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COMMEDIE DEL CINQUECENTO

A CURA DI IRENEO SANESI

VOLUME PRIMO

BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI—EDITORI—LIBRAI
1912

PROPRIETÁ LETTERARIA
GENNAIO MCMXII—30148

IL PEDANTE

DI FRANCESCO BELO

PERSONE

CURZIO amante
PRUDENZIO pedante
REPETITORE del pedante
RUFINO servo
MALFATTO servo
LUZIO scolaro
MINIO scolaro
TRAPPOLINO regazzo
MASTRO ANTONIO sonatore
FULVIA donna
IULIA donna
LIVIA giovane
RITA serva
CECA serva.

PROLOGO

Silenzio. Oh! spettatori, che ciccalar è questo? Di grazia, lasciate un po' questi vostri ragionamenti e ricordatevi che questo luogo non è Banchi ove si tiene el mercato delle usure e simonie e distupri e adultèri. E voi altri lasciate, di grazia, el mottegiare e 'l burlare altrui. Bastive l'avere ragionato un pezzo e aver vaghezzato a vostro modo. E credo bene che chi vi cercassi ai piedi vi trovarebbe forsi altro che sputo. Questi pedanti me intendono meglio ch'io non lo so dire. Che spegner è quello che si fa colá sú? Olá! Io dico bene a te, sí, della… Uhu! Vedi ch'io ti chiamarò a nome. Che bisogna che tu ti cacci cosí drieto a colui? Orsú! Di grazia, assettatevi el meglio che voi possete, se non che se spegneranno i lumi e poi farete le comedie alla muta. Odi, odi quel vizioso che dice con quell'altro diavolo:—Fa' che li spenghino, ché me vorria mettere intorno a queste donne e levargli quelle gioie e quei pendenti.—Ma tu non sai che vi potresti lasciar i tuoi? E se tu non sei savio, tu sarai balzato peggio che non è quel buffon da bastonate dell'asino. Odi quell'altro che dice:—Costui è un gran bravo.—Son bravo per certo, quando bisogna, com'ora. E non guardate ch'io sia giovane; ché ne ho date molte piú di punte, come piú pericolosi colpi degli altri, che non n'ho rillevate. E forsi che qualcuno ch'è qui ne può essere buon testimonio: ch'io non fo come fan molti che portono la spada per fare el crudele coi servitori e con le donne e stan sulle brusche cere, sul tagliar dei mostacci e brusciar delle porte e 'l far de' Trentuni. Ma dove diavolo mi sono io lasciato trasportar dalla còlera? Perdonatemi. Colui ne è stato cagione. Di che ragionavo io? Ah sí!… pregavo questi giovani, e cosí vi priego voi che desiderio avete de odire e intendere le cose del nostro Belo, che state cheti e che allargate e aprite bene el buco degli orecchi acciò che vi entri el senso de questa nostra comedia: ché, sí come voi sète capaci e buoni retentori delle altre materie, che non vi si abbi ad imputare a pecoragine el non aver tenuto bene a mente questa e massime non vi si facendo, per ora, altro argumento; ben che mi rendo certo che voi non farete vergogna né a voi né al vostro precettore, avendovi egli, sí come è il dover, fatt'una buona memoria locale. Questi piú attempati so che non bisogna ch'io li avvertisca; ché, sí come persone ripiene e di senno e di discrezione, benché si dica ch'ella è morta, taceranno. Quest'altre donne son certo che, per esser savie e avendo sentito riprender voi, si achetaranno, di sorte che pareranno mutole: ancor che elle, in simili luoghi, el piú delle fiate, parlino piú coi gesti che con la boca e fanno intendere a cenni tale che non ha né occhi né lingua. Ma, pur che voi non parliate, i' non mi curo del resto. Pur io vi veggio, mercé della vostra buona natura, tutte modeste e savie; e son certo che starete in ordine con vostro sommo piacere, aprendoci ben sú l'occhio per ricevere el nerbo o il verbo substenziale, per dire meglio, dei nostri ragionamenti. Ma avvertite, di grazia, di non pigliar a riverso el cotale, cioè il parlar nostro, come solete far qualche volta, per giuoco, con chi par a voi: ché io me nne adirarei; benché voi non sète sole, ch'oltr'ai giovani, buona parte di questi attempati vi tengono compagnia e piú quegli che nelle infelice corti, refugio di affamati e ricetto d'ignoranti, si allevono. La comedia è nova… Ecco ch'io sento giá sollevati i murmuratori che non possono star piú cheti. Diavolo, crepagli! Che avete? che vi manca? di che borbottate? Perché ho detto «nova», eh? Che volévivo forsi ch'io vi dicessi «vecchia»? Dio me nne guardi ch'io presenti alle Signorie Vostre cose che vi facessino stomacare! O non sapete voi che le cose vecchie vengono in fastidio e sanno di vieto? E, che sia el vero, adimandatene a questi giovani che, come se lle dice «l'è una vecchia», l'abborriscono e vi sputano su come che se avessino preso l'assenzio: oltra che le fugono, le biasmano, le vituperano e chiamanole streghe, maliarde, ruffiane, dispettose, ammazzapulce, rempiture del mondo e simile altre novelle. E, secondo me, non dicono la bugia. El medesmo fanno quest'altre giovane delicate che, come se li parla de qualche vecchio, tu le vedi quasi venir meno dall'angoscia; e tanto piú quanto se imbattono in certi aguzzi, saputi, inferruzzati, con le barbe e' capegli coloriti, che gli par loro di esser el gallo della contrada e non si accorgeno che pute loro el fiato o che han gli occhi guasti e di continuo gli colano e, quando sputono, fan certe gongole che verrebbono a schifo ai frati e sempre hanno uno starnuto e una corregia in ordine. Ed elle son savie a fugirli: altretanto ne farei io. Sí che, per questo, ve ho ditto ch'ella è nova, per ciò che tutte le cose nove piacciono e dilettono ad ognuno. State, adunque, cheti; e avvertite a non far cosa per la qual io ne abbi da far chiavare qualcuno di voi, a mal modo, in una pregione. La comedia si chiama El pedante, quale è persona che, con le lettere in mano, defenderá le ragioni sue. Né avete da pigliarve fastidio perché ella sia volgare, essendosi fatto a buon fine e per compiacer ai piú. Ma, se l'auttore avessi pensato che, per farla latina, vi fosse stata piú accetta, egli si sarebbe ingegnato, se non in tutto, almeno in parte, di contentarvi; e, se pur egli a ciò non fossi stato buono, si arebbe fatto aitare dal suo pedante. E, se i latini non fossino stati tali quali le Signorie Vostre avessino meritato, sarebbero stati almeno come sonno quelli de questi affumati procuratori che parlono peggio de un todesco quando si sforza de parlar italiano: ché 'l maggior piacere che potessino avere sarebbe che si abrusciassi e Diomede e Prisciano co' quali di continuo stanno in briga; e, pur che li venghi ben fatto, non si tengono a conscienzia, sotto le paci e le pigierie, rompergli el capo e farli el peggio che possono. Questa cittá è Roma. So che tutti la cognoscete. E, perché questi recitanti han ditto a questi musici che sonnino, io me nne andarò. E voi state cheti.

