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I MISTERI DEL PROCESSO
MONTI E TOGNETTI
ROMANZO
di
G^no SANVITTORE
ROMANO
VOLUME UNICO
MILANO
Presso CESARE CIOFFI, Editore
Via S. Zeno, N. 7.
1869
Proprietà letteraria, a norma della legge 25 giugno 1863, N. 2337.
Tip Guglielmini.
MONTI E TOGNETTI
I.
Il prete di vettura.
V'ha in Roma una classe di preti diseredati, che non hanno alcuna parte nell'orgia dei lauti piatti e delle grasse prebende. Questi sciagurati vengono chiamati comunemente preti di vettura.
Per essi il maggior provento di lucro è quello che traggono dai mortori; e perciò a somiglianza dei corvi costoro fiutano l'odore dei morti, e calano a stormo sul fresco cadavere di un estinto.
La loro opera, tanto per l'associazione, come per la messa, viene appigionata da un sensale, che contratta a cottimo col sagrestano della parocchia, gli fornisce un dato numero di preti, e distribuisce a ciascuno di essi la dovuta mercede. La parte migliore del mortorio rimane naturalmente al sensale e al sagrestano; quelli che ne ricavano minor profitto sono i preti di vettura.
Questi preti traggono dunque una magra esistenza, accanto alle lautezze dei prelati e dei cardinali. Potrebbero paragonarsi al mendico che raccatta le briciole sotto la mensa dell'Epulone.
Un prete di vettura, fra i cinquanta e i sessant'anni, piccolo, magro, con un viso da buon uomo, su cui stavano dipinte le afflizioni di una vita stentata, il quale rispondeva appunto al nome di don Omobono, sgambettava per le vie di Roma, nella mattina del giorno 22 ottobre 1867.
Il suo cappello colle ale disfatte, il suo abito stretto e monco, le calze di un nero rossastro, e le scarpe scalcagnate attestavano lo stato poco florido delle sue finanze; mentre i lineamenti del suo volto smunto portavano l'impronta della timidezza e della rassegnazione.
Don Omobono entrò in una modesta casa della Longara, e salita una scala, bussò a una porta di povera apparenza.
—Avanti! disse dall'interno una voce di donna.
Il prete tirò la funicella che alzava il saliscendi, ed entrò, dicendo:
—Lodato sia Gesù Cristo!
—Sempre sia lodato! rispose una donna di età avanzata, dalle sembianze oneste, dall'aspetto pulito, la quale stava seduta presso una tavola facendo la calza.
Era una stanza meschina, ma posta in buon assetto.
—Signora Maria, soggiunse il sacerdote, sono venuto a incomodarvi…
—Anzi!… disse la donna. Don Omobono, accomodatevi.
—Sono venuto per quella messa che siete solita a far dire tutte le settimane per le anime del purgatorio.
—Bravo! appunto vi aspettava.
—Solamente… sarei a pregarvi questa volta di aumentare la elemosina… Non mi è proprio possibile dirla per venti soldi, bisogna che me ne diate almeno ventidue. Se sapeste in che panni mi trovo!…
—Cosa volete che dica?… anch'io sono poveretta… ma ve li darò…
Capisco che anche voi dovete campare.
—Si campa malamente, signora Maria! E poi con questa paura in corpo!…
E don Omobono accompagnò con un profondo sospirone quella espressiva reticenza.
La signora Maria sospese il suo lavoro, e guardando in faccia il prete, chiese con ansietà:
—Che c'è di nuovo quest'oggi?
—C'è di nuovo che questi spiritati garibaldini si vanno avvicinando alle porte di Roma: questa mattina stando a Porta del Popolo si sentivano le cannonate dalla parte di Ponte Molle. Se fanno tanto di passare il ponte, siamo belli e fritti; santa Vergine, che mai sarà di noi?
—Non vi spaventate poi tanto, don Omobono! E che credete? che i garibaldini entrando in Roma vorranno farvi del male? Scacciatevi dalla mente queste idee; essi non vogliono infin dei conti far altro che abbattere il governo del Santo Padre. Ma che vogliano commettere delle stragi e degli assassinii, questo non è possibile.
—Per me, signora Maria, non mi ci fido punto. In questo momento piuttosto che essere in Roma, vorrei trovarmi… che so io? al Perù, a Messico, e quasi quasi all'inferno, che Dio me lo perdoni. Solo il pensiero di vedere i garibaldini mi fa venire la pelle d'oca.
—Ma Garibaldi, sapete pure che non si trova cogl'insorti: egli è sempre a Caprera, dov'è guardato a vista.
—Ma con questi demoni ci sta però suo figlio, che sarà m'immagino un diavolo incarnato come suo padre. Domine! Domine! Libera nos Domine!
