frapporgli ostacoli. Similmente s'erano adoperati gli Enriciani, che come vedremo sono i più prossimi precursori dei Valdesi; ed aveano anch'essi proibite se non le prime almeno le seconde nozze.[243] Tutte queste prescrizioni, che ripugnano allo spirito della Riforma, e che ben presto cadranno, non si possono spiegare se non ad un patto, che si ammetta un influsso cataro nella formazione della nuova eresia. Parmi adunque fuori di controversia, che sebbene l'eresia valdese si distingua profondamente dalla catara e indipendentemente da questa sia nata, pure crebbe e si diffuse per l'aiuto datole dai Catari, e per questo intreccio delle due eresie nell'una sono penetrate dottrine proprie dell'altra, e fu possibile che gli storici posteriori non le sapessero più distinguere.

Resta ora da discutere l'altra quistione del tempo in cui nacque la Chiesa valdese.

II

Gli scrittori valdesi per fini apologetici negano di avere tolto il loro nome da Pietro Valdez, mercatante lionese, che cominciò a spargere le sue dottrine nel 1170, e credono che la loro Chiesa rimonti assai più indietro nel tempo. Anche gli antichi Valdesi si davano il vanto di essere gl'immediati successori degli apostoli.[244] Ma certo essi intendevano che durante il lungo tempo che corse tra Costantino e Pietro Valdez non mancarono santi uomini, mondi dalla generale corruzione,[245] non certo che il loro patriarca fosse contemporaneo di papa Silvestro.[246] Ed il prof. Comba opportunamente ricorda che i primi scrittori valdesi come il Perrin ed il Gillio accettano la comune ed antica tradizione dell'origine lionese.[247] Fu il primo Léger che prese a favoleggiare di una origine più remota, e dietro a lui seguirono altri scrittori fino al Muston, al Monastier, all'Hahn. Le ragioni più forti le traevano codesti scrittori dall'antica letteratura valdese, che facevano rimontare al 1100 o giù di lì. Ma il Dieckhoff prima[248] e poi l'Herzog dimostrarono evidentemente, che le opere, credute antiche erano invece posteriori ai taboriti. Più tardi trovati i celebri manoscritti di Cambridge, che si credevano dispersi, fu constatato che anche la Nobla Leyczon, creduta antichissima dal Raynouard, è posteriore al 1400, perchè nel famoso verso: Ben ha mil et cent ancz si deve aggiungere un piccolo quattro, visibilmente raschiato in un codice, ed altrove scritto a tutte lettere.[249] Così fu tolto ogni valore alle fonti valdesi, e benchè l'Herzog seguitasse a farne gran conto, pure è fuori di dubbio che senza le fonti cattoliche sarebbe ben difficile sceverare negli scritti valdesi la parte antica della dottrina dalle moderne aggiunte.[250]

In questa sentenza convengono ormai tutti gli scrittori più autorevoli. Solo il Muston non si dà per vinto, e con nuovi argomenti rincalza l'antica sua tesi, che i Vaudois delle valli piemontesi e pel dialetto che parlano e pei libri che scrissero si chiariscono molto più antichi di Pietro Valdo, ed indigeni dei luoghi, ove da tanti secoli abitano.[251] Ma la teoria del Muston, che il dialetto valdese sia d'origine schiettamente italiana, e non provenzale contraddice ai risultati più certi della filologia neolatina, come ha dimostrato un'autorità ben competente, il prof. Förster di Bonn.[252] E la quistione dell'antichità dei Valdesi si può dire ormai con certezza risoluta nel senso delle fonti cattoliche.

Ma se è vana la pretensione dei Valdesi di far rimontare la loro setta sino ai tempi di papa Silvestro, non è punto falso per lo contrario, che nei secoli passati si scoprano qua e là segni precursori delle nuove eresie. La continuità della Chiesa valdese dai tempi apostolici sino a noi è una favola; la lenta preparazione delle sue dottrine nei secoli anteriori è un fatto storico. Così non a torto i Valdesi adducono tra i loro predecessori Claudio, cappellano di Ludovico il Pio, e vescovo di Torino dall'822 all'839.[253] Certo le sue opinioni iconoclastiche non lo metton fuori dalla Chiesa cattolica, chè le decisioni del concilio Niceno del 787, non che accolte negli Stati occidentali, furono invece respinte nel concilio di Francoforte del 794; e lo stesso Carlo Magno e molti prelati non dissimulavano la loro avversione al culto delle immagini. Ma è strano che Claudio proscriva perfino l'adorazione della Croce, rappresentante agli occhi suoi, come a quelli dei Catari, non un pio ricordo della passione di Gesù, ma uno strumento d'ignominia.[254] Questo difetto di ogni senso pel simbolismo religioso non è però il tratto che più raccosta il vescovo di Torino ai moderni valdesi; perchè più della stessa condanna del culto delle imagini, le ragioni che adduce per sostenerla arieggiano al fare protestante. Lui move la tema che il volgo, confondendo il simbolo col simboleggiato, insieme li adori ricascando nell'antico paganesimo. A questo timore s'aggiunge il convincimento, che si debba inchinare solo al Creatore non alla creatura per grande che sia, e a Dio solo rivolgerci senza l'inutile scorta d'intermediarii; onde insieme al culto delle imagini proscrive anche l'invocazione dei Santi e le litanie. Non col metterci nel seguito dei Beati noi partecipiamo alla loro beatitudine, ma coll'attingere alla stessa fonte di giustizia e di carità assoluta, a cui attinsero quelli. Siffatta condanna di usi e riti tradizionali vien giustificata dalla profonda differenza che corre tra l'essenza della religione e le sue manifestazioni storiche; che per quanto pura ed elevata è la prima, altrettanto imperfette e facili a corrompere son le seconde. E l'essenza intima della religione non è aperta a tutti, bensì a pochi ingegni privilegiati, come quello di Agostino, cui il nostro Claudio, al pari dei Protestanti, mette al di sopra degli altri padri della Chiesa. È per questo appunto che la spiritualità della religione ideale si offusca nel corso della storia, è necessario che di tempo in tempo nascano coraggiosi prelati, i quali combattano senza tregua gli errori, e faccian rifiorire la purità primitiva. In questi pensieri è racchiusa in germe non solo la riforma della dottrina cattolica, ma benanco un'ulteriore trasformazione razionalistica.[255]

Al pari di Claudio vescovo di Torino, è iconoclasta Agobardo arcivescovo di Lione,[256] autore di un libro contra eorum superstitionem, qui imaginibus et picturis sanctorum adorationis obsequium deferendum putant. Ma l'opera di Agobardo giovò più alla causa del razionalismo che a quella della riforma, e la maggior parte degli scritti di Agobardo sono indirizzati contro le superstizioni popolari. Nel libro de grandine et tonitruis, combatte l'ignoranza del volgo, il quale crede che con preghiere ed esorcismi si possa torcere il corso della natura. Il che importerebbe non pure che Dio possa mutare i suoi consigli, ma che nel governo del mondo abbiano parte quelli, mediante i quali accadono questi mutamenti. Contro il duello giudiziario scrive un prezioso trattato, Liber adversus legem Gundobaldi, in cui mette a nudo l'assurdo di chieder la divinità di opere, che spetta a noi compiere, come la ricerca della verità. Chi ci assicura che la Divinità si presti al piacer nostro, e che la vittoria non sia dell'innocente, ma del più abile? La virtù lungi dal trionfare, anzi il più delle volte suole essere oppressa; talchè al cristiano s'insegna di nulla sperare e nulla temere da questo mondo. Questi trattati si rivolgono contro pregiudizii e superstizioni popolari; nè certo in essi, ma in quelli schiettamente teologici troveremo qualche accenno alle idee che più tardi saranno sostenute dai Valdesi. Così nel libro contro Fredegiso sostiene non doversi la Bibbia intendere sempre alla lettera, chè il contenuto è certo divino, ma la forma, vale a dire imagini e parole, sono umane, e adatte alla condizione dei tempi. Tutto ciò che è umano non può pretendere mai all'infallibilità, e la principale virtù dell'uomo è l'umiltà, nella quale si riconosce la propria fragilità. Dal che l'avversario Fredegiso nell'interesse polemico dedusse che Gesù, praticando l'umiltà, si riconosceva capace di peccare. Conseguenza giusta, a cui Agobardo s'argomenta di sfuggire adducendo esser l'umanità di Cristo di una natura sua propria, e non assimilabile a quella degli altri uomini. La qual risposta avrebbe porto argomento a discutere del rapporto delle due nature in Cristo; ma la polemica non ebbe seguito. Come anche non ebbe seguito l'altra discussione sull'eternità della Redenzione. Agobardo volendo conciliare insieme i due punti, che non si è salvi se non per opera di Cristo, e che la salute abbia potuto aver luogo in tutti i tempi, ammetteva la preesistenza del Salvatore all'Incarnazione. Il che veniva negato da Fridegiso sull'autorità di Agostino.[257] Ma nè questa quistione nè la precedente si connettono colle polemiche riformistiche; onde non a torto il Monastier tien più conto di Claudio che di Agobardo, e questo ultimo solo in un senso molto largo si potrebbe annoverare tra i predecessori dei Valdesi.

Nè si può contare a stretto rigore neanche Berengario (999-1088), sebbene nella polemica che questo coraggioso prete sostenne contro Lanfranco sono ben messi in rilievo due punti di molto interesse nel Protestantesimo; il carattere simbolico dell'Eucaristia, e la preferenza data alla Bibbia (purchè la s'interpetri nel suo spirito) in confronto della tradizione religiosa. Ma più ci avviciniamo al secolo XII, ed in maggior numero scopriamo precursori della dottrina valdese. Verso l'anno 1110 un laico di Amsterdam, di nome Tanchelino, insurse contro il clero corrotto. Par che cominciasse dal combattere la dottrina agostiniana, che i doni di Dio arrivano sempre a chi li riceve con fede, anche se il messo che li porta sia indegno come Giuda.[258] Egli invece predicava non giovare il sacramento se non in ragione della santità di chi l'amministra.[259] Dottrina, che s'era già fatta strada tra i Patarini, e per averla prima di Tanchelino predicata un tale di Cambray fu arso vivo, esecuzione iniqua contro la quale protestò Gregorio VII, chiedendone stretto conto al clero cameracense.[260] Ma pare che non s'arrestasse a questo punto l'eresiarca di Amsterdam. Se i Sacramenti non valgono di per sè, ma solo in quanto mettono in comunione le anime pie e devote, non sono dappiù di un simbolo; nè hanno alcuna virtù sovrannaturale, e ogni uomo pio può somministrarli.[261] Non c'è dunque ragione di prestare un ossequio superstizioso ai sacerdoti e vescovi. Ogni fedele, di anima pura, è sacerdote, massime se è sotto l'ispirazione diretta del Santo Spirito. E tale è Tanchelino, che predicando la schietta verità, non è solo al di sopra dei sacerdoti e vescovi, ma può aspirare a ben più alti onori. Nè la madre stessa di Gesù, la Vergine Maria, gli rifiuta la sua mano. Anzi queste mistiche nozze, a quel che dice un cronista, furono celebrate con pompe e donativi. Tanto potere s'era acquistato sulle turbe il nuovo Profeta, che vestito di gemme, e legati i capelli da triplice nastro, procedeva alla testa di tremila persone che lo veneravano più che santo, fino al punto da bere l'acqua del suo bagno.[262] Non ostante questo favore popolare, Tanchelino fu ucciso da un prete nel 1125 secondo alcuni, nel 1115 secondo altri.[263]

Contemporaneamente a questo movimento nelle Fiandre ne scoppia un altro nel mezzogiorno della Francia, e dalla provincia arelatense si estende e si dilarga more pestis validae, dice l'abate di Cluny. Il capo di questa eresia è Pietro di Bruys, il quale nega il battesimo dei bambini, la necessità di consacrare fabbricati appositi al culto, l'adorazione della croce, l'eucaristia, infine le messe, orazioni ed elemosine in suffragio dei defunti.[264] Dottrine che abbiamo già viste mescolate a tante altre nel Catarismo, e che fra non molto saranno accolte nella loro integrità dai Valdesi. Il numero dei seguaci s'ingrossava rapidamente, ed uno dei discepoli, il monaco Enrico, ebbe tal seguito che gli eretici di quel tempo vanno più col nome di Enriciani, che non Petrobrusiani.[265]

Enrico cominciò in Tours le sue predicazioni contro il fasto e la dissolutezza del clero. E l'argomento non era fuor di proposito, chè non ostante i rigori dei Pontefici, i preti perduravano nelle antiche consuetudini, e più d'un secolo dopo le riforme gregoriane il concilio lateranense del 1177 fu costretto ad inserire un canone contro i sacerdoti concubinarii.[266] Il terreno era dunque bene scelto, e la vittoria certa. Adoperava le stesse armi dei Patarini e di Tanchelino, e, nuovo Arialdo, sapeva accendere l'animo del popolo così, che il vescovo Ildeberto ebbe a durar fatica se volle salvare dall'ira della turba i sacerdoti e i lor figli.[267] Espulso dalla diocesi di Tours, continuò la sua propaganda nel Poitou, e di là sino a Tolosa. E l'eresia faceva così rapidi progressi, che Eugenio III[268] fu costretto a mandare per suo legato nel Tolosano il cardinale Alberico, che scelse a suo compagno S. Bernardo. Di questo ultimo abbiamo ancora due lettere, in cui il pericoloso monaco è ritratto coi più neri colori; lo si rimprovera d'incontinenza, ingordigia e venalità;[269] gli si appone a colpa sinanco il peregrinare di città in città secondo il costume apostolico.[270] Ma queste accuse mal nascondono le ansie del santo abate, il quale ben conosce il valore dell'avversario suo, nè si dissimula il successo da lui riportato. Vuote son le chiese, ei dice, il popolo senza sacerdoti, i sacerdoti senza autorità, i Cristiani senza Cristo.[271] Il che mal s'accorda col ritratto che ei fa di Enrico, essendo ben difficile che un uomo sì corrotto operi tali miracoli, ed un freddo ed astuto calcolatore valga a infondere altrui il fuoco sacro.

