FERDINANDO GREGOROVIUS

Passeggiate per l'Italia

La
Campagna romana
I Monti Ernici—I Monti Volsci
Idilli delle spiagge romane—Il Circeo
Le sponde del Liri—Il Castello
degli Orsini
in
Bracciano.


Versione dal tedesco


Ulisse Carboni—Libraio Editore
ROMA
Via delle Muratte, 77
1906



I diritti sulla presente traduzione sono riservati

Stab. Tip. della Società Poligrafica Editrice
Roma, Piazza Pigna, 53.


PREFAZIONE

Questo volume, al quale altri faranno seguito, fa parte di un'opera geniale, ma poco nota fra noi, del Gregorovius, «Wanderjahre in Italien», che nel testo tedesco comprende ben cinque volumi, editi dal Brockhaus di Lipsia. Di essa apparvero già in Italia, molto tempo addietro, frammenti, capitoli isolati, ma—non sappiamo veramente per quale motivo—mai se ne tentò l'intera traduzione.

Ingiusto essendoci sembrato l'oblio, cui si erano condannate queste bellissime pagine, abbiamo pensato di presentarle al pubblico italiano in una fedele ed integra versione.

Questo primo volume comprende le escursioni del grande storico della Roma medioevale per la terra latina, per la campagna romana, la marittima e per il Lazio fino alle sponde del Liri, escursioni fatte, per la maggior parte, fra il 1858 ed il 1860. Non sono fuggevoli impressioni alla Stendhal, non sono note modeste o superficiali da touriste e tanto meno vuote e patetiche chiacchierate: se in Gregorovius il sentimento del bello era profondo, se, dinanzi all'opera d'arte creata dall'uomo od a quella plasmata dalla natura, egli si entusiasmava e diveniva spontaneamente poeta, innanzi tutto e soprattutto, egli era uno storico ed in ogni cosa vedeva quindi e sentiva il passato. Anche in un'opera di personali impressioni non poteva perciò spogliarsi del suo abito di ricercatore e ricostruttore di epoche trascorse: e in queste pagine, infatti, è tutto il Gregorovius della «Storia del medio evo», è il Gregorovius che fruga fra le rovine e fra i vecchi manoscritti che raccoglie, riunisce, esamina e ricostruisce.

Leggendo queste pagine si sente che Gregorovius è nel suo dominio: egli conosceva infatti Roma ed i suoi dintorni, come pochi anche oggi la conoscono e l'amava con affetto sconfinato e ammirazione profonda di figlio: ne conosceva i monumenti, i ruderi, gli abitanti, le abitudini, il linguaggio, la vita comune, la storia grande e tragica, la politica, le leggende, la fede. Le sue osservazioni, di un'esattezza severa, scrupolosa, sono quindi spontanee e pensate insieme, costanti e continue. La vita di mezzo secolo fa, sotto il dominio papale, molto diversa invero da quella di oggi, ma forse più caratteristica, rivive nelle pagine di questo bel libro e vi rivive intera, in tutta la sua bellezza, ricordando, più di quello che oggi ricordi, tutto un passato di lotte, di guerre, di gesta e di tragedie. Accanto al Lazio della metà del secolo xix si leva, in questo libro mirabile, per quanto non scevro di difetti e d'ingenuità, il Lazio del medio evo. Libro di rievocazione storica potrebbe dunque chiamarsi questo: sia che l'Autore ci presenti il pittoresco aspetto della campagna romana, le selvagge solitudini dei monti Ernici e Volsci, la poesia profonda delle rovine infiorate di Ninfa, o il pauroso squallore di Astura dinanzi al limpido Tirreno e le ville sepolte nelle paludi pontine, l'omerico Circeo, o il cupo maniero degli Orsini, il passato ritorna sempre in queste pagine e vi ritorna nella sua vera luce, maestoso, terribile, in tutto il suo profumo di cosa lontana.

Chi seguirà oggi lo storico tedesco nelle sue dotte escursioni, troverà probabilmente i dintorni di Roma molto diversi da quello che presentemente sono: Gregorovius visitò la nostra terra in un tempo che è, per gli avvenimenti accaduti, già lontano da noi, per quanto neppur mezzo secolo ce ne separi. Egli percorse questa regione in un momento di fermentazione e quando ancora tante barbarie non erano state commesse sotto il vano e pomposo pretesto di progresso, di miglioramento. Oggi molto, per opera della nuova gente e per le nuove necessità della vita, è mutato e ciò conferisce al libro un interesse ed un sapore ancora maggiore. Ciò, anzi, ci ha indotti soprattutto a tentare questa nuova e completa edizione delle «Escursioni per l'Italia» di Ferdinando Gregorovius cui non dubitiamo che il pubblico sarà per far lieta accoglienza.

Luglio 1906.

L'Editore.


LA CAMPAGNA ROMANA
(1856)


La campagna romana.
(1856).

La regione nota sotto il nome di Campagna romana varia di estensione a seconda del modo come ne vengono tracciati i confini. Nel senso più preciso della parola, si chiama Campagna di Roma la regione deserta e grandiosa che si stende intorno alle mura della città de' Cesari e che è bagnata dal Tevere e dall'Aniene. Il suo perimetro si può tracciare ad un dipresso con i punti seguenti: Civitavecchia, Tolfa, Ronciglione, monte Soratte, Tivoli, Palestrina, Albano e Ostia. In senso più vasto, la campagna si stende sino al regno di Napoli, avendo per confini il Liri o Garigliano; di là da questo fiume sino al Sarno, che si getta nel mare presso Pompei, vi è l'altra campagna, la quale forma la bella provincia (Campania) che ha per capoluogo Capua.

La campagna di Roma non è dunque altro che l'antico Lazio, separato dal paese dei Tusci per mezzo del Tevere. Dopo Costantino il Grande cessò di esser chiamata Lazio ed assunse il nome di Campagna, comprendendo nel medio-evo una buona parte del così detto «Ducatus Romanus».

Sin dai tempi feudali questa regione era divisa in due parti, la Campagna propriamente detta nell'interno e la Marittima, che si spingeva lungo il mare sino a Terracina. La natura l'ha del pari distinta in due parti, in pianure e montagne. Le pianure sono tre, quella intorno alla città, solcata dall'Aniene e dal Tevere e coronata dai monti della Sabina, di Albano e di Ronciglione e bagnata dal mare; quella più vasta, circoscritta da una parte dai monti Volsci e Albani, e dall'altra dal mare, la quale comprende le paludi Pontine; ed infine quella interna, formata dalla valle del Sacco, che fiancheggiato dai monti Volsci, dagli Equi e dagli Ernici, dopo breve tragitto sbocca nel Liri, presso Isoletta, sotto Ceprano.

Di questa stupenda regione del Lazio voglio intrattenere i miei lettori, fra cui alcuno conoscerà certo e ricorderà (se per recarsi da Roma a Napoli avrà preso la strada per Frosinone e S. Germano in luogo dell'altra per Terracina) le bellezze della valle del Sacco e delle montagne che la circondano. Nella mia descrizione moverò da queste due città, da Genazzano cioè, luogo di pellegrinaggio ben noto, situato all'ingresso della valle, e da Anagni, antica residenza di più papi nel medio evo. Ho vissuto tranquillamente a Genazzano alcune settimane, e ne ho approfittato per conoscere la Campagna latina e per visitare le sue città ed i luoghi più importanti, di cui la conoscenza poteva servirmi per la mia storia di Roma nel medio evo. Mi trovavo nel campo preciso di quella storia, nel paese d'origine di quella grande famiglia Colonna, la quale di là sorse così imponente e, come già ho detto, in una delle residenze dei papi medioevali, tra i quali basterà nominare Bonifacio VIII, per eccitare un sentimento più vivace per quella località. Non si spaventi il lettore, io non ho intenzione di opprimerlo con nomi e con eccessive ricerche, per quanto questo paese meriterebbe una nuova e più chiara descrizione di quelle del Nibby e del Gell, come la meriterebbero pure Anticoli, Alatri, Veroli, Soni ed Arpino, patria questa di Cicerone e di Mario, e tutti quei monti e quelle valli, belle e selvagge, colà situate, note sotto il nome di Ciociaria.

Si va da Roma a Genazzano per la via Labicana, uscendo da Porta Maggiore, dove in altri tempi cominciavano la via Labicana e la via Prenestina. Di queste due resta solo la prima, ampia strada che anticamente sboccava sotto Anagni nella via Latina, attraversava la valle del Sacco (Trerus) e poi il Liri presso Ceprano (l'antica Fregella). Il viaggiatore che esca oggi da Roma per questa venerabile porta, si trova dinanzi ad un nuovo spettacolo, perchè là sorge la stazione provvisoria della prima strada ferrata degli Stati della Chiesa, che porta a Napoli; la costruzione molto meschina è a ridosso dell'arco gigantesco dell'acquedotto di Claudio. Si direbbe che l'invenzione più recente della civiltà abbia timore di levarsi a fianco delle rovine colossali dell'antica Roma, sebbene il genio moderno di gran lunga sorpassi quello dell'antichità, sì che un Plinio, o un Traiano proverebbero oggi uno stupore pari a quello del pastore del Lazio che vede per la prima volta passare precipitosa e sbuffante una locomotiva. Eccettuata la più bella strada ferrata del mondo, quella che va da Napoli a Pompei, non ve n'ha altra che possa offrire un contrasto più vivo fra due epoche della umana civiltà, quanto questa che corre lungo gli archi coperti di musco dell'acqua Claudia, attraverso alla triste campagna, fra le antiche tombe e le torri solitarie dell'età di mezzo.

A tre miglia da Roma s'incontra Tor Pignatara, dove è la tomba di Elena, madre di Costantino; sei miglia più in là, un ponte sul ruscello Marrana (Aqua Crabra), quindi Torre Nuova con i suoi pini maestosi, castello di proprietà del principe Borghese, dove gli archeologi pretendono sia esistita la villa Popinia, di Attilio Regolo, cosa che noi non contrasteremo, accontentandoci di accoglierla con un sorriso. Il lago Regillo invece è veramente l'antico «Lacus Regillus» e l'ombra di Tarquinio viene a confermarcelo e a dissipare i nostri dubbi. Oggi non ha più acqua ed il cratere vulcanico è rimasto secco: è piccolissimo, tanto che viene chiamato il Laghetto. Dopo si trova la prima stazione, Osteria della Colonna, che è una taverna isolata al sedicesimo miglio, costruita ai piedi di una collina che si stacca dai monti Albani, in cima alla quale sta il villaggio di Colonna, nel medio evo culla della famiglia di questo nome. Passata Osteria, la prima stazione che s'incontra è «ad Statuas», oggi S. Cesareo; essa pure è una trattoria, perduta in mezzo alle vigne, in un terreno accidentato, mal rinomato un tempo per le frequenti grassazioni commesse dai briganti. In questo luogo i banditi eran soliti attendere il passaggio delle diligenze, ad una curva della strada, pronti a saltar fuora, come dicevano, al momento opportuno. Da S. Cesario si scopre, fra bellissimi vigneti, il piccolo villaggio di Zagarolo, antico feudo dei Colonna, ai quali apparteneva tutto il territorio dei dintorni. Questo borgo dovrebbe essere, o almeno lo si crede, l'antico Pedum, che Orazio nomina nella sua quarta epistola, diretta all'amico Albio Tibullo:

Albi, nostrorum sermonum candide judex.
Quid nunc te dicam facere in regione Pedana?

Di qui, continuando a salire per qualche miglio, si giunge a Palestrina, località assai importante, che fu l'antica e gloriosa Preneste dei Romani, dove oggi si può riconoscere ancora per un certo tratto il selciato poligonale dell'antica strada.

Qui è bene che ci arrestiamo un poco, perchè i miei lettori non abbiano ad accusarmi di accennare soltanto al nome di una città così antica e degna di nota; tuttavia non mi tratterrò a lungo.

Preneste, che ora sotto il nome di Palestrina ci appare come un gruppo di case nere sul pendio di una collina di tufo, fu anticamente la dominatrice del Lazio, prima di Alba Longa e di Roma, come lo attestano le ciclopiche mura in doppia linea che ancora esistono e che proteggevano altra volta l'antica cittadella. Sorgeva questa sul punto più elevato del monte Prenestino, in una località per natura fortissima e quasi inespugnabile, dove nel medio evo fu costruito un castello. L'origine dell'antica città rimonta ai tempi favolosi, ai tempi di re Cecolo, che Virgilio (Eneide, VII, 678) pone alla testa di una legione, di cui facevano parte le genti dell'Anio, dell'Ernica e della «ricca» Anagni.

Preneste fu signora del Lazio sino al giorno in cui i Romani la sottomisero. Più tardi la si trova spesso menzionata nella storia; Pirro la conquistò e vi si arrestò prima di muovere contro Roma; maggiore importanza ebbe ai tempi di Silla, quando il giovane Mario cercò di sottometterla; e allorchè Silla divenne padrone della città, dopo un lungo e faticoso assedio, vi fece trucidare tutti gli abitanti maschi, li rimpiazzò con i suoi veterani ed ingrandì talmente il tempio della Fortuna, uno dei più famosi santuari del Lazio, da comprendere quasi tutto lo spazio dell'odierna città che venne innalzata sulle fondazioni del tempio di Silla. Augusto portò nuovi coloni a Preneste, e tanto lui quanto Tiberio suo successore si recarono di frequente e volentieri a villeggiare nella villa imperiale che possedevano in quella città, dove trovavano pura e salubre l'aria. La villa Claudia fu anche nei secoli seguenti, durante l'estate, dimora prediletta degli imperatori, e la città si mantenne florida per lungo tempo ancora e non perdette il suo splendore che all'epoca delle invasioni barbariche, in cui prese il nome di Palestrina.

Secondo un atto del 970, che esiste tuttora, papa Giovanni XIII fece donazione del feudo di Palestrina alla senatoressa Stefania. La nipote di questa, Emilia (Imilia nobilissima comitissa), sposò verso il 1050 il padrone di Colonna e, a quanto pare, il loro figlio, Pietro de Colonna, inaugurò la dominazione della sua gente sulla città di Palestrina. Ciò che è incontestato si è che dal xii secolo questa famiglia cominciò a diventare potente in quel territorio e ad estendere a poco a poco il suo dominio dai monti Latini a quelli dei Volsci, degli Equi e degli Ernici. Palestrina fu tolta nel 1298 ai Colonna da Bonifacio VIII, loro acerrimo nemico, o con un assedio, o in seguito ad una capitolazione accettata dai due cardinali della famiglia, Iacopo e Pietro, e dai loro congiunti, che vi si erano rinchiusi; il papa, divenuto padrone della città, furiosamente ne fece abbattere le mura e le case, ad eccezione della cattedrale di S. Agapito, e, dopo aver sparso di sale le rovine, vi fece passare sopra l'aratro. Tuttavia Palestrina risorse, ma per essere distrutta di nuovo, nel 1436, dal patriarca Vitelleschi. Venuto questi in guerra con i Colonna, s'impadronì della sfortunata città e tutta la distrusse, non facendo eccezione neppure per la cattedrale. Due anni appresso anche il castello, che sorgeva in cima al monte, fu atterrato.

Sorvolo su i saccheggi che in seguito rovinarono di nuovo Palestrina. La città, tale e quale è oggi, non rimonta oltre il secolo xv. I Colonna continuarono a considerarla come loro principale residenza, con Paliano, ed ottennero anzi, nel 1571, da Pio V, il titolo di principi di Palestrina, finchè, per i debiti, nel 1630 dovettero vendere la città a Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII, per la somma di 775,000 scudi romani. L'ultimo Colonna signore di Palestrina fu Francesco, morto nel 1636.

L'attuale città si stende a forma di terrazze sul pendio del monte, ed è di aspetto cupo, eccezione fatta della lunga via principale, dove sono parecchi palazzi. Nel punto più elevato sorge il palazzo Barberini, magnifica costruzione nello stile del secolo xvii, oggi completamente abbandonata. Per la sua forma semicircolare ricorda la pianta dell'antico tempio della Fortuna di Silla, sulla cui area fu appunto costruito. Questo palazzo baronale che risale al periodo del maggior lusso della vita romana moderna, ha gran numero di sale, di camere, di logge, ma non offre nulla che meriti veramente di esser visto, eccettuato un grande mosaico, paragonabile a quello scoperto a Pompei e conosciuto sotto il nome di battaglia di Alessandro. Rappresenta scene campestri e religiose dell'Egitto, con gruppi di sacerdoti, di sacerdotesse, di sacrificatori, di guerrieri, di pescatori, di pastori e di cacciatori, con templi, case rustiche, animali, il tutto eseguito con somma maestria. Pare che non risalga ai tempi di Silla, come è stato affermato; è senza dubbio di un'epoca posteriore, forse di quella dell'imperatore Adriano. Questo capolavoro artistico fu scoperto nel 1638 fra le rovine del tempio della Fortuna, dove ornava probabilmente una nicchia. La famiglia Barberini lo aveva da prima posto nel suo palazzo a Roma, ma più tardi lo restituì a Palestrina, per aderire alle preghiere degli abitanti, i quali si dolevano che la loro città fosse stata privata della sua più bella rarità.

Ma ciò che è più pregevole nel palazzo di Palestrina, non è la sua antichità, ma la sua posizione, in cima all'altura, dove spira un'aria sempre fresca, pura e balsamica, e dalle cui finestre si gode una vista d'una grandiosità e d'una bellezza veramente uniche. L'occhio di lassù abbraccia la maggior parte del Lazio da un lato e dall'altro una parte dell'antico paese dei Tusci (Etruria), ora patrimonio di S. Pietro; la vasta pianura, di aspetto classico, è limitata dai monti Latini e Volsci, in mezzo ad essa si apre una larga strada in fondo alla quale si scorge luminoso il mare. All'orizzonte si scorgono le linee di Roma, la città eterna, nei vapori turchini, il monte Soratte isolato e solitario, e la catena degli Appennini, e più in là i monti della Sabina, ed a sinistra poi l'ampia e bella valle del Sacco, dominata dalle cime di Montefortino e di Segni; e più lontano le alture della Serra e tutte quelle vette dei monti di Anagni e di Ferentino, che si perdono nell'azzurro vivo del cielo. Se poi ci figuriamo quelle pianure e quelle colline seminate di città, di ville e di villaggi così ricchi di ricordi storici, che richiamano alla memoria i tempi di Roma antica, dell'impero e del medio evo, se si pensa che di lassù si possono contemplare l'Umbria, la Sabina, il Lazio, il paese degli Equi e degli Ernici, l'Etruria, i monti Volsci ed Albani, ed infine il mare, tutto questo riunito in un solo e grandioso panorama, ci si potrà fare allora un'idea della grandiosità ed imponenza dello spettacolo che Palestrina offre. Quando i Colonna, nel medio evo, dalle finestre del loro palazzo o castello miravano i loro possessi, potevano orgogliosamente ben dirsi i più ricchi ed i più potenti signori del Lazio.

Dinanzi a questo quadro meraviglioso, sotto l'azzurro di quel cielo, in quell'aria sì pura, si prova quasi una voluttà nel ricordarsi che Palestrina ha dato i natali ad uno dei geni più grandi della musica sacra, che assunse ed illustrò il nome della sua città natale.

Più ampio orizzonte ancora si scorge, salendo dal palazzo all'antica rocca: questa sorge proprio sulla vetta del monte Preneste; vi si arriva faticosamente in meno di un'ora, per un ripido sentiero scavato nella pietra calcare. Era un dopo mezzogiorno di agosto, quando io mi ci recai, e sebbene il sole fosse ardentissimo, mi sentivo fresco e leggero, poichè l'aria fresca di quell'altura non lascia sentire la fatica. Su questa cima è un piccolo borgo, S. Pietro, che risale a tempi antichissimi, poichè si fa menzione di un convento o monastero in quel punto sin dal secolo vi. Vicino a quello rimangono le belle rovine del castello medioevale, dei muri quasi abbattuti, delle torri cadenti, invase dalla ginestra selvatica e quasi coperte di edera lussureggiante. Qui fu rinchiuso lo sfortunato Corradino, dopo la battaglia di Tagliacozzo, e di qui egli fu condotto al patibolo a Napoli.

Bonifacio VIII fece distruggere questo Castrum Montis Prenestini, antica rocca dei Colonna e centro della loro signoria nella Campagna. Si possono leggere anche oggi le lagnanze dei Colonna al papa, in un documento del 1304, dove è scritto: «Egli ha anche demolito la rocca dell'antico monte Prenestino, Rocca nobilissima, che comprendeva splendidi palazzi e mura antichissime costruite dai Saraceni (Saracenico opere), con grandi macigni, al pari delle mura delle città, ed inoltre l'importantissima chiesa di S. Pietro, edificata sull'area di un monastero. Egli ha atterrato tutto ciò, insieme ad altri palazzi ed alle case, in numero di circa duecento». Il celebre Stefano Colonna però fece ricostruire la città e la rocca, ed oggi ancora si può leggere sopra la porta della rocca rovinata e sotto lo stemma dei Colonna, la seguente iscrizione:

MAGNIFICVS DNS STEFAN DE COLVMNA REDIFICAVIT
CIVITATEM PENESTRE CV MONTE ET ARCE
ANNO 1332

Preneste fu del resto uno dei paesi storici più antichi del Lazio, e pare sia stato dimora attribuita al favoloso re Cecolo, nome che sembra una trasformazione dell'antico re Cocalo di Agrigento, famoso per il mito di Dedalo. La veduta da questo punto dei monti Sabini, che si levano severi e maestosi, è grandiosa ed imponente.

Non chiederò a' miei lettori di seguirmi fra le rovine dell'antica Preneste disseminate nelle vigne, sotto l'odierna città, dove formano una specie di labirinto di volte e di stanze, e dove ancora si trovano preziosi oggetti di antichità; non chiederò questo a' miei lettori, perchè tali escursioni sono faticose ed in genere quasi inutili.

Palestrina ha due buoni storici, Cecconi e Petrini, le cui Memorie Prenestine sono molto preziose per lo studio della storia del medio evo romano e della campagna romana.

Subito sotto la città, la strada s'interna in una gola profonda, in mezzo ai monti popolati di lussureggianti castagni, dove scorre anche un torrente chiuso tra due rocce selvagge che tolgono ogni vista. Dopo tre miglia la strada si apre ad un tratto sopra un ponte grandioso e pittoresco, che varca uno degli affluenti del Sacco, e ci si trova allora dinanzi il cupo e bizzarro villaggio di Cave, costruito su una collina attorniata da vigneti e da giardini, da dove la vista può stendersi sino ai monti Volsci e per la pianura del Sacco.

Sulla piazza del mercato di Cave sorge una colonna, emblema della famiglia Colonna, antica feudataria del luogo. Nei dintorni crescono alberi di noce di straordinarie dimensioni, i cui frutti raggiungono talvolta la grossezza di un pomo e sono molto apprezzati in tutta la campagna romana.

Il popolo di Cave è di sangue caldo, pronto all'ira ed incline a maneggiare il coltello, e parla un dialetto che si avvicina molto al linguaggio delle cronache del medio evo, al romanesco, e che ricorda anche il calabrese per la facilità nel sostituire alle vocali i dittonghi. Invece di si, per esempio, esso dice sei ed anche seine, con la cantilena abituale alla gente volgare; dice signoure per signore, muratoure per muratore, Rouma per Roma. Quei di Palestrina hanno invece conservato molte parole e desinenze latine; il buon vignaiolo Agapito, quando m'invitava ad andare nella sua vigna, mi diceva: venite in vigna mea (e non mia), locuzione questa che dai contadini di Genazzano era stimata cattiva e che a quelli di Palestrina pareva migliore.

