BIBLIOTECA NUOVA
PUBBLICATA DA G. DAELLI
IL RE DEI RE
Stabil. tip. già Bonlotti, diretto da F. Gareffi.
IL
RE DEI RE
CONVOGLIO DIRETTO
NELL'XI SECOLO
PER
F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA
VOL. IV.
MILANO
G. Daelli e C. Editori.
1864.
LIBRO SETTIMO
IL MESSAGGIO.
I.
Alla nostra città non fe' paura
Arrigo già con tutta la sua possa
Quando i confini avea presso alle mura.
Machiavelli—L'asino d'oro.
Sicuro Enrico di lasciar ben curate le sue cose di Germania a Federico di Staufen, senza mettere indugi prese le mosse per alla volta d'Italia. Il considerevole esercito seguivano assai tra vescovi, principi, duchi e signori di ogni grado, e per dovunque passava con le voci di plauso raccoglieva attestati di divozione e di omaggio. Segnatamente gl'Italiani, ahi pur troppo! che dalla venuta del re speravano messe di gloria e concessioni di libertà. Le schiere dei combattenti correvano a folla sotto le sue bandiere. Ogni Comune mandava le sue milizie cittadine. Ogni barone conduceva i suoi uomini d'armi e cavalcava al campo. Sicchè Enrico, giunto a Verona ove celebrò la Pasqua, si trovò a capo di esercito poderoso, il quale niente meglio desiderava che pugna, che vendetta dell'astioso pontefice. Dall'altro lato la contessa Matilde aveva messe insieme le sue bande e comandato ai suoi vassalli che, chiunque possedesse una spada ed un cavallo fosse atto a servirsene, la seguissero nella spedizione contra il re. Ed ella stessa, lasciate da banda le mollezze femminili, che veramente non conobbe mai troppo, lasciate da banda le discettazioni teologiche e le pratiche beate della divozione, vestì lorica e celata ed al campo di Mantova trasse.
Le sue genti sovra i giachi di maglia e le corazze portavano corta tonica bianca divisata di croce nera, ed a foggia di croce l'elsa degli stocchi. Nei loro accampamenti non gironzavano cantoniere, giullari, istrioni, buffoni d'ogni maniera, e merciaiuoli. Invece, frati d'ogni colore a tutti i crocicchi alzavano panche, e fatto un po' di crocchio predicavano irate parole contro Enrico il Madianita, che veniva a contristare Israele, e seminare le discordie nelle terre di Canaan. E quei soldati severi nelle fisonomie e nella condotta, lungi dal rompersi a crapole su per bische e lupanari, e ad orgie ubbriache nelle osterie, nelle parole parchi, negli atti misurati, raccolti, a capo giuso, rassegnati, si ragunavano la mattina nel grande spianato del campo, dove il vescovo Anselmo di Lucca, uomo sulla taglia di Gregorio, celebrava la messa e trinciava loro benedizioni a iosa. Ed al tramonto cantavano in uno l'angelus prima di dispensarsi alle guardie dei valli e delle trincee. Matilde si teneva sempre in mezzo di loro, ne parlava il linguaggio, la più assidua nei lavori del campo, la più sagace nelle deliberazioni dei capitani, dei disagi improvvida, delle fatiche non schiva. Al conspetto di altrui, nelle assemblee, percorrendo a cavallo le tende, il suo volto era sereno perchè aveva posto confidenza in Dio. Ma la notte, ma nel silenzio ella non sapeva siffattamente imporre al suo cuore di posare tranquillo sul pensiero, che le sue truppe erano pochissime e mal proprie contro l'esercito di Enrico, precaria la sua posizione, pericolosa quella del papa, terribile quella del paese a lei soggetto, e che era odiatissima. E quell'odio, cosa strana, ha sopravvissuto al tempo. Anche oggidì, il contado la crede tristissima donna; inesorabile coi vassalli; imbertonnata dal papa con cui ebbe tresche lubriche nel tempo del suo marito Goffredo il gobbo; in commercio con i diavoli che le fabbricarono in una notte quaranta castelli; che facesse costruire torri e campanili per ordine del confessore, onde purgarsi di sue peccata; e che, infine, scoppiasse a Bianello, sull'altare, nel momento proprio in cui celebrava la messa, di cui papa Gregorio le aveva impartita facoltà. Le leggende su Donna Matilde brulicano nell'Emilia, gremita dai ruderi dei suoi castelli—e non una carezzevole, per questa donna sì carezzata dai papi, per questa donna che segnava, Mathilda gratia Dei, si quid est! Alle conseguenze di quest'odio vivissimo allora, si arrogeva che l'imperatore non le avrebbe punto perdonato la resistenza, ed il ritardo alla sua corsa vittoriosa sopra Roma. Nondimanco niuna debolezza tradì mai nè la condotta nè il carattere di lei. E forse non la si vide giammai più tranquilla che quando seppe Enrico in Italia, ed acquartierato a poche miglia dal suo Campo. Ella doveva resistere al primo urto del nemico.
Matilde non era più nel fior della sua giovinezza. Ma l'età non aveva avuto che leggera presa sulla sua persona, perchè in lei, se i sensi favellarono talvolta, il cuore aveva sempre assolutamente taciuto. Ora ogni ruga sulla fronte, ogni lampo ottenebrato nello splendore degli occhi, ogni pallor sull'incarnato delle labbra, non sono che una fotografia degli spasimi del cuore. L'amore è una demolizione in permanenza. Laonde, al vederla, Matilde sembrava ancor una vergine a venti anni, come quelle madonne della scuola di Giotto che non hanno età perchè non hanno anima. Una serenità sovrumana splendeva sul suo sembiante, ma fissa, ma monotona come l'azzurro del cielo di oriente, ove un'aura non mormora, ove la vita sembra cristallizzata. Solamente quella serenità non era la purezza, non era l'innocenza, non era l'incoscienza del dramma della esistenza, era la fatalità rassegnata. La sua grande persona portava lo stigmata dell'inflessibilità dello spirito. Era rigida, era quasi petrificata.
Nulla parlava in lei. Quella bocca, supremamente bella, che avrebbe attirati i baci degli angioli se fosse stata soave, viva, se il sangue vi avesse palpitato, non sembrava propria ad altro che a biascicare un ave maris stella o una condanna di morte, con eguale indifferenza. Quegli occhi che avrebbero avuto la profondità infinita dei cobalti del cielo d'Italia se la fiamma divina dell'amore li avesse fatti corruscare, erano ora stupidamente inespressivi, quasi fossero stati di cristallo. Quella fronte che sarebbe sembrata l'olimpo del pensiero e degli affetti, se Matilde fosse stata una donna, era levigata e pura come una lamina di ghiaccio, era muta come una sfinge. L'insieme di quella donna, che sarebbe stata la demenza della voluttà per l'armonia delle forme, era una maschera, era una larva, era un prodigio d'insensibilità, era un miracolo d'amore mancato. Iddio aveva obliato di mettervi una scintilla. Nulla in lei rivelava l'innocenza, quella che unicamente rende sì seducenti le madonne di Raffaello. La sua purezza significava ad ogni analisi che la era una negazione di sensibilità e di sentimento. L'aria beata che la circondava della sua aureola non era luminosa, non era come quelle brezze della sera delle coste della baia napoletana, che vi seducono, vi commuovono, vi elevano a Dio di cui sembrano il respiro. Tutto in Matilde tradiva la divota, l'ascetismo spinto al fanatismo. Però non il disprezzo della terra per elevarsi alla compenetrazione con Dio—con l'infinito—ma l'oblio della creatura—cioè l'oblio di tutto quanto soffre, pensa, ama, piange.
Matilde teneva alla terra per la punta d'una spada, di cui aveva messa l'elsa in mano al pontefice—cioè per l'ambizione, per il dominio, per servirsi della creatura come il villano si serve dell'ingrasso per far germogliare le spighe nei campi, i fiori nel colto.
Lenta a pensare, a muoversi; flemmatica nelle risoluzioni, quasi le scolpisse in un blocco di bronzo e perciò irremovibili; fisa con uno sguardo catalettico nello scopo, non comprendendo lo spasimo della carne e dell'anima; contando le miserie dell'esistenza come una elevazione verso Dio, e perciò, quando anco le comprendeva, rinculava dall'addolcirle; dando a tutti i sintomi del rigoglio della vita un significato di colpa e di degradazione—un eco del peccato o un peccato—considerando l'autorità come un'emanazione da Dio, e perciò incarnata nel papa, e perciò imperdonabile ribellione contro Dio quella contro il papa; Matilde fu nel suo secolo, fu pel suo popolo, era per i suoi vassalli in quell'ora come una lama di Toledo, che non brilla, non si spezza, non si riscalda onde percuotere, non resta mai curva, che è sottile, fina, fredda, elegante, graziosa, aristocratica, inesorabile, anche un vezzo od un ornamento se occorre, che non ha che la punta, e che dovunque tocca lascia uno stigmata, spicca il sangue, porta la morte—strumento sempre di castigo e di dolore.
Matilde si era gittata innanzi ai passi di Enrico. Questi non si fece attendere e le mosse contro. Ella copriva Mantova e si preparava a resistere. I cittadini di Mantova le fecero dire dal loro vescovo ch'e' non volevano sottoporsi agli stenti dell'assedio, ma meglio sussidiarla di un corpo di truppa; altrimenti avrebbero mandate le chiavi della città al re, ed aperte le porte. Matilde si sentì costretta, sotto i baluardi della piazza, attaccare la battaglia.
Allo spuntare dell'alba dunque ella uscì dalle mura alla testa del suo esercito. I Mantovani sorpresero il presidio, chiusero le porte, ed alzarono i ponti. Per lo che, la gente della contessa si vide nel partito di riscattare la vita con la vittoria o morire.
Sull'ora di nona, con un tempo bellissimo, apparvero gli sfolgoranti stendardi del re, e la sua cavalleria coperta di ricche vesti. I soldati di Matilde rassegnati come un drappello di vittime, immobile, taciturno, col pensiero raccolto in Dio, stretti fra loro, li aspettarono. I cittadini di Mantova dall'alto delle torri e dai merli delle mura, assistevano all'affronto come da un anfiteatro ad una giostra. Il nemico arriva. Ma Enrico, sia che avesse pietà di quella mano di prodi con tanta tranquillità devoluti alla morte, sia che avesse paventato la loro disperazione, manda Baccelardo a parlamentare. Matilde, udito il messaggio del re che l'invitava alla piena dedizione, facendo lor salva la persona, la vita e la libertà, risponde:
—Dite al nostro bel cugino che noi ringraziamo la sua cortesia di proporci la pace a queste condizioni. Noi non abbiamo di modo alcuno forfatto all'impero, prendendo la spada contro chi viene ad opprimere il pontefice nostro signore, e la nostra libera religione. Se poi davvero gli prende pietà di noi e vuole esserci amico, che sgomberi tosto dai nostri Stati, che deponga gli sdegni ingiusti contro del papa, che ci offra una pace onorevole ed una guarentigia di mantenerla, e sa Iddio se noi desideriamo meglio, e se in segno di sudditanza non gli verremo perfino a far da mozzo al cavallo.
—Madonna, soggiunge Baccelardo, vostra bellezza mi perdoni se oso rammentarvi che non istà a voi proporre patti al vostro sovrano.
—E voi perdonatemi, ser cavaliere, se vi ricordo che non istà a chicchesia proporre condizioni da vinti, prima di aver guadagnata la vittoria.
—Ella è dunque la pugna che voi desiderate, madonna?
—Sa la regina degli angioli, ser cavaliere, se noi daremmo tutto per evitarla, meno che l'onore.
—Il ciel vi aiuti dunque, bella contessa, perchè dagli uomini poco vi resta a sperare.
—Amen, ser cavaliere.
E si dicendo Baccelardo le baciava la mano e partiva.
La pugna si attaccò. Non fu lunga. Fu sanguinosa, fu disperata, fu feroce come guerra di religione; la vita fu disputata accanitamente. Ma il numero prevalse. Enrico vinse. I pochissimi che avanzarono delle truppe di Matilde, fuggirono con lei.
Allora i cittadini di Mantova mandano il loro vescovo ad Enrico onde proporgli la scelta, o di togliere la città per assedio, ovvero entrarvi con consentimento loro dopo aver giurato rispettare gli edifici e le fortificazioni alla città, gli averi, la libertà, la vita ai cittadini. Enrico accetta questi patti, e trionfante entra dentro Mantova in un nembo di fiori. Due giorni dopo, il re si recava a Padova ed a Cremona, città che non si volevano arrendere che a lui, ed a lui solo aprir le porte. Ed entrato Enrico da trionfatore, accolto con lo medesimo entusiasmo, concedeva loro privilegi e franchigie ed il favore del carroccio, che, in onor dell'imperatrice, i Padovani chiamarono Berta, i Cremonesi Bertacciola. Indi mosse per Firenze, distaccando dalle sue truppe dei manipoli onde andare ad occupare or questo or quello dei castelli e delle terre della contessa. Ma questa gli disputava l'invasione del suo territorio palmo per palmo, e ad ogni mutar di passo gli presentava contro ora una borgata cinta di mura, ora una rocca, ora un villaggio, costringendo il re a combattere ad ogni fermata. L'animosa donna vendeva poscia tutti i suoi gioielli, prendeva gran parte delle sue rendite e le mandava a Roma a papa Gregorio onde munir la città, assoldar gente, comprare i faziosi.
