LA PRIMA DONNA.
FERDINANDO DI GIORGI
La Prima Donna
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1895.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Riservati tutti i diritti.
Tip. Fratelli Treves.
LA PRIMA DONNA
I.
La lieta giornata d’aprile moriva: la dolcezza di quel lungo e tiepido bagno di sole, profumato dall’aria odorante di zágara, esalava lentamente. Ma prima di ritirarsi là, dietro il profilo roseo dei monti, il disco luminoso si stemperava in una densa pioggia di pulviscoli d’oro, ed era come una nebulosa immateriale e trasparente sospesa nell’aria, che s’allargava e si stendeva sempre più su tutte le forme della natura e delle cose.
Contro l’onda dorata e dilagante adesso, le gelosie della finestra dietro a cui Filippo Torreforte stava chino sui suoi libri e le sue carte, e che avevano impedito tutto il giorno ai raggi vivi del sole d’irrompere nella stanza, non offrivano più riparo. Ma il giovane non si difendeva più. Dieci ore quasi ininterrotte di lavoro erano passate sulla sua testa curva sopra la scrivania, dieci ore scorse nell’arido studio di un processo, nella consultazione del codice e dei classici del Diritto. E durante il lungo tempo, malgrado i suoi ventisei anni, malgrado il suo ricco e caldo sangue, avea saputo restare sordo e tetragono al languido invito della natura in festa, efficace ad esaltare le carni più pigre, i sensi più tardi, non s’era lasciato sedurre da quella carezza di sole che metteva una voglia acuta di stendervisi sotto, da quell’alito ineffabile di primavera che voleva essere avidamente bevuto — tanto era l’ardore che l’animava, tanta la volontà che lo sorreggeva!
Il tramonto veniva a sorprenderlo giusto a lavoro compiuto, e la gradita voce della propria coscienza soddisfatta, levandosi in lui insieme alla dolcezza particolare dell’ora, lo metteva in una disposizione beata di spirito. Appoggiato al davanzale della finestra di cui aveva spalancate con impeto gaio le persiane, egli contemplava l’orizzonte luminoso con gli occhi socchiusi, sorridendo dietro a certe sue liete fantasie; attraverso quella pioggia d’oro fuso, vestita dei suoi riflessi, la prospettiva del proprio avvenire gli appariva più che mai lieta e promettente. Vedeva la ristretta, ma sicura clientela che già aveva saputo formarsi dopo qualche anno di professione col suo talento, e sopratutto con la sua attività instancabile, allargarsi rapidamente, diventare sempre più numerosa e produttiva, procurargli le risorse necessarie per liberare la proprietà della sua casa dai tentacoli di piovra delle ipoteche e dei pesi d’ogni natura che la gravavano, isterilendola, divorandosela.... Ritrovava per lui e per la sua famiglia là, nella vecchia e lontana cittadina natale, la posizione d’un tempo, il primato goduto senza contrasto per tradizione quasi secolare e mutato adesso in una condizione penosa ed umiliante.... Vedeva sua madre, non più malata di tristezza e d’avvilimento, rialzare nella gioia della prosperità riconquistata la personcina magra e curva dal peso dei dolori, le sue due sorelle accasate e bene, ricostruito infine l’edificio che la prodigalità del padre, negli ultimi anni della sua vita, e una serie di speculazioni l’una più disastrosa dell’altra avevano quasi distrutto....
Un’acuta tenerezza lo invase al pensiero della madre lontana. Gli riappariva dinanzi agli occhi della memoria al momento del commiato, l’ultima volta ch’era stato laggiù. Ella aveva voluto accompagnarlo, insieme alle figlie, ancora un tratto lungo la via maestra, seguendo la carrozza che doveva portarlo alla vicina stazione. Andava adagio, appoggiandosi tutta al suo braccio con un abbandono pieno di dolcezza, mentre le ragazze precedevano, bisticciandosi tra di loro come sempre, sfogando al solito così l’acre malinconia degli anni passati a sognare e ad aspettare invano un marito che forse non si sarebbe presentato mai con la povera dote tutta gravata d’ipoteche che avevano. Il giovane le parlava dell’avvenire, dei suoi progetti, delle sue rosee speranze, le mostrava l’orizzonte sereno e lieto ch’egli si vedeva schiudere dinanzi, ed ella gli sorrideva, approvando con la piccola e fine testa già tutta grigia, accarezzandolo con lo sguardo amoroso.... Ad un tratto, una nuvola di polvere e uno scalpitìo di cavalli s’erano levati vicino a loro, e s’erano dovuti trarre da parte per lasciar passare il phaëton di Luciano Mascali, colui che aveva aiutata la rovina di casa Torreforte. Sopra quella rovina egli avea edificato la miglior parte della sua fortuna, prestando ogni momento al capo della famiglia larghe somme, prendendone in affitto le terre a vilissimo prezzo, lapidandole a furia d’iscrizioni creditorie; ed ora metteva delle arie insolenti di signorotto feudale, sopratutto di fronte alle sue vittime, affettando verso di loro un disprezzo da villano arricchito, gridando che volevano rubarlo, perchè il giorno d’impadronirsi della loro proprietà non era ancora giunto e mai come da quando Filippo s’era messo alla testa della famiglia pareva meno vicino. E come se la mala grazia voluta con cui aveva rovesciato la sua pomposa carrozza quasi addosso a loro non fosse bastata, egli aveva sentito il bisogno, incontrandoli in quel punto, di aggiungervi l’insolenza del saluto evitato con ostentazione, torcendo lo sguardo dall’altra parte.
Istintivamente gli occhi di Filippo e di sua madre s’erano incontrati: quelli della vecchia signora avevano un’espressione durissima e il torbido riflesso del suo orgoglio in rivolta, l’orgoglio della propria famiglia ch’era tra le più nobili della provincia e quello dei Torreforte svegliati insieme. Il suo volto era diventato pallidissimo, e le tremavano persino le labbra ed il mento per la collera e la vergogna dell’umiliazione patita.... Poi, lentamente, come certo dentro di lei spasimava più forte dell’orgoglio ferito il suo amore di madre, e l’assaliva il pensiero delle sue creature, l’angoscia di saperle alla mercè di quell’arpìa rapace, delle lacrime si misero a rigarle le guancie sottili.... Allora egli le avea cinta col braccio la vita, come ad un’amica benamata, e se l’era stretta contro il petto, invaso da un tumulto di appassionata tenerezza, mentre le diceva con la voce concitata e insieme solenne:
— Vedrai, mamma!... Dammi ancora cinque o sei anni di tempo e poi vedrai se non vi riscatterò io da colui! Te lo prometto per la memoria di mio padre! Vedrai mamma, vedrai!...
D’allora non era passato che poco tempo, eppure quanto cammino verso la mèta che formava la sua ambizione ed il suo sogno! Non aveva egli già dei clienti che non avrebbero barattata l’opera sua per quella di un avvocato principe, tanta fiducia s’era guadagnata in loro con la sua intelligenza e col suo zelo? Il suo bilancio di quell’inverno s’era chiuso così felicemente che non soltanto non era costato nulla ai suoi, ma anzi avea potuto provvedere del proprio a delle scadenze di frutti maturati. E intanto che avanzava ogni giorno dippiù verso la conquista del suo bel sogno, badava ad amministrare con tutto l’impegno della sua doppia qualità d’interessato e d’uomo di legge l’intricata successione paterna e a difenderla dalle insidie del Mascali. Dippiù non sarebbe stato possibile fare, la sua coscienza non gli rimproverava neppure un minuto di distrazione o di stanchezza; avea quasi scordato d’esser giovane e ricco di vita, pareva che non fosse vissuto mai altrimenti se non a quel modo misurato e modesto, quando il ricordo dell’esistenza spendereccia, del fastoso lusso di provincia a casa sua, era invece tanto recente in lui.
Così, in quel momento, ripassando mentalmente i suoi propositi, la sua condotta, gli occhi gli ridevano di soddisfazione e di piacere. Lo vinceva una gaiezza irrequieta, da scolare all’uscita di classe. Pensava al desinare che l’aspettava nella modesta pensione dov’egli era assiduo, con una piccola e comica smorfia interiore, sicuro di trovarlo troppo magro per l’eccellente appetito che sentiva svegliarsi. Si domandava che impiego avrebbe fatto della sua serata; voleva ben regalarsi qualche ora di distrazione! Ma non sapeva proprio come, poichè non aveva relazioni di società e poichè giusto quella sera, con tutta la sua buona volontà di fare un piccolo strappo al sistema di vita che s’era imposto, l’unico teatro aperto taceva. Allora si ricordò d’aver ricevuto il giorno avanti la carta da visita d’una artista che doveva cantare in quella stagione al Massimo, insieme ad una lettera d’introduzione e di raccomandazione da parte di un vecchio suo amico d’infanzia che s’era poi trapiantato a Milano, giornalista e critico influente. Certo questi aveva creduto renderle un favore importante dandole una commendatizia per lui, perchè aveva veduto il suo nome fra i redattori della Sera. Filippo Torreforte infatti, era intinto un po’ di giornalismo, ma superficialmente, senza appartenere alla corporazione, e solo per quel tanto che riguardava la sua professione e gli giovava a mettere meglio in vista il nome suo.
Perciò, non avea fatto quasi alcun caso della lettera ricevuta il giorno prima in mezzo al tran-tran dei suoi affari. Ricordandosene allora, gli parve un’insperata risorsa, e risolse di dedicare la serata ad Alice Rossati, accademica di Santa Cecilia e cantante di camera della regina di Portogallo — come diceva il suo biglietto da visita, profumato di corylopsis così acutamente che dava al capo.
II.
L’attesa, nel salottino dell’albergo, cominciava a parere un po’ lunga a Filippo Torreforte. Finalmente s’udì un fruscìo, e la cantante comparve, avanzandosi con la mano stesa e il passo lungo e in cadenza che tradiva l’abitudine della scena. Le sue prime parole furono per farsi perdonare l’attesa e, malgrado le proteste del giovane, ella insisteva su questo, spiegandogli con un’intenzione di confidenza nel sorriso e nella voce come fosse stata trattenuta al piano dal maestro per concertare certi tagli e certe cadenze nell’opera in cui doveva presentarsi al pubblico, troppo irta di note acute per il mezzo-soprano che, poverina, non disponeva più di grandi mezzi vocali. Però, che cantante di scuola e che possesso di scena!... Ella s’affrettava a soggiungere ciò, premurosamente, indugiandosi a mettere in rilievo il talento artistico della sua compagna d’arte, lasciando intendere, in mezzo alle espressioni laudative, ch’era la sola risorsa che le restasse. Successe quindi nella conversazione una pausa imbarazzante. La cantante s’aspettava forse a questo punto che l’altro le agitasse sotto le narici il turibolo dell’incenso a cui era abituata, le dicesse del bel nome fattosi nel mondo lirico, del successo che l’attendeva, dell’impazienza sua d’udirla. Invece Filippo restava a guardarla e taceva, non sapendo che dire, come se la vena della bella eloquenza ch’era così ricca in lui si fosse inaridita.
Per la prima volta egli, già per natura ed abito di vita tanto schivo da contatti femminili in genere, si trovava di fronte ad una donna di teatro. Ne avea vedute soltanto dalla platea, attraverso l’illusione scenica e il melodrammatico convenzionalismo lirico; il fondo ingenuo di provinciale che restava in lui malgrado l’acclimatamento cittadino gliele faceva apparire come delle creature quasi di un altro mondo, al quale si sentiva completamente estraneo. Aveva quindi, in quel momento, il sentimento di subire una specie di iniziazione e ne rimaneva naturalmente un po’ sorpreso e interdetto. Ma non era ciò soltanto: lo paralizzava pure in certo modo l’impressione che la cantante gli avea prodotto entrando. Sorpreso improvvisamente dalla sua comparsa, in mezzo all’uggia dell’attesa che già degenerava in un principio di malumore per essersi lasciato determinare da un momento d’irrequieta gaiezza giovanile ad una tale visita troppo al difuori del suo sistema d’esistenza, egli s’era come sentito trasportare in una sala d’opera, avea quasi provato la rapida emozione che desta nel pubblico, in certe scene capitali del dramma, l’apparire in iscena della protagonista o di un altro importante personaggio muliebre, se l’artista che ne rappresenta la parte ha quelle particolari attitudini fisiche che il palcoscenico di preferenza richiede. Ora Alice Rossati possedeva una figura meravigliosamente fatta per la scena. Grandiosa, ma ben proporzionata di linee, ella aveva un busto e delle braccia superbe; i tratti del viso non peccavano per soverchia finezza, si potevano anzi dire comuni, sopratutto considerando la curva del naso pronunziata oltre misura, la larga bocca dalle labbra grosse, ma pallide, e il mento troppo forte. Ma per compenso, la sua testa, così modellata, era piena di carattere, aveva un’energia di contorno che s’imponeva all’occhio di chi la guardava.
Ciò che però colpiva dippiù in lei erano gli occhi, degli occhi straordinariamente grandi e neri che avevano una singolare intensità d’espressione, una fissità esaltante, e che parevano covare perpetuamente il fuoco lirico della scena, riverberare la melodrammatica luce della ribalta. Ora, perchè gli occhi le splendessero a quel modo, perchè il suo sguardo facesse pensare a questo, necessariamente ella doveva mantenersi sempre nell’illusione e nell’attitudine di avere dinanzi a sè il pubblico, di non calpestare che delle tavole di palcoscenico. Così era appunto; anche fuori del teatro, anche nell’ambiente meno propizio, nel campo limitato d’una conversazione senza intimità, ella non lasciava di essere la prima donna. E sotto la particolare suggestione dei suoi occhi, della sua figura, di certi atteggiamenti, di certi gesti, davanti al suo incedere lento e in cadenza, tutta una folla di vaghi fantasmi lirici si levava confusamente nell’immaginazione così colpita: ella era Norma, ella era Valentina degli Ugonotti, Eleonora del Trovatore, la Gioconda, Lucrezia Borgia — tutta la galleria di creature appassionate e patetiche che formavano il suo esteso repertorio di soprano drammatico....
Tale era l’impressione che Filippo Torreforte aveva provato e che lo faceva restare tuttavia assorto, senza troppo saper che dire. Ma poichè il silenzio diventava imbarazzante alla lunga, la cantante riprese a fare le spese della conversazione, avviandola sopra un terreno positivo e sottomettendo l’altro ad un breve interrogatorio.
— Dunque, lei è tra i redattori della Sera? — gli domandò.
Torreforte, poichè non gli pareva il caso di diffondersi in particolari a proposito della parte limitatissima e personale ch’egli avea nel giornale, disse di sì senz’altro. Alice Rossati domandò ancora:
— Ed è molto intimo col suo collega della parte teatrale?
— Abbastanza. — Egli rispose, indugiandosi a fare il ritratto del collega in questione, il quale era un giovane gran signore che faceva del giornalismo per puro e passeggero dilettantesimo, così com’era passato successivamente attraverso la scienza, la politica, lo sport.
Allora, la cantante gli confidò le sue pene. Le aveano riferito che Luca di Santo Stefano, il critico teatrale appunto della Sera, era stato l’amante della prima donna che avea cantato prima di lei al Massimo, e che in seguito al fiasco e allo scioglimento dalla scrittura di costei, il suo protettore avea giurato di far la guerra senza quartiere nel proprio giornale a qualunque altra fosse venuta a prenderne il posto e la parte. Questa minaccia la preoccupava seriamente, sopratutto data l’importanza del giornale ch’era tra i più letti e autorevoli, la rivoltava, la metteva addirittura in orgasmo. Ella protestava di voler essere giudicata per il poco che valeva in arte, ma giudicata ad ogni modo onestamente, senza preconcetti ostili.
Torreforte allora si credette in dovere di assicurarle che il suo amico era assolutamente incapace di un partito preso così odioso, che dovevano averle riportate dalle malignità senza fondamento, che poteva vivere tranquilla da quel lato. Ma la cantante insisteva sullo stesso tono di allarme e di toccante risentimento, pur non mettendo in forse nel critico tutte le qualità di un galantuomo, scagliandosi invece sulla protetta di lui, perchè, si sa, certe donne possiedono la maligna potenza di far deviare e di accecare anche i migliori! — così che Filippo Torreforte non potè fare a meno di dirle che ne avrebbe parlato a Santo Stefano e che stesse tranquilla.
Ella parve sorpresa e commossa dei buoni uffici offertile; disse, stendendogli la mano con slancio:
— Non so come ringraziarla! Il nostro buon amico di Milano non poteva farmi un regalo più caro e prezioso indirizzandomi a lei! — E comentava le parole col sorriso, arrovesciando leggermente il capo, socchiudendo un poco i grandi occhi neri, così come dovea sorridere sulla ribalta in certe scene col tenore.
Il momento d’accomiatarsi parve infine venuto al giovane. Ma prima di lasciarlo andare, ella volle le promettesse che sarebbe tornato da lei presto e spesso.
— Nel nostro mondo, un buon amico affabile e gentile, senza secondi fini, è come l’araba fenice! Io vi conosco appena — gli disse, saltando con una certa brusca grazia il fossatello di riserbo che separa il voi dal lei — ma mi pare che voi sarete per me quest’araba fenice!...
III.
Filippo Torreforte, in fondo, avrebbe rinunziato volentieri al suo ideale rango ornitologico d’araba fenice per prendere anche lui le penne di un brutto uccello di rapina, come tutti coloro che volavano continuamente attorno alla cantante insidiandone la virtù. Gli pareva inutile di nascondere a sè stesso la viva impressione ch’ella gli avea prodotto, che la trovava in particolar modo seducente, che pensava a lei infine come ad un frutto assai tentante, d’un sapore ignorato ma certo acutissimo, su cui sarebbe stato ben felice di allungare la mano. Ma egli avea tutt’altro da fare che dimenticarsi nel giardino del piacere, dietro a dei frutti non abbastanza alla sua portata; troppo grave era la missione impostasi, troppo bello e ancora lontano l’ideale al quale voleva arrivare, perchè la prima tentazione capitatagli potesse metterlo fuori via o semplicemente fargli rallentate la sua marcia forzata verso la mèta prefissa. E contro ogni seduzione, più forte di qualunque stimolo, gli sorrideva il pensiero luminoso di sua madre, della cara persona adorata che egli avea giurato di riscattare dalla rovina e dalla tristezza!
Così, Torreforte si contentava modestamente della sua parte di amico senza secondi fini, e ancora non gli avanzava tempo nè libertà di spirito per disimpegnarsene con abbastanza zelo, tanto che ella doveva raccomandargli di non abbandonarla troppo, e certe volte veniva persino a fare appello alla memoria di lui con qualche bigliettino sollecitativo — quei suoi biglietti fortemente odoranti di corylopsis che lo turbavano un poco, poichè tal profumo l’avea anche sentito addosso a lei e gli svegliava delle imagini carnali. E la prima sera in cui dopo un’infinita serie di contrattempi e di ritardi imprevisti la cantante si presentò al pubblico nella Gioconda, gli parve quasi di farle un sacrificio andando a teatro, poichè giusto in quei giorni l’occupava un importantissimo ricorso da discutere.
Ma come ne fu largamente compensato, come ella gli fece dimenticare per un momento il suo ricorso, il Tribunale, ogni cosa! Rare volte gli pareva di aver sentito una voce tanto calda e vibrante una tale potenza d’accento! L’appassionato personaggio del dramma non poteva vivere più intensamente in lei: la sua azione efficacissima, spesso trascinante, secondava mirabilmente le preziose qualità della voce; la sua figura statuaria che dominava la scena, il volto pieno d’anima e d’espressione, i suoi occhi — quegli occhi che narravano da soli tutto un poema d’amore, di gelosia, di sacrificio e di disperazione — secondavano la commovente efficacia dell’azione.
Non era stato un entusiasmo solitario il suo! In certi momenti culminanti nella parte di lei, egli aveva sentito un sussurro levarsi nella sala, come un fremito d’ammirazione che agitava tutto quel campo di teste nella platea. E quando ella era andata a soffiare nell’orecchio del baritono la sua fatale promessa: “Se lo salvi e adduci al lido....„ — nell’angosciosa invocazione al suicidio, nell’improvviso scatto di funebre gaiezza all’ultimo, allorchè Gioconda dice a Barnaba: “Vo’ farmi più bella, più fulgida ancor!„ — erano scoppiati degli applausi senza fine, dei veri uragani d’applausi che l’obbligavano ogni volta ad interrompere la scena per venire innanzi alla ribalta, ringraziando il pubblico con un certo stanco sorriso tutto suo, e gli occhi vaghi, quasi trasognati, che dicevano lo sforzo penoso per uscire dall’illusione del personaggio rappresentato.
Egli la rivedeva ancora, mentre cercava di conciliar sonno nel suo letto senza riuscirci, ritrovava nell’orecchio certi accenti d’una tale drammatica potenza che ne avea sussultato. Gli riappariva nel suo pittoresco costume del prim’atto, con quella veste cupamente nera rialzata sopra la gonna cupamente rossa che dava un risalto più energico alle linee grandiose del corpo e del volto, e poi, all’ultimo, tutta chiusa, come l’imagine della disperazione, nel manto scuro in cui s’avvolgeva per non vedere le carezze che il tenore e il mezzo soprano, coll’egoismo della gente felice, si prodigavano proprio sotto agli occhi di lei.
Dal costume di Gioconda a quelle vestaglie ch’ella usava indossare per riceverlo a casa sua, con dei lunghi strascichi, con delle amplissime maniche di velluto, degli abiti d’un gusto teatrale e più che vivace, il salto non era difficile. Egli la rivedeva dunque seduta accanto a lui nel salottino dell’albergo, molto vicino, sottolineando col languido sorriso che le era particolare un mondo di piccole cose ingegnosamente lusinghevoli per lui.... Gli sembrava di risentire il forte profumo di corylopsis che emanava da lei, dalla sua pelle, lo aspirava avidamente.... Poi, come la sua fantasia s’eccitava, s’accendeva nella smania dell’insonnia, nel calduccio del letto, egli passava a levarle d’addosso il costume del teatro e la vestaglia di casa, la spogliava tutta cupidamente, si metteva a sezionare col desiderio il suo nudo, salendo dalle gambe, delle quali s’indovinava bene il contorno robusto e perfetto attraverso la veste, al seno colmo e poderoso di cui aveva seguìto tutta la sera l’ansare scomposto e turbante per la simulata violenza della passione, e che s’imaginava di serrare contro il suo petto, contro il suo viso.... Gli pareva sentire attorno al collo la stretta di quelle braccia muscolose, bianchissime, voluttuosamente tornite, che gli avevano fatto provare un brivido lungo la schiena allorchè ella le avea agitate ebbramente, selvaggiamente in aria, durante il duetto con Laura, alla frase: “L’amo come il fulgor del creato...!„
Infine, una notte bianca, passata a rigirarsi smaniosamente da un fianco sull’altro, quasi avesse la febbre, piena di visioni lascive!... Ma tutto si ridusse a questo, all’agitazione di una notte d’insonnia provocata dall’emozione dello spettacolo e alimentata poi dal suo sangue troppo giovane e troppo contenuto, come non di rado gli accadeva nella sua casta esistenza di studioso e di lavoratore. E all’indomani, recandosi a congratularsi con lei del clamoroso successo, egli era ritornato perfettamente l’ideale amico di prima, l’araba fenice degli amici.
Chi invece si trovava addirittura fuori delle proprie abituali condizioni d’animo, era la prima donna. Torreforte la sorprese in uno stato straordinario d’eccitamento e di collera: una jena addirittura, una vera Eumenide, come amabilmente l’avea chiamata la sera avanti Enzo nell’ultim’atto di Gioconda!
Il giornale ch’ella avea brandito furiosamente vedendolo entrare e che gli mise sotto gli occhi senz’altro, con la muta eloquenza del suo furore, gli avea tosto spiegato ogni cosa: era la Sera, uscita con un articolo ostilissimo di Santo Stefano dove le si rimproverava di forzare la voce negli acuti uscendo sempre orribilmente di tono, di cantare con pessima scuola, di rendere grottesca la parte a furia di esagerare e di strafare — una demolizione feroce infine!
Egli le rese il giornale in silenzio, sinceramente afflitto ed umiliato, cercando le parole per consolarla. Ella invece non badava a cercarle, le parole, se le lasciava uscire di bocca così come le venivano nell’impeto del suo sdegno, scagliandosi ingiuriosamente contro il critico, con tanta maggiore veemenza che qualcuno dei suoi appunti era tecnicamente giusto. Dal nemico passava quindi all’amico, al quale rimproverava duramente l’esito dei buoni ufficî promessi e interposti, la leggerezza con cui doveva essersi occupato della cosa dopo averla rassicurata nel modo più assoluto!
