PASSEGGIATE PER L'ITALIA VOLUME 5
FERDINANDO GREGOROVIUS
Passeggiate per l'Italia
Girgenti.
I Canti popolari siciliani.
Pompei e i Pompeiani.
Versione dal tedesco di Mario Corsi
Ulisse Carboni — Libraio Editore
ROMA
Via delle Muratte, 77
1909
I DIRITTI DELLA PRESENTE TRADUZIONE SONO RISERVATI
Roma — Officina Poligrafica Editrice di Eduardo Manna
Piazza della Pigna, 53.
Notizie sull'Autore
Nacque Ferdinando Gregorovius il 19 gennaio 1821 nella piccola città di Neidenburg, presso la frontiera polacca, in un antico castello medioevale fondato dai cavalieri teutoni. Suo padre era consigliere di giustizia a Neidenburg: appena innalzato a questo ufficio, ottenne dal Governo che il glorioso castello, in gran parte ruinato ed abbandonato, venisse interamente restaurato. Ivi prese sede il tribunale e fra quelle storiche mura, che tanto dicevano del passato, si stabilì la numerosa famiglia del consigliere di giustizia.
Certo, questa dimora esercitò la sua influenza sul giovane Ferdinando: egli stesso ha lasciato detto che forse non avrebbe scritto la Storia di Roma nel medioevo, se non avesse trascorso la sua giovinezza in quel vecchio castello dei cavalieri tedeschi. Si aggiunga a questo la rivoluzione della Polonia nel 1830, quando egli aveva nove anni, di cui udì narrare tutte le fasi, e gli episodi più impressionanti e le memorabili gesta. Sin da allora ei dovè cominciare ad appassionarsi ai grandi fatti del passato, ricollegandoli a quelli del tragico e sanguinoso presente, e a comprendere l'odio contro l'oppressore e la pietà per l'oppresso.
Nel 1831 al giovane Gregorovius morì la madre di etisia, e poco dopo egli fu dal padre mandato in ginnasio, a Gumbinnen, in casa di un suo zio. Terminati nel 1835 questi studi, passò all'Università di Königsberg, per seguire i corsi di teologia, continuando così una tradizione della famiglia, giacchè l'avo, il padre ed il nonno di suo padre erano stati pastori evangelici alla stessa parrocchia nella Prussia orientale. Ma la teologia non rappresentava pel giovane studente la sua più alta aspirazione ed in breve ei l'abbandonò per dedicarsi invece interamente agli studi filosofici, letterari e storici. Kant ed Hegel, spiegati da Carlo Rosenkranz, lo entusiasmarono e per un momento si credette destinato a diventare egli pure un filosofo.
Non pertanto, per esaudire un desiderio di suo padre, nel 1841 sostenne felicemente gli esami di teologia; dopo di che abbandonò Königsberg, e vagabondò per qualche tempo in cerca della propria via, dopo essersi laureato anche in filosofia con uno studio sul Senso del bello in Plotino e presso i neoplatonici.
In questo periodo di transizione, quando ancora nella sua mente v'era qualcosa di caotico che impedivagli di vedere il dritto cammino che gli si apriva dinanzi, compose molte liriche e un romanzo, Werdomar e Wladislaw, che apparve nel 1845. Fu il tributo del giovane scrittore al sorgente romanticismo tedesco che doveva poi tanto irritare Federigo Nietzsche. L'azione tutta fantastica si svolgeva nel mondo in cui era vissuto, sul confine tedesco-polacco. Il libro non ebbe un grande successo, ma fu letto, sopratutto a Königsberg. Le sventure della Polonia scossero e commossero fortemente Ferdinando Gregorovius, il quale, nel 1848, riassunse sulla questione le sue idee in un opuscolo, L'idea polacca. Più tardi pubblicò, sullo stesso argomento, una raccolta di liriche, Polen und Magyarenlieder (Canzoni polacche e magiare).
Già in questi suoi primi lavori palpitava quel sentimento della vita dell'umanità, quell'alto ideale umano che fu — come ha detto Domenico Gnoli — come la stella a cui per tutta la vita sollevò l'occhio dell'anima. «Io credo — scriveva nel romanzo sopra ricordato — nell'umanità e nel suo genio». E in un altro suo scritto vagheggiava «la fratellanza di tutti gl'interessi, di tutte le religioni, di tutte le culture».
Nel primo centenario di Goethe pubblicò un caratteristico studio, Mastro Guglielmo ne' suoi elementi socialisti, nel quale Goethe appare come il Colombo della Germania che ha scoperto l'America dell'Umanesimo.
L'anno 1851 segna una data di grande importanza pel grande storico, perchè in quest'anno egli, per la prima volta, rivolse la sua attenzione su Roma e su Roma scrisse una specie di biografia drammatica, una tragedia, La morte di Tiberio, che se non era un'opera di grande valore artistico e teatrale, appariva già come un preludio alla sua grande opera avvenire sulla città dei Cesari. E difatti, poco dopo cominciò la Storia dell'Imperatore Augusto, che più tardi rifece ed ampliò.
In questo anno, 1852, avvenne un fatto che ha la sua importanza biografica: il pittore storico Luigi Bornträger, suo carissimo amico, su consiglio dei medici, partì per l'Italia e Gregorovius decise di seguirlo. Visitò dapprima Venezia, poi, nell'estate, percorse la Corsica, che illustrò in due volumi, si fermò a Firenze, donde proseguì per l'Isola d'Elba, poscia Roma, Napoli, tutta l'Italia meridionale e la Sicilia. Fu in questa sua peregrinazione attraverso la penisola che scrisse per la Gazzetta d'Augusta molti dei capitoli che figurano in queste Passeggiate per l'Italia, apparse in Germania in cinque volumi sotto il titolo di Wanderjahre in Italien, editi dal Brokhaus di Lipsia; e cioè i capitoli: «San Marco in Firenze», «Melodie toscane», «L'Isola d'Elba», «Idilli delle spiagge romane», «Il Ghetto di Roma», e negli anni successivi gli altri che formano questa raccolta.
In queste monografie il suo ingegno aveva trovato la forma spontanea, originale in cui manifestarsi in tutta la sua ricchezza, riunendo in un genere nuovo, nel paesaggio storico, le forze e le attitudini varie che aveva esercitato ne' suoi lavori di gioventù: il pensiero del filosofo e la fantasia del poeta, la tavolozza del pittore e la ricerca dell'erudito.
Ecco quello che ne ha scritto un poeta di fama ed un conoscitore di cose romane di valore indiscutibile, Domenico Gnoli:
«Gregorovius entrò in Roma coll'animo del visitatore, proponendosi di proseguire il suo viaggio dopo aver osservato e illustrato nel presente e nelle origini storiche quanto di più caratteristico lo colpisse. Incominciò infatti con uno scritto sul “Ghetto di Roma,” ma avvinghiato a poco a poco dal fascino della città eterna, gli mancò la forza di allontanarsi, e la stazione si cambiò in sede. A comprendere l'impressione profonda prodotta dalla vita di Roma sull'anima fantastica e meditativa del Gregorovius, conviene rappresentarsi quel tempo di cui il ricordo, a noi stessi che vi abbiamo vissuto in mezzo, è come la lettura d'una storia lontana. Se qualche moto si agitava in Roma, nulla ne appariva alla superficie; ma ne' silenzi di quell'isola medioevale pareva vivere solo la storia. La vicenda degli avvenimenti del mondo, l'assiduo lavorío della scienza, le nuove battaglie del pensiero vi giungevano come il sordo frangersi delle onde in una spiaggia remota. Un passato d'immani grandezze, di glorie immani schiacciava col suo peso il presente, e l'avvenire anch'esso era aspirazione al passato: i contemporanei di Roma erano gli eroi biancheggianti nel marmo, i martiri dormenti sotto i mosaici dorati delle basiliche. E Gregorovius aspirava con tutta l'anima la poesia della storia. Vedeva tre città, Gerusalemme, Atene e Roma rifulgere come città universali nella vita del mondo: Gerusalemme portare alla civiltà il monoteismo, Atene l'opera creatrice del pensiero e della fantasia, Roma l'azione, l'Imperium, l'idea dello stato universale, dell'unità della gente umana; e quindi Roma ereditare dalla Grecia la cultura dell'intelletto, dalla Giudea la religione universale ed estendere la civiltà coll'organamento universale dell'Impero, al quale succede la monarchia universale della Chiesa che, accogliendo l'organamento dello Stato, si fa dominatrice e legislatrice dell'università dei popoli cristiani. Egli vedeva la Chiesa associarsi al Germanesimo che aveva atterrato l'Impero, la Germania per lunghi secoli avvinta a Roma coi legami della fede e dell'Impero germanico romano, e la storia della città divenir parte integrante della storia tedesca. Da Roma, come da una specola sublime, gli si apriva sott'occhio tutto il medio evo, e le ricordanze nazionali spiccavano per lui sul campo della storia del mondo cristiano. Pieno l'animo della grande epopea romana, la vastità della materia spezzava la forma ristretta del Paesaggio storico e si allarga nell'ardito concetto della storia di Roma nel medio evo».
Così Ferdinando Gregorovius pervenne, attraverso a queste mirabili e pittoresche monografie, alla grande opera di Roma medioevale, opera che si leva come monumento gigantesco a perpetuare la gloria della città eterna e che alla fama dell'autore è monumento perenne.
Ormai l'Italia era divenuta per lo storico tedesco la sua seconda patria, ed egli vi rimase sino a quasi gli ultimi anni della sua vita, sino al 1890, allontanandosene solo di tanto in tanto per dei brevi periodi, nei quali tornava in Germania. Durante l'inverno e la primavera, egli correva ogni anno fra' suoi amici italiani, specialmente a Roma. Dopo il 1880 visitò la Grecia, l'Egitto, la Siria, e frutti di tali viaggi furono degli studi sulla storia e i dintorni di Atene, l'idillio «Corfù», la monografia «Atenaide», brevi lavori che dovevano poi compendiarsi nella sua opera maggiore, la Storia della città di Atene nel medio evo, apparsa nel 1889.
In questo frattempo, però, terminata la sua Storia di Roma, egli aveva scritto un volume su Lucrezia Borgia, su documenti tratti dagli archivi di Modena e di Mantova (1874); una monografia su Urbano VIII in lotta con la Spagna e l'Impero ed alcuni nuovi capitoli di queste Wanderjahre in Italien.
L'ultimo lavoro dello storico tedesco fu una conferenza sulle «grandi Monarchie o gl'Imperi universali della Storia», tenuta il 15 novembre 1890 all'Accademia bavarese delle scienze di Monaco. In quest'anno egli aveva abbandonato Roma, lieto delle molte prove di ammirazione e di affetto ricevute; contava di tornarvi nell'autunno seguente, quando suo fratello Giulio si ammalò gravemente. Era da poco uscito di convalescenza, quando, alla sua volta, Ferdinando si ammalò. «Ho da pochi mesi compiuto il settantesimo anno — scriveva egli il 28 gennaio — sicchè di ragione sono entrato nella via Appia e mi trovo vicinissimo al bustum». Egli prevedeva prossima la morte. Tre mesi dopo soltanto, infatti, il 1º maggio 1891, Ferdinando Gregorovius «cittadino romano» si spegneva nella città di Monaco.
M. C.
GIRGENTI (1855).
Girgenti. (1855).
Partimmo, a cavallo, il mio compagno ed io, da Palermo alla volta di Girgenti, l'antica Agrigento. Giuseppe Campo — nativo della vetusta città saracena di Misilmeri, — la miglior guida di tutta la Sicilia, ci aveva forniti di due ottimi muli; lui stesso, poi, ne cavalcava un terzo su cui erano caricati anche i bagagli. La giornata era magnifica: passato Monreale, percorremmo una strada montuosa e deserta per la quale non trovammo anima vivente, se escludi le aquile di Giove, che ci guardavano dall'alto tranquille e silenziose, oppure disegnavano nell'aria ampie spire coi loro voli. Così camminammo parecchie ore sino a che alla nostra vista non si distese la meravigliosa pianura di Partinico e di Sala, vicino al golfo di S. Vito. A dritta si trova Borghetto, l'antica Hykara, patria di Laide, la più bella donna dell'Ellade, che i Greci condotti da Nicia portarono bambina ad Atene.
Le linee del golfo di S. Vito sono belle e insieme grandiose, come quelle di Cefalù; la pianura, poi, è tra le più feraci della Sicilia, così lussuriosa nella vegetazione da far pensare ai tropici. Ci soffermammo a Sala, minuscolo villaggio, e quindi, risaliti in groppa ai nostri muli, traversate regioni fertili, vigneti e oliveti, giungemmo ad Alcamo, città montanara. Il paesaggio acquistava in grandiosità a misura che avanzavamo, assumendo quasi carattere greco con l'armonia delle sue montagne colorate da tinte calde, or rosse, or verdamente cupe. Il carattere di quella contrada — grazie i giganteschi pini, i malinconici cipressi, le palme annose, gli aloe dagli snelli fusti fioriti — è reso più grave dall'autunno. Qui tutto è monocromo, scuro sovrapposto allo scuro e, con meraviglia, si vede quanto possa la natura con una sola tinta fondamentale.
Stanchi di una camminata di nove miglia tedesche, con la non lieta prospettiva di doverne percorrere dieci all'indomani, undici il terzo giorno e nuovamente dieci il quarto, prima di giungere a Girgenti, arrivammo in Alcamo che era sera inoltrata.
Questa è città linda e piacevole, di circa 15.000 abitanti, con un vetusto castello saraceno. Altro non posso dire, se non che in una miserrima locanda fui martirizzato tutta la notte dalle zanzare, in modo tale, che portai per venti giorni le cicatrici prodottemi dalla voracità di quegli alati spiriti notturni. Alla sera, il capitano della guardia ci offrì la scorta militare che doveva esserci compagna sino a Segesta; ma noi la rifiutammo.
