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I MORIBONDI
DEL
PALAZZO CARIGNANO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
MILANO
Per Fortunato Perelli
1862.
Proprietà letteraria.
Tip. Fratelli Borroni.
HORS D'OEUVRE
PER LE PERSONE CHE NON SON SERIE.
I.
Come bisogna sempre ascoltare ciò che si dice in un wagon.
…………………………………………..
Io mi risveglio, ed il grosso uomo parlava ancora.
—Io ho un vicino, raccontava egli al signore seduto al suo fianco, un vicino che chiamerei il mio onorevole amico, se io avessi l'onore di essere il signor Massari e se il mio vicino fosse ministro. Ma per i tempi che corrono, che la si figuri! il mio vicino non è neppure un martire. Egli è bene restato una dozzina d'anni in esilio, i suoi beni furono sequestrati, i suoi parenti cacciati in prigione, la sua casa ridotta ad albergo di sbirri e gendarmi, la sua fortuna minata; egli lottò bene e senza posa della penna e della parola contro il sovrano del suo paese…. ma e' non si credette giammai abbastanza martire per domandare un posto nel paradiso del Bilancio, quando i martiri invadevano la patria come gl'insetti invadono i cenci del mendicante. Appena se lo nominarono deputato.
—Che razza d'uomo è dunque codesto vostro vicino? domandò un signore della compagnia.
—Veramente non è della pasta comune, risponde il grosso cicalone. Lo si direbbe fiero, ma io lo credo piuttosto un po' timido. Non parla che con le persone che conosce. Un profondo sentimento del vero e della giustizia lo rende sarcastico e bilioso. Veramente affettivo, e perciò soggetto ad antipatie subite, a vive simpatie, all'entusiasmo ed alla collera. Egli preferisce un paradosso ad una trivialità. Ama il mondo e le brigate solazzevoli, e si rassegna alla solitudine per l'invincibile nausea che gli destano gli sciocchi ed i nojosi. La natura lo ha fatto infingardo; il bisogno, lavoratore e solerte. Il tedio lo invade facilmente. La gioja lo inebbria. Si accende subito, ma sa dominarsi. Alla Camera parla poco—nelle sue discussioni fogose e drammatiche. È indipendente e burbero. In fondo, affettuoso, uomo semplice, buon figliuolo, ma che ha dell'humour—come un inglese.
—Ella ne parla da amico, eh! interruppe un signore.
—Può darsi, continua il grosso galantuomo. Lo confesso, mia moglie ed io lo amiamo molto. La sera andiamo a prendere il thè in casa sua, ed a canto al fuoco, i piedi stesi al caminetto, cinguettiamo un po' di tutto, fino ad un'ora del mattino, quando egli può dispensarsi dal lavorare. Mia moglie lo provoca, lo aizza con le sue indiscrezioni da comare. Ma che cosa vogliono? io non ho potuto correggerla, la mia povera moglie, di questo villano difetto—che non è solo! Essa si riscalda inoltre la testa con la politica, con i romanzi, con i giornali. Legge perfino la Stampa e l'Armonia. E sa di politica ad insegnarne a sette almeno de' nostri ministri.
—Mio caro signore, la di lei Eva non è mica solazzevole! gli dice a bruciapelo un commesso per l'Assicurazione Paterna.
—L'è quanto mi dice altresì il mio vicino! Mia moglie farnetica inoltre per i deputati. Ella si è fatta di quegli individui e della loro missione ciò che ella chiama un tipo. E bisogna udirla a parlucchiare su questo tema e su la 443.^a parte della sovranità nazionale—come ella addimanda un onorevole della Camera Bassa.
—Vedete, signora, sclama infine una sera il mio vicino impazientato, voi m'inasprite. Vi domando scusa, ma voi non osservate che la superficie. Voi non vedete in tutto ciò che un signore il quale recita, bene o male, un discorso innanzi a qualche centinajo di suoi colleghi, i quali conoscono già di lunga mano ciò che egli va a dire, ed un rispettevole pubblico, il quale sovente non capisce che a metà. Ma andate al fondo, cercate nella vita di questo povero galeotto della sovranità nazionale, e vi persuaderete che la sua posizione non è punto da invidiare. Il più piccolo dei minimi giornalisti—nella sfera politica—è più felice che lui.
—Ah! voi esagerate, risponde mia moglie mandando in aria un globo di fumo della sua sigaretta. Voi siete abituato alle amplificazioni, ed a tutti i topi della rettorica. Io persisto nella mia opinione.
—A vostro piacere! sclama il mio vicino sorbendo un sorso di thè. Quanto a me, io non auguro ad un cane di canonico le piccole e grandi miserie della vita di un deputato.
—Ma quali dunque, Dio mio, quali dunque? domanda mia moglie gittando la sigaretta nel fuoco. Voi andate ai balli di corte; voi andate alle ricezioni del barone Ricasoli; voi partecipate a taluni pranzi diplomatici, a certi banchetti nelle grandi occasioni. Voi siete invitati a tutte le feste. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate spese di posta. La vostra medaglia in oro è un passa-pertutto, generalmente rispettato. Voi non potete essere giudicati per tutto il tempo che dura la sessione.—Voi potete fare dei debiti, si fa credito a un deputato! Il telegrafo trasporta il vostro nome in tutti gli angoli del globo, ove stampisi un giornale. Voi avete un palazzo principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare—senza parlare dell'acqua zuccherata a discrezione e, durante le sedute, ben anco dei liquori. Voi siete ben riscaldati. Voi avete una biblioteca. Le ballerine del Teatro Regio sono ghiotte di deputati, perchè avete la riputazione di gente ricca e non taccagna. Vi domandano a fare il vostro ritratto per nulla. I giornali non parlano che di voi, come del fiore della nazione. Anche la caricatura vi tratta con riguardi, vedete Ricciardi! Siete indicati a dito quando passate per le strade. Il vostro Presidente vi regala di raout, donde, egli è vero, sono escluse la gajezza, le donne ed i rinfreschi confortevoli, ma dove sono ammessi il sigaro, i canonici ed i guanti sporchi. Voi troneggiate nel vostro circondario elettorale. Vi si danno dei banchetti, trascinano a braccio la vostra vettura, vi fanno dei toast. Voi potete perfino accomodarvi un ricco matrimonio! facendo valere la possibilità d'essere un giorno ministro, o il favore di un ministro. In una parola, voi siete una potenza, una forza, un favorito, una gloria.
—Ah! signora, sclama con un sospiro il mio vicino, voi mi fate rimpiangere sempre più che le donne siano escluse dall'onore di rappresentare la nazione. Io vado adunque a raccontarvi una giornata della mia vita, perchè voi venite di abozzare un quadro sì fresco, sì raggiante di felicità. Si direbbe che voi leggete avidamente nel poema della vita di qualche deputato della maggioranza. Voi traducete liberamente Poerio, Massari, Caracciolo, e chi so altro. Ebbene, signora, obliate l'oasis, e percorrete il deserto.
Il mio vicino riempì la sua tazza di thè e continuò:
—Di ritorno dall'esilio, io mi occupavo a ristaurare la mia fortuna intaccata al vivo e ad accomodarmi con creditori e debitori. Nel frattempo, la mia penna andava, andava sempre, metteva giù di tutto, toccava all'America, all'Inghilterra, alla Francia, alla Russia, all'Italia. La mia penna era il mio feudo il più reale, e mi produceva diecimila lire all'anno, senza pagare un soldo d'imposte al rapace signor conte Bastogi. Poi indrogavo i miei malati nelle ore di ozio. Tutto contato, installato ove io mi ero, il mio piccolo cervello mi metteva in misura di rosicarmi quattordici o quindicimila franchi l'anno.
—Mica male! sclama mia moglie sorridendo.
—Non molto, no! continua il mio vicino, ma in fine, per un uomo che aveva vissuto Dio sa come nell'esilio per parecchi anni, questa piccola rendita era il riposo, l'indipendenza, la comodità. Le elezioni arrivano. I cittadini del mio villaggio, i quali pensano come voi, signora, sulla vita dorata di un deputato, credendo farmi onore, e me ne facevano di fatto, mi nominano loro rappresentante al primo Parlamento italiano.
—Magnifico! l'interrompe mia moglie.
—Certo, signora, certo, continua il mio vicino, ma e' bisognava rendersi a Torino. Ora, come io non poteva invaligiare e trasportare meco i miei malati a Torino, ecc., in ventiquattro ore, un terzo del mio reddito tagliato via.
—Ma la vostra penna? insisteva mia moglie.
—Sicuro, la mia penna era bene nel mio baule, dice il mio vicino; però essa non aveva più la medesima importanza. La mercanzia ch'essa produceva non era più dimandata. Là ove io mi recavo i miei committenti avevano le loro pratiche di già. Ecco dunque, in ventiquattro ore, un secondo terzo delle mie rendite. L'ultimo terzo cessava poi anch'esso, perocchè il tempo che io occupavo alle mie bisogne bisognava consacrarlo alla patria.
Ed eccomi in via per Torino.
—Enfin! sclama mia moglie.
—Hélas! soggiunse il mio vicino. Eccomi anzi a Torino. Gli onesti abitanti di quella città avevano onestamente quadruplicato il prezzo del fitto, e bisognava collocarsi con una certa convenienza. Tutti gli oggetti necessari alla vita erano augumentati. Ed un deputato, perchè deputato, è taglieggiato con avidità dovunque e da tutti. Dunque, non più rendite, e la spesa spinta innanzi con la forza di cinquecento cavalli. Ma un buon cittadino deve ruinarsi per l'amore del suo paese—ciò è nei Credo.
—Hum! cominciava a borbottare madama.
—Nondimeno, tutto questo non è nulla, dice il mio vicino. Si va come si può. Eccomi quindi installato. Io che amavo tanto a vaneggiare, a rever nel mio letto il mattino, alle sette sono ora in piedi. Il mio portinaio mi porta su una intimazione del mio uffizio onde mi renda quivi alle dieci e mezzo per discutervi, se il comune di Monmilone ha il dritto di riunirsi al comune di Monmiletto. E poi prendere in considerazione, che so io? la legge sulla instituzione delle colonne Vespasiane a Napoli, che è piaciuto ad un Baldacchino o ad un De Cesare qualunque di presentare all'onorevole Parlamento. La lettura di questa roba, condita di sbadigli da scantonare Palazzo vecchio a Firenze, mi ruba un'ora. Poi me ne vo.
La mia prima visita è alla posta. Vi trovo in media da quindici a venti lettere ed una dozzina di giornali. Le lettere che noi riceviamo non pagano nulla: noi paghiamo invece quelle che spediamo, ciò che occasiona una spesa di due o tre lire al giorno. Siano due lire: e cominciamo la lettura.
—Vediamo! sclama mia moglie.
—Sì signora, il conte Coletti, in casa del quale io passai, dodici anni fa, una notte, essendo in viaggio, si ricorda di me e mi domanda che gli faccia ottenere un posto di Maggiordomo maggiore di S. M. Vittorio Emanuele II, il re riparatore. Il signor conte occupava lo stesso posto alla Corte dell'ex principe! Io rispondo che re Vittorio è un gran borghese, il quale non ha di queste funzioni nella sua Corte. Il signor conte replica, che io sono un ignorante ed un ingrato.
Il signor Ribaldi, mio elettore che ha votato pel mio competitore!—mi scrive per dirmi che l'Italia se ne va, che il barone Ricasoli è un balordo, che la maggioranza è assurda, che la minoranza va a tastoni, che il ministro de Sanctis non capisce niente. Io rispondo che l'Italia non se ne va, perchè è stazionaria; che il signor Ricasoli è un galantuomo, che la destra fa il suo mestiere e la sinistra quello che può, e volendo esser cortese, per non aver l'aria di contrariare in tutto il mio elettore, ammetto che, quanto a De Sanctis, e' potrebbe al postutto avere un tantin di ragione. Il signor Ribaldi replica: che io sono sulla china di bassare le armi al Ministero.
Il signor curato mi domanda una sovvenzione per il campanile del suo villaggio, il quale non gli pare così compito come quello della Cattedrale di Milano.
Il signor mio compare mi prega di sollecitare appo i ministri certe petizioni che e' si dette la pena d'indirizzar loro. Il mio compare fu ritenuto per ventiquattro ore al corpo di guardia, nel 1848, e da quinci in poi egli si reputa furiosamente martire. E come egli ha ogni specie di capacità, così domanda a questo ministro una carica di presidente della Corte di Cassazione, a quello un posto di consigliere di Stato, a Ricasoli di esser prefetto, a Bastogi di essere direttore, a De Sanctis infine, non volendo gran che onorare così piccolo ministro, chiede una cattedra per insegnare il dialetto del suo villaggio, cui egli crede una lingua primitiva. Io rispondo al mio compare che le sue domande sono tutte modestissime e perfettamente scusate, ma che non ci sono posti per il momento. Il compare replica che io non ho nè mente nè cuore, che quanto a me sono soddisfatto e non mi curo più dei martiri.
E poi le lettere anonime che c'insultano a grossi fiotti: le lettere che ci danno consigli: le lettere che ci minacciano. Ma non ve n'è una la quale infine non c'incarichi di domandare qualche cosa o di fare qualche istanza presso dei ministri! Il deputato è il domestico naturale—la serva ad ogni occorrenza dei suoi elettori!
Ma come fra tante avidità vi è sempre qualche lamento ragionevole, dei torti a far riparare—l'estenuante bisogna negli uffici terminata—eccomi in volta per i ministeri. I colleghi, le persone indifferenti che veggono un deputato in quelle anticamere lo guardano di una maniera significativa; e se il deputato siede alla sinistra, un mormorio bisbiglia che significa: non vel diceva io? egli emigra!
Il ministro, dal canto suo, mi riceve con un sorriso fino e sarcastico sulle labbra. Egli è cortese—troppo cortese—mi fa degli elogi che hanno l'aria di un rimprovero—perchè il giorno innanzi io lo aveva attaccato a fondo. Egli si mostra sollecitissimo a darmi soddisfazione. È impossibile di essere più amabile, più semplice, più bravo uomo, più insinuante, più piaggiatore. Egli mi dà perfino ragione sulla giustizia dei miei attacchi!
Un uomo forte si rileva contro queste trappole di cortesia perfida, e non lascia il suo andazzo. Ma gli uomini forti son dessi numerosi? Prendete su un buon borghese, il quale piova dritto dal fondo della Calabria o della Sicilia, un bravo diavolo che abbia sempre considerato un ministro come un essere soprannaturale, mettetemi codesto sere negli artigli di un ministro scaltro, come Peruzzi, per esempio: questo ministro lo volgerà, lo rivolgerà, l'ammalierà, quel suo intrattabile deputato dell'estrema sinistra, il quale tornerà via dalla sua visita al ministro abbacinato, cangiato, mistificato, dicendosi nella sua coscienza: «ma non sono poi mica sì tristi questi signori!»
Io non dico nulla come mai questo povero deputato, questo povero Adamo sotto l'albero della scienza! debba sentirsi rimescolato se ha il padre, il fratello, un parente qualunque, a cui s'interessi, preso nel vischio del budget. Il ministro lo sa: egli ha anzi perfino la bontà feroce di domandarne notizia, non importa che non l'abbia mai veduto, d'informarsi se colui è contento del suo destino. Il povero deputato dell'opposizione, che smaltisce giusto un prossimo discorso contro una legge di quel ministro, preferirebbe il posto di S. Lorenzo sulla graticola. Ora in tutta la Camera non vi sono venti deputati i quali non abbiano, direttamente o indirettamente, per mezzo dei loro parenti, un punto di contratto col bilancio. Un ministro abile, che sapesse il suo M. Guizot a menadito, darebbe all'Europa il singolare spettacolo di un Parlamento senza opposizione, proprio come quello di Parigi, ovvero sgraverebbe il budget di parecchi milioni. E basterebbe dire: «Signor deputato, ella è uomo indipendente poichè siede alla sinistra; ora, come il pubblico maligno potria sospettar del disinteresse della S. S., io le vengo in ajuto. Ella è funzionario; il padre di lei è ricevitor generale, magistrato, il fratello di lei è prefetto: io li metto in disponibilità!» Eh! credete voi che gli eroi piovano sui banchi della sinistra, in presenza di un discorso così eloquente del ministro Cordova, per esempio, che è di taglia da farlo?
—Malanno! considera mia moglie: al postutto si ha un cuore da disponibilità? Perdere dodici o quindicimila lire l'anno?…
—Non è vero, signora? soggiunge il mio vicino. Ebbene, nè i parenti, nè gli amici, nè gli elettori si curano di tutto ciò. Essi desiderano tutti un deputato libero, indipendente…. che domandi e riceva dei piccoli servigi dai ministri e che faccia tutti i loro affari! Ed ecco sotto qual fuoco incrociato mettono ogni mattina il povero deputato quindici o venti lettere che gli capitano da tutti gli angoli d'Italia.
—Ma voi volete dunque che un deputato diventi un misantropo? sclama con calore mia moglie.
—Nient'affatto, signora, riprende il mio vicino. Dio me ne guardi! Ma allora perchè si fischia a Napoli il Pisanelli, si dà una berlina al Vacca e si maldice del Massari! Ma usciamo dalle residenze dei ministri e ritorniamo alla Camera. Bisogna leggere i giornali.
—Ah! non direte poi che non è lusinghiero di trovare il suo nome, i suoi discorsi, le sue opinioni lodate o discusse in tutti i giornali! dice mia moglie. Non direte che non sia questo, poi, un confortevole compenso.
—Peste e ruina ai giornali, signora! grida il mio vicino furioso. Francamente, se coloro che leggono il conto-reso delle nostre sedute nei giornali, non si dicono poi che il Parlamento italiano è la più completa riunione d'idioti, bisogna confessarlo, il senso comune non è più di questo mondo. I giornali contrari ci sfregiano a disegno, onde farci sembrare ridicoli: i giornali amici, per balordaggine, per ignoranza. Ci si cacciano in bocca delle enormità, delle stolidezze, dei controsensi a dar l'itterizia. Persuadetevene, signora, il vero quarto d'ora di Rabelais, del povero deputato, è quello appunto in cui legge il conto reso del suo discorso. Quello è il suo Golgota!
—Ma! che volete voi al postutto che un giornale vi dia per un soldo! domanda mia moglie.
—Proprio nulla, signora, replica il mio vicino. Ciò sarebbe più economico! I dispacci telegrafici bastano. Ma continuiamo la nostra giornata. Ed io vi fo grazia del lavoro negli uffici. Tre ore assise per udire un notaro che parlavi di ferrovie, un medico che discute di enfiteusi, un canonico che spippola cannoni rigati! Ah! io preferirei un manigoldo che mi descrivesse le gioie e le glorie del paradiso! Ma eccomi là a gittar qualche appunto sulla carta per il discorso che debbo improvisare nella seduta. Un usciere arriva. Un signore mi domanda, io interrompo il mio lavoro e vo fuori. Gli è un qualcuno il quale viene a pregare umilmente la mia signoria illustrissima di andare a posare da un fotografo.
—Ma io non ho mica desiderio di farmi ritratto, io—dico io.
—-Ah! signore, il pubblico lo desidera! insiste qualcuno.
—Il pubblico è ben cortese e ben curioso, signore! replico io.
—-Esso ha sete dei suoi grandi uomini, signore. E come la S. S.
Ill….
—Comprendo, caro, dico io sorridendo, voi volete far quattrini del mio sgorbio. Sia pure.