E così dicendo, don Omobono tutto tremante fece un segnale scongiuratore dell'esorcismo.
—Io torno a dirvi che vi calmiate, riprese Maria. Che cosa avete a temere voi che siete un povero prete infelice, che vivete si può dire di carità, e non avete mai fatto male ad alcuno?
—Oh questo poi è vero! non ho mai fatto male nemmeno a una mosca.
—Sono i cardinali, i prelati che devono temere, poichè per essi si avvicina il termine del potere e delle delizie mondane.
—Signora Maria! esclamò il pretoccolo, spalancando tanto d'occhi, anche voi! Che cosa mi fate sentire!
—Oh sì! lasciatemelo dire, proseguì la donna con maggior calore. Se tutti i sacerdoti fossero come voi, poveretto, che vivete a stento, e siete incapace di far del male, le cose della nostra santa religione andrebbero meglio. Sono i vizi dei cardinali, e della corte papale che hanno prodotti tanti scandali e tante eresie.
—Che cosa mi tocca sentire!
—Se volete dire la verità, don Omobono, pensate così anche voi.
In quella si aperse la porta ed entrò nella stanza un giovane sui ventidue anni: aveva una corporatura svelta, il volto melanconico, gli occhi vivaci; portava le vesti semplici dell'operaio romano. Quel giovane era il figlio di Maria, era Gaetano Tognetti.
—Mamma! mamma! esclamò egli, entrando in fretta, ed altro avrebbe aggiunto, ma quando vide il prete si oscurò nel volto, e tacque.
—Gaetano! soggiunse la madre. Che cosa volevi dirmi?
—Niente, niente; non serve, rispose Tognetti, che si era posto di cattivo umore, e andava guardando in cagnesco don Omobono.
Questi se ne accorse, e si levò in piedi.
—La non s'incomodi, sor prete, disse il giovane. Rimanga seduto.
—Oh no, signore! anzi me ne vado via. Signora Maria, vi riverisco.
Signor Gaetano!
—Le son servo.
La buona donna, levatasi in piedi, accompagnò il prete fino alla porta, e quivi prendendo la sua mano per baciarla, vi pose un cartocetto di soldi, che si era tolto dalla saccoccia.
—Don Omobono, mi raccomando alle vostre orazioni.
—Vi servirò indegnamente, rispose il prete, e se ne andò.
—Pare impossibile, mamma, che debba sempre trovarti con dei preti! disse Gaetano, quando fu solo con Maria.
—Quegli, vedi, rispose essa, è un buonissimo uomo, e son certa che le sue preghiere valgono qualche cosa presso il Signore. Ebbene, Gaetano, che cosa volevi dirmi? Sei entrato tutto ansioso!
—Voleva dirti, mamma, che ho avuto proprio adesso una bella notizia.
Garibaldi è riuscito a partire da Caprera, e in questo momento si
trova alla testa dei volontari. Anche uno sforzo ad essi saranno in
Roma. Però…
Il giovine s'interruppe.
—Però che cosa? chiese ansiosamente la madre. Perchè ti sei fermato?
—Non ti spaventare sai, non ti angustiare per quello che ti dirò; è bene che io ti prevenga, ma vedrai che tutto andrà bene.
—Oh Dio! spiegati dunque.
—Capisci bene che in questo momento decisivo la città di Roma non può restarsene inoperosa; sarebbe un'infamia eterna per noi altri romani, se non avessimo partecipato al movimento. È vero che c'è una grande quantità di romani là fuori fra i volontari, ma pure anche quei di dentro bisogna che facciano qualche cosa.
—Dunque si farà una rivoluzione! esclamò la madre di più in più atterrita. E tu vi prenderai parte! E rimarrai ferito… morto, fors'anche!… Ah no, Gaetano, per amor di Dio!…
—Ecco qua come sono le donne! L'ho detto io che ti saresti subito spaventata. Ho voluto prevenirti, appunto perchè non ti agitassi troppo. Non v'è niente d'aver paura; sai, non si tratta che di una semplice dimostrazione, si faranno quattro schiopettate, e…
—Ah!
La madre mandò un grido, che le partì dal cuore, all'idea del pericolo che avrebbe corso il suo Gaetano in una mischia.
—No, no, soggiunse egli, che avvedutosi dell'effetto che avevano prodotto le sue parole, voleva attenuarne l'importanza. No, voleva dire che si spareranno delle bombe… cioè no! insomma sarà l'affare di un momento. E vuoi che io, proprio io, sia colpito? Eh! non c'è paura!
