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LE
TRE VALLI DELLA SICILIA
RACCONTO
DI
GAETANO SANGIORGIO
LE TRE VALLI DELLA SICILIA
PARDO
STORIA DI VAL MAZZARA.
«Purchè tu il voglia la catena è infranta
Del tuo martiro………»
Alberto Buscaino Campo.
I.
Sutera, 4 aprile 1860.
«La congiura è scoperta, m'è dunque forza fuggire. Ma lascio la mia
Sutera non per viltà, non per codarda e vigliacca paura; ritornerò in
giorni migliori, e allora grideremo a viso scoperto: Viva Italia!
Frattanto ti lego la salute di questo borgo; non faccio di esso un
Vigliena, eppure so di poter dire che molti patrioti l'onorano.
Distruggi le cifre e segreto.»
Questa lettera scriveva nella sera di quel dì Pardo di Sutera a Bino di Mussomeli, e il giovane Fuoco a mezzanotte la recava. Pardo accompagnollo sino al ponte sul Platani e là accommiatandolo gli disse:
—Ricordati, o Fuoco, del povero esule. Domattina avrò lasciata la valle, ma ora, e sempre, sta saldo alla fede giurata. Più presto che tu non pensi mi rivedrai.
—Addio dunque, mio Pardo: ora e sempre sarò congiurato.
—Addio!
E mentre Fuoco scompariva entro la bruna callaia del monte, Pardo ritornava a passi veloci a Sutera.
II.
Ma Buscemo, il traditore, aveva di lontano scorto Fuoco, e in cuor suo meditato di perderlo. Epperò appena Pardo fu rientrato nel villaggio, si calò con prestezza dalla rupe, sulla quale era celato, e correndo a tutta lena attraverso sentieruzzi e bistorti viottoli passò innanzi al messaggiero e raggiunse Mussomeli che appena spuntava l'alba. Ansante e trafelato superò la costa che sta tra il torrente e il paese, e quivi rifatto il respiro chiese del capo delle guardie del Re e mosse alla volta del suo alloggio.
Buscemo era uomo tra il vecchio e la mezza età, di persona ritta e tarchiata, calvo e senza barba, cogli occhi infossati e splendenti di luce sinistra, di portamento plebeo e maligno. Astuto e di malanimo, aveva venduti i segreti della congiura per pochi ducati e per bassi odii nutriti da istinti bassissimi, e fatto audace dal delitto avrebbe accusato il padre per lusinga di premi ed onori. Vile e perverso, credeva solo nell'oro, e cieco d'avarizia e lussuria, fidava nell'onnipotenza della servitù per la quale sacrificava onore e patria.
Tosto il chiamato apparve. Altero nel portamento, dignitoso nei moti, acuto nel discorso, il capitano mostrava animo ben maggiore all'ufficio commessogli; e di un sol sguardo misurato Buscemo capì che aveva a fare con un farabutto.
—Capitano… leal servo del Re, mi tengo in dovere d'avvisarvi che uno dei noti rivoluzionari di Sutera sta in cammino a questa volta…
—Ha oltrepassata Acquaviva?
—Non so. Pur lo credo! Pigliatelo, capitano, temo sia latore di serie carte…
—Appartenete alla Sorveglianza di colaggiù?
—No… cioè… capitano, da fedel suddito… amico dell'ordine… la tranquillità…
—Ho capito, ho capito… quali promesse…?!
—No, no, mio capitano… l'ossequio mio per l'autorità…
—Il vostro nome?…
—Buscemo Stampace.
Il soldato scosse il campanello, e un gendarme entrò.
—Tenete custodito costui sino al mio ritorno… alle guardie date l'allarme…—e, salutato gravemente Stampace, uscì.
Bino stava chiuso segnando lettere per la provincia, allorchè poco dopo questo dialogo si battè alla di lui porta. Appena si vide interrotto nascose un gran fascio di esse entro un vano coperto da stuoia, e levatosi aprì. Introdotto il visitatore, Bino serrò a chiavistello, e precedendo lo invitò a sedere in una dulie due seggiole che fiancheggiavano lo scrittoio.
—Perchè sì presto?
—Oh Bino… grave pericolo vi minaccia… la congiura è scoperta… e lo spione si chiama Buscemo Stampace.
—Buscemo?!… impossibile, Orlando!…
—Così è… il traditore è guardato da' miei gendarmi… fra un'ora, o Bino, dovrei eseguire i comandi del Re… lasciate la valle… e raggiungete, se sta in vostro potere, maestro Pardo…
—Dunque, Pardo?!…
—Avvisato sin da ieri, sta mettendosi in salvo…
—Oh quanto vi dobbiamo, Orlando!… forse un dì…
—Presto… sì, Bino… presto assai!
—Lascerò dunque il mio paese?
—O la fuga… o il carcere!
—Addio, capitano!
—Coraggio, Bino!
Si strinsero con affettuosa tenerezza la mano e si separarono.
Il cospiratore uscì dal salotto e salì le scale, il capitano si calò il berretto sugli occhi e ritornò al quartiere.
Buscemo gli mosse incontro pauroso e insieme confidente, e siccome gli occhi d'Orlando lampeggiavano per gioia mal sopita, soffregossi tripudiando le mani e gridò:
—…Preso?
—Sì, Stampace. Prima di sera partirà sotto buona scorta per Corleone.
—…E là?…
—Il comandante lo condannerà… o che temete, amico mio? la giustizia scoprirà il resto. A voi intanto penserò io stesso.
—Capitano… accettate i miei servigi…
—Ora e sempre… n'è vero Buscemo?
L'iniquo rabbrividì, ed alzò gli sguardi in viso al gendarme. Ma questo, immobile, tenne fissi i suoi negli occhi di lui, nel mentre un sorriso gelato e sprezzante gli errò sulle labbra ghiacciando il sangue in cuore al delatore.
Stampace, avvilito e tremante, volse le spalle all'uffiziale e s'allontanò.
Fuoco frattanto, spesseggiando i passi e sempre pensando al fatale destino, arrivò. Giunto innanzi all'umile dimora di Bino, pose piede nel piccolo atrio, e stava per proceder oltre allorchè lo stesso ospite apparve. Si riconobbero tosto, e gettatisi l'un nelle braccia dell'altro, quasichè si fossero già confidati paure e segreti, sclamarono insieme:—Povero Fuoco!—Povero Bino!
Fuoco trasse dal giustacuore lo scritto di Pardo e lo presentò all'amico, ma Bino senza nemmen leggerlo strinse con fratellevole violenza la mano del giovane e disse:
—Lo so Fuoco. Tutto è scoperto, e or appunto mi porrò in salvo.
—Sapete tutto?…
—Tutto, tutto. Seguimi; piglieremo i sentieri di monte Ficazzo, e prima di notte caleremo per la china di Vallelunga.
—E come passare inosservati nel borgo?
—Non temere, Fuoco mio. Abbiamo un amico anco fra i gendarmi. Ci vedesse, alzerebbe gli occhi e piglierebbe altra via.
—Allora, o Bino, partiamo.
—Eccomi!
Ridiscesero la gran via, e giunti sul piazzale del convento viddero che già era aperto il mercato e molte guardie tenevano l'ordine. Sorpresi e dubitosi si nascosero fra l'ombre delle ultime arcate del portico e di là gettarono uno sguardo lungo ed ardente sulla bella scena che lor davanti si spiegava. Era un va e vieni bizzarro e multiforme; bovari, mulattieri, pecorai, cantastorie, montanine, merciaiuoli, girandoli, uomini e donne d'ogni aspetto e d'ogni colore, si mescevano, si confondevano, si salutavano, partivano, arrivavano; era un susurrìo vago e indistinto, un bisbiglio or alto or fioco, ma continuo; attraente spettacolo, che avrebbe messo il riso sulle labbra e a Nino e a Fuoco, se contrari affetti non tempestavan nel cuore. Pur con indicibile commozione mirarono quel largo lor noto, quella stretta per la quale sovente eran passati, quella gradinata bianca e maestosa, quel portico sotto cui spesso all'imperversar della pioggia riparavano, quell'ampiezza di cielo che s'apriva nell'alto, quelle brune montagne che chiudevano tutt'intorno l'orizzonte!
—Su, su, Fuoco. Usciamo dal portico e pigliamo il viale… questi sollazzi non son più per noi… a che dunque invidiarli?
—Dite bene, Bino. Più a lungo restiam qui maggior doglia ne avremo.
—Seguimi!
E i due fuggitivi a passi concitati partirono.