Ella era restata povera—ella, l'erede di quel marchese Bonifazio che, avendo Enrico III lamentato di non trovare buon aceto a Piacenza, gliene aveva mandato in venti barili e su carretto di argento. Le sue possessioni devastate, rase le fortezze, smantellate le mura delle sue città, bruciati o presi i castelli, i suoi vassalli deserti. Del suo florido dominio insomma, così bello, così vasto, non restava che cadente scheltro. La fame minacciava il suo popolo; la moria lo decimava. E con tante sciagure, con un nemico ostinato di faccia, con tanto maligno volger di cose, la sua costanza non crollava, non mutava nei propositi, non tradiva neppure con un fastidio o una velleità la generosa causa che aveva sposata—avvilire l'imperatore, esaltare il pontefice! Chi le negherebbe il distintivo d'eroina dei tempi di mezzo?
Quando seppe però che Firenze, dopo un mese di assedio, affamata e rovinata si rendeva; quando Lucca discacciava il suo vescovo, ne creava un novello ed invitava nella città Enrico; quando Montebello, Carpinete, Bibianello—Bibianello sì forte, sì popolato allora, oggi spelonca abitata solo da pulci—quando queste formidabili castella cedevano al vigore dell'oste avversa, essa raccolse i residui delle sue truppe e delle sue ricchezze, e trasse a Roma, risoluta difendere fino all'estremo la città eterna o morirvi.
E la vigilia di Pentecoste Enrico, con l'arcivescovo di Ravenna, compariva sotto le mura di Roma ed accampava nei prati di Nerone, dirimpetto a Castel San Pietro.
II.
Il senato vi chiama. Un tremendo esercito, condotto da Gaio Marzio, alleato con Aufidio, manomette il nostro territorio. Tutto è ormai consumato: schiava è fatta omai una metà della popolazione.
Shakespeare—Coriolano.
Come Ildebrando udì del concilio di Brixen, che lui aveva deposto ed esaltato Guiberto, e della morte di Rodolfo, e del disegno di Enrico di volgere in Italia, si spaventò. Sono quei movimenti involontarii che sfuggono alla natura umana a dispetto della violenza che si adopera con essa. Ma quando lo seppe già in Italia, e che gl'Italiani, del suo giogo intolleranti, accorrevano a torme alle bandiere di lui; quando sentì i rovesci della sua fazione, e le miserie in che i sopravvissuti esulanti languivano; quando, trionfatore di tante vittorie, dall'alto delle rocche lo vide sotto i baluardi di Roma, e' dominò ogni debolezza, bandì ogni paura, e tranquillo provvide ai mezzi di resistere. Perchè, se come cristiano aveva piegato la testa innanzi agli arcani voleri di Dio, come principe avea debito proteggere i suoi vassalli, tutelare la sua città. Però il suo carattere era cangiato.
Non che e' si fosse rammollito su ciò ch'egli chiamava suoi principii; non che avesse perdonati Enrico e Guiberto, no! Ma egli aveva spogliata ogni alterigia di maniere, ogni intolleranza. Non era più aspro coi caduti, non più severo coi colpevoli, non inesorabile con chi si arrendeva, non iracondo e corrivo, non petulante nel pretendere e violento nel togliere per forza. I suoi modi si erano addolciti. Aveva cominciato a sentire la fralezza della carne e compatire, la sventura gli andava insinuando nel cuore quel gran motore del cristianesimo, la carità! E più blando, più docile, più famigliare, quegli che nel 1077 era un vecchio terribile, oggi poteva addimandarsi un rispettabile vecchio. L'istesso suo volto, per lo innanzi sempre accigliato ed aggrinzito dalle rughe cui un'interna irritazione solcava indefessamente, ora sembrava calmo e sereno. Compreso che l'ora della sua gloria e del suo potere era scorsa, che doveva discendere dagli alti pinacoli toccati, che l'Europa, da lui contristata di guerre e di dissenzioni, l'odiava, dalla coscienza infine avvisato del male per lui seminato sulla terra, avea tolta questa sventura come un richiamo di Dio, e non ne avea mormorato. Fino allora insomma egli era stato più principe che pontefice, più uomo che cristiano; oggi che le cose si erano mutate, si era mutato ancor esso. Però non avea cambiato d'indole, nè appresa ancora, come abbiam detto, la virtù del perdonare. Ei provocava in Lamagna l'elezione del conte Ermanno di Lussemburgo ad imperatore.
Enrico, dall'altra parte, trincerava il suo campo di profondo vallo, lo ricingeva di torri di legno, metteva all'opera soldati ed artefici a construire arieti, gatti, battifredi e torri per dar la scalata. Indi tentava l'assalto. I Romani da su le mura gli opponevano gagliarda resistenza con mangani e baliste.
Egli però aveva fermo di espugnare la città e punire il pontefice. Prese i forti vicini, donde le sue guarnigioni molestavano i Romani, si fece ascrivere all'ordine del loro convento dai monaci della badia di Farfa, secondo antica consuetudine. Poi venute le caldure dell'estate, e cominciata a viziarsi l'aria per le maligne esalazioni delle paludi pontine, ritornò coi Tedeschi in Lombardia. Le truppe di cerna italiana restarono su pei poggi, circonstanti a Roma, dove le acque correnti rompevano l'aria e la tornavano men greve. Guiberto capitan generale dei regi rimase a Tivoli. Egli bloccava sempre Roma, catturando carriaggi di viveri che fornivano la città, predava e guastava il paese.
Intanto venne il gennaio del 1083. Enrico di armati e di macchine meglio fornito tornò all'assedio. Prima però di dar l'assalto volle fare tentativo di pace e mandò Baccelardo e Goffredo di Buglione parlamentari ai Romani.
Questi raccolsero il popolo nel Foro e, dirigendosi al prefetto della città ed al vescovo di Porto, mandato da Gregorio, dissero esser mente del re perdonare la fellonia ad un popolo che aveva chiuse le porte in faccia al suo signore, risparmiare la città, la vita, gli averi dei cittadini, dove si arrendessero a discrezione. Il vescovo di Porto interrompendo gli oratori rispose brutalmente:
—Ringraziate la vostra qualità di parlamentari se non vi facciamo tagliare a pezzi e vi gittiamo nella fossa della città. Ritornate all'eretico Enrico di Germania e ditegli, che egli non metterà giammai il piede in questa Roma santa, dove non ci venisse col volto strisciando nel fango, come a Canossa.
Ma il prefetto, che meglio conosceva lo stato a cui i cittadini eran ridotti, e la disposizione dell'animo loro, diede sulla voce al fiero prelato, e parlò:
—Tacetevi, uomo di sangue! I padroni della città siamo noi, ed a noi è diretta la nobile ambasceria. Sicchè, signori, noi rispondiamo all'imperatore Enrico, che noi non siamo mica rei di fellonia, perchè egli non è stato ancora unto imperadore dei Romani; che egli non si è presentato alle porte come patrizio di Roma, ma alla testa di un esercito come nemico; che egli, prima d'ora, non aveva palesata alcuna disposizione di pace. Per lo che manderemo adesso l'abate di Cluny ad intercedere Gregorio di togliere al re l'interdetto, e noi consulteremo come si debba riceverlo.
Inviarono infatti l'abate al pontefice. Gregorio però, udito come i Romani lo scongiurassero, rispose con modo freddo e secco, sì che impedì all'abate di replicare le instanze.
—Che Enrico si sottometta e l'assolverò.
Udita la risposta, i Romani si levarono a tumulto e molti sclamarono:
—Bruciamo dunque vivo questo brutale pontefice, e facciamo entrare il re.
Ma i nobili romani, che volevano innanzi patteggiare con Enrico, gli rimandarono i parlamentari, dichiarando, voler guarentigia che avrebbe salvo il pontefice, i privilegi della città, la vita e le possidenze ai nobili, le chiese dal sacco, e non sarebbe penetrato dentro ch'egli solo.
Alle quali parole, irritato Enrico, allora stesso fa dar nelle chiarine e dirige l'assalto. La città è investita da tutto il lato che guarda Toscana, chiamato città leonina. Le truppe della contessa Matilde, che l'occupavano, sono cacciate dalle mura, scalate malgrado la loro resistenza, volte in fuga ed uccise. Impadronitosi così dell'intiero sobborgo, Enrico vi rizza doppia trincea, construisce su monte Palazzo un torrione dal quale danneggiava grandemente i Romani, e si appresta a rinnovare l'attacco.
Spaventato allora Gregorio dal vedere che il nemico aveva già un piede dentro Roma, e che i cittadini tumultuavano, maledicendo il suo nome, attribuendogli la penuria, il guasto de' campi e della città, si ritira nel Castel Sant'Angelo, ed abbandona il popolo alle sue difese.
III.
Piegarono al primo assalto. Entra egli tra l'armi, para chi fugge: sgrida gli alfieri che i soldati romani voltino le spalle a canaglia. Pien di ferite, perduto un occhio, a viso innanzi si avventa tra le punte.
Tacito—Ann., 9.
Una mattina il capitano di castel Sant'Angelo si presenta a papa Gregorio, che dall'alto d'una torre guardava Roma. Il conte Oddo da Nemoli era stato allogato a quel posto dall'imperatore Enrico III, allorchè nel 1046 era sceso in Italia per cavar di scisma Roma e da Clemente II fu coronato. Oddo era un uomo sulla gloriosa taglia di Catone; semplice e libero nei modi e nella favella, severo ed incolpato nei costumi, di probità senza pari. Caldo della libera causa di Roma, avvegnachè qualche pontefice, Gregorio non escluso, lo avessero avuto in uggia, il municipal reggimento della città lo sostenne sempre alla custodia del castello. Gregorio mal lo soffriva perchè lo aveva scorto recarsi di pessima voglia ai suoi partiti. Non l'odiava però, nè lo disprezzava; perocchè infine Gregorio comprendeva assai bene ì nobili e generosi sentimenti. Anzi, ne' parecchi mesi che a Castel Sant'Angelo dimorò, gli pose affetto, considerando quanto quel povero conte si facesse violenza onde dimostrargli veneranza, in barba del suo carattere soldatesco, che pure soventi volte in lui riappariva. Oddo venne dunque a trovarlo in cima alla torre, ed avvicinandosi a lui, prima si fregò le mani alquanto, indi soffiando un cotal poco nella palma sinistra, se la fece strisciare lungo la faccia per d'innanzi il naso e la bocca, e levandola in aria, sclamò:
—Signor papa, consummatum est! Questa mattina ci batteremo il ventre come un tamburo di Saraceni.
—Vale a dire, ser castellano?
—Ah! parmi che io non parli latino! Ebbene, signor papa, in tutto il castello non ci è manco una chicca da dare a mangiare ad un bambino. Avete capito adesso?
—Questo è tutto, messere? E sia pure: staremo digiuni.
—Neh! fa il castellano facendo vivo sforzo per contenersi. Sappiate dunque, signor pontefice, che se voi ieri vi avete beccato quel residuo di ben di Dio che si trovava dentro, la guarnigione, i prigionieri ed io ci abbiamo rosicchiate le unghie al sole.
—Avete fatto malissimo, ser castellano, di mettere eccezione per me, lo riprende di voce seria Gregorio corrugando la fronte, rilevando altero lo sguardo e la testa. Avete fatto malissimo. L'ultimo pane che si rinveniva nella rocca dovevano mangiarlo i suoi difensori.
—E così pensava pur io, messer pontefice; ma poi... ma poi... Via! noi siamo più usi a queste carezze del nemico; ma voi, bravo vecchio...
—E quando mai mi avete saputo permaloso, ser castellano?
—Gli è vero, per la messa! ma che volete? ci è un bel tratto al postutto tra un pontefice ed un mariuolo di soldato, che quando fa orgia mangia per quattro dì, e sa ancora per quattro dì stare a stecchetto negli assedii. Non se ne parli più dunque. Consultiamo invece il quid agendum adesso.
—Non vi è d'uopo di consulte, risponde Gregorio riprendendo la sua grande calma. Quanti uomini di guarnigione sono nel castello?
—Cento cinquanta, oltre i cinquanta del presidio consueto. E posso accertarvi che valgono dugento demonii. Sono avanzo dei soldati di Leone IX.
—Quanti prigionieri?
