FERDINANDO GREGOROVIUS
Passeggiate per l'Italia
L'isola d'Elba
San Marco di Firenze
La campagna dei volontari intorno Roma
Poeti romani contemporanei
Avignone
Ravenna.
Versione dal tedesco
Ulisse Carboni—Libraio Editore
ROMA
Via delle Muratte, 77
1907
I diritti della presente traduzione sono riservati
Stab. Tip. della Officina Poligrafica Editrice
Roma, Piazza della Pigna, 53.
L'ISOLA D'ELBA.
(1852).
L'isola d'Elba.
(1852).
Una volta alla settimana il piroscafo dello Stato toscano, il «Giglio», fa in estate il viaggio per l'Elba, per portare i dispacci del Governo ed i passeggieri. Da Livorno il viaggio dura circa cinque ore, poichè si tocca Piombino, dove il bastimento si ferma per un certo tempo.
Sempre lungo la costa solitaria della Maremma, si è rallegrati dalla vista della verde pianura, che discende al mare, e che è limitata all'interno dai monti che circondano Volterra. Delle torri ai luoghi di approdo, alcuni piccoli porti, alcuni edifici per usi industriali e delle case coloniche sparse qua e là interrompono la striscia uniforme delle Maremme, che verdeggiano di boschetti di mirti, dove nel folto è una ricchissima caccia di cinghiali.
Ai tempi degli Etruschi su questa costa erano delle ricche città, potenti per la loro cultura, da Volterra sino a Cere e sino a Vejo nella Campagna Romana. Si passa dinanzi alla vecchia Cecina, un luogo che si trova ancora oggi collo stesso nome, vicino alla costa. Più al sud era la celebre Vetulonia, poi Populonium, una delle più possenti città degli Etruschi, la quale estendeva la propria signoria su tutte le isole vicine. Essa fu distrutta nella guerra civile tra Mario e Silla, cosicchè già, al tempo di Strabone, non rimaneva altro della sua grandezza che una vecchia torre, un tempio e pochi avanzi di mura. Le sue rovine sono visibili sul promontorio della piccola penisola che sporge dalla costa, luogo reso selvaggio da cespugli di pruni e dall'erica. Un piccolo fortilizio si erge in questo luogo. Veleggiando intorno alla penisola di Populonium si arriva al porto di Piombino.
Questa piccola città di appena 1200 abitanti era una volta dominio della casa Appiani, e nell'anno 1805 del côrso Felice Baciocchi, duca di Lucca e Piombino, marito di Elisa Bonaparte. Estinta la casa Appiani nell'anno 1631, il principato passò alla Spagna, e nel 1681 ad Ugo Buoncompagni-Ludovisi, i discendenti del quale ne tornarono in possesso dopo il 1815, sotto la supremazia della Toscana. Le stradicciole della città colle loro case gialle, il castello principesco in alto, e le mura nere ed una torre esposta ai venti sopra uno scoglio battuto dalle onde nel porto, guardano solitari giù nel mare. La veduta dalla città è degna di una residenza sovrana; un intero arcipelago sta dinanzi gli occhi, delle belle isole appaiono sulla superficie del mare: Giglio, Cervoli, Palmarola, Elba e Corsica. Precisamente di fronte e lontana solo una mezz'ora, l'Elba eleva le sue alte montagne, avendo avanti a sè le isole circondate di torri di Cervoli e Palmarola.
Quanto più ci si avvicina all'Elba, tanto più appariscono imponenti i suoi scogli; di paesi non vi è traccia, eccettuato un piccolo porto, che lasciamo sulla sinistra. La riva è ripida e di una tetra maestosità. Su in alto sulla cima di un monte sta ardita una antichissima torre grigia, chiamata dal popolo «Torre di Giove», un indicatore venerato dal navigante che drizza la prora all'isola di Napoleone.
La nave gira ora un promontorio e la sorpresa improvvisa non è piccola. Poichè in una volta si mostra il grande e bel golfo di Porto-Ferraio, un magnifico basso-fondo, chiuso a guisa di anfiteatro da alte montagne, le pendici delle quali sono coperte sino al mare da giardini, boschetti, ville, poderi, cappelle tra i cipressi, alte piante d'aloè e gelsi dalle verdeggianti ombre. A destra, il golfo è chiuso da una penisola, di cui l'istmo è molto stretto e in questa è la città ed il porto di Porto-Ferraio, l'antico Argo, più tardi La Cosmopoli, il bel monumento del fortunato Cosimo I, di casa Medici, e la prigione di Napoleone.
Io posi piede nella città col sentimento di chi entra nel regno idiliaco della storia. Le grandi, prime linee del golfo hanno qualcosa di festoso; la città sulla penisola, così graziosamente toscana, ha un aspetto di semplicità rustica e di benessere lungi dal mondo.
Le strade sono accalcate, ma visibili a colpo d'occhio; le piccole piazze ed i giardini odorosi, che sono lungo le alture, invitano decisamente a rimanere. La città tutta riluce in un tinta di sfondo giallo-chiaro, che armonizza perfettamente col verde degli alberi ed il celeste carico del mare. Un soggiorno adatto per re spodestati che vogliano scrivervi le loro memorie.
Anche le torri ed i bastioni dei tre forti, Stella, Falcone e Castell'Inglese, non hanno un aspetto severo. Ai loro piedi si trova il porto circolare, circondato da belle banchine, opera di Cosimo de' Medici. Per la tromba, la bella porta del centro, si accede nella città, dopo aver letto con soddisfazione l'iscrizione molto promettente:
TEMPLA MOENIA DOMOS
ARCES PORTUM COSMUS MED. FLORENTINORUM DIE XII
A FUNDAMENTIS EREXIT A. D. MDXLVIII.
Tutto costruì qui quel fortunato Cosimo, tempî, case, mura, castelli e porto; egli non lasciò a Napoleone costruire altro che i castelli in aria di un nuovo impero.
Il bastimento approda alla scalinata, dalla quale egli s'imbarcò un giorno, colla sua guardia per la Francia, una scena questa, che la fantasia ricostruisce subito; quante volte infatti per tutto il mondo non abbiamo veduto questo quadro? «L'imbarco di Napoleone all'isola d'Elba». L'occhio intanto guarda in su verso la gloriosa città, cercando l'abitazione dell'imperatore esiliato.
«Non vedete lassù, la ridente casa gialla sotto il forte Stella? Essa guarda appunto qui sul porto; vedete là, dove la sentinella stà dinanzi alla garitta.
«Quella colle piccole finestre? Qual palazzo delle Tuileries per un re pigmeo! Sembra un padiglione di giardino».
Quello è il palazzo dell'Imperatore, oggi residenza del Governatore.
Una barca ci porta alla banchina sulla quale si sono riuniti curiosando degli abitanti della città. Qui non c'è l'accalcamento di Livorno, dove non si è sicuri della propria vita fra i barcaiuoli e i facchini: qui tutto è quieto, umile e lieto. Dalla porta, si entra per una piccola strada, dove è il mercato del pesce e delle erbe, nella «piazza d'armi», una piazza lunga e stretta, in fondo alla quale è situata la chiesa principale della città. La più serena pace domenicale regna qui, una disposizione ed una comodità di vita veramente idiliache. Le casette pulite sono ornate di fiori, e dei pochi bisogni degli abitanti fanno fede le piccole botteghe, il caffè e l'albergo modesto «L'ape d'oro», nel quale prendo stanza insieme coi miei compagni di viaggio. Una modesta sala da pranzo, un paio di commensali semplici e silenziosi, un discreto vino d'isola, un pranzo frugale ed un albergatore leale e di poche pretese, ecco la prima impressione.
Non troviamo requie sino a che non siamo saliti su sino all'abitazione di Napoleone. Essa è situata tra i forti Stella e Falcone, sulla roccia, in alto, dimodochè guarda colla fronte sul golfo e colla parte posteriore sul mare verso Piombino, offrendo una bella vista. Ma certo questa veduta sulle coste attraenti d'Italia è troppo eccitante.
L'edificio è composto da un corpo di fabbrica centrale piatto con quattro finestre sulla facciata, e di due piccole ali laterali, che sono notevolmente più basse. Per queste si entra nell'interno, poichè il corpo di fabbrica centrale non ha alcuna porta. Un muro recinge il piccolo giardino, nel quale Napoleone faceva le sue passeggiate al mattino e la sera. Piante di limoni, fiori, un paio di busti marmorei nel verde, ecco tutta la ricchezza del giardino imperiale dell'Elba. Napoleone stesso lo creò, ornandolo di acacie. A me sembrò molto caratteristico di trovarvi piantati dei cannoni. Poichè il giardino appartiene al recinto del forte Stella, esso serve nello stesso tempo di trincea e senza dubbio i cannoni vi erano piantati tra i fiori, già al tempo di Napoleone e dovevano essere certo le piante preferite dell'Imperatore, chè gli davano l'odore più grato di tutti i fiori delle rose e degli aranci. Si può quindi immaginarsi l'Imperatore che si aggira qui nel suo giardino dei cannoni, che sosta presso un obice, nell'atto di macchinar piani e ponderare decisioni, investigando il mare, ove la costa d'Italia è abbracciabile dallo sguardo, scrutando più oltre sul continente, la platea della sua gloria, che gli ricorda le sue geste, rimproverandogli la sua inattività, e spunzecchia continuamente l'animo suo, dicendogli «Cesare, tu dormi».
Ma dobbiamo pur confessare che la figura di Napoleone all'isola d'Elba non ci commuove troppo. La forza eroica di un solo uomo, che lotta contro il mondo e sfida ostinatamente la sorte, è sempre degna di ammirazione, ma essa lascia freddi, quando non serve più alle idee ed agli scopi morali della storia, ma sibbene solo al proprio, piccolo egoismo. La storia aveva messo da parte Napoleone; ribellandosi dall'Elba egli apparve quale un uomo che non aveva più niente da fare nel mondo e che era esonerato dai suoi bisogni; la sua lotta era titanica come doveva esser quella di un solo uomo contro l'ordinamento del mondo; egli lo spezzò come una canna che viene stritolata da una ruota in movimento. Tale è l'impressione tragica dell'isola d'Elba e dei cento giorni.
Napoleone a Sant'Elena è di nuovo una figura ben diversa. Qui egli suscita una mestizia tragica, come l'eroe di una tragedia che noi vediamo morire, con l'anima purificata e riconciliata dalla passione.
Strano; in questo mare Tirreno esiste un'altra isola rocciosa, che porterà sempre nella storia un nome immortale, per l'esilio di un imperatore. E' Capri, il ritiro del terribile Tiberio. Elba e Capri, Napoleone e Tiberio, sono i due contrapposti del dispotismo pieni di contraddizioni; là un imperatore esiliato violentemente sulla piccola isola, che anela di tornare nella storia del mondo, preso d'angustia insopportabile, mai sazio di dominio e d'imprese eroiche; qui, un imperatore, che possiede incontestato il mondo, guidandolo con un cenno degli occhi, e che, con un sorriso mezzo ironico e mezzo pauroso, si esilia volontariamente sulla piccola roccia per vivere come un eremita.
In verità, fu una ingenuità fanciullesca delle potenze del 1814, l'esilio di Napoleone all'isola d'Elba. Si potrebbe essere tentati di spiegare quest'idea innocente dei più grandi uomini politici d'Europa, come un capriccio romantico. Pertanto, io ricevetti l'impressione dell'unico significato, che sta nell'esilio di Napoleone, all'isola d'Elba, improvvisamente, quando fin alle miniere di ferro di Rio io mi dissi allora che l'alta diplomazia del 1814 aveva pensato molto poeticamente di esiliare il Dio delle battaglie su questa isola del ferro. Dai suoi inesauribili giacimenti di minerale, i popoli si sono fabbricati armi per più di 20 secoli e Roma, alla quale Porsenna, re degli Etruschi che per primi fucinarono il minerale dell'Elba, aveva dettato una volta la condizione di adoprar il ferro per l'avvenire solo per utensili agricoli, ha conquistato poi il mondo col ferro di quest'isola.
Potevasi credere che il dominatore di mezz'Europa, che era abituato a giuocare con corone regali, si fosse potuto improvvisamente cangiare in un ufficiale pensionato, che pianta i cavoli sopra un'isola idiliaca, alleva uccelli, ha ai suoi ordini, a guisa di giocattolo, in ricordo dei tempi passati, un paio di granatieri e va a caccia la domenica coi vicini? Si pensava forse a Diocleziano, a Tiberio ed a Carlo V? Regnanti stanchi, depongono il diadema, perchè esso riesce loro pesante, dopo che si sono saziati; ma anche la più pesante corona non è mai sembrata grave sul capo di un uomo che l'ha strappata alla fortuna, quale figlio della rivoluzione. Tali uomini non possono cessare di dominare che rimanendo sopraffatti nella lotta, dalla sorte medesima. Strana idea quindi questa di porre il leone côrso su quest'isola, tra la Francia e l'Italia, giusto nel punto dove più bruciava la sua passione di dominio.
Tuttavia in questo luogo d'esilio di Napoleone vi è un significato anche più profondo. La fatalità che sovrasta ai grandi uomini è spesso di un'ironia crudele. Essa s'incarica di respingere le sue vittime al loro inizio e di colpirle dopo, quando esse tentano per la seconda volta gli dei della Fortuna. Se Napoleone saliva sopra uno di quei grandi monti di Marciana, dalla loro vetta egli poteva vedere la Corsica dinanzi a sè, con le sue città, co' suoi boschi e le sue montagne, e mille luoghi che gli ricordavano la sua gioventù. La vista doveva essergli dolorosa. In tal modo ei si trovò rigettato verso la terra, dalla quale era venuto da giovane, qual figlio ignorato della fortuna, con incerta brama di grandi geste.
Questo era insopportabile. Egli doveva rompere l'anello fatale; ma non riuscì a liberarsi dal tormento della sua sorte, che non gli risparmiò di tornare di nuovo dall'Elba in Francia nella veste dell'avventuriere, colla quale egli dalla Corsica era andato altra volta pel mondo.
Quando i marescialli Macdonald e Ney comunicarono a Napoleone che egli doveva scegliere, come sovrano, l'Elba od un altro luogo, ad esempio la Corsica, egli gridò: «No, no. Io non voglio aver niente di comune con la Corsica». Ci vuole poca psicologia a leggere qui nell'animo suo.—L'isola d'Elba! Chi conosce l'isola d'Elba? Mi si cerchi un ufficiale che conosca l'Elba! Mi si mostrino le carte che indicano la situazione dell'Elba! Elba, ebbene sia l'Elba! Ed un'idea passò nell'animo suo. I favoriti di sua sorella Elisa di Toscana erano quelli che avevano proposto l'Elba, poichè rimaneva assai vicina alla Toscana; e così egli andò ad assumere il possesso di questa piccola isola: e questo fu il risultato di quei tanti combattimenti che avevano sconvolto il mondo.
Il 20 aprile 1814 egli prese commiato dalla sua guardia. Mi si perdoni di ricordare cose vecchie e conosciute. Si rammenta pur volentieri la figura di un uomo straordinario, segnatamente nella sua caduta. Un tale spettacolo eleva l'anima ad una più savia considerazione della vita e dei suoi ordinamenti eterni. Se uomini piccoli cadono dall'altezza dei grandi, ove non li collocò la propria forza intrinseca, ma la debolezza dei tempi, si ha una fine terribile, non tragica. La caduta di Napoleone è per contro forse la tragedia più grande della storia del mondo.
Cosa disse quest'uomo, quando prese commiato dalla sua guardia, cioè dal suo istrumento di guerra? Le sue parole sono miste d'inesattezze e verità, di politica e sentimentalità! L'insieme della scena di separazione è caratteristico, poichè è del tutto teatrale. In genere, attorno alla figura di Napoleone c'è sempre maggior pompa teatrale e broccato d'oro da palcoscenico che non attorno a quelle di Alessandro e Pompeo. «Siate fedeli al nuovo Re, che la Francia si è scelto», così disse egli alle guardie piangenti; «non abbandonate la nostra cara patria, da troppo tempo infelice. Non piangete sulla mia sorte; io sarò sempre felice, sapendo che voi lo siete. Avrei potuto morire, niente era più facile per me; ma io voglio seguire senza arrestarmi la via dell'onore. Ancora ho da scrivere ciò che abbiamo fatto. Non posso abbracciarvi tutti, ma voglio abbracciare il vostro Generale. Venite, Generale... (egli stringe tra le braccia il generale Petit). Portatemi l'aquila... (egli bacia l'aquila). Aquila adorata! Potessero questi baci scendere a tutti i bravi nel cuore... Addio, figli miei... i miei voti vi seguiranno sempre... Conservate la mia memoria».
Il 27 aprile egli giunge a Fréjus, travestito poveramente, per scampare dall'assassinio progettato dalla Provenza, percorrendo in senso inverso la strada della propria fortuna. La strada che egli aveva percorso volando, come trionfatore, al suo ritorno dall'Egitto, attraversava egli ora frettolosamente, vestito da postiglione e da lacchè.
Una nave francese ed una inglese erano colà pronte nel porto. Egli prescelse l'inglese. Il 5 maggio egli approdò in Porto Ferraio; sette anni più tardi egli doveva morire in quello stesso giorno sopra una lontana isola nell'Oceano, il cui nome appena aveva udito ricordare.
Erano le 6 di sera: una bella giornata del mezzogiorno. Il popolo d'Elba, i suoi sudditi, era tutto sulla banchina. Poveri uomini con giacche di lana di capra, il berretto frigio in mano, aspettavano confusi, timorosi e curiosi il grande uomo, che aveva conquistato il mondo e regalato paesi e corone, come altri sovrani regalano anelli e decorazioni, e lo attendevano come loro sovrano, come principe dell'Elba. Una banda musicale suonava una nenia pastorale. Napoleone rimase di cattivo umore per la notte sul bastimento. Come si deve esser sentito serrato in questo piccolo golfo circondato da roccie, che sembra lo tengano prigione!