Quel cotale mi conduce in non so che sito. Il fotografo mi accomoda a modo suo. Mi ferma la testa in un mezzo cerchio di ferro, onde io non muovami. Mi si prega di restare immobile; e, di botto un grande occhio nero e lucido si divarica dinanzi a me, che divora la mia persona. Quell'occhio fascinatore, vampiro, mi dà il brivido—io resto come preso. Tutto ad un tratto, una testa sbuca fuori di sotto di un panno verde, all'altra estremità dell'occhio ironico che mi aveva fissato per due minuti, e quella testa soddisfatta sclama:
—L'è fatto! grazie, signore..
Io respiro. Io mi sento sollevato da una inquietitudine, ed a passo frettoloso me ne torno alla Camera. Qualche giorno dopo, io discerno nelle mostre di un cartaio qualche cosa, cui l'etichetta scritta di sotto assicura di essere io. In quella cosa io non ho occhi, la mia bocca smorfia di traverso, non si distingue il mio naso dalle mie orecchie…. non importa! il venditore della mia laidissima figura giura che l'è proprio la mia.
—Corbezzoli! che volete voi dunque per un ritratto gratuito, alla fine? grida mia moglie.
—L'è giusto, signora, replica il mio vicino. La vanità o la bonomia consigliano talvolta delle ben grosse scioperaggini! La seduta comincia. Il mio sarto mi ferma nell'anticamera per domandarmi un biglietto per la tribuna dei diplomatici: quegli per chiedermi conto della salute del Ministero e del Governo: questi per assicurarmi che fa caldo o freddo. Poi chi si raccomanda per essere raccomandato al ministro, ed ha percorse trecento leghe per ciò. Altri mi propongono una sottoscrizione per un'opera pia, il sollievo delle vittime cristiane del Giappone, per esempio! o un incoraggiamento a dar ad un signore il quale ha inventato il concime profumato. Un terzo m'impegna a prendere un viglietto per un berretto da notte lavorato dalla signora duchessa e messo in lotteria a benefizio dei tisici del Brasile. Un quarto mi passa dodici viglietti per la serata di un'artista…. Dio mi perdoni! si è venuti perfino a propormi di far la conoscenza di una ballerina, alla modesta ragione di dieci napoleoni le ventiquattro ore! Io caccio storditamente questa istanza nella saccoccia: mia moglie la ritrova…. Voi capite il resto.
—Non avevate proprio nulla a rimproverarvi, eh! domanda ridendo la mia incorreggibile moglie.
—Innocente come Gesù Cristo, signora! replica il mio vicino ridendo anch'esso. Ma la seduta è cominciata. Io ho la parola. Il subjetto è grave. Io ho bisogno di raccogliere le mie idee, di tenere la mia attenzione concentrata. Un usciere viene a mettermi sotto il naso la sua coppa all'acqua zuccherata, e m'interrompe. I miei vicini parlano a voce alta. I miei colleghi, alle spalle, mi suggeriscono delle considerazioni, che io non sollecito e che frastornano l'ordine dei miei pensieri. I miei colleghi, di sotto, vanno, vengono, rimuovonsi, leggono i giornali e mi confondono, mi forviano. Il presidente strimpella col suo campanello. Gl'intolleranti interrompono. Si rumoreggia, si strepita, si sbadiglia—ohimè! si sbadiglia—ciò che è la più oltraggiosa di tutte le opposizioni. In verità, io non so come un deputato possa combinar due idee di seguito in mezzo a questo frastuono. Io mi sieggo alla fine, stanco, scontento. Un usciere mi annunzia che qualcuno chiede di me. Vo: il signore, fastidito di attendere, è ito dicendo, che io mi sono un mal creanzato. Rientro, si vota. Un usciere mi rimette un viglietto di visita. Non posso uscire. All'indomani ricevo una lettera di rimproveri: ho perduto un amico! infine si passa ai voti. Nell'emiciclo gli zelanti della maggioranza mi camminano sui calli dei piedi, perchè si ha fretta. Sono le sei. Gli onorevoli hanno fame. Anche io corro a casa spossato, ansante…. mia moglie porta il broncio, i miei bimbi piangono, la mia fante borbotta che il suo pranzo è ito a malora…. la minestra è fredda!
—Ma perchè arrivate voi così tardi, infine! dice mia moglie per stuzzicare. Quando si apparecchia per le sei e si vuol poi mangiare alle sette!…
—Poffar Iddio! signora, esclama il mio vicino impaziente; è colpa mia se il signor Valerio ha cominciato a parlare alle cinque? Per me, ne ho le mascelle dislogate! Infine, ingollo la mia pappa, e respiro. Mi si presentano, col caffè, delle lettere arrivate dalla Camera. È il signor presidente, il quale in nome di S. M. m'invita al ballo a corte e mi domanda il nome di nascita di mia moglie, se mi piace condurla meco. Figuratevi un po', miei cari, l'imbarazzo di un povero diavolo che abbia una moglie nata, per esempio, Troia, Porcella, Vacca! Figuratevi il dispetto di un uomo che abbia sposato la sua cuciniera o si sia semplicemente maritato alla leggiera, a passo di carica! Andate poi a persuadere ad una donna, dopo questo invito, che si debba rinunziare all'onore di ballare da S. M.! Di qui, delle baruffe, del dispetto…. E poi, infrattanto che il signor deputato difende alla Camera la causa dell'istruzione primaria, l'amico di famiglia o il cugino di sua moglie può dare in casa a questa onesta creatura, come alla moglie di ogni altro semplice mortale, un corso pratico d'istruzione superiore—di fisica per esempio—insegnandole la misura della superficie con quel metodo che si può leggere in un canto di Voltaire, ma che io non oso ricordar qui.
—Voi calunniate le donne, signore, grida mia moglie.
—E gli amici di casa sopra tutto. Perdono, signora—replica il mio vicino. Ma poichè S. M. vuol bene ammettere in casa sua una Troia o una Vacca, prendiamo il nostro coraggio a due mani e rassegniamoci. Ma pensiamo innanzi tutto alla toeletta di madama. Un flagello, parola d'onore! Essa ne ebbe di già una per il ballo della Città; poi un'altra per il ballo del presidente del Consiglio; la terza per il ballo della Filarmonica…. Può dessa, la povera donna, presentarsi a Corte con una toeletta mostrata in così bassi luoghi? Le moine di madama raddoppiano: e la pioggia delle note dei mercanti diventa un diluvio. No, il posto di deputato non è tenibile….
Qui il treno si arresta. Si annuncia che noi siamo a Vercelli. Il mio grosso compare saluta la compagnia, pigia il piede in passando ai suoi vicini, e discende.
Le sue parole mi avevano colpito….
HORS D'OEUVRE
PER LE PERSONE SERIE.
II.
Come mi decisi a scrivere, a pubblicare ed a ripubblicare i profili de' miei colleghi.
Questi brani della conversazione del ciarliero viaggiatore della ferrovia provano ad evidenza che la posizione di un deputato non è constellata di rose. Egli urtasi ad ogni specie di grosse e piccole miserie, che lo turbano, che lo stizzano. Io sono dunque ben disposto in suo favore, ed a perdonargli se pecca, perocchè desso è mira di lunghe ed aspre tentazioni. Perciò mi son mostrato, in generale, benevolo. Se io avessi voluto rimuovere la belletta e squarciare i veli, avrei forse messo più brio e varietà in questa galleria, avrei avuto più vena e fatto più scandalo. Ho preferito scrivere mettendomi in guanti di velluto! Io non sono di que' tristi augelli che infettano il proprio nido. La moderazione e la temperanza sono la forza la più reale di questo mondo! D'altronde, io scrissi queste lettere per la Presse di Parigi, a fior di penna e senza pretensione. Io non mi ammanto di infallibilità. Riproduco un'impressione personale.
Quest'anno io mi sono uno dei girandoloni della Camera. L'anno scorso era uno dei suoi membri i più assidui. Arrivato il primo, me ne iva quando non vi restava più su i banchi che il signor Ranieri addormentato, battendo la diana. Io provavo una specie di fascino nello studio di questa riunione di quattrocento Italiani, mossi da tutti gli angoli della Penisola. Io mi sentivo impregnato di un magnetismo abbarbagliante. Ora, come gli objetti che si discutono alla Camera non sono poi sempre nè solazzevoli, nè interessanti, io riportavo le forze del mio spirito sull'analisi degli uomini. Io non conoscevo quasi alcuno; ero ad un dipresso isolato. E mi bisognò dunque da prima tutto indovinare, leggere a traverso le fronti discrete e fredde, pensieri ardenti, desiderii aspri e diversi. Ogni parola che cadeva da un labbro aveva per me il valore di una rivelazione. Per un lavoro psicologico assiduo e fisso, io arrivai a vedere le relazioni di questa parola con lo stato reale del cervello. Ed ei sarebbe davvero uno strano studio che presenterei al pubblico, se mi lasciassi sedurre e mettessi al nudo lo stato secreto dell'anima di ogni deputato. Io non parlo già delle ignobili avidità, nè della massa ordinaria degli Onorevoli. Ma non sarebb'egli straordinariamente curioso di prendere sul fatto la fisionomia dell'anima di certi uomini—qual Ferrara, per esempio, Guerrazzi, Pepoli, Brofferio, Depretis, Lanza, Conforti, Ratazzi, Tecchio ed altri, al momento proprio in cui essi parlano, e metter faccia a faccia il pensiero espresso e l'idea concepita? Non sarebbe egli singolare di segnalare la doppia corrente di concetti e di desiderii che partono dal banco dei ministri e da quelli dei deputati, e s'incrociano, s'urtano, s'intendono, si respingono, si rapprossimano, si attirano, si rompono? Curiosa sopra tutto era questa osservazione quando il conte di Cavour sedeva al posto—mira di tutti, segno ad odii, ad affetti, a vaghezza di stima o di ambizioni—ed all'altezza di tutto! Ora, il barone Ricasoli ed il signor Ratazzi non sono giunti ancora a dare alle loro eminenti persone questa natura magnetica che coagula tante passioni e tante volontà diverse, le gruppa, le maneggia, le domina, le foggia a suo modo, se ne impadronisce e le trasmette. Cavour morto, la storia segreta delle anime non avrebbe oggimai altra importanza che il valore di uno studio psicologico. La forza politica di questa rivelazione sarebbe minima oggidì. Il nuovo Mesmer del banco dei ministri non è ancora apparso.
Io lascio dunque nel mio portafoglio questi studi congetturali: l'ora loro forse verrà. E mi limito adesso a questi schizzi a vol d'uccello che colpiscono chiunque e soddisfano il più gran numero di gusti.
La fisionomia collettiva della Camera, che nell'anno scorso era nello spirito mio stesso un po' confusa, si rischiara e si svela quest'anno. Ecco perchè ho ritoccato qualche ritratto, ho aggiunto qui la ruga, ho fatto lì scomparire la piega. Dodici mesi della vita politica sono un secolo. E che che se ne sia detto in contrario, non vi è nulla di così mobile e di così cangevole che la figura degli uomini di Stato. Esaminate, per esempio, il signor Minghetti dell'anno scorso al banco dei ministri, ed il signor Minghetti di quest'anno al suo banco di deputato. Egli è irriconoscibile: è un altro uomo. La stessa figura di legno del barone Ricasoli ha subito queste stimmate. La fotografia del Parlamento italiano, così ritoccata, è più finita.
Io aveva esitato a pubblicare in un volume le lettere mandate alla Presse. Io credeva da prima che questo primo Parlamento italiano fosse un Parlamento di occasione, il quale avrebbe compiuta la sua missione di proclamare l'Italia una, spedita la bisogna la più urgente, e sarebbe poi ritornato a ritemperarsi al contatto dei suoi elettori. Ma questo Parlamento mira all'immortalità. Io mi decido dunque a rivedere il mio lavoro, tradurlo, e presentarlo al pubblico a nuovo e completo. Dico completo, perchè nelle mie lettere alla Presse io non avevo parlato del centro della Camera, e ne parlo oggidì.
Ma, direte voi, voi spingete allo scioglimento della Camera; la sarà sciolta; il vostro libro diventa inutile. Sero venientibus ossa!
Niente affatto. Questo libro resta, da prima, come lavoro storico per quanto minima sia la sua importanza. Io poi ho avuto cura, principalmente tratteggiando questi abbozzi, di mirare a due scopi.
Indicare, cioè, coloro che possono essere eliminati dalle novelle assemblee d'Italia, senza il minimo inconveniente, anzi, forse, con una incontestabile utilità:
Poi ho rivelati coloro i quali, in ogni tempo, faranno parte della rappresentanza italiana, di cui sono l'onore, la gloria, l'ingegno.
La prima pubblicazione era indirizzata principalmente all'Europa, onde insegnarle che, nel primo Parlamento italiano eranvi degli uomini all'altezza di tutti gli altri Parlamenti. Con questa seconda pubblicazione, io voglio segnalare all'Italia la portata dei rappresentanti, affinchè essa possa, nelle elezioni posteriori, avere un criterio alla sua scelta. Per l'Europa, io scrissi da Italiano: per l'Italia, scrivo da patriota.
Impresi il mio lavoro per distrarmi dalle noje delle sedute, ove non si trattano che affari di campanile. Il mestiere di deputato, a farlo con coscienza, è un mestiere a rendere cheto l'uomo lo più svegliato, a capo di tre anni! Lo pubblicai, perchè mi sembrò utile alla causa italiana. Lo ripubblico, perchè parmi una buona azione, in questi tempi nebulosi ed incerti, di concorrere, secondo le mie forze ed i miei mezzi, a spandere un po' di luce. Io non ho nè amore, nè odio per chicchessia. Avevo dei dubbi e delle prevenzioni; ma ho saputo dominarmi. Mi sono astenuto, quando non ero convinto. Dilexi justitiam!
Ora, che mi sia permesso di aggiungere qui l'avant-propos con cui M. A. Peyrat volle annunziare la pubblicazione delle mie lettere nella Presse, affine di attestargli la mia riconoscenza. Gli dovevo un ringraziamento pubblico: glielo fo.
«Noi segnaliamo all'attenzione dei nostri lettori la lettera seguente indirizzataci da Torino. Questa è la prima di una serie di lettere, in cui il signor Petruccelli della Gattina, uno dei membri i più distinti del Parlamento italiano, si propone di tratteggiare a grandi linee la fisionomia dei suoi colleghi i più rinomati ed i più influenti, e noi mettiamo assai volentieri a sua disposizione le colonne della Presse. Si leggono poco in Francia i libri ed i giornali italiani, e non si sa mica abbastanza quanto l'Italia in sè rinchiude di uomini rimarchevoli in ogni genere, di teste veramente politiche, di scienziati, di pubblicisti e di oratori, che non temono alcun paragone. L'occasione si presenta di far conoscere un giornalista, noi la cogliamo con piacere.
Arriverà probabilissimamente al signor Petruccelli della Gattina di esprimere delle opinioni che non saranno interamente conformi alle nostre, di portar dei giudizi di cui noi potremmo contestare la rigorosa esattezza, d'indirizzare a degli uomini che hanno la nostra simpatia, il nostro rispetto e la nostra ammirazione, degli epigrammi che noi saremmo tentati di cancellare: nol faremo punto. Noi conosciamo il suo spirito e la rettitudine dei suoi sentimenti; noi siamo d'accordo con lui sui principii essenziali: ciò è l'importante. Quanto alla varietà delle tinte ed ai dettagli sugli uomini e sulle cose, noi gli lasciamo la più completa libertà.
Noi non vogliamo dir nulla dello ingegno dei signor Petruccelli, i nostri lettori lo apprezzeranno; egli ci è impossibile nondimeno di non esprimere lo stupore che noi proviamo sempre, vedendo uno straniero scrivere la nostra lingua con quella naturalezza, quella chiarezza e facilità, sì rara anche fra noi. Sotto questo rapporto ancora gl'Italiani sono eccezionalmente e maravigliosamente dotati. Basta, per convincersene, di leggere le lettere dell'abate Galiani, i dispacci del conte di Cavour, le ultime opere del Ferrari, numerosi lavori di Mazzini, e parecchi scritti del nostro amico Bianchi-Giovini, questo pubblicista eminente che la malattia ha disgraziatissimamente forzato di sospendere la pubblicazione del suo giornale, ove egli ha così valorosamente combattuto e reso dei così grandi servigi alla causa d'Italia e della libertà religiosa.»—A. Peyrat.
I MORIBONDI
DEL
PALAZZO CARIGNANO.
I.
Il Parlamento riepiloga la nazione.—Lo dipingo al punto di vista francese.—Sono imparziale perchè repubblicano.—Statistica della Camera.—Sua divisione.—Le farfalle.—I pretendenti della destra.—Gli agenti provocatori.—Gl'invalidi del centro.—Gli uomini di Stato abbozzati della sinistra, ed il terzo partito.—Garibaldi tentenna.—Guazzabuglio della estrema sinistra.—Gruppi per provincie, e loro carattere distintivo.—I fabbricanti ed i traffichini degli ordini del giorno.—L'addormentato.—Lo stanco.—L'indiscreto.—I legislatori.—I Grandi di Spagna.—L'amico di tutti.—Crispi e la sua posa.—L'ex-Mirabelli.—I successori di Turati e di Proto.—Fisionomia degli oratori.—I lettori di giornali ed il signor Boggio.
Torino, 15 aprile 1861 e febbraio 1862.
Io credo—fatuità d'italianismo a parte—che un abbozzo a grandi linee della fisionomia del Parlamento italiano potesse interessare i lettori francesi—e, soggiungo, tanto più gl'italiani. Una nazione che si attesta così altamente, che si alloga così francamente in mezzo alle nazioni, rovesciando trattati, dinastie, vecchio dritto internazionale, bravando minaccie e convenienze politiche…. non può essere una nazione volgare e senza portata. Vi è in essa qualche cosa di grande e di vivace che agisce e che crea. Ora una parte di questi elementi debbonsi naturalmente concentrarsi in questo foco dell'energia nazionale, che addimandasi Parlamento. Si deve trovar quivi il pensiero di questa nazione, il segreto del suo movimento, il meccanismo della sua vita. Ebbene, osservare questa nazione all'opera, prendere quasi i lavoratori sul fatto, esaminare le molle interiori che li muovono, specificare, classificare, disegnare i differenti centri, i differenti elementi di questa forza; vi sembra desso un proposito a negligere?
Io tratteggerò questi schizzi al punto di vista extra-nazionale, vale a dire, senza dettagli inutili, senza simpatie di campanile. Tutti i miei onorevoli colleghi sono degli uomini, relativamente, ragguardevolissimi: ma essi non lo sono mica tutti allo stesso grado al di là delle alpi ed al di là dei mari. Che io scriva due colonne sul signor Borella, sul signor Bonghi, sul signor Capone e che so altri ancora, l'Europa non ne saprà affatto più sull'Italia che la non ne sapeva ieri, che non ne saprà domani.
D'un altro lato, io credo poter giudicare gli uomini ed i partiti con imparzialità. Avendo abitato per dodici anni la Francia e l'Inghilterra, io sono straniero a molte passioni ed a tutte le rivalità. Essendo quasi il solo repubblicano della Camera che non ha idolo—nè Mazzini, nè Cavour, nè Garibaldi—che non ha alcun partito preso, come il mio amico Ferrari; non vedendo alcuna probabilità prossima al successo delle mie idee, io riguardo la lotta dei partiti con la più grande calma, e giudico il conte di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Ratazzi e perfino Antonelli, come se essi non appartenessero più a questo mondo, come la posterità. Questa piccola dichiarazione fatta, alziamo il sipario.
E da prima due parole di statistica. La statistica non è mica solazzevole, ma essa è l'osteologia della società. Su questa ossatura si fabbrica sempre con solidità, con sicurezza.
