FERDINANDO GREGOROVIUS

Passeggiate per l'Italia

Subiaco
Attraverso l'Umbria
e la Sabina—Il Ghetto
e gli Ebrei di Roma—Macchiette
romane—Storia del Tevere—L'impero,
Roma e la Germania—Una
settimana di Pentecoste
in
Abruzzo


Versione dal tedesco


Ulisse Carboni—Libraio Editore
ROMA
Via delle Muratte, 77
1907



I diritti sulla presente traduzione sono riservati

Stab. Tip. della Società Poligrafica Editrice
Roma, Piazza Pigna, 53.



Varî critici italiani, occupandosi del primo volume di queste «Passeggiate per l'Italia» con cortesi parole di lode al coraggioso editore romano ed al traduttore, domandavano per quali ragioni quest'ultimo avesse voluto mantenere l'incognito. «Dinanzi ad opere severe e poderose, quali appunto quelle del Gregorovius,—scriveva uno di questi critici—il traduttore, responsabile dinanzi all'autore ed al pubblico dell'opera sua, ha il dovere sacrosanto di far conoscere il proprio nome».

L'appunto, lo riconosco completamente, era giusto, e son qui a fare doverosa ammenda ed insieme a giustificarmi.

Per ragioni, che sarebbe fuor di luogo qui esporre, consegnato il manoscritto del primo volume, non mi fu affatto possibile rivedere, neppur fugacemente, le bozze e curar l'edizione; cosa, questa, che dovette essere affidata ad altra cortese persona. Per questo, per questo solo, non credetti opportuno apporre il mio nome al primo volume.

Premessa questa breve, ma doverosa giustificazione, tengo a render qui vive grazie al signor Attilio Rinieri de Rocchi, che mi aiutò nella non lieve fatica della traduzione, ed all'egregio avvocato Francesco Zunini che corredò, con paziente lavoro di ricerca, i vari capitoli, di cui questo volume si compone, di dotte ed utili note.

Ed ora invito i lettori a seguire il grande storico in queste sue nuove «Passeggiate» descritte in varie date, ma comprese tutte nel febbrile periodo della nostra insurrezione, nel periodo in cui il potere temporale dei papi oscillava sempre più, avvicinandosi al crollo finale. La «Saturnia tellus» si è trasformata: è dunque bene che rimangano consacrate, in geniale opera d'arte, le impressioni subìte in quella terra da un così profondo conoscitore della storia e della vita romana, quale fu appunto Ferdinando Gregorovius.

Roma, nel dicembre 1906.

Mario Corsi.


SUBIACO.
La più antica abbazia dei Benedettini
dell'Occidente.
(1858).


SUBIACO.
La più antica abbazia dei Benedettini
dell'Occidente
(1858).

A ventiquattro miglia da Roma, in una delle più belle vallate della Campagna romana, irrigata dal gelido Aniene, giace la famosa abbazia dei Benedettini di Subiaco. Gli Appennini distaccano qui una catena di monti, le alture Simbruine, che dividono lo Stato della Chiesa dal Regno di Napoli, la terra di confine del quale è l'antica regione dei Marsi, oggi Marsica, provincia appartenente agli Abbruzzi. L'Aniene scaturisce su questo confine, sopra Filettino, e, precipitando impetuoso, forma una lunga ed in parte angusta valle, che fino a Tivoli è limitata da monti ricoperti di boschi di castagni e di olivi. Sulla sommità di questi monti si ergono, lungo il corso della corrente, dei cupi castelli medioevali, Filettino, Trevi, Jenne, Subiaco, Agosta, Cervara, Marano, Anticoli, Roviano, Cantalupo, Saracinesco, Vicovaro, San Polo, Castel Madama e Tivoli. Questo è anche per la maggior parte il territorio di quell'antica abbazia benedettina, luogo memorabile dell'ancor poco conosciuto medio evo del Lazio romano, culla del monachismo dell'Occidente.

Da questa selvaggia solitudine, fra i monti brulli ebbero origine tutti i monasteri che, sotto forma di colonie della Chiesa romana, si sparsero per tutta l'Italia, la Sicilia, la Germania, la Francia ed anche per la lontana Britannia. I monaci mantennero stretti i rapporti fra queste regioni e Roma, e, in mezzo alle barbarie di secoli oscuri, essi posero i germi della civiltà (meriti che possiamo ancora riconoscer loro) e tennero viva la coltura classica, copiando, scrivendo, e studiando i codici, alla fioca luce della lampada, nelle loro buie celle, mentre tramandavano gli avvenimenti del loro tempo in cronache e notizie di inestimabile valore. Così è: uomini che si erano allontanati per principio dal rumore del mondo, divennero i padri degli scritti storici, fatto questo che cessa di parere strano, quando si pensi che i chiostri in quei secoli avevano stretti e continui rapporti con la vita politica.

Voglio in queste pagine fare la storia, per sommi capi, di una delle più notevoli abbazie. Dal punto di vista storico e scientifico, Subiaco è certamente superata da Montecassino, e di molto: questo chiostro è il più antico antenato di quello che sorge presso il Liri; per tutto il medio evo anzi fu il faro solitario della scienza, come lo attestano oggi i suoi preziosi archivi e la dottrina diligente de' suoi monaci. Ma anche la storia di Subiaco è interessantissima per la cronaca degli avvenimenti del medio evo negli stati romani, ed è anche un quadro, ricco d'insegnamenti, del feudalismo ecclesiastico. Mentre intorno a questo chiostro si andava a poco a poco formando uno Stato feudale da lui dipendente, esso entrava come possente principato nella giurisdizione territoriale romana, il cui re era l'abate, ed i potenti baroni erano i monaci, ai quali per lungo tempo rimasero devote ed ubbidienti le città, i cavalieri ed il popolo della campagna.

La fondazione dell'abbazia risale al tempo in cui l'eroica stirpe dei Goti dominava, con Teodorico, Roma e l'Italia, e ritardava con savie leggi, ancora per un mezzo secolo, il tramonto definitivo della civiltà romana; ma il crollo dell'impero era già completamente avvenuto. Allora, mentre si andava disgregando l'antico ordinamento del mondo, e si spezzavano i legami di stato e di città, si manifestò nel popolo il bisogno di fuggire dalla società e di rifugiarsi in una vita di solitudine e di pace, come già era avvenuto al principio del secolo quarto. Benedetto fondò il monacato occidentale, e fu, col suo più giovane contemporaneo, Gregorio Magno, uno dei creatori della gerarchia romana. Quanto questa gli dovesse, anche quel pontefice lo riconobbe; egli stesso, nel secondo libro de' suoi dialoghi, parlò dell'opera del suo fratello d'armi di Subiaco, che aveva liberato l'Occidente dalla signoria dei bizantini, aveva istituito una regola nazionale romana, e aveva inviato per tutte le regioni i suoi seguaci, onde collegarle a Roma.

Benedetto nacque a Nursia nella Valeria[1] nell'anno 480, ed all'età di quattordici anni venne a Roma, per iniziarsi agli studî di umanità. Ma presto, assalito dalla brama della solitudine, cominciò ad errare per i deserti monti Simbruini, e qui visse, in una caverna, assorto in estatiche meditazioni. Il luogo si chiamava Sublacus, ed era noto anche a Plinio per una bella villa di Nerone, il quale aveva fatto, sbarrando con una arginatura l'Aniene, costruire quivi tre laghetti artificiali, per pescarvi le trote con reti d'oro. Queste trote sono ancora famose come al tempo di Nerone, ma i laghetti durante il medio evo scomparvero. Al tempo in cui il giovane romito viveva lassù, non esisteva ancora la città di Subiaco;[2] però sulle rovine della villa di Nerone era sorto un chiostro dedicato a S. Clemente, ed uno de' suoi monaci, di nome Romano, soleva ogni giorno portare del cibo alla grotta del giovane Benedetto. Questi, persuaso da sua sorella Scolastica, uscì finalmente dalla caverna, come Maometto; la fama della sua santità si era già diffusa, e siccome molti romani si erano uniti all'ispirato anacoreta, egli gettò le regole fondamentali dell'Ordine e divise i fratelli in dodici piccoli chiostri. Questi si trovavano tutti nella medesima valle, nella selvaggia solitudine dei monti. Nel contemplare quel solenne cerchio di monti, che ora rudi e ripidi si slanciano nell'azzurro, ora invece gaiamente coperti di verdeggianti boschetti, nei quali risuona la dolce canzone dell'usignuolo, non si può fare a meno di apprezzare il sentimento della natura, che albergava nell'animo del giovane ispirato. Non una di quelle incantevoli vedute, cui solo l'orizzonte è limite, delle quali è ricca la Campagna romana, alletta e trattiene qui l'occhio, ebro di sole e di vita; no: l'orizzonte è qui chiuso e costretto da rupi selvagge.

Verso settentrione si innalzano, simili a giganteschi promontorî, due grandi monti, fra i quali precipita l'Aniene, che si apre violentemente la via fra enormi blocchi di rocce, attraverso ombrosi scoscendimenti, e, col suo eterno e melanconico strepito, immerge nel sogno l'anima del solitario viandante.

Qui, sulle nude pareti rocciose, in dodici chiostri, abitavano i santi di Roma, simili a corvi montani, e la valle di Subiaco poteva paragonarsi ad una di quelle deserte valli d'Egitto, dove Atanasio ed Antonio riunirono intorno a loro innumerevoli schiere di anacoreti.

Ma l'invidia di un prete delle vicinanze di Vicovaro (Varia), scacciò il patriarca da Subiaco; Pelagio[3] tentò un giorno di mandare all'aria quei chiostri col lascivo allettamento di belle ragazze, che ebbe l'impudenza di mandare nelle celle dei monaci; allora Benedetto abbandonò il luogo profanato, dove aveva per molti anni meditato e studiato colla compagnia di tre giovani corvi da lui allevati, e si diresse a Montecassino, dove l'anno 529 fondò il famosissimo chiostro. Ma in Subiaco qualche cosa di lui era rimasto; egli stesso vi aveva lasciato Onorato come suo successore, in qualità di abate. La storia dei dodici chiostri è poco conosciuta: sembra che la tremenda guerra di distruzione dei Goti abbia impedito loro di prosperare. Onorato costrusse il chiostro principale, consacrato ai santi Cosma e Damiano; è questo il solo rimasto dei dodici, e porta il nome di S. Scolastica. I Longobardi distrussero gli altri nel 601;[4] i Benedettini scacciati si rifugiarono in Roma, dove il papa aprì[5] loro il chiostro di S. Erasmo, sul monte Celio. Gregorio Magno ci si presenta come il vero fondatore della potenza mondiale dell'abbazia di Subiaco; a lui è attribuito un atto con cui nel 599 avrebbe concesso a quell'abbazia una quantità di beneficî e di privilegi, e questa pergamena apocrifa è diventata poi la base sulla quale i Benedettini si sono arrogati infiniti diritti. L'originale è contenuto solo in un rescritto, detto autentico, del 1654. Ci sono anche altri documenti di questo genere, donazioni di Gregorio IV e di Nicolò I, e dei re Ugo e Lotario, dell'anno 941, che nessuno studioso di coscienza può ritenere genuini. Le falsificazioni si diffusero tanto nel chiostro, che Leone IX nel 1051 bruciò di sua mano molti documenti.

L'abbazia di Benedetto rimase abbandonata per 104 anni, finchè Giovanni VII,[6] nel 705, la popolò nuovamente. Ma i Saraceni la distrussero nell'840, finchè sotto l'abate Pietro I, alla metà di quel secolo, fu nuovamente riedificata. Abbattuta per l'ultima volta dagli Ungheresi, nel 938, fu finalmente ricostruita da Benedetto VII, nell'anno 981; questo pontefice consacrò, il 4 decembre, la chiesa del chiostro sotto il patronato di S. Benedetto e di S. Scolastica. Da quel tempo l'abbazia non ha sofferto più danni per mano di nemici, ed ha cominciato a fiorire, arricchita da donazioni valide e non contestate.

I cronisti narrano che la potenza feudale di Subiaco cominciò nel secolo XI, nel tempo in cui il feudalismo si andava estendendo in tutte le regioni. La considerazione del chiostro era divenuta così grande, che potenti baroni della Campagna romana donavano a S. Benedetto castelli e possessi; così il conte della Marsica, Rainaldo, concesse ai monaci Arsoli, Anticoli, Roviano e molti castelli con essi passarono all'eterno feudo dell'abbazia. Gli abati in questo tempo divennero i veri baroni. Ma è assai strano che Subiaco stessa, che si era accresciuta e, prima, formata sotto la protezione dell'abbazia, non cadesse in potere degli abati. Nel cortile del chiostro di Santa Scolastica si vede, nella parete presso la porta della chiesa, una pietra murata: essa contiene un'iscrizione del 1052, del quarto anno cioè del pontificato di Leone IX, la quale dice che il venerando abate Uberto edificò la torre del chiostro in onore di Cristo, del suo rappresentante Benedetto e della sorella di lui Scolastica; enumera quindi tutti i possessi del chiostro, la grotta di Benedetto, i due laghetti che ancora esistevano, il fiume Aniene, con l'uso del mulino e il diritto di pesca, e ventiquattro castelli nel territorio dell'Aniene.

La città di Subiaco però non vi è nominata.[7] Molto probabilmente divenne soggetta al chiostro dopo che l'abate Giovanni V, nell'anno 1068, ebbe costruito sul luogo la rocca, o fortezza, come afferma un cronista dell'abbazia. Questa fortezza si erge ancora presso il palazzo municipale, sebbene assai cambiata di aspetto, sul monte piramidale, sui fianchi del quale è fabbricata la città.

Giovanni V, cardinale diacono di S. Maria in Dominica a Roma, abate possente e guerriero, sembra sia stato il vero fondatore della potenza temporale di Subiaco. Per 59 anni egli vi regnò come principe; condusse guerre fortunate contro i baroni delle vicinanze, e dopo aver riempito di ricchezze il chiostro, ed edificata una chiesa sopra la grotta di Benedetto (sacrum specus) per perpetuarne la memoria, morì assai vecchio nel 1121. Da quel tempo gli abati benedettini furono annoverati fra i principi guerrieri e temuti della Campagna romana, come gli Orsini e i Colonna, coi quali osarono gareggiare. I loro vassalli, i contadini e gli abitanti dei castelli che loro appartenevano, gemevano sotto un dispotismo feudale, tanto più terribile, in quanto che era esercitato da uomini le cui passioni non potevano essere attenuate o limitate da nessun riguardo politico. Essi stessi erano i ministri del dispotismo del chiostro e del potere dell'abate sovrano, da loro eletto; ma, d'altro canto, si rifacevano sui vassalli, come incaricati di riscuotere le imposte, come segretari e giudici, senza appello, di vita e di morte. L'abate mandava in ogni castello un monaco che vi esercitava da signore una giustizia barbarica, e per primo, nell'anno 1232, Gregorio IX dispose, per alleviare la sorte dei vassalli, che ogniqualvolta i castellani avessero da rendere giustizia, dovessero unirsi una specie di procuratore legale scelto nella cittadinanza. In principio si chiamò, secondo l'uso del tempo, buon uomo, poi castellano. Finalmente il diritto di rendere giustizia fu tolto ai monaci, che restarono però amministratori ed esattori delle imposte, col diritto di sorvegliare le moltitudini; il preposto al castello, nominato dall'abate, esercitava la giustizia indipendentemente da lui, ma in suo nome.

I sudditi dell'abbazia si dividevano in tre classi: i liberi, che non erano obbligati a servire come soldati del chiostro, perchè non portavano rendite al feudo; i milites, che, nella loro qualità di vassalli del chiostro, dovevano servirlo con le armi, e finalmente i contadini o servi della gleba, tutti dipendenti da un connestabile. Così l'abate imperava su un piccolo esercito di vassalli obbligati al servizio militare; più tardi egli assoldò anche delle bande, nè più, nè meno degli altri baroni, e, se era di spirito bellicoso, guidò in persona a cavallo le sue truppe alla battaglia, con lo scudo e la spada.

Le ostilità con i vicini vescovi di Preneste, Tivoli, Anagni, o con i baroni dei dintorni, diedero spesso occasione a fatti d'arme; anche entro le tombe si poneva la spada al fianco dell'abate.

Essi appartenevano alle più note famiglie nobili della Campagna romana, come, fra gli altri, ricorderò il bellicoso Lando, nipote di Innocenzo III, dell'illustre prosapia dei Conti di Segni; morì questi nel 1244. Ma nè la ferrea potestà che esercitavano, nè la severa disciplina preservarono talora il chiostro dai più funesti scompigli. Le condizioni e gli eventi del papato in Roma si riflettevano in piccolo sull'abbazia di Subiaco.

I monaci erano animati da un vivacissimo spirito di parte, e l'audace ambizione di alcuni di essi si faceva beffe di tutte le leggi di Benedetto. Dopo la morte dell'abate, nell'anno 1276, il monaco Pelagio, raccolti armati per costituirsi signore temporale del luogo, assalì il chiostro, scacciò i monaci, e dopo aver saccheggiato il tesoro, ritornò a Cervara, luogo selvaggio, rupestre, sopra Subiaco, dove si tenne armato per quattro anni, aspettando che l'abbazia rimanesse indifesa e senza capo.

Il papa scelse un nuovo abate e lo mandò contro di lui con molte truppe, che solo dopo un difficile assedio riuscirono a sopraffare i ribelli.

Questo stato di cose peggiorò durante l'esilio avignonese, e per molti anni l'abbazia rimase senza capo; quando poi un papa vi mandò un abate di Avignone, che col suo reggimento tirannico mise la disperazione così nei monaci come nei vassalli. Bartolomeo da Montecassino, consacrato abate nel 1318, vi condusse la più scandalosa esistenza; sulla fortezza stabilì un harem di belle ragazze ed i monaci seguirono il suo esempio.

Il chiostro minacciava di dissolversi: se così non accadde, fu per la severità del francese Ademaro. Questo tirannello divenne abate nell'anno 1353. Ci possiamo immaginare facilmente l'ambiente, quando si sappia che Ademaro non esitò a far un bel giorno appiccare per le gambe sette monaci suoi nemici, che furono bruciati a fuoco lento. Era ghibellino convinto; battè una volta sull'Aniene, presso la porta di Subiaco, le truppe del vescovo di Tivoli, partigiano del papa. Ancora oggi gli abitanti mostrano allo straniero il ponte ad un arco, munito di torre, che conduce a Subiaco, attraverso l'Aniene, quello stesso che Ademaro aveva fatto edificare col bottino dai prigionieri di Tivoli.

Il disordine era giunto al colmo; uno dopo l'altro gli abati erano costretti ad abbandonare la dignità. Vedendo infruttuose le riforme più volte tentate con decreti ed ordinanze della Curia romana, Urbano VI risolvette di por fine con un'azione repressiva e vigorosa a quell'anarchia. Con la bolla dell'anno 1386 egli tolse ai monaci il loro antico e prezioso diritto di eleggere l'abate. Dalla fondazione del chiostro essi avevano eletto 57 abati, ed erano fieri del privilegio del loro piccolo principato elettivo, che sorpassava per venerabile età i regni della terra; a malincuore dunque dovettero piegarsi all'ordine pontificio, e da quel tempo cominciò a declinare lo splendore di questa abbazia benedettina.

Furono i pontefici che scelsero d'allora in poi gli abati, e questi nuovi capi del chiostro si dissero manuales, perchè ricevevano l'investitura dalle mani del papa. Il primo di questi fu Tommaso da Celano, ardente seguace di Urbano, uomo di qualità e doti superiori. Tale ordine di cose durò fino all'anno 1455, nel quale gli abati, sino allora arbitri della forza e giurisdizione feudale, e di essa terribilmente armati, perdettero anche questo diritto.

Si narra che la continua tirannide che esercitavano sui loro sottoposti sia stata la causa di tale perdita. Finchè il loro governo come una maledizione posò sui poveri sudditi, che riempivano le carceri, e spesso erano anche precipitati nei pozzi sotterranei della fortezza, i lamenti del popolo si alzarono alti e strazianti. Un caso segnò il momento della liberazione. Nel novembre 1454 quindici giovanetti schernirono per via due monaci e aizzarono contro loro dei cani: i fratelli del chiostro se ne lagnarono presso l'abate e la notte seguente questi mandò i suoi birri alle case ove abitavano i giovani, appartenenti alle più note famiglie del luogo, e al cader del sole la popolazione vide i quindici infelici impiccati alla forca, in un punto che anche oggi si chiama Colle delle Forche. Allora la popolazione si sollevò, assalì il chiostro, uccise i monaci, li precipitò dalle finestre nell'abisso, e devastò l'abbazia. In seguito a questo fatto, Callisto III, il 16 gennaio 1455, ridusse Subiaco in commenda e dispose che un cardinale ne godesse i ricchi beneficî, sotto il titolo di abate; ed il primo fu il dotto spagnolo Juan Torquemada, cardinale di Santa Maria in Trastevere, cui comandò di riformare l'ordinamento di Subiaco e di tutti i castelli dipendenti. Fu allora stabilito un nuovo statuto, secondo il quale ogni abate era obbligato al giuramento di governare rettamente innanzi ai membri della comunità di Subiaco, mentre da parte sua la popolazione doveva giurare a lui fedeltà. Al primo cardinale abate Torquemada ed a questo chiostro spetta la bella fama di avere dato alla luce la prima opera stampata fuori di Germania.[8] Ne furono editori Corrado Schweinheym e Arnoldo Pannartz che, prima di stabilire la stamperia romana al palazzo Massimi, trovarono ospitali accoglienze a Subiaco. Qui anzi essi terminarono il 30 ottobre 1465 di stampare le Istituzioni di Lattanzio, e pubblicarono nel 1467 l'opera di S. Agostino: De civitate Dei. Questi magnifici ricordi della signoria monacale a Subiaco sono insieme degni monumenti della nostra patria tedesca; ancor oggi li conserva la biblioteca del chiostro di S. Scolastica.

Torquemada morì in Roma nel 1467 e gli successe un altro spagnolo, Rodrigo Borgia, divenuto poi Alessandro VI.

