BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
IL RE DEI RE
Stabil. tip. già Benietti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL'XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. III.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.
LIBRO QUINTO
IL 26 GENNAIO 1077.
I.
Tra duri monti alpestri
Ove di corso umano
Nessun vestigio si vedeva impresso,
Per sentier più silvestri
Giva correndo invano.
Chiabrera.
Tre mesi l'imperadore Enrico passò a Spira domestica e ritirata vita, confortato dalle amorevolezze della tenera Berta e dalle blandizie del suo figliuolo. E veramente di queste cure affettuose aveva bisogno per addolcire fino ad un certo segno le acerbità del suo cuore! Non che egli si fosse querelato troppo del pontefice, il quale, alzata bandiera contro di lui, così severamente l'aveva osteggiato. Erano corse presso a poco eguali rappresaglie fra loro; Gregorio, primeggiando la gerarchia ecclesiastica, era anch'esso sovrano e potente. Dolevasi della femminea mutabilità dei suoi vassalli, dell'ingratitudine dei principi che aveva stracarichi di ricchezze, di feudi, e di prove d'amicizia—e segnatamente di quel duca Rodolfo di Svevia a lui cognato e come primo sposo di sua sorella Matilde e come marito in seconde nozze di Adelaide sorella della regina Berta. Questi non aveva saputo resistere all'ambizione di scavalcare dal soglio Enrico, cedendo alle tentazioni lusinghiere di Gregorio, che a quella corona lo confortava aspirare. Si era perciò messo alla testa dei ribelli e non cessava dal muovere le torme contro lo sfortunato re, il quale al suo popolo additato come malvagio dai principi, come empio dagli ecclesiastici di Gregorio, non vedeva speranza di potere un giorno ristaurare l'onore. Intanto la dieta di Augusta approssimava. Quanto avesse a mettervi fiducia Enrico comprendeva assai bene. Ai suoi partigiani, perchè gente scomunicata, inibivano assistervi; accusatori e giudici sedevano i suoi nemici; ed egli, re decaduto, doveva sottomettersi alla censura, al giudizio dei suoi vassalli. Questo amaro pensiero lo decise. Calcolò essere minore umiliazione per lui di piegarsi al papa, regolatore dei cristiani, e subire penitenza canonica, quasi ad iscompito delle sue peccata, anzi che trascinarsi avanti a' suoi sudditi come reo di sovversione dell'impero e d'incapacità di governo. Per lo che, onde prevenire la mossa di Gregorio in Germania dove non avrebbe mancato ribadire più salda alleanza coi ribelli, risolse discendere in Italia, e con lui rappattumarsi. Imperciocchè, una volta aggiustato col pontefice e liberato dagli anatemi, i paurosi dei fulmini di Roma gli si sarebbero novellamente accostati; coloro che aveva dovuti allontanare da sè, per stare ai patti della dieta di Tribur, avrebbe richiamati; gli Italiani, che tanta speranza in lui mettevano, lo avrebbero secondato; ed e' si sarebbe levato incontanente a capo di poderoso esercito onde ridurre i rivoltosi. Stabilì quindi la partita per Italia ed all'opera si accinse.
Non soldati, non cortigiani, non servi teneva al castello di Spira. Con lui non trovavansi che la moglie, il figliuolo, ed un uomo, il quale, mentre tutti da lui dipartivansi, aveva instato con lui dimorare e servirlo, Baccelardo.
Questo disgraziato, fastidito della durezza del pontefice, a lui tornato alquanto in uggia pel caldeggiare a favore del re, nè più sperando soccorsi al ricupero degli Stati paterni, aveva bravato la scomunica, e la sua sorte di diseredato e ramingo avea accomunata e con quella del re abbandonato. Ed Enrico lo aveva accolto tanto più volentieri che gli capitava fedele nella mala fortuna, ed era il solo che non temeva di obbedirgli. Pochi giorni innanzi Natale quindi si fermò la partenza.
Non eravi nello scrigno tanto di quattrini da potere tentare il viaggio. Bisognò rivolgersi agli antichi favoriti da lui arricchiti e colmi di grazie. Ma di questi, chi si disse squattrinato affatto, chi dichiarò non voler saperne dello scomunicato, chi rimandò il postulante Baccelardo altresì con più brutali risposte. Il solo Ulrico di Cosheim, non ricco, somministrò quanto potè. Laonde si videro ridotti a vendere alcune poche gioie dell'imperatrice, ed impegnare la corona imperiale in mano ai Caorsini. Nè Enrico si lamentò di questa novella prova d'ingratitudine dei suoi cortigiani. Oramai e' si era rassegnato ad ogni contumelia, contentandosi scriversela nel cuore e rammentarsela tutti i dì.
Si posero in cammino. Non avevano che tre cavalli solamente, quello del re, che cavalcava la regina Berta col figliuolo Corrado in groppa, quello di Baccelardo, che portava Enrico, ed un mal ronzino per Baccelardo. Rodolfo, Bertoldo e Guelfo avevano occupate le chiuse e tenevano il passo delle Alpi svizzere, carniche e friulane. Si prese la volta della Borgogna, dilungando la strada, e si trovarono a celebrare il Natale a Besanzone, ove il conte Guglielmo, zio di Agnese madre del re, li ristorò di ogni fatica e di ogni miseria, e meglio li fornì di oro, servi e cavalcature. Riconfortati così ripresero il viaggio.
Costeggiarono la catena del Jura avviluppata già nel suo mantello di neve. Riposarono lo sguardo sul lago Lemano, le cui azzurre acque lievemente increspate dal vento, scintillavano come topazi percossi dal sole, ad onta del verno dardeggiante nel cielo turchino. Contemplarono quei gioghi di monti, le cui canute creste l'une sull'altre elevansi come i gradini di un anfiteatro, per fare in fine torreggiare la testa superba del monte Bianco, il re di quel popolo di montagne, perduta nell'azzurro dei cieli. Giunsero in fine a Vevey, borgata resa celebre poi da Rousseau, alla cui porta, sotto un baldacchino, trovarono la marchesana Adelaide madre di Berta che rendeva giustizia.
Teneri furono gli amplessi della madre e della figliuola, solennemente cortesi le accoglienze al re. Questa signora governava a nome del figlio suo Amadeo, capostipite della casa di Savoia, grande estensione di paese, e guardava il passaggio delle Alpi Cozie e delle Alpi Craie. Enrico le si volse per dimandarle sussidi di truppe e di scorte a calare in Italia. Ma colei, che ambiva vantaggiare gli Stati del figliuolo, glieli negò, sotto pretesto di non voler querele col papa. Il re dovette venire ad accordi. Caldo fu il discutere, perocchè Adelaide pretendeva cinque vescovadi con tutte le terre dipendenti ed i dritti, ed Enrico voleva solamente donarla di una parte della Borgogna imperiale. Però, angustiato dal tempo e dalle circostanze, Enrico investì Amadeo del vescovado di Litten, vale a dire di un buon quarto della Svizzera, e con questo pedaggio ottenne permesso di sormontare le Alpi. Appena segnati gli accordi la marchesana ripassò in Italia.
I montanari non ricordavano inverno più aspro. Le nevi cadute in settembre ghiacciavano, e sovra quelle, novelli strati più spessi cadevano tutto dì. Sia quindi pel periglio dei cammini, nullamente praticati, sia che gli alpigiani schivassero contrattare con gente scomunicata, per non incorrere anch'e' negli anatemi, difficilissimo tornava procacciarsi guide, anche a peso d'oro. Così che fu mestieri mutar di nome, darsi per tutt'altro di ciò che erano, e, per tal fatta mascherati, di villaggio in villaggio, penosamente trascinarsi fino a Lanslebourg, ai piedi del monte Cenisio.
Questa montagna, alta 8670 piedi di Parigi sul livello del mare, non aveva allora quella bella strada che, nel 1805, in cinque mesi, per ordine di Napoleone, il cavaliere Giovanni Fabbroni faceva aprire da tremila operai al dì; nè quelle case di rifugio, abitate da cantonieri per riparare i varchi e soccorrere i viaggiatori; come neppure quei piuoli che, elevati di tratto in tratto, accennano il calle meno sinistro a tenersi. Allora non era che una marmorea lamina di ghiaccio, praticata solamente nell'estate da un sentieruolo per uso dei cacciatori di camoscio, che serpeggiava tra i precipizi e le voragini dell'erta sterminata. Gli avvallamenti, colmati, dalla neve quivi accumulata dagli uragani, o non si discernevano, o malamente per alcune creste di rocce sporte in fuori quasi denti di ferro. Ogni varietà di picchi e di rupi, capricci della natura tormentata delle montagne, era scomparso. Il monte aveva addossato il suo fallace lenzuolo di neve, e sotto di quello spalancavansi le voragini ed i crepacci, movevansi le valanghe. Enrico si fe' venire grosso numero di guide, e voltosi al loro capo dimandò:
—Compare, mi fa d'uopo scavalcare la montagna, e discendere in Italia: sareste voi al caso di additarmi e facilitarmi la via?
Il capo guida, che si chiamava Giacomo, si grattò l'orecchio sinistro e si lisciò la barba; poi disse:
—Monsignor no.
—No, per dio! Eppure dovrà esser così. Mettete voi il prezzo ai vostri servigi.
—Non si tratta di questo, monsignore, rispose Giacomo, ma sibbene che la sgualdrinella, quest'anno qui, si ha ficcato in testa non volersi lasciar montare: ecco tutto.
—Dite dunque che vi manca il coraggio, sclama Enrico con un poco di male umore. Cercherò allora chi ne abbia più di voi.
—Provatevi, monsignore, e vi do parola, che, se in trenta miglia d'intorno troverete chi vi sappia servir meglio, io rinunzio al mestiere di cacciatore, ed alla salute dell'anima.
—Baie! riprende Enrico, vi mette paura sporcarvi le uose di neve, perchè vi piace sporcarvele piuttosto di cenere. Questo è l'arcano, non già le difficoltà che mi state a contare.
—Uhm! mormora Giacomo.
—Già, insiste Enrico, credete voi che io non abbia fatto altro in vita mia che novellare con dame in un salotto caldamente intarsiato a legno di quercia, e scottarmi le sure alle brace? Anch'io son cacciatore, compare, e so come con l'aiuto di Dio, si affonda nelle ghiacciaie e nei pantani, si sta digiuno due giorni, e si dorme sotto il padiglione delle stelle. Capite?
—Capisco sì, monsignore; ma sapete cosa sono le vostre ghiacciaie ed i vostri pantani per chi ha fiutato un po' il respiro di questa pedina? Una pozzanghera in cui un gallo non arriverebbe ad imbrattarsi lo sprone, una tazza per bevervi dentro l'acquarzente. Se conosceste un tantino che vezzi sa fare questa matta quando le frulla! Mi aiuti Iddio, monsignore, io credo di averla alquanto addomestichita; ma quando vedo che i fumi le saltano, io le dico: Cecina mia, fatti prima passare il ruzzo col favore di San Benedetto, e poi ci vedremo.
—Insomma, compare, ad ogni costo a me urge valicare questo monte dannato. Trovate voi uomini e mezzi, perchè io non voglio saperne altro che si parta prontamente.
—Sta bene, monsignore. Giacchè ci avete dato del vigliacco, e vi siete proprio incocciato in questa pazzia, bisogna cavarvela. Io non vi assicuro bene che toccherete le pianure d'Italia. Però vi assicuro bene che moriremo innanzi noi tutti, prima che alcun disastro accada a vostra grandezza. Dopo, sarà di voi quel che sarà. Noi saremo morti fino all'ultimo—raccomandandovi a Dio.
—Quando si parte dunque? Bene inteso che si dovrà trasportare con noi questa signora e questo ragazzo, con ogni bagaglio e cavalcatura.
—Ma sì, partirà tutto con noi; salvo, monsignore, che non ve ne guarentisco l'arrivo.
—Dunque?
—Dunque per oggi è ito. Vedete lassù quella parrucca bianca che si accapperuccia al monte? Ebbene, di qui sembra nebbia, ma vi do parola che fra due ore, vedrete che è quel buffon di uragano, il quale si trastulla a far mulinelli di neve, e trascinarsi seco fino i cucuzzoli delle rocce, che gli si parano avanti. Così che, monsignore, contentatevi per oggi di farvi una bella provvisione di caldo col fuoco e col vino di Vevey, perchè vi so dire io che domani ne avrete ben d'uopo.
—Sacramento! sclama Enrico impazientito, questa diabolica Italia non vuolsi dunque lasciar penetrare?