Il Parlamento italiano componesi di 443 membri; ciò che sur una popolazione di circa ventitre milioni di abitanti dà quasi un deputato per sessantamila anime. La Camera ha validate 438 elezioni. Si è in via di rifare le altre. Su questi 438 deputati vi sono: 2 principi; 3 duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci; 117 cavalieri, di cui 3 della Legion d'onore; 135 avvocati; 25 medici; 10 preti—fra i quali Apollo Sanguinetti, uno degli stuzzicatori del Ministero, Ippolito Amicarelli, e Flaminio Valente—sacerdoti silenziosi; 21 ingegneri; 4 ammiragli; 23 generali; un prelato; 13 magistrati; 52 professori, ex-professori, o dantisi come tali; 8 commercianti o industriali; 13 colonnelli; 19 ex-ministri; 5 consiglieri di Stato; 4 letterati; un Bey nell'Impero ottomano—il signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7 milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 69 impiegati, sopra 88 che sono ammessi dallo Statuto; 5 banchieri; 6 maggiori; 25 nobili senza specifica di titolo; altri senza alcuna disegnativa di professione—e Verdi! il maestro Verdi.
Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento democratico!
Vi è di tutto—il popolo eccetto. Non vi sono neppure artisti, se ne togli Verdi—e Verdi stesso darebbe bene il suo Trovatore per fare il più povero e piccolo discorso, che farebbe lo stesso Baldacchini. Il più vecchio tra i deputati è il signor Zanolini, un avvocato distintissimo, che è stato presidente di età e che riempì questa funzione con moltissima capacità. Io credo nondimeno che il conte Sanseverino, il signor Abatemarco, Avezzana, Gustavo di Cavour, Vegezzi…. siano così vecchi per lo meno che il signor Zanolini. Il più giovine è un siciliano, un tal Bruno, il quale siede…. alla destra! D'ordinario, io ho veduto in Francia, in Inghilterra, in America, i giovani—i quali sentono piuttosto che non calcolano—sedere alla sinistra. In Italia servirebbero di tabouret ai piedi di un ministro! Giovani come il Bruno, ma più modesti e più degni, seggono altresì alla destra od al centro, i signori di Sierra, Campagna, Barraceo, Serra, Mureddu… Noi abbiamo inoltre sei balbuzienti, cinque sordi, tre zoppi, un gobbo, degli uomini ad occhiali, un gran numero di calvi—quasi tutti. Non un sol muto! ciò che è una sventura. Imperocchè parlando tutti, ciascuno dimanda l'ora sua per farsi udire—non fosse che per farsi leggere dai suoi elettori.
Noi abbiamo, come in tutti i Parlamenti, la distinzione di destra, di centro, di sinistra. Ma questa distinzione non è assoluta. Vi sono parecchi deputati che seggono alla sinistra e votano costantemente con la destra: altri che, anche sedendo alla destra, votano talvolta con la sinistra.—Verdi, per esempio, Gallenga. Poi vi sono le farfalline. Sfido chi possa assicurare a qual nuance della destra appartengono Broglio, Alfieri, Scialoia ed oggi Minghetti—ed altri parecchi. Nelle prime settimane videsi anche qualche cosa di più curioso. Un deputato siciliano, il signor Paternostro, andarsene alla destra per attaccare qualche deputato dell'estrema sinistra, onde esser sostenuto e sedere nondimeno alla sinistra, a lato di Lafarina, suo capo di fila. Queste due altre farfalle si sono ora fissate—non è duopo dir dove. Un bey dell'Impero ottomano ed un consigliere di Stato del Regno d'Italia non poterono incanagliarsi tra gli onorevoli della sinistra.
La destra non ha tinte ben recise; se non che seggono su i suoi banchi parecchi pretendenti, parecchi rivali più o meno mascherati del conte di Cavour—o di qualunque altro ministro—cui cercano rimpiazzare. Ricasoli, Mamiani, Buoncompagni, Farini, Lanza…. sono là, spiando l'ora, l'occasione, il pretesto sia per dare addosso al Gabinetto che naufraga, sia per essere chiamati a farne parte. Essi hanno un occhio al banco dei ministri, un altro alla sinistra dove accampa il terzo partito. Essi attendono un segnale. La massa della destra vota come un sol uomo col Ministero. Su questi banchi sonovi altresì gli agenti provocatori, gli abbaiatori del conte Cavour. Trattasi di offendere qualche membro della sinistra, di gittare una parola malevola contro Garibaldi, di accusare il partito di azione? un uomo è presto trovato: un siciliano—o Spaventa—scatta su da questi banchi, e mugge, e morde, e bava. Ma su questi banchi siedono altresì degli uomini convinti, di una grande considerazione, di un'onoranza a tutta pruova, di una probità irreprovevole, i quali votano col Ministero, non perchè esso è il Ministero, ma perchè la loro coscienza comanda loro di sostenerlo. Io non voglio nominare che il signor Gustavo di Cavour e Menotti.
La morte del conte di Cavour non ha fatto cangiare la tattica. Gli stessi uomini, ed altri ancora, seguono le stesse evoluzioni d'incontro al barone Ricasoli. Che questi cada domani, e la stessa manovra comincia col suo successore. La strategia dei Parlamenti è invariabile.
Il centro è le radeau de la Méduse. Là sonosi aggruppati tutti i naufraghi. Tutti i frantumi, épaves, del partito del conte di Cavour, che si ruppe nell'Italia meridionale, sono venuti a posarsi su questi banchi. Questa consorteria può essere denominata il partito delle pretensioni impotenti, degli ambiziosi fulminati.—Icari di cartone imbrattato. Il centro è l'albergo degli Invalidi del presidente del Consiglio. Non vi è quivi un sol uomo che non sia sfregiato, éclopé, politicamente, o che non lo sarebbe prestissimo se lo si mettesse all'opera: imperciocchè essi sono fusi quasi nello stesso stampo, moule. Gli uomini dei centro non hanno più forza, ma essi non mancano perciò di speranza. Al centro siedono Liborio Romano, De-Vincenzi, Poerio, Piria, Conforti, Cicconi, Senegli, Scialoia, Pisanelli…. l'è il quartier generale dei deputati napoletani, di cui Poerio si crede il capo—il capo putativo—ma che non ha capo. Pulvis et umbra! Essi non hanno che un voto, cui cercano utilizzare.
Se il centro è l'accampamento degli uomini politici storpiati, la sinistra è la sede degli uomini di Stato in isbozzo, per il momento. Io dico per il momento, perocchè è là che si carica la mina, la quale deve fare saltare il Gabinetto attuale—l'attuale è di tutti i tempi—è là che si formano, che si aggruppano, che si concentrano, che si distribuiscono le parti coloro i quali—non passa giorno—si mostrano sulla arena per dar battaglia a qualunque presidente del Consiglio. Il capo naturale della sinistra ove tiensi il terzo partito è il signor Ratazzi. Egli è l'ammiraglio di questo naviglio minaccioso, carico di cifre, di lirismo, di libertà, di risparmi, d'entusiasmo italiano, di armi e soldati a metter su, cui vedesi spuntare all'orizzonte, e di cui capitano è Depretis, e secondo il marchese Pepoli, il quale aprirà probabilmente il fuoco. È il terzo partito che rappresenta veramente lo stato, non naturale ma amministrativo, fattizio, officiale dell'Italia di oggidì. Se questo partito arriva a costituirsi, se arriva sopra tutto ad intendersi con le grandi individualità—tal che Garibaldi, Ricasoli—esso avrà con lui il paese tutto intero, al di fuori della Camera, ed al di dentro, il centro, il quale non sa a qual santo o a qual diavolo votarsi, onde rivenire a galla—egualmente che la maggior parte di coloro stessi i quali seggono all'estrema sinistra. Garibaldi è per due terzi con essi—forse egli non è con noi, democratici, che per una vaga aspirazione.
Dopo l'avvenimento del barone Ricasoli agli affari, dopo il ritorno del Ratazzi da Parigi, la situazione ha subito qualche cangiamento—e ne subirà-ancora dei nuovi—ma non radicali ed inevitabili. Il Parlamento è un corpo vivo, animato da passioni forti e mobili, d'ambizioni subite e calcolate, lungamente meditate, nascoste, carezzate. Le esplosioni arrivano inattese. Così i calcoli sono avventurosi e non si può, tutto al più, che riprodurre la situazione del giorno. Spiri il vento, e queste foglie che chiamansi deputati si rimescolano in un senso diverso.
L'estrema sinistra componesi di individui isolati, i quali hanno quasi tutti un passato, un nome, una personalità morale, netta, recisa. Tutti questi elementi non si accordano tra loro. Ve ne sono anzi che risaltano, e di molto, sul colore dell'insieme. Amari, Ondes-Reggio, Ugdolena, per esempio, sono cattolici ed un tantino autonomisti, ed essi seggono a fianco di Ferrari, di Bixio, di Crispi, di Brofferio, di Mellana, di Musolino, di Ricciardi—mio vicino—di Tecchio, di Mordini, di Guerrazzi, di Sirtori, di Garibaldi, che ha preso posto in mezzo di noi, accanto a Macchi, se tuttavia Depretis non riescirà, quando il generale ritorni, ad allogarlo a fianco suo. Tutti questi signori, ed altri, rispondono sia al nome di Mazzini, sia a quello di Garibaldi, ovvero muovonsi nella loro propria orbita, un po' scoraggiati, un po' stanchi.
Ma io ritornerò su ciascun partito e su ciascun lato della Camera. Che vi basti, per il momento, questo colpo d'occhio sintetico dato rapidissimamente.
Egli è ad osservare altresì che i deputati d'una stessa provincia d'Italia tendono a ravvicinarsi, a grupparsi fra loro. Essi prediliggono certi posti particolari. Per esempio, non vi è quasi alcun toscano al centro e all'estrema sinistra—Mordini tranne. Questi banchi brulicano di Napoletani e Siciliani. I Napoletani affezionano il centro: i Piemontesi ed i Lombardi la destra o il centro sinistro.
I deputati delle differenti provincie possono classificarsi altresì, per caratteri generali, salvo numerose eccezioni, in un'altra categoria—quella dei sentimenti. I Siciliani sono ambiziosi e lottano per proprio conto. I Napoletani si mostrano più flessibili in faccia ai ministri. Essi si onorano di una stretta di mano, di una parola lusinghiera, di un sorriso, delle moine di un ministro; essi volteggiano, come farfalle, sempre intorno ai banchi dei membri del Gabinetto. I Toscani pajono indecisi; essi portano scritto sulla loro bandiera: Ne quid nimis! I Lombardi sono i più caldi partigiani del conte di Cavour—oggi del barone Ricasoli—ma non sì teneri che i Toscani—e con vedute amministrative più larghe. I deputati dell'Italia del centro sono ministeriali in genere. I Piemontesi, o funzionari o del terzo partito—ma conservatori sempre—anche sedendo alla sinistra. In generale il Ministero recluta i suoi uomini più tra gli aspiranti agl'impieghi ambiziosi che tra gl'impiegati e tra gl'inquilini del bilancio. E nondimeno, gl'impiegati conosciuti e sconosciuti, i funzionari ed i pensionati, sommano almeno a 120 fra noi. Ne ho veduti però votare con la sinistra ed altri alla sinistra sedere.
Tocchiamo ora le specialità.
Non si agiterà mai una quistione senza che non avessimo a sorbire un ordine del giorno di Ricciardi, o di Lanza, o di Buoncompagni. Caracciolo porta attorno degli ordini del giorno in commandita, a cui non mancano mai nè Lacarta, nè Bonghi, nè Massari, nè Baldacchino—e non ho bisogno di dirvi di quale tinta. Il dormiglione il più assiduo, il più intrepido del Parlamento, è il signor Ranieri. Bisogna domandar la chiusura? il lasso della discussione è bello e trovato—è il signor Gallenga—il quale troppo sovente, ahimè! non ha che ragione. De Blasiis è sempre pronto a chiamarsi soddisfatto. Il signor Castellano protesta sempre. L'anno scorso, quando sedeva alla destra, aveva altresì la specialità delle proposizioni indiscrete. Domandava, per esempio, un appello nominale quando i membri della sinistra credevano opportuno di andarsene per non votare, ovvero gridava: Non siamo più in numero. Ora è Ricciardi che prende questo vezzo—ma in senso più liberale—egli dice legale. Colui che parla il più fuori, il meno dentro della Camera, è il signor Ninco. Il passeggiatore il più dispiacevole, il ronzatore il più antipatico che crispa i nervi, è Lacarta, San-Donato parla sempre o frizza—quei della destra ben inteso. Plutino ha lo più d'enfasi provinciale. Lo più irritato ed irritante è il signor Paternostro. Lo più scipito e vuoto è Bruno.
Vi è una categoria di deputati che ha la malattia di proporre delle leggi per avere l'occasione di recitare un piccolo discorso meditato, mandato a memoria per sei settimane.
Un sol deputato siede alla Camera la testa coverta di un berrettino—il mio eccellente amico signor Rendina. Mordini provò un momento d'imitare questo Grande di Spagna della Sovranità nazionale; ma il suo fez di velluto ha soccombuto alla fine sotto l'indignazione di una coppia di begli occhi che lo fulminavano dalla tribuna delle dame, ed è scomparso. Massari è l'amico di tutto il mondo—che non sia però un semplice mortale! Crispi ha l'attitudine la più aggressiva nella Camera—quando s'indigna e rompe la monotonia. Allorquando egli si alza per parlare, si direbbe che sia per tirar fuori di tasca un paio di revolvers. Io ho udito il ministro Minghetti a dirgli, ch'egli ne aveva paura. Macchi non manca mai di parlare, quando si tratti di una protesta generosa.
L'ex-Mirabelli, giudice mascherato d'avvocato, era tutto sorriso quando si protendeva in avanti per parlare. Il suo naso terribilmente rosso—diventava un carbone infiammato per beatitudine. Non parlava mai, ben inteso—che per cantare il laudamus pueri dominum. Il lettore di discorsi il più intrepido era il mio dotto vicino, signor Turati. La Camera mormorava, e Turati leggeva. Il presidente faceva osservare che si era di già deliberato su quanto il signor Turati domandava, e Turati leggeva. Lo si interrompeva, lo si interpellava, si gridava, si strepitava, si chiamava all'ordine, e Turati leggeva. Gli si versava dell'acqua zuccherata, Turati non beveva, e leggeva sempre. Turati avrebbe letto perfin se la Camera avesse preso fuoco, e non vi fossero restati su i banchi che i calamai—ed il signor Poerio. Il signor Turati, infelicemente morto, i deputati che seguono il suo esempio sono numerosi—anche troppo.
Il signor Proto era, tra gli onorevoli della destra, colui il quale sorbiva con più beatitudine i discorsi del conte di Cavour. Questo deputato avendo lasciato il Parlamento, la sua parte e la sua soddisfazione di benessere è stata ereditata dal De-Blasiis—il di cui cranio lucido diviene purpureo e la pallida figura trasuda scandelle di grasso animale. Per questo deputato i ministri non hanno nome. Sono ministri—unti di Dio avendo una chiave della cassa—ed egli li ammira tutti.
Il conte di Cavour era l'oratore più logico del Parlamento. Il suo posto è ora a prendere, Buoncompagni è il più linfatico. Ferrari il più largo ed il più paradossale. Ondes-Reggio lo più dottrinario. Brofferio lo più drammatico. Massari il più cortese, il più verboso, e sovente il più vuoto. Mamiani il più amplificatore. Chiaves il meno avvocato fra gli avvocati. De-Blasiis il più ristucchevole. Mancini lo più monotono per dispiacenza di voce. Pisanelli e Conforti li più teatrali. Il Minghetti il più elegante nella forma italiana. Lo più scorretto, ma il più aggressivo e il più pieno di fatti, il mio vicino Mellana. Lo più bisbetico è Boggio, cui annoiano molto i lettori ed i scrittori di giornali. Boggio parla, e chi scrive di qua, chi legge di là a oltranza, come se volessero protestare, come gente che si annoia. Susani e Valerio li mettono in fuga. E nondimeno Boggio e Susani dicono spessissimo delle cose molto sensate.
Io termino qui questo colpo d'occhio generale, il quale, ne ho paura, è di già troppo esteso.
Ecco i tratti generici del nostro Parlamento. Comincio adesso a delineare in dettaglio le fisonomie le più interessanti, e principio dal presentarvi il conte di Cavour e il Ministero.
II.
Il conte di Cavour.—La sua giovinezza.—Paggio.—Luogotenente del genio.—Viaggio in Inghilterra ed in Francia.—Scrive nelle Riviste.—Suo stile.—Ritorna in Piemonte.—Il Risorgimento.—Il conte di Cavour deputato.—Sue evoluzioni parlamentari.—Ministro.—Motto del re al signor d'Azeglio.—Cavour al congresso di Parigi.—Dopo la pace di Villafranca.—Carattere e genio di quest'uomo di Stato.—Cavour oratore.—La sua tenuta nel Parlamento.—Dopo la sua morte.
Torino, 1 maggio 1861.
Io non so se la biografia del presidente del Consiglio sia universalmente conosciuta. Ad ogni modo, e' non sarà fuor di proposito che io ne dia qui un riassunto sommario. Il conte Camillo Benso di Cavour nacque nel 1810. Fu educato alla scuola militare e instrutto molto sommariamente. Poi esordì nel mondo, o per meglio dire alla Corte, in qualità di paggio di Carlo Felice.
Il re trovò che il suo paggio non aveva la vocazione voluta per servire in una Corte bigotta e triviale come la sua, e gli dette congedo. Il conte di Cavour se ne vendicò dicendo: Che gli avevano ritirato il basto. Ritornò al collegio militare, ed a diciotto anni ne uscì col grado di luogotenente del genio. Ma il signor conte non fu più fortunato nell'esercito, che non lo era stato alla Corte. Nel 1831 e' trovavasi a Genova per sorvegliare alcuni lavori di fortificazione. Mostrò delle tendenze liberali: disse qualche parola smozzicata sugli avvenimenti della Francia di allora. Per punirlo di questa audacia, fu mandato di guarnigione nel forte di Bard. Il conte di Cavour dette la sua dimissione e si mise in viaggio.
Visitò la Francia e l'Inghilterra, ove fissò principalmente la sua residenza e dove si prese di amore per le istituzioni inglesi e per la politica d'Inghilterra—cui egli neglesse di poi.
L'uomo inclinò verso la Gran Bretagna: il ministro si appoggiò sulla
Francia.
E ritornando in Francia scrisse qualche articolo di Rivista. Io non ne segnalerò che due, i più caratteristici, l'uno Sullo stato attuale dell'Irlanda e sul suo avvenire; l'altro, Delle idee comuniste e dei mezzi di combatterne lo sviluppo. Nel primo articolo egli si mostra partigiano del sistema di Malthus e dà ragione all'Inghilterra; nel secondo egli dà ragione, come doveva essere, agli economisti su i socialisti. Egli spera molto dalla beneficenza dei signori e dalla carità legale. Ammira Pitt e ne fa un ritratto rimarchevole. In generale, lo stile del conte di Cavour è arido, interrotto, nervoso, senza altri ornamenti che una logica serrata e sottile. Il conte di Cavour non ha il tempo di adornare un modello—mannequin; egli cerca un uomo.
Il conte di Cavour ritorna in Piemonte saturo d'idee e di fatti, senza avere largamente studiato, ma avendo molto osservato. Egli volle utilizzarsi pel suo paese e entrò nella Direzione degli asili infantili. Ma egli era sospetto di già. Egli riportava la peste del liberalismo: veniva tutto pregno del profumo di progresso che respiravasi a quell'epoca in Francia, come in Inghilterra, in tutto lo sviluppo della vita pubblica. Il presidente degli asili lo pregò, pel bene della società, di uscire dalla Direzione. Egli entrò nell'Associazione agraria e nella Commissione della statistica.