—Due vescovi, tre diaconi ed una donna. Ildebrando gitta un sospiro. Poi dimanda:
—E niun'altro fuor di noi due?
—Niuno, compreso il carceriere.
—Sta bene. In sul meriggio dunque, mi farete trovar sotto le armi, giù nella corte, codesto manipolo di soldati con il loro capitano e voi con essi, messer conte, a capo del presidio.
—Ma che! intendereste forse di fare una sortita, beato padre?
—Saprete le mie intenzioni laggiù: contentatevi adesso d'obbedirmi.
—Uhm! d'obbedirvi? vedremo.
—Inoltre, mi farete trovare ancora colà i prigionieri, ed il custode.
—Per costoro la bisogna è più facile, perchè non dipendono che da noi. Pei soldati però v'è quello stizzoso di capitano....
—Il quale non oserà disobbedirmi, l'interruppe Gregorio componendo il volto a piglio severo, intendete, messer conte?
—Va bene, risponde Oddo, questo non è affar mio. Ma non vorrebbe la vostra beatitudine dirmi alcuna cosa intorno alla faccenda delle provigioni?
—Vi dirò tutto laggiù, messer conte. Per ora lasciatemi solo. Ho d'uopo raccogliermi in Dio. Andate: vi benedico.
Oddo si stringe nelle spalle e parte. Nella sala trovò il capitano della guarnigione, che consultava tra gli altri capi, e gli comunicò gli ordini di Gregorio. E quegli, che ad instanza di lui era stato quivi messo dal senato e dal console romano per rinforzo, e che egualmente teneva il castello pel popolo, fastidito risponde:
—Ma pel santo battesimo, state dunque a vedere un po' che questo birbo di prete si avrà ficcato anche in mente che noi fossimo ai suoi comandi! Ci siamo ingabbiati qui come barbagianni, e per guardargli salda la pelle abbiam danzato un bel tratto alla musica delle baliste: adesso, per Dio! parmi che fosse ora di metter fine allo scherzo.
—Non prendete il galoppo, ser Ugoccione. Stiamo a vedere cosa intenda fare da sezzo; poi vi consiglierete dalle circostanze.
—Staremo a vedere sì, messer conte: ma il mio partito è già preso. Invece di morirci qui di fame, come lebbrosi all'ospedale, intendo meglio che andiamo a menare le mani là fuori con l'aiuto di Dio, e morire, come a soldati si addice, dove ora soldati sono e soldati si battono. Gli abbiamo finalmente cavato il ruzzo di fare il bravo a codesto garbato messere. Ma quando siamo giunti all'articolo penuria, io non trovo scritto in nessuna cronaca, dall'assedio di Troia in poi, che alcun capitano abbia fatto lo schifiltoso a non dimandare accordi e cedere alla fortuna della guerra.
—Io non sono del vostro avviso, messer Ugoccione. Del resto ciascuno ha un cervello per regolare il fatto suo: io me ne spicco di mezzo. Vi pregherei solo a non esser corrivo ai partiti estremi ed attendere anche un giorno. Chi sa, per me bisogna proprio dire che questo caparbio vecchio mi abbia stregato.
E sì dicendo, lasciava il capitano e si dirigeva alle prigioni.
Cercò da prima il carceriere, il quale, come ebbe udito l'ordine suo, gli presentò il mazzo delle chiavi. Oddo col pugnale ruppe il cordone che le univa, e sceltane una, dette le altre a Gano, conchiudendo:
—Sicchè hai capito? Mi stai così minchione minchione a guardare quasi io fossi piovuto dal terzo cielo come s. Paolo. Farai uscire i cattivi allo scoccare della campana di mezzodì, e li condurrai nella corte.
Gano si gratta il naso con un fare stufo e balordo, poi risponde:
—Ho capito sì, messer castellano: ma vi tengo per avvertito, che se si tratta di mangiarli, io mi protesto che non intendo aver la mia parte di quel tisicuzzo del vescovo di Biella, perchè certamente mi farebbe venir la lebbra. Se l'udiste a bestemmiare, messer castellano....
—Il diavolo ti porti! ma chi ti ha detto che ce li dovessimo mangiare perchè fai di codeste proteste?
—Mille perdoni allora, messer conte. Si tratta dunque di appenderli ai merli onde riparare le torri dalle tratte dei mangani; ed in questo caso io protesto che andrò a tagliare le corde del vescovo di Potenza—dovessi pure andarlo a sostituire io medesimo. Se lo vedeste a far miracoli, ser castellano....
—Ma che ti afferri il gavocciolo, bestione! chi ti ha detto dunque che quei poveri disgraziati si dovessero appendere alle mura?
—Allora, mille perdoni un'altra volta, messer Oddo. Si tratterà di farne una comoda appiccagione per risicare alimenti. Ed in questo caso, mi protesto che voglio essere io proprio colui che ha da rendere tanto pietoso officio al diacono Sizzo; perchè l'altro ieri mi applicò alle mascelle un tal sorgozzone, per un vezzo innocente che volli fargli, da mandarmi al diavolo l'ultimo dente che mi restava.
—Mai che domine vai tu dunque almanaccando, baciocio! Tu non devi che menarli nella corte e lì finisce il tuo debito. Hai capito?
—Mille perdoni un'altra volta, ser castellano. Allora sarà... ma protesto...
Oddo non l'udiva più, perchè scompariva sotto un androne, nel cui fondo oscuro metteva capo una scala. Gano resta fiso e ritto ad ascoltare il debole rumore delle pedate, e guardare nel punto dove si era dileguato il conte, poi scuote la testa corrucciato e fra sè stesso brontola:
—Cane di un vecchio! vah! ed eccolo che se la guizza da lei. Gano solo non può, nè deve neppure protestare per cosa che gli dia fastidio. Ma avrà un bel dire, anche quell'altro arabico vecchio di pontefice: il diacono Corrado se l'ha da filar netto—non dovessi che farlo scappare pel buco della toppa. E' mi ha promesso sposare quella mia figlioccia di Guaidalmira... se già quel tristo impiccato di Laidulfo non l'ha messa in bocca al diavolo. E la sposerà veh! perchè mi protesto contro queste nuove diavolerie che va mettendo su mastro Gregorio. Sissignore! un povero figliuolo che serve a tutto il mondo; che dei sette benedetti giorni della settimana ne passa cinque digiuno; che riceve batoste da questi perchè gli è padrone, da quegli perchè è più forte, da quell'altro perchè è milite, da quell'altro ancora perchè coi suoi soldi può cavarsi la voglia di bastonare ed uccidere chi meglio gli garba... sissignore! un povero figliuolo non deve condur moglie, perchè mastro Ildebrando ha detto diaconorum sposarum non prendebuntur. La vedremo oh! la vedremo, mastro Ildebrando! Tu pensi a cinque, io miro ad asso. Mastro Corrado sposerà Guaidalmira, e mi protesto veh! messer castellano, che vi andate così bel bello a rifocillare da quella sguaiata madonna. L'affogherei per quella sua rassegnata verecondia che mi puzza di santo le cento miglia!
Però, malgrado le proteste di Gano, il castellano era sceso nella prigione.
Un raggio di fievole luce, che filtrava da alto abbaino graticciato di ferro, illuminava quella topaia. La quale, mantenuta netta ed accomodata da un po' di ordinato mobile, sembrava più orrida ancora, come grinza e laida vecchia che si affusola dei panni da sposa. Ad uno sgabellaccio presso al letto sedeva una donna sui quarant'anni, pallidissima in viso ed abbandonata, come l'infermo che si leva da lunga e mortal malattia. Un avanzo di antica bellezza si scorgeva ancora in lei, ed era il testimonio innanzi a Dio che non la mano del tempo ma quella dell'uomo l'aveva cancellata a metà. Lo sguardo però scintillava ancora di una forza vitale potente, quasi che quivi tutta l'energia dell'anima si fosse accumulata. Il destino dell'uomo sta nello sguardo: esso compendia le pulsazioni dell'anima, le rivela altrui, inspira interesse, impone. E la prigioniera aveva di quegli occhi indiani profondi e vellutati che appena si muovono ed esprimono ciò che si agita nel fondo del cuore. La spigliata persona avvolgeva in tunica nera, sulla quale vestiva un gamurrino con cappuccio ed ampie maniche, anch'esso di drappo oscuro. Al dito portava preziosa gemma. Come sentì dischiuder la porta, ella si volge, e conoscendo Oddo, sclama:
—Dio vi prosperi, messer castellano; credeva vi fosse venuto male, perchè da otto giorni non vi vedeva più, e Gano sapete se è prodigo a dare schiarimenti ai prigionieri.
—Che? madonna, vi avrebbe egli forse usate scortesie?
—Mai no, messer castellano. Povero Gano, fa quel che può a dominare la sua antipatia per me; e non fosse che a vostro riguardo, mi profonde amorevolezze. Ma se per avventura gli muovo parola di questi o di quegli, Gano mi anguilla, e non mi cava mai di smania.
—Quel disutilaccio è un fantastico uomo: però ha buono il cuore, bisogna convenirne.
—Propriamente. E poi con voi, messer Oddo, si potrebbe egli esser cattivo?
—Ah! voi mi lusingate, madonna. Ma l'uomo non può esser nè più buono nè più tristo di ciò che Iddio lo ha fatto; ecco tutto.
—Ditemi dunque, se il ciel vi aiuta, messere, ond'è che per otto giorni non vi ho veduto? Ho patita una smania ed uno stringer di cuore!... Già sapete che voi siete l'ultimo angelo della mia vita.
—Gli è, madonna, perchè ne sono accadute delle grosse, ma delle grosse assai, veh!
—Non m'ingannava io dunque! Perciò quella specie d'indistinto rumore che penetrava fino quaggiù, e che per su la corrente del Tevere mi giungeva! Han dovuto fare dei ben grandi gridori questi pazienti Romani.
—Gridori? peste! dite diavolerie, madonna, dite baldorie matte. Chè dalli e poi dalli, è sgrillato alfine questo disgraziato popolo, e si è scorrucciato il buono ed il meglio.
—Han fatto dunque sommosse?
—Sommosse no, ma presso a poco. Perchè quel galuppo del re Enrico, domenica mo, il dì delle palme, perdette la pazienza, e senza brigarsi che fosse o no quel giorno solenne, schiera i suoi soldati sotto le mura... A vederlo pareva s. Giorgio! Ebbene si lancia a percorrere le file e dice: neh, figliuoli, a che giuoco giuochiamo dunque? Credete, pel santo sepolcro! che non avessimo altro a fare che starci qui, fuori le porte, come mendicanti a dimandar la limosina e morirci di peste come villani che han mangiato il loglio? Andiamo su, sacramento! mano alle scale ed alle piccozze; e se oggi non entriamo ancora noi in Roma, come Cristo entrò in Gerusalemme, impiccherò alle porte il primo che dà indietro. Venite appresso a me. Voi, messer Baccelardo, fate giuocare gli arieti: voi, sire di Cosheim, tempestate coi mangani: voi, monsignor di Ravenna, accostate i battifredi e spazzate le mura dai difensori: e voi, sire di Buglione, venite con me alla porta Toscana. Perchè fo voto di quattro candelabri d'oro a Nostradonna di Goslar, e di due calici preziosi a Nostradonna di Edessa, se oggi penetreremo in questa matta città, che vuol fare con noi la curiosa. Andiamo, suonate le trombe ed all'assalto.
—Anche Guiberto da Ravenna v'era dunque?
—Se v'era! ve lo avrei voluto fare un po' vedere da su le torri come quel fistolo menava le mani! Dava busse da scantonare il Coliseo.
—E sì?
—E sì, detto fatto, quei demonii, incoraggiati dalle parole del re e meglio dall'esempio, perchè al primo piuolo delle scale vedevano sempre lui o quel di Buglione, si rovesciano sulle mura con tanta rabbia che ne rintronò tutta la città.
—E quei di dentro?
—Peggio che peggio. Accolto il popolo, ed il senato, ed i vescovi, ed il console, e tutto il mondo, là nel Foro, strepitavano a sganghera gole, e chi proponeva un matto di partito, chi un altro: ma partiti da far venir la pelle d'oca! Si trattava quanto meno di bruciare il papa, cacciare i signori, metter fuoco ai castelli, aprire le mura... Cane di popolo! anche con me l'avevano, che custodiva Gregorio qui dentro, sicuro come in un guscio di ferro.
—Povero messer Oddo! sclama la cattiva stendendogli la mano, cui il castellano baciava. E continuava:
—Sissignora, anche contro di me grugnavano quei cialtroni. Ma il senato ed i signori consultavano; ed i capitani della contessa Matilde a gridare: state sodi per Dio! fate animo; la benedizione di Gregorio ci difende; Gesù Cristo combatte per noi! E que' scomunicati a fischiare, a strepitare: che benedizioni e benedizioni, un bischero! siamo digiuni, siamo affamati, le pietre ci rovinano le case; che Gesù Cristo, e Gesù Cristo! se codesto combatte per noi, si dia dunque il fastidio di mutar quei macigni in berlingozzi; aprite le porte; bruciate il papa. Ed ecco che in mezzo a questo parapiglia si sente gridare di verso porta Toscana che gl'imperiali sono dentro, e che la bandiera di Enrico sventola sui baluardi.