—Eh! monsignore, risponde Giacomo schiettamente, è Italia come la bocca; per penetrarvi dentro ed assaporar tutti i gusti bisogna passar le mascelle. Le mascelle d'Italia sono le Alpi.
—A domani, disse Enrico, e le guide si congedarono.
Al domani infatti, come l'alba si mostrò, tutto era sul punto, e si partì.
Per la regina Berta avevano preparata una specie di barella, che i montanari portavano sulle spalle dandosi la muta quattro per volta. Baccelardo ed Enrico andavano a piedi, muniti di grossi bastoni a punte di ferro. Si cominciò l'ascensione allegramente, perchè il tempo mostrava voler venir bello. Però non stette guari, che delle larghe nuvole bianchicce principiarono ad elevarsi dietro il vertice del monte. Quelle nuvole, a poco a poco dilatandosi e congiungendosi insieme, ondularono da prima placidamente nell'orizzonte. Poi quel loro cullarsi voluttuoso come il manto di un'odalisca che si gonfia alla brezza della sera, addivenne più celere, più violento, il colore bianco si cangiò in cenericcio, poi in bruno, per ultimo in buio perfetto. Intanto regnava una calma solenne, un assopimento mortuario di tutta la natura. Non un uccello, non uno spiro di vento, non un brivido d'arboscello, neppure una parola dei montanari, i quali solamente guatavano di tanto in tanto la cima del Cenisio e gittavano un sospiro. Il cammino d'altronde si faceva sempre più difficile. Affondavano nella neve fino al ginocchio. Sentivano sotto i piedi scricchiolare il ghiaccio di un rumore sordo e profondo, poi di lontano, di tempo in tempo, cader le valanghe come tuoni. Toccavano già la regione del gelo. Puntando i bastoni ferrati, sorreggendosi a vicenda, e facendo catena avanzavano. Ma non così spediti come Giacomo avrebbe voluto, e come il mutamento del tempo richiedeva. Perocchè la regina sentiva già un malessere indefinibile, e come se il cuore le si stringesse. Enrico non si reggeva quasi più sulle gambe, irrigidite dal freddo. Lo assaliva il capo giro, vedeva da per tutto, abbarbagliato, delle larghe macchie di sangue. A Berta dettero alcune sorsate di latte e mele, al re dell'acquavita. Ma fu mestieri di sorreggerlo delle braccia, tanto più che costeggiavano una screpolatura di ghiaccio, nel cui fondo si perdeva la vista. Baccelardo, più uso alle fatiche, curava meno sè stesso che il cavallo, il quale, armato ai piedi di ferri a punte acuminate, allungava i passi, come se volesse strisciar della pancia sul gelo, fiutava il sentiero, e calcava le peste del padrone. Come però si furono scostati dalle sponde di quell'abisso, Enrico si lasciò cadere sopra scarna punta di roccia, e sclamò:
—Che Dio perda questa scellerata montagna! Non reggo più, e credo che a quest'ora ambo le mani siano ite al diavolo, perchè non me le sento affatto.
—Monsignore, udite a me, dice Giacomo, non facciamo ragazzate; perchè quando la montagna si mette di mal umore, non v'ha di meglio che starsene a casa se si può, e raccomandarsi l'anima ai suoi santi avvocati, quando si è a mezzo del cammino. Sicchè dunque, in piedi e trottiamo; perchè mi accorgo già che a questa pettegola comincia seriamente a venire mal ruzzo. Io ne conosco il carattere.
—Il diavolo ti porti con essa, compare! risponde Enrico. Io non ho forza nemmeno di fare un passo lungo come il tuo naso. Trovami in vece dove possa dormire.
—Sì bene, monsignore, soggiunge Giacomo, a casa vostra farete ciò che piace a voi, qui dovete stare alla nostra regola. Vi va della vita, e della vita di tutti. Andiamo.
E sì dicendo tolgono Enrico di peso nelle braccia, e si rimettono in viaggio. Superata così una prima cresta, Giacomo si volge ai compagni e parla:
—Figliuoli, abbiamo guadagnato la colezione. Coraggio: beviamo un gocciolo, rosicchiamo una crosta, ed avanti in nome di Dio, se questa furfantaccia di nebbia, che cala giù pettoruta come un curato che ha finita la predica, ce ne darà ancora il permesso.
E detto fatto, in pochi minuti si sbarazzano dell'asciolvere, e ricominciano la salita. Enrico non avrebbe voluto toglier cibo, non sentendo altra voglia che una irreffrenabile di dormire. Ma gli alpigiani lo costrinsero a mangiare alcuna cosa, bere una tazza d'idromele, e camminare a piedi per ridestare il calore. Varcavano allora una spina, sopra cui appena i danzatori di corda si sarebbero avventurati, una specie di ponte di ghiaccio gittato sur una screpolatura che sprofondava in abissi incommensurabili. Ecco allora che quella nebbia, la quale maestosa e lenta calava dal vertice della montagna, li raggiunge. Distinguevano appena un piede al di là della persona. Una nevuscola sottile come farina di frumento e penetrante come punte di ago gli involgeva. Si dovettero arrestare. I polmoni spasimavano di trafitte acute ed insopportabili. Dopo un'ora però quel nebbione si dirada alquanto; ma un muro di ghiaccio, elevato, quasi a picco, si para loro di fronte.
Le guide si guardano in faccia, e stanno lì presso a proporre di tornare indietro, tanto più che alla nebbia era succeduto il garbino. Se non che, rianimati da Baccelardo e punti da Enrico che li chiama cuori di damme e mal pratici, Giacomo si avventura alla scalata del baluardo. Con le azze cominciano a tagliare un sentiere nella spessezza del ghiaccio, un sentiere a forma di scaglioni serpeggianti onde avessero potuto inerpicarvisi anche le cavalcature, aiutate dagli uomini. Questo lavoro riuscì a maraviglia, quantunque pericolosissimo. Da poichè, se un piede veniva meno a qualcuno, rotolava nell'abisso e perdevasi sotto un trenta piedi di neve. Come però furono sull'erta di quella piattaforma, il vento li prende più gagliardamente. Tentano fare ancora alcuni passi, ma torna loro impossibile. Imperciocchè vedevano calar giù precipitosi dalla vetta immensi castelli di neve girati a turbine, innanzi a cui nulla poteva resistere. Si gittano perciò bocconi sulla neve, si accollano a qualche sporgenza di roccia, e di lontano odono ruinar le valanghe, screpolarsi il ghiaccio sì che ne tremava tutto il monte, muggire il vento furibondo che passava sui loro corpi, trascinando turbini di neve, grandi come palagi di sovrani. Erano intirizziti. I loro volti sformati, fatti piombini; gli occhi sanguigni; l'alito gelato; il respiro difficile. Intanto mezzo le persone restavano seppellite nella neve. I cavalli stessi si erano accovacciati al suolo; e qualcuno, che non fu sollecito, tratto dall'uragano rotolò ne' precipizi facendo udire grido lamentevole e straziante.
Così trascorsero due ore nella più terribile agonia, atterriti, più che dal pensier della morte, da quelle convulsioni fragorose della montagna, che sembrava volersi scardinare e fuggire l'ira della bufera. Quello sbrigliato infuriare però cesse alfine alcun poco. Il vento spirava ancor forte, ma potevano mantenersi in piedi, l'uno attaccandosi all'altro, mercè una specie di gomena, reggendosi ai bastoni ferrati. Il loro andare da prima fu lento; dappoichè, quantunque si fossero sempre agitati ed avessero battuti i piedi per intrattenere il calore, si potevano dire stecchiti dalla neve che come sottil polverio aveva compenetrati i panni, ed agghiadate le persone. A poco a poco però accelerarono, e giunsero alla cima del Cenisio, all'ospizio.
Di questo luogo di rifugio si attribuisce fondazione a Carlomagno, a Luigi il Buono, o ad una certa contessa Adalasia. Sia chiunque, i cenobiti accolsero quella gente con ogni carità, e prodigarono loro quelle cure che lunga serie di sperienze aveva insegnate giovevoli. In poco d'ore, e' furono interamente rifocillati. Si seccarono o mutarono i pastrani; con la neve fecero strofinarsi le parti aggelate; pigliarono ristori di brodi e di cibo. Sicchè, alle due dopo il meriggio si trovavano in istato di principiare la discesa, perchè il sole già fulgido e bello splendea nel cielo, quasi la vicinanza d'Italia lo rallegrasse. Da prima percorsero un po' di piano, costeggiando un lago, che sembrava oramai una tavola di piombo damascata, le cui punte splendevano al sole come prismi di diamanti. Si andò innanzi così per un tratto. Però, come furono al pendio dell'ultima vetta restarono lungo tratto a saziare lo sguardo, che già lontano poteva spaziare sull'Italia per le pianure piemontesi e lombarde, fino alle montagne di Genova. Un grido di gioia prorompe da ogni petto, meno da quello di Enrico. Enrico non sapeva qual fortuna avrebbe incontrata laggiù, e rodevasi nel cuore che egli dovesse percorrere da penitente e da esule una terra dai suoi maggiori percorsa da trionfatori. Si avventurarono poscia alla discesa.
Per l'imperatrice avevano recata una specie di tegghia di cuoio, a foggia degli antichi cocchi, affidata a grosse funi armate di uncini che ficcavano e sficcavano nel ghiaccio. Sopra delle stanghe, inchiodate a croci, eransi allogati i bagagli, anch'essi mantenuti da funi.
—Badate ai cavalli, gridava continuamente Baccelardo, esaminate i ferri; avviluppateli tutti in pelle di montoni, onde, se cadono, non si feriscano a questi diabolici stiletti di giaccio; tenete loro le briglie corte; sempre due di fianco ad ogni cavalcatura ed adagio. Gli uomini scandaglino prima i sentieri con i bastoni.
—Lasci pure, lasci pur fare a noi, bel cavaliere, rispondeva Giacomo. La discesa è più difficile dell'erta; ma la marchesana di Susa ci ha costumati a questi valichi ed a menare uomini e bestie. Però, ascoltino bene. Dove non si va con i piedi bisogna bene aiutarsi con le mani, andar carponi, mettersi sul sedere; dove non si può reggersi in su, occorre scivolare e Dio provveda a che non si scivoli nelle voragini. Quei crepacci sono ghiotti di carne umana, di carne viva. Dio solo ed il diavolo giunge a strappar loro le anime, se pur non vi restano apprese dal gelo.
—Occorrerebbe avere gli artigli con che l'abate di Fulda addunghia i suoi vassalli per calarsi giù a quattro zampe, diceva Enrico a Baccelardo, un po' riconfortato.
—Ovvero la sveltezza con che l'abate di Montecassino corre dietro alle gonne delle sue vassalle, faceva eco Baccelardo.
—Dall'altro lato mi soffocava la nebbia e la nevuscola, qui mi abbacina il riverbero del sole, sclamava l'imperatrice Berta. Gli occhi mi schizzano; credo ne sprizzi il sangue. Veggo tutto rosso.
—È il tramonto, madonna, diceva Giacomo per confortare quella bella creatura, che il desio di vedere la sua terra natia aveva rifocillata, sì che aveva tolte via le bende del collo, del capo e del volto, ed allargate le pellicce.
Il sole infatti si dileguava dietro le vette più alte di quei picchi, ma non perciò il cielo si offuscava. Infrattanto, a misura che scendevano, le spalle della montagna divenivano più piane, meno ripide, più praticate, la crosta del gelo meno spessa. I precipizi che lambivano erano gli stessi; l'ossatura della montagna si mostrava egualmente accentuata a forti gibbe, a moltiplici punte. Ma tutto sembrava meno salvaggio, avviluppato da un aere più cilestre, dissimulato dalle ombre tra il purpureo ed il violetto di cui la luce del cielo d'Italia li avvolgeva, raddoppiandone la distanza.
Malgrado le precauzioni però, un uomo da prima, fra quei che si davan la muta in sostenere la treggia che portava la regina, scivolò e precipitò. Ma per avventura e' se la trasse con la rottura di uno stinco ad una prominenza di roccia, che lo rattenne a mezzo dell'abisso. E lo si giunse a salvare. Poscia precipitò giù e perì sprofondato nelle nevi di quei gorghi un cavallo: quindi rotolò una barella da carriaggio, che pure si perdè. Si raddoppiarono le cure. Si legarono tutti con una fune sì che formassero una sola catena; e per buona ventura s'incontrarono corrieri, nativi di quelle alpi, che avevano fatta la via due dì innanzi, e che facilitarono i passi. Così che, all'oscurarsi della notte, la comitiva si trovò a Susa. Il cielo splendeva di stelle sopra un azzurro profondo.