La verità non s'ha da cercare nelle studiate accuse dei polemisti, ma nelle ingenue parole della vecchia cronaca, il cui autore pur non credendoci, ci parla della fama di santità e di scienza che accompagnava il novatore.[272] E per testimonianza degli stessi cattolici gli eretici o manichei o petrobusiani o che altro fossero, appunto per questo ottenevano presto il favor popolare, che di contro alla mollezza della maggior parte del clero menavano una vita austera e faticosa.[273] Pellegrinavano di paese in paese, sempre stranieri dovunque, non possedendo in alcun luogo o un tetto o un campo per sè, solleciti soltanto della salvezza delle loro anime, non altro tesoro portando seco, fuor dell'invitta fede che li animava.[274] In olocausto alla quale essi sacrificavano la lor vita, gittandosi lieti e volenterosi nelle fiamme. Costanza eroica, degna dei primi martiri del Cristianesimo, e non ultima causa del rapido dilatarsi delle dottrine eterodosse![275]

Gli è vero, che Evervino parla qui dei Catari, ma egli stesso ci narra di altri eretici, i quali pur non accettando i principii dualistici, evacuant sacerdotium Ecclesiae et dannant sacramenta praeter baptismum solum et hunc in adultis.... in suffragiis sanctorum non confidunt .... orationes vel oblationes pro defunctis annihilant.

Il qual passo della lettera di Evervino ci mostra come in breve tempo le dottrine di Enrico e di Pietro dalle rive della Garonna sieno arrivate sino al Reno, ove questi antichi protestanti non pur si distinguevano dai Catari, ma entravano bene spesso con essi in polemiche ardenti.[276] Questo ebbe luogo negli ultimi anni di Eugenio III, e prima ancora che fosse assunto al trono imperiale Federigo Barbarossa. Dal che si comprenderà come tal movimento si dilatasse e divenisse più minaccioso negli anni successivi, in cui i papi Adriano IV ed Alessandro III ebbero a sostenere contro Federigo I una lotta non meno aspra e difficile di quella che pressochè un secolo prima s'impegnò tra Gregorio VII ed Enrico IV. Ed in quegli anni appunto in cui il mondo cattolico era diviso tra Alessandro III e i tre antipapi, che successivamente gli furono opposti, s'udì in Lione la voce di Pietro Valdez,[277] che venduto tutto il suo, e distribuitone il prezzo ai poveri, si mise alla testa di una setta che da lui prese il nome di Valdesi, e dal luogo onde mosse, e dalla vita mendica che menava si disse anche dei Poveri di Lione.

III

Le fonti non sono d'accordo sull'occasione che provocò la risoluzione del Valdez. L'anonimo di Passau l'attribuisce alla morte improvvisa di un signore di Lione convenuto col Valdez ed altri amici ad un'adunanza;[278] il cronista laudunense invece fa cenno di un racconto della vita di S. Alessio, che avrebbe siffattamente tocco il nostro Pietro da recarsi sull'istante presso un maestro di teologia per chiedergli della vera via di salute. Ed il mercatante lionese, arricchito sinoggi ai danni altrui, ottiene in risposta che la via della salute sta nel disfarsi di tutto, e seguir Cristo, essendo molto più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, anzi che un ricco in paradiso.[279] Forse il primo racconto sarebbe più verisimile, e anche di Budda dicesi che lo spettacolo delle miserie umane gli abbia acceso nell'animo il fervore religioso. Ma comunque sia, l'apparizione del Valdez, non è un fatto isolato, nè difficile a spiegare. Già prima di lui altri novatori avean predicate le stesse dottrine. E tutte le anime religiose sentivan bene che a lungo andare la Chiesa cattolica sarebbe stata logorata da quei mali, che un Pier Damiani ed un Bernardo confessavano apertamente. Nè la Chiesa dei Catari, sebbene più austera della sua rivale, potea farne le veci, che per le stranezze dei dommi mal s'accomodava al genio occidentale. Non restava dunque se non una riforma del Cattolicismo molto più profonda e radicale di quella cominciata da Gregorio VII. E giacchè il clero non ostante le vittorie patariniche continuava negli antichi errori, se salute era possibile, del laicato solo si aveva a sperare.

In queste condizioni sorge Pietro Valdez, ed il primo atto del suo apostolato è di spogliarsi delle male accumulate ricchezze.[280] E lasciata alla moglie, secondo la cronaca laudunense, tutta la sostanza immobiliare, dotate convenientemente le figlie che chiude in un convento, il resto dei suoi averi distribuisce tra i poveri. Lo stesso cronista ci racconta che infierendo in quel tempo la carestia per la Francia e la Germania, il Valdez soleva distribuire pane e carni a chiunque gli capitasse. Così la fama della sua carità si spargeva di città in città; tutti i bisognosi facevan capo a lui, e per soccorrerli ei spendeva l'ultimo denaro. Ben si maravigliavano gli amici, e lo tenevano per pazzo, ma egli seguendo la sua via, nel dar fondo a tutto il suo, stimavasi affrancato da una grande servitù.[281] Per tal guisa il mercatante di Lione cresciuto tra gli agi e le mollezze si compiacea di tornar povero, ed accattava anche lui battendo alle porte dei compagni antichi.[282] Quanta differenza dai prelati della Chiesa, che non istanchi di accumulare ricchezze, misuravano la dignità del loro ufficio dallo splendore delle vesti e dal lusso degli equipaggi!

Il primo punto dunque dell'insegnamento di Valdez è la povertà volontaria, principale mezzo di salute. I Patarini ed i Catari sull'autorità degli stessi testi evangelici avean sostenute le medesime dottrine, facendone un'arma potente contro la simonia del clero.[283] Ma mentre i Catari obbligano anche i perfetti a vivere del lavoro delle proprie mani, e vietano severamente l'accattonaggio, il Valdez lo predica, e lo inculca col suo esempio come severa prova di umiltà. Per questa ragione i seguaci dell'apostolo lionese accanto alla denominazione di Poveri di Lione si gloriano di portare quella di Umiliati.[284] Più tardi questa dottrina della povertà assoluta, e del gran merito dell'accattare verrà ripresa e sostenuta calorosamente dai Francescani.

Questa dottrina della povertà se potea suonare come protesta contro il fasto e le mollezze dell'alta prelatura, non era certamente anticattolica, nè abbiamo motivo a negar fede all'anonimo laudunense che racconta essere stato il Valdez grandemente lodato da papa Alessandro III pel voto fatto di volontaria povertà.[285] Ma sovra un altro punto lo stesso Papa non poteva transigere, nè egli nè il suo successore vi si piegarono, voglio dire sulla predicazione. Il Valdez conosciuta la vera via della salute, non fuggì in un lontano romitaggio per consacrarsi alla preghiera ed alla penitenza secondo il costume degli antichi cenobiti; ma bene invece sentì il profondo bisogno d'insegnare agli altri quello che a lui venne fatto di scoprire. Il Valdez avea l'istinto del riformatore religioso, e ben sapeva trasfondere altrui l'intimo suo convincimento. Nè solo lui, ma tutti i discepoli, a simiglianza degli apostoli, andavano pellegrinando per la terra a spargere la nova parola; nè ha torto il Dieckhoff di chiamare il sodalizio fondato dal Valdez col nome di liberi predicanti. E come ad imitazione dei poveri di Lione sorsero i poveri d'Assisi o frati minori, così ad imitazione dei predicatori valdesi nacquero i frati predicatori. In queste faticose pellegrinazioni i Valdesi non solo sulla povertà predicavano, ma su tutto l'indirizzo morale e religioso, spiegando i libri sacri,[286] che Valdo avea a sue spese fatto volgere in provenzale da due ecclesiastici, un Bernardo Idro che scrivea ed uno Stefano di Ansa che dettava la traduzione.[287] Essi non furono i primi a volgarizzare la Bibbia, avendoli preceduti i Catari che dei testi tradotti faceano largo uso nelle loro polemiche contro la Chiesa cattolica. Certo nessun'altra setta ebbe in tanta venerazione i sacri testi, la cui autorità più tardi sarà messa al di sopra della tradizione; e se lo studio della Bibbia non è il tratto più novo e più caratteristico della nuova setta, certo non è meno importante degli altri già descritti. Ed io sarei per credere che la povertà, la libera predicazione ed il culto della Bibbia non si possono scindere l'uno dall'altro da chi voglia riprodurre tutta intera la fisonomia della nuova setta.

Le autorità ecclesiastiche mal tolleravano che dei laici idioti od illetterati non solo usurpassero l'ufficio della predicazione, ma s'adoperassero a spiegare i libri santi, i quali vanno interpetrati e commentati con molta cautela. Talchè lo stesso Alessandro, che avea lodato il voto di povertà fatto dal Valdez, interrogato forse il concilio raccolto nel Laterano nel 1179, vietò a lui ed ai suoi compagni di predicare senza il permesso dell'autorità ecclesiastica locale.[288] Già questa, ben conscia dei pericoli di una predicazione laica, lungi dall'incoraggiarla, l'avea repressa, e Stefano di Borbone ricorda che Giovanni, vescovo di Lione, chiamati a sè i Valdesi, proibì loro di occuparsi della Bibbia e di commentarla e divulgarla per le vie.[289]

Non per questo smesse l'ardito novatore, e dicesi che alle ingiunzioni del vescovo rispondesse come l'apostolo al principe dei sacerdoti, doversi obbedire più a Dio che agli uomini.[290] Ma il principe dei sacerdoti, Lucio III, scomunicò lui e i suoi seguaci,[291] e da quel giorno cominciarono le ardue prove per la novella società. Espulsi da Lione, andarono raminghi per diverse contrade, non cessando dal loro apostolato, e pare che convinti della propria ortodossia contro il decreto di Lucio, s'appellassero ad Innocenzo III, dal quale invocavano eziandio l'approvazione del loro sodalizio.[292]

Innocenzo al certo poneva differenza tra Catari e Valdesi, e questi come meno eterodossi trattava con maggiore indulgenza. Prova ne sia quel Durando de Osca, capo di una frazione detta degl'Inzabattati, il quale appellatosi a lui dalla scomunica dell'arcivescovo terraconese, non solo fu riammesso nel seno della Chiesa, ma dopo esplicita dichiarazione di fedeltà alla Santa Sede ebbe licenza di conservare il suo istituto.[293] Non trovarono però eguale accoglienza gli altri leonisti, che non vollero abbandonare le dottrine della predicazione laica, e della libera interpetrazione della Bibbia. Contro costoro Innocenzo tenne duro, e in luogo di essi approvò un altro sodalizio, che pur facendo voti di povertà come i Valdesi, ne respingeva le pericolose dottrine. Questi nuovi zelanti, che col tempo dal loro capo prenderanno il nome di francescani, dicevansi allora poveri minori, e più tardi per non andar confusi cogli emuli di Lione si dissero frati minori.[294] E nel concilio lateranense del 1215 i Valdesi furono scomunicati non meno dei Catari e dei Passagini, e condannati al pari di loro al ferro ed al fuoco.

Le persecuzioni si fecero allora più feroci, e la società valdese si disperse in opposte e remote contrade. Dove sia andato il Valdez non si sa, e il luogo e il tempo della sua morte s'ignora. Certo la sua memoria crebbe venerata tra i suoi seguaci, che lo ebbero per santo così da rimproverare i Poveri Lombardi che non credessero all'impeccabilità di lui, come di nessun altro uomo al mondo.

