The Project Gutenberg eBook, Paolo Pelliccioni, Volume I (of 2), by Francesco Domenico Guerrazzi

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PAOLO PELLICCIONI

RACCONTO STORICO

DI

F. D. GUERRAZZI.

VOLUME PRIMO.

MILANO,

CASA EDITRICE ITALIANA DI M. GUIGONI.

Corso di Porta Nuova, N. 5.

1864.


Dritti di traduzione e riproduzione riservati.

NB. Tutte le copie non munite della firma dell'editore verranno considerate come contraffatte.

Presentata alla R. Prefettura di Milano il 10 agosto 1864.

Tip. Guigoni.


INDICE.

[DEDICA] Pag. v
CAPITOLO I. [Sisto Quinto e il conte Olivarez] 9
» II. [Paolo Pelliccioni] 49
» III. [Il Bandito e il Bargello] 74
» IV. [La donna superba] 132
» V. [Contradizioni] 156
» VI. [Nuove contradizioni] 173
» VII. [È morta] 212
» VIII. [Sangue romano] 250
» IX. [Il Cardinale] 306

ALL'AMICO DI GIACOMO LEOPARDI,
ALLO SCRITTORE DI GINEVRA
ANTONIO RANIERI
CHIARO
PER DOTTRINA NON MENO CHE PER RETTITUDINE,
IN TESTIMONIANZA DI MUTUA AMICIZIA,
QUESTO RACCONTO INTITOLA

F. D. GUERRAZZI.

PAOLO PELLICCIONI.


CAPITOLO PRIMO.
Sisto Quinto e il conte Olivarez.

— Santità, le faccio umilissimamente considerare come, da un'ora e più, con la reverenza debita al Vicario di Gesù Cristo redentore sopra la terra, le sia venuto esponendo il profondo disgusto del mio signore e padrone, Sua Maestà Cattolica, non che la repugnanza di tutto l'illustrissimo ed eccellentissimo clero di Spagna per questa sua ultima bolla, la quale giudichiamo perniciosissima alla quiete della santa madre Chiesa. Noi pertanto, con le mani giunte, la supplichiamo e scongiuriamo a porre giù dall'animo siffatto funesto disegno: ad ogni modo la prego, e riprego, sicchè il priego valga mille, a degnarsi di una qualche risposta, affinchè, caso mai (il che Dio tolga) alla Vostra Beatitudine talentasse ostinarsi nello scandalo, Sua Maestà il Re mio signore e padrone possa pigliare nei suoi stati i provvedimenti, che il suo zelo per la religione, e l'autorità della propria corona, la quale egli ricava direttamente da Dio, gli persuaderanno essere meglio opportuni. —

E qui colui che favellava tacque, ed aspettò buona pezza, tuttavia invano: allora con voce tremula, come chi si tenga per non dare di fuori, egli soggiunse:

— Dunque, nonostante le mie fervide, e ad un punto ossequiose istanze, la Santità Vostra non giudicherà dicevole di porgermi risposta? Si degni avvertire, Beatissimo Padre, il corriere per la Spagna sta su le mosse per partire ed aspetta i dispacci, sicchè si riscuota una volta; che medita adesso? A che pensa? —

Così favellava, secondo il costume della sua Corte, prolisso e sazievole[1] il conte Olivarez ambasciatore spagnuolo a Roma, superbissimo tra i superbi idalghi del suo paese; e quantunque la forma delle parole, e gli atti del corpo comparissero quali il più fisicoso dei cerimonieri del Papa non avrebbe trovato da appuntare, o avrebbe ripreso poco, pure aveva creduto bene arrestarsi sul terzo punto interrogativo, essendo simili punti per propria indole assai sdrucciolevoli alla provocazione.

Veramente non gli si avrebbe potuto dare torto, dacchè il Papa, al quale egli volgeva il discorso, gli stesse davanti immobile e taciturno, come se non si fosse nè manco favellato a lui.

Il Papa era Sisto V che gli dava udienza, il quale secondo il suo costume, tenendosi nè appoggiato nè seduto alla estrema sponda del tavolino con le braccia aperte, e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, mentre con ambo li piedi tesi puntava forte il pavimento: il capo aveva chino, e gli occhi chiusi, nè l'alito stesso lo chiariva vivo, senonchè, alle parole ultime del Conte, egli schiuse l'occhio destro, e lo guardò a stracciasacco quattro volte e sei; quando poi costui ebbe finito, Sisto, quasi tirasse co' denti le parole, disse:

— Ambasciatore, noi pensavamo tra noi, che cosa avremmo guadagnato da un lato, e che cosa perduto dall'altro, facendovi gettare giù su la strada da quella finestra, che avete dietro le spalle.....

Il Conte si voltò di un tratto senza nè anco volerlo, e con terrore si vide dietro una finestra; il Papa, non avvertendo cotesto moto o non lo curando, ripigliava sempre tranquillissimamente:

— E se volete accettare un nostro consiglio, noi, mirate, vi diremmo che ve ne andaste prima che noi avessimo fatto il conto, — perchè, cæteris paribus, mettiamo pegno che in noi la vincerà il gusto di vedere che garbo faccia un ambasciatore di Sua Maestà Cattolica volando per aria. —

Il Conte, curvo fin lì come arco teso, si raddrizzò pari a quello, dopo scoccata la freccia, e, rinvenuta barellando la porta, se la svignò: ricuperato, appena fuori della sala, l'uso delle gambe, correva, correva come se il diavolo lo cacciasse, o gli sbirri lo cercassero, e, nella fuga disonesta, dimenticava spada, cappa e cappello lasciati nelle mani dei camerarii del Papa, i quali, correndogli dietro, non lo poterono arrivare prima ch'ei salisse in carrozza, sicchè ebbero a riportarglieli a casa.

Giunto al palazzo di Spagna, si provò il Conte di vincere la paura con la superbia, e non vi riuscì; anzi l'una e l'altra gli dettero travaglio per guisa che, indi a breve, gli si mise il ribrezzo della febbre addosso, a cui successero le caldane; le quali sempre crescendo lo costrinsero di cercare a tastoni il letto, e a giacervisi sopra, dove prese a vagellare con inestimabile sgomento dei famigliari, che lo giudicarono ammattito: di fatti, egli urlava:

— A me queste cose? A me, ambasciatore di Sua Maestà Cattolica, primo potentato dei due mondi?... Ale! ale! per Dio datemi l'ale, o casco, e mi rompo il collo... mirate come sono alte le finestre... corda! corda! Ma che il padre di questo Papa fosse un funaiolo, ch'egli è così innamorato delle funi?... Non gli basta mandare tanta gente in su, che adesso lo piglia la smania di mandarne altrettanta in giù...? Con questi preti ci vuole un principe di Borbone, a patto che non moia... un duca di Alba, purchè sul più bello non venga richiamato.... Voto a Dio, datemi, Maestà, quattro vecchie bande di Spagnuoli, ed io vi porto il porcaio della Marca a Madrid dentro una gabbia....

Tali e molte più erano le parole del vaneggiante, di cui forse ne riferimmo anco troppe. I famigliari lo vigilarono attorno al letto, non sapendo però come sovvenirlo, o piuttosto lo aiutavano troppo, perchè ci era di quelli che lo credevano stregato, altri indemoniato, non mancava chi sostenesse, che voleva dire lo stesso, ma il Cappellano dell'Ambasciata ostava con tutte le forze, e gratificava in tondo dell'ignorante a tutto pasto; però non persuadeva, o persuadeva pochi, e parendo il caso grave, chi gli applicò sul capo la immagine della Madonna del Pilar, e chi quella di Monserrato; altri, riveriti come si doveva i rimedi spirituali, ammonivano sarebbe stato prudente ricorrere ai materiali, epperò il segretario lo copriva per farlo sudare, il cancelliere lo scopriva per amministrargli un cristeo; taluno avvisava cavargli sangue, tale altro applicargli le coppette a taglio; insomma, se il povero Conte non rinveniva gli spiriti, la quale cosa accadde verso la metà della notte, restava sepolto sotto la mole dei rimedi così temporali come spirituali.

Sul far del giorno la febbre efimera cessò, ma intronato dalla radice dei capelli fino alle ugne dei piedi, non ebbe balía di levarsi da letto: pauroso però, che della sua paura traspirasse novella, sotto pena di essere cacciati via come marrani, ordinava alle persone della famiglia tacessero il caso; se taluno veniva per esso, lo congedassero col pretesto, che avendo logora gran parte della notte a dettare dispacci, si era addormentato sul fare del giorno; lo avrebbe ricevuto il dì di poi; per ora lo lasciassero in riposo.

Così il Frascatino, soprannome del barbiere dell'Ambasciata (però che l'Ambasciata avesse il barbiere, e non l'ambasciatore), malgrado il suo molto arrovellarsi, non ottenne di vedere il Conte, nè riuscì a cavare una parola di bocca ai servitori; tornasse il giorno dopo, gli dissero quattro volte e sei, allora saprebbe se avesse a radere la barba al Magnifico, o no.

Frascatino se ne andava con sembianza compunta: giunto a piè della scala, gli venne voglia di tentare una seconda volta, e ne salì mezza; ma quivi stette, e considerato che quanto a cocciutaggine gli Spagnuoli escono tutti dall'Andalusia, madre patria dei migliori muli che vanti la Spagna, avvilito riscese.

Alla dimane si trovò in piedi al punto stesso che l'allodola spiegava l'ale per lasciare il nido; fattosi presso al palazzo e trovatolo chiuso, si mise a passeggiare su e giù col moto del pendolo, e appena aperto il portone s'intromise: per questa volta gli camminava amica la fortuna, imperciocchè, come tosto fu avvisato il Conte della sua presenza, comandò che entrasse.

Entrava il Frascatino a testa bassa, e dopo avergli baciato con profondo ossequio le mani, di un tratto gli ficcò gli occhi dentro al viso. Misericordia! Comecchè gli fosse sempre comparso colore di olio di noce vieto, adesso poi gli appariva tinto di verde rame stemperato nel tôrlo di ovo.

Ad un barbiere allora veniva mala pena concesso di augurare il buon giorno ai nobili clienti, però egli in silenzio ammannì gli arnesi, allacciò la striscia alla seggiola, gli strinse il bavaglio alla gola, della spuma del sapone sbattuto gl'intrise le gote, prima passò il rasoio sul cuoio, poi sul palmo delle mani, e con l'indice e il pollice tirata la pelle verso la tempia destra, prese a menare giù col rasoio. Da prima il dabbene barbiere s'industriò di attaccare il lucignolo col raderlo lieve così ch'era una delizia, e non venne a capo di nulla; allora mutato registro gli fece stridere il rasoio sopra le guancie, e il Conte apriva e chiudeva gli occhi strabuzzati come uomo preso dal male di santo Antonio, come credo io avesse a fare la Madonna di Rimini in tempi assai prossimi a questi. Qualche grossa lacrima sgorgatagli dalla congiuntiva scendeva giù a mescolarsi con la saponata, e nondimanco taceva; il Frascatino stava per darsi alla disperazione, quando a mezza barba, il Conte così facendo lo svogliato cominciò:

— Orsù, barbiere, che nuove in città?

— Magnifico signor Conte, e' si fa un gran dire della sua infermità....

— Malato io? Per la vita del re don Filippo io non mi sono mai sentito bene disposto della persona come adesso....

— Capisco anch'io che sbalestrano a parole, e tuttavia la faccia pallida e il lividore degli occhi mostrano espresso che vostra signoria illustrissima ha passata la trista nottata.

— Ma no... ma no pei grani del mio santo Rosario... questo accade per non avere chiuso gli occhi da ieri l'altro in qua.

— Capisco....

— Avendo mestieri di spedire i dispacci in Ispagna...

— Capisco.... capisco: dopo il caso di vostra signoria illustrissima che adesso, mercè le sue parole, conosco privo di fondamento, non si cessa di menare rumore per l'altro atrocissimo d'ieri....

— Ieri accadde un caso atrocissimo?

— Già! O non gliel'hanno riportato?

— Vi ho detto, che rimasi tutto il giorno chiuso a dettare dispacci....

— Ma io credeva, che i dispacci si versassero appunto su questo....

— O com'entrano i dispacci di Spagna col caso d'ieri....?

— Come ci entrano? Santa Vergine della Neve! o non si tratta appunto di Spagnuoli trucidati?

— Spagnuoli trucidati!

— Già, e quattro cardinali spagnuoli tenuti in pregio, salvo rispetto, di quattro melanzane....

— Giuro per l'anima della Contessa mia signora madre, ch'è in paradiso, ch'io non ne so nulla....

— O allora di che mai scriveva dispacci, sia benedetto, vostra signoria illustrissima?

L'ambasciatore si sentì vinto di acutezza dal barbiere, e perse la bussola; tacque alcun poco, poi, considerando che ormai non giovava armeggiare, datosi per vinto, soggiunse: — Dimmi, in tua malora, che caso è questo che accadde?