Al vocio ed allo scalpitar dei viaggiatori, gli abitanti della contrada mettevano fuori delle loro finestre il capo ed uscivano sull'uscio, salutando di un ave Maria chi passava o dimandando l'elemosina. Accorsero tutti però, portando torce, tizzoni, lucerne, lanterne, quando la voce si sparse che fosse Berta, che in mezzo a loro ritornava: e gli echi più lontani del Cenisio risonarono di alleluia! e di benedizioni.
All'indomani, Enrico partì per Torino.
II.
Non sono i regni e le potenze unite.
Nè possono esser; perchè il papa vuole
Guarir la Chiesa delle sue ferite.
L'imperador con l'unica sua prole.
Col presentarsi al successor di Piero,
Al Gallo il colpo ricevuto duole.
Macchiavelli—Decennali.
Il primo ad andare incontro all'imperadore fu l'arcivescovo di Ravenna Guiberto. Enrico lo accolse con ogni segno d'amorevolezza, ed egli, dopo essersi seco lui congratulato del prospero arrivo in Italia:
—Sire, disse, vi domando il permesso di presentarvi il clero ed i nobili della vostra fedele Lombardia, i quali al pari di me desiderano profferirvi ossequio.
Quella parte d'Italia chiamavasi allora quasi tutta Lombardia.
—Mercè a voi, monsignore, rispose il re, che in questi generali dissidi mi avete mantenuti obbedienti i miei bravi Italiani.
—Sire, soggiunse l'arcivescovo, io conosco di buon lato che Vostra Altezza soffre questi guai per aversi meco voluto mostrar grazioso ed avermi colmo di favori. Quel diabolico uomo di mastro Ildebrando non perdona mai per proprio stile; me poi non vuole udire neppure se dovesse dannarsi, e semina i triboli sopra quanti usano meco e di grazie mi largheggiano. Ecco donde la frega di toglier via le investiture, di abolire le mogli, e' che già si ha rubata la mia, e le liti che v'intenta per avermi fatto arcivescovo. Vedremo, però, chi di noi vincerà la puntaglia. Io sono già alla testa di ottocento lance e duemila balestrieri a piedi. Gli altri prelati e signori italiani vi formano esercito meglio di quattromila cavalli e diecimila arcadori, tutti pronti al vostro cenno e caldi di entusiasmo, per morire con voi o vincere.
—Ed il resto d'Italia, monsignore? dimanda Enrico pensieroso.
—Del resto d'Italia, sire, quelli che ricordano la vittoriosa memoria di Enrico III, trepidano, e predicono giorni funesti. Dappoichè duole ad ognuno la guerra cittadina ed il guasto della patria. Quelli che han ricevuto onta da Gregorio rimangono inflessibili a rimbeccargliela più amara e crudele; e questi sono i più ed il meglio delle Provincie italiane, tutti alti membri del clero e feudatari. Vi ha infine la gioventù, fastidita dell'inoperosa anarchia in che, per la lunga assenza della grandezza vostra, Italia hai gemuto, e della vita ingloriosa che trascina. E questi, nemici naturalmente di un papa severo ed orgoglioso che vorrebbe fare del mondo un cenobio, e degli uomini dei servi del clero, anelano a nuovo ordine di cose, a destino più nobile, a libertà e gloria. Per modo che, sire, dove appena mandiate bando di esser venuto per sostenere Italia nell'indipendenza dei suoi diritti, e di mettere, a ragione questo petulante pontefice, confirmando le franchigie del clero e dei laici, e volendo salde e riverite le antiche constituzioni dell'impero, tutta Italia alzerà una voce sola di giubilo, e vi troverete a testa di un esercito di cui mai maggiore ne levarono gli antichi tempi, nè la Germania.
—Sire Iddio, sclama l'imperatore scintillando negli occhi, fa che io mi vendichi del figlio del falegname di Soano e di quei traditori miei vassalli, e poi rinunzio senza sconforto alla vita ed all'impero.
—Vi è anche di più, sire, soggiunge Guiberto, il concilio che ho raccolto a Pavia ha condannato Gregorio come eretico, e lo ha deposto dalla sede di Pietro, in conformità del sinodo di Worms.
—E gliene avete fatti intimare gli atti?
—Sicuramente, dal vescovo di Bovino, anch'esso qui fuori ansioso di prestarvi omaggi per sè e pel suo padrone, Roberto Guiscardo.
—Sì, sire, ed udrete quali generose profferte e' manda a farvi pel suo ambasciadore.
—Sta bene. E voi, monsignore, vi siete composto con lui per quel prezioso disegno di presentarvi al papa come un pezzo di selvaggina?
—L'ho dovuto, sire, onde guadagnarlo al vostro partito. Però non l'ho ancora perdonato; nè il perdonerò, se prima non abbiamo insieme rotta qualche lancia, dove che siasi e quando ciò possa avvenire.
—Siete un bravo, monsignore arcivescovo, riprende Enrico stringendogli la mano. Sol che vi somigliassero un paio di dozzine di que' miei poltroni di nobili, che ora non saremmo qui in Italia per impetrare perdono.
—Per impetrare perdono! mormora l'arcivescovo maravigliato. Ma, con la vostra sopportazione, sire, quale sarebbe dunque la vostra mente?
—Lo lascio decidere a voi, Guiberto, appena rifletterete che l'anno della scomunica è prossimo a spirare, e che se non mi trovo assolto di anatema, per costituzione di Germania, decado dal regno.
—Dunque pensereste, sire....?
—Ad ogni costo aggiustarmi col pontefice, e farmi sciogliere dalla scomunica.
—Anche a costo di umiliarvi? dimanda Guiberto.
—Mai no, per certo! Ma se le circostanze mi vi traessero, la vittoria del domani non compenserebbe ella forse il rovescio di oggidì?
—Compenserebbe! mormora l'arcivescovo.
—Si, continua Enrico con calore. Che credete, Guiberto, che mi potessero giovare i vostri dodici o quindicimila uomini, in faccia a due nazioni non bene decise nè ben rassodate? Poi la contessa Matilde ha anch'essa un esercito, nè è nostra amica. Gli Italiani sono volubili; e per quanto si mostrino divoti all'impero, non so lusingarmene, conosco che quel freno lor torna insopportabile ed esoso, e spiano l'opportunità di spezzarlo. Sì che, Guiberto, vedete anche voi a qual partito mi rimanga appigliarmi.
—Sire, replica l'arcivescovo dignitoso, io non so nè vi rispondo della mente dei miei concittadini. Sia però quale si voglia la vostra fortuna, contate, sire, e potete giurare di non fare assegnamenti falliti, contate sulla persona e sulla fedeltà dell'arcivescovo di Ravenna, che vi verrà manco solo con l'ostacolo della morte.
Enrico gli stringe la mano fortemente, velando gli occhi di una lagrima, poi dopo alcuni minuti di silenzio soggiunge:
—Monsignore di Ravenna, compiacetevi di presentarmi i miei fedeli di Lombardia.
Quei signori, ragunati nella sala vicina, lo accolsero con un grido prolungato di applausi e di gioia. Enrico li salutò grazioso, dicendo loro cortesi parole, ringraziandoli della lealtà e divozione che gli mostravano. Essi gli fecero tutti sacramento di essergli fedeli, e di non abbandonar la sua causa per qualunque sfortunato volger di cose. Enrico li ringraziò novellamente; poi alla testa di così brillante corteggio e risoluta truppa partì di Torino per Piacenza. Due giorni dopo vi giungeva anche il re.
Egli aveva evitato Parma; aveva poi costeggiato l'Enza, ed era venuto a valicarla a Rio di Vico.
Dopo aver nevicato tutto il dì, verso il tramonto il cielo si era rasserenato. Il sole si coricava come un globo di fuoco. Guadato il fiume, lo sguardo di Enrico s'ingolfò di subito in una gola di monti. In mezzo a quelli,—monte Atesio e costa di Grassa,—questo sguardo si urtò ad un burrone che si levava a picco comme una zanna. Brullo, tormentato, dirupato era il burrone. A cima di esso però elevavasi una vasta rocca, che, increspata il dì dal pulvinio della neve, ed ora indorata dagli ultimi raggi del sole sanguigno, scintillava quasi fosse incrostata di ardenti carboni. Era Canossa. Enrico si arresta; gli occhi divaricati ed immobili si fissano su quel fatale castello folgorante come un'aureola. La foga dei pensieri e degli affetti produssero nell'anima del re come una nebbia, in cui, vedendo tutto vago e vertiginoso, dispera penetrare. Dà quindi di sprone, si lascia a destra il forte maniero di Rossena, e per la straduzza di Grassano che costeggia Rio di Vico se ne viene a Vico di Canossa, a piè del castello.
Non vi si fermò; anzi mosse subito per Canossa, avendo saputo da corrieri dell'arcivescovo di Ravenna e del vescovo di Vercelli, che la contessa Adelaide, dopo aver venduto a lui il passaggio delle Alpi, era discesa in Italia a spargervi la nuova di sua venuta. Per lo che gl'Italiani, che ora lo circondavano, si erano uniti al bando di Guiberto; e mentre questi, chiuso il concilio di Pavia, cavalcava la notte per alla volta di Torino, Gregorio, della presenza del re in Italia spaventato, la notte istessa erasi andato a rinchiudere nel Castel di Canossa con la sua bella penitente Matilde.
Egli aveva lasciato in dietro la truppa per non dar sospetti nè appiccagnoli al papa. Seguíto solamente da Guiberto, da Baccelardo ed altri pochi cortigiani prese dunque stanza nel piccolo romitaggio votato a s. Nicolao, che trovavasi in quello spicchio di casupole dei vassalli della contessa, alle falde del burrone su cui torreggiava la fortezza.
Come la contessa Matilde udì dell'arrivo dell'imperatore, gli si recò tosto a far visita, comandando che di ogni cosa, con real munificenza, il cenobio fosse fornito. L'accompagnavano Adelaide di Susa col suo figliuolo Amadeo, il marchese Azzo d'Este, e l'abate di Cluny, che era stato padrino del re al fonte battesimale. Enrico, vedendo apparir la contessa, le andò incontro, e baciandola sulla fronte:
—Qual cortesia, sclama, nella nostra bella cugina di venire a visitare uno scomunicato, senza paura d'imbrattarsi di peccato!
—Ne abbiamo tolto permissione da Gregorio, risponde Matilde senza badare, o senza comprendere l'ironia delle parole del re.
—Ah! vi dimandiamo perdono dunque, bella cugina, del sospetto temerario, soggiunge Enrico, componendo il volto a sorriso. Ma sì che non poteva essere altrimenti! Ed in vero, e' sarebbe doluto anche a noi che creatura così bella avessero dovuto adunghiare i demoni, ed ottenere quei villani cialtroni più che non ottennero i fedeli battezzati, divoti al papa.
Dappoichè gli è mestieri sapere che Enrico voleva qui accennare al marito di lei, Goffredo di Lorena, detto il gobbo, già morto, col quale giammai Matilde si aveva voluto accoppiare. La contessa lo comprende, e rimbeccandolo del fastidio in che anch'egli aveva presa un dì la regina Berta, sorridendo egualmente risponde:
—Veramente, sire, sotto questo rapporto bisogna dire che non avessimo tradita la parentela! Ma, a proposito, non vorreste avere la cortesia di presentarci alla nostra bella cugina Berta?
—Ella è restata a Piacenza con la corte e l'esercito, riprende Enrico, il quale a questa dimanda rientrò nella sua situazione, obbliata un momento all'aspetto di Matilde. Indi soggiunge: Berta ha fatto questo pellegrinaggio per amore: ma nè la nostra fierezza d'uomo, nè il nostro onore di cavaliere avrebbero sopportato che, anch'ella, avesse patita umiliazione o amarezza qualsiasi.
—Sire, papa Gregorio non è insensato da dimandar penitenza da chi è immune di colpa, risponde Matilde con molta serietà; nè noi, per quanto gli fossimo divote, avremmo tolto in pace che così bella e pia donna si sconfortasse.
—Voi siete allucinata, Matilde, sclama Enrico alquanto vivamente, e ci duole come vostro parente, che la vostra condotta debba consolidare il sindacato di Europa, la quale vi dice pazzamente imbertonata di tanto dissidioso energumeno. Come imperatore poi vi dobbiamo rimproverare di tradimento al vostro legittimo padrone, e d'infedeltà all'impero.