Maria si asciugò tacitamente gli occhi pregni di lagrime, poi disse:
—Povere donne! ecco qua il nostro destino: facciamo dei figli, diamo loro il nostro latte, li alleviamo con istenti e fatiche, perchè poi si espongano a questi rischi, per vederli un giorno feriti… insanguinati… Oh no! Gaetano, no, insomma: tu non devi esporti a quel modo. Lascia che gli altri vadano, ma tu…
—Se tutti dicessero così non si farebbe nulla… bisogna bene che
qualcuno si esponga. Via, mamma, calmati. Tu pregherai la Beata
Vergine, e vedrai che non mi succederà niente di male. È venuto
Curzio?
—Non s'è visto ancora.
—Eppure non v'è un'ora da perdere! Esclamò Tognetti. Bisogna che intanto io vada…
—Dove? gridò Maria con ispavento.
—Qua vicino… a vedere un amico.
—Ah no! tu non vuoi ritornare.
—Ti giuro che devo veder Curzio qui a mezzogiorno; e mancano pochi minuti. Sta sicura che vado e ritorno sul momento.
Tognetti aveva appena finito di pronunziare queste parole, e strette le mani della madre fra le sue affettuosamente, stava per avviarsi, quando s'intese a bussare alla porta. Maria andò ad aprire.
Una signora dall'apparenza aristocratica, tutta vestita di nero, e col capo coperto di un velo, che scendeva a celarle la faccia, apparve sulla soglia.
II.
Il segreto di una madre.
Maria non si mostrò punto sorpresa della visita; pareva ch'essa aspettasse quella persona.
La signora sconosciuta si fermò sulla porta, e chiese piano a Maria:
—Chi è quell'uomo?
—Non temete, signora, rispose a bassa voce la povera donna. È mio figlio.
Poi siccome pareva che quella esitasse, aggiunse più piano:
—Entrate pure!
Mentre la signora si avanzava nella stanza, Gaetano meravigliato trasse in disparte la madre, e le chiese.
—Chi è quella signora?
Maria parve imbarazzata a rispondere, e mormorò fra i denti:
—È… una mia amica.
—Ohè mamma! soggiunse Tognetti in tuono faceto. Tua amica una signora di quello stampo! Se tu non fossi quella brava donna che sei, faresti pensare…
E sorridendo il giovane baciò la mano alla madre, e mosse verso la porta.
Maria lo fermò per un braccio, e disse con tuono espressivo:
—Dunque ritorni!
—Fra cinque minuti, rispose Gaetano. Anzi se viene Curzio gli dirai che mi aspetti.
—Pensa, replicò la madre, che mi lasci nella maggior angoscia.
—Non temere! disse Gaetano.
Poi, volgendosi alla signora velata, ch'era rimasta immobile in piedi, nel mezzo della stanza, la salutò chinando la testa.
—Signora!
Ed uscì.
Appena fu partito il figlio, Maria accorse accanto alla donna, dicendole:
—Perdonate, signora!
Questa rispose con un'amichevole stretta di mano, poi dopo aver guardato intorno, per assicurarsi ch'ella era sola con Maria, alzò il velo nero che le copriva il volto.
La principessa Rizzi ch'era dessa, era una donna, che sebbene avesse varcato il limite dell'età giovanile, conservava tutto il prestigio di una possente bellezza. La sua statura elevata, le forme statuarie, le trecce d'ebano, gli occhi eloquenti, il profilo veramente romano formavano un insieme che destava l'ammirazione, e imponeva il rispetto.
Gli anni non avevano recata una ruga su quella fronte maestosa, quelle labbra incantevoli conservavano tutta la freschezza dell'adolescenza.
—Perdonate! proseguiva Maria. In questi momenti io sono tanto angustiata! Sto in pena per la vita di mio figlio.
—Buona Maria! soggiunse la principessa. Il mio cuore comprende le angoscie del tuo: pel cuore non v'è distinzione di gradi sociali: il cuore delle madri è sempre lo stesso, lo ti trovo tremante per la vita di tuo figlio, e io venni appunto, perchè anch'io temo per la sicurezza del figlio mio. È necessario che io lo veda.
—Egli deve venir qui fra poco, rispose Maria. Ha un appuntamento con
Gaetano.
—Povera Maria! riprese la principessa prendendola per mano. Tu fosti una seconda madre pel mio Curzio; tu gli hai dato il tuo latte, gli hai prodigate le tue cure. Quanto debbo esserti riconoscente! Ma dimmi: egli ignora sempre chi sia la madre sua?
—Sempre. Io gliel'ho tenuto occulto questo segreto, come voi mi avete imposto.
—Ed egli non ha indovinato che le mie premure, il mio affetto, avevano una sorgente pura, innocente, santa?
In quel momento qualcuno bussò alla porta. La dama abbassò il velo.
—Eccolo, esclamò Maria, deve esser lui, signora!
E andò ad aprire.