Torreforte infatti ne avea parlato una volta a Santo Stefano, con cui del resto non avea che dei rapporti d’ufficio di redazione, e poichè questi gli avea vagamente risposto che non esisteva in lui alcun preconcetto ostile, che avea troppo rispetto di sè per dire nel giornale qualche cosa all’infuori della verità, egli se n’era stimato pago e non aveva insistito altro. Così lasciava adesso la bufera imperversare sul suo capo senza neppure sorprendersi di quel cambiamento troppo repentino e radicale d’umore a suo riguardo; anzi conveniva umilmente tra sè che meritava di essere rimproverato anche dippiù. Ella era stata per lui d’una affabilità particolare e cattivante, lo avea trattato come un vero amico, piena di stima e di confidenza; oltre a ciò, l’incarico di disarmare il critico era stato lui ad assumerselo, spontaneamente. E dopo che ella, persuasa, s’era affidata a lui, egli avea dimenticato che chi prende un impegno ha il dovere di adempierlo coscienziosamente, sino in fondo. Eppoi la malafede e l’ingiustizia di Santo Stefano lo indignavano, sollevavano la sua coscienza di galantuomo; il proprio facile entusiasmo, urtandosi contro la fredda e voluta ostilità del critico, lo irritava profondamente, lo faceva rivoltare.
Uscì di là eccitatissimo, dirigendosi alla redazione della Sera dove contava trovare Santo Stefano e sfogarsi contro di lui dicendogli il fatto suo senz’altro. Ve lo trovò infatti, e non mancò di alleggerirsi il cuore, mentre l’altro lo lasciava dire con un sorriso altero ed ironico sulle labbra. Quando egli ebbe finito, Santo Stefano rispose insolentemente che non accettava lezioni da alcuno, e come Torreforte ribatteva, inasprito, quegli gli diede del provinciale, e poi ancora del villano, cosicchè l’altro sentì annebbiarglisi il cervello e gli si slanciò contro....
Delle persone presenti alla scena si frapposero riuscendo ad evitare a tempo l’estremo delle vie di fatto — il che, naturalmente, non impedì a Santo Stefano di credersi in diritto e in dovere di mandare una sfida, ciò che fece sul luogo, incaricandone due amici ch’erano con lui, mentr’egli se ne andava zufolando tranquillamente. E come ricevette i padrini, nella stanzuccia del proto dove se l’erano condotto via, Torreforte uscì a cercare i proprî.
Tutto questo era avvenuto con una rapidità trascinante, in mezzo ad una febbre d’eccitazione tale che non avea lasciato a Filippo Torreforte nè il tempo nè il modo di riflettere. Ma appena rientrato a casa sua, dopo aver trovati i propri padrini e presi i necessarî accordi con loro, appena rimasto solo e con gli occhi ben aperti in faccia alla situazione creatasi, alla prospettiva di quel duello, la sua esaltazione cadde d’un tratto, egli ebbe uno di quei risvegli pieni di amarezza e di smarrimento che conoscono i giocatori dopo una notte disastrosa passata alla tavola verde.
All’eccitazione che se ne andava, un senso di profondo stupore succedeva. Egli dunque si sarebbe battuto, forse all’indomani?! Perchè?... Per chi?... Per quella donna!... Ma che era quella donna per lui?... Che cosa rappresentava nella sua esistenza perchè si esponesse per essa al pericolo più grave?... Egli se lo ripeteva duramente, con una sicurezza di coscienza che gli aumentava la sorpresa: Nulla, nulla!... assolutamente nulla! Non aveva neppure ambìto al suo possesso, non si era nemmeno schierato tra coloro che pretendevano ai suoi favori, per non averle a sacrificare il tempo e la relativa libertà di spirito che un tale atteggiamento gli avrebbe necessariamente preso! E nonostante la sua completa indipendenza da ogni attaccamento di qualunque specie, malgrado ch’ella gli fosse perfettamente estranea e indifferente, doveva mettere in giuoco adesso per lei la sua vita?...
Un grande sbigottimento lo vinse a quest’idea. Egli non si sentiva vile, non avrebbe esitato dinanzi al pericolo, se il dovere, se un risentimento proporzionato e legittimo ve l’avessero chiamato. Ma corrervi incontro così, senza ch’egli riuscisse a spiegare a sè stesso come e perchè?!...
I suoi pensieri prendevano una corrente paurosa e lugubre.... Santo Stefano passava per una delle migliori lame tra gli amatori di scherma, era anche assai forte al tiro, come in qualunque altro genere di sport — ed egli non avea mai messo piede in una sala d’armi, non sapeva neppure tenere in mano la sciabola! V’erano dunque novanta probabilità contro cento che egli sarebbe rimasto ferito nello scontro, gravemente, mortalmente forse, anzi certo mortalmente, lo sentiva!... E sua madre, le sue sorelle? Come avrebbero potuto sopportare quel colpo? che sarebbe avvenuto di loro, s’egli moriva?...
Sua madre che l’adorava, ch’egli adorava, di cui era l’orgoglio, la speranza, la dolcezza! Ella certo non avrebbe resistito al colpo!... E forse, nel caso funesto, era meglio che fosse così, ch’ella pure se ne andasse dietro a lui!... Perchè non soltanto ella avrebbe sentito strapparsi l’anima, non soltanto sarebbe impazzita dal dolore, ne avrebbe agonizzato tutta la vita, ma era ancora la rovina che si sarebbe abbattuta su di lei, sulle sue figlie, era la miseria, era Luciano Mascali che si sarebbe buttato avidamente addosso a loro come sopra una preda lungamente guatata, e le avrebbe spogliate, messe in mezzo alla via!
Si sentiva fondere il cuore da un’immensa pietà pensando a ciò, da un delirio di pietà e di tenerezza filiale! E per reazione, una collera sorda, una rabbia crudele lo accanivano contro quella donna di cui s’era atteggiato a paladino!... Perchè dunque s’era fatto il paladino di colei, perchè?... Ma egli sarebbe corso senza il menomo sforzo da Santo Stefano per dirgli che scrivesse pure di lei quello che gli piaceva, che la demolisse a suo talento, magari peggio ancora di come avea fatto, perchè da parte sua non gliene importava nulla, ciò non lo riguardava nè da vicino nè da lontano.... E non poteva far più questo ora, e invece doveva battersi, mettere a repentaglio la sua vita, come se gli avessero insultato le sorelle o la madre!
La collera cresceva in lui sotto l’azione esaltante della sua angoscia, lo armava di ostilità contro colei, gliela faceva considerare come una nemica.
Improvvisamente, una luce sinistra si fece nel suo cervello smarrito e dolente a furia di pensare, la luce d’un presentimento funesto.... Quella donna di cui si era procurata la conoscenza non per altro che per occupare un’ora d’ozio, alla quale non s’era per prudenza voluto legare più che tanto malgrado i suoi sorrisi e le sue amabilità promettenti (ciò che non aveva impedito ch’egli stesse ora per esporre la vita per lei!) gli sarebbe stata fatale!... Egli ne avea la lucida, la inesorabile prescienza in quel momento!... La sua fatalità l’aspettava lì, secondo ogni probabilità, al varco di quel duello inevitabile e così diseguale; ma anche se ne fosse uscito vivo, anche se fosse rimasto illeso, egli sentiva ad ogni modo che non si sarebbe salvato lo stesso, che quella donna doveva essere la sua rovina, la sua fine!
Allora lo invase una furia di rivolta, un istinto cieco di sottrarsi alla sua sorte, che gli faceva accarezzare delle pazze idee di fuga, di viltà. Ma tornò presto alla coscienza della sua situazione e del suo dovere.... Eppoi, se era davvero la fatalità che l’avea fatto incontrare con colei e aveva decretato ciò ch’era succeduto, ciò che succederebbe dopo, a che pro ribellarsi, dibattersi, tentar di sfuggire?... E per tutto il resto di quella notte — una notte bianca come la precedente, ma popolata di ben altri pensieri e di ben altre visioni — egli rimase cupo e accasciato sotto l’oppressione del suo sinistro presentimento, come se proprio il peso della fatalità lo schiacciasse....
IV.
L’abboccamento dei rispettivi padrini era fissato per le prime ore pomeridiane del giorno di poi. Torreforte adunque aspettava i suoi per sapere le condizioni concordate per lo scontro, quando, non senza sorpresa, li vide giungere insieme al commendator Corradi, il direttore della Sera. Come avevano tutti e tre delle faccie gaiamente composte al sorriso, egli pensò con una punta di profonda amarezza: “Ecco il valore che ha la mia vita per questa gente!...„
Ma invece la sua vita doveva avere un valore grande agli occhi loro, poichè a sua insaputa avevano lavorato con tanto zelo e col miglior successo a mettergliela al sicuro evitando il duello. La cosa non pareva neppure possibile a Torreforte! Una sfida era corsa; lo sfidato l’avea subito accettata e aveva inviato senz’altro i proprii secondi per regolare le condizioni dello scontro, con l’esplicito mandato di andare il più alla lesta possibile.... Ebbene, dopo tutto ciò, malgrado l’andamento brusco e decisivo preso, la vertenza stava per essere composta sopra un terreno assolutamente pacifico, Santo Stefano era pronto a ritirare la sfida e si sarebbe quel giorno medesimo formulato un verbale di conciliazione onorevolissimo per tutte e due le parti, a meno che — soggiungevano quei signori — egli non s’ostinasse a volere ad ogni costo il duello.
Torreforte non si ostinava punto; tutt’altro! Anzi gli toccava imporsi uno sforzo per non dare spettacolo dell’esplosione di gioia che avveniva dentro di lui sentendo l’incubo penosissimo svanire e la tragedia paventata mutarsi in farsa. Ma intanto era naturalmente pieno di curiosità, aveva fretta di sapere prima di tutto come tale scioglimento imprevisto si fosse determinato, e assediava di domande il commendator direttore al quale attribuiva il merito della felice composizione.
— No, — questi rispose — bisogna dare a Cesare quel ch’è di Cesare!... Sono stato io, è vero, a piegare Santo Stefano alla conciliazione, ma il merito dell’iniziativa non mi spetta. Anzi, — soggiunse ridendo, con l’aria di superiorità di un uomo che s’è trovato troppo spesso in tali circostanze per dar loro soverchio peso — io vi avrei lasciato tranquillamente battere, se non ci si fosse intromessa una certa gentile persona che mi ha pregato caldissimamente di evitare a qualunque costo uno scontro.
— E questa persona chi è? — domandò vivamente Torreforte.
— La signora Alice Rossati.
— Lei?!...
Allora il commendatore spiegò che la mattina, mentre era in redazione, gli era capitata la visita della prima donna la quale, avendo saputo della sfida mandata e accettata la sera stessa del fatto, veniva a scongiurarlo di mettere in mezzo tutta la sua autorità di direttore per impedire il duello, perchè ella non avrebbe mai saputo tollerare l’idea che per causa sua e per una sciocchezza i due giovani si fossero battuti! Un fatto simile le avrebbe amaramente avvelenato le lusinghiere feste prodigatele dal pubblico e, se una disgrazia fosse accaduta, non se lo sarebbe perdonato mai, ne sarebbe ammalata, avrebbe certo dovuto sciogliere la scrittura! Davanti alla minaccia di un tale disastro e dinanzi all’irresistibile eloquenza di tanta interceditrice, a quella sopratutto delle sue linee superbe — concludeva il commendatore facendo un comico gesto di golosa ammirazione — egli non aveva saputo rifiutarsi, era corso da Santo Stefano, e l’eccellente ragazzo che aveva la bontà di ascoltarlo con deferenza s’era lasciato persuadere.
Torreforte passava di sorpresa in sorpresa e di emozione in emozione. Così, a quella donna contro cui s’era accanito tutta la notte col cervello sconvolto dall’imprevedibile avventura capitatagli, a quella donna egli doveva il lieto scioglimento mercè il quale veniva liberato come per incanto da ogni noia e da ogni pericolo? Ed egli aveva potuto essere così stupidamente ingiusto verso di lei, attribuirle con la fantasia malsanamente accesa non sapeva più che maligno potere, che funesta influenza sulla sua vita?
Bisognava bene ammettere — egli ne conveniva umilmente tra sè — che l’eccitazione della scena avuta con Santo Stefano e la prospettiva del duello imminente gli avessero dato seriamente al cervello, per aver potuto costruire tutto quel risibile edificio di sciocchezze e di fanciullaggini! Non riusciva più neppure a comprendere adesso come tale stato singolare d’animo e di spirito si fosse potuto determinare in lui. E la sorpresa di sè stesso, mista al piacere dell’insperata soluzione, era tanta ch’egli finiva per dimenticarsi degli altri i quali stavano ad aspettare da lui l’ultima parola.
— E così? — domandò uno dei padrini.
— Ma! — rispose Torreforte — se Santo Stefano oltre alla sfida ritira le sue parole offensive!...
— Questa è appunto la base dell’amichevole composizione ottenuta da me, — intervenne il commendatore. — Santo Stefano si dichiara dolente delle parole sfuggitegli nel calore della discussione e le ritira, mentre voi dichiarerete di esservi lasciato trasportare da un movimento istintivo di collera, ma senza nessuna determinata intenzione di offenderlo e di venire a delle vie di fatto.... Così sarà concepito il verbale.
— Sta bene, allora! — disse semplicemente Torreforte, mentre avrebbe voluto invece gridare con entusiasmo ch’era felice, che non domandava di meglio che di finirla così.
— Alla buon’ora! — concluse il commendatore. — Ecco del sangue troppo prezioso pel paese che non sarà versato!.... E adesso — soggiunse sul punto d’andarsene — non mi resta che a pregarvi a nome della signora Alice Rossati di andarla a trovare stasera al suo hôtel dove, profittando del riposo concessole da un abbassamento di voce del tenore, ci invita tutti a pranzo, noi, Santo Stefano e i suoi secondi. È un’amabile idea di donna superiore, venutale allorchè sono passato da lei a riferirle il buon risultato della mia missione presso Santo Stefano e nella sicurezza che non sarebbero venute da voi altre difficoltà fuori proposito. Ci rivedremo dunque là stasera; io mi sono incaricato di condurre e presentare gli altri tre, mentre questi buoni amici verranno insieme a voi.
Si ritrovarono tutti infatti la sera alla tavola della cantante, dopo che i due avversari si erano già stretta la mano negli uffici della Sera e dopo aver disteso e firmato il verbale. Santo Stefano non aveva per nulla l’aria imbarazzata nel subire l’ostentata lezione di superiorità che la prima donna, mostrando di dimenticare il torto fattole, gl’infliggeva sotto la forma dell’invito cortese. Il suo agile spirito gli rendeva facile la prova spinosa per un altro; egli conservava tranquillamente la sua perfetta libertà di contegno, come se non fosse stato lui a comporre per essa la più severa ed ostile critica il giorno innanzi.
Quanto a Filippo Torreforte, egli navigava nella più beata disposizione d’animo. L’idea che quell’agitante episodio era ben chiuso, che avrebbe potuto ritornarsene sin dall’indomani ai suoi affari, alla sua tranquilla vita di lavoratore, lo rendeva leggero e contento come un fanciullo.
Tale propizio atteggiamento interiore determinava in lui un particolare impulso di simpatia verso la cantante, una forte corrente di ammirazione sentimentale che s’allargava via via, per reazione, come più in presenza di lei lo pungevano la vergogna ed il rimorso di essere stato così ingiusto e stupidamente cattivo a suo riguardo.
Ella, appena le riuscì d’appartarsi un momento dagli altri, gli disse attirandolo nel vano d’una finestra:
— Perchè volevate darmi la pena e il rimorso di essere stata io a spingervi a un tal passo?
E Torreforte rispose, con un calore assolutamente sincero poichè in quel momento egli sarebbe tornato deliberatamente a fare ciò che aveva fatto la sera innanzi, e senza pentirsene dopo:
— Perchè le ingiustizie mi rivoltano in generale, e se poi toccano una persona che mi è cara come voi, mi mettono addirittura fuori di me!
A tavola, ella lo fece sedere alla propria destra e si voltava tutti i momenti dalla sua parte, trovando sempre qualche cosa da dirgli, guardandolo lungamente, sorridendogli.... Col buon vento in poppa di quegli sguardi e di quei sorrisi, Torreforte navigava sempre più a gonfie vele nella dolcezza dello speciale momento psicologico che attraversava. Il vedersi apertamente l’oggetto dell’attenzione e del favore di lei sotto gli occhi di quegli uomini che erano tutti, più o meno, dei don Giovanni di professione e chissà che cosa avrebbero dato per trovarsi al posto di lui, solleticava piacevolissimamente il suo amor proprio, disarmava la sua rigidezza.
Pensava che ci sarebbe stato tempo poi a riprendersi, a rientrare nella sua prudente attitudine di riserbo, e intanto s’abbandonava adagio adagio, quasi insensibilmente, sul pendìo fiorito del sentimento. Era come una leggera ubriacatura di cui egli si rendeva ben conto, senza allarmarsene però, sicuro che all’indomani sarebbe sfumata, e attraverso la quale ella gli appariva più seducente e desiderabile che mai.
Ma v’era dippiù. Adesso egli sentiva che non soltanto quella donna era fatta per essere desiderata, ma anche per essere molto amata. L’interesse ch’ella avea preso per lui, l’impegno con cui s’era adoperata per evitargli di battersi a cagion di lei, anche a costo di tirarsi dietro dei commenti calunniosi, non potevano deporre meglio in favore della sua sensibilità, della delicata bontà dell’anima sua. Perchè non convenirne con sè stesso dal momento che non concepiva la possibilità di qualsiasi transazione? Se le loro strade non fossero state così diversamente tracciate, se fosse stato possibile a lui deviare dalla propria, non sentirsi spinto irresistibilmente innanzi dalla coscienza del suo sacro dovere e della responsabilità che gl’incombeva, certo egli avrebbe potuto innamorarsi seriamente di quella donna! Appunto perchè si stimava troppo corazzato contro qualunque tentazione e qualunque pericolo, egli smetteva di vigilarsi per un poco in quell’eccezionale quarto d’ora di abbandono, e si spingeva volentieri fino a secondare il delicato armeggio sentimentale della cantante, ricambiando i suoi lunghi sguardi, i suoi sorrisi eloquenti, tutte le classiche tradizioni infine di un flirt bene avviato.
Gli altri prendevano la loro parte di spettatori come meglio potevano, ma chi se ne disimpegnava con maggior successo era ancora Santo Stefano il quale aveva indovinato nell’attitudine della prima donna un’intenzione di fare particolarmente dispetto a lui. Egli si salvava sostenendo inesauribilmente le spese della conversazione, obbligando all’attenzione, alle risposte, al riso, coloro che volevano appartarsene. Poi, alle frutta, come se obbedisse all’ispirazione d’un capriccio improvviso, annunziò che sarebbe partito il giorno appresso per l’estero e che sarebbe stato assente due o tre mesi.
Fu un coro di esclamazioni e di inchieste; ognuno voleva sapere come mai quella determinazione fosse stata presa così da un momento all’altro, e perchè partisse, e dove andasse. Allora Santo Stefano spiegò, inchinandosi davanti alla cantante con una grazia cavalleresca di cui l’ironia sottile non isfuggì a lei.
— Vado in pellegrinaggio a fare espiazione dei miei peccati di critico!
La verità era ch’egli aveva già precedentemente ed in silenzio disposto tale viaggio per raggiungere a Parigi una signora forestiera della quale era molto preso e da cui s’era appena diviso con l’intesa di ritrovarsi all’estero; per ciò appunto aveva facilmente acconsentito alla pacifica composizione della vertenza capitatagli così di traverso sul punto di partire.
— E adesso chi mi scriverà le riviste teatrali? — domandava con aria desolata il commendator Corradi.
In realtà, per quanto egli poco si curasse di ciò nel suo giornale, affogato com’era sino al collo nel mare magnum della politica e della finanza, pure la successione di Santo Stefano nella rubrica teatri lo imbarazzava molto. Questo giornalista era un abile uomo che avea saputo sfruttare largamente il proprio giornale, facendone l’organo ascoltato ed autorevole delle combinazioni politiche e bancarie meglio destinate al successo. E poichè aveva capito che il valore commerciabile del suo giornale stava in proporzione del credito e dell’autorità che godeva presso il pubblico, nessuno era più vigile di lui nella scelta dei singoli redattori, nell’impedire che, all’infuori del traffico in grande di sua privativa, il menomo mercimonio venisse praticato nelle sue colonne. Perciò faceva posto assai volentieri a dei giornalisti dilettanti, di valore però, al di sopra di ogni sospetto come Santo Stefano; perciò l’abbandono da parte di costui di una rubrica che la prodigalità degli artisti, pur di soddisfare la loro sete di lodi, rendeva assai delicata, lo mise in quel momento in imbarazzo e gli fece venire in fine l’ispirazione di offrire a Torreforte la successione del critico in partenza.
Torreforte dapprima rise a quella proposta; ma, come l’altro insisteva con la migliore serietà del mondo, egli mise avanti candidamente il non possumus della propria incompetenza in materia. Ma non servì a nulla! Il commendatore teneva alla sua idea e ci s’era ostinato; gli altri s’univano a lui, approvando la scelta, incitandolo ad accettare — Santo Stefano più di tutti, con la sua aria finemente ironica che non lasciava capire mai quando parlasse sul serio o quando dicesse per burla. Più Torreforte si schermiva, più gli altri insistevano. Gli avea detto il commendatore:
— Col vostro talento nulla vi può riuscire difficile!
Gli avea detto Santo Stefano, guardando la cantante con intenzione:
— Andiamo, vedrai come ti ci farai subito la mano!
Quanto alla sua amica, ella non gli avea detto nulla in proposito, essendo troppo interessata nella quistione perchè le fosse permesso d’interloquire, ma lo avea guardato con tali occhi, con tale persuasivo sorriso, che in verità non avrebbe potuto essere più eloquente.
Infine, egli stesso non avrebbe saputo dir bene come si fosse lasciato determinare, ma s’era sentito così circuito e incalzato e, nel momento particolare d’abbandono che attraversava, si era trovato talmente disarmato di fronte a sè stesso, ch’egli avea finito con l’accettare quella proposta di cui un momento avanti avea sorriso, come si sorride di certe assurde ed inammissibili cose.
Alice Rossati stentava a nascondere la propria gioia. E quando Santo Stefano la salutò per andarsene, ella non seppe resistere al piacere di scoccargli una frecciata, felice di scuotersi dalle spalle, alla fine, il grave manto di dignità che la sua faticosa parte di donna superiore le avea imposto. In fondo, se il duello fosse avvenuto, se Torreforte avesse allungato al suo avversario una buona sciabolata, non sarebbe certo stata lei a piangerne! Ma poichè avrebbe potuto benissimo accadere il contrario e poichè in ogni caso non ne sarebbero venuti a lei che noie, rancori, ostilità di partiti, ella s’era invece adoperata col massimo zelo ad ottenere una riconciliazione, ciò che non poteva guadagnarle che del favore e delle simpatie nel pubblico.
— Così — ella dunque disse a Santo Stefano — il vostro articolo era il canto del cigno?!
— No! — rispose il giovanotto con una trasparentissima insolenza che le fece mordere le labbra, tanto la colpiva giusto. — Non era che una brutta rana la quale gracidava per l’ultima volta, avanti di cedere il posto ad un piccolo passero delizioso!...
V.
Sin dalla sera appresso, nella sua doppia qualità di critico teatrale e di amico della prima donna, Filippo Torreforte incominciò a frequentare il palcoscenico. Ella gli avea detto:
— Venite a trovarmi in camerino....
E Torreforte era andato, senza farselo dire due volte, senza adombrarsi di fronte a sè stesso per tale novità pericolosa. Insensibilmente, passando attraverso una serie graduale di piccole transazioni interiori, un certo rilassamento di coscienza e di volontà avveniva in lui. Egli non cessava un minuto di fissare la mèta vagheggiata, ma si sorvegliava meno, allentava un poco le cinghie di ferro tra le quali costringeva la sua giovinezza a languire, per respirare più liberamente. Cominciava a trovarsi eccessivo, a sentirsi un tantino ridicolo anche nel tiranneggiarsi in tal modo, nell’essere così rigido verso sè stesso. L’esempio di tanta gente che in mezzo alla febbre del lavoro più assiduo e assorbente trovava pure il tempo di godere, di vivere, era lì per provargli come la difficile e bella impresa ch’egli s’era assunta si potesse conciliare con qualche distrazione e con un po’ di esperienza del mondo. E, mano mano che la sua vigile coscienza si assopiva, degli appetiti lungamente repressi si svegliavano in lui e un’ardente curiosità, un bisogno tormentoso di penetrare quel mondo nuovo e seducente che la cantante avea schiuso all’imaginazione e al desiderio di lui.