In Subiaco le preziose opere di stampa non ricordano il suo nome, ma lo ricorda la rocca del palazzo, a cui nel 1476 aggiunse un'ala sormontata dalla torre quadrata. Si vede ancora il toro del suo stemma sul muro esterno, dove un'iscrizione dice che il cardinale Rodrigo munì la rocca per la difesa dei monaci e dell'abbazia e per la sicurezza dei confini della Chiesa Romana. Sedici anni dopo fu inalzato al seggio pontificio; egli pagò anche il voto datogli nel conclave dal cardinale Giovanni Colonna, avendogli promessa l'abbazia di cui sino ad allora aveva goduto i beneficî. Ma l'amicizia fra Alessandro VI e i Colonna ebbe breve durata: la più potente famiglia romana cominciò ad attraversare i disegni dei Borgia, che miravano a formare un grande dominio temporale, per mezzo della forza e dell'astuzia, a danno dei grandi baroni. Il cardinale Colonna dovette far vela per la Sicilia ed abbandonare la commenda, che per tutta la durata del pontificato di Alessandro, fu occupata dal palermitano Luigi de Aspris.

Era quel terribile papa appena morto, che Colonna fu reintegrato nella commenda dal suo successore, Giulio II. Nel 1508 la passò egli stesso al famoso suo nipote Pompeo: questo lascivo cardinale dicesi conducesse a Subiaco la bella Marsilia, figlia di Attilio Corsi. Un giorno il padre brandendo un pugnale riuscì a penetrare nella camera del seduttore, ma fu afferrato dai servi e gettato in un sotterraneo segreto. Pompeo si era già guastato con Giulio II, che aveva riunito l'abbazia di Subiaco con quella di Farfa, terzo degli antichi conventi benedettini, fondato nel VI secolo nel territorio sabino, ed allargato ed esteso dai duchi longobardi di Spoleto, nei dominî dei quali il monastero si trovava. I rapporti fra le due abbazie diedero d'allora in poi occasione a continue lotte: un partito voleva riunirsi ai monaci di Montecassino, ciò che ebbe luogo nel 1514; l'altro, il partito tedesco, stava invece per la fusione con l'abbazia di Farfa. Farfa aveva il titolo di abbazia imperiale e contava molti tedeschi fra i suoi monaci: essi ricorsero più volte all'imperatore e, più volte scacciati da Montecassino, i benedettini vi furono reintegrati dai papi.

Pompeo Colonna, scomunicato da Giulio II, ma riammesso in grembo alla madre Chiesa da Leone X, passò la commenda al nipote Scipione. I Colonna erano potenti nella Campagna romana, dove si erano formati un piccolo regno delle città degli Ernici e dei Volsci; essi pensavano perciò d'incorporare anche Subiaco nei loro possessi, e siccome i cardinali di questa famiglia ottenevano dai papi che fosse assegnata la commenda ai loro nipoti, viventi ancor essi, così fu loro possibile di essere padroni di Subiaco per ben 116 anni. Per tutto questo periodo il paese rimase ai Colonna, nonostante le continue lotte coi papi. Clemente VII subì per questo una tremenda sconfitta. Le sue truppe distrussero nel 1527 la rocca di Subiaco, ma il 28 giugno dell'anno successivo furono completamente battute, sotto il comando di Napoleone Orsini. La bandiera tolta in quella giornata alle truppe pontificie, si conserva, come trofeo, nella chiesa di S. Scolastica, e ogni anno, nello anniversario, si festeggia a Subiaco, con una processione, questa vittoria ottenuta su di un pontefice.

Questi ricordi storici sono ancora vivi in tutta la regione.

Il dominio dei Colonna fu un governo baronale, fatto di arbitrio, senza legge, simile al dominio lombardo-spagnolo dipinto dal Manzoni nel suo romanzo. Questi cardinali non vedevano nella porpora che indossavano che il manto della sovranità; dei banditi assoldati, già noti allora sotto il nome di bravi, obbedivano fedelmente ai loro minimi cenni, e nè la proprietà, nè l'onore delle famiglie erano sacri a quelle masnade accampate nel cortile della rocca. Mentre duravano ancora le contese tra Farfa e Montecassino, una notte, Scacciadiavolo, il temuto bravo di Pompeo, con 44 armati piombò sul chiostro di S. Scolastica, lo saccheggiò e ne scacciò tutti i monaci. Si dice che vi avesse avuto mano anche il cardinale; fatto si è che egli fu destituito dal papa, ma per esser subito dopo rimesso al suo posto. La storia di quel tempo è piena di simili violenze, e molti luoghi di Subiaco ne tramandano la cupa memoria: si mostra ancora la piazza, per esempio, in cui parecchi cittadini furono sepolti vivi. Subiaco vide, fra le altre atrocità, anche lo spaventoso matricidio che impedì la grazia della famiglia Cenci. Un membro della casa Santa Croce di Roma avendo nel 1599 strangolato la sua propria madre a Subiaco, il papa, appena saputolo, firmò la condanna a morte di Beatrice Cenci, della matrigna e del fratello.

Intanto la potestà di Subiaco passava dall'uno all'altro Colonna, la storia dei quali è legata a quella del chiostro; così Marcantonio Colonna, così Camillo e finalmente Ascanio, che fu della famiglia Colonna l'ultimo cardinale-abate di Subiaco. Abitava questi nella rocca, spudoratamente, con la sua amante Artemisia, che aveva elevato a sua sostituta nella direzione dell'abbazia, ogniqualvolta egli doveva assentarsi; la cosa sollevò tanto scandalo che la commenda fu tolta ai Colonna. Dopo la morte di Ascanio, nel 1608, il papa l'assegnò a suo nipote Scipione Caffarelli Borghese, che la tenne fino al 1633.

I Colonna non hanno lasciato in Subiaco nessun bel ricordo; si vedono soltanto nella fortezza, che essi fecero costruire ed abbellire, delle stanze ornate dei loro stemmi.

Mentre fino al secolo xvi gli Orsini e i Colonna furono i padroni veri e propri della Campagna romana, dopo il XVI secolo subentrarono in questo dominio le più recenti famiglie, i Borghese e i Barberini, portate su da papi nepotisti. Essi acquistarono le più belle proprietà del Lazio, e le posseggono ancora (1858). Le città di questa regione mostrano sempre i loro palazzi massicci e spaziosi, dalle cui pareti pendono i polverosi ritratti dei baroni di quel tempo. Se ne trovano molti; ed anche nella cittaduzza montana degli Ernici, dove scrivo queste righe, mi trovo in mezzo a quadri famigliari di antichi cardinali e di maestose dame del secolo XVII; fra i cardinali ho notato il volto roseo di Scipione Borghese. Era il tempo dell'assolutismo galante e sensuale, in parrucca incipriata e calze di seta, il cui carattere era imbelle, intrigante e scandaloso, non meno che prosaico. I baroni in corazza e maglia del medio evo si eran mutati in principi molli che, sdraiati sui divani delle loro camere, gustavano i frutti che il vassallo tremante portava loro al castello. Ogni volta che i cardinali facevano il loro ingresso in Subiaco per prendere possesso dei beneficî, arrivavano alla testa di un piccolo esercito mercenario, e, accompagnati da un nugolo di servi, ricevevano sulla porta dalle mani del magistrato le chiavi della città.

I Borghese furono presto cacciati da Subiaco dai Barberini. Urbano VIII, capostipite di questa ricca casa, assegnò la commenda al nepote Antonio, nel 1633; da questo tempo i Barberini seppero molto bene seguire l'esempio dei Colonna, poichè per 105 anni l'abbazia rimase nelle loro mani; Antonio accrebbe anche la potenza del cardinale-abate; aggiunse al diritto di giurisdizione baronale anche quello vescovile, che fino ad allora avevano esercitato i vescovi confinanti di Tivoli, Anagni e Palestrina, sui diversi castelli. Così il commendatore di Subiaco fu insieme barone e vescovo, con terrore del povero popolo. Le leggi erano così inumane che solo per aver preso una quaglia o un fagiano si era puniti con dieci anni di galera. Tuttavia il governo dei Barberini portò un po' di bene: Subiaco, per la sua posizione naturale, su di una ricchissima corrente di acqua, era specialmente adatta all'industria, e deve al primo Barberini le fabbriche di carta, di cotone e di stoffe colorate, che occupano e nutrono anche oggi alcune centinaia di operai; nulla però si è potuto fare per sviluppare queste industrie, poichè esse son rimaste un monopolio della commenda cardinalizia.

Intanto i monaci non avevano dimenticato che essi un tempo erano stati i signori feudali dell'abbazia; colsero dunque l'occasione della morte di Francesco Barberini, nel 1738, per far valere i loro antichi diritti. Nominarono vicario quegli che era stato abate, Bernardo si lasciò condurre nella chiesa della città, ricevette là dal gonfaloniere del popolo il giuramento dei sudditi, giurò egli stesso gli statuti, e dopo una completa cerimonia di presa di possesso, fu portato in processione per Subiaco, imitando in tal modo l'insediamento di un nuovo papa. Così, come se fosse stato un abate del xiii secolo, promulgò editti, insediò suoi agenti nei castelli, fece grazie, richiamò esiliati e tenne un linguaggio da principe. L'editto inaugurale del suo governo comincia con queste pompose parole: «Noi, Don Bernardo Cretoni, dell'ordine di S. Benedetto, monaco e professo del sacro imperiale chiostro di S. Maria della Farfa, e per grazia di Dio abate regolare del sacro chiostro di S. Scolastica, e, per grazia della Santa Sede Apostolica, Vicario della medesima Santa Sede apostolica, vicereggente temporale e spirituale». Ma lo sfrontato abate trovò la più ostinata resistenza nel popolo, cui non sorrideva punto l'idea di tornare sotto il dispotismo della cocolla, ed un'eguale resistenza nella gelosia della parte religiosa secolare della città. Gli uni e gli altri ricorsero al Pontefice, e questi diede la commenda al cardinale Spinoza, che come plenipotenziario prese finalmente possesso di Subiaco.

Verso la metà del secolo XVIII era divenuto acerbissimo l'odio contro tutte le istituzioni feudali e il monacato, venuto in contrasto con gli stati laici, doveva risentirne gli effetti. A Subiaco si formò una congiura contro i benedettini; si cantavano canzoni di scherno contro i monaci e nelle strade, dei declamatori raccontavano la storia del chiostro, eccitando la popolazione con la narrazione dei soprusi e delle violenze patite. I monaci, che non avevano potuto reprimere una sollevazione avvenuta il 13 maggio 1752, invocarono l'aiuto delle truppe romane: una compagnia di côrsi entrò in Subiaco, e con essa un commissario pontificio per farvi un'inchiesta. Avendo la commissione riconosciuto quale era la radice del male, papa Benedetto XIV risolvè di abolire i diritti feudali dei benedettini. Un papa che aveva il nome di Benedetto ebbe il coraggio di rinnegarlo, e, mentre egli annientava uno dei più antichi principati ecclesiastici del mondo, si metteva su quella via di riforme nella quale poi doveva seguirlo l'infelice suo successore. Egli abolì per sempre, il 7 novembre 1753, la giurisdizione temporale del cardinale-abate di Subiaco, e gli lasciò soltanto alcuni titoli e rendite di natura feudale, che sussistono ancora in gran parte e sono abbastanza gravosi. Il principato temporale passò allo Stato e fu esercitato da un governatore e da un giudice, che venivano nominati dalla Sacra Consulta. La commenda cardinalizia rimase un beneficio semplicemente spirituale; il suo primo titolare, in questa nuova condizione, fu Giovanni Battista Banchieri.

Questa fu la fine dell'ordinamento medioevale della famosa abbazia, e da quel tempo la sua storia perdè ogni interesse. Però fra i suoi cardinali-commendatori ve n'è uno notevole per avere efficacemente favorito, secondo le esigenze dei nuovi tempi, la civilizzazione di quella regione, ed è Pio VI, Braschi, che, nominato cardinale-abate nel 1773, rimase tale anche quando fu fatto papa, e colmò Subiaco di beneficî. Oltre alla costruzione di vari edifici, come la cattedrale, un grande seminario, il restauro del palazzo, ed altro, suo titolo principale alla riconoscenza di quella popolazione è la bella strada che, lungo l'Aniene, conduce a Tivoli: per mezzo di questa strada egli collegò l'abbazia alla capitale della regione. I cittadini di Subiaco gli innalzarono perciò un arco di trionfo, sul modello dell'arco di Tito; è un ornamento di quel luogo che il medesimo pontefice aveva fatto diventare città. Pio VI entrò a Subiaco nel maggio 1789 passando per questa porta d'onore.

Ma ben presto la Repubblica franco-romana abbattè quello che rimaneva; due volte essa soppresse il chiostro, finchè Pio VII lo ristabilì nel 1814. Gli ordinamenti dell'abbazia sono da quel tempo rimasti come erano stati fissati nel 1753; il cardinale-abate possiede uno dei più ricchi beneficî della chiesa; i monaci, non più signori di castelli e di vassalli, hanno ancora molti beni e coloni; i loro possessi, coltivati a olivi ed a viti, giungono sino ai piedi dei monti Volsci. L'ammontare della rendita annuale che appartiene anche oggi al chiostro, è valutata da 8 a 10,000 scudi.

L'abbazia stessa conta presentemente nel suo territorio 21,000 e più abitanti, ripartiti in sedici villaggi e castelli: Subiaco, Trevi, Jenne, Cervara, Camerata, Marano, Agosta, Rocca Canterano, Canterano, Rocca di Mezzo, Cerreto, Rocca Santo Stefano, Civitella, Rojate, Affile e Ponza. Fra questi Trevi e Affile sono antiche colonie romane. Meglio che da qualunque altro luogo, la vista di questa regione, ch'è il territorio superiore dell'Aniene, si gode da una delle alture del Serrone, che separa la valle dell'Aniene da quella del Sacco. I castelli dell'abbazia sono situati, eccetto Subiaco, sulle sommità rupestri dei monti, e sono grigi come le pietre calcaree che li circondano. Il bizzarro modo di edificare, la selvaggia solitudine, le vesti, l'idioma, i costumi, rendono la regione degna di grande attenzione. Ma spaventosa è la miseria di quei montanari: il loro nutrimento, che si limita spesso a cattivo granturco, è meno sicuro di quello degli animali della campagna, per i quali la natura ha in qualche modo provveduto. In nessun luogo d'Italia ho visto una miseria più spaventosa quanto in alcuni di quei luoghi. Bisogna entrare nelle stamberghe di quei coloni dei monti, o vederli vangare la terra, al melanconico canto dei loro ritornelli, e lavorare più accanitamente dei muli, per compiangerli quanto essi meritano. Meglio che nelle cronache del tempo, nei loro cenci e nei volti emaciati e pallidi per la febbre si legge la storia delle violenze della potestà feudale dei baroni e dei monaci.

Più viva e interessante della storia politica del chiostro sarà pel lettore la descrizione di quelle particolarità che allontanano l'occhio dell'osservatore dalla miseria della popolazione, e lo volgono altrove. Mentre il vassallo serviva e soffriva la fame, il monaco ben nutrito risedeva nel suo chiostro, e lo abbelliva con quadri artistici e con memorie di altri tempi; della qual cosa noi dobbiamo essergli grati. Esistono due chiostri a Subiaco, che stanno sotto un solo abate e formano una sola corporazione: di S. Scolastica il primo, il secondo di S. Benedetto, chiamato anche Sacrum specus. Giacciono ambedue fuori della città, sulla riva destra dell'Aniene, nella solitudine dei monti. Il primo è il più antico: è una bizzarra e pittoresca massa di edifici, fra i quali si erge una torre quadrata, innalzata dall'abate Umberto, nel 1053. Il miscuglio di stile romano e gotico delle finestre e delle nicchie rivela la traccia di diverse epoche, ma nel complesso mostra ancora soltanto alcuni resti dell'epoca più vetusta, specialmente nei cortili. Il chiostro fu più volte restaurato e la sua chiesa attuale è una costruzione del secolo scorso. A questo secolo noi dobbiamo anche attribuire la facciata del convento, mentre la corte seconda, o interna, rimonta, come si rileva dall'arco romano e dai pilastri, al secolo XVII. Pitture moderne sulle pareti e sui pilastri, in condizioni miserevoli, ricordano la storia dell'abbazia; vi sono rappresentate in grandezza naturale le figure dei papi e dei principi che visitarono il chiostro, fra gli altri l'imperatore Ottone III e l'imperatrice Agnese. Alcune iscrizioni recano la lista completa dei luoghi posseduti un tempo dall'abbazia.

Di qui si passa in un cortile intermedio, situato dinanzi all'entrata della chiesa: è notevole per alcuni resti di architettura gotica, specialmente per un grande arco di pietra, scannellato, ornato di figurine e di spirali. Qui si trova anche il più antico monumento posseduto da S. Scolastica, cioè un rozzo bassorilievo in marmo del 981, del tempo degli Ottoni tedeschi e della più profonda barbarie romana. È un quadrato di alcuni piedi di larghezza e di eguale altezza, che porta scolpite quà e là immagini medioevali. Su di un fusto ornato di foglie si erge un vaso: due bestie orecchiute si arrampicano con le quattro zampe sul fusto, sollevandosi per bere il contenuto del vaso. Il loro aspetto è così enigmatico, che non mi credo nel caso di poter decidere se siano lupi o cervi, volpi o cani, od altri animali. Sul dorso di una sta un uccello in atto di beccare. Tutt'intorno corrono fregi e ornati in pietra. Il corpo di una delle bestie contiene una iscrizione che ricorda come Benedetto VII consacrasse la chiesa del chiostro il 4 dicembre 981.

EDIFICATIO UIUS ECCLE SCE SCOLASTICE TEMPORE
DOMNI BENEDICTI VII PP. AB. IPSO PPA DEDICATA
Q. D. S. AN. AB INCARNATIONE DNI CCCCCCCCCLXXXI
M. DECB. D. III. INDICTIONE VIII.

Sul bassorilievo si trova un'altra iscrizione rovinata, della quale mi è stato impossibile decifrare il principio. Di fronte a questa, accanto alla porta della chiesa, si legge l'iscrizione del tempo di Leone IX, di cui ho già parlato.

La chiesa stessa, della quale la primitiva fabbrica era stata consacrata da Benedetto VII, non ha più nulla di antico. Ma se si entra nel vero e proprio cortile del chiostro, a destra, si trova uno spazio quadrato intorno ad un pozzo ornato di quelle piccole colonne ed archi rotondi come se ne vedono a Roma in molti chiostri: è del principio del secolo XIII, memoria del potente abate Lando e della famosa famiglia artistica romana dei Cosmati. Gli esametri sull'entrata principale dicono:

COSMUS ET FILII LUCAS ET JACOBUS ALTER
ROMANI CIVES IN MARMORIS ARTE PERITI
HOC OPUS EXPLERUNT ABBATIS TEMPORE LANDI.

Questi degni maestri furono più felici nei loro monumenti funerari e tabernacoli che in questa costruzione, che non può in nessun modo sostenere il confronto col chiostro dei benedettini di S. Paolo in Roma. Le colonne (ogni due ve n'è una doppia e contorta) sono semplici e rozze; i capitelli sono brutti e a forma di trave; nè mosaici, nè intagli ornano l'arco e il cornicione. L'arte sembra qui essersi adattata alla rozzezza della campagna.

Questi sono essenzialmente gli unici o i più notevoli resti di un passato così ricco e così lungo, che ha subìto tante devastazioni. Gli edifici del chiostro, spaziosi nell'interno, con molti corridoi, celle, camere, e sale per usi diversi, sono in gran parte recenti. Sono entrato con piacere e curiosità solo nelle biblioteche e nell'archivio dei benedettini; i ben catalogati scaffali contengono materiali preziosi per la conoscenza del Lazio nel medio evo. Alcuni scaffali sono consultabili e visibili a tutti, altri inaccessibili, e la bacchetta magica del Muratori stesso non riuscì a farne aprire i ripostigli. Di gran pregio è il Regestum insigne veterum monumentorum Monasteri Scholastici, in pergamena, raccolta di documenti dal nono secolo in poi.[9] Mancano documenti anteriori. Nessuna delle cronache di Subiaco è stata data alle stampe, eccettuata una anonima che giunge sino al 1390 ed è edita dal Muratori. A questo fu interdetta la stampa di una cronaca più particolareggiata, scritta da un tedesco di Treviri nel 1629: Chronicon Sublacense P. D. Cherubini Mirtii Trevirensis anno Dni 1629.[10] I monaci permettono di vederla: è assai più completa dell'altra, neppure quella stampata, di Guglielmo Capisacchi di Narni (1573); non può dirsi un lavoro notevole, ma solo una compilazione, senza corredo di documenti. La storia dell'abbazia giace ancora sepolta in questi archivi; l'ha scritta di nuovo il canonico Janucelli, ma anche l'opera sua non è scientifica. Ho avuto fra mano un manoscritto del 1833, che contiene una storia abbastanza esatta dell'abbazia; n'è autore Silvio Mariani, di Subiaco, morto testè in Grecia. Egli si è servito dei cronisti sopra nominati, ed anche di alcuni documenti, ma la sua opera non è, essa pure, che manoscritta. È dettata con spirito liberale e consta di 492 pagine: debbo ad essa molte delle notizie che qui sopra ho riportato.

La biblioteca è piccola ma notevole per quegli antichissimi incunabuli tedeschi di cui ho già dato notizia. Ho preso in mano con gioia i preziosi, belli e ben stampati volumi in-folio che mi porgeva un giovane benedettino tedesco. In fondo all'opera di Lattanzio ho trovato scritto: «Lactantii Firmiani de divinis institutionibus adversus gentes libri septem, nec non ejusdem ad Donatum de ira Dei liber unus, una cum libro de opificio hoîs ad Demetrianum finiunt. Sub anno Dni MCCCCLXV pontificatus Pauli papae. Anno ejus secundo. Indictione XIII die vero antipenultima mensis Octobris. In venerabili monasterio Sublacensi. Deo gratias».

Spontaneo grido di gioia, questo, di quei bravi stampatori che, per modestia, nemmeno hanno manifestato il loro nome. Ciò mi ricorda il motto che i greci e i latini del medio evo ponevano in fondo al manoscritto copiato, per coronare le proprie fatiche:

ὥσπερ ξένοι χαίρουσι πάτριδα βλέπειν
οὕτως καὶ οἳ γράφουσι τέλος βιβλίου. [11]

S. Scolastica conta ancor oggi circa settanta fratelli, fra cui parecchi tedeschi, e l'attuale abate, Don Pietro Casaretto, ha severamente riformato la disciplina dell'ordine. Ora, a quanto mi si è detto, i monaci sono stati messi a magro regime; ma visitando la bella cucina, dalla volta profonda, un odore gradevole di grasso, degno di Omero, mi ha colpito le narici e non mi è parso esattamente secondo la regola pitagorica di S. Benedetto, proibente l'uso della carne.