Per vedere il rinomato tempio di Segesta, ripartimmo mentre ancora lucevano le stelle e, per nove miglia, camminammo in un paese deserto, tra monti calcarei. Orione, vera stella sicula, della quale Messina ha fatto un mito, sfolgorava su tutte le altre. Già, in Sardegna, ove il popolo l'ha nominata stella dei Re Magi, avevo ammirato questo astro; ma fu solo in Sicilia che lo potei contemplare in tutta la sua magnificenza; i suoi raggi sprizzavano come fuoco d'artifizio. Intanto s'alzava la brezza mattutina, il cielo si imbiancava ad oriente, si diradavano le tenebre e si dissipavano le nebbie; le sagome dei monti accennavano a dileguarsi e compariva il mare, di purpureo si tingea la campagna e Orione spariva dopo avere brillato per lo spazio di una notte meravigliosa.
Improvvisamente, si parò dinanzi ai nostri occhi il tempio di Segesta; sebbene fossimo ancora lontani tre miglia, lo vedevamo ergersi solitario sulla scura pendice del monte, da cui maggioreggiava sul severo paesaggio, bello di aspetto e tale da non poterlo dire rovina, poichè stava con tutte le sue colonne e i due suoi frontoni. La strada che porta colà è un sentierucolo battuto solo dai pastori ed è fiancheggiata per oltre un miglio da piante di aloe, in numero di cento circa per parte, di venti piedi d'altezza, formanti come un viale sino al tempio che sorge sui fastigi di una brulla collina.
Quella terra nera punteggiata da cardi selvatici, meschino pascolo per le capre; quella profonda solitudine; i ricordi delle antiche favole troiane; i versi sonori di Virgilio; la guerra di Segesta con Selinunte, che die' origine alla spedizione degli Ateniesi contro Siracusa e a tanti eventi storici; ogni cosa eccitava la nostra fantasia.
Qui la solitudine è maggiormente pittorica che non quella di Pesto, e l'aria v'è quasi saturata di favole, di miti, di tradizioni, di memorie storiche. Sedendo nell'antico teatro dissepolto da Hittorf, l'occhio raccoglie in sè tutta quella regione di magica solitudine, di tragica serietà; si scorgono il golfo di Castellammare, i monti di Alcamo; ai piedi si svolge una valle selvaggia nel cui fondo corre il favoloso Krimolfo; all'opposta parte si rizza il monte grigio di Calatafimi e ne' suoi fastigi si discerne la città di colore scuro e cupa. Volgendo lo sguardo ad occidente, si vede una catena di colline giallastre e, più in alto, fantastici monti azzurri, i monti Erici, su cui s'ergeva, ora non più, il tempio a Venere. Oltre sconfina il mare Egeo, che attira lo sguardo sulle spiagge ove fu Cartagine e ricorda le guerre puniche.
Non indugerò a parlare del tempio di Segesta, già sufficientemente noto.
Proseguimmo la nostra strada verso il monte Pispisa oltre il tempio, in arida solitudine, senza incontrare che rari pastori vestiti di pelli di montone, pascolanti i loro greggi; non trovavamo che pochi cespugli, cardi selvatici coperti di lumache bianche che circondavano quasi ogni pianta, e traversammo terreni, riarsi e fenduti dal sole, su cui non eravi la più lieve orma di sentiero.
D'un tratto, ci apparvero, verso oriente, il mare Egeo, il monte Erice a piramide e ai suoi piedi Trapani — l'antica Drepano —, le isole del mare Egeo, che scintillavano tra lo scintillìo delle onde, e le spiagge di Marsala e Mazzara, che si stendono fino al Lilibeo.
Ivi giungono direttamente i venti cartaginesi, e il battello che salpava allora alla volta dell'Africa, in dodici giorni m'avrebbe portato a Tunisi, in terra punica.
Verso il mezzodì, sotto un sole insopportabile, arrivammo a Vita, meschino villaggio smarrito nella solitudine, abitato da più meschina gente, di carnagione bronzea, dai capelli crespi come quelli dei negri, parlante un dialetto di cui nulla capivo. Scendemmo presso un calzolaio, mangiammo quel po' che il campo ci potè procurare e rimontammo sui muli per guadagnare Castelvetrano, ove dovevamo pernottare. Malgrado bella fosse la strada che percorrevamo, la stanchezza ci impediva di percepire ciò che ci circondava. Dopo dieci miglia tedesche, toccammo finalmente Castelvetrano, ma io non ebbi la forza di scendere dal mulo e fu necessario mi aiutassero.
Con la prospettiva di dovere all'indomani fare nuovamente undici miglia, rotto come mi trovavo in tutte le membra, non mi stimavo in condizioni di potere sopportare quella marcia faticosa; ma ebbi agio di sperimentare come l'uomo è capace di qualunque sforzo allorchè voglia seriamente. La costanza vince anche la cocciutaggine di un mulo.
Così all'indomani, feci, senza eccessiva difficoltà, quelle undici miglia e le ultime dieci sino a Girgenti, quasi piacevolmente.
Il mio compagno di viaggio — còlto fino dal secondo giorno da un colpo di sole — fu meno fortunato di me; stette assai male nella zolfara di Alcara e fu salvato da certa morte grazie solo la prontezza di un salasso; ma gli fu necessario allettarsi a Palermo per varie settimane.
Partimmo il 6 settembre da Castelvetrano per recarci a Selinunte, sul mare africano. Il mattino era di quella bellezza come sola può trovarsi in Grecia od in Sicilia.
Non è possibile descrivere con la parola la magnificenza versicolore del cielo ad oriente. Io precedevo gli altri per assaporarmi indisturbato la bellezza di quel fenomeno; giunto all'estremo limite della città, mi soffermai presso una chiesa antica, sotto alcuni alberi e sospinsi gli occhi infra il mare verso Selinunte, lontano circa sei miglia. Orione mandava ancora la sua luce purpurea, e il cielo si stendeva con quella peculiare limpidezza di cui solo la lingua greca, con la parola etere, può darci la precisa sensazione.
Scendendo da Castelvetrano, verso il mare per circa sei miglia, traversando pingui campagne, si scorgono già da quella distanza i diruti templi di Selinunte, di cui, per dare pallida idea della grandiosità, è sufficiente quanto sto per dire.
Il giorno non era ancor bene uscito dalle tenebre ed io scorgevo qualche torre in rovina; una, snella ed alta, primeggiava sull'altre nei silenzi dell'alto. Dissi a Giuseppe che sarebbe stato conveniente andare in quella città, che mi pareva ragguardevole sotto ogni punto di vista e nella quale mi sorrideva la speranza di trovare un gelato. Ma Giuseppe, sorridendo, mi rispose:
— Quello che a voi sembra città, altro non è che un ammasso di rovine dei templi di Selinunte.
La vista di quelle rovine sulla sponda del mare, in una regione deserta, non ha l'eguale al mondo e là solo ho potuto sentire quel che significhino le parole rovine classiche. Si contemplino da presso o da lontano, quei ruderi dell'antica fastosità greca, vi avvolgono sempre di maraviglia e di rispetto quasi superstiziosi. Contornati da florida vegetazione, aventi in sè ancora una forma esteriore non priva di significato, sono estremamente pittorici: triglifi, metope, frantumi di fusti di colonne scannellate, capitelli dorici colossali, giacciono — nelle loro forme graziose — confusamente, sì come zolle di un campo arato; la prepotenza del tempo passò su d'essi, si accumulò da una parte e dall'altra confusamente, bizzarramente. Un certo ordine impera in qualche punto sotto il lavorio pervicace di quella diuturna distruzione; così le enormi colonne del tempio di Giove olimpico sono distese a terra sul posto ove sorgevano, al pari di membra infrante di gigante caduto nell'aspra battaglia; poche colonne sorgono ancora sulla propria base — come quelle note sotto il nome di Pileri dei giganti — e su esse ergesi dominando, regina di rovine, la deserta solennità della campagna.
La località dell'antica Selinunte, a ridosso di alturette nei pressi del mare, è indicata da due gruppi di quelle rovine. Quello di levante è costituito in maggior parte da un tempio diroccato; l'altro di ponente, dai ruderi della città, e nella sua compagine, pittorescamente disordinata, si vedono i resti di quattro templi. Camminando su quei massi, quegli architravi, quelle cornici, avvinghiati e quasi sepolti da sterpi, da piante florispine selvatiche, si turba la quiete delle serpi brune, uniche abitatrici di quel mondo morto.
Il Selinos, oggi Madinini, scende al mare fra questi due gruppi di rovine; la spiaggia è bassa, il fiume l'ha resa paludosa, e su entrambe le sponde non si vedono che stagni arsicci, cosparsi di erbe, di fiori azzurri e di molti gigli fragranti.
Sin dall'antichità più remota, le paludi formatisi attorno a Selinunte ammorbarono l'aria e diedero origine a pestilenze; così che Empedocle venne chiamato da Girgenti acciocchè si provasse a combattere tanta iattura, e si pretende che mediante molteplici canali scavati a traverso le paludi, fosse riuscito a redimere la città.
Non dirò dei templi di Selinunte, ma ricorderò che qui si rinvennero le famose metopi, ora nel museo di Palermo, che aiutarono tanto nello studio dell'arte antica. Non voglio dimenticare, anche, che lo storico Tommaso Fazello, il frate che diede alla luce nel XVI secolo la più recente storia di Sicilia, nacque nei pressi di Sicilia.
Nel rimanente d'Italia, si vede la vita moderna vicino alle rovine, come nella campagna romana; oppure si vedono, le une a fianco delle altre, rovine di epoche diverse. Quelle di Selinunte sono tutte del medesimo tempo, e attorno non hanno alta di vita; davanti si stende la deserta solitudine dell'orizzonte e del mare.
Camminando verso levante, giungemmo al fiume Belice, l'Hypso Potamos degli antichi, e, dopo alcune foreste di sugheri e spiagge di sabbia, toccammo Menfrici e da qui, per deserta pianura, ci fermammo a passare la notte a Sciacca (Thermae Selinuntiae), piccola città di 16.000 anime, con castello pittoresco, posta su di una collina in faccia al mare.
Dopo Sciacca si cammina per circa quattro miglia tedesche lungo la spiaggia, ora fra sassi e conchiglie, ora su terreni paludosi, ora seguendo il greto dei torrenti, alla ventura, senza strada battuta. Attraversammo un torrente, il Platani, l'antico Alico; sulle sue sponde pascolavano mandrie di buoi dalle lunghe corna, i quali, come ebbi agio di constatare, sono di pelame rosso — i veri buoi di Elio — mentre nel continente sono di candido pelame. I mandriani — di miserabile e rozzo aspetto — stavano a cavallo, come quelli della campagna romana e delle paludi Pontine.
Dopo aver lasciato la spiaggia del mare, ci inoltrammo in una regione di colline disabitate, coltivate a grano: non un villaggio! L'abbandono più completo! Non rammento di aver mai visto paese più deserto...
Nell'uscire da alcuni cespugli fui colpito dalla vista di uno stagno disseccato, piano e candido come neve.
Finalmente arrivammo a Montallegro, dopo avere cavalcato per ventiquattro miglia italiane. Montallegro non corrispondeva con il nome, alla sua povertà e allo squallore suo: circondato da campagna arida, su cui allignavano poche viti intisichite e radi olivi, avrebbe meglio meritato il nome di Montristo.
Poichè si soffriva penuria d'acqua, da un secolo il villaggio era sceso dall'alto del monte; però si scorgono ancora due aggruppamenti di case vicini l'uno all'altro: l'antico in alto, con le sue vie, le sue case in piedi ma disabitate, quasi mummia di villaggio; il moderno, ai piedi del monte stesso, pressochè deserto e, come il primo, squallido squallido.
Le case sono costituite di roccia calcarea, grigia, triste. In questi pressi sorgeva un dì Kolikos, l'antica città di Heraclea Minoa che ricordava il nome di Minosse; quando questo re venne in Sicilia per perseguitarvi Dedalo e fu ucciso dalla figlia del re Corato, i Cretesi, venuti con lui, identificarono Minoa. Poche grotte e qualche sepolcro scavati nella roccia, sono gli ultimi resti della antichissima città.
Da Montallegro, per squallide contrade, sotto la molestia del sole cocente, giungemmo a Siculiana, cupo paesello, su un monte arido, in cui non crescono, tra l'asprezza delle rocce, che cactus pungenti. Qui è grande la miseria degli abitanti...
In tutti questi paraggi, le donne portano una specie di scialle nero o bianco, a guisa di mantiglia, che rialzano sul capo, e gli uomini, berretti alti a punta, pure neri e bianchi. Da per tutto è odore di zolfo e, qua e là, si vedono solfatare fumiganti. Di fronte a Siculiana, anticamente, sorgeva Anedra e si trova dopo una catena di piccole colline, di natura vulcanica e che contengono tutte, più o meno, del zolfo.
La notte era intanto sopraggiunta e noi cavalcavamo in quella sterminata solitudine al chiarore stupendo di luna, non udendo altro rumore fuorchè lo strido degli uccelli notturni e il mugghiare lamentoso del mare a cui ci avvicinavamo a poco a poco.
Giungemmo, così, a Molo di Girgenti, piccolo porto lungi tre miglia circa da Agrigento, e la notte era profonda allorchè entrammo nell'antica Akraga, la patria di Empedocle, ora la meschina città di Girgenti.
All'incerta luce delle stelle tutta quella solitudine assumeva un aspetto classico e malinconico e, allorchè, al mattino, fui alle porte della città, vidi un paesaggio di poco inferiore ai campi di Siracusa per grandezza e solennità di stile.
Eravamo nell'antica Agrigento, e m'è forza, per soddisfare ad una promessa, dire brevemente di questa formosa vetusta città e dei suoi monumenti.
Essa giace in una pianura incassata scendente al mare, distante oltre tre miglia, e circondata da colline sassose e di aspetto imponente. Due fiumi corrono ad oriente ed occidente di questa pianura: l'Akraga e l'Hypoa, denominati oggi rispettivamente S. Biagio e Drago. Questi circoscrivevano da due parti il perimetro della città e si congiungevano a' piedi delle mura di questa a mezzogiorno; qui il secondo perdeva il nome e scendeva al mare riunendo le sue acque con quelle del primo.
La pianta dell'antica Agrigento si presentava come un triangolo irregolare, fiancheggiato dai due fiumi, con la base verso nord, appoggiata contro due colline: il Kamiko, per cui trovasi con Girgenti e la Minerva. Questa era la città propriamente detta, a cui si accostavano i sobborghi, Neopoli (città nuova), come la denomina Plutarco, la quale si allargava sotto il Kamiko occupando quasi tutta l'altura.