Il palcoscenico gli appariva come un luogo favoloso, pieno d’eccitante mistero e di malsana attrazione; egli v’era salito col cuore che gli batteva, la fantasia in tumulto e una vaga sensazione di sgomento.
Dapprima fu una delusione; tutto il lavorio della sua imaginazione cadeva davanti allo spettacolo che gli offriva, tra un atto e l’altro, il vasto e freddo ambiente attraversato dagli operai affaccendati che attendevano a disporre la scena, popolato di coristi, di comparse, di impiegati. Ma un segreto istinto gli diceva che la sua iniziazione incominciava appena, che presto i suoi occhi, maggiormente abituati all’ambiente, avrebbero veduto dippiù e di meglio!
Quando si trovò nel largo corridoio che mette in comunicazione tra loro i camerini delle prime parti, una grande timidezza lo vinse. Degli artisti stavano là seduti, in costume, degli altri finivano di vestirsi e di truccarsi per la scena, senza preoccuparsi d’esser veduti attraverso la cortina mal tirata, chiacchierando con qualche amico in visita o provando la voce con dei vocalizzi. Sul suo passaggio, tutti gli sguardi gli si posavano addosso curiosamente, squadrandolo in un modo imbarazzante, e gli ci volle tutto il proprio coraggio per farsi indicare l’uscio della prima donna.
Picchiò debolmente; Gioconda disse: avanti! Sì, era Gioconda che gli stava dinanzi adesso, non l’amabile amica alla cui tavola avea pranzato la sera prima.
Il distacco pareva grande e reale a lui, trovandosele accanto ora dopo averla ammirata dalla platea per due atti consecutivi, dopo aver diviso col pubblico per lei la commozione e l’entusiasmo, dopo essersi tanto interessato al personaggio ch’ella rappresentava.
La cantatrice errante era pronta per andare alla festa di Alvise Badoero, dove ella avrebbe fatto tranquillamente il suo ingresso insieme a qualche figlia di doge. Ella era superba nel suo fastoso costume di raso e di velluto azzurro; le magnifiche braccia uscivano dalle ampie maniche aperte come da una guaina; la ricchezza del seno era messa sontuosamente in evidenza dal larghissimo taglio dell’abito sul petto. Aveva degli occhi più grandi ancora del solito, degli occhi enormi, cupi e fantastici a guardarli così davvicino, per via della larga striscia di bistro che li contornava al di sotto e del rosso messo senza risparmio sulle palpebre. Tutti i tratti del viso, posti sapientemente in luce e in ombra con del rosso o del bianco, prendevano un rilievo straordinario, e le grosse labbra, coperte di carminio, si aprivano sulla composta maschera del volto come un ardente e mostruoso fiore.
In luogo di rompere il suo incanto, come avviene guardando da presso una decorazione scenografica, la cantante conservava così agli occhi di lui il proprio fascino strano fatto d’illusione: ella era più che mai l’appassionata e pietosa amante di Enzo, veduta così davvicino. Quel viso acceso e pallidissimo ad un tempo, come se la febbre della passione lo consumasse, quegli occhi di fantasma, quelle labbra sanguinanti, le davano il melodrammatico suggello del personaggio rappresentato, erano l’imagine parlante dei sublimi trasporti di amore, di gelosia, di sacrificio dai quali era agitata sulla scena!... Ma ella lo riconduceva alla realtà, parlandogli della sera avanti, di Santo Stefano, del giornale, ritornava per lui la buona amica, la signora Alice Rossati.... Poi ancora, fra qualche minuto, all’avviso del buttafuori di rientrare in iscena, ella si sarebbe trasformata agli occhi suoi, sarebbe ridiventata la Gioconda, l’eroica fanciulla che si votava alla salvezza di Laura e di Enzo, che faceva fremere d’orrore e di pietà tutta la sala allorchè andava a mormorare all’orecchio del baritono la sua fatale promessa!... Era un singolare innesto del fittizio sul reale che produceva una doppia personalità di cui l’una si sovrapponeva all’altra alternativamente, procurando l’illusione di una metamorfosi a vista.
Tale appunto era la sensazione che Torreforte provava in quel momento e che gli faceva pregustare tutto il sapore acuto e particolare con cui quella donna avrebbe deliziato il palato d’un amante. Mai la sazietà — egli pensava — sarebbe stata possibile con lei poichè ella era così varia, così mutabile, poichè ella incarnava in sè ad un tempo tante diverse imagini ed anime di donne! E mai il suo possesso avrebbe ingenerato la stanchezza perchè mai possesso sarebbe stato meno pieno e durevole, perchè ad ogni momento ella si sarebbe ripresa per trasformarsi in un’altra creatura ch’era ancora lei e che non era più lei, che apparteneva tutta al pubblico e punto all’amante....
Vennero ad avvisarla che toccava a lei d’entrare in iscena; ella si diede un rapido sguardo allo specchio, ingoiò un sorso di camomilla, mise in bocca una pastiglia di liquirizia, e si salvò stringendo in fretta e distrattamente la mano a Torreforte.
Questi rientrò nella propria parte anonima di spettatore, riprendendo il proprio posto in platea. Ma le sue idee ripigliavano insensibilmente il corso incominciato nel camerino della cantante. Gli applausi che il pubblico le prodigava freneticamente gli mettevano un curioso brivido addosso, come s’ella gli appartenesse e il successo di lei fosse pure il suo. Pensava all’ebbrezza che doveva dare all’uomo del quale ella fosse l’amante, lo spettacolo di quella folla in delirio, presa per lei da un tal furore d’entusiasmo!... Che orgoglio doveva gonfiare il cuore di colui che potesse dire tra sè: “Questa donna che solleva così la commozione, l’entusiasmo, gli applausi di forse duemila persone, è mia, mi appartiene anima e corpo, io la terrò nelle mie braccia mentre ancora durerà l’eco delle ovazioni suscitate!...„
E di nuovo, il rimpianto già altre volte vagamente provato all’idea che l’indeviabile cammino tracciatosi non gli consentisse di dedicarsi anche per poco alla cantante, lo pungeva, ma più acutamente, più a lungo, facendogli sentire per la prima volta la gravezza del fardello che s’era addossato sulle spalle.
A poco a poco, diventò uno degli assidui del palcoscenico che incominciava a non avere più segreti per lui e ad inoculargli nel sangue il sottile veleno di lussuria che vi si respira. Per un nuovo iniziato come egli era, lo spettacolo dentro le quinte prendeva in certi momenti qualche cosa di veramente fantastico. Ad ogni passo, s’incontravano delle coppie intente a parlottare a bassa voce, con degli occhi animati e dei languidi sorrisi. Dietro una quinta, un elegante in marsina poneva l’assedio al contralto che aspettava le toccasse d’entrare in iscena; più in là era un giornalista che domandava al mezzo soprano la meritata ricompensa del suo articolo immeritamente laudativo; poi un tale che approfittava del bis che il pubblico domandava dell’aria del baritono — il quale aveva una moglie assai carina e la stupidaggine d’esserne gelosissimo — per ripetere all’orecchio di costei la propria aria; — e la serie continuava ancora, sino al corista in vena di galanteria con qualche compagna del coro, sino all’umile comparsa in intimo colloquio con qualche dama o contadina di parata, arruolata come lui in mezzo alla strada. E l’allegro battaglione leggero delle ballerine, sparso di qua e di là in attesa della battuta del coreografo, animava e completava il quadro, raccogliendo e ricambiando sul passaggio delle frasi e delle amenità da corpo di ballo, senza curarsi del direttore del palcoscenico e delle multe della commissione teatrale che erano roba da ridere per la maggior parte di loro....
Torreforte aveva finito col non mancar mai di fare la sua regolare comparsa nel camerino di Alice Rossati tutte le sere ch’ella cantava. Il giovane era più che mai nelle grazie della prima donna dopo gli articoli entusiastici seguìti nella Sera all’acerba critica di Santo Stefano; ella non gli avea prodigato mai quanto allora tanti sorrisi luminosi, tante occhiate eloquenti, rendendolo oggetto dell’invidia e della gelosia di coloro che frequentavano assiduamente come lui il suo camerino.
La cantante amava molto di tenere circolo in quell’angusta e nuda stanzina dove non c’era neppure modo di sedersi in più di due o tre per volta, sopratutto quando non le toccava di mutare costume da un atto all’altro e non era di prima scena. Ella era là come nel proprio regno, come in soglio, e i suoi ammiratori venivano devotamente a metterle sotto il naso l’incenso del loro desiderio velato di galanteria, dell’adulazione e della maldicenza. Sentirsi desiderata, essere adulata e fare della maldicenza alle spalle delle altre: ella aveva bisogno di queste tre cose per vivere!
Torreforte non poteva meglio nè più rapidamente compiere altrove il suo nuovo tirocinio come nel camerino di Alice Rossati. Tutto il bagaglio delle idee generalmente professate in fatto di doverosa cavalleria con le donne, di riserbo, di discrezione, era stimato vieto e stupido colà. Vi convenivano sopratutto alcuni consumati don Giovanni di palcoscenico che erano per lui il più sorprendente modello di cinica disinvoltura. Non aveva egli udito l’irresistibile Valdora rispondere tranquillamente, davanti a tutti, alla prima donna che gli domandava sorridendo, con intenzione, notizie del mezzo soprano — un’alta e magra bionda, molto elegante, ma già sul tramonto, la quale passava per essere l’amante di lui:
— Ah, non me ne parlate! Quella lì è un terribile crampon, e non sogno che di trovare chi me ne liberi!...
Alice Rossati fingeva di non volere ascoltare simili orrori sulle sue compagne, si spingeva sino a recitare la commedia dell’indignazione e della severità, ma in fondo non si compiaceva d’altro. I suoi amici lo sapevano e non risparmiavano nè le insolenti indiscrezioni, nè i frizzi, nè le malignità più sanguinose davanti a lei, anche all’indirizzo di donne molto desiderate e corteggiate da loro, presso le quali assai probabilmente ripetevano il medesimo giuoco a spese sue.
Torreforte osservava curiosamente tutto ciò e cercava di apprendere meglio che poteva. Ma egli sentiva che la sua era ancora un’educazione interamente da fare e che mai, forse, sarebbe giunto all’altezza dei meno abili. Se ne accorgeva, per esempio, dinanzi alla ripugnanza, anzi all’impossibilità di lasciar credere a proposito di lui ciò che i più pensavano in presenza della significante ed ostentata preferenza che la prima donna gli accordava su tutti gli altri. La cosa aveva delle apparenze tali che, quando egli negava di essere in intimi rapporti con la cantante, gli altri stimavano che si tenesse chiuso per discrezione e lo trovavano stupido per avere di simili delicatezze.
Egli pure si trovava stupido all’eccesso con quel suo spirito di cavalleria così mal collocato, ma sopratutto a cagione delle irrisorie apparenze di un fatto a cui non dipendeva che da lui il dare tutta la inebriante consistenza della realtà. Perchè dunque non era ancora l’amante di quella donna che pareva non desiderasse di meglio, che sin dal primo giorno gli aveva fatto chiaramente capire quanto egli le piacesse, che non s’era stancata di fare tanti passi verso di lui, mentr’egli era sempre rimasto scioccamente inchiodato al suo posto?...
Le sue paure e i suoi scrupoli di prima gli parevano adesso puerili ed assurdi, sia per la progressiva evoluzione compiutasi in lui sotto la sapiente opera di seduzione della cantante, sotto la dissolvente influenza dell’ambiente, e sia perchè l’esempio di facilità e di leggerezza negli amori di palcoscenico che gli veniva da tutte le parti, lo rassicurava sulla possibilità di ogni pericolo pel suo avvenire. Che cosa poteva rimetterci? Un po’ di tempo e di attività rubati ai suoi affari, alla sua professione, di cui si sarebbe rifatto dopo raddoppiando di zelo! Perchè dunque tardava ancora a prendersi quella donna?...
Il desiderio lungamente covato del possesso, diventato ora bisogno violento, s’imponeva a lui come una necessità improrogabile, non lo faceva più per nulla esitare davanti alle probabilità maggiori o minori di successo ch’egli avrebbe avuto uscendo ad un tratto dal suo riserbo per osare un colpo d’audacia. È vero ch’ella gli aveva spesso ripetuto, a proposito di passioni ispirate e non corrisposte da lei, di assedî postile e vittoriosamente respinti: “Con me, o matrimonio, o nulla!„ Ma non era che un ritornello conosciuto certo da tutti gli amanti ch’ella aveva avuto, la parola d’ordine della sua virtù avanti di capitolare!... Che avrebbero fatto Valdora, l’onorevole Ascani, i vecchi topi di palcoscenico infine, s’ella avesse messo loro dinanzi un tal dilemma? Certo ne avrebbero riso e sarebbero divenuti più intraprendenti di prima. Ora egli si credeva abbastanza formato alla loro scuola, e non voleva più apparire sciocco agli occhi loro!...
Così una sera, dopo un’ora di deliziosa intimità nel salottino di lei, seduti sul medesimo divano, con le ginocchia che quasi si toccavano, sentendo il sangue montargli al capo e ingorgargli il cervello, egli le afferrò ad un tratto le mani cingendosene la vita e le avventò un lungo bacio sulla bocca.... La cantante si svincolò, balzò in piedi con uno scatto di dignità oltraggiata e in rivolta, additandogli la porta con un gesto solenne della mano e stendendo l’altra verso il bottone della soneria elettrica. S’ella avesse serrato un pugnale in quel momento, avrebbe fatto certamente pensare, tanto drammatica era la sua posa, ad Elvira dell’Ernani nell’atto di respingere il suo reale aggressore — benchè in verità Torreforte, tra la sorpresa, la vergogna e lo sconvolgimento della sua esaltazione bruscamente rientrata, non avesse nulla di maestoso in tal frangente, ma piuttosto l’aria dimessa di un cane frustato.
— Vi credevo migliore degli altri.... — gli disse mentre egli, dopo aver balbettato qualche scusa, si disponeva ad andarsene non sapendo che fare di meglio. — Mi sono ingannata!
VI.
Fu un amaro e crudele risveglio per Filippo Torreforte. La brusca scena inattesa lo aveva lasciato tutto stordito, senza forza di rialzare il capo sotto il peso dell’umiliazione patita. Una voce insistente dentro di lui gli diceva di profittare della dura prova attraversata per lasciare la pericolosa e malsana strada in cui s’era cacciato, per rimettersi sulla via maestra tracciatagli dal dovere, ritornando alla sua vita di lavoro e di fortificante solitudine, ai propri affari che lo reclamavano e che già egli avea incominciato a trascurare in modo allarmante. Gli pareva che fosse la cara voce di sua madre a parlargli così internamente, di sua madre che già aveva intuito, col vigile istinto della maternità, l’alterazione avvenuta in lui, che non osava lagnarsi delle sue lettere meno frequenti e distratte, ma se ne inquietava, e voleva sapere ogni volta se stesse perfettamente bene in salute, se non avesse qualche preoccupazione per il capo.... Egli sentiva che là, su quella strada dove s’era trovato spinto innanzi quasi di sorpresa, non avrebbe incontrato che amarezze e dolori. L’esperienza fattane con la cantante era lì per provarglielo; troppo il fondo del suo carattere era semplice e schietto, troppo egli era ingenuo ed inesperto per navigare con successo in quel pelago di falsità, di malizia, di perfida astuzia. Eppoi, quand’anche così non fosse, dato pure che il palcoscenico non gli avesse procurato che ebbrezze di piacere e di vanità, non doveva egli egualmente fuggirlo? La sua fibra non era abbastanza forte per permettergli di dividersi tra il dovere e il piacere, non gli consentiva di praticare l’uno senza escludere l’altro. Egli non disponeva che di una energia morale limitata, della quale il segreto stava nella sua solitaria ed austera vita di lavoratore, al di fuori d’ogni distrazione pericolosa e d’ogni tentazione. In tal modo avea potuto percorrere tanto cammino in pochissimo tempo e trovarsi non troppo lontano dalla mèta sospirata. Ma rotto l’equilibrio, alterata la severa regola impostasi, la sua forza lo abbandonava, si disperdeva, non riusciva più a lui di ritrovare la propria ammirabile attività e di concentrarsi nel lavoro. Se non gli era bastato che di affacciarsi appena alle porte di quel mondo, così seducente e così pieno di pericoli ad un tempo, per rimanerne già turbato e scosso, che avverrebbe se vi si inoltrasse ancora, se vi si ingolfasse del tutto?...
Egli prevedeva tutto: la caduta delle sue ambizioni, l’impossibilità di fare più un passo avanti se non pure la possibilità di perdere tutto il terreno guadagnato, la povertà per sua madre, per le sue sorelle, per lui!... Il solo pensiero di sua madre, l’idea di rendersi spergiuro dinanzi a lei mancando al voto fatto, non dovevano bastare a corazzarlo contro ogni tentazione, a dargli la forza di voltare sdegnosamente le spalle se anche gli si aprissero dinanzi gl’incanti di un eden?...
Eppure no, non bastavano più adesso ad allontanarlo dal palcoscenico, a strapparlo dal malsano ambiente di cui i suoi polmoni avevano già assorbito l’aria viziata! Egli non si rivoltava ancora contro sè stesso, non pensava alla possibilità di abiurare alla propria religione, ma rimandava ancora il ritorno definitivo alla sua raccolta e feconda esistenza di prima, si lasciava scivolare sempre più per la via delle transazioni e degli accomodamenti di coscienza. Poichè ce n’andava di mezzo tutto il suo avvenire egli contava bene di allontanarsi dal teatro, di seppellirsi un’altra volta, come sino a due mesi avanti, tra i processi ed i classici del Diritto.... Sì, ma dopo! Dopo, voleva dire per Torreforte non prima di aver messo anche lui le labbra alla coppa del piacere a cui tutti bevevano avidamente, largamente lassù, sul palcoscenico, non prima di avere preso egli pure la sua parte, per quanto modesta, al grandioso festino di lussuria che si svolgeva ogni sera sotto i suoi occhi affatto esperti adesso. Non invano aveva avuto la rivelazione di quel mondo ignorato e seducente al di là della sua imaginazione, non impunemente s’era sentito accendere nel sangue la febbre di desiderio che lo spettacolo di tanti amori annodati liberamente, quasi ridendo, di tutte le tentazioni offerte e le concupiscenze destate produceva su lui, perchè potesse andarsene così com’era venuto, senza avere appagata ed estinta la smania di godimento che gli era entrata nel cervello.
Ma non era questo soltanto. L’umiliazione inflittagli da Alice Rossati gli scottava le carni; l’indegnità della condotta di lei a suo riguardo l’avea furiosamente irritato, mettendogli addosso un pungente bisogno di ostilità e di rappresaglie. Il giuoco di lei gli appariva adesso lucidamente: l’avea attirato, lusingato, sedotto sin dal primo giorno per servirsene secondo il proprio interesse, per sfruttarlo con sapiente calcolo. La sua collera era tanto più violenta in quanto egli sentiva di desiderarla ancora, più di prima anzi! Voleva farle dispetto ad ogni costo, porre l’assedio, e con successo, ad un’altra sotto i suoi occhi per mostrarle che non si curava di lei, che piaceva ed era desiderato altrove!
Per ciò solo, Torreforte si volse dalla parte di Regina Morelli, il biondo e tramontante astro lirico in chiave di mezzo soprano di cui il folgore passato dava tanto fastidio agli occhi della prima donna. Ne fu accolto nel modo più incoraggiante; ella era furiosa contro Valdora che la trascurava sempre più indegnamente, e peggio d’una vipera verso la Rossati che ne godeva e glielo portava via accettando la sua corte. Ignorando ciò ch’era passato tra Torreforte e la propria rivale, non avendo avuto il tempo di accorgersi del cambiamento sopravvenuto nelle loro relazioni tanto manifestamente cordiali che i più parlavano di rapporti intimissimi, ella credette di regalarsi l’acuta gioia di rubarlo all’altra, di prendersi una solenne rivincita. Perciò fu felice, e se l’ebbe come un omaggio offertole in prova d’amore, allorchè, durante un breve periodo di malattia attraversato dalla prima donna, Torreforte il quale avea conservato delle apparenze d’amicizia con lei ma non metteva più piede nel suo appartamento, s’era astenuto all’incontro di tutti gli altri, dal farle una sola visita. Di ciò ella avea potuto benissimo assicurarsi poichè dimorava nel medesimo albergo della prima donna, e grazie al reciproco sistema di spionaggio stabilito tra loro per mezzo dei camerieri. E un giorno che Torreforte si trovava da lei e la convalescente era scesa a prendere per la prima volta l’aria e il sole liberamente nel giardinetto sottostante dell’albergo, ella avea voluto che il giovane s’affacciasse pure al balcone, perchè l’altra li vedesse insieme, a due passi da lei, e sentisse di più l’affronto della condotta del giovane a suo riguardo in quella circostanza....
Torreforte non si piegò al maligno capriccio, vergognoso in fondo di prestarsi passivamente a tal giuoco. Invece la obbligò a rientrare dal balcone, le sedette vicino vicino, dicendole ch’era una sciocca a crederlo capace di occuparsi ancora di colei, di averla presa mai sul serio — e la ebbe così, ripetendole che l’altra era una donna volgare come era una volgare cantante, che sapeva solo abbaiare, che stonava maledettamente!...
Con sua grande sorpresa, Torreforte si ritrovò, dopo il possesso della sua nuova amica, senza nè ardore nè entusiasmo. Il fatto non poteva non sorprenderlo e non turbarlo, perchè Regina Morelli era una donna assai seducente ancora, d’una eleganza difficile ad incontrarsi in palcoscenico, e nell’oscura esistenza di lui, simile a quella di un povero studente di provincia, rappresentava la più luminosa e inebriante conquista, forse l’unica. Quanto alla donna, ella non si era data a lui che per il piacere di sentirlo parlar male della nemica....
Ma la loro relazione non dovea avere che un’effimera durata. Poco dopo, la diva sul tramonto si presentò al pubblico nella Favorita, uno dei suoi ex-cavalli di battaglia.... Fu un fiasco enorme, umiliante, e all’indomani ella ottenne, molto facilmente del resto, lo scioglimento dalla scrittura, e partì per Milano, non volendo restare neppure ventiquattr’ore ancora nella città odiata alla quale avrebbe appiccato volentieri il fuoco, se avesse potuto.
Torreforte si ritrovò dunque libero quasi all’indomani. Il poco sapore trovato in questa prima avventura non era bastato a guarirlo dalla febbre che si era impadronita di lui, gliel’accendeva di più anzi, sopratutto davanti all’esasperante indifferenza di colei ch’egli aveva sperato d’irritare e di offendere.
Una seconda avventura seguì presto alla prima, e senza che egli neppure l’avesse cercata; Torreforte era alla redazione della Sera, allorchè gli capitò la visita d’una nuova scritturata al Massimo, una polacca che cantava da soprano leggero e che tornava da un insuccesso clamoroso al teatro San Carlo di Napoli. Questa cantante, senza voce nè scuola, era la vittima d’un disonesto speculatore che aveva saputo accendere e alimentare in lei le più folli speranze e le avea fatto abbandonare la famiglia, sciupare tra maestri e impresari a Milano il suo modesto, ma sicuro patrimonio. Era una bionda alta e forte, quasi fulva, assai desiderabile, ciò che faceva dire con un cinico sorriso ai frequentatori di palcoscenico ch’ella avea sbagliato carriera. Ma la polacca invece si credeva sicuramente destinata a diventare una stella di prima grandezza nel firmamento lirico, malgrado che i pubblici da lei affrontati sin allora, raramente si fossero astenuti dal dimostrarle il contrario. Tra la paura del fiasco e la manìa del successo, ella viveva in una specie di continua febbre; per un’ovazione in teatro, per un articolo laudativo sopra un giornale importante, sarebbe passata persino sul corpo di sua madre!