Quando mise piede sulla riva, lo ricevette il comandante francese Dalesme, sino allora in carica. Egli lo aveva prevenuto del suo arrivo, scrivendogli: «Generale, io ho sacrificato i miei diritti alle necessità della patria, riservandomi il possesso e la sovranità dell'isola d'Elba; fate sapere agli abitanti che scelsi la loro isola per mio soggiorno, dite loro che essi saranno sempre l'oggetto del mio più vivo interesse».
Elba, d'ora innanzi l'oggetto del suo più vivo interesse! Un guscio d'ostrica in luogo di tutto il mondo!
Il sindaco e gli anziani di Porto-Ferraio si presentarono con le chiavi della città. L'Imperatore li ricevette. Era la stessa scena, cui egli aveva assistito così spesso, a Berlino, a Vienna, a Dresda, a Milano, a Madrid, a Mosca,—solo gli attori erano cambiati ed erano ormai... il vecchio e balbettante sindaco di Porto-Ferraio ed un paio di anziani della cittadina.
Napoleone andò a stare nella casa del Governatore, e questa è appunto quel palazzo imperiale col piccolo giardino dei cannoni e le piccole aiuole di cui ho detto sopra. Egli cominciò senza ritardo a restaurare la casa. Io vi trovai una bella sala da pranzo e circa 10 o 12 altre camere, piccole e grandi, che sono abitate attualmente dal comandante della città e della fortezza. Nella camera da letto di Napoleone pendono dei quadri in rame, che rappresentano scene dell'Egitto; nello studio esiste ancora il suo tavolo di lavoro. Questo era dunque il palazzo delle Tuileries dell'Imperatore, il simbolo in miniatura della sua potenza, ed in rapporto ad esso stava la sua Corte. Gran Maresciallo di palazzo era il conte Bertrand; il conte Cambronne, il generale d'artiglieria Drouot ed altri componevano la Corte, che contava in tutto 35 cariche, ben rappresentate.
In verità, il soggiorno all'Elba somigliava alla villeggiatura di un imperatore romano, che si sottrae al cerimoniale della grande corte della capitale rumorosa e va a cercare, con pochi fedeli e pochi servi, aria e riposo ad Anzio od a Baia. Ma no, l'aria dell'Elba fu per i sensi di Napoleone probabilmente più opprimente che non quella dello scoglio di S. Elena, su cui egli pose piede completamente rassegnato.
Gli erano stati lasciati, come giuocattolo, 700 uomini di guardia a piedi e circa 80 uomini a cavallo. Si immagini ora quella casetta piena di veterani riuniti, quasi naufraghi sbattuti sopra un'isola ed accampati sulla riva. Chi udiva i discorsi di codesti rudi uomini, francesi, côrsi, italiani e polacchi, sentiva le cose più meravigliose e vedeva passare quadri di mezzo mondo innanzi a sè: le piramidi, i ghiacci terribili della Russia, le Alpi, Lipsia, Marengo, il sole d'Austerlitz, Eylau e non è tutto:—nomi come Ney,—oh, Ney! questo rattrista,—Marmont, Bernadotte,—che rattrista il vecchio cuore dei veterani,—Murat il falso, il magnifico Murat! Che avvenne di Murat? Oh, egli è laggiù in Italia, ancora Re! Con un bastimento che navighi due o tre giorni si può dargli la mano.—«Pazienza!» dice l'italiano.—«Viva l'Imperatore» grida il francese.—«Ancora niente è perduto,» dice il polacco.—Qualche volta si fanno esercizi; l'Imperatore non ha disimparato il mestiere. Si sparano i cannoni, ma i cannoni non fanno che brontolare nell'aria, e la loro è una cattiva musica.
Si deve eseguire un'impresa. L'Imperatore dell'Elba volle già nei primi tempi conoscere il suo nuovo Stato ed accompagnato dall'ambasciatore inglese Niel Campbell fece il giro dell'isola a cavallo. Si vuole che, temendo di essere assassinato, prendesse costui con sè ed anche una scorta di armati. Egli diffidava specialmente del comandante della Corsica, Brulart, che era stato a suo tempo capo degli Chouans ed amico di Giorgio Cadoudal, ed ora comandava in Corsica, come a dispetto di Napoleone. In un paio di giorni l'Imperatore si era persuaso che il suo regno non era grande; concepì però il piano di costruire strade, condotture d'acqua e fare miglioramenti. Egli voleva abbellire l'Elba, come Tiberio aveva abbellito una volta Capri. Lo spirito irrequieto cercava di occuparsi; d'altronde, doveva pur passare il suo tempo.
Napoleone che fabbrica all'isola d'Elba e traccia strade traverso le roccie, è un uomo pensoso, che disegna figure e linee nella sabbia; è il vecchio Federico, seduto sul tubo da condotture, dopo la battaglia perduta, che sta scavando dinanzi a sè col bastone.
Il suo sguardo cadde sullo scoglio di Palmarola. Egli mandò quaranta guardie ad occupare quell'isolotto, cosa che nessuno gli contrastò, poichè non era abitato da nessuno. Le vecchie guardie elevarono una torre e così il regno fu ingrandito.
Napoleone occupò anche quella piccola isola deserta di Pianosa, dove Augusto un giorno aveva esiliato il nepote Agrippa Postumio, che fu fatto trucidare subito dopo da' sicarî speditivi da Tiberio. L'isola fu protetta da un fortino. A ciò egli fu indotto forse da quell'antico nome imperiale, oppure dalla sorte di Agrippa, tanto simile, ahimè! alla sua.
Egli costruì magazzini, banchine, un paio di stalle per cavalli, una condottura d'acqua, un lazzaretto e lo stesso piccolo teatro di Porto-Ferraio, dove egli aveva il suo palco, come a Parigi. Per se stesso egli mise su una villa in campagna. Sulla destra del golfo una strada, da lui costruita, conduce a questa Versailles dell'Elba. Colà andava o cavalcava volentieri, egli, l'Imperatore, intrattenendosi spesso coi campagnoli che incontrava per via, spingenti innanzi a sè i loro asinelli carichi di frutta.
La valle, nella quale è sita la villa S. Martino, e dove si vuole che una volta abbia avuto un palazzo Scipione Nasica, è straordinariamente bella. Essa rimane nel grembo di quelle maestose montagne, che si elevano dal lato della Corsica. Un ruscello serpeggia nel verde del fondo, d'ambo i lati una ricca vegetazione, molte case sparse nel verde, e sino a dove giunge lo sguardo un'abbondanza benedetta di vigneti carichi d'uva, come se si fosse nella campagna felice di Napoli. Chi ha la contentezza nel cuore, può certo viver felice colà. Per tutto l'anno vi fioriscon rose; il clima è mite e l'aria aromatica e dalla parte che la valle si apre verso Portoferraio, il golfo ed il mare brillano fantasticamente.
La villa appartiene oggi al Principe Demidoff. Questo Creso russo la trasforma in un museo napoleonico. Essa diverrà magnifica con portici dalle colonne marmoree e sale incantevoli, dove si potranno ammirare tutti i fasti dell'Imperatore dipinti in affreschi sulle pareti. Napoleone però, che aveva piantato gli aranci sulla terrazza della villa, si contentò di far dipingere la sala da pranzo in stile egizio; in genere sembra che il ricordo dell'Egitto fosse il più caro della sua vita, poichè gli rappresentava le poesia epica e romantica della sua gioventù. Ora Demidoff ha raccolto tutte le possibili reliquie che sono inerenti alla storia napoleonica, e le disporrà nelle sale di S. Martino. Una reliquia napoleonica vivente ancora, nel cui possesso il principe è stato, egli non potrà esporre in questa villa, poichè, a quanto si dice, egli non l'avrebbe ben tenuta; voglio dire la sua prima moglie, Matilde Bonaparte, figlia dell'ex-re Girolamo, reliquia di Vestfalia.
Quando i cimelii saranno tutti a posto, mi dissero i lavoranti della villa, il principe farà venire tutti i venerdì a proprie spese un piroscafo da Livorno a Portoferraio, per trasportare tutti coloro che vorranno ammirare le belle cose. Per ora, nessuno deve entrare e questo sta scritto su di una tabella. Così io non potei entrare nella villa.
Tornando a Portoferraio, fui consolato dal bel chiaro di luna, che seppe narrarmi molte cose. Al chiaro di luna si osservano meglio le rovine e si medita meglio sui ricordi d'ogni specie; il fascino di una luce incerta si accorda così bene con tutto ciò che c' è di transitorio e di fugace!
Si può amare Napoleone? Potrà essere commossa sino alle lacrime un'anima umana tra mille anni al ricordo di lui, in uno qualunque dei teatri delle sue geste? Io lo dubito; io non lo credo.
Vi è un gran nome nella storia, che per metà suona nel nome di Napoleone: Timoleone. Il ricordo di quest'uomo del tempo antico, io lo confesso, mi commosse profondamente, quando ripensavo a lui, visitando il teatro di Siracusa. Come avrebbe avuto paura Napoleone dinanzi a questo greco, che lo avrebbe inviato a Corinto, disprezzandolo severamente, come il tiranno Dionigi. Altri tempi, grandezze diverse; Napoleone, nella sua gioventù, era entusiasta di questi eroi di Plutarco; quando divenne imperatore, confutava rabbiosamente Tacito e fece un panegirico a Tiberio.
Così spesso lo si è paragonato a Prometeo incatenato, che questo quadro è oramai vecchio; esso sta tuttavia tanto bene a questo eroe in esilio, che era in condizione di spezzare le catene dell'Elba, sino a che la forza e la violenza non lo ribadirono in ceppi diamantini allo scoglio di S. Elena. Dopo, quali lotte da giganti! Blücher e Wellington dovevano vincere questo genio, lanciati quali forza e violenza contro il semidio. Il generale degli ussari Blücher, adoperato nelle mani del destino quale mezzo per abbattere Napoleone, o diciamo con parola più modesta, a batterlo, poichè cosa avrebbe potuto fare un brav'uomo come Blücher, senonchè battere strenuamente... Questo è uno scherno amaro. La natura pertanto si serve delle grandi forze, se vuole formare o sviluppare qualcosa, delle più modeste, quando vuole compiere o distruggere.
A Napoleone le settimane trascorse all'Elba doverono sembrare anni. Egli si lamenta spesso con Campbell che gli siano stati tolti la moglie ed il figlio, negandogli un favore che è accordato anche ai più miseri degli esiliati dall'umanità.
Sua madre venne nell'estate. Come ritrovò Letizia Ramolino suo figlio! Anche il cuore vanitoso della madre era precipitato dall'alto della fortuna, ma non si spezzò; il cuore di Giuseppina, più nobile, si spezzò, 30 giorni dopo la prima caduta di Napoleone, alla Malmaison. Anche Paolina Borghese, sua sorella, una volta la nuova Elena del mondo, la bella etéra, ai piedi della quale giacevano sovrani coronati, venne ora a farsi dimenticare nella solitudine dell'Elba.
Molte persone vennero e se ne andarono misteriosamente. I sette porti dell'isola non erano stati mai così animati. Nei nove mesi vi entrarono 1200 bastimenti e 900 italiani e 600 inglesi vennero a vedere l'uomo dell'Elba, tra i quali molti ufficiali in uniformi italiane, francesi ed inglesi, ora da Marsiglia, ora dalla Corsica, da Genova e Livorno, ora da Napoli, Civitavecchia e Piombino. Con tutti Napoleone si intratteneva allegro e spiritoso e da tutti si faceva informare degli avvenimenti del suo paese e del continente.
Un giorno venne a Portoferraio una signora straniera con un bambino. L'Imperatore la ricevette segretamente, e l'alloggiò in campagna; dopo pochi giorni però essa ripartì col bambino per l'Italia, misteriosamente come era venuta. Circolarono molte dicerie, pochi soli seppero chi fosse la straniera; essa non aveva potuto sottrarsi agli sguardi della curiosità. Si può facilmente immaginare come Napoleone all'Elba si trovasse nella situazione di un uomo interessante, che soggiorna in una piccola città di provincia, spiato da tutti gli occhi, e chiacchierato da tutte le lingue. Quella signora straniera era una contessa polacca, il bambino, un figlio di Napoleone, il frutto di un'ora di delizia nella fredda Polonia. Io non so ciò che avvenne poi del bambino, ma credo poter accertare che questo bambino si sia presentato nel mese di dicembre 1852, quale ambasciatore ufficiale della Francia, dinanzi alla regina Vittoria d'Inghilterra, per annunziarle che la superficie del mondo, nonostante l'Elba e Sant'Elena, era divenuta di nuovo bonapartista, poichè 8 milioni di francesi avrebbero eletto commossi imperatore di Francia Luigi Bonaparte, unico figlio superstite dell'ex Re di Olanda.
E' un sogno. La storia del mondo ha talvolta i suoi sogni di vecchi amori e di avvenimenti antichi, come un individuo. Nell'anno 1852 essa sognò di Napoleone.
L'Imperatore intanto veniva svergognato da zie e comari, come si dice. In tutta Italia si affermava che una certa signorina Vantini aveva conquistato il suo cuore, che egli l'aveva ricevuta in ore romantiche, nella villa ed anche nel suo palazzo, e che essa inoltre già portava nel seno un secondo piccolo Napoleone ed infine che essa si vantava apertamente di ciò. Questa signorina era figlia di un possidente dell'Elba, un uomo che era stato sindaco di Portoferraio; egli era d'altra parte cognato di un certo signor Cornelio Filippi di Livorno. La sorella di questo signor Filippi tuttavia era una vera Messalina, amante dichiarata dell'inglese Grant, un negoziante di Livorno, e questo Grant a sua volta era un nemico accanito di Napoleone e manutengolo dello spione Giunti, ecc. ecc. E così si ebbe una storia di scandali anche all'Elba.
Il danaro cominciava tuttavia a mancare. Le entrate di Napoleone erano di appena 400.000 lire. La Francia, ad onta dell'impegno preso, non pagava la rendita annuale di lire 2.500.000 stabilita dall'accordo di Fontainebleau. L'Imperatore si lamentava e lord Castlereagh si interponeva per lui; ma il Governo francese tergiversava e non pagava, perchè sospettava probabilmente che l'esiliato volesse servirsi dei suoi denari per un qualche colpo di Stato; nella miglior ipotesi si temeva un'irruzione in Italia; che potesse però tentare uno sbarco in Francia, non passò per la mente a nessuno.
Qui all'Elba, nella prossimità della Francia e dell'Italia, i due paesi si son dovuti offrire da se stessi come teatri di una possibile restaurazione alla fantasia dell'Imperatore decaduto. Come deve aver passeggiato indeciso in questo giardino, in questo studio ed in quella villa, le mani incrociate sulla schiena, pesando sulla bilancia della scelta, qua la Francia e là l'Italia, qui il rinnovarsi di un cammino già noto, la restaurazione di un regno che gli era appartenuto, là una nuova strada, una monarchia del tutto nuova da fondare.
Sostiamo un momento, poichè questo è un punto misterioso nella storia di Napoleone, un punto di una seduzione straordinaria, quando si voglia formarsi un criterio, come tutte l'eventualità di un grande carattere. Per un minuto, può dirsi, balenò sull'Italia l'apparizione di un avvenire incalcolabile, mentre Napoleone era all'Elba.
Quali conseguenze ne sarebbero derivate infatti se questo uomo avesse improvvisamente dimesso la sua aspirazione verso la Francia, se egli, italiano, fosse comparso in Italia sotto un nuovo aspetto, quale ordinatore cioè ed unificatore di questi bei paesi, nella città mondiale di Roma, sul Campidoglio, qual romano imperatore della penisola latina?
E' fuori dubbio che un tale partito fosse preso in esame, ma a qual punto giungessero i rapporti di Napoleone cogli agenti dell'Unione italica, che avevano il loro centro a Torino, è difficile poter precisare, nonostante tutto quello che è stato scoperto. Quel progetto di un impero costituzionale a Roma, a capo del quale si sarebbe dovuto eleggere Napoleone, non suona più fantastico oggi, che nel 1814. Napoleone doveva essere imperatore romano, i Re di Sardegna e di Napoli sarebbero stati indennizzati con delle somme, le città principali, come Milano, Venezia, Firenze e Napoli, sarebbero state innalzate a vice-reami, per appagare il loro patriottismo, divenendo volta a volta sedi del parlamento nazionale. Il Papa fu dichiarato un fantasma, di cui si doveva liberarsi. Questo era il progetto italiano; per metterlo in esecuzione poteva bastare una guerra. Murat, allora ancora re di Napoli, poteva essere avviluppato in una guerra colla Francia; Napoleone sarebbe comparso nel momento dello scontro, nel qual caso egli avrebbe indubbiamente avuto ragione delle due armate, ed avrebbe compiuta l'unità d'Italia, obbligando i Borboni di Francia a riconoscerlo.
Ma basta con questi sogni. Napoleone manteneva l'Italia in tensione, quando egli prestava ad essi l'orecchio, ed infatti il suo sbarco nella penisola avrebbe fatto vacillare ogni cosa. Egli si sarebbe senza dubbio rivolto all'Italia, se la Francia non gli avesse offerto nessuna prospettiva; ma ciò, di cui i suoi agenti di colà lo informavano, mostrava chiaramente ch'egli non doveva che sbarcare per vedere sfumare come nebbia la restaurazione borbonica.
Intanto, nel palazzo all'isola si viveva semplicemente, senza destar preoccupazioni; Paolina, l'anima della società, dava ogni tanto una festa. Ma, affine di risparmiar danaro, il treno di casa era stato ridotto, qualche progetto di costruzione pure veniva sospeso e si vendeva persino un parco d'artiglieria. L'Imperatore stava tutto ingolfato tra le carte, i giornali ed i rapporti. Il suo piccolo studio aveva lo stesso aspetto, di quello alle Tuileries; l'uomo era pur sempre lo stesso, era Napoleone, che ruminava in fondo all'animo progetti colossali, piani di battaglia ed idee che dovevano sconvolgere il mondo.