Le alture naturali ed un dedalo di gole e di fossati, costituivano le difese della città, e ancora oggi ne sono visibili le vestigia a levante ed a mezzogiorno.
Ponendosi dove sorgevano le mura a sud, nel centro di quella serie di templi divisi, dei quali sono giunte sino a noi alcune reliquie, si ha davanti una costa di grandiosa e malinconica bellezza, della quale è meglio tacere piuttosto che tentare la descrizione con parole.
La pianura scende al mare e offre, nel suo aspetto solenne e deserto, un paesaggio di forme severe che doveva trovarsi in completa armonia con la grandezza monumentale dei templi dorici.
Tutto vi è grandioso: l'orizzonte ampio, il mare vasto, calde vi sono le tinte e la terra arida ci indica la prossimità dell'Africa; l'unica vegetazione che qui si scorga è quella malinconica degli olivi.
All'ingiro — ove s'ergevano templi, ove ancora posano centinaia di tombe, di loculi, di grotte — sorgono qua e là tronchi di colonne e il suolo è coperto di avanzi di architravi colossali e di triglifi; tutto vi chiama alla contemplazione, all'ammirazione, e chi non si sente commosso a quella vista, vuol dire che non nutre nessun amore per l'antica Grecia, e non sa apprezzare la splendida civiltà di questa.
Non è possibile considerare una città distrutta o parlare dei suoi monumenti senza prima ricordarne le vicende. Perciò io voglio anzitutto dare un cenno della storia dell'antica Agrigento nella speranza che il lettore di queste pagine sia indotto a fermarsi in questa città di fama mondiale e di completare quanto io accenno semplicemente. Vi sono inoltre nella vita di Agrigento una folla di grandi figure, il cui nome è sulle labbra di tutti, in quanto questa città fu una delle principali fra le città elleniche, e se non così potente come Siracusa, fu però ricca in non minore misura di felici e spirituali qualità.
Anche prima dei Greci era già un centro importante dei Sicani. Il suo re Kokalus aveva, secondo il racconto di Diodoro, ospitato Dedalo fuggiasco e questi costruì per lui sul Kamiko una rocca alla quale si poteva accedere solamente per una tortuosa via artificiale.
In questo castello imprendibile portò Kokalus il suo tesoro.
L'Agrigento ellenica sorse nei due anni della 49ª olimpiade (582) come città coloniale della vicina Gela, e presto superò in importanza la città madre: avendole dato un rapido sviluppo il commercio con Cartagine.
Gli Agrigentini avevano prima una forma oligarchica di governo secondo gli statuti di Charondas di Katana, che durò fino a che Falaride la mise in mano ai tiranni. Quest'uomo straordinario era Cretese di nascita. Incaricato della costruzione del tempio di Zeusi Polieus, si giovò di questa impresa che gli metteva a disposizione denaro e uomini, nonchè il punto più forte della città.
Egli assoldò dei mercenari, armò i prigionieri e mentre che si celebrava la festa di Cerere, si rese signore e tiranno di Agrigento. Ai Greci era così odiosa la monarchia, che concepirono Falaride come un mostro favoloso, e la sua crudeltà diventò proverbiale.
A tutti è nota la leggenda del toro di bronzo arroventato, che Perillo dovette costruire per quel tiranno a fine di farvi morire dentro gli stranieri e le persone a lui nemiche.
Il toro d'Agrigento e l'immagine del toro di Dedalo furon rimandati a Creta e di poi alla vicina Cartagine, dove furono sacrificati degli uomini nei fianchi del toro.
Che il toro di Falaride esistesse veramente lo afferma Diodoro. Egli racconta: Himilkone lo ha spedito a Cartagine dopo la conquista di Agrigento, ma Scipione, 260 anni dopo, in seguito alla distruzione di Cartagine, lo ha ritornato agli Agrigentini.
Il toro di Falaride ha servito a Luciano per due dialoghi satirici, dove egli fa comparire degli inviati del tiranno in Delfi i quali portano come offerta al Dio quella macchina infernale, e il crudele tiranno vi è presentato come un uomo giusto; egli, inoltre, per bocca dei sacerdoti, fa comparire il dono del feroce come un'assai religiosa offerta.
Non è facilmente possibile potere spingere più oltre la malignità contro la Chiesa come Luciano ha fatto in questi suoi scritti.
Falaride fu potente e crudele, ma anche egli col tempo, circa verso la metà del VI secolo a. C., si distinse a guisa degli altri tiranni greci come uomo d'intelligenza, e visse nella compagnia di filosofi e artisti.
Si raccontano di lui dei tratti di generosa magnanimità come la storia di Menalippo e Cariton che ricorda quella Dionisia di Damon e Pitia, e quella che viene ricordata dal famoso Stesicoro. Falaride, che aveva assoggettate tante città, si alleò una volta con quelli d'Imera, a patto che essi dovessero eleggerlo a loro capo e potersi così vendicare dei loro nemici. A ciò si oppose Stesicoro: egli venne al popolo e raccontò una favola. Un cavallo pascolava una volta, solo, in un campo; venne il cervo, più forte, e lo cacciò via. Il cavallo andò per aiuto dall'uomo e lo pregò di castigare il cervo. Bene, disse l'uomo, però tu mi devi portare sul dorso. Il cavallo acconsentì, si vendicò così del cervo con l'aiuto dell'uomo, ma portò per sempre il morso che questi gl'impose e subì il suo dispotico dominio.
«Così, disse Stesicoro, volete somigliare anche voi al cavallo della favola, o uomini d'Imera; voi dovete ben riflettere prima di sottomettervi al giogo di Falaride». Gli Imeresi rifletterono, infatti, e quindi abbandonarono ogni idea di alleanza col tiranno.
Però, poco dopo cadde il poeta in suo potere e gli fu condotto davanti. Ma non gli fece alcun male, bensì gli offrì ospitalità e ricchi doni, prendendo molto diletto a' suoi sapienti discorsi, e all'armonia dei suoi canti, e lo licenziò quindi con ogni onore.
Assai importante appare l'influenza che i filosofi avevano sui tiranni di Sicilia. Come nei tempi favolosi gli eroi erravano pel mondo per distruggere i mostri, così più tardi i filosofi viaggiavano pel mondo per liberarlo dai tiranni.
Il cómpito della filosofia è sicuro: liberare l'umanità da ogni specie di tirannia, e questo scopo è chiaramente espresso nelle antiche relazioni dei famosi viaggi compiuti dai Pitagorici e dagli Eleusini. Vanno verso Falaride Demostene, Zenone di Elea e Pitagora per ammonirlo, allontanarlo dalla tirannia, e rivolgerlo alla virtù. Nella vita di Pitagora sono narrati i ragionamenti che un filosofo ebbe con Falaride. Egli paragonò i cattivi e i buoni modi di vivere, gli scopi, le capacità, le imperfezioni e le passioni dell'anima, rese manifesta l'onnipotenza di Dio dalle sue opere, e convinse così l'incredulo tiranno.
Egli non tacque del castigo che aspetta ai violatori della legge, e parlò molto sul giudizio divino e sulla virtù, sulle vicende della sorte e della bramosia degli uomini pel possesso e la sovranità.
Ai discorsi dei filosofi rispondeva così il tiranno geniale: «Per la signoria è come per la vita. Nessuno vorrebbe nascere se sapesse anticipatamente il martirio della vita, però appena si è nati non si vuol più morire; così nessuno vorrebbe essere tiranno, se conoscesse anticipatamente la pena che soffrono i tiranni; appena però lo si è divenuti, non si può più cessare di esserlo».
Si ricordano le parole profonde che un siracusano rivolse a Dionisio. Quando questi una volta era in dubbio se deporre la sovranità o no, uno dei suoi amici gli disse: «O Dionigi, la tirannide è una bella veste da morto!»
Il presente, così mi sembra, fa rivivere quei tempi della tirannide con un esempio visibile nel ricordo: esso mostra che la natura umana è eternamente la stessa. Quando si paragonano i due grandi periodi della tirannide, la ellenico-sicula e la medioevale, che si equivalgono, con l'apparizione della nostra giovane tirannide nei suoi intrighi e nelle sue macchinazioni, si vede che nulla è nuovo sotto il sole. È cessata solamente la vecchia libertà dei discorsi filosofici e i nostri professori di filosofia adesso non fanno che creare o combattere dei sistemi e delle chimere, che non hanno nessun potere sulla felicità dei popoli.
Una favola dice che Falaride perdette la vita per una parabola di Pitagora. Parlava una volta, il gran filosofo, alla sua presenza e a quella dei cittadini della paura degli uomini davanti ai tiranni e dimostrò come essa fosse senza fondamento con l'esempio dei colombi, che, paurosi, fuggono davanti lo sparviero e invece potrebbero metterlo in fuga se essi contro di esso coraggiosamente si volgessero.
Questo discorso infiammò un cittadino presente, che raccolse una pietra e la gittò contro il tiranno: altri seguirono il suo esempio e così Falaride rimase ucciso.
Altri raccontano che Zenone di Eleusi spingesse gli Agrigentini alla rivolta contro di lui.
Il ricordo di Falaride si è mantenuto nel mondo e così notevole sembrò quest'uomo all'antichità che gli si attribuirono centoquaranta lettere morali e filosofiche, sulla autenticità delle quali però i dotti hanno lungamente disputato.
Dopo la sua morte fu di nuovo innalzata la democrazia e a capo dello Stato subentrarono due uomini saggi, Alkmener e Alkander, sotto il potere dei quali la repubblica rifiorì e divenne così ricca, che i cittadini cominciarono a portare abiti bagnati nella porpora.
La lussuria e la loro essenza geniale e sofistica sembrano essere state principalmente causa della loro rovina.
Al tempo di Gerone di Siracusa, un uomo molto forte, Tirone, riuscì a diventare il tiranno in Agrigento. Egli si era imparentato con quel re e ambedue i capi siciliani si aiutavano nell'esecuzione dei loro progetti. Cominciò allora il periodo di fioritura della Sicilia dopo che i Cartaginesi presso Imera ebbero a soffrire una sanguinosa sconfitta nell'anno 480. Il maggior numero di prigionieri cartaginesi l'aveva fatto Agrigento, e parecchi cittadini tenevano nella loro casa 500 incatenati. Però il numero maggiore fu assegnato alla comunità, dalla quale furono obbligati a trasportare le pietre che servirono a fabbricare i tempî d'Agrigento, ed a lavorare nei canali sotterranei che il celebre Faax aveva ideati. Oltre a ciò gli Agrigentini costruirono una piscina per ingrassare dei pesci rari per le loro cene raffinate; essa offriva anche un quadro pittoresco, così dice Diodoro, perchè molti cigni vivevano nelle sue acque. Gli abitanti piantavano inoltre su tutta la loro terra la vite e molti alberi da frutta.
La signoria di Tirone fu il periodo più splendido di Agrigento. Il commercio e l'agricoltura resero assai ricca la città, che si arricchì di belle opere architettoniche, plastiche e pittoriche; feste pompose dilettavano il popolo e alla corte del mite signore si videro i sapienti e i poeti dell'Ellade: Pindaro, Bacchilide, Eschilo furono in Agrigento; quando una questione sorta fra Gerone e Tirone stava per trascinarli alla guerra, si intromise per rappacificarli il gran poeta Simonide. Pindaro inoltre compose i suoi canti olimpici di vittoria su Tirone di Agrigento che aveva vinto col suo ardire, e magnificò nei canti istmici Kenokrate Akragas come la più bella fra le città del mondo.
Tirone regnò sedici anni. Quand'egli, nell'anno 472, morì, il popolo gl'innalzò una bella tomba e gli rese gli onori degli eroi. Suo figlio Trasidaos non gli somigliò; odiato dagli abitanti, fu scacciato e più tardi giustiziato a Megara. Gli Agrigentini avevano abbattuto i tiranni e avevano dato a tutta la Sicilia il segnale della liberazione dalla tirannia.
Mentre, dunque, nelle città veniva esaltata la democrazia, Empedocle in Agrigento dava una costituzione che assegnava uguali diritti tanto all'aristocrazia, quanto al popolo.
Sembra che le basi politiche del gran filosofo fossero rappresentate dall'eguaglianza di tutte le classi di cittadini; egli però si considerò come un Dio, come vien riferito da lui stesso.
Vestiva di porpora e portava una corona d'oro sulla chioma lunga e abbondante; quando usciva lo seguivano paggi graziosamente abbigliati. Così lo descrissero gli antichi, come un eroe nel quale la natura spiegò il suo più alto valore. Empedocle fu una delle figure più fulgide nelle quali i Greci abbiano ammirato il genio; i biografi postumi gli attribuirono la più alta coscienza della divinità del genio umano.
La filosofia naturale della quale fu maestro Empedocle, non rimase astratta in lui, ma l'applicò alla vita; e fu uno dei più grandi medici dell'umanità. Egli aveva liberato i Selinuntini dalla peste, e così meravigliose apparivano le sue guarigioni, che di lui si favoleggiò che sapesse resuscitare i morti.
La medicina divenne così la scienza prediletta dei Siciliani: accanto ad Empedocle troviamo il suo amico Pausania e il suo emulo Akrone di Agrigento. Fu anche famoso più tardi, nella scienza medica Erodico, fratello di Gorgia, e al tempo di Aristotile Menecrate di Siracusa. Questi imitò la vanità di Empedocle, e di lui vengono narrate storie assai amene. Non prendeva denaro per le sue cure, ma voleva solo che i suoi pazienti si nominassero suoi schiavi. Aveva guarito, ancora, con grande arte, due ammalati; essi dovevano seguirlo ovunque, chiamandosi uno Ercole, l'altro Apollo; però egli era Giove! Una volta scrisse a Filippo di Macedonia la lettera seguente:
«Menecrate Giove a Filippo, salute!
«Tu regni in Macedonia, io regno nella Medicina. Tu puoi far morire quelli che stanno bene, io posso assicurare gl'infermi di vivere sani fino alla vecchiaia, se essi mi ubbidiscono. La tua guardia del corpo è di Macedoni, la mia di quelli che ho guarito. Poichè io, Giove, ho ridato la vita!».
Rispose il re:
«Filippo augura a Menecrate cervello sano. Ti consiglio di fare un viaggio a Anticyra».