Tutti i giornali avevano avuto la sua visita o una carta di lei, subito dopo arrivata, ma al critico della Sera che contava tra i giornali più letti ed autorevoli d’Italia e avea trenta mila copie di tiratura, era riserbata una visita speciale. Torreforte dovette ascoltare per mezz’ora il racconto degli imaginari trionfi artistici riportati da lei nella sua breve carriera, delle feste straordinarie prodigatele per le sue beneficiate: un volo di fantasia che non s’arrestava più. Ma poichè era una piacente creatura, egli stava ad ascoltarla volentieri e glielo lasciava naturalmente vedere.... Allora la cantante si mise a parlare del suo recente insuccesso al teatro San Carlo, protestando d’esser caduta vittima di un’odiosa congiura di palcoscenico, dell’impresario che aveva voluto sbarazzarsi di lei per dare la sua parte ad una esordiente la quale non gli costava nulla, ma anzi lo pagava perchè la facesse cantare.... Ricordando l’infame cabala che diceva esserle stata ordita, ella si eccitava, si commuoveva, la voce le s’affiochiva, il petto le ballava con ansare convulso.... Improvvisamente gettò un debole grido e si abbandonò sopra una poltrona del salotto di redazione, colle braccia inerti e gli occhi chiusi, côlta da uno svenimento.
Torreforte, imbarazzato, le avea spruzzato un po’ d’acqua sul viso, le avea sbottonato il colletto dell’abito, l’avea scossa.... Ma ella era presto ritornata in sè, guardando il giovane con dei languidi occhi, dicendogli nel suo bastardo italiano:
— Ah, signore, perdonarmi!... Io così, troppo sensibile! Nostra arte grandi gioie, ma anche grandi dolori! Mia testa gira tanto! Volete avere bontà accompagnarmi in mia casa?...
E Torreforte l’aveva aiutata a scendere le scale, l’aveva ricondotta in carrozza a casa, ed era corso da un farmacista per un cordiale.... Al suo ritorno, l’aveva trovata in letto, un pochino meglio diceva lei, in un delizioso disordine del quale ella pretendeva anche doversi scusare. Allora, egli s’era costituito suo infermiere, le avea somministrato la mistura calmante, s’era installato al suo capezzale.... e il resto!
In capo a due settimane, Torreforte s’era trovato già stanco della polacca. E poichè aveva odorato nell’aria che il suo successore era pronto nella persona dell’impresario, a cui la cantante, nella speranza di una riconferma, riserbava forse qualcuno dei suoi improvvisi svenimenti, egli ruppe senz’altro, prendendo la cosa in ridere, come avrebbe fatto uno che avesse avuto dieci anni d’esperienza più di lui con le donne in genere, e con le donne di teatro in ispecie.
Di giorno in giorno, Torreforte diventava agli occhi proprii un soggetto di crescente sorpresa. Donde veniva a lui, vissuto sempre in astinenza e a distanza dalle donne, tale profondo distacco, tale mancanza d’appetito e di vanità che gli faceva prendere, di fronte a delle conquiste ch’egli non avrebbe neppure osato vagheggiare un poco innanzi, l’atteggiamento di stanchezza e di sazietà di chi ha avuto troppe avventure nella propria vita?... Egli lo sapeva, donde veniva lo strano e inquietante fenomeno! Ma si rifiutava, per orgoglio e per paura insieme ad accettarne l’evidenza, non voleva confessare a sè stesso che se era rimasto freddo e indifferente in cospetto delle amorose fortune capitategli, era perchè lo perseguitava l’imagine e il desiderio di un’altra donna, perchè la sferzata che Alice Rossati gli avea applicata al viso, respingendolo in quel modo inaspettato e avvilente, avea invelenito in lui più che mai la febbre del possesso! E per non pensare a ciò, per stordirsi e per dimenticare, egli si abbandonava sempre più al disordine entrato nella sua esistenza, cullandosi nell’illusione di riprendersi presto, di attraversare soltanto una crisi passeggiera e senza conseguenze.
Non solamente trascurava i suoi affari adesso e si alienava a poco a poco la propria clientela, ma, peggio, per soddisfare ai bisogni della sua nuova maniera di vivere, alle istintive velleità d’eleganza, alle mille piccole spese a cui l’obbligavano i suoi doveri di galanteria, egli s’era trovato squilibrato e avea preso a contrarre dei debiti.
Sua madre, ora, cominciava timidamente a levare la voce, a rimproverarlo dolcemente, con certe lettere piene di tenera e inquieta sollecitudine che gli mettevano il cuore in tumulto, ma lo spingevano sempre più, per reazione, sulla via in cui s’era ingolfato, perchè egli voleva finirla, perchè voleva estinguere in lui, a furia di ubbriacarsi altrove, la sete di quella donna! Sospinto innanzi così, irritato invece che calmato dall’inefficacia dei diversivi trovati, egli avea cercato persino di abbrutirsi nel piacere più facile e volgare, dietro ai succinti gonnellini del corpo di ballo....
Il risultato ottenuto era stato unicamente di trovarsi più che mai indebitato e bisognoso di danaro, in modo da non sapere come andare avanti. A questo punto, Luciano Mascali, il cattivo genio della sua famiglia, era intervenuto, aveva ripreso a tessere attorno a lui la terribile tela di ragno dove suo padre s’era perduto, dove tutta la proprietà dei Torreforte doveva finire, prestando qualche migliaio di lire e allargando in cambio la cerchia divoratrice delle sue ipoteche.
Torreforte, naturalmente, non avea lasciato costituire il nuovo vincolo che sulla propria quota ereditaria. Ma egli non sapeva essere ipocrita con sè stesso, non si dissimulava che più la loro comune proprietà sarebbe lapidata a furia di iscrizioni, e meno sarebbe possibile contrastarne la rapina finale a colui che stava a spiarne il momento. Così egli, da protettore, da redentore della sua famiglia, come avea sognato di essere, diventava il complice di Luciano Mascali, cooperava anche lui all’opera odiosa di spogliazione! E non c’erano voluti che pochi mesi, appena il tempo di abituarsi all’ambiente dove la sua maligna stella lo avea fatto capitare, perchè la mostruosa evoluzione fosse stata possibile in lui! Dove sarebbe andato ancora?!...
Allora, egli si sentì preso da una folle paura e da una folle angoscia; il sentimento della salvezza gli s’impose! Ma in luogo di cercarla nel ritorno alla sua esistenza d’una volta, parve a lui che l’avrebbe trovata col riavvicinarsi ad Alice Rossati, ottenendo da lei la fine di quello stato di tensione e di sorda ostilità tra loro che, per reazione, lo spingeva verso la propria rovina. E una sera che la cantante attraversava il palcoscenico alla fine dell’atto per rientrare in camerino, egli la fermò, nell’angolo più oscuro e deserto della scena, risolutamente, ma col cuore che gli batteva con violenza spasmodica.
— Non dimenticherete e non mi perdonerete mai, dunque, un momento di debolezza e di vertigine? — le domandò con la voce che gli tremava.
Ella tacque un istante; poi disse:
— Io non domando di meglio che dimenticare!
E gli sorrise dolcemente nell’ombra.
VII.
Per un momento, l’illusione di aver ricuperato la calma e la serenità dello spirito sorrise a Torreforte. La torbida febbre che gli avea tenuto acceso il cervello tutto quel tempo, gli dava tregua per un poco nell’espansione e nel sollievo insperato del cordiale ravvicinamento seguìto tra loro.
Ella era stata piena d’intelligente bontà per lui, aveva avuto un’arte delicata di allontanare da loro la memoria della critica sera, di liberarlo da ogni sentimento d’imbarazzo, come se nulla avesse turbato mai la perfetta intesa reciproca di prima. La resa a discrezione di Torreforte la rendeva felice perchè realizzava appieno le sue previsioni e solleticava dolcemente il suo orgoglio. L’orgoglio era la corda più facile a vibrare in lei: uno strano orgoglio che avea esso pure, come tutti gli altri suoi sentimenti, alcunchè di teatrale, e s’attaccava più alla esteriorità che al fondo delle cose. Era un po’ la fierezza, l’attitudine melodrammaticamente altera dei personaggi del proprio repertorio, trasfusasi in lei a furia di recitarne le parti; ella richiamava per tale riguardo il singolare spettacolo che offrono alla sera in palcoscenico certe comparse alle quali tocca di rappresentare la muta, ma superba parte di imperatore od altro eccelso personaggio, e che se ne stanno solitari e sdegnosi tra le quinte, con l’aria di non voler derogare alla propria dignità, portando in giro fieramente i loro falsi ermellini, le luccicanti armature di latta, le corone tempestate di cristalli multicolori.
Torreforte, col suo brutale attacco, con quell’aria di trattarla come la più facile delle conquiste, l’aveva ferita nel lato più sensibile, avea sollevato la sua indignazione di donna abituata a sentirsi sospirare ogni sera le più infiammate e deliranti frasi d’amore negli appassionati duetti dove non le si domandava spesso altro che un bacio. Sopratutto venendo da lui ch’ella sapeva già a mente, di cui aveva benissimo penetrato il fondo d’ingenuità e d’inesperienza, quel brusco attacco a tamburo battente l’avea fatta rivoltare perchè vi avea veduto un partito preso di facile conquista, una lezione imparata a memoria e mal digerita di libertina spigliatezza.
Ma non era stato ciò solo a farle prendere quella sera la superba posa di sdegno e di rivolta che Lucrezia le avrebbe invidiato. Resistendo a Torreforte, la cantante avea anche agito secondo un vago progetto accarezzato sin da quando lo aveva sentito abbandonarsi a lei con sincero trasporto, dopo il duello evitato: ella avea veduto in lui un possibile marito!
Il matrimonio era la sua mèta, ma un matrimonio all’infuori del teatro, che le permettesse di lasciare le scene anzi, malgrado le soddisfazioni e le ebrezze trovatevi, che le facesse in società il posto ambìto di signora della buona borghesia, stimata, rispettata, con delle visite da ricevere e da restituire, un salotto aperto a un dato giorno della settimana dove ella dovrebbe subire ogni volta la ressa degli amici e delle amiche per cantare qualche cosa, e dove ritrovare i trionfi del teatro. Torreforte le pareva possedere tutte le qualità per effettuare un tale bel sogno ch’ella vagheggiava come la maggior parte delle sue compagne d’arte, non escluse le dive, salvo a sentirsi riprese furiosamente dalla inguaribile nostalgia del palcoscenico appena abbandonatolo.
Per tutto il tempo ch’era durato il ghiaccio tra loro, la cantante era rimasta tranquilla ed ironica spettatrice delle galanti imprese di Torreforte, o piuttosto dei suoi disordini a freddo: ella sapeva bene di esserne la tormentosa causa, e appunto per ciò l’avevano lasciata freddamente serena, senza accenderle una sola scintilla di risentimento e di gelosia — l’esca più facile a prendere fuoco in lei! Invece avea aspettato pazientemente ch’egli tornasse a lei, e quando alla fine ciò accadde, ella sentì le sue aspirazioni matrimoniali toccare la realtà!
Torreforte provava un senso d’ineffabile sollievo, sentendosi arrestare dalla forza soave del sorriso con cui ella l’aveva accolto, sulla china rovinosa dove s’era lasciato a poco a poco scivolare. S’era arreso soltanto per stanchezza e paura, senza troppo contare sulla clemenza del vincitore; l’insperata generosità di cui era stato colmato al contrario, lo avea talmente sorpreso e commosso che tutto il suo rancore e le sue prevenzioni ostili se n’erano andati via ad un tratto. Anzi, era lui che si stimava condannevole adesso! Perchè ella gli aveva resistito, mentre provava per lui una visibilissima inclinazione?... Perchè apparteneva ad un’altra specie di donne che la polacca e Regina Morelli, perchè era una creatura onesta! Ed egli aveva potuto volergliene e farle una colpa d’essere onesta?!...
Così, il suo malanimo si mutava ora in un sentimento delicato e profondo d’ammirazione e di stima che gli svegliava il più pungente rimorso per l’attitudine ostile serbata ingiustamente tutto quel tempo di fronte a lei, e il più vivo desiderio di farsela perdonare a furia di devozione e di rispetto. Per la seconda volta, ella gli dava la prova di una bontà tanto fuori del comune e toccante che il cuore di lui non poteva restare chiuso ancora allo slancio di riconoscenza appassionata che lo invadeva per lei.
Da un giorno all’altro, Torreforte era ritornato l’amico privilegiato e carezzato dei bei tempi; egli riprendeva il suo posto con una gioia di fanciullo rientrato nel favore materno dopo un castigo meritato, senza più alcun determinato partito di conquista, abbandonandosi ad occhi chiusi alla corrente che lo trasportava. Come il suo desiderio esasperato e il superficiale sentimento provato sin’allora prendevano adesso, attraverso il lume del sorriso di lei, quella sera, e per la soave magìa dell’accoglienza sapientemente amorevole, il carattere di una vera passione, egli si spogliava del suo scetticismo di seconda mano, degli insegnamenti di strategìa dongiovannesca male appresi in palcoscenico, diventava sincero e timido come un collegiale.
Era il suo temperamento sentimentale che si rivelava schiettamente in tal modo e gli suggeriva certe fanciullesche fantasie di cui avrebbe riso egli medesimo prima. Per esempio, egli amava di mandarle sul palcoscenico, o a casa, dei fiori tra i più belli e costosi, serbando l’anonimo del dono, sorridendo al pensiero ch’ella forse avrebbe indovinato lo stesso che venivano da lui. Una fanciullaggine di tal genere anzi, gli avea procurato la più grottesca sorpresa, un giorno che s’era trovato insieme al deputato Ascani nel salotto della cantante, dinanzi ad un magnifico cestello di orchidee inviate da lui la sera avanti, per l’ultima rappresentazione di Gioconda. La prima donna s’estasiava nel mostrare i fiori e raccontava, guardando fissamente Torreforte, in modo da farlo arrossire sino alla radice dei capelli, come non fosse riuscita a sapere da chi venissero — mentre Ascani s’accarezzava sorridendo con intenzione la barbetta già grigia e ripeteva:
— Hum?... chi può averli mandati?... Hum!... chi lo sa?!...
Poi, intanto che scendevano insieme le scale, Ascani aveva infilato il braccio di lui, con un’aria di confidenza e di bonaria intimità da camerati, dicendogli con lo stesso sorriso che avea finito di sopra per scuotere la convinzione della cantante sulla provenienza degli anonimi fiori:
— Dunque hanno avuto un successo quelle orchidee?... Andiamo, voi non indovinate chi ha potuto mandarle?... Capirete, mio caro, che nella mia posizione, avendo famiglia, mi tocca fare le cose con riserbo ed evitare le chiacchiere!...
L’umoristico caso, non solo avea avuto per Torreforte il gustoso sapore di comicità di cui era pieno, ma avea anche esercitato su di lui un contraccolpo morale, spingendolo più che mai sulla via del sentimento per reazione, per l’intimo orgoglio di sentirsi ben diverso dagli Ascani, dai Valdora, da coloro che egli avea potuto per un momento prendere a maestri e che muovevano alle loro conquiste con certe armi della cui lealtà e dignità l’elegante deputato gli avea fornito un luminoso saggio!
Da parte sua, la cantante non era mai stata con lui più seducente nè più graziosa d’abbandono, sopratutto perchè anche lei incominciava a scaldarsi le ali alla stessa fiamma di Torreforte, e ve l’avrebbe volentieri lasciate se non fosse stato per la speranza che accarezzava. La sua natura di comediante, foderata di vanità e di egoismo, non era troppo fatta per amare, ma infine, poichè Torreforte le piaceva tanto ogni giorno dippiù, ella gli offriva tutto il modesto capitale di sentimento di cui poteva disporre.
Se l’offerta era povera, in compenso ella aveva un’arte profonda e delle preziose risorse per farla valere cento volte dippiù agli occhi di lui. A poco a poco, ella finì col creargli l’illusione di non cantare, di non stare sulla scena che per lui, per lui solo. Qualunque posto del teatro egli occupasse, gli occhi di lei lo cercavano dal palcoscenico, lo raggiungevano sempre in mezzo alla folla, come se fosse la calamita ad attirarli. Era sempre così, trovando modo di volgere e di fissare lo sguardo verso di lui, ch’ella cantava le più appassionate romanze, le frasi più deliranti d’amore. Torreforte allora, si sentiva prendere da un’esaltazione dolcissima che gli faceva battere il cuore tumultuosamente e quasi mancare il respiro: la sala più non esisteva per lui, abolita come per incanto dall’illusione di diretta ed appassionata corrispondenza che la corrente magnetica di quegli sguardi creava tra loro. Le parole d’amore che ella scandiva quasi per lui, la potente suggestione della musica, l’elettricità dell’ambiente dove la più intensa attenzione e l’entusiasmo regnavano, la finzione della scena, tutto infine contribuiva ad ubbriacarlo, a farlo vibrare sino allo spasimo sotto la carezza di quei fantastici occhi che lo raggiungevano dappertutto, attraverso la folla. Poi, vedendo dei binoccoli che s’appuntavano su di lui, indovinando d’occupare di sè coloro ai quali l’appassionata corrispondenza non isfuggiva, egli si scuoteva, usciva dall’illusione formatasi.... Ma era un’ebrezza che svaniva per lasciare il posto ad un’altra; il cuore gli si gonfiava di dolce orgoglio sentendosi l’oggetto della curiosità e certo dell’invidia svegliata nel pubblico dallo spettacolo della propria felicità. Se ancora non gli apparteneva, egli però poteva dire di lei adesso alla folla, come glien’era venuta la sete una sera lontana: “Questa donna che solleva così la vostra commozione, il vostro entusiasmo, i vostri applausi frenetici, non pensa che a me, non vede che me, non canta che per me in questo momento!„
Egli, in ricambio, non avea più occhi per alcuna in palcoscenico: le altre non esistevano nemmeno per lui. Aveva a poco a poco, anzi, rotto tutte le amicizie annodate lassù e nelle quali il partito preso di dispetto da cui era stato animato un tempo gli aveva fatto mettere ogni possibile ostentazione d’intimità e di calore.
Solo gli era rimasta dell’amicizia per il contralto, una buona ed onesta fanciulla che egli aveva preso a proteggere nelle colonne della Sera, senza alcun secondo fine, e che in ricompensa gli avea dato questo consiglio, una volta, con un accento di affettuoso interesse e di tristezza che l’avevano turbato e commosso profondamente:
— Fuggite il palcoscenico, amico mio!... Le tavole del palcoscenico sono troppo pericolose per i semplici ed i buoni come voi!
Era una povera e fiera creatura che s’era data al teatro per vivere lei e la madre, ma che ci si trovava insopportabilmente a disagio, senza potere aspirare ad una carriera fortunata e lucrosa perchè disponeva di assai limitati mezzi vocali e senza sapersi abbassare alle degradanti arti alle quali ricorrevano le altre nella sua situazione. Mentre vedeva delle compagne, senza più voce di lei, ma con meno talento e scuola, applaudite dagli amici, ben trattate dalla stampa, ella, che non accarezzava giornalisti, che non accettava protettori e teneva la sua casa chiusa a tutti, incontrava soltanto freddezza e ostilità. Ciò non impediva che in palcoscenico circolassero su di lei le voci più oltraggiose, e Torreforte aveva udito la prima donna affibbiarle persino per amante il cameriere dell’albergo. E poichè non avea saputo trattenersi dal protestare ch’erano calunnie, la sua amica l’aveva investito duramente, domandandogli se avesse qualche debole per quella gesuita, come lei la qualificava — cosicchè egli avea pensato con un sussulto di gioia: “Dio, com’è gelosa!„ e subito era diventato vile, mettendosi a ridere anche lui delle piccanti storielle ricamate sulla pura esistenza della fanciulla.
In luogo d’imitare l’esempio di lui però, la cantante non pensava punto a sacrificargli i propri amici. Valdora, Ascani, il direttore d’orchestra, tutta la sua corte infine, continuavano a starle attorno, ognuno più o meno con delle evidenti velleità di conquista, senza lasciarsi scoraggiare per nulla dal terreno guadagnato su di loro da Torreforte. Questi s’era dapprima consolato pensando che ella non poteva mutar condotta da un giorno all’altro verso della gente ammessa già alla sua intimità, e sperava che a poco a poco se ne sbarazzerebbe. Ma rimase amaramente deluso!... Ella non gli lesinava, è vero, il piacere di sentirgliene dir male, di regalarne a lui delle crudeli caricature, di mostrarsi, appena aveano voltate le spalle, annoiata e irritata della loro assiduità importuna che non permetteva ad essi di starsene un po’ soli e tranquilli, però in realtà non faceva nulla per allontanarli; tutto il contrario anzi.
Al giovane sfuggiva in gran parte il consumato machiavellismo di civetteria con cui ella sapeva tenerseli tutti attaccati malgrado la troppo evidente preferenza accordata a lui, i piccoli, intimi compensi di un’occhiata eloquente scambiata con uno, di certe lunghe strette di mano prodigate ad un altro.... Constatava però, soffrendone acutamente, ch’ella non avea l’aria di respingere la corte che le facevano, e al fuoco sottile di tale tortura il sentimento che lo possedeva — di cui non era più possibile negare a sè stesso la natura — si maturava, cresceva d’intensità e d’ardore.
Chi alimentava più degli altri la sua vaga, eppure mordente gelosia, era l’intraprendente Valdora, un elegante che passava la vita tra le quinte dove le sue avventure non si contavano più, e che disponeva spesso, per via della propria autorità di giudice competente nei clubs, nel pubblico speciale di turno dispari, del successo o dell’insuccesso degli artisti. Torreforte se n’era trovato affatto liberato, con suo profondo sollievo, all’arrivo di una nuova scritturata che passava per essere una rara bellezza. Ma n’era seguìta una sofferenza più acuta per lui davanti al geloso furore che s’era impadronito della cantante vedendosi abbandonata così per l’altra. Era più forte di lei: malgrado il calcolo prudente di non dispiacere al suo amico, malgrado il desiderio sincero di non farlo soffrire, allorchè incontrava Valdora tutto pieno di premure e di galanteria attorno all’altra, nè più nè meno come avea fatto con lei sino al giorno prima, ella impallidiva, diventava cattiva, non li perdeva più di vista un momento. E Torreforte si struggeva accanto a lei pensando ch’ella doveva pure amare colui per soffrirne così, domandandosi che cosa poteva esserci stato tra loro, durante il tempo ch’egli s’era tenuto lontano!
Più tardi, aveva acquistato per caso, vedendola restare del tutto fredda e indifferente alla improvvisa notizia di un disgraziato accidente capitato a Valdora, la certezza che questi non contava nulla per lei. Ma ai suoi occhi già offuscati dalla passione tale evidenza, invece di servire a rivelargli il carattere di lei, avea preso il valore di una grande prova d’amore, gli avea messo nell’anima il dolce orgoglio d’esser riuscito a toglierle Valdora dal cuore, per regnarvi solo!
Gli altri però s’incaricavano di avvelenargli simile gioia, specialmente Masselli, il direttore d’orchestra, ch’era nelle migliori grazie di lei perchè la sosteneva presso l’impresario e lavorava adesso per farle assegnare la parte di Margherita nel Faust — parte ch’ella teneva a portar via alla prima donna dell’altra compagnia per un puntiglio di vanità, malgrado non si adattasse punto ai propri mezzi artistici. Tutti i sorrisi, le dolci parole, l’ebrezza degli sguardi appassionati indirizzatigli dal palcoscenico, le cento piccole attenzioni delicate ed esaltanti ch’ella gli prodigava, non bastavano a neutralizzare in lui il morso velenoso della gelosia, così come le amarezze di cui soffriva non erano sufficienti a fargli perdere la fede nell’amore di lei.
Ma ne risultava un penoso contrasto, un’altalena continua di gioia e di tristezza, di esaltazione e di accasciamento, in cui la facoltà di ragionare, il possesso della propria volontà, gli sfuggivano, e l’impero della passione si affermava e si estendeva col suo seguito d’agitazione, di smanie, di debolezze, di transazioni.