Se non che un lontano e vago rumore, il quale accresceva e s'avvicinava soffermolli. A guisa della bufera, che sbucando dai monti, segnala il suo arrivo col cupo rimbombo dei tuoni ripetuti e ripercossi dagli echi prolungati e rischiara le tenebre addensate col guizzo replicato dei lampi, quel rumore andava vieppiù aumentando, s'allargava, si faceva distinto e vivo, e qui e là interrotto da spari improvvisi ricordava le sommosse di popolo inferocito ed assetato di sangue. Un urlo di trionfo d'un tratto scoppiò, e poco dopo il cozzo incomposto dell'armi colpì chiaro e sonoro le orecchie di Fuoco e Bino. E nell'istante medesimo Cletto di Villalba sbucava dal viale al grido di: Viva la patria!
III.
Allora appunto Pardo abbandonava Sutera. Abbigliato da viaggio, colla fedel carabina ad armacollo, col valigiotto sospeso qual zaino alle spalle, egli ai primi albori uscì dalla casa e per via rimota raggiunse il fiume. Ed allorchè si fu messo sul sentiero che lo costeggia voltosi alla giovin donna che lo seguiva, così abbracciandola singhiozzò:
—Ritorna al paese Iza ed abbi cura della vecchia Rosalia. Non guardarmi sì mesta… mi fai piangere…. suvvia, cara, lasciami. Fra non molto rivedrò questi monti… ed allora, oh sì, Iza, grande, assai grande, sarà la mia gioia nel baciarti! Vattene, riedi a Sutera.
—Oh Pardo!… le lagrime mi fanno intoppo… qui… Oh, addio, ritorna presto… e dovunque ti celi ricordati della sposa…
—Oh Iza, e come potrei scordarti?
—Pardo, Pardo, addio!
—Iza, Iza, addio, addio!
E fatti muti dal dolore, i giovani sposi si baciarono ancora una volta, mestamente sorrisero, e quasi di fuga s'allontanarono.
Pardo la seguì coll'occhio sino a che fu scomparsa su per l'erta della montagna, e dato uno sguardo lagrimoso alla sua terra diletta, a quella povera valle in cui suo padre, la madre sua, un amato fratello eran morti, e che ospitava bella e solinga la pura sua Iza, affrettò i passi e colla tempesta nel cuore scese sino al pian d'Aragona, e sempre costeggiando il Platani si diresse alla volta di Felice. Il fiume gonfiato dagli acquazzoni che pochi dì avanti avevano fradicie le vette di Casteltermini e Prizzi, rumoreggiava spumeggiante e rotto fra i massi e le frane, e quel sordo e cupo muggito dell'onde impetuose accresceva d'assai la tristezza del fuggiasco e gli metteva in cuore la rabbia della sventura. Pardo fissava con occhi paurosi il precipizio che s'apriva a lui daccanto, e neppur la bella e lussureggiante vaghezza dei pendii che dal Cammarata andava morendo giù giù sino a Ribera gli apriva l'animo a sentimenti di pace e perdono: piangeva, e del suo pianto vergognava!
—Povera patria,—diceva a sè stesso—Povera Sicilia! E dunque le ire di Maniscalco ti terranno sempre la speranza? che abbino ad esser per te fatali come le maledizioni dello sgozzato? E come mai egli scoprì?!… nessuno, nessuno ci può aver scoperti!… fosse Enzo?… oh no, il mio sospetto è calunnioso!… Arnoldo?… neppure! buon Arnoldo, perdona all'amico straziato il solo dubbio!… dunque, dunque chi?… Avesse Iza parlato?… oh no, Iza… giammai! sciagurato ch'io sono a sospettare di te!… dunque? sempre questo dunque?!… Cletto? quel cuor generoso, quell'animo di fuoco?.. Ah, eccolo, eccolo… è Lapo… sì, è lui!… infame! ci ha venduti?! e quant'oro t'ha promesso il manigoldo? Lapo, Lapo, trema!… e se non fosse lui?… se nessuno avesse tradita la congiura? in Palermo, in Alicata… in Caltanisetta… qualcuno avrà messo a repentaglio il segreto della trama… no, non è possibile… è Lapo che ci ha venduti! Lapo, Lapo, trema!—E Pardo fremeva di sdegno… poveretto; nemmanco pensava al vero iniquo!
Camminava, camminava, ed ai ricordi di patria e libertà si mischiavano i nomi d'Iza e Sutera. Soffriva davvero, e cacciato da pensieri tanto angosciosi, il suo passo era incerto e febbrile; divorava la via e le Madonie vieppiù si perdevano nel lontano orizzonte. Ma il sole già alto aveva spossate le forze di Pardo; sudato e stanco non avrebbe toccato il lido che a sera, epperò si gettò supino appiè d'un albero enorme e presto s'addormentò.
Che giova dirti, o lettore, quali strani sogni, quali orribili casi gli si dipingessero nella fantasia? Tutti si fanno beati di narrar fantasmi e ubbie, io invece passerò oltre e lascierò che Pardo gusti quel poco riposo. Tre ore dormì, e forse più a lungo avrebbe dormito se lo scalpito sonoro di un cavallo non lo svegliava. Si rizzò e con moto involontario pose mano alla carabina; ma rasserenossi allo scorgere che il nuovo viandante eragli conosciuto, eragli anzi amico.
—Diego!—esclamò, e avanzandosi nel mezzo della strada gli fece cenno s'arrestasse.
—Tu Pardo, qui?
—Sì, Diego, vo in salvo.
—Fuggi?… ma non sai dunque la gran novella?
—No.
—Palermo stanotte è insorta. A Piana, a Monreale, i patrioti stan cacciando la sbirraglia… certo a quest'ora gli spari echeggiano fra le valli delle Madonie… Trapani e Salemi forse hanno imitata la capitale… la rivoluzione sta scoppiando ovunque… e tu fuggi?
—Oh vittoria! Diego, Diego, mi ridoni la vita!
—Orsù, Pardo, benchè fossi diretto a Cattolica, rifarò la mia via.
Sali in groppa e fra due ore siamo a Sutera.
—Diego mio… grazie, grazie… oh qual gioia!
—Suvvia, monta qui.
E il cavallo punto dagli sproni, risalì di corsa l'erta, sollevando un nembo di polvere.
Suonavano cinque ore dopo mezzodì alla torre di Sutera allorchè l'ansante animale arrivò. Gran turba di popolani circondò Diego e riconosciuto nel travestito il lor Pardo, tutti ad una voce gridarono: Viva Pardo! Viva Pardo! E con essi una donna, la quale si precipitò nelle braccia dell'acclamato; Iza ribaciava il suo sposo.
IV.
—All'armi! all'armi! tonò Pardo, e dato l'amplesso d'addio ad Iza, sfoderò la spada; poi strappata di pugno ad un navichiero la bandiera tricolore, si avviò correndo alla piazza e là sventolandola ripetè ad alta voce:
—All'armi! all'armi!
—All'armi! all'armi! rispose la turba, e più di cento gli s'affollarono intorno, con zagaglie e falci alcuni, altri con schioppi e pistoni, pochi con carabine. Animati da spirito battagliero, eccitati dall'annunzio della nuova libertà, scossi dalle parole ardenti dei patrioti, quei montanari bramavan davvero di misurarsi col nemico; epperò al grido di guerra di Pardo si serrarono in colonna e sfilarono. Lo sposo d'Iza e Diego misersi a guida dei Suterani, e salutati i vecchi e le donne lasciarono il paese alla volta di Acquaviva. Quella brigata di montanari, veduta da lungi, avrebbe stupito l'osservatore; perocchè il luccicare delle armi ai raggi del sole scendente e il canto marziale degli inni mettevano in cuore un tripudio tutto nuovo, indefinibile. Camminavano allegri, e su quelle fronti abbrunate brillava la gioia e si specchiava il proposito fermo di vincere o morire. Baldi e spediti, serravano al petto con militare letizia le povere armi che loro era fatto portare, ed un sorriso di benevolo plauso sarebbe spuntato sulle labbra del mio lettore nello scorgere i dieci o quindici provvisti di carabina pulirlo marciando, spazzarne l'anima, nettarne il focone, caricarla, metterne il cane a mezzo punto, aggiustar ai fianchi la palliniera. Ed anco gli altri davano occhiate agli arnesi, apprestandoli e passandoli al più vicino commilitone in esame. Era proprio il coraggio italiano che li animava; e lo stesso Pardo, cacciatore provato, d'animo bellicoso, uso alle fatiche e alle lotte, ne inorgoglì;… giovani tutti, infiammati dal sacro amor di patria, desiosi di quella libertà per la quale avevano cospirato e sofferto, incoraggiati dai baci e dagli evviva, mescevano speranze e conforti, auguravano insieme alla lor terra ed ai confratelli felicità e gaudio!