Nel 1847 fondò un giornale politico coi signori Balbo, Galvagno, Santa Rosa, Il Risorgimento, il quale aveva a scopo di propagare le idee di progresso, di riforma, d'unione tra principi e popoli, e l'indipendenza d'Italia. Il signor di Cavour era lo più vivo ed audace tra i redattori di questo periodico ed uno dei più arditi pensatori del Piemonte. Lo mostrò quando una deputazione di Genova venne a domandare a Carlo Alberto l'espulsione dei gesuiti e l'organamento della guardia nazionale. Il conte di Cavour appoggiò Brofferio, il quale scappò fuori con un grido «La migliore delle riforme è la Costituzione; dimandiamola senza indugio!» Valerio, Galvagno ed altri respinsero questa idea audacissima. La petizione al re fu solo segnata da Cavour, Brofferio, d'Azeglio, Durando e Santa Rosa—e la si fece capitare a S. M.
La condotta del conte di Cavour, la petulanza delle sue idee, la sua indipendenza, lo misero molto male col partito aristocratico, egualmente che col partito democratico—a quell'epoca molto più avanzato che oggidì in Piemonte. Dopo le cinque giornate di Milano, Cavour consigliò al re l'audacia e la guerra immediata.
Alle seconde elezioni, Torino l'inviò al Parlamento come suo deputato, ed il nobile conte prese posto al centro destro, onde tener testa, come fece, alle esigenze immoderate della destra come della sinistra. Qui comincia veramente la sua carriera politica.
Dopo la disfatta di Custoza, il conte di Cavour si arrolò come volontario, ma non ebbe il tempo di partire, perchè le cose precipitarono con una spaventevole rapidità. La capitolazione di Milano ebbe luogo. Egli restò al Parlamento e sostenne il Gabinetto formato dal re, il 19 agosto 1848, sotto la presidenza del marchese Alfieri. Combattè Gioberti, che era allora il capo del partito democratico.
Nelle elezioni di gennajo 1849 il conte di Cavour non fu eletto. Malgrado ciò, trovando giusta la politica di Gioberti, il quale voleva far occupare Roma e la Toscana da soldati italiani, la difese nel suo giornale. Gioberti cadde. Il conte di Cavour sostenne il ministero Ratazzi, il quale, nella condizione terribile cui gli aveva fatta la situazione di quell'epoca di delirio, dovette dichiarare la guerra all'Austria. La rotta di Novara fece cadere il Ministero.
D'Azeglio convocò un nuovo Parlamento; e Torino nominò di nuovo il conte di Cavour. La Camera era ministeriale. Cavour divenne capo del centro destro; Ratazzi del centro sinistro. E d'allora la divergenza fra questi due uomini di Stato divenne ancora più pronunziata. Nondimeno, il conte di Cavour si oppose altrettanto, e forse più alla destra che alla sinistra. D'Azeglio lo vedeva innalzarsi e spuntar all'orizzonte come ministro. Dopo la morte di Santa Rosa egli gli affidò il portafogli del commercio e della marina. Infine, eccolo all'opera.
Vittorio-Emanuele, che ha l'istinto di presentire la superiorità, lo indovinò. Egli disse a d'Azeglio, che glielo proponeva: «Va benissimo, ma quell'uomo lì vi rovescerà tutti!» Poteva dire, ci dominerà tutti. D'Azeglio non se ne sbigottì. Poco dopo, Cavour accoppiò ai due suoi portafogli poco serii, quello importantissimo delle finanze, cui conservò dal mese di aprile 1851 fino al maggio 1852. A quell'epoca, il conte di Cavour appoggiò Ratazzi, capo della sinistra, come candidato alla presidenza della Camera. Ciò spiacque a Galvagno, il quale, nel Ministero, rappresentava l'elemento conservatore ad oltranza. Il Gabinetto, fu sciolto.
D'Azeglio ne compose uno a nuovo, il quale non potè vivere a causa delle dissensioni sopravenute tra il Piemonte e Roma. D'Azeglio consigliò al re di nominar capo del Governo il conte di Cavour, il quale si era recato al Congresso economico di Bruxelles. Traversando Parigi, egli si presentò per la prima volta all'imperatore Napoleone III. Cavour divenne presidente del Consiglio e prese il portafogli delle finanze. Poi, quindi a poco, Buoncompagni essendosi ritirato, egli invitò Ratazzi al ministero della giustizia. Il conte di Cavour si alligava al centro sinistro.
Nel 1857, Ratazzi avendo lasciato il portafoglio dell'interno, il conte di Cavour accumulò quello degli affari stranieri, dell'interno, dell'istruzione pubblica e la presidenza. Fu ministro fino alla pace di Villafranca.
Il conte di Cavour aveva carezzate le idee inglesi, essendo deputato e giornalista: arrivato al potere, ei comprese la parte che l'imperatore Napoleone andava a far rappresentare alla Francia, e si appoggiò apertamente e con abbandono sur essa. Ei fece decidere la spedizione di Crimea, il di cui successo lo condusse al Congresso di Parigi, Quivi egli si diede a conoscere meglio all'Imperatore, cui meglio conobbe. Essi s'indovinarono, forse si compresero. E forse ei bisogna datare da quest'anno quell'accordo che si manifestò di poi per un seguito di avvenimenti fortunati per l'Italia. La questione italiana fu iniziata, anzi posta nel Congresso di Parigi dal conte di Cavour, con il consentimento dell'Imperatore, l'Inghilterra favorendolo. A Plombières furono convenute forse l'alleganza di famiglia e l'alleganza nazionale. E la guerra del 1859 spuntò in quel firmamento ove dovevasi vedere quindi a poco la stella d'Italia brillare, quella dell'Austria impallidire.
Ma un malinteso si era frapposto tra il ministro del re Vittorio Emanuele e l'Imperatore. Il ministro voleva un'Italia intera, un'Italia italiana; l'Imperatore aveva fatto delle riserve, delle reticenze, aveva dei fini occulti. Cavour non volle tradire l'Italia. E la convenzione di Villafranca fu precipitata.
Anche il re rinnegò il suo ministro!
Ratazzi, il quale rimpiazzò il conte di Cavour, obbligato a ritirarsi, Ratazzi si trovò imbarazzatissimo con la Francia. Egli non osò nè bravarla, nè cedere. La caparbia resistenza del barone Ricasoli, in Toscana, salvò l'Italia. Cavour fu richiamato agli affari. Egli accettò l'annessione del Centro e segnò la sua pace con le Tuileries, mediante la cessione, dolorosissima, ma giustissima, astuta, politica, di Nizza e della Savoja. Egli inaugurava il principio dell'Italia una, che contraponeva ai principj del trattato di Vienna. Un altro atto del grande dramma italiano era ancora rappresentato. Restava il quarto.
Il conte di Cavour lascia i volontari organizzarsi e li ajuta, sotto mano, come può. Egli lascia partir gli argonauti che vanno alla conquista del vello d'oro—l'unità d'Italia—a Marsala, ma non senza uno stringimento di cuore, dubitando dell'esito. Egli li lascia vincere, procedere, marciare, rovesciar la dinastia borbonica, e poi, una volta sul Volturno, in faccia di quella ridicola Capua che barrica loro la strada di Roma, il conte di Cavour si finge debordé, secondo la parola dell'Imperatore, dalla rivoluzione e dai rivoluzionarj, e gitta l'esercito del re negli Stati del Papa. Egli salva Garibaldi, la rivoluzione, l'Italia. Il resto è noto. Ciò fu un colpo di genio come ve ne ha pochi nella storia.
Io ho corso, ho divorati i dettagli. Ho fretta di riassumere, perchè desidero di esser corto.
Il conte di Cavour, senza contestazione, è il terzo uomo di Stato d'Europa—con lord Palmerston e l'Imperator Napoleone. La perdita di questo uomo, nelle circostanze attuali, sarebbe, per l'Italia, una sventura irreparabile. La forza del conte di Cavour non è nei suoi principii; egli non ne ha alcuno d'inesorabilmente determinato. Ma egli ha uno scopo, uno scopo fisso, netto, la di cui grandezza avrebbe data la vertigine a tutt'altro uomo—dieci anni fa—quello cioè di formare un'Italia una ed indipendente. Gli uomini, i mezzi, le circostanze, gli sono stati, gli sono tuttora indifferenti. Egli cammina diritto, sempre saldo, sovente solo, sacrificando i suoi amici, le sue simpatie, qualche volta il suo cuore, spesso la coscienza. Nulla gli è duro. La pieghevolezza del suo spirito è maravigliosa. Egli indovina tutto, e raramente s'inganna, non già sulla verità, ma sul successo dell'opera. Egli riunisce la solidità di calcolo del temperamento inglese, con quel genio politico senza scrupoli, senza idealismo, sovente senza generosità, del carattere italiano. Il conte di Cavour è un tratto di unione tra sir Robert Peel e Macchiavello. Egli ha qualche cosa di bizantino: l'astuzia, la logica fina, il risultato sempre reale anche nel paradosso. Leggete le sue note diplomatiche. Egli è impossibile di aver ragione, ed anche di avere torto, con un scintillamento di argomenti più solidi, più urgenti, che vi prendono alla gola con la loro eloquenza. Se ne resta colpiti ed abbacinati—e sovente convinti.
Il conte di Cavour, il quale sventuratamente non ha sempre lo ingegno d'indovinare gli uomini, ha sempre quello d'indovinare una situazione, e più ancora, d'indovinare il lato possibile di una situazione. Ed è questa maravigliosa facoltà che ha contribuito a formare l'Italia di oggidì. Ministro di una potenza di quarto ordine, egli non poteva creare le situazioni, come l'Imperatore Napoleone, nè appoggiarsi ad una grande forza nazionale, come lord Palmerston.
Il conte di Cavour doveva trovare una fessura nell'addentellato della politica europea, e guizzarvi dentro, ed appiattarvisi, e praticarvi una mina, cagionarvi un'esplosione. Ed è per questo modo ch'egli vinse l'Austria e si assicurò l'ajuto della Francia e dell'Inghilterra. Ove altri uomini di Stato avrebbero rinculato, il conte di Cavour si gittò testa in giù, dopo avere scandagliato il precipizio ed aver calcolato perfino i profitti della caduta. La spedizione di Crimea, la sua attitudine al Congresso di Parigi, la cessione di Nizza, l'invasione degli Stati pontificii nell'ultimo autunno sono state la conseguenza della vigorosa tempra del suo spirito.
Ecco in breve l'uomo della politica straniera. Egli è forte, egli è al livello della situazione, degli uomini del suo tempo e dei tempi.
L'uomo della politica interna è meno completo; meno finito. Il signor di Cavour possiede la conoscenza generale degli affari; egli ha delle idee larghe, molto liberali, niente complicate; ma egli manca dell'abilità pratica della messa in scena. Inoltre, egli ha sovente la mano infelice nella scelta degli uomini. Testimone, la serie di agenti ch'egli ha spediti nell'Italia meridionale—il signor Nigra compreso ed il Principe di Carignano. Il conte di Cavour si sente al disopra del dettaglio, il quale è nondimeno importante nell'amministrazione, ed è questo il lato vulnerabile della sua politica; perchè, negli affari stranieri, alcuno non contesta la sua superiorità.
Evvi ancora un altro punto che urta talvolta nella condotta del conte di Cavour—ed è la sua personalità. Cavour si conosce, egli conosce la gente che lo attornia; la stima poco, forse punto, ed ha il torto di farglielo sentire. E' non tollera eguali, non essendo abituato ad incontrarne molti. Quantunque egli tocca, deve piegare, deve rassegnarsi a vedersi manipolato, pètri, da questa mano potente. Il Re stesso ne subisce il magnetismo, ne freme, ne è geloso e tenta invano di ribellarsi. Ora chi non consente a lasciarsi assorbire dal conte di Cavour, si classifica, senza transazione, tra i suoi nemici, o per meglio dire tra i suoi avversarj—perocchè il conte di Cavour sa portare il broncio, conservar per un tempo il rancore; odiare no.
Arrogasi a ciò le sue maniere brusche, brevi, poco curevoli dell'altrui suscettività, il sorriso sarcastico cristalizzato sulla sua faccia; l'abitudine di dare degli ordini, il suo portamento e le sue fattezze borghesi, le quali non lasciano alcuna probabilità al successo neppur delle sue cortesie, delle sue piaggerie verso coloro che vuole rabbonire, inzuccherare, amadouer! Si aggiunga la sua parola spezzata ed imbarazzata; la sua voce acre e metallica che male affetta la prima volta; il suo gesto petulante, brusco, saccadè, e voi completerete l'uomo, il quale vi attira poco, quando non gli siete legato per altri vincoli.
Il conte di Cavour si tiene in Parlamento assolutamente come se la sinistra non esistesse, come se egli fosse nel suo salone, in mezzo dei suoi famigliari—sopratutto quando si annoja. Egli parla, egli ride, egli petulantemente volta le spalle ai suoi colleghi, egli si accoccola, sbadiglia, tormenta il velluto della tavola con il suo tagliacarte, fa degli epigrammi;…. se avesse le abitudini americane, metterebbe i piedi sul bureau! Egli non vede là che la maggioranza, vale a dire, degli amici fedeli—dei confidenti.
Il conte di Cavour non è un oratore nel senso francese, egli lo è piuttosto nel senso inglese. Egli ha la parola difficile, perocchè e' non vuol dire una parola di troppo, una parola la quale non abbia la portata ch'egli vuol darle. Egli non parla per la Camera, ma per l'Europa. Egli ha un ragionamento serrato, sostanziale, lucido; tocca il cuore della quistione; e se non ha sempre ragione, egli non cade mai nella trivialità e nei nonsensi.
Conchiudo.-Il diplomatico è un gigante; l'amministratore, mediocre; l'uomo, un antitesi. Con lui non si resta giammai in un'attitudine indeterminata: gli si ubbidisce o gli si addiviene ribelle. E' non lascia menarsi dai suoi amici, non conta i suoi amici. È il pensiero d'Italia, all'estero; all'interno, ne è il cuore. Egli è l'anima sempre del Gabinetto, che in lui s'identifica, s'illusa, direbbe Dante.
Parlerò della sua politica attuale quando avrò abbozzati, a passo di carica, i suoi sette colleghi.
Quando io pubblicai il giudizio su riferito, i miei amici della sinistra mi lanciarono l'anatema, e poco mancò ch'e' non mi dessero dell'apostata. Io fui considerato come un adulatore. Cavour me ne ringraziò. Due mesi dopo, il grande ministro moriva. E l'Europa intera, e l'Italia come un sol uomo mi davano ragione. Gli avvenimenti che sono sopravenuti hanno confermate le mie appreziazioni.
Si può, in questo momento, misurare un lembo, calcolare un lato dell'opera del conte di Cavour. Basta ravvicinare i due estremi: donde partì, vale a dire, e dove fermò il suo passo, colpito dalla morte.
Egli trovò il Piemonte—dopo Novara!—egli lascia l'Italia—dopo il Volturno e Gaeta.
Quantunque è stato fatto nell'intervallo, è stata opera sua, o egli ajutando. Egli ha sempre marciato in avanti; ed anche allorquando seguì al rimorchio gli avvenimenti che lo soverchiarono, anche quando lasciossi scappare l'iniziativa, la sua parte di secondo ordine non era che apparente. Un dubbio gravita ora sulla sua tomba. Volle egli l'Italia una, ovvero un gran Piemonte—un regno d'Italia del Nord—o tutta la Penisola indipendente?
Io credo che la concezione dell'Italia una non gli venne che dopo l'annessione della Romagna. Innanzi a Roma—quantunque indifferente in materia religiosa—in faccia del papa, cui egli credeva più grande in realità nel mondo, più radicato nell'anima dei popoli, il conte di Cavour si arrestava, non già sbalordito o atterrito, ma dubbioso. La sua mano provava un'involontaria convulsione stendendosi alla tiara—o al triregno. Per tutto il resto, e' procedè di un passo sicuro. In politica, e' fu giuocatore avveduto. La sua messa contro l'Austria, era la ruina dell'Austria stessa—se dessa avesse vinto. Imperciocchè, stendendo la sua potenza sulla Penisola intera, l'Europa sarebbesi allarmata di tanto formidabile dominio. Ed il conte di Cavour non aveva a temere che l'Austria. Ed egli aveva conquistato l'appoggio della Francia e dell'Inghilterra.
Il conte di Cavour lasciò la sua opera interminata. La sua morte ha forse anche ritardato il compimento di quest'opera. Ma forse altresì egli è morto a tempo per sè stesso. Egli avrebbe dovuto fare dei sagrifizi, ai quali il suo cuore avrebbe ripugnato, e cui la sua ragione, il suo calcolo di uomo di Stato avrebbero consigliati e sanzionati. La natura del suo ingegno, la tempra della sua mente, erano meno propri a questo periodo di persistenza, di ostinazione, di raideur, nel quale è entrata la quistione italiana—meno proprii che al periodo precedente, nel quale bisognava lottare, provocare, intrigare, mettere in sussulto l'Europa, gittare l'allarme, creare le difficoltà, tirar partito di una forza che l'Italia non aveva allora, e che è negletta oggidì.
L'eredità ch'egli ha lasciata non è imbrogliata, ma la gestione n'è difficile. Egli aveva messo in movimento l'energia italiana sotto tutte le sue forme—una parte per agire di concerto con lui, una parte per resistergli. Tutte le file gruppate nella sua mano rispondevano ad una delle funzioni della vita italiana. Lui morto, una specie di paralisi ha invaso il corpo sociale della Penisola. Si è creduto perfino inutile di resistere, di attaccare il potere. L'Italia si fa; ma forse più per gli errori dei suoi nemici che per l'iniziativa ed il concorso dei suoi amici. Vivente Cavour era l'inverso.
Il posto vuoto ch'egli ha lasciato resta inoccupato tuttavia. Le linee ch'egli aveva tracciate sono religiosamente seguite; ma il pensiero che poteva modificarle, dar loro la vita, farle deviare onde evitare un ostacolo, quel pensiero non è più—-non lo lasciò in eredità ad alcuno. Si traducono le sue idee liberamente—ma esse cominciano già a non essere più dell'epoca nostra. Sono la storia.
La potenza del genio del conte di Cavour si riassume in questo: che egli indovinò l'anima della nazione, e, forte di quest'appoggio morale e latente, plenipotenziario dell'Italia possibile—vale a dire dell'Italia del popolo—egli agì nel mondo officiale e la fece sentire all'Europa, non quale era, ma quale poteva essere. Piemontese, il conte di Cavour applicò tutte le risorse del suo spirito per vendicare la rotta di Novara. Italiano, egli si servì dello spirito rivoluzionario—tradizionale in Italia—per compiere la più grande opera di conservazione che si sia fatta dopo il congresso di Munster—il principio della ponderazione dell'Europa sulla base delle frontiere naturali.
Non si conosce ancora tutta l'estensione e la profondità dell'opera del conte di Cavour, perchè quest'opera, essendo stata in gran parte una cospirazione di tutte le ore, e dovunque, ed in tutto, l'epoca delle rivelazioni non è ancora arrivata. Ma io credo che quest'opera è stata immensa, avuto conto dell'intensità e dell'attività del suo spirito. Egli fu il nostro Pitt. Ed io sarei quasi per dire, più grande che lui—perocchè egli ebbe la costanza, la tenacità, la fissità dello scopo, l'implacabilità dell'odio contro il nemico del suo paese, come l'immenso uomo di Stato dell'Inghilterra, ed ebbe in più a lottare contro l'esiguità dei mezzi di cui appena poteva disporre l'Italia. Pitt agitava e rimoveva con una leva che chiamavasi la Gran Bretagna; Cavour con un pezzo di cuneo che chiamasi Piemonte. Ma come Pitt, egli usò di quella dittatura irresponsabile di cui l'avevano investito il suo re ed il suo paese—ed il risultato ch'egli ne ottenne fu cento volte più grandioso. Pitt abbattè un uomo; Cavour creò una nazione!