ATTO I

SCENA I

CURZIO amante, RUFINO servo.

CURZIO. Ell'è pur vero el proverbio che i despiaceri e i piaceri non sogliano mai venir soli. E, che ciò sia, in me misero e infelice veder si puote: ch'allevatomi al servizio del mio signore, dal quale giustamente gran premio delle mie lunghe fatighe aspettavo in guidardone di mei mal spesi anni, mi ha contra mia voglia dato moglie. Che sia maledetta tanta ingratitudine che oggidí si vede in questi nostri signori regnare! che, non sí tosto dai miseri servitori el servizio han ricevuto, che l'han posto in oblio. Tristo a chiunque si fida di loro! ché, insino ch'elli hanno necessitá del fatto tuo, t'empromettono, ti giurano, vogliano teco partire el Stato e darti le migliaia de scudi d'intrata e fannoti mille scritture, mille patenti, mille oblighi, ch'in ogni altra persona ch'ad onorato vivere attende vituperevole cosa sarebbe; per ciò che, come non hanno piú di bisogno di te, ti stracciono quanti contratti, quante scritture te hanno fatte e quello che giá fu tuo donano ad un altro e, se tu ti lamenti, cercono di farti uccidere e pensono che 'l mancar di fede sia loro molto onorevole e, se pur voglino mostrare de favorirti, ti dánno moglie sí come a me el mio signore ha fatto. Che tal contentezze veggia in lui qual egli ave data a me che, contra mia voglia, me l'ha fatta sposare! E sonno oggimai passati dui anni che, da che seco celebrai le nozze, me partii e vagando per il mondo a guisa di un desperato, ramaricandomi di me stesso che troppo alle lusinghevole sue parole ho creduto, ne sono andato: non perché io non mi aveggia ch'ella non sia nobile, savia e da bene; ma per ciò ch'io cognosco che questi signori, come ti hanno dato moglie, par loro di averti ristorato d'ogni tua fatica e, il piú delle fiate, te lla dánno a pruova. Oltr'a ciò, non fui sí tosto giunto qui in Roma ch'io arsi e ardo nell'amore di una belissima giovane e sí fattamente ch'altro che l'amata vista di suoi begli occhi sereni, che 'l sole di splendore avanzano, veder non desidero. E giá mi trovo tanto innanzi nel sfrenato appetito trascorso e seco venuto a tale (per esser povera) che spero in breve venir a capo di qualche mio buon disegno. Voglio andar, prima che sia piú tardi, sino in Banchi. Parte vederò se mi fossino ancor venuti danari da casa. O Rufino!