—Sire, replica con grande calma Matilde, se l'Europa giunge a persuadersi che noi potessimo sentir tenerezza per un vecchio di settant'anni, l'Europa è una stolida. Noi nel papa adoriamo Iddio, come quegli che lo rappresenta sulla terra, come la provvidenza umanata. Noi gli tributiamo la cieca riverenza che ai decreti di Dio si deve, e ci prosterniamo ai suoi voleri, perchè ai voleri di Dio è stolto chi resiste. Noi insomma, sire, non veneriamo nè Gregorio VII, nè Alessandro II, nè Nicolò II, ma la dignità, ma lo spirito scevrato d'ogni forma terrena. Lo abbiamo idealizzato nel papa. Nel papa che passa, noi riconosciamo il papato, e più che il papato, la Chiesa. Se poi vostra grandezza ci trova ribelli all'impero germanico, da cui dipendiamo, non è nostra colpa, sire. Noi siamo inspirati da un'intima convinzione che, avanti tutto, debba andare la salute e la gloria dell'anima, poi l'indipendenza della patria.
—E quando, bella cugina, si è trattato di anima e di patria nella lotta della Chiesa e dell'Impero?
—Le vostre querele col pontefice, sire, con la vostra sopportazione, non hanno altro scopo. Voi in lui cercate avvilire, o rovesciare il propugnacolo dei popoli, l'altare a cui si va a supplicare. La terra ha due braccia. L'uno che semina offese e schiavitù, ed è quello dell'imperatore; l'altro che rileva gli oppressi e resiste agli oppressori, ed è quello del pontefice. Questo braccio, sire, voi avreste voluto troncare; voi avreste voluto togliere ai popoli ogni rifugio; soffocare la voce che in nome di Dio chiama a dovere i potenti e regola la giustizia dei sommessi. La vostra lite col pontefice interessa l'umanità. Non è un duello di uomo ad uomo, di popolo a popolo, di forte con forte. E dove, sire, si tratta di mantenere l'equilibrio tra i diritti dei soggetti e le pretensioni dei despoti, dove si tratta di serbare immaculate le ragioni dell'anima, tutte nel pontefice concentrate, allora, sire non v'ha ribellione di sorta; ma chi brandisce la spada esercita un dovere di uomo e di cittadino, ed è benedetto da Dio.
—Cugina, risponde Enrico placidamente, si vede che la vostra immaginazione è esaltata. Voi delirate di sogni. Vi siete riscaldata ad un fuoco fatuo; vi han travolto il cervello le parole sediziose di un uomo, che ambisce al dominio del mondo, che vorria collocare il suo soglio sulla base delle corone dell'universo. Qui non si tratta punto di diritti di popoli e di libertà di coscienze, cugina. Qui si tratta che il vescovo di Roma, fino a ieri vassallo dell'impero, oggi se ne vuole elevare a padrone. Si tratta di un ribelle che insulta il suo signore; che gli nega ogni obbedienza, ogni soggezione, ogni fedeltà. Si tratta insomma che il figlio del falegname di Soano ambisce ad avvilire i sovrani di Europa; bandisce il suo potere sul potere dei re; si tramezza nei loro interessi; vuol regolarne le leggi; vuole annullarne il dominio; vuol tornare i reami di Europa Provincie di Roma. Egli annunzia alla terra, io sono il re dei re! Ecco di che si tratta, graziosa cugina, non già delle vostre rimbombanti fiabe, che puzzano di fanatismo le mille miglia.
—Così la intendete voi, o sire, ma non la intendono così i popoli, ed i vostri stessi vassalli.
—Gli è perchè, bella cugina, i pessimi trovano sempre a guadagnare nelle sedizioni, e perchè i pessimi sono i molti, ed i più facili ad essere prevaricati, segnatamente quando assumono maschera speciosa e se l'adattano al sembiante. Ma sia come si vuole, noi veggiamo che voi siete nel più caldo parosismo di superstiziosa cecità, e che tenteremmo opera vana ritornarvi alla luce. Essenziale adesso gli è che vogliate prestarci mano a ricomporci col vostro Gregorio, e farci ritrarre la scomunica.
—Sire, risponde Matilde, comunque voi ci crediate allucinata, noi vi abbiamo sempre stimato quel prode e magnamimo che siete, e non abbiam giammai desistito di difendervi innanzi al pontefice, e di calmare il suo sdegno. Siate certo perciò che, dove persuasione e sacrifizio di uomo può giungere, noi tutto tenteremo per ristabilire la pace.
—E noi, sire, faremo altrettanto, risposero la contessa Adelaide ed il marchese d'Este, se per avventura papa Gregorio vorrà lasciarsi piegare.
—Ed io, a costo di dovergli dar della picozza sulla memoria, soggiunge l'abate di Cluny che già veleggiava per gli spazi aristotelici, gli farò comprendere che egli geme sotto il dominio dell'illusione. Perciocchè quest'universo, che egli crede già cavalcare, per fisica predeterminazione non è che puro fenomeno della nostra intelligenza, una scena fantasmagorica che non ha nè realtà nè esistenza vera fuori della rappresentazione del nostro spirito. Di modo che, se lo spirito non esistesse per far l'eduzione delle forme materiali, non vi sarebbe che il niente, o almeno nulla si potrebbe provare, ed egli, il caro scettico Ildebrando che si cuoce il grifo all'astrusa sapienza di santo Aristotile, egli sarebbe papa come il mio alano è poeta.
A questa stramba uscita dell'abate, Enrico fece un moto di dispetto. Onde, dandogli sulla voce imperiosamente, si volge a quei baroni, che già sotto i barbigi ridevano, e con fierezza parla:
—Uditeci, signori. Noi ci siam condotti ad un passo che a Gregorio dovrebbe bastare, e dovrebbe far senno di cedere. Ma se egli è tanto intestato di ambizione da non comprendere lo stato di entrambi noi ed a qual giuoco ci siamo messi, sappia che meglio di quindicimila uomini sono già al campo di Piacenza ad attendere gli ordini nostri. E questi soli sarebbero sufficienti a togliere d'assedio codesta vostra piazza di Canossa, Matilde, e darci nelle mani la sua persona. Ma noi faremo ancora di più. Noi bandiremo libertà ad ogni città italiana, che ci manderà un contingente di truppa a questa guerra; e quando avremo rovesciato nel fango codesto vitello d'oro degl'infedeli, e ridotti i ribaldi di Lamagna, ci contenteremo meglio di avere alleata questa nobile Italia, che vassalla. Adesso andate, e voi principe Baccelardo con loro onde trattare col pontefice, giusta le istruzioni che vi abbiamo date.
Quei signori partirono sgomentati. E' sapevano per prova come Gregorio fosse ostinato, capace Enrico di mantenere le sue promesse; segnatamente adesso che l'agitava disperata irritazione.
Gregorio ricevette Baccelardo, presentato da Matilde, senza dar segno di conoscerlo, con molta freddezza e distrazione. Però, quando Baccelardo cominciò:
—Santo padre, l'imperatore di Germania Enrico mi manda a voi...
Gregorio gli tagliò le parole in bocca, e fiero sclamò:
—La Germania non ha imperatore.
Baccelardo si arroventa nel volto, e fisa gli occhi scintillanti sopra il pontefice quasi avesse voluto fulminarlo. Ma poi ricordandosi che egli era lì per supplicare perdono, e che la posizione del suo padrone oltremodo diveniva precaria di giorno in giorno, raffrena l'impeto che lo dominava, e soggiunge:
—Santo padre, Enrico è venuto fin di Lamagna per dimandarvi l'assoluzione della scomunica. Egli è stato calunniato presso di voi da vassalli infedeli, che avevano troppo a guadagnare nei dissidii; e voi gli avete posti anatemi sopra base di colpe che giammai lo lordarono. Prega perciò vostra beatitudine di udire le sue difese e discioglierlo dalle censure.
Gregorio, torvo in viso, lo sta ad ascoltare, poi dopo lungo indugio risponde:
—Sappia Enrico di Germania che gli è contro le leggi ecclesiastiche giudicare accusato, assenti gli accusatori, e portar sentenza qualsiasi. Se egli era conscio a sè d'innocenza, non avrebbe evitata la dieta di Augusta, dove noi, udite le ragioni di ambo le parti, avremmo pronunziato con quella giustizia che Iddio ci inspirava. Perchè dunque da quel giudizio è rifuggito?
—Enrico non ha paventato il giudizio, santo padre. Ma, innanzi della corona e della vita, bisogna riguardare l'onore. Ed il suo onore di cavaliere, e la sua dignità di re malamente sopportavano di soggiacere alle accuse ed al giudizio di vassalli.
—Che pretende dunque da noi?
—Pretende che, come capo de' cristiani, udiate le discolpe di un cristiano calunniato ed oltraggiato da scellerati; pretende che, come vicario di Dio, spogliate ogni terrena passione ed udiate i lamenti dell'innocente, e gli facciate quella giustizia che gli faranno i posteri, non agitati da ire di parti, ed Iddio al suo eterno tribunale. Ecco ciò che pretende Enrico; e perchè giusta le costituzioni dell'Impero perderebbe la corona se con l'anno vicino a spirare non fosse assoluto, egli vi dimanda codesta assoluzione e si offre a qualunque ammenda e soddisfazione onorevole a lui vogliate richiedere.
—Ah! scoppia Gregorio irritato, non è dunque contrizione delle sue peccata che a noi lo guida, è la paura di decader dall'impero? Ebbene, noi non vogliamo riceverlo. Il perdonarlo sarebbe violare il nostro santo ministero. Egli è venuto a fare un nuovo oltraggio alla sedia di Pietro ed alla persona del vicario di Dio col dimandare mercè; e noi non possiamo, noi non vogliamo accordargliela.
—Ma, santo padre, prosegue Baccelardo, di che deve dunque contrirsi chi non ha colpa? Come voi lo chiamate peccatore, se non l'avete ascoltato ancora? Come lo pretendete penitente se la sua coscienza è tranquilla? Non abusate del potere che vi hanno dato i popoli onde tutelare la giustizia dei loro diritti, per condannare inesorabilmente gl'innocenti su calunnie che torna bene a taluno di addossar loro.
—Si sottometta dunque alla dieta dei principi tedeschi.
—Ma l'anno della scomunica spira, sclama Baccelardo contenendosi appena, ma la somma dignità di re ne rimane vituperata...
—Noi non vogliamo ascoltarlo, l'interrompe Ildebrando. Sappiamo troppo quanta saldezza abbiano i giuramenti di lui; come li ha mantenuti con i Sassoni; quanto fermo ha il carattere. Si umilia adesso, stretto da angustie. Ma domani non ristarebbe di elevare superba cervice contro di noi novellamente, contaminare il santuario, e sperperare la casa e le masserizie di Dio. Egli è volubile, guasto nel cuore, protervo, non teme la giustizia del Signore, non rispetta i dritti dei popoli; la nostra voce non obbedisce nè paventa. Noi dunque non vogliamo vederlo; e succeda di lui ciò che sta scritto nelle pagine eterne, del cielo.
—Santo padre, riprende Baccelardo, sforzandosi ad esser calmo, voi giudicate Enrico secondo ve lo hanno dipinto, non quale egli è veramente. Egli ha nobili e pii intendimenti, non è corrotto, non è mutabile. Se i vostri legati, per brusco ed orgoglioso condursi, lo irritarono contro di voi, adesso ne è pentito, e protesta di assoggettarsi a qualunque penitenza per riconciliarsi con la Chiesa. Non vi fate maggiore di Dio voi, che ne siete il vicario. Iddio dimentica i trascorsi di chi torna a lui umiliato; e voi, uomo, voi, peccatore eziandio come ogni uomo lo è, sareste voi inesorabile e scagliereste la prima pietra? La parola d'ordine del vostro apostolato è carità. Non date ragione ai vostri nemici che vi dimandano tiranno, lupo rapace, usurpatore, di cuore duro, di anima perversa. Riflettete, santo padre, che la vostra protervia schiaccerà il re, sì; ma come Sansone ne resterete schiacciato anche voi. Perchè i popoli vi toglieranno ogni credenza, ogni rispetto, e tornerete esosa quella cattedra di Pietro che volevate venerata cotanto.
Baccelardo fa alcuni passi per allontanarsi, allorchè Gregorio dimanda:
—Egli è dunque veramente pentito, dite?
—Ma sì! che se nol fosse, egli avrebbe profittato dell'esercito che ha lasciato a Piacenza per istrapparvi con la forza una parola che così fieramente vi ostinate a negargli.
—Ebbene, risponde Gregorio, se egli è appunto come voi affermate, ser cavaliere, che Enrico si pente dei suoi sacrilegi, che in arra di pentimento e' consegni ai legati apostolici lo scettro ed il diadema, e si confessi indegno dell'onore e della potestà imperiale.