—Ed era vero?
—Altro! credete che Enrico avesse fatto da burla quando votò alle sue Madonne non so quante libbre d'oro, purchè avesse potuto penetrare penetrare là dentro? Il principe Baccelardo da un lato apre la breccia; dall'altro quel demonio dell'arcivescovo di Ravenna sfonda i barbacani, spinge il battifredo alle mura, e saltato su con i suoi bravi Lombardi... ira di Dio! spazzava gente come si spazza la polvere con la granata, e la rotolava a colmare i fossi. Infine si fissa sulle mura, e corre verso il punto dove il re dava la scalata: e che vede?
—Che vede dunque?
—Per la messa! prima di lui, prima di tutti, Goffredo di Buglione aveva afferrati i merli ed aveva piantato lo stendardo di Lamagna sui baluardi della porta Toscana. Ma il vescovo Giovanni di Porto, che ha in corpo più legioni di diavoli lui solo che non ne ebbero tutti gli ossessi del leggendario, coglie il duca in quell'atto e lo ferisce con la spada alla testa. Goffredo non rotola giù, perchè immediatamente dopo di lui saliva il re. Questi afferra il vescovo alla gola, e strozzatolo, lo precipita nella città sulla testa dei soldati fuggitivi. Allora giunge anche l'arcivescovo di Ravenna...
—Non era stato ferito Guiberto, non è vero?
—No, che io mi sappia! Ma chi imbecille gli si voleva accostare con la tempesta con cui faceva correre le percosse? Da sulle mura, il re da un lato comandava ai suoi di avanzar dentro per la breccia aperta da Baccelardo, e dall'altro, coperto di ampio pavese, ingiungeva ai Romani di arrendersi. Questi però fuggivano a collo rotto verso il Foro onde recare la spaventevole notizia ai primati che consultavano. Il popolo, il quale non si augurava di meglio, alza un prolungato grido di giubilo, dicendo: Viva il re! muoia Gregorio! E corre per essere primo a profferire obbedienza ad Enrico. Ma il console Cencio, che mutolo aveva lasciato fino allora accapigliarsi il senato, i patrizi ed i prelati, scoppia e dice: Vi affoghi la peste, poltroni, giacchè non valete altro che a dir minchionerie, lasciate fare a chi sa fare. Il nemico è dentro. Si è fatto quanto si è potuto per difendere, con tanti guai e tanto danno, questo testardo papa, se lo porti il diavolo! Volete che siamo sgozzati per lui tutti, la città sia data al sacco ed al fuoco dai Tedeschi? Restate pure ad eruttar sciocchezze costì, che io so bene quel che debbasi fare in questo momento. Voi monsignor di Arezzo, e voi monsignor di Modena, venite meco.
—E che fecero? Io comincio a tremare.
—Eccolo. Fecer da sezzo ciò che avrebber dovuto fare da principio. Si presentarono al re, il quale aveva fatta sfondare porta Toscana, e si avanzava nella città alla testa delle truppe schierate in ordinanza. Sopra un bacino di argento egli, Cencio, portava le chiavi d'oro di Roma. Lo precedevano due araldi ed un bandieraio con bianco pennone. Come Enrico li vide, fermò il cavallo; ed essi, piegando a terra il ginocchio, mormorarono: Piacciavi, o sire, di accettare le chiavi di Roma, e come i nostri forti antenati entrarvi da signore e da trionfatore. Il re sorride e risponde: Bel sere, voi ci offrite cosa che non è più in vostro potere; non pertanto, mercè. Sire di Cosheim, risparmiate la città. E sì dicendo dava di sprone al cavallo, ed avendo alla destra l'arcivescovo di Ravenna, ed alla sinistra Baccelardo, per la via sacra, come Cesare, si reca al Vaticano. Le sue truppe intanto, giusta l'ordine del re al sire di Cosheim, senza rompersi a niuna maniera di libidine, come fra i soldati si suole con le città vinte, condotte dai capitani occupano in bello ordine dal Laterano al Vaticano, e tutti gli altri castelli più forti, e vi si mettono a presidio...
—Il duca di Buglione era dunque morto?
—Mai no. Gravemente ferito alla testa dall'azza del vescovo, riscuotendosi fe' voto di andar a combattere in Terrasanta. E non passò guari che per miracolo si sentì quasi sano.
—Sicchè dunque il padrone di Roma è adesso l'imperatore?
—Proprio lui. Perocchè, il giorno di poi, l'arcivescovo di Ravenna fu esaltato alla sede romana dai cardinali. E se aveste veduto che funzioni, madonna! Egli si presentò ad essere adorato a San Giovanni a Laterano sopra un cavallo morello che pareva volesse inghiottire il Campidoglio, con il suo bravo giaco di maglia addosso, cosciali e schinieri e bracciali e manopole, quasi si presentasse alla pugna, ed in testa l'elmo d'oro massiccio con l'aquila al cimiero, dono del re, coprendo la spada ed il pugnale che cingeva del manto ponteficio, il quale era proprio uno spanto a guardare. Che sì, che egli lo aveva conquistato il ponteficato! Il dì 24 marzo infine fu consacrato nella chiesa di San Pietro dagli arcivescovi di Arezzo e di Modena.
—Guiberto è dunque vero papa, sclama la cattiva, arroventando nel volto che levava verso il cielo.
—Papa, arci-papa, continua il castellano, ma noi fummo qui bloccati a non lasciarci passare neppure l'aria pel respiro. E bisogna dire che questi birboni di Romani non intendano mica affatto saperne di noi; perchè se li aveste veduti a far baldoria il dì di Pasqua, quando il re Enrico con Berta sua sposa entrò solennemente in San Pietro, vi avreste fatta la croce. Io credo che nemmanco i cani ne vogliano più di questo povero vecchio pontefice, che in altri tempi adoravano della faccia nella polvere.
—La sventura è la stessa per tutti, dice la donna sospirando.
—Deve essere infatti così, continua Oddo, poichè tutti insieme, col senato e col console Cencio, accompagnarono il re, che da San Pietro si recò trionfante al Vaticano onde aver cinta la corona imperiale da Clemente III—tal nome si è imposto a Guiberto—ed allora tutti a gridare: Evviva l'imperatore! evviva l'imperatore! alleluia! alleluia! Poi si recarono al Campidoglio, donde i fanti tedeschi sbrattarono un residuo di gente papale, e quivi il senato ed il console confirmarono Enrico patrizio di Roma, tra l'entusiasmo del popolo che non aveva freno. Plebe sgualdrina! Non avrebbe ribrezzo domani di lapidare quest'altro suo idolo!
—Sicchè dunque a papa Gregorio non resta più alcuno di tanti fedeli?
—Eh! madonna, quando la fedeltà non viene dal cuore e non si accompagna con l'amore, non dura mai troppo. L'ultimo baluardo di questo povero vecchio era la contessa Matilde, che si cacciò tra i guai di lui fino al collo. Ma dalli e dalli, poteva essa sola far fronte a tutta Europa, con cui mastro Ildebrando aveva attaccate brighe, e che gli gridava il crucifige? È stata rotta in parecchie avvisaglie la fedele castellana dai trecento castelli; le han portati via tutti i forti dei suoi Stati; ha sprecate le sue ricchezze in queste sterili lutte; ed ora anch'essa, la sventurata! va profuga e raminga pei suoi deserti dominii onde non cadere in mano dei nemici, invisa agl'Italiani, abborrita dai Tedeschi, proclamata santa ed eroina solamente da un branco di fanatici faziosi. Sia come si vuole però, bisogna dire che come Matilde, con la vostra sopportazione, madonna, nascano ben poche donne.
—Ed i miei Normanni di Puglia, messer Oddo?
—Ma! Il principe di Capua, Giordano, fa lo gnorri: il conte Ruggiero pettina i Saraceni di Sicilia: Roberto Guiscardo bada ai suoi malanni domestici in Grecia: e perchè i Tedeschi non gli avessero a far trovare occupato il proprio focolaio, come nell'anno passato, ha novellamente mandato qui a patteggiare alleanza col re quel capestro del vescovo di Bovino, e quel bravo figliuolo di Boemondo.
—Boemondo è dunque in Roma, messere? grida la donna in un tremito di gioia.
—Almeno vi era, madonna, il dì della coronazione—salvo poi non sia tornato di bel nuovo da suo padre.
—Ah! messer Oddo, sclama Alberada cadendogli ai piedi, che Iddio vi consoli di tutte le gioie, che la pace degli angioli vi renda serena la morte, ed il compenso del paradiso...! Messer Oddo, ve ne supplico con la faccia per terra, fate che io veda questo giovane, fate che abbracci mio figlio.
Il castellano si stringe nelle spalle e gratta il capo, poi dice:
—Uhm! uhm! Ciò è più facile a domandare ed a promettere che a tenere. Ad ogni modo, vi prometto, madonna, che se Boemondo si trova ancora in Roma voi lo vedrete, e dovessi precipitarmi dall'alto delle torri per uscire dal castello. Ora venite meco. Dovete aver fame, povera figliuola! perchè ieri ancor voi siete stata digiuna. Già non avrò che darvi neppure lassù. Ma una determinazione bisogna bene che papa Gregorio la prenda, non fosse che a cavarsela con una burla o con un miracolo. Vedremo: questo stato di cose non può durar lungamente.
—Non badate a me, messer Oddo. Che mi giovano alcuni giorni di vita di più? Curate la vostra persona, curate gli anni vostri, che spendete a bene degl'infelici.
—Andiamo, andiamo, madonna. Ve l'ho già detto le mille volte che io non voglio di codesti vezzi che mi farebbero saltare in boria, se io avessi conosciuta mai questa bestial passione. Gran chè che io faccia un tantino di bene a creature buone come voi, quando lo possa. Ma come si fa a strapazzarle, io dimando? Che cosa è? Sento un suono quasi di campane; sarà mezzo dì. Andiamo, figliuola mia, non facciamo noi aspettare mastro Gregorio che per nulla salta in bestia come una cavalla viziata.
E sì dicendo dava il braccio ad Alberada che lo seguiva a passo mal fermo, e si trovavano nella corte, al punto stesso che il capitano della guarnigione si metteva alla testa dei suoi. Gano spuntava da una parte con gli altri cinque prigionieri, e Gregorio da un'altra, con le braccia conserte sul petto, sereno nel viso, sodo nell'andare.
Egli si trasse avanti le linee dei soldati, e dopo alquanto di silenzio, durante il quale quella gente rozza e niente affatto doppia pendeva dal tranquillo suo volto, come da quello di un santo da cui si aspetta miracolo, parlò:
—Figliuoli, voi vi siete condotti da uomini valorosi e fedeli. Io rendo testimonianza dell'opere vostre innanzi al mondo ed innanzi a Dio, e ve ne ringrazio; e vi ricolmo di tutti i tesori celesti che con la santità del mio ministero posso prodigare. Il cielo vi avrebbe destinati per le sante corone dei martiri; ma io non sarò quel temerario che affretterà i decreti della provvidenza. Avete fatto il vostro dovere; avete combattuto da bravi; tenuta la rocca salda a fronte di migliaia di nemici. Gloria a voi, gloria all'Eterno che per mezzo vostro volle confondere i Madianiti! Ora però siamo giunti ad un punto in faccia a cui gli è mestieri recedere. Il nemico ci ha affamati. Si è servito dell'arma dei codardi perchè l'arma dei forti gli fu spezzata in pugno da Dio. Io resterò qui.
—Voi? sclamano ad una voce Oddo ed Uguccione.
—Io resto qui, continua Gregorio. Quando il Signore mi elesse a custode dei suoi figliuoli mi diede a divisa: Persevera, e sii saldo come le fondamenta del Libano. Debbo compiere il mandato sino alla morte. Voi uscirete ed andrete nella pace del Signore; perchè mi piace lusingarmi che i Filistei non vorranno essere vigliacchi al segno di farvi vitupero. Voi rivedrete le vostre spose, i vostri figliuoli, e recherete loro le mie benedizioni. Io avrò memoria dei travagli che patiste per me. E se deserto da tutti, e ridotto a morirmi di stento, nulla posso concedervi ora, fidate in quel Dio che provvede di penne gli augelli, il prato di fiori. Andate: spiegate bianco pennone in segno di resa. Ma prima, se qualcuno ha nulla da dolersi di me, che mi perdoni come vorrà esser perdonato nell'ultim'ora sua: la carne è inferma.