Anche Plutarco racconta che ad una lettera di Menecrate ad Agesilao di Sparta, questi in simil guisa rispondesse:
«Il re Agesilao alla sanità di Menecrate».
Si scorge già, come alla scienza naturale, della quale la Sicilia era la patria, cominciasse ad unirsi la ciarlataneria, come alla filosofia cominciasse ad unirsi la sofistica. La Sicilia, patria dei sofisti, era anche la patria dei ciarlatani, e anche oggi questa regione è caratterizzata in diversi modi da menti sofistiche e dal ciarlatanismo, ed io credo che non perderà mai questi caratteri, essendo i prodotti della sua natura vulcanica.
Empedocle preludiava già alle storie magiche e meravigliose dei tempi seguenti. Intorno alla sua morte la leggenda futura distese una luce favolosa, come per il famoso Apollo di Tyana e per molti altri semidei e profeti cristiani. Si racconta che egli abbia richiamato in vita una donna già morta e che sia quindi andato con molti amici nella villa di Peisanax per fare dei sacrifici. Quando essi al mattino si svegliarono, si accorsero che mancava Empedocle. Se ne domandò agli schiavi, dei quali uno solo potè riferire che aveva sentito gridare nella notte da una voce soprannaturale il nome di Empedocle. Quando egli si svegliò vide una luce celeste, un chiarore di fiaccole e poi nulla più.
Così Empedocle fu subito collocato fra gli dei. Secondo un'altra leggenda, il filosofo salì sull'Etna e si precipitò nel cratere. Il monte poi rigettò una delle sue scarpe. Si dice che Empedocle abbia scelto questa morte dopo che i Selinuntini gli avevano tributato onori divini, per rafforzare in loro la credenza ch'egli fosse un dio.
Ciò non pertanto, secondo quanto dice Diogene, egli morì nel Peloponneso.
Gli Agrigentini gli eressero una statua che i Romani più tardi portarono a Roma e posero davanti la Curia.
La temperata democrazia che aveva introdotta Empedocle si mantenne a lungo in Agrigento.
Però il carattere della città aveva molte somiglianze con quello di Sibari e di Taranto.
Avversi alle imprese guerresche, gli Agrigentini si mantennero neutrali anche nelle guerre fra Siracusa ed Atene. La loro lussuria era senza limiti. Fabbricavano, dice di loro Empedocle, come se dovessero vivere in eterno, e banchettavano come se dovessero morire il giorno dopo.
In tutto il mondo fu famosa «la opulenza della mensa agrigentina». Diodoro ci informa della vita d'Agrigento poco tempo prima della distruzione di questa città, e possiamo quindi farci un concetto vivo della ricchezza e della mollezza de' suoi cittadini. Possedevano eccellentissimi cavalli, che erano rinomati in tutta l'Ellade. Non solo s'innalzavano loro dei monumenti funerari, ma perfino ai piccoli uccelli tenuti in casa da ragazze e da paggi.
Quando un Exanctos aveva vinto nella corsa dei carri, lo si conduceva in città con 300 coppie di bianchi cavalli, tutti di Agrigento.
La ricchezza dei cittadini era straordinariamente grande.
Antistene festeggiò le nozze di sua figlia dando un banchetto a tutto il popolo nelle strade; la sposa fu accompagnata da 800 carri e molti cavalieri; alla sera suo padre organizzò un'illuminazione con i mezzi possibili in quel tempo. Fece ricoprire le are di tutti i templi con della legna e in un attimo, quando sulla rocca fu acceso un fuoco, tutti quelli si accesero. Si divertivano facilmente e già fin d'allora amavano le illuminazioni, come oggi nel sud d'Italia, dove la passione per i fuochi d'artificio produce tanto stupore nella gente del Nord.
Così ricco come Antistene era Gellia. Considerava tutti gli amici come suoi ospiti. Lo stesso facevano molti altri in Agrigento; secondo un vecchio uso invitavano chiunque. Perciò dice Empedocle della sua patria: che fu «una porta sacra per gli ospiti, lungi restando la falsità».
Una volta, imperversando un temporale, vennero ad Agrigento, da Gela, 500 cavalieri. Gellia li prese tutti con sè e diede ad ognuno del suo guardaroba un doppio vestito. Nella sua cantina aveva 300 anfore di pietra, delle quali ognuna conteneva 100 barili; accanto ad esse vi era un tino della capacità di 1000 barili, dal quale il vino colava nelle anfore.
Si può arguire da ciò la magnificenza delle case e lo splendore dei banchetti. Gli uomini — dice Diodoro — si abituavano fin dall'infanzia al lusso; portavano abiti e ornamenti preziosi, amavano specialmente i pettini per la chioma e le fiale d'oro o d'argento per profumi. Molto meglio rivela la mollezza degli Agrigentini l'ordinanza emessa al tempo dell'assedio della città fatto dai Cartaginesi, la quale ordinanza prescriveva ad ogni sentinella di non portare più di un materasso, una coltre, una coperta e due origlieri.
Chi può biasimare questi uomini se, sotto un cielo bellissimo, fra le voluttuose dovizie della natura, ricchi di sapienza e di cultura, Elleni e cittadini liberi, trascorrevano in gioie la vita così fugace? Ma chi può compiangerli e meravigliarsi se questa città, la cui popolazione era di circa 800,000 uomini soggiacque in poco tempo ai Cartaginesi?
Vi sono pochi avvenimenti nella storia che dimostrano la incostanza delle cose umane in modo così schiacciante come la improvvisa caduta di Agrigento.
Dopo la sconfitta degli Ateniesi davanti Siracusa, la città di Segesta aveva chiamato in aiuto i Cartaginesi. Erano comparsi essi in grandi forze nel 409 condotti da Annibale figlio di Giskone e avevano già distrutto Selinunte e Imera.
Siracusa, che non vedeva con dispiacere la caduta di queste città, non si affrettò a salvare Agrigento e Gela, e perciò quel tempo è il più ignominioso degli Elleni di Sicilia; esso offuscò la fama dei Greci nei turpi vizi, dei quali, come in tutti gli altri popoli del Sud, maggiore fu l'ira di parte.
Nel 406 soltanto tornarono i Punici con forze novelle.
Gli Agrigentini, che avevano a temere i loro primi assalti, assoldarono lo spartano Dexippo con 1500 uomini e chiamarono pure dei mercenari campani.
Annibale e Imilcone accamparono davanti la città, ad ovest del colle di Minerva, da ogni parte e al di là dell'Akaragas; fecero costruire un baluardo, facendo distruggere all'uopo i monumenti funebri. Cadde però il fulmine sulla tomba di Tirone, la peste scoppiò nel campo e colpì lo stesso Annibale: questi cattivi presagi gettarono un panico superstizioso nell'esercito.
Imilcone proibì allora la distruzione delle tombe, offrì al Moloch, in espiazione, un ragazzo e per Poseidone fece affondare nel mare molti animali.
Mentre i Cartaginesi investivano Agrigento, i Siracusani mandavano in suo soccorso il loro generale Daphnaus con truppe.
Egli battè gli Africani che gli si fecero contro e Agrigento sarebbe stata salva se i suoi corrotti generali avessero fatto una sortita dalla città. Ma essi invece fecero il possibile perchè il nemico si mettesse in salvo nel suo campo. Il popolo sollevatosi lapidò i traditori.
Avendo Daphnaus bloccato i Cartaginesi, questi videro sorgere il pericolo di morir di fame. Però il caso li aiutò, giacchè le navi cartaginesi catturarono il carico di grano che doveva approvigionare Agrigento. I cittadini avevano usato con prodigalità dei viveri, anzitutto perchè non abituati alle privazioni e perchè poi si cullavano nell'idea della prossima fine dell'assedio.
Fu consumata presto la provvisione dei viveri. Però non questo bisogno, ma la mancanza di forza difensiva propria abbattè la città; i mercenari la tradirono.
Prima disertarono al nemico i Campani, sotto pretesto che era scaduto il loro tempo di servizio; si allontanarono poscia anche Dexippo e Daphnaus. Agli Agrigentini allora mancò l'animo. I loro capi, dopo essersi assicurati che i viveri erano finiti, comandarono al popolo di abbandonare, tutti insieme, nella notte seguente la città. Avvenne l'inaudito; così presto si scoraggiò questo popolo numeroso che esso, invece di tentare tutto il possibile, come più tardi fecero Siracusa e Cartagine, si coprì dell'onta di abbandonare al nemico la fortissima città con tutti i suoi tesori. Venuta la notte, uscì il popolo: uomini, donne, fanciulli, empiendo l'aria di grida di dolore. Tanta era la paura e così vile l'animo loro, che non si curarono dei congiunti ammalati e dei vecchi deboli.
Molti cittadini però rimasero e si diedero la morte per perire almeno nella dimora dei loro padri.
La folla del popolo si avviò verso Gela con una scorta di armati, e si videro le ragazze educate tanto mollemente, camminare a piedi.
Nella deserta città entrò Imilcone dopo 8 mesi di assedio. Quelli che vi erano rimasti, furono trucidati. Si dice che il ricco Gellia, rimasto in vita, si nascondesse nel tempio di Atena e quando vide che gli Africani non risparmiavano nemmeno gli Dei, incendiò il tempio e perì con le sacre offerte.
Il bottino d'Agrigento, che non era stata mai conquistata da nessun nemico e che, secondo l'affermazione di Diodoro, era allora la più ricca città ellenica, dovette essere stato immenso. Imilcone mandò le opere d'arte più preziose a Cartagine, che poi caddero nelle mani dei Romani. Fece quindi devastare Agrigento e bruciare i templi. Tracce d'incendio si vedono ancor oggi in parecchi architravi. E dopo che i Punici vi ebbero svernato, Imilcone distrusse completamente la città. Come racconta Diodoro, fece infrangere tutte le opere d'arte dei templi, ritenendo che il fuoco non le avesse sufficientemente annientate. La cultura subì allora una perdita inestimabile, proprio nel fiorire del tempo di Pericle; avendo inoltre molte altre guerre devastatrici funestata la Sicilia, il suolo dell'isola è rimasto assai impoverito. I popoli che distrussero la Sicilia greca, il Cartaginese e il Romano, erano egualmente barbari.
Questo terribile destino aveva colpito Agrigento nell'autunno dell'anno 406 prima della nascita di Cristo e d'allora in poi la città non si sollevò, sebbene una nuova popolazione vi si stabilisse. Corinzio la popolò con una colonia nell'anno 341, sicchè a poco a poco si rialzò. Essa persino si sollevò durante la tirannide di Agatocle di Siracusa, mentre questi era occupato nel suo strano viaggio in Africa allo scopo di assoggettarsi tutta la Sicilia. Però il piano fallì e Agrigento cadde di nuovo in potere degli Africani.
Sorse in seguito, come tiranno, Finzia, un nuovo Falaride. Gli Agrigentini lo cacciarono via e si diedero a Pirro di Epiro, la cui signoria fu però assai breve. La città divenne di nuovo cartaginese ed anzi una delle loro piazze principali, nella guerra contro i Romani; essi mantennero questa città ancora dopo la caduta di Siracusa. Nella prima guerra punica fu di nuovo in Agrigento un figlio di Annibale, Giscone con 50,000 uomini.
I consoli L. Postumio e Q. Emilio circuirono Agrigento con 100,000 uomini, dove Annibale si difendeva accanitamente. Avendo però Annibale fatto una sortita per liberarsi, ed essendo stato battuto, i Cartaginesi furono sloggiati dalla città. I Romani l'avevano assediata per 7 mesi, e quando vi entrarono, massacrarono il popolo con accanito furore e lo trattarono più iniquamente di come i Punici avevano fatto una volta. I cittadini rimasti in vita furono tutti tratti in schiavitù (262 a. C.). Non molto tempo dopo però ricadde Agrigento in potere del generale cartaginese Cartalus che fece distruggere e incendiare l'infelice città. Quando cadde Siracusa si trovavano ancora in Agrigento Epecide, Annone e Mutines contro Marcello. Mutines fu un Punico d'Ippona, che aveva spinto il grande Annibale in Italia; egli ottenne dei brillanti successi comandando la cavalleria, sì che tutta la Sicilia era piena del suo nome. Annone invidioso, gli tolse il comando e Mutines, per vendetta, cedette Agrigento ai Romani. Notte tempo aprì le porte della città al console Lavinio. Annone ed Epecide ebbero appena il tempo di salvarsi su di una barca. Coll'usata ferocia i Romani punirono Agrigento, i maggiorenti della città furono uccisi, i rimanenti furon venduti come schiavi.
D'allora la bella città di Empedocle e di Tirone si perdette nella storia.
Al tempo degli Elleni si distinse per nobili intelletti. Le diedero lustro Empedocle, Pausania, Acrone il filosofo, oratori e medici, Proto scolaro di Gorgia, Dinoloco lo scrittore di commedie, Phaas l'architetto, Metello il maestro di Platone, nella musica, Fileno lo storico e ancora nel tempo della miseria, quando Verre rubò alla decaduta Agrigento gli ultimi tesori che la grazia dello spogliatore di Cartagena gli aveva lasciati, onorò la sua patria Sofocle, difendendola davanti ai Romani contro quel ladro.
Si può supporre che Agrigento, prima delle ultime conquiste si sia limitata al Kamikus, dove sta anche oggi, da 2000 anni durevole nella miseria come nello splendore. Nell'anno 825 la presero i Saraceni, i successori dei Punici provenienti dalle stesse terre. Il loro ultimo emiro, Kamul, vi fu sconfitto nel 1106 dal conte Ruggiero. D'allora Agrigento diventò feudo di nobili famiglie cadendo sempre più in basso, arrivando ad una popolazione di soli 16,000 abitanti.
Passando sul colle di Minerva si raggiunge quella fila di templi che stanno sul confine meridionale delle mura della città. La loro vista sullo sfondo del mare Libico, quando il sole ardente illumina le loro pietre gialle e fa sfavillare le colonne potenti, è ancor oggi incantevole; e fa pensare quanto stupenda dovesse essere nell'antichità.
Il bel tempio di Giunone Lucina è il primo della serie. S'innalza su di un piccolo colle, ed è a metà distrutto; soltanto da una parte esistono ancora le sue 13 colonne doriche che sostengono l'architrave.