In tal modo egli se ne stava nella piccola cameretta della sua casa di Portoferraio, sul tetto della quale sventolava il modesto vessillo dell'Elba, bianco ed amaranto colle api imperiali, mentre nello stesso tempo l'alta diplomazia sedeva a congresso a Vienna. Tutte le potenze d'Europa sono dietro il tavolo verde, mettendo in movimento mille penne e mille lingue; tutto il mondo è un protocollo ed un campo di lotte diplomatiche e tutto questo per il piccolo uomo dell'Elba. Questi, in silenzio e dimenticato, solo come un mago nella spelonca ove evoca spiriti invisibili, mandandoli fuori e ricevendoli di ritorno; quelli avvolti dal frastuono delle feste della vittoria e dei dibattimenti. Così passavano i mesi. Ad un tratto il piccolo uomo di ferro all'Elba si alza dal tavolo suo: il Congresso non è più; i principi ed i diplomatici si dividono ed il mondo torna ad essere di nuovo un campo di guerra infuriato.
Napoleone era informato di tutto quanto avveniva in Francia ed a Vienna; sul principio dell'anno 1815 la discordia minacciò di mettere gli alleati in guerra fra di loro. L'Austria, la Francia e l'Inghilterra si impegnarono per mezzo di una convenzione segreta contro la Russia e la Prussia. La Francia esigeva pure la restaurazione dei Borboni a Napoli. Il trono di Murat vacillava; egli si offrì quindi naturalmente quale alleato a Napoleone, per fare appello a quella unità d'Italia, a capo della quale egli avrebbe dovuto esser posto.
La parola terribile di Sant'Elena era già arrivata alle orecchie di Napoleone. Il partito era preso nell'animo suo. Egli divenne sempre più solitario; evitava di parlare a Campbell. Egli lo riceveva solo di rado e soltanto quando l'inglese ritornava da Livorno, ove andava qualche volta. Una nave da guerra francese incrociò allora intorno all'isola per spiare Napoleone, del quale si cominciò a dire che preparasse uno sbarco in Italia; invece la corvetta inglese, che era a disposizione di Campbell, navigava continuamente tra l'Elba, Genova, Civitavecchia e Livorno, su e giù.
Napoleone stesso, come sovrano dell'isola, possedeva dei navigli da guerra, cioè quattro bastimenti; essi veleggiavano spesso, manovrando sul mare, sotto il nuovo vessillo dell'Elba, che era rispettato anche dai barbareschi; spesso essi portavano ai capitani dei bastimenti elbani dei regali, dicendo che pagavano il debito di Mosca. L'Imperatore mandava di frequente fuori le navi, per nascondere i suoi propositi; ed egli tanto li nascose che solo Bertrand e Drouot furono a parte del segreto e lo conobbero appena 24 ore prima della partenza. Alle donne non fu detto niente; nella vicina Corsica lo sapeva soltanto Colonna, l'amico di Paoli e confidente di Napoleone.
La decisione d'imbarcarsi, di uscire da quella squallida solitudine, andando incontro a nuovi combattimenti da giganti, dovette essere una terribile scossa per l'anima di Napoleone, simile a quella di Cesare, quando passò il Rubicone. Certo fu uno di quei tratti disperati che si qualificano a seconda dell'esito, o come audacemente eroici e grandi, o come folli ed avventurosi. Tali momenti, nei quali un uomo deciso va incontro al suo destino a corpo perduto, conquistano tutto il nostro interesse, e, se l'impresa riesce, l'audacia stessa sembra che raddoppi la grandezza dell'eroe. Simile a quel Fernando Cortez, che lasciò bruciare dietro a sè i bastimenti, ci appare ora Napoleone, ed in verità egli andò alla conquista della Francia ed alla guerra contro gli eserciti delle potenze europee, con poche truppe di più di quelle che aveva l'avventuroso grande spagnolo quando si trattava di domare i selvaggi indiani. Certamente, due suoi grandi eserciti già stavano in Francia: il fascino del suo nome e l'odio contro la restaurazione.
Era di sabato, il 26 febbraio; Paolina dava appunto un ballo; le guardie e le altre truppe, 800 uomini, stavano in tenuta di marcia sulla Piazza d'Arme; sette bastimenti erano pronti per la partenza in porto; l'Imperatore appariva irrequietissimo; il piccolo uomo andava su e giù, alla finestra, guardava il cielo e il golfo che è mosso dalle onde muggenti. Le guardie ricevettero finalmente l'ordine di imbarcarsi! Alea jacta est.
Erano le otto di sera quando Napoleone scese dalla banchina nella barca.
Qui, nel momento in cui l'uomo poderoso prende il mare, per tentare gli Dei per la seconda volta, a me sembra che una voce gli gridi dietro: «La triste, eterna legge del fato dispone per tutte le cose, che quando esse hanno raggiunto l'apice, ricadano nel fondo più presto di quanto sono salite». La voce è quella di Seneca, di quell'antico uccello della disgrazia, che ha un diritto speciale di lanciare dietro a Napoleone questa massima, poichè egli vide finire in modo terribile i grandi della terra, l'imperatore Tiberio, l'imperatore Caligola, l'imperatore Claudio e Cesare Germanico, poichè egli rimase per otto anni in esilio in Corsica e studiò la saviezza e conosceva la natura per esperienza profonda, e così poteva predire pure la fine delle cose napoleoniche. Napoleone si allontanò veleggiando, non veduto dalla corvetta inglese, che era a Livorno. Il mare era grosso. Si sperava di aver passato la Capraja prima dello spuntar del giorno; però il vento cessò e al giorno si era ancora in vista dell'isola; solo alle 4 della sera circa si arrivò all'altezza di Livorno e subito si scorsero due fregate e poi una nave da guerra francese, la Zephir, che veniva incontro. Gli equipaggi volevano abbordarla, Napoleone però impose loro di nascondersi sotto coperta. Lo Zephir domandò alla nave ciò che c'era di nuovo all'Elba e Napoleone stesso rispose con la tromba: «L'Imperatore sta molto bene». Così sfuggi felicemente al pericolo.
Prima del suo imbarco egli aveva già redatto due proclami all'esercito ed al popolo francese; ma poichè non si poteva decifrarli, egli li buttò in mare e ne dettò altri due. Tutti coloro che sapevano scrivere ne fecero copie; si vedeva a bordo chi scriveva sulle trombe, chi sui colbac dei granatieri e sui banchi. Era una scena curiosa quella, chi si svolgeva sull'Inconstant,—questo era il nome del bastimento di Napoleone e della sua fortuna.
Ecco ora i due proclami.
Dal Golfo di S. Juan il 1o marzo 1815.
Napoleone, per grazia di Dio e per la costituzione dell'Impero, Imperatore dei Francesi.
All'Armata: «Soldati! Noi non siamo stati battuti. Uomini usciti dalle nostre file hanno tradito la nostra gloria, il loro paese, il loro principe ed il loro benefattore. Coloro che da 25 anni furono veduti percorrere l'Europa per suscitarci nemici, che hanno trascorso la loro vita combattendo contro di noi tra le file nemiche, imprecando alla nostra bella Francia, avranno essi il vanto d'incatenare e dominare le nostre aquile, essi che non ne poterono mai sostenere lo sguardo? Dovremmo noi sopportare che essi raccolgano i frutti delle nostre fatiche gloriose, che essi s'impadroniscano del nostro onore e dei nostri averi? che essi rinneghino la nostra fama? Se il loro regno durasse, tutto sarebbe perduto, anche il ricordo stesso delle nostre memorabili battaglie. Con qual furore essi le sfigurarono e cercarono di avvelenare ciò che aveva meravigliato il mondo! E se restano ancora dei difensori della nostra gloria, si trovano tra i nostri nemici stessi che abbiamo combattuto sui campi di battaglia. Soldati! Nel mio esilio ho udito la vostra voce; io son qua dopo aver superato tutti gli ostacoli e tutti i pericoli.
«Il vostro Generale chiamato al trono per elezione del popolo, innalzato sui vostri scudi, vi è restituito. Venite, unitevi a lui. Strappate quei colori che la nazione ha proscritti ed attorno ai quali da venticinque anni si sono riuniti tutti i nemici della Francia. Inalberate quella coccarda tricolore che portavate nelle nostre grandi giornate. Noi dobbiamo dimenticare che siamo stati i padroni dei popoli, ma non dobbiamo sopportare che alcuno s'immischi nelle nostre faccende. Chi potrebbe pretendere di dominare su noi? Chi ne avrebbe la potenza? Riprendete quelle aquile che portavate a Ulm, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Wagram, a Friedland, alla Tudela, ad Eekmühl, a Essling, a Smolensk, alla Moscova, a Lützen, a Wurschen, a Montmirail. Credete voi che questo piccolo gruppo di francesi, che è oggi così altero, ne possa sopportare la vista? Essi ritorneranno colà donde sono venuti, ove continueranno a regnare se lo desiderano, come pretendono d'aver fatto per diciannove anni.
«I vostri beni, il vostro rango, la vostra gloria, i beni, il rango e la gloria dei vostri figli non hanno maggiori nemici di questi principi che ci sono stati imposti dagli stranieri. Essi sono i nemici della vostra fama, poichè il ricordo di tanti fatti eroici che hanno glorificato il popolo francese, quando combatteva contro di essi per sottrarsi al loro giogo, è la loro stessa condanna.
«I veterani delle armate della Sambre e della Mosa, del Reno, d'Italia, dell'Egitto, dell'Oriente, della grande Armata sono umiliati; le loro cicatrici onorate sono schernite; i loro successi sarebbero delitti e i prodi sarebbero ribelli se, come sostengono i nemici del popolo, i sovrani legittimi si trovavano tra le file delle armate nemiche.
«Gli onori e le ricompense appartengono a coloro che li hanno serviti contro la patria e contro di noi.
«Soldati! Venite, schieratevi sotto le bandiere del vostro Capo; la sua vita è la vostra: i suoi diritti sono quelli del popolo ed i vostri; il suo interesse, il suo onore, la sua gloria sono l'interesse, l'onore e la gloria vostra. La vittoria marcerà al passo di carica; l'aquila coi colori nazionali volerà di torre in torre sino alle torri di Nôtre-Dame. Allora potrete mostrare con onore le vostre ferite; allora potrete vantarvi di quello che avete fatto e sarete i liberatori della patria.
«Nella vostra vecchiaia, circondati dai vostri concittadini che vi ascolteranno con attenzione, racconterete loro le vostre grandi geste; voi potrete dire con orgoglio: anch'io facevo parte di quella grande Armata che entrò due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Poma, di Berlino, di Madrid e di Mosca, che liberò Parigi da quelle infamie che il tradimento e la presenza del nemico le avevano impresse. Onore a questi prodi soldati, gloria della patria! e vergogna eterna ai francesi colpevoli, in qualunque condizione la fortuna li abbia posti, che combatterono per venticinque anni per dilaniare il cuore della patria.
firmato: Napoleone».
Al Popolo francese.
«Francesi! La capitolazione del Duca di Castiglione consegnò Lione ai nostri nemici senza tentar difesa. L'esercito, il cui comando io gli avevo confidato, era in condizione di battere il corpo d'armata austriaco a lui contrapposto, per il numero dei suoi battaglioni e per l'eroismo e l'amor di patria delle truppe che lo componevano, passando così dietro il fianco sinistro dell'esercito nemico che minacciava Parigi.
«Le vittorie di Champ-Aubert, di Montmirail, di Château Tierry, di Bauchamps, di Monterom, di Craonne, di Rheims, di Arcis-sur-Aube e di Saint-Dizier, la sollevazione dei bravi contadini nella Lorena, nella Champagne, nell'Alsazia, nella Franca Contea e nella Borgogna, e la posizione da me occupata dietro gli eserciti nemici, in modo da tagliar loro i magazzini, i parchi di riserva, le comunicazioni e toglier così loro tutto il necessario, li avevano posti in condizione disperata. I francesi non erano mai stati sul punto di essere più potenti e la più bella parte degli eserciti nemici era irremissibilmente perduta; essa aveva trovato la propria sepoltura in quelle regioni deserte, che aveva spogliate così crudelmente, quando il tradimento del Duca di Ragusa consegnò ai nemici la capitale e produsse il dissolvimento dell'esercito.
«Il modo imprevisto di comportarsi di questi due generali, che tradirono in una volta la loro patria, il loro principe ed il loro benefattore, cangiò le sorti della guerra; la condizione del nemico era tale che, sul finire del combattimento che ebbe luogo dinanzi a Parigi, esso si trovava senza munizioni, avendolo noi separato dal suo parco di riserva.
«In queste improvvise e gravi circostanze il mio cuore era dilaniato, ma l'animo mio rimase incrollabile; io presi allora consiglio solo dal bene della patria; io mi relegai sui miei scogli in mezzo al mare; però la mia vita vi era e doveva esservi ancora utile. Non permisi al grande numero di cittadini che mi volevano accompagnare, di dividere la mia sorte; io pensavo che la loro presenza fosse utile in Francia; non condussi meco che un piccolo manipolo di prodi, necessari per la mia difesa.
«Elevato al trono per vostra elezione, tutto ciò che è avvenuto all'infuori di voi, è illegale. Da 25 anni, la Francia ha nuovi interessi, nuove istituzioni ed una gloria nuova, che possono esser garantiti solo da un governo nazionale e da una dinastia, sorta in queste circostanze. Un principe che regnasse su di voi, che fosse posto sul mio trono con la forza di quelle armi che hanno devastato il nostro paese, si appoggerebbe invano sui principî del diritto feudale; egli non garantirebbe che i privilegi di un piccolo numero di individui, nemici del popolo, che da 25 anni li ha sempre condannati in tutte le nostre assemblee nazionali. La vostra pace all'interno e il vostro prestigio all'estero sarebbero perduti per sempre.
«Francesi! Nel mio esilio ho inteso i vostri lamenti ed i vostri desiderî; voi avete reclamato questo governo ai vostri voti, ciò che solo è legittimo; avete accusata la mia lunga inerzia e mi proponeste di sacrificare la mia pace al bene della patria.
«Io ho traversato i mari in mezzo a pericoli di ogni sorta. Sono qua per riprendere tra voi i miei diritti, che sono pure i vostri. Non terrò conto di tutto ciò che è stato fatto, scritto o detto da alcuni dopo l'occupazione di Parigi; ciò non avrà nessuna influenza sui servizi rilevanti che essi prestarono per l'innanzi, poichè è degli avvenimenti di questa fatta che si trovino nell'organizzazione umana.
«Francesi! Non vi è nazione che, per quanto piccola, non avrebbe avuto il diritto di sottrarsi e che non si sarebbe sottratta all'onta di obbedire ad un principe che è stato imposto da un nemico, momentaneamente vittorioso. Quando Carlo VII ritornò a Parigi e rovesciò il trono effimero di Enrico VI, egli riconobbe di essere in possesso del trono, pel valore de' suoi prodi e non per mezzo del principe-reggente d'Inghilterra.
«Così io pure riconosco e riconoscerò a voi soli ed ai prodi dell'esercito il dovuto onore.
Firmato: Napoleone».
Questi sono i proclami ch'ei scrisse nel mare d'Elba. Lo spirito militare di quei tempi, quando il popolo diveniva esercito, ed il sovrano, generale, ci si affaccia da questi documenti nella sua barbarie per l'ultima volta. Chi può leggere oggi senza sentirsi irritato queste frasi di gloria militare e di guerre dei prodi dell'esercito e sempre ed eternamente dell'esercito?
Il 1o marzo alle 3, la flotta di sette trasporti arrivò nel golfo S. Juan; alle 5 Napoleone pose piede sulla terra di Francia. La schiera si nascose in un uliveto.
Come somigliava qui Napoleone agli eroi romantici della sua patria côrsa. Poichè, mostrandocisi ormai nell'atteggiamento di avventuriere, egli era essenzialmente côrso. I guerrieri più rinomati della patria sua avevano cercato di impossessarsi di essa dall'esilio, nella stessa maniera.
Nell'anno 1408 Vincentello d'Istria sbarcò con un paio di spagnoli e di côrsi su quell'isola, per strapparla ai genovesi. Dopo un combattimento glorioso egli fu preso e decapitato.
Giampaolo fece, nell'anno 1490, un'incursione in Corsica con quattro côrsi e sei spagnoli, ch'erano tutti il suo esercito. Dopo un combattimento glorioso, egli morì in esilio.
Tre volte irruppe il valoroso Renuccio della Rocca dal suo esilio in Corsica, la prima con 18 uomini, la seconda con 20, e la terza volta con 8 amici. Ogni volta egli entrava coraggiosamente nel paese, mettendo avanti editti di esilio e lanciando proclami, e contando sul concorso dei suoi amici. Egli fu ucciso nell'anno 1511, sui monti, dopo varii combattimenti gloriosi.
Nell'anno 1564 Sampiero, il più valoroso dei côrsi, sbarcò nella sua patria con 37 côrsi e francesi. Egli fu ucciso nell'anno 1567 sui monti, dopo gloriosi combattimenti cogli eserciti genovesi.
Con 500 guardie francesi, 200 cacciatori côrsi e con 100 lancieri polacchi, che non avendo cavalli, portavan essi stessi le selle, il côrso Napoleone Bonaparte partì in guerra contro la Francia e gli eserciti reali. Dopo gloriosi combattimenti egli fu relegato nell'isola di S. Elena.
Con un manipolo di côrsi Gioacchino Murat sbarcò nell'ottobre 1815 dalla Corsica a Napoli, per conquistare un regno. Egli fu fucilato dopo il suo audace sbarco.
Con un paio d'uomini, il côrso Luigi Bonaparte arrivò, ai nostri tempi, a Strasburgo, per conquistare una nazione di 35 milioni di abitanti. Il tentativo essendo fallito, egli sorprese di nuovo la Francia in Boulogne. La storia ha il dovere di riconoscere queste incursioni, senza dubbio avventurose, quali precedenti storici di un uomo che divenne imperatore dei francesi non molto tempo dopo. Pertanto, nessuno deve esser considerato felice, prima della sua fine.