— Io la servo in quattro battute, padrone illustrissimo: un trabante del Papa, di quelli che dicono alla gente addietro te, e il muro, giorni sono, accompagnando il Pontefice alla cappella, diede senza discrezione del calcio dell'alabarda sul piede ad uno spagnuolo chiamato Gonzalez de Aranda; donde nacquero parole, ma non si procedè oltre, stante la reverenza del luogo; caso volle, che ieri mattina, recandosi lo spagnuolo alla messa in San Pietro, s'imbattesse nello svizzero, che se ne stava in ginocchioni davanti l'altare; la s'immagini se allo spagnuolo brillarono le mani! Già, quando le disdette hanno da succedere, anco gli agnus dei diventano coltelli; per la quale cosa avvenne, che un pellegrino lì presso, inteso tutto a sentire la santa messa, avesse appoggiato il suo bordone al muro: che ti fa lo spagnuolo? In un bacchio baleno agguanta il bordone, e a due mani lo scaraventa su la testa dello svizzero gridando: randello mi desti e randello ti rendo. — Lo spagnuolo, come osservano i sapienti di Roma, era in buona fede, dacchè ormai nessuno contrasta che il cranio svizzero vinca di durezza qualunque più duro legname, ma per sua disgrazia questo svizzero faceva eccezione, che il capo gli si aperse come un melagrano, e morì senza potere finire intero: Gesù, Giuseppe e Maria vi raccomando l'anima mia. Visto e preso, che qui gli sbirri escono fuori fino dalla barba di San Pietro; e poichè il caso venne riferito a Sisto, questi andò in bestia così, che fumava come un camino. Paratosegli davanti il Governatore di Roma, gli fece una bravata da mettere i brividi addosso alla statua di Marco Aurelio, ch'è di bronzo, e: — a questo modo, urlava costui come frenetico, a questo modo, signor Governatore, si ammazzano gli uomini in Roma alla presenza di Dio e nostra? E ora, che fate? Che provvidenze eseguite perchè Dio e noi siamo vendicati a colpo di fulmine? Il Governatore di quieto gli andava esponendo il malfattore caduto in mano della giustizia, le informazioni ordinate, presto istruito il processo, sicchè tra quattro giorni o sei lo spagnuolo si sarebbe potuto decapitare o impiccare a modo e a verso secondo si trovasse essere o gentiluomo, o plebeo. — A cui Sisto di riscontro: — che processi o non processi? Qui il morto è su la bara, l'omicida certo, tante invenie a che montano? Impiccatelo addirittura. — Il Governatore, a cui pareva grossa impiccare un uomo senza processo, supplicava osservasse costui essere spagnuolo, e il Papa rispose: — magari! fosse il conte di Olivarez....

— Ha detto? Dando una scossa, domandò il Conte.

— Per Crispo! Io l'ho intaccata;... ma veda... io non ci ho colpa... se ella non istà fermo... l'è un ninnolo, con un poco di ragnatelo ristagna subito il sangue.....

— Continua....

— Io non vorrei....

— Continua, dico, continua, io sono tranquillo, e il Conte urlava come un energumeno, e forte del piede batteva la terra.

— Ai suoi comandi. Dove siamo restati? O ecco. — Magari! fosse il conte di Olivarez.... che tanto lo farei impiccare...

— Impiccare ha detto? — Impiccare?...

— Ha detto impiccare?

— Malnato! Non sa nè manco che ai gentiluomini va de jure la mannaia....

— Sarà stato un lapsus linguæ, che avrebbe corretto mastro Gigolo. Dunque se le piace....

— Continua....

— Allora dunque si misero attorno al Papa alcuni cardinali per fare spalla al Governatore, onde Sisto infastidito scappò fuori col dire: — orsù fabbricate quanti volete processi, a patto però che il malfattore sia impiccato prima di desinare, e abbiate avvertenza, che stamane mi sento fame. — I quattro cardinali spagnuoli, considerando, che quanto a salvare il compatriota era disperato, supplicarono il Papa concedesse gli venisse mozzo il capo come si costuma appunto a mo' che saviamente avvertiva V. S. illustrissima co' gentiluomini, non essendo giusto che, per la colpa di un uomo, la sua famiglia patisse danno nella reputazione; alle quali preghiere Sisto rispose: — lui ad ogni modo impiccato dev'essere, ma perchè la sua famiglia non senta disdoro, io ne onorerò la morte con la mia presenza; però fate di piantare le forche qui in piazza San Pietro proprio dirimpetto alle finestre; — e secondo ordinò essi eseguirono, ed egli non si mosse dalla finestra finchè nol vide dare l'ultimo tratto; allora disse: adesso a mensa, che la vista di questa giustizia ci ha stuzzicato l'appetito. — Le parole del Papa corsero subito per le bocche dei Romani, e oggi è comparso Pasquino con un bacile in mano pieno di forche, a cui chiedendo Marforio, che diavolo almanaccasse in cotesto arnese, egli rispondeva: — porto la salsa per l'appetito del Papa; nè qui è tutto, adesso ne viene il buono, ma lo tacerò per non irritare la vostra Magnificenza....

— Continua, pel corpo di santo Jacopo di Zamora....

— Senta, Magnificenza, io le racconterò quello che avanza, terminata la barba, perchè, veda, io non vorrei segnarle sopra la faccia una seconda di cambio.

— Continua, o ti faccio buttare giù dalla finestra....

— Per lo appunto di salti dalle finestre io voleva discorrere con la vostra Magnificenza; però procuri di non si arrabbiare, ve'! che per me sono figliuolo di obbedienza... — qui col pollice e l'indice gli stirava la pelle della guancia destra, e lieve vi scorreva giù col rasoio, mentre diceva: — durante il pranzo Sisto iattava avere cacciato in corpo a vostra Magnificenza una paura marchiana, cosicchè gli fosse sparito dinanzi a scavezzacollo, dimenticati cappa, cappello e spada....

— Se ne vantava?....

— E come! Ma la stia fermo, altrimenti la intacco da capo....

— Sto....

— Bravo! Ed aggiungeva, che vostra Magnificenza, tornato a casa, fu preso da una febbre da cavalli, e che tutto il giorno non aveva fatto altro che vagellare....

— E se ne vantava?

— Altro, che vantarsene! Ne sghignazzava dall'allegrezza, e i commensali per camminargli a' versi pareva ne andassero in visibilio... ma non si agiti... sia benedetto.... non si agiti: se vostra Magnificenza manca alla promessa di stare fermo, contro il mio volere mi toccherà a mancare ancora io alla mia di non intaccarlo... e allora fuori mi chiamo...

— Tira innanzi por los higados de Dios!...[2]

— Dichiarò ancora, che nella giustizia dello spagnuolo per due terzi vantaggiati ci entrava il gusto di ribadire nella vostra Magnificenza il chiodo della paura, averle ormai trovato la vena, che giudicava essere la paura... che considerato il diritto e il rovescio, poichè non poteva liberarsi dall'oratore del Cattolico con la forca, se ne sarebbe liberato con la paura della forca, e per via ugualmente sicura tanto aveva sperimentato solenne la poltroneria della vostra Magnificenza....

Por la santissima Trinidad! Urlò dando uno sbalzo il conte Olivarez, e al punto stesso un buon tratto di rasoio gli penetrava dentro la guancia; per la qual cosa, aggiungendosi l'asprezza del taglio alla trafittura dell'animo, sorse infellonito pigliando a imperversare attorno alla camera; il sangue gli gocciolava giù mescolandosi con la spuma del sapone, che presto ne rimase tinta, e intrisi ne andarono in breve lo asciugatoio, le mani ed anco il pavimento; pareva un condannato fuggito di sotto alla mannaia mal concio dal manigoldo inesperto; il barbiere col rasoio all'aria gli correva dietro e raccomandandosi a tutte le Madonne dello stato Romano, e a qualcheduna di fuori, protestando tutta la colpa movere dal Conte che non era stato fermo, o piuttosto dal Papa che non lo aveva fatto stare fermo; si calmasse, concedesse di guardargli il taglio, di terminargli la barba, di pettinarlo, di ungerlo, insomma non si poteva dimostrare maggiore ansietà nè più sentito affanno; e nondimanco a cui ci avesse sottilmente atteso, avrebbe ravvisato in Frascatino uno strione da disgradarne l'antico Roscio e da stare a petto del moderno Vestri.

Il Conte non avvertiva, e con quella faccia da fare riscontro al volto santo impresso sul velo della Veronica, tempestava tuttavia, cacciando fuori un diluvio di bestemmie e d'ingiurie contro il Sommo Pontefice, ch'egli sempre salutava col nome di Sommo Carnefice, e forse non diceva male; poi lo chiamava figliuolo di tante cose, ch'è una passione non poterlo ridire; certo lo imperatore Carlo V non si peritava punto nè poco a sfringuellarlo anco in chiesa quando i suoi cantori a San Giusto davano in istonature[3], ma noi altri popolani ce ne asteniamo anco in un libro. Basti tanto, che bandì beatissimi Genserico e il Borbone per avere dato il guasto a Roma, mentre levò i pezzi di dosso al duca di Alba a cui era mancato l'animo di spingersi avanti e mettere in un mucchio di calcinacci il Vaticano e Roma[4]: quello però che non ardì il duca d'Alba, bastare la vista di compire a lui conte di Olivarez, e ciò che non accadde sotto Paolo Quarto, potere succedere nel pontificato del temerario guardiano di maiali; ci si metterebbe con le mani e co' piedi, c'impegnerebbe le sue aderenze, tutte le ricchezze; se bisognasse anco l'anima, e dove non riuscisse, ora per allora rinnegava la passion del Hijo de Dios, e la que me pariò[5], e un monte di altre cose, che non importa riportare.

Quando il sangue si fu accagliato sul viso, e la bile sparsa pel sangue, e su la bocca, ed ei si sentì stracco, rifinito dal barellare, si lasciò ire giù di sfascio sopra il seggiolone, dove il barbiere lo medicò, e lo acconciò con amore, dicendogli parole di rifrigerio alla vanità offesa, così argute, e tanto bene adattate, che il Conte, allorquando costui prese licenza di andarsene, gli donò di presente dieci ducati assicurandolo della grazia sua per lo avvenire. —

Scorticato, deriso e tradito il Conte donava, ed aveva reputazione di negoziatore solenne, ma in pellicceria ci vanno più pelli di volpi, che di asini, proverbio antico, che io ripeto spesso a edificazione dei nostri uomini di stato.

Il Frascatino, trovato a casa il compare Angiolo barbiere del Papa, gli raccontò per filo e per segno com'erano andate le cose, e lo pregò di sottoporre agli occhi del Beatissimo Padre lo sbaraglio a cui ogni dì si metteva per sua devozione; rammentasse che gli spagnuoli di nulla nulla si accorgessero, egli era basito, il pezzo più grosso di lui sarebbe stato l'orecchio; al paterno cuore di Sua Santità raccomandava cinque figlioletti, che gli erano nati in casa fitti come le cinque dita della mano. Se Angiolo dicesse coteste cose, o le tacesse al Papa, ignoro, ma le avrà taciute di certo, però che ricorressero ogni dì obbligate ai rapporti del Frascatino come il Gloria Patri in fondo ai salmi; e veramente dal dì che egli aveva raccomandato di farle presenti ad oggi, i cinque figlioletti nati in casa fitti come le cinque dita delle mani a questa ora dovevano essere cresciuti come pertiche: questo so, che Sisto gli diede venti ducati perchè gli consegnasse al Frascatino, e lo confortasse a servirlo con amore; se lo avesse contentato, ben per lui. Angiolo le parole del Papa al Frascatino consegnò tutte, anzi ce ne aggiunse un pizzicotto delle proprie: quanto a danari poi ne consegnò mezzi, e dei mezzi con mille suoi arzigogoli arrivò a farsene dare dal Frascatino la metà; entrambi si rubavano, e lo sapevano, e nondimanco buttavano via tempo e parole a tendere lacciuoli che non chiappavano mai uccelli, pratica ai giorni nostri lodevolmente continuata dai Ministri, dagli Ambasciatori, e da Barbassori altri cotali per divertire la gente che non ha modo di andare a' Teatri; però è curioso notare come la Furfanteria facesse ai nostri barbieri le parti giuste così, che meglio non avrebbe potuto l'Onestà, avendo avuto ognuno di essi quindici ducati per lo appunto. Quindici ducati guadagnarono costoro a tradire i padroni, e a rubarsi scambievolmente; di quanto avrebbero fatto civanzo se tutto quel dì astenendosi da scioperare nel mestiere della spia avessero esercitato quello del galantuomo?


Il conte Olivarez scrisse dispacci in Ispagna adoperandoci più fiele, che inchiostro, e non ce n'era mestiero, perchè Filippo intendeva scavalcare il Papa non mica avversando l'enormezze sacerdotali, all'opposto esagerandole: insomma esercitare dirimpetto alla Chiesa le parti, che tennero un dì i Profeti in faccia ai Leviti.

Qui porremo adesso la causa della controversia. Sisto fino dal 1588 aveva fatto stampare la Bibbia, volgata, e già per questo n'erano corse le novelle, le quali crebbero fuori di misura questo anno quando si seppe come, dopo volgarizzata in italiano, e stampata la Bibbia, con amplissima bolla avesse ordinato, che si pubblicasse: nè per dimostranze punto si rimetteva da quel suo fermo volere, anzi a cagione dei contrasti vie più incaponiva, conforme gli dettava la indole ritrosa; e a qualche cardinale, che s'industriava ritrarnelo, rispose sboccato: lo abbiamo fatto per voi altri ignoranti che non intendete il latino.

Siccome Sisto morì il ventisei agosto dell'anno seguente, prima che il suo disegno potesse avere compimento, i papi che gli tennero dietro non solo mandarono a monte la cosa, ma ordinarono o consentirono, che la si smentisse; però inefficacemente, conservandosi parecchie copie della medesima, ed una in particolare nella biblioteca medicea di San Lorenzo in Toscana, un'altra nell'Ambrosiana di Milano, e due in Ginevra. Quanto alla Bolla, il Gesuita Briego la vide, e ne porge testimonianza nei suoi Annali stampati a Parigi nel 1663.

Intorno alla Bibbia i papi apersero sempre giudizio poco parziale, per non dire nemico, e per ragioni in parte buone, e in parte no; nè mancarono, come sembra giusto, di quelli, che distinsero tra libro e libro, e dal vecchio il Testamento nuovo.

Un pontefice non sapeva capacitarsi, come un uomo dabbene si confidasse imparare qualche cosa di buono nelle prime storie della Genesi; a mo' di esempio nel peccato di Eva, e nella condanna a morte dell'universo genere umano, nel fratricidio di Caino, nella vita indecentissima del Patriarca Abramo, ed in quella troppo più biasimevole del Patriarca Lot, e via discorrendo; e veramente non giunsi mai a comprenderlo nè manco io.