L’illusione della calma ricuperata, della possibilità di non pensare più al possesso di lei come ad un bisogno improrogabile, era presto svanita tra le alternative d’animo nelle quali si dibatteva e la sete di desiderio che lo riprendeva più ardente di prima. Il desiderio forse costituiva in lui il vero focolare della febbre la quale gli accendeva il cervello ed il sangue, ch’era della passione ma che non era l’amore, per quanto attraverso la sua esaltazione ed il suo accecamento paresse a lui il contrario. Come ella aveva saputo inocularglielo gradatamente nelle vene, come avea saputo alimentarglielo a furia di sapiente seduzione! E quando la riconciliazione era seguìta, con tutte le sue dolcezze, gli abbandoni di tenerezza, le deliziose intimità nel salottino di lei, quel veleno gli s’era mutato in fiamma viva nel sangue, sopratutto perchè ella adesso obbediva, oltre che ad un calcolo, ad un sincero trasporto e si abbandonava volentieri, però sino al limite dopo il quale l’avvenire del suo sogno le imponeva di non andare.
Un solo reagente poteva trionfare della sua febbre e salvarlo: il possesso! Ma ella non si sarebbe data mai, lo sentiva; il crudele dilemma: O matrimonio, o nulla! non lo faceva più sorridere, dopo averne sperimentato a proprie spese la dura verità. Ciò nonostante, egli aveva ritentata ancora la prova, si era spinto altre volte ad osare delle appassionate violenze: ella non s’era più indignata, non l’avea duramente scacciato come allora, ma invece s’era messa a piangere, supplicandolo di esser buono, rimproverandolo di non avere stima per lei. Non le lacrime, non la retorica sentimentale delle solite frasi l’aveano disarmato (gli avevano frustato dippiù il desiderio anzi) ma la certezza che dietro a quei luoghi comuni della virtù alle prese con la tentazione di capitolare, ella serbava la più risoluta volontà di non cedere. E spezzandosi inesorabilmente contro la muraglia di granito della resistenza di lei, il bisogno di averla alla fine, che lo vessava senza dargli più tregua da quattro mesi, diventava furore, diventava pazzia!
Egli non osava più adesso volgersi indietro, a guardare ciò che per lui diventava quasi il passato, la serena e feconda esistenza d’una volta, la calma gioia in cui lo cullavano il pensiero di sua madre e la dolce certezza di prepararle un avvenire di benessere e di agiatezza!... Non gli riusciva più d’occuparsi di nulla; i suoi affari andavano a male, la clientela l’abbandonava: bastava quel soffio di vertigine a disperdere le pazienti conquiste di parecchi anni di febbrile lavoro!
Non poteva più pensare a sua madre senza sentirsi agghiacciare l’anima dal rimorso; le lettere di lei, le povere lettere soavi sempre più inquiete, sempre più angosciate — come il vigile istinto l’avvertiva della dolorosa tempesta ch’egli attraversava e le giungeva vagamente la voce dei suoi disordini — si portavano via tutto il suo coraggio, tutta la sua energia, lo gettavano in uno sconforto disperato e senza fine, quasi che avesse dinanzi a sè l’irreparabile. Egli si sentiva affatto in balìa della sua passione, contro la quale non era più possibile rivoltarsi e per la cui soddisfazione bisognava calpestare il cuore di sua madre, tradirla, condannarla a languire nella povertà e nella tristezza, rinunziare per sempre al suo sorriso, alle sue carezze, alla sua benedizione!
Come mai quella passione, a cui erano bastati pochi mesi per svilupparsi e dominarlo, aveva potuto snaturarlo così, soffocare in lui a tal segno la voce di un affetto succhiato col latte, regnato sin’allora su tutto, divenuto il culto, lo scopo della sua vita? Egli non lo sapeva, non sapeva nulla, avea solo la coscienza d’essere mostruosamente colpevole, eppure senza responsabilità, d’essere vittima della propria sorte. La sorte era per lui tutto il complesso di circostanze apparentemente accidentali che l’avevano ridotto a tanta miseria: la lettera commendatizia dell’amico di Milano, la vertenza con Santo Stefano e la sua entrata al giornale che n’era seguìta, sopratutto lo straordinario concorso di feste — esposizioni, inaugurazioni di monumenti, congressi — che aveva tenuto aperti per circa dieci mesi consecutivi i battenti del teatro, dalla primavera all’inverno successivo, tutto il tempo che c’era voluto per alienare dalla cara adorata il suo cuore traboccante di amore filiale, per fondere la sua energia, per destargli quell’incendio nel sangue e nel cervello, perchè infine la propria rovina potesse compiersi!
I continui motivi di gelosa amarezza ch’ella gli procurava, in luogo di calmare la sua febbre e di guarirnelo, agivano su lui nel senso opposto, facevano salire ancora dippiù il termometro della sua esaltazione. Anzi, la fine della lotta che lo consumava, la fase decisiva, erano state provocate appunto da una crisi più acuta di gelosia. Ella s’era fatta accompagnare da lui una sera a teatro per assistere così, da spettatori, alla prova di un’opera a cui non prendeva parte. Mentre cercavano l’uscio di un palchetto di terz’ordine di cui aveano domandato la chiave per starsene più appartati, Torreforte, il quale teneva un fiammifero tra le dita che gli tremavano per l’emozione di sentirsela così da presso e senza difesa nel buio fitto del corridoio deserto, avea lasciato ad un tratto la debole fiammella morire e se l’era attirata sul petto, cingendole con le braccia la testa, cercando con le sue labbra avide la bocca, gli occhi, il collo di lei.... Ella avea lasciato fare senza reagire, poichè la sicurezza del luogo le permetteva di abbandonarsi senza pericolo all’ebbrezza che si sentiva lei pure circolare nel sangue, mormorando solo con un filo di voce:
— Filippo.... Filippo!...
Barcollando, tenendosi per mano, aveano trovato infine l’uscio cercato, e s’erano installati nella discreta penombra del palchetto, vicini vicini, con le ginocchia unite, le braccia a contatto, vibrando all’unisono sotto la mutua carezza degli occhi gravati dal desiderio come dal sonno, senza vedere nè ascoltare gli artisti che provavano sul palcoscenico appena illuminato.... Entrambi cadevano in una specie d’intorpidimento dolcissimo, d’ineffabile ebetudine che faceva loro smarrire la coerenza del luogo, del tempo.... E quando finì l’atto in prova, essi non se n’erano accorti neppure; e quando, improvvisamente, dei colpetti picchiati all’uscio risuonarono al loro orecchio, il risveglio era stato così brusco e doloroso che Torreforte s’era persino sentito male al cuore e aveva dovuto lasciar passare un istante prima che gli fosse stato possibile di levarsi ed aprire. Era Masselli, il direttore d’orchestra.... Come mai aveva potuto snidarli sin lassù, col buio fitto che avvolgeva la sala? — si domandava egli, investendo con un’occhiata furiosa l’importuno, talmente nervoso e contrariato che per poco non si metteva a piangere come un bambino. Il fatto sta che Masselli li avea veduti ed era venuto a mettere al corrente la prima donna sulla fase acuta in cui la questione della parte da lei pretesa era entrata.
La contesa s’era fieramente invelenita perchè l’impresario aveva preso a sostenere il buon diritto della rivale, perchè la commissione teatrale minacciava d’intervenire pure in questo senso; ma il maestro teneva duro, dichiarando che l’altra non era idonea alle difficoltà della parte, che con quella egli non avrebbe mai provato l’opera. Epperò, sentiva il bisogno, come un torneante del buon tempo antico, di attingere dagli occhi e dal sorriso di lei l’ardore e la forza per uscire vittorioso dalla difficile lotta impegnata, motivo pel quale era salito a farle una breve visita, tra un intervallo e l’altro. Ella comprendeva bene ciò: così non gli lesinava nè le occhiate, nè il sorriso!... E Torreforte l’avea veduta, mentre ancora doveva certo vibrare per la tempesta di desiderio che li avea sollevati insieme, distaccarsi affatto da lui, con lo spirito come col corpo, dimenticarsene, non occuparsi più che dell’altro, parlandogli a bassa voce, sorridendogli con gli occhi che nuotavano ancora nel languore infusole da lui nel sangue, lasciandoselo venire vicino.... Egli s’era sentito soffocare dall’angoscia, aveva quasi creduto, nello stato d’esaurimento nervoso determinato dall’eccesso delle sensazioni provate di attraversare un momento di allucinazione; l’aveva chiamata, supplicata con gli sguardi smarriti e imploranti!... Ma ella non se n’era accorta neppure e aveva continuato a parlottare, a sorridere, a civettare tranquillamente con colui....
Ebbene, Torreforte ne avea orribilmente sofferto, ma non s’era più sorpreso. L’enigma del carattere di lei non gli restava più oscuro adesso. Egli sentiva che quella donna non sarebbe stata mai veramente sua, non gli sarebbe mai appartenuta nel senso intero della parola, anche se gli si fosse data, malgrado che gli volesse realmente del bene, l’avesse pure ella amato cento volte più di così! Ella era del pubblico, della folla, non aveva che una sola, una vera passione in fondo: l’applauso, il successo! — e per conquistare tale ebbrezza che le era necessaria come l’aria, come il sole, ella doveva darsi un po’ a tutti, far commercio del suo sorriso, della sua grazia, delle sue familiarità. Ed era questo l’insostenibile tormento di Torreforte, la ragione del suo delirio, perchè non solo egli la voleva, ma la voleva affatto per sè, perchè era geloso di tutti, del pubblico, della folla per cui ella viveva! E poichè non gli si offriva che una sola via per realizzare un simile esclusivo e troppo necessario possesso: il matrimonio e l’abbandono del teatro — egli si decideva finalmente a prendere tale partito, senza più indugio, sentendosi giunto all’estremo delle sue forze, abbandonandosi alla propria sorte.
Un’ora bastava a decidere l’esito della lotta durata dei lunghi mesi, accettata con superba sicurezza, combattuta fieramente sino alla vigilia. La vanità di ogni sforzo per resistere ancora gli appariva improvvisamente, portandosi via tutta la sua energia morale, rendendolo accomodante ed ipocrita dinanzi a sè stesso. Mille argomenti in difesa della sua caduta gli venivano suggeriti dalla coscienza divenuta compiacente. Che cosa infine si opponeva a che egli sposasse quella donna?!... Il non saper nulla della vita, del passato di lei?.... Ma la fermezza e la dignità con cui gli avea costantemente resistito, pure desiderandolo ed amandolo, non erano la miglior garanzia dell’irreprensibilità del passato?!... Quanto a sua madre, certo ella avrebbe sofferto di quel matrimonio così al difuori delle idee e dei pregiudizî di provincia, nato senza l’aggradimento della famiglia, ma poi si sarebbe consolata, avrebbe goduto di vederlo felice a modo proprio. Egli si sarebbe rimesso a lavorare come prima, più di prima, per la conquista del seducente avvenire promessole, avrebbe avuto anzi una ragione e uno stimolo dippiù per riuscire nell’opera di riedificazione della loro distrutta fortuna....
Fu appunto ciò che scrisse, che spiegò lungamente con l’eloquenza della propria passione a sua madre, annunziandole che sarebbe andato egli stesso subito dopo a domandarle il suo consenso e la sua benedizione. Ma invece fu lei, la povera vecchia minacciata nella parte più sensibile dell’anima, che accorse disperatamente, come se si fosse trattato di disputare suo figlio alla morte, lusingandosi ancora di salvarlo.... Il dibattito durò a lungo tra loro, supremamente doloroso ed inutile; quando alla fine ella riconobbe l’irrimediabilità della sua sciagura, si diede per vinta!.... E fece ritorno alla sua casa lontana dove le due figlie l’aspettavano ansiosamente, tremando per la sorte delle loro eterne speranze matrimoniali che dipendevano dal fratello; andò a seppellirvisi nel proprio dolore, sotto il crollo delle care speranze accarezzate per la sua creatura diletta. Però, prima gli avea detto, rialzando duramente la dolce testa divenuta tutta bianca in quei pochi mesi di agitazione e di angoscie, da grigia ch’era avanti:
— Sta bene, sposala pure quella donna, ma pensa ch’io non vorrò rivederti mai più, che la mia collera ti peserà sul capo come una maledizione!...
Ma dove mai ella avrebbe trovato la forza di tenersi a lungo in tale attitudine contro di lui?... Egli l’avea assediata di lettere disperate, piene di devota obbedienza, è vero, ma dove si sentiva la volontà di finirla in qualunque modo, con qualche follìa se non fosse riuscito a piegarla. E la madre s’era piegata alla fine, gli avea mandato il suo consenso in una lettera che avea la desolata tristezza di un distacco estremo....
Torreforte s’era messo a singhiozzare come un bambino, leggendola, s’era sentito fondere il cuore.... Ma non avea tardato un minuto per ciò a correre dalla cantante, a dirle con la voce tremante le supreme parole che dovevano decidere di tutta la sua vita, s’ella volesse accettare la mano di lui, s’ella volesse sacrificargli il teatro....
Uno scoppio di gioia, di gratitudine, di tenerezza fu la risposta! Mai ella era stata così sincera, così buona, tanto piena di profondo abbandono, come adesso che la felicità la trasformava. Ma Torreforte, mentr’ella gli prodigava le più appassionate carezze, si sentiva bruciare il cuore dalla lettera di sua madre: “Figlio mio, sia fatta la santa volontà di Dio, sposala: io mi rassegno! Perdonami le bestemmie che mi uscirono dalla bocca quel giorno, così come io ti perdono il colpo che mi dài e dal quale sento che non mi rileverò mai più!...„
Quanto a lei, non avea avuto che un pensiero, appena passato il primo stordimento della felicità: annunziare al mondo lirico, attraverso tutti i giornali teatrali, il suo addio alle scene, malgrado i trionfi riportativi e che ve l’aspettavano ancora, per unirsi in matrimonio col barone Filippo Torreforte! Allorchè questi lesse la notizia così concepita che le trombe della pubblicità dovevano spargere in pochi giorni per tutto il regno dell’arte, non mancò di protestare, le ripetè come tante altre volte di non aver diritto a quel titolo poichè egli apparteneva al ramo cadetto della famiglia.... Ma ella trovava che erano delle sciocche sottigliezze dal momento che il titolo esisteva bene in famiglia, e non avea voluto rinunziare per nulla a ciò che più l’ubbriacava di vanità nel partecipare il suo matrimonio.
— Anzi — gli disse col più seducente dei suoi sorrisi — se vorrai essere gentile, non dimenticherai di mettere in fondo alla corbeille di nozze una piccola corona baronale da appuntare qui, sul petto....
VIII.
Tutto il periodo iniziale del loro matrimonio passò per Torreforte in una continua e violenta ubbriacatura di sensi. Egli si tuffava nell’ebrezza del possesso avidamente, con una specie di cupo accanimento, di furia rabbiosa che rasentava il delirio. Troppo egli l’avea desiderata, troppo le avea sacrificato per averla alla fine!... E voleva almeno ch’ella gli rendesse ora tanto di godimento, quanto gli era costata di dolori; poichè s’era buttato ciecamente tra le sue braccia, perdendovi tutto, voleva, non foss’altro, trovarvi un’ora di oblio, di voluttoso abbandono! Così, egli cercava di stordirsi per non pensare a ciò che avea fatto, nè a sua madre, nè all’avvenire, nè più a nulla.... Ma non vi riusciva che a brevi intervalli e, dopo, l’angoscia a cui voleva sfuggire lo riprendeva più forte di prima, come avviene a coloro che s’alimentano di morfina. Anzi, era la stessa scomposta furia dei suoi trasporti che recava la luce nella coscienza di lui; s’egli l’avesse amata, se le avesse assegnato nel cuore il posto che doveva tenervi la donna eletta a compagna della sua esistenza, l’avrebbe dunque investita con tal brutale smania di piacere, quasi aggressivamente, e senza abbandono d’anima, senz’ombra di vera tenerezza?... No, egli non l’amava, non l’aveva mai amata! Improvvisamente, in un crudo lampo di coscienza, la verità gli appariva: egli aveva fatto di lei l’eletta, la compagna di tutta la vita sua, solo perchè ella avea saputo abilmente resistergli, perchè non gli s’era offerto altro mezzo per giungerne al possesso, quel possesso che un accesso delirante, ma passeggiero di febbre, gli aveva reso necessario. L’amante mancata di cui in capo a qualche mese di ardore si sarebbe saziato, era divenuta la sposa, s’era insediata per sempre, sino alla morte, nell’esistenza di lui, al posto di colei che solo dal più puro amore e dalla più intima stima avrebbe dovuto esservi chiamata....
La benda gli cadeva inesorabilmente dagli occhi, in un momento, dopo aver loro fatto velo per tanto tempo, dopo avergli creato un’assurda illusione d’amore e di felicità che il primo raggio di luce bastava a distruggere! Ma egli voleva illudersi ancora, o almeno non pensare a niente, perchè la certezza della propria irreparabile sciagura gli faceva paura troppo. E s’abbandonava sempre più per ciò alla febbre dei sensi, a quella malsana avidità di godimento in cui voleva trovare l’oblio completo di sè.
Quanto a lei, non gli lesinava le carezze e non si tratteneva dal secondare il suo ardore. Poichè l’assorbente preoccupazione della sua voce, del pubblico, del successo, dominata sin’allora incontrastatamente, s’addormentava in lei, la sua fibra robusta di superbo animale ricco di sangue ed esuberante di vitalità prendeva la rivincita. Nel vederlo preso di lei così, fino al midollo delle ossa, tanto follemente cupido delle sue carezze, ella poteva inoltre misurare tutta la propria forza, l’esaltante potenza d’attrazione fisica che esercitava; questo la faceva orgogliosamente sorridere di segreta compiacenza, la rendeva facile all’abbandono con lui, per l’intima soddisfazione che gliene veniva. E non sospettava neppure quanto di oltraggioso per lei ci fosse nei trasporti del marito, che torbida feccia di amarezza, di disistima, quasi di ostilità gli restasse sul cuore dopo quelle ubbriacature!...
Avevano passato i primi mesi della loro unione in un albergo di campagna, presso la città; Torreforte sembrava si fosse dimenticato di aver quivi la sua professione da esercitare, degli affari, dei clienti rimastigli fedeli che l’aspettavano.... Finalmente, un giorno, parve ricordarsene, e tornarono in città. Allora, la triste evidenza della sua situazione gli s’impose nettamente. Davanti alle rovine del recente e lieto passato — la numerosa clientela in gran parte dispersa, il buon ordine con tanto stento rimesso nell’amministrazione della propria casa distrutto in un momento — davanti alla muta, ma desolante tristezza dei suoi cari lontani, alle difficoltà materiali della vita, i fumi dell’ebrezza voluttuosa che gli annebbiava il cervello, a poco a poco si diradavano. La sua energia, lungamente sopita, ebbe un risveglio; egli sentì ch’era in tempo ancora per dominare la situazione, per salvare sè ed i suoi dall’avvilimento in cui cadevano. Non voleva esaurire il suo coraggio nella contemplazione delle proprie miserie, non voleva pensare che a sua madre, vivere solo per riscattarla dall’angoscia in cui la sentiva consumarsi, per la conquista del suo dolce perdono. Anelava di rituffarsi nell’attività più febbrile e feconda, di riprendere il suo ascendente cammino verso la prosperità ed il sicuro avvenire promessi alla famiglia.... Ma egli non s’era peranco messo all’opera, che un inatteso ed allarmante avvenimento venne a distogliernelo: sua madre era gravemente ammalata, sua madre lo chiamava presso di sè, senza indugio!
Torreforte accorse, in preda alla più crudele agitazione, conducendo con sè la moglie. Quando si trovò dinanzi alla malata, quando vide l’adorata testina soave così trasformata dal male, col viso gonfio e terreo, gli occhi torbidi, le labbra come di cera sporca, egli si sentì morire d’angoscia e l’orribile presentimento della prossima fine gli agghiacciò l’anima. La malattia — una ipertrofia cardiaca — era assai innanzi, e i primi attacchi risalivano al giorno in cui ella avea fatto ritorno a casa dopo l’inutile e doloroso viaggio per persuadere la sua creatura a rinunziare a colei, a non compiere la propria rovina. E sempre, sino al punto in cui la malata, sentendosi perduta, non aveva più saputo soffocare il bisogno furioso di vederlo, gliene aveano fatto mistero per espressa volontà di lei, non volendolo affliggere e mettere in allarme — mentre egli si abbrutiva di piacere tra le braccia di chi lo aveva indotto a portarle quel colpo mortale!... Egli credeva di ammattire pensando a questo; e per non perdere tutto il suo coraggio quando più era necessario averne, gli occorreva mentire a sè stesso, farsi illusione ad ogni costo, ad onta della troppo palese gravità del male. Pure, nei primi giorni del suo arrivo, la malata sembrò sensibilmente migliorare, per quanto l’emozione seguìtane, le lunghe crisi di pianto senza dire una parola, accarezzando instancabilmente la testa del benamato, pareva dovessero sfinirla dippiù. Ed il figliuolo quasi incominciava a trarne, trepidando, sincero conforto di speranza....
Contro ogni sua aspettativa, la novella sposa era stata assai benevolmente accolta nella casa materna. Le due ragazze anzi, ancora all’età delle sentimentali amicizie femminili, troppo solitariamente e oscuramente vissute in quel recondito angolo di provincia per non subire il fascino ch’ella, forestiera ed artista, esercitava naturalmente su loro, le s’erano subito affezionate.
Ma ciò che oltremodo sorprese Torreforte fu il buon viso fatto a lei da sua madre, mentr’egli la riteneva armata d’inestinguibile ostilità contro la nuora. Invece, la malata s’intratteneva spesso con lei, le prendeva anche qualche volta una mano tenendola tra le sue, si raccomandava alle figlie perchè non le facessero mancare nulla. Era una grande ed insperata consolazione per lui, e già egli non dubitava più del mutamento avvenuto nel cuore di sua madre, quando, ad un tratto, una scoperta procurata dal caso gli diede la certezza contraria.... A guardia dell’inferma era rimasta per un momento soltanto sua moglie, intenta a leggere presso alla finestra; egli s’era allontanato, sentendosi soffocare da un gruppo di lacrime, poichè constatava che il miglioramento dei primi giorni proveniva solo dall’eccitamento dell’emozione sui nervi e che la malattia tornava a trionfare.... Ma dalla stanza contigua, dov’era passato, poteva osservare ancora sua madre, e allora aveva veduto che ella, credendosi non guardata, si lasciava cadere dal viso la consueta maschera di dolcezza verso la nuora e le fissava addosso gli occhi con tale espressione di durezza, di disperato accanimento, da farlo rabbrividire! Quell’apparenza di cordialità non era dunque che tutta una pietosa commedia, una simulazione impostasi chissà a costo di quale dolorosa violenza, per amore di lui, perchè egli non se ne crucciasse, così come prima gli avea dato ad intendere d’essersi di buon grado rassegnata, così come gli avea nascosto per lungo tempo la sua malattia!... Egli ne provò uno stringimento ineffabile di cuore, ma nessuna reazione di tenerezza verso l’altra. Tutta la sua tenerezza, tutta la sua pietà erano per la madre; all’idea dello sforzo eroico ch’ella si imponeva nelle stato di esaurimento e di sofferenza in cui languiva, si sentiva anzi agitare anche lui da una sorda ostilità contro la moglie.
Un tale stato di cose sfuggiva interamente all’occhio ed all’intuito della giovane donna. In fondo, ella trovava troppo naturale d’essere ricevuta a braccia aperte, per non ritenere affatto sincera l’accoglienza avuta. Si lasciava voler bene e vezzeggiare dalle due cognate quasi passivamente, con un fare bonario di graziosa protezione. Per distrarsi, per mostrarsi alla mano, ella teneva loro compagnia mentre accudivano alle mille faccende di casa, le seguiva dappertutto, dalla cucina all’orto. Le pareva di scoprire un mondo nuovo e così curioso per lei, vissuta sempre di pensione in pensione, di albergo in albergo, senz’alcuna nozione delle abitudini e del meccanismo d’un interno di casa borghese. Passava dalla cucina ampia e linda, coi fornelli continuamente accesi, provvista d’una luccicante batteria di utensili, spesso d’incomprensibile uso per lei, alla dispensa piena di cento cose, al lavatojo, alla stanza da stirare, sgranando gli occhi, con un’aria attonita che incantava le ragazze. Si divertiva a vederle andare attorno infaticabilmente per la casa disimpegnando con prontezza e abilità le loro doppie mansioni, di massaje e di infermiere; stava ad osservarle in cucina, tutte intente ai loro estratti di carne, alle loro gelées per la malata, con la religiosa gravità d’un alchimista in mezzo alle sue storte.... Ma non riusciva neppure a prestar loro qualche aiuto, sentiva che mai sarebbe stata capace di fare altrettanto. Da bambina, da quando viaggiava con sua madre — artista lirica anche lei — ella s’era abituata, per via della sua vita zingaresca sempre tra un albergo e l’altro, a non darsi il menomo pensiero d’ogni cura domestica, a lasciar perire in lei quello spirito d’intima operosità femminile, quelle istintive attitudini casalinghe con cui le donne nascono, e che più o meno coltivano, anche se allevate fra gli agi e le raffinatezze. Si sentiva stranamente fuor di posto colà, e infatti non avrebbe potuto mettere una nota più falsa e più stridente di contrasto nell’onesto ambiente così laborioso, modesto e raccolto di quella famiglia di provinciali, su cui la sventura tristemente incombeva, e dove ella strascinava con pigro abbandono i suoi abbigliamenti vistosi e teatrali, le sue abitudini d’ozio, la sua inutilità, la caratteristica d’egoismo e di vanità particolare della propria natura!