Entrò un bel giovane che di poco aveva passati i vent'anni, ma dall'aspetto maschio, virile, superiore all'età. I lunghi capelli neri, sciolti con pittoresco disordine, lo sguardo di fiamma, la fisonomia ispirata, l'abito negletto eppure elegante, tutto in lui rivelava a prima veduta un'artista.
Infatti il giovane Curzio Ventura era un valente scultore. L'occhio esercitato fin dall'infanzia sui preziosi avanzi dell'arte antica, racchiusi in quel vasto museo che si chiama Roma, la vocazione naturale, l'istintiva intuizione del bello, avevano abbreviato il suo tirocinio; ed egli già plasmava nella creta le ideali creature della sua mente, quando i suoi coetanei, modellavano gli studi dell'accademia.
—Curzio! esclamò Maria.
—È lui! gridò la principessa, e rialzò il suo velo.
Il giovane scultore, senza badare alla dama, chiese tutto frettoloso a
Maria:
—Gaetano? Dov'è Gaetano?
—Egli è uscito per un momento, rispose la madre di Tognetti.
—Ah Dio! esclamò Curzio, con un energico movimento di rabbia. Poi si volse, per ripartire senz'altro.
Maria lo arrestò, e disse:
—Aspettate! Egli mi ha incombenzata di dirvi che ritornerà fra pochi istanti, che lo aspettiate.
—Non posso! rispose Curzio.
—Per pochi momenti, soggiunse Maria. Intanto…. vi è quella signora che vuole parlarvi.
—Ah! la signora!… ma in questo momento….
—Finchè aspettate Gaetano potete trattenervi con lei.
Ciò detto, senza lasciar tempo a Curzio di replicare, Maria uscì dalla stanza, entrando in una cameretta attigua. Il giovane non sapeva dissimulare il suo dispetto.
—Vi duole di rimanere qualche istante in mia compagnia?
Così disse con accento dolcissimo la principessa, rimasta sola col giovane.
Curzio tacque un istante, poi disse:
—Oh no, signora! Sapete bene che io nutro per voi della gratitudine e del rispetto.
—Ma non dell'affetto, Curzio? Del rispetto e della gratitudine! Il vostro cuore non vi detta nessun altro sentimento per me?
—Signora! È venuto il momento che io vi parli col cuore sulle labbra. Finora io accettai i vostri benefici, senza scrupolo di sorta. Io fui educato a vostre spese; da voi fui sovvenuto ne' miei bisogni; assistito nelle disgrazie; da voi ebbi sempre in ogni circostanza della mia vita una parola di affetto, e un soccorso di danaro. Voi vi dicevate incaricata da mia madre, ed io non poteva respingere i doni che mi facevate in suo nome. Da qualche tempo però il vostro linguaggio si è mutato; l'espansione con cui mi parlate, il fervore delle vostre premure, la passione, lasciate che ve lo dica, la passione, che traspare nelle vostre parole, mi fanno comprendere che un'altra è la ragione, un altro è il movente dei vostri rapporti con me. No, signora; voi non siete l'incaricata di mia madre; voi agite per conto vostro, e il sentimento che vi ispira questa condotta è tale, che io non potrei d'ora innanzi senza arrossire accettare il frutto della vostra bontà.
Il giovane artista pronunciò queste parole con accento solenne.
La principessa lo ascoltò anelando, di pallida ch'era si fece vermiglia nel volto, e quando egli si tacque proruppe:
—Curzio! Tu mi stimi così poco! Tu mi credi capace di un sentimento basso e umiliante! Ma dunque tu non hai indovinato; il tuo cuore è rimasto muto alla voce della natura! No, Curzio; io non sono l'incaricata di tua madre, no io, io stessa sono tua madre!
—Voi! mia madre! Ah!
Curzio si lanciò a baciare la mano della principessa, ripetendo:
—Perdono! perdono!
La madre impresse un bacio sulla fronte del giovane, con tutta l'effusione dell'affetto lungamente compresso.
Successe qualche momento di eloquente silenzio.
—Adesso, riprese la principessa, comprendi adesso la ragione delle mie cure, la fonte del mio affetto. Io sono tua madre, e se finora non ti ho rivelato questo dolce nome si è perchè tutti devono ignorare i legami che ci uniscono, mio marito pel primo, perchè egli sarebbe un nemico terribile per te. E se quest'oggi io mi sono risoluta di rompere il silenzio, gli è perchè quest'oggi ho bisogno d'invocare i miei diritti di madre. Sì, Curzio; un gran pericolo ti sovrasta. Sì, figlio mio, io so, non t'importi come, io so che tu appartieni al comitato d'insurrezione, che tu sei anzi uno dei capi sezione, so che voi altri avete concertato per quest'oggi un movimento di rivolta nell'interno di Roma. Ebbene, sappi che lo spionaggio si è insinuato nella vostre file, che la polizia è prevenuta, che il governo sta sull'avviso. È impossibile la riuscita del tentativo; voi correte a inevitabile rovina.