Io mi arresto. L'ora di comprendere il conte di Cavour e di valutare la sua parte non è ancora sonato.
III.
Cavour riassume in sè stesso il Gabinetto.—Minghetti prima di esser ministro.—Ministro e dopo.—Fanti.—Della Rovere.—Peruzzi.—Cassinis.—Il ministro amabile ed il suo a latere signor Niutta.—De Sanctis.—Una parola della politica del Gabinetto.
Torino, 6 maggio 1861.
Il Ministero dunque è il conte di Cavour. L'Europa lo sa: noi lo sappiamo. I membri del Consiglio non sono uomini politici. Ciò avrebbe potuto cagionare degli stiracchiamenti, imbarazzare la marcia del conte di Cavour; e quest'uomo di Stato non si crea mica degli ostacoli inutili, i membri del Gabinetto sono degli uomini d'affari, la di cui personalità, per considerevole ch'esser possa, non potrà giammai provocare un dualismo, funesto in questo momento all'Italia.
La politica italiana—qualunque essa si sia—è tutta di un pezzo. Un sol uomo l'ha concepita, un sol uomo la mena, ed egli ha la confidenza dell'Europa. Il conte di Cavour è investito della dittatura dalla maggioranza legale della nazione, ed il Re stesso, il quale è probabilmente italiano altrettanto che Cavour—vi si rassegna—con più o meno di buona grazia—e ne raccoglie candidamente i frutti.
L'individuo, nondimeno, lo più spiccato nel Consiglio, dopo il presidente, è il signor Minghetti, ministro dell'interno. Il signor Minghetti, bolognese, ha 48 anni; è alto, biondo, ha fisionomia mobile, ha maniere cortesi. Egli fece la sua apparizione nel mondo politico sotto la protezione del signor Berti-Pichat, presidente della società agricola delle Romagne. Ei si applicò agli studi economici, e pubblicò un libro commendevole, intitolato Saggi di economia politica. Poi, nel 1847, egli fu dei più vigorosi collaboratori del Felsineo, giornale mellifluo che predicava la dottrina di Gioberti e di Pellegrino Rossi. Poco dopò il signor Minghetti si recò a Roma, attirato dall'ambizione e dalla sua confidenza nelle velleità di riforma manifestate da Pio IX, ed il Santo, padre lo nominò, in effetto, ministro dei lavori pubblici nel suo primo ministero laico. L'illusione calmata, Minghetti, in divisa di guardia nazionale, si portò, in compagnia di monsignor Corboli-Bussi, inviato di Pio IX, al quartier generale di Carlo Alberto, il quale combatteva allora l'Austria. Il conte Martini coprì il signor Minghetti della sua benevolenza, e questo Commissario del Governo provvisorio di Milano ottenne dal re che il suo protetto fosse decorato della croce di S. Maurizio e nominato capitano. Il re consentì; il Minghetti fece la campagna con bravura.
Dopo la disfatta dell'esercito sardo, il signor Minghetti ritornò a Bologna, riprese i suoi studi, ed insegnò anzi in particolare le dottrine economiche e quelle del diritto. Al Congresso di Parigi il conte di Cavour aveva bisogno di un uomo, il quale conoscesse in tutte le sue minuzie quella calamità che chiamasi governo pontificio. Farini propose Minghetti, e questi andò a Parigi in qualità di segretario particolare del conte di Cavour. Alla chiusura del Congresso, non potendo senza pericolo far ritorno a Bologna, Minghetti viaggiò in Francia, in Inghilterra, ed andò perfino in Egitto, attiratovi, dicesi, non dal desiderio di contemplar le Piramidi ed i loro quaranta secoli, ma da due piccoli bei piedi e da un crinolino. Un anno dopo ritornò. Il conte di Cavour lo ritenne a Torino e lo nominò segretario generale agli affari stranieri. Dopo la pace di Villafranca, Minghetti si dimise col suo protettore e si restituì novellamente a Bologna. Vi fu nominato presidente dell'Assemblea Costituente, nel settembre 1859; poi ministro; infine deputato al Parlamento di Torino. Egli esordì con un discorso eloquentissimo in favore della cessione di Nizza e Savoja. Infine, s'ebbe il portafogli dell'interno, quando il signor Farina, ahi lasso! preferì di andare a troneggiare a Napoli, ove egli doveva perdere la sua rinomanza e guadagnar l'itterizia.
Il signor Minghetti è ambizioso: egli farà il suo cammino. Egli è largamente liberale—se tuttavia è qualche cosa—perocchè egli è tutto con tutti—eccetto austriaco ed oltremontano—avvegnacchè alcuno non contesti ch'egli sia cattolico a doppia fodera. Minghetti ha sfiorate tutte le dottrine—da Melchiorre Gioja a Rosmini, da Balbo a Gioberti. Egli è l'uomo ad impressioni vive, artista nella forma. È il primo legislatore italiano che abbia scritte delle leggi in lingua italiana pura—senza eccettuarne il Mamiani ed i ministri toscani, che vennero poi, ed oggi sono. Il signor Minghetti ha la parola soffice, la frase ben congegnata, la voce armonica, ma cadenzata; le idee sobrie, ma chiare; la percezione viva. Egli è affabile. Assiduo al lavoro e facile. È senza sussiego (morgue), insinuante, conciliativo, atto a comprender tutto ed a comprender subito. Quando una questione lo imbarazza, egli la evita con una promessa o una professione di fede di liberalismo generale. Minghetti adora il futuro. Raramente ei risponde che ha fatto o che è in via di fare: ei farà! Egli non mette alcun amor proprio nelle sue concezioni. Aveva presentata una legge, per molti tratti commendevole, sull'organamento amministrativo delle comuni e delle provincie, ove aveva infiltrato dentro un'idea un po' sua—quella delle regioni. La Camera non vuole udirne a parlare. Minghetti non se ne picca, non vi si attacca con affetto paterno: la sagrifica come una trovatella—e conserva il portafogli. Egli è l'oratore del Ministero.
Però, la sua abnegazione non gli valse gran che. Due mesi dopo dovette uscire dal Gabinetto. In realtà, egli si era impegolato al portafogli; ma i ministri toscani pretesero che Minghetti si fosse abbarbicato alle sue famose regioni, ne fecero ressa, arroventarono la stampa, e gli consigliarono amichevolmente di andare a respirare l'aria salutare dei colli natii. Il colpo fu brusco. Minghetti ne è divenuto più calvo e più stupefatto, n'è smagrito. Mi si dice ancora—quasi che ciò mi facesse caldo o freddo—ch'egli è perfino annojato del bel sesso. Io so, al contrario, che è tornato dal suo viaggio di Londra cotto di lord Palmerston, che non vide, di Gobden, a cui scrisse una lettera—e di una mezza dozzina di quelle miss che passeggiano la sera in Regent-Street, all'uscita del ballo di Argyle-Room. Il signor Minghetti è ritornato alla Camera.—e si è rassegnato a sostituire alla vice-presidenza quel povero grand'uomo mancato di Poerio—cui ci è impossibile sostituire con grande giubilo della Camera. Quando Poerio presiede, noi siamo in carnevale!
Minghetti si è assiso tra gli imbronciati del terzo partito. Ma egli appoggia apertamente il Gabinetto. In segreto, Dio solo conosce i ripieghi dell'anima, poetica del signor Minghetti. Perocchè l'ex-ministro è poeta, poeta a volontà, e scrive con l'estro stesso e con la stessa leggiadria un inno alla Vergine ed una canzonetta un po' brilla a Micheletta. Nelle riunioni della maggioranza il signor Minghetti sostiene la parte di moderatore. E non ha parlato alla Camera che una volta sola, dopo la sua caduta, e fu per difendersi con un'indignazione che fece senso, contro l'imputazione di aver violato il segreto delle lettere.
E' non si mette in rango per un nuovo Gabinetto: si lascia negghiosamente portare, cullare dalla brezza dell'opinione pubblica, la quale lo dà come uno dei depositari dei segreti del conte di Cavour—che li portò tutti nella tomba! Non importa: depositario o no, il signor Minghetti aspira agli affari stranieri ed al titolo di marchese. I conti cominciarono a diventar troppo numerosi. E mi assicurano i suoi elettori di Bologna, e le ballerine del Teatro Regio, ch'egli studia ora il greco ed il turco, onde non far passare i suoi segreti sugli affari ottomani a traverso di un dragomanno. Egli ha in serbo del nuovo. Negli uffici, l'onorevole ex-ministro spande a josa la luce della sua sperienza sulle giovani capacità. E' forma degli uomini di Stato. Ah! perchè non apparteniamo anche noi all'ufficio del signor Minghetti! Ci raccomanderemo a Massari, nel prossimo sorteggio.
Il signor Minghetti sarà certamente ministro dì nuovo. Egli ha fatto conservare il suo uniforme nella canfora, onde strapparlo alla stupida voracità del tempo e delle tarle. Noi ne parliamo dunque con riguardo—perocchè noi rispettiamo sempre l'autorità ed il suo prestigio. Questa volta però, l'onorevole vice-presidente si guarderà bene di ritornare con delle regioni—e riprenderà gli sproni e lo scudiscio—sagrificati ingratamente al dolore della caduta. Minghetti aspira adesso alle legioni, come più popolari. Noi gli auguriamo un presto arrivo. L'Europa lo attende; i begli spiriti e le miss di Argyle Room lo sollecitano.
L'altro ministro cospicuo del Consiglio, a causa del suo posto, è il generale Fanti, il quale accampa sul portafogli della guerra.
Fanti rivenne dalla guerra di Spagna capitano e un po' mazziniano. Il Governo provvisorio di Milano lo nominò colonnello delle milizie lombarde. Dopo Custoza, e' si mostrò poco riverente verso Carlo-Alberto e poco entusiasta della casa di Savoia. Egli segnò, col signor Restelli, un libello in questo senso. Nondimeno e' si ritirò a Torino quando Radeztki riprese Milano, ed entrò al servizio del Piemonte. Dopo il disastro di Novara lo si pretese implicato nell'infelice processo di Ramorino: ma il generale Lamarmora riconobbe la falsità di questa insinuazione, e la sventò. Fanti fece la campagna di Crimea, poi quella del 1859. Egli fu inviato quindi nell'Italia centrale, onde organizzarvi l'esercito. Ed è da quell'epoca che data la sua ostilità con Garibaldi. Fanti però agiva di concerto col re e col conte di Cavour, e loro organi erano Cosenz e Malenchini, i quali vedevano il tentativo su Roma, cui mirava Garibaldi, per lo meno prematuro.
Il general Fanti fece poscia la campagna dell'Umbria, la quale, quantunque materialmente, brillantemente comandata dal generale Cialdini, fu concepita e tracciata da Fanti. Lo si dice forte in strategia, ed in generale assai istrutto nelle scienze militari. Io ho inteso perfino attribuirgli la prima idea di quella conversione di fronte che portò l'esercito francese dal Po sul Ticino. Qualunque sia però la sua capacità, gliela si contesta, a cagione del suo carattere troppo brusco, troppo secco—cassant. Egli parla male, poco, sempre di un tono irritato. Egli è severissimo—ma non senza predilezioni. Si lascia dominare dalle antipatie per certo, se sa talora resistere alle simpatie. Gli si rimproverano, in una parola, numerosi torti, e gravi e funesti, che io non m'incarico nè di assolvere nè di contestare. Però non gli si tiene conto di un merito supremo.
Il generale Lamarmora aveva organizzato un magnifico esercito piemontese: il general Fanti ha creato l'esercito italiano. Egli gli ha dato lo stampo, lo spirito di corpo, l'orgoglio, la coscienza del suo valore; lo ha preparato alla vittoria. Perocchè vincere, gli è conoscersi.
Fanti non osa, perchè egli vuol essere sicuro di ciò che fa. È uomo di principii: è convinto. Poi è uomo onesto, come tutti gli uomini di Stato del Piemonte, del resto. È la sua mancanza di audacia che lo fa sembrare testardo, e che risveglia intorno a lui tanti odii e tanta collera. Fanti è il solo che osasse resistere al conte di Cavour. Il re non lo ama ma lo stima.
Il general Fanti ha lasciato anch'esso il portafogli per ritornare alle delizie dell'in disponibilità presso del Ministero. Si assicura ch'egli lasciasse le cose della guerra in grave scompiglio, anzi in completo disordine. Io diffido di questi rumori. Il generale Fanti ha dei nemici implacabili—l'esercito dei volontarii—ingrati! e l'ex-esercito dei Borboni—ingiusti! Con ciò, fosse anch'egli un Carnet, ve lo si darà irremissibilmente come un imbecille. Il general Fanti, rientrato in Senato, vi fa la sua siesta, attendendo il ritorno del sorriso della fortuna—la guerra ed il portafogli.
Per il momento, il suo posto è occupato da Della Rovere-Pascià. Pascià e mezzo se vi piace! Egli non lo sarà mai quanto le circostanze lo esigono. Della Rovere continua l'opera iniziata dal Fanti, senza tamburi nè trombette, e lascia guaire chi guaisce, gridare chi strepita. E' non mi sembra un uomo imbarazzato dalla moltiplicità delle idee: ma ciò che egli sa, ciò che egli vede, è netto e chiaro. Io non ho veduto mai un uomo parlare con più sicurezza, con più convincimento. Sembra che sputi oracoli. Egli non svolge la difficoltà, non colora nulla. Accetta la responsabilità del suo fatto, testa alta, petto scoverto. Non mi pare inoltre entusiasta della libertà; preferisce la disciplina—e della buona specie! Lo si acclama come amministratore abile—ma non audace. Continua, non riforma. Sa, non inventa. Però, come si confonde sovente la parola di amministratore con quella di burocratico, io mi riservo giudicarlo a quando vedremo il nostro esercito in faccia del quadrilatero. Io stimo la scienza del rapporto, cui si qualifica sovente per la scienza amministrativa, meno che un zolfanello bruciato, meno che una mozione dell'onorevole Baldacchini, un frizzo di De-Cesare, o il sapere politico dell'onorevole Ciccone. Malgrado ciò, lo confesso, io confido nel signor Della Rovere—il discendente di Giulio II, come ebbe a dire un giorno il poetico Bertolami—che non sa adulare!
Della Rovere non è fanfaron: non promette che con riserva: vuota il fondo del suo pensiero con franchezza, quando lo costringono a parlare. Di frasi, punto. Serio, altiero, impassibile, con una figura che respira l'autocrazia—forse la durezza—tutto d'un pezzo, sobrio di parole, come un uomo che conosce il valore del tempo e che non ne ha mica a sciupare, un po' pesante, ciò che augumenta la severità del suo portamento…. il signor Della Rovere, ne sono persuaso, farà l'esercito italiano, il quale deve compiere la redenzione della patria. Egli lo farà in un anno piuttosto che in sei mesi, non importa; ma lo farà. E, che è meglio ancora, egli ne comprende la missione. Egli ha sviluppatissimo l'organo, la bozza che deve principalmente avere un ministro pei tempi che corrono, e nella situazione in cui trovasi l'Italia, voglio dire la bozza dell'autorità, l'organo della coscienza delle sue funzioni. Egli parla di queste come S. Michele arcangelo—come il papa! Egli ha inoltre del carattere, ciò che concorda a maraviglia col Ricasoli e Menabrea. Solamente, quest'ultimo ed il Della Rovere hanno più pronunziata la peccaminosa tenerezza dell'egemonia piemontese.. Tutto calcolato, l'uscita di Della Rovere dal Ministero della guerra sarebbe molto rimpiangevole—quando anco dovesse essere il general Lamarmora che lo rimpiazzi: e forse sopratutto allora! Della Rovere non ha idee esclusive—nè idee sue a far trionfare, come Lamarmora!
Il ministro dei lavori pubblici, come lo sanno i lontani ed i vicini, è quella gentile volpetta del commendatore Peruzzi—che non ha bisogno di esser creato conte per decreto reale. La savonette à vilain non ha nulla a lavorare nel suo blasone. Peruzzi rappresentava nel Consiglio—ciò che Ferrari chiamava la federazione ministeriale—la Toscana prima che la Toscana invadesse il Consiglio. Egli uscì dalla scuola delle miniere di Parigi nel 1842-43. Nel 1848 fu gonfaloniere di Firenze e lavorò callidamente contro il governo del Guerrazzi per sollecitare il ritorno del Granduca—il quale, come Pio IX, si era rifugiato nelle pacifiche casematte di Gaeta. Malgrado ciò, dopo la ristaurazione, non volendo esser complice della reazione austriaca, Peruzzi dette la sua demissione. Allora la Compagnia delle Ferrovie di Livorno lo nominò suo direttore, funzione che fu esercitata con universale soddisfazione. Peruzzi prese parte alla pubblicazione della Biblioteca civile, inspirata dal colonnello Malenchini, col concorso dei signori Ricasoli, Ridolfi, Galeotti, Corsi—tutti deputati oggidì. Questa biblioteca, come tutti sanno, aveva per iscopo di formare gli spiriti ed indirizzare l'opinione pubblica all'idea dell'unità italiana, sotto la casa di Savoja.
Nel 1859 il bravo, l'infaticabile Malenchini si recò da Livorno a Firenze per spingere l'esercito toscano a quel pronunciamento che decise il Granduca a lasciar la Toscana. Peruzzi fe' parte del Governo provvisorio, il quale prese le redini dello Stato dopo il 29 aprile. Venti giorni dopo, Peruzzi ritornava alla direzione delle ferrovie, e dopo la guerra; quando l'annessione della Toscana era contestata in Europa, Peruzzi fu mandato a Parigi da Ricasoli.
Peruzzi ha pubblicate parecchie brochures e lavorato in tutte le commissioni per le ferrovie italiane Spirito facile, ma moderato e flessibile, Peruzzi ha traversate tutte le tempeste della rivoluzione italiana senza mai dare in secco nè correr fortuna. Egli è una specialità distintissima, non un uomo politico. Ha nelle sue mani un istrumento potente, di cui si serve con circospezione, non negli uomini ma nella cosa—voglio dire il portafogli dei pubblici lavori. Ha paura della foga americana, non del puff degli Americani. Preferisce i sistemi misti, le compagnie ajutate, sovvenzionate, o assicurate dallo Stato. La necessità e gli errori lo hanno ridotto al lavoro diretto dello Stato stesso. Lo abbiamo veduto per un pezzo parlare, cercare, promettere—e lo ingegno pronto e la franchezza del promettere mai non gli fallano—poi agire. Ma qui comincian le dolenti note.