—Ma questo è infame! scoppia Baccelardo non contenendosi più, questa è una tirannia da forsennato senza coscienza e senza pudore!
Matilde che vedeva quanto iracondo ed avventato fosse l'oratore di Enrico e come pertinace Gregorio, se gli lascia allora cadere ai piedi e comincia a supplicarlo. Nella fortezza erano ancora molti prelati oltramontani ed italiani messi al digiuno di pane ed acqua. Questi, che taciti avevano assistito allo strano dibattimento, vedendo la contessa in quell'atto, ne seguono tutti l'esempio; e tanto dissero, tanto pregarono che l'invincibile pontefice consentì alfine persuadersi. Egli accorda quasi per grazia ciò che ben egli comprendeva, per fina politica, tornargli estremamente vantaggioso. E perchè grave pericolo correva dalla disperazione di Enrico, illimitato utile ed importanza dall'avvilimento di lui, si volge a Baccelardo e parla:
—Sta bene. Dite dunque al vostro padrone: primo, che in avvenire curi di meglio scegliere i suoi messaggeri, e che non ci mandi più innanzi un insolente, il quale, vestito della divisa di oratore, si reputa in dritto di balestrar le parole come un giumento ubbriaco balestra i calci: inoltre, che sappia grado e renda mercè alle suppliche pietose di questi signori, se noi gli concediamo di accostarsi a Canossa per cancellare con la sommessione e la penitenza l'oltraggio recato alla nostra persona ed alla Chiesa. Andate.
Baccelardo si stringe nelle spalle sdegnosamente e prima di partire fissandogli addosso alteramente gli occhi, risponde:
—Ser papa, l'imperatore Enrico udrà la vostra prudente risposta, e non mi avrei mai perdonato, se, per mia poca umiltà, non vi foste condotto a questo giudizioso partito. In quanto a me poi, santo padre, gli è ben che sappiate aver deposta oramai qualunque speranza, fuori quella di morire da cavaliere illibato, fedele a colui per cui mi piacque prestarmi. Io non curo quindi la vostra ingiuria più che non curerei dell'infelice arguzia di chi giungesse solamente a farmi sbadigliare. Addio.
Ciò detto saluta della mano quei signori, bacia la destra della contessa Matilde, e volgendo le spalle superbamente al pontefice esce. Gregorio lo seguì dello sguardo sanguigno fino a che non l'ebbe perduto di vista, e senza avvedersene, i denti della mascella superiore si eran tanto addentro ficcati nel labbro inferiore che il sangue ne spiccava.
III.
J'ose a peine le croire:
Mais ce jour à jamais emplira ma memoire.
Sainte-Beuve.
Il castello di Canossa nel secolo XI era tra le piazze forti d'Italia la più famosa e la più solidamente munita. Messo, come accennammo, a cavaliere di picco dirupato, era di quel lato imprendibile assolutamente per assalto o scalate. Dall'altro lato poi, da quello ove era il borgo di Vico di Canossa, come l'erta del burrone addolcivasi, era stato munito di tre ordini di rampe, che ripiegavansi a foggia di ferro di cavallo. Ogni giro di quelle rampe era chiuso da una porta, che si sopraponevano, guarnita di saracinesche e petriere. Al termine della seconda rampa, innanzi di arrivare alla terza porta, era stato scavato nella roccia un fosso, cui si traversava su ponte levatoio e si colmava di acqua mercè la grande cisterna esteriore della corte. L'ultima porta immetteva sur un vasto spianato, che dava sul principio del burrone, in un angolo del quale, quello che guardava il Vico di Canossa e le rampe, elevavasi il vasto edifizio. Al castello atteneva un piccolo cenobio con sei celle per sei frati benedettini, di cui capo era il Donizone che le serviva un po' di tutto. Tra il cenobietto ed il castello eravi un cortile con impluvio, un orto, poi le cucine. Si entrava nel castello per un vestibolo. All'angolo mattina del castello torreggiava sul burrone un'immensa rocca quadrata, e quivi si trovavano le prigioni e la cappelletta, dedicata a S. Apollonio, a cui scendevasi per qualche gradino. Ornavano la cappella colonne di marmo rosso che ne sostenevano la volta. Le mura, ossia le rampe, erano guarnite di merli, di bastie, di grossi mangani da lanciar pietre. Così che quel castello non poteva levarsi d'assedio, per poco che fosse provvisto di scorte e di uomini, per quanto grosso fosse il numero degli assediatori. Ed infatti Ottone tre anni vi fece consumare al re Berengario, quando volle ghermire Adelaide vedova di Lottarlo, nè il prese. Imperciocchè Adelaide chiamò in suo soccorso Ottone re di Germania, che la liberò, la sposò—e con questa unione fuse nella sua casa il regno d'Italia. Alla morte di Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, e di Beatrice sua moglie, Matilde, figlia di costei e del primo marito Bonifazio, riunì l'immensa eredità dell'antico marchesato di Toscana a quella della casa di Canossa, e divenne sovrana del più grosso feudo d'Italia.
Due furono sempre i movimenti di questi marchesi: levarsi a signori d'Italia tutta; favorire i papi nelle lutte cogl'imperatori di Lamagna. Matilde aveva deposto il primo pensiero. Ma più che tutti i suoi antenati, più che ogni altro principe divoto, ella caldeggiava per la sede di Pietro.
Matilde, nella prima giovinezza, aveva anche essa forse soccombuto all'imperio dei sensi, alle tentazioni della voluttà, alle seduzioni dell'amore, al fascino di quelle parole che danno la vertigine alle fanciulle. Poi, disingannata forse, oltraggiata in sua fierezza, o inebbriata di più alto sentire di sè e di sua dignità, più matura negli anni, più dotta della realità dell'esistenza, si era isolata da qual si fosse passione terrena. Nel suo cuore aveva spento l'amore, che è tutta la vita di giovane donzella. Aveva scacciata la vanità di essere la più bella castellana d'Italia, che gli era un soffogare le più soavi e brillanti illusioni di una donna. Aveva sepolto nell'anima l'orgoglio del fasto e del potere, ch'è quanto mai femmina possa ambire e desiderare. Ella aveva concentrato il suo spirito sull'elevato pensiero della vita futura e del destino dell'anima oltre la tomba. Le sue facoltà intellettuali avevano perciò acquistata una visione indeterminata; le sue idee un colorito vago e fantastico. Ma nel tempo stesso, con l'ostinato meditare sopra oggetti ascetici, aveva assunto un rigore di principii, una solidità di carattere che nulla valeva a riscuotere, e che le davano quella specie di cieco coraggio che nulla cura, nulla bada. Si era devoluta come schiava all'arbitrio dei pontefici. E questi, non è a dirsi, se avessero saputo profittare della fatale tendenza di una principessa tanto potente. Matilde aveva seriamente contemplata la dignità del papa. Lo aveva scevrato dall'uomo, e gli aveva assegnato il dominio della parte morale dell'universo. Il papa, per lei, era il pugno di Dio che stringeva le anime de' suoi popoli. Non essendo dunque il pontefice che un organo mosso dall'intendimento di Dio, che un portavoce dei comandi del cielo, il non obbedirgli significava ribellarsi al Signore. Identificato così il pontefice e Dio, Matilde aveva messo a scopo della sua vita soddisfarne ogni volere indefinitamente, per poi lasciargli l'eredità dei suoi Stati. E così fece.
La sua corte componevasi. di uomini austeri ed ipocriti. Non fasto di abiti, non pompe di feste, non brio di banchetti, non fulgore e spirito di cortigiani, non perigliose delizie di cacce, non treno ricco di servi e cavalli, di astori e di alani. I menestrieri fuggivano il castello come soggiorno maledetto. I giullari e gl'istrioni vi passavano del capo chino mormorando una maledizione alla fredda castellana. I merciaiuoli e le cortigiane lo detestavano, non trovandovi a trafficare le loro merci. Gli stessi guerrieri, per cui la vita scioperata e le forti crapule sono elemento necessario di esistenza, in quella corte avevano attinto sussiego severo; e perciò appunto più duro e feroce carattere. Non dividevano le grazie della contessa che due individui. Una vecchia dama, alquanto sorda, alquanto losca, alquanto zoppa, del resto, nel cuore soda come macigno e capace di starnutire un buon migliaio di paternostri al dì; e Donizone, stravagante ed ubbriaco frate, che nell'ebrietà scriveva la vita di lei in versi esametri latini, e nei momenti di lucidi intervalli si tagliava le mani al torno. E quella le prestava i pochi uffizii di damigella che le potessero occorrere; questi le diceva la messa tutte le mattine, le benediceva la mensa, le faceva l'esposizione del sacramento all'ora di compieta, bene inteso però che Donizone adempiva a quest'altri doveri quando non si trovava ubbriaco, lo che spessissimamente avveniva. Vi servivano infine altri pochi famigliari, i quali acquistavano importanza solo in occasioni solenni come questa, che albergava gente al castello. Ed allora, perchè persone non pratiche e ad opposti mestieri addette, commettevano goffagini e disattenzioni senza fine, cui la distratta castellana neppur essa avvisava. E questi stessi erano un vecchio avanzo della corte del marchese Goffredo, i quali per loro vecchiezza, Matilde non aveva avuto il coraggio mettere sulla strada a mendicare.
A questo castello, verso l'ora di sesta del domani l'imperatore Enrico si approssimò. E' non portava divisa da re. Non aveva abito che annunciasse un principe o dimostrasse pompa. La testa coperta da berretto a foggia di capperuccio, il corpo di una tonica di grosso drappo verde, corta fino al ginocchio ed azzeccata al fianco da cinto di cuoio, le brache strette fino alla noce del piede sovramontate da coturnetti, ed un piccolo mantello uso a portare alla caccia per essere più spiccio e svelto. Del resto, niun'arma, nemmanco il pugnale.
Sorgeva intanto rigidissima giornata. Le nevi, cadute a iosa il giorno avanti, ridotte a minutissima polvere dal ghiado della notte, levava a turbine freddo vento di tramontana ed appiccava alle persone ed al muro come mastice. Lo stesso fiato si gelava uscendo dalla bocca. Enrico salì a piedi l'erta della rocca. Lo accompagnavano Baccelardo, Guiberto, il vescovo di Vercelli, quel di Bovino, e parecchi signori, venuti appositamente di Piacenza, udito della prossima riconciliazione, ed attendati per su le circostanti alture, non trovando ove albergare. Giunti sul piccolo spianato innanti le fortificazioni della prima porta, videro uscir fuori dalla postierla di soccorso l'abate di Cluny che, da star sugli spaldi, li aveva scorti. Ugone trasse incontro all'imperatore e gli disse:
—Sire, io ebbi l'onore di tenere vostra magnificenza al fonte del battesimo, e vi ebbi caro come figliuolo, venerandovi come re. Duolmi perciò che papa Gregorio abbia voluto darmi una parte a sostenere nelle disgrazie che vi hanno colpito. E duolmente maggiormente adesso che debbo dirvi, d'ordine suo, ingrate parole. Imperciochè so, sire, come sovente i grandi comunichino alle persone l'odiosità delle opere.
—Ma che vi han dunque comandato di dirci, messer abate? domandò Enrico impaziente.
—Eccovi, sire. Nel primo recinto di queste mura lascerete il vostro seguito: indi solo, spogliato dei sandali, del berretto e del mantello, i piedi e la testa nuda sotto l'aperta volta del cielo, pel tempo perverso che fa, e digiuno, attenderete nella seconda rampa che il papa vi appelli al castello per perdonarvi.
—Sacramento di Dio! scoppia Enrico digrignando ferocemente, ma costui ha dunque intieramente dimenticato che noi siamo re, unto come lui, ed inviolabile della persona? Vuole dunque gittarci ad eccesso da disperato, e demente cozzare con un demente?
—Sire! risponde Ugone tutto peritoso, vedendo la figura sformata del re, che percorreva a lunghi passi lo spianato. Sire, per la misericordia di Dio, quietatevi. Prestatevi a quest'atto di umiltà. Ne avrete larga ricompensa dal cielo, e trionferete dei vostri nemici. Che vi giova ribellarvi adesso, che vi sta nel pugno la vittoria, e che siete alla vigilia di mostrarvi ai popoli vostri più grande e più forte? Un segno più o meno di umiltà non vi sconforti. Ricordatevi che Cristo patì avvilimenti peggiori. D'altronde, gli è l'affare di un momento. Sarete tosto introdotto, io spero, e riconciliati; perchè quanti siamo nel castello non desistiamo dal tornare favorevole il pontefice.
Enrico lo stette ad udire, poi rispose:
—Dovremo dunque sorbirci questo calice fino alla feccia?