—Benediteci, santo padre, benediteci, sclamano tutti ad una voce, cadendo in ginocchio. E Gregorio alza la sua terribile mano e continua:
—Capitano, a voi ancora le mie grazie per la vostra prode difesa, a voi ancora le mie benedizioni. Precedete i vostri. A voi poi, messer castellano, nulla dico, perchè ogni parola malamente vi esprimerebbe l'ammirazione, e la riconoscenza che vi debbo. Siete uno di quei pochi uomini che nella mia difficile carriera ho trovati più probi e di sentimenti più nobili. Con vero dolore mi accommiato da voi. Fate aprire le porte del castello ed uscite alla testa della guarnigione; perchè non istà bene che la fame abbia a privare la terra di così eletto modello di uomini. Io penserò a richiudervi dietro le porte.
Oddo fa un movimento di dispetto, alza le spalle e volge altrove la testa. Gregorio continua:
—E voi ancora, sacerdoti di Dio, dice volgendosi ai prigionieri, andate in pace. Se mi chiamaste severo perchè volli ritrarvi, anche vostro malgrado, dalla via dell'iniquità, e rammentarvi l'augusto vostro dovere, verrà il dì che mi renderete giustizia; e guai a voi se fino a quell'ora non vi sarete ravveduti. Andate, andate tutti. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo vi benedico.
E sì parlando, alzava di nuovo quella destra tremenda che avea scossi i sogli d'Europa, e benediceva quella gente, che, sciolta in lagrime e caduta in ginocchio, protestava altamente voler morire con lui. Ma Gregorio non accetta il generoso sacrifizio, e per quei suoi modi incisivi e quella parola autorevole a cui niuno aveva forza resistere, reitera l'ordine al castellano di aprire le porte.
Il conte Oddo non replica verbo. Si avanza ad una porta di soccorso e, fattesi recare le chiavi, comanda si togliessero le spranghe ed alzassero le cataratte, ed apre. Allora quei soldati, mesti in viso e nel cuore addolorati, preceduti dalla bandiera e dal capitano, sgomberano la piazza e si costituiscono prigioni del re. Oddo rimane immobile presso la porta che avea fatta schiudere. E come ebbe veduti uscire l'un dopo l'altro tutti queglino della guarnigione di rinforzo e con essi i prigionieri, onde il nemico non avesse profittato del caso e si fosse cacciato dentro, richiude subitamente e dà le catene, ordinando al suo vecchio presidio, che era restato fermo al suo posto:
—Ritornate alle mura, voi. Mi porti il diavolo se dovrete voi correre sorte diversa da quella del vostro vecchio capitano.
E quei soldati voltano le spalle e partono. Gregorio li guarda fare senza dir motto. Appena però che si furono trovati soli, fissa gli occhi fatti lucidi dalla commozione addosso a quell'uomo, e dimanda:
—E voi, ser castellano?
—Io? borbotta Oddo. Beatissimo padre, io non ho risposta parola agli elogi che vi siete brigato di farmi, perchè andava considerando che un uomo come voi, un vecchio prete ridotto a questi estremi, non dovesse avere gran fatto la frega di andar burlando la gente. Ma a questo novello insulto, per la messa, non so starmi dal dirvi che siete veramente curioso d'umore. Io? dimandate: avreste dunque voluto che avessi accettato il vostro bel partito d'andar via così, come un ladro dal verziere, ed abbandonare il mio posto da codardo? Per la croce! qui mi ha collocato l'immortale memoria di Enrico III, col consentimento ed elezione del senato e del popolo romano. E sapete voi quel che mi disse colui quando del castello m'investì? «Bada bene, messer conte, che questa rocca, in tempi migliori, era un sepolcro, e che una volta penetrato qui dentro, niuno ne andò mai fuori se non cadavere. Tu dunque allora cederai questa piazza a chiunque si presenterà alle sue porte da nemico, e fossimo noi medesimi, quando cenere te ne verranno a cavare.» Avete udito? Io lo giurai. Ed il conte Oddo da Nemoli non ha mancato mai nè alle sue parole, nè ai suoi giuramenti. Sappiatelo.
Gregorio non risponde, ma facendogli un passo incontro, se lo stringe nelle braccia come fratello, e con voce commossa, sclama:
—Morremo insieme.
Allora la donna, ch'era restata in dietro durante tutta quella scena, si tragge avanti e dice:
—Santo padre, non favellate di morte: vi è ancora una speranza.
—Alberada, grida Ildebrando retrocedendo di un passo, e perchè con gli altri non siete uscita ancor voi?
—Perchè, santo padre, io, sventurata in tutta la mia vita, non so separarmi dagli sventurati. Nei giorni della vostra fortuna, forse beneficata da voi, vi avrei abbandonato. Ma nell'ora delle vostre miserie, da voi cotanto aspramente trattata, non ho saputo dipartirmi prima di avervi detto che vi perdonava, onde, andando a render conto a Dio delle opere vostre, possiate ripararvi di questo scudo.
Gregorio, con la fronte annuvolata e bassi gli occhi, medita lungo tratto pria di rispondere, poi soggiunge:
—E veramente tu mi perdoni, Alberada?
—Di poca fede! lo rimprovera colei. Cristo non perdonò egli forse i suoi nemici? In altri tempi mi sarei mostrata inesorabile. Ora che conosco le triste vicende della sorte e le amaritudini della vita, ora che sento avvicinarsi il periodo del rendiconto, voglio inebriarmi del soave diletto del perdonare. E l'Eterno possa usare misericordia ancora alle mie peccata.
—Pia donna, che Iddio ti esaudisca e ti prepari giorni migliori! Sento che io non posso per te far altro che ammirarti, ed impetrare dal cielo le gioie che, per inesorabile destino, ti ho tolte.
—No, santo padre, voi potete ancora qualche altra cosa. Promettetemi di non arrendervi se prima non mi rivedrete venire in questo castello a correre una sorte con voi. Io andrò fuori, ed Iddio forse benedirà i miei passi, come benedisse quelli di Giacobbe e di Giuseppe. Cercate accordi all'imperatore, procrastinate la resa fino a che io non ritorni. Ho un presentimento.... Basta, non mi rifiutate questo grazia.
—Ma che mediteresti tu di fare, Alberada?
—Ciò che io solamente posso, se Iddio vorrà secondare le mie speranze, come secondò quelle di Giuditta.
Ildebrando la fissa in volto attentamente, poi dimanda:
—Tenteresti forse anche tu, Alberada, l'opera santa della Betuliese?
—Io non sono destinata ad opere di sangue, Ildebrando, quella risponde, la mia missione è di pace e di carità. Astenetevi, ve ne supplico, dall'interrogarmi. Le inspirazioni celesti non sottoponete allo squittinio degli umani giudizi. I vostri dubbii mi potrebbero sconfortar dall'impresa: ed io avrei un giorno a rimproverarmi del male che vi potrebbe avvenire. Mi promettete voi di non cedere, se pria non avrete novella di me?
—Te lo prometto, Alberada. Acconsentirò a tutti i patti del Filisteo: ma di qui non uscirò se pria o tu non verrai a cavarmi d'ogni speranza, colui, nell'ebbrezza dei suoi trionfi, come a Canossa, non si umilia ai piedi miei. Va, l'angelo di Tobia ti sia per compagno.
E sì dicendo, Alberada s'inginocchia e Gregorio la benedice. Il castellano, che senza muover ciglio e tutto commosso nel cuore aveva udito il colloquio, l'abbraccia e la bacia sulla fronte; poi apre la postierla e fa uscirla. Indi rinchiude ed a passo lento, unitamente al pontefice, ambedue taciturni, rientrano nel castello.
Dopo un'ora, dall'alto delle torri, un verrettone con una pergamena tra le penne cadeva in mezzo ai soldati di Enrico che assediavano il castello.
IV.
Irons-nous de l'histoire arrachant les trophées?
Casimir Delavigne.
Ci giova sperare che il lettore non abbia dimenticato un personaggio di questa cronaca che abbiamo dovuto necessariamente lasciare indietro. Per colpa nostra avrebbe obliato uno dei più interessanti uomini dei tempi di mezzo. Parliamo di Roberto Guiscardo. E perchè questi deve di nuovo così gloriosamente ricomparire sulla scena, accenneremo volando volando delle sue cose dopo la presa di Salerno.
Ravvicinatosi con Riccardo di Capua, invasero le Marche d'Ancona e vi fecero gran conquisto di paese. Gregorio irritato dell'affronto, e volendo arrestare l'audacia dei conquistatori, nel concilio di Roma pronunziò contro di loro scomunica e li privò degli Stati. Ma perchè gli anatemi non affettavano uomini di ferro, i quali non conoscevano altra legge che la spada, altro dominio che la forza, mandò loro contro le truppe del marchese di Toscana e li strinse ad abbandonare le terre occupate. Roberto, che aveva invasa la campagna di Roma solamente per far sentire l'energia del suo potere all'arrogante pontefice, si ritirò decorosamente, ed il principe di Capua mandò all'assedio di Napoli. Egli accampò sotto le mura di Benevento.
Questa città, dopo la morte di Landolfo VI, era ricaduta alla Chiesa. Roberto voleva impadronirsene. Ma papa Gregorio, con le solite scomuniche, mandò tali rinforzi di scorte e di truppe che Roberto, fastidito dalle lungherie dell'assedio, lascia un manipolo di soldati al blocco e si reca in Calabria. Morto Riccardo, suo figlio Giordano libera dall'assedio Benevento. Roberto riviene in Puglia, prende Ascoli, Montevico, Ariano, e sul fiume Sarno va a presentare battaglia a Giordano. Desiderio, abate di Montecassino, si interpone, li rappacia. Roberto sottomette ancora Monticulo, Carbonara, Pietrapalumbo, Monteverde, Genzano e Spinazzola, e nulla curando più Benevento, lascia che restasse in potere del pontefice e si contenta di signoreggiare quanto oggi forma il reame di Napoli, meno il piccolo ducato di Napoli, il principato di Capua ed il ducato di Gaeta, dominati da Giordano. E' sarebbe stato lieto, e fortunati i suoi popoli, perchè gran mente aveva nel reggimento civile, ma domestiche sciagure lo chiamarono altrove.
Egli aveva sposata la sua figliuola Elena a Costantino figlio dell'imperatore di Costantinopoli Michele Ducas. Niceforo Botoniate, avendo discacciato Michele dall'impero d'Oriente, lo aveva fatto tosare, confinare in un monistero e castrare Costantino. La miseria della sua figliuola e l'oltraggio penetrano il cuore di Roberto che giura pigliarne terribile vendetta.
Provvede al governo dei suoi Stati d'Italia, poi con la duchessa Sigelgaita, Boemondo, e bell'esercito s'imbarca ad Otranto. Giunti nel 1081 a Corfù, l'invade. Alessio Comneno, succeduto a Botoniate, gli manda tosto incontro formidabile armata; ma in più battaglie rotta, non giunge ad ostacolare il duca, sì che non espugnasse Durazzo, padroneggiasse l'isola, e spingesse le truppe vittoriose fino in Bulgaria. Ridottosi infine a svernare a Durazzo, nel novembre del 1083, ed instruito che Alessio con molti ricchi donativi e larghe promesse andava proponendo all'imperatore Enrico perchè invadesse Puglia e Calabria, mandò a costui in Roma il vescovo di Bovino e l'astuto Boemondo. E questi, facondo dicitore, abbindola Enrico e lo fa chiaro, che dopo lui non eravi chi più travagliasse il cuore di Gregorio fuor di Roberto, e Roberto niun peggio tollerar di Gregorio. Enrico gli pone fede, e si pattuiscono onorevoli convenzioni il dì 30 marzo 1084, il giorno avanti della Pasqua in che Enrico fu coronato.
Ed una sera Roberto, che nulla ancora degli accordi sapeva e di saperli smaniava, dai veroni del castello di Durazzo vede spuntare in alto mare una galea, cui forte vento gonfiava le vele latine ed alla città dirigeva; e dopo non molto ne scorge una seconda che studiava tenerle dietro. Egli manda subitamente al porto per ricever novelle de' suoi Stati, se pur di colà quei vascelli fosser partiti.
V.
Perzho non dei amor ocaisonar
Tam cum los oilliz et cor ama parvenza,
Car li oill sin dragoman del cor,
E ill oill van vezer
Zo col cor plaz retener.
Emblanchacet.