RUFINO. Signore, che volete?

CURZIO. Vien fuori e piglia la cappa; e spácciati. Che cosa fai?

RUFINO. Andiamo. Io sono in ordine.

CURZIO. Dimmi un poco, or che me ricordo: parlasti tu mai con la serva di Iulia?

RUFINO. Io vel dissi pur iersera; ma voi non me ci desti orecchie.

CURZIO. Io avevo altro in capo, a dirti el vero. Ma pur, che ti disse?

RUFINO. Ella è mezza contenta; e spero… Basta.

CURZIO. Come mezza contenta? Fa' ch'io te intenda.

RUFINO. Volete altro, che si contentará di fare quanto vorrete voi?

CURZIO. Dio lo voglia, ch'io, per me, non lo credo.

RUFINO. Sará cosí certo. Ma…

CURZIO. Ma che? Ché non parli? Che vòi dire?

RUFINO. Voglio dire che ci è peggio, se Dio non vi aiuta.

CURZIO. Come peggio?

RUFINO. Peggio, signor sí: ch'ella ha un altro innamorato.

CURZIO. Un altro innamorato? Va', ch'io non tel credo.

RUFINO. Non è articolo di fede; ma ve ricordo ch'a tal otta lo potrestivo credere, che vi rincresceria.

CURZIO. Come che me rincresceria? Parlame chiaro.

RUFINO. La chiarezza è questa: che ci è chi la vole per moglie.

CURZIO. E chi è questo prosuntuoso?

RUFINO. È un pedante poltrone.

CURZIO. Io so chi vòi dire, adesso. I' non ne ho paura di costui. Ma che certezze ne hai tu di questo?

RUFINO. Hamelo detto Filippa ch'io vel dica. E io dubito che non vi sturbi.

CURZIO. Sturbar lui mene?

RUFINO. Signor sí. È perché non sapete che le donne sempre se attacano al peggio.

CURZIO. Guardise pur ch'io non gl'impari a far le concordanzie a suo mal grado. Lui non mi deve cognoscere anco, ah?

RUFINO. Voi avete el torto, ché le cose belle piacciono a ognuno.

CURZIO. Tel concedo, questo. Ma non cognosce lui che quella non è farina da' suoi denti?

RUFINO. Anzi, lui si pensa che, per aver quattro letteruzze affumate, che tutte le donne di questa cittá siano obligate a volergli bene.

CURZIO. Non ne parliam piú. Caminamo: ch'io voglio che tu vadi poi insino a casa di Filippa e che concludi el tutto. E promettegli ciò ch'ella vuole.

RUFINO. Se io gli prometto ciò ch'ella vole, noi stiam conci!

CURZIO. E perché?

RUFINO. Per ciò che non gli basteria un papato.

CURZIO. Se intende ch'ella abbi a chiedere cose possibili e non quelle che non si ponno. Si sa bene ch'io non sono bastante a dargli delle stelle del cielo.

SCENA II

LUZIO e MINIO scolari, CECA serva.

LUZIO. Lassame caminare, ché 'l mastro non me dia un cavallo; ché me par sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta nell'aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme, adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li latini per li passivi e poi me vole leggere la Boccolica. Ma, alla fé, poi ch'io sono qua, voglio chiamare Minio e vedere se vole venire con esso meco alla scola: ben che lui non impara se non la santa croce. Tic, toc.

CECA. Chi è lá?

LUZIO. Ècci Minio, in casa?

CECA. Sí, è. Che ne vòi fare?

LUZIO. Ditegli se vol venir alla scola.

CECA. Sí, sí. Aspetta.

LUZIO. Cosí farò. Oh! cagna! come l'è fresco, stamattina! Alla fé, ch'io mi sono levato troppo a buon'ora. E me sono scordato de fare collazione, ch'è peggio: benché madonna me ha dato un quatrino ché me ne cómpari una ciambella.

MINIO. Oh! bon dí, Luzio.

LUZIO. Buon dí e buon anno. Vòi venire?

MINIO. Sí, voglio. Andiamo.

LUZIO. E dove è lo legno che tu porti?

MINIO. Eccolo, e è piú grosso che non è lo tuo.

LUZIO. Non è vero. Attenta un po' come pesa lo mio.

MINIO. Gran mercé, ché lo tuo è piú bagnato! Per ciò…

LUZIO. E lo mio è piú meglio. Ma dimme un po': chi era quella ch'era alla finestra?