—Oh Diego—dopo lungo silenzio disse Pardo all'amico—oh Diego, fra poco saremo alle mani cogli oppressori. Il tuo annuncio mi ha sollevato; ora spero!
—Non credo che Mussomeli sia ancor tenuto dai regi. Cletto stamane li ha cacciati…. e i gendarmi eran quaranta.
—E pensi abbian sloggiato? si saranno serrati nella torre.
—La quale è comandata….
—Da Orlando…. ma anche a lui non è dato scoprirsi ad una numerosa brigata di sgherri!
—Orlando è audace. Avrà resa la torre….
—A dispetto dei soldati?!…. a quest'ora sarebbe morto.
—E Cletto avrebbe potuto rimaner inerte spettatore dello strazio d'un fratello?….
—Cletto non sa che Orlando è dei nostri.
—Dunque?…—insiste Diego commosso—dunque?
—Ne sarà nato uno scontro e noi giungeremo opportuni a finirlo.
—E se il capitano è morto?
—Non ha Italia l'albo dei martiri?—e queste parole Pardo pronunziò in tuono solenne e in atto di convinzione profonda.
Ambedue tacquero, e per alcuni istanti non s'udì che il grave passo del drappello. Ma di lì a poco due fra i seguaci ruppero il monotono silenzio e parlarono assai rapidamente questo dialogo:
—Senti, Sandro, credi che la vittoria sarà nostra?
—Che dici, Maso, hai paura?
—No, non temo… abbiamo a capo Pardo, lui…
—Lui sì bravo, sì valente…
—Ardito e prode, ci condurrà a certo trionfo… non sai quanto valga il nostro Pardo… tre anni or sono… te ne ricordi?
—O che, Maso, pensi che non m'abbia memoria? L'amico Pasquale fu liberato…
—I gendarmi ebber la peggio…
—Lasciaron due morti… e si nascosero su quel di monte Puccio. Pardo tambussò per quattro…
—E quel che più monta inspirò coraggio a noi… e ci diresse bene.
—Animo, compagni… gridava lui… animo… salviamo l'amico!
—Pardo sarà sempre il nostro capo; anche quei di Villalba e
Castronuovo eleggeranno lui!… tutti lo sanno bravo.
—Viva Pardo!
—Si, viva il nostro capo—disse forte Maso—Viva!
—Anche voi fidate in Pardo?—interruppe un terzo.
—Senza dubbio, Ascenso, nessuno in Sutera merita più di Pardo la nostra fiducia…
—Non in Sutera soltanto… anche a Cammarata… a Termini, nella valle… l'ho sentito lodare… e ne godevo come d'elogio fatto a me stesso.
—Nell'inverno passato a me mancò il grano e Pardo me lo donò.
—Ed a me rifornì il casale.
—Alla mia vecchia mamma… lo sapete Maso?… regalò coltri e lenzuola…
—Tutti nella valle lo amano e lo salutano.
—Con lui vinceremo.
—Dovremo a Pardo la libertà delle Madonie.
—Viva Pardo!
—Viva!—gridarono tutti. Viva! ripetè senz'altro Diego. Pardo (chi nol sapesse) non era facile agli improvvisi entusiasmi, per il che all'osanna de' suoi rispose:—Amici, grideremo viva sull'orme del tiranno… allora soltanto! oggi fa d'uopo ordine e coraggio.
—Coraggio! coraggio!
V.
Dalle vette eccelse di monte Puccio sorgeva il sole colla sua corona di fuoco a diffondere la luce dorata de' raggi sui boschi e sui vigneti. Irradiati da quel sublime splendore i ruscelli brillavano serpeggianti fra i prati verde-biancastri smaltati dall'armonico velo dei fiorellini azzurri e gialli, e gli uccelletti svegliati dal leggier fruscio delle foglie agitate dalla brezza del mattino volavano liberi e garruli nell'aria tepida per poi posarsi festanti sulle cime degli alberi più alti. Era la natura che, riposata nella pace della notte, si risvegliava e ritornava per l'influsso arcano del disco fondatore alla vita del dì; erano i figliuoli della terra che col cessar delle tenebre cessavano dal sonno, e uniti in poetica concordia innalzavano il saluto degli effluvi e dei canti. Era proprio la primavera, col rigoglio della gioventù, colla bellezza del cielo e del creato, col balsamo degli zefiri delle montagne; e là fra i reconditi Apennini della ferace Sicilia il mattino d'aprile rinnova davvero i colori alle piante, il miele alle acque, le forze all'uomo!
Sulla piazza di Cammarata bivaccava un battaglione di soldati che Salzano avea spedito per tener tranquilla la provincia. Levate le tende di buon'ora, la truppa girandolava intorno ai fasci delle armi, e gli uffiziali ciarlavano raccolti in crocchio nell'atrio del palazzo del Comune.
D'architettura severa e massiccia, vasto, annerito dall'età e dalle pioggie, quel palazzo metteva in animo un tal quale ribrezzo che incuteva e spauriva; avanzo grandioso dei tempi feudali ricordava le gesta splendide insieme ed inique dei duchi e dei re angioini ed aragonesi; triste monumento di anni troppo celebrati, illustri per sciagure ed infamie. Quel palazzo rammentava l'esosa boria dei forti e i vigliacchi fremiti degli oppressi; quelle arcate maestose e cupe, quelle volte polverose, quelle lunghe pareti sulle quali erano dipinti i fasti dei signori, ritornavano al pensiero la servitù della plebe avvilita, l'audacia dei protetti, la millanteria dei bravazzi, l'ignoranza superba dei fortunati, la dispotica inviolabilità dei frati e dei conventi, la partigiana indipendenza del clero.
In una sala a pian terreno, che dava sul giardino, passeggiava a lunghi passi il maggiore, e ritta presso la porta del cortile stava la guardia. Era il maggiore un tal Frazitto di Marsala, uno dei pochi isolani che tenessero alti posti nell'esercito del re di Napoli. Più birro che soldato, il Frazitto ubbidiva ciecamente ai comandi dei capi, e servo dei gigli aveva rinnegata la bandiera nazionale non per odio ma per viltà; liberticida senza saperlo, egli seguiva con scrupolosa devozione la sorte di chi lo pagava. Il sovrano non aveva più devoto suddito di quello, e con croci e danaro ricompensava le sevizie al paese nativo. Frazitto era amato dagli uomini della reggia, e specialmente raccomandato a Salzano godeva distinzioni e privilegi. Il visire di Palermo, certo della fedeltà del cagnotto, lo aveva quindi designato a custode dell'ordine in val di Platani ed investito della massima autorità, imponendo ad ognuno che lui riconoscessero per capo ed obbedissero. Teneva spiegata fra mani una carta, ma non leggeva: l'avviso dello scoppio della rivoluzione gli aveva cacciato il demonio nelle vene e nella fantasia pigliavan forma e corpo le più strane idee di sangue e vendetta. Meditava, fremeva, e assai tempo sarebbe rimasto in preda a quella febbre di rabbia e impotenza se un gridìo improvviso non l'avesse scosso ed un uffiziale non si fosse allora appunto precipitato nella sala. Si rivolse brusco brusco, e ficcando negli occhi dell'apparso due sguardi smarriti, balbettò:
—Altre novità?!
—Pur troppo, maggiore; Vallelunga, Villalba, i pecorai di monte
Ficazzo… sono insorti stanotte.
—Insorti?… e le armi?… e i capi?…
—Le armi eran giunte di nascosto da Girgenti… loro capo è Cletto
Navarro.
—Cletto?…
—Sì, maggiore.
—Maledizione! tutto a rovescio! oh foss'io il monarca!
—Maggiore…
—Che volete, tenente?
—Attendo gli ordini.
—Comandate la raccolta… fra mezz'ora… a Villalba.
Frazitto, allorchè l'uffiziale fu lontano, gettò la carta in atto di dispetto, e tolta rabbiosamente dalla tavola la spada se la cinse percuotendola sull'ammattonato. Trasse poi dalle borse le pistole, le sgrillettò, caricolle e riposele. Indi rivolto alla guardia, ordinò che gli sellasse il cavallo, ed uscì.
Al suo comparire i tamburri rullarono, squillarono le trombe. I soldati al segno circondarono i fasci, e riprese le armi, si disposero in fila. I capitani li ordinarono in colonna e sguainate le sciabole salutarono la bandiera.