Ci vogliono ancora tre miglia di strada per arrivare a Genazzano, sempre sullo stupendo altipiano che corre lungo il monte di Cave, con la vista continua dell'amena valle del Sacco, ed in lontananza con la vista di Paliano, altra dimora dei Colonna, con il suo castello interamente bianco: sui confini dell'orizzonte da questa strada si scorge inoltre l'antica Anagni, perduta quasi fra le nubi, sulla cima del monte.

Ad un tratto la strada discende rapidamente e ci conduce in una incantevole regione di collinette e di valli, che si seguono con pittoresca varietà; delle distese di olivi inargentati, dei folti boschi, malinconici, di castagni, dei campi di grano e di granturco, degli orti, delle viti che avvolgono i loro rami da un olmo all'altro, completano il bel quadro. Sulla collina che domina tutto questo paesaggio è situato Genazzano, paese lungo e nero come le rocce su cui è fabbricato. Le sue case sembra quasi che si arrampichino in processione sino alla chiesa di S. Maria del buon Consiglio, il santuario più famoso della campagna latina, o che si rechino, quali vassalli, verso il bel castello baronale dei Colonna, che corona la sommità del monte.

Una porta merlata dà accesso alla piccola città; appena entrati l'attenzione del visitatore è attratta da un rozzo affresco, dipinto sulla parete di una casa, che rappresenta la «Madonna del Buon Consiglio», sostenuta in aria dagli angeli e circondata da pellegrini dalle cappe adorne di conchiglie e col bastone ricurvo in mano, in atto di venerazione. Strade deserte menano alla piazza principale «piazza Imperiale» l'aspetto delle abitazioni nulla ha di seducente, se non qua e là qualche finestra gotica, che ricorda, con le sue sculture ed i suoi rabeschi, il periodo migliore del medio evo.

Quando si arriva in un paese appartato per dimorarvi qualche tempo (io ho villeggiato per tre mesi a Genazzano la prima volta, e vi sono tornato ancora due volte nell'estate), uno dei primi pensieri, dopo aver trovato un'abitazione ed esservisi istallati, è quello di cercare le più belle passeggiate e quei luoghi dove si può gustare l'aria libera, il fresco, la tranquillità, e leggere e pensare senza venir disturbati. Mi sono accorto subito che a Genazzano potevo soddisfare i miei gusti rustici. Per il paese non si può, è vero, passeggiare a lungo, le vie essendo troppo ineguali e troppo strette; non v'è una pianta sotto l'ombra della quale sia possibile sedere; ma fuori abbondano ombrosi castagneti e ameni vigneti, ove è dato assaporare tutte le dolcezze della pace e della solitudine. V'è pure una strada piana, adattissima per passeggiarvi; per giungere a questa bisogna attraversare il palazzo Colonna e si arriva ad un ponte gittato attraverso un burrone e formato di un arco solo in pietra, non indegno degli antichi romani: vi si scorge la mano possente dei Colonna. Addossato allo stesso palazzo è un acquedotto, costruito questo pure da quell'antica famiglia, ora abbandonato, ma molto pittoresco, con i suoi archi che, in parte rovinati, sorgono negli antichi giardini, ridotti essi pure in misero stato.

Lungo l'acquedotto v'è una strada, per i soli pedoni, che conduce all'abbandonato convento di S. Pio.

Ricordo ancora con un certo piacere il giorno in cui, andando alla scoperta di un luogo per le mie future passeggiate, ho percorso per la prima volta la via che mena a S. Pio. La strada bella e buona sale fra i vigneti ed i boschi; tutto ad un tratto la vista si apre a destra, e si scorgono terreni ondulati, coperti di viti, e l'ampia e tranquilla valle del Sacco, circoscritta da catene montuose, ed un paesaggio dall'aspetto superbo. A fianco della via sorge una piccola altura detta Fagnano, sulla cui pendice trovasi un masso voluminoso, ombreggiato da annose piante di olivo; su quest'altura mi son procurato spesso il godimento di leggere la Vita nuova di Dante o la Consolazione della filosofia di Boezio, riposando poi alla fine di ogni capitolo i miei occhi nel contemplare quel quadro sublime che si spiegava dinanzi a me. Di lassù si gode tutto meravigliosamente: sul primo piano dei lussureggianti boschetti; più in là un'ampia valle coperta di una cupa foresta, illuminata da un sole ardente; a destra ed a sinistra delle splendide catene di montagne. Quella a sinistra è chiamata Serra, dominata dalla piramide gigantesca del Serrone, da cui si staccano monti di minore altezza, persi tutti in un mare di verdura, interrotto qua e là da numerosi villaggi e castelli. Dalla Serra si staccano delle ridenti e fresche colline, seminate qua e là di fortezze feudali e di bianche borgate, brillanti sotto i raggi del sole. Sull'altro versante, altre colline formano come gli avamposti dei monti Volsci, le cui sommità seguono delle ardite curve e danno così un altro aspetto al paesaggio.

Su queste vette luminose e nelle nere valli, l'occhio distingue numerosi castelli, monasteri e villaggi che sembrano sospesi nell'aria. Da per tutto regna un silenzio solenne, imponente. I contorni delle cime sembrano scolpiti nell'azzurro del cielo. Dietro la Serra si scorge qua e là una punta nevosa, d'una dolce tinta violetta: è qualche vetta selvaggia dell'Abruzzo; più lontano ancora, in una nebbia d'argento, appaiono altre punte coperte di neve e nelle forme più svariate, alcune simili ad obelischi, altre simili a cupole: esse richiamano la fantasia verso regioni ancora ignote del paese dei Sanniti, o verso le sponde del Liri.

Chi potrebbe dipingere su una tela le bellezze di questo paesaggio, allorquando la tinta rossastra della sera viene ad avvolgere i monti con una porpora raggiante e l'ombra si stende su tutta la valle? La notte scende allora a poco a poco sulle meravigliose pendici della Serra e pare che s'impadronisca, l'un dopo l'altro, dei paesi per piombarli poi nelle tenebre più fitte. Gli ultimi raggi del sole sul tramonto fanno scintillare i vetri delle finestre di Serrone, di Roiate e di Piglio; quindi tutto diventa scuro, tutto scompare, ed anche il castello di Paliano si perde nelle tenebre. Un solo paese appare ancora di lontano, per gli ultimi raggi che vanno a morire sulle sue finestre; è posto sopra un colle e lo ricopre quasi tutto e per la sua estensione appare assai più importante di tutti quelli della campagna romana. Sin dalla prima sera l'ho riconosciuto, per la sua posizione, e non sono caduto in errore: è Anagni, la patria di Bonifacio VIII, che io ho salutato con i versi di Dante:

Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso,
E nel vicario suo Cristo esser catto.

L'impressione di un paesaggio diventa maggiore per il pensatore, allorchè vi sa ricollegare i ricordi storici e farvi rivivere qualche grande figura del passato: la valle latina che si stende ai nostri piedi è la chiave del regno di Napoli, è la strada militare percorsa dai popoli invasori del medio evo. I Goti, i Vandali, i Franchi, i Longobardi, Belisario, gli Ottoni, gli Hohenstaufen, i Saraceni, i Francesi, gli Spagnoli, tutti hanno dissetato i loro destrieri nelle acque del Sacco, tutti hanno traversato questi campi virgiliani, per riversarsi poi di là dalla valle del Liri, in quel paradiso che ha nome reame di Napoli.

Genazzano non è una città molto antica; risale al medio evo. Solo il suo nome, forse, rimonta all'antichità, giacchè si vuol farlo derivare dalla Gens Genucia, la quale qui possedeva il fundus Genucianus. Non è che dai primi del secolo xi che si ricorda in alcuni documenti il nome del castello di Genazzano, come proprietà dei Colonna di Palestrina. Questo castello fu dimora di un ramo di detta famiglia e le diede il nome. Si vuole anzi che il solo papa di questa famiglia sia nato appunto a Genazzano: fu questi Martino V, Ottone Colonna, eletto a Costanza nel 1417, sotto il quale ebbe fine lo scisma di Avignone. E' fuori dubbio, per lo meno, che questo illustre pontefice appartenne al ramo dei Colonna di Genazzano e che amò risiedere solitario in questo dominio della sua famiglia. Amava il paese e vi fece costruire delle chiese e probabilmente ingrandì anche il palazzo che i suoi nipoti, più tardi, abbellirono. Ai Colonna spetta pure il vanto di aver fatto costruire l'acquedotto, di cui ho parlato; e le pittoresche rovine dei bagni che stanno in un avvallamento del terreno, dinanzi alle porte della città, rivelano, per la grandiosità del loro stile, che autori ne furono i potenti baroni. Il loro palazzo o castello feudale era un tempo vasto e magnifico; oggi cade in rovina al pari di quasi tutti i palazzi della campagna romana.

Il cortile, d'un gusto severo, col suo duplice colonnato elegante e leggero, ricorda quasi l'epoca del Bramante: ora, però, fra quelle colonne si vedono statue di marmo mutilate, senza testa, ma che, nello stato miserando in cui sono ridotte parlano con maggiore eloquenza all'animo del visitatore che se fossero tuttora intatte. Esse sono in perfetta armonia con quel palazzo deserto, e mi hanno fatto tornare alla mente certe descrizioni di castelli feudali in rovina, lette nei romanzi di Walter Scott. Una volta i Colonna avevano fatto dipingere sulle pareti di una loggia i panorami delle città comprese nei loro vasti dominî: ora questi affreschi sono cancellati, come scomparsi sono i titoli ed i diritti dei loro signori. Unico abitatore, che percorre quelle sale vaste e abbandonate, simile ad un mago o ad un incantatore, è un vecchio medico dalla barba bianca, che vi ha stabilito la sua dimora e solo ne anima la profonda solitudine.

A Genazzano del resto non mi sono dato cura nè di antichità, nè di ricerche archeologiche, e mi sono invece abbandonato interamente al piacere di goder le bellezze naturali e di conversare con quella buona popolazione. Non volendo unicamente trascorrere il mio tempo ad ammirare l'azzurro del cielo od a parlare solo della storia delle famiglie, voglio ora discorrere, da campagnolo, dei vigneti ed accennare come qui si mangi e si beva. Il momento veramente non è il più adatto, poichè le viti sono ancora devastate dalla crittogama ed il granturco corre rischio di andare tutto perduto, non essendo da due mesi caduta una stilla d'acqua.

Un giorno, dopo aver percorso un sentiero selvaggio fra due siepi di rovi, sono arrivato in un vigneto, dove, in un luogo tranquillo e ombreggiato da bellissime piante di olivo, mi sono seduto e, tratto fuori un libro legato in pergamena, mi sono sprofondato nella lettura. Il cane della casa dove abitava, Moringa, mio compagno di passeggiata, fedele ed inseparabile che mi guidava sempre nei siti più belli, stava accovacciato ai miei piedi, quando ad un tratto cominciò ad abbaiare; alzai gli occhi e vidi alla distanza di cinque o sei passi una donna assai ben vestita, che mi fissava con segni di viva paura.

«Buon uomo, mi disse che fai tu costì?» (Nella campagna romana come nell'Abruzzo tutti generalmente si danno del tu).

«Perchè me lo chiedi, buona donna?».

«Perchè son certa che quello che stai facendo, è cosa cattiva, mi rispose essa alzando le spalle in segno di disprezzo; e soggiunse: ciò non sta bene». Vivamente stupito domandai alla donna per quale ragione io l'avevo tanto spaventata e se non aveva mai visto in vita sua un uomo leggere un libro. «Può darsi, mi rispose, ma ciò non sta bene, e chi sa poi quali siano le tue intenzioni...» e dette queste parole si allontanò gettando su me più volte sguardi timorosi e sospettosi.

Continuai a leggere, ma poco dopo mi alzai, riflettendo su quella bizzarra apparizione. La sera raccontai la cosa in casa. «Sapete, mi disse ridendo Annunziata, la mia albergatrice; quella donna ha creduto che voi foste un fattucchiero, un mago, e che foste occupato a lanciare col vostro libro in pergamena una maledizione sulla sua vigna». Risi di cuore per essere stato preso per un mago e per aver potuto trarre delle maledizioni contro i vigneti dalla Storia dei Papi del Platina.

Le viti si vanno a poco a poco riavendo, e siccome è il primo anno che sono colpite dalla malattia, i grappoli d'uva sono ritenuti, come dice questa buona gente, cosa santa. Durante il mio soggiorno a Genazzano furono nei dintorni uccise cinque persone solo per aver tentato rubare alcuni grappoli d'uva. A questo proposito voglio anzi narrare un fatto che dà un'idea del come qui sia amministrata la giustizia. Un ricco proprietario, cognato del priore o sindaco di Olevano, uccise un giorno sulla strada maestra un disgraziato che aveva rubato alcuni grappoli d'uva; compiuta questa bella impresa, si rifugiò in una sua vigna, contigua a quella della mia albergatrice. Alcuni suoi amici, siccome i figliuoli dell'ucciso avevano preso i fucili per vendicare il padre, si recarono armati dal proprietario per difenderlo. La giustizia intanto non si mosse e solo dopo varî giorni la vedova riuscì, per mezzo di protettori influenti, a scuotere il magistrato e ad aver la promessa che i birri di Olevano avrebbero arrestato l'uccisore: essi però anche allora non si mossero, perchè, si disse, erano stati comprati col denaro. Neppure i birri di S. Vito, nei quali la vedova riponeva maggiore speranza, fecero nulla.

Passarono due settimane. «Bella giustizia avete nei vostri paesi!» dissi una sera al farmacista di Genazzano, nella cui bottega, come in quella del suo collega, di Ermanno e Dorotea, solevansi radunare le persone più importanti del luogo. Il figlio dello speziale, padre della bella Sofia, allora mi rispose: «Ma che pensate mai, signore? Quell'uomo non fu mica ucciso, come si dice, dal cognato del priore; il nostro «dottorino» ed il chirurgo, hanno fatto l'autopsia del cadavere ed hanno trovato che l'infelice cadendo da un'altura si spezzò il fegato». «E' proprio così» soggiunse l'arciprete di Santa Maria del buon Consiglio. Io tacqui. «Non ne credete una parola, mi disse la mia albergatrice; quel disgraziato non si è affatto rotto il fegato, ma...», e col pollice e l'indice destro fece il gesto di chi fa scorrere del denaro. «Avete capito?» «Ho capito» risposi.

L'abbondanza di viti qui è straordinaria: per quanto l'occhio può spaziare, le vigne ricoprono tutte le ridenti colline della campagna. Le piante sono disposte in lunghe file, appoggiate a pali o sostenute da quelle canne resistenti che in Italia crescono nei luoghi umidi, o avviticchiate a piccoli olmi. Gli ammiratori di Virgilio sanno che fin dai tempi romani si soleva coltivare in queste terre la vite nei modi cui ho fatto cenno. Grande godimento è quello di poter leggere oggi in queste vigne le Georgiche di Virgilio, il capolavoro della poesia latina, libro stupendo non tanto per la forma della composizione, che è mediocre, quanto per la purezza, la precisione, la grazia inimitabile dello stile. Ho letto e riletto quei canti fra i campi di Genazzano ed ho dovuto riconoscere che tutti i consigli, le regole ed i precetti del poeta sono oggi pienamente osservati, di guisa che pare quasi che egli abbia descritto i modi di coltivazione attualmente in uso nella campagna romana.

La vigna è tutto in questa regione: essa riunisce in sè le tre divinità dei campi: Bacco, Cerere e Pomona. Infatti, fra le file delle viti si semina il grano, e qua e là vi si piantano gli eleganti mandorli, la più precoce delle piante del Mezzogiorno, che fiorisce alle prime brezze primaverili: il mandorlo è stato cantato in una delle Cento novelle antiche, dove è detto essere stato piantato presso la tomba di Narciso da Amore, quale simbolo degli amanti. Fra le viti cresce anche l'olivo, dalle foglie sottili che paiono luminose nella luce cangiante, assumendo una tinta ora argentea ora bronzea: vedendolo levarsi sul grano, vien fatto di pensare al pane saporito, per il quale somministrano l'olio. Altrove sorgono anche dei peschi, dei peri, dei meli, dei purpurei melagrani, dei noci, dei castagni e dei fichi, dai frutti dolci come il miele. Tutte queste piante porgono una ricca scelta di frutta in ogni stagione, di modo che quando una ha finito di dare i suoi frutti, un'altra pianta offre i suoi, mentre una terza li matura e li prepara. Avendo trascorso un'intera estate nella campagna romana, ciascuna di quelle piante mi ha pagato il suo tributo, ad eccezione dell'olivo, che è l'ultimo a maturare.

La mia albergatrice possiede tre vigne, una presso Palestrina, le altre due nei monti selvaggi di Olevano, a tre miglia da Genazzano. Là sorge su un'altura, solitaria, una casetta di contadini, con una veranda aperta, ornata di fiori, ombreggiata da vecchi fichi e castagni: di lassù lo sguardo spazia sulla catena maestosa della Serra e sulla pianura del Sacco. Quale godimento passare le ore della giornata in quella loggia a respirare l'aria pura e profumata e ad assaporare di quegli ottimi frutti! Quali scegliere fra di essi? L'imbarazzo è grande, data la varietà dei frutti, uno più squisito dell'altro. Lo stesso devesi dire dell'uva: la malattia ha risparmiato questa vigna, rinomata per tutta la contrada; i tralci piegano sotto il peso tanto che è stato necessario puntellarli con pali e sostenerne i grappoli con fili di ferro. Non ricordo di aver mai visto dei grappoli e dei chicchi d'uva di tale grossezza e se volessi paragonarli a qualcosa, passerei certo per esagerato.

V'è il moscatello dorato, trasparente sotto i raggi del sole, v'è l'uva nera e quella biancastra, che serve a fare il così detto «buon vino» e quella azzurra cupa, che fa il vino forte, rosso come il sangue. Mi son recato spesso a mangiarne e poi mi sedevo sotto un castagno ai piedi della collina, in mezzo ai mirti ed alle felci cantate da Virgilio, e, fra il profumo della menta e del serpillo, leggevo Orazio o qualche altro libro che avevo recato meco. La menta è propriamente una pianta caratteristica della campagna romana: tutti i campi intorno alla città eterna ne sono profumati. Quando poi mi trovo lontano di qui, in Toscana, o nell'alta Italia, e mi accade di vedere una pianticella di menta, il suo profumo mi richiama immediatamente alla memoria la campagna romana, e me la fa desiderare ardentemente.

In mezzo a tanta dovizia, chi vorrà credere che la popolazione sia poverissima? Osservando questa regione la si direbbe un vero Eldorado per i suoi abitatori; ma se vi si vive un po' a lungo si finisce per vedere che spesso in questo paradiso terrestre abita la miseria più squallida. Tutte queste frutta (si vendono qui venti fichi o venti noci, per un baiocco; e nelle buone annate un fiasco di vino per lo stesso prezzo) non bastano a nutrire il contadino; esso morrebbe di fame se non avesse la farina di granturco, che forma il suo cibo. La causa di questo doloroso stato di cose va ricercata nel regime agrario del paese. Innanzi tutto bisogna notare che ogni proprietario di terra deve pagare al principe Colonna, come tributo, la quarta parte di quello che il terreno gli rende. L'antico flagello dei latifundia è ciò che forma la miseria di questa popolazione; è vero che quasi ogni contadino possiede una piccola vigna, ma questa non è sufficente a mantenere la sua famiglia. L'usura poi non ha limiti; anche ai più poveri prende il dieci per cento. La più lieve disgrazia, una raccolta mancata, come avviene da alcuni anni in qua, basta ad indebitare il contadino trascinandolo nella miseria. Se egli riesce ad ottenere danaro e derrate a credito gl'interessi lo rovinano e l'avido usuraio attende il momento, in cui il piccolo proprietario per fame sia costretto a vendergli il suo fondo ad un prezzo irrisorio. I baroni ed i conventi si arricchiscono; i contadini sono ridotti alla sorte di loro vassalli e di loro mezzadri. Ho avuto più volte occasione di osservare fatti simili. La vendita ha generalmente luogo in questo modo: il contadino indebitato comincia col vendere la sola terra e si riserva le piante «gli alberi» sotto la quale denominazione sono comprese anche le viti, e continua a coltivarle ed a godere della metà e talvolta anche dei tre quarti del reddito. Trascorso però un anno appena il contadino si ripresenta all'acquirente offrendo di vendergli anche le piante ed allora diventa suo mezzadro, continua ad abitare il terreno con la sua famiglia, a coltivarlo pel nuovo padrone, ricevendo in compenso una parte dei prodotti, e siccome non di rado questi non bastano al suo sostentamento, ricorre ancora a nuovi debiti.

Nella vigna della mia padrona, una veneziana da tutti stimata per la sua onestà, vive appunto in tali condizioni una famiglia di contadini composta di otto persone. Ho saputo che essa li aveva trovati e presi come mezzadri nel suo podere, poverissimi, e che aveva loro anticipato il denaro per vestirsi, comperare le masserizie e di che mangiare, ebbene, nonostante tutto ciò quei poveretti vivono in tanta miseria per l'eccessiva fatica ed il pessimo nutrimento, che sono stati colti tutti dalla febbre, ed è necessario soccorrerli ancora, perchè possano vivere. Solo dopo la vendemmia provano un po' di sollievo, sino a tanto cioè che dura il danaro ricavato dalla vendita della loro parte di vino.

Il vino eccita i nervi, ma non basta a nutrire i muscoli. Quello che beve il contadino è il vino peggiore, è un vinello; gli occorre dunque del pane, ed essendo il frumento troppo caro, coltiva piuttosto il granturco e si ciba di polenta. Come nella Lombardia e nelle Marche, la campagna del Lazio è coperta dalle belle piante di granturco; pare quasi che la natura abbia considerato le splendide pannocchie dorate come uno dei suoi doni preziosi e le abbia perciò ravvolte con nove involucri. Tutta la povera gente qui si nutre di polenta, sotto forma di pane, o sotto forma di focaccia, detta «pizza». Quando per la strada talvolta ho domandato a qualcuno: «Che cosa hai mangiato stamane?» mi son sentito rispondere: «la pizza». E se ho domandato ancora: «Cosa mangerai questa sera?» invariabilmente la risposta è stata: «la pizza». Ne ho mangiata parecchie volte io pure insieme coi contadini. E' così preparata: la farina vien ridotta a poltiglia; quindi viene stesa sopra una pietra liscia e fatta cuocere sopra carboni ardenti. Vien mangiata calda; tutta la famiglia si asside intorno al fuoco e prende parte al meschino banchetto. La sera mangiano dell'insalata di campo condita con un po' d'olio od una zuppa di cicoria, di cavoli od altri legumi cotti nell'acqua. Spesso l'olio manca, come è avvenuto quest'anno, in cui gli olivi, dopo aver dato l'anno scorso un abbondante raccolto, sono affatto spogli di frutti, ad imagine di ogni umana vicissitudine, in cui il bene si avvicenda senza tregua col male.

E' facile immaginarsi con quale ansietà questa gente segua le diverse fasi del raccolto del granturco. Verso la fine di luglio la pannocchia comincia a formarsi, ed allora ha bisogno di acqua. Quest'anno non piove: il calore è straordinario e la popolazione ne è costernata e rivolge preghiere al cielo per aver la pioggia. Tutte le sere hanno luogo processioni, che mi rammentano solennità pagane, quelle feste «rubigales» della Roma antica, nelle quali si portava in giro per la via Appia, votisque vocabitis imbrem, la pietra della pioggia; e non ho mai potuto osservare queste processioni senza stupore. E' veramente strano di ritrovarsi ai nostri tempi in mezzo ad un popolo che conserva l'ingenua credenza di poter sopprimere, modificare o accelerare con preghiere e canti lo svolgimento delle immutabili leggi della natura. Ogni sera le donne di Genazzano percorrono le vie del paese a due a due, con un fazzoletto rosso in testa, che scende a forma di velo sulle spalle, e che portano sempre allorquando entrano in chiesa: le precede il clero con l'imagine di un santo. Cantando e mormorando preghiere, arrivano alla piazza maggiore e quivi con un fervore che confina col parossismo, gridano più volte: Grazie, grazie, Maria! E questo grido, ripetuto da centinaia di bocche, echeggia nell'aria. «Et Cererem clamore vocant in tecta» (Virgilio). Ogni sera s'implora un nuovo santo, ma tutti sono sordi alle ingenue preghiere.