—Ebbene? chiese Curzio.
—Ebbene, fino che siete in tempo rinunziate a questo progetto.
—Impossibile! Tutto è stabilito; si è tardato anche troppo.
L'insurrezione di Roma deve scoppiare.
—Ma siete traditi, vi dico, sarete schiacciati!
—Non importa: Noi protesteremo col nostro sangue contro la tirannia del pontefice, e se morremo, la nostra morte affretterà il giorno della redenzione di Roma.
—S'egli è destino che debba compiersi la rivolta, si compia; ma tu figlio mio, rimani in disparte. Pensa che il tuo sacrificio sarebbe inutile alla causa della libertà, e fatale al cuore di tua madre.
—Che? esclamò Curzio. Che io lasci morire i miei fratelli, e che mi tenga vilmente in disparte! Voi mia madre mi consigliate una viltà. Ah! voi non siete romana!
—Io sono madre!
—Ebbene, armatevi di coraggio: vostro figlio sarà degno di voi.
La principessa, pure tremando per la vita del figlio, sentiva nel cuore la santa gioja dell'orgoglio materno.
Curzio fatto un supremo cenno d'addio, mosse verso la porta per partire.
Tutta l'angoscia della paura risorse nell'anima della madre, e con energico sforzo essa trattenne il figliuolo. Gli si parò dinanzi, e sclamò:
—Ah no! Io non ti lascio in quest'istante.
—È necessario! sclamò Curzio, e cercò di distoglierla dolcemente dalla resistenza.
Ne seguì una specie di lotta, piena di affanno, di lagrime, di amore. Da un lato combatteva la tenerezza materna: dall'altro un generoso proposto, in contrasto coll'affetto figliale.
In quella si aperse la porta, e un uomo di sinistra apparenza comparve sulla soglia.
III.
Il principe Rizzi.
Francesco Rizzi di Castelgrande principe assistente al soglio pontificio, antico allievo dei gesuiti, abbarbicato da lunga mano ai caporioni della reazione, era uno dei più accaniti sostenitori del potere temporale del Papa.
La sua natura malvagia era apertamente rivelata dalle sue fosche sembianze. Allo, magro, stecchito, egli aveva radi capelli, tinta olivigna, naso grifagno, guardatura losca. Camminava di sbieco, parlava con voce rauca, profonda; v'era nella sua persona qualche cosa che suscitava istintivamente il ribrezzo.
Tale era l'uomo, al quale era congiunta coi vincoli del matrimonio la bella principessa.
—Mio marito! esclamò essa, con un acuto grido di terrore, quando lo vide apparire sulla porta, come bieco fantasma.
Egli si avanzò lentamente, in silenzio, mentre Curzio, interdetto, scostatosi d'un passo, guardava il nuovo venuto.
Giunto vicino alla moglie, il principe Rizzi le disse in tuono severo:
—Io vi chiederò, o signora, che cosa sia venuta a fare la principessa Rizzi nella casa di un povero muratore, dove io la trovo in compagnia di…
Qui egli s'interruppe, e volta un'occhiata sdegnosa sopra Curzio, proseguì in tuono sprezzante:
—Di uno sconosciuto!
Le fiamme salirono al volto del giovane, il quale acceso d'ira proruppe in aria minacciosa.
—Di tale sconosciuto, che….
E più avrebbe detto, se la principessa frapponendosi e trattenendolo non gli avesse detto piano e rapidamente:
—Per pietà, Curzio!…
Poi, voltasi al marito, gli disse con tutta la serenità della purezza offesa:
—Ed io vi risponderò, o signore, che la principessa Rizzi sente troppo altamente di sè per rendere conto delle sue azioni a chi sospetta di lei; e che voi, o signore, dovreste stimarmi abbastanza per non abbassarvi fino a spiare la mia condotta.
Il principe, accigliando di più in più la fronte, soggiunse:
—Le vostre parole sono altere, ma i fatti vi accusano palesemente, ed io, usando del mio diritto di marito e signore, v'impongo di giustificarvi.
Questi detti furono pronunziati come una brutale ostentazione di forza.
Curzio, testimonio di quella scena, non potè più frenarsi, e volgendosi al principe, disse:
—Mi pare che il signore abbia scelto assai male il suo momento per una spiegazione conjugale. Egli è, s'io non erro, un principe assistente al soglio pontificio. Ora che i nemici del potere temporale del Papa stanno per giungere alle porte di Roma, egli dovrebbe affrettarsi a sorreggere il soglio, che minaccia di crollare e cadere per sempre.