MINIO. Era la fantesca.

LUZIO. Me credevo che fussi tua madre.

MINIO. No. È piú bella madonna mia. Ma non sai, Luzio, ch'io ho una sorella che lo mastro li vole bene? E per ciò non me dá delli cavalli come fa a te.

LUZIO. Ed essa vuole bene a lui?

MINIO. Credo de sí, io. E lo mastro me ha promesso delli quatrini, veh!

LUZIO. Io non lo sapevo, questo.

MINIO. Manco lo sa madonna.

LUZIO. Alla fé, ch'io gli voglio dire se se vole innamorare de sòrema ancora ma che non voglio mi dia delli cavalli.

MINIO. Caminamo, ché non ci veda fermati: ché non dicessi che facemo le tristizie.

SCENA III

FULVIA donna, RITA serva, CECA serva.

FULVIA. Non bisogna, Rita mia, ch'al primo né al secondo assalto della Fortuna ci sbigottiamo: ch'ancor che questa buona donna, madre de questa giovane della quale sí sconciamente el mio consorte, sí come saputo avemo, è invaghito, mostri non contentarsi ch'io, misera! in cambio della figliuola con esso lui mi giaccia (sí come saria el dovere, ch'elli è pur mio marito, del quale ora la mia sciagura e la mia disgrazia, senza colpa o cagione, privata me ne hanno), spero che la ragione che mi assecura a chiedergli le cose giuste e oneste la fará condiscendere ai voti mei.

RITA. Grande errore fue, per certo, a farvi sposare, se ei non se ne contentava; e voi, perdonatemi, poco savia fosti a prenderlo.

FULVIA. E che ci potevo fare io? Homelo forsi tolto da me? Certo che non; e tu lo sai.

RITA. Orsú! Poi che avete questa fantasia, quanto piú presto possete cacciatevela; ché le cose che indugiano pigliano vizio.

FULVIA. Io ho caro, Rita, che tu sia sempre stata meco in compagnia: ché della vita e fede mia verso di lui ne potrai far buona testimonianza; ch'io so ch'elli avea gran fede in te.

RITA. Madonna, el luogo ove che noi ci troviamo e la buona e onorevole pratica delle sante donne ove voi state saranno cagione di rendervi chiara senz'altri testimoni apresso di lui.

FULVIA. Ecco la casa. Idio ci aiuti, ché costei ci dia buona risposta.

RITA. La dará bene, sí. Aspettate, ch'io pichiarò. Tic, toc.

CECA. Chi è lá? che adimandate voi?

RITA. Ècci la vostra patrona?

CECA. Sí, è. Perché?

RITA. Per bene. Madonna Fulvia mia patrona gli vorria parlare.

CECA. Aspettate, che or ora li farò l'imbasciata.

RITA. Tornate presto, di grazia.

FULVIA. Accòstate in qua, Rita, acciò che non paia ch'io stia sola; ché tu sai ch'alle male lingue non mancaria che dire.

RITA. Costei si sará forsi rotto el collo, ché bada tanto a darci la risposta.

FULVIA. Qualche cosa deve aver a far, lei. Lassala pur stare.

RITA. Volete ch'io ripichi?

FULVIA. No, no; ché non dicessino pur cosí che noi avemo del fastidioso.

CECA. Oh! Madonna, perdonateme se io sono stata troppo a ritornare, ché sono corsa drieto alla carne che si portava la gatta… volsi dire, la gatta si portava la carne.

FULVIA. Ben, che dice la tua patrona?

CECA. Che, madonna sí, che venghiate di sopra.

SCENA IV

PRUDENZIO mastro, MALFATTO servo.

PRUDENZIO.

Omnia vincit amor et nos cedamus amori.