Presto si abbattono le cose caduche, dice il vecchio Seneca. Rapido fu il volo di Napoleone dal golfo di S.Juan, a S. Elena, a traverso Waterloo. Il 2 marzo egli era a Cérénon, il 3 a Barême, il 4 a Digne, il 5 a Gap, il 7 a Lione, il 14 a Chalons, il 20 marzo alle 9 di sera egli entrava a Parigi. Il 1^o giugno egli era un uomo politicamente già battuto. Il 18 giugno egli cadde a Waterloo. Il 21 giugno tornò, in fretta, a Parigi; il 22 giugno egli dettò:
«Ma vie politique est terminée et je proclame mon fils sous le titre de Napoléon II empereur des Français!».
Il 15 luglio egli s'imbarcò sul Bellerophon; il 7 agosto sul Northumberland. Il 16 ottobre arrivava a S. Elena.
Dopo—e questo è l'ultimo quadro della storia di quell'anno meraviglioso—egli giacque sul lontano scoglio africano, nel suo letto di morte, pallido e muto, coperto col mantello turchino di Marengo, col busto marmoreo di suo figlio, il Re di Roma, ai piedi; i suoi amici fedeli Bertrand ed Antommarchi ed i suoi servi stanno in ginocchio, piangendo. Il sole si tuffa in tal momento nel mare. Il sacerdote che ha somministrato l'estrema unzione all'Imperatore, alza le braccia e dice: Sic transit gloria mundi!
Napoleone rivisse a S. Elena le sue opere e quello che egli fu, e pose alla sua carriera, a guisa di epigrafe monumentale, le seguenti significative parole:
«Io ho chiuso l'abisso dell'anarchia, ordinando il caos; io ho quietata la rivoluzione, nobilitati i popoli, e moderato i re. Ho incoraggiato qualunque gara, ho ricompensato ogni merito ed ho allargato i limiti della gloria. Tutto ciò è stato pur qualcosa.—Or dunque, da quale punto si potrebbe attaccarmi, dove lo storico non potesse difendermi? Forse nelle mie intenzioni? In questo egli potrà certamente assolvermi dall'accusa. Il mio dispotismo? Si vorrà però ammettere che la dittatura era necessaria. Si dirà ch'io era un ostacolo alla libertà? Egli proverà che l'arbitrio, l'anarchia e la più grande confusione stavano ancora alle porte. Mi si rimprovererà di aver amato troppo la guerra? Egli dimostrerà ch'io fui sempre attaccato. Che io anelassi la monarchia universale? Egli mostrerà che solo la combinazione casuale delle circostanze e solo i nostri nemici stessi sono stati quelli che mi vi hanno spinto passo a passo. Finalmente, si accuserà forse la mia ambizione? Ah, certamente di questa si troverà molto in me, ma della più alta e più bella, che ha forse mai guidato un uomo, intendo quella di ordinare ed inaugurare finalmente l'impero della ragione, l'esercizio ed il godimento completo di tutte le capacità (ingegno) umane. E qui lo storico si troverà forse costretto a rimpiangere che una tale ambizione non sia stata appagata ed esaudita».
Così pensava Napoleone a S. Elena della sua stessa missione. E non pertanto, egli fu un messia, come ogni altro prima di lui, cui la storia assegnava per compito di portare il mondo siccome un atlante per un certo tempo, e di rinnovare pel bene del progresso le fatiche di Ercole. E se deploriamo la natura umana, perchè essa si trasforma piuttosto per mezzo del dispotismo soldatesco di Napoleone, che per le leggi civili di Solone e Timoleone; se infine accusiamo apertamente questo grande uomo di aver dimenticato la sua missione e di esser perito pel suo egoismo e la sua sete di dominio, restiamo però pieni di stupore e di riverenza dinanzi alla sua figura e glorifichiamo la grande spinta che da lui è derivata alla vita dei popoli e al progresso generale.
Ho dunque dato all'Imperatore ciò che all'Imperatore appartiene e voglio dare pure agli elbani ciò che agli elbani spetta. Sono in numero di 20,000; un popolo pacifico, con usi e lingua prettamente toscani e senza caratteristiche di genere nazionale. L'isola è troppo piccola (essa comprende poco più di 7 miglia quadrate) ed è sita troppo vicina alla terraferma per aver potuto sviluppare in sè un proprio spirito popolare. Non si trova traccia di usi côrsi in questa roccia così vicina alla Corsica, e di vendetta si son riscontrati casi solo nei tempi antichi; oggi di essi non c'è più esempio. Il bandito côrso si rifugia solo nell'estremo bisogno all'Elba, dove egli non può rimanere. Un particolare comune ai due popoli isolani è l'ospitalità.
L'Elba conta le seguenti località: Portoferraio (il porto del ferro), la fortezza Longone e la marina di Porto Longone, Marciana con la marina, Poggio, Campo, Capoliveri, Pila, Sampiero, Rio con la marina, Sant'Ilario.
I paesi hanno un aspetto scuro e fosco, come quelli della Corsica, perchè sono costruiti con pietra naturale. Anche questi stanno sulle alture, a causa dei barbareschi, e sono difesi da torri. Dove il mare è prossimo, si sono formati dei luoghi di approdo che si chiamano appunto marine. Molto fruttifera e bella è la campagna nella valle che si stende dai monti di Marciana, a destra del gran golfo, sino a Porto Longone: essa attraversa l'isola per gran parte della sua lunghezza e forma un contrasto magnifico colla selvaggia imponenza dei monti. Questi raggiungono la loro massima altezza sopra Marciana, col Cavanna, che è alto quanto il Vesuvio. L'isola degrada assai verso la costa d'Italia. Dalla riva della Corsica, l'Elba appare come un solo monte di roccia, di magnifica doppia forma piramidale, poichè sono appunto le rocce di Marciana che sono rivolte verso la Corsica; dalla costa italiana, invece, si vede la parte più bassa distesa verso Piombino, ove si trovano riuniti i maggiori tesori dell'isola: il ferro e le frutta.
I monti di Marciana sono molto ricchi di granito e di marmo, di alabastro, di cristallo e d'altre pietre. La località di Marciana ha le migliori castagne; olive ce ne sono poche e cattive, così pure la penuria di legno è forte ovunque. Dappertutto crescono i limoni e specialmente ricercati sono quelli di Campo. Anche il vino vi è in abbondanza; il migliore lo ha Capoliveri, ove si fa un aleatico che eguaglia quello della Toscana. Nella grande vallata cresce molto il granturco. Per tal modo niente manca per vivere al popolo in questo attraente e mite paese, poichè, oltre alla fertilità dei giardini e dei campi, la terra gli ha dato anche i giacimenti inesauribili del ferro di Rio, ed il mare il suo sale ed i suoi pesci. Presso Portoferraio, gli Etruschi ed i Romani già prendevano sarde e tonni che si trovano colà in quantità stupefacenti. I pesci ed il ferro resero già nell'antichità a tutti i popoli che scorrevano avidi i mari dell'Elba e specialmente ai Côrsi, ai Fenici, ai Cartaginesi, ai Tirreni e ai Romani. L'isola si chiamava nell'antichità Aethalia, poi Iloa, e nel medio evo Ilva, donde è derivata l'Elba attuale.
Una buona strada carrozzabile conduce da Portoferraio per la valle sopra Capoliveri verso Longone, attraverso l'isola sino all'altra parte del mare. Si gira intorno al golfo sino a S. Giovanni, un piccolo sito con una capanna da pescatori, da dove le barche fanno il tragitto per Portoferraio. Ci mettemmo in una di queste barche e traversammo il golfo sino a S. Giovanni a vela spiegata, colla velocità di una freccia. Colà si sale un'altura, che è piena di avanzi di costruzioni romane e si discende poi giù nella valle dall'altra parte del golfo.
Qui esiste sulla marina una villa che è proprietà di un impiegato di Demidoff; io non mi ricordo forse di aver veduto altrove un sito più tranquillo. La graziosa casetta è circondata da un giardino con fiori ed aranci, in mezzo a colline di vigneti, e guarda sul bel golfo e su Portoferraio che le sta incontro e che di qui si presenta in un aspetto singolarmente seducente. Se si scende nella valle, è come se si passeggiasse in un giardino, in una campagna ricca e ridente, ove si vorrebbe volentieri trattenersi. Ovunque campi rigogliosi, verdi montagne, boschetti fioriti e di qua e di là il mare scintillante.
Un acquazzone ci obbligò, in mezzo alla valle di Capoliveri, a ricoverarci in una casa di contadini. Trovammo colà molti campagnoli, uomini e donne, occupati a preparare dei fichi da seccarsi. Ci offrirono pane, uva e vino nuovo, e poichè il mosto non ci piaceva, un vecchio andò a cercare un gran recipiente di terra, e ci versò da esso del vino rosso; era un ottimo aleatico del posto.
Noi riprendemmo il nostro cammino verso Porto Longone, col più bel sole (era di settembre) ed arrivammo a questo piccolo porto all'ora di mezzogiorno. La seconda città dell'Elba giace in una piccola baia, sotto rocce scoscese, sulle quali si eleva maestosamente la fortezza. Sulla spiaggia vi sono un paio di strade, sulle quali passano le onde, giungendo sin presso alle case. Qui regna una gran quiete ed un grande abbandono; alcuni bastimenti si cullano dolcemente sull'acqua; marinai e pescatori riparano delle barche capovolte e cantano una canzone monotona. Dappertutto vasi di fiori dinanzi alle finestre e sui balconi; più in là le piccole case si perdono addirittura tra i giardini rigogliosi, come le case dell'isola di Procida. Il suolo intorno a Porto Longone è più meridionale che intorno a Portoferraio. Colà l'aloè cresce in una magnificenza ed in una abbondanza che mi fecero stupire, poichè un intero viale di piante d'aloè, da ambo i lati della via carrozzabile, conduce per un'altura al porto di Longone. I loro cespugli di fiori, che somigliano a grandi candelabri, erano in piena fioritura. Io non aveva mai veduto prima, nemmeno nelle parti più meridionali della Corsica, tante aloè insieme; uno spettacolo simile lo vidi soltanto in Sicilia, ove una fila di queste piante, ordinate a caso dalla natura, conduceva al tempio di Segesta. Qui crescono anche le palme.
La fortezza di Longone a cui si giunge inerpicandosi per un piccolo sentiero, è costruita sopra un altipiano di una immensa roccia e, colle sue mura e le sue torri merlate, appare molto antica. Essa fu eretta dagli spagnoli, sotto Filippo IV e V. E' un fatto straordinario e curioso che questa piccola Elba sia stata divisa nello stesso tempo sotto tre diversi dominî; dappoi, mentre l'isola apparteneva al Principe di Piombino, questi cedette nel 1537 Portoferraio a Cosimo; il Re delle Due Sicilie per contro possedeva Porto Longone. Poscia, nell'anno 1736, tutta l'Elba, compreso Piombino, cadde sotto il regno di Napoli, e passò quindi nel 1801 al Regno d'Etruria, sino a che venne aggregata alla Francia nel 1805.
Gli Spagnoli rimasero molto tempo a Porto Longone, e ve n'è quindi rimasto il ricordo di essi ed anche oggi vi si adopera nell'apostrofe il «Don».
La fortezza è certo resistente, poichè la sua situazione la rende inaccessibile. Essa racchiude la città propriamente detta, un quadro deserto di distruzione e di abbandono. Una gran parte delle opere furono fatte saltare nel 1815 per ordine di Napoleone. La fortezza ha dovuto sostenere diversi attacchi, quando i Francesi combattevano anche qui gli Spagnoli, ai tempi di Luigi XIV. Un ufficiale della guarnigione toscana, presso la famiglia della quale passammo una bella ospitale giornata, ci fece vedere ciò che vi era di notevole. Egli era direttore della compagnia di pena, dalla quale egli ha raccolto i ravveduti in una scuola militare. Nel forte trovammo un piccolo gruppo di veterani toscani, dei quali alcuni conoscevano la Germania dai tempi napoleonici e vantavano tanto la bellezza delle sue regioni, come la nettezza delle sue case. Tutto ciò che il nostro ospite ci mostrò, dalla disposizione ed organizzazione interna della sua compagnia, alla sua amministrazione, e al suo codice penale, tutto era un vero modello di indirizzo militare; tutto aveva la sua regola ed ogni oggetto il suo posto assegnato, persino il ferro dei piedi ed il nerbo fatale.
Anche a Longone, Napoleone aveva un così detto palazzo, una casa non imponente, in cui egli scendeva tutte le volte che veniva a cavallo dalla sua capitale. La prossimità di questa fortezza gli si adattava in modo speciale. Egli soleva mangiare all'aperto, come racconta Valery nella sua descrizione dell'Elba, sotto il monte, seduto sopra un sedile scavato nella roccia (chiamato canapé) ove aveva piantato in semicerchio dei gelsi. Di là osservava con un cannocchiale i bastimenti che passavano, e le coste d'Italia.
Di fronte al golfo di Longone è situato il forte Fucardo, con un faro per i bastimenti che entrano in porto. Intorno son rive pittoresche e dalla parte di terra i monti più scoscesi, che in qualche roccia ricordano Capri, senza avere certamente quel calore meridionale nel tono dei colori. In questi luoghi romantici e deserti, prossimo alla strada che conduce alle miniere di Rio, è situato l'eremitaggio di Monserrato, fondato dagli Spagnoli.
Attraversammo col nostro ospite le roccie per giungere a Rio. La strada conduce per contrade deserte, traverso pianure e sorgenti. Una di queste sorgenti porta il nome di Barbarossa, non dell'imperatore tedesco, ma bensì del corsaro che attaccò e saccheggiò, nel 1544, Porto Longone. Il suo nome è ancora vivo in diverse isole del Mediterraneo, forse in tutte, poichè non ve n'è alcuna in quei paraggi che non sia stata visitata da questo che fu il più ardito di tutti i pirati.
Passammo così per diversi piani e diverse colline rocciose, sempre rallegrati da nuove vedute di roccie, valli e mare, sino a che non discendemmo a Rio. Qui rumoreggia giù dalle alture un ruscello che si scarica nel porto. Da esso il luogo ha preso il nome di Rio. Di questo torrentello, il più rapido dell'Elba, si dice che non abbia origine nell'isola, ma che provenga dalla Corsica, da dove poi proseguirebbe per canali sotterranei al disotto del mare, sino a tornare alla luce nel Rio. Le foglie ed i rami dei castagni, che l'acqua trasporta con sè, dimostrerebbero chiaramente la sua origine côrsa. Comunque sia, questa nuova Aretusa sembra potersi riferire, secondo il significato poetico, alla sorte di Napoleone.
Un'altra considerazione ancora congiunge le miniere di Rio alla Corsica; di qui fuggì una volta, nel secolo XV, Pietro Cireneo, scrittore conosciuto dei côrsi, di cui la vita avventurosa di fuggiasco è simile ad un romanzo; fuggendo dal patrigno, egli giunse ancora bambino a Rio e guadagnò la sua vita nelle miniere di ferro, aiutando a portare coi somari il minerale al porto.
Il terreno rosso sul quale camminavamo ci avvertiva che ci trovavamo su terra ferrugginosa; dappertutto nient'altro che questa polvere di ferro; le colline d'intorno, scure e rossicce, coperte d'innumerevoli arbusti d'aloè, i quali con le loro foglie rigide, di un colore di bleu acciaio, e terminanti in punte di spine, sembrano essere tanti fasci di pugnali e di spade. Tutto ciò che incontrammo aveva questo color di ferro, gli operai di Rio, tinti di rosso nei vestiti, nella faccia e nelle mani, ed anche i cani stessi, che ci venivano incontro. Il porto stesso, verso il quale scendemmo, era rosso di polvere di ferro; sulla spiaggia giacevano mucchi di minerale, che di là veniva poi caricato sui bastimenti.
Cercammo il direttore dei lavori. Egli era un tedesco, la qual cosa appresi con grande gioia. Solamente il tedesco è, fra i vari popoli, il vero minatore; egli solo è capace di scendere nel pozzo della vita e di scrutare negli antri bui della natura il suo più profondo carattere. Qui egli scava di continuo, sino a che trova il minerale puro, e, dimentico di sè, non ricorda la primavera che è di fuori. Talvolta egli dorme giù nel fondo, come Epimenide, o come l'imperatore Barbarossa nel Kyfthäuser, quel vecchio minatore tedesco dalla corona aurea e dalla lunga barba cresciuta traverso il tavolo, oppure come il Tannhäuser nel Venusberg (Monte di Venere).
Il signor Ulrich, un uomo marziale, un tedesco di buona lega, ci venne incontro; anche la sua stretta di mano era ferrea, la sua parola breve e decisa e la sua voce straordinariamente potente. Ci ricevette cordialmente, come suoi compatriotti, ci condusse ai lavori e ci spiegò la loro disposizione. Le miniere di ferro dell'Elba, che sono amministrate per proprio conto da una Società toscana, erano da poco tempo sotto la sua direzione. Egli le ricevette in condizioni miserrime; in pochi mesi le ha però tanto migliorate che già ora si può calcolare la produzione annuale a 35,000 tonnellate, mentre non producevano prima che solo 22,000 tonnellate. Giornalmente vengono estratte 120,000 libbre di ferro; in estate però i lavori languono, perchè la lavorazione dei campi reclama gli operai, i quali sono per la maggior parte di Rio. Nell'inverno i lavori procedono molto più alacremente.
Già dai tempi più remoti la miniera di Rio era sfruttata, pure essa rende ancor oggi moltissimo, è un monte di circa 500 piedi di altezza, tutto di materiale di ferro. Nelle sue vicinanze vi sono ancora altri giacimenti non meno ricchi, quelli di Terra Nera, di Rio Albano e quello della Calamita, un vero monte magnetico. Già gli Etruschi sfruttarono queste cave; essi portavano il materiale a Populonium, sotto il cui dominio l'isola giaceva e colà veniva estratto il ferro. La penuria di legna non permette all'Elba il lavoro di fusione ed anche oggi il ferro viene fuso in fabbriche nelle vicinanze dell'antica Populonium, oppure il materiale viene imbarcato per Napoli, Genova, Marsiglia e Bastia.