Sul prospetto solo due colonne stanno ancora in piedi, con un pezzo dell'architrave; alle rimanenti mancano i capitelli, o sono abbattute e spezzate. Il tempio giace sopra un alto ripiano di quattro gradini.
Era circondato da 34 colonne doriche con 20 scannellature; di esse 13 stanno ai lati e sei nel prospetto. Le colonne hanno cinque palmi di diametro e un'altezza di circa cinque metri. I loro capitelli sono scolpiti con eleganza ed armonia.
Disgraziatamente nulla è rimasto del frontone e del fregio. Nelle rovine si notano tracce d'incendio. Lo storico Fazello fu il primo che diede a questo, come agli altri templi, il nome, perchè prima si chiamava la «Torre delle pulselle».
Secondo Plinio, Zeusi dipinse per esso il celebre ritratto di Giunone e per modello gli Agrigentini misero a sua disposizione cinque delle più belle fanciulle della città. Cicerone però riporta lo stesso episodio pel quadro di Elena, nel tempio di Giunone a Crotone.
Dai gradini del tempio si abbraccia benissimo il circuito dell'antica città.
Vicino a chi guarda si ergono le mura meridionali, formate dalla rupe naturale, come si vede anche in qualche punto dell'antica Siracusa, dove l'a picco di una rupe servì di muro. Molte tombe, colombari, nicchie e sepolture rotonde si scorgono nel muro.
Anche il tempio della Concordia sorge su di una collina, in mezzo ad un pittoresco insieme di rovine e di fichi d'India. È completo fino al tetto, che manca con le due fronti e tutte le colonne. Anch'esso posa su quattro gradini ed ha 34 colonne.
Non distrutto dai Cartaginesi, ha sfidato vittoriosamente il tempo e nel medioevo, essendo stato trasformato in chiesa, se ne impedì così il suo deperimento. Quando nel secolo XV si fece della cella una cappella, si introdussero nelle pareti laterali i due archi che rimangono ancor oggi. In seguito, la chiesa fu abbandonata, e nell'anno 1748 il principe di Torremuzza restaurò il tempio. Fazello gli ha dato il nome di Concordia, con la quale non ha che fare nessuna divinità dorica. Fra tutti i templi italiani e siciliani, nessuno ha conservato la cella così intatta come questo; le scale che conducono dalla sua entrata orientale sul tetto sono rimaste intatte in ogni loro parte.
Senza dubbio è il più completo dei templi siciliani, poichè quello di Segesta rimase incompleto, non scorgendosi in esso il minimo indizio di cella. Le colonne maestose, i capitelli colossali, le belle proporzioni dell'architrave che ha preservato gli ornamenti del suo triglifo, la grandezza semplice dell'architettura, offrono il più puro godimento estetico. La costruzione dorica è certamente la più bella dell'antichità, certo non apparisce inferiore alla plastica e alla poesia, la cui forza e la cui purezza viveva nell'anima del popolo greco, che fu capace di trovare quelle semplici leggi architettoniche. Guardando un tempio dorico non si può fare a meno di ricordare in quali grandi e semplici ritmi si è sviluppata la vita dei Greci, se l'intero modo di sentire nazionale, che quel popolo espresse nel modo più originale ed evidente nell'architettura religiosa, si potè rappresentare in simil guisa.
Noi comprendiamo benissimo quest'armonia, che è così semplice come una relazione fondamentale geometrica; però ancora non possiamo afferrare l'intero senso della sua intima connessione coi costumi del popolo. Io son persuaso che il duomo cristiano di Monreale (Palermo) sia il più bel contrapposto a questo tempio della Concordia.
Se la Sicilia non avesse altro che questi due edifici, monumenti di due grandi culture, rimarrebbe sempre una terra meravigliosa. Il tempio dorico è l'effigie vivente del tenace ordinamento del mondo greco e delle sue tragiche necessità; il caso, e tutto il fantastico è escluso da questa prima forma; nessun principio pittorico predominante vi signoreggia, non v'è ancora il lusso del disegno, nè il giuoco di diverse figure.
Il terzo tempio è quello di Ercole, un tempo il primo d'Agrigento, oggi una massa gigantesca di rovine che giacciono fieramente accavallate. Una sola colonna scannellata si erge da quel caos. Si contemplano con stupore quei blocchi di pietra, quei bellissimi capitelli, le rovine dell'architrave, che hanno conservato tutti le tracce della loro coloritura purpurea, e quei pezzi di colonna scannellata che giacciono miseramente all'intorno simili a gigantesche pietre molari, sepolti per metà nel terreno e coperti da piante incolte. Questo tempio, vicino all'Olimpion, era il più grande della città e aveva fama mondiale: il suo porticato aveva 38 colonne doriche, di cui 6 sulla larghezza e 15 per la lunghezza, numerando pure le colonne degli angoli. Il loro diametro era di 8, 5, 10 palmi, la loro altezza col capitello poco più di quattro metri.
Vivaci colori, il rosso, l'azzurro, il nero e il bianco, ornavano l'architrave; il fregio era munito di teste di leoni nella scanalatura, e di decorazioni floreali. Serradifalco calcolò la lunghezza del tempio in 259,2,8 palmi e la larghezza in 97,10,6. La cella era ipatrica. In essa sorgeva l'Ercole di Mirone, in bronzo; Cicerone narra che la base di questa statua del dio era levigata per i molti baci di coloro che venivano a pregare nel tempio. Oggi possiamo fare la stessa osservazione in S. Pietro a Roma, dove i baci dei cattolici hanno consumato il piede del S. Pietro di bronzo.
Si può rimproverare al tempo e agli elementi la distruzione delle opere d'arte, se gli stessi lavori in bronzo sono così vergognosamente baciati?
Questa singolare analogia di costumi non è del resto l'unica comune al paganesimo ed alla Chiesa cattolica.
Il magnifico Ercole svegliò le brame di Verre, che decise di rubarlo, dal momento che gli Agrigentini non glielo volevano cedere. In una notte tempestosa fece forzare il tempio da schiavi armati; essi vi erano già penetrati e stavano per togliere il bronzeo dio dal suo posto, dov'era saldamente piantato, quando il popolo corse alla loro volta. «Non vi fu nessuno in Agrigento, così dice Cicerone, che per quanto debole per vecchiaia, o indebolito, che in quella notte, spaventato da quella notizia, non si sollevasse e prendesse un'arma. L'intera città affluì in poco tempo al tempio». I ladri furono inseguiti e non portarono con sè che due soli quadri. I Siciliani crearono un motto sul mal riuscito tentativo di furto, dicendo: «Fra le fatiche di Ercole si dovrebbe cantare da oggi la sconfitta di quel mostro di Verre».
Nello stesso tempio dovette sorgere l'Alkmene di Zeusi, che riuscì così meravigliosamente bene, che il pittore non si accontentò di nessun prezzo e volle dedicare il quadro alla deità. Nell'anno 1836, sotto le macerie si trovò la statua di Esculapio, senza testa, ora esposta nel museo di Palermo.
Continuando, arriviamo alle rovine del più famoso dei templi siciliani, una delle opere più grandi dell'antichità, l'Olimpion. Fu fabbricato dopo la vittoria presso Imera e nello stesso tempo che sorgevano il tempio di Giove a Selinunte, il Partenone ad Atene, il tempio di Zeus in Olimpia, il tempio di Giunone in Argo, mentre cioè in tutti i paesi ellenici si generalizzava la perfezione dello stile dorico. Gli Agrigentini avevano condotto appena a termine l'immenso edificio, e mancavagli solamente il tetto, quando scoppiò la guerra coi Cartaginesi, e la conseguente distruzione della città rese impossibile il suo completamento.
Imilcone saccheggiò l'Olimpion, ma benchè i barbari devastassero l'interno, non potevano che difficilmente pensare ad abbatterlo, data la grandezza e la saldezza della costruzione. Colpisce il carattere della sua architettura, giacchè non aveva peristilio con colonne isolate, ma era attorniato da pareti con mezze colonne. Polibio vide ancora intatto il meraviglioso edificio, e tale si conservò fino al medioevo, andando però sempre più in rovina per le ingiurie del tempo e per i terremoti; e fu anche danneggiato dalla barbarie di coloro che usavano le sue pietre quadre come materiali da costruzione, fino a che gli ultimi resti che si reggevano in piedi, precipitarono a terra. Così racconta Fazello, che ritrovò il tempio e che aveva saputo del tempio e del suo nome dai ricordi del popolo: «Sebbene ciò che rimane del fabbricato sia caduto nel corso dei tempi, un pezzo però rimase molto tempo in piede appoggiandosi a tre giganti e ad alcune colonne. Ciò è ricordato ancor oggi nella città di Girgenti ed anzi lo han posto nel loro stemma. Però, anche questo pezzo cadde per la incuria degli Agrigentini nel 9 dicembre 1401». Un poeta contemporaneo cantò questa caduta di ruderi nei seguenti rozzi versi leonini, dei quali riportiamo la traduzione libera subito appresso, come quella che spiega la ragione dello stemma di Girgenti:
Ardua bellorum fuit gens Agrigentinorum
Tu sola digna Siculorum tollere signa
Gigantum trina cunctorum forma sublima.
Paries alta ruit, civibus incognita fuit.
Magna gigantea cunctis videbatur ut dea.
Quadricenteno primo sub anno milleno
Nona decembris deficit undique membris.
Talis ruina fuit indictione quinquina.
Possente sempre fu in guerra la valorosa gente degli Agrigentini.
Tu sola degna veramente fra tutti i popoli siculi di elevare
Nello stemma il trino segno de' Giganti, portentosi per forma fra tutti.
Ruinò a terra l'altissimo muro, ed i cittadini più non l'ebbero in cura.
Parve a tutti la mole gigantesca della statua essere una divinità.
Nell'anno quattrocento uno dopo l'anno millesimo.
Nel nono giorno di dicembre cadde il monumento da ogni parte.
Tale ruina ebbe luogo correndo la quinta indizione.
Girgenti continua a portare sul suo stemma i tre giganti e le rovine dell'Olimpion, dal popolo chiamate col nome di «Palazzo dei Giganti».
Oggi del gran tempio non resta altro da vedere che la sua pianta, che si è potuta formare per l'assetto dato alle rovine, e la sua grandezza mette stupore.
Ai lati si è formato un argine di macerie coperto di piante selvagge; alcuni olivi hanno messo radici fra le rovine. La massa maggiore è dalla parte di ponente, dove i pezzi giganteschi sono ammucchiati gli uni sugli altri, e sotto vi sono dei frammenti di colonne nelle cui scannellature un uomo trova comodamente posto. Però, per quanto questo ammasso sia grande, appare piccolo in rapporto al tutto, e fa anzi ritenere che la maggior parte del materiale sia stato portato via.
Con le pietre quadre di uno di questi templi fu costruito, al tempo di Carlo III, il molo attuale di Girgenti. Nel mezzo del pavimento libero, vi è disteso uno di quei giganti che servivano da cariatidi. È formato di varî mazzi di tufo calcareo conchiglifero, uniti l'uno all'altro.
La testa gigantesca, a causa delle intemperie e della caduta, è informe, ha capelli inanellati e un berretto frigio; le braccia sono sollevate in alto per sostegno, come nelle cariatidi.
La statua è lunga quasi 30 palmi e rivela molto bene lo stile egiziano, finendo in punta al basso, e tiene i piedi uniti. Ricorda perciò i giganteschi monumenti di pietra di Menfi e di Tebe; e quella figura di gigante dalla forma strana appare come il dio stesso che si sia posto a dormire l'ultimo sonno sotto le rovine del suo tempio, e nè terremoti, nè lotta di elementi, nè lo strepito della storia del genere umano lo possono svegliare. Diodoro ha descritto la meravigliosa costruzione. I templi sacri, e specialmente quello di Giove rivelano la bellezza della città in quel tempo. Tutti gli altri sono bruciati o distrutti, perchè Agrigento fu spogliata diverse volte. L'Olimpion rimase senza tetto, perchè in quel mentre sopravvenne una guerra. Dopo la distruzione della città, gli Agrigentini non vi tornarono per completarlo.
È lungo 340 piedi e largo 60 (secondo Winkelmann dev'essere 160) alto 120 senza le fondamenta. È il più grande di Sicilia e a cagione della robusta costruzione può anche mettersi a paro di quelli forestieri. Benchè l'edificio sia incompiuto, la sua pianta è chiara. Mentre in altri la casa del tempio è circondata da sole pareti o attorno alla divinità da colonne, questo ha ambedue i sostegni. All'esterno sono poste delle colonne in giro alle pareti, nell'interno del tempio sono quadrangolari. La parte esterna delle colonne, le cui scannellature sono così larghe da potervi stare un uomo, ha una circonferenza di 20 piedi, quella interna 12 piedi. Nel frontone dalla parte di levante era rappresentata la lotta dei giganti in bei rilievi, e dalla parte di ponente la presa di Troia. Le figure sono conformi al carattere di ogni protagonista. Le rovine e le fondamenta dell'Olimpion sono sufficientemente autenticate dalle indicazioni di Diodoro. Il tempio posava sopra cinque gradini come sopra un piedistallo ad esso proporzionato; aveva una lunghezza di 417 palmi e una larghezza di 203. Fu l'unico della specie dei pseudoperipteri; lo circondavano delle mura nelle quali erano incastrate 14 mezze colonne scannellate, di grandi proporzioni.
Alle mezze colonne all'esterno corrispondevano dei pilastri quadrati all'interno. Dalla parte di levante, dove in altri si praticava l'entrata del tempio, Serradifalco contò il numero dispari di 7 mezze colonne, disposizione questa veramente fuori del comune.
Egli è d'opinione che l'entrata fosse dalla parte di levante e l'architetto avesse tolto la colonna dispari del centro per avere la porta da quella parte. Benchè la larghezza di essa nei templi dorici fosse ordinariamente più grande del doppio intercolunnio, l'architetto si ingegnò in quel modo, non interessando tale regola pel pseudoperiptero.
L'interno era diviso in tre parti, nel senso della lunghezza, per mezzo di due file di pilastri, uniti con dei muri, sicchè il centro veniva destinato alla cella e le ali servivano da peristilio. Non si è potuto sapere dove erano collocati quei giganti, dei quali alcuni hanno aspetto femminile, con i lunghi capelli; se addossati ai pilastri o attorno alla cella. Non essendo rimasto altro dei grandi rilievi del frontone che dei frammenti rovinati, così l'unico resto di scultura dell'Olimpion è dato da tale cariatide.