Passiamo ora al vero santuario dei Benedettini, a quel piccolo secondo chiostro che alla metà del secolo XI fu edificato sulla grotta di Benedetto, e per questo chiamato sacro speco. I monaci di Montecassino nel 1688 aprirono una strada per salirvi, via ripida, che conduce, traverso le rupi, alla grotta, offrendo magnifici panorami. Mentre il viaggiatore ha sotto i piedi la corrente spumeggiante, vede la bella valle di Subiaco e il burrone dell'Aniene. In lontananza, dove la valle sembra chiudersi, si scorge l'alpestre paese di Jenne, patria di Alessandro IV e dell'abate Lando dei conti di Segni. Immediatamente prima della grotta si trova un ombroso e oscuro boschetto di quercie, che forse già attrasse il solitario Benedetto, e che anche oggi, come un bosco sacro degli antichi, annuncia la vicinanza di un mistero.

I piccoli fabbricati, fondati l'uno di seguito all'altro sulla grotta, sono appoggiati alla parete scoscesa della rupe, e presentano all'aspetto un miscuglio originale di stili e sono ornati fin dall'esterno di pitture. Si passa sopra un ponte murato, che deve essere stato nel medio evo un ponte levatoio, e si penetra in una lunga galleria che conduce nell'interno ed è ornata d'imagini non antiche degli evangelisti. Su di una parete si leggono questi buoni distici:

Lumina si quaeris Benedicte quid eligis antra?
Quaesiti servant luminis antra nihil.

Sed perge in tenebris radiorum quaerere lucem,
Nonnisi ab obscura sidera nocte micant.

E sotto:

D. O. M. ordinis S. Benedicti Occidentalium Monachorum Patriarchae cunabula.

In verità mi son creduto d'un tratto piombato nella misteriosa atmosfera di quei tempi straordinari, allorchè, passato dalla galleria nella prima chiesa, improvvisamente mi sono trovato in un piccolo duomo di splendida architettura gotica, nel soffitto e nelle pareti del quale si andavano già attenuando, per l'annerirsi graduale degli affreschi, il barbaglìo di luci multicolori. Invisibili monaci cantavano in coro il vespro; le loro voci possenti di basso risuonavano solenni e ritmiche attraverso l'ombra crepuscolare della chiesa, e nelle pause delle loro litanie si udiva il rauco gracchiare dei corvi. Tre corvi novelli sono infatti nutriti nel chiostro in memoria di S. Benedetto, e sembra che il numero tradizionale di questi simboli viventi dell'ordine non venga mai oltrepassato.

Sarebbe difficile una descrizione minuta del chiostro, tanto famoso per i suoi dipinti. Molti sono i tempietti e le cappelle, di costruzione laberintica, siccome si conviene ad un edificio fabbricato tra le rupi. Quei tempietti e quelle cappelle in parte sono fondati sulle grotte stesse, delle quali talora è visibile la nuda roccia; in parte sono appoggiati sulla parete della rupe. Si scende da una chiesa all'altra mediante scalini, e si crederebbe di essere dentro a catacombe montane, cariche di colori, scintillanti di ceri sugli altari. In queste cripte non si trovano soffitti o pareti che non siano ornati di affreschi, rappresentanti la vita di Benedetto, scene della storia del chiostro e della vita dei santi, o rappresentazioni allegoriche. La storia del monacato raggiunge con la vita di S. Benedetto il suo punto culminante epico-eroico, parallelamente ai canti cavallereschi delle lingue neo-latine. Non terribile come le leggende dei martiri del cristianesimo, che sostenevano la loro disperata lotta per la vita, ma penetrato di una mite dolcezza fantastica, esso spiega una ricchezza sorprendente di gradevoli motivi artistici. Mi sembra anche che i miracoli di Benedetto abbiano in sè più poesia di quelli degli altri santi, pochi eccettuati. L'amore fraterno tempera in essi l'egoismo di una esistenza d'eremita, separata del tutto dal mondo, e nobili ci sembrano in essa le avventure di Benedetto e di Scolastica, la loro solitudine, il lungo peregrinare sui monti, la distruzione dei templi pagani, l'erezione di nuovi chiostri. Al maestro si uniscono nobili giovani; fra gli altri Placido, l'apostolo di Sicilia, e Mauro, l'apostolo di Francia; essi guidano la fantasia dalla limitata solitudine dell'eremita ad un orizzonte pieno di storia e di destino. La vita di Benedetto si prestava ad essere soggetto di pittura; e perciò questo grandioso ciclo del monacato, che ha avuto la sua influenza anche sui poemi del Graal e di Titurello, ha trovato in Subiaco la sua rappresentazione classica.

L'intero Lazio non ha nulla di simile a questi quadri, se non forse, in un certo senso, le pitture della cripta del duomo di Anagni. Il loro studio è utile per la storia dell'arte, appartenendo questi affreschi a stili diversi: a quello bizantino, a quello di Cimabue e di Giotto, fino ai secoli xv e xvi. Ne parlerò brevemente.

La prima chiesuola, edificata, secondo un'iscrizione, dall'abate Giovanni V, nel 1116, fu ornata con affreschi nel 1220 da Giovanni VI. Questi affreschi ricoprono letteralmente le pareti, e, benchè rozzi ed imperfetti nel disegno, mostrano tuttavia una rara freschezza di vita ed una potenza epica naturale, straordinaria nello stile delle cronache trasportato nella pittura, se ci è lecito usare questa espressione. A destra e a sinistra sono rappresentate molte scene della vita di Cristo, il suo ingresso in Gerusalemme, quadro ricco di figure, la sua passione e gli avvenimenti dopo la sua morte. In oggi gran parte sono anneriti; pure, per fortuna, essendo stati fatti dei restauri, appaiono meno danneggiati dei quadri che trattano la vita di S. Benedetto. In uno di questi il santo è rappresentato mentre si rotola tra le spine per allontanare l'apparizione di una splendida donna, ed in un altro lo si vede intento a scrivere, nella sua grotta, le regole dell'ordine; e sotto v'è questo antico tetrastico leonino:

Hic mons est pinguis, multis claruit signis,
A Domino missus sanctus fuit Benedictus,
Mansit in cripta, fuit hic nova Regula scripta.
Quisquis amas Christum talem sortire Magistrum.

Una piccola tribuna, scavata nella volta nuda della roccia, chiude questa chiesuola; dinanzi ad essa stanno, all'estremità della navata, tre archi acuti su eleganti colonne, a foggia di arco trionfale, le cui lunette sono ornate dai ritratti dei genitori di Benedetto, Probo e Abbondanza.[12] Dietro vi è un piccolo altare-tabernacolo, l'unico lavoro così detto alessandrino che io abbia trovato nel chiostro, nel quale altare il mosaico, contrariamente all'uso del tempo, è stato surrogato da un affresco.

Una serie di piccolissime cappelle conduce nell'interno e forma un corto e angusto passaggio che si può paragonare alla navata traversale d'una chiesa. Anche qui tutte le pareti sono coperte di quadri, che sono stati, però, di recente restaurati in modo vergognoso, con colori stridenti ed eccessivi. Sono quadrucci isolati, o piccole composizioni: vi si vede, Benedetto che cena con la sorella, la morte di due santi e quella di Placido e di Mauro. Si trova anche lassù un antico sarcofago di bambino, circondato da graziosi bassorilievi che raffigurano degli uccelli ed è innalzato sopra una piccola colonna per servire da vaschetta. Una scala conduce nella chiesa inferiore o media, particolarmente memorabile; anche qui tutte le pareti erano coperte di pitture, ed alcune iscrizioni ci hanno conservato il tempo e il nome dell'artista. Vi si legge in caratteri gotici: «Magister Conxolus pinxit hoc opus»; altrove: «Stamatico Greco pictor perfecit A. D. MCCCCLXXXX». Consolo fu pittore della fine del xiii secolo, prima dunque di Cimabue, e prima che la pittura italiana si liberasse dai caratteri tipici dello stile bizantino. Forse egli è lo stesso artista che ornò di pitture murali il vestibolo di S. Lorenzo fuori le mura a Roma, sotto Onorio III, ambedue questi lavori essendo di quel tempo e della stessa scuola. I dipinti di Consolo—e di lui sono la maggior parte degli affreschi del chiostro—conservano ancora la maniera greca, ma certo non in tutta la sua violenta e cruda magrezza. Si trovano fra di essi sorprendenti figure di nobili forme, e con una semplicità di panneggiamento, che rammenta l'arte antica. Ad ogni modo questo antico maestro, il cui nome (da κομψός?) sembra rivelare il greco, è molto efficace e forse egli dipingeva, come scolpivano i Cosmati, greci essi pure (κοσμήτης) e suoi contemporanei, a Roma, a Subiaco e nella cripta del duomo di Anagni.

Vi sono in questa chiesa sotterranea pitture di soggetti disparatissimi; la maggior parte riferentisi alla storia del chiostro. Sotto la scala si vede Innocenzo III consegnare un diploma all'abate Giovanni VI, e Gregorio I dare all'abate Onorato l'atto di donazione. Parecchi trattano la vita di S. Benedetto; uno, che lo rappresenta con la nutrice, è notevolissimo per la gradevole figura della donna e l'ottimo panneggiamento; un altro rappresenta, in modo originale, la sua morte: il santo con la tonaca nera sta su di un giaciglio; dalla sua bocca un raggio di luce conduce alla piccola nuda figura della sua anima, che un angelo alato già reca fra le sue mani. L'angelo ha una bella espressione, un pronunciato profilo greco e gli occhi a mandorla. La dolce inclinazione della testa, già prima di Giotto espressione caratteristica del grazioso, ricorda vivamente le migliori imagini delle catacombe. Questa mirabile figura di un tono medio bruno non è stata, fortunatamente, ritoccata. Vi sono molti altri quadri con figure di bambini, di cui è inutile parlare: non tutte sono del medesimo artista, e talune senza dubbio appartengono già al secolo XI, poichè strettamente fedeli alle peggiori forme bizantine. Tali sono i colossali quadri del soffitto, rappresentanti apostoli e santi che contrastano aspramente con gli affreschi delle pareti, e che sono stati barbaramente restaurati.

Nella parte centrale della chiesa si trova anche la grotta di Benedetto, che mi ha ricordato assai vivamente la grotta famosa di S. Rosalia a Palermo, sul monte Pellegrino. Sotto un ricchissimo altare sta una marmorea figura del giovane santo in preghiera innanzi la croce; è un'opera non cattiva della scuola del Bernini;[13] e forse l'effetto che produce è accresciuto dalla penombra in cui si trova. Qui tutto ha un carattere di giocondità; la graziosa piccolezza di queste chiesuole, cappelle e grotte, splendenti e multicolori, sembra un giuoco di fantasia, come non ho visto mai in altre rappresentazioni religiose. Si potrebbe dire un libro illustrato di poetiche leggende, prive di dolore e di sangue, ma ricche di fantastico colorito, come la vita dei pii anacoreti nel deserto.

La religione vi è presentata sotto forma di favola, e produce un effetto corrispondente a questa. Il carattere del chiostro è appunto questo, ed è forse unico nel suo genere. Ivi lo spirito non è mai portato a gravi pensieri; in questa sacra grotta nemmeno il più fervente dei cattolici potrebbe sentirsi penetrato di venerazione: gli stessi artisti, che avrebbero voluto suscitare il senso della pietà con quadri melanconici, sono stati dalla scherzosa giocondità dell'insieme eccitati invincibilmente ad intonarsi all'ambiente. Questo ho sentito in due affreschi, che stanno di fronte, sulle strette pareti, presso una scala che dalla grotta mena nella sottostante cappella. Rappresentano il «Trionfo della Morte», secondo la nota canzone del Petrarca: la Morte, funebre cavaliere, dopo aver saltato a cavallo su dei cadaveri, colpisce con la spada un giovane che s'intrattiene con un compagno a parlare. Di fronte stanno tre tombe aperte: nella prima giace una giovane donna, morta da poco tempo; nell'altra si scorge il suo corpo già nauseabondo e decomposto; nella terza finalmente il suo scheletro. Un vecchio pare spieghi queste varie fasi del nulla; egli ammaestra tre bei giovanetti, in eleganti abiti, coi falchetti sul pugno, che gravemente lo ascoltano. L'autore di questo memorabile quadro, che disgraziatamente ha molto sofferto, non è conosciuto; sembra sia dell'epoca del Ghirlandaio. Di lui forse è pure la Strage degl'Innocenti a Betlemme. Questo soggetto è trattato artisticamente e semplicemente: un gruppo di madri, con i bimbi lattanti fra le braccia, con ansia affettuosa li stringono al seno; verso di esse si avanzano dei guerrieri con la spada sguainata. Io non ho mai visto trattato con tanto sentimento drammatico ed estetico questa scena piena di orrore, soggetto preferito della pittura di tutte le epoche; e tanto più si deve lodare l'ingegno dell'artista, se si ricorda il ributtante carnaio rappresentato negli arazzi del Vaticano! L'artista di Subiaco ha capito che egli avrebbe potuto commuovere anche facendo solo indovinare o temere l'inumano. Il quadro è di proporzioni assai piccole.

Ho trovato anche altre rappresentazioni artistiche originali; specialmente due figure di S. Stefano e di S. Lorenzo. Il primo santo è lapidato; il pittore o il restauratore ha voluto con strano pensiero inserire nel quadro delle vere pietre, e nel suo zelo ha rappresentato materialmente l'aureola, rompendola coi sassi. S. Lorenzo è una graziosa figura giovanile, vestita di un ricco panneggiamento; tiene nella destra la palma, nella sinistra il libro e sta eretto sulla graticola.

Aggiungo ancora che dalla cappella descritta si scende in un'ultima grotta, assai piccola; si dice che qui Benedetto abbia ammaestrato nelle sacre scrittura i suoi scolari.

Le pareti sono coperte di stucchi e mostrano resti di antichissima pittura. Tali sono le principali curiosità del chiostro; ma non vogliamo dimenticare la parte superiore, da dove si gode una vista superba della rupe gigantesca sulla quale questi santuarî sono costruiti. Essa cade a piombo, e sembra volersi precipitare sul chiostro; ma fortunatamente si trova là effigiato il santo che con la mano stesa, come per trattenerla, sembra esclamare: Fermati, o rupe; non danneggiare i figli miei! Quando sono entrato nel cortile ho trovato appollaiati ai piedi della figura del santo tre corvi, che raucamente gracchiavano. Questi sinistri uccelli con le loro voci lugubri e le tonache nere da benedettini mi sono sembrati attributi propri del santo, come nell'antica mitologia altri uccelli sono sacri ad altri Dei.

I corvi hanno una parte di qualche importanza nella storia di Benedetto, dissi già che lo accompagnarono nel suo viaggio da Subiaco a Montecassino, e aggiungo ora che gli salvarono la vita. Infatti, avendo un nemico mandato a Benedetto del cibo avvelenato, essi lo portarono via, lontano, sulle rupi. Il corvo dei monti mi è sembrato un vero uccello da monaci; in ogni modo è un simbolo migliore di quello dei domenicani, consistente in un cane con la face in bocca.

Anche in un altro luogo mi sono ricordato dell'antichità, anzi di un nome celebre. Vi è nel chiostro anche un giardino di rose, sulla sommità della rupe. Un tempo erano rovi, precisamente quelli nei quali Benedetto si era avvoltolato a corpo nudo. Quando nel 1223 il famoso fondatore dell'ordine francescano visitò Subiaco, innestò alle spine delle rose, le cui discendenti stanno ancora in fiore. Col tempo si sono scoperte meravigliose virtù in queste rose. Un monaco mi disse seriamente che esse, ridotte in polvere e inghiottite, guariscono qualunque malattia o incantesimo. Il monaco non mi disse però se esse possiedono anche la preziosa virtù delle rose di Apuleio; in ogni modo non avrei potuto verificarla.


ATTRAVERSO L'UMBRIA
E LA SABINA.
(1861).


Attraverso l'Umbria e la Sabina.
(1861).

Una gita da Roma nella Tuscia romana, nella Sabina e nell'Umbria è oggi tanto più attraente, in quanto che chi viaggia in queste province, or' ora annesse al regno d'Italia, ha campo di fare molte e nuove osservazioni importanti. Invece di viaggiare con la diligenza, è assai meglio prendere un vetturino fino a Perugia. L'istituzione italiana dei vetturini sarà fra pochi anni soppiantata dalle ferrovie, e vi sarà certo chi li rimpiangerà, perchè, se non sempre comodo, questo mezzo di viaggiare ha pure i suoi vantaggi, primo fra tutti quello di far conoscere la regione che si attraversa, cosa in ferrovia quasi impossibile. Il mio vetturino trottava allegramente sull'antica via Flaminia, di buon mattino, sotto uno splendido cielo di settembre. Meraviglioso è un viaggio attraverso questa campagna; il Soratte e i monti Sabini, dalle linee vigorose, offrono a destra le più gradevoli vedute. Di paesi se ne incontrano pochi in questo deserto; dopo il terzo miglio si trova Prima Porta, Saxa Rubra degli antichi, così detta per i grossi massi di tufo rosso che vi si trovano. Questa pietra vulcanica è particolare della regione tosco-romana; essa forma pittoresche colline, scoscendimenti, mura naturali e contrafforti. Chi conosce Veio e Civita Castellana, si ricorderà di questa caratteristica che tanto si discosta da quella del Lazio.

Il Tevere scorre attraverso il paese in belle volute, piacevolmente incorniciato da lontane catene di monti. Lo si perde di vista, quando si piega a sinistra, verso Castelnuovo, per raggiungere Rignano. Lungo la strada incontrai un plotone di cavalleria pontificia, che in mezzo alla polvere trottava rapidamente; compresi subito quale scopo aveva quest'ultima commedia militare nel territorio papale.

Si sa bene che la Tuscia romana, separata per mezzo del Tevere dalla Campagna romana o Lazio, è chiamata Patrimonio di S. Pietro. A torto si fa datare questo possesso dalla donazione della contessa Matilde, la famosa paladina della gerarchia romana, che non aveva veramente dei dominî in quei luoghi, ma possedeva invece qua e là nel Lazio molti castelli. Ciò che si chiama Patrimonio di S. Pietro fu essenzialmente la parte fondamentale e più antica degli Stati della Chiesa; qui sono gli inizî del possesso, e il primo dominio temporale della Santa Sede fu Sutri, sul lago di Bracciano, dono del re longobardo Luitprando.

Nell'epoca carolingia il vescovo romano signoreggiava su tutte le attuali città della Tuscia romana, la quale era amministrata da suoi delegati col nome di Duces, Comites, Rectores. Ma a poco a poco questo possesso si perdè, e dopo la caduta del regno carolingio alcuni conti ereditarî se ne impadronirono. Ai tempi della contessa Matilde il pontefice non aveva più possessi, sia temporalmente che politicamente, nè in Tuscia, nè in Sabina; cento piccoli conti e baroni v'imperavano, in barba alle donazioni di Pipino e di Carlo. Ci vollero molte guerre e molti secoli per rimettere la Santa Sede in possesso dell'antico patrimonio.

Ci fermammo sei ore a Rignano, paese appartenente alla Comarca di Roma; al di là comincia la delegazione di Viterbo. È piccolo e di poco interesse, per quanto fosse ducato, come molti altri paesetti romani. Il primogenito di casa Massimo porta il titolo di duca di Rignano.

Nell'albergo del paese trovai un colonnello pontificio che era partito in congedo pel suo paese, Macerata, ma che era stato rimandato indietro a Narni dai piemontesi, perchè sul suo passaporto mancava il visto del console italiano. Egli mi parlò della severità delle guardie italiane di confine.

Mi disse che tutto ciò che veniva da Roma era sospetto di mene reazionarie. Correvano, anche per Rignano e gli altri luoghi vicini, voci sull'irruzione di 200 napoletani, e di una banda reazionaria che, movendo da Corneto, si preparava a passare il fiume.

Qualcuno assicurava anche di aver visto la truppa, e si temevano eccessi, come nel napoletano. Anche il mio vetturino si impensierì e decise di accorciare la tappa giornaliera, fermandosi a Civita Castellana. Era dunque il movimento di questa truppa di zuavi, o altro che fosse, che aveva determinato l'avanzata della cavalleria papalina lungo la corrente del fiume. Senza saper più nulla di positivo su questa cavalleria, nel pomeriggio continuammo la nostra magnifica gita attraverso la Campagna.

La campagna si faceva sempre più bella, di mano in mano che si avanzava verso Civita Castellana. Si passò sulla via Flaminia proprio ai piedi del Soratte, ed io potei osservare per un bel pezzo di strada il paese, la torre medioevale e la chiesa sorgenti sulla sua sommità. Quel monte, a cui Orazio e Virgilio han consacrato celebri versi, è in terra etrusca, ed è visibile anche da Roma.

Si leva isolato, in una massa rossastra, acuta e bella di pietra calcarea, di fianco al Tevere. Il suo aspetto d'isola, i suoi colori, e la gradevole forma, mi ricordarono il monte Cairo nelle vicinanze di S. Germano. La sua altezza supera i 2000 piedi.

L'archeologo lo conosce per il culto primitivo che avevano per lui gli abitanti, e lo storico per doverlo spesso ricordare nel medioevo.

Quel papa Silvestro che si lasciò regalare dall'imperatore Costantino—quando, secondo la leggenda, lo battezzò nel palazzo Laterano—Roma e tutta l'Italia, anzi tutto l'Occidente (e per quanto tempo non si è creduto a questa ridicola donazione?), quel papa fortunato visse nelle solitudini del Soratte, finchè durò l'ultima persecuzione dei cristiani. In suo onore fu eretto nel medio evo il chiostro di S. Silvestro, sulla cima del monte, e, si dice, sulle rovine di un tempio di Apollo. Per molto tempo questo chiostro fu celebre e visitato, come uno dei più antichi nella regione romana. Carlomanno, il primogenito del grande eroe franco Carlo Martello, vi vestì l'abito nel 746, ma cambiò poi l'eremitaggio con quello più bello di Montecassino, per sottrarsi alle moleste visite che non cessavano di fargli i nobili franchi, quando si recavano a Roma.