Il sig. Ulrich ci dimostrò quanto gli antichi e i loro successori avessero scialacquato con questi giacimenti. Delle intere colline di terra ferruginosa inutilizzata sono state ammonticchiate, coprendo i giacimenti di minerale. Questa terra sprecata però è tanto ricca di sostanze, sì da dare pur sempre un ottimo materiale. Il signor Ulrich prese una manciata di terra, dove noi stavamo, ce la mostrò e disse;—«Osservate, la terra che io prendo qui alla superficie, dà ancora un ferro migliore di quello che ottengono i francesi nell'Auvergne, dove gli scavi son ben più difficili». Qui il minerale si trova veramente sopra terra e per diverse miglia in giro si sta e si cammina sul ferro. Le miniere di Rio sono più ricche di quelle possedute dal Demidoff in Siberia, e, probabilmente, di uguali ad esse non se ne trovano.
I lavori si limitano ancora alla superficie, e di opere sotterranee, non vi è altro che due gallerie; con tutto ciò si vedono i più bei giacimenti di minerale allo scoperto. Chi s'immaginasse di trovare a Rio dei pozzi di gallerie, delle cave con tutti i romantici accessori dei minatori, come lo avevo immaginato io, prima di vedere questo straordinario monte di ferro, sbaglierebbe di molto.
Gettai uno sguardo nei dintorni; dappertutto vi era malinconia e le opere stesse, queste colline rosse e nere, la terra color di ferro e la polvere di ferro scintillante producevano l'effetto del deserto, come i campi di lava e di cenere di un vulcano. Una torre merlata guardava tristamente dall'alto di uno scoglio sulle miniere. Era la torre di Giove. Innanzi a queste sinistre miniere, dalle quale la furia della guerra ha portato ininterrottamente nel mondo spade, lancie e palle, e dalle quali sembra essere emersa direttamente l'età del ferro, come è stato cantato dal poeta, dovevasi innalzare un monumento a Napoleone, ponendo sul piedistallo quell'ordine del Re degli Etruschi, Porsenna, che, cioè, per l'avvenire il ferro dovesse soltanto essere adoperato per fare arnesi per l'agricoltura e per le arti pacifiche.
La bella leggenda mi fa ricordare un fatto storico dell'antichità greca, un'altra condizione di pace. Quando Gelone dettò ai Cartaginesi la pace in Siracusa, dopo la battaglia di Himera, una delle sue condizioni fu questa, che essi dovessero in seguito cessare dal far sacrifici a Moloc. Anche questa ordinanza avrebbe dovuto esser posta sul piedistallo di quel colosso di ferro da erigersi all'Elba: non più vittime da immolare al Dio Moloc!
Io non so, tuttavia, se una tale êra icarica verrà mai, e se le olive di Elihu Buritt metteranno radici. I popoli mi sembrano che siano moralmente poco più grandi di quello che erano ai tempi di Porsenna e di Gelone di Siracusa.—Tanto in onore del Moloc politico, quanto di quello religioso, le nazioni si combattono oggi come ieri, ed il fiore della loro gioventù si lascia mietere così tranquillamente, come se la vita umana potesse rinnovarsi centuplicata come l'idra.
Per questo ci separiamo dall'isola del ferro col grido di Porsenna: «Non più spade nè lancie, ma industria ed agricoltura, e non più sacrifici umani a nessun idolo».
SAN MARCO DI FIRENZE.
San Marco di Firenze.
Il convento dei domenicani in San Marco a Firenze, oltre ad avere un'importanza storica, ne ha una immensa dal lato artistico. Deve la prima al Savonarola, l'altra a due maestri esimî nella pittura, Angelico da Fiesole e Fra' Bartolomeo. La piazza sulla quale sorge il convento è ancor oggi, come ai tempi di Lorenzo de' Medici, uno dei ritrovi della vita artistica fiorentina, il terzo, dopo gli Uffizi ed il palazzo Pitti; colà infatti son riunite la galleria delle belle arti e la famosa scuola degli incisori su rame.
Ai tempi di Lorenzo, nella contrada di San Marco esisteva quel giardino dei Medici, nel quale si trovava la prima raccolta di sculture antiche, sotto la sorveglianza del vecchio scultore Bertoldo. Colà si riunivano i più forti ingegni di Firenze e tutto ciò che emergeva nelle scienze e nelle arti e ciò che era già arrivato alla celebrità e che godeva del favore di Lorenzo. Come i pittori andavano nella cappella Brancaccio, per imparare a disegnare dagli affreschi di Masaccio, così gli scultori venivano in questo giardino de' Medici, per studiare la scuola antica ed intrattenersi con Angelo Poliziano, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Da questo giardino si vedeva spesso andare Lorenzo, il Pericle di Firenze, nel convento di S. Marco, per chiudersi là in una cella e liberarsi dal dolce paganesimo. Qui si tenevano discorsi elevati, sull'anima mondiale di Platone, unendoli ad una ipocrita considerazione della successione di Cristo. Savonarola però si teneva in disparte, mormorando, e non rispondeva alle chiamate di Lorenzo.
Il convento era degno dei Medici; infatti lo avevano creato, a dir vero, essi stessi. La sua storia è in breve la seguente: il fondatore dell'ordine dei domenicani mandò in Toscana, nell'anno 1220, dodici seguaci; da questi furono fondati alcuni conventi, dei quali il più importante fu quello di Fiesole. Da quest'ultimo ebbe origine il convento dei domenicani di S. Marco. In origine questo era stato fondato, nel 1299, dai Silvestriani; però, al tempo della grande peste di Firenze, era decaduto. A San Marco scesero i domenicani da Fiesole indottivi da Cosimo dei Medici, che poco prima era tornato dal suo esilio di Venezia. Cosimo chiamò da Fiesole il celebre priore Antonino, il santo più grande del suo tempo. Egli era figlio dell'avvocato fiorentino Nicolò Pierozzi ed era nato nell'anno 1389. Nel suo sedicesimo anno di età era entrato nell'ordine dei domenicani a Fiesole, ove molto tempo dopo era divenuto priore. Cosimo lo indusse a trasferirsi a S. Marco, e ciò avvenne nel 1436, dopo che Michelozzo Michelozzi aveva ricevuto l'incarico di riedificare il vecchio convento dei Silvestriani. Egli demolì quasi completamente l'antico convento ed eresse una nuova fabbrica, imponente. Anche per Cosimo furono qui preparate due celle, come per un monaco, celle che si fanno vedere anche oggi, come quella di Savonarola, a titolo di curiosità storica. In questa solitudine, dice il padre Marchese, il priore Antonino fece udire al vecchio ambizioso, colla franchezza di un amico e coll'autorità derivantegli dalla santità della sua vita, quella verità che l'adulazione nasconde sempre al potente, ed è certamente dovuto al Santo, se Cosimo non divenne un despota comune.
Nell'anno 1443 fu terminata la fabbrica, e Cosimo fondò la celebre biblioteca di San Marco. Antonino divenne, tre anni più tardi, arcivescovo di Firenze. Egli morì nell'anno 1459, dopo essere stato ammirato da tutto il mondo per le sue virtù e dopo essersi interessato attivamente del miglioramento del clero.
Due grandi cortili ornano S. Marco; le lunette di questi cortili sono dipinte a fresco e contengono fatti della vita di Antonino dipinti da Gherardini, Dantini, Poccetti e da altri pittori. Tuttavia il tesoro maggiore del convento è rappresentato dalle pitture murali del Fiesole, il più antico maestro della scuola di Giotto. Quasi tutte le celle, la sala del capitolo, i corridoi ed alcune lunette dei cortili contengono sue pitture.
Con Fra' Angelico cominciarono quelle strane reazioni che il convento, tanto sollecito di riforme, intraprese contro lo spirito moderno della pittura classica italiana. La vita del celebre pittore fu narrata dal Vasari. Più particolareggiatamente fu però descritta da Vincenzo Marchese, un domenicano di San Marco. Questo erudito venne accusato di liberalismo da alcuni suoi confratelli dell'ordine, zelanti inquisitori, a causa del suo libro: «Lettere inedite di fra Girolamo Savonarola e documenti ad esso relativi»; e poichè si minacciava di mandarlo a Roma, si recò nell'anno 1851 a Genova ed è a capo della Società che cura ora la nuova edizione delle opere del Vasari nella «Raccolta artistica».
Nell'anno 1845 pubblicò i «Ricordi degli esimi pittori, scultori e architetti dei domenicani, con alcuni scritti sulle belle arti». Già nel XVI secolo il Razzi aveva scritto una storia dei celebri domenicani, contenente anche la vita di qualche pittore, scultore ed architetto di quest'ordine.
Il Marchese sembra abbia ripresa questa idea, ponendola in effetto. Le biografie che egli ci dà colla sua opera, cominciano con Fra' Ristoro e Fra' Sisto, celebri architetti del secolo XIII, che edificarono la bella chiesa dei domenicani di S. Maria Novella a Firenze. Con maggiori particolari però ha descritto la vita dei pittori Fra' Angelico e Fra' Bartolomeo; la sua opera termina con un capitolo sull'impresa del Savonarola per la riforma delle arti.
Strettamente connesso a questo lavoro sta l'opera più pregevole d'incisione in rame di Firenze, che fu cominciata sotto la direzione del Perfetti: «S. Marco, il convento dell'ordine dei predicatori di Firenze, illustrato ed inciso principalmente secondo le pitture del beato Giovanni Angelico, colla vita dello stesso maestro ed un compendio storico di detto convento», opera del padre Vincenzo Marchese (Firenze, edito a spese dell'Associazione Artistica, 1850).
In questo studio il Marchese magnifica Fra' Angelico con troppa esagerazione, paragonandolo ad un profeta, a cui fosse stata affidata la missione di rinnovare la morente pittura religiosa. Colle sue pitture egli doveva conseguire la stessa riforma morale del genere umano che avevano raggiunta Antonino e Savonarola per mezzo dei loro scritti e delle loro pubbliche azioni.
Non si sa esattamente dove Fra' Angelico nacque. Il Marchese ritiene che egli provenga da Castel di Vicchio nel Mugello, distante alcune miglia da Colle di Vespignano, la patria di Giotto. L'anno di nascita sarebbe il 1387; il suo nome era Guido. Dapprima imparò a Firenze a dipingere in miniatura, come suo fratello Benedetto che era abilissimo in quest'arte. Presto si sviluppò in lui una schietta inclinazione in senso religioso, che si delineò sempre più, in contrasto colle tendenze decisamente realistiche dell'arte fiorentina. Il Marchese paragona arditamente quest'artista geniale con Talete che coll'ispirazione dei suoi versi e dei suoi ritmi spianò a Licurgo la via per la sua legislazione, poichè nello stesso modo Fiesole ha appianato al suo amico Antonino, co' suoi quadri, la strada per la riforma.
Nell'anno 1407 i due fratelli entrarono nell'ordine dei domenicani di Fiesole ed ivi vissero qualche tempo, sino a che la discordia papale non raggiunse anche questo. Guido, ossia Fra' Giovanni, come ormai era chiamato, peregrinò allora da Foligno a Cortona, ove dipinse molto secondo la maniera di Giotto, Spinello e Simone da Siena; e, dopo un'assenza di circa 4 anni, tornò a Fiesole. In seguito fu chiamato, nel 1436, al convento di San Marco, fondato da poco, per ornarlo di pitture. Ciò avveniva nello stesso tempo che Masaccio dipingeva le cappelle della chiesa del Carmine, Brunelleschi edificava la cupola del Duomo, Ghiberti approntava le porte del Battistero e Donatello e Luca della Robbia gareggiavano nella scultura.
Poichè a Fra' Giovanni, benchè avesse gran finezza nel dipingere, mancava ancora il disegno, la prospettiva ed il perfezionamento nei chiaroscuri, egli pure studiò dapprima le pitture del Masaccio e molto imparò da questo artista geniale, che di lui era assai più giovane.
A quest'epoca appartiene la grande pittura della sala del capitolo, che egli compì in S. Marco e che è una delle più belle che siano state fatte nel secolo XV, il suo capolavoro, l'ultimo fiore della scuola di Giotto; il soggetto ne è la passione, con santi in adorazione da ambo i lati. Il carattere dei due ladroni vi è riprodotto con molta perfezione. La testa del Cristo ha sofferto; i suoi tratti non son più precisamente riconoscibili. Ai piedi della croce sta, a sinistra, un gruppo di sorprendente eloquenza: la madre che sta per cadere in deliquio, abbandonando la testa e le braccia; la Maddalena, in ginocchio a lei dinanzi, la stringe al petto con ambe le braccia, i biondi capelli sciolti le cadono sulle spalle. Giovanni ed una delle donne sostengono Maria. Difficile sarebbe raffigurare più semplicemente l'altissimo effetto tragico; la sublimità agisce qui direttamente per la grandezza della natura interna. Non si trova nè nel Perugino, nè nel Francia, che pur furon maestri nell'arte di commuovere, una tale elevatezza.
Gli antichi non sono in genere più perfetti in questo senso. La loro grande e sicura concezione della vita spirituale è la loro gloria indistruttibile; essi sono epici e popolari, quelli di poi musicali e drammatici. L'immagine del dolore diviene più tardi sempre più ricca, ma anche più violenta ed unilaterale. Anche le altre figure sono importanti; messe del tutto naturalmente e senza legami da ambo i lati, agiscono solamente per la loro singola espressione. Esse rappresentano santi, ecclesiastici, vescovi o fondatori d'ordini, come Domenico, Bernardo, Francesco, Ambrogio, Tommaso d'Aquino, Agostino. Il colorito è molto spirituale, secondo la maniera di Fra' Angelico.
Quantunque egli abbia dipinto ancora molti altri quadri eccellenti, in nessuno ha tuttavia raggiunto una tale grandezza ed una tale forza, poichè questa manca talvolta nelle sue impressioni che divengono deboli causa appunto la loro soverchia delicatezza. Nell'Accademia delle Belle Arti, che possiede un gran numero di quadri del Fiesole, due vengono considerati quali i più eccellenti: la Deposizione dalla Croce e l'Estremo Giudizio. Quella è squisita per la profondità dei sentimenti e la soavità dei colori, questo non è invece una composizione di grande rilievo.
Fra' Angelico è più debole di tutto nella raffigurazione dell'inferno; la sua natura è troppo fanciullesca, per aver potuto creare delle figure diaboliche. I suoi diavoli eccitano solo il riso, non incutono spavento, egli rappresentò l'inferno in sette compartimenti, secondo Dante, ed in fondo vi dipinse pure Lucifero, che dilania con le sue tre fauci Giuda, Bruto e Cassio. Anche Angelico dipinse sotto l'influsso di Dante che era il compagno di Giotto, ed il Giotto della poesia.
La «Divina Commedia» ha d'altronde ispirato tutti i pittori, a cominciare da Giotto. Essa infiammò la fantasia degli artisti e la riempì di visioni sublimi e di idee poetiche; i loro quadri erano già stati abbozzati nelle composizioni dei versi di Dante; e molte scene dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso attendevano solo di essere tradotte in colori, per divenire quadri viventi. Io credo, in generale, che, senza Dante, la pittura religiosa d'Italia non avrebbe potuto svilupparsi così presto e raggiungere tale altezza.
Il dominio della sua poesia sull'arte della pittura durò per tutto il XIV ed il XV secolo, sino a che fiorì la pittura religiosa. Anche Michelangelo, l'ammiratore entusiasta di Dante, si conformò a lui, nello stesso modo come prima di lui vi si era conformato Luca Signorelli nel suo Estremo Giudizio nel Duomo d'Orvieto, che Fra' Angelico aveva cominciato a dipingere. Si trovano pure soggetti tratti da Dante, dipinti da vari maestri in molte chiese, come ad esempio l'Inferno ed il Paradiso dell'Orcagna, nella cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella.
Insieme con la «Divina Commedia» anche «I trionfi» del Petrarca hanno avuto una grande influenza sulla pittura; ciò c'indica, fra i molti altri quadri, l'Orcagna stesso col suo «Trionfo della Morte» nel Camposanto di Pisa.
Fiesole dipinse in S. Marco anche la discesa di Cristo nel Limbo, dal quale egli trae i patriarchi: un quadro di grande finezza di colori. Non meno interessante è la sua «Adorazione dei Re Magi», uno dei pochi suoi quadri, nei quali sviluppa una certa gaiezza e varietà mondana. Questo soggetto è stato trattato spessissimo e con grandissimo amore. Per i pittori della scuola religiosa non vi sono che poche stoffe di maggior attrattiva e in quanto a ricchezza della vita poetica esso li sorpassa tutti. I contrasti sono sorprendenti, chiari e naturali: il figlioletto di un artigiano in una stalla, bue ed asino alla greppia; questo bambino vengono ad adorare i potenti della terra, conducendo sì lunghi corteggi di alabardieri e paggi riccamente vestiti, che portano oro e gioielli. Uno di questi re è sempre un vecchio di aspetto venerabile, e quando questi s'inginocchia dinanzi al bambino, la poesia della scena è ingrandita dal contrasto delle età. Il secondo re generalmente ha una faccia da moro, il terzo è di bella complessione, giovane e nobile, di guisa che i vecchi pittori sembra abbiano voluto rappresentare le tre parti del mondo. A questo si aggiunga la misteriosa lontananza dalla quale i re favolosi sono venuti, il buio della notte, la stella che porge spesso occasione di aggiungere al corteo un paio di astronomi, e si avrà nel tutto una fantastica novella orientale, nella quale si scorge l'influenza delle crociate.
La pittura toscana è ricca di immagini di questo genere. Due quadri magnifici di questa specie, di Domenico Ghirlandaio e Filippino Lippi, si ammirano negli Uffizi; due altri, capolavori della massima bellezza, li dobbiamo agli scolari di Fra' Angelico, Gentile da Fabriano e Benozzo Gozzoli. Il quadro di Gentile si trova nell'Accademia delle Belle Arti, quello di Benozzo nella Cappella Medici al palazzo Riccardi. Qui egli dipinse degli affreschi che, insieme con le sue pitture ammirate nel Camposanto di Pisa, appartengono alle migliori produzioni del suo tempo. La sua rara universalità si scorge già qui; egli abbracciò tutti i generi della pittura, dal paesaggio all'architettura, dalla figura agli animali, e tutto con una meravigliosa armonia. Nella suddetta cappella Riccardi egli dipinse i viaggi suntuosi dei re; a cavallo, a piedi o sul cammello, essi traversano in schiere interminabili ridenti pianure, monti e valli.