—Se tale è il mio dovere in questo momento, rispose Rizzi con fredda ironia, il dovere di un framassone, quale voi siete se io non erro, si è quello di recarsi in mezzo alla congrega, ed affilare il pugnale della sua setta. Ciò vuol dire che se io ho scelto male il momento di una spiegazione conjugale, voi sceglieste assai male l'ora di un abboccamento amoroso.
A quelle parole, che suonavano un atroce insulto per sua madre, Curzio stette per lanciarsi addosso al principe, gridando:
—Miserabile!
La principessa si frappose anche una volta: il giovane si contenne fremendo. Un riso sarcastico inarcò le labbra sottili di Rizzi.
—Signora, diss'egli, la vostra carrozza vi aspetta qui fuori. Quanto a voi, bel giovinotto, non tanto fuoco: ci rivedremo, ve lo prometto, ci rivedremo!
—Quando e dove vorrete, esclamò prontamente Curzio.
La principessa, onde por termine a una situazione tanto perigliosa, decise di seguire il marito; fece un segno di fervente preghiera verso il figlio, ed uscì con Rizzi, il quale l'accompagnò col suo cupo sogghigno sulla bocca.
—La lascerò partire con colui, così?… pensava Curzio. Ah no!
Si avviò per seguire i due ch'erano partiti.
Maria ch'era intanto entrata nella stanza lo trattenne.
—Fermatevi, Curzio! Voi non sapete chi è il principe, e di che cosa è capace.
—E che mi cale di lui?
—Egli è fratello d'un cardinale, e potentissimo. Vi farà arrestare.
—Dunque anche tu, povera madre, sclamò il giovane, anche tu sei vittima di questo abborrito potere sacerdotale! Colle catene di Roma cadranno anche le tue. All'opera dunque! alla lotta!
La porta s'aperse, e Tognetti entrò frettoloso nella stanza.
—Tu appunto, disse, tu, Curzio, fratello!
Poi, trattolo in disparte, scambiò con esso alcune parole piano e in fretta.
—Ho parlato ora con Cucchi, tutto è concertato per questa sera. L'ora fissata è alle sette. A noi è affidata una missione importante. Vieni, parleremo fuori.
—Andiamo.
—Ah no! gridò Maria posta in apprensione dal mistero di quel breve colloquio. No, non partite. Voi andate a farvi uccidere, ed io povera madre…
—No, disse Tognetti, rassicurati, mamma. Ti ho già detto che sarà un affare da nulla. Prega il Signore per noi.
—Un bacio, figlio mio, un abbraccio, pregò la povera donna, che si sentì impotente a trattenerli.
E li abbracciò entrambi.
—Anche voi, Curzio, anche voi siete mio figlio. Che il Signore vi benedica entrambi.
—Il Signore ci assisterà, disse Gaetano, perchè noi vogliamo la libertà della patria e il trionfo della vera religione di Cristo.
I due giovani baciarono un'ultima volta la donna, e svincolati dall'abbraccio partirono.
Essa tentava di richiamarli ancora.
—Figlio!… Fermati… Si sono allontanati! non odo più i loro passi.
Oh Dio! se non dovessi più rivederlo il mio Gaetano! Santa madre di
Dio, aiutatemi voi!
Poi si volse a un'immagine della Madonna che pendeva da una parete della stanza con un lume acceso dinanzi, e postasi in ginocchio, e giunte le mani in atto di fervorosa preghiera:
—Santa Vergine! esclamò. Voi che provaste la pena atroce di vedere il vostro figliuolo tormentato e morto, voi che sentiste tutti gli spasimi che può sentire una donna, abbiate compassione di una povera madre. Proteggete mio figlio!
IV.
Le due cugine.
Il rione di Trastevere presentava in quella mattina un aspetto singolare. I popolani si aggiravano per le strade; si scambiavano cenni e parole misteriose, si adunavano in crocchi, si dividevano per ritrovarsi poco dopo in altri punti, e in mezzo a quel va e vieni spuntavano ad ora ad ora le figure sospette degli spioni, dei birri travestiti, che aguzzavano gli sguardi, tendevano le orecchie, notavano le fisonomie e gli andamenti; e ad ora ad ora qualche pattuglia di zuavi, qualche drappello di gendarmi passava per le strade, donde al loro avvicinarsi si erano dileguati i cittadini.
Le trasteverine, quelle donne belle e sdegnose, che serbano viva la tradizione dell'antica fortezza e maestà del popolo romano, tranquille nel sembiante, ardenti nel cuore, si mescevano agli accordi degli uomini loro, guardavano con piglio di provocante disprezzo i satelliti della tirannide sacerdotale.
Una giovane di statura alta, di forme statuarie, il cui vestiario semplice e modesto presentava quella naturale eleganza di panneggiamento ch'è proprio delle statue romane, portando un suo cesto colla grazia ingenita di una Flora antica, camminava sola e con passo celere verso la propria dimora.