—Sire, si fe' a dire Guiberto, anch'io vi prego di non guastare l'opera cominciata per sì lieve formalità, che i canoni richiedono. Se aveste udito il mio consiglio, non vi sareste messo con sì nobile e generosa fiducia all'arbitrio dell'impudente pontefice. Ma poichè la bisogna si è cominciata così, finiamola come si può meglio, in nome di Dio, e lasciateci poi cura di ristorarvi l'onore quando che sia.
Enrico gitta un sospiro e sclama:
—Così vuoi, mio bravo Guiberto? Farò così: ma giuro alla Beatissima Vergine di Goslar...
—Perdonatemi, sire, se ardisco interrompere il vostro giuramento. Non sappia la luce del dì ciò che passa nel fondo della vostra coscienza. Nei tempi che corrono, anche la luce può divenire infedele.
Ugone di Cluny lo comprese, e gittando un sospiro susurra a voce sommessa:
—Dio ti perdoni, arcivescovo di Ravenna: da voi ho meritato questa sopruso.
Enrico strinse la mano di Guiberto e si prestò a Baccelardo che gli scioglieva i calzari ed all'arcivescovo che gli toglieva il mantello. Indi seguì l'abate che, a passo lento e taciturno, precedeva. Giunti innanzi la porta della seconda rampa, la postierla si aprì per lasciare entrare Ugone, il quale recava la novella a Gregorio, e si rinchiuse di nuovo sul volto del re. I frati del cenobio, i prelati rinchiusi nel castello, salmeggiavano dietro i merli della rampa. Enrico restò lungamente, degli occhi accollati a quella porta, immobile, assorbito in una nuvola di nere idee, che gli rinnovellavano i fatti diversi della sua vita come le vedute di un panorama. A tempi lontani, a scene varie egli viaggiò della mente, e considerò quanta improba fosse la natura degli uomini, che solamente nel male debbano star cheti, e ribellarsi ai modi dolci ed alle azioni generose.
Finalmente, assiderato, si tolse di quella posizione immobile, e conciossiachè passeggiasse sulla neve, cominciò a muoversi per bandire il freddo.
Intanto erano passate parecchie ore ed alcuno non si vedeva. I piedi arrossiti gli dolevano: il volto egualmente, ma più rosso di sdegno che di freddo; imperciocchè il sangue, a ventisei anni, rigoglioso gli bolliva per le vene. Suonò mezzogiorno; suonò vespero: nè alcuno da parte di Gregorio comparve. Enrico era digiuno. La neve, il vento gli percotevano il viso. Non udiva voce fuori di quella lugubre salmodia e di quella della natura crucciata. Ma egli non sentiva più fame, non sentiva più freddo, dell'ira dell'uragano non temeva; perocchè uno, ancora più terribile e fosco, imperversava nel suo cuore. Quelli della sua corte non ardivano presentarsi a lui onde non mortificarlo peggio nella sua umiliazione. Ma il loro cuore dava sangue, anche più concitato di quello del re. Infine suona compieta. Allora Baccelardo, non resistendo oltre, entra nel secondo girone, e recando ad Enrico i panni e gli usatti:
—Sire, dice, ho qui un'azza: comandate che quella porta vada a terra, e vi do parola di cavaliere che, ferrata com'essa è, ci andrà.
—E vada, sclama Enrico furibondo, ritirandosi.
Baccelardo, in men che si dice, comincia a scaricare sull'uscio tal tempesta di colpi, che la postierla principiava a sgangherarsi e ben presto gli avrebbe aperto il varco, se non si fosse affacciato tra i merli delle mura il vescovo Giovanni di Porto ed avesse detto:
—Ser cavaliere, a nome della contessa Matilde e del pontefice Gregorio v'intimo desistere dall'opera pazza, e di allontanarvi, se non vi torna più grato di esser salutato da qualche centinaio di frecce.
Baccelardo sospende i colpi e sta ad udire il parlamentario; e come questi ebbe finito:
—Cane di un vescovo, grida, tu sei un poltrone come il tuo padrone, e tutti agite da poltroni malcreati. La mia risposta intanto è questa; e così potessi darne una somigliante anche al figlio del falegname di Soano.
E sì dicendo, scagliava l'azza contro il vescovo, che ne avrebbe avuto certo spaccato il cranio, se sollecito non si tirava indietro. Egli allora tolse la balestra di mano ad un soldato per rimandargli il saluto; ma Baccelardo era scomparso dietro la rampa delle seconde mura, e unitamente al re ed al resto della corte tornava al romitaggio di San Nicolao.
L'imperatore non tolse cibo che pochissimo e la notte non dormì.
Allo spuntare del giorno voleva partire per Piacenza e tentare la fortuna delle armi, l'ultima che gli restasse nel naufragio, e morire da guerriero come aveva vissuto da re. Se non che i signori della sua corte, e Matilde, che tutta confusa e peritosa andò a fargli visita per confortarlo, lo supplicarono di non si disperare così tosto, e correre alla violenza, ma facesse tentativo, quel giorno ancora, perchè forse Gregorio, soddisfatto di sua umiltà e convinto del suo pentimento, gli avrebbe aperte le braccia e perdonato. Enrico battagliò lungamente questo avviso. Infine, vinto dalle preghiere della pia donna, si prestò a secondarli. Sull'ora di sesta quindi si presentò di nuovo al castello.
L'abate di Cluny che quivi lo attendeva, non ardì profferir parola. Enrico comprese cosa significasse la sua presenza, e facendo cenno ai suoi di restarsi, si fe' cavare i borzacchini ed il mantello, e seguì l'abate. La postierla si aprì di nuovo, come il dì avanti, e di nuovo si richiuse.
Quattro ore mortali Enrico ebbe il coraggio di attendere ancora quel giorno: niun messaggio del papa gli giunse. Ed era medesimamente digiuno, ed il tempo orrido al pari. Questa volta però le ore passarono più sollecite. Egli restò più tranquillo. Imperciocchè cominciò a correre con la mente l'avvenire, e vagheggiare un piano di vendette. E per tal modo vi si addentrò, e le sorbiva con tanta delizia, che, immemore e fuori di sè, disse all'arcivescovo di Ravenna che, corrucciato, lo veniva a rilevare:
—Restiamo ancora; prolunghiamone l'agonia.
—Sire, risponde Guilberto, gli è inutile attendere di più. Vestitevi, montate a cavallo e ritiratevi. Io compirò il rimanente. Dimani poi, cavalcheremo alla volta di Piacenza, se uopo è, e Iddio deciderà della vittoria. Questo infame portamento di Gregorio irriterà chiunque ha nel petto cuore di un uomo.
—Infame sì, risponde Enrico, ancora stravolto e col viso scomposto, o meglio convulso, a gioia feroce, infame certo; e perciò appunto prolunghiamone l'agonia, e ricordiamogli le ore spasimate che mi fece passare a Canossa.
Guiberto comprese che l'irritazione del pensiero ed il freddo avevano concentrato il sangue nella testa del re, e che la febbre ed il delirio lo travagliavano. Lo condusse perciò fuori le mura, ed affidollo ai cortigiani, affinchè lo menassero al romitaggio e lo andassero a ristorare di un bagno.
Due ore dopo, un cavaliere si presentava a Gregorio come parlamentario, e le porte della stanza si chiudevano.
—Ebbene, messere, che vuol dir ciò? dimandava Gregorio con voce alquanto commossa.
—Vuol dire, Ildebrando, rispose l'altro, che tu non devi temere ed ascoltarmi.
—Guiberto! grida il pontefice levandosi da sedere, che chiedi tu qui?
—Guiberto appunto, risponde l'arcivescovo di Ravenna, alzando la visiera. Tu non aspettavi la mia visita, fratello; ma io, che ho miglior cuore del tuo, che che tu ne possa pensare, ho voluto gustare del piacere di abbracciarti.
—Indietro, assassino, grida Ildebrando ritraendosi, qual novello delitto sei venuto qui a commettere?
—Per l'anima di quel nostro bravo Bonizone, fratello, tu non hai cangiato in nulla! Tu sei sempre quel petulante giovane, che fantasticava in ogni cosa il male e non si piegava nè per consigli, nè per forza. Ed a dire che neppure nel volto sei mutato! Io invece... eh! fratello, la vita del campo e tra le femmine consuma; e tu ben ti sei avvisato farti papa. Minchione che non lo hai fatto prima!
—Ma, che cosa è dunque codesto insolente favellarmi? aprimi passo o va via, grida Gregorio turbato, sbalordito, non sapendo quasi che dicesse, affogato da cento affetti diversi.
—Corpo di mille lance, qui non ci ascolta nessuno, Ildebrando. Lascia dunque, con tutti i diavoli, codesto sussiego, perchè con me non sei nè più nè meno dell'intrigante frate che ha barattata la cocolla per la tiara, e del figliuolo di Bonizone come me, arcivescovo di Ravenna eccetera. Inoltre egli è necessario che io ti favelli. E stammi bene ad udire, sai! Perchè già da te conosci come il nostro sangue sia infiammabile, e come entrambi siamo maledettamente corrivi allo sdegno ed alle mani.
—Parla dunque, e toglimi presto il fastidio di vederti, mormora Gregorio, cadendo sul suo seggio spossato dall'assalto delle interne passioni.
—Ma di', sclama di un tratto Guiberto come colpito da un'idea, ti brulicherebbe forse ancora per la mente lo scherzo che ti feci a Cariati? Eh! via, fratello, non istà bene ad un vecchio pensare a queste umane debolezze, e ad un pontefice covare sdegni sì lunghi. D'altronde tu mi provocasti così villanamente, e ne ho fatta di poi una penitenza che non saprei dirti. Lasciamo stare dunque i vecchi rancori, che nulla omai ci potrebbero giovare e nuocerci moltissimo, e pensiamo a perdonarci l'un l'altro. Io già mi strugge una rabbia di perdonare, che perdonerei ....
—Non mai, non mai, non mai! grida Ildebrando interrompendolo e rizzandosi di nuovo in piedi, no, non mai!
—Che uomo diabolico che sei, Ildebrando!—continua Guiberto sorridendo e mettendosi a sedere—gli è più facile cavare i denti ad un orso che te dal broncio. Eppure, se ci riconciliassimo, sarebbe lo spettacolo più commovente di cristianità; ed io muoio proprio della voglia di darlo codesto spettacolo e di udire a piangere le donne pie per la tenerezza, e le buone comari che griderebbero al miracolo. Via, piegati dunque fratello, pensa, corpo del diavolo, che hai sessantaquattro anni sonati, e sei prossimo ad andare innanzi a monsignore Iddio, che con voce terribile ti dimanderà, come a Caino: cosa hai tu fatto del tuo fratello? Perchè vedi, Ildebrando, se io sono stato un poco discolo, e forse lo sono ancora un tantino, se sono forviato, la è colpa tua, che, invece di darmi bravi consigli, mi spingi alla perduta nelle follie. Andiamo dunque, abbracciamoci, e qui finisca ogni mal'animo. Vedi che io ho fatto il primo passo, ora come sempre!
—Indietro, ti dico, grida Gregorio, e sgombrami la via, scellerato, perchè alla tua vista, alla tua memoria, io sento l'anima farsi a brani, la ragione disquilibrarsi. Chi è dunque che ha permesso a questo rettile di avvicinarsi fino a me? Perchè Iddio della divorante sua pupilla non ha per anco incenerito quanto di più nefando, quanto di più scellerato abbia prodotto la terra?
—Via, via Ildebrando, non facciamo zannate! Tu già conosci che io non rinculo avanti le aste, come vuoi dunque che mi spaventi di parole e di collere? Animo su, un abbraccio, ed a tutti i diavoli i picchi e le smancerie. Siamo fratelli alla fine. E poi io ti perdono; e poi io non ti domando neppur conto di mia moglie, di mia moglie che tu hai vituperata, di Alberada che io ho amato col più robusto delirio che possa agitare il cuore di un giovane. E tu me l'hai tolta, me l'hai rubata, mi hai oltraggiato negli affetti e nell'onore. Facciamo pace dunque. Le passioni domestiche cedano ai doveri politici. I rancori di uomo si seppelliscano sotto l'esigenze di papa e di arcivescovo. Prendi la mia mano.
—Indietro, ribaldo, la tua persona, il tuo contatto, il tuo respiro stesso avvelena l'atmosfera che respiriamo e mi lorda.