Fiesole, dal quale Gentile e Benozzo impararono, rimane col suo quadro al disotto di loro; egli non ha quella magnificenza solenne e quella ricchezza festiva che i suoi discepoli seppero rappresentare.
Molti altri quadri che egli dipinse in S. Marco meritano di essere ricordati, l'Orazione nell'orto, il Battesimo, l'Incoronazione della Vergine, dove si ritrova l'ascendente di Dante, ed il suo Cristo in pellegrinaggio; ma basta di essi. Tutti dimostrano la stessa semplicità di mezzi, la medesima concezione fanciullesca e la più profonda religiosità. Persino i suoi colori, dove predominano il bianco, il celeste ed un rosso pallido, si devono chiamare fanciulleschi. Le sue figure più attraenti sono spesso quelle eseguite in piccolo, quasi in miniatura; esse sono molto graziose e di finezza ammirevole come, fra le altre, gli angeletti di uno schizzo di altare negli Uffizi e le figure sul reliquario di Santa Maria Novella.
Fra' Angelico morì a Roma il 18 marzo dell'anno 1455; Nicolò V che lo aveva chiamato colà per dipingere in Vaticano, gli fece erigere un monumento sepolcrale nella chiesa della Minerva.
L'epigrafe lo eguaglia ad Apelle, al quale hanno avuto l'onore di essere stati paragonati molti pittori. Egli è stato l'ultimo grande maestro della scuola di Giotto; i naturalisti Maselino e Masaccio posero fine ad essa e crearono l'indirizzo moderno della pittura. La scuola antica che conduceva alla rappresentazione del nudo coll'ammirazione delle forme della natura umana, doveva trovare il suo completo svolgimento nel Tiziano, in Giulio Romano, nel Correggio e nel Michelangelo.
Allora dal chiostro di S. Marco, che aveva trovato nel Fiesole un difensore così convinto della pittura religiosa, venne nuovamente una reazione contro la scuola moderna e paladino ne fu Savonarola.
Egli combattè i Medici che avevano promossa la scuola antica, appunto con le loro stesse armi. Essi avevano fondata l'Accademia platonica ed erano pieni di ammirazione per il paganesimo; ma Savonarola stesso era un mistico platonico, come lo erano Lorenzo, Pico, Poliziano, Marsilio Ficino e molti altri.
Il priore di S. Marco teneva delle prediche platoniche sull'essenza del bello e tuonava contro le nudità dell'arte appunto da quel pulpito, di fronte al quale erano la sepolture dei suoi amici Pico della Mirandola e Angelo Poliziano. Il Marchese riporta un discorso del Savonarola, nel quale questi considera il bello platonicamente come l'anima e l'idea del buono. In forza di questa teoria egli sollevò una guerra fanatica contro la scuola antica e le arti che, volte alle cose mondane, a parer suo, traviano la razza umana. La violenza della sua parola scosse molti artisti che sino ad allora avevano dipinto o scolpito allegramente, e si videro l'eccellente Sandro Botticelli, Cronaca, Robbia, Bartolomeo, Lorenzo di Eredi e molti altri abiurare pentiti il loro paganesimo ai piedi del priore. Solo Mariotto Albertinelli e lo strano Piero di Cosimo non si lasciarono turbare, e restarono pagani ed avversari convinti del Savonarola e della sua setta morale.
Il 21 febbraio 1497 furono portati, al suono delle trombe e dei tamburi, tutti gli emblemi della mondanità sulla piazza della città. Ivi fu eretto un albero con molti rami, ai quali furono attaccati i ritratti delle più belle fiorentine, capolavori della pittura, nudi bellissimi, sculture di divinità, libri di musica, arpe e liuti, cembali e violini, carte, abiti di seta e di velluto; gli oggetti più costosi d'oro e d'avorio, ed anche le poesie del Petrarca e del Boccaccio si videro appese a quei rami. Gli esecutori di questo tribunale fanatico, che doveva giudicare le umane vanità, avevano perquisite le case, ed erano anche stati loro consegnati timorosamente, ed a titolo di penitenza, liberamente oggetti d'arte ed oggetti preziosi d'ogni genere. Un negoziante veneziano che si trovava appunto a Firenze e che non aveva scrupoli sull'essenza morale del bello, venne nell'idea ragionevole che sarebbe stato meglio vendere questi oggetti così preziosi per il commercio, anzichè bruciarli. Egli offrì così per tutte quelle vanità mondane la modesta somma di 20,000 scudi. In seguito a ciò, la Signoria lo fece senz'altro prendere, mettere sopra una sedia e ritrattare da un pittore platonico e il suo ritratto fu posto in cima al rogo. Così fu bruciato quest'albero con tutti i suoi tesori, in mezzo al giubilo della folla. Ciò avvenne sulla piazza stessa, ove un anno dopo fu arso il grande fanatico.
La morte del Savonarola rese inconsolabili gli artisti, suoi adepti. Molti smisero di dipingere, tra i quali anche Baccio della Porta, che rinunziò al mondo in segno di cordoglio e prese nel 1500 la tonaca dei domenicani. Baccio, o Fra' Bartolomeo come si chiamò da allora, restò sei anni immerso nel dolore e non toccò i pennelli. Dipoi, si rinfrancò e cominciò le sue pitture religiose sulla esortazione dei suoi fratelli dell'ordine. Ciò avveniva al tempo, in cui Raffaello tornava per la seconda volta a Firenze. Egli strinse amicizia con Fra' Bartolomeo ed imparò da lui il disegno ed i colori; sotto l'ascendente di lui fu iniziata la sua Madonna del Baldacchino, mai terminata, nella quale si riscontra chiaramente lo stile di Bartolomeo. Questi si formò a sua volta sulla maniera di Michelangelo e di Leonardo da Vinci, e molto lontano dal dipingere nella maniera dolce e delicata del Fiesole, divenne precisamente in S. Marco l'opposto del suo predecessore. La scuola di Giotto era vinta. Bartolomeo dimostrò quanto lo studio della plastica avesse influito sulla pittura; le sue figure sono spesso grandiose come quelle di Michelangelo e quasi statuarie, come specialmente il suo evangelista Marco nella galleria Pitti.
Egli morì nell'anno 1517; ci ha lasciato un ritratto del Savonarola, che ci rende in modo caratteristico la figura fanatica di questo profeta del Rinascimento. Poichè per quanto alto fosse il volo dei pensieri di quest'uomo straordinario, egli rimase pur sempre un monaco e più precisamente un domenicano.
In quel tempo stesso, nel quale Fra' Bartolomeo dipingeva in S. Marco, giaceva prigione colà in una cella un altro fervente ammiratore del Savonarola, il pittore in miniatura Fra' Benedetto. Nulla si conosce delle pitture di quest'uomo singolare; egli ci ha però lasciato una poesia originale, che compose nella solitudine della sua prigione. Questa è la più vecchia poesia epica sul Savonarola, del quale racconta la vita e la morte. Il suo titolo è: «Il Cedro del Libano». Il Marchese l'ha recentemente pubblicata di nuovo: Il «Cedro del Libano, ovvero la vita di Girolamo Savonarola, descritta da Fra' Benedetto in Firenze nell'anno 1510». Molti coetanei hanno scritto la vita del Savonarola, dice il Marchese, come Burlamacchi ed il Conte Francesco di Mirandola, ma quantunque essi conoscessero Savonarola, non possono aver goduto la sua intimità e la sua amicizia, come fu concesso a Fra' Benedetto per tre anni, durante i quali egli convisse col maestro in S. Marco. Lo stesso Savonarola lo aveva vestito dell'abito dei domenicani e questo suo discepolo soffrì ed operò molto per lui, e lo difese dopo la sua fine con un amore ed una costanza che gli valsero dapprima l'esilio e dopo molti anni di prigionia nel suo chiostro; un uomo singolare, il tipo del quale può solo avere riscontro in quei paladini del medio evo, senza macchia e senza paura, che furono cantati in versi immortali dall'Ariosto e dal Tasso.
Con ragione il Marchese annette un'importanza storica a questa poesia, poichè essa riporta fedelmente gli avvenimenti, di cui l'autore fu spettatore nella maggior parte coi propri occhi; credo perciò che valga la pena di tradurne alcuni brani, non prima però di aver dato qualche notizia della vita del poeta semplice.
Fra' Benedetto nacque nell'anno 1470 a Firenze. Suo padre Paolo era orefice, sua madre era, come egli stesso dichiara, una donna di spirito e ardita. Dapprima condusse una vita dissoluta, dopo però fu così conquiso dalle prediche del Savonarola, che entrò nell'ordine di San Marco. Era da tre anni nel chiostro, quando il giorno 8 aprile 1498 il furore popolare si sollevò contro il riformatore. Fra' Benedetto lottò insieme con altri monaci e partigiani del Savonarola con grande eroismo. Per caso anche Baccio della Porta si trovava quella sera nel convento; spaventato dalle grida del popolo e dall'infuriare del combattimento egli si nascose. Benedetto invece salì sul tetto della chiesa, alla quale era stato appiccato il fuoco, ed accoppò con pietre tanti nemici, quanti ne poteva raggiungere. Savonarola lo scorse e lo chiamò, scongiurandolo di deporre le armi; anche, allorchè il profeta si consegnò liberamente ai suoi nemici, Benedetto volle dividere la sua sorte, ma Girolamo glielo impedì.
Quindi egli racconta che fra i seguaci del maestro, Malatesta Sacromoro da Rimini fece da traditore, poichè questi consigliò Savonarola a consegnarsi al popolo, mentre che quegli (Fra' Benedetto) lo aveva scongiurato invano di imitare Paolo, calandosi con una corda e cercando il proprio scampo nella fuga.
Savonarola e Domenico furono tratti nel palazzo della Signoria; Silvestro si era intanto nascosto in convento. Anche questi però fu tradito il giorno di poi da Malatesta. Tutti e tre furono arsi il 23 maggio.
Benedetto fuggì dapprima a Viterbo, poscia cominciò però a provar rimorso di aver rinnegato anche solo per poco tempo il ricordo di Savonarola; egli tornò quindi a Firenze e cominciò a difendere coraggiosamente le dottrine del suo infelice maestro, quantunque dovesse affrontare la vendetta del partito avverso. Egli non risparmiava nessuno ed attaccò anche papa Alessandro VI. La conseguenza di ciò fu che dapprima fu scacciato dal chiostro e dopo vi fu imprigionato. Non è certo se egli abbia sofferto qui sino alla fine della sua vita. In prigione egli scrisse in difesa di Savonarola, su argomenti di teologia ed infine «Il Cedro del Libano».
Questa schietta poesia è scritta in terzine e si compone di undici capitoli. Non ci si attenda nessuna bellezza poetica da lui; essa è però degna di nota per la fedeltà, colla quale distingue gli avvenimenti e ci dà un'idea della vita di quel tempo. La catastrofe stessa è descritta in modo vivo ed indubbiamente esatto.
Dopo un esordio a guisa d'orazione, l'autore racconta gli avvenimenti della propria vita:
Nato di umili natali nella città dei fiori nell'anno 1470 nella contrada di S. Croce, ecc. ....................
Benedetto passa a descrivere poi la corruzione del suo tempo; la pace regnava in tutto il mondo, ma il demonio seminava il male, il popolo era pieno di peccati vergognosi, la lussuria e la violenza erano generali. Regnava Alessandro VI, grande per cupidigia e libidine, ed ogni prete lo prendeva ad esempio.
In questo tempo il Signore aveva mandato nella mia città un servo devoto, chiamato Girolamo, ecc. ....................
Il poeta racconta ancora, che un giorno sua madre, commossa dalla parola del Savonarola, lo eccitò ad andare alle sue prediche. Per quanto questo invito gli sembrasse duro, egli cedette finalmente ed andò nella chiesa di San Marco. Qui si sedette tutto vergognoso ed in silenzio tra gli uditori, suscitando la meraviglia della folla che non attendeva di veder ivi l'uccello goditore. E qui egli fa entrare in iscena il Savonarola che tiene una predica, come il Lenau fa nel suo romanzo del Savonarola.
Quando venne il mio profeta, Savonarola, egli montò umile sul pulpito ed io rimasi attento alle sue parole, ecc. ....................
Prosegue poi in questo tono. E' la predica sull'arca di Noè: Benedetto ne ricevè una così profonda impressione sulla coscienza che fuggì subito in luogo remoto, dove cominciò con sè stesso un dialogo, in cui sono contenute delle chiare accuse.
E piangendo me ne andai, gettando lungi da me il mio essere leggero e dissoluto e la mia chitarra da sventato.
I suoi antichi compagni lo dileggiano e lo dicono ipocondriaco, lo invitano ai divertimenti, gli dimostrano come egli sia amato da tutti ed abbia molti amici e come nulla manchi alla sua vita. Non basta che i suoi camerati lo tormentino, anche i suoi sensi vengono finalmente indotti in tentazione ed egli li presenta quali persone:
L'occhio disse: Io non so che tu pensi; mi hai abituato a scorrere libero e libertà io voglio, perchè questa mi si conviene. L'orecchio mi disse, ecc. ....................
Ma Savonarola lo conforta nella sua conversione ed egli inizia il principio della sua santa vita, assumendo per alcuni mesi il posto d'infermiere e di becchino in un ospedale. Il demonio lo tormenta tuttavia continuamente, nondimeno egli lotta valorosamente ed entra finalmente nel suo venticinquesimo anno d'età nell'ordine.
Come Bartolomeo aveva raffigurato in colori Savonarola, così lo descrive Benedetto in versi:
Piccolo di corpo, ma tutto salute; di membra minute, ecc. ....................
Seguono i giudizi sull'animo suo, che si possono facilmente immaginare, ed un piccolo accenno alla sua operosità; quindi un intero episodio sul genere del Klopstock, nel quale il poeta fa cospirare i demoni contro Savonarola:
Il superbo Lucifero, il principe dell'Inferno, quando si accorse quali frutti raccoglieva il sacerdote, abbaiò forte come una bestia dilaniante, ecc. ....................
Lucifero racconta in seguito ciò che egli abbia fatto di male dalla sua caduta dal cielo, come egli abbia scacciato Adamo dal paradiso, piegando sotto il suo dominio tutte le creature, come il popolo di Mosè si sia dato all'idolatria per effetto della sua preparazione e come egli abbia mandato fuori tutti i diavoli, per sterminare la fede, dopo la venuta di Cristo nel mondo:
E voi mentitori, sudicia razza di cani, non mi avete estirpato la fede. L'uno dice: oggi ancora lo faccio; l'altro: domani, ecc. ....................
Per ordine di Lucifero i demoni partono con grida orribili. La loro opera si vede presto nella persecuzione del santo uomo, specialmente per parte dei Minori di Santa Croce, che gli interrompono in ogni modo la predica, aizzando il popolo contro di lui. Quindi Benedetto descrive l'assalto di S. Marco dell'8 aprile 1498.
Era di domenica, il giorno delle palme, quando Firenze si sollevò con grida selvaggie per prendere il frate vivo o morto, ecc. ....................
Egli narra in seguito come venti soli amici del Savonarola respinsero gli assalitori, uccidendone il capo e scacciarono tutta la turba per tre volte. Tre volte tornò la folla inferocita all'assalto.
I nemici appiccarono ora il fuoco alle porte della chiesa e del convento. Il profeta era strettamente attorniato dai suoi confratelli col Sacramento, ecc. ....................
Segue il discorso di conforto e di avvertimento del profeta, col quale egli annuncia ai confratelli che ha deciso di rimettersi spontaneamente nelle mani dei suoi nemici, in seguito al consiglio datogli da Malatesta con perfida parola.
Io vidi coi miei occhi com'egli si consegnò ai nemici col compagno Domenico e com'egli si rimanesse calmo e sereno in mezzo al popolo furente che lo minacciava, ecc. ....................
Benedetto narra quindi come dopo la morte del Savonarola, i suoi seguaci rinnegassero la sua memoria ed abbandonassero vergognosamente la sua bandiera.
Non uno a dir vero gli restò fedele ed io stesso ho cominciato a tentennare. Il mio raffreddamento fu però corto e presto tornò il mio ardore, ecc. ....................
L'ultimo capitolo contiene una lamentazione sulla fine del profeta e vi si narra in qual modo morisse. Poi la poesia, alla quale doveva seguire indubbiamente un'altra parte, termina, con un'invocazione al Savonarola, di ricordarsi della sua promessa e di proteggere il povero autore.
Il Marchese, al quale dobbiamo la pubblicazione di questa vecchia poesia, non ha scritto nessuna storia speciale del Savonarola, ma ha aggiunto una descrizione della sua vita all'opera pregevole già ricordata sugli affreschi di S. Marco. E' interessante conoscere come un domenicano oggi vivente parla dell'antico priore del suo convento. Egli dice dapprima: il lettore vedrà, come un uomo, che era forse il più grande dei suoi tempi, abbia incontrato una fine tremenda. Egli apprenderà, come non valsero a risparmiarlo, nè la nobiltà del suo spirito, nè la santità della sua vita, nè l'elevatezza del suo scopo. Egli conoscerà quali speranze morirono con lui e quali furono gli amari frutti della sua morte, e come patiboli e roghi non fossero bastevoli a spegnere la sete di vendetta nei suoi avversari, vendetta che infuriò ancora sul suo cadavere e sulla sua memoria. Pur nondimeno il suo nome risplende oggi onorato, dopo che le ire furon sepolte per sempre, ed è caro a tutti coloro che sono amici non paurosi della verità. Quest'uomo grande ed infelice è Fra' Girolamo Savonarola.