IV

Dalla condanna del concilio lateranense, o forse anche più in su dal giorno in cui Innocenzo respinse le proteste dei Valdesi, cominciò per loro un nuovo periodo, che diremo delle lotte, per distinguerlo dal periodo precedente o delle origini. La differenza tra questi due periodi fu già rilevata dal Dieckhoff, che seppe ben classificare le fonti secondo un criterio cronologico.[295] Nè so capire il perchè gli scrittori di cose valdesi siensi allontanati dalla via così luminosamente tracciata dal loro predecessore. Si può ben dire che il Dieckhoff abbia errato in qualche punto secondario, come ad esempio che faccia l'Alano più antico di quel che sia; ma non si può negare che in Alano e nel Foncaldo la dottrina valdese poco s'allontani dal cattolicismo, e che se ne stacchi molto di più nel Borbone, nel Moneta, nel Sacconi, e rompa di tutto punto in Davide d'Ausburgo. Questa disparità delle fonti è dovuta al tempo in cui apparvero, ed al successivo sviluppo della dottrina valdese.[296]

Dal principio, come dicemmo, i Valdesi si tenevano per buoni cattolici,[297] nè sapeano intendere il perchè un laico non avesse da leggere ed interpetrare la Bibbia, e gli fosse conteso di spandere presso i popoli la parola del Signore.[298] Non erano forse laici gli apostoli, che andavano di contrada in contrada predicando la buona novella? E non leggiamo nell'antico Testamento che Mosè lungi dal portare invidia ai profeti, desiderava invece che tutti profetassero?[299] Del resto neanco nei nuovi tempi mancarono laici, che predicassero con successo la parola del Signore, e dalla Chiesa non che impediti venner levati sugli altari, come ad esempio il beato Onorato e santo Equizio.[300] I Valdesi non capivano che in una Chiesa costituita gerarchicamente non possano commettersi a chiunque uffici così delicati come l'interpetrazione dei sacri testi e la predicazione. Ed attribuivano perciò il divieto all'invidia o alla gelosia del clero, che non volendo abbracciare la povertà voluta dal Cristo, mal tollerava che altri e colla voce e coll'esempio la predicasse.[301] D'una ingiunzione, dettata da motivi siffatti, era dunque lecito e doveroso non tener conto, perchè secondo Pietro non agli uomini ma a Dio bisogna obbedire.[302]

La disobbedienza agli ordini emanati dal Papa e dal concilio fu il primo atto di aperta opposizione dei Valdesi,[303] che provocò polemiche astiose, e novelle scissure. I cattolici sull'autorità del concilio lateranense sostenevano che l'ufficio di predicazione spettasse ai soli sacerdoti, e non a tutti, bensì a quelli prescelti dai vescovi.[304] I Valdesi protestavano contro queste restrizioni, e stimavano lecito a chiunque sapesse la parola del Signore il predicarla, senza distinzione nè di sesso nè di età nè di condizione.[305] E che anche le donne possano esercitare l'apostolato lo provavano coll'autorità della lettera a Tito, e coll'esempio di una profetessa.[306] Coteste dottrine erano diametralmente opposte, l'una ripeteva il diritto della predicazione dalla scelta del vescovo, l'altra dall'ardore e dalla scienza dell'insegnante. E trapassando dall'insegnamento a tutti gli altri uffici religiosi, l'una dottrina non teneva conto se non dell'ordinazione, l'altra del merito.[307] Dal che seguiva questa conseguenza notevole, tirata dagli Arnaldisti prima dei Valdesi, che solo ai sacerdoti o ministri buoni bisogna obbedire, vale a dire a quelli che nella loro vita e nei costumi loro si mostrano degni seguaci degli apostoli.[308] Imperocchè se il merito solo e non l'ordinazione è la fonte della dignità sacerdotale, quelli che nelle opere loro si mostrano impari all'alto ministero, hanno perduto non ostante l'ordinazione ogni autorità.[309]

Dottrina siffatta è non solo contraria alla cattolica, che non riconosce altro giudice del sacerdote all'infuori del superiore gerarchico; ma benanco alla protestante, che attribuisce minor merito alle opere che non alla fede.[310] Con tutto questo e gli Arnaldisti, ed i Valdesi la professavano, come ci viene concordemente attestato da fonti antichissime, quali Alano e l'Abate di Foncaldo, la cui autorità nessuno può revocare in dubbio.[311]

Questa dottrina del merito in opposizione all'ordine venne formolata in occasione della predicazione; ma è ben certo che a non lungo andare si applicò anche ad altre funzioni religiose, prima tra le quali fu senza dubbio la confessione. Che dal sacerdote legittimamente ordinato si ascoltasse la messa, o si ricevesse la cresima non portava pregiudizio alla nuova associazione, la quale si credeva sempre sinceramente cattolica, e nessuno dei sacramenti voleva negare. Ma non era possibile che i membri del nuovo sodalizio si confessassero a sacerdoti cattolici, che faceano ai Valdesi una guerra non meno aspra e spietata che ai Catari. Bisognava dunque svigorire l'autorità della confessione cattolica, e sostituire a quella un'altra forma che meglio convenisse ai progressi della nova società. A tale uopo solean dire i Valdesi, che i sacerdoti cattolici ribelli ai precetti del divino maestro, non potranno assolvere le colpe altrui se prima non si lavano dalle proprie.[312] Nè la confessione è indispensabile, perchè chi perdona non è sacerdote, ma Dio stesso, e quando a Dio ci rivolgiamo col cuor contrito, che uopo v'ha del sacerdote?[313] Certo il confessore talvolta ci aiuta coi suoi consigli, e cogli ammonimenti suoi; ma quest'ufficio può essere disimpegnato da qualunque laico,[314] e la prima confessione cristiana non si faceva in segreto, ma in pubblico, non presso un sacerdote solo, ma presso la comunità dei fedeli.

Il principio di tutte queste argomentazioni è sempre il medesimo, che al solo merito si debba attribuire valore, onde soltanto chi s'è saputo rifare nell'intimo della sua coscienza, così da detestare le colpe commesse, questo solo sarà perdonato da Dio. Quando manchi la contrizione è assurdo assolvere, perchè non c'è nulla fuori della coscienza che possa la coscienza purificare. Talchè non s'ha da credere di poter comprare l'indulgenza a denaro sonante, o in qualsiasi altra guisa, che non sia il profondo ed intimo dolore di aver peccato.[315] E se le indulgenze non giovano ai vivi, tanto meno ai morti, i quali non hanno più modo di rinnovarsi, essendo chiusa ormai loro la via dell'operare.[316] E ormai sono quel che furono, dannati se vissero male, beati se vissero bene.[317] Insieme colla dottrina delle indulgenze si legano sempre quelle dei suffragi pei defunti, e del Purgatorio; ed i Valdesi che negavano le prime doveano anche riescire alla negazione dei secondi.[318]

In questi punti par che fossero d'accordo tutti i Valdesi, il che non esclude la possibilità della divergenza in altri. Nè solo possibile tornava questa divergenza ma necessaria, perchè la dottrina valdese era in continuo movimento, ed ogni giorno come vedemmo e vedremo s'aggiungevano novi articoli secondo le vicende della lotta, che sostenevano colla Chiesa ufficiale, ed i bisogni della polemica. Oltrechè il sodalizio valdese parte pel bisogno dell'apostolato, parte per isfuggire alle persecuzioni degl'inquisitori s'era sparso pressochè in tutta l'Europa, e nelle diverse regioni venuto in contatto con eresie diverse si era fuso con esse, prendendone dottrine, che al principio gli erano estranee. Di tali divisioni ci dicevano già qualche cosa le antiche fonti come Stefano di Borbone, il Moneta, ed il Sacconi. Ma il Preger trovò recentemente un monumento più antico di queste fonti, e che se non può essere tenuto come il solo autorevole, come par che pretenda lo scopritore, è certo di grandissimo interesse, essendo l'unico d'origine valdese che conti una rispettabile antichità. Codesto documento è una lettera che i Poveri Lombardi mandano ai loro fratelli d'oltremonte intorno ai dissensi nati tra le due società, e in gran parte composti in una conferenza tenuta a Bergamo nel 1218.[319] Questi Poveri Lombardi, come già sappiamo da altre fonti, erano per qualche rispetto più avversi alla Curia Romana dei loro fratelli oltremontani;[320] e par certo che sien nati dalle fusioni di Valdesi con Arnaldisti, forse con prevalenza dell'ultimo elemento. Nè credo ci sia ragione di farli risalire col Preger agli Umiliati,[321] dei quali è tuttora incerta la provenienza, ma bisogna pur convenire che le due frazioni valdesi par che abbiano coscienza della loro diversità di origine.[322] E senza dubbio alcuno i Poveri Lombardi non attribuiscono al Valdez quella santità ed impeccabilità che, come già dicemmo, era un articolo di fede pei fratelli oltramontani.[323] Un'altra differenza tra loro era il lavoro manuale. I Poveri di Lione sostenevano che gli apostoli non avessero da pensare ad altro fuor che a diffondere la parola del Signore, nè quindi poteano procacciarsi il necessario se non accattandolo dai fedeli; i Poveri Lombardi al contrario a somiglianza dei Catari e dei Patarini dicevano dovere anche gli apostoli vivere del lavoro delle proprie mani.[324] Una terza differenza riguardava l'organamento della nova società. Il sodalizio oltramontano non era solidamente costituito. I Valdesi credevano sempre di formar parte della vasta società cristiana, talchè non stimavano utile di creare rettori ed amministratori della nuova società. Tutti quelli che viveano secondo il costume di Valdez, erano del pari membri della nova società; ma non si doveva stabilire nessuna differenza e gerarchia tra loro. E se pure occorresse talvolta di ridurre nelle mani di qualche ministro il governo della nova società, gli si dovrebbe commettere quell'ufficio temporaneamente, perchè una società, che nasce in opposizione alla gerarchia, non può certo tollerarla nel suo seno. I Poveri Lombardi la pensavano diversamente. Ei rimontavano ad una società, che cominciò fin dal tempo di Arnaldo da Brescia, e ben sapeva che per conservarsi nell'urto delle opposte confessioni bisognava solidamente organizzarsi. Credevano perciò indispensabile nominare dei rettori.[325]

Altri punti di quistione par che fossero il battesimo coll'acqua, quello dei bambini, e la indissolubilità del matrimonio. Intorno ai primi due punti dicemmo già altrove, che i Catari al battesimo dell'acqua voleano sostituito quello del fuoco o del calore, e che condannavano recisamente la somministrazione del battesimo a chi non fosse in grado di capirne l'importanza. Era ben possibile che queste due dottrine fossero penetrate nella società valdese;[326] ma certo è che nel convegno di Bergamo pensarono bene di non dipartirsi dall'insegnamento cattolico.[327]

In quanto al matrimonio già sappiamo che i Valdesi oltremontani in seguito ad influssi catari preferivano la verginità allo stato coniugale, e tolleravano che pei bisogni della nova società il marito si dividesse dalla moglie anche quando ella non v'acconsentisse. I Poveri Lombardi par che facessero maggior conto del matrimonio, e solo in due casi ne permettevano lo scioglimento, o quando entrambi i conjugi fossero d'accordo a separarsi, o per causa di adulterio.[328]

Queste divergenze per quanto gravi non erano tali che con poche concessioni da una parte e dall'altra non fossero per comporsi. Intorno ad una però non era possibile l'accordo, e riguardava un punto d'un grandissimo interesse e dommatico e pratico: l'Eucaristia. I Valdesi d'oltremonte benchè ammettessero che a tutti i membri della nova società fosse lecito di predicare e di confessare, pure non erano ancora venuti all'estrema conseguenza di permettere loro la celebrazione della messa. Certo è che essi ascoltavano la messa dei sacerdoti cattolici, e credevano che il miracolo eucaristico si compisse anche quando il ministro fosse indegno di operarlo. Questa opinione era senza dubbio in contraddizione coll'altra più generale che nessuna funzione religiosa potesse esercitarsi dal ministro indegno. Ed a rimovere siffatta contraddizione s'adoperavano in diverse guise. Alcuni dicevano che il miracolo della transustanziazione si opera per virtù non del sacerdote, bensì delle parole mistiche da lui pronunziate.[329] Altri sostenevano che se il sacerdote cattivo non potesse celebrare la messa, per la medesima ragione non dovrebbe somministrare il battesimo, mentre è risaputo che il battesimo ha sempre valore fosse anche dato dalla levatrice.[330] Altri infine non negavano la partecipazione del sacerdote, ma la dicevano sopraffatta ed assorbita dall'opera dell'Uomo-Dio, il quale in fine è il vero autore del miracolo.[331]