La mia padrona—che era una donna abbastanza colta per la sua condizione, e non possedeva inoltre nessun campo seminato a granturco—una sera, mentre eravamo a tavola e ad un tratto echeggiarono fuori le grida di Grazie, grazie, Madonna! mi disse: «Perchè seccare in questo modo i santi del cielo? Finiranno col noiarli tanto, che diventeranno cattivi e non faranno davvero più piovere!» Questa febbrile ansietà finì per commuovere me pure e cominciai a desiderare ardentemente la pioggia. Tutti i giorni andavo a visitare i campi di granturco, che andavano di male in peggio. Alla fine fu portato in processione S. Antonio da Padova; mentre l'imagine veniva ricondotta al convento di S. Pio, un frate dell'ordine di S. Agostino predicava sulla scalinata della chiesa, alla luce delle fiaccole. La strada era gremita di popolo e gli ascoltatori si erano arrampicati financo su gli alberi; il monaco che gesticolava, l'imagine del santo, le croci nere, le bianche sottane dei chierici, gli scialli rossi delle donne, la tremula luce delle fiaccole, gli alberi scuri sotto il turchino cupo del cielo, e tutta una popolazione implorante da Dio la pioggia, formavano una delle scene più pittoresche che abbia mai visto. Finalmente il terzo giorno il cielo si coprì di nuvole, cominciò a tuonare e cadde una pioggia di una violenza veramente tropicale.

Sembra però che gli dei, o i santi che li hanno oggi rimpiazzati, non concedano favori senza pretendere vittime. E così avvenne in questo caso: la pioggia fu accompagnata da un terribile ciclone, fenomeno stupendo che ebbi modo di osservare, perchè mi trovavo fuori a cavallo: una massa nera di nubi scese dai monti Volsci, avvolse la valle e devastò con la grandine una vasta estensione di vigneti. Da allora, quasi tutti i giorni, nel pomeriggio, scoppiò sui monti un uragano, accompagnato da tuoni e da lampi: al sopraggiungere di ogni nuovo temporale le campane di tutte le chiese venivano suonate a stormo. Un giorno tutto il paese fu sossopra; la popolazione si riversò nelle vie; si diceva che un fulmine avesse ucciso quattro persone e la notizia fu confermata. I morti furono portati nella casa di un contadino, dove furono sorvegliati per ventiquattro ore dalla polizia. Il giorno dopo giunse, cavalcando un asinello, il magistrato, seguito dal dottorino, di cui ho già parlato, e dal chirurgo incaricato di fare l'autopsia. Non vi era dubbio, i morti erano stati veramente colpiti dal fulmine. Nella notte, furono posti su di un carretto, coperti con un drappo nero e trasportati in paese; il clero, che portava dei ceri, precedeva il carro, e quindi seguiva la confraternita della morte, avvolta in grandi mantelli neri e con torcie a vento in mano. La scena aveva qualcosa di sinistro. La popolazione tutta ne attendeva il passaggio alla porta del borgo. Allorquando il corteo vi arrivò cantando il miserere, tutti alzarono le mani al cielo, gettando tali grida di angoscia e di selvaggio dolore, che l'animo più indurito ne sarebbe stato commosso. Infatti le vittime del fulmine sono considerate con una specie di orrore, perchè vengono credute colpite dall'ira divina e si dubita della loro eterna salvezza. I parenti degli uccisi, delle donne e dei ragazzi, si staccarono dalla folla. Una donna fu colta da tanta disperazione, che a stento gli astanti riuscirono ad impedirle di gettarsi sui feretri. I cadaveri furono portati nella chiesa l'un dopo l'altro e deposti per la notte sull'impiantito, mentre le stesse scene e le stesse grida di prima si ripetevano. Non dimenticherò mai quel quadro straziante.

Questo popolo esprime ancora i suoi sentimenti con un'ingenuità primitiva, e si può dire che viva ancora allo stato di natura.

I rapporti fra i due sessi in questi paesi richiamano sempre alla memoria i costumi orientali. Per principio, gli uomini non devono aver relazione che con gli uomini, e le donne con le donne. Sembrerebbe ridicolo che un marito passeggiasse offrendo il braccio alla moglie; ed una fanciulla crederebbe compromettere la sua reputazione se osasse fermarsi a parlare per strada con un giovane, e peggio ancora se si lasciasse accompagnare da lui. A gl'innamorati non è concesso che il «discorso» vale a dire un colloquio a gesti dalla finestra o sulla porta di casa, il «lenes sub noctem susurri» di Orazio. Sono in uso le serenate con accompagnamento di chitarra; spesso canti pastorali o le note dolenti della cornamusa rompono melodiosamente il silenzio della notte. Il popolo canta in modo meraviglioso dei semplici e lunghi stornelli che accarezzano dolcemente l'orecchio. E' un vero piacere udire nelle vigne le domande e le risposte di due innamorati che, senza tregua, come le cicale nell'estate, levano nell'aria un canto dialogato.

I matrimoni qui sono molto precoci: spesso un giovane di ventun anno sposa una fanciulla che ne ha quindici appena. Una lunga relazione, quello che dicono qui «fare all'amore» si ritrova più spesso nel popolo che nelle classi agiate e superiori, dove il matrimonio è ordinariamente un affare. Citerò un esempio, di cui sono stato testimonio. Un giovane abate di ventun anni, figlio di una ricca famiglia del luogo, desiderava abbandonare la carriera ecclesiastica e tornare allo stato secolare. Un bel giorno, un frate francescano di Civitella (qui i frati si cacciano in tutti gli affari delle famiglie) andò a trovare la madre del giovane abate e le disse: «Nel paese di Pisciano v'è una fanciulla di circa diciotto anni, che desidera maritarsi; ha mille scudi di dote ed appartiene ad una delle migliori famiglie della contrada. Se consentite a questo matrimonio, parlatene a vostro figlio». Il giovane abate accolse la proposta senza esitare, e, vestito del suo abito ecclesiastico, il domani montò a cavallo e andò a Pisciano per conoscere la ragazza. Si fidanzò subito con lei, e tornato a casa chiamò un sarto per farsi trasformare la sottana in un abito secolare; la sorella cucì in tutta fretta un paio di calzoni grigi per il giorno delle nozze, e siccome gli mancava una sottoveste, la madre mi fece chiedere in segreto di prestargliene una. Così vestito si presentò una seconda volta alla fidanzata nella casa di un contadino, dove il contratto di matrimonio fu subito firmato. Tre settimane dopo la sposa arrivò in una vettura, recando seco due grossi sacchetti pieni di monete, e tosto si celebrarono le nozze! Lo sposo prima della cerimonia non aveva visto che due volte, e ciascuna volta per pochissimo tempo, la compagna di tutta la sua vita. Fu preparata loro nella casa dei genitori del giovane una cameretta, o, per essere più precisi, non vi si pose che un letto colossale, e niente mutò nell'esistenza di quella gente.

A questo proposito, voglio accennare ad una strana usanza del Lazio. Una sera udii sulla piazza un rumore curioso ed assordante, prodotto da ogni sorta di strumenti che io però non riuscivo a definire; uscii e vidi tutti i ragazzi di Genazzano riuniti innanzi ad una casa, intenti a darvi una specie di concerto. Mai, neppure nelle università tedesche, io avevo sentito un complesso di suoni così discordanti: gli uni soffiavano in conchiglie marine ricavandone orribili fischi, un altro dava di fiato in un corno di bue, certi picchiavano con falci sopra zappe e padelle, alcuni agitavano a tutta forza pezzi di ferro vecchio di ogni specie legati insieme con una corda, un altro ancora faceva ruzzolare per terra una vecchia casseruola attaccata ad una funicella. Dieci o dodici monelli scampanellavano rumorosamente con quelle campane che si appendono al collo delle vacche. «Di grazia, chiesi ad un signore che assisteva ridendo alla scena, che significa questa musica infernale?» Mi rispose che in quella casa abitava un vedovo passato a seconde nozze e gli facevano la «scampanellata». Così si chiama questa barbara usanza dalle campane che di solito portano le vacche. In tutto il Lazio ogni qualvolta un vedovo od una vedova si rimarita, per tre sere si usa far loro un simile concerto. Durante il mio soggiorno a Genazzano ne sono stato spettatore, ed ho tre volte potuto vedere una folla di ragazzi, preceduta da un monello con una zucca appesa a foggia di lanterna ad un bastone, percorrere le strade, come un esercito di diavoli che avesse di notte invaso quel pacifico villaggio.

Perchè Genazzano è veramente un luogo pacifico; i suoi abitanti sono d'indole dolce ed anche più superstiziosi dei loro vicini; questo carattere deriva dall'importanza religiosa del paese che è un luogo famoso di pellegrinaggio, avendo oggi nel Lazio la sua chiesa l'importanza che ebbero nell'antichità il tempio della Fortuna a Preneste e il santuario d'Anzio. Ho assistito alla grande festa della Madonna di Genazzano, l'8 settembre; posso dunque parlarne con cognizione di causa. Prima però voglio accennare alla leggenda della sacra imagine, che ha grande analogia con quella della Santa Casa di Loreto.

A Scutari, nell'Albania, nella stessa epoca in cui la Santa Casa di Nazareth veniva dagli angeli trasportata per l'aria a Loreto, apparve un'imagine della Madre di Dio, discesa non si sa se dal cielo o colà portata da ebrei fuggiti da luoghi remoti. Comunque fosse, fu chiamata «Madonna del Buon Officio» o del «Buon Consiglio». Ora avvenne che nel 1467 due pellegrini, che volevano fuggire dai Turchi e ritornare in Italia, si prosternarono dinanzi a quella santa imagine e le chiesero di proteggere il loro viaggio: con loro grande stupore videro allora levarsi al posto dell'imagine una nuvoletta bianca che verso sera prese la direzione di occidente. Essi la seguirono presso la spiaggia del mare Adriatico, ed avendo la nuvoletta proseguito il suo viaggio sopra le onde, i due pellegrini traversarono dietro a quella il mare a piedi asciutti, le tennero dietro sempre, finchè nelle vicinanze di Roma, disparve ai loro occhi. Avendo però appreso che in Genazzano era apparsa un'imagine della Madonna, vi si recarono e la riconobbero per quella vista a Scutari.

Da quel tempo la Madonna di Genazzano, detta del «Buon Consiglio» cominciò a fare miracoli; le venne costrutta una chiesa e di fianco un convento, dove i frati di S. Agostino s'impadronirono di questo santo tesoro, non meno produttivo della Madonna dei frati agostiniani di Roma, giacchè questa di Genazzano gode in tutta la campagna romana una fama pari a quella degli antichi oracoli pagani. Due volte all'anno, nella primavera e nell'estate, vien celebrata la sua festa, ed allora piovono le offerte in danaro ed in oggetti preziosi e siccome anche i più poveri recano il loro obolo all'altare della Madonna, si può dire che essa prelevi sulla campagna romana un tributo maggiore di quelli dello Stato. Mi fu detto che i doni più belli siano portati al santuario dalle molte confraternite sparse per tutta la campagna; ogni fratellone sborsa cinque baiocchi al mese alla cassa comune, in modo che vi sono delle confraternite che arrivano a raccogliere sino a cento scudi. Il reddito annuo del santuario si può approssimativamente valutare a 7500 scudi.

L'imagine è posta in una chiesa ben decorata e pulita, in una cappella illuminata da varie lampade, chiusa da un cancello di ferro: il quadro è quasi sempre coperto da un velo di seta gialla. Si dice che, portata dagli angeli, anche in quella chiesa non si sia mai posata sulla pietra e che resti sospesa nello spazio, sorretta da mani invisibili. Io l'ho vista più volte scoperta, ma non ho mai potuto comprendere in qual modo sia sospesa.

I pellegrini cominciano ad arrivare la vigilia della festa, ed allora il paese e i dintorni si animano e nell'aria echeggia senza posa il canto delle litanie. Le strade sono percorse da compagnie di pellegrini, che giungono in buon ordine, vengono dall'Abruzzo, da Sora, dal Liri, e per la maggior parte dalla campagna latina. Si direbbero rinnovate le feste antiche di Giove Laziale, tanti sono i visitatori, dissimili fra loro per costume e per dialetto. Vederli discendere dalle colline, sentendoli cantare l'«Ora», gli uni per la via, gli altri lungo il fiume a traverso i viottoli dei campi, vestiti di rosso, di verde, di turchino, tenendo in mano il lungo e ricurvo bastone del pellegrino, è in quel magnifico paesaggio uno spettacolo veramente degno dell'ammirazione dell'artista, del poeta e dello storico.

Il giorno in cui dovevano arrivare i primi pellegrinaggi sono uscito ad incontrarli a cavallo per godere completamente questa scena popolare, che aveva per me un interesse storico riportandomi al medio-evo. La comarca di Roma, a cui appartiene tuttora Genazzano, termina a due miglia dalla città, ed ha per confini un braccio del Sacco, che si traversa su di un ponte in pietra, ponte Orsino, famoso un tempo per le aggressioni dei briganti. Al di là comincia la legazione di Frosinone. In questo punto le colline scendono dolcemente verso il fiume ed agli occhi si presenta il quadro stupendo della pianura, dei monti Volsci, della Serra e delle alture di Olevano, ai cui piedi si stendono dei ricchi boschi. Il luogo era il più adatto per aspettare i pellegrini; qui entrano nel territorio del santuario, fanno breve sosta, e vi entrano ginocchioni cantando fervorosamente dei cori; poi traversano il ponte cantando e trascinandosi sulle ginocchia, in doppia fila, gli uomini da una parte e le donne dall'altra. Dirigeva i cori una vecchia, la quale alzandosi dopo aver traversato l'intero ponte in ginocchio, gridò con voce sonora un «Evviva Maria!» cui rispose unanime il coro. Quindi la processione si mise in moto di nuovo, e quantunque quel continuo canto dovesse stancare, v'era sempre un uomo od una donna che riprendeva la litania. Quel canto monotono ed uniforme, che è la più semplice espressione del sentimento religioso di questa gente e che si avvicenda come il movimento regolare delle onde, esercita una profonda suggestione su quella folla. Sembra quasi che la processione prosegua il suo cammino, cullata da quest'armonia melanconica, più leggera e più regolata e che il canto regoli i movimenti del corpo e le impressioni dell'animo, tenendo gli uni e gli altri costantemente diretti verso la meta del pellegrinaggio. Ho notato che le pause erano sempre brevissime e che allorquando negli intervalli i pellegrini cominciavano a tacere o a favellare fra loro, la conduttrice del coro riprendeva subito il canto.

Lo spettacolo di un pellegrinaggio produce sempre, anche su chi non appartiene alla religione di coloro che lo compiono, una grande impressione, soprattutto quando l'illusione non è turbata da piccoli inconvenienti inevitabili in una riunione di tanta gente. Questi inconvenienti si verificano meno nei pellegrinaggi del sud che in quelli del nord; la serenità del cielo, la temperanza e la sobrietà delle popolazioni del mezzogiorno, valgono ad allontanare molte cause dei mali del settentrione; l'ordine stesso in cui procedono le processioni, la bella foggia di vestire delle donne, il loro bellissimo portamento e la loro grazia naturale, esercitano una benefica influenza, anche su gli animi più vili, e tengono lontana ogni volgarità; ed infine la decenza e quel sentimento innato di rispetto, che è proprio di tutto il popolo italiano, vale più di ogni altra cosa ad impedire disordini. Fra tutte quelle migliaia di uomini e di donne che sfilarono davanti a me, sia nell'andata al santuario, come nel ritorno, in tanta diversità di genti, di dialetti e di costumi, io non ho notato mai un solo atto villano o volgare.

Bisogna anche ricordarsi che questo popolo, fortemente imbevuto di sentimenti religiosi, non crede nulla più importante e più solenne di un pellegrinaggio. Quando ha faticato e sofferto per dodici lunghi mesi quando mali e colpe di ogni sorta pesano sulla coscienza, allora prende per un paio di giorni il bordone del pellegrino, scende dai suoi monti selvaggi, abbandona il suo grave lavoro, lieto di muoversi una volta almeno, di sentirsi libero in compagnia dei suoi conterranei riuniti tutti per lo stesso fine. Scendono al piano costeggiando il Sacco, come i gru, che van cantando lor lai: lo spettacolo ha veramente qualche cosa di medioevale. Pensavo a quelle schiere di pellegrini che un tempo venivano a Roma per il giubileo e ripetevo fra me e me i bei versi del sonetto della Vita nuova:

Deh! peregrini, che pensosi andate,
Forse di cosa che non v'è presente;
Venite voi di sì lontana gente,
Com'alla vista voi ne dimostrate?

Camminavano in gruppi di dieci, venti, cinquanta, cento persone. Ve n'erano di tutte l'età: vecchi che si appoggiavano sul bastone, servito loro per cinquanta volte almeno su quella stessa via che ora percorrevano forse per l'ultima volta; nonne con i loro nipotini, floride fanciulle, giovani robusti, ragazzi e perfino bambini lattanti, portati dalle madri sulla testa. In una di queste processioni vidi passare una giovane sposa che portava sulla testa un cestino, entro cui giaceva un bimbo che sorrideva graziosamente, con gli occhi spalancati, quasi si beasse dello splendore del sole. La maggior parte delle donne recava in capo un paniere con le provvigioni od un fardello di vestiti, e colla loro varietà aggiungeva nuova bellezza allo spettacolo. Chi avesse potuto leggere nell'anima di tutti quegli esseri, vi avrebbe trovato l'innocenza accanto alla colpa, il vizio accanto al pentimento, il dolore e la virtù, tutto il bene ed il male che si avvicendano nel cuore umano.

E' come una grande e bella, ma seria e solenne mascherata, che si svolge in un magnifico quadro, con un succedersi continuo di nuovi costumi, di colori, di fisonomie diverse; le compagnie dei pellegrini si succedono le une alle altre, nei costumi dei loro monti, delle loro valli. Ve ne erano di Frosinone, di Anagni, di Veroli, di Arpino, di Anticoli, di Ceprano e persino delle napoletane di Sora.

Osservate quest'ultime! Che splendide figure dall'ovale più puro, dalla pelle olivastra! Le donne hanno un aspetto strano, si direbbero arabe; attorno al collo portano delle collane di corallo o delle catene d'oro; dei pesanti orecchini adornano le orecchie delicate; un fazzolettone bianco o nero, a lunghe frangie, avvolge loro la testa e le spalle, sì che paiono madonne; una camicia bianca, pieghettata, ricopre loro il petto, stretto in un basso bustino di color rosso scarlatto. Indossano una gonnella corta, rossa o turchina, ornata di un orlo giallo. E che grandi occhi neri, dalle sopracciglia corvine ed arcuate, brillano in quei volti!

Ecco i pellegrini di Ceccano! Le donne portano un busto di color amaranto, un lungo grembiale dello stesso colore, ed in testa un fazzoletto bianco, che ricade sulle spalle. Gli uomini hanno il cappello a punta ed una giacca color amaranto, ed attorno ai fianchi una fascia multicolore.

Ecco poi quelli di Pontecorvo! Le donne sono superbe e maestose; vestono interamente di rosso e portano in testa un fazzoletto dello stesso colore. Le pellegrine di Filettino vestono con molta semplicità, coi busti di stoffa nera: costume semplicissimo, ma grazioso e pulito.

Ecco infine i «ciociari!» Uomini e donne del paese dei sandali. Vengono probabilmente da qualche villaggio vicino a Ferentino, forse da più lontano, dalle frontiere napoletane, dalle sponde del Liri o del Melfa. E' un paese di splendidi monti dall'aspetto selvaggio, che si stendono da Ferentino in su verso le province napoletane. Il popolo là porta le «ciocie», calzatura molto semplice che dà al paese il nome di «Ciociaria.» Trovai in uso questa calzatura anche prima di Anagni. Impossibile concepire una calzatura più primitiva, e si può anche dire più comoda di quella: ed io ho sinceramente invidiato ai ciociari le loro ciocie. Esse consistono in una semplice suola di cuoio di asino o di cavallo forata; si avvolgono intorno al piede e si fissano per mezzo di cordicelle passate attraverso ai buchi, in modo che il sandalo quasi lo fascia; la gamba poi è avviluppata sino al ginocchio da striscie di tela grigia. Così calzato il ciociaro si muove liberamente nei campi e sui monti, dove zappa la terra o conduce a pascolare le sue pecore e le sue capre, vestito del suo bigio mantello, o di una pelle di montone, con la piva appesa al fianco. Si vede subito che quei sandali sono classici. Diogene li avrebbe certo portati, se non fosse andato a piedi nudi, e Crisippo ed Epitetto li avrebbero potuti celebrare in un trattato sulla semplicità del saggio e sulla sua moderazione dei desideri. Quando questa calzatura è bene aggiustata e quando le striscie di tela sono ancora nuove, è bella a vedersi; ma, quando le ciocie e le striscie sono logore e vecchie, prende un aspetto povero e cencioso. E siccome in tale stato sono generalmente le ciocie di questa gente, così il popolo che le porta, appare molto miserabile ed il suo nome vien disprezzato e talvolta usato come una vera ingiuria. Un abitante di S. Vito, che mi faceva un giorno ammirare lo splendido panorama che si gode da quel paese, sorridendo con un certa aria di sprezzante superiorità mi diceva: «Guardate, signore, laggiù è la Ciociaria!»

I ciociari portano delle lunghe giacche d'un rosso acceso, e un cappello di feltro nero a punta, per lo più guarnito con una penna colorata, o con un nastro o con un fiore. Fra di essi, come del resto in tutta la campagna romana, moltissimi hanno i capelli biondi e gli occhi celesti. Portano i capelli molto corti sulla nuca, come i contadini prussiani, e ne lasciano invece cadere due lunghe ciocche sopra le tempie.

Mettiamo addosso al ciociaro un lacero mantello, o una pelle di montone bianca o nera, ed avremo completato il suo ritratto, ma per carità non diamogli in mano un fucile, altrimenti ci assalterà al passo di Ceprano gridando «Faccia in terra!» e con sorprendente destrezza vuoterà le nostre tasche.

Le donne portano esse pure i sandali, un abito corto colorato, un grembiule quadrato di lana, uno scialle bianco o rosso in testa, ed infine il busto che completa in tutto il Lazio ogni costume femminile. E' una specie di corsetto in tela, trapunto, duro come una sella, alto e sostenuto sulle spalle da strisce, esso fascia e sorregge il seno simile ad una corazza che custodisce la virtù, come un baluardo solido, ma largo tanto da poter servire da tasca.

La vigilia della festa, le comitive dei pellegrini diventano più numerose; a poco, a poco non si ode più che il canto melanconico delle processioni che man mano arrivano in paese e che si recano per le anguste vie alla chiesa. Giunti alla loro meta tutti sembrano aver dimenticato ogni stanchezza, l'esaltazione ed il fervore religioso anima i loro volti, si prosternano davanti alla chiesa, con le mani giunte intorno al bastone e col loro fardello ancora in testa, e ad alta voce cominciano a cantare le litanie; poi si rialzano gridando a squarciagola «Grazie, Maria!» e salgono con i ginocchi la gradinata. Qua e là si vedono delle donne baciare o leccare colla lingua il cammino percorso, spettacolo abbastanza ripugnante, ed il ricordo di Carlomagno, che salì esso pure in questo modo bigotto i gradini di S. Pietro, non vale a mitigare il disgusto.