È molto da rimpiangere la perdita di quelle sculture, perchè se si fossero conservate, sarebbero state insieme con la metope di Selinunte un grande acquisto per la storia dell'arte. Il caso forse potrà far rinvenire qualche loro resto.
Tornando verso il tempio d'Ercole, in prossimità del taglio praticato nelle mura, si scorge la tomba di Tirone. È un monumento quadrangolare di blocchi calcarei, costituito di due costruzioni sovrapposte: la sottostante non è cementata, è divisa da un cornicione dalla superiore, la quale finisce in una piattaforma e chiude il monumento. In ogni angolo è una colonna scannellata con capitelli ionici e basi attiche.
Verosimilmente questo edificio è un cenotafio del tempo dei Romani, e possono anche aver ragione coloro che sostengono, sia stato il monumento di qualche cavallo.
Non lungi, verso sud e presso il mare, sono le rovine del tempio d'Esculapio dove una volta era l'Apollo di Mirone, che Imilcone portò a Cartagine, e Scipione ridonò agli Agrigentini, e che Verre finalmente rubò.
Sono questi i resti dell'antica Agrigento che si trovano fuori le mura. La lunga linea di templi che vi sorgono deve aver offerto altra volta uno splendido panorama a quelli di Eraclea, cioè a quelli che venivano dal mare, che percorrevano prima gli ubertosi campi e vedevano poi al di là delle mura i templi, i sacri protettori della popolosa città, che copriva le colline con le sue strade e con i suoi splendidi edifici, e che finiva da una parte col tempio di Minerva sulla rupe più alta, a levante, e a ponente con l'Acropoli. Fino alle più piccole rovine di questa città interna sono scomparse. Il suolo è coperto ovunque di vigneti, e fra di essi vengono tirate fuori continuamente monete, vasi e altre antichità.
Quasi nel centro dell'antica area della città sorge la villa del Ciantro Panisseri, al quale appartengono alcune antichità. Nei dintorni si mostra il cosiddetto oratorio di Falaride, cosa che non può mettersi in relazione con quel tiranno. Il piccolo edificio è di forma oblunga, con basi attiche e capitelli dorici ed è senza dubbio di origine romana. I monaci di S. Nicola lo hanno mutato in una cappella cristiana.
Nel piccolo museo del pittore Politi di Girgenti si trova il modello dell'Olimpion, secondo le indicazioni di Diodoro e dei moderni archeologi; esso dà una chiara idea dell'edificio, la cui grandezza per altro viene ad essere molto chiaramente dimostrata dall'estensione delle pareti che lo limitano. Però le colonne, non essendo state isolate, gli dovettero togliere la sveltezza e la bellezza che ha l'Olimpion di Selinunte, il più splendido fra i templi siciliani, appunto perchè le sue colonne sono isolate.
Come le mezze colonne o le colonne addossate alla parete nuocciano all'effetto dell'edificio, si può vedere oggi nella pomposa facciata di S. Pietro, le cui colonne doriche per poco sono inferiori di mole a quelle di Selinunte e di Agrigento.
Le proporzioni dell'Olimpion di Selinunte, che del pari non fu portato a completamento sono, secondo Serradifalco: lunghezza 425,2, larghezza 192,6 palmi. Diametro delle colonne circa 13 palmi, e un'altezza straordinaria di 68,2 palmi, 8 colonne di prospetto e 17 ai lati. Se si immagina un tale edificio perfettamente completo, non ve n'è nessuno che gli si possa paragonare.
Il tempio di Zeus in Olimpia era lungo solo 278 palmi, il tempio di Diana di Efeso 445, quello di Apollo di Didna 407, il tempio di Nettuno a Pesto 242 di lunghezza e 165 palmi di larghezza, il gran tempio di Edfu in Egitto era lungo 378.
Al disopra dell'Olimpion, verso ovest, sorge l'assai pittoresco resto del tempio di Castore e Polluce; chiamato così da Fazello e giacente in terra fino a poco tempo fa. Le quattro colonne principali col frontone sono state trovate da Serradifalco e Cavallari fra le macerie e felicemente rimesse in piedi. Sono doriche, scannellate e coperte di stucco bianco. Il tempio aveva 13 colonne in lunghezza e 6 in prospetto. Trovati i singoli pezzi di questo bell'edificio ridotto in rovina, si poterono mettere insieme in modo che fosse chiaro il carattere dell'insieme. Era policromo, e nell'architrave si vedono ancora dei resti di pittura. Il fregio è un lavoro molto grazioso, delle teste di leone sono poste nelle gronde.
Serradifalco ritiene il tempio greco senza dubbio, però con ristauro romano.
L'ultimo monumento della serie meridionale è verso ovest ed è il cosidetto tempio di Vulcano.
È l'unica cosa antica fra il Kamicus e le mura meridionali della città, giacchè nella città non si presenta più nulla d'antico, eccettuati i cosidetti resti del tempio di Zeus Polieus, sulle cui fondamenta è stata innalzata la chiesa di S. Maria dei Greci. Scendendovi con delle fiaccole, si vedono ancora alcuni gradini e pezzi di colonne doriche.
Però un tesoro raro contiene la cattedrale, un vistoso edificio sul Kamicus.
Vi serve da fonte battesimale il famoso sarcofago, i cui bassorilievi rappresentano delle scene della Fedra di Euripide. I musei romani sono ricchi di sarcofaghi degni di nota, però generalmente i loro bassorilievi, fatti nel tempo post-ellenico curano più il contenuto di ciò che viene rappresentato, che la bellezza dell'esecuzione.
Invece nel sarcofago di Agrigento lo scultore gareggia col poeta, e difficilmente si sarebbe potuto rappresentare con maggior commozione la scena della tragedia nella quale Fedra cade in deliquio.
È nota la predilezione dei Siciliani per Euripide, i cui versi bastavano per fare andare in estasi i Siracusani, e dopo la sconfitta di Nicia molti prigionieri ateniesi ebbero la libertà, perchè declamavano quei versi.
Si deve aggiungere che questo sarcofago è opera d'arte siciliana. Il valore dei rilievi dal punto di vista artistico è ineguale; sembra che l'anima dell'artista non sia stata divisa egualmente in ogni parte. Come in pochi altri sarcofaghi, l'azione qui è rappresentata in una successione bene sviluppata; comincia con la caccia d'Ippolito, sulla quale anche Euripide fonda l'odio di Venere. Il bel garzone è a cavallo con la lancia confitta nel cignale attorniato dai cani. Tre altri cacciatori vi partecipano con mazza, spiedo e pietre. Un quarto trascina un cane. Tra i fogliami si osserva il cactus siciliano (fico d'India). Segue la seconda scena sul lato minore destro, culmine e anima di tutto, con un rilievo della massima bellezza e leggiadria. Vi è Fedra seduta sulla sedia, di classico aspetto, d'espressione ideale; la balia è dietro di lei che la copre; un'ancella tiene abbassato il suo braccio destro, il sinistro fa atto d'impedire ad Eros, mentre questi punta la sua arma.
L'artista ha espresso magistralmente la causa del malanno, l'affanno d'amore e la lotta morale nell'animo di Fedra, il cui ritratto è il più splendido come riuscì ad Euripide, e dove egli diventò lirico come Calderon. Giovani donne, dal bello aspetto, tengono delle cetre davanti agli ammalati d'amore: e anche questo motivo è assai bello; le figure però sono semplici e dure come quelle simili degli antichi affreschi. Benchè sianvi riuniti molti contrasti, Fedra illanguidita, le donne che la servono nella sua follia, la vecchia balia, le giovani suonatrici di cetra, hanno tutti una drammatica fierezza.
Assai piacente è il corteggio delle Grazie melanconiche all'apparire di Fedra. È il poema più commovente della potenza di Eros, e la composizione di questo rilievo si può mettere al paro di quelli che possediamo a Pompei.
La terza scena mostra, sul lato esterno, Ippolito con la lancia in mano, gli amici con cavalli e cani ai lati, il capo mestamente chino, mentre la balia gli fa noto l'amore della matrigna. La fine è completata sull'ultima parte laterale: Ippolito giace al suolo precipitato dalla biga, mentre il guidatore cerca di frenare i cavalli; il mostro nettuniano, immoto, è accennato leggermente di dietro. Molte teste e figure in quest'opera magistrale sono guastate grandemente; nell'insieme però la scultura è conservata piuttosto bene. Fra i brutti quadri che pendono nella cattedrale, rendendo percettibile la mitologia da lazzaretto del cristianesimo, questo antico sarcofago sta come straniero, di un altro mondo, mentre si celebra il trionfo silenzioso del genio greco sul cristianesimo.
Chiudo con esso questi frammenti di Agrigento. Gettai sguardi lontani sulla riva del mare, e sarei volentieri andato verso le coste meridionali, verso Noto; però avevo toccata la meta e tornai a Palermo attraversando l'isola in due giorni di marcia.
Oltrepassammo Aragona, dove si erge un magnifico castello baronale. Dietro sta Comitini con le inesauribili miniere di zolfo. Ci vennero incontro molti muli carichi di zolfo. I pezzi di un bellissimo giallo e di forma regolarmente quadrata son belli a vedere. Ovunque sulla strada zolfo rotto e calpestato, e qua e là nei monti spesse colonne di fumo proveniente dalle miniere, e che riempiono l'aria di odor di zolfo; si sente fisicamente che si è nell'isola dell'Etna. La sua maggiore industria e la vera sorgente di vita delle impoverite terre siciliane è solo lo zolfo, che in grande quantità viene esportato in Inghilterra.
Attraversammo diverse volte il fiume S. Pietro che si getta nel Platani. Serpeggia variamente attraverso una melanconica valle rupestre e si getta in silenziosi campi sui quali pascolano i buoi rossi; nessun ponte passa su di esso. Mi piacque guardarlo tante volte: Giuseppe Campo assicura con certezza matematica che l'abbiamo passato trentasei volte.
L'ardore sciroccale nella valle ci dava le vertigini, e noi desideravamo ardentemente un ristoro, il sorso rinfrescante di un sorbetto, ma nulla si vedeva intorno. Due volte ci fermammo in un gruppo di case di campagna, dove abitavano dei maniscalchi, che ferrarono i cavalli. Il paesaggio diviene più importante e più pittoresco a metà strada fra Palermo e Girgenti; alti pini e cipressi e potenti carrubi rompono la monotonia che ci aveva presi e corriamo silenziosi all'apparire della luna siciliana. Chi può descrivere una simile notte di luna in un tale caos omerico, ove non si ode altro che il passo dei muli e qua e là l'elegia dell'uccello di Minerva? Andavamo così sul nudo monte, verso le miniere di Lercara.
Dalla piccola Lercara la strada va verso Palermo e si può servirsi della posta. Io cavalcai di buon mattino, mentre il mio compagno, essendosi ammalato, proseguiva in carrozza. Il giorno era chiaro e meravigliosamente bello. Dopo Belle Fratte e oltrepassato il ruinato castello di Palazzo Adriano verso Misilmeri, pervenni alla bella dimora del cortese Campo. L'eccellente mulattiere mi accolse in casa sua con sorbetti, mi caricò sulla bestia una cesta dell'uva più bella, che aveva còlta dal giardino del principe Buongiorno e mi lasciò in compagnia de' suoi figli, coi quali feci le nove miglia che mi dividevano da Palermo. Una buona strada porta attraverso i lussureggianti dintorni della città, lungo la campagna fiorita, i cui giardini d'aranci raggiungono il vecchio Panormus.
I canti popolari siciliani.
I canti popolari siciliani.
I canti popolari della bella Sicilia, nel dialetto dell'isola, dall'antica Siracusa, da Agrigento, dalla spiaggia ricca di palme di Selino, da Palermo, dal fabuloso Etna, sono rarità preziose e misteriose che noi salutiamo di gran cuore. E li abbiamo ricevuti raccolti da Leonardo Vigo,[1] insieme con quelli toscani raccolti dal Tigri, perchè tutti e due i libri sono apparsi in questi ultimi anni. Ciò che le campagne d'Italia producono di prezioso appare raccolto in queste foreste vergini della canzone e trasmutato in fiorite immagini di poesia. È necessario leggere tutte e due le raccolte per apprezzare i grandi doni di cui è fornita questa Nazione, che appunto ora è agitata di nuovo da un così profondo movimento politico; bisogna scendere nelle genuine regioni del popolo che, non ostante la demoralizzazione dello stato politico ed amministrativo, ha saputo dettare le bellezze di questi canti, per amare gli Italiani come meritano. Si devono abbandonare le città e rifugiarsi nelle campagne, si deve cercare il popolo, non nelle grandi strade, ma nelle montagne senza strade, dove esso lavora e canta, per farsi un concetto esatto delle sue belle qualità. La musa popolare di questo paese, con simili rami fioriti nelle mani, è capace di disarmare l'odio più feroce di anime nemiche. Ed è principalmente bene che il suo canto innocente abbia visto la luce appunto oggi che essa, mite come la cicala d'Anacreonte, canta le sue belle canzoni in mezzo al tuonar del cannone ed agli schiamazzi dei partiti.
Poichè i Siciliani hanno pubblicato le loro canzoni contemporaneamente con i Toscani, ci viene offerto il destro di fare degli interessantissimi paralleli; e questo simultaneo apparire delle gemme più preziose tra le canzoni d'Italia può essere considerato come un felice avvenimento per la storia della poesia. Ciò che è cresciuto nella dolce e leggiadra Toscana, come potrebbe essere diverso dalla graziosa e ben formata lingua e dal bene sviluppato senso d'arte dei Toscani? Noi troviamo nella raccolta del Tigri solamente ciò che vi abbiamo cercato, e la nostra fondata aspettativa non viene sorpassata. Ma il concetto che noi abbiamo della poesia popolare siciliana si fonda più su quello che non sappiamo che su quello che sappiamo. Il dialetto toscano è il più puro d'Italia; il siciliano è oscuro spesso agli Italiani stessi. La letteratura, le condizioni e le città della Toscana ci sono ben note, ma la remota Sicilia è rimasta ancora molto misteriosa per noi. Il solo nome di Sicilia eccita la fantasia anche di chi non ha veduto con gli occhi questo paradiso divenuto selvaggio. L'immagine delle sue bellezze ha per noi qualche cosa di mistico, nè la parola dei poeti, nè il pennello dei pittori possono rappresentarci un paesaggio siciliano. Che carattere avranno quindi i canti che, non modellati da mani colte, sono sorti spontaneamente dagli elementi di quella natura meridionale ed incantevole?