Anche altri chiostri sorsero in questo luogo: ai piedi del monte era quello di S. Andrea, ora distrutto, dove nel secolo x il monaco Benedetto scrisse una cronaca ricca di notizie storiche. Pertz la trovò a Roma nella biblioteca Chigiana e la fece stampare nei Monumenta Germaniae. Questi luoghi si possono veramente considerare, qui sui confini dell'antica Sabina, come la culla dei benedettini. Di là dal Tevere, poco lungi dal Soratte, giace anche oggi il chiostro primitivo di Farfa, oggi abbandonato, famosa costruzione longobarda, abbazia imperiale e ghibellina che diede spesso alloggio agli imperatori tedeschi che scesero nella valle del Tevere. I ricercatori di notizie del medio evo romano devono alla diligenza e sagacia dei suoi monaci il prezioso codice dei Regesti di Farfa, che la Vaticana conserva. Questa importantissima raccolta di monumenti, appendice importantissima ai Regesti di Pietro Diacono di Montecassino, è oggi una delle principali fonti d'investigazione storica. E davvero con non lieve interesse osserveremo la grandiosa campagna intorno al Soratte, se ricorderemo che più d'uno dei nostri imperatori tedeschi di qui scese verso Roma, al tempo delle lotte col papato gregoriano.

Ai piedi del monte esiste ancora il guado del Tevere che gl'imperatori solevano passare, presso l'antico Flaianum, oggi Fiano.

Molto mi dispiacque di non poter visitare il paese di Sant'Oreste, appollaiato graziosamente in cima al monte. Gli archeologi pretendono che il famoso tempio di Feronia sorgesse un giorno lassù, e che la città, costruita in quel luogo, si chiamasse Sant'Edistio, corrotto poi in San Resto e Sant'Oreste; ma è più verosimile che il nome venisse alla città da quello stesso del monte Soratte, che durante le oscurità medioevali si sarebbe poi mutato nel nome di un santo ignoto o apocrifo.

Alle sei giungemmo a Civita Castellana. Il panorama di questo luogo meraviglioso è insuperabile, più bello ancora di quello di Veio. Il paese si leva su erte rocce rossastre, coperte da piante rampicanti, simili a mura naturali; ai suoi piedi scorre il fiume Treia. È ben fabbricato, ha molti ponti, uno dei quali somiglia al nuovo ponte dell'Ariccia, pur non essendo così grandioso. La valle, stretta e bellissima, formata dalle rupi che il Treia attraversa, è ricca di singolari vedute, tali da formare certo l'ammirazione di ogni pittore. La posizione di questa città etrusca è stata scelta con rara fortuna ed acume.

Qui certo fu la primitiva Faleria. Nel medio evo, quando i saraceni resero malsicuri questi dintorni (essi distrussero una volta anche l'abbazia di Farfa), l'antichissima Faleria, abbandonata fin allora, fu ripopolata, perchè fortemente situata su una piattaforma di rupi; così si formò Civita Castellana, sede di conti per molto tempo, e spesso nominata nella storia dei papi. Il terribile avversario di Gregorio VII, Guiberto di Ravenna, antipapa col nome di Clemente III, passò qui i suoi ultimi anni, e quivi morì. Anche Alessandro III vi finì i suoi giorni. Oggi questa ospitale e spaziosa città (di soli 2400 abitanti) offre poche cose degne di nota. Da tempo antico è vescovado, come quasi ogni altro luogo un po' importante del Patrimonio di San Pietro. La cattedrale di Santa Maria è degna di esser visitata, col suo portale romanico e il vestibolo, notevole monumento del XIII secolo. Ha archi e finestre in stile gotico-romanico; colonne e un architrave a mosaico. Nel vestibolo si conservano antiche iscrizioni, la più vetusta delle quali ricorda una donazione di beni fatta alla Chiesa nel IX secolo.

La città, del resto, non ha reliquie municipali interessanti; del periodo feudale non resta che l'antico castello, costruzione della fine del secolo XV, con le armi dei Borgia; Alessandro VI lo fece costruire da Antonio Sangallo. Servì negli ultimi tempi come prigione di Stato, e molti visitatori ricordano di avervi veduto il famigerato brigante Gasparone, parente del cardinale Antonelli.[14] Io dimenticai di domandare se viveva ancora. Mi ricordo che a Roma qualcuno narrava di averlo visitato, per curiosità, e di avergli chiesto quanti omicidî avesse commesso, al che aveva egli risposto: «Non molti, forse appena una ventina».

Oggi la bandiera francese sventola sulla torre pittoresca e nera di Civita Castellana, poichè questo è il punto estremo del Patrimonium Petri verso la Sabina, e l'occupa una guarnigione di truppe napoleoniche. Alcuni soldati francesi mi dipinsero come molto triste e noioso il loro soggiorno in quel luogo solitario e remoto; ed avevano veramente ragione di lamentarsi, perchè ivi è impossibile ripararsi contro l'inclemenza del sole, che dardeggia senza pietà.

Dopo una notte di riposo, passata nel discreto albergo della Posta, che trovandosi nel punto dove convergono le strade dalla Sabina, da Nepi, Amelia e Viterbo, è abbastanza frequentato, mi accinsi a passare i confini pontifici e ad entrare negli Stati piemontesi. Il segno del confine era il Tevere, che col suo corso divide le terre del Patrimonium Petri dall'Umbria e dalla Sabina.

Partito la mattina alle cinque da Civita Castellana, giunsi in poche ore a Borghetto, pittoresco castello sul fiume, oggi l'ultimo villaggio pontificio, sotto il quale il Tevere scorre in una larga e bella valle; gli sono vicini i monti della Sabina, e con essi molte località, ora (1861) piene di piemontesi e di lombardi.

Qui il fiume, già abbastanza largo, è traversato dal ponte Felice, bel monumento costruito da Sisto V (Felice Peretti) nel 1589.[15] Fino a questa località il Tevere può essere risalito da battelli, anzi da qualche anno, da Ripetta a Roma, è stato stabilito un traffico per mezzo di battelli a vapore, e così la capitale è collegata alla Sabina. La siccità estiva aveva molto assottigliata la corrente, e fra tutto io non vidi che due o tre barconi di carbone, legati alla sponda. In mezzo al ponte, sopra l'iscrizione di Sisto V, sventolava la bandiera francese. Di là da questo confine comincia il nuovo Stato, che la rivoluzione italiana nel 1859 creò per fas et per nefas. All'estremità del ponte erano due tricolori italiani, ancora incoronati di alloro appassito. Sembravano gettare sguardi sospettosi sullo stendardo di Francia, mentre i robusti granatieri piemontesi stavano in sentinella dinanzi ad una vicina capanna. Essi avevano un aspetto grave e sospettoso, quando mi chiesero il passaporto nel loro sgradevole dialetto. Mentre lo esaminavano, volli utilizzare quel tempo di attesa, ritornando in mezzo al ponte per copiare le iscrizioni di Sisto V e di Urbano VIII. Ma—strano a dirsi—un granatiere me lo impedì: egli mi venne dietro, e mi dichiarò abbastanza vivacemente che non poteva permettermi di ripassare il ponte, e che egli stesso non poteva varcare di un sol passo la bandiera francese. Così dovetti convincermi dell'efficacia di quel simbolo. Ogni rimostranza fu inutile, il bravo soldato non volle udir ragioni, ed io dovetti tornar indietro. Del resto, tanto egli che l'impiegato della dogana furono con me perfettamente corretti. Il panorama della Sabina che si gode dal ponte è bello e vasto. Di contro è l'antico e cupo Magliano, sede di un vescovo che qualche mese fa fu incarcerato; più oltre Poggio Mirteto, ora una delle stazioni più importanti dell'esercito piemontese di confine, mentre il governatore civile di tutta la Sabina risiede in Rieti, città più grande, fino a poco fa residenza del delegato pontificio.

M'internai nella bella regione montuosa, piena di colli ridenti, ricchi di vino, olio e castagne, abitata da gente forte, onesta e patriarcale, ma ignorante e primitiva. Il carattere di questa regione non ha nulla di comune con quello del Lazio, pieno di sole e di luce; somiglia piuttosto a quello dell'Appennino centrale. La straordinaria siccità dell'estate aveva anche là bruciato i campi; il granturco presentava un aspetto deplorevole; anche l'olivo era poco rigoglioso; solo le viti promettevano un abbondante raccolto.

La prima città che si trova su quella strada è l'antichissima, ora assai piccola, città di Otricoli, nella quale si rinvennero molte antichità celebri, fra le quali la testa di Giove del Vaticano. Notiamo anche che ivi fu arrestato dai cavalieri del Barbarossa il famoso Arnaldo da Brescia, che fu consegnato ai cardinali e giustiziato poi a Roma. Egli aveva già ai suoi tempi insegnato ciò che ora l'Italia chiede ai papi.

Per dimostrare l'annessione all'Italia, quasi non bastassero le bandiere, che già in gran copia avevo vedute, si aggiungevano ora le armi di Savoia, dipinte di fresco sui muri. Vidi sempre in maggior numero granatieri, lancieri, bersaglieri coi cappelli piumati e le mantelline turchine, simili a comparse teatrali; più là trovai la guardia nazionale, dalle poco brillanti uniformi.

Otricoli fa parte dell'Umbria, ma il confine fra le due provincie è difficilmente rintracciabile e sempre variabile. Oggi questa città appartiene alla delegazione di Spoleto, e da essa si entra nel territorio dell'antico e una volta così potente ducato.

Sotto Otricoli si apre la stretta e selvaggia valle della Nera, impetuoso fiume montano che si dirige verso il Tevere, e che una volta segnava il confine geografico fra l'Umbria e la Sabina. Viene quindi Narni, una delle più antiche città umbre, col suo bel castello e i campanili delle sue chiese. Il luogo è assai ameno; la Nera, uscendo dalla sua strada incassata fra le rupi, entra in una valle grandiosa e scorre fra armoniose colline. Un antico ponte romano riunisce ancora le due rive. In fondo si scorgono i verdi monti dell'Umbria, amenissimi e ricchi d'incantevoli luoghi, fra cui ricorderò Amelia. A cinque miglia di distanza giace l'antica Interamna, oggi Terni, in mezzo a verdi colline, la patria di Tacito. Nulla, credo, possa essere più attraente di una gita per questi luoghi in primavera o in autunno.

Oltre il suo bel castello, Narni possiede notevoli chiese e conventi, come la cattedrale, consacrata al primo vescovo della città, San Giovenale; però il tesoro maggiore è rappresentato da un dipinto famoso dello Spagna, l'Incoronazione della Madonna, nel convento degli Zoccolanti.[16] Dello stesso artista si trovano quadri in molti paesi dell'Umbria; alcuni gli sono però stati erroneamente attribuiti.

Di mura ciclopiche non si hanno qui che pochi avanzi, e degli antichi monumenti romani di questa città, dove nacque Nerva, non rimane che il ponte di Augusto sulla Nera. Quest'opera, un dì grandiosa, appare anche oggi ammirabile, sebbene dei tre o quattro archi che la componevano, ne resti uno soltanto. Le imponenti rovine, i flutti vorticosi della Nera, un vicino convento, la città colla sua solenne architettura, tutto contribuisce a dare a questo paesaggio un carattere d'incomparabile bellezza.

Marziale gli ha dedicato i mirabili versi:

Narnia sulphureo quam gurgite candidus amnis
Circuit, ancipiti vix adeunda jugo;

Quid tam saepe meum nobis abducere Quintum
Te juvat, et lenta detinuisse mora?

Quid Nomentani causam mihi perdis agelli
Propter vicinum qui pretiosus erat?

Sed jam parce mihi nec abutere, Narnia, Quinto;
Perpetuo liceat sic tibi ponte frui.

Verso la metà del secolo XII il ponte crollò. Al tempo degli Hohenstaufen non doveva esistere già più, perchè Parsifal Doria, generale di Manfredi, si annegò, mentre voleva guadare in quel punto la corrente a nuoto, col suo cavallo, ambedue coperti di ferro. Si costruì allora il nuovo ponte, più comodo per la sua posizione, essendo troppo grande la spesa necessaria per restaurare l'antico.

La menzione fatta del valoroso Parsifal mi rammenta un'altra grande figura di guerriero, che forma ancora uno dei vanti dei Narnesi: in Padova di fronte alla cattedrale sorge il monumento equestre in bronzo del Gattamelata, opera di Donatello, la prima di questo genere compiuta in Italia durante il Rinascimento. Fu fatta per incarico della Repubblica di Venezia, che così volle onorare la memoria di uno de' suoi più fedeli condottieri, che fino al 1441 aveva servito la bandiera di S. Marco. Erasmo Gattamelata nacque a Narni.

Un altro Narnese diede lustro alla città nel secolo XV: il cardinale Bernardino Eroli, morto nel 1479, di cui la tomba è visibile nelle grotte di S. Pietro a Roma.

La famiglia di lui, che esiste ancora a Narni ed è una delle prime del patriziato, abita un antico palazzo. Uno de' suoi membri è il marchese Giovanni, distinto antiquario, ricercatore di documenti; egli è veramente la cronaca vivente della sua città, della quale ha descritto a fondo e riunito nella sua Miscellanea Narnese le cose più notevoli. Mi trattenni alquanto in questa città, e visitai questo degno signore. La vita di un patrizio in un piccolo centro campagnolo deve essere tanto più limitata e monotona quanto più esso possiede istruzione e talento. Il marchese, lieto di ricevere un viaggiatore, tanto più poi che veniva da Roma e che si occupava di storia, mi accolse con grande cortesia, e soddisfece pienamente alle mie domande circa l'archivio municipale di Narni, come sopra gli archivi delle altre città umbre, e mi invitò ad accompagnarlo nel suo studio. Non era uno studio di disegno o di pittura, ma di fotografia. Quando vi entrai credetti di esser penetrato in un tepidario, perchè il calore era così intenso da potersi appena tollerare. Egli mi mostrò i suoi lavori, che erano invero così poco riusciti da non allettare gran che i visitatori.

Da Narni m'internai con vera gioia nell'Umbria, in questo giardino dell'Italia centrale, irrigato da vivaci corsi d'acqua, cosparso di olivi e di verdeggianti colline. Tutto vi è sereno e aggraziato; persino il dialetto degli abitanti è pieno di melodia. Non è davvero strano che la pittura umbra, così gradevolmente viva e ideale, abbia avuto nella natura la sua fonte precipua. L'Umbria fa veramente intendere che cosa sia la Toscana, ancora più bella e gradevole.

Dopo una breve corsa attraverso la campagna fertile e ricca, giunsi a Terni, patria di Tacito, famosa per le cascate del Velino, città attivissima di 9000 abitanti. Non vidi le cascate, ma girai per la città, che si presenta come un borgo abbastanza pulito, nel quale il periodo del Rinascimento e lo stile baronale pomposo hanno soffocato il medio evo caratteristico. Molti notevoli palazzi indicano che vi risiede una ricca nobiltà. Anche la vita politica ha qui uno speciale movimento.

Essendo una città di qualche importanza, più grande di Narni e, per numero di abitanti, venendo subito dopo Spoleto, Terni aspira ad avere un significato politico. L'italianizzazione vi fu accolta con entusiasmo; su molte insegne di botteghe operaie vidi già i colori bianco, rosso e verde da poco dipinti; anche sulla mia tavola all'albergo stava il tricolore. E non faremmo altrettanto noi in Germania, in analoghe circostanze?

Cresce in Italia una specie di zucca, detta cocomero, che al di fuori è verde, e, tagliato, mostra una polpa purpurea, e intorno una zona bianca: i colori italiani. A questo proposito ricordo di aver veduto questo spettacolo: un cocomeraro aveva inalberato sul suo banco un grande tricolore, sopra il quale era dipinta la dea dei cocomeri nei suoi tre colori naturali; con la scritta in trasparenza: Natura mi diè questi colori. Lo spiritoso cocomeraro faceva un degno richiamo! Anche nei dominî pontificî la coccarda del governo è di solito rappresentata da un uovo sodo tagliato in mezzo. Su questi due simboli corrono fra la popolazione dei saporiti motti di spirito.

La rivoluzione italiana ha portato con sè, come mi ha insegnato l'esperienza, una vera rivoluzione nei nomi delle strade e dei caffè, tanto che chi tornasse dopo una assenza di qualche anno nella sua città, difficilmente riuscirebbe a raccapezzarcisi. Le piccole piazze coi nomi di S. Maria, S. Paolo, ed altri, ora prendon nome da Vittorio Emanuele, e tutti gli altri santi e patroni sono ovunque sostituiti da Garibaldi, Cavour, Ricasoli, ed altri uomini della spada o del parlamento. Sarebbe interessante contare i caffè che oggi in Italia hanno il nome di Garibaldi!

Terni è ora il quartier generale del comandante Brignone e di molta fanteria di linea. Io vi trovai i muri delle strade coperti di proclami per la chiamata delle classi sotto le armi. Mi fu detto che nell'Umbria la popolazione si sottopone più volontieri che non nelle altre province dell'ex-Stato pontificio all'obbligo della leva. Anche qui però vi sono molti disertori che vanno ad alimentare la reazione nel napoletano, tanto più che la sorveglianza dei confini da quella parte è assai difficile. Ci vorrà molto tempo perchè gl'italiani si abituino al servizio militare obbligatorio. L'esenzione dal servizio militare è stata veramente un prezioso beneficio del regime papale, beneficio inestimabile per il contadino.

Grande è il numero degli emigrati romani a Terni, come del resto in tutta l'Umbria ed in tutta la Sabina. L'emigrazione sparsa nei diversi luoghi mi fu detto essere superiore a 5000 individui, ma forse questa cifra è inferiore alla realtà.

Una gran parte dei forusciti viveva finora in Rieti, ma una discordia scoppiata fra i romani ed i cittadini di quella città li ha costretti ad abbandonare il luogo ed a spargersi per l'Umbria. La loro esistenza è abbastanza difficile e penosa, perchè i comitati creati allo scopo di soccorrerli hanno mezzi insufficienti. Cospirano attivamente così vicino a Roma, dove il comitato nazionale è in relazione diretta con essi. Secondo ogni verosimiglianza sono essi che redigono i giornali umbro-sabini, come l'Italia e Roma di Perugia. Questi fogli sono letti avidamente, e molti esemplari penetrano anche nella Città dei Cesari.

Da Terni partii per Spoleto; percorsi per molte ore una regione montuosa, fresca, ricca di quercie. Si valica l'Appennino sopra Terni, o, per meglio dire, attraverso il monte Somma. La strada, assai buona, giunge fino alla sommità lungo la gola detta Strettura, salendo gradatamente. I due versanti del monte da ambo i lati sono boscosi; non si vedono paesi; solo qua e là qualche casale. De' bei buoi bianchi erano stati, per rinforzo, attaccati alla vettura, e mentre essi lentamente salivano l'erta, potei permettermi una breve camminata su quella ripida strada. L'aria era fresca e leggera: si sarebbe potuto camminare ore intere senza stancarsi. Dei briganti non c'era da temere, poichè tutta l'Umbria ne è immune. Avendo lasciato un po' indietro la carrozza, vidi d'un tratto un uomo accoccolato, nascosto in un cespuglio, che appena mi vide si mise a farmi energicamente dei segni, e precisamente quelli che soglion fare gli italiani per chiamare a sè. Io mi fermai in mezzo alla strada; l'uomo mi accennò di proseguire il mio cammino. Voleva dirmi di essere cauto? Finalmente scese egli stesso dalle rupi nella strada, e lo riconobbi per un giovane e simpatico milite della guardia nazionale.—Sembra che diffidiate di me—disse—ma io vi ho fatto cenno soltanto per dirvi che potete continuare la vostra strada e non guastare così il mio giuoco. Io debbo star qui a sorvegliare un giovane e una ragazza che stanno laggiù nella valle, e veder quello che fanno.—Il soldato mi disse queste parole un po' eccitato. Terribile cosa la gelosia! Anche quella solitudine che sembrava creata solo per pensieri e fatti patriarcali, nascondeva nel suo seno il terribile mostro! E non fu inutile la posta del giovane: dopo poco la coppia sbucò fuori da un cespuglio; la fanciulla si allontanò dall'amante e seguì la riva del torrente, mentre questi scompariva. Difficilmente sarà sfuggito ad una coltellata!

Presto raggiungemmo la cima del Somma, dove i buoi furono staccati. Di qui si scese per la strada che costeggia una gola simile a quella percorsa all'insù, e che corre per sei miglia attraverso splendidi monti; dopo poco ci si presentò meravigliosamente la vecchia Spoleto e sotto a noi la valle del Clitunno, e la pianura ove scorre il Tevere. Uscendo di mezzo ai monti, Spoleto appare bella come nessun'altra città, e sopratutto pittoresca, con la sua nera rocca, le molte torri massicce che la coronano, e le mura merlate. La luce dorata del sole la illuminava morendo, e contribuiva a dare al quadro magnifico un perfetto e grandioso carattere storico. Influisce molto vedere da un punto, piuttosto che da un altro, per la prima volta una città vetusta; la prima impressione è quella che rimane. Io non conoscevo ancora Spoleto, che racchiude in sè una storia tanto ricca, che va da Faroaldo, duca longobardo, fino all'infelice generale Lamoricière, che nel 1860 stabilì qui il suo quartier generale per la difesa degli Stati della Chiesa contro gli usurpatori.

Quando entrai in Spoleto si cancellò dalla mia mente l'imagine di ogni antico ricordo; sulla bella spianata una folla di gente elegante si pigiava; le strade erano simpatiche e linde, le case moderne, ed un'aria di sereno benessere dava l'impressione più gradevole di una vita gaia e tranquilla.

Il ducato longobardo di Spoleto fu fondato nel 570, subito dopo che Alboino discese in Italia col suo popolo. I suoi due primi duchi furono Faroaldo e Ariulfo; questi, provincia a provincia, tolsero ai greci una gran parte dell'Italia centrale, e cioè tutta l'Umbria, la Sabina, la Marsica (oggi Abbruzzo), e le Marche di Fermo e di Camerino. I papi soffrirono spesso molestie da parte del ducato di Spoleto, fondato alla fine del VI secolo. Anche quando Carlomagno pose fine al regno longobardo, rimase tuttavia abbastanza grande la potenza dei duchi di Spoleto, divenuti vassalli franchi. La Francia stessa assicurava la loro dignità; dopo la caduta dei Carolingi, Guido di Spoleto potè porsi sul capo la corona imperiale. Egli la passò quindi al figlio di Lamberto, un nobile giovane, che morì improvvisamente nell'898 per una caduta da cavallo. Guido e Lamberto ottennero la corona imperiale e furono i due imperatori nazionali eletti dal popolo italiano in opposizione ai candidati di nazione tedesca, sebbene fossero di razza franca.