Uno zuavo papalino atteggiato a un portamento soldatesco fra lo spavaldo e il galante, la seguiva dappresso, arrischiando alcuni motti sguaiati in gergo mezzo francese, ai quali la romana non rispondeva altrimenti che colla più sprezzante noncuranza.
Giunta alla propria casa, la giovane sta per entrare, quando il soldato, venutole vicino, vuol seguirla oltre la soglia, ma essa, frappostasi coll'aitante persona fra la porta e lui:
—Va via! prorompe, e passando oltre chiude l'uscio con fracasso.
—Sacrè non! grida lo zuavo rimasto al di fuori; e intanto tenta, scuotendola, la porta chiusa al di dentro.
—Mangiati la lingua, brutta figura! esclama la donzella entrata in una stanza, dove l'aspetta un'altra giovane.
—Che cos'è stato, Teresa? Che cos'è questo rumore? questa le chiede.
—Niente, niente, risponde. Figurati che andando a fare la spesa, ho incontrato un signore zuavo, che s'è messo a farmi l'occhio di triglia, e a dirmi delle paroline inzuccherate. Io, via senza badargli, e lui ha avuto il coraggio di seguirmi fino a casa, e voleva entrare per forza; ma io gli ho chiuso la porta in faccia ben bene.
Così dicendo Teresa aveva deposto il cesto che recava sotto il braccio, e ne aveva tratto dell'insalata, del pane e dei frutti che andava disponendo sul desco.
Intanto lo zuavo seguitava a far chiasso al di fuori, bussando alla porta, e urlando:
—Ouvrez non de Dieu!
E Teresa di rimando a gridare:
—Batti, batti! così ti battesse il core!
—Oh Dio! sclamò l'altra donna. Non vorrei che in questo frattempo arrivasse il mio Peppe. Se ritrova costui lì fuori, si compromette di certo.
—Or ora, se non se ne va, disse Teresa, vedrai, Lucia, che vado a cacciarlo via col manico della scopa. Ma taci: mi sembra che si sia persuaso e se ne sia andato da sè.
Infatti il papalino, stanco di bussare inutilmente o pauroso di qualche brutto incontro, aveva lasciata l'impresa.
Una bella bambina di cinque anni entrò nella stanza dov'erano Teresa e Lucia, e s'ebbe carezze dall'una e dall'altra. Era una brunettina fresca e vivace.
Quella ragazzina con una sorelluccia e un fratellino più piccoli di lei, erano i figliuoli di Lucia e di Giuseppe Monti suo marito.
Monti era un soprastante muratore, nato a Fermo, ma da più anni dimorante in Roma, dove per causa di lavoro si era stabilito colla famiglia.
Quanto alla romana Teresa, essa era una cugina di Lucia, rimasta priva, dei genitori in giovane età. Era tenuta dalla moglie di Monti in conto di una vera sorella.
Era vicina l'ora in cui Giuseppe soleva venire a casa per dividere colla sua famigliuola il pasto frugale, e ritornarsene poscia al lavoro quotidiano.
Lucia, avvicinatasi al focolare, attendeva alla minestra perchè si cuocesse; intanto Teresa accudiva ad altre faccenduole; e la piccola Paolina, così come lo comportava l'età infantile, prestava l'opera sua ora all'una ora all'altra delle due donne, con quel vezzo adorabile che è proprio della sua età, e spesso la madre ricambiava coi baci i suoi tenui servigi.
Finalmente le due cugine si diedero ad apparecchiare la mensa.
E Teresa non ristava di parlare colla sua spigliata loquela, mentre stendeva la tovaglia o recava i piatti, i bicchieri, le posate.
—Ma sai, Lucia, che ci vuole una bella fronte! andava dicendo. Oh! i bei difensori che ha il Papa! Villani rifatti che si danno bel tempo con l'obolo di san Pietro. O che san Pietro manteneva dei soldati? Questa non l'ho mai sentita a dire. Managgia l'anima loro! Perchè non stanno ai loro paesi? Fortuna che siamo alla fine, per quanto pare! Ma non sai la bella notizia? Garibaldi se n'è fuggito da Caprera. E adesso si trova coi volontari là fuori; si può dire alle porte di Roma. Guarda!
E la bella giovane toltasi di saccoccia una coccarda tricolore, la mostrò tutta allegra a Lucia.
—Questa me la sono composta da me, e voglio mettermela sul petto appena Garibaldi sarà entrato in Roma. Ma che non ti rallegri anche tu? non salti dalla contentezza?
—Che vuoi? disse tristamente Lucia. Io non posso dividere la tua letizia. Ho un presentimento che mi opprime. Non so perchè, ma ho paura che la voglia finir male!