Poco dopo il maggiore salì a cavallo, e postosi alla testa della truppa, lasciò la piazza e calò alla volta del fiume. Ma Frazitto non aveva ancora percorsa l'ultima via di Cammarata, che un uomo tutto polveroso e sudato gli gridò fermandolo collo smaniar dei cenni:
—Maggiore, Cletto Navarro è a Mussomeli… la mischia vi è impegnata… correte all'aiuto…
Quell'uomo era Buscemo Stampace.
Uscito dal quartiere del capitano Orlando, tutto pauroso d'incontrar qualche cittadino che gli scorgesse incisa in fronte la grave nota dell'infamia, aveva attraversato per viottoli e viuzze il sobborgo ed era sbucato sulla piazza dei portici, appunto nel medesimo istante in cui vi ponevan piede Fuoco e Bino. Benchè messo in sospetto dalla presenza di tanta moltitudine, Buscemo ebbe presto ravvisati i due patrioti; epperò sguizzando curvo e tremante tra persona e persona sgattaiolò e raggiunse assai prima di essi il viale, fermo nella speranza d'intanarsi a Villalba. Le grida di guerra delle genti di Cletto gli tolsero ogni fiducia di scampo, quindi scavalcata la siepe s'appiattò nell'oscurità dei campi e lasciò che gl'insorti, correndo e vociando, entrassero in paese e s'allontanassero. Passato il pericolo, si rizzò, prese a tutta corsa la via del monte e senza mai darsi riposo, ombroso e trepido sempre, ravvisò ben presto i tetti di Cammarata. Rifatto il respiro, già entrava nel villaggio, allorchè s'incontrò, come viddimo, nel Frazitto, cui infatto s'indirizzava.
—A Mussomeli dunque!—gridò il maggiore; ed indicato a Stampace un cavallo a lui vicino perchè lo montasse, e così seguisse con qualche agio la colonna, riordinò la partenza e a passi celeri camminò verso il borgo ribelle.
Appena costoro ebbero perduto di vista Cammarata, sul balcone del palazzo stesso nel quale Frazitto era soggiornato fu inalberato lo stendardo tricolore, ed Enzo apparendo nel vano delle imposte spalancate salutò la folla col sacro grido:
—Viva la libertà!
—Evviva Enzo!—rispose il popolo, e accalcatosi nella corte fe' suo capo l'ardito cospiratore. Il quale, solitario e prudente, aveva osservato e calcolato, scritto a Pardo, tenute salde le fila della congiura tra Palermo e Sutera, mantenuto vivo il fuoco della rivoluzione, provvedute armi, raccolto polvere e ducati. Degno seguace dello sposo di Iza, fedele ed attento esecutore de' costui ordini, aveva atteso con ansia e gioia il 5 aprile; l'allontanarsi di Frazitto fu per lui il segnale d'insorgere, e insorse.
VI.
—Viva la patria! aveva gridato Cletto irrompendo nel piazzale di Mussomeli, ed a quel grido i giovani del paese erano corsi all'arme.—Viva il riscatto! risposero avanzandosi Bino e Fuoco.—Avanti! avanti! esclamarono tutti, e più rapidi della folgore cerchiarono il mercato e piantarono la bandiera.
Orlando dagli spari e dalle grida ammonito che gl'insorti già stavano nel borgo, chiuse i suoi gendarmi nel quartiere e messone uno in vedetta attese gli eventi. Forte gli batteva in petto il cuore, e ad ogni poco temeva che i soldati si rivoltassero e uscissero. I quali infatti, prima taciti e sommessi, cominciarono a mormorare, a chieder perchè il capitano non schiacciasse il nemico sprovveduto, a dubitar di lui e del riparo, a desiderar la lotta, a invocarla, a gridare, a minacciare. Inutili comandi diede Orlando; i gendarmi spalancarono le porte e sbucarono sulla via. Una salva di fucilate li accolse; la mischia divenne subito terribile, e parecchi morti insanguinarono il selciato. Orlando, vedutosi solo e certo del trionfo dei patrioti, corse innanzi ai compagni, e a tutta voce gridò:
—A me Cletto! Viva Italia!
—Orlando, a noi!—Bino replicò,
Ma i gendarmi non cedevano, e il fuoco aumentava. Feriti e scemati, essi opposero la più disperata resistenza, e pochi contro molti vendettero cara la vita; mancate le cariche ruotarono in giro l'armi vuote con furore crescente e sempre più raggruppandosi in cerchio. Era valore degno di scopo migliore, pur italiano; e gli stessi offensori li ammiravano e compativano. Quei prodi non sapevano altro nome che quello del re, non avevano idea dell'Italia e della libertà; non pensavano che col cervello dei comandanti; difendevano l'assisa, lo stemma, le spade! Nondimeno, affievoliti e oppressi, dopo un'ora di lotta, quegl'inferociti si contarono, si trovarono venti, e viddero a sè intorno una siepe d'estinti. Le armi si erano spezzate, le fronti grondavano sudore e sangue, il numero degl'insorti cresceva ad ogni istante, provetti erano i loro duci, nessuna speranza di scampo. Piegarono quindi, ma piegarono alteri; gettarono l'armi e senza dir parola nè muover lamento s'arreser prigioni. Cessata la mischia, anco le ingiurie e le bestemmie cessarono. Il popolo sgombrò la via e si accordò qualche riposo. Le salme dei morti vennero gettate nel campo più vicino, ed ai vinti si concesse libertà col comando d'uscir da Mussomeli. Bino e Fuoco condussero Orlando in presenza di detto, ne lodarono l'amor pel paese e il coraggio con cui avea sfidate l'ire dei subordinati, e tanto fecero e dissero che Navarro (il quale temeva d'inganno ed odiava d'odio generoso la divisa che il capitano indossava) gli stese cordialmente la mano e l'abbracciò:
—Uniti da grande proposito, saremo sempre fratelli, Orlando!
—Ve ne son grato, Cletto. Quest'abbraccio mi riconforta…
—E vi ricompensa—interruppe Bino—avete molto sofferto!
—Oh sì, molto! L'assisa che vesto m'umiliava; vile fra vili temevo sempre l'oltraggio del patriota… due soli m'hanno dato speranze… coraggio… Bino e Pardo.
—Siete amico di Pardo?
—Me ne onoro, Cletto. Lui mi riabilitò, da lui ebbi consigli e sprone. Oh potessi baciarlo in volto!
—Pardo sarà presto con noi… domani, forse oggi… stanotte…
—Amici—gridò in quella, correndo loro incontro, un giovane montanaro—amici, sulla postale di Cammarata appare una colonna di regii. Il denso polverio impedisce lo scorgerne il numero, ma temo sian molti!
—Soldati?… è dunque un assalto… su, su compagni, asserragliamo le vie… barrichiamo le porte…
—Volete combatter qui?—osservò Orlando—qui?… all'aperto?… tagliati dal fiume?… esposti ai loro colpi dall'alto? no, no Cletto… pieghiamo su Acquaviva…
—Avremo Sutera alle spalle… Pardo vedrà e verrà. Acquaviva è più sicura.
—È almeno meglio difendibile.
—Dunque ad Acquaviva!—tonò Cletto; e d'un salto fu in piazza.
Intanto gli armati di Vallelunga, Villalba e Mussomeli s'erano raccolti e schierati; ed allorchè Navarro gridò loro che il nemico s'avvicinava e che giovava ordinarsi in battaglia sulle alture vicine ad una voce tutti risposero:
—Ad Acquaviva!
E ad Acquaviva giunsero mezz'ora dopo. E allora appunto Frazitto occupava Mussomeli.
VII.
Vedesti mai un tramonto d'aprile?
Il sole, dopo avere in tutta la sua pompa attraversata la valle, scendeva lento lento dietro le punte del Monte Cammarata, irraggiando quasi d'isforzo i boschi e i pendii. La parte più profonda della vallata era già immersa nelle tenebre, e il rumorio delle acque nascoste rompevano solo il silenzio. Ombre melanconiche ed uniformi velavano i dossi e le calate, e il morir quieto ma solenne del giorno le aumentava, mettendo nel villico
Una tristezza che non è dolore.