Non mancano neppure, di quando in quando, delle scene orribili; ho visto un giorno, per esempio, un infelice che si trascinava con le mani e coi piedi; fu portato in chiesa dentro una coperta, mentre urlava come un lupo. Mi dissero che egli era colpito da quella malattia che nel Lazio è chiamata del lupomanaro. Un'altra volta ho visto una donna che è rimasta a lungo dinanzi alla cappella della Madonna urlando furiosamente: mi hanno narrato che era indemoniata.

I pellegrini si trascinano senza posa sui ginocchi per la navata laterale della chiesa e passando davanti alla cancellata cantano, pregano, e gridano a squarciagola: «Grazie, Maria!» e questo grido risuonava con tale spaventosa energia che il febbrile delirante fervore, da cui era ispirato, mi fece una profonda impressione.

I ceri ardono, la notte è discesa, i pilastri della chiesa gettano grandi ombre sul pavimento, lasciando alcune figure nella completa oscurità, mentre altre restano avvolte in una magica penombra ed altre ancora sono illuminate da riflessi di luce. I pellegrini, stanchi, giacciono, in pittoreschi gruppi, sul nudo terreno, attorno alle colonne, sui gradini degli altari davanti alla cappella; ed i vari costumi, le diverse età, l'espressione delle loro fisonomie formano un quadro vivente, che punge la curiosità ed invita alla riflessione. Intanto un frate agostiniano, seduto davanti ad un piccolo tavolo, vende indulgenze e riceve offerte per le messe, incassando con indifferenza il danaro del povero.

Davanti alla chiesa stanno altri gruppi seduti o distesi sulla nuda terra, mentre nuovi pellegrini arrivano ancora. Si succedono senza posa durante il giorno, e nella notte che precede la festa, e l'accento solenne dell'inno latino rompe il silenzio, mentre sulla piccola città sembra regnare una atmosfera di mistica e profonda melanconia. Eppure questo torrente che spinge tante migliaia di persone da lontani paesi verso la stessa meta, ha in sè qualche cosa di consolante, come qualunque manifestazione armoniosa dell'anima umana, anche nel dolore.

Le case del paese non bastano ad alloggiare tutti i pellegrini, e a tarda notte si vedono questi uomini, abituati ai disagi, distesi a gruppi sul selciato duro e disuguale. Se ne vedono nelle strade, in mezzo alle piazze, intorno alle fontane, offrendo, in proporzioni ridotte, lo spettacolo di una fermata notturna di un popolo migrante. Ma è un'antica legge celeste che piova, quando l'umanità si riunisce per solennizzare qualche festa, perchè non vi è maggior burlone del cielo, quando guarda di lassù il bizzarro agitarsi dei miseri mortali. I pellegrini si erano appena coricati alla meglio, quando cominciò a piovere. Allora avvenne una fuga generale in mezzo alla confusione ed ai lamenti, tutti in massa si precipitarono alla ricerca di un portone o di un tetto sporgente ove ripararsi. E quanti di quegli infelici, esausti dalla fatica, per miseria o per averne fatto il voto, rimasero digiuni!

La mattina dopo, la festa incomincia con la messa solenne e con una specie di vendita religiosa. All'entrata della chiesa vengono venduti gioielli d'oro, imagini sante, corone, ampolline della grossezza di un dito, contenenti olio delle lampade che ardono davanti al quadro della Madonna. La folla le acquista avidamente per un baiocco, quale rimedio infallibile contro tutte le infermità.

Nel pomeriggio, musica suonata da una banda sulla piazza, e poi l'inevitabile tombola o lotteria, ed alla sera fuochi artificiali. Quindi anche i pellegrini ballano allegramente sotto le piante del parco, ma la maggior parte preferiscono far ritorno alle lor case, appena recitate le preghiere ed offerti i loro doni. Si vedono ripartire cantando, in gruppi come quando sono venuti, tutti infiorati da quei mazzi di rose e garofani artificiali, che si vendono in tutte le feste pubbliche del mezzogiorno. Nel ritorno, giunti al punto da dove per l'ultima volta si può vedere Genazzano, s'inginocchiano, con le mani appoggiate ai loro bastoni e dicono in silenzio la preghiera d'addio. Tale scena, all'aria aperta mi è sembrata la più bella di tutte. Mi fermai con piacere ad osservare le belle donne che s'inginocchiavano con una mossa graziosa collo sguardo rivolto verso quel santuario da cui si congedavano portando nel cuore qualche consolazione.

Lasciamo noi pure Genazzano e rechiamoci a Paliano e ad Anagni.

* * *

Paliano, città di 3700 abitanti, è situato a circa sei miglia di distanza da Genazzano, su una collina rocciosa, ombreggiata da boschi e coltivata a vigne, isolata in mezzo alla campagna. Vi si arriva per una buona strada, attraverso a campi di granturco; alla sua sinistra si leva la gran piramide del monte Serrone, che imprime a tutta la contrada un carattere di grandiosità e di maestà.

Più comodo e più bello è il sentiero, praticabile anche a cavallo, che conduce in cima alla collina rocciosa. Lassù sorge la piccola e solida fortezza bianca, che fu una posizione importante un tempo, disputata spesso nelle guerre della Campagna romana e nelle lotte che i Colonna sostennero con i Papi. Alta e scoscesa non è difficile difenderla anche contro l'artiglieria. Ora è ridotta a prigione e contiene duecento galeotti, custoditi da una compagnia di cacciatori pontifici. La città si stende sotto al castello e lo circonda. Le strade e le piazze sono strette, le case nere e di miserabile aspetto, eccettuato qualche edificio che ha pretesa di palazzo; non vi ha altro movimento che quello dei contadini che si recano ai campi e ne ritornano.

Mi occuperò ora del palazzo dei Colonna, un ramo dei quali assunse il nome di Paliano e ne diventò poi il principale. E' un bell'edificio di tufo grigio, di forma quadrangolare, formato da due soli piani, ma vastissimo e collocato all'ingresso della città, sul fianco della collina, da dove si gode una vista stupenda. Lo stile, elegante, appartiene al principio del xvii secolo, ciò che dimostra che dovette essere restaurato in quel tempo.

Quando si conosce la storia degli illustri personaggi della famiglia Colonna, e si sa l'influenza da loro esercitata sulle vicende di Roma e d'Italia, non si può fare a meno di visitare con vivo interesse Paliano. Prima di entrarvi ricordiamo brevemente la storia dei più illustri tra i Colonna.

Non è molto che lo scrittore romano Antonio Coppi, ben noto come continuatore degli Annali del Muratori, ha pubblicate le sue Memorie Colonnesi (Roma, 1855), opera seria, piena di notizie importanti per la conoscenza della famiglia Colonna e di Roma nel medio evo. Quest'opera fornisce eccellente materiale agli studiosi, tolto dall'archivio dei Colonna. D. Vincenzo Colonna[1] pose a disposizione del Coppi questo archivio, come già lo aveva messo a disposizione di un altro storico della sua famiglia, il conte Litta di Milano. Fra i molti archivi delle famiglie nobili, che in Italia abbondano, quello dei Colonna occupa per importanza storica uno dei primi posti. Irrequieta, bellicosa ed ambiziosa, questa famiglia, sorta sui primordi del medio evo, riassume in sè la storia di Roma e dell'agro romano. Divenuta ricca con l'ingrandimento dei suoi dominî, non potè però mai, come altre famiglie anche meno antiche, soprattutto nell'Italia settentrionale, erigere un principato indipendente, perchè i suoi possessi erano nello stato del Papa; da ciò guerre interminabili con la Santa Sede ed una tendenza a parteggiare per gl'imperatori. La casa Colonna brillò assai più in guerra che nella pace, sebbene abbia dato alla Chiesa un papa, Martino V, che pose fine allo scisma, e molti cardinali. Poco coltivò le scienze e le lettere; in queste, più dei Colonna, brillarono alcuni papi stranieri e le loro famiglie, che è inutile qui ricordare. Appena, nella loro lunga storia, si trovano alcuni nomi che si riattacchino alle scienze, alle lettere ed alle arti: ricorderemo solo i rapporti del Petrarca col vecchio Stefano Colonna e coi suoi colti e valorosi figli, ed il nome dell'illustre poetessa Vittoria Colonna, contemporanea di quelle due bellissime donne, Giulia Gonzaga e Giovanna d'Aragona, che entrarono per matrimonio nella sua famiglia.

L'origine di questa famiglia è incerta: Sembra però che essa discenda da quei conti di Tuscolo, che erano potenti in Roma nel x secolo. Secondo questa ipotesi, il capostipite dei Colonna sarebbe il margravio Alberico, marito della famosa Marozia, morto nel 924, cinque discendenti del quale, quasi l'un dopo l'altro, occuparono il seggio di S. Pietro. Tuttavia il nome dei Colonna non appare la prima volta che ai primi del secolo xii, con Pietro Colonna, di cui ho parlato. In questo primo periodo noi li vediamo nominare già come signori di Zagarolo e di Monte Porzio. Siano o no i Colonna discesi veramente dall'antica casata dei conti di Tuscolo, scomparsi quando questa città fu distrutta dai Romani (1191), quello che è certo si è che essi vennero da quei monti e che a poco a poco estesero i loro dominî nella campagna romana, da Monte Fortino,[2] cioè dai monti Volsci, sino ai monti Equi ed Ernici e sino alla Sabina. Palestrina fu la loro sede principale, e tutti i paesi circostanti passarono sotto la loro giurisdizione.

Nel secolo xiii cominciò la loro potenza e la loro grande influenza in Roma, dove già da molto tempo possedevano un palazzo presso la chiesa dei Santi Apostoli, nella regione di Via Lata. Cardinali di questa famiglia ebbero parti importanti in questo secolo, e la storia degli Hohenstaufen ricorda spesso i Colonna come ardenti ghibellini in Roma. Chi ignora la parte da essi avuta nella caduta di Bonifacio VIII?

Nel xiv secolo, durante l'esilio dei papi ad Avignone, lottarono senza tregua per la signoria su Roma coi potenti Orsini, che d'allora in poi, furono loro costanti nemici ed amici dei papi. Rifulse in questo periodo, quale capo della casa, il vecchio Stefano Colonna. A lui Petrarca indirizzò sonetti ed epistole.

Fu in questo secolo che si separarono i due rami di Palestrina e di Paliano.

Nel secolo xv crebbe ancora la potenza della casa, prima per i grandi favori di Ladislao re di Napoli e di Giovanna II, e poi per l'elezione a papa di Ottone Colonna, sotto il nome di Martino V. I Colonna ottennero dunque molti feudi nel reame di Napoli, principalmente il ducato dei Marsi (da cui presero il titolo di: Marsorum dux), la contea di Celano e quarantaquattro villaggi e castelli.

Ai tempi di Sisto IV vennero in guerra con la Santa Sede; Girolamo Riario, nipote del papa, assediò Paliano, ma l'assedio fu tolto in seguito alla morte improvvisa del pontefice. Del pari guerreggiarono con Alessandro VI, e durante quegli anni la campagna romana fu quasi sempre desolata dalle armi. Fu il ramo di Paliano che in questo periodo diede gli uomini più illustri della famiglia. Ricorderò solo Fabrizio, primo connestabile della casa, e i suoi due figli, Ascanio (1522-1553), marito di Giovanna d'Aragona, e Vittoria, moglie del marchese di Pescara, Ferdinando d'Avalos. Marcantonio, figlio di Ascanio, rinomato come uno dei vincitori della battaglia di Lepanto. Nessuno poi ignora quale parte ebbe prima di ciò Pompeo Colonna nelle disgrazie di Clemente VII e nel sacco di Roma.

Verso la metà del secolo xvi i Colonna furon minacciati da un grave disastro: venuti in dissidio con Paolo IV, furon da questo papa, di natura irritabile, spodestati di tutti i loro dominî, come già lo erano stati da Bonifacio VIII. Il pontefice eresse Paliano in ducato e lo donò a suo nipote Giovanni Caraffa. Marcantonio, capo della casa Colonna, si difese e, con l'aiuto del duca d'Alba, percorse la campagna romana per riconquistare i suoi possessi: da ciò ebbe origine la famosa guerra fra Paolo IV ed il re di Spagna, conosciuta sotto il nome di «Guerra della Campagna». Essa terminò nel 1557 con la pace di Cave (presso Genazzano), negoziata fra il duca d'Alba e il cardinale Carlo Caraffa. Solo dopo la morte di Paolo IV però, Marcantonio potè rientrare nel possesso de' suoi beni; tutti coloro che se ne erano impossessati fecero un'orribile fine. Giovanni, duca di Paliano, fu decapitato a Roma nella Torre di Nona, e il cardinale Caraffa fu strangolato in Castel Sant'Angelo.

Marcantonio può ritenersi come l'ultimo dei Colonna potenti: egli morì a Paliano nel 1584. Dopo di lui le cose cambiarono; i baroni cessarono di guerreggiare col papato ed i loro beni cominciarono ad assottigliarsi a poco a poco, per le vendite a cui furono costretti dai debiti. La gloria di Lepanto era costata loro ben cara; mi diceva Don Vincenzo Colonna, che Marcantonio contribuì a questa guerra con un milione, e che d'allora in poi la famiglia non si era mai più rialzata. Fin dal 1622 vendettero gli antichi possedimenti di Colonna e di Zagarolo, e nel 1630 dovettero vendere Palestrina, ora in possesso dei Barberini. La famiglia venne man mano declinando e per sempre: il ramo di Paliano esiste ancora; il suo capo attualmente è Giovanni Andrea, marito d'Isabella Alvarez di Toledo, ma si è trasferito da Roma a Napoli, residenza abituale dei Colonna. La maggior parte dei loro feudi è pure nel regno di Napoli, avendo Filippo III Colonna (morto nel 1818) posseduto colà sessantadue feudi, ventisette negli Stati della Chiesa ed otto in Sicilia, con 149,403 vassalli. I feudi nello Stato pontificio erano: Anticoli, Arnara, Castro, Cave, Ceccano, Collepardo, Falvaterra, Genazzano, Giuliano, Marino, Morolo, Paliano, Patrica, Piglio, Pofi, Ripi, Rocca di Papa, San Lorenzo, Santo Stefano, Sgurgola, Serrone, Sonnino, Supino, Trivigliano, Vallecorsa e Vico.

I feudi erano maggioraschi e per la maggior parte vincolati a fidecommesso, secondo le leggi locali. Ma la rivoluzione francese venne a mutare i sistemi: nel reame di Napoli la legislazione feudale fu abolita nel 1806, in Sicilia nel 1812, e negli Stati della Chiesa la maggior parte dei baroni vi rinunziò nel 1816, seguendo l'esempio del principe Colonna. A Napoli i fidecommessi vennero aboliti in parte nel 1807 e totalmente nel 1809; in Sicilia invece erano ancora in vigore alla morte di Filippo III (ma disparvero qualche settimana più tardi, il 2 agosto 1818); nello Stato Pontificio sono tuttora in vigore. La successione di Filippo fu perciò regolata da leggi diverse e l'asse ereditario è stato diviso in più parti.

Filippo, discendente diretto di Marcantonio, lasciò solo tre figlie: Maria (maritata a Giulio Lante della Rovere), Margherita (maritata a Giulio Cesare Rospigliosi) e Vittoria (maritata a Francesco Barberini); la nobile stirpe fu continuata da suo fratello Fabrizio.

Queste sono le notizie che ho creduto utile dare al lettore, prima d'introdurlo nel castello di Paliano. Ma questo castello, che brillava una volta per il suo lusso e la sua magnificenza, non è più oggi, come tanti e tanti altri palazzi baronali italiani, che un luogo deserto e silenzioso, dove un custode brontolone vi fa da guida, additando le nude pareti e lamentandosi che siano scomparse le belle collezioni d'armi della famiglia, trofei di tante battaglie, e che i quadri preziosi siano stati venduti o portati altrove.

Però mi piace visitare questi antichi castelli nobiliari, in cui gli alberi genealogici, anneriti dalla polvere e dal fumo, pendono ancora dalle pareti, quasi piante disseccate, ed in cui le tappezzerie ciondolano dai muri non meno lacere dei diplomi feudali, che il vassallo ha finalmente fatto a pezzi. Quasi spettri, vi si vedono i ritratti di una lunga serie di antenati, anneriti dal tempo nelle loro massicce cornici dorate: essi evocano il ricordo di tutto un lontano passato scomparso. Vi sono ritratti di guerrieri, di cardinali, di belle gentildonne, di cui i colli alla Maria Stuarda ci fanno conoscere il secolo in cui vissero. Veramente ne trovai pochi a Paliano, appena una trentina di ritratti, intorno ai quali il guardiano non seppe darmi alcuna informazione. La sua testa era ancora più vuota, più disordinata del palazzo dei suoi padroni, e tutti i ricordi del passato erano completamente sfumati nella coscienza di questo essere moderno. Quanto avrei dato per sapere il nome di quella bella donna pallida, dagli occhi nerissimi, vestita di un abito di velluto rosso! Eppure non domandavo che un nome! Era forse Felice Orsini, o Lucrezia Tomacelli, o Diana Paleotti? Oppure era quella stessa infelice duchessa di Paliano, di cui la tragica fine fu uno dei più strani romanzi del suo tempo? Essa però non fu uccisa in questo palazzo, ma in un altro castello di suo marito.

Nella piccola galleria non manca neppure il ritratto di un astrologo, che ci siamo abituati a considerare quale spiritus familiaris di ogni nobile castello antico; un vecchio dalla barba lunga e bianca, con un'ampia veste di velluto. Il suo abbigliamento è in armonia con i mobili massicci e severi di quei palazzi medioevali, dove i nostri abiti alla francese ed i nostri candidi guanti sembrano eccessivamente ridicoli. L'astrologo di Paliano era, secondo l'iscrizione, Nicolaus Colinus de Paliano, astrologus insignis.

Nelle altre sale, alle pareti sono appesi panorami e piante di molte città, quali Madrid, Parigi, Venezia, Firenze e Genova.

Le sale sono di mezzana ampiezza e sembrano stanze di una casa di campagna, se si paragonano alla principesca sala di ricevimento che si ammira nel palazzo Colonna a Roma.

Presso il castello sorge la chiesa di S. Andrea, cappella gentilizia e tomba dei Colonna del ramo di Paliano, un elegante edificio di modeste proporzioni. Filippo I (1578-1639) vi raccolse le ceneri de' suoi antenati, sparse in luoghi diversi, e vi fece costruire per sè e la sua famiglia la cripta sotterranea. Scesi a visitarla e rimasi stupito di trovarla priva di ogni ornamento; le pareti della sala, di forma circolare, abbastanza ampia, sono intonacate di bianco e perfettamente nude; non v'è nè un sarcofago, nè un monumento in marmo, e non vi si vedono intorno che delle iscrizioni, i cui caratteri uniformi appartengono al secolo xvii. Vi si leggono gli epitaffi di Marcantonio e della moglie Felice Orsini, di Ascanio e di Giovanna d'Aragona, suoi genitori; di Fabrizio e di Agnese di Montefeltro, suoi avi. Non so se la più bella donna d'Italia, Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna, si trovi sepolta a Paliano, nè sono riuscito a sapere se vi sia la tomba della famosa Vittoria. Nel suo testamento ordinò di esser tumulata nel monastero dove sarebbe venuta a morire; ella fece anche un legato per le monache di S. Anna dei Falegnami, che l'avevano assistita durante la sua ultima malattia, e lo stesso testamento fu dettato al letto della morente il 15 febbraio 1547, nell'antico palazzo de' Cesarini, presso l'Argentina. E' quindi molto probabile che ella sia stata sepolta nel vicino monastero di S. Anna.[3]

Da Paliano non v'è strada carrozzabile che porti ad Anagni, distante sei miglia, giacchè infatti questo paese non ha che una sola porta, che si apre davanti a Genazzano, e chi arriva dal lato opposto, è costretto a fare il giro delle antiche mura. Un sentiero tortuoso, praticabile a cavallo, ma spesso ripido e scosceso per essere scavato nella roccia calcare, che lo rende molto sdrucciolevole, conduce ad Anagni attraverso la campagna deserta.

Ho fatto questa strada a cavallo, insieme con un contadino della campagna romana, che avevo preso per guida, in una splendida giornata di settembre, che rimarrà sempre fra le più belle delle peregrinazioni da me fatte per la Saturnia tellus, tanto la vista di quelle contrade selvagge e di quei monti maestosi era superba. La collina di Paliano scende dolcemente verso il fiume, mentre dalle altre parti cade a picco; essa è interamente coltivata a viti; sulla cresta, che noi seguivamo, crescono folti cespugli di lentisco, fragole e mirto, ciò che mi ha sorpreso, perchè il mirto preferisce di solito le coste e l'aria marina. Sulla collina miseri coloni abitano in capanne di paglia a forma di cono, come se ne vedono per tutta la campagna romana.

Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero, che sorge solitario fra verdi boschi di elci, castagni ed olmi: si chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per l'unico ed angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in fondo, si trova una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la collina di Paliano e quella di Anagni. Qua e là si vedono disperse delle solitarie fattorie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente che taglia il sentiero. Il paesaggio è animato da mandre di vacche e di pecore, ed il pifferaro che scende a Roma nella notte di Natale, appare qui nel suo stato naturale, e si odono gli strani accenti della cornamusa che il pastore suona, seguendo passo, passo il suo gregge, che si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente gli offre.

Verso la fine di settembre i greggi di pecore discendono dai monti circostanti e si spandono, per passarvi l'inverno, nella pianura, arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato appunto uno che si dirigeva verso Roma: era così numeroso che ingombrava alla lettera tutta la strada, ed era diretto e sorvegliato da grossi cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che fossero circa 3000 pecore, ma un pastore mi disse che erano quasi 5000 capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati delle pecore e degli agnelli empivano l'aria dei mansueti lamenti che risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.

Intanto ci avviciniamo ad Anagni e ci troviamo ai piedi della collina, su cui sorge superba l'antichissima metropoli degli Ernici. Dinanzi a noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in cima lo stemma della città: un leone sul cui dorso un'aquila affonda gli artigli.

Anagni mi ha sorpreso: abituato alle strade strette dei villaggi della campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello stile sfarzoso del xvii secolo e che danno al paese l'impronta di una certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sorprese ed io non riuscii a spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.

Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da palazzi; delle case di semplice aspetto chiudono il terzo lato, un parapetto di pietre cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tortuosamente la via Latina che parte da Valmontone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno alla sua collina e passando per Ferentino e Frosinone, giunge alle sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato minutamente tutta l'Italia, dalle Alpi sino al mare Jonio e al mare Africano. Si scorge la catena dei monti Volsci, i cui pendii illuminati dal sole si vedono così distintamente da poter contare le finestre dei villaggi che vi sono sparsi; ovunque si scorgono le città dei Volsci, che sono schierate lungo i monti: Montefortino, la gloriosa Segni, Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là, Morolo, Supino, Patrica, dietro la quale a forma di piramide si leva azzurro e maestoso il monte Cacume; e più lontano ancora le cime seguono le cime, poi altri paesi: qua Ferentino, dietro ad una collina Frosinone di cui si vede anche il castello, Arnara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura, coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza. Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza sforzo alcuno l'occhio abbraccia la maggior parte del Lazio.

Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della piazza, e soltanto allora si comprende la posizione di Anagni. La collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce. La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione selvaggia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello, che prende nome dalla vicina altura.

Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce più che Anagni sia stata nel medio evo preferita da tanti papi come luogo di rifugio e di villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campagna, posta su di un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte mura la fanno un forte baluardo.

Del resto la città deve la sua importanza storica soltanto al medio evo. Sebbene sia stata capoluogo degli Ernici, forte tribù del Lazio, essa non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata da questi soggiogata, rimase sempre una piccola città sottomessa. Anche oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono avanzi di mura ed a nord della città una fila di archi giganteschi che si appoggiano sull'erta scoscesa della collina. Questo caratteristico monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esistono più tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche, come se ne vedono a Ferentino ed a Segni.

Solo verso la fine del xiii secolo Anagni acquistò importanza, avendo avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quattro de' suoi cittadini ascendere al seggio pontificio. Il primo fu Innocenzo III, Conti (1198-1216), il secondo Gregorio IX, Conti (1227-1241), poi Alessandro IV, Conti (1259-1261), ed infine Bonifacio VIII, Gaetani (1294-1303).

Anche prima però la città era preferita da papi; sin da quando Roma si era ordinata a governo repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare, l'unico inglese che abbia portato la tiara, sottraendosi alle pressioni del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si rifugiarono l'illustre suo successore Alessandro III ed il successore di questi, non meno famoso, Lucio III.

La città ritrasse molto vantaggio dall'aver dato, in sì breve intervallo, quattro papi alla Chiesa; si arricchì, così, di monumenti e di palazzi in stile gotico-romano, stile che prevalse fino al xv secolo in molte parti d'Italia. Anche a Genazzano abbiamo trovato siffatte costruzioni gotiche; poche ne rimangono in Anagni, se si eccettua la cattedrale, lo stupendo palazzo municipale e la casa Gigli.

Il palazzo municipale ha un imponente porticato, che sorregge un solo piano. La strada passa sotto a quei portici come attraverso ad una porta. Sulla facciata si vedono, scolpiti nella pietra, stemmi del medio evo; in mezzo ad essi vi è il busto di un capitano della città, della casa della Rovere, appartenente al xv secolo. Nella facciata posteriore del palazzo sono notevoli gli ornati architettonici del cornicione e le sue finestre, adorne di colonnette di stile moresco, simili a quelle che si vedono a Rovello, sopra Amalfi.

Il palazzo municipale si è salvato dalla rovina medioevale, ed è qui, con la casa Gigli, il principale monumento del passato. La casa Gigli, un piccolo fabbricato che appartiene certamente al secolo xiv, mi ha ricordato le case di Palermo: essa è quadrata, con un tetto piatto ed un portico. Questo consiste in due arcate rotonde sostenute, al punto in cui si riuniscono, da una sola colonna; sotto di esso si trova una scala esterna di pietra, che porta nell'interno; questa architettura è ripetuta nell'unica finestra, del pari ad arco tondo, con una colonnetta nel mezzo. Sugli archi corre una piccola cornice ondulata, semplice ed armoniosa; sopra il tetto sono vasi di fiori che danno all'edificio un carattere grazioso e tutto meridionale.

Dopo aver visitato questa casa, mi son seduto sopra un banco di pietra che stava lì di fronte e mi sono accinto a farne uno schizzo nel mio album: sono stato subito circondato da molti cittadini, e nel vederli soddisfatti di ciò che stavo facendo, ho compreso che quel monumento del passato ispirava loro un sentimento di orgoglio patriottico. Si son lagnati però meco amaramente di quei quattro papi, loro compatriotti, che sì poco avevano fatto per la loro città natale, non provvedendola neppure di un acquedotto. E' questo veramente per gli abitanti di Anagni un grave danno: essi non hanno altr'acqua da bere che quella delle cisterne, che mi è parsa molto cattiva; e d'altra parte non sarebbe possibile costruire un acquedotto senza enormi spese, perchè bisognerebbe portarvi l'acqua da monte Acuto, facendole attraversare una larga valle. «E' vero, dicevano quelli, sarebbe occorsa una grave spesa; ma pensate che sono stati quattro i papi, e se avessero dato qualche cosa per uomo l'opera sarebbe stata compiuta».

Il duomo di Anagni è costruito sul punto più alto della collina, presso la porta di Ferentino, in mezzo a molti altri edifici, in modo che la sua facciata ed il suo campanile isolato non producono quasi nessun effetto. Questa chiesa è una delle più antiche del Lazio, più antica anche della maggior parte delle cattedrali degli Stati della Chiesa, rimontando ai tempi della prima crociata. La fece edificare nel 1074 Pietro, vescovo della città, della stirpe dei principi longobardi di Salerno, il quale prese parte alla prima crociata come compagno d'armi di Boemondo, principe di Taranto. Sulla porta principale del duomo si legge, scolpita nella pietra, la seguente iscrizione:

QUISQUIS AD HOC TEMPLUM TENDIS VENERABILE GRESSUM
MOX CONDITOREM CUNCTORUM NOSCE BONORUM
CONDIDIT HOC PETRUS MAGNO CONAMINE PRAESUL
QUEM GENUIT TELLUS NOBIS DEDIT ALTA SALERNUS
SIC MISERERE SIBI SUPERI PATRIS UNICE FILI.

La forma dei caratteri di questa iscrizione appare moderna: è forse del secolo xvi, ma lo spirito e l'espressione appartengono certo al tempo in cui la cattedrale fu innalzata.

Quantunque più volte restaurata dai vescovi della città, la cattedrale ha conservato il suo carattere primitivo, gotico-romano. La facciata è di architettura rozza: termina con un frontone pesante, a forma di triangolo, di cui l'angolo superiore è ottuso e la base è formata da una semplice cornice. Nel centro si apre una finestra circolare, senza ornamenti, ed al disotto di questa un'altra finestra grande e quadrata, aperta molto probabilmente in un'epoca posteriore. La porta, ve n'è una sola, ha una cornice d'un gusto mediocre, formata di strisce di pietra ornate di teste di leoni e di tori, rozzo lavoro del medio evo.

Da un sol lato della porta, senza simmetria e senza ragione alcuna di essere, sorgono due pilastri con capitelli, incastrati nel muro. Ai disopra v'è un arco di pietra adorno di semplici arabeschi.

Tutto l'edificio è costruito col tufo calcareo bruno, fornito dalle montagne vicine. Si vede facilmente che la facciata ha conservato nelle linee generali la sua forma primitiva, ma che è stata in seguito restaurata alla men peggio, per necessità.

All'interno il duomo è vasto e bello, non a forma di basilica, bensì costruito in quello stile semigotico, di cui in Roma porge esempio la chiesa di S. Maria sopra Minerva. Ha tre grandi navate ed un coro a volta alto, in forma di croce; il pavimento, in mosaico, fu eseguito nel 1226, dal celebre Cosma, romano, a spese del vescovo Alberto e del canonico Rinaldo Conti, che salì più tardi sul seggio papale col nome di Alessandro IV.

Dal coro si discende nella cripta sotterranea, veramente bella e degna di una descrizione minuta. Consiste in una volta non molto alta, sorretta da colonne; tanto la volta che il pavimento sono decorati di mosaici colorati, mentre le pareti sono interamente ricoperte di antichi affreschi, disgraziatamente molto sciupati ed in certi punti addirittura irriconoscibili. Si nota subito che essi appartengono ad epoche diverse, perchè, mentre alcuni dei soggetti biblici che vi sono rappresentati sono di un rozzo stile bizantino, altri presentano i caratteri di un'arte più avanzata, e vi sono pure alcune belle e graziose figure, particolarmente quelle dell'adorazione della Croce, che sembrano dell'epoca di Cimabue.

In questa cripta è la tomba di S. Magno, patrono della cattedrale, ed un'antica iscrizione ci fa sapere che nel 1231 lo stesso maestro Cosma fu incaricato di rinnovare la tomba del martire. Così questa famiglia di artisti, che ha arricchito Roma di tante opere preziose, recava pure il suo artistico tributo nei paesi della campagna romana.

Anche nella cappella del coro, nella navata posteriore, esiste un monumento eseguito dai Cosmati, un antico tabernacolo gotico, poggiato sopra un sarcofago di marmo, la cui forma ricorda a prima vista la tomba del vescovo Consalvo, eretta nel 1298 da Giovanni, figlio di Cosma, in S. Maria Maggiore di Roma. Non v'è dubbio che anche questo tabernacolo sia opera sua, ed anteriore solo di quattro anni, perchè l'iscrizione dice:

IN ISTO TUMULO REQUIESCUNT OSSA D. PETRI EPISCOPI
QUI NUTRIVIT D. BONIFACIUM PAP. VIII. ITEM SUBTUS
OSSA D. GOFFREDI CAJETANI COMITIS CASERTANI.
ITEM OSSA D. JACOBI CAJETANI HIC RECONDITA KAL. AUGUSTI
ANNO D. MCCXCIIII.

Sul sarcofago semplicissimo, che racchiude le ossa di questi membri della famiglia Gaetani, si scorgono le loro armi, ma senza l'aquila, componendosi lo stemma dei Gaetani ordinariamente di uno scudo diviso in due campi, in uno dei quali sono due strisce serpeggianti, nell'altro un'aquila.

Nella stessa cappella del coro v'è anche un'altra antichità degna di nota, cioè una antica e bella imagine della Madonna, sotto la quale sta la seguente iscrizione:

HOC OPUS FIERI FECIT DON RAYNALD. PRESBYTER
ET CLERICUS ISTIUS ECCLESIAE.
ANNO DNI M.CCCXXII. MENSE MADII

Fu dunque un dono fatto dal Conti, quegli che poi fu Alessandro IV.

Pochi altri ricordi di quei papi di Anagni rimangono in questa cattedrale. Primi fra questi gli abiti pontificali d'Innocenzo III e di Bonifacio VIII, conservati in un armadio della sagrestia. La pianeta d'Innocenzo è d'una stoffa turchina, con ricchi e pesanti ricami d'oro, e vi sono tessute figure che rappresentano soggetti del Nuovo Testamento, eseguite con una tale perfezione che si direbbero copie di quadri di Giotto o di frate Angelico da Fiesole, anzichè ad un'epoca anteriore. Assai più rozzo come lavoro è il pesante piviale di Bonifacio, ricamato ad aquile e leoni.

Oltre a questi tesori, il sagrestano mi ha fatto vedere delle antiche mitre vescovili e dei bastoni pastorali che per le loro bizzarre ed insolite forme meritano l'attenzione degli antiquari.

Invano ho cercato busti o ritratti di quei papi: non ve ne sono. Soltanto nel muro esterno della chiesa, in una nicchia o tabernacolo, posta sotto il cornicione, è seduta sul trono la marmorea figura di un papa. Mi fu detto che quell'informe statua, che pare un idolo, rappresenta Bonifacio VIII.

In tempi posteriori furon collocati nel coro del duomo i busti dei quattro papi, dipinti su tela a forma di grandi medaglioni, che ora si trovano appesi, ondeggianti all'aria, nelle due gallerie del coro stesso; è questa un'idea bizzarra che deve risalire al secolo xvii, e forse anche al xviii.

Prima di lasciare la cattedrale per recarci al palazzo di Bonifacio VIII, voglio ricordare alcune scene di cui essa fu teatro, scene molto interessanti per noi tedeschi, poichè esse si collegano alla storia della Germania, giacchè il duomo di Anagni ha avuto grandi rapporti con la casa degli Hohenstaufen. Fu davanti al suo altare che Alessandro III, nel giovedì santo del 1160, maledì il grande imperatore Barbarossa; fu lì che Innocenzo III lesse la bolla che scomunicava Federigo II; e fu lì finalmente che Alessandro IV lanciò l'anatema contro il giovane eroe Manfredi. Scene barbare e selvagge del medio evo, scomparse da gran tempo, al pari dello splendore del nostro grande impero e del prestigio del papato stesso.

L'ultimo papa di Anagni fu Bonifacio VIII, della famiglia Gaetani. Chi ignora la sua prigionia nello stesso suo palazzo, e la tragica fine che seguì immediatamente la sua liberazione?

Nel 1294 la sorte aveva strappato l'eremita Pietro da Morone dalla sua profonda solitudine del monte Majella, per innalzarlo al seggio papale. L'eremita, debole ed inetto, aveva preso dimora a Napoli, divenendo lo strumento cieco di re Carlo. Intanto l'ambizioso e risoluto cardinale Benedetto Gaetani di Anagni, aspirava alla tiara pontificia. Pietro, o meglio Celestino V, decise di abdicare, e così fece, cinque mesi appena dopo la sua elezione, fuggendo quindi subito nella sua solitudine. Ma non appena il Gaetani fu eletto papa col nome di Bonifacio VIII, fece arrestare il fuggiasco, lo portò nel suo palazzo di Anagni e da questo poi lo relegò nel vicino castello di Fumone, dove l'infelice eremita finì i suoi giorni.

Bonifacio non aveva dimenticato che i due cardinali della casa Colonna, Jacopo e Pietro, avevano osteggiato la sua elezione, e giurò di umiliare questa potente famiglia. Nel 1297 la ruppe con essa per motivi o pretesti che non importa qui riferire. Ne seguì una crociata del papa contro i Colonna; essi fuggirono dinanzi al suo sdegno; i due cardinali, privati della porpora, si ritirarono a Rieti e Sciarra Colonna, allora capo della famiglia, si recò in Francia, dove Filippo il Bello lo accolse con piacere, poichè egli era in guerra con Bonifacio VIII, che lo aveva scomunicato e dichiarato decaduto dal trono. Egli decise con Sciarra di sorprendere Bonifacio in Anagni, dove si trovava nell'estate del 1303, e di farlo prigioniero; a questo scopo Sciarra si unì a Guglielmo di Nogaret, che godeva la fiducia del sovrano. Furono radunati segretamente trecento cavalieri e maggior numero di fanti, e dopo che Nogaret si fu accampato a Ferentino, con alcune truppe pronte ad ogni evento, Sciarra, nella notte del 7 settembre, uscì dal vicino borgo di Sgurgola. I ghibellini di Anagni, che erano del complotto, gli aprirono le porte; egli assalì il palazzo Gaetani e penetrò nelle stanze del papa. Bonifacio oppose alle violenze sofferte un'eroica dignità. Rimase per tre giorni prigioniero di Sciarra e di Nogaret che lo minacciarono di morte, intimandogli di scendere dal trono papale come egli aveva costretto a scenderne l'infelice Celestino. Intanto il cardinale Luca Fiesco incitava gli abitanti di Anagni a liberare il papa, loro concittadino, dalle mani di quella turba furibonda. Il popolo diè di piglio alle armi e cacciò gl'invasori dal palazzo. Poi ricondusse a Roma il papa liberato, che vi morì l'11 ottobre per l'ingiuria patita e per la rabbia.

I cardinali suoi concittadini, membri della Curia, avevano tradito Bonifacio. Quando poi fu eletto a suo successore Benedetto XI, questi lanciò una bolla contro coloro che avevano perseguitato Bonifacio, ed ebbe ad esclamare: «La stessa sua patria non lo protesse; il suo palazzo non gli servì di asilo; la più alta dignità della Chiesa è stata insultata; la Chiesa ed il suo Sposo sono stati avvinti dalle catene. Quale luogo potrà d'ora innanzi offrire sicurezza? Quale asilo resta ancora inviolabile, se lo stesso papa di Roma è stato offeso nel suo? Delitto abbominevole, sacrilegio inaudito! Guai a te, Anagni, che hai lasciato compiere un tale misfatto fra le tue mura! Non cada più sopra te nè rugiada, nè pioggia, cada invece sugli altri monti, e l'una e l'altra sfugga te che hai assistito alla caduta dell'eroe senza impedirla, ed hai tollerato gli fosse fatta violenza!».

La maledizione di Benedetto XI non pesa più oggi sopra la città di Anagni; ma nell'anno 1616 gli abitanti superstiziosi si credevano ancora sotto l'influsso di quelle terribili parole. Allorchè in quel tempo il famoso viaggiatore Leandro di Bologna visitò la città, la trovò un mucchio di macerie e lo stesso palazzo dei Gaetani in rovina; la tremenda guerra della campagna romana, condotta dal duca d'Alba, aveva devastato tutta la contrada, e gli abitanti di Anagni, ridotti alla miseria, narrarono al bolognese, piangendo, che dal giorno in cui Bonifacio era stato tradito fra le loro mura, erano stati oggetto di continue calamità.

Ho cercato in Anagni il luogo dove si svolse questo dramma, che pose fine, con Bonifacio VIII, alla potenza universale del papato, fondata da Gregorio VII: ma il palazzo Gaetani è stato distrutto da molto tempo, e quello a cui ora gli abitanti di Anagni danno tal nome, è un edificio moderno del marchese Traetti, che sorge sulle fondamenta di quello stesso palazzo, sul margine della collina, non lontano dal duomo, col quale mi fu detto che l'antico palazzo avesse comunicazione. Nel cortile esistono ancora antiche mura della residenza di Bonifacio VIII, e dietro l'attuale edifizio sono le rovine grandiose di un'antica loggia, di cui rimangono ancora tre grandi archi, appoggiati alla collina. Ai piedi di questa sorge una grande muraglia di antica costruzione, che mi si è detto essere un avanzo delle stalle di Bonifacio VIII.

Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha maggior diritto alla nostra attenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo paesaggio che si stendeva dinanzi ai miei occhi dimenticai subito la storia di Bonifacio. Di lassù si scorge una selvaggia regione sassosa, di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di costruzione moderna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e selvaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. «È Fumone!» mi disse una donna che passava; e soggiunse con disprezzo: «Quando Fumone fuma la campagna trema». Non avendo compreso questo proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe rispondere che questo: «Guardate, guardate come è misero! Là vi si muore sempre di fame!».[4] Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V, l'unico Papa che abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo, quanto tutto il medio evo.

Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per caso lo rivolsi su un giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse accaduto: questa scena mi ha ricordato quell'altra ridicola di Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.

Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in Anagni, e possiamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poichè dopo di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378, allorquando, dopo l'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi avversari del partito romano, vi si rifugiarono per eleggervi un antipapa dando origine al grande scisma, e nel 1556, allorquando i soldati del duca d'Alba la distrussero durante la guerra della campagna.

Questa rovina spiega il suo aspetto moderno. Ora è una città morta di 6000 abitanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle loro famiglie patrizie. Fra queste se ne contano ancora dodici, le cosiddette dodici stelle di Anagni, ed ancora esistono quelle dei Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono aggiunte a queste, fra le quali mi è grato ricordare la gentil famiglia degli Ambrogi.


I MONTI ERNICI
(1858)


I monti Ernici.
(1858).

Vi sono nella campagna romana alcuni luoghi speciali che per la loro antichità, o per la bellezza dei dintorni, o per le qualità caratteristiche delle popolazioni, o per i monumenti, invitano il forestiero a visitarli. La regione di cui mi accingo a parlare è appunto uno di questi luoghi, e appartiene alla Legazione di Frosinone, stendendosi sopra il fiume Sacco, sulle pendici dell'Appennino. Le principali città di questa regione, degli antichi Ernici, sono Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli e Frosinone, paesi tutti più antichi di Roma, le cui origini risalgono ai tempi favolosi di Saturno ed a quelli dei Ciclopi.

Era mio proposito visitare non solo le città, ma arrampicarmi anche su per i monti, per vedere la bella e famosa Certosa di Trisulti, e nelle sue vicinanze la rinomata grotta di Collepardo, nonchè lo strano pozzo nelle rocce di Santulla, a forma d'imbuto, detto «Fonte d'Italia», del quale molti parlano ma pochi si recano a visitare.

A cavallo, in compagnia di un bravo campagnolo, certo Francesco Romano, che avevo preso meco come guida e come servo, lasciai Anagni prendendo un'amenissima via.

Scendendo la collina su cui sorge Anagni, ad una distanza di circa otto miglia, si scorge Ferentino, che si presenta come un paese di una certa importanza, collocato in cima all'ampia ed estesa vetta, di un colle le cui pendici sono verdeggianti di vigneti e di giardini, mentre sulla cima sorgono pittorescamente nere torri medioevali, chiese e conventi. La via Latina sarebbe molto monotona sino a Ferentino se non fosse animata dal continuo passaggio dei Ciociari, e qui se ne incontrano molti, perchè la via Latina serve pel trasporto a Roma non solo dei prodotti di queste contrade, ma anche di quelle dei confini napoletani, e gli Arpinati, compatrioti di Cicerone e di Mario, son soliti portare il loro bestiame al mercato della città eterna.

Incontrai molte comitive di gente di quei paesi e file di carri pesanti e grossolani, con due enormi ruote, detti barocci, tirati da buoi bianchi, dalle corna lunghissime. Alcuni di questi barocci erano carichi di sacchi di grano, altri di lana, la maggior parte però portavano ceste di polli. I campagnoli che li conducevano facevano veramente una splendida figura coi loro cappelli a punta, le lunghe giubbe rosse ed i sandali di rozzo cuoio.

Quando giunsi a Ferentino speravo nella gentilezza di una famiglia del paese per la quale mi avevano dato una commissione. Un giovane di mia conoscenza, impiegato nel tribunale di un paese della Sabina, dove mi ero trattenuto a lungo, aveva la sua fidanzata a Ferentino, e siccome questa tenera relazione si era da qualche tempo raffreddata, egli desiderava riannodarla e non avendo potuto accompagnarmi nella mia gita, come sarebbe stato suo desiderio, mi aveva pregato di far la parte di Galeotto, o meglio di messaggero d'amore, cosa a cui mi ero volontieri prestato. Mi aveva dunque consegnato una epistola elegantemente scritta per la sua bella, raccomandandomi di non consegnarla all'amica in presenza di suo fratello prete, ma con ogni segretezza. Appena sceso all'albergo, mi recai alla casa indicatami: la bella e graziosa fanciulla stava appunto alla finestra. Salii le scale e trovandomi solo con lei nella prima stanza, senza scorgere l'ombra di un prete, le feci prima di tutto i saluti dell'amico nella miglior forma possibile, poi tirai fuori la lettera e gliela consegnai. La poveretta era visibilmente imbarazzata: prese la lettera, e divenuta pallida, poi rossa, senza dire una parola, entrò nella stanza vicina e di lì a poco riapparve pregandomi di entrare. Appena entrato mi trovai di fronte al prete, che stava coricato in un letto tutt'altro che pulito: egli aveva in mano la lettera d'amore, che stava leggendo attentamente.

Capii subito che la povera ragazza stava sotto la dispotica influenza del fratello; che brutte scene dovevano esser accadute in quella casa e che la giovinetta non aveva la forza morale di sottrarsi alla dura tirannia del reverendo. Questi, che avrebbe potuto essermi molto utile per darmi informazioni sulla storia e sulle cose più notevoli della città, mi accolse con molta freddezza e con una certa inquietudine, ed io lasciai poco dopo la casa, dolente di avere con la mia intromissione confuso maggiormente le fila di quell'innocente intrigo amoroso. Per fortuna trovai altre persone che si offrirono di servirmi di guida in Ferentino, e così potei visitare in lungo ed in largo quest'antichissima città del Lazio.

Ferentino, anche oggi importante sede vescovile, si compone di un laberinto intricato di strade, per la maggior parte strette, interrotte qua e là da qualche piazza. La tranquillità tutta campestre, la mancanza completa di movimento commerciale, la solitudine che regna su quasi tutte le case, danno al paese un'impronta tutta medioevale, mentre qua e là tronchi di colonne, avanzi di sepolcri, frammenti marmorei, coperti d'iscrizioni romane, ricordano l'antichità classica.