Peruzzi partorì di un colpo, la concessione di tutta la rete ferroviaria dell'Italia centrale e meridionale—ed altro ancora. Egli non ismentì punto la sua mirabile facilità nel negoziato degli affari. Ma egli ha completamente fallito—fiasco su tutta la linea! Egli ebbe cattiva fortuna. Egli ha sciupato i danari dello Stato con una prodigalità furiosa—ma giammai ministro non produsse risultati più minimi—relativamente, ben inteso, alla larghezza delle promesse ed all'altezza delle aspettative. Tutte le Compagnie con le quali trattò, a delle condizioni ruinose per far presto, ed aveva ragione di ciò volere, gli si sono spezzate fra le mani. La parola infedeltà ha ulcerato, a torto forse, il suo secretario generale. La sconfidenza nel successo accompagna ora, malgrado tutto, qualunque suo progetto. Lo si dà inoltre come federalista, o regionista, ciò che torna allo stesso. I suoi colleghi lo dicono difficile, mauvais coucheur, direbbero i Francesi, ciò che ci affligge mediocrissimamente, perocchè coloro che ciò dicono—non lo vogliono punto. Peruzzi è l'intelligenza la più acuta del Consiglio. Egli ha la concezione vasta, ma gli manca, come finito, il tutto dell'attuazione. Egli difende il fatto suo con abilità, con fierezza, sovente con verve: ma ciò che egli difende con più ingegno, è raramente stemmato del suggello del giusto e del vero. Egli ha il fiuto degli affari: gli manca la mano, il metodo. La perspicacia di decimare i ciarlatani—il puff. Egli ha il giudizio dell'opera sua; gliene manca la coscienza. Altri faranno probabilmente meno, ma con più economia; faranno men presto, ma meglio. Nondimeno, per esser giusti, bisogna soggiungere che il successore di Peruzzi, chiunque esso sia, troverà l'insieme dei lavori necessari all'Italia, in parte in atto, e quasi tutti iniziati con sentimento di sintesi oltre ogni dire rimarchevole. E' non avrà che ad addolcire le predilezioni ed emendare la precipitanza. Peruzzi è il principale pilastro del ministero Ricasoli: e se cade, non è per sempre. Peruzzi è uno degli uomini necessari all'Italia, come il Ricasoli.
Io dirò la stessa cosa di Bastogi loro compatriota—che che nella lotta delle passioni se ne pensi oggi in contrario. Il conte Bastogi è ministro delle finanze e banchiere a Livorno. Egli è stato banchiere di Mazzini e della casa di Lorena—a quegli dando, a questa prendendo e dando. Bastogi è guizzato fra tutti i partiti, impaziente di rappresentare una parte politica nella commedia sociale. E' cominciò da affari poco felici, ed è oggi cinque o sei volte milionario. Ma egli ha fatto la sua fortuna nobilmente, dando all'exploitation delle mine dell'isola d'Elba una estensione, alla quale il Governo toscano non seppe risolversi mai. Il Bastogi è divenuto inoltre, poco a poco, il principal azionario delle ferrovie della Toscana. Lo si dice abilissimo nelle operazioni di Banca e nel maneggio degl'imprestiti—restando sempre un perfetto galantuomo! L'imprestito del 1860 fecegli dono di una corona di conte—e, vuolsi, di uno scapito di parecchie centinaia di mille lire! Bastogi parla bene, con slancio, con spirito, e talvolta anche con lirismo. È versato nelle teorie economiche e nelle lettere italiane. Vien poco alla Camera. Ascolta come un angelo. Presenta bilancio su bilancio con ispaventevoli deficit, sotto ai quali soccomberà—se soccomberà—avendo avuto l'abilità di cader ritto su i piedi anche dopo la deplorevole riescita dell'ultimo prestito. Bastogi ha una stella propizia. Un fiasco gli dà un blasone. Dopo, la sua fisonomia si è meglio disegnata.
Come finanziero, egli ha presentato al Parlamento un plesso di leggi nelle quali, malgrado l'inesorabile voracità del fisco, traspira che colui il quale le ha proposte s'inspira a principii economici, elevati e liberi. Bastogi ha una concezione sintetica ch'egli sviluppa per gradi, e di cui si apprezzerà l'insieme quando coronerà l'edificio con la legge della percezione. Per il momento, vi si sente un lavoro di bozze che deve essere mondato e raffinato, semplificato, abbellito, armonizzato forse in tutte le sue parti. Ma il ministro gitta dei fondamenti e va di fretta. Le canne del tesoro sono divaricate. Bastogi mira a dotare il nostro regno di un sistema finanziero, per quanto può italiano—-se i balzelli hanno patria. Io dubito che vi riesca. Le finanze sono cosmopolite. Ed il signor banchiere livornese non ha l'ardimento di romperla con le tradizioni ed abordare, nelle imposte, un sistema radicale; nell'amministrazione, la semplificazione. Bastogi non sa far agire la grande leva del credito pubblico—creare qualche cosa dal nulla—moltiplicare come Cristo i pesci ed i pani. Dieci, nelle sue mani, saranno tutto al più cento, ma non mai mille, diecimila, un milione.
Come ministro, il signor Bastogi ha tenuto con grande convenienza il suo posto. Attaccato, non ha rinculato e si è difeso con destrezza, con ingegno, con franchezza, seminando il suo dire d'entusiasmo e di epigrammi, a cui non mancano nè il fiele nè la punta. Ma il signor Bastogi ignora la scienza del dettaglio. Egli è liberale ed italiano. Ha lo spirito coltivato, facile, morbido, proclive all'esaltamento. Il carattere troppo toscano: le maniere gentili. Non sembra ambizioso. Nondimeno, cadendo, egli si rileverà, e più presto che non se lo aspettano coloro che lo scalzano. Ai saggi degli altri, Bastogi verrà di nuovo ad apportare le correzioni della sua sperienza. Il suo predecessore gli aveva legato il caos piemontese; egli lega il caos italiano: ma egli lo lega di una maniera vitale ed organizzabile. Lo si giudicherà meglio sul budget unico dell'Italia, che prepara—e che avrà forse il tempo di presentare.
Il più grazioso fra i ministri è il signor Cassinis, ministro di grazia e giustizia. Quest'uomo amabile, avvocato distinto, parlatore fluente, ha sempre il sorriso sulle labbra. Egli è il solo ministro che non s'impazienti mai delle interpellazioni e delle interruzioni. Egli sorride sempre, e non manca mai di risorse e di cortesia. Brofferio e Mellana gli fanno passare dei tristi quarti d'ora: nondimeno egli non perde giammai il suo buon umore, la sua facilità di rispondere ed il suo sangue freddo—ciò che avviene talvolta a Cavour. Il signor Cassinis non si è neppure piccato che lo abbiano fiancheggiato di un a latere, senza pretesto.
Vi è in effetto un guarda-sigilli in partibus—non si sa perchè—il senatore napoletano Niutta.
Questo pover'uomo rimuove le mie viscere di pietà. È muto come un pesce. A Napoli, nel 1849, segnò la petizione per l'abolizione della Costituzione. Servì Ferdinando e Francesco II—credo anche Francesco I, Ora è co-ministro. Egli arriva alla Camera tutto ritto, raso come la mano, ammiccando, vestito completamente di nero. Lo si vede ogni giorno—esatto come la campana del refettorio dei frati, arrivare ad un'ora e mezzo, assidersi all'estremità della tavola ministeriale, stecchito sulla colonna vertebrale, le mani su i ginocchi, tenersi sul lembo della sedia, il cappello sulle coscie, non osando giammai volgere lo sguardo dal lato sinistro, per paura di restarne pietrifidato, come la moglie di Loth. Fino alle quattro, il signor senatore sta impassibile, immobile. Alle quattro solamente egli comincia a rimuoversi un tantino—alle quattro e mezzo si muove affatto e va a beccarsi un risotto o dar la caccia alle crestaie ed alle contesse dei portici di Po. Un giorno Mellana parlava. Il signor Niutta approvava furiosamente della testa. Il De Sanctis, suo vicino ordinario, lo guarda con un aggrottare di indicibile indignazione: quel caro signor Niutta…. dormiva! Lo si dice un singolar giureconsulto ed uomo a buoni consigli nell'elaborazione del nuovo codice italiano. Ora egli è ritornato nella notte, donde lo avevano ritirato per azzardo. Requiescat!
Infine, il ministro dell'istruzione pubblica, signor De Sanctis, è un altro napoletano. Egli era, è forse ancora, filologo di sapere molto mediocre. Dava qui in Torino, nell'esiglio, delle lezioni di letteratura con un certo successo, quando ottenne di andare ad occupare una cattedra a Zurigo. Dopo la rivoluzione del 60—permettete che la onori di questo nome—De Sanctis ritornò a Napoli all'insegnamento della gramatica. Garibaldi, che aveva preso l'abitudine a far dei miracoli, lo nominò governatore di una provincia, poi consigliere d'istruzione pubblica. De Sanctis restò a questo posto nove giorni, e fece più egli in quelle poche ore che tutti i suoi successori in nove mesi. È vero che questi successori si chiamarono Piria, Ciccone, Imbriani, vale a dire il consumè dell'impotenza e dell'incapacità! De Sanctis ha pubblicato alcuni articoli di critica, che dicono commendevoli. Esordì alla Camera con un discorso abile, molto bene assaporato, ed applaudito sopra tutto dalla sinistra. Era una sposizione di motivi veramente liberale. Fu il solo suo discorso. Di poi, è stato infelicissimo e pretenzioso. E l'ultima volta, testè, che parlò, fece pietà. Si smarrì, perdè il filo dell'orazione mandata a memoria, bevve acqua zuccherata ad annegarvisi, prese fiato, si lamentò del cicalio della Camera, del muover delle carte, del vento, del ganimede che gli portava la bibita…. fu lagrimevole!
De Sanctis sa di politica quanto gli uscieri della Camera. Lo si era preso per dare nel Ministero un individuo di Napoli; e basta dire che lo propose Poerio. Si mostrò da prima attivo, fornito di buona volontà, avvegnachè debole—uomo infine da fare e da voler fare. Egli ha ingannato completamente, radicalmente ogni aspettativa. Il fuoco fatuo del suo debuto si è estinto miseramente nella confusione, nel disordine, nel ridicolo. Men che un commesso, egli ha brancolato nel vuoto; e quando ha voluto dar segno di vita, non ha fatto che offuscare i qualche sprazzi di luce dei suoi segretari generali, per gelosia o per intelligenza, non so. Fino a che il signor Quintino Sella tenne il timone del suo ministero, De Sanctis non dette nelle sirti melensamente. Dipoi, io non mi vidi mai miseria al di sotto di questa miseria, orgoglio al di sopra di questo orgoglio. Attaccato come una piattola, scusino i miei leggitori, al Gabinetto Ricasoli, il quale non può demolire una pietra senza rovesciare l'intero edilìzio, De Sanctis si è immelmato al suo posto, tollerato perchè la responsabilità del Gabinetto tutto lo copre, perchè la maggioranza sostiene il Gabinetto in blocco, e perchè egli rappresenta l'elemento napoletano e burbanza un'ostilità, molto gustata dalla sinistra, contro l'egemonia piemontese. Del resto, egli non è nulla. Egli non ha saputo neppur demolire l'edifizio sì poco organico del conte Casati e del conte Mamiani. Cadendo, De Sanctis non sarà nè compianto nè desiderato da chicchessia—neppur dai qualche parassiti ch'oggi dinanzi lo piaggiano, di dietro lo scherniscono. E' cadrà per sempre, e noi saremo a domandarci ancora, come mai De Sanctis abbia potuto esser ministro? Ma i portafogli hanno la loro stella come i processi! Come uomo, De Sanctis è probo e galantuomo. Solo il peso del potere lo ha reso ebete.
Ecco gli uomini che circondano il conte di Cavour. Sono degli atomi, ai quali il nobile conte dà un impulso e che gravitano intorno a lui con un movimento cieco, obbedendo alla sua attrazione.
Ora, quale è la politica del giorno del conte di Cavour?
Essa si riassume in una parola: aspettare!
Il conte di Cavour ha assunta la divisa di Guglielmo di Grange: Je maintiendrai!
L'Italia si trova oggi in presenza di due fatti: completarsi, unificarsi.
Per compiersi, bisogna che la ricuperi Roma e Venezia. Ma la bandiera francese tutela Roma—e questa bandiera la si può allontanare, non abbattere. Il conte di Cavour spera allontanarla con la pressione di una forza morale, che il tempo solo da.
La quistione veneta è ormai una quistione europea. L'Italia non può affrontarla sola, nè risolverla, per ora con le uniche sue forze; perocchè l'Italia è ancora convalescente, viene appena di levarsi da un sepolcro di quindici secoli. Bisogna dunque, innanzi tutto, avere un esercito e degli alleati. Per raggiungere questo resultato, non si saprebbe spiegar abbastanza di pazienza, di fermezza, di astuzia.
In fatto di politica straniera, agli occhi del conte di Cavour, aspettare gli è riuscire.
Nella politica interna tutte le forze governative debbono convergere ad assimilare, ad unificare. Quest'opera non s'improvvisa, sopra tutto non si precipita, senza di che non si farebbe mica un edifizio, ma un rappezzato.
Dunque? attendere!
Ecco la parola d'ordine del Governo italiano.
Parlando del terzo partito e della sinistra dirò ciò che si rimprovera al programma del conte di Cavour. Per il momento, io non giudico, io non discuto neppure—io espongo.
————
Il conte di Cavour morto, il Gabinetto non gli sopravisse. Il barone Natoli naufragò al Senato, poi approdò aggradevolmente e leggermente ad una Prefettura, di cui fa sua delizia. Cassinis ritornò onorevolmente al suo banco di deputato—sempre lo stesso, molto stimabile e molto stimato. I ministri toscani, perchè toscani, si attaccarono alla fortuna ed al vascello del barone Ricasoli. De Sanctis, non essendo nulla, accettò Ricasoli come avrebbe accettato, che so io? il Kan di Tartaria! La politica inaugurata dal conte Cavour, senza benefizio d'inventario, almeno in apparenza, servì di paviglione al nuovo Gabinetto.
IV.
Urbano Ratazzi.—Un po' di biografia.—Non è l'antitesi di
Cavour.—Sue idee politiche.—Segretari.—Massari, Zanardelli,
Galeoni, Negrotti, Mischi, Tenca.
Torino, 10 maggio 1861.
Veniamo ora al signor Ratazzi.
Vi domando innanzi tutto il permesso di tratteggiare in qualche linee la sua biografia. Il commendatore Ratazzi non è conosciuto in Francia e nel resto di Europa, è poco conosciuto nelle nuove provincie d'Italia—e nondimeno, il suo nome è quello che s'incontra lo più sovente. Il signor Urbano Ratazzi è di Alessandria, dove nacque nel 1808, di una famiglia conosciutissima nel foro e sufficientemente ricca. Fu avvocato a Casale. La sua entrata nella vita politica data dal 1847, quando egli riuniva in casa sua il Comitato agricolo, il quale mischiando alle quistioni dei concimi la quistione della libertà e dell'indipendenza, spiaceva tanto al governo di Carlo-Alberto—detto il martire oggi, allora il rinnegato.
Nel 1848, la città d'Alessandria mandò il Ratazzi al Parlamento. Egli vi si tenne a parte nei primi tempi. Sia tattica, sia istinto di osservazione, Ratazzi volle conoscere di quali elementi si componesse la Camera e fino a qual punto potevasi contare sur essa. Egli aveva preso il suo partito fin dal primo giorno. Si mostrò però in tutto il suo essere il 23 maggio, quando la Camera fu chiamata a discutere sulla fusione della Lombardia col Piemonte. Ratazzi domandò una Camera Costituente, la libertà assoluta della stampa, e l'armamento generale della guardia nazionale. Tenne testa, per dieci giorni, al conte di Cavour, il quale non ne voleva mica tanto. Ma le idee del Ratazzi furono adottate a mezzo, ed il Gabinetto essendosi rimpastato, egli entrò nella nuova combinazione con Casati, Ricci e Pareto.
Dopo la disfatta di Custoza, il Ministero cadde, ed il Gabinetto conservatore del signor Pinelli rivenne a galla. La sua vita però non fu lunga. Battuto sulla legge della pubblica istruzione, Pinelli dette la sua demissione, ed il re riprese un Ministero detto democratico, nel quale Ratazzi occupò da prima il portafoglio della giustizia, poi quello dell'interno. Il suo primo atto fu una circolare ai vescovi, con la quale li minacciava di farli arrestar tutti, se continuassero a predicare ed a far pastorali contro la libertà. Il suo atto il più importante però fu la resistenza che oppose all'abate Gioberti, presidente del Consiglio, il quale voleva occupar la Toscana e gli Stati pontificii colle truppe piemontesi. Egli dette la sua demissione.
L'abate Gioberti, venendo a spiegare dinanzi la Camera la ragione di questa demissione, volle dissimularne la natura e l'importanza. Allora Ratazzi si alza, ed in un discorso magnifico ne rileva il carattere e tutta la gravezza. L'abate lasciasi andare ad uno scoppio di collera, ed una scena incredibile succede; imperciocchè l'abate Gioberti—questo pregiudizio nazionale—passava allora, e passa ancora oggidì, per il tipo dell'elevatezza e della somma scienza italiana. Gioberti dà la sua demissione. Ratazzi l'aveva già data; ma egli resta finalmente padrone della situazione e riprende il portafoglio.
Il 12 marzo 1849, spinto dagli avvenimenti, soccombendo alla pressione di tutta l'Italia in fuoco, Ratazzi sale alla tribuna onde annunziare che l'ora della riscossa era sonata. Era il rintocco che doveva finire con la funebre campana di Novara! Dopo questo disastro d'Italia, Ratazzi si dimette di nuovo. Nel 1852, avendo sempre conservato la direzione della sinistra, egli appoggiò il conte di Cavour. Ma egli respingeva la legge, la quale voleva restringere la libertà della stampa. Bisognò intendersi, perchè le circostanze erano gravi e la pace del Regno correva pericoli—minacciata dagli autori facinorosi del colpo di Stato di Parigi. Ne seguì ciò che chiamossi connubio, o più famigliarmente una coalizione; in sè un compromesso. Ratazzi fu nominato presidente della Camera, ed indi a poco ministro della giustizia. Nel 1856 Ratazzi presentò la legge per l'abolizione dei conventi. Restò agli affari fino al 1857, epoca nella quale amministrava l'interno.
Voi vi ricorderete il guazzabuglio che Mazzini provocò a Genova—in seguito alla spedizione di Pisacane nel Regno di Napoli. Cavour voleva usare misure eccezionali: Ratazzi non consentì di uscire dalla legalità. L'opinione pubblica ed il Parlamento—senza contare la Francia—sostennero Cavour; il signor Ratazzi si ritirò—e restò capo della sinistra fino alla pace di Villafranca.
Il re era investito dei poteri eccezionali conferitigli al romper della guerra. Il commendatore Ratazzi, avendo raccolta l'eredità di Cavour, si servì di questa autorità dittatoriale per pubblicare quella serie di leggi organiche, le quali reggono tuttavia il Regno d'Italia, Leggi poco simpatiche, troppo municipali, poco chiare, scritte in uno stile da curia, confuse, non attagliate all'indole italiana, con un senso autocratico altrettanto più inesplicabile che esse furono attinte a quelle del Belgio e ci furono attagliate da un uomo di un'intelligenza elevata e che passa per il porta stendardo della democrazia italiana. Non avendo però voluto segnare l'atto della cessione di Nizza e Savoia, non avendo osato accettare l'annessione del centro, bisognò che Ratazzi cedesse novellamente il suo posto al conte di Cavour.
Ora Ratazzi è di nuovo presidente della Camera. Il conte di Cavour lo fece portare al seggio dai suoi; e la sinistra, troppo semplice, non comprese il tranello e dette dentro all'impannata. La sinistra presentava alla Camera un presidente uscito dal suo seno, ma perdeva il suo capo—vale a dire, si annullava. Oggi la sinistra è un composto di briccioli potentemente vividi, vivamente accentuati, ma senza nesso, senza legami. Il Parlamento ha guadagnato un presidente rimarchevole, sopra tutto giusto, che afferra la quistione al volo, che la espone con chiarezza, con precisione, che riassume, che distingue, che espone con uno ingegno superiore; ma, lo ripeto, l'opposizione è restata un corpo senz'anima, o, se meglio vi aggrada, un'anima errante alla ricerca di una incarnazione.