Le montagne all'ingiro, più umili del gran fratello, cerchiavano con muta eguaglianza la vasta scena, e dietro ad esse spiccava il ceruleo del cielo ingemmato dalle prime stelle. Qualche torre rompeva qua e là il monotono orizzonte, qualche squilla dava il saluto della sera, e il lontano canto del pastore addolciva la tetra calma della natura. A poco a poco però anco l'orbita infuocata del sole sparve, e con lui ogni luce animatrice. L'azzurro celeste brillò più vivo e tagliato, la luna concesse i suoi primi sorrisi, e quei raggi di argento spezzavano la tenebria e infondevano la vita pacata e solitaria della notte alle falde deserte. Le alture d'Acquaviva erano anch'esse inondate da quella luce, e perchè franate da ogni banda e segate dalla sommità ai declivii da torrentelli e gore, il contrasto dei dirupi colle spianate riusciva armonico e pittoresco. Vedute da lontano si sarebbero assomigliate a piccoli vulcani spenti, i rivoli delle cui lave impietrati brillassero al cospetto della luna, e di cui i crateri si fossero per potenza misteriosa riempiuti sotto uno smalto uniforme insieme e vago di lucidi massi e zolle fiorite. Nuotante in un oceano indefinito di splendore argenteo, il povero paesuolo s'ergeva sparso in rustici casali su quelle cime; contemplato da settentrione sembrava si librasse lassù quasi in atto di fuga, veduto da Sutera pareva rituffato da palmo invisibile nei gorghi della valle; nuova sirena, Acquaviva ingannava lo straniero; appariva bella e graziosa, era in realtà misera e poca. Abituro di mandriani e caprai, teneva aspetto di luogo delizioso, era all'incontro umile comune, eretto là in alto, fra le viscere della valle e le vette più giganti, siccome rifugio dalle bufere e dai turbini.
Questa scena alpestre, questa pace tutta montana, questa quiete riposata e tranquilla, venivano però spezzate e rotte da alte grida che partivano da Acquaviva e dalle alture vicine. Erano voci di guerra, erano urla di vittoria e rabbia, spari, rimbombi, suono d'armi percosse, lunghi sospiri soffocati, brevi bestemmie. Due schiere italiane, là, su quelle cime pure italiane, si straziavano, si uccidevano, vincevano, fuggivano, con ferri italiani, in nome d'Italia. Gli echi ripetevano quelle grida e quegli urli, e nel buio della notte avresti detto che uscissero dal seno stesso della terra, se qualche fuggitivo scorazzante alla cieca, se qualche ferito sanguinolento e sbaldanzito non fossero ad ogni poco apparsi a dar conferma alla dura realtà: nati tutti sotto lo stesso cielo, tutti parlanti l'istessa favella, tutti figliuoli della medesima patria, combattevano da ore parecchio al grido smisurato di Viva il re gli uni, Viva la libertà gli altri. Pur
«D'una terra son tutti: un linguaggio
Parlan tutti: fratelli li dice
Lo straniero: il comune lignaggio
A ognuno d'essi dal volto traspar.
Questa terra fu a tutti nutrice,
Questa terra, di sangue ora intrisa,
Che natura dall'altre ha divisa,
E ricinta coll'Alpe e col mar.
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ahi sventura! sventura! sventura!
I fratelli hanno ucciso i fratelli:
Questa orrenda novella vi do!.
Un giovane col petto squarciato, col viso sanguinoso, coi panni bruciati dal fuoco e dalla polvere, scendeva in mezzo a quel disperato turbinio dal paese lungo il corso di un piccolo torrente. Ad ogni passo inciampava, piegava le ginocchia, e se forse per solo istinto non poggiava la persona sulle mani stese al suolo cadeva e cadendo precipitava dall'alta ripa. Gli occhi smarriti, la pallida fronte, il respiro angosciato, il tremito delle membra, il sudore gelato che gli gocciava, ben dicevano che a quel misero ferito era presso la morte. Pur volle contemplare ancora un istante il triste spettacolo, e comprimendo colla destra l'affanno del cuore, si rizzò e stese la libera mano in atto di supremo saluto al paesuolo. A quello sforzo però svenne, e caduto boccheggiante sull'erba arrossata mormorò;—Italia, ricevi l'addio ultimo d'Arnoldo—e spirò. Nato e cresciuto in Acquaviva, moriva cittadino-soldato col nome di patria sulle labbra!
Guidati da Pardo, gl'insorti ributtavano con ostinato valore gli uomini di Frazitto; il quale, irato di cedere innanzi a un pugno di montanari, incuorava colle parole e coll'esempio i soldati a tener salda la bandiera del Monarca e far onore all'assisa che vestivano. E per verità combattevano da prodi, ben mostravano d'esser nipoti di quegli eroi che Murat aveva lanciati fra i ghiacci della Russia a sostegno dell'aquila francese; ma Pardo, coraggioso ed audace, ardito nelle avvisaglie e prudente ai ripari, collo sguardo rianimatore, colla parola infocata, colla mano di ferro, a tutto era pronto, tutto faceva, ordinava tutto; portato da focoso destriero, correva tutti i lati del campo, si gettava nel più folto della mischia, qui riparava i colpi diretti a un fante, là quelli minacciosi all'amico, sereno in viso siccome uomo che tenga in pugno la vittoria, orgoglioso di onorare il nome italiano. Il cavallo, quasi esso pure dividesse la gioia e l'ardenza del padrone, s'imbaldiva, impennava, correva, volava; e là dove più stretta era la tenzone, dove il fumo era più denso, dove gli spari rivaleggiavan col tuono, piombava a precipizio, questo atterrando, quello pestando.
Già da tre ore si battagliava; perocchè appena Frazitto ebbe veduto Mussomeli spoglio e deserto, aveva inseguito Cletto e raggiuntolo sulle alture. Ma la fatica non avevagli concesso di assaltar subito le barricate degl'insorti, e solo a sera potette dar il segno dell'attacco. Pardo intanto aveva raggiunta Acquaviva, raccolte le diverse brigate, distribuite armi e munizioni, dati capi e comandi, eccitati gli spiriti, studiato il terreno; e Frazitto al primo urto s'era accorto di lottare con prodi, di aver sfidato l'ingegno del più prode di Val Mazzara. Posti l'uno a fronte dell'altro, il rinnegato di Marsala e il cospiratore di Sutera, soldati di due opposte bandiere, devoti a principii ostili, fedeli a giuri avversi, non potevano nè piegare nè cedere; dal cozzo delle loro spade dovevano scaturire o la libertà delle Madonie o il servaggio della valle. Frazitto e Pardo lo sapevano; e perciò aspra e dura era la guerra; avrebber lottato sino all'infinito piuttosto che dirsi vinti e gettare le armi.
Mancava solo un'ora a mezzanotte, e Pardo voleva vincere. Serrò dunque le fila de' suoi, comandò a Cletto che ad ogni costo spezzasse la doppia schiera dei regii, ed a Diego affidò un'eletta squadra di bravi perchè cogliesse all'imprevista nelle sue ali il nemico e sfondandolo si cacciasse nel centro. Egli poi, seguito da Fuoco e Bino, e da pochi arditi, alzò il grido d'allarme e a gran furore piombò addosso al Frazitto. Fu un urto spaventevole; molti come falciati dalla morte caddero per non più risorgere. Pardo compiè prodigi; colla spada nella destra, nella sinistra la pistola, faceva largo innanzi a sè e urlando ad ogni tratto:—Muojano i nemici!—gettava di sella i cavalieri e stramazzava i pedoni. Eccitati dal calor della pugna e dal valore di Pardo, anche Bino e Fuoco rivaleggiarono coi più prodi; quei tre tanto menaron colpi e spossarono che ben presto i regi perdetter terreno e spauriti piegarono. Fu un delirio di rabbia, un violento ricambiar di fendenti e imprecazioni; nessuno rimase illeso, e il campo fu veduto seminato di agonizzanti e cadaveri, tutti feriti nel petto, caduti tutti coll'onor del valore;
Cletto e Diego, degni esecutori di Pardo, tempestarono il nemico nei lati e di fronte.
Pieni di coraggio ed entusiasti, esposero sempre sè stessi per salvar la vita dei compagni, li eccitarono ad atti di valore incredibili, apriron loro la via. E tutti, gridando Viva Italia, Viva Pardo, insegnarono ai soldati che l'amor della patria infonde in animi generosi coraggio e virtù; uccisero i feritori, feriti uccidevano. Giovani imbelli su quelle alture divennero veterani, i loro bracci parevano di ferro, i loro petti invulnerabili. Allorchè uno cadeva l'altro serrava la fila, e sempre cacciandosi innanzi portavano la strage nelle nemiche; assottigliati, raddoppiavano il valore e ben aveva diritto Pardo di gridare dal folto della carnificina:—Su, su, bravi, fatevi onore, ancora pochi colpi e nostra sarà la vittoria.—
E Orlando?
