LE ORIGINI
DEGLI
STATI UNITI D'AMERICA


Gennaro Mondaini

LE ORIGINI
DEGLI
Stati Uniti d'America

Ulrico Hoepli
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO

1904


PROPRIETÀ LETTERARIA

Tipografia Umberto Allegretti — Milano, via Orti, 2.


A TE, MIA BUONA GISELDA,
CHE NELL'AMORE TUO E DEL NOSTRO NINO
MI HAI DATO LE GIOIE PIÙ VERE DELLA VITA,
IL FARMACO INFALLIBILE
D'OGNI PIÙ AMARA DELUSIONE.

INDICE DEL CONTENUTO

Prefazione dell'Autore [Pag. XI]

CAPITOLO PRIMO.

La sede della civiltà anglo-americana:
abitanti Indigeni e pretendenti europei.

[§ 1.] Il paese — [§ 2.] I Mound-builders — [§ 3.] I Normanni — [§ 4.] Gli Indiani — [§ 5.] Prime esplorazioni e ricognizioni europee » [1]

CAPITOLO SECONDO.

La democrazia puritana nella Nuova Inghilterra.

[§ 1.] I pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth — [§ 2.] I Puritani e la colonia di Massachusetts — [§ 3.] Roger Williams ed origine di Rhode Island — [§ 4.] La colonizzazione del Connecticut — [§ 5.] L'estremo nord e il New Hampshire — [§ 6.] Svolgimento della N. Inghilterra — [§ 7.] La società neoinglese e la sua forza d'espansione » [65]

CAPITOLO TERZO.

L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.

[§ 1.] Virginia — [§ 2.] Maryland — [§ 3.] Caroline — [§ 4.] Georgia — [§ 5.] La società meridionale: suoi elementi e sua coesione » [133]

CAPITOLO QUARTO.

La società commerciale del centro.

[§ 1.] La Nuova Olanda e New York — [§ 2.] Puritani e quaccheri nel New Jersey — [§ 3.] Pennsylvania e Delaware — [§ 4.] Caratteristica delle colonie centrali » [193]

CAPITOLO QUINTO.

Solidarietà coloniale e rapporti con la madrepatria.

[§ 1.] Isolamento delle singole colonie e forze destinate a fonderle insieme — [§ 2.] Politica economica della madrepatria — [§ 3.] Maturità delle colonie per l'indipendenza » [231]

CAPITOLO SESTO.

La lotta pel continente.

[§ 1.] La società franco-canadese e la sua fittizia espansione — [§ 2.] La lotta politico-commerciale tra la N. Francia e le colonie inglesi — [§ 3.] La lotta per la terra » [265]

CAPITOLO SETTIMO.

La lotta per la Indipendenza.

[§ 1.] Disegni liberticidi della madrepatria e reazione delle colonie — [§ 2.] Resistenza passiva ed attiva delle colonie agli arbitrii della madrepatria — [§ 3.] Confederazione e guerra d'indipendenza » [295]

CAPITOLO OTTAVO.

L'organizzazione politica della nuova società.

[§ 1.] Impotenza della Confederazione — [§ 2.] La convenzione di Filadelfia ed i suoi dibattiti politici, economici e sociali — [§ 3.] La costituzione federale e l'amministrazione locale » [349]

Lineamenti e tendenze della società anglo-americana all'inizio della vita nazionale » [395]

APPENDICE I.

Dichiarazione fatta dai rappresentanti degli Stati Uniti d'America, riuniti in Congresso » [407]

Costituzione degli Stati Uniti » [414]

Emendamenti alla Costituzione » [432]

APPENDICE II.