Importanti come aggiunta ad una storia del Savonarola sono le lettere ed i documenti che riguardano quest'infelice riformatore, pubblicati dallo stesso Marchese. Tra esse ve n'è una alla madre sua, Elena Buonaccorsi, al suo amico Domenico, a sua sorella Beatrice, a Pico della Mirandola, e tra i documenti anche lo scritto di Luigi XII al Governo di Firenze, nel quale questo re prega per una proroga all'esecuzione della sentenza del Savonarola. Alla fine della sua introduzione alle raccolte il Marchese dice: «Qui terminiamo le nostre pazienti ricerche sulla vita e la morte del Savonarola, coll'augurio che possa presto sorgere uno scrittore prettamente cattolico, diligente e giusto, che libero da tutti i pregiudizi di sètte politiche e religiose, ci presenti finalmente il vero tipo di questo grande, che in un tempo difficile e corrotto raggiunse una fama tanto alta, che nemmeno le calunnie di quattro secoli poterono scemare».
Il desiderio del Marchese è stato esaudito, poichè Pasquale Villari, professore di storia a Pisa, ha pubblicato un'opera pregevolissima, «La storia di Girolamo Savonarola ed i suoi tempi».
La campagna dei volontari
intorno Roma.
La campagna dei volontari
intorno Roma.
Nell'autunno 1866 l'Italia era in preda ad un eccitamento eguale a quello dell'anno 1859. L'Austria, l'ultima rappresentante della potenza imperiale tedesca, aveva dovuto cedere alla nazione italiana anche l'ultimo resto dei suoi possedimenti italiani. Il 19 ottobre, il giorno in cui gli Austriaci salparono per Trieste, e gli Italiani entrarono a Venezia, fu uno dei più felici e lieti giorni della storia d'Italia; esso segnò il ritorno della nazione italiana alla sua indipendenza dopo una schiavitù di più di tre secoli.
Gli Italiani dovevano questo grandioso risultato ai fatti d'arme della Prussia. Il potente legame d'alleanza, a cui essi avevano serbato fedeltà in momenti, nei quali avrebbero avuto la tentazione di abbandonarlo, fece sì che essi riuscissero come vincitori dalle sconfitte del loro esercito e della loro flotta.
Dopo la cessione di Venezia, l'Italia formò di nuovo una nazione sola, non essendo la sua unità più turbata che da Roma. Soltanto qui risiedevano ancora truppe straniere, l'esercito d'occupazione di Napoleone. Ma la posizione del Papato, che si appoggiava all'Imperatore francese, doveva ora mutarsi.
L'Austria aveva finora coperto il Vaticano dal Po; il formidabile quadrilatero era la trincea più valida del Vaticano. Ora essa era caduta e si era sciolto il legame di reciproci interessi che aveva fin allora tenuto avvinti il Papato e la Dinastia degli Absburgo. L'Austria cessò la sua politica italiana e con essa necessariamente vennero meno i suoi obblighi verso Roma. L'Italia poi, liberata dalla pressione dell'Austria, rafforzò l'alleanza colla Prussia, la quale era divenuta la prima potenza del continente, fiaccata la Francia, e inseguiva ora in Germania gli stessi ideali che aveva, in Italia, inseguito la Savoia.
Nell'autunno 1866 si sentì profetizzare che conseguenza di quegli avvenimenti doveva essere necessariamente la caduta del potere temporale dei Papi. Si avvicinava il momento in cui doveva cessare, secondo la convenzione del 15 settembre 1864, l'occupazione francese di Roma.
Ci si domandava se Napoleone si sarebbe attenuto strettamente a questa convenzione, cioè se avrebbe ritirato le sue truppe, e, nel caso affermativo, che sarebbe avvenuto del Papato. Sarebbero sufficienti le truppe pontificie, pochi reggimenti romani e pochi reggimenti stranieri, ad assicurare l'ordine nelle provincie dello Stato? Si diceva infatti che queste provincie si fossero legate con giuramenti segreti a sollevarsi al primo appello del Comitato Centrale mazziniano di Firenze. Per la difesa personale del Papa Napoleone aveva costituito la legione di Antibo. Questo corpo di 1200 uomini, in gran parte francesi, al comando del colonnello d'Argy, nel settembre 1866 era già sbarcato a Civitavecchia, ed era andato in guarnigione a Viterbo.
La caduta di Palermo in mano alle bande di Bentivegna (16 settembre), in cui potere rimase per 6 giorni, produsse in Roma un'impressione profonda: non poteva accadere qui alcunchè di simile dopo il ritiro delle truppe francesi? L'eccitazione divenne nell'ottobre assai acuta. Si parlava di diserzioni numerose nella legione di Antibo. Si sparsero notizie di un memorandum di Napoleone al Papa, nel quale costui, accennando agli eccessi di Palermo, proponeva che fosse accolta in Roma, dopo il ritiro delle sue truppe, una guarnigione italiana. Si parlava di dirette trattative fra Pio IX e Vittorio Emanuele per una riconciliazione.
Il 29 ottobre il Papa tenne un discorso ai cardinali, il quale fece cadere d'un tratto ogni speranza in questo senso. Pio IX protestò contro tutti gli atti del Governo italiano; anche, dopo la pace di Praga, non voleva saper nulla dei diritti della nazione italiana; considerava gli Italiani eretici ribelli, e finalmente esprimeva la sua risoluzione di lasciar Roma, se le circostanze lo richiedessero.
Vi era un partito di fanatici, che avrebbe voluto spingere il Papa ad andare in esilio. I Gesuiti desideravano la sua fuga non meno del partito democratico. Questo sperava di porre Roma a capo della Rivoluzione, e di proclamare la Repubblica in Campidoglio. Quelli non desideravano di meglio che di gettare l'Italia nell'anarchia coll'esilio del Pontefice, di suscitare le querele e gli aiuti dei cattolici di tutto il mondo, e finalmente l'intervento delle Potenze per ristabilire—possibilmente—lo Stato della Chiesa, come nell'anno di grazia 1815. Solo i moderati—e formavano la maggioranza—sostenevano concordi che il Papa doveva rimanere in Roma. Malgrado tutto essi speravano nella possibilità di un accordo col Papa, superando tutti gli ostacoli inerenti strettamente al sistema ecclesiastico—di un accordo con un Pontefice cui avevano tolto una gran parte dei suoi Stati, e la cui sede, Roma, era reclamata come capitale della nazione italiana. Si pretendeva un atto di sacrificio e di abnegazione da questo sovrano, un atto di cui la storia reale di nessuno Stato e di nessun monarca avrebbe potuto fornire un esempio! Il potere temporale è un principio antievangelico, ma è anche una condizione di cose che dura da oltre mille anni, e di tale importanza per la posizione del Papato, che questo dominio temporale potrà essere soppresso solo per mezzo di una riforma dei rapporti fra gli Stati europei. È vero che questa è già incominciata; ma finchè essa non sarà compiuta, nessun Papa intendenderà di rinunciare alla sua potenza temporale.
Il Governo italiano sembrava inclinato ad accettare trattative; esso affermava che, secondo gli articoli della Convenzione di settembre, non avrebbe, dopo il ritiro dei Francesi, nè attaccato il dominio pontificio, nè sopportato che altri lo attaccasse. Esso mandò truppe ai confini, per sorvegliarli, cioè per impedire che bande di volontari riuscissero a penetrare negli Stati del Papa. Intanto il Governo francese si dava pensiero di pareggiare la differenza del Debito pubblico dello Stato pontificio; e calcolava gli arretrati, per le provincie della Chiesa annesse all'Italia, in 12 milioni da pagarsi al Pontefice. Fece sapere al Governo italiano che era opportuno che mettesse all'ordine il partito d'azione, del quale si sapeva bene che, firmando la Convenzione di settembre, era intimamente risoluto a calpestarla alla prima occasione. Lo scopo dei democratici non era certo un segreto; avrebbe il Governo italiano autorità sufficiente per frenarne l'impeto? Dopo il ritiro dei Francesi essi volevano provocare la caduta del Papato e l'annessione di Roma all'Italia come sua capitale, facendo scoppiare la rivoluzione negli Stati pontificii e costringendo così il Governo italiano a rompere la Convenzione e marciare su Roma, sia col consenso di Napoleone, se egli voleva riconoscere per la seconda volta il fatto compiuto, sia senza, se egli intendeva di intervenire, e di opporsi all'esercito italiano.
Mentre il prossimo ritiro dei Francesi impensieriva la Curia e faceva sorgere in essa il dubbio, se fosse preferibile per il Papa, inerme di fronte alla rivoluzione, di abbandonare la città o di restarvi, i nazionali agitarono la questione: che cosa doveva fare il popolo romano in questo stato di cose. In novembre si pubblicò uno scritto: Il Senato di Roma e il Papa, che fu segretamente fatto pervenire agli ambasciatori, ai cardinali e ai notabili di Roma. Si risvegliavano in esso antiche idee di indipendenza municipale; le ombre di Cola di Rienzo, di Lorenzo Valla e di Stefano Porcari parlavano di nuovo ai Romani. Ma è dubbio se queste ombre apparissero in Roma per proprio conto, o, se, evocate in un gabinetto fiorentino, fossero poi mandate a Roma. Quello scritto cercava di dimostrare, rifacendosi a studiare la storia del Medioevo, che Roma non era mai stata in uno stato di sudditanza diretta e propria col Pontefice, che essa conservava ancora il suo diritto all'autonomia e che, ritiratisi i Francesi, si doveva ristabilire in Campidoglio il Senato e l'autorità municipale del popolo, e chiamare per plebiscito Vittorio Emanuele a farsi incoronare Re d'Italia in Campidoglio.
Ecco la chiusa di quel notevole scritto: «Passato è il tempo della violenza; le truppe francesi che per sedici anni hanno occupato Roma sono sul punto di abbandonarla; le milizie romane del papa vacillano: deboli per disciplina e per numero, esse sentono la vergogna di servire sotto un vessillo che non è quello della patria; le truppe mercenarie sono poche e malfide, e temono lo sdegno del popolo che mal tollera di vedersi limitato e impedito da una schiera di avventurieri l'esercizio di un sacro diritto. Il popolo romano vuole partecipare alla vita d'Italia; la gioventù si è già dichiarata, e alcuni patrizi si sono arruolati sotto la bandiera del Re. Tutti i cittadini infine vogliono pace, ordine, libertà, e non hanno intenzione di dipendere dall'arbitrio di cupidi condottieri o di pazzi ultramontani. Il Clero stesso, quel Clero romano, semplice, colto e virtuoso che non amoreggia con la Curia e con gli stranieri, desidera di unir la sua voce a quella di Milano e di Venezia. In una parola, la rivoluzione morale è compiuta. Se gli animi sono ancora tranquilli, se nulla è accaduto finora, ciò è perchè non si vuole in nessun modo turbare il tanto sospirato ritiro dei Francesi da Roma con un inopportuno movimento.
«Ma appena quello si sarà effettuato, tutta la cittadinanza dovrà, con la calma e la dignità proprie all'esercizio d'un inalienabile diritto, ristabilire il proprio municipio ed il proprio sistema amministrativo, allo scopo di difendersi, di mantener l'ordine per mezzo della milizia cittadina, e di annunziare al mondo la propria volontà. Il popolo romano, tornato padrone di se stesso, deve provvedere ai suoi destini per il bene proprio e della Patria ed esercitare il diritto che fu la massima politica della sua condotta e il sistema del suo Senato; diritto che ogni civile popolo europeo ha ormai ottenuto, e il nome del quale fu preso dai Romani medesimi: il Plebiscito! Il popolo romano si rivolgerà poi al Re d'Italia e gli dirà: Sire, venite a noi, a esaudire i voti dei nostri padri; venite a coronarvi coll'alloro che Dante, Machiavelli, Gioberti vi hanno promesso, e che voi avete ben meritato per il valore del vostro esercito, per il valore vostro e per il sangue di tanti martiri. Venite a coronare gli sforzi di tanti secoli, a realizzare il sogno di tante generazioni, ed a coronarvi sul Campidoglio con quella corona ferrea che avete conquistato sul Po. Noi Romani ci sentiremo felici, se saremo da oggi innanzi chiamati a difendere, insieme con tutti gli altri popoli d'Italia, questa corona, simbolo della libertà civile nell'indipendenza nazionale.
«D'altro canto, il popolo romano si deve rivolgere al Vaticano, e così parlare al Pontefice: Santo Padre, la rivoluzione italiana ha compiuto il suo corso e raggiunto il suo scopo. Ora essa si trova di fronte alla veneranda Basilica degli Apostoli, e vuole che voi sappiate che essa non vuol saccheggiarla, ne scuotere le fondamenta della Religione di Cristo, che è la religione di tutta Italia, e della quale voi siete il Primate, ma che anzi ha in animo di rendere a voi quella libertà che invano siete andato chiedendo a monarchi che unicamente sulla spada fondavano il loro diritto. Sotto l'egida delle leggi, all'ombra di una bandiera su cui sta scritto: Libertà della Chiesa e dello Stato, Voi potrete liberamente esercitare il vostro ufficio santo, non più circondato da armi straniere, ma difeso e sostenuto dalla reverenza e dall'omaggio di noi che, se non più Vostri sudditi, resteremo Vostri figli fedeli».
Questo scritto portava la data: Roma, il giorno dei morti; era firmato: Stefano Porcari, e, come luogo di stampa: Romae, ex aedibus Maximis 1866. Produsse una grande impressione; tutti i giornali ne parlarono, ed ebbe diffusione fino a Parigi.
Poco dopo apparve la circolare di Ricasoli del 15 novembre a tutti i Prefetti d'Italia; in essa il Gabinetto di Firenze dichiarava che avrebbe scrupolosamente rispettato la Convenzione di settembre; che il Potere temporale del Pontefice era divenuto una strana anomalia in mezzo alla civiltà del secolo presente, e che doveva essere trattato come ogni altra potenza secolare: il Papa solo, cioè, in Roma; che poi egli regolasse a suo piacimento i suoi rapporti col popolo romano, e questo i suoi rapporti con lui. In sostanza, la circolare diceva quel che aveva detto lo scritto del Porcari.
Parve ai papalini di vedere nelle parole di Ricasoli una provocazione. Essi consigliarono sempre più vivamente il Papa a partir per l'esilio. Secondo loro, egli doveva abbandonare Roma, andare a risiedere a Civitavecchia, circondato dalle sue truppe, ed aspettare là, seguendo l'esempio dei pontefici del Medio Evo che per lungo tempo si erano rifugiati in Viterbo o in altre città della provincia,—che un mutamento d'indirizzo, o una rivoluzione nella politica, lo richiamasse a Roma. Nel porto di Civitavecchia—gli dicevano i consiglieri gesuiti—si sarebbero radunate allora le flotte delle Potenze per difenderlo. In fatto accadde che in novembre si ancorarono in quel porto alcune navi da guerra francesi, spagnuole ed austriache. Così sembrava si volesse fare di Civitavecchia l'ultima tolemaide del Papato. Ma Pio IX tremava al pensiero di abbandonar Roma di nuovo. Doveva questo vecchio, giunto presso il termine dei suoi giorni, sfidare un'altra volta le amarezze dell'esilio e della fuga? Toccava all'imperatore Napoleone che aveva mandato a Firenze il generale Fleury di confermare il Papa nella sua convinzione di dover restare in Vaticano; là egli era debole; in esilio avrebbe potuto esser forte, ma si esponeva a un grave pericolo: la Francia cattolica si sarebbe certamente commossa, e con essa l'Episcopato tutto, compatta falange per la difesa del Papato minacciato. Si sparse anche la notizia che l'imperatrice Eugenia sarebbe venuta in Roma. Ma siccome questa principessa non poteva, come già Matilde di Canossa, porsi sulla breccia che il generale francese Montebello era sul punto di abbandonare, essa non sarebbe venuta che quale inviata del suo sposo (si diceva) per persuadere il Papa ad accettare l'articolo d'accordo che era stato formulato a Firenze, ed a rimanere, comunque, in Roma.
II.
Le truppe francesi erano a poco a poco ritirate dalle loro guarnigioni nella Provincia; esse venivano a Roma, per andare di qui ad imbarcarsi a Civitavecchia. Correva anche la voce, che il 4 dicembre il Papa stesso sarebbe partito per quella città, per visitare i nuovi lavori del porto e per risolversi circa una sua possibile residenza là, difeso dalle sue truppe. Molti dicevano che aveva intenzione d'imbarcarsi.
Si diffuse un foglio volante: Fra Giusto ai Romani. In esso si diceva che Roma era stata destinata dalla Provvidenza a fondere ed accordare la nuova civiltà coll'antica, la libertà colla fede, e ad emancipare l'umanità con un'opera di rigenerazione sociale e religiosa avente lo stesso carattere di eternità che avevano avuto il Diritto Romano e il Vangelo. La libertà romana, spoglia del materialismo pagano, e santificata dall'emancipazione cristiana, formerebbe la base dell'autorità ecclesiastica, cosicchè questa, liberata dalle forme materiali del principato, si svilupperebbe in tutta la purezza della sua nuova essenza spirituale. In calma dignitosa i Romani avrebbero ricevuto Vittorio Emanuele, il quale soltanto fra le mura di Roma poteva compiere l'opera sua liberatrice d'Italia. Questo idealista romano ammoniva i suoi concittadini a tenersi lontani da tutti i partiti estremi. E così terminava:
«La minaccia della fuga, che dei malvagi hanno voluto far pronunziare al Papa, non risponde alla bontà del suo cuore ed al sacro dovere del suo ufficio apostolico. Cristo l'ha solennemente dichiarato: la fuga si addice al capo di truppe mercenarie, non al pastore che deve aver cura del suo gregge. Pio IX è troppo profondamente conscio dei propri doveri per fuggir loro vilmente, o per permettere che le vie di questa sacra città siano macchiate col sangue dei suoi figli, sotto gli occhi del vicario di un Dio di pace e d'amore. Ma se la malizia dei suoi consiglieri dovesse strapparlo da Roma, se la ferocia dei suoi generali e dei suoi mercenarî dovesse spargere il sangue dei Romani, allora Dio, il mondo, giudici di questa viltà e di questo delirio, non farebbero che affrettare il pieno trionfo della causa italiana, giustificando ogni difesa legittima e necessaria».
I Francesi cominciavano a partire da Roma. Il 6 dicembre il generale Montebello insieme coi suoi ufficiali venne a prendere congedo in Vaticano. La scena fu solenne. Il Papa appariva grave e dolce di aspetto. Il discorso del generale, o, meglio, del suo Imperatore, e la risposta del Papa hanno un valore storico, perchè rispecchiano nettamente la situazione[1].