Roberto non s'ingannava. La sua bandiera sventolava su la galea che a vele gonfie entrava nel porto di Durazzo, ed era su quella il suo flgliuol Boemondo. Nell'altra un legato dell'arcivescovo di Ravenna con seguito brillante di cavalieri e di ecclesiastici, e misto a staffieri, paggi e chierici un romeo, che a forza di prieghi aveva ottenuto esser quivi traghettato per poscia condursi in Terra Santa. Quella gente tirò dritto all'albergo del duca, il quale, udito del messo, nobilmente lo accolse. Questi era Rolando da Siena, quell'ardito chierico che in mezzo al concilio di Roma aveva osato intimare a papa Gregorio gli ordini dell'imperatore Enrico. Roberto lo festeggiò di ogni onorevole e lieto accoglimento, imperciocchè, oltre della divisa di oratore, altamente aveva Rolando lasciato dire di sè e nelle guerre di Germania ed in quelle d'Italia, e da sezzo nello assedio di Roma, ove tra i più distinti e valorosi cavalieri si era allogato.
La sera si trascorse a novellare di guerre e di prodi fatti di parecchi cavalieri, che Rolando aveva conosciuti, e di cui Roberto onorevolmente aveva udito favellare. Alla dimane però, come questi si recava nella gran sala per dargli udienza, ed ascoltare del messaggio di papa Clemente, l'araldo d'armi gli annunzia ancora un legato di papa Gregorio che dimandava medesimamente essere a lui presentato. Roberto maravigliato e nel tempo stesso lusingato del doppio messaggio, comanda che, esaminati i brevi di credenza dell'oratore di Gregorio, lo si facesse entrare.
In effetti, perchè tutto a punto si trovò, nel mentre di un uscio spuntava Rolando con seguito numeroso, di un altro, solo e modesto appariva il romeo. Rolando si ferma a due passi dal soglio, coperto da baldacchino, sul quale sedea Roberto involuto nel ducal paludamento, in testa la corona. Ma il romeo procede fino ai gradini di quel soglio, e presa la mano di Roberto per baciargliela, solleva di alcun poco il capperuccio, e con voce sommessa e commossa sclama:
—Messer duca, in nome di Dio! arrendetevi alle parole che sto per dirvi.
A quell'aspetto, a quell'accento, Roberto trasalisce. Mutato di colore, per isfuggire lo sguardo penetrante di Sigelgaita che attenta lo fissava, stringe la mano del romeo, e quasi del troppo ossequio di lui peritasse, risponde:
—Mercè, santo pellegrino! tocca a noi poveri peccatori tributarvi questi segni di veneranza.
Il romeo si alza e trattosi indietro attende che giungesse il suo momento di favellare. Rolando intanto per uno sguardo che aveva qualcosa di schernevole e di curioso lo sta a considerare un tratto, poi voltosi al duca favella:
—Monsignore, il santo padre Clemente v'invia salute ed apostolica benedizione. Penetrato della divozione che avete dimostrato alla Chiesa, malgrado gli oltraggi dell'antipapa Gregorio, non ha voluto soffrire che più lungamente sì nobile guerriero giacesse nell'interdetto. Mastro Ildebrando vi fece gravi torti. Papa Clemente, che da lunga stagione vi conosce ed ammira, mi manda a voi per togliervi la scomunica indebitamente fulminata.
—Gran mercè, ser. Rolando, al papa ed a voi che ci gratificate di questi attestati di amore. Gli è ben vero che Gregorio agì con noi ostilmente. Ei credette poter aggravare la mano, postaci sul collo da Niccolò II, e si allucinò. Doveva rammentare che i tempi non eran più quelli, e che noi non eravamo davvero vassalli della Chiesa, conciossiacchè tali ci fossimo profferiti un dì che la fede dei popoli, da noi conquistati, ci parve vacillare. Spero in Dio però che a quest'ora e' si sia ricreduto; dappoichè, ad onta delle reiterate scomuniche, ci ha sempre secondato sorte avventurosa. Pace dunque allo sventurato; ed abbiate la cortesia, messer Rolando, di esporci cosa mai la santità di Clemente III righiegga, in compenso della benedizione che ci manda.
—Nulla di più, monsignore, di quello che per gli altri pontefici avete fatto. Egli vi accorda investitura degli Stati finora da voi conquistati in Italia, e di quelli che in Grecia saprete conquistare: egli vi richiama nel grembo della Chiesa, e, come figliuolo della Chiesa, vi benedice. Non richiede perciò da voi, monsignore, se non che, come cristiano e come vassallo della sede di Roma, gli giuriate fedeltà e prestiate omaggio.
—Se il mio nobile padre volesse degnarsi di concedermi la parola, sorse a dire Boemondo, io risponderei....
—Cosa risponderesti? domanda Roberto un po' accigliato.
—Io risponderei a costoro, che noi non abbiam conquistato le terre d'Italia per servire ad alcuno: che quelle terre noi affrancammo dal dispotico giogo dei Greci, o sottraemmo all'insolente dominio degl'imperadori di Occidente: che questi soli dovrebbero domandar segno di ossequio da noi, ove noi volessimo accordarne a gente che ben sapremmo ridurre a ragione con la spada. Ma al vescovo di Roma che briga poteri per niuna maniera dovutigli, e ricorre alle armi spirituali da Dio non concesse per profanarle in usi sacrileghi, risponderei....
—Figliuolo, Roberto lo rampogna, il vostro senno si farà maturo cogli anni, ed allora vi chiameremo a darci consigli. Per ora piacciavi di ascoltarci e di apprendere con quale temperanza si governino i popoli.
Sigelgaita, che odiava Boemondo perchè figlio di Alberada, approva della testa. Roberto continua:
—Voi dunque, messer Rolando, risponderete all'arcivescovo di Ravenna, o, se meglio vi piace, a Clemente III, che noi non siamo per verun modo alieni dal profferirgli quei segni di veneranza che ci piacque profferire ai suoi antecessori. Però papa Gregorio vive ancora, nè ancora è decaduto dalla sedia di Pietro. Che perciò noi, fedeli alla Chiesa ed addolorati del suo scisma, ci asterremo dal dar prove di rispetto al novello pontefice per tema che il nostro esempio non seduca altrui. Ma faccia che il consentimento di tutti i prelati d'Europa lo proclami vero pontefice, ed allora noi gli giureremo obbedienza, e torremo qualunque fede ad Ildebrando.
—No, monsignore, lo interrompe il romeo, questo voi non farete, perchè vi condurreste da disleal cavaliere. Lasciate da banda il debito di fedeltà che vi stringe a Gregorio. Rammentatevi solo che, innanzi di esser vassallo della Chiesa, foste cavaliere; e come cavaliere vi urge il dovere di proteggere l'innocente e di soccorrere il caduto. Gregorio VII è assediato nella mole di Adriano. A quest'uomo, monsignore, che, giorni sono, camminava sulle teste dei re, manca il pane per alimento. E voi che siete il più grande di questo secolo, vi stareste come una femminuccia dal soccorrerlo, sol perchè alcuni anni indietro corse briga fra di voi? No, monsignore, voi imiterete il suo esempio e lo gioverete, perchè egli si è volto a voi come al più generoso de' suoi nemici.
—Ah! ah! si ricorda di noi adesso, perchè l'incendio che ha destato in tutta la cristianità è per divorarlo? sclama Roberto. Ma quando favellava di noi in tutti i concilii come di un corsaro, ci scomunicava, con suggestione ci ribellava i vassalli, e ci osteggiava con le armi della contessa Matilde, allora noi non eravamo generosi, nè si parlava di quei fratelli Maccabei tanto predicati. Allora noi eravamo Madianiti, scellerati, schiuma d'inferno; allora non sognava neppure che questo giorno avrebbe potuto venire, che la spada tentata spezzare avrebbe potuto armargli il braccio. Non lo avrebbe pensato allora? Ebbene, che sorba adesso fino all'imo la tazza della sventura, perchè non saremo già noi che gliela verremo ad addolcire.
—Con la vostra licenza, monsignore, il vostro consiglio non è nè cristiano nè nobile, riprende il romeo. Se Gregorio VII vi avesse ricolmo di favori, e voi lo aveste soccorso nelle disgrazie, non avreste che compiuto un dovere. Or vi dimando io, monsignore, che diranno i popoli di voi, se vilipeso, perseguitato indebitamente e messo a bersaglio di ogni maniera di danni da Gregorio, vi levate contro i suoi nemici e dite: ritraetevi, per Dio, quest'uomo difendo io!
—Dicano ciò che lor piace, risponde Roberto alzando le spalle. Noi non corriamo più dietro alla nominanza. E se pure questo solletico ci stimolasse ancora, crediamo aver fatto qualcosa per esserne paghi.
—Certamente, monsignore, continua il romeo, certamente l'avvenire vi ammirerà perchè, disceso in Italia solo e povero, la schiavina di pellegrino addosso, il bordone nelle mani, vi siete levato a tanto alto potere e fatto padrone di sì vasto e bel paese, resistendo in cento battaglie a due imperatori, molti pontefici, e tutti vincendo. Vi ammirerà perchè con tanta sapienza governate e prosperate i vostri popoli, vi rendete loro caro, e temuto ai nemici. Ma i tempi antichi vantano altresì uomini che vi somigliano. Però se violentate il vostro cuore, soffocate la vendetta, e prestate aita al vostro nemico, una voce si leverà allora per li due imperi che vi proclamerà unico e generoso.
—Queste le son vampe da mandare in succhio un guerrier nuovo, ser romeo; me non solleticano.
—Sibbene, monsignore: ma riflettete che l'Italia, la Germania, la Francia, Europa tutta, ha fornito il suo contingente di truppa contro questo ardito pontefice per abbassarlo, e che se voi solo sorgete contro tanta massa di popoli e li sconfiggerete, la vostra gloria non avrà limiti. Il vostro nome suonerà prodigioso dovunque è venerato il nome di prode. In guisa che, se anche per disavventura la vittoria vi fallisse, oltre le benedizioni del cielo e del pontefice ed il soddisfacimento della propria coscienza, ognuno sarebbe sforzato a confessare avervi oppresso il numero, non il valore.
—E questo è quello che noi non vogliamo, ser romeo. Ci darebbero dello stolto, dell'improvvido; ed un fatto solo distruggerebbe l'opera di tanti anni. Noi non siam tali, quel sere, da mettere sui dadi la nostra fortuna. Gregorio suscitò il vespaio: il malanno se l'abbia lui.
—Con la vostra permissione, mio nobile padre, sclama Boemendo, vorrei manifestare il mio avviso.
Roberto lo riguarda fittamente quasi volesse scandagliarlo nell'anima, poi dice:
—Favella pure.
—Vi dimando perdono, signore, se la mia poca sperienza mi allontana dal vostro consiglio. Il guerriero non numera i nemici che deve combattere, come l'ebreo i pezzi d'oro che presta. L'opera del calcolo non è più l'opera del valore. Il valore sta dove il periglio è maggiore, dove si frappongono gli ostacoli; e fatto di cavaliere non è sicuro coi cento rompere i dieci. Ma se noi soli, noi, figli di una nazione che ha soggiogata l'Europa, andremo in piccolo e risoluto drappello ad urtare l'enorme massa di combattenti accalcata su papa Gregorio, allora il nostro nome sarà distinto nei volumi delle cronache, ed i trecento delle Termopili non saranno più soli.
—Nobile giovane! sclama il romeo di voce commossa e diversa affatto da quella con cui aveva favellato sino allora.
E faceva già un passo verso di lui per abbracciarlo, allorchè vede Sigelgaita, la quale fino a quel momento lo aveva considerato con un'attenzione come se avesse voluto divorarlo, la vide quasi all'insaputa sua sollevarsi dal seggio. E' si arresta. E Sigelgaita, dopo alquanto di silenzio, osserva ghignando:
—Chi direbbe che tanto entusiasmo si annicchiasse in un romeo che mi ha l'aspetto e la voce di una femmina?
—Perdono, madonna, la voce e l'aspetto lo dà Iddio: che può fare l'uomo se ha la disgrazia di altrui dispiacere?
—Proprio così, bel santo! E non è già Iddio che s'incolpa se l'uomo, per ostentare venustà femminile, si taglia i peli del volto, e la donna, per correr libere venture, assume abito virile.
Il romeo resta colpito dalle parole di Sigelgaita, e fisando il suo occhio sereno sovra di lei, che torva ed irata lo contemplava, soggiunge:
—Mi avveggo, madonna, che ho avuta la sfortuna di esserle malgradito. Mi lusinga però la persuasione che ciò non sia per effetto del mio messaggio; perchè chi non sa quanto la duchessa Sigelgaita agogni perigli di guerra ed azioni generose, in cui raccoglie sempre la corona dei forti? Ardisco perciò supplicare ancor lei, che voglia persuadere il suo nobile sposo recarsi a soccorso del pontefice.
—Che ti affoghi la peste, mariuolo di pellegrino! scoppia Rolando che or rosso, or verde nel sembiante si era a mala pena contenuto fino a quel punto. Che domine affastelli tu, con codesti guaiti da sgualdrina, di pontefice e di Gregorio? Per la santa luce di Dio! il pontefice è Clemente, e mi sento prurito di strozzare chiunque voglia venirmi a cantare altra solfa. M'intendi? Ed a dire che ho raccolto con me nella galea quel bel mobile di un tisico!