Questa fu onestà, ma di simile erba ne cresce raro in Corte di Roma, dove il Vangelo recato in italiano si aborre, come quello, che, messo per falsariga sotto ai passi dei sacerdoti, ti mostra chiaro com'essi camminino a granchio. Quando poi, a cagione dei molti volgarizzamenti pubblicati dalle sette, ogni divieto fu visto riescire indarno, Roma mise mano a sua posta a volgarizzare la Bibbia a modo suo, e non potendo in quel modo avvantaggiarsi troppo, a infagottarla con glosse, e commenti per guisa, — che del no vi si fa ita. — Ciò, che dal Vangelo si vieta, dalla Chiesa permettasi, mentre per converso si concede da questa, quanto da quello si riprova. La Corte di Roma pretende chiarire il senso o la parola oscuri, e commette un errore e una insolenza; errore però che tutti capiscono aperto anche troppo; insolenza, conciossiachè appunti Cristo di non sapersi spiegare, il quale pure i concetti suoi predicava alle plebi, ai fanciulli, e alle donne; nè qui rimane la improntitudine di Roma, che più oltre arrisicandosi afferma che i fedeli tra la interpretazione sua e la lettera del Vangelo devano, sotto pena della eterna dannazione, attenersi a quello che s'insegna da lei, in ciò sovvenendola con la propria autorità, tra gli altri santi, santo Agostino, certo uomo d'ingegno, ma arruffato, e cervello balzano almeno da tre.

Il re Filippo, stizzito contro il Papa per l'oltraggio fatto al suo ambasciatore, pel diniego di favorire la lega promovendo segretamente Enrico di Navarra, che poi fu re di Francia, e per la inclinazione di Roma a comporre le faccende religiose nella Inghilterra, pigliò il pretesto della Bibbia per convocare il consiglio di Coscienza con la giunta di altri spettabili personaggi tenuti in conto di piissimi, perchè, consultato il negozio, risolvessero quanto doveva farsi. Il Consiglio, un po' per convinzione, e molto pel solito andazzo di piaggiare i potenti, rispose: potere Sua Maestà, anzi dovere in buona coscienza convocare un concilio generale di tutti i vescovi, e religiosi e graduati dei suoi regni; farlo prima intimare al Pontefice, e trovatolo pertinace a ributtarlo, lo citasse di comparire al Concilio, dal quale sarebbe stato deposto Sisto ed eletto un altro, dacchè costui incominciasse a sentire dell'eretico, mettendo a repentaglio la sposa di Cristo, la barca di San Pietro, e la veste inconsutile del Redentore, però che la Chiesa di Roma sia ad un punto una sposa, una veste e una barcaccia con altre più cose, che è proprio una diavoleria a dire ed a sentirsele dire.

A questo modo, in tempi miserabili troppo più di ora per errori, e per superstizione, i nostri vecchi politici pigliavano i preti con la rete di San Pietro, e li percotevano col calcio della croce; noi abbiamo disappreso l'arte, sicchè il prete si rannicchia dentro la religione, come il malfattore un dì nello asilo, donde questi il bargello, e l'altro cava l'intelletto umano. Quando i preti si tramutano in cani tu fa di ministrare loro bocconi dove invece di fungo di levante porrai precetti del santo Vangelo, e perchè tu ti conficchi bene dentro al cervello il mio insegnamento io te lo compendio così: a prete cane, polpetta di Cristo.

Il re Filippo avuta risoluzione del Consiglio, udito eziandio il parere del cardinale Toledo, che lo diede favorevole, mandò al conte Olivarez, perchè colto il destro di qualche pubblica solennità, consegnasse nelle mani di Sisto la intimazione di convocare un Concilio generale nella città di Siviglia per provvedere al servizio di Dio ed alla maggiore esaltazione della santa madre Chiesa cattolica.

Il destro non si fece aspettare, anzi venne anco troppo presto, perocchè al Papa saltò in testa di recarsi con solennissima cavalcata ad alloggiare per la prima volta nel suo nuovo palazzo di San Giovanni Laterano; ora Dio sa, se al conte Olivarez scottasse rifarsi dello smacco patito, ma dall'altro canto temeva gli accadesse come ai pifferi di montagna; sicchè: adagio a' ma' passi; — diceva tra sè; per la quale cosa cominciò a fare grandi radunate in palazzo, di Spagnuoli dimoranti, o di passaggio a Roma, a indettarsi con soldati smessi perchè gli facessero spalla, e al bisogno tratte le armi nascoste lo difendessero; questi, ed altri apparecchi però non si poterono compire senza che taluno ne pigliasse lingua, in particolare il Frascatino, come ognuno può credere; da ciò accadeva, che papa Sisto sapesse per filo e per segno tutto quanto l'Ambasciatore non pure apprestava, ma immaginava.

La seconda festa di Natale del 1588 il sole si era fatto aspettare un po' troppo nel cielo di Roma, ed anco, affacciatosi su l'orizzonte, alcune nuvole parevano ostinate ad accompagnarlo, ma egli, distrigatosi dalle importune, prese a salire nella gloria dei suoi raggi come in un bel giorno di estate; l'aria tepida, il cielo sereno, il tempo e il luogo secondavano mirabilmente la solennità, che stava per celebrarsi; accorreva al Vaticano a frotta la gente per pigliarci parte, o solo per vederla; servi vestiti di gala, prelati, vescovi, cardinali, chi in piviale, chi in paludamento, chi in mantelletta; ondeggiava una marea di mitre, di cappelli rossi, di cappelli verdi, e soprattutto di mule, di chince coperte di gualdrappe cremisine, infioccate con isfoggio, e nappe di seta ciondoloni; da un'ora sonavano trombe e tamburi; alla fine un colpo di cannone dal Castello S. Angiolo annunziò la partenza del Papa dal Vaticano.

Il conte Olivarez, avvertito che il Papa sarebbe passato dinanzi al suo palazzo, stava ad aspettarlo col corsaletto addosso, ricinto dintorno da Spagnuoli, e munito in modo da sostenere qualunque assalto: egli guardava quanto poteva stendersi la vista, ostentando baldanza, e tuttavolta dai moti incerti appariva perplesso; si conosceva ottimamente lui presentire il pericolo, ma avere ormai deliberato affrontarlo; di un tratto ecco accostarglisi Frascatino all'orecchio, e bisbigliargli non so che parole concitate, le quali ebbero virtù di far passare su la faccia dello spagnuolo quanti ha colori l'arco baleno; subito dopo si trasse indietro con molta fretta come se negozi gravi lo chiamassero altrove, e più non comparve fuori.

La cagione del caso non istette guari manifestarsi, però che, passati che furono gli ufficiali della Corte, le famiglie dei maggiorenti, gli ecclesiastici tutti, mentre dopo i cardinali attendevasi seguitasse il Papa, fu visto un drappello di sbirri col moschetto inarcato, e subito dopo dietro mastro Gigolo sommo carnefice di Roma (che meno di dodici non ne tenne mai papa Sisto solo in città), alle spalle del boia altri sbirri, e birri poi; in tutto trecento e più; all'ultimo il Papa con al fianco il Governatore di Roma. Le parole susurrate dal Frascatino nell'orecchio al conte Olivarez ci venne riferito poi che furono queste od altre cotali.

— Magnifico, badi di non si precipitare per quanto amore porta a Dio, però che Sisto viene oltre con un nugolo di sbirri e il boia in mezzo, a cui proprio con questi miei orecchi ho sentito dire: — Gigolo, caso mai uno si attentasse accostarmi con fogli in mano, o senza, fallo pigliare e strozzamelo lì, per lì, senza badare ad altro, fosse anco imperatore, re, cardinale, ambasciatore, il mio stesso nipote; bada bene, se non istrangoli lui, io strangolo te. Adesso andiamo. Te Deum laudamus.... — ed ha intonato il Teddeo.

Il Papa fino al palazzo di Spagna procedè a capo chino come uomo in balía di pensieri molesti, quando poi lo mirò sgombro di gente, e si fu accertato non ci si trovare l'ambasciatore, lo raddrizzò baldanzoso. Di fatti, parola detta e sasso lanciato non si possono più tirare indietro, e Sisto non era uomo da ritirarsi, tuttavia quell'essersi omai messo per le sue parole tra l'uscio e il muro a farsi strangolare proprio su gli occhi l'oratore di S. M. Cattolica, era cosa, che un po' di scrupolo lo metteva anco a lui: ed ora gli pareva, che un grosso peso gli fosse cascato giù dalle spalle: mentre pertanto vibrava qua e là gli occhi a mo' di lingua di vipera, gli venne fatto vedere Angelotto, il bargello di campagna, a cui aveva commosso la cura di dare la caccia ai banditi. Fortuna volle, che gli occhi del bargello s'incontrassero in quelli del Papa, ond'ei se ne sentì quasi affascinato, sicchè impietrito senza pur movere un passo attese, che un camerario di Sisto andasse a dirgli per parte di sua Santità facesse di trovarsi al palazzo di San Giovanni Laterano dopo la cavalcata, al quale comando egli, comecchè trepidante, obbedendo, appena venne al cospetto di Sisto si gettò giù di sfascio in ginocchioni implorando a mani giunte mercè.

Il Papa, senza fare le viste di accorgersi dell'agonia di cotesto sciagurato, gli domandò:

— Chi sei?

E l'altro batteva i denti non sapendo spiccicare parola; ma il Papa da capo:

— Chi sei ti dico? Chi sei?

E Angelotto zitto.

— Parla in tua malora; chi sei?

— Beatissimo Padre....

— Su, di' l'ultima.

— Ma se troppo bene vostra Santità mi conosce... io sono Angelotto....

— Angelotto chi?

— Il bargello di campagna....

— Non è vero; se tu fossi il bargello di campagna non ti basterebbe il fiato di passeggiare, come ti attenti in città; incatenate questo bugiardo, mettetelo in prigione, intantochè mandiamo a chiarire se il bargello di campagna si trovi al suo posto...

Qual fu detto, tal fu fatto; ed ormai dai più il bargello si teneva per ispacciato; anzi taluno bisbigliava sommesso: — l'animale carnivoro ha fame di carne; si vedeva aperto, che per Sisto senza sangue non sarebbe passato il giorno. Angelotto paga per l'Olivarez, un bargello per un conte — Gigolo si può contentare.

Chi avesse scommesso un baiocco contro uno scudo, che Angelotto la scapolerebbe, non avria trovato chi tenesse il gioco per coscienza di rubargli a man salva lo scudo, e s'ingannava; perchè Sisto, trovandosi cotesto dì dolce di sangue a cagione del caso successo, contento della paura del bargello, e cavandone argomento di scede e di riso, dopo cena, lo fece condurre da capo in sua presenza, dove gli tenne questo discorso.

— Ci hanno riferito come tu senta insuperabile repugnanza a morire, ed hai torto, perchè a questo pettine dobbiamo tutti arrivare, e noi al pari di te, quantunque portiamo il regna-mundi, insegna della potestà su tutti i potenti della terra; inoltre ti avremmo munito della nostra apostolica benedizione, per la quale ti troveresti in certo modo condotto quasi a mezzo il cammino del paradiso: ma via, ognuno ha i suoi gusti, e tu hai quello di non voler morire impiccato. Peccato!... proprio peccato! che per la forca parevi nato a posta. Un giorno ti pentirai esserti lasciata scappare di mano così degna occasione. Vivi dunque che noi te lo vogliamo concedere; però ogni peccato merita penitenza, e tu lo commettesti grosso, dacchè, recandoti in città, mentre noi ti paghiamo per vigilare la campagna, tu ci mangiavi il pane a tradimento, nè qui sta tutto il male; il peggio noi lo troviamo qui dentro, che intanto tu cessi il tuo ufficio, chi sa i banditi quante ruberie hanno fatto, quanti incendi appiccati, quante vite spente, e tu ci devi conto di queste rapine, di queste fiamme e di questi omicidi....

E siccome la voce di Sisto mano a mano che s'inferociva nel dire diventava tonante, il misero bargello cadde con la faccia sul pavimento: allora il Papa con suono più blando riprese:

— Orsù, se ti perdoniamo la vita, quanto ci darai tu?

— Tutto... tutto....

— Noi non vogliamo tutto; per riscatto della tua vita ci contentiamo di una mezza dozzina di teste di banditi, le quali procurerai di farci recapitare in capo ad otto giorni qui in San Giovanni Laterano.

— Una dozzina..... due dozzine.... rispondeva il bargello trasognato, senonchè Sisto dandogli su la voce soggiunse:

— Zitto là: mi bastano sei, anzi una sola, a patto che questa sia di Venanzio Tombasi, che mi è di pruno dentro agli occhi, se dai sei capi di banditi ordinarii, o se dal capo solo del Tombasi tu farai maggiore lavoro, noi te lo porremo a credito, e per ogni testa ti daremo la mancia. Adesso vattene, e di' a questi vassallacci di Romani, che se la salsa di mannaie valesse a procurarci buono appetito, gioverebbe eziandio alla migliore digestione: quello che consola è il pensiero, che per un poco di sangue corrotto buttato via, se ne risparmi molto e buono ed innocente; il medico pietoso fa la piaga puzzolente, ed è proverbio vecchio: ci fu consegnata la Chiesa spelonca di ladroni, e, se Cristo ci dà vita, la lasceremo tale, che ogni uomo ci possa vivere in pace all'ombra del suo fico e della sua vigna.

Qui volto agli astanti, acceso in volto, con grande forza esclamò:

In matutino interficiebam omnes peccatores terrae, ut disperderem de civitate Domini omnes operantes iniquitatem[6]. — Per ultimo, con gesto imperatorio, ordinava al bargello:

— Ora alzati, e vattene. —

CAPITOLO SECONDO.
Paolo Pelliccioni.

Come e perchè le terre della Chiesa fossero le peggio governate tra le altre italiche, le quali pure erano rette pessimamente, sarebbe discorso lungo: basti tanto, che chi piglia iniquo, mal può dominare onesto, ed arraffando in compagnia bisogna sopportare il complice ladro, o strozzarlo; di vero, quante volte gliene capitava il destro, la Chiesa non si tirò indietro da strozzare, ma spesso trovò chi non ci si accomodava, e allora, messa in un canto la fune, riprese l'aspersorio. Di molti tirannelli minori della Romagna, e della Umbria, la Chiesa venne a capo, di altri no, come sarebbe a dire Colonnesi e Orsini, che le furono perpetui calci nella gola.