Certamente pare, al giudizio dei periti, che totiens quotiens un uomo esce delli anni adolescentuli, verbi gratia un par nostro, non deceat sibi l'amare queste puellule tenere; benché dicitur che a fele, senio confetto, se lli convenga un mure tenero. Oh terque quaterque infelice Prudenzio! a cui poco le virtú e le lunghe lucubrazioni e i quotidiani studi prosunt. E ciò solo avviene ché li uomini sono inimicissimi delle virtú e delle Muse del castalio e pegaseo fonte; e, come li arieti o li irconi, con li corii aurati viveno, ché «sine doctrina vita est quasi mortis imago»; ed hanno sí la virtú conculcata che solo alle crapule attendono e incumbunt a rubare, a soppeditare el prossimo con mille versuzie e doli. Benché, noi non li stimiamo; quia, «cum recte vivis, non cures verba malorum». E cosí i miseri non se accorgeno che sono tanquam boves et oves et super pecora campi. E, se alcuno vole captare benevolenzia appresso di loro, bisogna che sia un testis iniquus, un garulo inquieto, un furcifer, un capestrunculo, un cinedulo calamistrato, un tonditore di monete, un lenone, uno inrumatore, un caupone tabernario inimico del politico vivere; e di quanti maggiori vizi è decorato tanto magis è accetto, quia «omne simile appetit sui simile». Ma solamente mihi tedet de non essere in grazia di questa radiante stella alla quale la famosa dea della pulcritudine non gli sarebbe ottima pedissequa et est lascivior hedo. E saria plus quam contentus s'io potessi coniugnerla nosco in coppula e vinculo matrimoniale. Né curarei di fargli fondo dotale di una nostra domo laterizia quale avemo empta in questa cittá, nella quale avemo consumpte molte pecunie in resarcirla. Ho decreto de mandargli un'apocha, una pagina, un epistolio in laude sua. Voglio andare al fòro per emere alcuna cosetta per prendere la corporale refezione e resarcire, cibando, el ieiuno ventre. O Malfatto!

MALFATTO. Che volete?

PRUDENZIO. Vieni fuora. Non odi? a chi dico io?

MALFATTO. Che ve piace, ehu?

PRUDENZIO. Non hai verecundia a responder al precettore cosí temerariamente? Guarda pur, ch'io non ti dia un cavallo.

MALFATTO. Sí! Sempre me volete dare li cavali, voi; e sempre me fate andare a piedi con le scarpe mezze rotte e mezze straziate.

PRUDENZIO. Non piú parole; e fa' che tu stii cheto; e fa' che sempre non te abbiamo a fare uno epilogo sopra el vivere tuo. Háime inteso? perché non respondi? che guardi? a chi dico io?

MALFATTO. Uhu! uhu! uhu!

PRUDENZIO. Che parlar, che gesticoli de asino son questi?

MALFATTO. Uhu! uhu! uhu!

PRUDENZIO. Che sí ch'io ti farò parlare!

MALFATTO. Perché volete che parli, se prima me dite ch'io stia cheto?

PRUDENZIO. Io te ho detto che tu lassi parlare prima al mastro e che poi respondi. Dove sei andato, Malfatto? non odi?

MALFATTO. Missere! missere!

PRUDENZIO. Malanno che Dio te dia! Dico che venghi nosco.

MALFATTO. E quando?

PRUDENZIO. Extemplo; illico; che venghi statim.

MALFATTO. Messer non. Non sono stato in nessun loco.

PRUDENZIO. Malan che Dio ti dia! Certe tu es insanus.

MALFATTO. Misser sí che son sano. Sonno le scarpe che sonno rotte.
Ecole: vedete.

PRUDENZIO. Che sí che, s'io torno in scola, te darò una spogliatura!

MALFATTO. Ed io me ne andarò a letto, se me spogliarete.

PRUDENZIO. Fa' ch'io non te l'abbia a ripilogare un'altra volta. Vieni meco.

MALFATTO. E dove volete ch'io venga, adesso che vuol piovere?

PRUDENZIO. E tu lassa piovere.

MALFATTO. Be', sí, voi lo dite perché avete le scarpe sane: ma ché non me prestate le vostre, voi, a me e pigliateve le mie?

PRUDENZIO. Tu vai optando ch'io non comperi l'altre nove.

MALFATTO. Io non ne voglio se non doi, e non nove; ché non ho tanti piedi, io. Ma quando me le comparerete?

PRUDENZIO. Domani omnino, idest per ogni modo.

MALFATTO. O dateme le vostre oggi a me e pigliateve per voi quelle che me volete comparare domane.

PRUDENZIO. Ego te supplico, per Deum immortalem.

MALFATTO. Misser, volete lo pistello ancora?

PRUDENZIO. Dove ambuli? dove vai?

MALFATTO. Per lo mortale che me avete detto.

PRUDENZIO. Odi qui ciò ch'io ti voglio dire.

MALFATTO. Dite pur.

PRUDENZIO. Ch'io, totis viribus…,

MALFATTO. Misser sí.

PRUDENZIO. … farò cosa che tu sarai sodisfatto.

MALFATTO. E lui ancora?

PRUDENZIO. Quisnam? Chi lui?

MALFATTO. Che ne so io?

PRUDENZIO. Me par bene che non sai che te parli.

MALFATTO. Ben. Patrone, io non voglio venire se non me date le scarpe.

PRUDENZIO. Vieni; ch'io t'imprometto de dartele come noi tornamo.

MALFATTO. Sí! come tornamo! Voi me ci volete cogliere come le altre volte. Non avete un quatrino.

PRUDENZIO. Tira alle forche, temerario poltrone! Che sai tu se io ho nummi o no? Fa' che stii cheto e non amplius loqui. E basta.