Il buon Orlando, condotti sulle alture Cletto e gli amici, era disceso in paese, e salvato dalle ire soldatesche per la divisa di capitano, aveva raccolti altri giovani e stavali alla lesta, ed il meglio possibile, ordinando, allorquando Enzo cogl'insorti di Cammarata comparve. La presenza dei fratelli dell'alto monte, di un uomo sì ardito, sì ostinato qual era Enzo, ravvivò il desiderio di menar le mani e in Orlando e nei patrioti rimasti in Mussomeli. Epperò, dato bando a qualunque assetto, tutti uniti volser le spalle al sobborgo e salirono alla volta d'Acquaviva. Ivi giunsero nell'ora in cui più dubbia ed accanita ferveva la battaglia, ed il loro arrivo (non eran molti, ma freschi e prodi) assicurò a Pardo il trionfo. Orlando ed Enzo, scorto Pardo, lo seguirono in mezzo ad un turbine di spari e polvere, e sguainate le sciabole e spianate le carabine caricarono il nemico coll'audacia dei magnanimi, onorarono sè stessi, s'accrebbero lustro. E la mischia terminava, e le grida di vittoria echeggiavano dovunque, allorchè Orlando come percosso da un pugno barcollò e cadde rovescioni: Buscemo Stampace vedutolo l'aveva preso di mira e gettato morto da sella!
Caduto Orlando, Buscemo, cacciato dal demone dell'odio, fatto coraggioso dalla paura, spronò il cavallo contro Fuoco ed avventandosegli addosso, disse con voce irata e rabbiosa:
—Fuoco, Fuoco, e la lettera l'hai recata?
—Voi Stampace?
—Rendi l'arme, gaglioffo.
—Ah, furfante!—e Fuoco, colto all'improvvisto da un colpo scaricatogli alle spalle, gettò la spada e dato furiosamente di piglio al fucile, immerse la baionetta nel ventre al traditore, e sì d'impeto che il sangue sprizzato dalla larga ferita gl'insudiciò mani e viso. Frazitto, che poco lungi duellava con Pardo, si scagliò livido di rabbia sul giovinetto, e, rizzatosi sull'animale, calò un fendente tanto assestato sul cranio di lui che il filo della spada tagliato il cerebro ripercosse sulle mascelle, Fuoco, orribilmente mutilato, stramazzò al suolo; ed intanto Buscemo veniva sollevato dai soldati e recato in salvamento. Pardo vide, intravvide, avvampò d'ira, impallidì, ed urlando vendetta piombò sul maggiore.
Diego e Cletto accorsi essi pure allo strazio del povero Fuoco, perdettero il lume della ragione, e mugghiando terribilmente si precipitarono in mezzo ai nemici. I cavalli, crivellati da palle e punture, caddero bocconi, ed i due temerari, impigliati nelle staffe, furono per loro gran malanno subito circondati. Percossi coi calci delle carabine e sforacchiati da una pioggia di colpi, Cletto e Diego penarono lunga pezza a trarsi di sotto ai morti corridori, ma appena ebbero libera la persona saltarono in piedi e alla gragnuola risposero con una fitta di botte che mai si vide la più disperata. Benchè due contro dieci, pur si difesero da eroi, e vivo sangue lor spicciava da ogni dove. Mani, coscie, reni, collo, faccia, tutto il corpo fu loro ferito, e così grondanti e sfatti incutevano spavento agli stessi assalitori. Infiacchiti e stremati, percossi senza tregua, sentirono però vacillar le ginocchia, s'accosciarono, e già moribondi tenevano in rispetto quella mano di codardi. E codardi eran davvero, perocchè ammazzavano due morti….. Non hai ancor letti i nomi di Diego e Cletto scritti a caratteri d'oro nel sacro libro dei nostri martiri?
La battaglia ora terminata, i regii in fuga, gl'insorti padroni delle alture avevano inalberato lo stendardo tricolore sul campanile. Nondimeno Pardo e Frazitto combattevano ancora, e il loro era duello a morte; serrati l'un contro l'altro, avevano le armi e le vesti spezzate, e col solo troncone della spada si squarciavano le membra chiazzandosele di sangue in omaggio d'eguaglianza selvaggia. Gli occhi volevano schizzare dalle orbite, i denti battevano, il palpito de' due cuori era febbrile e violento, un tremito di convulso livore correva loro attraverso la persona: il delirio della tenzone riusciva al suo colmo, e però fu giocoforza finissero. Raccolte tutte le sue forze Pardo abbracciò stretto l'avversario, l'atterrò, e cadendogli sopra gli tuffò e rituffò con gioia suprema l'avanzo del ferro nel petto. Frazitto non diè un grido, non mosse palpebra, e morì brandendo tuttavia stretta in pugno la sciabola gocciante. Pardo a lenti passi s'allontanò e appiè della torre poco discosta cadde svenuto.
VIII.
Spuntava l'alba del 6 e gran folla di popolo s'accalcava sul piazzale d'Acquaviva. Adagiato su poca paglia lungo i gradini della chiesa, un uomo, tutto insanguinato, lottava colla morte, e nella sua agonia sorrideva. Inginocchiata a lui d'accanto, una giovane donna piangente e discinta gli tergeva con pannolino il sudore, e con affetto sublime lo baciava in fronte. Dolore acuto e profondo era quello della donna, e ne' suoi occhi velati e gonfi dalle lagrime ognun leggeva la storia d'un amore sviscerato e imperituro. Chini sul morente, due giovani montanari ne contemplavano con visibile angoscia le ferite fasciate e le labbra semiaperte; avrebber di cuore sacrificata parte della loro vigoria per salvar la vita dell'amico; non piangevano, ma i loro sospiri e l'agitazione de' loro sembianti attestavano il cupo e mal celato strazio dell'animo. La folla stessa singhiozzava; il prematuro e fatale morir di quell'uomo era dunque un affanno comune, tutti sentivano che in lui si spegneva un'esistenza preziosa, si recidevano speranze lungamente nutrite, affezioni cementate dai fatti.
—Addio, Iza mia… addio Enzo, Bino addio… ed a voi pure popolani… addio! muoio… ma muoio contento… la mia valle è risorta… e l'isola respira! Abbiate sempre cara la libertà… sull'altare di essa deponete rancori ed odii… amatela, la patria… questa terra nostra… questa terra… Oh, sento mancarmi le ultime forze… addio amici… Iza, Iza mia, ricordati del tuo Pardo… amalo anche morto… e spesso parla di me alla vecchia Rosalia… ai villici di Sutera… Oh Sutera!… ieri fuggivo… esulavo… oggi eccomi ucciso… Addio Iza… Iza!… dammi l'ultimo bacio!—E colle braccia strinse al seno la desolata sposa, baciandola, ribaciandola, coll'impeto dell'abbandono estremo. Iza, vinta da tanto dolore, teneva fissi gli sguardi negli occhi di Pardo; e le suppliche d'Enzo e Bino perchè di là si levasse, si togliesse a quel luttuoso spettacolo, a nulla valsero; nessun conforto, consolazione nessuna ascoltò… abbracciava ancora le spoglie del marito che le campane salutavano con mesta melodia il sole risorto.
IX.
Nove mesi dopo la tragedia d'Acquaviva Buscemo entrava commissario d'ordine e pace in Barletta. Riverito siccome personaggio potente, la città fu parata a letizia per festeggiare l'eroe di Val Mazzara!
Così era salutato nelle Puglie Buscemo Stampace.
PIERIO
STORIA DI VAL DI MONE.
«Tutto dolor!… una memoria segna
Cui non cancella il sangue
E per età non langue.»
Mariannina Coffa Caruso.
I.
Era un mattino di maggio. Il cielo sereno come suole nella poetica plaga dello Stretto veniva tagliato nel suo lontano orizzonte dalle vette degli Apennini di Calabria, ed il sole già sorto indorava con fantastica armonia le tremule acque del mar messinese. Il placido venticello della primavera scuoteva le fronde degli alberi ed agitava sullo stelo le erbe del campo ed i fiorellini del prato. Il pispissio dei passeri e delle rondini risuonava melodioso nella gran pace di natura, e lo squillo dei corni pastorali interrotto a tratti dai vaghi concerti delle campane dei villaggi seminati sulla pendice delle montagne e lungo la costiera cresceva incanto al sorriso della terra. Sembrava tornasse la vita alle piante ed all'onde, e gli uccelli salutassero col canto il ritorno dell'astro lumeggiante. La purezza dell'aria, lo spiccato del cielo, il verde delle vette, lo smeraldo dell'acque di Pace e Scilla: tutto ricordava la beata Sicilia, coll'atmosfera rapita alla torrida India.