Oltre a ciò le Corti forestiere, e la Curia stessa romana, trovarono il conto loro a considerare, e a permettere, considerassero Roma terra neutra, dove ognuno era padrone un po'. Di qui i palagi, le vigne, gli studi, le chiese, che ogni nazione ci fondava, e ci manteneva; di qui le immunità, i privilegi, ed altri di questa ragione diritti; di qui per ultimo gli asili da prima limitati alla casa dello ambasciatore, e poi di mano a mano estesi alle contrade circostanti, vero semenzaio di banditi.

Di tratto in tratto veniva fuori qualche Pontefice, il quale, o come tenero dell'autorità sua, o preso da giustissima ira, dava opera a far sì che la infamia cessasse, onde all'improvviso nasceva un grande arruffa arraffa di malviventi, ed uno scatenio di chiavistelli, e un gran menare di penne di giudici su pei fogli, e un grande stirare di corda dei carnefici giù dalle forche; ma gli erano proprio i trotti dell'asino, conciossiachè i Papi, per ordinario vecchi e cagionevoli, indi a poco si straccassero, o se tuttavia verdi di età, sprofondandosi nelle delizie, od in vizii altri più rei, rimettevano il primitivo ardore; e poi le femmine aggiravano, le bardasse abbindolavano, i nipoti barattavano, tutti arcavano, sicchè in mezzo a cotesto diluvio di fraudi e di corruzioni, non ci era arca di Noè che conducesse a salvamento.

Arrogi a questo, che per ordinario gli avversari del Papa defunto eleggevano il nuovo, e poichè costume della parte che prevale, fu e sarà sempre dare in testa a quanto l'altra parte volle ed operò, così il Papa novello si faceva coscienza di buttare all'aria di pianta il governo del suo antecessore.

Un altro impedimento per governare meno alla trista veniva allora, e viene anco adesso, dagl'intrighi degli oratori, i quali tentando sempre di tirare il Papa dalla parte loro, da prima andavano con le buone, e non riuscendo, per ultimo si mettevano su le cattive seminando triboli sotto i passi di lui, la quale cosa a cotesti tempi riusciva meglio di adesso per avere stanza in Italia Spagnuoli e Francesi, nè si ristavano i minori potentati, e siccome la guerra palese non si poteva fare, come quella che era pericolosa, tanto più si raddoppiava la occulta con lo scatenare nugoli di banditi su le terre della Chiesa, che le nabissavano con i latrocini, gli omicidi, gl'incendi, e con ogni altro modo ruine.

Però il subito arrovellarsi contro i banditi non partoriva frutto, dacchè medicata la piaga, durando il vizio, presto tornasse a inciprignirsi, ed il consorzio umano da coteste sfuriate non venendo a sentirne un bene al mondo le considerava vane beccherie e feroci.

Papa Sisto pubblicando la dichiarazione degl'inquisitori contro i banditi, e provvedendo, che la fosse diligentemente osservata, in breve ebbe sgombre le terre di Roma dalla infamia dei banditi, ma e' non fu per molto, che egli prevalse su prete Guercino, il quale si faceva chiamare «re della campagna,» imperciocchè su gli ultimi mesi di sua vita venuto in iscrezio con Milano e con Napoli rivide scorrazzare per la Maremma il Sacripante, il Piccolomini nelle Romagne, Battistella nella campagna di Roma; e gli furono trafitte nel cuore, dacchè toccasse con mano come costoro, piuttosto che a rubare, venissero a sparnazzare danaro; le monete portavano per insegna i lioni, e le torri; la più parte doppioni di Spagna: osservavano le ordinanze, drappellavano bandiere, avevano il suono, battevano il tamburo, fino su le porte di Roma trascorrevano; le milizie conoscendo che ai banditi facevano spalle potentati troppo più gagliardi che il Papa non fosse, come sicuri di uscire a capo rotto, andavano di male gambe a combatterli.

Ma per ora la bisogna camminava altrimenti; tutto piegava dinanzi alla volontà del Papa, il quale procedeva acceso a conseguire il nome di trionfatore dei banditi, quanto potrieno esserlo stati Scipione dei Cartaginesi, o Cesare dei Galli.

Adesso diremo chi fosse Paolo Pelliccioni, e della indole, e dei costumi di lui, ch'è principale personaggio del nostro racconto. E' visse un tempo in Roma un Anacleto Pelliccioni: egli affermavasi, ed altri consentiva ch'ei si affermasse, nobile stirpe, ed era; però d'ingegno salvatico, ed invincibilmente rozzo, sicchè suo padre un giorno gli disse, come si soleva ai figliuoli, che se fossero nati legni si sarieno buttati sul fuoco: «o frate o soldato;» ed egli fu soldato non per altra ragione, che per essere stata questa l'ultima parola la quale gli percosse l'orecchio; se accadeva alla rovescia ei si vestiva cappuccino. Combattè in Ungheria per lo Imperatore, e nelle Fiandre per la Spagna, ma nella medesima maniera si sarebbe messo al cimento per Fiamminghi e per Turchi, chè delle cause della guerra egli non cercò mai, nè, cercate, avrebbe per avventura compreso, modello vero del perfetto soldato; ferì, rimase ferito, ammazzò in battaglia, e più fuori di battaglia; rubò, bevve, e bestemmiò sempre; per ultimo si ridusse a casa in parecchie parti della persona rotto, dai reumi attratto, col viso colore di pomodoro, e i capelli grigi; di pecunia stremo, ma per contrapposto pieno zeppo di medaglie e di diplomi, dove gli si profondevano a tutto pasto i titoli di strenuissimo, e valorosissimo campione della fede, con facoltà sterminata in ogni occorrenza di recarsi al Re in Madrid e allo Imperatore in Vienna, bene inteso però con i suoi danari; e si racconta eziandio che la sua camicia non vestisse lui solo, sibbene altri animali, che, al dire del maresciallo Bassompierre, si acquistano quasi sempre nel servizio del re[7], ed io aggiungo, sempre in quello del popolo, però, che la ingratitudine sia quasi l'effeta, che dà anima all'anima dell'uomo, e se tutti la maledicono, sì il fanno per isviarne altrui, e praticarla in benefizio esclusivo di loro, al modo stesso di quel tale, che sputava sopra la vivanda per ischifarne i commensali e potersela poi mangiare intera.

A Roma egli cessò il rubare, lo ammazzare e gli altri gustarelli di questa umana famiglia, non per ossequio dei precetti di Dio, bensì della corda di mastro Gigolo; ed essendo nella nobile arte di bestemmiare Dio penetrato assai addentro, sicchè sapesse farlo in quattro, o cinque lingue, capì, che bisognava smettere la italiana, e risoluto a questo sacrifizio continuò nelle bestemmie spagnuole, tedesche, fiamminghe e maomettane senza pericolo, o sia che gli sbirri non capissero, o potendolo fare con reputazione lasciassero ire tre pani per coppia: quanto a bere possedendo l'uomo ragionevole facoltà d'imbestiarsi a suo beneplacito così a Roma come altrove, senza inciampare dentro veruno articolo del Codice penale, costui si tramutò proprio in un otre perpetuamente pieno di vino. Nello intervallo di una ubbriachezza all'altra gli accadde di buttare gli occhi su di una giovane popolesca, bella certo, e, se volete, anco buona per quello che fa il mercato; costei non difettava di dami; taluno anzi ne amava un pocolino anch'ella, e certo conducendo nozze da pari suo sarebbe stata felice per quanto è concesso quaggiù, ma il Pelliccioni, il quale le aveva grugnito qualche cosa, come sarebbe a dire una confessione di amore, era cavaliere, si predicava ricco sfondato, aveva messo in pezzi tante dozzine di turchi e di eretici, che nè manco egli lo sapeva, figuratevi se altri! Ora, non vale negarlo, nobiltà e ricchezza hanno virtù di dare la volta ai cervelli popolani; certo nei tempi passati troppo più di ora, ma anco adesso troppo più, che non si vorrebbe, e ciò perchè l'amore nel cuore umano cresce e tramonta, l'avarizia cresce sempre; la vanità non cresce, e non diminuisce mai, gigante nacque e gigante muore.

La popolana fu salutata moglie del cavaliere, e perdute le amiche vecchie, non la consolarono le nuove; visse sola nell'asciugaggine del tedio; invocati dalla Madonna, e da quanti santi mettono i preti in paradiso, figliuoli non vollero venire; la ubbriachezza di Anacleto dopo avere fatto un po' di sosta nel sacramento del matrimonio, si mise a correre dove prima camminava, onde una notte riportato a casa sopra una scala, giacque due dì nel letto dando appena segno di vita; su l'alba del terzo risensò, e chiese acqua, la quale appressatasi ai labbri non potè bere, ma ricascato supino con un gran soffio spirò l'anima.

Spirò l'anima, ma come ultima bestemmia contro Dio, o maledizione contro gli uomini; nel mese stesso della sua morte aveva balestrato una creatura nel ventre alla mogliera; questa creatura fu Paolo Pelliccioni: nacque forte, e sopra ogni altro fanciullo bellissimo, di capello biondo di oro, ed occhi neri; meraviglia a vedersi. Quello, che in altri vale alla ottima educazione, per lui fu causa di ruina, la tenerezza materna, la formosità sua, e la prosapia onde nacque; la madre fino dai giorni primi lo adorò, nè mai volle attraversarlo nelle bizze, nelle ire e nelle ferocie; la tanta bellezza del figlio la sforzava a mettersegli genuflessa davanti quasi a cosa divina, nè ella sola, bensì anco le comari, oggi per essere vedova, ridivenute amiche; le sostanze mediocri non avrebbero consentito allevare il fanciullo alla grande, pure se il tutore avesse preso buona cura di lui non sarebbero mancati maestri, i quali con lo studio delle discipline gentili avessero, se non vinto, attutito almeno quel suo naturale talento, che lo portava alle opere di fraude e di sangue. Crebbe come una pianta velenosa, non amò veruno, eccetto la madre, se pure poteva chiamarsi amore un perpetuo impeto di straziarla e di accarezzarla; dopo la madre amò o piuttosto furiò per un giovane di anni pari ai suoi, e n'ebbe ricambio, nè si creda che tale passione nascesse da mutue benevolenze; tutto altro; derivò dalla contesa e dalle percosse; si picchiavano, e rifiniti, separavansi per tornare a cercarsi, e ripicchiarsi da capo, finchè Ciriaco, che tale si appellava il giovanetto, si diè per vinto, e gli diventò sviscerato come mastino ammansito, il quale lambisce il padrone, e contro gli altri si avventa: però se Paolo non aveva patito uguale Ciriaco, intendeva che egli, meno lui, superasse tutti, onde se gli vedeva attaccare baruffa, e bastarci solo, lo lasciava fare, ma un zinzino che balenasse, eccolo correre alla riscossa, e in men che non balena spazzare via ogni resistenza. Suprema agonia della sua puerizia fu il possesso di un coltello, il quale avuto, si ripose in seno, e ce lo tenne con più divozione del crocifisso di oro, che la madre gli aveva appeso al collo. Più tardi, uscito dall'adolescenza, quando ambì il consorzio dei nobili giovani, questi lo ributtarono dandogli taccia di rude e di villano; allora attese a levigarsi, e ci riuscì quanto ai modi esterni, che circa allo ingegno ormai aveva messo il tetto, e poichè la causa della repulsa era mendace, mentre la vera stava nella mancanza di arredi per la quale non poteva comparire orrevole a pari degli altri; tra la madre e lui si misero a gara a sperperare danari in vesti, gioielli, armi e cavalli; anzi, la madre, invano contrastante il figliuolo, strusse perfino quel po' d'oro che possedeva da ragazza per ornarne il suo Paolo, la pupilla degli occhi suoi; ond'ei di colta potè mescolarsi nelle cavalcate dei nobili garzoni e delle gentili donzelle, agli spassi ed ai giuochi loro, che prima lo avevano fatto spasimare di desiderio.

Se si fosse contentato di comparire uguale agli altri, od anco fra i primi, forse, chi sa! quali giorni gli avrebbe filato la Parca, ma verun luogo lo accomodava se non era il supremo; donde prima le gozzaie, poi la lite, e per ultimo la contesa, dove Paolo spiegando la naturale ferocia, postergato ogni costume di cavalleria, diè di mano al coltello, menando a destra e a mancina. Quanto grande ne corresse scalpore, è più agevole immaginare che dire, nè solo per la parte degli offesi e dei parenti, bensì di tutta la nobilea romana, la quale allora mise in campo ciò che da molto tempo sapeva ed aveva lasciato correre, vale a dire, gli oscuri natali della madre di Paolo; ed ecco di un tratto stringersi in lega, e accomunare ingegno e possa per fare ogni sforzo a stramazzarlo nel fango, sempre dissimulando la causa vera della odiata superiorità di Paolo, e sempre rinfacciandogli il sangue transteverino dei congiunti materni, ed egli se lo credette, spinto dalla naturale inclinazione dell'uomo di attribuire a tutto, tranne a sè, la causa dei proprii malanni. Per questo crebbe nel cuore a Paolo un mal seme, che gli guastò la passione procellosa, e nondimeno intensissima, che portava alla madre sua; a mano a mano, da amarla meno passò pei gradi della sazietà, del fastidio e del tedio fino allo aborrimento, molto più, che della pecunia oggimai trovavasi in fondo, nè gli usurai così cristiani come giudei intendevano dargliene più oltre in prestanza; essendo egli per natura cupissimo, dissimulava, ma agli occhi della donna, madre sia od amante, il diminuito affetto non si cela, e poi una notte, tornato a casa torbido più del consueto, sua madre recatasi a canto il letto di lui in punta di piedi a vigilarlo dormente, lo udì nel sonno inquieto maledire il giorno e l'ora nei quali suo padre aveva condotto a moglie una donna plebea.