Mi posi a sedere in una piccola piazza quadrata, che dà sulla campagna da dove si gode lo splendido panorama del paese dei Volsci, e non tardai a provare un senso di profondo benessere. Guardavo le donne che si affollavano intorno ad un'antica cisterna medioevale, calando giù, l'una dopo l'altra, il loro secchio di latta legato ad una corda; lavoro assai noioso e faticoso, ma inevitabile, perchè a Ferentino, come in quasi tutte le città del Lazio, mancano fontane. Spesso in queste regioni il viaggiatore dura fatica a scuotersi da quel torpore, da quella pigra contemplazione a cui lo invitano il caldo estivo e l'alta quiete che lo circonda. In quella strana e pur familiare solitudine si ridestano sensazioni già altra volta provate, e ciò che giace in un lontano passato ritorna con dolcezza alla mente come avvolto nell'ombra.

Uno sguardo ad una iscrizione romana vicino a me bastò a richiamarmi alla realtà ricordandomi l'intenzione che avevo di visitare le antiche mura di Ferentino. Come molte città del Lazio essa era in origine circondata da mura ciclopiche e sul punto più alto della collina sorgeva la rocca ugualmente fortificata. Non fa meraviglia che sussistano ancora notevoli avanzi di quelle opere gigantesche, frutto di una civiltà, della quale non si hanno altri ricordi, ma che dovette essere straordinariamente avanzata; reca piuttosto stupore che costruzioni di tal fatta abbiano potuto essere in parte rovinate. In molti punti quegli enormi massi sono spostati, in altri furono sostituiti con muri romani, ed in altri infine si riconoscono costruzioni del medio evo, nel così detto stile «saracinesco», in modo che con un solo sguardo si vedono riuniti su di un piccolo tratto di muro i caratteri di tre diversi periodi di civiltà, gli uni dagli altri tanto diversi. Meglio che in qualunque altro luogo si può fare questa osservazione presso la porta di Frosinone e presso la meravigliosa porta Sanguinaria, di struttura ciclopica, che fu da prima ridotta ad arco dai Romani, quindi deturpata da misere costruzioni medioevali. Le fondamenta però, sino ad una certa altezza, sono costituite tuttora da massi ciclopici voluminosi, irregolari, meravigliosamente congiunti fra loro.

L'antica rocca di Ferentino merita di essere visitata; essa pure è circondata di mura come la città, e sorge in cima ad una collina rocciosa e in origine era interamente cinta da mura ciclopiche. All'epoca romana vi era una fortezza turrita, le cui fondamenta costruite con grosse pietre quadrate esistono ancora. Questa rocca dovette essere inespugnabile, ed anche oggi si potrebbe con poca fatica render tale questa forte posizione. Durante l'impero romano vi dimorava il prefetto di città e nel medio evo sostenne più assedi. Si scorgono tuttora all'estremità del piano, in cima alla collina, gli avanzi del castello superiore e specialmente due torri mozze, che certo sorgevano ai due fianchi di una fortezza quadrata: esse sono di un effetto straordinariamente pittoresco.

In quasi tutte le città del Lazio si osserva che le cattedrali furono costruite là dove prima sorgevano gli antichi castelli, e non si potè trovare per esse luogo più adatto. I vescovi fabbricarono anche generalmente a fianco delle cattedrali i loro palazzi, trovandosi così situati in modo da dominare la città. Il vescovato di Ferentino è uno fra i più antichi dei dintorni, e quelli che lo fondarono, furono ben consigliati a scegliere la rocca, riducendo così ad uso di abitazione del vescovo l'antico palazzo del prefetto, mentre il duomo venne costruito con i materiali degli antichi monumenti.

Appena entrati in città da porta Romana, lavoro di meravigliosa solidità di costruzione, ci si trova vicinissimi al duomo ed al palazzo vescovile che gli sorge a lato. Siamo in pieno medio evo. La chiesa è piccola, ma ben proporzionata, ricca di iscrizioni e di frammenti di meravigliose sculture, alcune delle quali si fanno risalire al x secolo; queste sculture sono incastrate parte nel muro, parte nel pavimento. Il palazzo vescovile è un miscuglio di vari stili architettonici, e pare un piccolo castello deserto.

A Ferentino vi sono alcuni monumenti medioevali specialmente degni d'attenzione, fra gli altri ricorderò almeno la graziosa chiesa di S. Maria Maggiore. Essa si trova in fondo alla città su di una piccola piazza, ed è una delle opere più perfette nello stile gotico-romano del secolo xiv o xv che esistano nel Lazio. Le chiese di Fossanova e di Casamari, che non ho ancora visitate, devono essere simili a questa nello stile. Sebbene mi occupi particolarmente dei monumenti del medio evo, e la mia attenzione sia specialmente rivolta alle iscrizioni che appartengono a quell'epoca, non trascurai però di farmi condurre a visitare le antichità romane, sparse qua e là per il paese. Però esse non sono molto importanti. Sotto questo riguardo l'orgoglio di Ferentino è il così detto «Testamento», ed io dovetti arrampicarmi faticosamente sulle rupi, tra le siepi spinose di una vigna, per arrivare a questa meraviglia, e vidi finalmente dinanzi a me una grande lapide scolpita nella pietra viva. Una lunga iscrizione in caratteri elegantissimi informa che Aulo Quintilio, quatorviro ed edile, era stato benefattore della sua patria, avendo a questa lasciato per testamento tutto il patrimonio, e che la città riconoscente gli aveva decretata l'erezione di una statua da collocarsi nel foro.

Quando, stanco di questa gita, feci ritorno alla mia locanda, presso la porta di Frosinone trovai una grande confusione. Erano proprio in quel giorno terminati gli esami nel ginnasio e parecchie agiate famiglie delle città dei dintorni erano venute a ritirare i loro figli, per condurli a passare a casa loro le vacanze autunnali. Padri, madri, ragazzi, avevano invasa tutta la locanda, e l'impetuosa gioia dei vecchi e dei giovani era senza limiti: gli uni partivano, gli altri pranzavano, altri ancora si preparavano a passarvi la notte, di modo che con grande fatica riuscii a conservarmi la camera che avevo già fissato. Riposare fu impossibile, perchè tutta la notte le donne, i ragazzi, i servi stettero in continuo movimento. Quando poi nel cuor della notte questo chiasso infernale si fu acquietato, cominciarono nella via canti festosi e straordinariamente sonori.

Erano gruppi di pellegrini che, approfittando del fresco notturno, s'incamminavano verso non so qual santuario. Le loro litanie, echeggiando nella quiete della notte, producevano un'impressione profonda. L'udire quei canti nel silenzio solenne della notte invita a pensare, poichè la fantasia segue i passanti che non vediamo e di cui non sappiamo nemmeno donde vengano e dove siano diretti. Era appena passata una compagnia, che in lontananza si udivano gli Ora pro nobis di un'altra, che passando davanti alla casa si allontanava per esser seguita ancora da un'altra, e così trascorse tutta la notte.

Finalmente fui felice di veder spuntare il giorno, ed il sole era ancora nascosto dietro ai monti che attraversavo a cavallo la città per recarmi ad Alatri. La strada era magnifica: prima passava in mezzo a vigneti, poi si faceva più aspra e selvatica traversando una regione montuosa, ombreggiata da annosi castagni e rallegrata da parecchi ruscelli. Ma avanzando, la strada si faceva più cattiva ed il paesaggio più deserto, finchè arrivai ai piedi di una collina a forma di cono, in cima alla quale in un luogo cupo e malinconico sorgevano alcune torri sgretolate e mura cadenti. La vista inaspettata di questo castello mi sorprese piacevolmente; l'avevo già contemplato con desiderio ad Anagni e non sapevo che andando ad Alatri vi sarei passato così vicino. E' l'antico Fumone, il carcere di Celestino V. Qui egli morì il 19 maggio 1296, dopo una penosa prigionia di dieci mesi, nella tarda età di 81 anno.

Nel contemplare Fumone pensai che non sarebbe stato facile davvero trovare un luogo di esiglio più triste di questo. Non fu certo però la solitudine che maggiormente addolorò quel prigioniero, che aveva passato la sua vita fra le spelonche in luoghi selvaggi.

Dovetti contentarmi di guardare questo castello sospeso sulla mia via, simile ad un nido di briganti. Proseguii la strada ai lati della quale si ergevano due alti monti ed una terza altura chiudeva l'orizzonte. Giunto in cima a questa mi si presentò dinanzi un panorama sublime. Di lassù si scorgeva il più splendido paesaggio degli Appennini; colline e pianure si alternavano e dietro si stendevano catene di alti monti su cui, in lontananza, si scorgevano borghi e città, fra le quali Vico e Guarcino.

La strada scendeva quindi dolcemente nella fertile campagna di Alatri, e finalmente dopo aver girato una collinetta vidi dinanzi a me questa interessante città. Cavalcando attraverso mura annerite dal tempo, in un meraviglioso mattino d'estate, fui rallegrato dall'aspetto vivace della città, ricca di splendidi palazzi che dimostrano una fiorente vita cittadina nel passato. Non avevo ancor visto una città di così bell'aspetto nei monti del Lazio e non ve n'è altra che abbia un'architettura di stile così spiccatamente gotico-romano.

Alatri è il centro principale d'industria e di commercio dei monti Ciociari, vi si fabbricano stoffe, tappeti, coperte di lana, e quelle giubbe e quei cappelli a punta che sono tanto in uso in tutto il Lazio. Il giorno in cui vi arrivai, c'era mercato. Le strade e le piazze, ingombre delle frutta d'agosto, fichi, pesche, albicocche e grosse pere, offrivano un lieto spettacolo, ed erano gremite di gente. I montanari, alti, nerboruti, con le loro giubbe scarlatte, coi sandali e i cappelli di feltro a punta ornati di fiori, mi ricordarono che mi trovavo nel Latium ferox di Virgilio, i cui abitanti robusti ed energici hanno conservato durante tutto il medio evo il loro carattere.

Le strade sono quasi tutte strette, oscure e cupe, tutte le case essendo costruite in tufo scuro, di rado imbiancate con la calce. Rimasi stupito di trovarne buon numero che avevano l'aspetto di palazzi, nome che vien dato nelle città romane ad ogni casa, che abbia un portone, tanto più se appartiene ad antica famiglia patrizia. In Alatri dovettero essere dunque moltissime le famiglie nobili che fiorirono durante i secoli XV e XVI, giacchè la maggior parte dei palazzi della città appartiene a quell'epoca. Hanno generalmente il tetto piatto, molto sporgente, e la facciata in massi quadrati tagliati molto regolarmente in pietra calcarea, il cui colore scuro produce un bellissimo effetto. Le porte sono di architettura gotica, ad archi snelli; ne osservai sei in un bel palazzo; su di esse posava un cornicione di squisito disegno e sopra questo erano sei finestre di splendide proporzioni. Tutte le finestre in Alatri sono di stile gotico-romano, molto simili a quelle degli antichi campanili di Roma, e sono formate da due archi divisi nel mezzo da una colonnetta.

Questo stile architettonico dà un carattere imponente alla città. Alcuni edifici mi richiamarono alla memoria quelli del periodo delle repubbliche toscane, quella di Siena specialmente. Il palazzo Jacovazzi si distingue dagli altri per la sua altezza e per la severità della facciata in stile semigotico: è ora proprietà e sede del Municipio.

Da Roma ero stato raccomandato ad una delle famiglie più distinte di Alatri che per ricchezza e per influenza aveva avuto una parte importante nella storia della città.

Appena arrivato cercai subito il palazzo Grappelli, e trovatolo, mi accorsi che meritava veramente la denominazione di palazzo. Un'ampia corte interna, belle scale in pietra, un salone magnifico, dove era stato eretto un teatrino, molte stanze con soffitti dipinti e pareti adorne di affreschi, ed infine in mezzo ad alcune costruzioni laterali in pessimo stato, una torre in rovina rivelava che un tempo vi era una fortezza e che quel palazzo era stato la residenza di ricchi signori. Ora però tutto era in stato di completo abbandono e le stanze poveramente mobiliate e con reliquie di tempi migliori. Mi si assicurò che questa famiglia, al pari di molte altre della città, era caduta in gran miseria. Ma la gioventù che vidi in questa casa era tutta fiorente di vita e di salute, ed ammirai con piacere le vivaci fanciulle cresciute magnificamente in quella fresca aria montanina. Esse facevano a meno volentieri dei noiosi divertimenti di Roma e, sempre in moto, animavano colla loro allegria le piccole riunioni cittadine ed alla sera si divertivano giocando e ballando.

Quando chiesi quali fossero le cose più notevoli di Alatri, mi raccomandarono in modo particolare la chiesa di Santa Maria Maggiore e le mure ciclopiche, che in fondo erano state lo scopo della mia gita. La chiesa, situata in una piazza circondata interamente da costruzioni medioevali, è piccola e in stile gotico-romano. Aveva in origine due campanili, ma ora ne rimane in piedi uno solo che forse non fu mai finito ed è mezzo rovinato. Le finestre sono ad archi romani. Una facciata assai irregolare, con tre porte di architettura gotica, produce una strana impressione, perchè nella porta di mezzo si apre una finestra circolare che non va affatto d'accordo col resto dell'edificio. Il rosone di questa finestra è guarnito di vetri dipinti.

La cornice della porta ha un ornato di foglie di acanto, ed il suo arco riposa sopra un gruppo di colonne. Entrando in chiesa rimasi deluso perchè, sebbene le tre navate composte di quattro grandi archi siano di stile semigotico, tutto l'interno appare guastato da un cattivo gusto moderno, coperto di falsi marmi e dipinto fin sulla volta a croce con variati colori com'è di moda ora a Roma. La navata di mezzo è ora rischiarata a ciascun lato da una finestra a rosone, ed anche la tribuna riceve la luce da un'altra finestra simile. Invano cercai antiche sculture: l'unica che meriti qualche attenzione è il battistero, una vaschetta sostenuta da tre cariatidi, lavoro assai grossolano del medio evo.

Mi recai subito alle mura ciclopiche. Al pari di Ferentino, Alatri era in origine circondata da queste mura, ma quelle intorno alla città sono quasi completamente rovinate; solo le mura della così detta rocca, si sono conservate meraviglioso monumento di quell'epoca, di cui non trovasi l'eguale in tutto il Lazio. La sola vista di queste mura, che possono sostenere il paragone con le più gigantesche dell'Egitto, basta a compensare ampiamente della fatica del viaggio.

L'antica rocca di Alatri (chiamata ora «Civita» quasi città per sè stessa) è sulla collina più elevata, attualmente vicino al duomo, giacchè, come a Ferentino, la cattedrale e il vescovato si appoggiano alla vetusta fortezza. Questa collina, sulla cui cima spianata si erge il duomo, è intieramente circondata, sostenuta e quasi rivestita di mura ciclopiche, alte da 80 a 100 piedi. Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conservata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli, ma soltanto anni, provai una ammirazione per la forza umana, assai maggiore di quella che mi aveva ispirata la vista del Colosseo. Perchè in un periodo di maggiore cultura, con mezzi meccanici ben superiori, si capisce come si siano potuti edificare il Colosseo, le Terme di Caracalla e di Costantino; senza chiedere troppo alla forza degli uomini, perfino le mura di Dionigi a Siracusa, e perfino le opere più grandi che in questo genere io abbia mai veduto fin qui non destano tanta meraviglia.

Qui vediamo dinanzi a noi mura colossali di cui ogni pietra non è un grosso pezzo quadrato, ma un vero macigno di forma irregolare, e se ci domandiamo meravigliati con quali mezzi si siano potuti collocare tali massi gli uni sugli altri, si arriva ancor meno a comprendere come sia stato possibile incastrarli gli uni negli altri, in modo da non lasciare il minimo interstizio, producendo l'effetto di un gigantesco mosaico lavorato con la massima precisione.

La tradizione attribuisce questo genere di costruzione degli antichissimi tempi latini, ai tempi di Saturno, e li sbalza addirittura fuori del periodo della civiltà storica. Però la scienza, che in Italia si occupa tanto di ricerche intorno agli Indo-Germanici e ai Pelasgi, è costretta a confessare di non saper nulla intorno a quei popoli che hanno costruito quelle opere colossali. La loro vista sola basta a convincerci che una razza che potè costruire tali mura, doveva già possedere un'importante cultura e leggi ordinate.

La vicinanza tra di loro di queste città ciclopiche sparse per tutto il Lazio dimostra che in tempi antichissimi esistette in questa regione un gran numero di repubbliche o comuni autonomi di cui ignoriamo le scambievoli relazioni, ma dalla costruzione di tali immense fortificazioni possiamo dedurre come esse fossero continuamente in guerra fra loro, ed esposte soprattutto alle invasioni dei malviventi per le loro posizioni isolate e malsicure. Se si volesse stabilire una proporzione esatta fra la forza degli uomini e le dimensioni delle loro opere, si dovrebbe supporre essere stati giganti coloro che costruirono quelle mura, o che le assaltavano con nemico furore, ma queste costruzioni appartengono al periodo delle opere colossali, con le quali s'iniziò la civiltà umana presso tutti i popoli ed in tutte le parti del mondo, finchè poi dalla grandezza materiale salì a quella che con mezzi perfezionati produce opere belle ed artistiche. Non si dovrebbero far risalire queste opere ciclopiche a tempi remotissimi; forse furono costruite nel Lazio dopo la fondazione di Roma. Non è molto grande il passo che separa queste costruzioni di massi irregolari da quelle più regolari degli Etruschi e dei Romani.

Si usciva dalle mura di questo Campidoglio dell'antica Alatri per una porta principale tuttora esistente: un'immensa costruzione in pietre disposte orizzontalmente; oltre a questa vi è un'uscita secondaria e, nel muro esposto a mezzogiorno, vi sono tre nicchie quadrate che fanno supporre vi fossero collocate le statue degli Dei, mentre si può ragionevolmente ritenere che un ciclopico avanzo nel centro del castello fosse l'altare su cui erano offerti i sacrifizi solenni.

Fino al 1843 queste mura erano mezzo sepolte fra le macerie e le piante rampicanti e non vi era una strada che permettesse di farne il giro. Una visita di Gregorio XVI fece nascere negli Alatrini la felice idea di liberare da quegli ingombri quell'impareggiabile monumento della più remota antichità. Duemila uomini lavorarono dieci giorni per sgombrare i rottami, e così l'Acropoli fu non soltanto liberata dalle macerie che la deturpavano, ma provvista di una strada che ne fa il giro e si chiama via Gregoriana. In quel tempo furono pure riaperte la porta principale e la salita che conduce alla piazza del castello, che è larga e bene spianata ed ora è cinta da un parapetto di pietra, che s'innalza sopra le mura ciclopiche, e, siccome non vi è altra costruzione che il duomo, vi si gode liberamente un'ampia vista del paesaggio montuoso. Il colpo d'occhio è splendido ed affascinante per la sua estensione e bellezza, ed io non tenterò nemmeno descriverlo od anche soltanto accennare alla linea dei monti che, nel luminoso cielo turchino, si stendono sopra l'amena campagna. In tale quiete perfetta, anzi in quella completa solitudine, in quei luoghi misteriosi, testimoni di un'antichissima civiltà, si prova vivamente l'impressione del sublime. Non parlerò nemmeno del piccolo duomo che sorge solitario da un lato della piazza con un bizzarro campanile ed una facciata che appartiene al secolo xviii. Una larga gradinata di pietra conduce alla porta della chiesa. Purtroppo nell'interno tutto è rimodernato, e con dispiacere dovetti riconoscere che, anche nei luoghi più remoti del Lazio, la falsa ambizione dei preti e dei comuni ha guastato, restaurandole, le venerate reliquie dell'antichità. La mania di seguire la moda che distrugge a poco a poco i costumi nazionali, si attacca dovunque, anche ai fabbricati, che rimoderna con facciate senza stile, e ne guasta l'interno con puerili pitture dai colori stridenti come nella Roma moderna, dove per mancanza di gusto si gareggia coi Siciliani.

Girai per le strade di Alatri e la città mi piacque sempre più. Essa è circondata da giardini abbastanza ben coltivati, e nell'interno una vita vivace ed operosa rivela un'agiata condizione economica e, siccome in tutti questi luoghi dalla qualità del pane e del vino, come alimenti principali, si può con ragione dedurre quali siano le condizioni economiche del paese, mi persuasi che gli Alatrini non soffrono miseria. Non mi ricordo di essere stato importunato ad Alatri da nessun mendicante, come succede nella Sabina e nei monti Albani, dove essi vi seguono a frotte. Però i prigionieri domandano l'elemosina dalle finestre del loro carcere, spettacolo che, del resto, si può avere in quasi tutti i dintorni di Roma. Mentre il nostro rigoroso sistema di prigionia usa d'isolare più che sia possibile i carcerati dal resto del mondo, murandoli anzi nelle loro celle, come se fossero appestati, qui la tolleranza meridionale concede loro molta libertà.

Nelle città del Lazio udivo spesso i prigionieri cantare le più allegre canzoni dietro le loro inferriate, o rispondere ai ritornelli cantati nella strada o li vedevo raccontare a gesti storie che un forestiere non poteva certamente capire. Ora persino la questua è loro permessa in carcere. Questi delinquenti, spesso condannati all'ozio per lievi mancanze, sporgono fuori dell'inferriata una lunga canna cui, per mezzo di un filo, è assicurata una borsetta. Si vedono sempre due, tre, quattro di queste borse in movimento, ed i prigionieri sembrano dei pescatori i quali colla più grande tranquillità d'animo tengono la loro canna in mano per tirarla su quando il pesce ha abboccato all'amo. Così le borsette vuote dondolano nell'aria e, se qualcuno passa davanti alle prigioni, canna e borsetta gli calano immediatamente davanti al naso ed il carcerato chiede vi si metta una moneta per amore della Madonna. Gradisce anche un sigaro, che fumerà con piacere dietro le sbarre di ferro, ma se gli riesce di carpire due baiocchi manderà subito a comperare del vino o ciò che desidera. Non potevo trattenermi dal ridere osservando questa classica arte di mendicare e ripensavo sempre alla leggenda che racconta come Belisario domandasse l'elemosina ai passanti dalla finestra della sua prigione. Questa favola dimostra, se non altro, quanto sia antica questa tolleranza, e forse anche negli antichi tempi romani i prigionieri sporgevano dalle finestre del loro carcere canne simili a queste.

Partii da Alatri per recarmi a visitare la famosa grotta di Collepardo, di cui avevo sentito tanto decantare le bellezze. Un vero sentiero di montagna conduce lassù, perchè alla distanza di poche miglia dalla città la natura del terreno cambia assolutamente carattere, ogni coltura scompare e si giunge alla montagna attraversando la selvaggia solitudine d'ignude rocce calcaree di color rosso.

Un carbonaio del piccolo villaggio alpestre di Collepardo, che aveva deposto il suo carico ad Alatri, e che avevo incontrato per caso, fu il mio compagno e la mia guida attraverso quei monti e, quantunque il suo rozzo dialetto fosse un po' difficile per me, ascoltavo volentieri i suoi racconti sulla vita povera ma contenta che conduceva nel suo paesello.

Le rupi erano sempre più erte e scoscese, la valle si andava facendo più romantica e selvaggia, eravamo giunti al torrente Cosa, che scorre impetuosamente attraverso quei monti. Le sue acque di una tinta verdognola come quelle dell'Inn nell'Engadina, abbondano di trote.

Questo torrente si può chiamare l'unica vena di vita della montagna, perchè la sola angusta striscia di coltura in quel deserto di rupi si trova sulle sue sponde. Dopo un rapido corso si getta nel Sacco e con esso finisce nel Liri.