I Poveri Lombardi, che discendevano in diretta linea dagli Arnaldisti, ed alla purità del sacerdote attribuivano infinito valore, non potevano accettare nessuna di queste versioni dei Poveri oltramontani. Non la prima, perchè se il miracolo eucaristico s'operasse solo in virtù delle parole mistiche, anche il Giudeo od il Pagano potrebbe operarlo.[332] Non la seconda, perchè tra il battesimo e l'eucaristia non può correre l'analogia voluta dagli oltramontani, altrimenti anche il laico, anche la donna potrebbe rompere il pane benedetto, laddove per gli oltramontani stessi al solo sacerdote è commesso quest'ufficio.[333] La terza opinione potrebbe accettarsi, purchè s'aggiunga che oltre all'opera dell'Uomo-Dio per compiere il miracolo eucaristico occorre la preghiera del sacerdote, e che questa preghiera non sarà accolta da Dio quando venga sciolta da labbra impure.[334] Questa terza opinione, non è dunque la stessa della prima, come dice il Preger, perchè la prima non può essere accettata in nessun modo, e la terza con opportune aggiunte viene ammessa. La prima pare una superstiziosa deificazione della parola, la terza rileva sì l'elemento soprannaturale del sacramento, ma non esclude per questo l'elemento umano. Modificando questa terza opinione s'ha la vera che non attribuisce il miracolo eucaristico al solo intervento di Cristo, nè alla sola virtù del sacrificante, ma all'uno ed all'altro insieme. Se mancasse l'opera dell'Uomo-Dio, il sacerdote per degno che fosse, non potrebbe operare tanto prodigio. Come pure se venisse meno l'orazione del celebrante, o, che torna lo stesso, se questa orazione fosse detta da chi non avesse il diritto di dirla, il sacrifizio non si compirebbe neanco. Occorrono dunque i due fattori: il subbiettivo o la bontà del sacerdote, e l'obbiettivo o l'opera del Cristo. Ma pare che quest'aggiunta non sia stata accettata e che la conciliazione fallisse in questo punto delicato. Perchè l'ultima formola degli oltramontani era questa: il sacerdote ordinato dalla Chiesa, finchè sia mantenuto in ufficio dalla grande famiglia dei Cristiani, opera sempre il miracolo eucaristico, o buono o malvagio che sia, e dopo le mistiche parole da lui pronunziate il pane ed il vino si tramutano nel corpo e nel sangue del Signore.[335] I Valdesi non potevano giammai accettare questa dottrina.[336] Forse potevano spingersi all'ultima concessione di attribuire un valore alla comunione, perchè in luogo della preghiera del ministro indegno sottentra quella più efficace del comunicando.[337] Ma che l'opera del sacerdote sia pressochè nulla, e che Dio voglia accogliere sempre la preghiera purchè detta dal sacerdote anche quando impure labbra la mormorino, i Poveri Lombardi non sapeano accettare.[338]

Anche intorno alla confessione par che ci fosse dissenso tra i Poveri Lombardi e gli oltramontani. Un tempo credettero i lombardi all'efficacia della confessione auricolare, ma ora non più, e neanco i fratelli d'oltremonte li potrebbero far cambiare d'opinione, perchè non è lecito sottomettere di nuovo alla servitù della legge chi come Paolo se ne sia affrancato.[339]

Da queste divergenze, che nella lettera non sono dissimulate, possiamo raccogliere quel che già si sapeva dal Sacconi, che i Poveri Lombardi fossero più ostili alla Chiesa dei loro confratelli d'oltremonti. Perchè questi ultimi credevano tuttora di formar parte insieme ai cattolici di una sola e grande famiglia, quella dei battezzati o credenti in Cristo; in qualche punto rilevante come l'Eucaristia, attribuendo il miracolo ad opera sovrannaturale indipendente dalla coefficienza del sacerdote, s'adattavano molto più alla dottrina cattolica, che ai presupposti della loro setta; infine, colla scorta di queste dottrine potevano seguitare ad ascoltar messa e ricevere la comunione dai preti cattolici senza tradire la nuova fede.

L'interpetrazione fin qui esposta dell'importante documento, pubblicato dal Preger, non s'accorda con quella del dotto editore; ma io non saprei ammettere senza sforzo che nel paragrafo sedicesimo della lettera si tratti non d'un punto speciale, ma del fondamento stesso della dottrina valdese. La quale secondo il Preger sarebbe affatto identica a quella di Lutero, che cioè il diritto al sacerdozio si debba ripetere dal battesimo, talchè tutti i battezzati sieno ipso jure sacerdoti. A me pare, o m'inganno, che il significato attribuito alla parola di Dio sia molto più profondo di quel che intendevano gli oltramontani, stando almeno alla testimonianza del Borbone, che egregiamente s'accorda in questo punto colla lettera dei Poveri Lombardi. Non nego che dal contesto si potrebbe ricavare il senso voluto dal Preger, ma interpetrata così la lettera dei Poveri Lombardi contraddirebbe a tutte le altre fonti che la precedono e la seguono. E sarebbe veramente strano che a tanti inquisitori, esercitati nelle controversie del tempo, fosse sfuggito il vero principio della dottrina valdese così da sostituirvene uno affatto opposto. Colla nostra interpetrazione invece si mettono d'accordo tutte le fonti, e nel modo più semplice si spiega che cosa intendessero i Valdesi oltramontani per la comunità dei battezzati, e perchè in un punto speciale della loro dottrina contraddicessero ai loro principii medesimi.

V

Dall'esposizione precedente si raccoglie che la lettera dei Poveri Lombardi compie ma non contraddice alle altre fonti più antiche, che si riferiscono ai Valdesi. E resta pur sempre tra i principii della nuova fede questo, che venne giustamente rilevato dal Dieckhoff, che la dignità dell'ufficio si misura dal valore di chi l'adempie, e la validità dell'opera dal merito dell'operante. Se la cosa sta così, è ben certo che non tutti i fedeli possono esercitare l'ufficio apostolico, perchè non tutti sono meritevoli del pari. Ma come s'accordano codeste sentenze colle altre conservateci parimente dalle fonti più antiche: che ogni Valdese possa predicare la parola del Signore, e sciogliere il suo fratello dal peccato, e somministrare ove occorra ogni sacramento? Le due proposizioni: magis operatur meritum quam ordo; omnes bonos esse sacerdotes,[340] non vanno bene d'accordo, perchè la prima mena alla conseguenza di distinguer tra fedeli e fedeli, nello stesso modo che faceano i Catari rispetto ai Perfetti ed ai Credenti; la seconda di queste distinzioni non può far conto, perchè son tutti pari quelli che venner moralmente rinnovati dalla fede in Cristo.

Il Dieckhoff per sanare la contraddizione avea proposto d'interpetrare in un senso restrittivo la seconda sentenza, come se dicesse: non tutti i fedeli ma solo i buoni, quelli che eccellono per merito hanno il diritto di esercitare le funzioni sacerdotali. Ma di queste attenuazioni il Preger non vuole sapere, e preferisce di tagliar netta una delle due proposizioni per lasciare intatta l'altra. Il nuovo principio, secondo lui, proclamato dai Valdesi sarebbe questo: che al di sopra degl'individui sta la comunità dei battezzati. Essa nomina agli offici, o alle dignità, sieno temporanee o a vita come stima meglio; scioglie il matrimonio anche senza il consenso dei conjugi quando l'interesse generale lo richieda; essa è la conservatrice della grazia che investe l'uomo appena ricevuto il battesimo. Chiunque entra a far parte di questa comunità è di pieno diritto buono, perchè rinnovato dalla fede, talchè la frase di Stefano di Borbone, non si deve intendere nel senso pregnante del Dieckhoff, ma nell'assoluto che tutti i Valdesi senza distinzione possano esercitare le sacre funzioni. Sarà pur vero che tra i Valdesi ci siano di quelli che meritano il nome di perfetti a distinzione dei credenti, e che solo i primi sostengono i duri travagli della povertà e dell'apostolato; ma codesta perfezione è un compito morale per l'individuo, non una condizione per esercitare uffici che spettano egualmente a tutti i battezzati.[341]

Che valore ha codesta interpetrazione del Preger? Notiamo in primo luogo che egli ha dovuto modificare le sue opinioni nel più recente lavoro intorno a Davide d'Asburgo, stante che questo scrittore parla chiaramente di una distinzione tra perfetti e credenti riguardante l'ufficio non la perfezione morale.[342] Nè questa distinzione, che i Valdesi copiarono dai Catari, appartiene solo ai tempi di Davide, perchè già Stefano di Borbone ne fa cenno.[343] Il trovarsi nello stesso Stefano tanto la distinzione dei perfetti dai credenti, quanto la frase: tutti i buoni possono fungere da sacerdoti ed amministrare, se occorre, i sacramenti,[344] è una prova fortissima che codesta frase si debba intendere in senso restrittivo. Nell'origine della setta non era necessaria nessuna distinzione, perchè la nuova società, molto scarsa di numero, non abbracciava se non gli uomini che sentivano profondamente il bisogno di una rinnovazione religiosa, nè erano meno ardenti del loro maestro, e al pari di lui pellegrinavano faticosamente predicando ed insegnando. Oltrechè alla nuova società non occorrevano speciali ministri, restringendosi le funzioni religiose alla predicazione ed alla confessione, ed accettando tutte le altre dai preti cattolici. Ma ben presto le condizioni mutarono. La società valdese per ingrossarsi dovea accogliere anche coloro che, sebbene inchini al nuovo insegnamento, non fosser disposti a spogliarsi dei loro beni, nè avessero vocazione pel rude ministero dell'apostolato. D'altra parte lo stacco dal Cattolicismo si facea sempre più netto, ed alla nuova società facea d'uopo provvedere per tutte le funzioni religiose, che indarno in tanta rottura veniano chieste ai preti cattolici. In fine col crescere che facea la nova società avea bisogno d'un organamento più saldo che non fosse quello dei primi tempi, quando i Valdesi credendosi membri della vasta famiglia cristiana mal tolleravano di costituirsi in corpo separato. Per tutte codeste ragioni, ammesse in parte dal Preger,[345] ben presto si formò la distinzione tra Perfetti e Credenti, ed ai sacerdoti cattolici sottentrarono i ministri valdesi.

Con questa innovazione s'apre quel periodo della storia dei Valdesi, che per noi sarà l'ultimo, stante che il successivo della trasformazione di Valdesi in Protestanti esce dai confini del nostro lavoro. In questo periodo le persecuzioni si facevano sempre più fiere, ed il Santo Uffizio non metteva alcuna differenza tra Catari o Valdesi: o per poco o per molto tutti s'allontanavano del pari dalla Chiesa e tutti eran meritevoli della stessa pena, il rogo. La comunanza del martirio strinse allora più fortemente i legami tra le due sètte, e la società valdese accogliendo gli elementi assimilabili delle altre eresie, si ordinò in comunità separata ed opposta alla cattolica. E continuando da una parte le persecuzioni e dall'altra le resistenze, ognor più s'allargava il solco che dividea l'antica dalla nova Chiesa.

Le fonti di cui ci varremo in questo periodo sono il Borbone, il Moneta, il Trattato di Davide d'Ausburgo, l'anonimo di Passau e il Libro dell'Inquisizione tolosana. Stefano di Borbone fin dalle prime pagine c'informa della trasformazione avvenuta, ripetendo anche lui colle fonti più antiche che i Valdesi hanno il giuramento e la menzogna in conto di peccato mortale, ma soggiunge che queste massime rigide vennero nella pratica temperate, ed a coloro, che non erano tra i perfetti, venia concesso di mentire e di giurare, se minacciati di morte.[346]

Ma una trasformazione ancor più profonda riguarda l'ufficio sacerdotale. D'accordo colle fonti più antiche Stefano ed il Moneta ci riconfermano la massima, che la santità del ministro si ripete dalle sue opere, non dall'ordine ricevuto.[347] E con maggiori particolarità Stefano racconta di un maestro valdese che gli poneva queste distinzioni: v'ha taluni che non sono ordinati nè dagli uomini nè da Dio, come i laici malvagi; altri sono ordinati dagli uomini, ma non da Dio; altri per contrario sono ordinati da Dio e non dagli uomini, come i buoni laici, i quali possono legare, sciogliere, consacrare, ordinare, purchè profferiscano le parole divine secondo il rito.[348] Dapprima le funzioni religiose, che credevano di poter esercitare i Catari si restringevano al predicare ed assolvere i peccati. Ora traggono altre più gravi conseguenze dalle loro premesse, nè soltanto i Poveri Lombardi, ma benanco i Valdesi d'oltremonti sostengono, che se non può predicare chi toglie coll'esempio ogni efficacia alle sue parole, se non può sciogliere altrui chi è già da per sè legato, a maggior ragione non può spezzare il pane del Signore chi non sia degno di nutrirsene.[349] Ed in luogo dei sacerdoti indegni è necessario che sottentrino i buoni, i quali per laici che sieno, potranno non pertanto celebrare la messa con maggior frutto. Taluni, aggiunge Stefano, concedevano questa facoltà non solo agli uomini, ma benanco alle donne, quando al pari di quelli sieno penetrate dallo spirito del Signore.[350]