Cotesto fu morso pari alla puntura dell'ape, che lascia dentro l'ago, e corrompe la carne; romana era la madre di Paolo, nata di popolo, in Trastevere; vero sangue latino, però non disse motto, ma desolandosi alimentò segretamente la ferita a modo di Porcia figliuola di Catone e moglie di Bruto, sicchè presto si ridusse al termine del vivere suo, e ferma ormai nel suo proposito non la distolsero dal morire le smanie di Paolo, il furibondo dolore, le cure e le veglie con affetto ineffabile prodigatele da lui: solo pochi istanti innanzi di esalare lo spirito, mentre gli stampava su la guancia l'ultimo bacio, ella trascorrendo co' labbri si posò su l'orecchio, dove bisbigliava sommesso:

— Paolo! non mi aborrire per averti dato la vita. —

Paolo rimescolato dal profondo delle viscere, volle genuflesso smentire con giuramento la calunnia atroce, consolare anco a prezzo di sangue cotesto cuore desolato... indarno, lo spirito aveva già derelitto la salma mortale della madre sua; se per vita migliore è incerto, sicurissimo poi per condizione meno trista dell'assegnata ad ogni creatura umana quaggiù.

Non fu da uomo (mettiamo da parte il cristiano) la maniera con la quale Paolo palesò il dolor suo, bensì ferino, o almeno di quei primi tempi nei quali il viver nostro poco si allontana da quello delle bestie: stracciò le sue carni, e i capelli, empì di ruggiti la casa, maledisse con orribili imprecazioni la natura e Dio, contese sepellissero la salma materna, la tenne stretta, la coperse di baci frenetici, finchè i vermi gli formicolarono sotto le labbra: tutto un dì, poichè gli fu tolta davanti, si rotolò nella polvere, e, come corre la favola, che i figliuoli della terra sternendosi acquistavano vigore, così egli dal pavimento ricavò potenza di odio contro tutto il genere umano; però che, quasi per mentire a sè la parte massima della colpa, ch'egli aveva nella morte della madre, fece cotesto immane odio religioso, col fingere che gli altri gliel'avessero uccisa.

Con subita vicenda di un tratto comparve tranquillo, licenziò i servi, diè voce volersi condurre a Livorno, e quinci a Barcellona, donde avrebbe sferrato in America, in altre terre più remote, dove lo avesse spinto la sua ventura: ed un bel dì relitta la casa agli usurai, quasi cadavere ai corvi, si partiva sul fare della notte.

Però il suo cammino non tendeva ad Ostia per imbarcarsi, e nè meno verso l'Umbria se disegnava arrivare per terra in Toscana; la sua via era dalla parte opposta per dove si va ai monti, perpetuo nido di aquile e di banditi. Mano a mano che si faceva più alta la notte le cose circostanti tacevano, e comecchè da prima ei non ci ponesse mente, alla fine si accorse, che qualcheduno lo seguitava; balzò di sella, nel braccio manco avvolse il mantello, con la destra strinse il pugnale sbarrando la strada: poi con gran voce gridò:

— Addietro, o ti ammazzo....

— E perchè devo tornarmene addietro? E perchè mi volete ammazzare?

— Ciriaco! Tu qui?

— E dove aveva io da essere?

— Hai parenti da queste parti?

— No: vi vengo dietro....

— E che vuoi da me?

— Seguitarvi.

— Ma sai tu dove io vado?

— No; e non m'importa saperlo.

— Te lo dirò io....

— Ma se non me ne importa....

— Importa, taci: io vo per tal cammino in fondo al quale posso trovare un palo ritto con un altro traverso....

— Una forca, via! Eh! cotesta è una fine come un'altra; la fecero tanti prima di noi, di certo non saremo gli ultimi.

— Non basta, avverti che col corpo ci è il caso di perdere la salute dell'anima....

Ciriaco tacque, e dopo essere rimasto alquanto sopra di sè, rispose con accento meno baldanzoso: — Tempo da raccomandarmi a Gesù, a Giuseppe e a Maria, io l'avrò sempre....

— E ti mancasse?

— E mi mancasse?... Cristo mi aiuti!... Io non vi posso lasciare, Paolo; signor Paolo io non vi lascierò...

— Dunque vieni, che prima di piangere noi, altri smetterà di ridere.


Viaggiando la notte, furono in tre dì a' confini dello stato romano, su l'alba del quarto giunsero all'osteria della Ferrata. L'oste a vederli li squadrò così di scancío come capretti che gli avessero portato a comperare, e sottilmente beffando gl'interrogava se avessero fatto disegno di trattenersi molto in coteste parti: a cui Paolo rispose, non poterlo sapere; ciò dipenderebbe dal trovarsi d'accordo con certi suoi amici di lassù; intanto allestisse la colazione, ed ei vedrebbe col compagno di pigliare un po' di sonno. L'oste, passato tempo convenevole, quando tenne che i nuovi ospiti dormissero, sporse il capo fuori della porta e mandò una specie di fischio acuto e sottile, il quale ebbe virtù di fare uscire dalla macchia un carbonaro, che si accostò di corsa alla osteria. Già egli stava presso all'oste, e già questi prendeva a parlargli, quando guardandosi attorno per maggiore cautela si accorse, che Paolo, affacciato alla finestra del primo piano, non gli levava gli occhi di dosso, onde da quel mascagno ch'egli era, prese a rimproverare il carbonaio di negligenza per non avere portato il carbone: in colpa sua gli avventori non si trovavano serviti a punto; ne avrebbe tenuto motto col padrone, e se gli fosse tocco qualche carpiccio delle buone suo danno; l'altro da prima come trasognato abbacava, ma avvertito dallo ammiccare degli occhi dell'oste si accorse della ragia e cominciò a raccomandarsi pietosamente perchè lo perdonasse, onde l'oste dopo essere stato duro un pezzo lo rimandò con la promessa di dargli, per cotesta volta, di frego.

Paolo e Ciriaco scesero nella stanza terrena, dove trovarono la tavola imbandita, e presero a mangiare di buona gana. Metteva loro su la mensa una giovane figliuola dell'oste, assai bella e molto manierosa, sicchè Paolo le disse taluna di quelle parole, che le fanciulle lungo il cammino della loro vita raccolgono sempre, se non come frutti, almanco come fiori: dal canto suo ella sospinse gli occhi su Paolo e comparsole, come pur troppo egli era, leggiadro, ne sentì pietà, chè amore per non avere di colta lo sfratto dal cuore alle fanciulle piglia quasi sempre cotesta faccia; per la qual cosa, come suo malgrado la fanciulla costretta, presto presto mormorò a mezza voce:

— Per amore della Madonna tornate addietro finchè il sole è alto.

Ma Paolo non le badava; inteso a vigilare l'oste, vide come costui giudicando gli ospiti assai distratti dal piacere della bevanda e del cibo, non meno che dall'altro di contare le baie alla ragazza, avesse sbiettato fuori della taverna; gli fu sopra di un salto cogliendolo giusto nel punto in cui il carbonaio nascosto quinci oltre tornava alla posta.

— Orsù Orazio smettila, che io sono uccello accivettato... disse Paolo; e come l'altro a sentirsi chiamare a nome, e ravvisare in cotesto arnese, restava confuso, soggiunse: — va franco, ch'io sono dei vostri; se questo balordo di Battistello non era, già da mezza ora saresti a desco con noi a ragionare di quanto è spediente, che tu sappia, ed io sono venuto per dire a te ed ai tuoi.

Coteste parole, e più delle parole le sembianze e gli atti di Paolo così comparivano sicuri, che il bandito e l'oste ne rimasero soggiogati, un istante dubitarono di qualche tranello, e il dubbio passò loro traverso lo spirito come nebbia di sangue, ma gli ficcarono gli occhi dentro gli occhi due e tre volte, e poichè Paolo sostenne cotesto loro sguardo senza balenare, anzi sorridendo, si lasciarono ire: alla fine, che risicavano eglino? Due gli ospiti, e senza armi da fuoco; se ne avevano da taglio non potevano essere eccetto coltelli, essi provvisti di schioppi e di squarcine, nè passava mai ora, che per di là qualche amico ronzasse.

Quali ragionamenti tra costoro avvenissero, non preme alla nostra storia riferire: questo si sappia, che dopo qualche ora lasciato indietro l'oste, e con molte carezze profferto un anello alla figliuola, il quale, nonostante la pressa del padre ad accettarlo, ella ricusò, e poi rossa come fiamma di fuoco promise lo avrebbe preso più tardi, Paolo, Ciriaco e Orazio si misero su per l'erta del Monte Bove.

Andarono parecchie miglia senza incontrare anima viva, e parve Orazio maravigliarsi ed anco inquietarsi che le solite scolte alle porte mancassero, quando di un tratto nel folto di una macchia fu loro sopra la intera masnada; minacciosi comparivano i banditi, con l'arme in mano pronti a trarre, non pure contro i nuovi arrivati, quanto contro Orazio, come quello, che infranta la disciplina, scopriva a sconosciuti il nascondiglio; ma lieto e ridente si fece loro incontro Paolo tendendo entrambe le mani, e favellando parole in suono chiaro e squillante come strumento metallico: in sostanza disse: se volevano ammazzarlo, padroni; se rubarlo poco avanzo avrebbero fatto, e poi essere parato a presentarli di quanto portava adosso; la fama avergli riferito i gesti della banda, e il nome, e la morte dell'illustre suo capitano: essersi mosso da Roma per profferirsi in sua vece.

I banditi lo ascoltarono fin lì tra stupiti e sospettosi; ma qui taluni tanto non si poterono tenere, che mirando le gentilesche forme, e lo aspetto giovanile, non rompessero in risate, se nonchè egli senza darsene per inteso continuava:

Quanto a lignaggio affermarsi pari se non superiore al defunto loro capitano; proverebbero pari eziandio il suo affetto, la vigilanza, e lo studio di avvantaggiarli: quanto a gagliardia e a valore potrebbe sfidarli a contrapporgli in ogni cimento, con l'arme in mano o senza, quale giudicassero tra loro più forte ed animoso; ma questo non voler fare, perchè simili prove partoriscono sempre gozzaie, e per loro essere necessario vivere in pace fraterna. Per altra parte comprendere ottimamente come dovesse parere loro presuntuoso cotesto suo discorso; però non intendere egli, che così su due piedi lo accettassero capitano: solo ne rimandassero a tempo più lontano la elezione, che doveva cadere in quel giorno medesimo, e così dargli campo di mostrare la sua virtù.

I banditi percossi dalla gravità del giovane, e diciamolo pure per via di antitesi, da cotesta sua superba modestia, lo intimarono a recarsi in altra parte del bosco, li lasciasse liberi a deliberare sul conto suo; la quale cosa avendo egli fatto, essi vennero di leggieri d'accordo a riceverlo nella banda a quel modo ch'ei proponeva, salvo a deliberare più tardi. Così Paolo entrò fra i banditi, e pigliando nome di Venanzio Tombasi, in breve tante furono le prove di prudenza, di accortezza, e soprattutto di sterminata audacia, che i banditi acclamatolo ad una voce capitano non sapevano omai distinguere se più lo amassero o ne tremassero.

CAPITOLO TERZO.
Il Bandito e il Bargello.

Dissemi un oste tempo fa a Firenze, ostinandomi io a chiamarlo Giovambattista, mentr'egli mi aveva delle volte più di sei ammonito, che il nome suo era Marco: — Oh! cred'ella ch'io non mi sia accorto del tratto? Ad ogni costo la mi vuol dare del battezzatore in faccia, fingendo lo smemorato; e poi non sappiamo anco noi, che parlando dell'oste della Ferrata, ella chiarisce a modo suo, che il termine di oste deriva dall'altro latino, il quale vuol dire nemico? Le sono fisime di cervelli arabici, ed io le sostengo a viso aperto non darsi al mondo persona, per quanto degna si reputi, da reggere il bacile a noi altri osti; io non le porto testimonianze di barattieri, bensì (e si cavava la beretta) dello stesso Gesù Cristo redentore nostro. Non si ricorda ella, che tre dì dopo che l'ebbero morto, egli giudicò spediente alla sua legge di comparire da capo ai discepoli a confermarli nella fede? Ora, che sia benedetto, mi dica un po': Gesù quale luogo scelse per operare ciò sicuramente? Forse il Tempio? Dio ne guardi! imperciocchè i sacerdoti con le ipocrite furfanterie loro lo avessero condotto a morte, ed ei li conosceva figuri da crocifiggerlo una seconda volta. Forse nel Tribunale? Peggio che mai! che Cristo sapeva di vecchio come, nel suo idioma, il Tribunale si chiamasse Gabbata[8]; e per novella prova avesse appreso che i giudici non mancano mai di condannare gl'innocenti per piacere a cui può, fiduciosi di lavarsene il sangue su l'anima come di sopra le mani. O piuttosto nei quartieri? Qui sì che stava fresco! — Allora i soldati costumavano crocifiggere, pigliarsi le vesti e spartirsele, schernire, dissetare con l'aceto e col fiele, dare la sua brava lanciata nelle costole, e dopo che l'innocente aveva reso lo spirito, confessare con molto avanzo di lui: — veramente questo uomo era giusto[9]. Proprio pietà del dì delle feste per uomini che, una volta arrolati alla milizia, dovevano prima ammazzare e poi vedere se avevano fatto bene. Oggi la corre diversa, però che, se ci avesse nelle città di questa razza soldati, il questore ordinerebbe li mettessero in gabbia, e nei teatri li farebbe vedere a pago. Ovvero Cristo riapparve in mezzo agli Apostoli nel Cenacolo dove aveva mangiato l'ultima pasqua? Ahimè! Uno degli Apostoli lo aveva tradito, un altro rinnegato, il terzo (ed era dei buoni) screduto se non gli ficcava le dita nel costato; di qui piglino argomento a non isgomentarsi quelli che s'impancano a fare da guidaioli del popolo, pensino che su dodici tre non istettero saldi degli scelti da Gesù, e non per questo la croce si rimase da trionfare sul mondo; per venti o cento disertori il gonfalone della libertà non fie che cessi di sventolare terrore ai tiranni; e giova che lo impeto dei tempi agiti gli uomini come biada nel ventilabro perchè il grano va sceverato dalla pula. Insomma Gesù, aborriti Tribunale, Tempio, Caserma, e Cenacolo, volle farsi conoscere tornato tra i vivi proprio all'osteria di Emmaus, e Cleofa col compagno se ne accorsero giusto in quel punto che si fu messo a tavola per mangiare[10]. Per la quale ragione, che calza a pelo senza fare una grinza, che altri voglia partecipare con noi altri osti il titolo di galantuomo io non lo contrasto, ma che ci sia chi voglia sgallinarlo tutto per sè, io protesto per me e per tutta l'amplissima consorteria dei tavernieri. —

Questo disse ad un bel circa l'oste fiorentino, e se vero sempre in lui, e talvolta negli altri, io non affermo, e molto meno contrasto: certo è, che l'oste della Ferrata, presso i banditi, ebbe, finchè visse, fama di onesto, e morì, sempre, presso i banditi, in odore di santità.