SCENA V

CECA serva.

Io, per me, farò ogni cosa pur che lo trovi. Va bene. Vuole ch'io vada sino a casa d'una certa Filippa che abita in Treio e ch'io veggia di parlar al servo di misser Curzio el quale è innamorato della figliuola. E hami imposto ch'io gli dica ch'ella è contenta e che, stanotte, ne venga su le tre ore, pur che del prezzo che molte fiate li ha mandato a offerire non gli venghi meno. Io mi maraviglio e nol posso credere, se nol vego, ch'ella si lassi in tanto errore trascorrere. E quella giovane, che molte fiate gli è venut'a parlare, credo che sia una cattiva pratica, la sua; e son certa che lei è quella che la conduce, a scavezzarsi el collo. Ma starai a vedere che questa mi sará una tale occasione ch'io potrò piú scopertamente accommodarmi a qualche mio piacere. E sai che molte fiate me ne ha parlato quel suo servitore di questa cosa, cioè de l'onor mio, con promissione de volermi sposare se io gli fo qualche piacere. Ma, alla fede, ch'io voglio che prima mi sposi; ch'io ne ho cotta la bocca e me delibero che non me ci coglia piú persona, s'io posso. I' vi son stata còlta dell'altre fiate su queste promesse; e si vuol dire che chi viene dal morto sa che cosa è piangere. El bello è che poi se ne vanno avantando come se gli fosse un grande onore. Alla fé, che i gatti ci averanno aperti gli occhi, a questo tratto. Ma será forsi meglio ch'io volti giú per questa strada qui che mi par piú corta assai.

ATTO II

SCENA I

CURZIO amante, MALFATTO servo, TRAPPOLINO regazzo.

CURZIO. Da ch'io mi levai per insino a quest'ora sono stato ad aspettar el patrone del banco ove mi sogliono venire i dinari da casa; né, possendo piú aspettarlo, punto dalla cieca passione, in qua ne son venuto. Ho lasciato Rufino che gli parli e che poi se ne vada sino a casa de Filippa. E, se la sorte mia buona vorrá ch'io giunga, sí come spero, a perfetto fine di questo mio amore, non che felice, ma con la istessa felicitá non cangiarei el stato e 'l grado mio. Solo un pensiero è quello che m'afflige: ch'ho inteso, aimè! che quel porco, poltrone, ignorantaccio di quel pedante suo vicino la vole per moglie e senza dote. Io l'ho incontrato poco è; e dogliomi de non gli aver parlato e fattogli intendere ch'ad altro attenda. Pur, s'el me si rintoppa innanzi, vo' sturargli gli orecchi di buona maniera. Ma, se io bene raffiguro, costui che viene di qua giú, alle fattezze e al vestire, l'è il servo suo. E' non può essere che costui non ne sappia qualche cosa di questo parentado. Me delibero de demandargnene.

MALFATTO. Vedi ch'io non ci voglio venire e che piú presto me ne voglio andare a spasso per farte despetto.

CURZIO. Oh quel giovane!

MALFATTO. Vederemo chi sará piú poltrone, o lui o esso.

CURZIO. Olá! Non odi?

MALFATTO. Me chiamate io, voi?

CURZIO. Sí, chiamo. Vien qua, ché ti voglio parlare.

MALFATTO. O venite qua voi, ché te aspettarò.

CURZIO. Ascolta solamente doi parole.

MALFATTO. Voglio andare in Campo de fiore.

CURZIO. Con chi stai tu?

MALFATTO. Mò, mò; vedete: volete forsi niente?

CURZIO. Oh! Tu me respondi a proposito!

MALFATTO. Orsú! Basta. Son vostro serviziale.

CURZIO. Costui deve esser matto. E' non sará quello che dico io. Anzi, l'è pur esso. Olá!

MALFATTO. Missere, che vòi?

CURZIO. Fatti un po' qui, di grazia. Con chi stai tu? chi è el tuo patrone?

MALFATTO. L'è un mastro. Lo conoscete bene voi, sí. Ed è innamorato, che possa crepare!

CURZIO. Sí, l'uno e l'altro.

MALFATTO. Propriamente, esso e voi.

CURZIO. Io dico lui e tu, bestia!

MALFATTO. Dico bene cosí io ancora.

CURZIO. Che diavolo di nova foggia de abito e di uomo è questa di costui?

MALFATTO. Sapete come me chiamo io? oh quello! Me chiamo… Oh! oh! non te lo voglio dire.

CURZIO. Se nol vòi dire, statti.

MALFATTO. Che non te lo indovini de un quatrino. Me chiamo Malfatto, veh!

CURZIO. So che non ti mentisce el nome. Ma dimmi un po': de chi è innamorato el tuo maestro?