A chi abbandona le casupole del Faro per ascendere il monte, s'apre a poca distanza dal mare una strada larga ma erta, sassosa e qui e là interrotta da torrentelli e gore. È l'unica via che metta a Curcoraggio, povero paesuolo a sei miglia dalla costa e che veduto dal ponte delle navi par costrutto a precipizio poco in su di Messina. Di là tu vedi la patria di Maurolico, e la cittadella che oggi la difende: di là scorgi confusa nelle penombre delle falde Aspromonte e Reggio, la terra delle fate, col suo castello rossastro e col dosso smaltato di ville e palazzotti; di là ammiri la pittoresca cascata del San Giovanni e la fuga di colli e colline che, staccate dai bruni monti ritti a lor tergo, scendono in dolci e fruttiferi declivii al mare in cui par s'immergano e scompaiano. Ampia veduta hai lassù, e quasi ti sembra d'aver più libero il respiro, più facile la parola, più maschie le idee. Sospeso tra cielo ed acque contempli la maestà del creato e saluti colla poesia del pensiero l'onnipotenza degli elementi e l'immensità degli esseri. Là vivi vita vera, e le sole ali ti mancano a spiegar il volo dal ceppo all'alta volta delle sfere.
Su quella strada camminavano due uomini. Amendue rozzamente vestiti ma con pulitezza, portavano ad armacollo lo schioppo ed appesa alla cintola l'aguzza falce dei montanari di Val di Mone. Il loro passo era rapido, e siccome nati fra quelle balze, lesti varcavano i massi per ogni dove seminati ed oltrepassavano i ruscellini impaludanti la via. Parlavano concitati, ed a chi li avesse veduti da lontano sarebbe sembrato altercassero e quasi venissero d'istante in istante alle mani. Eppure erano amici, ed il loro dialogo calmo e composto. Il più grande di essi era anche il più vecchio, e nei vivi lampi dell'occhio mostrava la piena degli affetti che gli tenzonavano in cuore, nel mentre col pugno sul calcio scuoteva a violenti scosse l'arme sorella. Il giovane avea neri capelli o mustacchi, ed un sorriso amaro e beffardo muovevagli le labbra e gli aggrottava lo ciglia. Il primo si chiamava Bizco, il secondo Pierio. Il padre s'appoggiava al figlio, e spesso lo contemplava collo sguardo, quasi scrutasse tacito il di lui pensiero e volesse indovinare quali divisamenti rimuginasse in cervello.
—È cosa orribile… non so più contenermi.
—Ah sì, l'offesa è profonda!
—La cancellerò col sangue!
—No, Bizco, non cimentatevi. Il nemico è forte… e noi…
—Io pure son forte… vedi queste braccia? hanno calati fendenti mortali laggiù… vedi questa cicatrice che mi sfregia? l'ebbi al passaggio del Po, combattendo da prode… ed avrò paura d'un codardo seduttore? no, no, figlio, non temere… son forte!
—Oh sì, siete forte!… ma povero!
—Colui, lo so, è ricco… ma per Bizco…
—Zitto, padre mio… ecco Zelmira.
—Non una parola, Pierio!
Affrettarono il passo e raggiunsero lo spianato dell'umile chiesuola del paese. Ivi sostarono, e vedendo la giovinetta muovere alla lor volta in atto di sorpresa, si scambiarono un'occhiata eloquente, e separaronsi. Ma prima che Pierio si fosse allontanato, Bizco gli strinse con isforzo la mano, lo mirò fiso, e disse con lenta voce solenne:
—Lo giuri?
E siccome il giovane esitava alquanto ed alzava le palme quasi pregasse, Bizco replicò con ira mal repressa:
—Lo giuri?
—Lo giuro!
II.
—Mia buona Zelmira… adorata figliuola mia… come stai oggi?… e la tosse?
—Buon giorno, padre mio. Oggi, sì, oggi sto bene. Ma ieri! oh Dio, il petto mi si voleva spezzare… Sì, sto meglio! Che bel sole, padre, che allegra giornata!… Dite, non vi sembra che il tepore di queste aure mi ridoni beltà e vigoria?
—Sì, sì, Zelmira, tutto quello che vuoi. Ma non ricordar più le passate sciagure! non vedi che mi fai piangere?
E a quell'uomo, abbronzato in volto e dalla mano di ferro, si inumidivano le ciglia al triste ricordo dell'onta.
—Padre, anche quando sarò morta, vi ricorderete di me? della povera vostra Zelmira, innocente… sventurata?… sì, n'è vero?
Non era bella Zelmira, ma due grandi occhi neri che le brillavano in viso la facevano leggiadra e amata, sì che i giovani del contado corteggiavanla. Il suo portamento era modesto insieme e altero; la voce argentina, flebile, melodiosa. Pallida sempre, le guancie le si tingevano in vermiglio solo allorchè i robusti e bei montanari del villaggio l'occhieggiassero o le augurassero il buon dì e il felice riposo. Aveva risvegliata simpatia in tutti i vicini, e molti l'avrebbero chiesta sposa se non fosse stata sul fior degli anni rapita dal dolore! Contavane appena diciotto, eppure quanti guai avevano spenta nel di lei giovane cuore la poesia della vita! Tradita nel suo unico amore, come rosa avvizzita dal vento gelato dell'Alpi anzichè sbocci, Zelmira deperiva, dimagrava, soffriva: destino fatale la trascinava alla tomba, senza posa, senza tregua! Era la lenta agonia del mal sottile, il fuoco dell'esistenza le si spegneva ad ogni ora, costante: oh, povera fanciulla, come presto ti si sfrondò la corona delle illusioni!
—E Pierio perchè si allontanò?
—Tuo fratello deve calare a Messina. Se n'è ito a desinare, e fra un'ora sarà in viaggio.
—E voi rimanete?
—Sì, Zelmira, oggi starò teco: abbiamo a goderci il mezzogiorno sull'aia. I tuoi polli ci razzoleranno daccanto, e il vecchio barbone abbaierà di letizia.
—Davvero?
Bizco abbracciò la giovanetta, e cingendola colle braccia la mirò con ineffabile affezione. E dopo aver così sostato alcun poco, s'avviò, sempre sorridendo agli amplessi della figliuola. Una casa, di modesta e pulita apparenza, chiudeva verso monte la piccola piazza della chiesa, ed in quella entrarono.
—Giaimo, Giaimo!
Così gridò un fanciullino che baloccava sulla porta, ed intanto corse incontro al genitore ed alla sorella. Il chiamato apparve: era uomo tarchiato e di atletiche forme, con barba nera e lunga, calvo, in giubba.
—Oh Bizco, ben tornato! E voi, nipotina?
—Oh zio, buon dì!
III.
Se non ti par fatica, trasportati ora, o lettore, sul largo che sta innanzi al porto, in Patti. Un piroscafo a ruote, il Ciullo d'Alcamo, fuma poco più in là della lanterna, ed una lancia guidata dal capitano sta aspettando l'imbarco dei passeggieri. I quali, aggruppati sulla spiaggia, stringono improvvise amicizie e si augurano a vicenda placido mare. Ad un cenno del più autorevole fra loro, scesero alla gondola, e colle gare consuete di precedenza vi s'assisero. Ultimi a collocarsi, furono una vecchia matrona, una giovinetta pallida e spaurita per la nuova scena, ed un giovine bello ed alto, di elegante e ricercato portamento, riccamente abbigliato. Allorchè tutto fu quieto, la lancia partì, e poco dopo un marinaio l'assicurava alla scala d'imbarco del vapore. Il capitano e il piloto aiutarono i viaggiatori a salire, ed allorquando ebber recate sotto coverta le valigie, raccomandarono la zattera al fianco e sospesero al bordo la scala. Non passò mezz'ora che l'ordine della partenza fu dato, e il Ciullo issata bandiera s'allontanò. Nessun vento agitava le acque, e la bonaccia propizia rallegrava la piccola colonia navigante. A poco a poco Patti si confuse colle nebbie, e non tardarono a scomparire anche i grigi lembi dell'isola. La sera sopraggiunta, i passeggieri lasciarono il cassero e scesero nella sala e nelle cabine coricandosi alcuni, altri leggendo o ciarlando. I due giovani e la vecchia auguratosi il buon riposo si separarono e ciascuno si chiuse nella stanzuccia. Il nostromo e la guardia sedettero ai loro posti, i navighieri si sdraiarono sulle gomene e nelle brande, il capitano passeggiò lunga pezza ed alla fine calò egli pure. Verso mezzanotte tranquillità perfetta regnò nella nave, e la quiete degli uomini e della natura veniva soltanto di ora in ora interrotta dall'all'erta sto del mozzo di trinchetto.