L'Italia del Nord e la Toscana si sentono fiere di tutta la fioritura medioevale. Sul Lazio brilla ancora l'inestinguibile splendore della grande Roma e del canto di Virgilio. A Napoli comincia quel soffio ellenico che dà a tutta l'Italia meridionale quella sua atmosfera incantevole. La Sicilia è tutta pervasa da quel soffio. La musa latina vi entra solo come ospite straniera; ma la musa dell'Ellade ci saluta con gli antichissimi canti mistici e con i nomi di Stesicoro, Teocrito ed anche con quelli di Pindaro e di Eschilo. Ai ricordi ellenici si uniscono i punici, e si respira l'aria della vicina Cartagine. Uno spirito bizantino viene dall'Oriente, e poco dopo l'orientale poesia degli Arabi, che così a lungo regnarono nell'isola. Un'altra corrente di cultura si precipita dal Nord e trasporta in terra di Sicilia il romanticismo della cavalleria normanna e del grande periodo svevo della nostra patria tedesca. Poi segue il dominio degli Aragona e di Spagna: e così si incontrano e si fondono in quest'isola unica i più diversi caratteri della cultura mondiale: Grecia, Roma, Cartagine, Bisanzio, Bagdad, Germania, Francia, Spagna e Napoli. E tutti questi paesi hanno lasciato qui la loro orma, ed hanno creato questa straordinaria natura siciliana.
Appunto per questo diventa di grande importanza l'osservazione seguente. La Sicilia è stata tanto a lungo sotto il dominio di così numerosi elementi stranieri, e pure nessuno di questi elementi è riuscito a disperdere il linguaggio popolare ed a distruggere quei fondamentali caratteri nazionali sui quali riposa, come in Toscana, la poesia popolare. Il dialetto siciliano è un antichissimo ramo del grande ceppo latino. Io, per amore del signor Vigo, lo chiamerò siculo, e lo farò derivare da quei Siculi che in tempi remotissimi abitarono sulle rive del Tevere e nel Lazio, prima di essere costretti ad emigrare in Sicilia ed a stabilirsi quivi presso i Sicani. L'antico idioma di Sicilia era anche un ramo di quell'idioma che in terra ferma si distingueva in sabino, osco e latino, e la lingua dei Siculi (Siculo non è che un sinonimo di Italico, come ha dimostrato il Niebuhr) può sempre considerarsi come la lingua madre dell'odierno dialetto siciliano. Il lungo e splendido dominio degli Elleni nell'isola vi diffuse la lingua greca come lingua letteraria, senza distruggere però l'idioma siculo-italico, e vicino ai canti di Stesicoro e di Teocrito continuano a risuonare i canti popolari dei pastori siculi sui monti come sulle rive del mare. I Romani posero fine all'influenza greca, e trovarono nell'isola un dialetto assai affine alla loro lingua, e che dovettero considerare arcaico, e che durante la loro secolare dominazione dovettero latinizzare, come già avevano fatto con la lingua etrusca. La stessa discendenza da una stessa razza e da una stessa lingua materna avvinse strettamente la Sicilia all'italia, come ad una grande patria comune, e tutte le conquiste posteriori non riuscirono che a staccare solo politicamente la Sicilia dall'Italia. Dopo che l'Impero Romano passò nelle mani di Bisanzio, il popolo siciliano si mantenne fedele al suo idioma italico, e la cultura e la lingua greca che, dopo una lunga interruzione, rientrava di nuovo nell'isola, potè impadronirsi solo del culto.
Ancora più notevole è la resistenza vittoriosa che l'idioma dell'isola oppose alla lingua araba; difatti, durante una dominazione di duecento anni, i Maomettani non riuscirono nè ad estirpare il linguaggio, nè a soffocare il cristianesimo. Gli Arabi rimasero stranieri nell'isola, e il dialetto siciliano si perpetuò anche senza l'aiuto di monumenti scritti. Gli Arabi accettarono anzi i nomi più usitati di luoghi, fiumi e montagne, mentre i Siciliani, come gli Italiani in generale, presero da loro solamente alcune espressioni. Così sono parole arabe: dugana, maremma, giarra, bagaredda, sciarra, zzammara, zibibbu, arcova, ecc... Appena i Normanni conquistarono la Sicilia, la lingua araba disparve dall'isola. E gli stessi Normanni trovarono un linguaggio popolare così vivente e così armonioso, che non si provarono nemmeno di far prevalere il loro proprio normanno-francese; perfino nella Corte ben presto dominò il siciliano; e fu sotto la loro protezione che i poeti siciliani poterono per la prima volta lasciare scritti i loro versi.
Con questi fatti e storicamente con il poeta Ciullo d'Alcamo comincia la storia del dialetto siciliano, ed il suo sviluppo si può seguire fino ai nostri giorni su documenti scritti. L'ardente patriottismo dei Siciliani, così ben fondato sulla loro grande ed antica cultura, e così spiegabile per la posizione insulare della loro bella terra, ancor oggi si rifiuta di considerare l'idioma siciliano come un dialetto dell'italiano. Esso è una lingua propria e originale, se non proprio la lingua madre dell'italiano. I Siciliani non hanno dimenticato ciò che Dante ha detto nel suo trattato sulla lingua volgare, cioè, che tutto quanto gli Italiani composero in volgare deve essere detto siciliano e dovrà esserlo anche pel futuro. Quest'opinione di Dante non si è avverata, perchè la lingua toscana ha dato il suo nome all'idioma letterario italiano, ed il siciliano non ha conservato che la gloria di aver forniti i primi saggi poetici scritti.
Io sono pronto ad ammettere col Vigo che una tradizione assai vivace si sia mantenuta dall'antico siculo all'odierno siciliano, appunto come le radici dell'odierno italiano possono ricercarsi nella lingua che si parlava nella Sabina e nel Lazio, ancora prima che Roma dominasse l'Umbria; ma ciò non toglie che il siciliano, anche ai tempi di Ciullo e di Federigo, non sia in rapporto al latino che una lingua volgare, perchè il latino ha un tempo modificato l'antico siculo, così come ha modificato tutti gli altri idiomi regionali d'Italia. Nel secolo xii, mentre non vi era ancora una universale lingua italiana consacrata dalla cultura e dagli autori, all'infuori del latino, la lingua si spezzava in tante forme diverse quante erano le provincie; ogni forma conservando naturalmente le antiche radici italiche, ma tutte anche assumendo i caratteri che dava loro l'antica e nuova corruzione del latino. Il siciliano non era che una di queste forme, e da quel tempo più vicina alle altre forme che non sia ora, perchè dopo molti secoli di poca cultura il siciliano si è guastato, ed oggi è molto diverso da quello adoperato dai poeti dei secoli XII e XIII. E pure anche oggi il dialetto siciliano ha molte somiglianze con quello dei Napoletani, dei Còrsi e dei Sardi, ed anche qui, nel centro dell'antico Lazio, a Genazzano presso Palestrina, dove scrivo queste pagine, ascolto ogni giorno voci da me trovate nei canti popolari siciliani. Anche qui, in molte parole la lettera r viene posposta, così che anche qui si dice crapa e non capra, e Capranica, il vicino nido di roccie, viene chiamato Crapanica.[2] Invece di Clorinda qui si dice Crolinda e Craudia invece di Claudia, e così si dice andare a balle (valle), e invece di padre mio, patremo, come a Napoli ed in Sicilia, invece di questo e esso, quisto ed isso; invece di so, sacciu. E, come in Sicilia, anche qui l'nd dei gerundi e dei sostantivi si muta nel doppio n (vivenno, campanno, granne, banno e munno). Perfino le stesse forme barbariche in ora ed ara del latino corrotto, che io ho trovato così spesso nei documenti romani del IX, X e XI secolo, ritrovo ora qui in questo dialetto, come in Sicilia. In quel tempo i notai scrivevano ed il popolo diceva fundora come plurale di fundus, censora (da census), arcora (da arcus), bandora (da bandus); in una scrittura del secolo X ho trovato perfino l'accusativo domoras da domus. Questi barbarismi, che si leggono ancora nella cronaca di Giovanni Villani, erano in uso nel popolo da tempi antichissimi, perchè il popolo prende volentieri quelle desinenze che piacciono all'orecchio.
Erra quindi il Vigo quando fa derivare il siciliano ficora (plurale di ficus) dal figuier; i Siciliani formano oggi il plurale in modo analogo a quell'antico linguaggio volgare: ramira (da ramus), ficara (da ficus), e così nomira, loghira, ronura, ortura. Anche qui a Genazzano, 37 miglia lontano da Roma, sento tutti i giorni dire come a Messina le ficara e le ramora; e pochi giorni fa mentre andavo verso l'antica Norma nei monti Volsci, mi divertii a far parlare un ragazzo che mi accompagnava, ed oltre le parole già citate gli intesi dire, proprio come un siciliano, marmora invece di marmi.
In generale si può dire che tutti i dialetti d'Italia hanno una stessa base fondamentale. Se il poeta sardo don Gavino Pes canta:
Li dì, l'ori, e l'istanti
Chi viè possu; cun sinzeru amori
Offeru a chist'Amanti,
Chi da l'omu nò vò sinnò lu cori.
il suo canto è assai simile a quello dei Siciliani, e se la canzone popolare còrsa dice:
Un ghiornu mill'anni
Mi sarà pensandu a te;
anche essa somiglierà molto a quella siciliana. Tuttavia il dialetto siciliano ha alcune particolarità molto notevoli, specialmente nella coniugazione dei verbi che terminano in ari ed iri. La seconda persona del plurale ha poi l'aggiunta prenominale vu (voi), dicisti-vu, vidisti-vu. Il Vigo mette in evidenza la grande dipendenza della coniugazione siciliana da quella latina; per esempio, in latino: vidi, vidisti, vidit, vidimus, vidistis, viderunt; in siciliano: vitti, vidisti, vitti, vittimu, vidisti-vu, vitturi. La terza persona del perfetto finisce in ao o au, invece di ò, durao invece di durò, ed anche questa forma si trova in altri dialetti come anche il futuro aggio, partiraggio per partirò, che deriva da partir-aggio, vale a dire, ho a partire, perchè aggio è la forma dialettale ed antica di ho e quindi partirò è uguale a partir-ho. Ancora oggi nella provincia romana si dice aggio invece di ho. Molte parole che terminano in u nel dialetto siciliano, non sono che parole latine a cui il popolo ha tolto la desinenza s o m: tempus-tempu, bonus-bonu, matrimoniu, muru, periculu, maritu. In questo il siciliano, come il sardo è più vicino al latino del toscano che ha mutato la desinenza us in o. La terminazione in u è del resto comune a tutti i dialetti d'Italia e certamente deriva dall'antichissimo latino popolare. Il dialetto siciliano ha anche i per lettera finale al posto di e come notti invece di notte.
Il cambiamento del b e del v è antichissimo e si trova già nelle innumerevoli iscrizioni cristiane dell'Impero al Vaticano. Il siciliano trasforma bibere in viviri, bos in vo, brachium in vrazzu, buca in vucca, e votum in botu.
Caratteristico del dialetto siciliano è il cambiamento del doppio l in doppio d, per esempio beddu invece di bello, iddu e idda invece di illo e illa. Ma poichè questa forma si trova presso i Sardi, è dubbio per me che essa derivi, come sostiene il Vigo, dai Cartaginesi. Del resto è il Vigo stesso che nella sua notevolissima introduzione dice: «Questo idioma che io ho chiamato insulare e che ha una sola ed identica impronta, vive non solo in Sicilia, ma anche in Calabria, certamente con speciali modificazioni, ma con uguali caratteri, e le sue traccie sono numerose in Sardegna ed in Corsica. Dopo tanti secoli e tante vicissitudini politiche, in alcune città delle Calabrie si parla quasi come in Sicilia. Ciò dipende dalla origine comune e perciò il de Ritis dice: “Dalla cinta degli Appennini fino al mare, l'idioma popolare è campano, o se si vuole osco e per conseguenza simile al siciliano”».
L'espressione campano è felice, perchè abbraccia anche la lingua popolare dei Romani, del Lazio e di una parte della Tuscia. Se si confronta il romanesco, quello per es. della Vita di Cola di Rienzo, con le cronache pugliesi, con quella per es. di Spinello, ed anche con le siciliane, si osserverà subito quanta comunanza vi sia tra loro. Ma dall'altra parte degli Appennini, la Romagna, le Marche, la Lombardia, Venezia e il Piemonte parlano un altro gruppo di dialetti in cui l'influenza straniera delle lingue gallo-francese e longobardo-tedesca è facilmente riconoscibile. I confini quindi dell'idioma volgare italiano coincidono con quelli dell'Italia propriamente detta e storica, che va dagli Appennini alla Sicilia e che ha il Lazio per centro.
Questo volgare può essere più antico del tramonto della potenza romana, e le sue traccie più antiche possono trovarsi nelle commedie di Plauto e presso Ennio; ma la sua completa formazione data solamente dal perdersi del latino, come ho potuto osservare in centinaia di documenti latini dei secoli VII-XI. Allorchè la cultura scientifica e politica di Roma annegò nella barbarie, il latino sparve dall'uso del popolo, e le forme dialettali più basse divennero le dominanti, accogliendo in sè le sformate rovine del latino. Il moderno linguaggio d'Italia è sorto, come la seconda Roma, dai bei marmi dell'antico linguaggio di Roma, si è poi formato lentamente, magnifico fenomeno di trasformazione della cultura, e ha dato poi i suoi fiori in Toscana. Alla Sicilia toccò il duraturo onore di aver coltivato per la prima questo volgare campano, perchè sotto i re normanni ed ancor più sotto Federigo esso fu innalzato a linguaggio della poesia, designata come aulica e arricchita delle forme della canzone e del sonetto, così che i primi poeti italiani conosciuti sono siciliani e principi tedeschi di Sicilia. Con ragione può dunque il Vigo dire: «Allora noi fummo Italiani». Questo merito dà al siciliano un bel carattere venerando, e se si legge la raccolta del Vigo insieme con quella toscana del Tigri, sembra di udire la voce della madre vicino a quella della figlia più colta. E difatti l'odierno siciliano suona assai arcaico. Un ampio abisso di cultura lo separa dal toscano, mentre l'originario idioma di Ciullo d'Alcamo, di Iacopo Lentini, di Pier delle Vigne e di Federigo II, reso puro dai poeti, ma pur sempre idioma popolare siciliano del secolo XII, somiglia di più al toscano odierno che non il siciliano che si parla oggi.