MALFATTO. D'una moglie.

CURZIO. Che halla presa per moglie, forsi?

MALFATTO. No, madonna, no. È che lui la vorria pigliar esso per moglie e vorria ch'essa stessi con lui e io con esso.

CURZIO. Che diavolo parli? che hai? che dici?

MALFATTO. Dico ch'ogni sempre lui vorria far… sapete?

CURZIO. Che cosa vorria far? Che guardi? che tocchi?

MALFATTO. Tocco che voi avete certe belle scarpe, pelose, nere. Volete cangiare con le mie?

CURZIO. Son contento. Sta' fitto. Che farai?

MALFATTO. Ve lle volevo cacciare e metterve queste mie che sono piú sane.

CURZIO. Un'altra volta, poi; non adesso.

MALFATTO. Ed io me ne voglio andare.

CURZIO. Odi; ascolta. Non ti partire.

MALFATTO. Sí; ma prestame tre quatrini.

CURZIO. Son contento. Vieni con me, ch'io te lli voglio dare.

MALFATTO. E dove volete ch'io venga?

CURZIO. A casa mia.

MALFATTO. Fit! mahu! cagna! Non me cci coglierete, no.

CURZIO. E perché? di chi hai paura?

MALFATTO. E che? Me voresti fare le male cose come fa lo mastro alli scolari, eh?

CURZIO. So ch'el confessa senza tratto di corda.

MALFATTO. Ché non me li date qua, se volete?

CURZIO. Non ho dinari appresso. Vieni, su la fede mia.

MALFATTO. Andiamo, sú! Volete che venga dinanzi o drieto?

CURZIO. Vieni come vòi tu. Oh che dolce spasso è questo di costui! Ma starai a vedere che, pian piano, gli cavarò di bocca ogni cosa.

MALFATTO. Son stracco. Io non posso piú caminare.

CURZIO. Camina, camina, ché giá semo arrivati.

MALFATTO. Sí! arrivati! E dove è la casa, che non la veggo?

CURZIO. Eccola qui. Bussa un poco.

MALFATTO. Tic, toc. Non ci è nessuno?

TRAPPOLINO. Chi è lá?

MALFATTO. È questo compagno.

TRAPPOLINO. Che compagno? che compagno? gaglioffo che tu sei!

MALFATTO. Olá! Parla con voi, vedete.

CURZIO. Ché non vieni aprire, sciagurato?

TRAPPOLINO. Oh patrone! Perdonateme; adesso vengo.

MALFATTO. Sta con voi quello che dite?

CURZIO. Sí che sta con meco. Perché?

MALFATTO. E con chi dorme? con voi?

CURZIO. Non. Dorme con un altro compagno.

MALFATTO. Io dormo molto ben con lo mastro.

CURZIO. Nel letto suo proprio?

MALFATTO. Misser no. In camera; in un altro letto; in terra.

TRAPPOLINO. Entrate.

CURZIO. Vieni dentro, Malfatto.

SCENA II

FULVIA donna, IULIA donna, RITA serva.

FULVIA. Non venite piú innanzi. Di grazia, tornatevi dentro.

IULIA. Orsú! Andate in pace. Voi me avete intesa.

FULVIA. Madonna sí.

IULIA. Me avete ben fatto despiacere a non vi restare a desinare con esso meco.

FULVIA. Sempre desino con esso voi. Di grazia, tornatevi di sopra.

IULIA. Orsú! Buon giorno.

FULVIA. Buon giorno e buon anno. Che dici tu, Rita, adesso? Molto stai sí cheta.

RITA. Che volete ch'io dica?

FULVIA. Che ne credi tu di questo mio pensiero?

RITA. Io penso che Iddio ve adiutará; e che, quando egli saprá che voi l'abbiate seguito d'allora in qua che, senza legitima causa, vi lasciò, penso che se umiliará e che vi abbracciará e faravi carezze. E sonne certa, per ciò che cosí farei ancor io.

FULVIA. Iddio, secondo el nostro bisogno, ci adiuti e ci consoli.

RITA. Buono è di sperare in lui. È meglio che nel favore delli uomini, che sonno fallaci e buggiardi.

FULVIA. Hai tu veduto quanto si è fatta pregare questa buona donna prima che si sia contentata?

RITA. Be', madonna, non è da maravigliarsene: ché voi vedete ch'ella è povera; e ogni poco di bisbiglio che si levassi contro di lei sarebbe sufficiente a tôrgli ogni ventura.

FULVIA. Tu dici el vero. Ma che te ne pare di Curzio?

RITA. Circa a che cosa?

FULVIA. Circa l'essersi innamorato.

RITA. Io ve dirò el vero. Me par ch'abbi fatto bene.