Risalendo il Cosa, al punto in cui esso si apre con violenza la via per una stretta gola ai piedi di un'erta massa di rupi, giace Collepardo. Non si può immaginare nulla di più malinconico. Un gruppo di misere casupole di calcare, disposte in fila, interrotte solo da una bizzarra chiesa: un muro nero e sgretolato le circonda, nuova prova che anche questo miserabile paesello non era al sicuro dalle rapine del nemico.

Pochi giardini, con scarsi alberi d'ulivo e vigneti danno un'idea dell'estrema povertà del luogo, perchè meno il piccolo piano su cui è posto Collepardo, tutt'intorno non si vedono che rupi.

Il buon carbonaio m'invitò a salire in casa sua, cosa che feci ben volentieri perchè, altrimenti sarei stato imbarazzato a trovare alloggio: mi accomodai alla meglio in quella misera stanza per passarvi le ore più calde della giornata. Nel frattempo giunsero alcuni signori di Velletri a cavallo per vedere anch'essi la grotta, così mi accadde ciò che avevo desiderato molto, perchè essendo in compagnia mi sarebbe stato possibile osservare quella meraviglia alla luce delle torce.

La grotta è posta molto al disotto di Collepardo; vi si scende per un ripido sentiero; laggiù il torrente Cosa rumoreggia in una stretta gola e, per un poco, la strada segue le sue sponde ombreggiate da piante di castagno e d'ambo i lati sorgono imponenti pareti di roccia. A sinistra s'innalza il monte Marginato che stende nell'aria la sua imponente massa, gettando un'ombra cupa e profonda sulle acque che gorgogliano con forza tra le pietre. A destra sorge un'altra rupe non meno scoscesa, ricca di vegetazione, nella quale appunto è scavata la grotta. Anche l'entrata promette qualche cosa di straordinario. Una nera gola si apre fra scure masse di pietra, ed una corrente d'aria gelata pare scaturisca dalla più grande profondità.

Ci coprimmo bene prima di entrare. Le guide ci avevano preceduto colle torce accese, e le leggiere nuvole di fumo che salivano su dalle fessure della parete esterna ci avvertirono che esse erano già dentro la grotta. Ho visto molte caverne nei monti e, in generale, non sono molto propenso ad ammirare questi scherzi della natura; perciò entrando nella grotta di Collepardo non mi ripromettevo nulla di straordinario. Ma nonostante le mie prevenzioni, confesso che mi fece molta impressione specialmente per la sua grande ampiezza. Si compone di due parti principali, come due immense sale che, in mezzo, sono separate da una parete mezzo rovinata. Le pareti sono nere o giallo-scure come il pavimento, sparso di grosse rocce sulle quali ogni tanto bisogna arrampicarsi, e dalla volta irregolare del soffitto pendono stalattiti delle più svariate forme, mentre altre bizzarre figure isolate o in gruppi pare che sorgano dal suolo stesso incontro a voi. Le figure più strane si sono formate nella parte posteriore della grotta e per farcele vedere meglio, le guide ci fecero aspettare un poco per illuminarla bene prima che vi entrassimo. Molti uomini e ragazzi si erano messi in piedi qua e là colle loro torcie, e per di più avevano acceso in diversi punti grossi mucchi di stoppa. Quando gettai lo sguardo nella sala così illuminata essa offriva certamente uno strano spettacolo. Ora pareva di entrare in un tempio egiziano sostenuto da nere colonne tra le quali fossero sfingi ed idoli scolpiti. Ora invece sembrava di girare in un bosco di palme o di altre fantastiche piante di pietra. Dalle pareti pareva pendessero lancie, sciabole e rigide armature di nani e giganti. Tutto ciò si animava alla luce delle fiaccole che facevano risaltare alcuni gruppi, gettando un'ombra profonda sugli altri. A volte le nuvolette di fumo, errando qua e là formavano come un velo; i gufi ed i pipistrelli, disturbati nella loro quiete, svolazzavano nell'aria umida gettando grida selvagge. Queste grotte non si possono descrivere, perchè ognuno le vede in modo speciale e le popola di fantasmi diversi, secondo l'immaginazione individuale. Naturalmente le più notevoli di queste stalattiti hanno un nome ma mi è rimasto impresso soltanto quello dei così detti «Trofei dei Romani». Senza dubbio la grotta di Collepardo contiene un seguito di sale simili a queste e si estende profondamente nella montagna, ma ancora non vi è modo d'inoltrarvisi.

In questa regione vi sono molte grotte scavate nella pietra calcare, che un tempo saranno forse servite di rifugio a qualche eremita. Anche nell'anno 1838, presso Collepardo, in una grotta del vicino monte Avicenna, abitava un eremita.

Nel settembre di quell'anno si presentò là un giovane francese, a nome Stefano Gautier, e disse di aver seguito un'ispirazione celeste che lo aveva chiamato in quella solitudine per condurvi una vita da anacoreta. Lo straniero si stabilì in quella grotta, dove gli portavano da mangiare e da bere. Pregava e portava cilizi; lo si vedeva spesso a Collepardo, a Veroli e nella Certosa di Trisulti, dove visitava le chiese e discorreva coi frati. La sua condotta era irreprensibile, anzi passava per santo, quantunque fosse ancora molto giovane. Gautier aveva già trascorso due anni in quel l'eremitaggio, quando un giorno gli sbirri circondarono il suo rifugio, e lo arrestarono, conducendolo con loro. Nessuno conobbe la causa di questo arresto e non si potè sapere nulla di preciso del suo destino; si seppe solamente che il santo era stato consegnato nelle mani della giustizia francese e corse voce che egli avesse preso parte ad uno degli attentati contro la vita di Luigi Filippo.

La natura ha riunito molte cose notevoli intorno a Collepardo, perchè solo a poca distanza dalla grotta delle stalattiti, vi sono le famose sorgenti d'Italia, il pozzo di Santulla, proprio sulla via che conduce alla Certosa. Volevo giungere a questa Certosa prima di sera per chiedere ospitalità ai frati. Dopo una cavalcata di mezz'ora in mezzo agli orti e su di un sassoso altipiano, mi trovai ad un tratto sull'orlo di una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di Siracusa. Questa misteriosa fonte ha una circonferenza di 1500 passi, discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere una foresta di un verde cupo di arbusti e piante rampicanti che al più leggero soffio della brezza si agitano mollemente come le onde di un lago.

Il sole dall'alto del limpido cielo lasciava cadere delle striscie di luce in quella profondità e vedevo delle bianche farfallette svolazzare allegramente qua e là fra le piante di quello strano bosco sprofondato laggiù. Tralci fioriti coprivano i rami di questi alberi che, a quanto si assicura, sono alti fino trenta piedi, e pure visti dall'alto sembrano piccoli arboscelli. Quella splendida fioritura cresciuta a quella profondità, i selvaggi sentieri che si confondevano come un laberinto nell'oscura boscaglia, lo svolazzare delle farfalle nate laggiù, seducevano la fantasia che si figurava in quel magico boschetto sotterraneo un paradiso di fate ed un giardino di delizie per Oberon e Titania.

Laggiù scaturiscono abbondanti sorgenti dal corso misterioso che mantengono il verde dell'erba, mentre questa vasta conca tira a sè la rugiada notturna.

Discendendo collo sguardo lungo le pareti giù nel profondo si osserva una meravigliosa vegetazione: in forme bizzarre e fantastiche, simili alle stalattiti, crescono dappertutto cespugli di lentischi e ginestre selvatiche dai fiori dorati. Le pareti presentano tutti i variati colori dell'iride perchè ora la roccia si tinge di un delicato grigio argenteo, ora invece è di un bel rosso acceso, giallo o turchino scuro, oppure nero addirittura. Il paesaggio alpestre che circonda questa fonte offre uno spettacolo di straordinaria bellezza. Qui, dietro gli alberi verdeggianti, sorge melanconicamente l'oscuro villaggio di Collepardo, laggiù una lunga distesa di valli rocciose discende a perdita d'occhio, più in là si elevano monti giganteschi dalle forme maestose sulle cui cime ancor vergini si librano solitarie aquile reali e le nubi dalle forme fantastiche stendono il loro bianco velo.

Sull'orlo dell'abisso erano sdraiati, insieme con le loro capre, pastori dall'aspetto quasi selvaggio, ciociari della montagna coi lunghi bastoni a foggia di lancia, ed animavano colla loro presenza la scena grandiosa, mentre alcuni robusti ragazzi si divertivano a gettare dei sassi che cadevano in quella profondità con un sordo rumore, facendo uscire dai loro nidi i colombi selvatici che svolazzano qua e là sopra le piante. Quantunque questi pastori mi volessero dare ad intendere che in fondo a quel misterioso abisso vivesse una tigre, pure ammettevano che di quando in quando vi facevano scendere le capre legate ad una corda. Queste bestie trovavano laggiù acque ed erba in abbondanza e vi rimanevano dei mesi finchè non le andavano a riprendere riportandole su ingrassate ed in ottimo stato.

Se il pozzo fosse in Germania od in Scozia la fantasia popolare lo avrebbe certamente popolato di esseri favolosi, ma gl'italiani in genere non hanno nessuna tendenza per le favole. L'aria è troppo limpida e serena in Italia perchè i racconti del soprannaturale possano essere gustati. Trovai il racconto dell'origine di questa fonte, narratomi da quei pastori, molto caratteristico perchè è una leggenda. Il pozzo, mi dissero, era una volta una grande aia circolare; i contadini un giorno osarono battervi il grano benchè si solennizzasse l'Assunzione della Beata Vergine. La Madonna adirata di quel sacrilegio fece sprofondare ad un tratto l'aia con tuttociò che vi si trovava sopra e così si formò il pozzo circolare. Del resto, non essendovi nei dintorni alcuna traccia di vulcani, potrebbe essere giusta l'opinione di alcuni che suppongono che il pozzo fosse una caverna di cui sia sprofondata la volta.

Mi staccai con dispiacere da questo meraviglioso fenomeno immaginando con desiderio il meraviglioso spettacolo che esso deve offrire di notte, quando la luna è sospesa su quelle montagne deserte ed i suoi pallidi raggi illuminano le pareti della fonte penetrando tra le piante del magico bosco.

I pastori guidarono me ed il mio compagno per sentieri sassosi, finchè giungemmo alla strada mulattiera che conduce alla Certosa di Trisulti. Quest'abbazia tanto famosa doveva essere distante circa un miglio tedesco e non si vedeva ancora ma ci additarono lassù, in cima alla montagna che avevamo dinanzi, la scura linea di un bosco di quercie, dietro al quale si trovava un podere, vero modello di coltura alpestre. Ricordo pochi paesaggi montuosi più belli e d'aspetto più selvaggio di quello che traversavamo allora. Ora lo sguardo si sprofondava giù in un vertiginoso abisso in fondo al quale rumoreggiava il Cosa, ora si elevava alla splendida catena di monti, fra i quali spiccava gigantesca la piramide del Monna spingendo la sua cima verso il cielo.

Seguitammo a scendere e dopo una mezz'ora di cammino, reso molto malagevole per dover girare le grigie roccie, che poste sulla strada come sentinelle sbarravano il passo, giungemmo al torrente che si è aperto la via tra due montagne e tuonando precipita le sue acque spumeggianti attraverso le nere gole.

Il sole era già calato dietro i monti e i suoi ultimi raggi infuocati indoravano ancora le vette circostanti. Cominciammo a salire e nel voltarmi indietro vidi a poca distanza da me otto o dieci soldati che si avanzavano a rapidi passi sul sentiero dietro di noi. Dubitai che dessero la caccia ai briganti, ma non era probabile, perchè la famigerata banda di Gasperone non abitava più quelle montagne, dove ancora in molti luoghi si possono leggere nomi di briganti famosi da loro stessi scolpiti sulle roccie coi loro pugnali.

Quei soldati, come mi disse il mio compagno che si mostrava bene informato, venivano da Alatri per visitare la Certosa, godendo dell'ospitalità dei frati, perchè dovete sapere che le ricche tonache bianche sono obbligate dalla loro regola ad ospitare gratuitamente per tre giorni ogni viandante, e se anche un intero esercito volesse entrare nella Certosa, non potrebbero chiudergli in faccia la porta del convento. Siccome sapevo che la brigata insieme alla quale avevo visitato la grotta di Collepardo aveva passato la notte precedente alla Certosa, mangiando alle spalle di quei monaci, quando vidi dietro di me quei soldati mezzo affamati, che già pregustavano col pensiero il buon pranzo del convento, fui preso da una certa inquietudine, cominciando anch'io a sentire gli stimoli della fame: «Vieni, Francesco, dissi, affrettiamo il passo, perchè quei soldati non arrivino prima di noi alla Certosa, se no correremo il rischio di trovare i frati di cattivo umore quando busseremo alla loro porta per chiedere vitto ed alloggio». Francesco sorrise e proseguimmo la nostra via con maggiore alacrità.

Ero giunto all'altura su cui sorge la Certosa di Trisulti: essa si trova sul largo altipiano delle magnifiche montagne che le si aggruppano intorno. Uno splendido bosco di quercie mi toglieva ancora la vista del convento. Andando avanti vidi da lontano due frati vestiti di bianco che passeggiavano su e giù nella fresca ombra di quegli alberi maestosi, ed invidiai la quiete filosofica che sembravano godere. Se vi è un luogo in cui lo spirito umano possa raccogliersi nella più seria ed elevata meditazione, dev'essere qui in una delle più sublimi solitudini che io abbia mai visto.

Una leggera brezza vespertina soffiava, agitando le vette di quelle ombrose piante secolari, ed intorno sorgevano solenni e maestose le montagne. Ad un tratto la campana del convento echeggiò nel bosco e sentii in me l'influenza potente dello spirito medioevale.

Mi avvicinai ad un frate presentandomi come viaggiatore e gli chiesi ospitalità per una notte. Il frate ben pasciuto, dall'aspetto imponente, m'indicò il convento e mi disse che dovevo presentarmi al guardiano. Dopo un breve tratto di strada attraverso al bosco la Certosa si presentò al mio sguardo.

Giunto ad una tale altezza su di una montagna quasi impraticabile, dopo essersi dovuto arrampicare faticosamente per pendii diruti e rocciosi, il viandante prova una deliziosa ed ineffabile impressione, trovandosi ad un tratto dinanzi ad una fiorente oasi di coltura. Quel piccolo paradiso, l'Eden di quei monaci, spiccava sul fondo delle foglie verdi, solitario, fantastico, meraviglioso. La Certosa non si compone di un unico fabbricato, ma di un gruppo di cappelle, di chiese, di cortili cintati, di costruzioni di ogni genere, la cui comoda disposizione denota ricchezza e tranquilla felicità. Le fanno corona folte piante annose isolate od in gruppi. Nei recinti chiusi vacche, pecore e capre pascolavano mentre i frati camminavano su e giù sorvegliando i servi che lavoravano; vi era un animato movimento di ogni genere di persone, tutte mantenute dal convento.

Il guardiano, uomo alto e serio con una lunga barba ondeggiante, mi accolse cortesemente alla porta del vestibolo e mi disse di presentarmi al superiore che avrebbe poi dato l'ordine che fossi ricevuto.

Indi venni condotto nel vasto cortile interno di forma quadrata, circondato dai diversi fabbricati del convento e dalla facciata della chiesa.

Tutto è mantenuto colla più scrupolosa cura e nettezza, ma le costruzioni non hanno nulla di antico anzi portano l'impronta, dello stile sfarzoso del secolo xviii. Nell'interno vi sono dei corridoi lunghi ed ariosi sui quali si aprono d'ambo i lati le celle dei monaci. Trovai il superiore seduto dietro ad uno scrittoio in una stanza spaziosa, occupato ad ascoltare alcuni domestici che pareva gli esponessero qualche richiesta. Egli accettò volentieri la mia preghiera di essere ricevuto nel convento senza farmi alcuna domanda sulla mia patria o sulla mia religione. Certamente a quei frati bastano un rapido sguardo alla fisonomia del forestiere e le poche parole scambiate con lui per riconoscere subito il cattolico od il protestante.

Salutai il superiore dopo che mi ebbe consegnato ad un laico incaricato di condurmi alla foresteria. Si dà questo nome alle camere appartate che in questi conventi sono destinate ai forestieri: ve ne sono di prima o seconda classe secondo la condizione dell'ospite. Chi è giudicato più distinto ha una camera nella foresteria nobile o dei signori, gli altri si contentano di un modesto alloggio, e quelli d'infima condizione sono condotti nelle camere dei servi o nelle stalle dove i poveri viandanti si devono sdraiare sulla paglia. Mi fu assegnata una buona camera vicino al refettorio. Un letto pulito, cambiato di fresco prometteva un buon riposo ed il cameriere, un giovane svelto, che era stato garzone d'albergo in diverse città, ed ora era addetto alla foresteria, mi dette la consolante notizia che all'ora prescritta dalla regola sarebbe stata servita la cena nella sala attigua. Nel frattempo, mi disse che ero libero di visitare il monastero come più mi piaceva.

Un frate laico mi accompagnò in giro facendomi da cicerone. Vi sono però poche cose notevoli nella Certosa, poichè purtroppo tutto ciò che vi era di antico è sciupato o scomparso, così non trovai nulla d'interessante per i miei studî. Però la posizione stessa del monastero su quegli alti monti, la vita di quei monaci nella loro solitaria repubblica, la loro influenza pratica sulla società, la storia di questi ordini singolari offrono ampia materia di osservazione. Brunone, uno di quei santi leali dell'epoca delle crociate, fondò la regola dei Certosini alla fine dell'xi secolo. Questo ordine che riuniva in sè la vita sociale dei monasteri e quella degli anacoreti, condannato alla più rigida rinunzia di ogni cosa terrena, prese il nome dal luogo detto la Certosa vicino a Grenoble dove venne fondato. I suoi statuti (consuetudines Cartusianae) risalgono all'anno 1134 ed ottennero l'approvazione del Papa nell'anno 1170. L'ordine si estese presto in molti paesi. Fino dall'anno 1208 questi padri si stabilirono a Trisulti, di cui Innocenzo III fece loro donazione. Essi trovarono qui un monastero in rovina che era appartenuto un tempo ai Benedettini, e nell'anno 1211 eressero su quelle rovine la nuova Certosa. Si dice che un Castello Trisalto abbia dato il nome a quel luogo comunemente designato a tribus saltibus da tre alture boscose.

Quantunque il voto di povertà sia imposto ai monaci dalla regola, esso non esclude la ricchezza del convento e Trisulti acquistò col tempo vaste tenute, che possiede ancora, nella provincia di Frosinone. Questa Certosa non si distingue certamente, come quella di Pavia, per la bellezza dell'edificio e per le opere d'arte, anzi ha un carattere assolutamente rurale. Non vi si trovano nemmeno gli splendidi locali che vanta la Certosa di Roma nelle Terme di Diocleziano, questa del resto è una fondazione più recente, del secolo xvi, e riconosce come madre la veneranda Certosa di Trisulti. La piccola chiesa del convento costrutta da Innocenzo III nell'anno 1211 e restaurata nell'anno 1768 è adorna di svariati marmi e di molte pitture. Sulla porta d'ingresso vi è una pittura che ricorda la fondazione della Certosa e vi è rappresentato Innocenzo III che ne mette in possesso i certosini. Ai due lati della chiesa è dipinto il martirio dei Maccabei a cui fa riscontro la persecuzione che i Certosini ebbero a soffrire in Inghilterra sotto Enrico VIII. Nel coro, meravigliosamente adorno, si vede Mosè che fa scaturire una sorgente dalle rupi e, di fronte, Brunone che ripete lo stesso refrigerante miracolo. Il refettorio, in cui si vede una pittura adattata al luogo, rappresentante il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è una sala molto spaziosa. Qui i fratelli nei giorni di festa si riuniscono ad una mensa comune, perchè negli altri giorni la regola prescrive ad ognuno il pasto solitario nella cella. Mi fecero vedere anche la cucina brillante di pulizia ed il forno dove si prepara in grande abbondanza un pane gustoso di due qualità una fina e l'altra più ordinaria. Un bacino d'acqua da cui sbocca un canale, mette in moto il mulino posto in un cortile. La cosa più degna di nota però, quella che mi fu mostrata col più giusto orgoglio, è la farmacia e vi entrai con maggior devozione di quella che mi avrebbe ispirato una chiesa. L'associare le cure del corpo a quelle dell'anima è un'antichissima missione di questi ordini religiosi posti in contrade isolate. I frati che si dedicano alla medicina vi spiegano un'attività largamente efficace e veramente degna di lode. La natura dei monti li invita ad un continuo studio delle erbe medicinali, che vi crescono in abbondanza, e infatti, quale più gradita occupazione vi può essere che l'erborizzare in quelle montagne, fra quelle roccie e quei ruscelli, raccogliendo piante balsamiche di miracolosa efficacia e prepararne poi delle medicine?

Un bel frate con una lunga barba rossiccia che gli dava proprio l'aria di un mago del medio-evo, mi ricevette nel più lindo tempio di Esculapio che si possa immaginare. Il fabbricato dov'è posta la farmacia non è lontano dall'ingresso del convento, nell'interno del muro di cinta. Davanti alla sua loggia aperta, un giardino molto ben tenuto rallegra l'occhio e l'animo, offrendo la vista di una quantità di piante fresche e profumate delle più svariate specie, fra le quali non mancano neppure molti fiori ornamentali. La terrazza era adorna di arbusti fioriti dentro grossi vasi. Entrando da una porta a vetri ci si trova in una ricca farmacia. L'erudito monaco mi fece molto gentilmente ammirare i suoi tesori racchiusi in vasi ed in ampolle, e rimpiansi vivamente di non saperne abbastanza di medicina, per poter comprendere e gustare la sua conversazione. Nel frattempo comparvero molti contadini a chiedere delle medicine che sono date gratuitamente. La farmacia di Trisulti è conosciuta e venerata ovunque come la casa della salute ed i suoi benefizi sono risentiti fin giù nella campagna del Lazio travagliata dalla febbre.

Se nei dintorni si fa molto uso dei medicinali di questa farmacia, i frati stessi vi devono ricorrere raramente. Non mi ricordo di aver trovato facilmente dei frati di aspetto più robusto. La tranquillità d'animo, una dieta sempre ugualmente severa e soprattutto l'aria eccellente di quei monti li conservano in salute; i loro giorni e le loro notti scorrono interrotti od occupati continuamente dallo sforzo mentale delle ripetute preghiere e dalle funzioni di Chiesa, ma esente da patemi d'animo.

Il convento possiede una piccola biblioteca e vi sono dei frati che si dedicano a studi severi, ma in generale lo studio non è troppo coltivato in quel deserto. Me ne persuasi conversando col bibliotecario mentre passeggiavamo insieme nel grande cortile, e vedendo che le mie domande ponevano nell'imbarazzo quel bravo uomo stimai conveniente di non seguitare quel discorso. Mi congedai da lui e mi sedetti in uno dei cortili osservando le figure dei monaci che passeggiavano. Essi apparivano veramente maestosi nelle loro tonache bianche come la neve. Mi sorprese il vedere che non portavano nè barba, nè capelli poichè ogni mese si fanno radere due volte anche la testa lasciando solo una corona di capelli. Soltanto i laici portano una lunga barba come i frati cappuccini. Vi sono molti gradi fra i monaci, simili a quelli dei mistici seguaci di Pitagora. Non vidi i frati più elevati in grado perchè erano nelle loro celle. Il silenzio nel quale si racchiudono, può esser considerato come il sacrifizio supremo a cui possa giungere il fanatismo umano spinto dalla religione. Rinunciando alla parola, la chiave della vita e delle cose, essi confinano l'anima in una quiete quasi spaventosa che equivale ad una completa cecità morale: Memento mori è il raccapricciante saluto col quale essi interrompono il silenzio incontrandosi.