Qualche volta, per puro passatempo, ella si provava a dare una mano alle cognate nelle loro faccende, e questo era sempre un soggetto di grandi risate per le ragazze, poichè allora tutto andava incredibilmente male. Ma accadde che un giorno le due fanciulle si trovarono entrambe costrette al letto per un’indisposizione capitata loro pressochè ad un tempo. Obbligata dal marito a sostituirle nella loro opera di infermiere, ella non veniva a capo di nulla, e la malata languiva penosamente mancando ad un tratto di tutto, e Torreforte diventava esigente e duro, quasi fosse giusto di pretendere da lei ciò che non sapeva fare, ciò che non aveva mai fatto in vita sua! A quelle proteste, un fiotto amaro di acerbissime risposte gli veniva alle labbra.... Era vero: che giustizia c’era a pretendere ciò da lei?... Come s’ella fosse stata una donna eguale a tutte le altre, come se avesse avuto mai senso e culto di famiglia, idea d’affetti e di cure domestiche, come se fosse mai vissuta per null’altro all’infuori della sua arte istrionesca, della sua morbosa vanità di cantante!... Ma taceva, per evitare alla madre il menomo motivo di agitazione, e si contentava di covare internamente il fuoco della sua crescente ostilità.
Intanto il male della vecchia signora faceva terribili passi. Due volte Torreforte avea creduto di vederla morire; egli s’era ridotto a non dormire quasi più, ad alimentarsi appena. A misura che la malata si sentiva finire, cresceva in lei il rancore contro la nuora, contro colei ch’ella considerava come la rovina sua e del figlio. Non le importava troppo di vivere, no, ma si rodeva il cuore al pensiero della propria creatura, del suo avvenire spezzato, legato alla catena di quella donna, la quale non avrebbe saputo che renderlo infelice, immensamente infelice. E non le riusciva più di simulare, talchè l’odio che l’animava le luceva adesso cupamente nei torbidi occhi, metteva un tremito violento in tutta la sua povera carne gonfia e livida, appena la giovane donna le si accostava.
Torreforte seguiva con un senso indicibile d’angoscia il progresso di quel cieco odio, che divampando nel petto d’una moribonda aveva qualche cosa di cupamente tragico, e constatava con pari orrore come dentro di lui il sentimento materno trovasse eco ogni giorno dippiù. Una furia quasi criminosa l’invadeva a momenti contro la moglie. Per far piacere all’inferma, per calmare la sete di rancore da cui la sentiva divorata, egli l’avrebbe buttata ai piedi di lei, gliel’avrebbe percossa e torturata dinanzi. Non essendo possibile questo, cercava ogni pretesto per umiliarla e maltrattarla a parole in presenza della madre, l’esiliava più che poteva dagli occhi di lei, finiva per proibirle senz’altro di entrare in camera sua. L’esclusa se ne consolava facilmente, contenta di sfuggire all’orribile tristezza dello spettacolo che la malata offriva, alle nausee che le procuravano le piaghe fetide onde erano coperte le povere gambe di lei. Una volta che avea mostrato la sua ripugnanza con una smorfia troppo energica di disgusto, suo marito era stato sul punto di batterla.
Ella metteva tutto ciò in conto della sua disperazione; le pareva, non adontandosene, di abbondare in generosità, di pagare ad usura il suo tributo al dolore di lui. Se un fondo di risentimento le restava sul cuore, se ne rifaceva sulle due ragazze, sempre espansive e premurose attorno a lei malgrado la collera in cui questo faceva andare adesso la madre, malgrado ch’ella costituisse una grande minaccia per le loro eterne speranze matrimoniali. Via, ella avea troppo viaggiato, troppo vissuto, fra continue emozioni ed ebrezze, per non trovare alla lunga insopportabilmente noiose e ridicole quelle due piccole provinciali!... Così, respingeva con mala grazia le espansioni e le amorevolezze delle cognate e finiva per segregarsi completamente in camera sua. Allora, cavava fuori i grossi albums dove avea raccolto tutti i giudizii dei giornali su lei, i gloriosi bollettini delle battaglie vinte di palcoscenico in palcoscenico, e si assorbiva in quella lettura, si dimenticava tutta nel proprio passato risonante d’applausi, mentre suo marito agonizzava di dolore presso la morente.
La catastrofe si avvicinava con spaventosa rapidità. La paziente a volte l’invocava con ardore, per finirla con le sue atroci sofferenze, a volte s’attaccava disperatamente alla vita, non volendo lasciare così sola ed infelice la creatura sua diletta. Giorno e notte, ella, per non soffocare, restava su d’una sedia, addossata a una pila di cuscini, guardando il letto candido e soffice di fronte a lei cogli occhi dilatati d’orrore, pensando che soltanto dopo l’ultimo respiro sarebbero tornati ad adagiarvela. L’idrope le si estendeva per tutto il corpo gonfiandola come un otre, le piaghe le divoravano interamente le gambe, la circolazione del sangue non si compiva quasi più.... E Torreforte assisteva senza una lacrima a tale sfacelo, col raccapriccio muto d’un assassino dinanzi all’agonia della sua vittima.
L’ultima notte, un’insperata tregua di calma parve apportare un reale sollievo alla malata, che s’assopì quasi serenamente. Torreforte la considerava col cuore sospeso; nel suo cervello turbato ed esausto delle puerili illusioni germogliavano a un tratto in quell’estremo momento.... Forse un prodigio poteva compiersi ancora, forse l’ultima crisi era stata superata e segnava il principio d’una miracolosa guarigione!... Sognava ad occhi aperti, col viso inondato di lacrime.... Sua madre sarebbe guarita, sì, e dopo aver riconquistata la salute, egli avrebbe saputo ridarle anche la felicità, a qualunque costo.... Egli avrebbe riedificato per lei l’edificio distrutto, l’avrebbe a furia di pietose menzogne convertita riguardo a sua moglie, portando con rassegnata dolcezza la propria croce, nascondendogliela eroicamente perchè ella non avesse a crederlo infelice ed a crucciarsene!.... Un rantolo cupo venne a scuoterlo, mentre sognava così; gli occhi della moribonda lo fissavano con disperata intensità, la sua mano si levava su lui, tutta oscillante, tracciando in aria, appena intelligibilmente il segno della croce.... E fu tutto; sua madre era morta, morta di crepacuore, uccisa da lui ch’ella idolatrava, ch’ella era spirata benedicendo....
IX.
Ciò che più di tutto Filippo Torreforte temeva, uscendo dalla terribile crisi di dolore seguìta per lui alla morte di sua madre, era di ritrovarsi animato da un vero sentimento d’odio contro la moglie. Se il fiero malanimo che avea covato verso di lei nel petto, per amore della malata, fosse durato, se fra loro due si fosse insediata la morta, separandoli per sempre, rammentandogli a tutte le ore donde il colpo mortale l’era venuto, come avrebbe potuto sopportare ancora l’intima comunione della vita conjugale?...
Ma di quella vampata d’odio non restavano più che le ceneri spente nel cuore di lui; una calma apatica vi subentrava, un profondo distacco di tutto. La considerava adesso con indifferente filosofia, diceva a sè stesso che poichè ella era così, bisognava prenderla com’era. Con la sventura subìta, qualche cosa s’era spezzata dentro di lui irrimediabilmente: la molla del suo affetto di figlio, la sola che avesse potuto agire ancora su di lui nel naufragio di tutte le proprie risorse morali. Si lasciava vivere passivamente, abbandonandosi senza resistenza alla china della sua sorte, incapace di qualunque sforzo per opporsi alla corrente. I suoi antichi propositi di lavoro, di lotta, di conquista, gli facevano adesso levare le spalle con suprema indifferenza, gli davano quasi delle nausee fisiche, tanto l’idea d’agire, di scuotere la sua triste ignavia, lo trovava repellente. Tutto ciò che avea saputo fare nel campo dell’azione era stato di liquidare definitivamente la successione della eredità paterna, accettando senz’altro le condizioni imposte dal feroce creditore della sua famiglia. Poichè con la morte della madre la loro casa gli pareva finita, l’ambizione di ricostituirla in tutta la sua antica e solida integrità non avea più senso per lui. Assicurata una modesta ma certa dote alle sorelle, realizzato per sè tanto da poter vivere senz’alcun pensiero per qualche anno, stimava di avere esaurito il suo compito di capo della famiglia. Avea preso dimora, malgrado tutte le proteste della moglie, nella casa paterna, e vi lasciava scorrere stupidamente i suoi giorni uno dopo l’altro, senza interesse nè mèta, allorchè, un avvenimento capitale venne bruscamente a scuoterlo: egli stava per essere padre!
Fu un rimescolio immenso nelle loro esistenze, ma di natura assolutamente diversa. Per Torreforte era un soffio nuovo e divino di vita che ad un tratto lo sollevava di peso dal fondo del suo avvilimento e lo faceva rinascere, mentre per lei era la rivolta di tutta sè stessa contro l’opera della natura, un motivo d’incredibile angoscia, di continui lamenti. Ella non si sentiva fatta per essere madre, aveva orrore del lungo travaglio della gestazione, di tutte le nausee, le sconce sofferenze da attraversare, e sopratutto una paura incessante, folle, del momento del parto, dei cento terribili pericoli ai quali era facile soccombere. E non era tutto; vi s’aggiungeva ancora lo spasimo insostenibile di poterci rimettere pure la voce, la sua bella voce calda e robusta di soprano drammatico, il suo tesoro, il suo orgoglio! Dal giorno in cui non l’era riuscito possibile di dubitare oltre del suo stato, ella non aveva avuto più un minuto di calma, non avea fatto che piangere, disperarsi, maledire la sua sorte.... Due volte, suo marito la sorprese mentre attentava alla propria maternità coll’aiuto dei soliti rimedi empirici e criminosi, mettendo così a grave rischio la vita pur di sottrarsi al cómpito sacro assegnatole dalla natura. A tale scoperta, lo avea invaso una collera violenta, una reazione fremente di stupore e di sdegno.... Ella non era sensibile neppure alla voce delle sue viscere, a quell’istinto che è innato persino nella più infima specie del regno animale?!... Ella dunque non sapeva essere madre, come non sapeva essere moglie, nè altro, fuorchè una mostruosa macchina da cantare, da divertire la folla, la quale solo poteva coi suoi applausi farne agire il congegno!
La sua collera però cadde presto, nel tumulto ineffabile di tenerezza che gli sconvolgeva l’anima. Dinanzi alla sua paternità imminente si sentiva rivivere, diventava un altr’uomo.... Ah, per la sua creatura egli si sarebbe rialzato, si sarebbe rimesso energicamente al timone della propria casa, avrebbe riamata la vita attraverso il suo sorriso e le sue fragili grazie infantili!... Ella pure, ella pure si sarebbe trasformata; la maternità l’avrebbe elevata, purificata, cambiando la donna di teatro così a disagio nell’onesta ed angusta cornice della famiglia, in una degna madre, in una degna compagna!... In fondo, gli inspirava una grande e pungente pietà. Certo, ella portava in sè, come la comune degli esseri umani, un’egual somma di qualità buone e cattive; quale colpa era mai la sua se l’eredità, l’educazione ricevuta, l’atmosfera viziata del palcoscenico che i suoi polmoni aveano respirato dall’età prima, avevano sviluppato in lei le cattive qualità a discapito delle buone? Toccava a lui di rifarne l’educazione morale, di restaurare in essa l’impero dei sentimenti migliori, e più che il suo, questo era il còmpito soave ed infallibile della fragile creaturina che avrebbe allietato tra poco la loro casa....
Adesso Torreforte, non solo perdonava ogni cosa a sua moglie, ma diventava dolce e buono con lei come non era mai stato. Sentiva di volerle proprio bene in quel momento, si struggeva di tenerezza vedendola soffrire. Ella pure, sotto l’incubo smanioso della sua folle paura, si rifugiava in lui come in un porto di salvezza, gli si attaccava disperatamente, con un abbandono quasi infantile. Si faceva di continuo promettere che non l’avrebbe abbandonata neanche per un secondo, nel momento terribile, e che, se ella fosse morta, non avrebbe permesso di seppellirla prima di quarantotto ore dalla constatazione di decesso, per paura di esser solo sopita, di svegliarsi poi là, tra quelle quattro assi, murata viva sotto una montagna di pietre e di terra.... Egli allora la sgridava con la voce dolcemente burbera, la trattava da bambina cattiva, le diceva che non si sarebbe accorta neppure d’attraversare il passo paventato, e che poi sarebbero stati tanto, tanto felici insieme, con la loro sospirata creaturina....
Il parto, invece, si presentò difficile e laborioso assai; i dolori erano incominciati presto, acutissimi e infruttuosi. Quando ella li avea sentiti venire, malgrado la grande prostrazione dei primi formidabili attacchi s’era levata con uno sforzo dal letto, e s’era trascinata sino alla specchiera per acconciarvisi un poco, forse l’ultima volta, perchè non avesse messo orrore a guardarla, nel caso funesto. Così Torreforte, rientrando in camera, l’avea trovata coi capelli ben ravviati, i denti nitidissimi, e un dito di rouge-théatre sul viso smunto e contratto atrocemente dai dolori. Ma tale povera civetteria, in luogo di suggerirgli alcuna amara riflessione come certo gli sarebbe avvenuto in un diverso momento, allora lo fece piangere di tenerezza e di pietà. Non sapeva che cosa avrebbe dato per non vederla soffrire a quel modo, per alleviarle gli spasimi insopportabili che la facevano torcere come un serpe sul letto!
Venne un ostetrico: l’operazione fu dichiarata necessaria, vitale. Torreforte s’era trovato spinto fuor dalla camera a forza, ed era rimasto ad aspettare dietro l’uscio, colle gambe vacillanti, il cuore in convulsione, ed un orribile ronzio nelle orecchie.... Finalmente, dopo un’attesa che a lui era parsa di secoli, il dottore spalancò l’uscio annunziando che la puerpera era salva. Egli non osò domandare altro lì per lì, soffocando la sua estrema ansia per potersi cullare ancora in un resto d’illusione.... Tutto il suo avvenire, tutta la sua vita reggevano solo ad un fragile, sottilissimo filo.... E quel filo — glielo dissero poco dopo, brutalmente, non sospettando tanta violenza di dolore in lui per la sua paternità mancata — s’era spezzato, lo lasciava miseramente piombare nel vuoto....
Era un maschio!... Sarebbe stato il continuatore della sua famiglia, l’erede del nome antico ed onorato.... Ah, come egli si sarebbe ammazzato a lavorare, come avrebbe ritrovata tutta la sua energia, la sua dignità d’uomo per lui, per dargli una fine educazione, un’onesta agiatezza.... Invece!... Non sapeva staccarsi dalla minuscola bara in cui aveva voluto comporlo prima che glielo portassero via, coi ceri ardenti ai piedi e una valanga di rose per lenzuolo.... E davanti a quel cadaverino sformato dal forcipe con cui gli aveano attenagliata la testa, mostruoso a vedersi alla livida luce dei ceri, egli s’era lasciato cadere sotto il peso della sua croce, per non tentare mai più di rialzarsi.
X.
Passata l’esaltazione violenta del nuovo dolore, Torreforte tornò a chiudersi più di prima nella sua desolata attitudine di passività e d’indifferenza a tutto. Soltanto, avea ceduto all’assedio senza tregua postogli dalla moglie, e avea abbandonato la casa paterna, l’oscuro angolo di provincia ov’era nato. Così, dopo un’assenza di quasi due anni aveano fatto ritorno nella grande e rumorosa città, ma egli avea continuato a vivervi come nella sua muta bicocca natale, inattivo e segregato da ogni consorzio.
Questo contrariava moltissimo l’ex-prima donna, e costituiva un soggetto continuo d’irritazione e di dispute fra loro. Rimessasi a poco a poco, e non senza stento, dalle conseguenze del suo parto disastroso, ella sentiva operarsi dentro di lei una rifioritura turbolenta di salute, un rinnovamento oscuro di vita. Le pareva di soffocare, così chiusa nell’angusto ed opprimente cerchio della sua casa, tra il marito sempre silenzioso, sempre cupo, ripugnante a tutto, e la serva ebete, sudicia, brontolona. Provava un’irrequietezza tormentosa, uno stimolo esaltante di vaghe aspirazioni verso una mèta ignota a lei medesima. Come mai suo marito poteva ridursi ad un tal grado di stupida apatia, d’inerzia bruta?... Dove se n’era andata dunque la vantata energia del suo carattere, la sua forte tempra di lavoratore, di uomo destinato ad un grande avvenire, di cui avea fatto tanta pompa con lei prima del loro matrimonio?!... Perchè si abbandonava a quel modo in braccio all’ozio ed all’avvilimento più profondo, e avea rinunziato affatto alla sua lucrosa professione? E dove mai si sarebbero trovati di lì a qualche tempo, dopo aver dato fondo al capitale riscosso dalla sua parte d’eredità?...
Ella lo sentiva calare ogni giorno dippiù nella sua stima, gli faceva continuamente il processo con la severità d’un giudice, senza intendere nulla di ciò che avveniva in lui, senza coscienza d’essere il principio e la fine del pietoso dramma interiore di cui egli era la vittima. Non lo comprendeva, nè gli aveva compassione, ma si rivoltava. Non avea abbandonato le scene, dato addio alla sua lieta e luminosa vita di successi morali e materiali per finire nel modo più oscuro ed umile, privandosi di tutto, soffocando ogni desiderio, ogni giusta ambizione!... Egli poteva pure segregarsi completamente dal mondo, ridursi a vegetare come un bruto, ma per suo conto non si sentiva proprio d’imitarlo, era troppo giovane e bella, troppo ricca di vitalità per questo. Sopratutto, non sapeva adattarsi a perdere affatto il gusto della sua arte, a viverne addirittura al di fuori. E vessava dalla mattina alla sera Torreforte perchè buttasse il suo danaro dietro a tutti gli abbonamenti di giornali artistici, perchè la conducesse al teatro, ai concerti.
Quando al Massimo tornarono a rappresentare la Gioconda, per la prima volta dopo che tale opera stata eseguita da lei su quelle scene quasi tre anni innanzi, suo marito dovette rassegnarsi ad accompagnarvela, tanto la cosa l’avea messa in orgasmo e le avea suscitato una voglia acutissima di intervenire allo spettacolo. La nuova edizione dell’opera con una cantante ancora ignota al pubblico, destava molta curiosità fra gli assidui e gli amatori di teatro. I più, ricordando la forte impressione lasciata dalla Gioconda precedente, non dubitavano che la nuova restasse schiacciata dai confronti inevitabili: era appunto ciò che l’ex-prima donna aspettava e desiderava ardentissimamente, e per cui ad ogni costo non aveva voluto mancare a quella rappresentazione, sicura di assistere per via indiretta al proprio trionfo. Durante i primi tre atti, ella potè infatti gustare la più deliziosa soddisfazione d’amor proprio; la sua rivale lasciava il pubblico freddo e scontento, non aveva saputo strappargli un solo vero applauso con la sua voce corta, poco squillante, affiochita dal panico che la dominava. Nella sala, piena di spettatori e di animazione, si sentiva quasi gravare la musoneria del pubblico deluso, che faceva prevedere una sommaria giustizia a sipario definitivamente calato; molti, avendo scorto nell’ombra del suo palchetto la indimenticabile artista così presto ritiratasi dalle scene, se l’additavano tra loro con certe scrollatine assai significative del capo, attirandole così, a poco a poco, gli sguardi dell’intera platea, che salivano a lei come delle ondate voluttuose d’incenso.
Ella assaporava l’inesprimibile gioia estaticamente, col cuore in dolce tumulto, tutta ridente di piacere. Ed attendeva con impazienza l’apoteosi finale che i fischi del pubblico, seppellendo all’ultimo l’opera così eseguita e la sua protagonista, avrebbero decretata a lei.... Invece, contro l’unanime aspettativa, il successo mutò radicalmente di faccia all’atto quarto: la cantante già condannata vi rivelò ad un tratto una tale rara potenza d’arte, di talento, e d’efficacia drammatica da farsi in un momento perdonare la sua voce non bella e la debole esecuzione degli atti precedenti. Alla fine del suo monologo, il pubblico vinto, vibrante d’entusiasmo e di commozione le avea battuto le mani per dieci minuti, e da quel punto ad ogni aria, ad ogni frase principale, gli applausi erano echeggiati fragorosi, scoppiando all’ultimo come un vero uragano, interminabilmente. Allora, Torreforte aveva veduto sua moglie diventare incredibilmente pallida, quasi convulsa, col labbro serrato a sangue tra i denti, gli occhi pieni di lagrime, e una fretta smaniosa di andarsene, di sottrarsi a quel supplizio.... Ah, il pubblico! Com’era incostante ed ingrato, come rassomigliava ad un amante perfido e fatale, tanto più volubile quanto più adorato!... Un giorno avea posto lei sugli altari, dichiarandola insuperabile: ora le preferiva un’altra, l’acclamava sotto i suoi stessi occhi, con un calore d’entusiasmo ch’ella non era riuscita a suscitare mai, neppure nelle sue serate migliori!... Ella avrebbe dato dieci anni della sua esistenza in quel momento per poter prendere il posto dell’altra sul palcoscenico e ripetere la sua parte, in una gara suprema. E per vincere la rivale, per strappare al pubblico un applauso più nutrito, un urlo più assordante d’approvazione, ella si sentiva capace di concentrare e di consumare nel canto tutta la sua vita, come certi rosignuoli si rompono il petto a furia di gareggiare tra loro, ed esalano gorgheggiando l’anima canora....
A lenire tale ferita, di cui il dolore tardava a calmarsi, le venne tra le mani in quei giorni un giornale teatrale dove, a proposito dell’annunziata rappresentazione di Lucrezia Borgia — uno dei suoi cavalli di battaglia — al Regio di Torino, vi si affermava che difficilmente la protagonista dell’opera avrebbe potuto lottare con gl’incancellabili ricordi lasciati da lei colà, nella medesima parte. E altrove, un altro giornale, all’indomani dell’andata in scena di Norma con una cantante preceduta da gran fama, usciva in un vero inno in memoria della esecuzione fattane da lei sulle stesse scene qualche anno prima, concludendo col dire che la pretesa diva aveva fatto rimpiangere amaramente al pubblico unanime la grande artista allontanatasi troppo per tempo dal teatro. Così, non peranco era spenta l’eco del suo nome nel mondo lirico!... A più di due anni di distanza dalla sua scomparsa dal palcoscenico, si continuava a parlare di lei, la si rimpiangeva malinconicamente, quasi che ella fosse del tutto morta per l’arte, mentre si sentiva tuttavia capace di sollevare l’entusiasmo di cento platee, di aggiungere al suo passato artistico ancora dieci anni di carriera e di successi.
Invece era finita!... Ella dovea contentarsi di assistere al trionfo delle altre, lasciare impassibilmente che le nuove venute occupassero il bel posto conquistato da lei in arte con tanta fatica! L’unica consolazione sua nell’eccesso della tristezza che l’invadeva pensando a ciò, era di raccogliersi tutto il tempo nel passato, riandandolo attraverso i mille documenti che stavano ad attestarne imperituramente lo splendore. Gli albums nei quali avea collezionato tutti i giudizii dei giornali su di lei, i sonetti d’occasione nella ricorrenza delle serate d’onore o d’addio, erano divenuti la esclusiva e costante lettura di lei; nel suo salottino da lavoro ci si poteva a stento muovere, tanta era la folla di corone, di ricchi nastri e d’ogni genere di regali ricevuti sul palcoscenico e disposti colò come trofei di guerra gloriosamente conquistati. Ma ci voleva ben altro, per appagare la sete ond’era arsa!... Ella voleva trarre dalla lunga inerzia la sua ugola preziosa e rimetterne in circolazione i tesori; voleva avere degli ascoltatori almeno nel cerchio ristretto d’un salotto, in casa propria o altrove, pur di cantare per qualcuno, di essere ammirata, di riprovare l’ineffabile ebrezza d’un applauso.... E suo marito la contrariava anche in questo, non voleva vedere nessuno, nè condurla in alcun luogo!