Nè faceva intoppo che mancasse l'ordinazione regolare; stante che nei primi tempi del Cristianesimo non occorrea, e bastava l'elezione della comunità dei fedeli, perchè qualunque membro di essa fosse riconosciuto per sacerdote. Per siffatta guisa un ministro, che fosse scelto a questo modo, come accadde un tempo di Pietro Valdez, è sacerdote non meno di chi sia stato consacrato dal vescovo.[351] Questo novo modo di ordinazione, ovvero l'elezione per parte della comunità, permetteva che nella nova società s'introducesse la gerarchia, nè andò molto tempo che alla divisione in Perfetti e Credenti si aggiungesse anche la distinzione di ufficii sacerdotali. I Valdesi del Piemonte ebbero ad imitazione dei Catari il Barba, e due ministri a lui subordinati. Gli altri Valdesi conservarono i tre gradi della gerarchia cattolica, il vescovo il sacerdote ed il diacono.[352] Colla distinzione dei Perfetti dai Credenti, e coll'introduzione di speciali funzioni sacerdotali si collega la quistione del matrimonio, che noi toccammo altre volte, ed ora ci conviene di riesaminare. Non è dubbio che nei primi tempi i Valdesi non solo non condannavano il matrimonio, ma non lo tenevano per un ostacolo all'apostolato.[353] Però in grazia degl'influssi catari preferivano il celibato, ed il Valdez stesso, come narrammo, abbandonò la moglie e la casa e mise le figliuole in convento. Sulle orme di lui alcuni Valdesi, a quel che ne riferisce Stefano, sostenevano esser lecito separarsi dalle mogli per consacrarsi a Dio, anche quando quelle non vi consentano.[354] Nè certo la scabrosa missione del Perfetto poteva essere adempiuta con zelo da chi fosse legato ad una famiglia, di cui il più delle volte era l'unico sostegno e difesa. Non restava che un passo per condannare del tutto il matrimonio, nè v'ha ragione per dubitare che i Valdesi di Germania non l'abbiano fatto, perchè già sappiamo da precedenti citazioni che essi erano i più disposti a farlo.[355]

Dicemmo più sopra che secondo i Valdesi ad ogni laico era dato di celebrar la messa; ma codesta celebrazione per parte dei laici dovea portare di conseguenza che il rito si semplificasse, ed alle complicate funzioni cattoliche fosse sostituita la semplice frazione del pane ad imitazione della cena di Cristo. Il Libro dell'Inquisizione tolosana più volte fa cenno di siffatta cerimonia.[356] Codesta semplificazione del rito dovea portare di conseguenza l'attenuazione della dottrina, e Davide riferisce che i Valdesi della Germania toglievano al sacramento quel colore soprannaturale, che pur sempre nel periodo precedente era gelosamente conservato. Ormai i Valdesi intendevano il sacramento eucaristico in un modo affatto simbolico; e ripetevano coi Catari che il corpo di Gesù non si debba prendere nel senso letterale, bensì allegorico, come quando dicesi: Cristo esser la pietra su cui si eleva la Chiesa di Dio.[357]

La Chiesa valdese adunque si è del tutto staccata dalla cattolica, almeno in Germania. Nè fa meraviglia che ad uno ad uno condanni tutte le dottrine ed istituti tradizionali. Intorno al battesimo dei bambini vedemmo già come fossero dissensi tra i Valdesi. E pare che i Poveri Lombardi solo per amore di conciliazione e deferenza verso gli oltramontani si piegassero ad ammetterne l'efficacia. Più tardi le cose mutarono, e gli oltramontani stessi a confessione di Davide stimarono che il battesimo non possa giovare ai bambini, inetti al credere o discredere.[358]

I suffragi pei defunti, la dottrina del Purgatorio e quelle delle indulgenze già sappiamo che furono ben per tempo revocate in dubbio dai Valdesi.[359] Ma ora progredisce il loro razionalismo, e dacchè dichiararono simbolica l'eucaristia, simbolici saranno non pure i misteri della religione ma benanco i sacramenti del battesimo, della penitenza, della cresima e dell'estrema unzione,[360] i quali ultimi per giunta essendo da meno degli altri possono senza danno venire aboliti.[361] Inoltre avendo tolto ogni valore all'ordinazione canonica, trasformarono il concetto del sacerdote, cioè di un essere sacro, mediatore tra l'uomo e Dio, nell'altro più umile di ministro, che aiuti e sorregga il fedele nel suo cammino, ma non si sostituisca a lui, nè interrompa la libera e diretta comunicazione tra lui e il suo creatore.[362] Ma insieme alla mediazione del sacerdote, più tardi soppressero quella dei Santi, che secondo la testimonianza di Davide sarebbero così lontani dai mortali, tanto assorbiti nella loro beatitudine da non potere accogliere le preghiere che a loro si rivolgono.[363]

Ed abolita l'adorazione dei santi cadono anche le feste, le vigilie,[364] i digiuni,[365] le benedizioni, gli uffici[366] tutto quel complesso di usi e cerimonie che formano il culto esteriore, contro il quale fin dal principio s'eran ribellati i Valdesi, condannando la consacrazione delle chiese,[367] l'adorazione delle imagini e financo della Croce, come prima di loro insegnavano i Catari.[368]

Questo è il cammino percorso dall'eresia valdese. L'intendimento primo del riformatore di Lione non fu di staccarsi dalla Chiesa, bensì d'introdurvi nuova vita colla partecipazione operosa del laicato. Ma fin dal principio la nuova società subì l'influsso delle eresie contemporanee, principalmente dei Catari, così da accogliere massime e dottrine, a loro affatto straniere, e che più tardi saranno abbandonate dai Protestanti.[369] In seguito, respinti dalla Chiesa ufficiale, furono costretti a sostenere un nuovo concetto del sacerdozio che tolsero in prestito e dai Catari e dagli Arnaldisti. Ma questo concetto ha una portata molto maggiore di quel che si crede, perchè smagliato un anello, l'aurea catena va tutta in pezzi. E così nei periodi successivi, l'uno dopo l'altro tutti i dommi tradizionali vennero combattuti, ed i Valdesi formarono una società novella, non più cattolica, benchè non ancora protestante, perchè le mancava e la dottrina della predestinazione, e quel che più conta, l'altra della giustificazione per la fede.

Nel corso della nostra esposizione abbiamo più volte dovuto ricordare gli Arnaldisti, che secondo noi si connettono strettamente coi Patarini. E degli uni e degli altri discorreremo nel capitolo seguente.

CAPITOLO III PATARINI ED ARNALDISTI

Il Decreto di Lucio III oltre ai Catari, Passagini, Poveri di Lione colpisce anche i Patarini e gli Arnaldisti. Chi erano i Patarini? La stessa cosa dei Catari o Catarini, o una setta affatto differente? E gli Arnaldisti sono eretici anch'essi, e qual dottrina professano? Rimontano ad Arnaldo da Brescia, ovvero, come par che voglia il Giesebrecht, ad un vescovo cataro di nome Arnaldo? Per rispondere a queste dimande dobbiamo rifarci molto indietro, e seguire passo per passo la storia di quel partito che voleva la riforma della Chiesa non certo nel domma, come opinavano i Catari ed in parte anche i Valdesi, bensì nel costume e nella disciplina. E non che peccare d'eresia, ne accusava invece gli avversarii, perseveranti negli antichi abusi ed insofferenti delle riforme.

I

Nel secolo XI, in quell'età funesta, in cui il Papato era in balìa or dei Crescenzi, or dei conti di Tusculo, il partito delle riforme prese nome e colore imperiale. Nessun'altra potenza all'infuori dell'Impero sarebbe riescita a liberare la Chiesa dalla soggezione de' nobili romani, e per conseguire quest'alto scopo i migliori ecclesiastici acconsentirono che l'elezione del Papa, sottratta al popolo romano, fosse affidata all'Imperatore, ed accolsero con gioia i pontefici nominati da lui Clemente II (1046-47), Damaso II (1048), Leone IX (1049-54), Vittore II (1054-57).[370]

Prima della nomina imperiale tre papi si contendevano l'alto ufficio, Benedetto IX dei conti di Tuscolo, nominato ancor dodicenne nel 1033; Silvestro III, levato su dalla fazione, che nel 1044 si ribellò contro il dissoluto pontefice; e finalmente Gregorio VI, il buon arciprete di S. Giovanni che per far cessare lo scisma avea comprata nel 1045 la tiara pel reddito dell'obolo di S. Pietro. Tutti e tre i papi furono deposti nel concilio di Sutri,[371] ed in luogo loro fu scelto da Enrico III il vescovo di Bamberga Clemente II, il quale convocato ben presto un solenne concilio nel gennaio del 1047 fulminò il primo decreto contro la simonia del clero, riconfermato due anni dopo da Leone IX.[372] Questo della compra e della vendita degli ufficii ecclesiastici era il primo abuso al quale si dovea por riparo, chè tutti gli ecclesiastici dal supremo Gerarca all'ostiario[373] non erano mondi di colpa. Ma insieme con questa un'altra riforma si reputava necessaria, quella del matrimonio dei preti. Perchè, sebbene il celibato fosse sino dai tempi remoti della Chiesa tenuto in grandissimo pregio, pure nel secolo decimoprimo eran tanti i preti ammogliati ed in Italia e fuori, che Leone IX temendo di mettere sul lastrico tante povere donne, permise che seguitassero a vivere coi loro mariti, purchè cessasse tra loro ogni commercio carnale.[374]

I mercatanti dei beneficii spirituali furon detti simoniaci da quel Simone Mago degli Atti degli Apostoli, che si fece cristiano per comprare a contanti il segreto dei miracoli apostolici, superiori ai suoi sortilegi.[375] Nicolaiti poi eran detti i sacerdoti o ammogliati o concubinari in ricordo di un'antica setta, menzionata nell'Apocalisse.[376] Ma non si deve credere che sotto questi nomi di Simoniaci o Nicolaiti rivivessero eretici, sostenenti con ragioni dommatiche la legittimità del traffico dei beneficii, o del matrimonio dei preti. Certamente non mancavano argomenti e storici e dottrinali in favore di quello che era allora il costume più generale. Si poteva ad esempio distinguere l'ufficio ecclesiastico dal beneficio temporale annesso; e sostenere che quest'ultimo al pari di tutti i beni e possessi fosse ben lecito cedersi od acquistarsi.[377] Si poteva aggiungere che la mercede chiesta dai chierici pei loro ufficii si dovesse tenere come una pia elemosina, perchè i ministri del Signore era ben giusto che vivessero a spese della comunità.[378] In quanto poi al matrimonio dei preti si poteva fare appello, come fecero i prelati milanesi, all'antica comunità cristiana, e alla autorità degli Evangeli e di S. Paolo.[379] Ma benchè non facessero difetto le ragioni, nè temessero di dirle coloro che dai decreti pontificii venivan colpiti, pure vere sètte eretiche allora non sursero per questi due capi. E la ragione forse sta in questo, che il moto ereticale di quel tempo era fieramente avverso tanto al matrimonio, quanto al possesso delle ricchezze, talchè i Catari si unirono piuttosto coi seguaci del Papa, che cogli avversarii suoi. E per tal guisa la simonia ed il concubinato vennero da tutti tenuti pel frutto non di un convincimento teorico, ma di una intemperanza pratica, che s'ha da punire e svellere dalle radici.

I decreti dei Papi, che richiamavano gli ecclesiastici a norme più rigorose di vita, incontravano dappertutto tenaci resistenze, ma più che altrove in Lombardia, dove il maggior numero dei sacerdoti per antica consuetudine avean moglie e figliuoli, e la vendita dei beneficii era uno dei maggiori proventi della nobiltà.[380] Oltrechè l'arcivescovo milanese, capo ad un tempo della Chiesa e dello Stato, s'era pressochè liberato dalla soggezione di Roma,[381] e sin da gran tempo antico la Chiesa di Lombardia si distingueva da tutte le altre in qualche particolarità liturgica.[382] Ma tutte queste ragioni, che rendevano così difficile l'introduzione delle riforme, servivano maggiormente ad eccitare lo zelo degli ecclesiastici che le voleano. Perchè un partito riformatore non poteva al certo mancare in Lombardia dove più aperto era il contrasto tra l'alto clero, ricco e sfarzoso, ed il basso povero ed oppresso. Tra queste due parti della Chiesa dovea esistere lo stesso antagonismo che separava la nobiltà maggiore o dei capitani dalla minore o dei valvassori, e l'una e l'altra dal popolo minuto. E coll'andare del tempo le due opposizioni formarono una sola, e gli artigiani, i commercianti, i servi della gleba si strinsero intorno al clero minore, e gli assicurarono la vittoria sull'alto clero. Così nacque in Lombardia la setta dei Patarini, a capo della quale si misero un sacerdote della classe dei valvassori, di nome Arialdo, ed un nobile della classe dei capitani, Landolfo.[383]

Chi erano codesti Patarini, e onde trassero il loro nome? E qual rapporto corre tra i Patarini, e i Catari, che di lì a poco vengono chiamati con evidente analogia di suono, Catarini? Che nei secoli posteriori i due nomi si scambino, e che l'abate Gioacchino non chiami in altro modo gli eretici dualistici se non patharenos, è fuor di discussione. Ma al principio il nome di Patarini ebbe un'origine ed un significato del tutto differente. Come ci dice Arnolfo, questa denominazione nacque per caso, e forse fu un termine d'ingiuria, che i fautori dell'alto clero appiccarono ai loro avversarî, come se dessero loro del cenciajuoli o cenciosi. Pataria infatti si diceva in Milano il luogo ove s'adunavano i Patari, ovvero i rivenduglioli di panni vecchi, e forse o perchè in quel luogo si tenessero le prediche e le adunanze dei novatori, o perchè il grosso del partito fosse formato da questi minuti trafficanti, o infine per le due ragioni insieme, certo è, secondo la testimonianza di un contemporaneo che da Pataria fu tratto il nome di Patarini.[384]