Angelotto con una squadra di trecento tra sbirri e miliziotti cavati da Roma, e dalle terre più prossime alla frontiera, capitò alla Ferrata un giovedì mattina, giorno nel quale i banditi mandavano co' muli a caricare le provviste raccolte dall'oste amico.

Il Bargello, veramente aveva commissione di aspettare il Riccio e Arrichino, i quali già stavano su le mosse per sovvenirlo nella impresa con le proprie bande, senonchè Angelotto ustolava di terminarla ad un tratto e senza compagni, per avarizia di non ispartire le taglie con altri, ed anco per cupidità di gloria, dacchè la fama, che viene dal solo menare delle mani, ambiscono eziandio gli sbirri, e la possono conseguire; quantunque egli non si fidasse dell'oste, al contrario lo tenesse in sospetto, pure per averne sentito dire un monte di bene nei dintorni, massime dai preti, i quali non rifinivano mai dallo attestare la pietà insigne dell'uomo, sia praticando le chiese, sia favorendo con l'elemosine i sacerdoti, ed i conventi, egli reputò prudente tastarlo un po' intorno le faccende de' banditi, e l'oste veramente rispose alla estimazione che facevano di lui; favellò sincero, dando ragguagli precisi intorno alle forze delle bande, sul valore e costume dei capi, e dei modi di guerreggiarli con vantaggio; non tacque come in cotesto giorno usassero calarsi dal monte per vettovagliarsi sul mercato; certo a cotesta ora avere essi preso fumo della venuta di lui, nè si sarebbero visti, forse esserci modo di finirla a un tratto per via di qualche trovato; avere udito come certo signore ne avesse praticato uno a un dipresso simile, però egli più esperto avvisasse, quanto a sè profferirsi divotissimo al sommo Pontefice, e disposto a servire il signor capitano di cuore nel poco che per lui si poteva.

Allora Angelotto prese a mulinare col suo cervello, e gli parve un bel che se gli venisse fatto di finirla di un colpo senza mettere a repentaglio la vita; non vuolsi dubitare nè manco, che difettasse di cuore; romano egli era, e poi aveva, si può dire, ogni giorno la morte alla bocca, tuttavia prudenza insegna che, potendo ire per la piana, non si ha da cercare l'erta, nè la scesa: pensa e ripensa, non trovò meglio di un tiro già messo in opera, e si accinse a rinnovarlo nella speranza che i banditi lo ignorassero, o sapendolo non lo temessero.

Tutto quel dì si sbracciò ad allestire la frode, raccogliendo muli ed uomini, che li conducessero. Nel fitto della notte si strinse a colloquio con l'Oste, il quale, per quanto si poteva indovinare dai cenni del capo, acconsentiva, se non che parlando a strappi dava a conoscere, che non gli pareva sicuro: — badate, Capitano, le sono volpi vecchie.... capisco... ad ogni modo è da tentarsi... già... gli uccelli si pigliano con gli archetti, e i pesci con gli ami da Adamo in qua, — e non se ne sono accorti i bietoloni... un po' di sorte ci vuole in ogni cosa... fortuna e dormi... ad ogni modo la carne vale il giunco... lascerei il pane e il companatico... perchè non ci si può stemperare a modo e a verso, onde se taluno gusta il primo boccone amaro, la è faccenda fallita; secondo il mio debole giudizio basterebbe il vino.

E Angelotto rispondeva: appunto avere ei disegnato governare il vino, però lo aiutasse alla conciatura dei barili, e questo fecero ambedue alternando parole e lazzi da mettere i brividi addosso a quanti gli avessero ascoltati.

Prima assai che sorgesse il dì, parecchi sbirri, travestiti da villani, cacciandosi dietro la scorta di talune guide del contado, menavano a mano una fila di muli carichi di vettovaglie e di barili di vino su pei colli dirotti del monte di Bove; accidente fosse o cosa pensata dondolavano coteste bestie certi campanacci da farsi sentire da un miglio attorno pel paese, sicchè del cammino loro la gente era avvertita o in mezzo al buio, o in mezzo alla bruma in cui vennero avvolti dopo l'apparire del sole.

Il Bargello non trovava posa, significando la propria impazienza con le infinite guise ond'ella si manifesta, ma quando a vespro furono visti tornare giù i muli a scavezzacollo scarichi e senza accompagnatura, ei si rimase fermo come un piolo: a cotesta novità non sembra si aspettasse lo sbirro, fece inseguirli, e procurò che gli agguantassero, cosa che loro successe: contatili, trovarono mancarne uno, ma uno di essi portava la cesta coperta di panno rosso assai sfoggiato; il Bargello, punto dalla curiosità, si fece a levarlo e ci trovò la testa mozza del mulo, che mancava, con la seguente scritta:

— Ti mando il capo del mulo, perchè mi manca l'asino: lascia le frodi ai Duchi, e se ti basta il cuore vieni a trovarci con le armi in mano. —

Per intendere il cartello, bisogna sapere, come Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, desideroso di gratificarsi l'animo del Papa, avendo preso lingua che trenta banditi, ridottisi a vivere su le montagne di Urbino, avevano messo il Papa alla disperazione di poterli ormai quindi snidare, immaginasse uno strattagemma, per venirne a capo; il quale fu questo: caricò certo numero di muli con robe e vettovaglie, procurando prima le fossero industremente avvelenate, e poi li fece condurre in parte, dove i banditi gli avrebbero visti, e senza fallo svaligiati, di vero come presagì avvenne; essendosi i banditi di cotesti cibi nudriti, rimasero tutti morti con maravigliosa consolazione di Sisto, il quale pareva che, per l'allegrezza, non potesse capire dentro la pelle!

E se a taluno piacesse conoscere per qual modo ne avessero odore i banditi, ricordisi di quanto avvertimmo sul principio del capitolo; l'oste cortese aveva trovato modo di avvisarneli; certo, se gli avesse traditi, egli avrebbe ottimamente meritato della legge scritta, ma nel cuore dell'uomo fu impressa una legge che dice: — tu non tradirai; — nè distingue tra colpevole od innocente; però vuolsi notare come la medesima legge abbia ordinato eziandio: — tu non ti accompagnerai con quelli di cui i passi vanno fuori di strada.

E poi, ove l'oste fosse mancato, vigilava la figliuola, la quale dei banditi non mirando che la parte, diremo così, eroica, e non volendone considerare altra, a molti di loro portava affetto fraterno, per uno sentiva passione, la quale, non che altrui, non osava confessare a sè stessa; l'amore pari al sole co' raggi suoi abbella ogni cosa. La giovane, vestiti abiti maschili, col favore della notte si confuse insieme agli altri, e, prima che aggiornasse, trovò modo per via di tragetti a precorrere ed ammonire i suoi protetti.

Avendo preso a dettare questo racconto non ci sembra inopportuno di mettere taluna parola intorno al bargello Angelotto, sia per dare a conoscere i tempi suoi, sia perchè questo personaggio tiene parte assai importante nel dramma ch'esponiamo. Costui nacque di popolo, non però di plebe, e fu giovane aggraziato, non senza lettere; anch'egli bandito un tempo, e, se non famoso, almanco infame per molteplici misfatti, dove la rapina contrastava alla ferocia: caduto in mano della Corte, guai a lui se avesse imperato Sisto V! chè a questa ora saria stato libro, e chi sa da quanto tempo, letto; il caso per sua ventura successe sotto Gregorio XIII, però, essendosi adoperati scudi e di molti, e femmine, ed altro che non si dice, prima si spuntò a salvarlo dalla forca, e dopo alcuno spazio di tempo, sempre in grazia dei soliti santi, anco dalla galera, a patto ch'ei si mettesse sbirro; ed egli accettò, considerando ormai come la sua vita non potesse girare che sopra questi due arpioni: o stare in galera, o mandarci. Il primo delitto, e le cause del misfare questi: il poco sapere lo rese presuntuoso; e reputandosi pertanto superiore ai compagni, male si recò a tedio il mestiere paterno; anch'egli vide cocchi, cavalli, e ricchi armeggiamenti, e sontuose cavalcate turbinarglisi intorno agli occhi come cerchi di fiamma infernale, dagli usci appena schiusi tuffò lo sguardo nelle sale dorate dove gli balenò lo spettacolo di festini, di balli, di donne stupendamente formose, e di voluttà non sapeva se divine, ma senz'altro sovrumane, e ad ogni modo da lui non gustate mai; e dal gaudio di tante delizie egli bandito come Caino dal paradiso terrestre. Le cento e forse le mille volte, guardandosi entrambe le mani, aveva detto: con queste dieci dita io disfarò i dieci comandamenti della legge di Dio; tuttavolta il suo primo delitto non mosse da ferocia, da vendetta, e nè manco da cupidità; lo generò il benefizio; essendosi ridotto in certa casa dove si giocava allo sbaraglino, prese parte al gioco, e ci provò la fortuna contraria; certo giovane amico suo, a cui pareva avesse messo il maggior bene del mondo, notando come gli fosse venuto meno il danaro, per tentare di ricattarsi, gliene profferse, ed ei lo rifiutò borbottando; si trasse da parte col cuore grosso di odio, e poichè il giovane amico, favorito dalla sorte guadagnava colpo su colpo, il diavolo finì per cacciargli le mani dentro a' capelli; usciva fuori di sè; lo attese al varco, e lo uccise.

La giustizia, per quante ricerche instituisse, ed a quei tempi ne faceva poche, non venne a capo di scoprire il colpevole, però che avendo trovato addosso all'ucciso le anella e i danari, stimarono il caso accaduto per gelosia di donne, o per altra nimicizia; onde il sospetto non poteva mai cadere sopra Angelotto riputato intimissimo suo, il quale, quando cotesta febbre dell'anima gli fu un poco queta, si sentì sconvolto; e nelle notti vigili, si vide comparire dinanzi lo spettro di lui a maledirlo pel fiore dei suoi anni reciso a tradimento; ed egli piangeva, e buttatosi a terra del letto s'inginocchiava sul pavimento, e camminando su i nudi mattoni traeva dietro allo spettro domandando perdono. Stupendo a dirsi! E' si trovò come strascinato a nuovi delitti per attutire il rimorso di cotesto primo, cocente troppo ed insopportabile; poi anco l'anima fa il callo; nè giovò poco a consolarlo la fede, ch'egli professava fermissima, che Dio, mediante certi suoi angioli ed arcangioli, tenesse i libri a partita doppia di ogni vivente, dove da un lato registravano il loro dare, e dall'altro il loro avere, onde sperò saldare il conto per via di messe, offizi da morto, ed altri preci siffatte; la quale fede gli crebbe due cotanti quando di bandito si trasformò in bargello: anzi, per parlare giusto, bisogna dire, che s'egli si propose di menare strage, e la menò, dei comandamenti della legge di Dio, ebbe poi sempre riverenza ai precetti della Chiesa, nè ardì contraffarli; si confessava una volta l'anno almeno, di elemosine si mostrava prodigo come un ladro; non ci fu caso che mangiasse mai carne il venerdì, nè il sabato; su la persona portò sempre medaglie benedette, ed agnus dei, e queste a Roma in cotesti tempi, ed anco ai nostri, si riputavano virtù capaci a lavare bene altre colpe, che non erano quelle commesse dall'Angelotto.

Egli si era fatto portare un boccale di vino, così per non parere, più che per altro, dacchè se ne stesse intatto dinanzi a lui, ed egli solo dentro una stanza con la manca si reggeva la testa mentre con lo indice della destra andava segnando linee sopra la tavola; carattere diabolico quello, però che ogni linea significasse morte procurata con le infinite guise fin lì scoperte dall'uomo, che non erano poche, quantunque poi le sieno cresciute fuori di misura, e gli premeva affrettarsi perchè adesso davvero gli toccava dire: morte tua vita mia; e stante il colpo fallito, e le sopraggiunte angustie affrettava co' voti l'arrivo dei bargelli compagni, quanto poco prima gli aveva desiderati lontani.

Però il Riccio e l'Arrichino non si fecero troppo aspettare, che regnando Sisto, camminavano tutti più che di passo; e la parola impossibile egli aveva cancellata dal suo dizionario: in due recavano rinforzi di altri trecento miliziotti e sbirri: riunite le squadre sommavano a seicento: proprio per quei tempi uno esercito.

Tosto si chiusero nella stanza per fermare tra loro il modo della impresa; nè sembra che leggermente e presto si mettessero d'accordo, perchè dibattendo ora questa, ora quell'altra cosa, si condussero a buio: avendo chiesto lumi e vino, l'oste colse la occasione a volo per vedere se spillava covelle, e da prima lo sperò essendogliene porto il bandolo da Arrichino, il quale gli chiese:

— Che tempo fa compare?

— Il sole è ito sotto, che pareva il capo di san Giovambattista quando fu presentato a Erode dentro un catino di sangue....