—Messer legato, voi mi fate ingiuria indebitamente, ed io affido a Dio la cura di dimandarvene conto. Voi avete esposto il messaggio del vostro padrone, ed io mi sono taciuto, perchè ciò mi conveniva. Non so perchè però voi sorgiate ad insultarmi quando io prego di porgere ascolto alle instanze dello sventurato Gregorio. Se non il riguardo di me, messere, perchè pei vinti non v'han riguardi, dovevate rattenervi per quella nobile dama, e per questo giovane, che è nell'età di apprendere azioni civili e generose.
Rolando stava lì per rispondere, ma Roberto gli taglia la parola, tanto più che ferocemente vedeva accigliare il suo figliuol Boemondo, e soggiunge:
—Signori, abbiamo udito le proposte di ambo i pontefici, ed in che modo essi intendano valersi dell'opera nostra. Prima di darvi risposta e' ci è d'uopo riflettere alle condizioni in cui ci troviamo, e ciò che a noi convenga di fare. Udremo ancora i nostri fedeli, e domani sì voi, ser romeo, che voi, messer Rolando, saprete il partito a cui saremo per appigliarci.
—Voi farete il vostro piacimento, monsignore, risponde Rolando, e vi atterrete a quel consiglio che stimerete il migliore. Però gli è bene che abbiate presente, la parte di Clemente esser quella di tutta Europa, e che i scarsi e mal sofferti proseliti di Gregorio tornano esosi ad ognuno come il loro capo. Vi rammenterete inoltre che l'obbedienza cui giurerete a Clemente è garante delle grazie che troverete presso di Enrico, e delle quali, se mal non mi avviso, avete pur d'uopo; imperciocchè questi è in Italia ed alla testa di armata potente, e voi, mentre battagliate in paesi stranieri, lasciaste sguarniti e poco difesi gli stati di Puglia e di Calabria. Voi siete prudente ed avveduto, monsignore; le troppe parole tornano inutili.
—Mercè dunque della pena che vi prendete di dirle, messer legato, risponde Roberto crollando il capo bruscamente. Le considerazioni che dovremo fare ben sappiamo. Voi tentate d'intimidirci con codesto prospetto, ma perciò appunto c'indurreste a correre dal lato opposto, perocchè noi amiamo andar mai sempre contro l'opinione e l'aspettativa d'altrui. Nondimeno, a domani, messer legato.
—Ed io, monsignore, soggiunge il romeo, mi rassegno innanzi al voto che sarete per profferire. Alla perfine, se tutti gli uomini abbandoneranno lo sventurato sacerdote, lo proteggerà Iddio che suol farsi compagno degli oppressi. Tra le sue disgrazie avrà sofferta ancora l'onta del rifiuto, ed il disinganno di aver pensato generoso il nemico. Temistocle non avrà trovato il suo Serse.
—Ser pellegrino, lo rabbuffa Roberto, Gregorio VII, creatura orgogliosa che giammai avventurò nè parole nè opere, sapeva meglio di voi a qual uomo si dirigeva. Andate, ed a domani.
E sì dicendo si alzava, ed i messi, inchinandolo, uscivano.
Dopo un poco di silenzio, Sigelgaita fissa gli sguardi su Roberto e dimanda:
—Messer duca, non conoscereste voi per avventura quel romeo?
Roberto resta sorpreso della dimanda, ed a sua volta considera la faccia di sua moglie fatta pallida. Poi, freddo freddo, risponde:
—No.
Sigelgaita piega gli occhi, e senza dir motto, esce.
VI.
Ben ai omais qeu sospir, e qeu plaigna
Qab parc lo cor non part, qan me recort
Del bel solaz, del ioi e del deport.
Periol D'alvernia.
La notte era inoltrata, tutti nel castello dormivano. Solo il romeo percorreva a lento passo la sua camera, soffermandosi di tratto in tratto avanti la finestra per contemplare il tacito corso della luna, ed il luccicare della marina. Egli aveva gittato il capperuccio dietro le spalle e piegate le braccia sul petto. La luna gli rischiarava il sembiante che, contornato dal nero abito, appariva più pallido ancora. Gli occhi scintillavano, avvegnachè in quel placido meditare della notte languidi e velati dovessero mostrarsi. Egli attendeva qualcuno perchè ogni più tenue susurro la scuoteva di un sussulto, perchè non distoglieva gli sguardi dal cielo se non per guardare all'uscio che si aprisse. In effetti non passò guari ed udì lieve rumore, e la porta si schiuse. Egli corre verso l'uomo ravviluppato nella bianca cappa, il quale lento alla sua volta andava, e tendendogli le braccia al collo sdama:
—Boemondo!
Colui si svolge dal manto, e gittandoselo dietro ai reni in una col berretto, risponde:
—Non è desso, Alberada.
—Monsignore! grida questa, perchè il romeo era appunto Alberada: e tirandosi un passo dietro soggiunge: Monsignore, che cercate qui, a quest'ora? Io aspettava mio figlio.
—Egli verrà pure, Alberada, risponde Roberto lentamente, ma deh! non ti rincresca che anch'io goda un'altra volta la delizia di parlarti liberamente, e dimandarti perdono dell'onta che ti feci.
—Voi non avete bisogno di dimandar perdono, sclama Alberada commossa nella voce, io non vi ho mai odiato, nè mai chiesi vendetta. Iddio mi aveva destinata a percorrere una via di triboli; la sua volontà si è compiuta. Cessate dunque dal dimandarmi mercè. La colpa non è vostra.
—Io fui un forsennato, Alberada, prosegue Roberto, la gelosia mi tolse la ragione. Io ti aveva amata come niuna donna ho saputo di poi amare di più. Andava sicuro che il tuo cuore non avesse mai palpitato per altr'uomo che per tuo padre e per me, che il tuo pensiero non si fosse rivolto che a Dio ed allo sposo. Sapere invece che diverso affetto ti riscaldava, udirlo d'altrui quasi per celia, così, come si racconta di Ginevra e di Lancillotto nelle veglie d'inverno, udir che invita ti recasti al mio talamo, e che era passione per incognito abbietto che ti stendeva nel sembiante quel velo di mestizia e ti faceva trascorrere lugubri giorni! Ah! Alberada, se mai non ti avessi amata, o debolmente, avrei allora posto a scrutinio il fatale racconto dell'abate di Cluny, meditato sulla tua condotta, e non ti avrei vituperata di un ripudio. Ma io bruciava del tuo amore; io faceva eco a tutti i baroni che si dicevano: niuno è lieto di più bella e virtuosa consorte come il Guiscardo! Mi credetti tradito, e preso da impeto insano, nel punto stesso mandai per altra sposa, seguii il messo, aggiustai le nozze, e travagliato da disperazione, da ansietà infernale, da amore, da gelosia, da tutte le passioni che possono far misero un uomo, escogitai la vendetta, ti feci preparare le feste per la novella sposa, e nell'ebrietà del convito ti gittai sul volto il ripudio.... Dio mi ha punito, Alberada, Dio mi ha severamente punito. Perdonami e compiangimi tu pure, o se nol puoi, almeno non disprezzarmi.
—Disprezzarti, Roberto, prorompe Alberada, e due lagrime lucide e lente le solcano le gote, ed hai potuto pensarlo mai! Io non ti ho apposto a colpa che tu m'abbi allontanata da te, perchè vado convinta, in terra non muoversi stelo che a Dio non piaccia. Compresi fin da prima che un'allucinazione ti aveva turbata la mente, e desiderai questo momento di colloquio per giustificarmi teco. Ora tu mi dici che sei sicuro di mia innocenza; ed io ti ringrazio che mi abbi così tornati tranquilli i poveri e vedovi dì che mi restano a vivere. La mia missione quaggiù fu di abnegazione. Mi sono rassegnata da lungo tempo alla parte che Iddio mi ha destinata. Solo che ti sappi felice appieno nel tuo domestico focolaio...! Ma a pochi, o Roberto, è stata concessa la santa facoltà di amare; e questi predestinati sono infelici.
—Sì, Alberada, a pochi fu concessa la virtù di amare con quella pienezza che mi hai amato tu. Ma quei giorni sono svaniti coi sogni della giovinezza. Se sapessi però che cosa ti potrebbe rendere contenta la vita per l'avvenire....
—Il mio avvenire, Roberto, è scritto da lungo tempo. Quando mi discacciasti da te a Melfi io mi ricovrai in un monistero di benedettine a Grotta Minarda, e di là mi sottrasse con violenza Guiberto, sì che fui costretta a tormelo sposo. Egli mi amò sinceramente, ed anche io per riconoscenza l'amai; ma di quell'amore che sfiora il cuore, come fa la brezza della sera passando sugli aranceti da cui lambisce uno sprazzo di odori; di quella passione calma e rassegnata che sa di stanchezza, che cerca tranquillità e riposo. E lo confesso ben essermi violentata a riamarlo meglio per corrispondere a quella specie di frenesia con che egli mi amava. Ma nol potei, perchè una volta sola si ama nella vita, ed un uomo—e fuori di quello ogni nuovo affetto è languido falso. A lui mi tolse il fratel suo Ildebrando, che mi tenne chiusa tanti anni nel fondo della mole di Adriano per divellermi da ogni tenerezza di questa terra, e rivolgermi interamente a Dio.
—Scellerato! sclama Roberto.
—No, allucinato, risponde Alberada. Ho consumata dunque tutta l'ostica tazza che aveva avuta a sorbire! Ora la mia posizione è terribile. Quegli che adesso è mio marito si arma contro il fratel suo che è l'inimico mio, colui che Iddio ci comanda di perdonare e di amare. Io ho perdonato a Gregorio VII. Io mi sono intenerita alla sua sorte da tanta altezza precipitato. Ho veduto il fiero vecchio deciso a morire di stento, ma saldo e altieramente nobile, con quella grandezza di convinzione che Iddio suol concedere solamente ai suoi eletti. Gli ho promesso che sarei venuta ad implorare il tuo aiuto, Roberto. Io non voglio che tu opprima l'uno per l'altro, che ti dichiari contro uno dei due fratelli; mai no. Sarei ingrata, sarei vituperevole. Voglio che ti rechi a Roma ad udire le ragioni di entrambi, e metta pace fra loro. È opera di carità che chieggo da te più che opera di valore. Mi appello in te più al cristiano ed al cavaliere che al guerriero. Non negarmi la grazia di questa tua temuta mediazione. Tu solo puoi stabilire l'equilibrio nelle cose dell'Impero e della Chiesa, e portare la pace in questa desolata Italia. Indi cercherò un chiostro dove morire dimenticata, e spero nella misericordia di Nostradonna dei sette dolori che lungamente non mi voglia lasciare allo spasimo di questa vita. Mi sento stanca, ho bisogno di riposo.
—Alberada! e non speri tu dunque giorni migliori?
—No, Roberto, perchè io non potrei più godere senza far misero altrui; perchè i giorni dell'illusione sono sepolti con quelli della giovinezza. Sol che sappia avventurosi te e Guiberto; sol che sappia felice il mio figliuolo Boemondo, la gemma dei miei pensieri! io non desidero di più. Il mondo mi ha maltrattata; perchè ambire rimanerci più lungamente? E poi, o Roberto, col lungo soffrire tutto acquista una tinta squallida, come l'itterico vede giallo ogni oggetto. Consolami dunque di quest'ultima gioia; fa che ritorni la pace tra i due fratelli, tra i quali mi ha gittato fatale destino a cui presento dover soggiacere; e poi che io muoia, perchè sento di restare inutile ed arida sulla terra.
—Io verrò a Roma, Alberada, ed il tuo volere sarà pago. Tu però non andrai incontro alla sconfortata solitudine che ti minacci. Vi è ancora sulla terra qualcuno che ti ama col delirio dei venti anni, che non trascorre giorno senza consacrarti un pensiero, talvolta una lagrima, cui Iddio accetterà in iscomputo della sua colpa. Tu hai ancora un figlio, un generoso e prode giovane cui sovente ho veduto lagrimare di furto dove occorse favellare di te. Tu hai amici ancora, hai il novello tuo sposo Clemente III, che perciò solamente mi sentirei inclinato a favorire. E costui, e noi tutti che non faremmo per te? Tu devi essere assolutamente una santa, Alberada, che non covi odio contro Ildebrando, e vuoi a lui tornare angelo di conforto e di speranza! Iddio non ti lascerà sconsolata. Tu non andrai a seppellirti in un chiostro a finirvi oscura e solitaria una vita sì nobilmente spesa!
—La mia sorte è decisa, Roberto. Se io fossi stata destinata alla gioia, Iddio non me l'avrebbe interrotta nel più bel punto che la teneva. Le mie condizioni peggiorano ogni giorno; mettiamoci un ostacolo. Soffrirò un supplizio di cuore, ma i fatti crudeli di coloro che per vincoli santi di amore a me si attengono non giungeranno fino alla mia solitudine. Tiriamo quindi un velo sul passato, e diamoci addio qui.