Non è a dire però che tra i Patarini non si cacciassero i Catari. Ricordo che gli eretici di Monforte furono per la prima volta noti nel 1045 in un viaggio che fece per la Lombardia l'arcivescovo Ariberto, predecessore di quel Guido, contro cui si levavano i Patarini. Ricordo che il numero dei Catari di Monforte era già salito a tremila e che i seguaci della nuova dottrina del castello della Contessa si erano sparsi per tutto il Milanese. Sarebbe veramente strano che gli eretici non si fossero valsi della propizia occasione, che offrivano i tumulti milanesi per spandere inavvertitamente la loro dottrina.[385] Tanto più che nella parte pratica erano del tutto d'accordo coi novatori, e se condannavano in tutti il matrimonio, tanto più lo doveano aborrire nei ministri del Signore; se predicavano il disprezzo delle ricchezze e della gloria mondana non potevano certo approvare il fasto ed il lusso dell'alto clero milanese. Ed in quanto alla parte teorica sapevano tacere a tempo quei dommi che non andavano ai versi del maggior numero. Solo a pochi e più fidi svelavano tutta la loro dottrina; nei nuovi affiliati bastava che gettassero i semi dai quali col tempo sarebbero germogliate le nuove convinzioni.[386]

Non è dubbio adunque che coi Patarini si sieno mescolati i Catari, ma certo i capi del movimento patarinico nè si credevano, nè erano per quel momento eretici; chè anzi tutti i loro atti, anche i più audaci e meno rispettosi della dignità sacerdotale furono approvati da Roma. Nè certo è da meravigliare perchè la Curia romana teneva a fare osservare i suoi decreti sopra tutto in Milano, ove l'arcivescovo già da gran tempo era divenuto l'emulo del Papa. Da gran tempo nella Chiesa milanese alitava tale spirito d'indipendenza, che quando il legato di Roma, Pietro Damiani, nell'assemblea raccolta in Duomo prese la presidenza spettante per grado all'arcivescovo, lo stesso popolo che giorni prima s'era ribellato all'alto clero, levossi quindi in furore per rivendicarne l'oltraggiata dignità.[387] Urgeva adunque di ridurre alla soggezione di Roma il riottoso primate, e col fiaccarne la potenza, che da signore feudale s'era acquistata, si facea un gran passo.

Ed a questa s'aggiungeva un'altra ragione perchè Roma si stringesse coi Patarini. L'arcivescovo Guido, creatura di Enrico III, e nominato da lui all'alta dignità, benchè non fosse della classe più nobile, era certamente legato alla causa imperiale molto più del suo predecessore Ariberto.[388] Per lo contrario la Curia Romana ed il partito delle riforme, che da principio avea commesse le sue sorti all'impero, alla morte di Enrico III, quando le fazioni presero a travagliare la corte della debole reggente gli si volse contro. Era ormai maturo il tempo, perchè il Papato, che per opera di Enrico s'era liberato dalla prepotenza dei conti romani, si liberasse alla sua volta anche dalla tutela imperiale. Nè tardò molto ad affermarlo pubblicamente il nuovo pontefice Niccolò II, il quale nel concilio del 1059 stabilì che da indi innanzi il Papa non sarebbe scelto nè dal popolo, nè dall'Imperatore, bensì dal collegio cardinalizio. Fiere opposizioni dovea suscitare quest'audace misura, e le suscitò di fatto; e la guerra apertamente dichiarata tra la Chiesa e l'Impero non poteva cessare nè agevolmente nè presto. In queste congiunture non giovava di certo alla Curia Romana che l'arcivescovato milanese conservasse e crescesse il suo prestigio all'ombra del favore imperiale. E ben si comprende come mettesse in opera tutti i mezzi per favorire i Patarini ai danni dell'arcivescovo, e della sua potestà temporale. A noi non tocca di rifare un racconto, già fatto maestrevolmente da altri;[389] ma ricordando le misure prese dalla Corte Romana lungo il ventennio delle lotte patariniche, mostreremo come la politica dei varii papi fosse sempre la stessa, nè si smentisse neanche se per favorire la Pataria ne fosse andata di mezzo la rigidità dell'ortodossia.

Quando i Patarini, cresciuti di numero in grazie della pietà di Arialdo e dell'eloquenza di Arnolfo, invasero a mano armata il Duomo per iscacciarne di viva forza l'arcivescovo, celebrante i divini ufficii, Stefano IX prese sotto la sua protezione i promotori di questa violenza, che a lui si appellarono dalla scomunica del sinodo provinciale. Ed i legati che il Papa mandò per comporre i dissidii della classe milanese, furono i più validi sostegni della Pataria, Ildebrando ed Anselmo di Lucca.[390] E l'altro legato Pier Damiani, che il nuovo papa Niccolò II mandò in Lombardia, benchè forse meno aspro dei suoi predecessori verso l'arcivescovo, lo condannò pure ad una grave multa in punizione della simonia, e lo costrinse a prestargli il giuramento, ed a sottoscrivere la dichiarazione, che d'ora innanzi somministrerebbe gratuitamente gli ordini, nè più oltre sopporterebbe il matrimonio o concubinato dei preti.[391] La resistenza dell'arcivescovo era ormai fiaccata, talchè fu obbligato a prender parte a quel concilio romano, che tra le nuove misure sulla nomina del Pontefice,[392] e la condanna dei simoniaci cacciò come di soppiatto un articolo contro le investiture laicali.[393] Ed in omaggio a questo articolo il primate di Milano ebbe a ricevere novamente dal Papa l'investitura già avuta da Enrico III.[394]

In questo stesso concilio fu preso per la prima volta contro i simoniaci ed i concubinarii un grave provvedimento, ripetuto dappoi molte altre volte. Si prescrisse, non dovere i fedeli ascoltare la messa di quel sacerdote che riconoscano per certa scienza concubinario.[395] I cronisti del tempo fecero le più alte meraviglie quando Gregorio VII ripropose questa misura, che capovolgea tutta la gerarchia, e facea dei laici i giudici del clero.[396] Ma dessa era un'arme di guerra, e guerra aperta si combatteva da gran tempo tra la Curia Romana ed il clero milanese. E le ire vie più si rinfocolarono quando alla morte di Niccolò i cardinali levarono sul soglio pontificio quell'Anselmo vescovo di Lucca, già legato in Milano, e creduto promotore delle agitazioni patariniche.[397] Nello scisma che allora insorse tra il Papa dei Cardinali e quello dell'Imperatrice, il clero milanese seguì in grande maggioranza le parti di quest'ultimo. E provocò nuovi rigori dalla Curia Romana, che ormai non abborriva di conseguire la vittoria col ferro e col fuoco. Talchè Alessandro II non dubitò di consegnare una bandiera pontificia nelle mani di Erlembardo, valoroso guerriero tornato testè dalla Palestina e succeduto al fratello Arnolfo nella difesa della causa patarinica.[398]

Quest'atto era la consacrazione della guerra civile; ma la Corte Romana ormai era decisa a tutto, perfino a scomunicare l'arcivescovo, pochi anni innanzi investito dallo stesso papa. Tale misura però dette il crollo alla bilancia; ed i Patarini furono sopraffatti dai nemici, e lo stesso Arialdo, costretto a fuggire, fu preso e messo a morte dalla nipote dell'arcivescovo.[399] L'alto clero trionfava, ma non sì che a capo di dieci mesi Erlembardo non potesse rifarsi dei suoi danni, e muovere armata mano contro l'Isola Madre per riscuotere dall'empia Jezabel, come ei la chiamava, il corpo del martire suo compagno.[400] Le sorti in breve ora mutarono, e rientrato Erlembardo in Milano colla venerata salma, riprese le persecuzioni contro l'alto clero, certo più spietate di prima. Non furono risparmiate nè le case nè le vite, e a tale si venne che i legati pontificii ebbero a dare ordini severi contro gli stessi loro partigiani.[401]

La lotta s'era fatta sempre più aspra; e non che smettere nuove ragioni s'apprestarono a rinfocolarla. L'arcivescovo Guido, che da venti anni reggeva la Chiesa di Milano, stanco dell'interminabile lotta, e ben sapendo che i Patarini prendevano accordi intorno al successore da dargli, pensò di cedere il suo ufficio ad un ecclesiastico, più nobile di lui, a nome Goffredo.[402] L'imperatore, Enrico IV, uscito da poco di tutela, accolse di buon animo la dimandata investitura, nella speranza che col nuovo arcivescovo i dissidii sarebbero cessati e l'autorità imperiale rinvigorita.[403] Ma per le opposte ragioni il papa non volle saperne di questa nomina, che frustrava i disegni da lungo tempo concepiti, e contraddiceva al canone contro le investiture laicali votate nel concilio del 1059. Perlochè Goffredo fu scomunicato[404] ed alla morte di Guido Erlembardo fece scegliere coll'intervento del delegato un sacerdote di nome Azzone.[405] Per tal guisa i partiti tornarono più accanitamente alle prese. L'alto clero fu talmente irritato dalla nuova scelta, che ruppe in aperta violenza, ed a furor di popolo fu trascinato il nuovo eletto alla chiesa di S. Maria, ed ivi più morto che vivo gli fu fatto giurare che non salirebbe mai sulla cattedra di S. Pietro.[406] Nè vi salì, ma non vi salì neanche Goffredo, combattuto fieramente da Erlembardo. (1071). A costui per verità non venne fatto d'impadronirsi del forte di Castiglione, ove l'arcivescovo scomunicato s'era rinchiuso; ma riescì in quella vece a sbarrare le porte di Milano, e a ridurre in sua mano il governo della città.

In quel tempo (1073) fu assunto al pontificato Ildebrando, l'amico ed il protettore di Erlembardo, e questi si credeva ormai così sicuro del suo potere, che ogni giorno più cresceva di audacia ed intemperanza. Così per mostrare il suo odio e disprezzo contro i vescovi, che aveano riconosciuto a lor capo uno scomunicato, calpestò pubblicamente l'olio da uno di loro consacrato, sostituendovi altro d'ignota provenienza. E ricusando i vescovi di somministrare il battesimo nelle ferie pasquali di quell'anno e del seguente, ingiunse ad un semplice prete Luiprando, che facesse le loro veci.[407] Contro queste violenze suonarono ben alte le grida del clero,[408] ed in occasione di un incendio, che in quel torno distrusse la bella chiesa, ove fu consacrato Attone, si disse essere codesto un giusto giudizio dell'empietà commesse. L'ira dei Milanesi allora non conobbe più freno; i nemici di Erlembardo non posero tempo in mezzo ad irrompere armata mano contro di lui, ed il valoroso capitano cadde colla spada in pugno, martire della sua fede.[409] Non però la morte di Erlembardo restaurò le forze di Goffredo; e lo stesso Enrico lo ebbe ad abbandonare, scegliendo in sua vece un uomo più accetto, Tedaldo.[410] Ormai i dissidii milanesi scomparivano nella lotta delle investiture[411] che per la sua grandezza supera tutte le altre finora combattute.

II

Il gran disegno di ridurre tutto il clero maggiore e minore in balìa del Pontefice era attuato a mezzo fino a che un altro potere, il laicale, avesse in sua mano i beneficii; onde Gregorio non dubita di trarre le estreme conseguenze, e contrastare all'Imperatore antichissimi diritti. Ora si chiariva il segreto pensiero del Papa. La potestà pontificia dovea essere la fonte di tutte le autorità e temporali e spirituali. Il clero non dovea inchinarsi ad altro capo fuor del sommo Gerarca, e da lui solo avea a riconoscere non pure l'ufficio suo spirituale, ma benanco il possesso dei beni ed il dominio temporale. Nè faceva intoppo che per tal guisa si sarebbero capovolte tutte le norme giuridiche e politiche del tempo; e che il feudatario in omaggio al Papa avrebbe talvolta negata obbedienza al suo signore. Ormai il supremo signore era il Pontefice, e le parti tra il Papato e l'Impero affatto invertite. L'Imperatore avrebbe nominato il Papa, non il Papa l'Imperatore, perchè se il sommo sacerdote ha la potestà d'immettere nel loro ufficio alcuni principi dell'Impero, è naturale che eserciti lo stesso diritto sul Principe dei Principi. E questo era veramente l'ideale di Gregorio VII, la costituzione di una società mondiale, il cui capo fosse il vescovo di Roma, suprema autorità feudale, da cui come vassalli dipendessero tutti i principi, e primo fra tutti l'Imperatore.[412]

Ma ora si scopriva una strana contraddizione tra il principio e la fine del movimento riformatore, il quale cominciato dal contrastare il fasto, la dissolutezza e talvolta il potere principesco dell'alto clero, finiva col mettere in mano del Papa la maggior copia di ricchezze, onori e potestà mondana. Se al supremo Gerarca è lecito di circondarsi degli splendori di una corte, perchè non debbono seguire il suo esempio e vescovi ed abbati? La riforma disciplinare sarà dunque messa in seconda linea, ed or che nè l'arcivescovo di Milano, nè altro al mondo può fare ombra alla Curia Romana, non si contrasterà più la potestà territoriale dei prelati. E purchè questi riconoscano nel Papa la fonte dell'autorità loro, vivano a lor modo, e camminino pure sulle orme degli Ariberti e dei Guidi.