FULVIA. Bene, eh? Non ti cuoce a te: però parli a questo modo.

RITA. Eh! madonna, vorrei che voi mi potessevo vedere el cuore; ché forsi mi terrestivo piú cara che non mi tenete.

FULVIA. El veggio, pur troppo, quando tu dici ch'egli ha fatto bene.

RITA. Io vi ho risposto a quel modo per ciò ch'ella è una galante giovane e degna d'essere amata (perdonateme voi) da maggior uomo che lui. Ed io, per me, se, come son donna, fossi un uomo e potesse, faria le pazzie.

FULVIA. Tu sei molto furiosa da poco tempo in qua.

RITA. Madonna, pregamo pur Iddio che la Ceca…

FULVIA. Chi Ceca?

RITA. …la serva sua, facci qualche cosa di buono.

FULVIA. Oh! Ben fará, sí: ch'ella è savia e lui ne ha voglia. Ma cominciamo, ch'ell'è tardo. E leviamoci di questa strada presto, acciò non c'intopassimo in lui: ch'io non vo' che sappia ch'io sia in Roma insino a tanto ch'io non l'ho in luogo ove che non mi possa fuggire.

RITA. Voltate di qua, se vi piace, ché l'è piú corta.

SCENA III

MALFATTO servo, CECA serva.

MALFATTO. Per santo Niente-benedetto, per la croce de Dio, che voglio andar adesso adesso, mò mò, a trovar l'oste che fa la taverna e darli questi quatrini e fare che me dia un quinto de vino e un pezzo de trippa prima che torni lo mastro: che so che gridará, ma ch'adesso che me ne ricordo, non ce voglio piú stare con lui; ché me voglio conciare con questo bono uomo che me ha dati li quatrini, che dice che vole ch'io li sia compagno. Ed holli raccusato lo patrone che fa l'innamorato con una qua a basso. Cancaro! Ecco, alla fé, quella che dice che me vole per marito. Alla fé, la voglio aspettare.

CECA. Io ho trovato a punto el servo di Curzio e hogli fatto l'imbasciata. M'ha ditto ch'in casa di Filippa mi renderà la risposta.

MALFATTO. Io voglio andare a trovarla, a fé. Bona sera.

CECA. Oh! addio. Bona sera e 'l buon anno. Dove vai?

MALFATTO. Venivo a ti. Come sto io?

CECA. E che vòi tu ch'i' ne sappia come stai? Guarda ch'adimande da sciocco!

MALFATTO. Io volevo dire come stai tu.

CECA. Tieni le mani a te. Che farai?

MALFATTO. Volevo toccare un po' qua dentro.

CECA. Non se tocca qua dentro, se non se piange.

MALFATTO. O aspetta un poco. Non te so' moglie io a te?

CECA. Sta' da lunga, quando tu parli. Non ti accostar tanto, ché tu m'amorbi. Ché non te lavi, che puti com'una carogna?

MALFATTO. Non ho la rogna, no. Vedi? Son bianco. Guarda un po'. Te voglio bene io a te, veh!

CECA. Ed io a te. Siamo d'accordo.

MALFATTO. O lassamete, adunque, montare adosso.

CECA. Come adosso, bestia?

MALFATTO. Sí, a cavallo; a questo modo.

CECA. Fatt'in lá, poltrone!

MALFATTO. Oh! Ceca mia, quando me vòi far far un figliolo?

CECA. Taci, balordo! E dove trovi tu che gli omini faccino figlioli?

MALFATTO. O fallo tu, adunque; e io te cci voglio aiutare.

CECA. Ne arei ben voglia.

MALFATTO. Che dici? Non sei contenta, Ceca mia bella?

CECA. Sí, sí. Dimme un po': el tuo patrone compone piú versi?

MALFATTO. Sí. È andato verso qua giú. Poco stará a tornare. Eh! non ti partire cosí presto, ché io ti darò questi quatrini.

CECA. Damile, sú!

MALFATTO. Eccoli. Vedi quanti sono!

CECA. Gran mercé a te. Addio.

MALFATTO. No, no. Cagna! Non ce voglio fare. Rendemeli.

CECA. Come! Non me lli hai tu dati?

MALFATTO. Sí; ma non voglio che tu te nne vada.

CECA. Che vòi tu ch'io faccia qui fuori? Non hai tu vergogna de star nella strada a parlare con le femine?

MALFATTO. Be'; rendime li mei quatrini, adunque.

CECA. Non te lli voglio rendere. Non me lli hai dati?

MALFATTO. Misser no, che non te lli ho dati. Rendime li mei quatrini; rendime li mei quatrini.

CECA. Vedi come piange el gaglioffo!

MALFATTO. Rendime li mei quatrini, dico.

CECA. To', vatti con Dio.