Per vendicarsi, ella non gli lasciava più un minuto di riposo, gli assordava dalla mattina alla sera le orecchie ripassando tutto il suo repertorio, esercitando la gola ad una sfrenata ginnastica di vocalizzi e di scale. Un momento, aveva tremato di paura: le era parso di non ritrovare più la sua voce, di averne perduta la freschezza e la forza, dopo il grave travaglio del parto. Ma poi, si convinse che si trattava soltanto d’un fenomeno passeggiero prodotto dal troppo lungo riposo dell’organo vocale, e per ridargli la primitiva elasticità e robustezza, s’abbandonava più che mai a quella sua pazza ginnastica d’ugola. Cantare significava già godere per lei, ma così, era un piacere sterile, di cui non poteva contentarsi, che anzi le inacerbiva dippiù la tormentosa voglia della quale languiva.... E non potendo soddisfarla altrimenti, nel parossismo della sua febbre malsana, ella s’era ridotta ad offrirsi persino in accademia alla propria serva, a cantare per esclusivo piacere di colei. Spesso, magari andava ella medesima a trovarla in cucina; la megera lasciava di occuparsi dei suoi fornelli o del suo bucato, e si raccoglieva ad ascoltare, a bocca aperta, colle braccia conserte sul ventre sudicio ed enorme. Quindi, ogni volta, alla fine si metteva a battere furiosamente le manacce nere, accompagnando l’applauso con rauche grida di brava, bene, bis, facendo quanto più chiasso le riusciva, poichè sapeva di procurarle tanto più piacere.... Allora, ella restava a sentire col cuore sospeso, gli occhi brillanti, e una fiamma viva di sangue sulle guancie.... Non aveva più la coscienza d’essere in quel luogo e in quella compagnia degradanti; si ritrovava come per incanto altrove, in una vasta sala scintillante di lumi e piena di gente.... E per un analogo fenomeno d’allucinazione, lo sconcio assolo d’applausi della serva si trasformava alle sue orecchie nell’ovazione strepitosa, esaltante di centinaia di persone, di un intero pubblico trascinato dall’entusiasmo!
In seguito, sempre più incalzata dal crescendo morboso della sua manìa, s’era spinta anche in là, sino a cavare dalle grandi casse relegate nel solajo i costumi delle sue opere favorite ed a vestirsene, acconciandosi in tutto come per la scena. Gioconda, Norma, Aida, rivivevano in lei; ella si metteva ad illustrarne per la sua unica ed ignobile spettatrice, col canto e con l’azione insieme, i patetici casi, animandosi quasi che calpestasse davvero le tavole del palcoscenico, e la serva ebete e sudicia spalancava allora tanto d’occhi, senza troppo capirci, presa spesso da irresistibile ilarità come davanti ad una mascherata carnevalesca, con le nere manacce pronte a sollevare l’indiavolato rumore di applausi per cui la sua padrona andava pazza....
Ora, ella non ignorava più quale fosse la mèta delle sue vaghe aspirazioni, il tarlo segreto che le avea roso sordamente l’anima e lo spirito tutto quel tempo! Era la nostalgia del teatro che la riprendeva furiosamente e non le dava più tregua; ella s’era sbagliata di troppo immaginandosi di potervi rinunziare sul serio, di poter vivere per sempre senza le sue febbri e le sue gioie! L’imperdonabile errore commesso abbandonando le scene per maritarsi, le appariva adesso in tutta la sua enormità, pur non tenendo calcolo delle condizioni particolarmente tristi della propria esistenza conjugale. E nel tempo medesimo, nettamente s’imponeva al suo spirito l’ineluttabile necessità di annullare l’errore fatto, avesse dovuto per questo spezzare qualunque ostacolo, perchè ella aveva bisogno del palcoscenico come dell’aria per respirare, e non poteva starne più a lungo lontana!
Suo marito però non si sarebbe piegato mai senza vivissima lotta ad acconsentire al ritorno di lei sulle scene, n’era sicura. Pure, cominciò ad insinuargli la cosa delicatamente, con ogni tatto e dolcezza, cercando di riuscire così. E gli dipingeva l’avvenire coi più lieti colori, sempre tra viaggi, emozioni gradite e nuovi successi; gli mostrava i numerosi esempî di cantanti ritornate all’arte dopo aver contratto matrimonio, anche nelle più alte sfere sociali, e col placet del marito. I testi da citare non mancavano: Siglinda Wederlson — l’usignuolo norvegese, come la chiamavano — che aveva sposato un gran signore russo e poi s’era rimessa a girare insieme a costui di teatro in teatro; Dora Neuman, la più bella voce di contralto dell’arte, tornata al palcoscenico dopo due anni di matrimonio con un milionario napoletano — e via, via così, sino al caso classico di Adelina Patti e del marchese di Caux.... Ma Torreforte aveva troncato subito, senz’altro, ogni tentativo di persuasione, con un reciso rifiuto. All’idea di ciò che la moglie pretendeva da lui, egli si rialzava bruscamente dal suo avvilimento per difendere la sua dignità dal minacciato ludibrio. Avea vissuto abbastanza in palcoscenico per non sapere quale sarebbe stata inevitabilmente la propria parte accanto a lei, se avesse ceduto alla sua volontà; mariti di prime donne ne aveva conosciuti parecchi — quello di Regina Morelli fra gli altri — e al solo pensiero della vergogna riserbatagli si sentiva avvampare di rossore il viso! Allora, ella lo prese di fronte con brutale audacia, mise da parte le moine per piantargli crudamente dinanzi il problema dell’avvenire. Poichè egli aveva abbandonato affatto la professione e non voleva occuparsi di nulla, poichè non si decideva nè si sarebbe mai deciso ad uscire da quello stato di triste ignavia, come pensava di provvedere all’esistenza di lei, quando, in un giorno non lontano, a furia di sbocconcellare il capitale di cui vivevano, senza produrre nulla, si sarebbero ritrovati fatalmente sulla paglia?!... Ah, egli non si preoccupava punto di ciò, restava senza risposta davanti al quesito propostogli?! Ebbene, toccava a lei di pensarci allora, mentre era giovane ancora ed a tempo per farlo, e non sapeva con che diritto ed a qual titolo egli potesse impedirle di provvedere ai casi suoi, dopo averla abbandonata a sè stessa per l’avvenire!...
Sapientemente, con perfido intuito, ella avea posto il dito giusto sul punto vulnerabile; affrontato così, Torreforte perdeva ad un tratto ogni energia di resistenza, restava disarmato dinanzi a lei. Sì, era giusto: che diritto aveva di sbarrarle la via dell’avvenire, quando egli non era stato e non era capace di assicurargliene alcuno, malgrado che in faccia a lei ed alla società gliene incombesse l’obbligo più rigoroso?... Per assumere onestamente ed a cuor sereno la responsabilità a cui ella lo aveva richiamato con l’imperiosa esigenza d’un creditore brutale, egli doveva imporsi uno sforzo eroico, riattaccarsi con ardore e fede alla vita, ridiventare un uomo infine, in tutta la dignità e la nobile energia della parola. E non sapeva, non poteva galvanizzare a tal segno la propria volontà ed il proprio spirito, schiacciato com’era dalla coscienza della sua infelicità, della sua vita sbagliata, col cuore tuttavia sanguinante per la morte della madre ch’egli addebitava a sè stesso, e per l’ultimo e atroce colpo ricevuto in pieno petto davanti al cadaverino della sua creatura nata morta, del povero piccolo Messia, tanto atteso e sognato, da cui doveva venirgli la salvezza!...
Così, ella lo avea sentito cedere a poco, a poco, e da quel momento, era ritornata dolce e insinuante come prima, aveva preparato abilmente la vittoria finale. Una volta, gli aveva mostrato la lettera d’un agente teatrale che le proponeva delle condizioni superbe se avesse voluto accettare una scrittura, eppoi il telegramma di un impresario famoso, concepito nei medesimi sensi, senza ch’ella avesse fatto nulla per provocare simili offerte, diceva, tal quale come a Sant’Antonio sorgevano da ogni parte le irresistibili tentazioni. Ed infine, un bel giorno, comparve in iscena l’impresario del Massimo, pregandola in nome di tutti gli amatori di teatro di cantare per poche recite straordinarie di Aida, offrendo magnifici patti.... Un’occasione veramente eccezionale: nessun disturbo, nessun’apparenza di ritornare per forza maggiore al teatro, ma avendo quasi l’aria invece di accondiscendere per cortesia, come certi celebri artisti ritiratisi dalle scene da un pezzo, si piegano qualche volta al desiderio dei loro ammiratori. Ricusare sarebbe stata una vera follia; un volerla danneggiare a qualunque costo, per puro capriccio! Che fare?... Egli si sentiva stanco di lottare, incapace di resistere alla corrente che lo travolgeva: cedette. Almeno, pensava — chi sa? — che sarebbe riuscito a togliersi bene o male d’addosso la camicia di forza della sua desolata apatia, che avrebbe ritrovato la malsana febbre di desiderio d’una volta, davanti all’entusiasmo rumoroso della folla per lei!...
Le indicibili amarezze alle quali aveva preveduto di andare incontro lasciandosi trascinare da sua moglie, non si fecero attendere per Torreforte. Sin dal primo giorno che ella aveva rimesso piede in teatro per le prove dell’opera, tutti i suoi antichi corteggiatori, i vecchi topi di palcoscenico, con Valdora e l’onorevole Ascani alla testa, erano ritornati al loro posto di combattimento, aveano ripreso l’assedio di un tempo, nè più nè meno come se nulla fosse mutato d’allora, come se l’uomo che le aveva dato il suo nome e consacrato l’esistenza fosse ancora il timido aspirante di prima, inscritto insieme a loro in quello steeple-chase galante, e di cui non s’erano mai dati troppo pensiero. Ed ella pure ritornava tal quale la consumata civetta che sapevasi armeggiare fra cento adoratori senza alienarsene alcuno, alimentando sapientemente le speranze e la vanità di tutti e prendendo da ognuno quello che le tornava utile! Ma Torreforte non aveva perduto ancora del tutto il sentimento della sua dignità; se non era più geloso di lei, lo era sempre del proprio onore, del rispetto di sè stesso, ed intendeva mostrare con i fatti che non avrebbe mai permesso ad alcuno di attentarvi, in nessun modo.... Allora, sua moglie gli si rivoltò come una furia. Al vedergli prendere un tale energico e fiero atteggiamento che le avrebbe inevitabilmente inimicato i suoi influenti amici, gli autorevoli critici che aveva saputo accaparrarsi, ella si sentì minacciata nel suo successo, e questo le dava una violenza estrema di reazione, la rendeva capace di tutto.... Quindi, per paura di qualche scandalo, per evitare guai peggiori, Torreforte dovette sopportare ancora e tacere.
Ma alla prima donna ciò non era giovato a nulla; il lungo travaglio del parto era stato realmente disastroso per lei e le avea addirittura devastato la voce. Talchè la sera che ella riapparve sul palcoscenico del Massimo, dopo tanta attesa, fu una enorme delusione pel pubblico e quasi un fiasco per lei, tanto più umiliante, quanto meglio gli spettatori aveano mostrato di esser disposti in suo favore, applaudendola interminabilmente al primo vederla in iscena. Ella pareva quasi sul punto d’impazzirne! Però, non pensava neppure lontanamente ad arrendersi; credeva in buona fede d’essere stata vittima di un improvviso abbassamento di voce, fors’anche delle solite cabale di palcoscenico, e non anelava che ad una rivincita solenne, strepitosa. Un agente teatrale che formava una grande compagnia lirica per l’estero, le offerse di scritturarla: ella accettò con gioia. A Torreforte, che rimaneva a fare?... Lasciarla andar via sola, abbandonando il suo nome in balìa di lei, perchè ella ne facesse qualunque scempio?... Si decise dunque a seguirla!
D’allora, la sua esistenza, non era stata che una corsa ininterrotta, vertiginosa verso la rovina finale. Era come se un vortice lo trascinasse, senza resistenza possibile, nella caduta; egli aveva talmente questa sensazione spaventevole, che se avesse dovuto ritessere per raccontarla ad altri tutta la triste trama del suo povero dramma, mentre si sarebbe a lungo indugiato per illustrarne il corso dal principio sin’allora, da quel punto in poi non avrebbe saputo trovare che poche, sintetiche frasi per dire il resto. S’era messo a seguire la moglie rassegnatamente, di teatro in teatro. Il termometro del successo calava ogni giorno dippiù, e quindi era incominciata per loro la parabola umiliante attraverso i piccoli teatri di provincia, la vergognosa caccia all’applauso, la corte ai giornalisti, le lunghe ed inutili attese nelle anticamere delle agenzie — un supplizio senza nome per Torreforte, tutto il rosario di miserie della sua degradante parte di marito della prima donna!... Quand’anche avesse trovato in sè la forza d’energia necessaria per arrestarsi su quella china, egli non si sarebbe sentito il coraggio di usarla contro di lei, tanto ella gli faceva pietà in fondo, trascinata com’era da un vero soffio di follìa, invasa ad ogni nuovo insuccesso da un delirio di disperazione e di furore. Per tal modo, si abbandonava passivamente alla sua sorte, lasciando ad ogni stazione del crudele calvario gli ultimi resti di forza volitiva e di fierezza....
Finalmente, quel martirio aveva dovuto trovar termine, perch’ella era stata costretta a riconoscere, malgrado ogni disperata illusione in contrario, che bisognava abbandonare il teatro. Però, non voleva e non poteva rinunziare del tutto all’arte sua: forzata ad uscirne dalla porta, aveva imaginato di rientrarci per la finestra adoperando i propri talenti musicali nell’aprire una scuola di canto. Un nuovo avvilimento, anche peggiore, era incominciato per Torreforte. Degli estranei aveano invaso la sua casa, vi portavano in giro a tutti i momenti le loro faccie sconosciute ed insolenti per lui; qualche giovanotto elegante s’era sentito nascere, per via delle forme giunoniche dell’ex-prima donna, delle improvvise disposizioni pel canto, e s’era inscritto alla nuova scuola. Tra gli altri, Santo Stefano, ricomparso ad un tratto sull’orizzonte, figurava in prima linea. Egli s’era fatto cordialmente perdonare i propri torti con un apologetico medaglione della diva in ritiro, pubblicato su di un giornale a proposito della sua scuola, solleticando la vanità di lei in tutti i modi, ed era divenuto uno degli allievi più assidui....
E Torreforte aveva accettato anche questo, non sapendo opporsi più a nulla, adagiandosi supinamente nell’abisso scavatosi.... Tutto, tutto egli avea subìto, impotente a ribellarsi, come un ebete; aveva vuotato l’orribile calice della sua miseria sino alla feccia, sino a quel giorno in cui aveva sentito di toccarne l’ultimo fondo!... Egli era rientrato a casa sua improvvisamente. Attraversando l’anticamera, avea riconosciuto il cappello e la mazza di Santo Stefano, ma dalla stanza del pianoforte nessuna voce, nessun suono veniva: la porta n’era chiusa di dentro, e ai suoi picchi nessuno rispondeva.... Allora, una collera cieca, spaventevole, l’avea invaso, un bisogno imperioso, delirante, di travolgere anche loro nella catastrofe che lo atterrava, ed era corso di là, ad armarsi di una rivoltella!... Ma non era stata che una vampata; un immenso abbandono, una disperata calma, lo aveano vinto a poco, a poco, gli aveano mostrato l’inutilità di un delitto che solo sarebbe servito a renderlo più miserabile di prima, aumentando l’orrore ch’egli ispirava a sè stesso. Perchè poi — egli pensava — l’avrebbe uccisa?... Era assurdo pretendere ch’ella fosse diversa di così, più stimabile oggi di ieri, del giorno in cui, non riuscendogli per la calcolata resistenza di lei di farsene un’amante, l’avea innalzata al grado di moglie!... No, meglio valeva finirla altrimenti, sotto le ruote del primo treno incontrato lungo un binario di ferrovia!... E se n’era andato chetamente, lentamente, con le spalle curve, senza badare ad asciugarsi le lacrime che gli inondavano il viso....
TEMPESTA STORNATA.
I.
Ella gliel’avea detto, una volta, alzando minacciosamente la mano, con la testina eretta e gli occhi che le scintillavano di collera e d’audacia:
— Bada!... Sono stanca di vivere così! Non è permesso togliere una ragazza dalla quiete della propria famiglia dove è adorata, attaccarla a sè per tutta l’esistenza, e poi dimenticarsene, vivere come se lei non ci fosse, non rilevarne neppure la presenza!...
Il commendatore Marelli l’aveva guardata un momento, sorpreso di vederla a quel modo, lei così mite, così timida, che non levava mai la voce, che si contentava per tutta protesta di starsene sempre muta e di portare attorno per la casa un viso lungo e triste, quasi le fosse morta la madre il giorno avanti. Ma poi, aveva scrollato un pochino le spalle, senza risponderle.... Gli avanzava proprio tempo per badare a sua moglie, adesso che la lotta al Municipio era nel più bello e l’amministrazione cominciava a tentennare sotto i colpi vigorosi dell’opposizione di cui egli era l’anima!... Infine, qual’era la sua colpa, poichè s’erano sbagliati reciprocamente sul conto loro e non si erano compresi bene in principio, mentre erano ancora a tempo per non fare il passo che adesso rimpiangevano tutti e due? Ella, nel sentirlo tanto giovane ed ardente, malgrado non fosse più un ragazzo, con quella voce calda e la testa piena d’espressione e d’energia, con qualche cosa d’appassionato e d’irruento in ogni suo gesto, in ogni sua parola, aveva creduto che sarebbe stato lo stesso con lei anche dopo, che le avrebbe recitata eternamente alle gonnelle la parte, affatto d’occasione, d’innamorato geloso e cocente, come se non avesse avuto mai da far altro. Quanto a lui, vedendola tanto docile, semplice e quasi sottomessa, s’era illuso di prendersi in casa una compagna seria e discreta, capace di comprendere dove egli voleva arrivare e di secondarlo all’occorrenza.... E invece, s’era trovato accanto una donnina romantica, tutta malinconie e sentimentalismi, ch’era scoppiata a piangere dirottamente, dopo un mese di matrimonio, un giorno in cui, dovendo uscire di fretta, egli avea dimenticato di baciarla!... La colpa era del destino che li avea voluti legare l’uno all’altra, mentre non erano fatti per intendersi e per vivere insieme. Ma egli non sapeva che farci!... Non era un ambizioso volgare, uno di quelli che agiscono isolatamente, per raggiungere uno scopo personale: le ambizioni di questo genere, grandi o piccine, si possono sacrificare per amore di una persona cara, quando ne va di mezzo il benessere e la pace della propria famiglia. Ma in lui c’era invece il temperamento di un uomo politico nel senso più elevato della parola, di un uomo dì partito, con delle idee da far trionfare, creato apposta per la lotta, e che, una volta impegnatovi, non può più uscirne: un vero leader!... Non era stato torse Marco Minghetti in persona a dirglielo, quel giorno che Marelli era andato a visitarlo in seguito alla crisi che avea condotto per la prima volta la Sinistra al potere, dopo una lunga conversazione, trattenendolo ancora per dieci minuti sul pianerottolo della scala?...
— Mio caro, bisogna riunire tutte le sparse forze conservatrici e opporre una resistenza energica!... Da voi, credetemi, c’è molto da fare, ma occorre l’uomo che sappia prima creare un movimento generale a forza di attiva e intelligente propaganda, e poi mettersene alla testa.... Perchè non sareste voi quest’uomo, dal momento che ne possedete tutti i requisiti?...
E d’allora, egli non aveva vissuto più che per questo, trascurando affatto sua moglie, disertando la casa, sempre in moto tra le elezioni, il Municipio, il giornalismo, le associazioni politiche, le commissioni d’ogni genere, trovando modo d’agitarsi persino in quei momenti di profondo ristagno in cui la vita pubblica sembra assopita.
Per tutta risposta, allorchè sua moglie abbandonava un momento la sua muta e desolata aria di salice piangente per rivoltarsi e protestare, egli si stringeva nelle spalle, con un sorriso bonario e fine alla Depretis.... Però, una volta non aveva sorriso e s’era fatto invece terribilmente scuro in viso, togliendo d’un tratto alla mite creatura tutto il coraggio con cui gli avea ripetuto d’essere stanca di quella vita, di sentirsi giunta all’estremo limite della sua rassegnazione, e gli avea soggiunto, drizzandosi sulla vita sottile, sottile, appuntando verso di lui il dolce profilo divenuto in quel momento duro, tagliente, viperino:
— Bada!... Un giorno o l’altro, mi farai perdere la testa, e allora commetterò forse qualche follìa!...
In verità, la povera signora ne moriva dalla voglia e l’avrebbe voluta commettere già da un pezzo la grossa follìa minacciata, senza però avvertirne prima suo marito, perchè non ne poteva più di una simile esistenza, di quell’uomo egoista e brutale che non si curava punto di lei per correre dietro ai suoi sogni ambiziosi, a delle assurde chimere di potere, perchè ella aveva venticinque anni, del cuore, dei nervi, del sangue e un bisogno prepotente, quanto più soffocato, di tenerezza, di affetto e di carezze!... Ma la paura del marito era più forte di tutto ciò e la paralizzava sempre; il carattere autoritario e violento di lui la faceva fremere all’idea di metterglisi in guerra aperta, dominava troppo la sua fibra delicata e poco resistente. Sentiva bene che all’occorrenza, egli che non mostrava neppure d’accorgersi di lei, avrebbe aperto tutti e due gli occhi — quei grandi occhi neri e cupi che avevano una mobilità da maniaco e le mettevano ora dei brividi addosso, quasi che il tempo in cui la facevano languire di passione non fosse mai stato. E una volta acquistata la certezza, guai; egli non si sarebbe arrestato davanti ad alcun eccesso! Era meglio dunque vivere ancora così, macerandosi solitariamente, anzichè compromettere ogni cosa con un colpo di testa: l’onore, la pace, fors’anche la vita!...
Tutte riflessioni belle e buone, eccellenti consigli dettati dalla ragione e dalla prudenza, i quali avevano avuto il loro grave peso fino a che le aspirazioni di lei erano vagate astrattamente nel vuoto, ma che aveano cessato di contare il giorno in cui don Giovanni era apparso sull’orizzonte conjugale. Quando il diavolo vuole, addio prudenza! E il diavolo, nel caso presente, s’era servito del marito in persona, il quale adesso, stanco di lavorare e di agitarsi per gli altri, trovava giunto alla fine il momento di mettere avanti la propria candidatura al Parlamento e teneva a tale scopo quasi tutte le sere delle riunioni preparatorie a casa sua, presiedute dal marchese Toralta. Questo marchese Toralta, senatore del Regno, un pezzo grosso del partito moderato, era vecchio, mezzo cieco, e si faceva accompagnare ogni volta da suo figlio. Ora, Stefano Toralta non s’era permesso mai il lusso di un’opinione politica qualunque, e preferiva, mentre gli altri discutevano, mettersi a chiacchierare in un cantuccio con la signora Marelli, presente anche lei a tali riunioni per espressa volontà di suo marito, il quale accarezzava fra gli altri sogni anche quello di un gran salotto politico.