Arrichino ch'era guercio, e bolognese, e per arroto sbirro, gli cacciò addosso gli occhi stralunati, e subito dopo pigliatolo pel braccio lo spinse fuori della stanza dicendo:

— Tu l'avresti a saper lunga il mio uomo. —

Subito dopo si fece alla finestra per ordinare agli sbirri raccolti intorno alla osteria:

— Non esca persona; a cui trasgredisce, addosso — di poi speculò il tempo diligentemente, e tornato dentro soggiunse; — stanotte avremo tempesta, forse fra tre ore; quattro non istarà; direi non dessimo tempo al tempo.

— Sta bene, rispose Angelotto.

— Anch'io ci sto, dal canto suo soggiunse il Riccio.

Allora Angelotto, ch'era a capo di tutti, scese, e salì sul muricciolo allato alla osteria; non visto, e non vedendo gli altri lanciò nel buio queste parole:

— O gente dabbene, il tempo stringe; tre degli otto giorni assegnati da papa Sisto se ne sono iti; se non gli portiamo, prima ch'ei spirino, una dozzina di teste di banditi, e' le farà mozzare a una dozzina di noi altri; oltre la dozzina, per ogni capo di bandito ha promesso la mancia, e papa Sisto è uomo di parola: però il migliore avanzo voi avete a contare di farlo su quello dei banditi: alla più trista badate che non vi accada come ai pifferi di montagna.

Questa concione non sarà raccolta da verun maestro di rettorica; persona oserà proporla di esempio ai giovancelli di liete speranze, e tuttavia ricercò tutto le passioni alte e basse del cuore degli sbirri: così una mano anco inesperta, strisciando sul gravicembalo, ha virtù di cavare suono da tutti i tasti.

Dalla parrocchia vicina si udivano i rintocchi della squilla che annunzia la prima ora della notte; l'ora dei morti; pareva che ella singhiozzasse, ed in mezzo ai singulti lanciasse pei cieli la domanda cotidiana: perchè fu aggiunto un altro giorno al cumulo dei giorni di dolore e di miseria? perchè l'alba qui si affaccia sempre ridente come la donna straniera di Salomone, che tende insidie al giovane inesperto? Qui si avvicenda la eterna promessa con la eterna menzogna. Quando la squilla ebbe lamentato un pezzo, tacque sfinita, e le sue ultime vibrazioni si spensero nell'aere come il dì del quale annunziava la fine; cascò goccia senza peso, spazio senza misura nello infinito della eternità. E le stelle, che poche e a malincuore comparvero sul firmamento, simili a schiave tratte alla catena, già dileguaronsi nel buio, chè oblio e buio fanno ciò che può dirsi la libertà dello schiavo. La traccia unica rimasta di loro sopra la terra sono le rugiade, lagrime che chiamano lagrime; e sia così, dacchè se le stelle, queste splendide figlie del cielo, non si pigliassero cura di piangere sopra i nostri morti, chi bagnerebbe amoroso la terra sotto la quale riposano le ossa di Francesco Ferruccio? Santa Croce possiede tombe per diverse e molteplici manifestazioni dello ingegno antico, ne avrà qualcheduna forse dello ingegno moderno, ma fin qui è vedova del sepolcro di Francesco Ferruccio. Forse non si reputa per anco dagl'Italiani, risorti con licenza dei superiori, e il visto dei Riformatori dello studio di Padova, il sangue versato per la Patria gloria d'Italia? O forse sangue di popolo non merita onore di memoria? Resta dunque, o Ferruccio, sotto le grondaie della Chiesa di Cavinana, e nel cuore del popolo; certo monumenti non superbi questi; non costruiti dalla moneta accompagnata da una lacrima, e sincera; perchè pianta da cui per paura ebbe ad assottigliarsi il pane a fare splendido il lutto degli uomini dichiarati grandi per partito municipale vinto a fave bianche e a fave nere...

Incomincia a sentirsi per la notte una smania come di cui male sta e teme peggio Il ventipiovolo inquieto commove le fronde e le piante, donde esce un lagno indistinto e nondimanco pertinace: il poeta desolato potrebbe credere che il genio della pazienza offesa si sforzi d'insegnare ai mortali il modo di ribellarsi con frutto dalla onnipotente tirannide, e non sappia poi formare accenti umani, o preso da terrore balbetti le parole.

Le squadre degli assalitori avevano a circondare le falde del monte a larghi intervalli, per istringersi poi mano a mano che salivano, ma come suole, ottimo disegno in concetto, nella pratica compariva impossibile, perchè troppo largo il giro, e rotto qua da torrenti, là da bricche; tuttavia come venne loro imposto fecero, così salirono buon tratto di via taciti con la mano chi sul draghetto della miccia, chi sul grilletto della ruota, però che allora quello che noi diciamo acciarino non fosse anco inventato, ed altri pronti a conficcare in terra il puntale della forcina sul quale avevano adattato gli arcobugi loro.

Di un tratto un lampo ruppe il buio, fu il primo colpo, dopo quello il fuoco straripò a modo di fiumana, molti i tiri dalla parte degli assalitori, ma inefficaci; scarsi quelli degli assaliti, e apportatori sempre di ferite o di morte, dacchè essi da fermo traessero, dietro i tronchi degli alberi si riparassero, e gli altri procedessero alla scoperta; dalla parte degli sbirri si udivano gemiti, preghiere, e voci lamentevoli di cui cascava; da quella dei banditi non si sentiva alito, e sì che qualche ferito, e qualche morto avevano avuto anch'essi, ma i feriti si cacciavano in bocca i lembi del mantello od altro togliendosi la facoltà di gridare, forse chi sa per tema di nocere ai compagni, o piuttosto per sospetto, che il compagno a canto gli mettesse le mani addosso e lo spogliasse. L'uno e l'altro può essere; chi se ne intende scelga.

Uomini e lupi però costumano ad un medesimo modo; quando sono feriti si danno addosso.

Ferveva l'opera della distruzione, e fin qui con la peggio degli assalitori, allorchè taluno di essi si avvisò tagliare qualche ramo di pino, e accenderlo per vedere almeno dove mettessero i piedi; non lo avesse mai fatto! però che servendo i fuochi per punto di mira, la morte rovinò a modo di gragnuola in mezzo a loro; gettarono via i maluriosi tizzoni, e da capo gli avvolse la oscurità.

Ma adesso era venuta la volta del cielo, il quale, quasi provocato, sembra che intendesse mostrare di faccia alla sua quant'è inane la furia dell'uomo; con immenso baleno si squarciò da un punto all'altro tingendo ogni cosa di color sanguigno, e subito dopo un tuono parve schiantasse i cardini del mondo, poi giù a rovescio grandine, acqua, e con assidua vicenda saette, lampi e tuoni: non per questo rimisero punto gli sbirri la rabbia della persecuzione; anzi la crebbero, al fine primo della impresa non pensavano più, adesso appetivano solo la vendetta; di vero alla luce sinistra dei folgori ora vedevano stramazzare agonizzante un compagno; ed ora, più orribile aspetto, miravano gli uomini di scorta ai muli portatori del vino avvelenato ciondolare appesi pel collo ai rami degli alberi secondochè l'impeto della bufera gli sbatacchiava.

Quantunque però ci si mettessero coll'arco del dosso è da credersi, che gli sbirri non l'avrebbono sgarata se prima la banda di Arrichino, e dopo poco l'altra del Riccio non avessero investito i masnadieri dal fianco destro e dalle spalle; allora Paolo conobbe in un attimo, che non bisognava appillottarsi, e in meno che non si dice amen ebbe ordinato si ritirassero nei luoghi più alti, dove per balzi dirotti l'accesso si faceva piuttosto disperato che difficile, e vi erano di lunga mano allestite l'estreme difese.

Dall'una parte e dall'altra si sentivano stanchi, però, quasi per accordo tacito, accadde una tregua, durante la quale gli sbirri ripararonsi come poterono sotto gli alberi, i banditi nei ridotti dove si rinfrescarono di polvere e di piombo, mentre gli altri con pena infinita poterono preservare la polvere da bagnarsi, non però dal restarne inumidita.

Di asciugarsi le vesti, anzi spremere l'acqua dai capelli non era il caso e non ci pensarono nè meno, solo tentarono col dito se le coltella tagliassero, e con queste ammannironsi alle ultime prove. E poichè lo starsi si fece di corto più grave del moversi, stantechè la procella durasse a imperversare più fiera che mai, si levarono urlando: — ammazza! ammazza! — proprio a mo' che i lupi si sferzano i fianchi con la coda per darsi coraggio. E veramente di molto ardire era mestieri adesso non solo contro gli uomini, bensì contro il cielo, che diluviava saette, e grandine mescolata coll'acqua, le fonti schizzavano getti, e fischiavano pari ai flagelli delle furie, il torrente ruggiva a sbalzi di roccia in roccia, come leone che fugga spaventato, le fronde degli alberi turbinavano stridenti quasi chiome agitate dalla disperazione: non più di voci che sonassero lagni andavano pieni il monte e le valli, bensì di stridi di rabbia, di furore e di sterminio quali sono o si finge abbiano ad essere dentro lo inferno: che in questi tormenti della natura le anime dei morti escano dai sepolcri a empire di dolorosi guai i luoghi dove trassero la vita non credo, nè piacemi dare ad intendere altrui, ma che un elemento spirituale diffuso pel creato si addolori commosso dalle convulsioni della natura potrebbe darsi, nè vi ha cosa che c'induca a negarlo.

Ormai i sentieri per salire in alto o non si trovavano, o scarso, e questi dirotti o lubrici non meno pei rigagnoli delle acque, che per la belletta menata giù dal monte: anco qui orribili aspetti rivelò di tratto in tratto la luce dei lampi; uomini sfracellati da una pietra nel capo annaspare per l'aria con le mani come fa il naufrago piombando giù nello abisso; altri capovoltarsi sdrucciolando e rotolare a saltelloni di sasso in sasso fino alla falda del monte; chi rimanere appeso ciondolone da una macchia come bestia al gancio del beccaio, ad altri, altri casi, e tutti da mettere il ribrezzo addosso al solo pensarci. Tra i molti offersero un molto terribile gruppo due: avendo uno sbirro superato un giogo, si spinse innanzi per levarsi dal pericolo di ruinare nel precipizio, ma fatti appena una diecina di passi, ecco serrarglisi addosso un bandito e stringerlo fra le braccia, lo sbirro sottentra e lo ricinge alla vita, così avviticchiati insieme scotonsi, scrollansi, di qua e di là sbattacchiansi, ora tentano levarsi in alto e soffocarsi, ed ora framettendo la gamba alle gambe, o picchiando forte del tallone nelle giunture si sforzano a sternare l'un l'altro; la vicenda assidua del buio e della luce dei lampi ora sanguigna, ora bianca, ed ora verdastra palesava i sempre vari atteggiamenti dei lottatori, la rabbia di che andavano invasi, come pure il pericolo, che di momento in momento li minacciava, imperciocchè il bandito guadagnando terreno spingesse lo sbirro spossato vicino al dirupo, quegli caldo della vittoria non ci avvertiva, o se pure lo avvertiva, non gliene importava, all'altro sì, che spaventato gridò:

— Bada, precipitiamo....

— All'inferno! urlò il bandito; e giù di fascio rotoloni ambedue; nè le percosse delle roccie dove stracciavansi valsero a far sì, che si staccassero; all'opposto il bandito (ed anco questo si vide allo sfolgorare di un lampo ) ficcò i denti nella gota allo sbirro, e vuolsi credere, che in cotesto sforzo dell'odio spirasse l'anima.

Pari in orrore, se non forse più strano, questo altro caso; uno sbirro, con le mani aiutandosi e co' piedi, dopo inaudito travaglio di scheggia in ischeggia già arriva alla sponda estrema della rupe, già vi pone la destra, dopo la manca, e raccogliendosi in sè già spinge la persona in alto per sopramettere il petto al ciglione; un bandito che lo mira a un tratto, piglia con ambedue le mani l'archibugio per la canna, e quanto può leva le braccia in alto per dargli del calcio nel cranio: voglioso di acconsentire con ogni sforzo al colpo, allarga le gambe sporgendo innanzi la destra e si curva. — Qui si fa buio; e chiunque si trovò presente al caso, ormai al chiarore del nuovo lampo teneva per fermo o non avrebbe più veduto lo sbirro, o lo avrebbe visto rotoloni per l'aria, quando con maraviglia pari allo spavento contemplò lo sbirro salvo, e il bandito tracollato giù nel precipizio, e questo accadde in grazia della intrepidezza, o piuttosto dello istinto di conservazione dello sbirro, che lo mosse a stendere la mano, ed, agguantata la gamba al bandito, con supremo anelito tirarla a sè, onde costui troppo in cima, su terra sdrucciolevole, diede la balta, e l'altro, che si potè mantenere attaccato al vivagno, di un salto fu sopra e si salvò.

Per questo caso presero tanto animo gli sbirri quanto ne perderono i banditi; nè, superate una volta le alture, restava modo alle difese, però che quelli troppo vincessero di numero i secondi, i quali adesso si vedevano ridotti a venti, e nè manco tutti illesi. Paolo allora pensò allo scampo, e due e tre volte cacciava fuori fischi acutissimi, segnale ai banditi, perchè, cessato il combattere, riparassero alla caverna, asilo fidatissimo negli estremi accidenti; al fianco suo erano rimasti, fin lì non tocchi, Ciriaco e Maria la figliuola dell'oste, la quale in cotesta notte mostrò esserle l'arcobugio assai più familiare della rocca e del fuso; e quante volte Ciriaco per bontà d'indole, o per altro affetto presumeva farle schermo del proprio corpo, ella tirandolo da parte gli disse dispettosamente:

— O che credete che io non sappia come voi mettermi a repentaglio? O immaginate, che stimi la mia pelle più cara della vostra? In là... in là... ch'è tempo perso, ognuno di noi nacque con la sua morte in tasca. —

E sembra proprio che la deva andare così, però che ella, mentre stava per voltarsi al segno del capitano, si sentisse colpita di sotto al lato manco; nè tanto potè tenersi, che non prorompesse in uno strido, e subito dopo girando sopra sè medesima stramazzò.