—Ah! sclama Guiberto, cambiando accento e levandosi. Bisogna dunque mutar tuono, non è vero, pontefice? Bisogna che ogni voce di natura si soffochi, che non siamo mai più Ildebrando e Guiberto, ma l'arcivescovo di Ravenna e Gregorio, ma i nemici che si han giurata guerra mortale e che non si perdoneranno mai, neppure con la certezza dell'eterno castigo? Ebbene, tal mi avrai, se così vuoi, Ildebrando. Ma, per l'ultima volta, io te ne supplico, dimentichiamo ogni sdegno, torniamo fratelli.
—Fratelli! grida Gregorio, fratelli, dici? ed Iddio, se io ti perdonassi, avrebbe Iddio coraggio di perdonarti egli ancora? Tu hai oltraggiata l'opera delle sue mani; tu hai vilipeso il suo vicario. E se vero è che vada ligato nei cieli ciò che io ligo sulla terra, e che io abbia qualche potere, me ne valgo onde perseguitarti quaggiù, per dannarti alle fiamme dell'inferno nell'altra vita.
—Eh! sclama Guiberto accigliando, hai pensato a provvedermi con tanta carità per questo mondo e per quello; e di te, che sarà di te? Sappilo adunque. Io non mi imbratterò mai più le mani del tuo sangue, perchè il sangue dell'inerme mi pesa. Ma un'ora tranquilla di sonno tu non gusterai mai più, no, mai più! Già sono a testa di esercito numeroso, e meglio che tanto ne leverò. Gl'Italiani ti odiavano prima, ora per la tua durezza con l'imperatore ti detestano. Tu non hai che le armi della parola e le poche truppe di Matilde. La tua parola sarà portata dal vento come quella dell'insensato; la gente di questa pettegola calpestata sotto le unghie dei nostri cavalli. Io ti darò la caccia quasi belva feroce. Io calcherò le tue peste; insozzerò il tuo abitacolo; turberò i tuoi sonni fuggenti, i tuoi desinari frugali. Non ti darò tregua neppure di supplicare Iddio che ti tolga da codesta carriera di spine. Inoltre mi farò creare papa ancor io; e tu sarai incolpato da Dio e dagli uomini dello scisma. Le città ti cacceranno dalle loro mura come perturbatore della pubblica pace, e nella tua coscienza non potrai restar tranquillo, perchè come un flagello, come Attila, sei venuto a gittare la guerra e la discordia nell'universo. Io insomma, io sarò la pietra angolare per rovesciare i giganteschi tuoi progetti, il demonio che ti vedrai innanzi nell'agonia per dirti: Ricórdati, Ildebrando, come seducesti la moglie di tuo fratello; ricórdati come tentasti sedurre Alberada, e fosti la cagione del suo ripudio, e l'autore della sua morte—se morta è pure e non si dispera in lento strazio nel fondo di una prigione: ricórdati, Ildebrando, che per te tuo fratello si macchiò di omicidio e si gittò nel corrotto: ricórdati quanti pontefici prevaricasti coi tuoi consigli, quanti principi spingesti al delitto, quanta gente morì impenitente per le tue scomuniche, quanto fosti ambizioso e crudele, come turbasti le leggi dei popoli e la tranquillità. Ricórdati....
—E ne hai ancora di codesta infame litania?
—Oh! la è lunga, Ildebrando, e niuno meglio della tua coscienza può saperlo.
—Ebbene, giacchè te ne appelli alla mia coscienza, io ti rispondo, che le tue parole sono le parole di un perverso, i progetti tuoi quelli dell'empio. Mi hai messa innanzi lo sguardo una tela di delitti a commettere. Ma chi ti assicura che i tuoi giorni dureranno fino a domani, che tu tenterai la mano di Dio lungamente?
—Cosa è, fratello? Ti diletteresti anche tu di veleni e di comprar la mano di traditori? Eh! piano per Dio, perchè, per le sante ossa di tutti i martiri, se minimamente di alcuna cosa mi avvedo, ti prometto di non darti tempo neppure di confessarti, e da cavaliere e da vescovo di Cristo ti terrò la parola.
—I protervi li giunge Iddio; il giusto li disprezza. Ma insomma finiamola. Cosa sei venuto a cercare qui?
—Il tuo bene, risponde Guiberto, la tua potenza e la tua tranquillità. E ciò non potrai ottenere, fintanto che sarai in guerra con l'imperatore e con me. Ti propongo dunque la pace, e da fratello ti consiglio d'assolvere Enrico. Allora io mi contenterò di aver restituita Alberada e di essere arcivescovo; egli di andare a dimandar ragione ai suoi vassalli della fellonia; e tu tornerai a Roma a dispotizzare sicuro. Ma se ti ostini, prepárati allora a guerra terribile, perchè domani noi torneremo a Piacenza, e diman l'altro ci vedrai con formidabile esercito sotto le mura di Canossa per levarvi d'assalto od affamarvi. E vengano poi le truppe di Matilde che troveranno solletico al ricevimento.
—Credi tu dunque di spaventarmi, quell'uomo?
—Spaventarti no, perchè so di qual tempra d'inferno è il tuo cuore; ma vorrei persuaderti. Perchè, ti confesso il mio debole, per quanto mi faccia violenza, io non so dimenticare che siamo entrambi figli di Bonizone. Arrenditi dunque e perdona Enrico. Non tirarlo dai capelli nella disperazione; non tentare di piegar l'arco di soverchio, che può uscirti di mano e ferirti. Il tuo, è un fatale proponimento!
—Se Enrico è veramente contrito sarà perdonato, perchè Iddio non vuole la morte del peccatore ma la salute.
—Ma quando sarà perdonato, io domando?
—E chi siete voi per metter legge al vicario di Cristo, per tentare di scandagliarne il pensiero? I suoi disegni sono arcani come quelli di Dio, nè men tremendi.
—Ma l'anno della scomunica è prossimo a scorrere, ed egli perderà la corona.
—Il sacerdote ha la benda e non guarda nè l'uomo, nè la condizione di chi si presenta ad implorare perdono di sue peccata. Enrico è re? ma che sono i re avanti a Dio ed avanti a me che ne sostengo le veci? Fango sul quale il soffio della mia voce passa ed essi non sono più.
—Ma sai, Ildebrando, che tu sei un terribile uomo? sclama Guiberto, il quale le braccia incrociate sul petto era restato ad udirlo, a rimirarlo radiante di luce inspirata. Tu hai prese sul serio tutte codeste storie, e finirai per dio per farle tôrre sul serio anche altrui. Peccato che abbi al tuo comando solamente alcuni preti, alcune parole latine e qualche pettegola. Ah! se tu avessi un esercito. . . .
—Il mio Dio è il Dio degli eserciti, e dove esso pieghi il ciglio i popoli e l'universo sfumano come i sogni del demente. Ed io sono voce di questo Dio e questa voce vale più di un esercito, più di una corona.
—E vuoi perciò abusarne?
—Tu menti! Enrico sarà perdonato, ma quando io sarò convinto del suo pentimento, e che non covi malvagi progetti; quando l'ora sua sarà giunta.
—Ed io?
—Giammai! L'ora della tua grazia è passata. E se vero egli è che tu hai onore e coscienza, e che codesta coscienza possa l'uomo tribolare da togliergli il sonno, la fame, e fino il desiderio di vivere, sappi, sappi, uomo perverso, che per te solo io ho perseguitato e perseguiterò Roberto Guiscardo; per te solo perseguito Enrico; per te perseguiterei S. Pietro, se vedessi che ti potesse proteggere; perseguiterei la Vergine; perseguiterei Cristo; perseguiterei Dio. Tu e codesto vigliacco di re menaste vampo e mi scherniste, quando ad arcivescovo di Ravenna ti elevasti; per darmi rovello me lo gittasti sul volto con una lettera infame; per isfidarmi a guerra mortale, quasi già fomite d'ira fra noi non fosse stato, dentro Roma, a casa mia venisti ad insultarmi. Ebbene, io sottrarrò agl'imperatori ed ai laici la facoltà d'investire feudi ecclesiastici; a voi toglierò le mogli, Italia strapperò all'Alemagna; i despoti calcherò coi miei piedi; e primo tu—primi Enrico, Guiscardo e tu sarete le vittime.
—Sta bene, ci siamo intesi, sclama Guiberto dopo averlo udito attentamente, addio dunque, e ricadano sul tuo capo le miserie che stanno per contristare l'Europa. Noi non ci vedremo mai più da fratelli; il tuo contatto ha disseccato il mio cuore: ma guai!
—Addio, rispose Gregorio, ed uscì, la testa alta, il passo fermo, calmo, solenne, il guardo rivolto al cielo.
Guiberto lo lasciò partire, lo perdè di vista, poi piegò il capo ed uscì anch'egli mormorando fra sè:
—È un santo, un furbo o un forsennato costui?
IV.
Ric.—Stanley, quali novelle?
Stan.—Niuna buona, milord, perchè voi possiate ascoltarla con piacere: niuna tanto cattiva da dovervi esser taciuta.
Ric.—Codesto è un indovinello! Nè buone nè cattive! A che tante frasi prima di venire allo scopo? Una volta ancora, quali notizie?
Shakespeare.
Guiberto non disse nulla al re dell'abboccamento che aveva tenuto con Gregorio: solamente mandò corriere a Piacenza pe' capitan delle truppe di tenersi presti a recarsi a Canossa dietro il comando dell'imperatore, e spedì araldi ai suoi feudi per far novella tolta di militi. Al levarsi di Enrico la mattina, gli parlò delle disposizioni prese la notte, e come egli portasse avviso di non muoversi più dal romitaggio, mandar l'araldo d'armi a chiamar le truppe in su quel di Canossa, ed attenderle, mentre un altro distaccamento di Lombardi e di suoi vassalli, sotto la condotta del vescovo di Vercelli, avrebbe bloccato Mantova, dove svernava l'esercito in piede di Matilde. Enrico approvò le provvidenze, però e' dichiarò volere attendere un paio di giorni ancora onde piegare il tenace volere di Gregorio. Imperciocchè, dopo aver subíto umiliazione così bassa, ei sarebbe stata scioperatezza non cavarne construtto, per poi compierne vendetta tremenda.
—L'opera è compiuta a metà, egli diceva, niuno mi toglierà l'onta che quest'uomo mi ha fatta, quando io fiducioso mi venni a gittar nelle sue braccia come in quelle di mio padre, e sperai nella sua misericordia, più inesorabile di quella di Dio. Egli si è mostrato crudele e vigliacco; perchè non bisogna insevire contro il nemico il quale dimanda mercè. Ora, se non giungo ad ottenere che mi si tolga la scomunica, cosa avrò guadagnato? L'onore no, perchè vi ha un mezzo solo di ristorarmelo, e questo è quello delle armi, rovesciando lui ed i principi miei vassalli che hanno stretta lega codarda. L'amor dei miei popoli neppure, perchè so come i Tedeschi tengano all'osservanza delle costituzioni dell'Impero. Avrò forse guadagnato gli Italiani, ma questi sono mutabili e superstiziosi. Mi difendono oggi; domani, vedendo che trattasi di rovesciare il pontefice, potranno compungersi, tornar divoti, ed abbandonarmi. E poi credete voi, monsignore, che Gregorio non si appellerà ai Tedeschi e li chiamerà in Italia per aiutarlo? Ad ogni modo, bisogna tentare di aggiustarmi con lui, se ciò si potrà. In ultimo, ci appiglieremo al partito delle armi; e sarà quel che sarà, perchè allora consiglia la disperazione.
—Ma almeno, sire, fingiamo di voler decidere la sorte con le battaglie. Perchè la contessa, che teme per la vita del suo papa, non teme meno per i suoi Stati, nei quali non desidera certamente che si accenda la guerra. Ella pregherà vostra sublimità per usar moderazione ancora e pazienza, e voi fingerete cedere alle sue preghiere: pregherà il pontefice a non ostinarsi; e Gregorio, che non ha mica gusto di sconfortare questa santa creatura e di alienarsela, l'ascolterà. Perchè Gregorio, meglio di tutti, comprende di quanto periglio possa essere una guerra in Italia, giusto attorno alla sua persona. Così, sire, si serberà almeno la dignità di uomo e la fierezza del guerriero.
—Sì bene! Mettete dunque voce che si è ordinata la mossa del campo di Piacenza, e che domani il vescovo di Vercelli ed il principe Baccelardo cavalcheranno sopra Parma, voi sopra Mantova, e noi al blocco del castello.