Una notte sul mare risveglia la poesia anco nei cervelli più ottusi. La brezza placida e fresca che increspa la levigata superficie di esso, la luce opaca e serena del cielo, lo sfumar lontano delle isole e della spiaggia, l'immenso orizzonte sconfinato alla vista ed eccelso lassù sotto la volta stellata, il silenzio delle cose, tutto concilia a pacata malinconia ed a meditazione poetica. Lo smisurato volume delle acque che fiottano ai fianchi della nave, il pallido azzurro che sublime diffondesi nell'alto aggiungono maestà alla portentosa scena notturna, e ben aveva ragione il Byron di prediligere la smorta luce della notte ed amare le lagune di Venezia e le scogliere di Grecia allorchè inargentate dal casto raggio della luna gli rinnovavano le fantasie delle fate, e risovvenivangli le leggende della mezza età coi folletti incantatori e le vergini nettunie.
Narra la leggenda che sull'estrema punta del Capo Bianco vivesse nel buio dei tempi una misteriosa sirena, la quale e col canto melodioso e col suono affascinatore innamorava i naviganti, ed attiratili a sè li baciava poi li uccideva. Il lampo dello sguardo, il miele delle labbra, la voluttà delle membra conquidevano i meschini predestinati; e il Poeta continua dicendo che durante l'agonia di essi la selvaggia sirena tripudiava. Ai lamenti ed alle lagrime degli assassinati ella rispondeva con sorrisi e carole; epperò appena morti li gettava a mare pasto eletto all'orco. Più di mille (così la favola) perirono di questa morte, e con essi eziandio un sacerdote del tempio ed un figlio del tiranno; ma l'ira degli Dei scoppiò qual folgore all'annuncio che il loro messaggero era caduto sotto la scure della sirena, ed uno fra d'essi, calato in segreto durante la notte, agguantò la vaga del Capo Bianco e reggendola per le chiome sui venti la trascinò fin sul cratere dell'Etna e in quello precipitolla!
Il Ciullo era già da un'ora passato innanzi a questo Capo e la torre di Milazzo già s'era perduta nel lontano orizzonte, allorchè l'alba sorse. E coll'alba, ridestaronsi anco i passeggieri, i quali salirono il ponte e là fuori all'aperto, alla larga, si ristorarono tutti e se ne rallegrarono insieme. Spirava un'aria tepida e leggera che rifaceva la vita, e la fioca luce del crepuscolo innondando ognor più la vasta faccia del mare mano mano che l'aurora diveniva giorno pigliavano forma e colori le nebbiose spiagge che si scoprivano allo sguardo, e qualcuno salutò con gioia rumorosa le incerte ma eccelse cime dei monti calabresi. Eziandio il gran Faro apparve, e con lui si fecero distinte e spiccate le rive che da Divieto corrono a Cariddi: i delfini guizzavano nelle dorate onde intorn'al battello, e là e qui gli esoceti saltatori spiccavano ameni voli disegnando fuor d'acqua una rapida curva di spruzzi lucentati dai primi raggi del sole montante. Il vapore s'accostava all'isola, e dall'alto del cassero il capitano guidò l'imboccatura dello stretto e comandò la girata a destra.
—Oh il felice mattino, Arrigo!
—Sì, mia Emma, è davvero ridente. Se dal mattino si giudica il giorno passeremo un bel dì.
—Passarlo con te!
—È il mattino degl'innamorati, Emma!
—Arrigo… quanto sei lieto!
—Emma, a te vicino, poss'io aver tristezze?
—Ci vorremo sempre bene… non è vero?
—Sì, sì, cuor mio, sempre, sempre… non è noioso l'amor tuo!…
Emma, Emma… quanto sei buona!
—Saremo felici!
—Sì, felici, Emma mia.
—E se qualche nube sorgesse ad oscurare il mezzogiorno…
—Della nostra felicità? la caccieremo!… posso aver rivali? nessun padre, nessun fratello… oh via, allora eran pazzie di giovinezza! e quei malcreati credevan veri i miei baci!… era un passatempo d'autunno!… sciocchi!…
—E ci ameremo tanto tanto!
—Ci adoreremo, Emma.
—Non ti pare, Arrigo mio, che il sorriso di questo bello stretto aggiunga gioia alla nostra contentezza?
—Sempre poetica la mia Emma! oh la fortunata coppia che sarà la nostra!… giovani, ricchi… possiamo desiderarla migliore?
—Arrigo!
—Emma!
Così parlavano il seduttor di Zelmira e l'unica figliuola del barone di Santa Marina. Teneramente abbracciati, questi giovani sposi si scambiavano sorrisi e promesse, e da quell'umile angolo della nave pregustavano le delizie e le feste del palazzo che li attendeva in Messina. La madre ritta a pochi passi da loro li contemplava in consolato silenzio, e benediceva dal cuore la fortuna toccata ad Emma sua; la quale di volta in volta piegava mollemente la leggiadra testolina verso la mamma e rispondeva con un sorriso tutto vergineo e pudico ai baci che questa le inviava ed ai saluti della mano. Era davvero una bella scena, ed Arrigo ne tripudiava: l'amore di Emma, l'affezione della baronessa madre, lo rapivano e gli erano augurio auspicato di felice avvenire! Oh chi sa leggere nel gran libro degli arcani? chi sa divinare il futuro? Arrigo ed Emma, beati d'amore, non sognavano che amore!
Il piroscafo oltrepassato il torrione del Faro, costeggiava la riva destra, e già stava per passar innanzi alle casupole peschereccie che si aggruppano numerose intorno alla Lanterna. Qualche tartana approdava allora appunto, e parecchi montanini fissavano dalle ripe con occhio curioso il postale del mattino. I passeggieri s'erano anch'essi raggruppati sul cassero e gettavano allegre occhiate sulla riva poco lontana; Arrigo anzi scorto fra le lunghe siepi di fichi il povero Curcoraggio l'additava coll'indice teso all'Emma ed un sorriso gelato gli sfiorava le labbra descrivendolo alla madre… lo sciagurato narrava con ischerno il corteggiamento di Zelmira, la passione ispiratale, le promesse fatte e tradite, l'improvviso abbandono, la sdegnosa accoglienza usata alle preghiere ed ai pianti!
—Era un passatempo d'autunno!… sciocchi!
Il capitano stesso affrettava le ultime manovre ed il piloto curvo sulla guida fissava l'apparsa città, allorchè dalle caldaie si gridò con voce alta e sonante, con impeto disperato: Fuoco! fuoco! E nel medesimo tempo uno scoppio terribile ghiacciava il sangue nelle vene agli astanti.
IV.
Poco dopo una fiamma alta e viva arrossava le onde. La macchina della nave era scoppiata ed i fianchi di questa mal robusti per resistere al violento urto andavano man mano squarciandosi. Il fuochista rimase morto, ed intanto fra sì disperata confusione d'uomini e attrezzi l'acqua irrompeva a larghi fiotti attraverso i vani e il Ciullo affondava. I passeggieri stretti in gruppo sulla tolda gettavano grida addolorate e miravano con lugubre esitanza quello sfascio completo, irresistibile. Il capitano però e l'equipaggio, benchè esterrefatti e sconsolati, lavoravano a tutt'uomo a rattener colle pompe l'elemento invasore, e qualche mozzo sceso nella stiva sudava a turar fessure e precipitar pesi, ma invano. L'acqua cresceva, cresceva, la nave era irreparabilmente perduta!
—Emma mia, Emma mia… salvati, salvati!
—Oh madre mia! morir sì giovane… in mare!
—Emma, vieni a me.
—Arrigo, Arrigo, salva mia madre!
—Ah sciagura! qual'orribil fine! la nave cola e nessuno ci aiuta!
—Aiuto, aiuto!
—La mia cara Emma… Emma mia… baciami in volto…
—Madre… non so più reggermi! mi batte terribilmente il cuore… vacillo… aiuto, aiuto!
—Aiuto, aiuto!
—Arrigo, Arrigo mio, ricordati di me… della tua Emma…
—Emma, Emma… non disperare… il capitano calerà la scialuppa…
—Non vedi che abbrucia?
—E nessuno ci salva?… maledizione!
—Nessuno!!! nessuno?… tutto il mio oro a chi salva la figlia del barone…
—Emma, Emma, dammi un amplesso.
—Soccorso, soccorso!
Soccorso, soccorso! gridavano tutti, e colle mani giunte, cogli occhi rivolti al cielo, colle ginocchia piegate, aspettavano l'aiuto supremo, e piangevano!