Quando più tardi l'impero cadde con gli Ottoni e passò alla nazione tedesca, gl'imperatori si impadronirono del ducato, e non vi fu più a Spoleto dinastia ereditaria. In seguito Spoleto fu annesso alle terre della contessa Matilde, come anche Ancona, finchè i papi con lusinghe ed astuzie riuscirono ad impossessarsi di quel ducato, sul quale già da Carlomagno accampavano diritti. Innocenzo III, e specialmente Gregorio IX, aggiunsero alla Chiesa le Marche di Ancona, Camerino e Fermo. Così la vera presa di possesso di quei luoghi da parte della Chiesa data dal principio del sec. XIII; ma dipoi essa perdette di nuovo molte di queste terre, col volgere degli anni, e, dopo varie vicende, in pochi giorni nel settembre 1860 le perdette tutte e per sempre.

Lamoricière aveva scelto Spoleto come suo quartier generale, perchè la posizione era buona, e potevano di là mandarsi truppe in tre direzioni. Il generale Schmidt aveva il quartiere a Foligno; Pimodan stava a Terni con la seconda brigata, e De Courten a Macerata. Lamoricière si aspettava di dover ripiegare verso il sud contro Garibaldi, che era nel Napoletano, ma quando seppe del generale Fanti, capì che i piemontesi avrebbero investito l'Umbria e le Marche. Il giorno 8 settembre i volontari di Masi irruppero da Città della Pieve nello Stato pontificio e marciarono su Orvieto. Il 10 settembre Lamoricière riunì le sue milizie, e il 12 si gettò sulle Marche, seguito da Pimodan. Nella cittadella di Spoleto aveva lasciato 300 irlandesi del maggiore O'Reilly, con due cannoni. Questa piccola fortezza fu presa dai piemontesi del generale Brignone il 17 settembre; secondo le istruzioni del Lamoricière, gli irlandesi la difesero valorosamente, respinsero un assalto e si arresero solo dopo 12 ore di combattimento. I piemontesi ebbero, a detta del Lamoricière, 100 morti e 300 feriti; i papalini 3 morti e 6 feriti. È abbastanza curioso che nell'ultimo fatto d'armi di questa fortezza abbiano preso parte degli irlandesi.

Si vedono ancora le tracce di quella lotta. Ora non vi è più guarnigione, ma invece un bagno penale.

Del resto il ricordo di questi fatti si è assai indebolito nella città; la delegazione si è mutata in una sottoprefettura, dipendente da Perugia, sede del commissario generale dell'Umbria. Così Spoleto ha perduto del tutto il carattere di città capoluogo di provincia; la sede dei delegati poteva essere paragonata ad una piccola corte, e questi governi provinciali dei cardinali legati godevano d'una certa indipendenza; tutto questo ora è passato; i prefetti e i sindaci entreranno al posto delle provincie politiche d'un tempo, le quali rimarranno solo un ricordo storico.

Le strade salgono il monte con lieve pendio, e graziose piazze le interrompono qua e là. Molti luoghi sono assai pittoreschi e veramente italiani, ma spesso sporchi e mal tenuti. Si vede ancora che questa città dominò in altri tempi una ricca regione e fu centro d'una monarchia, benchè conti ora solo 9000 abitanti. Anche qui nell'architettura il Rinascimento prevale. L'alto medio evo è stato soffocato dalle epoche successive; dell'antichità romana si vedono alcuni avanzi, ed una vetusta porta presso il palazzo Gavotti ricorda Annibale che, dopo la famosa battaglia sul Trasimeno, fu respinto da Spoleto. Essa si chiama ancora Porta di Annibale o della Fuga.[17] Invano si ricercherebbero in Spoleto antichità longobarde. La mia prima domanda fu questa: dov'è il palazzo degli antichi duchi? Nessuno seppe darmi una risposta, ed anche lo storico del ducato di Spoleto, Gian Colombino Gatteschi, mi dichiarò d'ignorarlo. Così l'oblio sommerge la residenza di principi un giorno così grandi e potenti; non ne rimane una traccia, non una pietra. Solo una dubbia tradizione dice che il palazzo Arroni, sulla piazza del Duomo, occupi il luogo dove, fin dal primo duca Faroaldo (539), risiederono Ariolfo Toto, Trasmondo, Angebrando, Ildebrando, Gisulfo, Lamberto e Guido, finchè coll'ultimo della loro lunga serie, lo svevo Corrado, il ducato ebbe termine nel 1198.

Ora il duomo, uno dei più antichi monumenti di Spoleto, sorge su una bella piazza, con lo sfondo pittoresco delle vette montane. Fu edificato nel 617 dal terzo duca Teodelapio, poi più volte restaurato. È una bella ed armonica chiesa, con una torre sulla facciata in stile romanico-gotico del secolo XIII. L'atrio è moderno: è opera del Bramante. Un grande mosaico, opera del Solsterno, orna la facciata: porta la data del 1267. Si osserva in esso con stupore il primo sviluppo libero dell'arte umbra. In questa chiesa Fra Filippo Lippi, uno dei più simpatici pittori della seconda metà del secolo XV, si è eternato coi suoi affreschi nel coro, dove egli stesso giace. L'interno è quasi tutto restaurato di fresco; delle iscrizioni medioevali non ne rimane alcuna, nemmeno nell'atrio. Il duomo è oggi il più notevole monumento, l'ornamento maggiore di Spoleto, insieme con San Pietro, una chiesa di stile lombardo, degna di molta considerazione. La sua facciata è coperta di sculture, in alcune delle quali è rappresentata, in modo assai primitivo, la favola del «Roman du Renard».

Questa comunità conserva un pregevole, anzi meraviglioso affresco dello Spagna, la Madonna con i santi, ed una iscrizione su marmo, che ricorda la distruzione della città, compiuta dal Barbarossa. Trascrivo fedelmente questa iscrizione:

HOC EST SPOLETVM
CENSV PPLQE REPLETVM
QVOD DEBELLAVIT
FRIDERIGVS ET IGNE CREMAVIT
SI QVERIS QVANDO
POST PARTV VIRGINIS ANO
MCLV
TRES NOVIES SOLES IVLIVS
TVNC MENSIS HABEBAT

Molto probabilmente in questo incendio la residenza dei duchi di Spoleto andò perduta.

In special modo pittoresco è l'acquedotto gigantesco[18] che congiunge la città al monte Luco. Questo monte è diviso dal colle, su cui sorge la fortezza, da un abisso di 260 piedi; al disopra di esso è un enorme ponte di dieci archi. L'edificò il duca longobardo Teodelapio nel 604, e fu poi più volte restaurato. Se si prende la piccola strada del ponte per andare a monte Luco, si gode la vista dell'abisso vertiginoso e profondo, su cui spesso soffia un vento terribile. Questo mi costrinse anzi a rinunziare di attraversarlo. Monte Luco è il Monserrato dell'Umbria.

Dopochè nel VI secolo un santo siriaco, Isacco, ebbe fondato lassù un eremitaggio, vi sorse nel X secolo il chiostro di S. Giuliano ed una serie di eremitaggi. Di questi ne restano ancora alcuni, ma gli eremiti son da lungo tempo scomparsi. Di parecchie delle loro cappelle i cittadini di Spoleto si sono fatte delle graziose villette. Una passeggiata nei boschi di quercie del monte è un vero godimento, l'erba balsamica esala il suo aroma, le brezze agitano le millennarie cime delle quercie: appena si ode di tanto in tanto un suono, un fremito di campana: vi regna un silenzio divino. Di lassù si può rintracciare, nella sottostante campagna, la striscia bianca della via Flaminia, che sale fino alle porte della città e in lontananza si perde nella pianura.

Ma più maestosa di ogni altra cosa appare la rocca che domina la città e la pianura, e che si stacca sui monti solenni: un dado turrito, dalle linee nobili e armoniche, uno dei più bei monumenti del medio evo. Il famoso cardinale d'Albornoz, contemporaneo del tribuno Cola di Rienzo, aveva nel 1356 riedificato questo già antichissimo edificio, che fu poi terminato da Nicolò V. La memoria degli antichi duchi e dei potestà che risiedettero in questo castello è del tutto scomparsa, ma dalle finestre del fosco edificio sembra al viaggiatore di scorgere ancora la figura di una donna famosa, che fu signora di Spoleto, quella cioè di Lucrezia Borgia, figlia di Alessandro VI, la Cleopatra del secolo XV. Suo padre la nominò nel 1499 reggente della città e del distretto di Spoleto, fatto nuovo questo nella storia della Santa Sede. La bella duchessa abbandonò Roma a cavallo, con grande seguito, l'8 agosto. Dinanzi a Spoleto la ricevettero con grande onore i priori della città, e l'accompagnarono al castello, dove pose la sua residenza. Ella presentò allora ai suoi dipendenti la sua nomina, ed un Breve di suo padre così concepito:

«Amati figli, a voi salute ed apostolica benedizione. Abbiamo conceduto il possesso del castello e il reggimento delle nostre città di Spoleto e Fuligno, della loro contea e distretto, alla nostra diletta figlia in Cristo, donna Lucrezia di Borgia, duchessa di Bisceglie, per il maggior bene di questi luoghi. Fidando nella particolare intelligenza, fedeltà e rettitudine della sullodata duchessa, come in altri Brevi abbiamo dichiarato, ed anche facendo appello alla vostra abituale obbedienza a Noi ed alla Santa Sede, speriamo che riceviate la vostra nuova duchessa reggente con gli onori e la riverenza che vi impone la vostra deferenza verso di Noi. Desideriamo dunque che degnissimamente la riceviate, e che, per conservare il nostro favore e per evitare la nostra disgrazia, voi ubbidiate alla duchessa reggente Lucrezia Borgia, in generale e in particolare, per tutti quei diritti e quelle consuetudini concernenti il suo governo, e per tutti quei comandi che ad essa piacerà di darvi, come alla nostra medesima persona, con tutto lo zelo e la diligenza, per darci novella prova della vostra fedeltà ed obbedienza. A Roma, in S. Pietro, segnato coll'anello del Pescatore, 8 agosto 1499—Adriano (Secretario)».[19]

La vita di Spoleto a Lucrezia Borgia, improvvisamente chiamata a succedere agli antichi duchi longobardi, dovè certo sembrare noiosa e intollerabile. Non rimane nulla del suo governo, se non la riconciliazione avvenuta fra le due comunità di Spoleto e di Terni. Nell'archivio municipale di Trevi esiste ancora un documento sottoscritto di sua mano con questa formula: «Placet ut supra Lucrezia de Borgia». Questa donna rimase a Spoleto breve tempo. Il 21 settembre visitò a Nepi suo padre, e nel mese di ottobre tornò a Roma. Pochi mesi dopo, nel luglio 1500, le morì lo sposo Alfonso di Aragona, duca di Bisceglie, che Cesare Borgia fece prima pugnalare sulla scala vaticana, poi strangolare nel suo palazzo.

A Spoleto rimasero alcuni suoi impiegati: Antonio degli Umioli di Gualdo, dottore in diritto, e il suo segretario Cristoforo Piccinino. Il 10 agosto 1500 Alessandro VI affidava il governo della città a Ludovico Borgia arcivescovo di Valenza.

Per recarsi da Spoleto a Foligno, bisogna attraversare la famosa valle del Clitunno, dov'è il piccolo e grazioso tempio di questo dio fluviale, tempio che non ha però più nulla a che vedere con quello descritto da Plinio; sorge vicino alla stazione postale detta Le Vene, presso la sorgente di una fonte più pura del cristallo.

Intorno la campagna è ridente, con lo sfondo incantevole delle montagne umbre. Percorrendo, come ho fatto, questi dominî che appartennero ai papi, bisogna convenire che era il loro un ben prezioso Stato, di cui la corona nessun re avrebbe sdegnato. Se si sono viste con i propri occhi queste campagne e queste antiche città, si capisce che sarebbe stato necessario un sovrumano disinteresse per rinunciare a questo antico possesso ereditario. Ma nulla può contrastare ed opporsi alla forza del tempo.

Foligno ha il doppio degli abitanti di Spoleto, ed è città assai industriale: vi sono fabbriche di carta, di candele di cera e di confetti; i migliori d'Italia, almeno così dicono. Giace in una pianura che è il punto d'incrocio ed il centro delle ferrovie umbre e romane, il che non è senza importanza per l'avvenire della città.

In essa tutto è più o meno moderno; vi ho però trovato alcuni palazzi dello stile del Bramante. La cattedrale può dirsi moderna in seguito ai molti restauri; solo la facciata conserva il suo stile gotico, ed ha un antico portale. Altre chiese sono notevoli per i loro quadri; così San Nicolò, possiede un capolavoro della scuola di Foligno, un quadro di Nicolò Alunno, maestro del Perugino.

Da Foligno si va in breve tempo a Trevi ed a Spello, che è situata sopra un'altura. Queste città sono caratteristiche e medioevali; le loro nere mura turrite e le antiche porte conservano i segni di un lontano passato. Presso Spello si vedono ancora molte case in rovina, come furono ridotte dallo spaventevole terremoto del 1831. Ciò non è per vero una prova dell'attività di questa popolazione. Così ci si avvicina alla valle del Tevere, che scorre qui fra i colli di Perugia e di Assisi. Sotto Bastia lo si passa, ancora piccolo ed esiguo. Intorno la campagna appare fertile e ben coltivata, specialmente a granturco e a viti.

Passai dinanzi ad Assisi senza entrarvi, perchè pensavo di recarmivi comodamente da Perugia. La patria di San Francesco sorge solennemente su un'altura a terrazze, con le molte antichissime torri e le massiccie mura della chiesa del santo. Due miglia circa al di sotto si vede la grande chiesa di Santa Maria degli Angeli. Fu costruita nel secolo XVI sulla cappella di San Francesco, e abbattuta poi dal terremoto. Gregorio XVI la fece riedificare dall'architetto Poletti.[20] È una copia del San Pietro di Roma, in proporzioni gigantesche. Quale strano contrasto fra la città medioevale e questo edificio moderno che non porta più nemmeno traccia di slancio religioso e mistico! Visitandolo, la prima cosa a cui vien fatto di pensare è il prezzo che questo tempio deve essere costato.

Si può dire soltanto a sua lode che è assai ben situato. Nel centro esiste intatto il santuario di San Francesco: una piccola cappella gotica, che stona vivamente con ciò che la circonda. Fu edificata in questo luogo in memoria dell'apparizione delle rose che avrebbe suggerito al santo, mentre pregava devotamente, di fondare il famoso ordine. Tavole votive e doni sono appesi nell'oscuro oratorio, costellato qua e là di ceri, alla luce scialba dei quali si scorgono fedeli che pregano inginocchiati. Questa cappella è il santuario dell'Umbria. I due lati esterni sono ornati di affreschi: uno è opera di Overbeck, e, a quel che si dice, è la migliore sua composizione; l'altro, molto restaurato, è un bel quadro della scuola del Perugino, forse dello Spagna. I due quadri sono fra loro nello stesso rapporto in cui una chiesa nuova sta con una chiesa antica, o come un santo moderno sta ad uno antico, o almeno come un pittore di santi moderno ad uno antico. Ogni tempo ha la sua fisonomia, e i fiori artificiali non hanno nè profumo, nè anima. Il pittore più felice, anzi più grande, non potrebbe oggi comporre un'opera che esercitasse su di noi il fascino che esercita un Perugino, uno Spagna, un Pinturicchio.

Nel convento di Santa Maria vivono 90 francescani. La rivoluzione, come mi assicurò un monaco, non ha toccato nessuno dei chiostri di Assisi. Nondimeno questi mi apparve triste e depresso. Quanto si è detto sulle soppressioni dei monasteri dell'Umbria è inesatto. Dovunque io mi sono fermato, ho veduto monaci. L'Italia non se ne libererà mai, mai potrà bandirli del tutto dalle sue terre. Essi appartengono alla terra come i suoi fiori e i suoi animali. I cappuccini, gli zoccolanti, i benedettini, gli scolopî ed i varî altri ordini, non sono stati affatto soppressi, benchè monasteri di altri ordini siano stati chiusi per la legge Siccardi. I possedimenti della Chiesa, estesissimi nell'Umbria, sono stati sequestrati e non venduti. È però indiscutibile che qua e là si è proceduto in modo un po' troppo sommario.

Alta, su i suoi molti colli, che si levano dal fiume sottostante, di aspetto vetusto e analogo a quello di Palestrina, Perugia si mostra allo sguardo del visitatore. Appena entrati in questa città, si sente la sua imponenza, come città essenzialmente medioevale, ricca di caratteristici ricordi municipali. Città principale della regione, prospera, lieta, museo dell'arte umbra, vecchio centro di scienze e lettere, essa fu la gemma più bella del diadema pontificio, e perciò fu trattata con indulgenza e considerazione. Fin dall'epoca bizantina Perugia fu, almeno di nome, possesso della Chiesa, eppure per secoli interi si sottrasse, come altre città, al dominio di quella, e primeggiò fra le repubbliche vicine. Governata a volta a volta dai popolari (Raspanti) e dai nobili (Beccarini), ondeggiante fra guelfi e ghibellini, divenne, per queste lotte e fazioni, residenza di molti papi, mentre davano opera alla propria istallazione sulla sede di San Pietro. Il famoso papa Innocenzo III vi morì nel 1216 e vi fu seppellito sotto la stessa volta che accolse Martino IV, il quale morì per aver mangiato a cena, un sabato santo, troppe anguille del lago Trasimeno. Anche Innocenzo IV risiedette in Perugia. Vi morì pure l'infelice Benedetto XI, l'ultimo dei papi che regnarono prima dell'esilio di Avignone.

Durante il secolo XIV questa repubblica municipale fiorì straordinariamente; tutta l'Umbria le fu soggetta; nel 1370 però dovette sottomettersi nuovamente al papa. Cinque anni dopo i cittadini si ribellarono e demolirono la fortezza papale, ma alla fine di quel secolo furono ancora una volta assoggettati; non per questo cessarono le lotte intestine. Le famiglie degli Oddi e dei Baglioni, specialmente quest'ultima, ebbero una parte importante in questi rivolgimenti. Il noto Braccio Fortebraccio, che nel 1416 si fece signore della città, nacque a Perugia. Finalmente: Giulio II sottomise Paolo Baglioni, che fu poi giustiziato da Leone X in Castel Sant'Angelo a Roma. Paolo III annientò l'ultimo resto dell'indipendenza di Perugia, e d'allora in poi la repubblica fu retta da cardinali legati, che risiedevano nel nobile e antico palazzo del Comune.

Perugia ha, più di molte altre città italiane, mantenuto il suo carattere medioevale; non si trova qui quella frivolezza moderna che ha ormai invaso le città; ma v'è comune quella cortesia di modi, seria e solida, che data dal tempo dei conflitti cittadini fra la nobiltà e la borghesia. Oggi i nomi dei Braccio e dei Baglioni, dei capi-partito e dei tiranni, sono eclissati da quelli degli artisti e degli artefici. Il Perugino è lo splendore, il vanto più bello della città. A Perugia è stato completamente compreso il valore e la grandezza di quell'ingegno, che servì di base al genio di Raffaello. Ma non voglio portare nottole ad Atene, dilungandomi sull'opera di questi grandi artisti.

Perugia si divide in città alta e città bassa, collegate da strade, scale e da ponti in mattoni, dai quali si gode la mirabile vista della città e della campagna. La città alta è la vera ed antica Perugia, ed è anche la parte più bella: il pittoresco Corso, coi suoi palazzi del secolo XV ed anche del XVI, è un vero monumento della grandezza repubblicana. Le loro facciate, romanico-gotiche, si completano l'una l'altra in modo sorprendente, e sono documenti storici; si potrebbe anzi dire che ci presentano proprio i lineamenti della città, il suo volto medesimo. V'è anche il grandioso palazzo comunale, che rimonta al 1281, cupo e severo, vasto ed oscuro, di architettura moresca alle finestre e ai portali, decorato degli stemmi dei principi e delle città alleate. Ai piedi del grifone, emblema di Perugia, sono appese le catene della porta di Siena, rapite dai Perugini.

La piazza del Duomo, verso la quale è volto un lato del palazzo comunale, è ornata anche dalla grande fontana di Giovanni Pisano, e dalla statua in bronzo di Giulio III. Non dico nulla del Duomo, nè di molte altre chiese, come S. Domenico, nella quale è la tomba di Benedetto XI, Sant'Agostino e San Francesco, perchè di esse si è parlato infinite volte; e infinite volte son stati descritti i tesori conservati nei grandi palazzi privati: Conestabili, Donini, Baglioni, Bracceschi e Baldeschi, Monaldi, Penna e Cenci.

Non lungi dal Corso sorgeva la fortezza pontificia, opera di Paolo III Farnese e del suo terribile nipote Pier Luigi che straziò infamemente la città. Questo sinistro edificio fu costruito sul luogo dove sorgeva un tempo il grande palazzo Baglioni. Nel 1848 fu smantellato a furia di popolo, ed ora non resta più, per ricordarlo, che un mucchio di pietre; quel luogo fu anche teatro delle ultime lotte contro Schmidt, comandante degli svizzeri pontifici.

Le rovine di questo castello hanno un aspetto melanconico; io vi trovai una folla di persone, specialmente di giovanotti, che vi passeggiavano con evidente soddisfazione, e contemplavano con interesse i resti della loro piccola Bastiglia, mentre si intrattenevano con le narrazioni dell'ultimo assalto subíto da essa e della capitolazione alle milizie del generale Fanti.

La vecchia fortezza non ebbe mai, del resto, un importanza strategica. Fu soltanto destinata a tenere in freno i cittadini.[21] Le truppe piemontesi poterono avvicinarvisi da ogni lato e impadronirsene senza ostacoli, nè resistenza da parte della sua guarnigione. Non si sa bene che cosa si erigerà su queste rovine; un grande edificio vi farebbe certo bella figura.[22] La posizione è ottima; la vista incantevole, scorgendosi la valle del Tevere e la fila dei verdi colli. La piazza dinanzi agli avanzi della fortezza è già stata chiamata Vittorio Emanuele, in memoria, come dice una lapide, del 14 marzo, giorno in cui il Parlamento nazionale lo proclamò re d'Italia.