Sparsa la voce di questo piano fra il popolo numeroso, accorso a vedere la pace tra il pontefice e l'imperatore, proruppe ognuno in grido di giubilo; imperocchè tutti strabiliavano della pertinacia di Gregorio. Matilde, che si era recata all'albergo dell'imperatore per visitarlo e calmarne l'irritazione, udì ancora ella quei fremiti, e ne rimase colpita. Non per paura, perchè educata fra le armi, ma perchè vedeva pericolare la salute di due uomini a lei carissimi, l'imperatore ed il pontefice. Ella si sentiva alle strette di osteggiare il suo parente e signore, o il papa e quindi Iddio. Cominciò perciò a supplicare caldamente Enrico che facesse novello tentativo per piegare l'irritato prete, e confidasse nelle intercessioni sue. Perocchè ella conosceva di fermo Gregorio non aver animo malvagio ed ostile contro di lui, ma agire per severo zelo di sacerdote. Lo persuadeva pure a non perdere il frutto delle umiliazioni già fatte, sendo che sapeva di sicuro Gregorio inclinare già a perdonarlo; e che ella gli prometteva, dove ciò non fosse avvenuto fra un paio di giorni, di restar neutrale nella contesa. Che perciò non disperasse, e mandasse nuovi negoziatori per intercedere pace, ed aggiustare le pretensioni ed i patti. Alle preghiere di Matilde si aggiunsero quelle caldissime della contessa Adelaide e dell'abate di Cluny. Per modo che Guiberto, fingendo anch'egli di calmare il corrucciato re, gli cadde ai piedi e lo scongiurò di arrendersi e di non gittare Italia nella guerra civile, prima che nella sua coscienza non fosse convinto di avere operato per evitarla quanto uomo poteva operare. Allora Enrico si lasciò vincere. E promise che, in sul mezzodì, e' si sarebbe recato, come i giorni precedenti, al castello per ottenere l'assoluzione.
Infatti vi andò. L'abate di Cluny, d'ordine dell'impenetrabile Gregorio, compì la sua cerimonia come avanti; ed il re scalzo, scoverto, e medesimamente, travagliato dalla neve e dal vento si presentò nel secondo ricinto delle mura. Aspettò fino al vespero, aspettò fino a compieta. Ma neppur questa volta il pontefice lo chiamò. Allora, agghiadato dal freddo, i piedi fatti lividi ed il viso piombino, con una violenza disperata nell'animo, si decise seriamente a partire di Canossa. Egli appariva chiaro oramai che Gregorio non aveva altra mente che insultarlo, conculcare nel fango la regia dignità, assaporare a centellino la voluttà della vendetta e dell'alterigia. Si tolse perciò di quel sito infame, e venne alla sua corte per ritornare al romitaggio, risoluto di non più avvicinarsi a Canossa che alla testa di un esercito onde dimandar conto dei vecchi e dei nuovi vituperi.
A piedi dell'erta però, una specie d'orso ed una giovane si aprirono il passo tra la folla stivata della gente, che pendeva da quell'avvenimento, ed all'imperatore si presentarono.
—Sire, disse l'uomo, cui Baccelardo conobbe subito per Laidulfo, qual compenso mi darete voi se per domani mastro Ildebrando farà aprirvi quelle maledette porte della fortezza?
Enrico gitta lo sguardo su costui, poi volgendo le spalle con dispetto ordina, allontanandosi:
—Frustatemi quel cialtrone.
Baccelardo si approssima a Laidulfo, e tiratoselo da parte lo rimprovera:
—Compare, v'ha dunque bisogno di pattuire con un re? Tu gli renderai grande servigio; devi perciò sperare grosso compenso.
Laidulfo si gratta l'orecchio sinistro e risponde:
—Perciò appunto che egli è re voglio patteggiare. Io conosco come costoro mantengono la parola! Per tutto ringraziamento, ti fanno nascondere quattro o cinque pollici di stiletto nel cuore, o qualche graziosa dose di veleno nello stomaco in un gotto di Sicilia o in un pasticcio di cavriuolo, e buon dì a chi rimane. Mai no: patti innanzi e ricompensa sicura.
—Pezzo di birbo! ed avresti cuore di andare a mercanteggiare con un sovrano ridotto a quello stremo?
—Cuore! e chi ti ha detto che ne abbia cuore io? Però questo è il mio stile.
—E che faresti tu insomma?
—Quel che vorranno. induco mastro Ildebrando ad accogliere questo minchione di re, che ha tanta frega di benedizioni, o l'uccido e ne lo libero intieramente. Ma io posseggo un mezzo a cui il prete non resisterà.
—In ogni conto lo fredderai se lo trovi ostinato, non è vero?
—Credi che m'imbratterei l'anima per questo? mi regolerò giusta i patti che stabiliremo.
—Ucciderlo no, risponde Guaidalmira, io nol permetterò giammai.
—Zitto tu, berghinella. Chi ti ha imparato a rispondere dove parlo io? La è questa la veneranza che si deve ai consigli dei più provetti?
—E dimmi un po', Laidulfo, continua Baccelardo pensieroso, la testa in giù, riflettendo alla proposta di colui, dimmi un po' che pretenderesti tu per codesto pietoso uffizio.
—Spieghiamoci chiari. Che cosa si vuole? Che il re venga ricevuto? Ebbene ei mi darà una contea con tutte le terre ed i diritti pertinenti—bene inteso però che la voglio nei paesi d'Italia.
—Per Dio, compare, tu fili grosso. E che pretenderesti se dovessi ucciderlo?
—Che? Vedi un poco cosa si dà nel suo paese per Wehrgeld[1]. Venti soldi per uno schiavo: 30 per un porcaiuolo: 36 per uno schiavo divenuto colono tributario: 40 pel maniscalco che cura 12 cavalli, pel cuciniere che ha un aiutante, pel pastore che guarda 80 montoni, per l'orefice, pel ferraio: 45 per un servo della chiesa e del re: 80 per uno schiavo affrancato in presenza della chiesa o con una carta formale: 100 per l'uomo di condizione media, pel romano che ha beni proprii o viaggia, per l'uomo del re e della chiesa: 160 per l'uomo libero: 200 pel chierico nato libero, per l'uomo affrancato a danaro: 300 pel romano conviva del re: 400 pel suddiacono; 600 pel diacono: 600 pel prete nato libero, pel conte, pel sagibero[2]: 640 pel parente di un duca: 900 pel vescovo: 960 pel duca: 1800 pel barbaro libero, compagno del re, attaccato ed ucciso nella sua propria casa da una banda armata—Ora ti lascio considerare cosa valga la vita di un pontefice! Mi contento che mi dia un vescovado.
—Uhm! compare, tu non hai mica voglia di guadagnarti la vita con l'aiuto di Dio.
—Ti par troppo?
—Ma sì per Dio! Non pertanto, mettiti all'opera, compila, e forse il re sarà ancora più generoso che tu non desideri.
—E chi mel guarantisce?
—Io.
—Tu? Uhm! ragazzo mio, con questo suono non mi muovo nemmeno quanto son lungo.
—Tu sei un ebreo, Laidulfo! E non ti pare che la stessa natura del servigio e l'urgenza del caso fossero garanti ancora più possenti di una parola?
—Sicuro. Ma per togliersi poi da scrupoli, e' potrebbe anche regalarmi una bella collana di corda e farmi appendere speditamente ad un albero. Che te ne pare? Tu non conosci, ragazzo mio, di che pasta si facciano i re, e come essi intendano la faccenda della coscienza, dei dritti e dell'onore! Questi sono legami del volgo e degl'imbecilli. Ma non l'accoccano a me, no; te lo giuro pel santo asino di Balaam!
—Tu calunnii l'imperatore, Laidulfo. Egli non si è mostrato mai taccagno con chi gli ha praticati degli uffici.
—E se adesso volesse fare eccezione?
—Impossibile. Egli tiene all'opera che tu imprendi più che alla vita.
—Ne sei certo?
—Come dell'anima. D'altronde, vedi che non v'ha mezzo per avvicinarti a lui e patteggiare. Val meglio perciò tentare la cosa che starne così; perchè una mercede, e generosa, l'avrai sicuro—e ti farò risparmiare altresì la frusta che ha comandato di largheggiarti.
—Ecco le munificenze regali! Ecco di che i re non sono mai avari! Una pena per tutti i falli; la fame e l'obblio per tutte le virtù.
—Diavolo! tu fai della morale, sclama Baccelardo ridendo.
—Dio me ne scampi! riprende Laidulfo, io non sono ancora si disperato. Orsù dimmi un po', come si fa a penetrare nella fortezza?
—Niente di più facile. Ti condurrà l'arcivescovo di Ravenna. Bada però di non farlo troppo domesticare con codesta giovane. E sarai ammesso come parlamentario in piena sicurezza. Ne abbiamo parola della contessa.
—Vediamo dunque cosa saprà fare codesto arcivescovo, e lasciate a me cura del resto.
Sul cader della sera, infatti, Laidulfo e Guaidalmira venivano introdotti nel gabinetto di Gregorio dalla stessa contessa Matilde, la quale non si lasciò a ciò indurre senza prima aver tastato un po' il messo, ed attinto un barlume dei mezzi che si volevano adoperare. Laidulfo veramente non le disse tutta la verità. Però seppe dare alle sue parole una forma di credenza, e d'altronde Guaidalmira guarentì della sua vita che non sarebbe al papa venuto male di sorte. Gregorio, occupato vicino al camino a scrivere lettere ai principi di Germania, non avvertì della coppia entrata nella sua stanza; nè questa fece pressa per aprire l'abboccamento. Ma come Ildebrando ebbe finita di scrivere lunga pagina, e prendeva fiato per voltar l'altra, alza lo sguardo e scorge Laidulfo che, le mani congiunte dietro i reni, aspettava. Allora questi si fece più avanti fin presso il tavolo e disse:
—Ser papa, mi conosci?
—Chi sei tu?
—Uhm! un bravo ed onesto mercante, pontefice.
—Santo padre, soggiunge Guaidalmira traendosi innanzi, è mio padrino.
—Quella giovane, ti bisognerebbe dunque alcuna cosa?
—A me no, santo padre; ma piacciavi di ascoltare le suppliche di mio padrino.
—Vale a dire, suppliche no. Io vengo invece a proporti un bel contratto, pontefice, se da te si può cavar qualche cosa.
—Parmi che la tua laida figura non mi torni affatto nuova.
—Sicuramente. La vigilia di Natale del 76 venni ad offrirti un altro bello affare, che commettesti la balordaggine di non accettare. Se ti ricordi, quel tale vescovado di Oria! Pare proprio che io sia destinato ad esser vescovo, perchè ci ho un'inclinazione tale, ma tale da sembrare una malattia ed ostinata mi frulla nel pensiero ovunque mi volga. L'è una fissazione, bisogna convenirci.
—Ma dimmi un po', quella giovane, costui è matto?
—No, signor pontefice, risponde impudentemente Laidulfo stesso, piuttosto tristo, come dicono gli sciocchi. Ma che vuoi! L'uomo non può esser diverso da ciò che lo ha fatto Iddio. Or dunque, per venire a bomba, nel 76 proposi di venderti un segreto, e quel segreto era niente meno, che la notte ti avrebbero assassinato come avvenne....
—Ah! scellerato, ora ricordo meglio la tua persona. Ancora tu eri degli assassini.
—Appunto, mi avevano pagato perciò, e feci il mio dovere. Ma non andare in bestia, pontefice, perchè tu perdonasti a tutti, e buon pro adesso.
—Ed è forse per qualche attentato simile che ora qui ti han mandato?
—Eh! eh! quel galantuomo! non calunniamo la gente dabbene. Io sono qui per venderti un segreto, anche più rilevante.
—Ma tu sei dunque il demonio che conosci quanti segreti mi riguardano?
—Presso a poco, pontefice; e se non son demonio, gran cosa non può mancarmi—solo che mi facessi vescovo....
—Esci furfante, se vuoi che non ti faccia frustare, grida Gregorio divampando di sdegno.
—Frustare, frustare! mormora fra i denti Laidulfo, prendi un granchio, pontefice: io sono nobile. Ma lasciamo stare queste bazzecole e parliamo sul serio. Con un primo esempio hai veduto, come io sia veritiero ed onesto. Ora ho un altro segreto da vendere. Perchè, vedi bene, entrambi noi siamo mercanti e spacciamo parole: con la differenza che tu, come chierico, pontefice, le spacci latine; io volgari, come laico. Or dunque, di', vuoi mercanteggiar meco da bravo cristiano?
—E che riguarda cotesto segreto?
—Da capo! è un segreto come il miracolo di S. Donegilda, cui la sera tagliano i capelli e la mattina le pie monache li fanno trovar cresciuti. Dimmi solo se vuoi comprarlo a patti equi, perchè altrimenti saprò a chi venderlo e.... E tu non ci avrai gran gusto, pontefice. Ti pentirai anzi di non aver dato metà dei tuoi feudi a chi tel proponeva.