Per tal guisa i mali della Chiesa s'esacerbavano, e secondo la testimonianza preziosa di S. Bernardo, le intemperanze del clero metteano nuove radici e tanto più profonde, per quanto la Chiesa grandeggiava di potenza e splendore.[413] Nettampoco la quistione politica era risoluta, chè non ostante i trionfi di Canossa la vittoria del Papato vacillava non poco, e dopo tanto battagliare Callisto II, ebbe a sottoscrivere il compromesso del 1122, il quale se chiudeva la grande lotta delle investiture, non ispengeva il germe di nuovi contrasti. Il dissidio tra la Chiesa e l'Impero, insorto una volta non sarà più per comporsi; nè solo colla Germania avrà da battersi il Papato, ma colla Francia, coll'Inghilterra, col Senato di Roma, con tutti quei governi in una parola, che mal tolleravano le usurpazioni e frammettenze del potere ecclesiastico. E queste lotte in quell'età di violenti e rudi costumi tornavano egualmente funeste allo Stato ed alla Chiesa; e minacciavano l'esistenza stessa di ogni civile consorzio.

III

In questo tempo appare nella storia la misteriosa figura di Arnaldo da Brescia.[414]

Il moto patarino ebbe per risultato di togliere in molti luoghi ai vescovi la potestà territoriale che passò nei comuni, e così nacquero quelle repubbliche medievali con consoli e consigli e diritti e pretensioni baronali sui minori comuni. Questo accadde in Milano, e sarà accaduto anche in Brescia, ove però il vescovo non fu spogliato di tutta l'autorità, ma sembra prendesse parte coi Consoli all'amministrazione della Repubblica.[415] Si comprende come dovesse riescire faticoso questo governo misto, nel quale gli opposti elementi si odiavano e sospettavano a vicenda; e come le scissure del governo si ripercotessero nel popolo, diviso anche lui in partiti e fazioni. Uno dei capi del partito antivescovile par che fosse il famoso Arnaldo, il quale benchè prete e frate,[416] s'ispirava alle tradizioni patariniche, tal che pareva in lui rivivesse lo spirito austero degli Arialdo ed Erlembardo, santificati dalla Chiesa.

Questo rigido sacerdote, che al dire dell'Historia pontificalis carnem suam indumentorum asperitate et inedia macerabat,[417] mal tollerava che il clero s'inframmettesse nei negozii mondani,[418] e contro il proprio vescovo, semprepiù avido di maggior potere, levava alta la voce, infiammando il popolo a tal segno, che nel tornare quel prelato da Roma, a fatica potè rientrare nella sua diocesi.[419] Non diversamente s'era condotto un tempo Arialdo, e contro l'arcivescovo milanese e il clero maggiore ben più gravi tumulti avea sollevato nel popolo. Ma ora i tempi eran mutati, nè sulla cattedra di S. Pietro sedevano gli Alessandro II e i Gregorio VII, nè gl'interessi della Corte pontificia del secolo decimosecondo pareggiavan quelli dell'undecimo.

Di queste condizioni consapevole il prelato bresciano s'appellò a Roma contro il mal capitato canonico, e se non ottenne dal Concilio lateranense del 1139[420] la condanna esplicita delle dottrine arnaldiane, ebbe dal Papa quello che più gli premea di conseguire, l'allontanamento del pericoloso oratore. Arnaldo infatti fu deposto con decreto pontificio dall'uffizio suo, e cacciato in bando oltremonti.[421] È dubbio se gli fosse proibito anche il predicare. Ottone di Frisinga lo dice apertamente;[422] ma S. Bernardo non sa nulla di questo divieto; nè forse alla Curia romana premeva di chiudere la bocca all'esule sacerdote, convinta che fuori della patria la sua parola non sarebbe nè cercata nè temuta. Comunque sia, è fuor di dubbio che Arnaldo riparò in Francia, ove secondo Ottone di Frisinga era già stato da giovane per udirvi le lezioni d'Abelardo.[423] E vi tornò appunto in quel tempo, in cui il Concilio di Sens dovea decidere sulle sorti del filosofo palatino, accusato da San Bernardo. L'esule bresciano s'adoperò gagliardamente pel suo maestro,[424] e quando fu pronunziata la sentenza, e l'infelice condannato si ridusse nella solitudine di Cluny, ei restò impavido sulla breccia, ed occupata la cattedra deserta, seguitò ad esporre la Bibbia nello stile di Abelardo, e forse più di lui insisteva sul contrasto tra i primi vescovi della Chiesa, e quelli che allora disonoravano il loro ministero coll'avarizia ed il desio di beni mondani, e alle mollezze del secolo s'abbandonavano, e voleano edificare la Chiesa sul sangue.[425]

Dell'efficacia di questo insegnamento non è a dubitare. Chi l'impartiva, educato agli studii classici, possedeva il segreto dell'eloquenza, che vince le menti,[426] e maggiore autorità dava alle sue parole coll'esempio di una vita intemerata ed austera che imponeva il rispetto anche ai nemici. Talchè S. Bernardo, ben conto dei pericoli che sovrastavano all'opera sua, s'adoperava in tutte le guise per ridurre al silenzio questo nuovo apostolo, pari al maestro per ingegno e dottrina, ma d'animo più gagliardo. Già fin dalla chiusura del concilio con lettere affannose avea sollecitata da Innocenzo II la condanna del palatino e del bresciano insieme; pervenutogli poi il decreto pontificio, che non pure condannava i novatori ma ne ordinava l'arresto,[427] si mise in cerca di chi si prestasse ad eseguirlo. E fallitogli il tentativo presso il re di Francia, dal quale ottenne solo ed a stenti l'espulsione di Arnaldo,[428] si volse al vescovo di Costanza nella cui diocesi s'era quegli rifugiato,[429] pregandolo di far discacciare il ramingo, se pur non gli riescisse di chiuderlo in prigione.[430] Ma non tutti la pensavano come l'impetuoso abate. Nè soltanto l'ordine di arresto non fu eseguito;[431] ma perfino un cardinale di S. Chiesa, e legato per giunta,[432] in luogo di perseguitare il profugo sacerdote, lo accolse ospitalmente, e della sua egida lo ricoperse. E indarno il Chiaravallese gli scrisse una delle sue lettere più ardenti;[433] l'accorto porporato non si lasciò prendere all'amo, chè ei ben sapea discernere gl'interessi della Chiesa da quelli del fanatismo. Pare anzi che con lo stesso legato Arnaldo abbia fatto ritorno in Italia, e che per opera di lui si sia rappattumato col novo papa Eugenio III.[434]

Sembra molto strano che l'esule bresciano, il proscritto da Innocenzo, trovi grazia appo Eugenio, presso quello stesso Papa, che avrebbe dovuto più che altri seguire i consigli di S. Bernardo, stato già suo maestro;[435] e qualcuno potrebbe essere indotto a dubitare della veracità dell'Historia pontificalis. Ma la testimonianza del Sarisberiense, come ha dimostrato il Giesebrecht, è fuor di discussione; ed io stimo che si possano sciogliere le dubbiezze, ove si studii più addentro nei fatti.[436]

Non appena assunto al pontificato Eugenio III ebbe dal suo venerato maestro il libro De Consideratione, ove è svolta maestrevolmente la quistione del giorno, quella stessa, che solea trattare Arnaldo nelle sue predicazioni, e che oggi si direbbe del potere temporale. S. Bernardo comincia dallo stabilire che la Chiesa non possiede per diritto apostolico; chè gli apostoli non potevano dare quel che non aveano.[437] E se non possiede per sè, mal può farsi distributrice di terre, e giudice di possessi. Quale apostolo mai si attribuì questo potere?[438] Nè tampoco la Chiesa è fatta per dominare, chè a lei non lo scettro, ma il sarchio si conviene; e chiaramente traspare dagli Evangelii il divieto della dominazione mondana.[439] Nè mai Pietro si ornò di gemme o di seriche vesti, nè su bianco cavallo fu portato, nè gli si stringevano attorno soldati e ministri.[440] Ed i possessi e il dominio, e l'aureo manto e l'armi non spettano a chi fu commesso l'umile ufficio di pascere il suo gregge;[441] bensì ai re e principi della terra. Nè giova che l'una podestà invada i confini dell'altra, e meni la sua falce nell'altrui messe.[442] Ma non perchè si spogli di queste mal tolte attribuzioni, la dignità del sommo sacerdote vien menomata. Chè per quanto egli si estolga su tutti gli altri uomini, non può certo farsi maggiore del Signor suo, nè al discepolo conviene usurpare titoli ed ufficii che al maestro non piacque di assumere.[443] E d'altra parte ridotta al solo spirituale l'autorità del Papa non cessa per tanto dal soprastare a quella di tutti i principi della terra; non essendovi alcun re o imperatore, cui come al Papa appartengano le due spade, la temporale e la spirituale.[444] Con questa differenza che quella viene sguainata per suo cenno, ma non dalla sua mano, questa anche dalla mano. La spada temporale deve essere adoperata per la Chiesa, non dalla Chiesa.[445]

Da queste citazioni è facile raccogliere la dottrina di S. Bernardo. Non avendo lo Stato un contenuto morale suo proprio, la podestà terrena fino a che non sia consacrata dal Capo della Chiesa, pare agli occhi del Chiaravallese rude forza non ancora tramutata in diritto; concetto comune a tutto il Medio Evo, e dai ghibellini non meno accettato che dai guelfi. Ma ciò non importa che la Chiesa stessa debba godere autorità territoriale. Superiore a tutti i principi della terra, ella non può discendere al loro livello, nè esercitare un potere materiale come il loro; fonte di ogni autorità, la impartisce agli altri, senza serbare per sè nessuna parte che non sia del tutto spirituale. Il concetto di S. Bernardo dovea menare diritto al vicariato. Il Micado per dedicarsi esclusivamente agl'interessi spirituali tralascia la cura delle terrene cose, la cui amministrazione affida al primo tra i principi del paese. E questi, il Taicun, ha bensì il vero potere nelle mani, ma l'esercita nel nome del Micado.

Non dobbiamo qui dare un giudizio di questo sistema, il più ecclettico che sia mai apparso. Ma certo è che ad Eugenio sorrise non poco, e ben presto messolo in pratica nell'accordo che strinse colla Repubblica romana, si fece restituire dal popolo romano il diritto di sovranità, esercitata dai suoi predecessori, ma nel contempo s'impegnò di trasferirne il potere nel Senato romano, come suo vicario.[446] Non è improbabile che a questo componimento assentisse anche Arnaldo, e per tal guisa spiegheremmo agevolmente come andasse assolto dalle antiche censure, e gli fosse data licenza di starsene a Roma.

Ma non andò molto che si scopersero i vizii di quell'artifizioso congegno, che metteva alle prese due autorità, una di nome, l'altra di fatto. Non conosciamo le scissure che ebbero luogo in quel tempo tra il Papa ed il Senato di Roma; certo è che nella primavera del 1146 Eugenio fuggì da Roma, e l'anno appresso dall'Italia. Fallito così l'accomodamento ricominciò la lotta con maggior vigore. Ormai non era più tempo di mezzi termini, ed Arnaldo riprese il linguaggio antico, e nelle sue calde predicazioni sfolgorava per primo i cardinali, nuovi scribi e farisei che si adunano nel tempio, come in mercato, a trattar di negozii mondani e provvedere al loro fasto ed ingordigia. Nè risparmiava il Papa, a cui negava il nome di uomo apostolico e pastor delle anime; perchè gli apostoli non promoveano incendi e rapine come lui; nè nel sangue fondavano il loro regno spirituale.[447] E da queste premesse diritto conclude non doversi obbedienza nè al Papa nè ai Cardinali, che non sono la vera Chiesa di Dio; nè aversi a tollerare che il Papa rientri in quella città, cui vuole ridurre a servitù, lei la fonte della libertà, la sede dell'impero e la regina del mondo.[448]

Arnaldo era dunque l'oratore della Repubblica, il temuto tribuno che nel breve giro di pochi mesi avea saputo guadagnarsi il favor popolare così da movere le masse a suo talento. Ben comprese il Senato romano di quanto giovamento potesse tornargli questo sacerdote, di vita austera ed intemerata, che spietatamente metteva a nudo le magagne del clero, e ad un profondo sentimento religioso aggiungeva il culto della Roma antica, e la fede invitta nei suoi nuovi destini. E con giuramento solenne Arnaldo ed il Senato romano si strinsero in un patto, quegli di consacrare tutta l'opera sua in servigio della Repubblica, questi di difenderlo a tutti i costi dalle insidie nemiche. L'uno e l'altro seppero mantenere la lor fede.[449] E quando nel 1149 fu costretto il Senato a rappaciarsi con Eugenio, non permise che rientrando il Papa nella città eterna, ne fosse bandito lo scomunicato tribuno. Mirabile fermezza, che permise ad Arnaldo di seguitare a vivere in Roma, ove sarebbe rimasto tuttora se il successore di Eugenio e di Anastasio, Adriano IV, fulminando l'interdetto, non avesse indotto il credulo popolo a chiederne lui stesso l'allontanamento.