Una strada conduce dal castello alla parte inferiore della città. Già da lungo tempo gli spalti sono stati adibiti come luogo di passeggio. Ma questo genere di passeggio è spesso malagevole, perchè troppo ripido. Vidi con piacere i viali di castagni tedeschi, che la siccità aveva del tutto spogliati di foglie; solo qua e là presentavano alcuni ciuffi di fiori secchi sui rami. La vegetazione è a Perugia più tarda che nella valle sottostante; prima della venuta dell'inverno questa città si ammanta di neve.

E' sempre consigliabile per un forestiero visitare il passeggio di una città che ancora non conosce. Talora nei giorni di festa ci si trova la parte migliore della cittadinanza. Ma sotto questo rispetto io non posso dire molto bene di Perugia. Anche nei più bei pomeriggi la sua passeggiata mi apparve poco frequentata; le signore uscite a spasso coi mariti erano poche; in grande quantità invece le cocottes, che si aggiravano fra i viali, sfacciatamente, con un velo in testa. E' deplorevole che la rivoluzione del 1859 abbia fatto perdere a molte città italiane il decoro che le distingueva prima di quell'epoca; almeno così sembra: le città dell'antico Stato pontificio sono ora in preda alla più sfrenata licenza. Io non ricordo di aver veduto mai in altro luogo una così sfrontata mostra di ragazze quale vidi in Perugia, dove, di pieno giorno, nella strada principale, nel Corso, dei giovani non si peritavano d'intrattenersi liberamente con queste femmine. E' incredibile lo strabocchevole numero di fotografie oscene che è sparso per l'Italia, e che proviene dall'industria francese. E' altamente encomiabile la proibizione fatta in Roma per mezzo di un editto, della vendita di simili imagini. Si dovrebbe fare in ogni città la stessa cosa. Nulla corrompe tanto la pubblica moralità quanto questa licenza.

Tutto sommato, Perugia è una città priva quasi di vita. Di truppe regolari ne vidi ben poche; la guardia nazionale ha occupato tutti i posti. Le truppe volontarie, da poco arrivate, saranno, mi si è detto, incorporate nell'esercito regolare. Il loro capo, Masi, ora colonnello, fu in origine segretario di un principe Bonaparte, passò molti anni in America, dove tentò invano molte speculazioni. Nel '59 passò i confini della Toscana come capo di bande volontarie e si distinse a Montefiascone. In lui si è veramente conservato il carattere dei condottieri del medio evo.

Gl'italiani odiano il servizio militare regolare, per lo spirito indipendente del loro carattere, insofferente di ogni giogo. Vidi l'esercito di Francesco II di Napoli nel 1859, mentre si dirigeva su Aquila: appariva bene armato e ben organizzato; ma dinanzi ai volontari di Garibaldi si disperse. Ora quelle truppe disciolte si sono raccolte qua e là, sotto il comando di briganti e di avventurieri, come Chiavone, Crocco, Ninco-Nanco e Cipriani, per battersi valorosamente come briganti e come tali farsi ammazzare. Un metodo di lotta così romantico è conforme all'indole meridionale. Alle bande di Masi (composte anche di cavalleria) si uniscono sempre molti volontari, anche di Roma, fuggiti spesso ancora adolescenti dalle loro case, per servire a Perugia o a Spoleto. Nei caffè si vedono giovani ufficiali in gruppi vivaci, pieni d'entusiasmo e di patriottismo. In generale ognuno sembrava qui, come del resto in tutta l'Umbria, pieno di speranza, quantunque non si dissimulasse le difficoltà della situazione. Un nucleo di reazionari è rimasto nella regione, composto specialmente di antichi impiegati,[23] i quali sono stati lasciati quanto più era possibile nei loro uffici. La nobiltà umbra, specialmente la perugina e quella che appartiene all'antico patriziato, è rimasta in gran parte fedele all'antico regime, temendo di venir soverchiata dalla democrazia, ed anche perchè tutti i suoi interessi son legati alla Santa Sede. Essa si tiene appartata nei suoi possessi o nei suoi palazzi cittadini. La nobiltà inferiore al contrario si è unita volentieri al movimento, e così pure il basso clero.

Perugia non possiede meno di 36 fra monasteri e conventi, alcuni dei quali, quelli dei domenicani per esempio, sono chiusi; i monaci si sono prudentemente e astutamente ritirati nel territorio romano. I preti dell'alto clero sono contrari al movimento, ma si comportano con prudenza. Tutto l'episcopato umbro sta, come un sol uomo, col pontefice, e questa fermezza del clero in tutta l'Italia, salvo poche eccezioni, ha qualche cosa d'imponente e di bello. I vescovi, con le loro lettere pastorali, si sono opposti alle disposizioni del commissario dell'Umbria, in quanto quelle disposizioni concernevano i conventi, i possessi della Chiesa, l'abolizione del Foro ecclesiastico e della sorveglianza del clero sulle scuole. Questo commissario, di nome Gualterio, non ha dato nessuna importanza alle proteste, e continua imperturbabilmente l'opera sua. La stampa è libera. Nella papale Perugia ora si vende liberamente la Bibbia del Diodati, come a Firenze, e presso i librai si trovano esposte al pubblico vivacissime invettive contro il papato. La Gazzetta dell'Umbria e l'ebdomadaria Roma e l'Italia, ambedue di Perugia, contengono di continuo articoli roventi contro i preti della regione e contro i cardinali di Roma. Così l'antico regime, costretto a limitarsi ad una opposizione del tutto passiva, è soverchiato dalla potenza del nuovo.

L'università, un tempo sotto la protezione dei papi, segnalatasi sempre per valenti insegnanti, è teatro degli stessi antagonismi. Molti professori, membri della nobiltà umbra, son reazionarî; la parte giovanile invece si è gettata a capo fitto nella rivoluzione. Il ristagno negli studi è sensibilissimo, e la gioventù sempre più diserta le lezioni per prendere le armi. Naturalmente di questi perturbamenti ne risente soprattutto il mondo letterario, a cui la pace e la concentrazione sono necessarie. Niente accenna che questo stato di cose debba cessare. Perugia, come è stato detto ridendo, dovrebbe divenire la capitale d'Italia: così almeno proporrebbero seriamente alcuni cittadini, fondando i loro desiderî sul fatto che la città è il punto più centrale della penisola e per molti rispetti meritevole di tale onore.

Lo scopo del mio soggiorno in Perugia era un'accurata indagine negli archivi della città e specialmente nell'archivio dei Decemviri, al palazzo pubblico, che doveva servirmi per la storia medioevale di Roma. Ora tutti gli archivi dei conventi soppressi sono riuniti in quello municipale. Ne sono stati soppressi 22, ad eccezione di quelli dei frati questuanti e dei benedettini di San Pietro. Gli stessi conventi furono già una volta soppressi nel 1810, e molti documenti andarono perduti in quel tempo. Un professore dell'università, Adamo Rossi, mi condusse nel chiostro dei Serviti di Santa Maria Nuova, dove in più stanze sono stati raccolti gli archivi della città. Qui vidi mucchi di pergamene sovrapposte o sparse sul pavimento, alla rinfusa, spettacolo melanconico, come di un tesoro troppo grande e troppo pesante per poter essere sollevato e riordinato. Noi vi penetrammo infatti come veri ricercatori di tesori, e sollevammo nubi di polvere nel rovistarli, ma non scoprimmo un sol documento di qualche interesse: tutti avevano un'importanza strettamente locale.

L'abbandono di questo convento è incredibile; ne' suoi cortili solitari cresce l'erba; i ragni tessono le loro tele nelle sale e nei lunghi corridoi; talora un monaco muto e spettrale si aggira in quella solitudine come un fantasma del passato. Vi si sente l'odore di un'epoca tramontata per sempre.

Nel famoso e vetusto convento di San Pietro, dove vivono ancora otto monaci, abitò per due anni Gregorio IX, il grande avversario di Federico II. Conta 900 anni di vita; la sua chiesa, una bella basilica, con antiche colonne di granito, è ritenuta come la gemma più preziosa della città, ed è un vero museo della pittura umbra. Contiene splendidi quadri del Perugino, di Orazio Alfani, del Doni, dello Spagna e di altri maestri, e preziosissime copie delle opere del Perugino e di Raffaello, eseguite dal Sassoferrato. I benedettini di questo convento non si lagnavano della loro sorte; essi sembravano anzi rassegnati. Il degno abate si mostrava favorevole all'unità d'Italia, solo sperava che Roma fosse conservata al papa. Io mi accorsi che avrebbe voluto dire qualche altra cosa che non disse. A quest'abbazia è stato concesso il privilegio di rimanere intatta, come quella metropolitana di Montecassino, fino alla morte dell'ultimo monaco. Questi frati hanno ora istituito una scuola di agricoltura per cinquanta alunni.

Un giovane benedettino mi condusse nell'archivio del convento, che conserva diplomi imperiali di Enrico III, di Corrado III e di Barbarossa, e molte Bolle papali. Formava il suo vanto principale il più antico documento che Perugia possegga; il privilegio di Benedetto VII, del 978, fondatore e primo abate del convento. Quando gli svizzeri pontificî, sotto il comando dello Schmidt, nel 1859 assaltarono Perugia, fecero un'irruzione nell'abbazia e la devastarono. Gettarono all'aria i diplomi (così mi fu detto) lacerarono i sigilli delle Bolle e distrussero anche alcuni preziosi documenti. Di quello di Benedetto VII ne fu salvato un frammento, che fu poi messo sotto un cristallo alla parete dell'archivio. Un monaco ha composto sul fatto un epigramma latino, che tramanda ai posteri i misfatti del Furor Helveticus.

Io continuai il mio viaggio attraverso l'Umbria con lo scopo di far sempre nuove indagini negli archivi delle varie città, dove fui sempre ricevuto assai cortesemente, grazie alle lettere che mi aveva dato il ministro dell'istruzione, Michele Amari. Nessun altro luogo del mio viaggio mi ha lasciato un'impressione gradevole quanto la città di Todi.

Questa antichissima città umbra, in origine Tuder o Tudertum, sorge sopra un colle ridente, presso la valle del Tevere, fra vigne e olivi. Lontana dalle grandi vie di comunicazione, appare come assopita nei sogni del suo passato, in una placida tranquillità che però non è morte.

Era già notte quando, giunto con la diligenza ai piedi della collina di Todi, mi feci condurre alle porte della città per cercare una locanda. Il mio ingresso fu assai triste e melanconico; le strade strette ed oscure e la solitaria locanda alla quale fui condotto, non mi presagivan nulla di buono. Ma dovetti ricredermi la mattina seguente, quando il sole dissipò la tristezza del luogo.

In pieno giorno Todi mi apparve come una simpatica cittadina, incantevolmente situata, conservante quel carattere nettamente medioevale che ora così poche città possono vantare. Circondata di vetuste mura, in parte ancora di costruzione etrusca, questa città copre il colle su cui giace in modo da conservare alle piazze una livellazione sorprendente, a dispetto della ripidità del monte. Vecchi palazzi, brune torri medioevali, pittoreschi edifici gotici, chiese e conventi, sono sormontati dal grandioso duomo.

Sulla piazza principale sorgono gli edifici pubblici, i monumenti del tempo in cui Todi era una repubblica libera, arbitra di guerre e di alleanze, come Terni, Spoleto, ed altre città. Nel secolo XIII, il suo periodo aureo, essa era in grado di mettere in campo mille cavalieri armati; e mentre ora non conta che 4000 abitanti, ne contava allora 30,000. La sua costituzione guelfa era profondamente democratica; il governo era nelle mani delle corporazioni artigiane, che avevano una rappresentanza al Consiglio. Un potestà e un capitano del popolo, i quali stavano in carica un solo anno e dovevano essere stranieri, governavano questo Stato libero e rendevano giustizia. Si trovano nella loro lista molti nomi romani, delle maggiori famiglie del XIII secolo: Colonna, Orsini, Frangipani, Annibaldi, Cenci, Caetani, Savelli, Malabranca, e altri.

I monumenti più notevoli di questa storica repubblica sono oggi il palazzo comunale e il palazzo del governatore, ambedue sulla piazza principale. Il primo è un grande edificio in stile gotico-romanico, di belle proporzioni, con una splendida scala esterna in pietra. L'altro ha un'alta torre, ed è coronato su tutta la fronte da merli, ugualmente di architettura pseudogotica, con una potente torre. In faccia a questi è la cattedrale pure di architettura pseudo-gotica con un'alta torre, l'interno ha tre navate, la principale delle quali mostra ancora la volta gotica primitiva dell'XI e XII secolo; una quarta navata minore è stata aggiunta in tempi posteriori. Dopo il duomo, la chiesa più notevole di Todi è San Fortunato, grandioso edificio gotico del secolo XIII. San Fortunato è il patrono della città, e la sua chiesa è pittoresca, severa e solenne.

Durante il mio soggiorno in Todi passai gran tempo a San Fortunato, dove si trovano gli archivi della città. Ottenuto dal sindaco il permesso di frequentare l'archivio, l'archivista, Angelo Angelini, mi condusse in una stanza posta sotto la chiesa, presso la sacrestia. Rimosso un vecchio inginocchiatoio, ci apparve la porta che metteva direttamente nell'archivio. In esso, ammonticchiate contro la parete, stavano innumerevoli pergamene, quasi tutte in uno stato compassionevole, e in mezzo alla stanza, sopra una tavola, altre pergamene, gettate alla rinfusa, coperte di un denso strato di polvere, le quali facevano parte un tempo della biblioteca del cardinal vescovo di Albano, Bentivegna d'Acqua Sparta. Di quest'uomo fa menzione una volta Dante nel suo poema. Morì nel 1289.

La biblioteca si riduce a questo solo archivio; io vi lavorai per molte ore. Dapprima ero sorvegliato da un valletto del Comune; poi, avendo io voluto vedere in ciò un segno di sfiducia, me ne fu affidata senz'altro la chiave, con facoltà di andare e venire a mio piacere.

Allora si sparse per Todi la voce che uno straniero faceva grandi ricerche nell'archivio della città; in seguito a questa voce, mi vidi comparire dinanzi il presidente della corporazione dei sarti, con un fascio di fogli sotto il braccio, con gli statuti cioè della sua corporazione. Era un giovane correttamente vestito, dall'aspetto intelligente. «Io vengo—mi disse—a chiedere il vostro parere, trovandosi la corporazione in un grande frangente».

A queste parole repressi a stento un sorriso, pensando che cosa avessi fatto di grande nel mondo, perchè a me, uno straniero della Prussia orientale, si venisse a chiedere un parere per una corporazione di sarti dell'Umbria! Assunsi però un atteggiamento grave e solenne, come un savio greco.

Egli proseguì, lamentandosi del governo italiano che aveva osato porre la mano su tutti i beni delle opere pie e su certe rendite della loro corporazione. Evidentemente il governo aveva considerato l'ars sartorum della città come una confraternita o associazione a scopo religioso. Essa possedeva ab antiquo l'ospedale di San Giacomo.

Le rendite di questo, 360 scudi all'anno, erano state reclamate e sequestrate dal governo, contro un derisorio compenso. Il presidente della corporazione con grande facilità mi disse che la rivoluzione del 60 era stata fatta principalmente dagli operai, e che egli stesso aveva in quell'epoca preso le armi ed aveva con le truppe marciato contro Orvieto. E questa era la ricompensa!

Il governo stesso aveva raccolto quelle rendite, ed aveva con esse impinguato la cassa ecclesiastica! Il giovane presidente aveva mandato alla prefettura di Perugia i documenti atti a comprovare i loro diritti, ma questi documenti non erano stati presi in considerazione. Ora, siccome queste pergamene erano indecifrabili e in Todi nessuno aveva potuto ricavarne nulla, mi pregava di esaminarle e di dirgli poi se da esse si potevano o no rilevare i diritti della corporazione così bistrattata.

Io gli dissi di tornare il giorno seguente. Egli venne e si lasciò persuadere che quei documenti non erano che strumenti notarili e che non avevano per la corporazione che un valore di antichità: mi confessò di averlo già sospettato.

Del resto, questa corporazione dei sarti di Todi è una florida e bella istituzione medioevale, che conta già più secoli di esistenza.

Essa ha ancora un capo, console, e dodici consiglieri, fratelli. I suoi statuti sono chiaramente esposti in un volume in pergamena di sessanta fogli: datano dal 1308, ma nel 1492 furono tradotti dall'originale latino in italiano.

Trascrivo il principio di questo documento:

«El prohemio della matricola de sartori: capitolo I.

«Nel nome del Nro signor Iesu Xto et della beatissima sempre vergine Maria sua madre: et del beato sancto Michele Arcangelo, et del b. sancto Ioanni Baptista et Ioanni Evangelista, et de beati apostoli S. Pietro et S. Paolo: et de beati confessori sancto Fortunato, sancto Calisto et S. Cassiano; et de tutti i sancti et sancte della corte celestiale. Questi sono i ordinamenti et statuti iscritti dell'arte de sarturi et cinaturi della città et contado de Todi: facte et ordinate per glomini della decta arte; nel tempo dello officio de consoli, cioè delli sapienti homini Iacobuccio Dondreelle; del rione de sancta presedia, et de Cechole de Manello; del rione della valle; iscripti per me ser Francesco de maestro Iacomo publico notario della detta arte; nel tempo et negl anni del signore nell mille trecento otto: nella indictione sexta: nel tempo del pontificato del nro signore Benedecto papa duodecimo: et addì venti dua de novembre».

In Todi conobbi molte gentili persone che in ogni modo mi favorirono, fra cui Alessandro Natali, già libraio in Roma e cittadino di quella città, ora editore della «Storia di Todi» del Leoni, e della «Vita di Bartolomeo d'Alviano», famoso capitano nato a Todi al principio del secolo XVI. Questo Natali è rettore economo di Monte Cristo già monastero, ora ospizio dei trovatelli. Mi condusse in questo ospizio, che ricovera 98 fanciulli. Anche là visitai l'archivio, dove vidi molte pergamene, che riguardavano il luogo stesso, destinato una volta come ricovero pei lebbrosi.

Mi mostrò anche il convento dei Cappuccini a Monte Santo, posto su una collina, presso la città. La sua piccola chiesa possiede sull'altare maggiore un pregevole quadro dello Spagna,[24] dello stesso soggetto del quadro di Narni: l'incoronazione, cioè, della Vergine. Ambedue queste tele sono autentiche e originali. Il priore ci offrì del caffè, e mi chiese di Witte, la cui fama di dantista è giunta fino in questa solitaria cittadina. Mi fu anche mostrato un manoscritto di Fra Jacopone, di questo profondo mistico dell'ordine di Celestino, nemico animoso di Bonifacio VIII. Morì a Colazzone nel 1304, ma è sepolto a S. Fortunato. Si attribuiscono a lui le parole dello Stabat Mater, e forse non a torto. A Monte Santo trovai un monaco intento a copiare un codice che fra le altre poesie di Fra Jacopone, conteneva anche lo Stabat Mater. Però vi sono manoscritti più antichi delle poesie di questo francescano, a Venezia e a Firenze; quelli di Todi non possono rimontare oltre il XV secolo.

Tutti coloro coi quali feci relazione in Todi, mi parvero soddisfatti della loro tranquilla ed angusta residenza; al lume di luna, la sera, le signore si recano alla passeggiata sotto l'antica rocca, ora caduta in rovina. Da questa si arriva alla chiesa della Consolazione, edificata su disegni del Bramante. Non v'è in Todi una grande nobiltà feudale: le antiche famiglie son quasi tutte scomparse. Fra queste nel medio evo erano considerevoli gli Acti o Atti, gli Oddi, i Fredi, i Bentivenga, i Caracci, i Pontani, i Landi, i Corradi, gli Astancalli.

Molti palazzi ricordano ancora queste famiglie, ma sono abitati da altre o da discendenti impoveriti. Oggi che tutto è fatto per servire ai bisogni del momento, noi dovremmo sentire vergogna dinanzi a questi palazzi edificati per sfidare i secoli, palazzi che troviamo fin nelle minori città! Questo dicevo ad un tal Pierozzi di Todi, dottore in diritto e autore di commedie in versi. Oh quanti autori drammatici invidierebbero questo solitario cittadino di Todi che, nel palazzo ereditato dai padri, gode una serena e vera felicità!

A Roma mi avevano consigliato di spingermi fino ad Aspra, sui monti della Sabina, dove è un importante archivio municipale ed una superba selva. Quando fui di ritorno a Terni, risolsi di andarvi, tanto più che una buona strada da Terni conduce nelle vicinanze di quel castello. V'era però un inconveniente di qualche importanza: in Aspra non vi sono alberghi. Un abitante di Terni si occupò di trovarmi un alloggio, scrivendo in precedenza una lettera ad un suo conoscente. Noleggiai una carrozza e partii da Terni alle 4 del mattino del primo agosto. Si attraversa una regione montuosa da settentrione a mezzogiorno, su una buona strada, cosparsa di poche e piccole abitazioni e ricca invece di bei boschi di quercie. Le montagne si aprono e si allontanano a Torri, antico castello che nel secolo X appartenne alla famiglia romana dei Crescenzi, potentissima nella Sabina. Nera e pittoresca, sorge su di un colle, da dove si gode la vista del monte Soratte, della Campagna romana, dei monti della Sabina, degli Appennini, e a sinistra di un profondo scoscendimento, dominato da una rupe, sulla quale si leva un oscuro gruppo di case, circondato da mura nere e coronato di torri. Questa è Aspra, la Casperia dei Romani, vero nido di aquile, inaccessibile ed inattaccabile.

Era mezzodì, ma l'aria era lassù ancora fresca e leggiera. Dopo i molti e lenti giri che la strada fa nella valle profonda, cominciammo alfine a salire la montagna faticosamente, e giungemmo dinanzi alle mura. Qui il cocchiere si arrestò, e mi spiegò che il paese non aveva strade praticabili. Scesi allora e mi avviai verso la porta. Qual luogo spaventosamente solitario e selvaggio! Strettissime e oscure vie fra case ammonticchiate e soffocantesi a vicenda, o piuttosto che vie, letti di torrenti montani: ecco Aspra.

Era domenica. Il popolo di Aspra, vestito di giacchette grigio-azzurre, secondo il costume sabino, giocava a palla dinanzi alle case. Tutti mi guardarono con grande stupore. Mi feci condurre al Municipio, dove giunsi dopo un faticoso saliscendi. Il sindaco di Aspra, vestito con la giacchetta da operaio, mi disse che aveva ricevuto lettere che mi concernevano da Terni e da Perugia, ma che io non potevo quel giorno visitare l'archivio, essendo festa, ed essendo il segretario occupato altrove. Aggiunse che avrei trovato alloggio dal calzolaio, che teneva una specie di locanda.