—Alberada, non distruggermi ogni illusione dell'avvenire, sclama Roberto con entusiasmo, prendendole le mani. Io gemo sotto terribile giogo: io non conosco più un'ora di sonno tranquillo: la mia vita è un martirio di cui tu non puoi avere idea. Iddio creò la donna perchè fosse all'uomo angelo di conforto e di pace; ed io.... ah! no, Alberada, non rompermi il fascino incantato che mi fa vivere e palpitare nel futuro.
E sì favellando Roberto si stringerà sul cuore le mani di Alberada, allorchè questa, ad un rumore verso l'uscio, vi volge gli occhi, e sotto l'arco di quello, al debole chiarore della luna, vede come una fantasima nera, che, alta, ritta, immobile contemplava, e da lungo tempo forse! quel gruppo che inconsiderato discorreva di altri tempi, immemore del presente e delle rispettive loro condizioni. Alberada gitta un grido, e Roberto, drizzato anch'egli lo sguardo a quella parte e scorta la fredda figura che non faceva atto di muoversi o di parlare, le va incontro e dimanda:
—Chi sei tu dunque, che osi ribaldamente avvicinarti a queste stanze, a quest'ora?
La fantasima si svolge lentamente dal manto che la circondava, si alza la tocca che le calava sulla fronte, e senza dir parola si fa conoscere. Roberto si ritrae in dietro di un passo, e, non sapendo che si facesse, porta la mano al fianco per cercarvi il pugnale, e pieno di stizza grida:
—Alla croce di Cristo, madonna! chi ti ha dunque fatta tanto ardita di spiare i passi del tuo consorte?
La duchessa Sigelgaita, che ella stessa era il fantasima, non risponde, e raccogliendosi lentamente il mantello attorno la persona, e tirandosi di nuovo la tocca sulla fronte, sta un istante a considerare di occhio freddo ed immobile come quello dell'estatico la coppia infelice, poi piega a terra lo sguardo, volge loro le spalle e parte.
Lungo silenzio successe alla sparizione della duchessa. Alberada tremava tutta di spavento, Roberto di rabbia. Infine Alberada balbetta:
—Guai, Roberto, ella ha udito tutto! Quale terribile donna abbiamo offesa.
E sì dicendo mezzo svenuta si lascia cadere sur una sedia. Roberto non risponde, ed affidatala a Boemondo, che entrava in quel punto, esce dalla stanza.
Lungo, tenero, straziante fu il colloquio della madre e del figlio. Si dissero cento cose, si fecero cento promesse; e d'allora forse il carattere di Boemondo acquistò quell'aria di fredda durezza e quella sterilità di cuore che dimostrò di poi, come condottiero nella prima crociata e come principe di Antiochia. L'alba li divise.... per sempre; che due strade opposte dovevano percorrere gli sventurati.
Al domani, i due legati si presentarono a Roberto nel salone dove soleva tener corte, e quivi fu loro fatto sapere che ei si sarebbe recato a Roma per decidere la questione dei due pontefici. Rolando comprese subito, dall'aria contegnosa del duca, che questi pendeva per Gregorio e che verso Roma muoveva a danno di Clemente. Onde, assumendo modi e parole che al suo carattere di soldato, di legato e di uomo franco ed ardimentoso addicevansi, intíma la guerra a Roberto e parte. Nell'uscire, la duchessa Sigelgaita, che la sua ardita intimazione aveva udita, gli si fa incontro e gli susurra:
—Messer legato, raccomandatemi alle benedizioni di papa Clemente.
Rolando la stette a guardare attento per comprender netto il significato di quelle parole, poi si accosta alla duchessa e le mormora all'orecchio alcune frasi. La duchessa l'ode, poi risponde:
—A Roma dunque, messer Rolando.
Alberada, imbarcata sopra una galea del Guiscardo, partì anch'essa, confortata di speranze per Gregorio, per Roberto trepidante. Vedremo.
VII.
Ya sabeis, vasallos mios
que habrá dos meses y medio
que el Turco puso à Viena
con sus tropas el asedio,
y que para resistirle
unimos nuestros denuedos.
Ben conozco que la falta
del necesario alimento
ha sido tal que rendido
de la hambre à los esfuerzos,
hemos comido ratones,
sapos, y sucios insectos.
Moratin—El cafè.
L'arcivescovo di Ravenna, perchè noi seguiremo a chiamarlo così malgrado la sua sacra pontificia, l'arcivescovo ebbe a darsi a tutti i diavoli quando udì che Roberto Guiscardo, lungi dal giurargli divozione, mandava pel suo legato Rolando ad intimargli la guerra. L'imperatore Enrico era in Lombardia, ma il nerbo dell'esercito stanziava a Roma e nel paese circonstante. Con tutta fretta dunque Guiberto fortifica la città, ripara il guasto delle mura e delle torri, e di blocco più fitto stringe castel Sant'Angelo. Egli imbizzarriva, come ridotta allo stremo di tutto, non per anco quella rocca si fosse resa. Ed in vero il senato ed il console, per aderirgli, avevano fatto intimare al loro castellano Oddo che sgombrasse la fortezza e si constituisse prigione. Però, in segreto, ei lo sollecitavano a mantenersi fedele, a tenersi fermo di dentro, perchè le cose non ancora essendosi ben consolidate, Castel Sant'Angelo e' consideravano quale estremo rifugio pel patriziato e per coloro che rappresentavano il reggimento civile di Roma—vale a dire console, tribuni e capitani della milizia cittadina. Oddo li ubbidì.
Non appena uscita Alberada dal castello, Oddo aveva fatto cadere un verrettone con pergamena tra le penne in mezzo ai soldati dell'imperatore. In quella pergamena e' scriveva, che un mese ancora il pontefice dimandava fosse rispettato il castello, e fornito ciascun giorno di scorte; il qual termine elasso, prometteva uscirne, rinunziare alla sede di Pietro, Enrico assolvere dalle censure, Clemente III riconoscere, perdonar tutti, ed andare a rinserrarsi nel suo prediletto soggiorno del monistero di Cluny. Veramente non gli si prestò ampia fiducia. Però vedendo l'impossibilità di togliere così presto d'assedio la piazza, e volendo sempre più giustificare la nobiltà di sua condotta innanzi al popolo romano, cui ambiva tornarsi divoto affatto, firmò i patti posti dal pontefice e partì.
Il suo luogotenente Guiberto non seguì a puntino gli articoli del trattato. Scarsamente ogni tre dì faceva, col ministero di una corda, arrivar provigioni agli assediati, e, quasi per burla, due volte fece simulacro di scalar la fortezza. Ma quei di dentro, sempre all'erta, precipitarono dalle scale gli assalitori. Infrattanto lo spirare del mese approssimava e di Alberada nulla si sapeva.
Terminò infine, e novella alcuna non se ne ebbe. Allora Guiberto mandò parlamentario alla rocca perchè mantenessero il trattato. Erano stretti dalla parola e dalle circostanze; ma Oddo sperava ancora. Rispose perciò: il pontefice infermare gravemente; nulla ei per sè poter decidere; quegli non trovarsi in istato di essere consultato; dimandare ancora dieci giorni di tempo, compiuti i quali immancabilmente avrebbero sgombrato il castello. L'arcivescovo strabiliò. Concesse però gli altri dieci giorni, e significò loro che, non avendo gl'infermi d'uopo di cibo, si sarebbe astenuto fornirne. Bloccò intanto più strettamente il forte; nè restò dal tentar mezzi per sorprenderlo.
I governatori di Roma, e meglio ch'essi Gisulfo, il quale, riconciliato col papa, dentro Roma incognito e povero aveva vissuto un resto di anni vituperati, subornarono le sentinelle, e provvidero il castello per alquanti dì. Ma in fine una notte Gisulfo fu sorpreso da Rolando, e trascinato nel fondo di cieca muda disfatto miseramente. Per alcune sere si vide ancora un lume di segnale sui baluardi; poi una mattina bianco vessillo vi sventolò.
Si rendevano.
Ildebrando, Oddo, il presidio erano restati due giorni digiuni compiutamente, ma nè l'uno nè l'altro aveva proferito verbo; i soldati non avean mosso lamento. Il conte nel suo cuore impietosiva del vecchio pontefice, questi del fedel castellano. Nullameno niuno dei due parlava di arrendersi. Gregorio, perchè sapeva di qual tempra fosse Oddo, il quale cento volte si sarebbe prima lasciato morir di fame anzi che cedere la piazza; Oddo, perchè immaginava qual crudele sorte avrebbe incontrato il pontefice se si rendesse. Con terrore però ciascuno mirava sul volto dell'altro i segni spaventevoli della fame. Non erano uomini da lagrimare, ma visibile si leggevano scambievolmente sul sembiante la commozione, pensando a qual fine di gran passo tutti procedessero. Nessuno dei due si sovveniva neppure del presidio! Eran vassalli: dunque, carne a dolore, carne a morte. Una mattina infine Oddo tolse dal suo scudo le guigge di cuoio, e dopo averle fatte bollire lungamente, sopra un tagliere di legno andò a presentarle con una divina semplicità a Gregorio. Egli non proferì parola: Gregorio gli fissò sul volto gli occhi lucidi per una lagrima che vi si stese, e dopo averlo un tratto contemplato, si alza da sedere e gli stringe la mano tremante. Tutti e due stettero un pezzo avvinti così, poi Oddo, ritirando la sua ed asciugandosi una lagrima che placida gli solcava lo smunto volto:
—Mi porti il diavolo! proruppe, se aveva mai pianto in vita mia dal dì che andarono a seppellire quella povera vecchia di mia madre, che il cielo abbia in gloria!
Gregorio si torna a sedere lentamente, poi mormora:
—Ella non torna più!
—Che il diavolo si porti ancor lei, scoppia il ruvido castellano. Già è una femmina; e noi fummo ben due pazzi che le prestammo tanta fiducia. E quel gramo di Gisulfo?
—Ma! l'avranno scoperto nell'ufficio pietoso di soccorrerci, e l'avran fatto freddo. Iddio abbia pietà dell'anima sua!
—Amen, risponde il castellano. Sarebbe però meglio se avesse pietà di noi, perchè già.... ma mangiatevi almeno codesti correggiuoli. Non è un lauto desinare, lo comprendo ancor io; però il diavolo mi soffochi...! perdono, santo padre, sa! è la cattiva abitudine. Sicchè io vi diceva che con queste liste di cuoio potrete almeno sostenervi qualche altro dì: poi si vedrà.
—Mangiateli voi, Oddo, se codesta roba è ancora buona a qualche cosa, insiste Gregorio; fateli mangiare a questi poveri disgraziati di soldati. Io mi sento tuttavia in forze. Ed infine, gli è meglio che vi sosteniate voi per difender la rocca, perchè già per me non giova più.
—Noi, noi...! che dobbiamo fare della vita noi? Abbiam pure da pensare ad un mondo noi? Abbiam pure una cristianità sulle spalle noi, una cristianità a cui bisogna conservarsi, e mostrarsi saldo onde non farvi penetrar l'eresia, l'ateismo, l'arianismo e che so io? Andiamo, mangiate in nome del diavolo! chè per noi siamo avvezzi a codeste carezze del nemico. E poi, se la fame ci tira pei capelli, daremo di mano ai sandali, ci tranguggeremo un pezzo del giacco di bufalo; rosicchieremo un pezzo di teniere di balestra o un pezzo di mattone.... pensate a voi. Credete che domani vi riuscirà poi facile mandar giù questa diavoleria! Lo stomaco si chiude, e buon viaggio a chi parte. Io so come vanno queste faccende.
—Ma no, vi dico, mangiateli voi. Io medito sopra un passo del Vangelo: l'uomo non vive solamente di pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio.
Oddo si gratta il capo, e dopo un momento di silenzio, soggiunge:
—Sentite a me, pontefice, farete poi il commento a codesto bel passo; ma per ora contentatevi di mangiare queste guigge di cuoio comunque esse siano. Vi ripeto che domani nol potreste più. Se vi vedeste nel volto!... Io non voglio con ciò farvi paura, nè voi siete quel tale che ne avrete mai. Ma udite un mio consiglio. Voi avete bisogno di sostentamento perchè siete più vecchio di noi, e meno uso a questi regali delle guerre. Mi ricordo che al blocco di Pavia quei cani di Milanesi ci fecero stare... non so più quanti giorni digiuni. Figuratevi! Io aveva allora venti anni, ed era ridotto che il peso del pugnale mi gravava. Sa Dio poi cosa ebbero a fare per ristorare quei che sopravanzarono alla resa, chè già parecchi se l'erano colta per l'altro mondo. Dunque...