Delle amiche aveano parlato spesso a lei di Stefano Toralta come di un seduttore pericolosissimo che avea parecchie vittime sulla coscienza, bello, elegante, intraprendente, pieno di spirito e d’audacia.... Per quel che riguardava l’eleganza e la bellezza, ella non diceva di no, tutt’altro, ma quanto al resto, lo avea trovato invece così semplice, gentile, per nulla amante di sfoggiare dello spirito, con un’arte tutta sua di mettere nella conversazione una nota di delicata intimità, e rispettoso, discreto poi, senz’alcuna pretesa, con un’aria di buon ragazzo che non sa di piacere e di possedere delle attrattive irresistibili: una cosa deliziosa!... Dapprima, ella s’era abbandonata alla simpatia che già le si destava vivissima per lui, ingenuamente, con una spensieratezza da collegiale; ma poi s’era accorta dell’abisso verso cui s’avviava di galoppo e avea voluto fermarsi a tempo, tentare tutto quanto era in lei per evitarlo.... Ma sì, come se suo marito le avesse permesso di condursi a proprio talento, come se non avesse giurato di farle perdere la testa a tutti i costi!... Ella accusava delle emicranie, voleva mettersi a letto per tempo, ed allora erano delle scene violente, persino delle minaccie, per istanarla da quella camera al buio dove andava a rifugiarsi coi suoi tormentosi e seducenti fantasmi; si trincerava nel proprio salottino, dandosi un gran da fare attorno ad un ricamo, ad un lavoro di tappezzeria qualunque, retto da un meccanismo complicatissimo di telai e di trespoli, apposta per avere il pretesto di non muoversi di là, e allora suo marito s’affacciava all’uscio, parlando forte per essere udito dal salotto contiguo e forzarla in tal modo:
— Questo povero Stefano che si annoia da morirne!... Vieni un momento di qua con noi....
E se ella si figgeva le unghie nella carne per non cedere a quella tentazione, mettendo avanti un pretesto dopo l’altro, Marelli glielo conduceva fin lì, gettandole per soprappiù delle occhiate di traverso e prendendo un’aria giovialmente paterna per dire al giovanotto, che voleva divertire ad ogni costo per riguardo di suo padre:
— State a guardare la fatica di Penelope.... Tutto lavoro che verrà lasciato in aria domani, o magari sarà disfatto!
Insomma, era una vera congiura contro i fermi propositi, le paure, gli scrupoli, di lei, quasi che tutti si fossero dati l’intesa per farla cadere: suo marito che aveva smarrito addirittura il cervello con quella elezione e pareva ci godesse a vedersi il lupo girare per la casa attorno all’agnellina spaventata; il marchese senatore che aveva ad ogni momento delle cose di grande importanza da comunicare e mandava sempre suo figlio, spesso mentre Marelli era fuori....
Il giovanotto non le faceva una corte dichiarata, non aveva l’aria di porle l’assedio, anzi si manteneva in attitudine di delicato riserbo. Ma era assai peggio. In fondo, ella era una donnina seria e giudiziosa: se avesse compreso di trovarsi dinanzi un seduttore di mestiere, non si sarebbe scaldata la testa nè il cuore, e avrebbe indovinato subito il giuoco, sventandolo sin dal bel principio. Invece, Toralta non si mostrava con lei nè intraprendente, nè ardito, si contentava di circondarla a poco a poco, con un crescendo appassionato di tenerezza, di affetto, di muta e soave adorazione — una rete fitta, resistente, intricatissima di seduzione, nella quale ella cominciava a non potersi dibattere più, ma dove lui pel primo restava impigliato, preso sul serio, sino alla punta dei capelli, di quella creatura fine e sottile come la stessa fragilità fatta persona, e così sincera, così appassionata, così diversa da tutte le altre!... E il loro idillio filava, filava, con una rapidità vertiginosa, sotto gli occhi stessi del marito che sembrava impaziente di affrettarne la catastrofe, tanto moltiplicava loro, nel suo accecamento, le occasioni di stare insieme e di bruciarsi reciprocamente le ali alla fiamma che li struggeva l’uno per l’altra, poveri ragazzi!...
La catastrofe giunse infine, una sera, proprio la sera in cui Marelli posava ufficialmente la sua candidatura in seno all’Associazione Costituzionale. Il commendatore faceva anzi il suo ingresso solenne tra una folla imponente di elettori, in compagnia dei marchese Toralta padre, giusto nel momento stesso in cui Toralta figlio entrava nel salottino di sua moglie. La grande sala illuminata senza risparmio, dove le voci si levavano da ogni parte confusamente, avrebbe fatto un curioso contrasto col silenzio dell’angusto salotto di casa Marelli, di cui la seducente penombra avvolgeva i due giovani seduti sul medesimo divano, vicini vicini, senza dirsi nulla, vibrando sotto la muta carezza degli occhi desiosi, e con le mani che si cercavano e s’allacciavano strettamente, per sciogliersi, per unirsi ancora.... Frattanto, all’Associazione Costituzionale Marelli cominciava a parlare dal banco della presidenza, trinciando l’aria col gesto largo e rapido che gli era particolare: “Quando a Roma, Marco Minghetti mi diceva....„ — E come se lo avesse udito e avesse atteso da lui la battuta, Stefano Toralta usciva nel medesimo momento da quel suo mutismo che durava da un pezzo e metteva fuori anche lui la propria eloquenza, la terribile eloquenza di certe frasi spezzate e senza nesso, un profluvio di parole che gli salivano alle labbra impetuosamente e spesso vi morivano, soffocate dal desiderio, soffocate dall’emozione.... — Il candidato levava ad un dato punto la voce, salendo gradatamente di tono come vedeva l’attenzione con cui l’ascoltavano e l’effetto che il suo discorso produceva. Nei passi più salienti, l’eco sonora della sala si svegliava sussultando.... “Il paese ne è stanco oramai, ed è a noi che domanda di liberarlo da un tale giogo!...„ — Con proporzione inversa, il giovanotto invece smorzava la sua voce, nella turbante penombra del salottino, mentre s’impossessava di tutte e due le braccia della Marelli, cingendosene la vita, mormorandole proprio sulla bocca delle cose che si sentivano appena: “Virginia.... Adorata mia!„...
Il discorso del commendatore finiva; degli applausi scoppiavano fragorosamente, delle grida di bene, di evviva; delle mani si tendevano a lui da ogni parte: un vero trionfo, che egli assaporava colla bocca schiusa e gli occhi umidi, rifinito dall’emozione, beato.... E intanto, a casa sua, l’altro trionfava anche lui!...
II.
La dolce amica, mentre si godevano in pace la loro parte di paradiso, aveva sentito mordersi il cuore dal presentimento di qualche brutta sorpresa che doveva capitare loro addosso, una volta o l’altra, perchè si volevano troppo bene, perchè erano troppo felici così, e la felicità non dura mai a lungo! Stefano Toralta non credeva ai presentimenti delle donne, e rideva.... Invece, era proprio il cuore che le parlava, povera creatura!
Un giorno, Marelli era partito di buon’ora per un giro elettorale nelle campagne, e sua moglie non avea mancato di avvisarne l’altro. Senonchè, il commendatore, per un impedimento sorto improvvisamente, aveva dovuto rimandare il giro incominciato ed avea preso il primo treno di ritorno, rientrando a casa sua mentre non era punto atteso.... Nel solito salotto, Toralta se ne stava sdraiato sul tappeto, col capo abbandonato sopra le ginocchia dell’amica, portandosi ogni momento le mani di lei alle labbra e dicendole tante piccole cose inconcludenti e soavissime..... Ad un tratto, ella era balzata in piedi spaventata, accennandogli di tacere con un gesto di terrore, e tendendo avidamente l’orecchio.... S’era udito un rumore di passi dietro l’uscio che comunicava con lo studio del marito, e l’imposta avea scricchiolato un poco, come per una lieve pressione dal di dentro; poi, silenzio! Allora, ella avea preso il suo coraggio a due mani, avea aperto l’uscio ed era passata nello studio.... Marelli era là, pallidissimo, con degli occhi stralunati e le mani tremanti, ma calmo in apparenza, che consultava delle carte e si sforzava, di sorridere.... Come avea trovato ella la forza per domandargli da quanto tempo fosse rientrato, e perchè fosse ritornato così presto in luogo dell’ora tarda annunziata prima?... Egli avea spiegato il contrattempo capitatogli a metà strada, e poi avea chiesto, con semplicità, ma evitando di guardarla:
— Hai gente di là?... Ah, Stefano!... Adesso vengo a salutarlo.
Ed erano entrati assieme nel salotto, lei dietro, trascinandosi a stento, pazza di terrore, Marelli colla solita cierai, il passo sicuro, tendendo da lontano la mano al giovinotto che s’aggiustava nervosamente con la sua il colletto della camicia. Quindi, poichè nessuno parlava, egli s’era messo a raccontare di nuovo, profusamente, il caso occorsogli, terminando col dire che degli affari lo chiamavano fuori e proponendo a Stefano Toralta di accompagnarlo. Questi s’era levato senz’altro, col viso serio, credendo di comprendere, pronto ad una spiegazione.... Invece nulla, nè una volta fuori del salotto, nè già in istrada, nè per tutto il tempo che camminarono insieme, sino al palazzo della Prefettura dove Marelli era salito, lasciandolo con una forte stretta di mano!... La sera, Toralta avea trovato modo d’aver notizie dell’amica: nulla neppure con lei, il solito contegno di prima, con la semplice variante che adesso le rivolgeva la parola il meno possibile. E così, tra l’estrema sorpresa e lo stupore d’entrambi, era stato il giorno appresso e gli altri giorni seguenti, come se proprio egli ignorasse tutto, mentre, al contrario, era facile accorgersi da cento segni che avea scoperto ogni cosa, che non voleva mostrarlo e credeva in buona fede di riuscirci.
Per prudenza, Stefano Toralta aveva diradato, ma non interrotto affatto le proprie visite, limitandosi ad andare in casa Marelli soltanto in compagnia di suo padre. In compenso, cercavano adesso d’incontrarsi fuori più spesso, e aveano stabilito tra loro un’assidua corrispondenza. Ella, nelle sue lettere, si accaniva contro il marito che era divenuto un vero soggetto di odio per lei, poichè era costretta a temerlo nel tempo stesso che lo disprezzava. “È un vigliacco — gli scriveva — un vigliacco che finge d’ignorare, perchè ha paura di te!„ — Allora, egli prendeva le difese di Marelli; le rispondeva: “No, povero amore, tu gli fai torto ingiustamente accusando di vigliaccheria un uomo che s’è battuto parecchie volte per motivi di nessun valore, che ha passato degli anni in sala d’armi ed esercitandosi al bersaglio, mentre sa, comprendi? — sa dalla mia bocca medesima come io sia appena capace di tenere in mano la spada o la sciabola, e punto poi la pistola. Se tace per ora, è che più forte del suo risentimento, più forte della sua collera, la quale in altro momento sarebbe scoppiata subito, con una violenza spaventevole, più forte di tutto è adesso in lui la sua folle ambizione politica, il pensiero di quest’elezione che rappresenta il sogno di tutta la sua vita! Un duello, uno scandalo nel momento attuale, coi giornaletti — libelli che pullulano e vanno facendo bassamente arma di tutto, potrebbe essergli fatale e compromettere ogni cosa. È perciò ch’egli trova adesso la forza di frenarsi: c’è dell’eroismo in questo, dato il suo carattere. Ma ad elezione compiuta, qualunque sia il risultato, sta’ pur sicura che si ricorderà e vorrà regolare la partita, rifacendosi ad usura del tempo lasciato trascorrere così!„ — E soggiungeva malinconicamente: “Di me non mi preoccupo; non sono un eroe; però, allorchè mi trovo nel giuoco ho del sangue freddo quanto ce ne vuole, e non guardo mai a quel che rischio. Ma è per te, anima mia, che ho paura, è per te, cara creatura adorata, che mi struggo adesso nell’ansia!...„
L’amico della moglie si mostrava più giusto verso il marito, che non la moglie stessa. Lo sforzo che, infatti, Marelli avea imposto a sè stesso, aveva addirittura qualche cosa d’eroico. Era un uomo orgogliosissimo, violento, incapace di sopportare in silenzio la più piccola offesa: eppure, la passione che lo dominava avea trionfato anche della sua stessa natura! Le conseguenze di uno scandalo alla vigilia dell’elezione lo facevano tremare, non soltanto per l’effetto morale che potevano produrre, ma ancora per un altro calcolo, la cui bassezza sfuggiva a lui medesimo, invaso com’era dall’idea di non appartenere più a sè stesso, ma bensì al partito ed ai principii che rappresentava. Delle violenze, un duello con Toralta, significavano in quel momento, date la forza e l’autorità di suo padre nel partito, alienarsi l’appoggio più solido e sicuro!... Così, egli non rinunziava alla vendetta, ma la rimandava a più tardi, consolandosi nell’attesa coll’immaginarla più completa e raffinata. Ciò che gli era costato orribilmente era stato il frenarsi subito; poi, una volta dominato il primo impeto, impostasi quella linea di condotta, l’avea seguita coraggiosamente, sostenuto dalla convinzione che nè l’uno nè l’altra sospettassero d’essere stati scoperti, deciso di andare così sino all’ultimo, a qualunque prezzo!
Data una simile singolarissima situazione, ne veniva che i due ripigliavano audacia, tornavano ad abbandonarsi come prima alla passione che li dominava. L’idea della fuga, messa avanti da Toralta per scrupolo di gentiluomo che non vuol sottrarsi alla propria responsabilità, non era stata accettata dall’amica, troppo timida e debole per prendere un tal partito. Quindi, entrambi stavano ad aspettare con stoico animo la catastrofe, e intanto s’affrettavano a cogliere avidamente, febbrilmente, l’attimo che fuggiva, col cupo ardore di quelli che non vedono il domani innanzi a loro.
III.
La data fatale, così attesa e così temuta, giunse alla fine! La giornata elettorale era incominciata con buoni auspicî per Marelli, ma poi, le sorti della battaglia erano mutate ad un tratto, e in ultimo, la votazione in città era riuscita disastrosa per lui. Però, s’aspettavano nella serata i risultati dei circondarî, i quali potevano spostare ogni cosa. Stefano Toralta era rimasto vicino al candidato quasi tutto il giorno, e quando alla sera Marelli, non reggendo più allo sforzo di nascondere agli altri l’emozione che lo vinceva, l’ansia divorante e scomposta che lo rodeva, aveva voluto lasciar tutti e andarsene a casa ad aspettare i risultati della votazione fuori città, il giovanotto aveva dichiarato bravamente di tenergli compagnia, per essere vicino all’amata in quei momenti terribili. L’altro l’avea lasciato fare, quasi passivamente, e s’erano installati nel consueto salotto, tanto pieno di ricordi, dove stava per isvolgersi l’ultima scena del dramma.... I dispacci dai circondarî giungevano uno dopo l’altro, aggravando, in luogo di migliorarla, la posizione del candidato, portandosi via, a brano a brano, il suo coraggio e le sue speranze, gettandolo in preda ad un avvilimento profondo e schiacciante. La lugubre sfilata era durata sin oltre la mezzanotte: alla fine, il computo totale s’era chiuso con una differenza di trecentoquaranta voti tra Marelli e l’eletto della minoranza!... Allora, egli si lasciò cadere sopra una sedia come instupidito, col capo nascosto tra le braccia....
Rimase così un pezzo; poi, si scosse e cominciò a girare lentamente per la stanza lo sguardo spento e trasognato.... Improvvisamente, gli occhi di lui si fermarono, lampeggiando, sopra sua moglie e Toralta, che attendevano seduti accanto, muti, immobili, col cuore in sussulto.... Adesso, gli leggevano chiaramente sul volto i segni dell’uragano che si levava in lui, ricordando, la marea del furore che montava, intorbidandogli lo sguardo, facendogli serrare le mascelle.... E ad un tratto, avevano osservato una fiamma viva che gli passava negli occhi, e quindi lo avevano visto scattare in piedi, avviarsi verso di loro, cupo, risoluto, coi pugni contratti.... Un minuto orribile!... Toralta s’era levato egli pure, pallidissimo, ma calmo e pronto a tutto!... Però, l’altro, al momento in cui si trovavano quasi faccia a faccia, gli aveva voltato le spalle e s’era messo a passeggiare concitatamente per la stanza.... Si capiva che la riflessione era sopraggiunta, temperando il primo bollore del sangue, e che egli voleva ora risolvere tra sè quale fosse il miglior partito da prendere, se avesse dovuto rimandare all’indomani una spiegazione con lui e principiare intanto dalla moglie, appena fossero rimasti soli.... La situazione diveniva penosissimamente difficile per Toralta; per darsi un contegno, egli aveva preso il giornale della sera, uscito tardissimo coi risultati approssimativi delle elezioni, e avea fatto mostra di leggere, guardando invece di sottecchi la sua povera amica, ridotta all’estremo delle proprie forze, che incominciava ad abbandonarsi adagio sul divano, cogli occhi semispenti e il respiro affannoso.... Per infonderle del coraggio, per confortarla col suo esempio, si mise a leggere davvero, con voce forte e sicura.... Gli occhi, così a caso, gli erano capitati sopra un telegramma dalla provincia, che diceva: “Mentre gli elettori votano quasi unanimemente per l’onorevole Sinibaldi, i medici dichiarano disperato il suo stato. Prevedesi con dolorosa certezza che domani l’illustre uomo sarà proclamato primo eletto e che, a poche ore di distanza, il seggio da lui occupato resterà vacante.„ Aveva appena letto le ultime parole, che Marelli s’era accostato a lui rapidamente, strappandogli quasi di mano il giornale.... Credendo ad uno scoppio di collera, ad una brusca provocazione, che risolvesse alla fine quella situazione insostenibile, Stefano Toralta era balzato in piedi.... Marelli, viceversa, si metteva a sedere, cercando avidamente sul giornale la notizia di cui aveva ascoltato la lettura, divenuto ad un tratto tutt’altro uomo, cogli occhi scintillanti, ma di un diverso fuoco, le labbra tremanti, ma non più di collera, ripreso nuovamente dalla sua terribile febbre, dalla sua malsana ambizione, distratto ancora una volta, dinanzi alla prospettiva d’una rivincita sotto mano e quasi certa, dalla cura del proprio onore, dal bisogno furioso di vendicarlo che lo avea assalito un istante prima! E come Toralta lo fissava attonitamente, non riuscendo a comprendere sul momento, egli s’impossessò del braccio di lui, agitandogli davanti il giornale spiegato:
— Ma io mi ripresento nel terzo collegio, capite?... E questa volta sono certo della vittoria, perchè è quello il mio collegio naturale, è là che ho una vera e solida base! Però, bisogna muoversi, trovarsi pronto a raccogliere l’eredità prima d’ogni altro.... Vado a telegrafare che domani sarò tra loro!... — Quindi, ripigliando la propria parte nella mostruosa commedia che recitava da un mese e mezzo: — Mi aspettate un minuto, caro Stefano?... Mi vesto in un baleno, e andremo insieme.
Toralta e l’amica, rimasti soli, s’erano guardati allora un momento negli occhi attoniti, tuttavia sotto l’emozione violenta di quella scena, non rinvenendo ancora dallo stupore senza misura che la inaspettata soluzione avea loro procurato. Poi, egli se l’era presa tra le braccia, stringendosi forte contro il petto la piccola testa soave ch’ella gli abbandonava con una grazia di bambina spaventata, cercando con le sue le povere labbra fredde e smorte di lei, e accarezzandole adagio i capelli, con infinita tenerezza:
— È una dilazione insperata; ma di cui ci farà pagare gl’interessi alla scadenza. Lo conosco, io!... Ogni giorno che passa, è tanto odio che gli si accumula nel cuore contro di me.... Che importa?... Intanto, abbiamo ancora due o tre mesi di dolcezze avanti a noi!...
LA FINE DI DON GIOVANNI.
I.
Se qualcuno si congratulava col barone Zarchi per la bella ciera che mostrava, il barone rispondeva invariabilmente, con la voce lamentosa:
— Lasciatemi stare! Non vedete come sono andato giù, maledetti i reumi!
Invece, quando lo compiangevano e gli consigliavano di curarsi perchè lo trovavano assai malandato in salute, don Rocco Zarchi interrompeva, rizzando la testa e battendo per terra il bastone:
— Io?... Perdio!... Io mi sento un leone!...
La verità era che con tutti i suoi malanni, reali o imaginari, il barone Zarchi era ancora il don Giovanni di Vallestretta, e le donne gli correvano sempre dietro. Anzi, lo chiamavano appunto così, da quando, molti anni avanti, gli era venuta la brutta idea di porre l’assedio alla moglie del comandante l’esigua guarnigione locale e questi, una sera, era andato a cercarlo al Casino dei civili — mentre l’altro, avvertito a tempo, s’era andato a chiudere in casa — gridando furioso che voleva prendere a schiaffi quel don Giovanni di villaggio.
D’allora in poi, questo era stato come il suo secondo nome, e persino i contadini delle sue terre lo chiamavano in tal modo, senza poi troppo capire perchè ad un donnaiuolo dovesse toccare quel battesimo, in luogo d’un altro qualunque.
Ma siffatta aureola di seduttore pericoloso avea cominciato a circondarlo sin da ragazzo, e suo padre, buon’anima, si torceva dal gran ridere allorchè le donne della sua casa venivano a reclamare presso di lui perchè il baronello non si dilettava di pizzicare la chitarra soltanto....
— Una stampa come voi, quel ragazzo! — gli dicevano i suoi fittaiuoli, se volevano disarmare il rigore di lui quando andava per le proprie terre a fare le riscossioni.
Allora, il barone scordava il suo danaro e si metteva a ripassare le storie della propria giovinezza.
— Vi ricordate quella lì, eh?... Vi ricordate quell’altra?... — e cominciava a snocciolare la minuta di tutti i bocconi da re che aveano ornato la mensa della sua lussuria.
E gli altri astutamente incalzavano, vantandone la malizia, la consumata abilità ed il tatto con cui aveva sempre saputo accomodare ogni pasticcio, soffocare ogni scandalo, seminando, a seconda dei casi, il danaro, le vane promesse o le minaccie — senza contare i canonicati a spese del Comune per quei padri o quei mariti che masticavano in modo inquietante il Vostra Eccellenza, incontrandolo vicino alle loro case!...
— Questo no, questo no!... — gridava allora il barone che voleva essere rieletto sindaco. — I miei affari li ho sempre accomodati coi miei danari!...
Però, la gaia indulgenza paterna cadde a un tratto, allorchè si seppe che il baronello se n’era scappato a Palermo con l’amorosa d’una compagnia di comici capitata di passaggio a Vallestretta. Il barone non faceva che bestemmiare, urlava che l’avrebbe fatto tornare in mezzo ai carabinieri, che avrebbe saputo metterlo a dovere!... Ma era scritto che Rocco Zarchi non dovesse mai sperimentare la severità di suo padre, perchè egli era ancora a Palermo con la sua amorosa, quando il barone si mise a letto con una perniciosa che avrebbe ammazzato un cavallo, cosicchè il figlio giunse appena in tempo per chiudergli gli occhi.
Come scorse l’anno del lutto di rigore, don Rocco, che avea passato tutto quel tempo in giro per le sue terre, annunziò che partiva.
— Andate a Palermo? — gli domandavano.
Egli rideva e alzava le spalle....
— A Messina?... A Napoli?...
Egli continuava a ridere e ad accennare con un gesto vago della mano, con un’espressione misteriosa del volto, che sarebbe andato più lontano, più lontano assai!...
Fu un vero avvenimento per quella povera cittadina di montagna deve nessuno si muoveva mai, abitualmente, oltre il limite della provincia, oltre Palermo al massimo, e solo pochissimi privilegiati potevano vantarsi d’essersi spinti sino a Napoli o d’aver toccato le colonne d’Ercole della Capitale. Per tre mesi giunsero a Vallestretta lettere di lui, e tutte da provenienze diverse e lontane, ora da Roma, ora da Firenze, da Venezia, da Milano, e persino una col francobollo verde e un’aquila a due teste, da Trieste, e un’altra col francobollo della Repubblica, da Nizza! Queste lettere erano portate subito al Casino dei civili, lette, rilette, comentate; ma lasciavano la curiosità che trovavano. Su per giù, il loro tenore era sempre il medesimo: “Vi faccio sentire che mi trovo a Genova — per esempio — e che ho visto delle meraviglie che non si possono descrivere! Quando sarò tornato, vi racconterò.„ Da Venezia, tra l’altro, avea scritto: “Voi imaginerete che Venezia sia come Vallestretta, che c’è il paese in mezzo ai giardini e si cammina sulle strade.... Ma che!... A Venezia si cammina sul mare!„ E poi?... Poi: “Sentirete, quando ritornerò!„
Così, quando alla fine don Rocco si decise a tornare, tutto il paese era a riceverlo, e se lo portarono quasi in trionfo! Giusto, in quei giorni, il sindaco s’era dovuto dimettere, vista l’ostilità del Consiglio contro di lui che non aveva mai messo il naso fuori della provincia, mentre c’era in paese chi avea girato mezzo mondo; e come coincidevano le elezioni, il nome di don Rocco era stato votato all’unanimità.