Il generale disse:
«Santo Padre, non posso dominare la profonda emozione che provo nel venire per l'ultima volta a presentare a Vostra Santità i nostri omaggi reverenti ed a chiedere la Vostra Santa Benedizione. Vi sono circostanze, nelle quali la tristezza inseparabile dai congedi si muta in vero e vivo dolore. Pure un pensiero mi conforta: se l'Imperatore, fedele ai suoi obblighi, ritira le sue truppe da Roma, non ritira però la sua protezione dalla Santa Sede. Alla nostra occupazione, durata 17 anni, segue una protezione morale che non sarà meno imponente ed efficace, freno per gli uni, incoraggiamento per gli altri.
«Possa il tempo che nella mano del potentissimo Iddio calma le passioni e ai dolori dà tregua, e edifica nella sua corsa più che non distrugga, possa il tempo ispirare in tutti quello spirito di conciliazione che solo può condurre alla soluzione delle attuali difficoltà ed assicurare al Capo supremo della religione l'indipendenza e la sicurezza di cui ha bisogno per poter esplicare liberamente, fino alla fine dei mondi, la sua attività spirituale.
«Questo augurio insieme con gli omaggi della mia reverenza, e all'espressione della mia profonda riconoscenza timidamente umilio ai piedi di Vostra Santità».
Il Papa rispose in francese così:
«Son venuto, miei cari figli, a dirvi addio nell'ora della vostra partenza.
«Quando la nostra bandiera lasciò la Francia colla missione di difendere i diritti della Santa Sede, essa fu accompagnata dagli auguri e dalle benedizioni di tutti i cuori cattolici. Ora essa torna in Francia, ed io desidero che essa sia ricevuta laggiù in egual modo. Ma non so, se ciò accadrà. Mi scrivono che i cuori dei cattolici sono commossi, perchè pensano alla difficile situazione, in cui si trova il Vicario di Cristo, il Capo della Religione Cattolica.
«L'ho già detto ai vostri compagni di arme: non ci facciamo illusioni; la rivoluzione giungerà fin qui.
«L'hanno detto, assicurato, proclamato, voi l'avete udito e letto. Si è fatto dire ad un'alta persona del governo d'Italia: l'Italia è fatta, ma non compiuta. Forse avrebbe potuto dire che essa non è ancora del tutto annientata, perchè le resta ancora una regione ove la giustizia, l'ordine e la religione regnano ancora.
«Essi potranno forse piantare sul Campidoglio la loro bandiera, ma si ricordino che vicino al Campidoglio è la rupe Tarpea.
«Essi potranno per un certo tempo rimanere padroni e sparger dovunque rovina. Che per ciò?
«Cinque o sei anni or sono, io parlava con un rappresentante della Francia. Prima di partire, egli mi chiedeva che cosa dovesse dire da parte mia all'Imperatore. Non ricordo precisamente, ma gli dissi press'a poco così: Vi narrerò un episodio della storia della Chiesa. Sant'Agostino era vescovo di Hippo, una città che voi conoscete, perchè appartiene ai nostri possedimenti d'Africa, quando quella città fu assediata da un esercito di barbari. Egli sapeva che ogni sorta di atrocità avrebbero subito gli abitanti, se la città fosse caduta, perciò egli si rivolse a Dio e lo supplicò: Voglio morire prima di esser testimone di tale orribile cosa. Dite questo da parte mia all'Imperatore. L'ambasciatore mi disse: Tranquillizzatevi, Santità, questi barbari non penetreranno fin qui.
«Egli non era profeta; era un degno gentiluomo.
«Un altro, che occupa ora un'alta carica, mi disse: Roma non può esser la capitale d'un regno; le manca tutto per esserlo; mentre possiede tutto per essere la capitale del mondo cattolico. Queste son buone e fidenti parole, senza dubbio, ma io ripeto: la Rivoluzione può venire, ed io non ho aiuto sulla terra.
«Son però tranquillo e rassegnato, fiducioso in Dio, che mi darà la forza necessaria.
«Andate, figli miei, io vi amo e vi benedico, insieme con le vostre famiglie e coi vostri amici. Se vedrete il vostro Imperatore, l'Imperatore di Francia, ditegli che io prego ogni giorno per lui. Mi dicono che la sua salute non è buona; io prego per la sua salute; mi scrivono che la sua anima non è tranquilla; io prego per la sua pace.
«L'Imperatore è capo di una grande nazione che porta il titolo di cristianissima; è un bel titolo, ma si deve fare qualche cosa per meritarlo; esso non deve essere la semplice e spontanea espressione del cuore.
«Bisogna pregare, e pregare con umiltà, fiducia e perseveranza; anche il capo di una nazione ha bisogno di questa confidenza in Dio, se vuol esser forte e se vuol ottenere ciò che desidera.
«Io non mi sdegno; vedete, io son tranquillo. Ma vedo che il mondo non è tranquillo. Confido nell'aiuto di Dio e vi benedico. Possa la mia benedizione accompagnarvi per tutta la vita!»
Il discorso del vecchio Pontefice fece profonda impressione. Molti ufficiali francesi avevano opinioni nettamente papaline, molti odiavano l'Italia; altri deploravano vivamente il legame che univa ora questa alla Germania, la quale aveva tolto a Napoleone l'onore di compire l'opera della liberazione d'Italia, ed ora era succeduta alla Francia nell'intimità con questa Nazione, ed ora forse univa ad essa le sue armi contro la Francia. Molti sentirono nel ritiro da Roma una sconfitta morale, come un abbandonare d'un tratto quella posizione veramente imperiale ed egemonica che la Francia aveva avuto sin qui. I soldati francesi affluirono al Vaticano per ricevere dal Papa i rosari benedetti da riportare in patria.
La partenza dei reggimenti cominciò il 7 dicembre, calma e ordinata. Li si sentiva attraversar la città, sul far dell'alba, al suono guerriero della loro marcia Partant pour la Syrie. Questo fu il loro saluto d'addio. Con quanta pompa e burbanza essi avevano occupato Roma, e con quanta timida tranquillità l'abbandonavano ora!
Tutte le porte, il Campidoglio e il corpo di guardia di piazza Colonna furono occupati da milizie romane La fisonomia della città parve mutata. Abituati da 17 anni a vedere quei bei reggimenti di Francia, i Romani guardavano ora con stupore i goffi soldati pontifici venuti al loro posto. Roma entrò in un silenzio di morte. Si sentiva da tutti che un periodo storico era chiuso, e che il Vaticano tornava nella sua solitudine. L'11 dicembre, alle otto del mattino, i Francesi sgombrarono anche l'ultimo posto, Castel Sant'Angelo. Un tenente degli zuavi venne con una mezza compagnia ai cancelli della fortezza, dietro i quali stavano le sentinelle francesi. Si parlamentò. Apparve un generale pontificio. La bandiera francese fu abbassata, alzata quella papale. Furono presentate le armi; i Francesi uscirono, vi entrarono gli zuavi.
Lo stendardo della Chiesa ondeggiò di nuovo sul mausoleo di Adriano presso l'arcangelo di bronzo, Michele. Questo arcangelo che si libra verso la città con le ali stese, riponendo nella guaina una grossa spada, è per la Chiesa il più bel simbolo della pace che essa deve dare al mondo, una di quelle idee che l'umanità dolorosa suol esprimere coi miti. Vi è nella storia dei simboli di tutti i tempi qualche cosa di così profondo come questo angelo che si libra sulla tragica tomba di un imperatore romano, anzi su tutta la città eterna, riponendo nel fodero la spada, a significare Redenzione e Pace? L'11 dicembre 1866 esso parve acquistare una nuova significazione simbolica. Non era la non evangelica spada della potenza temporale dei Papi il cui regno non deve esser di questo mondo, che l'Arcangelo riponeva per sempre nella guaina? La spada contro cui avevan lottato Arnaldo da Brescia, Dante, i nostri Enrichi e gli Hohenstaufen? O era semplicemente la daga che la Francia ringuainava abbandonando il Pontefice?
La partenza dei Francesi lasciò dietro di sè un sensibile vuoto. 17 anni di permanenza in Roma, se non li aveva fatti cittadini romani, almeno certo abitatori della città, e il loro aspetto guerriero era divenuto un tratto familiare della città. L'odio con cui da principio il popolo romano li aveva ricevuti, s'era a poco a poco dileguato colla consuetudine, e per il loro contegno esemplare. Di tutte le occupazioni di un paese da parte di truppe straniere, questa era certamente la più tollerabile, tanto più che non stava a significare una conquista, ma la difesa del Papato. Non costava nulla al paese; anzi lo arricchiva: i Francesi portavano annualmente a Roma in circolazione 12 milioni di lire. Il Papato che in condizioni normali si sarebbe dovuto rallegrare del ritiro di truppe straniere, ora doveva deplorarne la perdita. Il governo pontificio che per 17 anni aveva avuto presso di sè il Comando militare francese, che formava un altro governo, col quale esso spesso veniva a trovarsi in umiliante contrasto, ora aveva ripreso la sua indipendenza.
Il 14 dicembre 1866, le ultime truppe francesi s'imbarcarono a Civitavecchia: così quel giorno nessuna bandiera straniera sventolò più sull'Italia dalle Alpi al mare. Era questa una condizione nuovissima nella storia della Penisola, condizione che non si era più presentata dall'anno 1494. Mentre la Francia, per il diritto della nazione italiana e l'opinione pubblica di tutta Europa era forzata a cedere e ad abbandonare Roma, dopo avere obbligato l'Austria a sgombrare l'Italia,—un nuovo grande principio civile veniva chiaramente ad affermarsi.
Lo stesso giorno il Comitato nazionale segreto di Roma pubblicò in un foglio volante questo importante proclama:
«Romani! finalmente l'ultimo soldato francese, l'ultimo straniero ha abbandonato l'Italia. Dalle Alpi al mare nessuno stendardo straniero spiega più sull'Italia protezione iniqua o signoria. Questo spettacolo, doloroso per i nostri oppressori, è pieno di conforto per noi che dopo 18 anni rialziamo di nuovo la fronte, e vediamo Roma arbitra dei suoi destini. Questo gran giorno resti profondamente impresso nella memoria e nel cuore d'ogni romano che senta onore per la sua patria fin ora tanto infelice. Questo giorno, il 14 dicembre 1866, apre un'èra nuova, un'èra che vedrà, a fianco della religione purificata e liberata dal dispotismo, Roma stessa libera e fiorente.
«E' nostro, o Romani, questo compito. Una tarda giustizia ripone nelle nostre mani il destino di questa terra, finalmente! Il momento è solenne e decisivo. Tutto il mondo, commosso e variamente disposto, ha lo sguardo su Roma. Noi, forti della forza d'un inalterabile diritto, risoluti ad esercitarlo senza ledere in alcun modo i diritti del potere spirituale, teniamo pronti per il grande avvenimento la mente, il cuore, e, se ve ne sia bisogno, anche il braccio. Non vani discorsi, non malintesi movimenti, o azioni separate e inopportune! Rimanga fuori dalle nostre file chi non sappia portare altro contributo alla nostra causa. La nostra patria è ricca di ardire e di civile virtù; il momento decisivo lo mostrerà. Nessuna dimostrazione vana e disordinata, dunque. Questo infatti desidererebbero i nostri nemici, coloro che contano sui nostri errori per far ricadere l'Italia nell'antica schiavitù; essi son numerosi e perversi, e ci circondano, ci spiano, ci insidiano. Ma non dubitate; a loro son rivolti gli sguardi di coloro che vegliano instancabili per il nostro riscatto. Ma contro di essi bisogna specialmente usare l'unione e l'ordine, un contegno fermo, risoluto e tranquillo durante il tempo che ancora ci separa dall'esaudimento dei nostri desiderî.
«Riuniamoci, stringiamoci le mani e formiamo una solida catena per il nome e la gloria di Roma. In nome della patria, non una minima parte delle nostre forze vada perduta in questo solenne momento.
«Così uniti e stretti in un sol gruppo aspettiamo il momento opportuno. La vittoria è sicura. I giorni del dispotismo sacerdotale sono già inesorabilmente contati. Il vostro comitato sarà, ove occorra, pronto al consiglio e all'azione.
Il Comitato Nazionale Romano.
Roma, 14 dicembre 1866».
III.
I timori che al ritiro dei Francesi seguisse la sollevazione, se non di Roma, delle città del circondario e specialmente di Viterbo, si mostrarono ingiustificati; la tranquillità non fu turbata in nessun luogo. Questo fatto è dovuto in parte all'ottimo contegno delle truppe pontificie, organizzate nuovamente, e in parte al comando venuto da Firenze al Comitato Nazionale Romano. Per mostrare le sue buone intenzioni, il Governo italiano aveva preso disposizioni per il ritorno nelle loro sedi di tutti i vescovi scacciati o trattenuti in arresto. Aveva inoltre mandato a Roma Tonello, non solo perchè giungesse ad un accordo sulla questione del giuramento dei vescovi, e dell'exequatur reale, ma anche perchè portasse la proposta di quel grande progetto finanziario, che consisteva nel convertire i beni ecclesiastici d'Italia, valutati a due miliardi di lire, in una rendita mobile; così la Chiesa avrebbe acquistato una vera indipendenza dallo Stato. Queste trattative, anche se non seguite da effetti, richiamavano l'attenzione di tutti e rafforzavano l'opinione di quelli che speravano ancora in una conciliazione. La questione romana, da una questione europea, divenne, dopo il ritiro dei Francesi, una questione interna italiana. Ora il Papato si trovava circondato e stretto tutt'intorno dall'Italia, solo di fronte alle sue pretese: questa situazione appariva così insostenibile, che molti eran d'opinione che necessariamente dovesse in qualche modo stabilirsi un'intesa fra Roma e l'Italia.
Il partito italiano della città si era organizzato nel Comitato Nazionale Romano, il quale riceveva il suo indirizzo dal Governo di Firenze, ed era un suo organo. Queste erano le sue mire: accordo col Papato, spogliato del potere temporale; annessione di Roma all'Italia mediante plebiscito; dichiarazione di Roma a capitale, con la dinastia di Savoia. Sosteneva dunque la opportunità della quiete e dell'ordine, e della resistenza passiva.
Fin dalla fine del 1866 si oppose a questo il partito mazziniano, che voleva abbattere il Papato e costituire la Repubblica a Roma, dopo i quali avvenimenti sarebbe scoppiata—sognavano quei radicali—la rivoluzione sociale in tutta l'Europa e forse in tutta l'umanità? Questi partiti cominciarono a combattersi aspramente, ed anche questa scissione nel campo dei rivoluzionarii fu una causa di più della permanenza in Roma della tranquillità e dell'ordine.
Per le intenzioni pacifiche del Comitato Nazionale, i mazziniani gli affibbiarono il soprannome dispregiativo: la Malva. Ambedue questi partiti facevano stampar fogli volanti e giornali segreti; i nazionali la Roma dei Romani; i mazziniani la Sveglia. La vita ed il lavorìo segreto di questi governi sotterranei, della Roma sub-terranea rivoluzionaria, si sottrassero agli sguardi della Polizia che non riuscì a scoprire nè i capi, nè i locali, nè le stamperie. Forse quei giornali non furono mai stampati in Roma, bensì in altre città.
I mazziniani e gli emigranti italiani, appartenenti in parte alla loro sètta, tenevano vivaci riunioni nel Napoletano e in tutta l'Umbria. Si sparsero queste associazioni per tutta Italia e fecero nelle città propaganda per l'invasione a mano armata degli Stati della Chiesa. Già dal gennaio si era stabilito a Terni un deposito di armi e si richiamarono in quella città dalla Lombardia gli emigranti romani. Le armi dovevano essere introdotte segretamente nel Romano, cioè a Viterbo. Moustier, ministro francese degli esteri, avvertì di quel che si preparava l'ambasciatore dell'Imperatore a Firenze, perchè egli a sua volta richiamasse l'attenzione del Governo italiano.
I mazziniani diedero il primo segno di vita la notte del 10 febbraio 1867 con lo scoppio di varii petardi, che spaventarono la città. Ricorreva l'anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Del resto non vi furono eccessi; solo il Comitato Nazionale interdì la visita dei teatri e la celebrazione del Carnevale, cosicchè non si vide mai più melanconico Carnevale di quello del 1867. Fuori, ed anche alle porte di Roma, infieriva sempre più il brigantaggio. Tutte le strade erano malsicure; finalmente il Governo pontificio intervenne con una energica legge e con efficaci misure militari.
In tutta l'Italia cresceva l'agitazione. Dopo il rigetto per parte dei democratici e radicali, nemici di ogni libertà della Chiesa, del progetto finanziario di Scialoia, la camera italiana fu sciolta; le nuove elezioni agitavano tutto il paese e minacciavano di spingerlo alla rivoluzione. Dal trasferimento della capitale sembrava che il Governo italiano fosse scosso alle basi; la Monarchia, nonostante l'acquisto di Venezia, vacillava; la infelice guerra del 1866 aveva accresciuto la disistima, in cui essa era caduta. Disonestà in tutta l'amministrazione, rapidi mutamenti di ministero, difficoltà finanziarie, interno dissolvimento, tutto ciò produceva una situazione confinante coll'anarchia, in tutto ciò il Governo perdeva ogni prestigio morale. Il partito d'azione chiedeva sempre la violazione della Convenzione di settembre; non solo esso formava comitati segreti, ma palesi associazioni per una invasione negli Stati della Chiesa. Comitati di questo genere sorsero a Firenze, a Genova, a Bologna e altrove, senza che il governo credesse bene prendere dei provvedimenti. Garibaldi s'era ravvicinato ai mazziniani e seguiva i loro piani. Da Caprera egli accorse a Firenze il 23 Febbraio, durante la lotta elettorale per la nuova Camera, onde aiutare alla vittoria il partito democratico. Egli si recò allora come agitatore per le città italiane, eccitando le popolazioni ad una guerra mortale contro il prete, dalle cui mani bisognava ora liberare Roma.