Da quel giorno i destini di Arnaldo furon decisi. Indarno i Visconti di Compagnatico lo sottrassero al cardinale Odone, in potere del quale era caduto presso Bricole in Val d'Orcia.[450] Pochi uomini di Federigo Barbarossa bastarono a ritoglierlo ai suoi salvatori; nè il re tedesco, cui premeva di sgombrarsi la via all'incoronazione, dubitò di consegnarlo al Papa. E questi non pago di farlo mandare a morte,[451] ne fece bruciare il cadavere e disperdere nel Tevere le ceneri, ne a stolida plebe corpus ejus veneratione habetur, come dice il cronista.[452] Preziosa confessione, che mostra in qual concetto di santità era tenuto il tribuno, e di quanto odio lo rimeritasse la Curia Romana.

IV

Qual'era la dottrina di Arnaldo, per quanto almeno possiamo raccoglierla dalle scarse testimonianze? Noi dicemmo già quali erano le lotte che scoppiarono in quel tempo tra l'autorità religiosa e la civile, e di quanti mali fosse cagione questo dissidio.[453] A questi mali così profondi ed annosi un rimedio solo s'aveva energico, infallibile e tale che li avrebbe tagliati dalla radice, e la grande mente del bresciano seppe scoprirlo. Perchè il mondo abbia pace, ei diceva, fa d'uopo che la Chiesa torni alla purità e semplicità dei tempi apostolici, e ben si persuada che il Vangelo non tollera anzi vieta ai ministri del Signore il possesso di beni temporali, e che i preti e frati renitenti a spogliarsi delle molte ricchezze si danneranno irreparabilmente. Non al clero spetta la proprietà delle terre che ora sfrutta, bensì al Principe o allo Stato, al quale deve restituirsi questa gran massa di beni, perchè sia adoperata in servigio non di una casta, ma della società tutta.[454] Fatidiche parole, che sembrano scritte ai nostri giorni, ma di quei tempi doveano riuscire ben dure ad intendersi. Ricordiamo che prima di Arnaldo un Papa d'alta mente, Pasquale II (1099-1118), a por fine alla guerra con Enrico V, avea pattuito che l'Imperatore rinunziasse alle investiture, e per compenso i vescovi restituissero i lor feudi all'Impero.[455] Ma il pensiero geniale del Papa, benchè meno radicale di quello di Arnaldo, non fu meglio accolto da entrambi i partiti. La società non era ancor matura per queste ardite innovazioni, e come nel 1109 Enrico V ai vescovi tedeschi, tumultuanti nel S. Pietro, dichiarava non desiderare la separazione propostagli dal Papa, così parecchi anni più tardi, nel 1154, il Barbarossa si fa esecutore della vendetta pontificia contro quel sacerdote che sosteneva a viso aperto i diritti dello Stato.

Ma se le idee di Arnaldo non erano conformi allo spirito dei tempi, non per questo si doveano tenere per eretiche. Lo stesso Pasquale II nel trattato stretto con Enrico V avea dichiarato contrario ai canoni, che il clero coprisse un ufficio politico, e prestasse servizio nell'esercito, e si fosse insieme servi dell'altare e della Corte.[456] Nè suonavano diverse le dichiarazioni di S. Bernardo, il quale ben comprendeva come tutte le idee di Gregorio VII non potessero attuarsi di pari passo, essendo il primato politico della Chiesa il più forte ostacolo alla riforma della disciplina. Non fa dunque meraviglia che qualche ecclesiastico abbracciasse le opinioni di Arnaldo, senza credere per questo di venir meno alla sua fede ed al suo ufficio. Questo sappiamo dallo stesso breve di Eugenio III, il quale, com'è stato più volte notato, chiama Arnaldo scismatico non eretico.[457]

E certamente se le dottrine arnaldistiche avessero avuta attinenza soltanto col potere politico o la posizione economica del clero, non potrebbero esser dette ereticali. E dovremmo assentire al Giesebrecht che scagiona Arnaldo di ogni accusa di eresia. Ma non possiamo negare che con quelle dottrine politiche ed economiche strettamente si legavano altre, che non sono rigidamente ortodosse. Arnaldo stesso, come già riferimmo dalla Historia pontificalis, sosteneva il Collegio dei cardinali non essere la Chiesa di Dio, il Papa non essere un uomo apostolico, e a lui non doversi nè obbedienza nè riverenza.[458] Non più aspro era il linguaggio degli eretici, le cui invettive, imagini, e citazioni son fedelmente riprodotte dagli arnaldisti. Basta leggere la lettera, che uno di essi il Wezel,[459] scrive a Federico I. I preti d'oggi, ei dice, sono i falsi dottori di cui parla Pietro, che per avarizia mercanteggiano le anime loro affidate, gozzovigliano nei conviti, e gli occhi han pieni di adulterio. Ei son quelli per cui la via della verità sarà bestemmiata, e di loro si può dire essere fonti senz'acqua.[460] Nè possono ripetere con Pietro: tutto abbiamo lasciato e te abbiamo seguito, o signore, nè molto meno: io non ho nè argento nè oro. Nè di loro si può dire che sono il sale della terra, o la luce del mondo come dice Matteo: ma piuttosto lor conviene il versetto che segue: se il sale diviene insipido, con che salerassi egli? non val più nulla siffatto sale, se non ad essere gittato via, e calpestato dagli uomini.[461] Chi dice di credere in Cristo deve camminar come lui, e chi non conosce Dio, e non osserva i suoi comandamenti mentisce. E Cristo stesso disse: se non farò le opere del padre, non mi credere. E se a Cristo che fu senza peccato non s'avea a credere senza le opere, come mai si dee prestar fede a costoro, che mal s'avvisano ed operano il male pubblicamente? Come potete parlare del bene, quando siete cattivi? Non ha detto il signore stesso la vostra fede senza le opere è morta?[462] E come mai costoro, ingordi di ogni ricchezza, possono ascoltare il primo tra i precetti dell'Evangelo: beati i poveri di spirito?

Degli stessi testi si servivano i Catari e si varranno i Valdesi per combattere la supremazia del Papa. Ma da queste premesse traevano agevolmente la conclusione: che se i preti sono ormai così lontani dal Vangelo non si può loro obbedire senza peccato. Il sacerdote, dicevan gli eretici, è capo della Chiesa, ed a quel modo che ove sia infermo il capo, tutte le membre illanguidiscono, così il sacerdote non può essere indegno senza coinvolgere nella colpa sua tutta la Chiesa che governa. Onde egli è come il lievito di cui al dir di S. Paolo, poca quantità empie di sè la pasta tutta. Non si possono servire due padroni nello stesso tempo, secondo Matteo; onde il prete malvagio non può servire Dio, ei che serve il diavolo, nè può essere di quello il degno ministro presso i fedeli.[463] Traevano le stesse conseguenze gli Arnaldisti. A loro non si rimprovera nè il dualismo, nè la metempsicosi, nè l'abolizione delle dignità ecclesiastiche o delle feste e delle pratiche religiose. No, il solo punto nel quale essi differiscono dai Cattolici è questo, che dicono non doversi accogliere i sacramenti dal prete che si riconosce malvagio;[464] tutto al contrario della dottrina cattolica secondo la quale il carattere sacro è indelebile, qualunque sieno le opere del sacerdote, fino a che non abbia avuto luogo la deposizione. E fino a questo punto non è lecito negare obbedienza al sacerdote, e molto meno disdegnare la somministrazione del sacramento. Il sacerdote in rapporto del sacramento non è se non uno strumento passivo, nè perchè si compia il miracolo eucaristico importa che il celebrante sia puro. Anche contro i meriti di chi lo consuma, il pane si converte nel corpo di Cristo; e sia pure indegno il confessore, l'assoluzione che ei pronunzia ha sempre la stessa efficacia di lavare ogni macchia di peccato.[465]

Possiamo dunque concludere che se rispetto agli altri sacramenti Arnaldo e gli Arnaldisti erano ortodossi schietti, nè abbiamo alcuna prova che errassero intorno all'eucaristia; per quel che riguarda l'ordine sacro la pensavano invece tutt'altrimenti dai Cattolici.

Prima degli Arnaldisti erano venuti alle stesse conclusioni i Patarini, i quali nel combattere i preti concubinari o simoniaci, finivano collo sconoscerne il carattere sacerdotale, prima che l'autorità competente si fosse pronunziata. Ricordammo altre volte quel tale di Cambray che predicava intorno al 1077 non doversi obbedienza ai preti simoniaci o concubinari, nè potere essi celebrar messa, nè i fedeli ricevere da loro i sacramenti. Il patarino francese fu giudicato come eretico, e condannato al rogo, e sebbene Gregorio VII protestasse contro la selvaggia esecuzione, e volesse punirne gli autori, pure non si può negare che l'accusa di eresia non fosse niente affatto infondata.[466] Senza dubbio la dottrina del predicatore di Cambray non era diversa da quella che Gregorio VII sosteneva,[467] ed avea fatto accogliere nei varii concilii che si succedettero dal 1059 in poi ma non per questo diveniva più ortodossa,[468] e non andrà molto tempo che la Curia stessa la ripudierà condannando negli Arnaldisti quei Patarini che un tempo avea levati sugli altari.

Se occorressero altre prove della scarsa ortodossia degli Arnaldisti, potrei addurre questa che mi sembra di non poca importanza. Già dicemmo a suo tempo che i Valdesi si dividevano in Poveri di Lione, e Poveri Lombardi. La dottrina particolare di questi ultimi, come apparisce dall'anonimo di Passau, afferma non potere il cattivo sacerdote consacrare il corpo di Cristo, nè Dio discendere alle preghiere di lui. Notammo già nel capitolo precedente, che su questo punto i Poveri Lombardi si mostravano inconciliabili con quelli d'oltremonti. Il che ci fa intravvedere che i Valdesi, venuti in Lombardia e trovati ivi i seguaci di Arnaldo, che al dir dell'Historia pontificalis si chiamavano già eretici lombardi, si fusero con loro, e tra gli altri punti di dottrina questo misero in evidenza, in cui e Valdesi ed Arnaldisti concordavano, che al ministro creduto indegno non si debba prestare nè onore nè obbedienza. Quali conseguenze si possano trarre da questo concetto non è mestieri che dica. Solo noterò che coll'elevarsi il fedele a giudice dei sacerdoti viene scossa dalle fondamenta la gerarchia cattolica, e crollato questo edificio così sapientemente architettato, è aperta la via ad ulteriori e più radicali riforme.

Anche in questo punto il risultato del movimento patarinico dovea cozzare col suo principio. Cominciato dal combattere quei prelati, che minacciavano di levarsi in alto contro i diritti e le pretensioni del sommo Gerarca, finisce coll'introdurre un principio che a lungo andare sarà per distruggerne l'autorità. Io non voglio affermare che gli Arnaldisti avessero consapevolezza della loro rottura col cattolicismo; le loro divergenze erano limitate a pochissimi punti, ed anche in questi potevano invocare in loro favore l'autorità dei concilii, talchè più che eretici si potevan dire e furon detti scismatici. Ma ove pure essi si credessero in buona fede migliori cattolici dei loro avversari, ciò non prova che fossero in realtà. Anche i Poveri di Lione si credevano così schiettamente cattolici, che chiesero a due pontefici il riconoscimento del loro sodalizio.

V

Ed ora possiamo riassumere tutto lo sviluppo di questo moto ereticale. Il principio di questa profonda agitazione dello spirito religioso s'ha da porre nel catarismo, che voleva sostituito al domma dell'unicità di Dio, o del creatore quello del dualismo, ed alla Chiesa cattolica già gerarchicamente costituita opponeva un'altra, che avesse anch'essa i suoi sacerdoti e vescovi, e perfino anche un papa. Ma per combattere la Chiesa di Roma il catarismo dovea accogliere e difendere tutte quelle dottrine, che nate da ben altre tendenze avean pure lo stesso risultato di scalzare l'edificio cattolico. Il catarismo è iconoclasta, berengariano, docetista e simiglianti. Il che fa sì che nella vecchia eresia si formino due nuclei eterogenei; il primo formato dalle dottrine dommatiche dualistiche, cagione di austero ascetismo, e di stravaganti superstizioni; il secondo composto in gran parte dalle dottrine più o meno razionalistiche, che cercavano di ridurre ognor più il mistero, limitavano al possibile la sfera d'azione dell'autorità, e tendevano a sopprimere a poco a poco il bisogno degl'intermediarii tra l'uomo e Dio. La differenza, anzi opposizione tra queste due parti fece sì, che la seconda si staccasse dalla prima, e mentre quella si rendea sempre più estranea al genio occidentale, questa seguia trionfante il suo corso, e col tempo da valdese tramutossi in protestante.