Fui condotto da questo signore in una casa d'aspetto miserabile, e mi fu mostrato un buco che veniva chiamato anche camera. Aveva una finestra rotta, che sbatacchiava alla brezza vivace, ma che lasciava però vedere un panorama d'indescrivibile e sublime solennità. Io mi gettai stanco su di uno sporco letto in un angolo della stanza, ma dovetti presto rialzarmi per le punture delle zanzare e di altre bestioline maligne. Il mio ospite mi pose presto dinanzi un pranzo, che io non toccai, e, disperato, dichiarai che non potevo rimanere in quel luogo. Mi affrettai a tornare dal sindaco, che mi accompagnò dal suo segretario. Uniti tutti e tre sotto un arco che congiungeva due strade, tenemmo consiglio. Finalmente quei nobili signori risolsero di aprirmi l'archivio, e di andare in cerca di un alloggio possibile in qualche buona famiglia; della prima cosa s'incaricò il segretario; della seconda il sindaco. Il segretario mi condusse dunque al Comune, un fabbricato massiccio ma non molto antico, e mi fece entrare in una stanzetta, nella quale si trovavano due armadii con le preziose memorie del Comune. Vi trovai molti documenti che concernevano il Senato romano medioevale, poichè Aspra formava in quel tempo una comunità indipendente, come altri paesi sabini dei dintorni, ma sotto la giurisdizione del Campidoglio, che vi mandava i suoi rettori, o podestà. Vi erano anche—strano a dirsi—dei documenti apocrifi del secolo X.

Al cader della notte il segretario tornò per dirmi che una delle migliori case del paese era pronta ad accogliermi. Mi condusse, infatti, in una casa d'aspetto decoroso. Una signora, giovane ed alta, mi ricevette, e mi disse che la sua casa si onorava di ospitare uno straniero. I suoi modi erano distinti e civili, come il suo abito. Mi accompagnò nella mia camera, facendomi traversare un deserto e tetro salone, dove poche settimane prima era caduto un fulmine; le finestre e il camino avevano sofferto, come la parete esterna che si era spaccata, e lasciava scorgere il cielo azzurro. Nulla era stato fatto per riparare in qualche modo a quello sconcio. Antiche armi familiari mostravano che la casa era stata un giorno fra le maggiori del paese.

L'aspetto poco confortante del salone mi rese curioso di vedere la camera. La signora ne aprì la porta: era abitabile ed aveva un buon letto romano. Comparve il fratello della signora, un bell'uomo, cacciatore accanito dei boschi sabini; indossava la divisa di capitano della guardia nazionale. Fui invitato in modo assai cortese a fare quello che più mi piaceva, in piena confidenza; ed io accettai le loro offerte, alla condizione che mi permettessero di fare i miei pasti presso l'ospite primitivo, al quale ero stato indirizzato da Terni, al che essi gentilmente acconsentirono. Passai in Aspra due piacevoli giornate, nonostante l'orribile impressione ricevuta sulle prime. Lavorai nel piccolo archivio dal mattino alle cinque della sera, ciò che suscitò in tutti una straordinaria meraviglia. Andavano e venivano intorno a me dei curiosi; mi salutavano amichevolmente, ma con stupore, non avendo visto da molti anni un forestiero. Io mostrai al segretario una preziosa pergamena del tribuno Cola di Rienzo, diretta alla comunità di Aspra. Mi pregò di fargliene una traduzione italiana, che gli dettai, e che fu posta come memoria nell'archivio. Nel pomeriggio mi recai con questo signore e col maestro del paese, un laico, al convento dei Cappuccini, dove si festeggiava una ricorrenza. Il convento è bello e solenne, sopra un monte coperto di quercie. Alcune donne stavano inginocchiate nella piccola chiesa, tutta avvolta nell'ombra. Sul portale erano altre persone, fra cui le donne del mio compagno, e alcune fanciulle, delle quali una di straordinaria bellezza, una creatura di sedici anni appena, nel fiore della sua primavera, ma grave e pensosa. Felice l'abitante di Aspra, che potrà accogliere quell'essere incantevole nella sua casa fumosa, battuta dalla folgore! Mi presentarono a quelle signore, fra le quali divisi dei fiori artificiali che avevo preso al monastero, e che furono assai graditi. Dove vidi mai io un panorama così superbamente bello, quale potei godere dall'alto del monte dei Cappuccini? Dinanzi a me il Soratte grandioso, e la valle del Tevere, i colli umbri, la Sabina, il Lazio, la Campagna romana: tutta questa regione immersa nella porpora del tramonto, pareva un'apparizione fantastica. Sui monti vicini regnava una maestosa solitudine, rotta da cupi castelli e da città. Verso occidente, lontano molte miglia, si scopriva una piccola altura, presso la quale un'altra ne sorgeva a forma di cupola: monte Mario e la cupola di S. Pietro. La sera di Pasqua anche il popolo di Aspra gode dell'illuminazione di questo monumento meraviglioso; esso lo scorge, all'estremo orizzonte, come una sfera di fuoco. Dal tetto del convento contammo ben 28 paesi, più o meno vicini, dei quali nominerò alcuni pochi, perchè si possa intendere la straordinaria ampiezza di quella veduta: il Soratte, Civita Castellana, Ronciglione, Caprarola, Collevecchio, Montasola, Stimigliano, Magliano, Roccantica, Poggio Sabino, La Fara, Poggio Mirteto, Montopoli, Torrita sul Tevere, che sembrava una striscia d'argento, Filacciano, Cantalupo, monte Gennaro, Tivoli, Palestrina, i monti Albani.

Quando tornammo ad Aspra, il sindaco stava sulla porta della sua casa, e ci invitò ad entrare. Il bravo uomo si chiamava Asprone; poteva perciò vantarsi di incarnare perfettamente la comunità, di cui si trovava a capo. Conobbi anche sua moglie, un'opulenta matrona. Dovetti, solo, sedermi sul canapè, mentre la moglie del sindaco mi serviva un piatto di ciambelle sabine. Quindi il sindaco, accesa una candela, discese in cantina, e tornò poco dopo recando un grosso bocale di terracotta colmo di vino. Bevemmo abbondantemente, ed io brindai alla prosperità di Aspra e del suo magistrato, la qual cosa commosse molto i miei ospiti. Parlarono con meraviglia della mia strana velleità di andare in un luogo così remoto e perduto fra i monti, per ricercare e leggere antiche pergamene. Mi pregarono di tornare presto, ma per molte settimane, per tutto l'autunno.

Quando lasciai il sindaco, il segretario mi pregò di fare anche a lui l'onore di una visita: evidentemente non voleva cederla in gentilezza al suo superiore. La sua giovane moglie mi ricevette nella sua modesta abitazione, con un bambino al petto, del tutto scoperto, e così rimase a sedere vicino a me per tutta la visita. Altro vino e altre ciambelle mi furono offerte. Più tardi presi congedo dai proprietari della casa che così ospitalmente mi aveva accolto; anche da loro ricevetti calorosi inviti di ritornare, ed una lettera per dei loro parenti romani. Quando la mattina dopo mi alzai, un lume ardeva ad una finestra della casa, ma nessuno si mostrò. Un asinello mi aspettava alla porta, ed io partii da Aspra lieto e soddisfatto di aver trovato nei cuori di quella popolazione l'incanto stesso della natura meravigliosa che li circondava. Attraversata una bella regione montuosa, giunsi a Passo Corese, dove presi la posta e feci ritorno a Roma.

NOTA.

Questo capitolo porta la data del 1861, ma quanto si riferisce alla gita nell'Umbria e nella Sabina è invece notato sotto l'annata 1864 nei Diari romani del Gregorovius, tradotti da Romeo Levera e pubblicati dall'Hoepli nel 1895, ai quali rimandiamo il lettore poichè completano la narrazione, avvertendo che negli stessi Diari poche note appena ci informano sulla fermata a Perugia e sul viaggio da Roma a Firenze nell'agosto 1861.


IL GHETTO
E GLI EBREI DI ROMA.
(1853).


Il Ghetto e gli ebrei di Roma.
(1853).

Ammassato in un cupo e triste angolo dell'Urbe, rimpetto al Trastevere, abita qui da più secoli, quasi reietto dal resto del genere umano, il popolo degli ebrei di Roma. Di essi tratteranno queste pagine, che l'autore ha ricavato parte da scritti antichi e moderni, parte dalla bocca degli stessi ebrei. Più volte chi scrive ha percorso il Ghetto romano, e la sua popolazione, unica antica rovina vivente fra le rovine della città, gli è sembrata degna di attento studio.

L'arco di Tito al Foro rappresenta il trionfo del distruttore di Gerusalemme. Nel fregio di quest'arco il sacro fiume Giordano è rappresentato da un vecchio portato su di una lettiga; e sotto la volta dell'arco, sotto il quale non passerà mai un ebreo,[25] il vincitore ha fatto scolpire gli oggetti tolti al Tempio di Gerusalemme, il candelabro a sette braccia, la tavola d'oro, l'arca dell'alleanza, e le trombe d'argento per l'anno del giubileo. Sono trascorsi quasi 1800 anni da che l'arco fu eretto, e di quella Roma che dominava il mondo intero non restano che rovine, polvere, simboli morti del culto antico. Ma se ci si dirige dall'Arco di Tito verso il Tevere e si percorre il Ghetto, si vede qua e là, su qualche casa, il candelabro a sette braccia scolpito nel muro. E' la stessa imagine che si è veduta sull'arco di trionfo; ma essa sta qui come testimonianza vivente della religione d'Israele, poichè ancor oggi abitano qui i discendenti di quegli ebrei che Tito portò seco a Roma. Entrando nella Sinagoga ebraica si scorgono sulle mura le stesse sculture, le tavole della legge, la tavola d'oro del Tempio, le trombe del giubileo. Il popolo ebreo tuttora esistente, e non distrutto, innalza oggi le sue preghiere all'antico Jehova, dinanzi alle stesse imagini che un giorno Tito portò a Roma. Jehova dura ancora, dopo scomparso Giove Capitolino.

Ivi è il portico di Ottavia. Rovinati e cadenti, i suoi grandi archi, i suoi pilastri si drizzano sempre a lato del Ghetto. E' di là che Vespasiano e Tito partirono col corteo trionfale per celebrare la loro vittoria su Israele. Fra gli spettatori eravi pure un ebreo, Giuseppe Flavio, il famoso storico, che non ebbe vergogna di assistere al trionfo del vincitore della sua gente e di scriverne una particolareggiata relazione.

Dobbiamo a questo vile cortigiano ebreo la descrizione del trionfo.

«Dopochè—egli narra—l'esercito verso sera fu entrato in città, venne ordinato sotto il comando de' suoi capi dinanzi al tempio d'Iside; ivi passarono la notte i due capitani Tito e Vespasiano, che sul fare del giorno ne uscirono, coronati di alloro e vestiti di porpora, per recarsi al portico di Ottavia, dove attesero i senatori, i primi magistrati della città e i cavalieri più nobili. Di fronte al portico era stato innalzato un palco, su cui stavano sedili d'avorio; i due imperatori vi presero posto e allora le truppe proruppero in evviva e presero a vantare le loro geste. I soldati erano senz'armi, vestiti di seta e coronati di alloro. Vespasiano dopo avere ascoltato gli applausi, fece fare silenzio, e, sorto in piedi, si velò il capo e pronunziò una preghiera di ringraziamento. Tito fece lo stesso. Dopo la preghiera Vespasiano rivolse alcune parole ai convenuti, e congedò i soldati, perchè si assidessero ad un banchetto, che, secondo l'uso, era stato preparato dagli imperatori. Quindi l'imperatore tornò alla porta detta del Trionfo, perchè vi si passava sempre in queste occasioni; quivi mangiarono, vestirono gli abiti trionfali, offrirono un sacrifizio agli altari eretti presso la porta; dopo di che ebbe luogo la marcia trionfale, che attraversò il teatro, affinchè il popolo la potesse meglio godere».

Augusto aveva fatto costruire in onore di sua sorella Ottavia quel magnifico portico a due file di colonne. Una parte della facciata esiste ancora ed è addossata al mercato del pesce, che confina col Ghetto, presso la chiesa di S. Angelo in Pescheria, ch'è un'antica basilica, la cui storia si riconnette con quella degli ebrei, perchè nel medio evo erano costretti ad ascoltarvi le prediche. E' veramente un caso senza esempio nella storia che presso quei portici di Ottavia, là dove Vespasiano e Tito passarono in trionfo, reduci dall'avere sconfitto gli ebrei e distrutta Gerusalemme, i discendenti d'Israele ponessero la loro sede in Roma. Intorno a quel portico, una volta magnifico ed ora sepolto sotto le immondizie, il popolo degli ebrei fa i suoi affari.

Sulle lastre di marmo delle sue sale e de' suoi templi, i figli dei prigionieri di Gerusalemme vendono oggi il pesce, senza che nessuno di essi pensi neppur lontanamente all'importanza che ebbe un giorno questo luogo nella storia d'Israele.

Il Ghetto romano è fra tutte le comunità israelitiche d'Europa la più importante, per i rapporti storici del popolo d'Israele con l'Urbe. Altre, soprattutto quelle della Spagna e del Portogallo, e la Sinagoga di Amsterdam, offrono un più vivo interesse, ma tutto teologico, a causa delle loro scuole talmudiche; nessuna però è tanto antica e tanto importante quanto la Sinagoga romana: questa rappresenta la più vetusta radice del cristianesimo nella capitale stessa del mondo cristiano.

Se si pensa che qui, in questa stessa Roma, il popolo ebraico si mantiene da oltre 1800 anni, non si può fare a meno di rimanere stupiti dinanzi alla sua forza di resistenza. Sembra quasi incredibile che una razza così maltrattata, benchè rinnovata per l'aggiunta di nuove famiglie, tuttavia quasi sempre della medesima stirpe decadente, abbia potuto sopravvivere, attraverso i secoli, in quegli stretti vicoli, in mezzo a quell'atmosfera appestata, conservandosi per secoli sempre la stessa, quasi vivendo una vita tutta propria.

Fin dal tempo di Pompeo gli ebrei si stabilirono in Roma. Cacciati parecchie volte dalla città sotto i primi imperatori, vi fecero sempre ritorno, ed ai tempi di Tito si stabilirono dove sono tuttora, nel luogo per essi il più pericoloso del mondo, sotto gli occhi dei loro nemici, prima, di quei Romani che avevano distrutta Gerusalemme, poi, sotto quelli dei Papi, rappresentanti di quel Cristo che essi avevano posto in croce. Fin dai tempi di Pompeo furono fatti segno al disprezzo, e finalmente, radunati in un ghetto come una corrotta tribù di paria, si tennero uniti strettamente rimanendo sempre gli stessi, per secoli e secoli e sopportando la terribile uniformità del loro stato.

Essi vissero senza speranza, ma pure sperando, secondo il carattere del popolo d'Israele, cui i profeti promisero il Messia. Impotenti a lottare apertamente con i loro nemici, si trincerarono nel triste e possente appoggio della miseria, della consuetudine e della tenacità di propositi tutta propria della razza ebraica. La loro forza nel soffrire appare tanto più meravigliosa in quanto che essi non si confortavano, come i martiri, nel pensiero di una ricompensa in un'altra vita.

La natura stessa sembra che abbia dotato questa fra le più infelici classi umane dei più forti istinti di vita. Forse qualunque altra stirpe in tali condizioni sarebbe scomparsa, incapace di sopportare un disprezzo così profondo; ma gli ebrei ne furono capaci, e si conservarono, indistruttibili, nel centro stesso del cattolicismo. Segregati dal consorzio civile, gli ebrei non tentarono mai di mescolarsi fra le altre razze; anche i loro tardi nipoti sono oggi stranieri ai cristiani della città, nè più nè meno di quello che lo furono i padri loro ai tempi di Pompeo. Allora e sotto gl'imperatori, sebbene tenuti in grande disprezzo, erano trattati al pari delle altre sètte orientali, al pari dei siriaci, degli egiziani, dei persiani, e non vivevano appartati come oggi. Tra le molte sètte religiose dell'antica Roma gli ebrei costituiscono la sola che si sia conservata, e conservata senza variare.

La storia degli ebrei di Roma è, nei primi tempi almeno, difficile a ricostruirsi, scarse essendo le testimonianze degli scrittori romani.

I rapporti fra Roma e Gerusalemme datano dal giorno in cui Pompeo entrò in questa città, e, spintovi dalla curiosità, sordo alle preghiere dei giudei, osò penetrare nel sacro tempio. Pare sia stato Pompeo a portare per il primo schiavi ebrei a Roma; certo a quel tempo erano già in questa città liberti ebrei ed altri loro concittadini, trattivi probabilmente dal desiderio di lucro. Essi vivevano liberamente, praticavano pubblicamente i loro riti religiosi, ed i principi e le principesse ebraiche, onorati allo stesso modo degli altri principi dell'Asia, poterono qualche volta presentarsi in Senato ed al palazzo imperiale; allora vi erano ancora principi ebrei.

Il felice Erode venne più volte a Roma ed entrò nell'intimità dei Cesari con tutti i titoli della sua regale dignità; fu accolto ai loro banchetti, e prese posto nel loro palco a teatro. Così pure si videro nel Palatino Archelao e la principessa Salome, Antipa e Antipatro; parecchi principi ebrei furono pure educati alla corte imperiale di Roma, fra cui Agrippa, nipote di Erode, l'avventuriero che fu compagno di studi di Druso e amico intimo di Caligola. Il giovane ebreo libertino era appena uscito dalla prigione, dove era stato rinchiuso per debiti, che Tiberio lo gettò di nuovo in carcere e ve lo lasciò a languire sei mesi, finchè la morte dell'imperatore lo venne a liberare e Caligola lo nominò re degli ebrei.

E' nota la parte brillante che ebbe in Roma Berenice, sorella e amante di suo fratello Agrippa il giovane, ultimo re degli ebrei. Dopo la distruzione di Gerusalemme, ebbe stanza nel palazzo di Tito, ma nonostante i suoi intrighi, non riuscì a salire sul seggio imperiale.

Dopo Erode Agrippa, nessun altro ebreo occupò più una posizione importante in Roma, fino al pontificato di Gregorio XVI, che, per ragioni facili a capirsi, fece la più lusinghiera accoglienza, nello stesso Vaticano, al barone Rothschild.

Mentre i principi della Giudea si succedevano a Roma, molti dei loro correligionari si erano già stabiliti nella città. Cesare fu loro favorevole, come lo provano i lamenti che essi levarono in suo onore, allorchè cadde sotto il pugnale degli assassini. Augusto pure lasciò loro completa libertà di dimorare in Roma e di attendere ai loro affari; dicesi che alla sua morte abbiano pianto una settimana. A quell'epoca non si era peranco assegnato loro uno speciale quartiere della città, sebbene Filone narri che Augusto aveva donato agli ebrei una parte del Trastevere. Abitavano un po' dappertutto; la maggior parte però nell'attuale Trastevere, dove sorgeva la loro più antica Sinagoga. Secondo la tradizione romana, fu là che abitò l'apostolo Pietro, presso la chiesa di Santa Cecilia, dove dimoravano pure molti ebrei. Un'altra tradizione vuole che egli abbia dimorato anche sull'Aventino, nella casa dei santi Aquila e Prisca, due sposi ebrei convertiti al cristianesimo.

Nella curiosissima opera di Filone, intitolata «L'ambasciata a Caio», si può vedere sino a qual punto Augusto fosse clemente con gli ebrei. Il dotto alessandrino afferma che Augusto trattò sempre con dolcezza gli ebrei, conferma che essi abitavano nel grande quartiere del Trastevere, erano per lo più schiavi liberati e non furono costretti a mutare le consuetudini dei loro padri. La liberazione di quegli ebrei è tuttora ricordata da un bellissimo sepolcro sulla via Appia, che porta i nomi di due ebrei, Zabda e Akiba. Augusto sapeva, continua Filone, che gli ebrei possedevano delle sinagoghe, nelle quali si radunavano ogni settimana per essere ammaestrati nella sapienza dei loro padri. Tollerava pure che essi, alla nascita di un primo figlio, inviassero a Gerusalemme denaro, perchè si facessero sacrifici in favore del fanciullo. Eppure egli non li cacciò mai da Roma, nè li privò del diritto di cittadinanza romana: non mutò nulla nelle loro sinagoghe e nelle loro adunanze. Arrivò sino ad ornare il Tempio di Gerusalemme di doni preziosi e offrirvi delle vittime; e rispettò il sabato a tal segno che ordinò che non si facesse agli ebrei la distribuzione del grano in quel giorno, ma bensì nel giorno seguente, non potendo essi il sabato dare nè ricevere denaro, nè altro.

Filone fu inviato, nell'anno 40 dell'èra cristiana, dagli ebrei di Alessandria, alla testa di un'ambasceria, all'imperatore Caligola, per protestare contro le crudeli persecuzioni che essi soffrivano da parte degli abitanti di quel grande centro commerciale. Egli narra come Caligola ricevesse questa deputazione nelle sua villa di campagna: l'imperatore correva come un pazzo da una camera all'altra, dando ora ordini di nuove costruzioni, ora per far disporre e collocare antiche imagini, mentre gli ebrei lo seguivano attraverso la casa, fra le risa dei presenti. L'imperatore poi domandò loro con scherno perchè non mangiassero carne suina. «I gridi ed i fischi di quelli che ci beffavano—dice Filone—erano così forti, che pareva di essere in un teatro». Abbiamo, dunque, fin dall'antichità, un esempio di quelle scene che si ripeterono in Roma in ogni tempo, nel medio evo ed anche in epoche più recenti, per esempio, allorquando gli ebrei, schierati a Monte Giordano o davanti all'arco di Tito per prestare omaggio al nuovo papa, rimanevano esposti ai fischi dei monelli ed agli schiamazzi del popolaccio.