Il fissarsi dell'italiano come lingua letteraria data appunto da quel secolo XII in cui vissero quei cantori siciliani. Prima di Ciullo non ci rimangono documenti scritti nè in siciliano nè in italiano, se si eccettua il frammento di una canzone apparentemente del secolo XI, che si trova nell'archivio di Monte Cassino e che è stato pubblicato nella Storia dei duchi e dei consoli di Gaeta del Federici. Tuttavia i diplomi latini anche anteriori a quell'epoca formicolano di espressioni in volgare, che lasciano bene intravedere l'esistenza di un linguaggio popolare. Nei documenti romani da me osservati non c'è tanta abbondanza di frasi volgari, come ce n'è in quelli còrsi del X secolo, messi in luce dal Muratori e dal Mittarelli; e le frasi interamente italiane che io ho trovate in un documento latino del X secolo esistente a Monte Cassino (Sao che chelle terre per chelle fini che contene trenta anni le possete parte sancti Benedicti), provano che il popolo parlava già italiano, la cui esistenza risale a molti secoli indietro.
L'odierno siciliano poi si differenzia da città a città, da pianura a pianura. Oltre di ciò l'isola presenta il fenomeno stranissimo di un altro linguaggio che, quantunque italiano, è perfettamente estraneo ai Siciliani che non lo capiscono neppure. È questo l'idioma delle colonie longobarde in Sicilia. Ed è veramente sorprendente che ancor oggi possano trovarsi in Sicilia dei discendenti di quei Longobardi, di Alboino, di Rotari, di Liutprando e di Desiderio, un tempo così feroci, poi così devotamente inciviliti, mentre in Lombardia ed a Benevento almeno da sette secoli si sono sperduti nel grande elemento italiano. Il dominio dei Longobardi venne distrutto da Carlomagno; ma il fiorente ducato di Benevento, aveva sopravvissuto alla rovina, e si era mantenuto, quantunque diviso nelle tre città di Benevento, Salerno e Capua, fino all'undecimo secolo. I Normanni poi distrussero anche questi ultimi belli avanzi della signoria longobarda. Quando Roberto e Ruggiero ebbero conquistata la Sicilia, molti Longobardi di Benevento e di Salerno, che avevano combattuto nell'isola sotto le loro bandiere, vi fissarono la loro dimora stabilmente, ed a loro se ne unirono altri venuti dalla Lombardia, quando Ruggiero prese in moglie Adelaide di Monferrato. Questi Longobardi si fissarono a Piazza, Nicosia, Aidone, San Fratello, Randazzo, Sperlinga, Capizzi e Maniace e Ruggiero dette loro un conte longobardo, Enrico fratello di sua moglie e figlio di Manfredi, marchese longobardo. L'antico idioma germanico dei Longobardi aveva certamente da lungo tempo ceduto il passo all'italiano, ed i lontani pronepoti non parlavano più il linguaggio eroico di Alboino; pure il loro dialetto diventato italiano conservava accenti, voci e terminazioni germaniche. In alcuni paesi della Sicilia i Longobardi si mescolarono con i Normanni e quando questi ultimi furono in numero preponderante, la lingua longobarda prese un'intonazione francese che ancor oggi è riconoscibile. I Normanni, come i Greci e gli Arabi, sono scomparsi dalla Sicilia senza lasciar traccia: queste colonie longobarde invece hanno resistito per otto secoli agli attacchi dell'elemento siciliano, prova questa non solo della straordinaria tenacità di questa razza, ma anche del basso livello della cultura siciliana. Alcune di queste colonie oggi naturalmente non esistono più, e il Vigo che fa ascendere a 30.000 anime la popolazione longobarda di quei tempi, osserva che il loro linguaggio oggi si parla solamente a Piazza, San Fratello, Nicosia e Aidone; ed anche in questo, a Nicosia gli elementi franco-normanni sono in proporzioni non disprezzabili, e solo a San Fratello la lingua si è mantenuta prettamente longobarda.
Il Vigo racconta un aneddoto che mette in evidenza la forma di dialetto parlato da queste colonie. Quando nel 1806 Ferdinando III passò per Piazza, domandò ad un contadino: «Che cosa mi avete fatto trovare qui a Piazza?» Ed il longobardo rispose: «Ppi V. M. a Cciazza gh'è 'nciangh cing dì fi riau». Parole, dice Vigo, più incomprensibili della lingua del diavolo e che fanno pensare al cinese. Tradotte in italiano significano: «Per V. M. v'è un piano pieno di fichi reali». A San Fratello, osserva ancora il Vigo, si dice parduoma a dumbard (longobardo) quando gli abitanti vogliono parlare sanfratellese e parduoma a datin quando vogliono parlare latino, cioè a dire siciliano.
Un'ottava di San Fratello suona così:
Ajudam tucc a sgugghier st'strecc,
Cunfess ù mie debu e 'un m'ámmucc.
A miei figgh cuminzà a dumer ù mecc,
Ognun si van abbuscher ù sa stucc.
Volu camper li fommi, brutt'impecc',
E roi divaintu cum i babalucc,
E quand puoi fan i scaramecc
'N spartuoma la fam 'n tucc 'n tucc.
Eccone la traduzione italiana:.
Aiutatemi a sciogliere questa matassa
Confesso il mio debole e non mi occulto,
A miei figli cominciò ad ardere il mecco,
Ognuno si vuol buscare il suo astuccio:
Voglion campar le femmine, brutto impiccio.
Ed esse addiventano come le lumache,
E quando poi faranno i picciolini.
Ci spartiremo la fame in tutti in tutti.
Oltre queste colonie longobarde, vi sono poi quelle albanesi anch'esse molto notevoli, che da oltre quattrocento anni conservano il loro idioma ed il loro culto greco. Dopo la caduta dell'Epiro nelle mani dei Turchi, molti compagni del celebre Giorgio Castriota Scanderberg si rifugiarono in Italia, alcuni stabilendosi in Calabria, altri accolti in Sicilia da Ferdinando il Cattolico. Quei di Sicilia vi giunsero nel 1482 sotto la guida del loro capitano Giorgio Mirsgi, e presero dimora a Palazzo Adriano. Poco dopo ne giunsero altri e si fermarono nelle vicinanze di Palermo, dove occuparono i feudi dell'arcivescovo di Monreale, Merco e Aidingli che da allora prese il nome di Piano de' Greci. Oggi gli Albanesi di Sicilia sono circa diecimila ed abitano Mezzojuso, Contessa, Piana e Palazzo Adriano. Qui, oltre la loro lingua nazionale albanese, parlano anche greco, e così la lingua di Eschilo, di Pindaro e di Platone un tempo nazionale dell'isola, poi per lungo tempo abbandonata per rifiorire brevemente sotto i Bizantini, torna per la terza volta a risuonare in Sicilia, e questa volta per opera di gente che aveva perduta la sua patria. Queste piccole colonie, vicine alle rovine degli antichi tempi, fanno ripensare al periodo glorioso in cui gli Elleni fondarono le splendide città di Siracusa, Agrigento, Selinunte e tante altre. Il loro rito è bizantino, e fa quindi ripensare a quel periodo certamente non glorioso in cui gli imperatori bizantini governarono, o meglio oppressero l'isola, fino a che se ne impadronirono i Saraceni e due secoli dopo i Normanni che latinizzarono il culto. Il vescovo greco degli Albanesi risiede in Palermo e nel vescovado v'è pure un collegio o seminario greco, da cui sono usciti degli ellenisti di valore tra i quali Crispi. A questo semplice istituto si riducono ora le antiche scuole di sofisti e di filosofi nella patria di Gorgia e di Empedocle. Il greco naturalmente è, per gli Albanesi, solo l'idioma del culto e della scienza. Il linguaggio di cui si servono tra loro e nel quale compongono le loro canzoni e le loro apostrofi alla patria è ben diverso. Il Vigo afferma che fino a poco tempo fa era loro costume ogni anno al 24 giugno (forse il giorno in cui lasciarono la patria) di riunirsi sul Monte delle Rose ed al sorgere del sole di cantare, rivolti verso l'oriente, un lamento, di cui ecco il ritornello:
O' ebúcura Morée
Cù cuur të glieë néngh të peë.
Ati cám ù zootintát,
Ati cám ù mëmën t'i me,
Ati cám ú t'im vëlua.
O ébúcura Morée,
Cù cuur të glieë néngh të peë.
Il lettore che non ha mai inteso parlare albanese, può, da questo saggio, vedere come questa lingua non abbia alcuna affinità con le altre lingue conosciute. Essa infatti rappresenta un problema tra le lingue vive, come l'etrusco lo è tra le lingue morte. Il dotto linguista monsignor Crispi nella sua introduzione alla piccola raccolta di canzoni popolari siculo-albanesi da lui inserita nel libro del Vigo, dice: «L'albanese è così antico che si può considerare come una lingua originaria cui somiglia per meccanismo e per suono. Difatti somiglia alla caldea ed alla ebraica ed è intimamente legata alla frigia, alla pelasgica, all'antica macedonica e alla primitiva eolica. La sua maggiore gloria è appunto quella di essere una delle lingue originarie da cui è sorta la divina lingua degli Elleni. Ma quantunque questa lingua sia così vetusta, e quantunque possa considerarsi come un fenomeno assai raro che essa si sia mantenuta sempre viva nella bocca del popolo, pure essa ha avuto pochissimi scrittori e quindi non ha mai acquistato un carattere letterario». Se la cosa è veramente così che la lingua degli Albanesi sia la lingua originaria dell'Ellade, e, se nel dialetto siciliano si possono trovare ancora le tracce dell'antica lingua originaria sicula ed italica, allora in Sicilia sarebbe avvenuto uno strano riavvicinamento tra le lingue affini che furono originarie del greco e del latino. L'alfabeto originario degli Albanesi era il fenicio; ma ora essi si servono, e già da lungo tempo, dei caratteri greci, e, nella propaganda che fanno a Roma ed in Sicilia, dei caratteri latini. E con questo monsignor Crispi ha aggiunto alla raccolta del Vigo 17 canzoni e due canti spirituali, dandone a lato la traduzione italiana. Non trovo in queste canzoni speciali caratteristiche di bellezza, sono molto lontane dalle celebri antiche canzoni popolari dell'Epiro e della Grecia, nel tono e per la forma somigliano più alle ballate serbe; pure qua e là hanno un'intonazione particolare, per qualche accenno di carattere siciliano o napolitano.
Occupiamoci ora della poesia popolare siciliana genuina. Nella introduzione alla mia traduzione in tedesco di alcune poesie di Giovanni Meli, ho gettato uno sguardo sulla poesia siciliana dai tempi di Ciullo fino a quelli di Meli, ma senza occuparmi della poesia popolare. Difatti i noti poeti siciliani come don Antonio Viniziano, il marchese Rao, Vitale da Gangi, Giovanni Meli, Domenico Tempio e Ignazio Scimonelli sono poeti letterati, quantunque essi abbiano scritto in quello stesso idioma nel quale il popolo anonimo compone le sue belle canzoni. Solamente il celebre Pietro Fullone di Palermo, vissuto ne primi anni del secolo XVII e le di cui innumerevoli poesie hanno avuto una diffusione enorme in tutta l'isola, può considerarsi come un vero poeta popolare e il caposcuola della poesia rustica di Sicilia. Egli stesso appartiene al popolo, perchè era un povero tagliatore di pietra che lavorava nelle reali galere. Nella sua facilità quasi senza esempio d'improvvisatore in ogni genere di componimenti, sacri, profani, erotici, epici e satirici, si ha un'espressione personale del carattere, naturalmente poetico del popolo siciliano; pure la sua vena era così ricca che dopo di lui (morì il 22 marzo 1670) nessuno lo potè mai uguagliare. Tuttavia vi sono sempre nel popolo dei poeti i nomi dei quali vengono tramandati e che fanno stampare in fogli volanti le loro poesie di occasione. Il Vigo, che a questa classe di poeti ha rivolto tutto il suo amore e tutta la sua attenzione cita come viventi e specialmente degni di lode, Alaimo, Adelfio e La Sala da Palermo. Il primo di questi tre fa lo zappatore, e si è reso celebre per una ricca vena satirica. Il Vigo lo chiama il Salvator Rosa della poesia rustica; Stefano la Sala poi ne è, sempre secondo il Vigo, l'Ariosto. Questo poeta vive poveramente in Palermo, fabbricando chiodi; il Vigo lo conobbe nel 1845, quando egli faceva stampare le sue poesie col suo ritratto e con una litografia rappresentante il suo mestiere. Ma il popolo gli ordina solo delle canzoni e non del lavoro, così che la fabbrica del povero La Sala non vuol prosperare.
Assai notevole è ciò che il Vigo dice sull'accademia poetica dei mendicanti ciechi di Palermo, e che da sola basta a provare lo straordinario senso poetico dei Siciliani. In tutta la Sicilia i ciechi esercitano l'arte della musica e del canto, l'innumerevole quantità di tabernacoli e di cappelle dove si venerano immagini sacre, le novene del santo protettore, il Natale, le feste di S. Giuseppe, di Maria e di S. Rosalia, la settimana santa, i venerdì di marzo, e poi le nozze conspicue, il carnevale, ecc. dànno moltissimo da fare ai ciechi. Si vedono andare da un capo all'altro di Palermo, guidati da un ragazzino e cantare sul violino e sulla ghitarra le laudi in onore dei santi, canzoni d'amore, di gelosia e d'odio, o storie di banditi come Testalonga, Fra Diavolo, Tabbuso, Zuzza. Essi sono così occupati che è possibile averli solo dopo averli chiamati in precedenza. A Palermo hanno formato una vera e propria accademia con relativi statuti.