Pare che a questi morti che camminano, a questi spettri viventi, sia concesso di abbellire le proprie celle procurandosi qualche distrazione. Chi coltiva entro cocci dei fiori coi quali tacitamente conversa; altri si bea la vista con l'effigie di un santo, o custodisce un uccello in gabbia dilettandosi al suo canto, dato però che un uccello possa cantare in quelle celle di spettri. Talvolta la natura ribelle infrange con violenza la regola, che gli preclude la rivelazione divina della vita, ed il muto volontario comincia a parlare, ed è punito subito colla flagellazione. Può darsi che fra questi monti sereni e muti, il tormento del silenzio sia più sopportabile che altrove, perchè qui pare che la voce d'Iddio parli sola nello stormire del vento, fra le foglie del bosco, nello scrosciare impetuoso del Cosa selvaggio, nella bufera che imperversa fra lampi e tuoni, su quelle alte cime. Che spiriti tetri e melanconici devono giungere a plasmare la natura, le celle e la regola del convento! Se lo sguardo avesse la potenza di penetrare in queste anime chiuse certamente vedrebbe le cose più straordinarie.

Da queste riflessioni mi liberò felicemente la cena, e quando il servitore mi annunciò che essa era pronta, l'appetito e la curiosità erano ugualmente grandi. Nel convento non si mangia carne ed anche l'ospite deve sottomettersi alla regola, invece si può avere olio ed aceto a piacere. La mia cena era così composta: Maccaroni all'olio, senza formaggio, cucinati alla perfezione insieme con erbe squisite cresciute in quei monti, fagioli verdi, freddi, conditi con olio e aceto, un fiasco di vino, più che mediocre con una punta di aceto, e per finire un pezzo di torta cotta coll'olio. Quantunque cercassi di fare onore ai miei ospiti potei mangiare ben poca di questa roba e mi contentai dei maccheroni e del pane eccellente. Appena mangiato uscii per vedere come fosse stata trattata la mia guida, e mi disse che gli avevano dato del pesce freddo ed una pagnotta di pane.

Intanto era calata la notte profonda, la luna piena splendeva sul più limpido cielo illuminando lo splendido anfiteatro dei monti. Gli alberi inondati di luce, le nere ombre delle rupi, i vapori luminosi che salivano dalle vallate, il terribile silenzio interrotto dal malinconico grido dell'upupa, il grosso gufo della montagna e il sordo mormorio del Cosa, tuttociò pareva circondare il monastero di un influsso magico. A mezzanotte mi destò il suono della campana—suonavano il matutino—sapevo che a quel suono un frate, l'excitator, andava di cella in cella a destare i monaci. Essi recitano i primi quattro salmi penitenziali, poi vanno in chiesa dove rimangono tre ore a cantar matutino. Tornati nelle loro celle seguitano ancora la preghiera, indi è loro concesso un breve sonno per riposarsi: e così avanti una notte dopo l'altra. Ascoltai i rintocchi della campana, che parevano risuonare strani e fantastici nell'aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era l'ora di partire per Veroli.

Lasciai il convento senza poter ringraziare il superiore, perchè non vidi anima viva, all'infuori del portinaio e del servitore della foresteria che si scusò di non potermi portare il caffè, che mi aveva promesso la sera prima, perchè la regola prescrive un'ora fissa anche per la colazione. Questa notizia mi fece molto dispiacere, perchè la strada attraverso ai monti fino a Veroli è lunga e noi uomini civilizzati ci sentiamo raramente disposti ad un assoluto digiuno alla mattina. Francesco mi consolò con un pezzo di pane, che aveva portato con sè, e le più saporite more mi furono offerte, con ospitale gentilezza, da un cespuglio nelle vicinanze del monastero.

In quella natura alpestre la mattinata era di una bellezza meravigliosa, il panorama cambiava continuamente d'aspetto fra quelle montagne variate. Per un'ora costeggiammo abissi scavati dal Cosa, poi il sentiero scende giù nelle vaste ed amene praterie alpestri. Tutto questo è proprietà dei Certosini. I cavalli del convento pascolavano a frotte in quei prati e di tempo in tempo si vedevano mandre intere di capre; i pastori erano attorno al fuoco, occupati a convertire in formaggio il latte inacidito. Piccole masserie, di cui molte appartengono al convento, rompono di quando in quando la solitudine; ne trovai alcune in posizioni così deliziose, nelle verdi vallate vicino a fresche sorgenti alpestri, che stimai felici le creature che vi trascorrono i loro giorni nella pace. Parevano tutti ben nutriti e nessuno domandò l'elemosina al passante.

Dopo parecchie ore di strada, lasciando dietro di me le montagne, giunsi alla fertile campagna di Veroli e questo grosso paese, collocato su di un'altura elevata si presentò pittorescamente al mio sguardo. Esso domina un sublime panorama e di là la vista, abbracciando tutto il Lazio, si spinge fino al regno di Napoli, e dovunque sulle pendici azzurrine dei monti vicini e lontani, spiccano le città e le bianche castella.

Veroli è città vescovile e non manca di una certa industria poichè provvede i dintorni di tappeti di qualità inferiore ma molto richiesta, essi sono tessuti a righe di svariati colori, merce strettamente nazionale ad uso dei ciociari.

Le strade sono strette e spesso tortuose e molti quartieri sembrano addirittura labirinti, pieni di casette strane, che, in generale, hanno una loggia aperta. Trovai la piazza interamente coperta di frutta estive, vendute ad un prezzo irrisorio, che in questi luoghi non reca meraviglia. In questa stagione il mercato rigurgita di cocomeri, che trovai squisiti. Un soldato congedato, veterano ancora dei tempi napoleonici, sentì per caso nel caffè dove mi ero seduto, che venivo dalla Certosa e mettendomisi vicino fece un'entusiastica pittura della vita di paradiso che si conduce nella solitudine di quel monastero, e disse che l'ultimo desiderio della sua vecchiaia era quello di essere accettato come frate laico nella Certosa. Disse che si sarebbe messo anche subito in pensione nel convento, se avesse posseduto la lieve somma che bisogna versare nella cassa dei frati. Poi il discorso prese la solita piega ed egli coprì il governo pontificio di tutte le invettive che si odono giornalmente da tutte le bocche. Il bravo veterano mi fece nascere la curiosità di vedere la grande tenuta dei Certosini situata sotto Veroli. Il tempo stringeva, perciò decisi di rinunciare a Frosinone, che pure era così vicina, e di passare da quella tenuta per recarmi a Ferentino.

Lasciai Veroli durante un magnifico temporale. I monti dei Volsci e degli Appennini erano avvolti in una tinta azzurro-cupa, e le fuggevoli striscie di sole, facendo spiccare in un cupo riflesso ora questo ora quel monte, illuminando ora un castello ora un convento, producevano su quel fondo oscuro un incantevole effetto. Raggiunto dalla pioggia affrettai il passo attraverso ad una lussureggiante pianura ricca di frutteti e vigneti e mi trovai davanti alla fattoria della Certosa. Essa farebbe davvero onore ad un principe romano. I fabbricati della fattoria sono di aspetto grandioso e, tenuti con somma cura, uniscono in sè i caratteri del convento e del castello.

Anche qui la regola dei Certosini prescrive che sia dato cibo e bevanda al viandante che lo richiede, ed in caso di bisogno essi devono dare anche alloggio per la notte. Non chiesi nè una cosa, nè l'altra, ma domandai il permesso di visitare la fattoria. L'ispettore, un robusto frate laico, in tonaca bianca, con una lunga barba, non solo mi dette il desiderato permesso, ma mi accompagnò egli stesso in giro. Essendo abituato nel mio paese a figurarmi un fattore come un uomo di maniere piuttosto rozze e dure con alti stivali e speroni, col frustino in mano e la bestemmia sul labbro; un economo in tonaca da frate, colle maniere di un santo, mi sembrò qualcosa di straordinariamente originale. Con una simile guida i nostri primi passi furono naturalmente diretti alla chiesa che è costruita a fianco della fattoria. Entrando nella cappella la mia guida capì, anche troppo presto, di avere con sè un eretico, e il santo economo si gettò in ginocchio con un profondo sospiro, nel quale credetti distinguere il timore per il mio destino dopo morte e la sua bene intenzionata preghiera per la salvezza della povera anima mia.

La tenuta dei Certosini chiamata Ticchiena è uno dei più ricchi possedimenti della campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l'affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Trisulti è benedetto e lodato in tutta la contrada, e mi fu detto che molti anni prima in una tremenda carestia che desolò la Campagna, per molto tempo il convento provvide i viveri. «I Certosini hanno governato la campagna per moltissimo tempo»; ecco la lode che sentii ripetere più volte ed in molti luoghi. E con questa, voglio chiudere queste pagine come si conviene ad ospite riconoscente.


I MONTI VOLSCI
(1860)


I monti Volsci.
(1860).

La grande catena dei Volsci ha principio nel territorio romano presso Velletri che giace sulle loro pendici, e si stende, in una linea di belle alture in parte coperte da boschi, fino oltre il confine napoletano, venendo a declinare verso Capua. Correndo parallela all'Appennino divide geograficamente il Lazio nelle due regioni Campagna e Marittima che formano le due provincie di Frosinone e di Velletri.[5]

Lasciando Genazzano, dove mi ero recato a passare un'altra estate nel silenzio della campagna, ho voluto visitare i monti Volsci, che stavano sempre dinanzi a' miei occhi, quasi per invitarmi a valicarli per discendere nella pianura marittima. Una mattina sono dunque montato a cavallo e vi ho passato alcune giornate deliziose.

Da Genazzano ai piedi della catena vi sono appena tre ore di strada, attraverso ad una pianura solcata dal Sacco ed interrotta qua e là da collinette e da verdi praterie: questa pianura presenta gli stessi caratteri della campagna intorno a Roma. Non mancano le torri nere, cadenti in rovina, che si levano ad una data distanza l'una dall'altra, vestigia solitarie e melanconiche dei tempi feudali. Esse danno al paesaggio un aspetto suggestivo e ricordano l'epoca di barbarie quando i baroni medioevali dominavano il Lazio. Le famiglie dei Colonna e dei Conti eran proprietarie di gran parte della regione intorno ai monti Volsci. I Conti si suddividevano in più rami, quelli di Segni, di Valmontone e di Anagni; di preferenza però assunsero il titolo di Conti della Campagna, portando nel loro stemma l'imagine dell'aquila della campagna romana. Questa casa, illustre per avere avuto più papi, è estinta ormai da più di trecento anni; i Colonna invece esistono ancora e sono tuttora proprietari di una parte notevole del Lazio.

Più tardi altre famiglie, nipoti di papi, come i Borghese, i Doria, i Barberini, presero piede in questa regione e tolsero ai Colonna la parte migliore dei loro beni. Oggi, se si percorrono queste campagne latine e si domanda ad un pastore, ad un contadino, o agli abitanti delle nere castella, a chi appartenga il territorio, i nomi più spesso ripetuti sono Colonna e Borghese, e quest'ultimo ancor più del primo. Quando poi dai monti Volsci si scende nella pianura marittima, è il nome e la signoria di un'altra famiglia baronale di Roma, quella dei Gaetani, duchi di Sermoneta, che più spesso risuona al nostro orecchio.

Attraversai il Sacco presso la Mola de' Piscari, molino veramente pittoresco, che sorge fra le rovine di un antico castello dei Colonna, del quale rimangono ancora notevoli avanzi. Ne ho trovata menzione in alcuni documenti medioevali sotto il nome di Turris de Piscoli.

Il Sacco scorre qui aprendosi rumorosamente la strada fra le rocce calcaree su cui sorgono le rovine del castello interamente coperte di piante selvatiche. Esso dominava un tempo l'ampia via Latina che parte da Valmontone che si trova a non più di una mezz'ora di strada.

Cavalcavo attraverso i campi deserti, dove non s'incontra che qualche pastore con la sua mandra di pecore. I pastori di questa regione portano le gambe avvolte in una pelle di capra, ancora pelosa, ciò che dà loro un vago aspetto di satiri. Si comprende facilmente che da questo modo di vestire abbia avuto origine il mito appunto dei satiri e del dio Pane, poichè così molto probabilmente vestivano i pastori nei tempi favolosi.

Giunti sulla via Latina, appare a poca distanza Valmontone, che invita a visitarlo. In cima ad una bassa collina, ma tagliata a picco e nera, sorgono il castello Barberini, e la chiesa, importanti edifici in stile barocco del xvii secolo. Attorno a questi stanno raggruppate le case del paese, contornate da giardini, frutteti e vigne. I topografi moderni sostengono che Valmontone occupi oggi l'area dell'antica Tolerium. Il nome attuale, appare per la prima volta in documenti del secolo xii, e designa un borgo di proprietà del Capitolo della basilica lateranense. Questa chiesa, un tempo ricchissima, vendette il borgo nel 1208 ad Innocenzo III, della casa Conti, ed al fratello di lui, Riccardo, conte di Sora, il quale ne divenne feudatario e fu il capostipite del ramo di Valmontone e di Segni.

I Conti rimasero signori di questo luogo sino al 1575, nel quale anno si estinsero. Giovanni Battista, l'ultimo capo della casa, non lasciò che una figlia, Fulvia, che portò in dote tutti i beni di famiglia agli Sforza. Gli Sforza vendettero Valmontone nel 1634 ai Barberini, e Camillo Pamphili, nipote d'Innocenzo X, lo comperò dal cardinale Francesco Barberini nel 1651. Da allora è rimasto proprietà della casa Doria-Pamphili.

Camillo, uno dei principi più ricchi del secolo xvii, in grazia specialmente della rapacità della madre Olimpia Maidalchini, una vera arpia, fece edificare il palazzo e la chiesa di Valmontone. Anche se non si sapesse in quale tempo furono costruiti questi due edifici, basterebbe un'occhiata per apprenderlo, essendo entrambi in stile del Bernini, e riportando il visitatore verso l'architettura romana del xvii secolo. Contemplando gli edifici, non si direbbe di trovarsi davanti ad un castello della campagna romana, ma piuttosto dinanzi al palazzo Pamphili ed alla chiesa di S. Agnese, in piazza Navona. I Pamphili impiegarono le loro ricchezze nell'innalzare principeschi e maestosi edifici; il nipote d'Innocenzo X costruì presso la porta di S. Pancrazio la villa più bella e più grandiosa di Roma; fabbricò sul Corso il magnifico palazzo che porta anche oggi il nome della famiglia Doria e vi pose la famosa galleria di quadri, che è una delle più ricche di Roma. Innocenzo stesso edificò il palazzo Pamphili presso la chiesa di S. Agnese, questa pure da lui fatta ricostruire, e fece innalzare su disegno del Bernini, la bella fontana in piazza Navona, che può essere annoverata fra i monumenti migliori della Roma moderna.

Questa famiglia ha dunque aggiunto alla fisonomia della Roma pontificia dei nuovi tratti, proseguendo così l'opera iniziata prima con tanto splendore e tanta attività dai Borghese e dai Barberini. In qualunque modo si voglia giudicare lo stile di quel secolo, non si può fare a meno di riconoscergli, nonostante le sue stranezze e le sue esagerazioni nei particolari, una certa grandezza: esso caratterizza nettamente tutta un'epoca, quella del lusso baronale, del fiorire di una splendida e ricca aristocrazia; l'epoca in cui i baroni oziosi, dissoluti, vestiti di raso e di trine, sfoggiavano le loro ricchezze, la loro eleganza in quelle ampie sale, facendo mostra di quell'opulenza che il sudore dei poveri contadini procurava loro. La rivoluzione francese ha posto fine col ferro e col fuoco a questo periodo di dissipazione e di prodigalità. In questo secolo i papi non hanno più edificato. Dopo Pio VI, non vi è stato più nepotismo ed il magnifico palazzo di suo nipote Braschi che sorge, non lontano da quello Pamphili, in piazza Navona, può dirsi l'ultimo innalzato a spese del popolo angariato ed oppresso. Ora che il nepotismo più non esiste, non vedremo dunque più costruire dei palazzi Barberini, Borghese, Doria, Albani, Odescalchi, Rospigliosi e Corsini; Roma prenderà un altro carattere, ed invece di sontuosi edifici, di ville eleganti come quelle costruite dalle famiglie dei papi, vedremo teatri, stazioni, alberghi, villini, ed altre costruzioni simili a caserme.

Nulla Valmontone ha di notevole. Nessun monumento del medio-evo è sopravvissuto alla distruzione compiuta nel 1527 dalle soldatesche di Carlo V, reduci dall'aver saccheggiato Roma. Appena riedificato, fu di nuovo demolito dalle truppe del duca d'Alba e di Marco Antonio Colonna. Solo dalla piazza baronale del castello l'occhio può godere una veduta incantevole, quella dei monti Volsci, sulle cui sommità si scorgono le case di Montefortino, con il grande e cupo castello dei Borghese che le domina.

Per quanto piccolo ed isolato, Valmontone non è però privo di vita e di movimento, essendo luogo di passaggio fra Roma e la frontiera napoletana. Vi si vedono passare senza tregua file di carri, tirati da bianchi buoi, che portano alla città dei Cesari grano, lana, vino, pollame ed altre merci. Anche la posta vi passa tre volte alla settimana, ma non va oltre Frosinone, capoluogo della delegazione, di guisa che per andare a Ceprano o più in là nel regno di Napoli, è necessario prendere una carrozza a nolo.

Da Valmontone la via Latina prosegue per una valle ombreggiata da alberi, e poi attraversa una pianura silenziosa, fra vecchie torri, sino ai piedi dei monti Volsci. Ivi dalla strada maestra se ne stacca un'altra che dopo aver passato il Sacco prosegue per Segni. Da principio si cammina lungo le prime colline dei Volsci; alla destra sorge Monte Fortino, cupo ed oscuro, a sinistra, sopra una ridente collina, Gavignano. La via è monotona, ma più si sale e più stupenda appare la vista della classica pianura del Lazio, severa e bella, disseminata di colline e di castelli e limitata all'orizzonte dalle azzurre vette dell'Appennino, e più in là, verso il Napoletano, da altre montagne, dalle bianche cime.

Ho percorso tutte le più belle regioni d'Italia, ho vagato per le famose pianure di Agrigento e di Siracusa, ma nonostante lo scintillio di colori di queste regioni meridionali, confesso di non aver mai provato un'impressione tanto profonda come la campagna romana ed il Lazio hanno saputo suscitare in me. Queste contrade mi son divenute così familiari quanto quelle della mia patria, avendole dovute studiare profondamente per la mia storia di Roma nel medio-evo, e visitandole mi sono apparse sempre nuove e piene di grandezza. Quando poi me ne allontano, provo ardente il desiderio di rivederle. Non ho mai potuto contemplare da Monte Mario la valle che si apre fra Palestrina e Colonna verso la campagna latina, senza sentirmici attratto come da un'imperiosa seduzione. E' possibile che questo paesaggio debba ai ricordi storici gran parte del fascino irresistibile che esercita sul visitatore, ma anche senza di quelli son persuaso che sedurrebbe per il carattere nobile e grandioso che la natura gli ha impresso. Alcuni luoghi hanno un aspetto del tutto mitologico, come, per esempio, la pineta di Castel Fusano, presso Ostia, con i suoi alberi giganteschi che si stendono sino al mare, e la larga foce del Tevere, che la fantasia si sente portata a popolare di figure leggendarie e favolose. Altre regioni invece hanno un carattere del tutto lirico, altre ancora epico, omerico, come Astura e il capo Circeo. Nessuna regione però ha un carattere storico, solennemente tragico, al pari della campagna di Roma. Essa appare come il teatro più grande della storia, come la scena dell'universo. Nessuna descrizione poetica, nessun pennello di genio, per quanto molti artisti di valore vi si siano provati, saprebbe dare un'idea della bellezza grandiosa e superba della campagna del Lazio a chi non l'abbia veduta e sentita. Là nulla v'è di romantico, nulla di fantastico; tutto è silenzioso, grandioso, di una bellezza imponente e severa; dinanzi a quello spettacolo della natura lo spettatore intelligente si sente penetrato dall'impressione profonda e grave che proverebbe davanti alla statua di Giunone di Policlete.

Più si sale per i monti Volsci, e più, nel contemplare sotto di sè la stupenda regione, si prova invidia, per quelle aquile, che sono i veri conti della campagna e vi spaziano a loro piacimento, da padrone. Ora immobili sulle rocce, con aspetto imponente, ora sospese nell'aria, esse hanno la nobiltà di questa natura che dominano; il loro volo silenzioso e solenne è in piena armonia col paesaggio.

Non si scorge Segni se non allorquando vi si è quasi giunti, perchè la strada corre sempre tortuosa entro una gola di rocce calcaree, di colore rossastro. I fianchi del monte sono frastagliati, coperti di massi, che si accavallano gli uni sopra gli altri, così da sembrare una grande muraglia edificata da giganti. Esaminando quella formazione geologica, che più o meno si ritrova in tutti i monti del Lazio, mi è sembrato evidente che debba essere stato questo fenomeno naturale che ha dato all'uomo l'idea delle costruzioni ciclopiche; quelle formazioni geologiche essendo vere e proprie mura ciclopiche, di mole ancora più imponente. Gli uomini non hanno avuto che da imitare l'opera prodotta dalle rivoluzioni terrestri.

Era mezzogiorno ed il sole splendeva in tutto il suo ardore, allorchè giunsi innanzi a Segni. Questa antichissima città sorge su di un altipiano di rocce ed è tuttora circondata per buona parte da ciclopiche mura. A prima vista le sue case nere, che si inseguono a scaglioni, interrotte qua e là da alcune torri insignificanti, fanno un'impressione più singolare che piacevole. Non v'è una cattedrale, non un antico castello che richiami l'attenzione; non si scorgono che case noiosamente uniformi, senza alcun carattere architettonico; ed io, che avevo sperato trovare una città antica, ricca di monumenti, rimasi pienamente deluso. Tutti i paesi del Lazio propriamente detto, come Anagni, Ferentino, Alatri, Veroli, recano, più o meno, l'impronta del medio-evo; quest'antica città di Signia non è invece che un luogo deserto, malinconico e senza il menomo interesse storico; è insomma una noiosa città. L'unico ricordo piacevole che di essa mi sia rimasto, è quello degli alberi stupendi che la circondano da un lato, e la vista dei rigogliosi boschi che ricoprono i monti vicini.

Mi sono convinto che i paesi Volsci, per quanti ne ho veduti, hanno un carattere affatto diverso da quelli latini; e ciò principalmente perchè sono paesi di montagna, solitari, appartati dal mondo, senza commercio nè industria; taluni scarseggiano perfino di terreni coltivabili, non hanno che olivi, viti e altri alberi fruttiferi. Vi si raccolgono abbondantemente le ciliegie, le pesche, le castagne e soprattutto le ghiande, che servono ad ingrassare i maiali. Questi animali, tutti di razza nera, vengono allevati in grande quantità sui monti Volsci; i prosciutti di queste contrade sono infatti rinomatissimi. Tutti i paesi di questa regione, eccezion fatta delle città, come Cori, che sono più vicine a Roma e non si trovano proprio sui monti, hanno l'aspetto dello squallore e della miseria.

Le case di Segni son costruite di pietra bianca calcarea, alternata con blocchi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un aspetto bizzarro; essa denota un primo passo, ancora timido ed incerto, nella via dell'architettura pisana, che, come è noto, fa alternare strisce bianche a quelle nere ne' suoi edifici. Ho spesso trovato in vecchi documenti l'espressione «Signino opere» applicata alle case, ed a Segni ho appreso cosa significasse: essa serviva ad indicare il modo di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una grande nè buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un carattere monotono e grigio, tanto più triste in quanto che non un giardino, non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle case di pietra calcarea.