Caligola aveva una ragione tutta sua di essere irritato contro gli ebrei. Gli era venuta la fantasia di far erigere una sua statua di colossale grandezza, nella quale era rappresentato come un Dio, nel santuario di Gerusalemme; avendo saputo che il popolo ebraico, solo al mondo, s'era rifiutato di rendergli gli onori divini, ordinò dunque, a Petronio, governatore della Fenicia, di compiere il suo desiderio. Allora, se si deve prestar fede a Giuseppe ed a Filone, tutta quanta la Giudea, vecchi, giovani, donne, fanciulli, si riversò in massa sulla Fenicia; simili a una nuvola coprirono il paese; ed erano tanti e tali i loro lamenti e i loro pianti, che quando tacevano, l'eco li ripeteva ancora a lungo nell'aria. Si gettarono ai piedi di Petronio e lo supplicarono di ucciderli tutti quanti, dicendo che non avrebbero mai permesso un simile sfregio al tempio del loro Dio. Questa scena fu una delle più grandi tragedie di un popolo, delle quali si abbia memoria, e questa resistenza morale contro Caligola è una delle più belle pagine della storia ebraica, più luminosa delle geste di Davide e di Salomone.

Petronio rimase commosso e scrisse all'imperatore per distoglierlo dalla sua idea. L'amico d'infanzia di Caligola, il re Agrippa, si recò egli stesso a Roma ad intercedere in favore del suo popolo. Narra Filone che il suo terrore per la minacciata profanazione del tempio, fu tanto, che fu portato via svenuto, e poi cadde in una pericolosa malattia. Infine scrisse a Caligola una splendida lettera, in seguito alla quale il pazzo tiranno, cui il mondo intero elevava templi, altari, statue, abbandonò l'idea di far innalzare la sua effige nel santuario di Gerusalemme.

La morte repentina di Caligola preservò gli ebrei di Roma dalla sua vendetta. Disgraziatamente Filone non ci dice nulla delle loro condizioni in quell'epoca. Essi occupavano già il Trastevere e vi avevano formato una sinagoga di liberti, della quale è fatta menzione sotto questo nome negli Atti degli Apostoli (I, 9).

Dacchè i misteri cristiani penetrarono in Roma, gli ebrei e i cristiani furono confusi in una stessa setta comune, errore facile a spiegarsi, perchè questi ultimi erano per la massima parte ebrei convertiti. Così subirono anche le stesse persecuzioni. Nell'anno 51 furono gli uni e gli altri da Claudio scacciati dalla città. Già prima, Tiberio, dietro consiglio di Seiano, li aveva fatti una volta deportare in Sardegna, sotto l'accusa di usura sfrenata. Ma essi seppero ritornare e mantenersi in Roma; il loro numero aumentò a tal segno, che sotto i primi imperatori salì a oltre 8000, cifra che, se esatta, supererebbe del doppio il numero degli ebrei che abitano attualmente la città.

Quando Tito ebbe finito di distruggere Gerusalemme, fece condurre a Roma una turba di ebrei prigionieri, parte dei quali fu condannata a morte ed il resto vi si stabilì.

Stimo opportuno continuare la descrizione del trionfo di Tito, affinchè il lettore, a cui sia ignoto Giuseppe Flavio, possa avere un'idea di quello stupendo spettacolo. «È cosa difficile—dice Giuseppe[26]—descrivere la varietà di questo spettacolo, la sua magnificenza sotto ogni riguardo, sia per splendore d'oggetti, sia per la loro ricchezza e rarità. Tutto ciò che vi può essere di più prezioso e di più peregrino, comparve in quel giorno a provare la grandezza dell'impero romano. Si videro oggetti ornati d'oro, d'argento e di avorio, e non già in piccol numero, ma in tanta copia da sembrare il corso di un fiume. Si videro abiti tinti della più fine porpora, o ricamati mirabilmente in Babilonia, pietre scintillanti incastonate in corone d'oro ed in altri gioielli, ed in tanta abbondanza, da non crederle vere. Seguivano le imagini degli Dei, di proporzioni gigantesche e lavorate divinamente; e poi stoffe rare di tutte le specie, animali rarissimi, ecc. Coloro che prendevano parte al corteo indossavano abiti

purpurei ricamati in oro, ed in special modo erano ornati i soldati chiamati a partecipare agli onori del trionfo. Anche la schiera dei prigionieri attirava la generale attenzione: i loro abbigliamenti, di svariatissimi colori, distraevano gli spettatori dal triste aspetto delle loro stanche fisonomie. Il massimo stupore l'eccitarono poi i magnifici baldacchini: si temeva che gli uomini destinati a portarli non avessero la forza di sorreggerli. Taluni erano a tre e quattro piani, disposti in modo sorprendente ed artistico. Parecchi erano ricoperti di tappeti ricamati in oro, e sopra tutti scintillavano lavori artistici in oro e avorio. La guerra era rappresentata sotto tutte le sue forme ed in ogni suo aspetto; vi si scorgevano contrade devastate; intere file di nemici morti o posti in fuga; prigionieri; immense e alte mura che rovinavano all'urto delle macchine; ricche città distrutte; torrenti di sangue; disarmati che imploravano pietà; templi e case in fiamme, precipitanti sui loro abitatori; e finalmente, in mezzo a tutta quella desolazione, un fiume che volgeva le sue onde, non già per irrigare i campi e dissetare gli uomini e gli armenti, ma per spegnere quel generale incendio.

«Tutto ciò confermavano gli ebrei di aver sofferto durante la guerra. L'accurata rappresentazione dava un'idea di tutto quanto era avvenuto. Presso ogni baldacchino stavano i condottieri dell'esercito nemico, fatti prigionieri. Seguivano numerosissime barche. Il bottino di guerra era immenso, ma tutto scompariva al cospetto degli arredi del Tempio di Gerusalemme, che comprendevano la tavola d'oro massiccio, un candelabro pure d'oro, con le sette lampade, simbolo presso i Giudei della santità dei sette giorni, e infine, ultima preda, la legge di Dio. Venivano poi gli uomini recanti statue della vittoria, d'oro e d'avorio, e quindi Vespasiano e Tito, entrambi a cavallo, ed a fianco di quest'ultimo Domiziano, riccamente vestito, a cavallo di un magnifico destriero. Meta del trionfo era il tempio di Giove Capitolino. Giunto davanti a questo, il corteo si arrestò, giacchè l'araldo, secondo un antico costume, doveva ivi dare l'annunzio della morte del condottiero generale dell'esercito nemico. Era questi Simone di Giora, che seguiva esso pure la marcia trionfale. Venne tratto con una corda al collo, sulla rupe che sorge di fianco al Foro, e ivi fu percosso con le verghe. In quella località, secondo le leggi romane, si eseguivano le condanne a morte. Quando dunque fu annunciato che Simone era morto, si levò un grido solenne, generale di gioia, ed ebbe principio il sacrificio. Dopo le preghiere e la solita distribuzione di denaro al popolo, gl'imperatori fecero ritorno al loro palazzo, dove ebbe luogo un grande banchetto. Tutta Roma festeggiò questo dì, quale giorno di solenne letizia, per l'esito felice della guerra, per la fine della discordia civile, per la speranza di splendido avvenire».


Vespasiano innalzò un magnifico tempio alla Pace e vi collocò tutti gli arredi del santuario di Gerusalemme; le tavole della Legge però furono conservate nel palazzo dei Cesari. L'arco, nell'interno del quale sono con tanta maestria rappresentati gli arredi del tempio e la marcia trionfale, non venne terminato che dopo la morte di Tito. Nel medio evo fu chiamato «Arco delle sette lampade», o, come si legge nel libro Mirabilia Urbis Romae «Arcus septem lucernarum, Titi et Vespasiani, ubi est candelabrum Moysi cum arca». I Frangipani, che eran padroni del Foro e del Colosseo, se ne servirono come porta del loro castello, la Turris Cartularia al Palatino. Solo sotto Pio VII, nel 1821, l'arco fu restaurato e ridotto come è oggi. Presentemente è uno dei più bei monumenti della città, per quanto restaurato alla moderna.[27]

Tito, dopo il suo trionfo, rifiutò di prendere il titolo di Judaicus, prova questa del disprezzo che gl'ispiravano gli ebrei. Però, come Vespasiano, tollerò la loro presenza in Roma. Le loro colonie si erano d'altronde accresciute grandemente per la venuta degli schiavi e dei liberti. Vespasiano aveva loro concesso il libero esercizio delle loro pratiche religiose, a condizione che pagassero a Giove Capitolino il mezzo sesterzio a testa che sino allora avevano versato nel tesoro del Tempio. Ancora oggi gli ebrei pagano questo tributo alla Camera Capitolina.

Sotto Domiziano, narra Svetonio, il fiscus judaicus veniva riscosso con grande rigore. Gli ebrei, che sino ad allora avevano abitato liberamente il Trastevere, furono da questo imperatore cacciati dalla città, e fu loro assegnata come residenza la valle della Ninfa Egeria, dietro un pagamento in denaro. Di ciò fa menzione Giovenale nella satira terza:

Hic ubi nocturnae Numa constituebat amicae:
Nunc sacri fontis nemus, et delubra locantur
Judaeis, quorum cophinus foenumque suppellex:
Omnis enim populo mercedem pendere iussa est
Arbor, et ejectis mendicat silva Camoenis.
In vallem Egeriae descendimus, et speluncas
Dissimiles veris. Quanto praestantius esset
Numen aquae, viridi si margine clauderet undas,
Herba, nec ingenuum, violarent marmora tophum!

Quando Giovenale si recava per la porta Capena nella valle Egeria, vedeva, a quanto pare, gli ebrei mendicanti andare qua e là come zingari, con fasci di fieno e ceste sulle spalle. I fasci di fieno servivano loro di letto, e nelle loro paniere recavano i cenci, di cui facevano commercio, e il proprio cibo. Secondo quello che hanno lasciato scritto i Romani, le loro occupazioni e i loro mestieri non differivano da quelli di oggi.

Il disprezzo dei Romani per quegli infelici era così grande che si considerava come un'onta metter piede nelle loro sinagoghe, mentre partecipare al culto d'Iside, di Mira e di Priapo non era ritenuto affatto un disonore. Ed è strano che quel culto di Dio che in Roma rimase in ogni tempo libero da feticismo e idolatria, sia stato trattato sempre con tanto disprezzo.

Nella quattordicesima satira Giovenale si lagna della superstizione che spingeva i Romani ad accostarsi al giudaismo:

Quidam sortiti metuentem sabbata patrem,
Nil praeter nubes et coeli numen adorant,
Nec distare putant humana carne suillam
Qua pater abstinuit; mox et praeputia ponunt:
Romanos autem soliti contemnere leges,
Judaicum ediscunt, et servant ac metuunt ius,
Tradidit arcano quodcumque volumine Moses.

A quel tempo gli ebrei solevano già predire la buona ventura, vendere filtri d'amore e sortilegi. Giovenale infatti ne parla nella satira sesta.

Quum dedit ille locum, cophino foenoque relicto,
Arcanam Judaea tremens medicat in aurem,
Interpres legum Solymarum, et magna sacerdos
Arboris, ac summi fida internuntia coeli,
Implet et illa manum, sed parcius. Aere minuto
Qualiacumque voles Judaei somnia vendunt.

In questi versi Giovenale descrive così vivacemente gli ebrei, che ci sembra di aver dinanzi veramente un tipo di vecchia strega. Ai tempi di Domiziano le ebree uscivano spesso, durante la notte dalla valle d'Egeria per introdursi nella casa di qualche voluttuosa dama romana, e ciò si è ripetuto sino ai nostri giorni. Numerose donne del Ghetto vagavano per la città dicendo la buona ventura, spiegando alle nobili signore i sogni della notte, o vendendo loro filtri d'amore. Appunto a queste pratiche si riferisce una bolla di Pio V, con la data del 1569, che comincia con le parole: Hebraeorum gens sola quondam a Domino electa. Questo decreto che bandiva gli ebrei da tutte le città degli Stati della Chiesa, eccettuate Roma ed Ancona, è un importante documento storico; ne riporto alcuni passi che corrispondono ai versi di Giovenale; «Privato de' suoi sacerdoti e dell'autorità della sua legge, scacciato dal paese dove Dio nella sua misericordia l'aveva primitivamente stabilito, dal paese in cui scorreva il latte e il miele, da più secoli il popolo della Giudea erra per il mondo, odiato, coperto di disprezzo, rivolto a mestieri vergognosi e infami, pronto sempre a discendere sino alla più abbietta schiavitù per guadagnare di che vivere». Poi la bolla papale parla dei loro mestieri. «Senza fermarsi a parlare dell'usura, con cui spogliano di ogni loro avere i cristiani, noi li denunziamo a tutti come ricettatori, autori o complici di furti, come soliti a nascondere, a trasformare gli oggetti rubati, sia profani che sacri, per renderli irriconoscibili. Molti di essi s'introducono, con la scusa del commercio, nelle case di donne oneste, provocandole ad ogni sorta d'impudicizia, e peggio ancora, dannandone l'anima con artifizi diabolici, con vane profezie, con stregonerie, con arti magiche e sortilegi, facendo credere che son capaci di predire il futuro, squarciare i veli, trovare tesori, scoprire oggetti celati e rivelare tante e tante altre cose ancora che non è dato ai semplici mortali di conoscere».

L'origine del disprezzo in cui furon costantemente tenuti in ogni tempo gli ebrei in Roma dipende certo dagli ebrei stessi; essi provocarono sempre il riso de Romani quasi fossero delle caricature. E' indiscutibile—senza con ciò voler recare offesa a molti bravi e degni ebrei e tanto meno all'intero popolo di Israele—che agli occhi di un europeo il tipo prettamente ebreo presenta un non so che di bizzarro che lo rende ridicolo, come ridicola doveva essere la grottesca danza di Davide dinanzi all'arca, cotanto ingrata anche agli occhi di Micol. Si aggiunga a questo l'idea di esser la nazione prediletta da Dio, l'opinione generalmente radicata in essi che la storia abbia dato loro ragione in questa pretesa; finalmente il disprezzo verso tutte le altre credenze, il ribrezzo di avere un contatto con ogni altra razza umana, tutto ciò fece scontare a questo popolo la pena del suo amor proprio nazionale, della sua ripugnanza ad avere rapporti con gli altri uomini, infino a tanto che furono dai cristiani confinati in un ghetto.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei a Roma sotto i successivi imperatori. Quando Adriano ebbe di nuovo distrutto Gerusalemme e migliaia di ebrei furono venduti per suo ordine sui mercati della Siria, la colonia di Roma aumentò considerevolmente per le immigrazioni. Essa continuò ad abitare nel Trastevere. Il suo cimitero era situato dinanzi alla porta Portese, presso il Gianicolo; lo si scoprì nel XVII secolo. Gli ebrei ne possedevano un altro davanti alla porta Appia. Si può vederlo oggi presso S. Sebastiano, nella vigna Rondanini, dove è stato rimesso alla luce nel 1857. Si compone di catacombe che sembrano del III secolo e assomigliano in tutto nella loro disposizione a quelle cristiane di Roma. I sarcofaghi ebraici sono talvolta decorati d'imagini, vi si vede spesso scolpito il candelabro dai sette bracci. Gli epitaffi degni di nota non sono mai in ebraico, ma in latino od in greco, ciò che prova che gli ebrei di Roma in quell'epoca si erano appropriati la lingua che si parlava intorno a loro. Anche i morti di quelle catacombe devono avere appartenuto alle due sinagoghe di Roma, di cui la più antica fu fondata al tempo di Pompeo e la più recente era essenzialmente alessandrina. Disgraziatamente la storia degli ebrei a Roma in quel periodo è sepolta nell'oscurità.

Quando il cristianesimo diventò religione di Stato la posizione degli ebrei divenne ancor peggiore, perchè al disprezzo che essi ispiravano nei Romani si unì l'odio dei cristiani. Costantino per il primo vietò loro di tenere al proprio servizio cristiani, e da allora ciò fu come un precetto di separazione fra le due comunità. Il codice teodosiano prescrisse poi leggi ancora più severe per impedire la fusione degli ebrei e dei cristiani; proibì che si celebrasse in tutto l'impero la festa di Haman, in cui i giudei avevano l'abitudine di rappresentare il loro nemico sotto i tratti del crocifisso per poi bruciarlo in mezzo ad alte grida.

Al tempo del sacco di Roma per opera di Alarico, gli ebrei del Trastevere soffrirono crudelmente. Fra i tesori rubati dal re visigoto vi furono anche i vasi del tempio di Salomone che egli aveva presi a Roma come preda; alcuni però gli sfuggirono, perchè più tardi Genserico ne trovò ancora quando giunse a Roma. Trasportati a Cartagine, caddero nelle mani di Belisario e furon da questi riportati a Bisanzio. Gli ebrei allora, come afferma Procopio, li reclamarono all'imperatore Giustiniano, che li fece portare in una chiesa di Gerusalemme. Strana storia, invero, quella di questi tesori del Tempio, portati altra volta a Roma da Tito! Ancora nel medio evo, al tempo in cui furon redatte le «Mirabilia Urbis Romae» circolava su ciò una leggenda, si credeva cioè che l'arca dell'alleanza, il tabernacolo, il candelabro dai sette bracci e gli abiti di Aronne fossero conservati come reliquie nel Laterano.

Al tempo dei Goti è menzionata una volta la Sinagoga di Roma; il popolo la saccheggiò e il nobile Teodorico fece una legge a protezione degli ebrei.

Poco si sa sulle condizioni degli ebrei durante i secoli seguenti. Sappiamo solo che continuarono ad esistere come comunità e che più volte resero omaggio agli imperatori tedeschi, quando venivano incoronati, cantando in lingua ebraica le laudi tradizionali. Sempre dimorarono in Trastevere ed esercitarono il loro commercio vicino ai ponti del fiume e sui ponti stessi. Infatti il ponte dei Quattro Capi, vicino al Ghetto attuale, si chiamava «Pons Iudaeorum» e anche quello degli Angeli era designato nello stesso modo: probabilmente dei banchi di ebrei erano situati su questi ponti.

Ad eccezione di qualche lampo di odio popolare, gli ebrei del resto non subirono a Roma quelle feroci persecuzioni che soffrirono in altre città d'Europa. Roma non è mai stato terreno propizio al fanatismo religioso; l'antica tradizione di tolleranza verso tutti i popoli vi si è sempre conservata. Perfino le crociate che provocarono in tutta l'Europa spaventevoli esplosioni di odio contro gli ebrei, non ebbero le stesse conseguenze in Roma. Una sola volta, nel 1020, noi troviamo nella storia notizia di una persecuzione propriamente detta contro gli ebrei, ed ebbe origine da un terremoto.

I papi riconobbero sempre la Sinagoga come una legale comunità dell'urbe; essa era pareggiata alle altre comunità straniere dei greci e dei germani. L'inquisizione, introdotta ai primi del secolo XIII, ebbe per essa, al principio, gli stessi riguardi. Così, a un dipresso, gli ebrei acquistarono in Roma una certa importanza come cambiavalute e come medici. Il commercio del denaro e la scienza medica essendo passati quasi interamente nelle loro mani, essi non tardarono in queste qualità a rendersi necessari al Vaticano.

Il viaggiatore Beniamino di Tudela, ai tempi di Alessandro III (1159-1185) contò in Roma 200 ebrei ricchi, liberi, tenuti in grande considerazione, tra i quali il papa aveva scelto dei servitori. «Qui—egli dice—si trovano persone sapientissime, fra cui il primo è il grande rabbino Daniele, un altro rabbino Daniele, un giovane bello e intelligente frequenta la corte di Alessandro in qualità di ministro del papa», cioè come banchiere.

Il curioso è che Pier Leone, l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138), era nipote di un ebreo convertito. La sua famiglia fu annoverata fra le più grandi famiglie patrizio e per più secoli. Questa razza, largamente dotata dalla natura e dalla lotta che acuisce l'intelligenza, seppe dunque infiltrarsi, come di contrabbando, sino nell'intimità dei papi. Mentre le donne ebree andavano a predire la buona ventura nelle nobili famiglie, gli ebrei erano ammessi liberamente, in qualità di banchieri o di medici, presso i papi che si trovavano in ristrettezze finanziarie o ammalati.

Si trova il nome di tutti i medici ebrei dei papi nell'opera di Mandosio, Degli archiatri pontificj, completata dal Marini (Roma, 1784). Il primo di questi fu Giosuè Halorki, medico dell'antipapa Benedetto XIII (1394), il quale sembra aver avuto una speciale predilezione per gli ebrei. Halorki si fece più tardi battezzare e prese il nome di Gerolamo di Santa Fede; e sotto questo nome scrisse un libro contro gli ebrei: «Hieronimi de Sancta Fede ex Iudaeo Christiani contra Iudaeorum perfidiam et Talmud tractatus, sive libri duo ad mandatum D. PP. Benedicti XIII».

Egli fu maledetto dalla Sinagoga.

Innocenzo VII, del quale fu antipapa Benedetto, nel 1406 accordò il diritto di cittadinanza a certi ebrei di Trastevere, fra cui a Elia di Sabbato, a Mosè di Lisbona, a Mosè di Tivoli, i quali erano medici e portavano il titolo di «maestri». Godevano costoro grandi privilegi ed erano dispensati dal portare il segno obbrobrioso di Giuda.[28] Medico particolare di Martino V fu Elia, appartenente al Ghetto romano. Così fino al XVI secolo, nonostante le bolle di scomunica promulgate da più papi, si trovano medici ebrei in Vaticano. Come orientali, come imparentati con gli Arabi, gli ebrei furon tenuti ovunque, anche presso i principi e gl'imperatori, in grande considerazione per la loro sapienza medica. Samuele Sarfadi, rabbino spagnuolo, uomo dotto ed eloquente, fu il medico di Leone X.

Naturalmente qualche cosa del favore che godevano i medici ebrei si rifletteva sulla comunità di Trastevere; ma a causa della natura stessa del reggimento della Chiesa, reggimento tutto personale, la sorte degli ebrei di Roma dipendeva unicamente dal carattere del papa che regnava; e questa incertezza del domani teneva gli ebrei in continuo timore, e li esponeva spesso a uno stato senza legge.

Già parecchi Concilii avevano da molto tempo prescritto la separazione dei cristiani dagli ebrei, e imposto a questi un marchio distintivo in segno di disprezzo. Innocenzo III, il promotore dell'inquisizione, rinnovò queste prescrizioni nel 1215, ed altri papi dopo di lui ne seguirono l'esempio. Senonchè gli ebrei non le osservavano, riuscivano ad eluderle, o si riscattavano col denaro. Talora poi un papa più clemente revocava gli editti che il suo predecessore aveva emanati.