Il commendatore Ratazzi non è l'antitesi del conte di Cavour, come per avventura lo si potrebhe credere—egli ne è semplicemente il finito. Il conte di Cavour è uno statista a viste generali, altissime: il commendatore Ratazzi conosce a fondo il Piemonte, un poco l'Italia, niente l'Europa. Cavour è economista e diplomatico innanzi tutto: Ratazzi è giurista ed amministratore. Cavour mira al fatto, mira allo scopo: Ratazzi si trinciera nel dritto, nella legalità, nello Statuto; ed il più grande risultato del mondo non lo tenta, fuori dei principii. Cavour allega la questione nazionale avanti la questione politica, la questione politica avanti la costituzionale, Ratazzi vede la legge innanzi tutto, poi viene il resto, se questa non è vulnerata. Il conte di Cavour osa e rischia: il commendatore Ratazzi si avventura poco. Cavour si preoccupa della forza, Ratazzi della libertà. Non già che questi sia di molto più liberale, più democratico, più rivoluzionario che quegli; ma l'uno fa buon mercato della forma onde assicurare il fondo: l'altro opina che la forma, il metodo, abbiano su tutto queste cose un'influenza capitale.
Quando vi darò il programma del terzo partito voi vedrete che la differenza tra i due capi politici dell'Italia non è poi un abisso. Non consiste che nella differenza del punto di appoggio, cui Ratazzi cerca unicamente all'interno, ed il conte di Cavour domanda all'Europa.
Il signor Ratazzi è un parlatore abile, facile, ma orbo di quello scintillìo che affascina negli oratori francesi. Ed io comincio a credere che la nostra lingua, troppo solenne, e lingua morta, ci trascini in sfere troppo astratte, o ci ritiene in parlantine un certo che pretenziose. Ma il Ratazzi è un atleta nella discussione. Nulla resiste alla forza della sua logica, alla carica dei suoi argomenti. E' vede del primo sguardo il nodo della quistione, vi si attacca, e non missura cutem nisi plena cruoris hirudo! non la lascia che non l'abbia sviscerata, svolta a fondo. La sua lingua è pura e chiara; la sua voce debole, ma insinuante. Ratazzi è il tipo della probità politica in Italia. E' non ebbe mai deliquii, ciò che l'imperatore Napoleone chiamò défaillances. Se ha perduto un po' della foga dei suoi primi anni di liberalismo, bisogna dire ch'egli non ha nemmen rinculato. Si vede non pertanto ch'egli carezza ancora qualche velleità municipale e che crede all'efficacia del principio d'autorità applicato largamente, non alla politica, ma all'amministrazione, Ratazzi è timido, forse a causa della sua mancanza di sperienza nella vita dei popoli. Qualche anno di viaggi e di fregarsi con gli uomini di Stato di Europa l'innalzerebbero di cento cubiti. Non basta sapere—ed e' sa molto—bisogna vedere e toccare. Malgrado ciò, nella sua carriera parlamentare Ratazzi ha avuto dei momenti di una splendida fermezza, di un coraggio che nulla seppe scuotere, sia contro il conte di Revel, sia contro il Gioberti, sia contro il signor Costa de Beauregard ed il conte di Cavour. E il commendatore Ratazzi che fece cacciar i canonici dalla Camera. Il re, che cominciò per non poterlo soffrire, l'ama oggidì e l'onora moltissimo.
Arcades ambo! ambo soavemente teneri dell'egemonia piemontese!
Ratazzi ha le maniere aristocratiche e cortesi. Sempre gentile, sempre benevolo e affabile.
Egli ha dei principii e delle idee fisse. Pendeva un dì, prima dell'ultimo suo viaggio a Parigi, più verso l'Inghilterra che verso la Francia. La Francia era per lui l'incognito. Egli aveva più fede nell'iniziativa dei popoli che nell'impulso esteriore. Ora queste credenze si sono in lui un cotal poco alterate. Ha subito il fascino della Sirena, che chiamasi Parigi. Ratazzi è il ministro dei tempi normali, se è solo: col conte di Cavour, ed anche col barone Ricasoli, e' sarà sempre il benvenuto—perchè allora egli è l'equilibrio, l'armonia. Ratazzi ha il tutto amministrativo. Egli ha inoltre del cuore e della coscienza—ciò che in politica non è poi sempre di troppo. È perseverante, severo, imparziale—nè manca di scaltrezza. Quantunque un po' fantastico, la sua opposizione non esce mai dai limiti, non è mai nè grossolana, nè personale: combatte le idee, i principii. Egli è il più sapiente strategista parlamentare della Camera—con il signor Mellana ed il conte di Cavour. È abile, e nel fondo sempre un poco avvocato. E' manifestò questo tatto fino dal suo esordire, quando spinse nel precipizio il suo rivale Pinelli—vi correva di già assai bene coi propri piedi. E fu allora che il Ratazzi sposò l'Italia—chi sa? forse al treiziéme, come dicevasi a Parigi quando i rioni della città non erano che dodici. Ratazzi è oggidì partigiano del progresso lento, ma continuo—ovvero, conservatore progressista. Parlando del terzo partito, completerò il suo ritratto col programma del partito suo. Però debbo aggiungere, che dopo il suo ritorno da Parigi, il commendatore Ratazzi è tutt'altro uomo. Non si vede il sultano delle Tuileries impunemente, se non si hanno coscienza, principii, propositi, interessi determinati e considerazione di sè altissima—tutto di bronzo. Ratazzi è tornato partigiano ad ogni costo dell'alleanza francese. Egli ha assunto la parte difficilissima di moderatore—parte che avrebbe consunto innanzi l'ora lo stesso Cavour, se questi non si fosse di tempo in tempo ritemperato con dei colpi di audacia, con delle risorse di genio, ma disperate, alle quali l'onestà e la prudenza del signor Ratazzi non si piegheranno mai di ricorrere. Ratazzi andrà al potere prestissimo—prima forse che questo libro venga alla luce. Che ci pensi bene. Se egli non deve essere altro che un changement de relais del barone Ricasoli, è un uomo perduto. E' non puote aspirare alle grandi missioni politiche: la constituzione organica della sua mente vi si oppone. Può essere un benefico amministratore, se vorrà persuadersi che l'amministrazione migliore è la più semplice.
Ora, due parole su i segretari della Camera.
Il signor Zanardelli; di Brescia, fu, nel 1848, uno degli agitatori dell'Università di Pavia ed uno degli attori della rivoluzione lombarda. Prese il fucile e si trovò con quella colonna di volontari la quale, a Rezzato, fece prigioniero un corpo di Austriaci marciando su Brescia in rivolta. Zanardelli s'incorporò in seguito nel battaglione di Brescia, che si battè nel Tirolo e sì trovò al combattimento di Castel-Toblin. Poscia entrò nel battaglione degli studenti inviato al blocco di Mantova. Il signor Zanardelli restò quindi sempre sulla breccia, dopo la rioccupazione austriaca della Lombardia, scrivendo libri, articoli di statistica, di economia politica, di politica e di diritto, e pagando di nuovo, nel 1858 e 1859, di sua persona, onde cacciare la dominazione straniera d'Italia. Il signor Zanardelli appartiene all'opposizione moderata, e si è mostrato instruito ed abile oratore tutte le volte che, in gravi questioni giuridiche o economiche, ha presa la parola.
Il signor Massari è cavaliere di parecchi ordini, e fra non guari commendatore. E perchè no, se lo è Spaventa? Egli ha ingegno, non ha carattere fiero e restio, è servizievole al di là che non glielo chieggano—ond'è che è desso il meno rimunerato dei servitori del Governo. Lo stesso Cavour, che usava senza scrupoli di questa sorta di favoriti, fu piuttosto ingrato. Massari fu scudiero di Balbo, poi d'Azeglio, poi di Gioberti, poi di Cavour, oggi di Ricasoli, domani di Ratazzi…. Egli è, egli sarà…. sempre abile, mai disonesto. Ha mente colta, ma alla superficie; parla con facilità ed aggiustatezza di linguaggio, ha modi che variano a seconda del partner con cui ha a fare—dal monello al cortigiano. È l'uomo lo più calunniato tra i mestatori della politica governativa, ma in verità egli è cento volte migliore della sua rinomanza—e, comparato ad altri della consorteria, un modello.
Il terzo segretario è il signor Galeotti, pubblicista toscano distintissimo. Egli fu uno dei più attivi in mezzo a quella schiera eletta di Toscani che contribuirono, con l'azione, l'esempio ed i loro scritti, nel disegno di rigenerare la dinastia di Lorena—quantunque austriaca. Fu per un momento autonomista; ma l'avvento dei Toscani al potere ed alla direzione d'Italia l'ha corretto. Intelligentissimo di cose amministrative, molto colto, parla con abbondanza e con grazia, più negli uffici però che nella Camera. È modesto e grave. Egli ha pubblicato parecchie opere e libercoli, tra cui eccellono quello sull'Organizzamento municipale, quello intitolato Considerazioni politiche sulla Toscana, ed una memoria piena di erudizione su Marsilio Ficino e la sua scuola. Egli è stato di tutte le assemblee della Toscana e del Piemonte, dopo l'annessione.
Non posso parlare in disteso di tutti i segretarii: accenno. Il marchese Mischi fu ministro a Parma, poi nell'Emilia, poi mandato in Toscana per regolarvi le cose di finanze, quando l'Italia Centrale pareva fondersi. Prima del 1859 il signor Mischi visse lontano dalla politica: dopo vi si tuffò intero; ed è uomo consideratissimo, a causa della sua probità politica e del suo forte e sostanziale sapere in cose economiche, di diritto, e di amministrazione. È eccessivamente timido, onde è che non parla nella Camera: ma negli Uffici sparge molto lume su tutte le quistioni in discussione. Dico lo stesso del suo collega signor marchese Negrotti.
Mi arresto un minuto sul signor Tenca, sesto segretario. Egli fece la sua apparizione nel mondo di una maniera alquanto bizzarra. Egli amava, come si ama a venti anni, una crestaja di Milano, che lo teneva in distanza. Il signor Tenca, dandy caparbio, la perseguitava. Un giorno e' le tenne alle calcagna, e l'incalzò tanto con propositi, con promesse, con attestati di affetto, e forse con sonetti, che la restia donnina si rifugiò nel Duomo. Ed il signor Tenca dietro. Egli avanza, egli rimugina, egli fiuta in tutti gli spigoli; quella si caccia in un confessionale, e questi dentro con lei. Figuratevi! la damigella grida: la polizia arriva; e la polizia austriaca, non sapendo nulla di queste storie di galanteria e di amore, mette le branche sul giovanotto e lo trascina giù pel Corso, in pieno passeggio. Vedendo questo giovane elegante, tutto azzimato ed attillato, in mezzo agli sbirri, ognuno ne prende conto: e saputasi l'avventura e la ragione dell'arresto, la metà di Milano—vale a dire le donne—sposano il suo partito.
Così lanciato in pastura all'attenzione pubblica, il signor Tenca cominciò a scrivere un giornale di mode. I suoi articoli, vivi e forbiti, furono distinti. Passò alla Rivista Europea, ove i suoi articoli di critica lo misero ancora più in evidenza. Allora intraprese, per suo conto, un giornale letterario e politico, il Crepuscolo, ove, più di una volta, stuzzicò i nervi della polizia austriaca. L'imperatore Francesco Giuseppe arriva a Milano nel 1856, ed il signor Tenca, il quale aveva di già rinunciato alla Redazione del Giornale Ufficiale, nel 1848, per essere indipendente, ricusa netto di annunziare l'arrivo di Sua Maestà. Il giornale è soppresso. Il signor Tenca è scrittore colorito ed elegante. In critica, non manca di viste nuove ed argute. Alla Camera non parla. Appartiene a quell'eletta di giovani lombardi che formano la chiesa della Perseveranza.
Parlerò degli altri e dei questori più giù. Adesso sono stanco.
V.
Terzo partito.—Suo programma.—Suoi capi.—Lamarmora.—Carriera di questi.—Depretis, Pepoli.—Loro figura.—Partigiani.—Capriolo. —Berti-Pichat…. ed altri.—Carattere di questo partito.—Situazione e sua espressione.
Torino, 19 maggio 1860 e 20 febbraio 1861.
Il terzo partito è una frazione della sinistra; esso stesso frazionato in quattro gradazioni di colore diverso. Contrariamente alla natura delle cose miste, le quali in generale non sono nè carne nè pesce, il terzo partito vuol essere ad una volta pesce e carne. Esso non vuole rendersi impossibile, se l'occasione si presenta, di andare al potere col conte di Cavour o col barone Ricasoli; e nel caso opposto, esso vuol tenersi pronto per tutti gli avvenimenti.
Il programma del terzo partito non differisce da quello del Gabinetto attuale—ossia del Gabinetto conservatore—che per dettagli di metodo e tempo, i quali non cangiano in nulla la fisonomia generale della politica.
Questo programma eccolo qui:
Il terzo partito desidera rimaneggiare l'Italia in grandi provincie—ad un dipresso le regioni di Minghetti, respinte quasi unanimemente dal Parlamento nei suoi uffici. Il terzo partito darebbe una grande autonomia alle comuni ed alle provincie—ciò che proponeva ad un dipresso il Gabinetto Cavour nelle leggi Minghetti non discusse nell'Assemblea, e ciò che farebbe altresì Ricasoli se non fossimo in tempi anormali.
Il terzo partito domanda un armamento militare nelle proporzioni che si convengono ad una grande nazione. Il general Fanti prima, oggi Della Rovere, lavorano a questo intento. Esso vuole una marina potente: gli è ciò che il conte di Cavour e poi il suo successore Menabrea mirano a fare senza tamburo e senza trombette. Il terzo partito darebbe inoltre un grande slancio alla mobilizzazione delle milizie nazionali. Il Parlamento si mostrò in ciò ben tiepido, forse timido, quando votò la legge Garibaldi su questo proposito: nè credo che il terzo partito lo troverebbe oggi più ardente.
Il terzo partito farebbe in modo di presentare sempre il budget a tempo, onde seriamente discuterlo prima di metterlo in atto. Nè il conte di Cavour, nè poscia il Ricasoli, si sono mai opposti a questa discussione dei bilanci: la difficoltà è di comporli tali che si bilancino davvero. Ed a questo proposito, il terzo partito assicura ch'esso andrebbe a rilento nell'imposizione di nuove tasse. Bisogna dire che la sarebbe questa una promessa squisitissima, se la si potesse tenere e realizzare—a meno che il terzo partito non abbia trovato il segreto dei famosi tre pesci e tre pani del Vangelo. A questa promessa stereotipa di tutti i Governi bisogna aggiungere quella di una grande impulsione a dare ai lavori pubblici, la prosperità dell'industria e del commercio, la vita a buon mercato…. ed il resto—che si può leggere nei programmi di tutti i ministri, di tutti i Governi—non escluso quello di Solouque e quello di Pio.
Il terzo partito non isdegna le alleanze; ma esso vuole una buona amicizia con tutti ed esser vassallo di nessuno. Ecco il programma di Depretis, uno dei capi principali del partito—programma che avrà probabilmente colorato ed accentuato un po' più, ora che passa per duce della sinistra.
Il marchese Pepoli vi aggiunge il suffragio universale e l'alleanza offensiva e difensiva con la Francia. Il generale Lamarmora ne toglie via il mobilizzamento della guardia cittadina. E Ratazzi addolcisce tutto ciò con quel tatto che danno la pratica e la comprensione degli affari.
Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto, che esso non è affatto rivoluzionario—grazie a Dio! Io vi ho indicato così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di questo partito.
Quanto al generale Lamarmora, l'ho nominato pro memoria, e l'ho classificato in questo partito, perchè esso se ne onora. Ma egli è stato ministro per nove anni con Cavour e lo sarebbe stato di nuovo all'indomani che il general Fanti lasciò il portafoglio della guerra, se Cavour si fosse trovato fra' vivi e glielo avesse proposto.
Il presidente della Camera sarebbe entrato anch'egli benissimo in una combinazione ministeriale con Cavour—chi sa? forse anche con Ricasoli—senza imporre loro, come si crede ingenuamente da troppo ingenui—senza imporre loro, dico, per forza la compagnia obbligata di Pepoli e Depretis—e questi signori l'imiterebbero senza dubbio, anche col sacrificio della Guardia mobile e del suffragio universale. La verità è questa qui. L'Italia è più rivoluzionaria che il Governo, essa è più in là con Ratazzi che in qua con Minghetti; ma gli uomini di questi partiti non hanno principii esclusivi e cederebbero alle convenienze della politica generale.
Il commendatore Ratazzi, il quale è il meno avanzato degli anzidetti tre uomini politici, sarebbe forse il più sostenuto, perchè egli sa che l'ora sua è inevitabilmente segnata ed egli non esordisce oggidì.
Il generale Alfonso Lamarmora non è che un soldato, e niente più che un buon soldato. La politica è per lui del chinese. Egli si è ravvicinato non ha guari all'Italia, come Ratazzi, a quell'Italia, che sino al 1859 essi consideravano, da bravi Piemontesi, come un delirio mazziniano, un'utopia infelice. Ora la s'intendono a meraviglia con la nuova venuta—dicesi!
Il generale Lamarmora fece la sua carriera senza favori. Uscito luogotenente dal collegio militare nel 1823, non fu nominato generale che nel 1848, dopo la guerra di Lombardia, in seguito della disfatta di Custoza. Lamarmora si era trovato agli affari di Monzambano, Borghetto, Taleggio, Peschiera, di guisa che era stato decorato di una medaglia in oro. Egli aveva eseguito quella magnifica diversione di Pastrengo, la quale cangiò in vittoria la disfatta dei Piemontesi.
Così si fanno i generali seri.
Paragonate queste lente, lunghe, difficili, stentate, contrastate promozioni con quelle di taluni dell'esercito meridionale, e comprenderete la repugnanza alla fusione che risente l'esercito regolare.
Ma Carlo Alberto non gradiva il generale Lamarmora, a causa delle riforme che questi introduceva nell'esercito—riforme lungamente studiate da lui in replicati viaggi traverso l'Europa ed in serie veglie. Lamarmora tenevasi e tiensi tuttavia al corrente di quantunque la scienza produce ed inventa. Egli comandò quel corpo di 15,000 Piemontesi, che il conte di Cavour mandò in Crimea e prese parte al bel combattimento della Tchernaia.
Nella campagna del 1859 Lamarmora s'ebbe una parte secondaria, non saprei proprio perchè, se non fosse ch'egli va considerato come un generale organizzatore ed amministratore, un ministro, piuttosto che un generale di strategia e di campi di battaglia. Egli è nondimeno sommamente bravo e possiede l'intera confidenza dell'esercito.
Il generale Lamarmora è venuto una sola volta in Parlamento per interpellarvi il ministro della guerra. Egli parlò come un soldato, ma con calore e sovente con spirito. E serratamente logico. Lo si dice liberale. Ad ogni modo, egli non oserebbe attentar mai allo Statuto, avvegnachè nella sua carriera ministeriale gli sia avvenuto più di una volta di seriamente vulnerarlo—per esempio nello affare delle fortificazioni di Casale, cui e' cominciò senza la previa autorizzazione del Parlamento.