—Sei pazza? E che, credi che i soldati papali potranno resistere ai Garibaldini? Ma se ne hanno già prese tante, se ne hanno prese! Quel bravo giovane di Menotti, il degno figliuolo di Garibaldi, che Dio lo benedica, gliene ha già date finchè ne hanno volute. Li abbiamo pure veduti ritornare in città scornati e fuggiaschi, tutti quegli zuavi e antibojani ch'erano usciti come tanti rodomonti. Li hai pur visti anche tu!
Lucia taceva, crollando il capo, come se cupe visioni le ingombrassero la mente; poi dopo qualche istante di silenzio, soggiunse a un tratto:
—E se ritornassero i Francesi?
—I Francesi! esclamò Teresa; ma non è possibile!
—E perchè dici che non è possibile?
—Perchè… perchè… ce ne sono tanti dei perchè, ma non li posso spiegare. Oh! non si sono impegnati con una… so molto io… con una… convocazione? non hanno promesso insomma di non tornare più?
—Le promesse sono chiacchiere belle e buone! Io ho paura, ecco!
—Tu hai paura, ed io invece mi sento un coraggio da leone.
Teresa pronunciando quelle parole ardeva negli occhi, e il suo bel volto esprimeva tutta l'energia d'un'anima virile. Si sarebbe detto che in lei riviveva lo spirito della vergine Clelia.
Bussarono alla porta.
—Ohè! sclamò Teresa, che sia quella marmotta? Mo' lo concio io per le feste.
E avvicinatasi alla porta, chiese ad alta voce:
—Chi è?
—Son io! rispose una voce tremolante.
Teresa aperse, e apparve sulla soglia la figura sparuta e paurosa di
Don Omobono, il prete di vettura.
Egli era un vicino della famiglia.
—Oh don Omobono! sclamò Teresa. Venite avanti.
V.
Gli spasimi di don Omobono.
Il povero prete metteva paura a vederlo; stava rannicchiato, colla testa sprofondata fra le spalle e tutta nascosta nel cappellaccio, le gambe piegate e le ginocchia che si toccavano. I denti gli battevano come per freddo, e i muscoli della sua faccia erano ad ogni momento travagliati da un contorcimento convulsivo, che gli faceva allargare la bocca in direzione delle orecchie, e avvicinare la punta del naso a quella del mento.
—Che cos'ha, don Omobono? chiese Teresa.
—Niente, niente, balbettò egli. Mi permettete di passare per andare nella mia stanza?
—S'accomodi pure.
Convien sapere che l'ingresso principale della casa, donde avrebbe dovuto passare don Omobono per andare nella sua stanza, era aperto sopra una delle strade principali di Trastevere; mentre invece l'alloggio delle donne, per il quale si poteva passare in quello del prete, aveva un'uscita sul vicolo adiacente.
—Perchè non è passato dalla parte della strada? gli domandò Teresa.
—Perchè, rispose, in questi giorni di pericolo io non mi azzardo a camminare senonchè pei vicoli, e cerco anche di sgambettare presto presto e scivolare rasente i muri, per essere veduto il meno che sia possibile.
—E di che cosa ha paura?
—Che so io? qualche gran cosa è imminente. Non avete sentite le trombe poco fa? erano gli zuavi che andavano a raddoppiare i corpi di guardia. Scommetto io che fra poco sentiremo le fucilate anche in città! Sapete che cosa ho sentito dire?
—Che cosa? via!
—Che Garibaldi abbia già passato Ponte-Molle.
—Il ciel lo volesse! esclamò Teresa. Io andrei subito ad incontrarlo.
—Ed io, disse don Omobono, andrei subito a nascondermi in cantina.
—Ma che cantina! Via, si faccia coraggio. Io le darò un talismano, con cui potrà presentarsi arditamente dinanzi ai garibaldini senza paura, anzi colla certezza di essere festeggiato.
—Che cosa mai? vediamo.
Teresa trasse fuori la sua coccarda e la mostrò al prete impaurito.
—Ecco qua, la guardi: una bella coccarda tricolore.
—Una coccarda! esclamò don Omobono indietreggiando e portando la mano alla fronte in atto di segnarsi colla croce.
—Sì, signore, disse Teresa. Qua!…
E, preso il cappello a tre punte del prete, appuntò con una spilla sopra una delle falde rialzate la coccarda.
—Questa sarà d'ora innanzi la sua salvezza. Così!…
Gli mise il cappello in testa.
—Così sta come un angelo.
Don Omobono, che non ardiva nè tenere nè levarsi quel cappello scomunicato, rimase duro, stecchito come una statua di legno, mormorando fra i denti:
—Io portare la coccarda tricolore!
E Teresa ridendo:
—I garibaldini lo porteranno in trionfo.