— Maria è cascata, disse Ciriaco a Paolo.

— Lasciala stare; ne cascarono tanti, rispose Paolo.

— No: vado a pigliarla. —

— Lasciala, la traccia del sangue ci scoprirà.

— No: se ci è verso la vo' salvare....

— Se capitasse viva in mano agli sbirri potrebbe farci la spia; va bene, vengo teco a pigliarla.

E andarono. Presto, presto, Paolo le fu al fianco, dove, piegato un ginocchio a terra, interrogò:

— Siete ferita?

— Oh! signore sì, mi sento morire....

— Versate di molto sangue?

— Per di fuori... no... non pare....

— Badate a non tracciare col sangue la via agli sbirri; avete nulla addosso per fasciarvi?

— Sì. —

— Ciriaco aiutala a fasciarla, e stringi forte; — dopo queste parole Paolo tentò il terreno per conoscere se fosse bagnato di sangue, poi unì insieme le dita avvertendo se restassero appicicate, nè questa prova bastandogli gustò con la lingua l'umidore, e parve assicurarsi; allora diè mano a Ciriaco per rilevare Maria, la quale essendosi costoro recata sopra le braccia conserte portarono via a precipizio.

Gli stessi banditi ebbero a penare non poco, prima che nel buio trovassero la caverna, la quale non abitavano già cotidianamente, serbandola, come ho detto, per estremo rifugio; al fine, trovatala, presero a rimoverne dalla bocca le marruche, e ogni altra ragione pruni, che per natura e per arte vi erano cresciuti foltissimi; passati, li raddrizzarono, e intrecciarono; lì presso, uguale il roveto, e per buon tratto esteso, onde quasi disperato rintracciare la caverna nel dì, pel buio poi impossibile. Appena penetrava nella caverna il bagliore dei lampi, dacchè la tempesta imperversasse tuttavia, però tanto bastava a far sì, che i banditi disposti in mezzo cerchio, con un ginocchio chino, atteggiati in varie guise, tenessero gli occhi aguzzi e le bocche degli arcobugi rivolte allo spiraglio.

Gli sbirri, poichè dopo molto altro trarre si accorsero che i banditi erano scomparsi, cessato il timore di essere presi di mira, smaniosi per la rabbia, che scappasse la fiera, ripresero a tagliare schiappe di pini, e con quelle accese cominciarono a frugare bramosamente le macchie; chi avesse veduto quelle strane sembianze correre su e giù per la foresta con quei fuochi sinistri nelle mani e udito gli urli ferini, che mescevano con lo strepito dei tuoni, e il fragore delle fronde sbattute, e delle acque, certo avria immaginato di trovarsi nel Citerone, o su lo Ismaro mentre le Menadi correvano furiando sotto la sferza del Dio che le agitava; di vero, se i miliziotti non ispingeva ebbrezza di vino, erano mossi dalla ebbrezza del sangue, della ferocia e dell'avarizia; ma ora che ci penso, anco le donne tessale e tebane, se nelle corse matte occorrevano in qualche uomo, lo stracciavano, e fitto il capo di lui sur una picca portavano a processione; così pare provato che uomini e donne, digiuni od ebbri, tranquilli o maniaci fossero sempre micidiali del sangue loro. Forse muterà un giorno, anzi io ci credo, non mica perchè faccia capitale sopra la benevolenza, ma sì sopra lo ingegno malvagio degli uomini, che nell'arte di distruggersi andando sempre innanzi troveranno modo di potersi sterminare in un attimo, allora, ma non prima di allora, dando spese al cervello, brontoleranno sempre, e non si morderanno mai.

Non una o due, bensì delle volte più di dieci gli sbirri passarono e ripassarono davanti la bocca della caverna, anzi uno di loro prese a sbrattare la rosta, ma, trafitto da un pruno, si rimase bestemmiando. E' fu giusto allora, che la povera Maria, travagliata da febbre mortale, vagellando prese a lagnarsi, e in mezzo al delirio ricorrendole alla mente le cose, o gli affetti che più la tenevano presa, ricordò la madre defunta, e la Madonna; sovente fu udita raccomandarsi a un signor Paolo, pel quale pareva ella nudrisse non minore paura, che passione; per ultimo l'atterrivano le pene dello inferno, e supplicava le menassero il prete, affinchè, confessati i peccati, potesse ridursi in luogo di salute. Paolo, che, caso fosse o consiglio, le stava allato; da principio le disse: — taci; — ma poichè vide il comando riuscire indarno, stese la mano, ed ebbe compreso la donna travagliarsi negli spasimi supremi; allora adagio adagio ei scinse la fascia, che portava attorno la vita, e fecene groppo, il quale poi soprappose alla bocca della misera donna; nè punto lo rimoveva, al contrario sempre e più sempre ce lo pigiava, procurando che non pure il rammarichío ma nè anco l'alito si potesse sentire.

Ventura volle, che ora i tre bargelli s'incontrassero poc'oltre di là, e subito prendessero a favellare. Primo fu Arrichino a dire:

— E' mi pare che dobbiamo appendere il voto alla santissima Vergine di Loreto se la è andata a finire così.

— Che noi ce ne abbiamo a vantare, ciò sta nelle regole, riprese il Riccio, ma tra noi buttiamo carte in tavola; se non eravamo un esercito ci rimanevamo tutti. — E l'altro:

— Caro mio; tu non ti contenti mai; io avrei voluto vederci un po' uno di quei colonnelli famosi, che vanno per la maggiore sia francese, sia spagnuolo... nella notte... in mezzo alla tempesta che appena cessa... abbiamo superato rupi da disperarne le capre; il nemico disparve, il campo è nostro.

— Certo è sparito ma non fu sterminato; ci rimase il campo, ma ci tocca a lasciarlo subito se non ci vogliamo morire di fame e di freddo... quanto a morti e feriti, io vo' restare ammazzato se per dieci sbirri e miliziotti noi avremo un bandito....

— Abbi pazienza Riccio, cominciò Angelotto, ma tu guasti l'arte: a noi basti vincere, ho sempre sentito dire, che si aguzzò il piolo sul ginocchio chi pretese stravincere, e in due parole io ti chiarisco; il Papa pagherà gli sbirri, finchè ci saranno banditi; e sta sicuro di questo, che dopo l'ultimo bandito egli impiccherà l'ultimo sbirro....

— Incomincio a capire, e mi pare che tu abbia ragione.

— Lo so anche io, che ho ragione, e bada a questo altro: domani quando raccoglieremo le teste dei banditi, un paio di dozzine e' ci hanno da essere....

— Per me crederei di no.

— E tu credi così perchè tondo nascesti e tondo morirai, chi ti para a mescolare co' capi dei banditi qualche testa di sbirro? Le non si distinguono le teste come sono tagliate, massime quando piglia a disfarle la morte... allora un ladro vale quanto un vescovo, e ci è da sbagliare....

— Dici bene tu, ma se taluno ci fa la spia... con Sisto, Domine aiutaci!

— Restando la cosa tra te, me ed Arrichino non si ha da temere tradimenti; e di grazia a che pro tradirci? Sisto promette alle spie Roma e Toma, e anco le paga, ma se tu ci hai avvertito, presto o tardi le agguanta, e solo che inciampino in un filo di strame e' vanno a finire al canapaio, però messe a monte le altre ragioni, basta questa per noi a tenerci la fede.

— Anzi, osservava Arrichino, tra le teste dei banditi non potremmo trovarne una giovane, e dare ad intendere che fosse dello stesso Venanzio...?

— Io la tengo per cosa da non ci pensare, rispose Angelotto, perchè il Papa sa ch'egli è bellissimo, di capello biondo d'oro, e forse gli hanno dato altri segnali di lui: anche te ammonisco a non volere stravincere. —

Il Riccio allora come studioso di non iscapitare nella reputazione di mascagno soggiunse:

— Di' un po' Angelotto, le taglie promesse si avranno a spartire fra coloro che rimasero vivi? —

— Ma sicuro, i morti non contano, e poi hanno sempre torto marcio.

— Giusto come pensava anch'io! Dunque meno che saremo e più ci toccherà?

— Per lo appunto a quel modo.

— Allora, sarei di avviso, che ce ne tornassimo addietro noi altri; ai passi metteremo guardie, nè grosse, nè sottili, perchè i banditi non ci possano sgusciare di mano: voi vedrete, che, come aggiorna, da qualche buco scapperanno fuori cotesti dannati a fare impeto su le guardie per mettersi in salvo; e noi gli lasceremo arrabattare un pezzo fra loro, perchè per ogni bandito che casca morto le taglie crescono, e per ogni sbirro che pigli la via dell'altro mondo meno ci tocca a spartire....

— Non è mica pensato male, sai? Ma ci ha di mezzo l'anima, Riccio mio....

— Ed anco a questo ho avvertito... non ti sembra che si possa aggiustare la faccenda con qualche messa?

— Sicuro... con le messe... e gli uffizii. —

Così rimasti d'accordo, ordinarono alle squadre rifacessero i passi; domani a giorno chiaro sarebbero tornati a seppellire i morti ed a mozzare il capo ai banditi, e tutti insieme scesero cantando canzoni, dove, ad onta della parola, per paura di Sisto, pudibonda, non iscaturiva meno sfacciato il concetto; tanto l'aspettazione del poco danaro delle taglie valeva a soffocare il senso di angoscia presente e del pericolo trascorso, anzi il dolore pei compagni perduti e il rimorso della strage menata!

Paolo levò tardi la mano di su la bocca di Maria; allora solo, che il vento non gli portò nè manco il susurro del canto degli sbirri che si allontanavano, e Maria da parecchio tempo non respirava più. Levatosi in piedi Paolo favellò in questa sentenza ai compagni:

— Se vi abbia voluto bene e vi ami, voi lo sapete, però non dico nulla dell'angoscia che provo a dovervi parlare siccome faccio; fratelli miei, e' non ci vedo caso, bisogna separarci. Ora un acquazzone ci rovina addosso; passerà, e la prudenza insegna di aspettare al coperto, che smetta; non possiamo mica fare alle capate co' muri. Papa Sisto in questo quarto di luna vive in pace con la Spagna, i Viniziani, il serenissimo di Toscana, insomma con tutti; l'accordo dei gatti fa la tribolazione dei topi: ma quanto durerà egli? Staremo a vedere; intanto il punto giace nello scansare la forca, figliuoli miei, e attendere tempi migliori. Dividiamoci dunque per ritrovarci con meno tristi auspici più tardi, voi conservatemi la vostra benevolenza, com'io vi do pegno di perdurare nella mia; se ho commesso qualche errore, ne chiedo perdono prima a Dio, poi a voi altri; voi sapete che verun uomo può vantarsi perfetto: pensate se io! Il patrimonio comune, ch'io rivenni al verde, mi sembra, che se non risponde ai desiderii vostri (e questo sarebbe un po' difficile), pure ora sia tale da potervene contentare; adesso lo dividerò tra voi, qui lascerete le armi, gli argenti, e gli ori lavorati, come pure le gioie, chè per queste cose voi cadreste facilmente in sospetto, e ricordatevi che i sospetti mettono i pioli alla scala di compar Gigolo. Dell'oro monetato fate tre parti, una darete al prete per la faccenda dell'altro mondo, la seconda al giudice, caso mai vi fastidisse nella faccenda di questo mondo, la terza serbate per voi. Rendetevi terziarii di San Francesco, o meglio torzoni in qualche convento; quello che si fa con la veste corta del bandito, il tonacone del frate sembra tagliato a posta per coprire: se vi occorre barattare moneta, cercatene al priore, o al sagrestano, e a patto che non istiate su lo spiluzzico a riscontrare il danaro del cambio, egli non vi tradirà; non vi confidate mai con donne, e i capelli non vi saranno tosi da altri, eccettochè dal barbiere; fate la carità in segreto, e Dio, che la vede anche al buio, vi ricompenserà; godete anche in segreto, perchè allora il bargello non lo saprà: e mastro Gigolo non v'impiccherà. —

A considerarlo bene come merita, non si può dire, che questo discorso abbia virtù di movere troppo gli affetti, e tuttavolta i banditi piangevano a sprone battuto. Tanto è, uno scampolo di tenerezza la possedevano anch'essi; e....

— Capitano, fra i singulti dicevano, e avrete cuore di lasciarci così...?

— Figliuoli miei, e' mi pare che sia bazza per noi lasciarci a questo modo.

— E finchè voi non tornate noi avremo a dormire interrati come le testuggini?

— Oh! no, come le vipere, per mordere più velenose a primavera.

Acceso un lume, cavarono con le zappe di sotto terra una cassa, e presero a spartire il danaro noverando per ogni uomo un ducato. Quando toccò la volta di Ciriaco, Paolo disse:

— A te Ciriaco. —

Ma Ciriaco non era quivi, e Paolo rinnovò la chiamata; allora Ciriaco sbigottito rispondeva con voce lamentosa:

— Capitano, Maria è morta... non so che farmi della moneta.

— Vien qui tosto, che la si sveglierà più che non vorresti.

— Io vo' vedere se dorme, o se è morta Maria.

— E tu sta ad aspettare che si risvegli....

E mise su la tavola il ducato; quando ebbe a contare sè, si mise da parte, onde i banditi notarono:

— E voi, Capitano, e voi?

— Io, povero qui venni, e povero io voglio morire, Dio provvederà....

— Questo non patiremo mai.... voi avete a pigliare la parte doppia... sì, doppia..... doppia vogliamo.

— Intendete contendere meco all'ultimo? Duro vostro capitano, obbedite....

Chinarono il capo, brontolando forte: per poco non s'insanguinarono a ributtare la moneta, che pure essi avevano con mani sanguinose arraffato.

Venuti al fondo della cassa, Paolo la gittò all'aria dicendo allegramente:

— Fiera finita; le botteghe si chiudono.

— Capitano, o signor Paolo, interruppe qui Ciriaco, Maria non dorme, io vi accerto ch'è morta.