Il generale Lamarmora ha due grandi meriti: egli ha speso parecchie centinaia di milioni per dotare il Piemonte di un superbo esercito e di un sistema di fortificazioni al livello dei tempi,—del paese e delle circostanze terribili nelle quali l'Italia si è trovata: ed è restato povero—o quasi tale! Inoltre, il generale Lamarmora appartiene alla scuola degli uomini politici d'Italia, i quali pensano che gli alleati sono ottimi, ma che il migliore alleato di una nazione è la nazione stessa—fare da sè. Egli non ama i volontari. Egli è poi inflessibile, corto, stecchito, dispotico—severo nella disciplina—ma giusto fin dove vede. Tutto calcolato, il generale Lamarmora sarebbe un acquisto per il terzo partito, se l'ex ed il futuro ministro della guerra consentissero ad entrare come un pezzo d'intarsio, a classificarsi in un partito qualunque. I militari guardano a lui e giurano nel suo nome. Lamarmora è amico del Ratazzi. Caldeggia l'egemonia piemontese. È ottimo amministratore—e sulla via del ministero.
Quanto al signor Depretis, egli sarà senza dubbio uno di questi dì ministro di qualche cosa—forse dei lavori pubblici o dell'agricoltura e commercio. Il conte di Cavour lo mandò governatore a Brescia. Garibaldi lo fece prodittatore a Palermo. Il Parlamento piemontese io aveva nominato vice-presidente. Lo si sa come capace amministratore, ma, manca completamente di audacia politica. Egli ha barcamenato, louvoyè, tra Cavour, Ratazzi, Garibaldi, oggi all'uno, domani all'altro, sempre per sè—perchè egli si sente l'animo di tenere redini di governo. Ne ha egli il tatto? In Sicilia ebbe il malo istinto di caldeggiare per l'annessione, desiderata a Torino come un'audacia politica, quando l'annessione non tornava graditissima a Garibaldi ed al partito radicale, quando l'annessione poteva essere fatale all'Italia—vale a dire, quando Francesco II era ancora sul trono di Napoli e quando Garibaldi non aveva ancora guadagnato la battaglia del Volturilo: Garibaldi non divise le idee di Depretis, in opposizione con Crispi, e ne accettò la demissione che andò ad offrirgli poscia a Caserta. A Torino il generale e Depretis si ravvicinarono, forse utilmente, perchè l'uomo politico temperò la foga intempestiva del lione di Caprera.
Ora Depretis si democratizza di più in più, onde assicurarsi la simpatia di taluni membri che ilotteggiano ancora tra il centro e l'estrema sinistra. Ed è presidente delle riunioni della sinistra, cui governerebbe abilmente se la fosse governabile. Egli è uomo d'ingegno. Parla giusto, ma senza scintillìo, forte su i precedenti parlamentari, sul dritto, sulla tattica dei partiti, conoscente a fondo gli affari. Depretis è un deputato utile, un capo dubbioso ed indeciso nelle grandi battaglie. I dettagli gli oscurano la vista delle grandi linee. Uomo di analisi più che di sintesi. Egli è, come ho detto, amministratore più capace che audace, volendo la costituzione in certi limiti, non troppo radicali, l'Italia nei suoi confini naturali, una libertà ben ordinata e regolata, un'autorità forte, ma non troppo centralizzata. Egli tiensi, in una parola, due passi innanzi di Ratazzi, uno indietro a Pepoli—il quarto capo della quarta gradazione di tinta del terzo partito. Ed io vi dico capi, perchè li si credono tali, avvegnacchè io mi conosca nella Camera più di un onorevole, il quale parla dei suoi, e nondimeno io non mi abbia mai veduto ombra di questi suoi. Poerio per esempio!
Il marchese Gioachino Pepoli fece la sua apparizione nel mondo politico con un buon libro sulle finanze del Governo pontificio—un colpo di fulmine che gittò la dirotta e lo scompiglio nella consorteria del cardinale Antonelli. Pepoli fu quindi membro della Costituente delle Romagne; poi ministro delle finanze dell'Emilia, quindi commissario regio nell'Umbria, ove spiegò un vero ingegno amministrativo. Egli è stato il solo in mezzo a quel nugolo di luogotenenti, prodittatori, dittatori, consiglieri, governatori e segretari generali spediti nelle provincie conquistate, annesse o datesi, il solissimo che siasi davvero rivelato. Egli è stato il solo che abbia fatto qualche cosa, e sopra tutto fatto a proposito. Se avessero operato altrettanto in Sicilia ed a Napoli, non si avrebbero adesso a deplorare quegli stiracchiamenti, quei sobbalzi, quegli espedienti infelici che danno il mal di mare a quelle provincie.
Il marchese Popoli cova con amore il portafoglio delle finanze del Regno d'Italia, ed avrebbe finito per ottenerlo anche col conte di Cavour, il quale non era al postutto un diavolo così tristo e così intrattabile come lo si avrebbe voluto far credere. Pepoli professa oggi dei principii che lambiscono quasi il radicale, come tutti i pretendenti. Ma, nel fondo, è egli forse così sensatamente conservatore come Ratazzi e Cavour. La mercanzia dei tre è la stessa; la bandiera che la copre spiega colori più o meno brillanti. Questa è del resto la storia di tutti i Governi parlamentari—dir rosso quando si aspira, e bianco quando si è arrivati.
Il marchese Pepoli si è mostrato oratore in tre o quattro discorsi capitali che ha pronunziati al Parlamento—senza spanto inutile, ma sobrio, sodo, autorevole, pieno di fatti e sempre liberale. Certo egli sa fare manovrare le cifre con rara intelligenza, a giudicarlo dai parlari e dagli articoli di giornali che vengongli attribuiti. Ma egli non sembrami di una tempra bene aggressiva—neppur provocato. Non lo si direbbe, su questo rapporto, il nipote del re Murat.
Gli affigliati principali del terzo partito sono il signor Capriolo, segretario di Ratazzi, quasi suo aiutante di campo, spirito colto, ma senza audacia, molto addentro in cose amministrative, ma allacciato dalla rutina, tenero dell'egemonia piemontese, ma onesto e leale; buono ed aggiustato parlatore. Egli è l'espressione repressa del presidente del Consiglio. Segue Berti-Pichat, uno dei veterani della stampa e dei liberali d'Italia, democratico più di ognuno del suo partito, conoscitore perfetto di scienze economiche e scienze morali, non nuovo in amministrazione; il barone Bianchi, il signor Bertea, il Regnoli, Biancheri, Borella, Casaletto, Audinot, Pietro Mazza—tutti uomini distintissimi, autorevoli, culti, ben parlanti e forniti d'idee pratiche, non che altri.—Questi hanno ispirazioni più larghe che quelle del Gabinetto attuale, perchè essi hanno un istinto più vago della situazione e della natura delle cose. Tutte le nuances di questo partito comprendono, per ora, una trentina o poco più di membri, i quali non prendono l'iniziativa d'una riforma o di un cangiamento, ma che oppongono una certa inerzia alla politica del conte di Cavour o del barone Ricasoli. Gli è un non possumus non motivato. Ora, perchè l'opposizione abbia un valore ed una forza, bisogna che sia franca e recisa; bisogna che miri alle cose più che alle persone; bisogna che abbia uno scopo chiaro; che abbia non solamente dei capi, ma dei soldati; che la si comprenda, che la s'intenda, che abbia un piano, un metodo di attacco, una conoscenza fina e sicura delle forze del nemico; che mostri dell'audacia; che abbia un fondo, una riserva, dei coups de Jarnac ancora, che si parli de ses enfants perdus…. e che so altro?
Ebbene, il terzo partito non possiede nulla di tutto ciò—eccetto un capo eminente—il commendatore Ratazzi, il quale li copre tutti dell'autorità del suo nome. I partigiani di questa frazione della sinistra sono certamente dogli uomini rimarchevoli, come individui, che hanno fatto le loro armi nelle lettere, nelle scienze, nelle lotte delle rivoluzioni, nelle zuffe degli articoli della stampa. Essi rappresentano tutti delle brillanti molecole dell'anima e del cuore d'Italia; ma, collettivamente, le loro forze sono paralizzate dalla mancanza di carattere politico. Essi dubitano di sè stessi e del principio della rivoluzione che si lusingano rappresentare. Essi si credono democratici. Dio santo! democratici di carta dipinta!
Il terzo partito indebolisce l'estrema sinistra, da cui si distacca, e non rinforza il centro, cui respinge. Nè il conte di Cavour, nè il barone Ricasoli lo temono. È sospetto a tutti, come ambizioso: è ambizioso, ma impotente: è impotente, ma orgogliosamente dottrinario. Il terzo partito era per il conte di Cavour il guardaroba dei suoi uniformi nuovi. Quando egli voleva far la corte all'Italia, egli si addobbava dì questi signori, ed i gonzoloni a gridare: Viva il conte! il conte progredisce! Per il barone Ricasoli poi, il terzo partito è un serraglio di fiere addimesticate in mezzo a cui si deciderà un giorno ad entrare e dire al lione: petit, doune moi ta patte! e dire al tigre: drôle, salue moi donc!
Ma non ci arrestiamo alle apparenze: scaviamo il fondo.
L'Italia è donna ed esce da una rivoluzione—o, per meglio dire, mette giù la sopraveste della rivoluzione. Le rivoluzioni consumano prontamente. Ed ecco perchè io diceva più innanzi, in qualche parte, che la situazione degli spiriti nel Regno italiano è favorevole al terzo partito—che questo partito esprimeva forse la superficie dell'Italia d'oggidì. Si vuole il nuovo, non il diverso. Ebbene, il terzo partito è forse alla vigilia di arrivare. Se il conte Cavour avesse vissuto, egli avrebbe vestito il suo Ratazzi e si saria separato dai suoi, i quali gli sariano corsi dietro gridando: E noi pure, babbo, noi pure! Ricasoli rompe con loro in apparenza, per un momento—giusto il tempo che gli occorre per provvedere la sua menagerie di belve egualmente ammansite, ma più giovani, più ben nudrite, con migliori zanne e più belle unghie, poi rivenir in fiera e dire al proprietario del serraglio del terzo partito: O fondiamo le bestie o ti divoro!
Ohimè! quanta gente vado io ad offendere con queste parole….
3 Marzo—Oggi sopratutto che questo partito è arrivato ed è al potere. Ma, hah!
VI.
Il barone Ricasoli.—Origine di sua famiglia.—Suo ritratto.—Un po' di biografia.—Sua amministrazione autocratica in Toscana.—Suo carattere.—Ministro.—Indole di questo Ministero.—Risultati.
Torino, 12 giugno 1861 e febbrajo 1862.
Il barone Ricasoli ha preso il posto del conte di Cavour. Io non dico che lo abbia rimpiazzato. Il conte di Cavour apparteneva a quella taglia di uomini che non si rimpiazzano dall'oggi all'indomani. Nondimeno, il barone Ricasoli costituisce un tipo di alto valore. L'uomo politico e l'artista sono attirati a studiare questa figura che, in un momento così solenne, si presenta nel mondo e viene a sostituirsi all'Atlante d'Italia.
L'origine della famiglia Ricasoli rimonta al più lontano medio-evo. Essa era lombarda. Alberto di Guido da Malapresa assunse il nome di Firidolfi al XII secolo. Raniero de' Firidolfi prese quello di Ricasoli, dal nome di un feudo, di cui fu investito da Federico I di Svevia. La storia di questa famiglia si confonde a quella sì piena di vicende e sì drammatica della repubblica fiorentina. Ora guelfi, ora ghibellini, questi guerriero, quello legato, quello priore della Repubblica, i Ricasoli rappresentarono sempre le prime parti nel loro paese. Qui è un vescovo che come inviato della Signoria va a Parigi a domandare l'estradizione di Strozzi, e porta all'uopo la fiala per avvelenarlo. Là è il primo Bettino Ricasoli, che è più caratteristico ancora. Io citerò questo aneddoto.
Verso la metà del XIV secolo, questo Bettino era ritornato vincitore dalle guerre di Romagna. Capitano del partito guelfo, si adoperava a fare allontanare dal Governo i ghibellini. Per ottenere la condanna di due membri di questo partito egli aveva parecchie volte, ma inutilmente, rimaneggiato il Consiglio dei Ventiquattro, il quale doveva approvare questo decreto. Lasso di pazienza, il barone Bettino lo convoca un giorno a palazzo, quindi ordina di chiudere le porte, e se ne fa portare le chiavi. Poi giura che alcuno non uscirà di quivi prima che il decreto di bando non fosse sanzionato. Il Consiglio resiste. Bellino presenta ventidue volte lo stesso decreto. Infine affamati, stanchi, nel mezzo della notte, i Ventiquattro cedono e passan la legge.
Il Bettino d'oggi non vi par desso fuso nello stesso stampo del
Bettino del XIV secolo?
Per comprendere questo strano tipo bisogna vederlo nel suo vecchio castello di Brolio. Quello è la cornice di questa figura di Holbein. Quel castello non è mica una ruina. Sembra fabbricato d'ieri, talmente è completo, instaurato in tutte le sue parti, studiato in tutti i suoi dettagli. Si direbbe, a vederlo, essersi in pieno XV secolo, alla vigilia di un assedio o di un assalto. Non una pietra che scaltrisi dai vecchi muri, i fossati: intatti e netti, non un anello irrugginito nelle catene dei ponti levatoi, non un chiodo che manchi ai ponti ed alla saracinesca. La sala d'armi dei suoi antenati è in ordine e le armature ne sono ricche e numerose. Ed il barone attuale, per provare che egli non è degenere, le indossa di tempo in tempo, in convegno di amici, e ne regge il peso senza soccombere. Se degli arcieri non vegliano più sulle torricelle del vecchio castello, dei terribili molossi ne guardano le porte. Poi vi si trova un'eccellente biblioteca e dei magnifici giardini. La domenica, il barone Bettino, come gli eroi di Walterscott, legge la preghiera nella grande sala del castello ai suoi contadini ed ai numerosi suoi domestici, ed il cappellano resta in piedi al suo fianco. Il barone sposò una nobile giovinetta della famiglia dei Bonaccorsi. A capo di nove anni, passati quasi sempre nel recinto del castello, questa graziosa castellana morì, lasciando un'unica figlia. Ed al letto di morte solamente fu dato ai parenti vederla. L'imperio misto di signor feudale e di patriarca, che il Ricasoli esercita sulla sua corte e su i suoi fittaiuoli, non ha più l'aria dei tempi nostri. Entrando a Brolio, si lascia il XIX secolo ai limitari. L'età mediana rivive, col conforto della nostrana, e la poesia di quei dì in cui si adoravano due poteri: la forza e la bellezza.
Lo spirito è colpito all'aspetto del barone Ricasoli. Si crederebbe risuscitato un ritratto di Alberto Durer o di Giorgione. Grande, magro, ritto, i capelli rossigni, i lineamenti pronunziati ed angolosi, l'occhio velato; sempre bottonato e inguantato; la faccia a punta, come quella del cardinale di Richelieu; la fronte alta, lucida, senza rughe, ampia; i movimenti subiti, bruschi, convulsi; impetuoso e sanguigno, e nondimeno freddo e degno; il passo lento, e nondimeno agitato come quello del tigre; la voce metallica, quantunque leggermente nasale, ma non disarmonica, nè spiacente; camminante dritto, ma dondolantesi; facile all'abordo, ma tenendosi in distanza per un certo non so che, che interdisce la dimestichezza, la confidenza, l'espansione del cuore…. il barone Ricasoli vi attira e respinge nel tempo stesso. Voi provate in faccia a lui un misto di trepidanza, di rispetto, di ammirazione e d'inquietudine. Il barone Ricasoli non ha età. Egli è un gentiluomo compito e di rara probità.
Fino al 1847, quando la vita italiana si risvegliò, il barone Bettino viaggiò, sovraneggiò nelle sue torri e nelle sue terre, ove si addisse all'agricoltura e scrisse talune memorie speciali. Egli fece dell'agricoltura—sola cosa che resta oggimai all'aristocrazia, la quale non possa più servire il suo paese con le armi, e disdegni servire le corti.—Fece dell'agricoltura per il progresso, per la scienza, per ammigliorare le sorti dei suoi vassalli. Il barone Ricasoli ottenne, per i suoi eccellenti vini di Chianti, una medaglia all'Esposizione di Parigi e la croce della Legione d'onore. Nel 1847 egli osò scrivere un Factum, ove espose al Granduca la difficile situazione della Toscana, e domandò delle istituzioni monarchiche secondo le convenienze dei tempi. Leopoldo II non se ne tenne mica per offeso, perocchè il diapason di quell'anno era molto più elevato che le istituzioni monarchiche. Vennero le difficoltà tra il duca di Modena, l'Austria e la Toscana, a proposito della cessione del Ducato di Luca. Leopoldo II, avendo scelto come arbitro Carlo Alberto, gli mandò il barone Ricasoli, il quale compiè la sua missione con successo. In questo frattempo la rivoluzione scoppiò.
Ricasoli fondò allora un giornale intitolato la Patria, con Salvaglieli e Lambruschini, in cui si addotto il programma: fuori i barbari. Il più spinto di tutti era il barone Ricasoli. Egli spiegò il suo programma unitario di una monarchia nazionale e dell'Italia affrancata dal papa e dall'Austria. Lo si trattò di utopista. Nondimeno egli non volle unirsi a Montanelli ed a Guerrazzi. Dette la sua demissione di gonfaloniere di Firenze, e declinò qualunque partecipazione al governo democratico. Ma fece parte della commissione governativa, la quale si formò poco dopo per richiamare il Granduca.
Ricasoli richiamava il principe: il principe tornò con gli Austriaci. Il fiero barone rimanda allora al Granduca la sua decorazione e va a seppellirsi nel suo castello di Brolio. Poi, come Leopoldo II sotto il pretesto di prosciugar le Maremme prosciugava le tasche dei suoi sudditi, il castellano di Brolio, volendo dargli una lezione, compra un distacco di questi stagni, si reca in Inghilterra, ove incetta delle macchine possenti, torna in Italia, si conduce sul sito con i suoi contadini, brava le spese e la febbre, e quei terreni sono fertilizzati.
Gli avvenimenti del 1859 arrivano.
Il partito dei moderati aveva redatto un libercolo, che era una dichiarazione di guerra alla casa di Lorena—l'Austria e la Toscana—ma non osava pubblicarlo. Si voleva, tutto al più, avventurare, un indirizzo e domandare delle riforme. Ricasoli respinge con disdegno questo mezzo termine. Aggiunge il suo nome a quello degli autori, ed il manifesto viene a luce. Il Granduca, sfidato, accetta il cartello e sollecita l'ajuto del suo esercito in frattanto che arrivassero i Tedeschi. L'esercito toscano fraternizza col popolo. Leopoldo II, ricordandosi la storia del 1848, sale in sedia da posta. Il popolo lo lascia partire, schierandosi in due ale, lungo la via, sul suo passaggio, e dicendogli addio, di un'aria beffarda. Il Granduca saluta serio serio, poi, alla frontiera, prendendo fiato e coraggio, risponde del medesimo tuono sardonico: A rivederci!
Il bravo principe! Ah! non è mancato certo da lui se non ha tenuto parola—nè dall'Imperatore dei Francesi—forse!
Il barone Bettino cominciò per essere ministro dell'interno del commissario del re Vittorio, il signor Buoncompagni. Egli conobbe probabilmente tutti i progetti che erano sul tappeto a quell'epoca. Fece accoglienze graziose ed oneste al quinto corpo di esercito, che occupò la Toscana, preparandosi di marciare su Mantova. Poi egli si mise a meditare l'articolo della convenzione di Villafranca, ove è detto: «I principi di Parma, di Modena e di Toscana saranno richiamati!»—Non sono io certo colui che li richiamerà giammai, dice il barone Ricasoli, ed i Toscani neppure!