Area degli Stati Uniti » [443]

Indice dei nomi e delle cose » [445]


PREFAZIONE

Delle società nuove, sorte su vergine suolo dalla vecchia Europa, gli Stati Uniti non sono soltanto quella che col suo territorio, la sua popolazione, le sue colonie, i suoi prodotti agricoli ed industriali, l'accumulazione del suo capitale, la coscienza infine superba della sua forza ha oggi il maggior peso sulla bilancia politica ed economica del mondo, ma anche quella che presenta l'assetto più stabile, frutto d'una vita nazionale ormai secolare, preparato da un periodo ancora più lungo di laborioso sviluppo. Mentre infatti gli altri paesi nuovi (Australia, Capo, Canadà, Sud-America) per l'origine affatto recente o della loro colonizzazione o della loro autonomia, per la poca densità degli abitanti, per l'immensità dei territori ancora da sfruttare sono appena usciti dal periodo delle origini, gli Stati Uniti hanno già una storia, la quale richiama ogni giorno più l'attenzione del pensatore, dello statista, del sociologo sulla varietà immensa delle forme e sulla grandiosità dei fenomeni, ch'essa offre. Di questa storia però male può comprendere lo spirito e lo stesso aspetto esteriore, chi non si riporta al periodo delle origini, al periodo cioè coloniale: in esso i germi di tutta la storia passata, presente e futura di questa «democrazia d'atleti», come nell'ovulo più microscopico l'animale più gigantesco. Gli stessi avvenimenti decisivi sopravvenuti nella società anglo-americana dopo l'emancipazione politica, l'acquisto cioè successivo del continente in tutta la sua larghezza, la navigazione transatlantica a vapore e lo sviluppo derivatone dell'immigrazione, che portò seco un movimento non più veduto di colonizzazione interna, le strade ferrate e le vie trascontinentali, la scoperta delle miniere d'oro e di argento, l'abolizione della schiavitù, se hanno cangiato l'aspetto di tale società, ne hanno lasciato intatte, può dirsi, quelle basi fondamentali, quei lineamenti imperituri, che il periodo delle origini aveva fissato.

Il territorio anzitutto degli Stati Uniti contemporanei, non eccettuata quella parte stessa acquistata dopo l'indipendenza, fu, può dirsi, assicurato ad essi, ipotecato storicamente per essi dall'età coloniale, durante cui furono eliminati i pretendenti più seri al vasto paese; e col territorio le enormi risorse agricole e minerali nonchè l'impulso industriale e le multiformi attività economiche inevitabilmente determinate dalla madre terra presso un popolo capace di seguirne l'invito. Le istituzioni politiche in secondo luogo, salvo qualche leggera modificazione, rimontano esse pure al periodo delle origini, alla cui opera sapiente gli Stati Uniti devono non solo la stabilità più che secolare dei loro ordinamenti, stabilità di vantaggio tanto più inestimabile fra così rapido evolversi di forme sociali in quanto è ben lungi dal significare cristallizzamento, ma anche la possibilità, cosa questa pure preziosa per la democrazia americana, di tenere sotto uno stesso governo senza i mali dell'accentramento europeo una popolazione di decine di milioni oggi, di centinaia domani, disseminata in mezzo un continente, fatto nuovo nella storia dell'umanità. La costituzione stessa infine della società anglo-americana è ancor oggi nella sua essenza retaggio dell'età coloniale, patrimonio etnico morale ed intellettuale che le nuove correnti di sangue di vita e di pensiero hanno pervaso, ma non cancellato. La società americana infatti, quale il periodo coloniale la consegna al periodo nazionale, si presenta così solidamente assisa sulla sua base bissecolare, che lungi dal venire assorbita e travolta dal mare magno dell'immigrazione europea nel secolo XIX, come avvenne ad esempio della primitiva società pastorale dell'Australia dopo la scoperta delle miniere d'oro, assorbe essa i nuovi venuti e, pure appropriandosene gli elementi più utili, li fonde nell'immane crogiuolo della sua nazionalità, li americanizza in una parola. E qui in verità, più forse che in alcun altro campo, appare all'occhio del pensatore l'importanza straordinaria del periodo delle origini in tutta la storia posteriore: in esso si formò quell'aristocrazia etnica, per dir così, che rimase il propulsore ed il freno al tempo stesso di tutta la evoluzione ulteriore, l'elemento conservatore e dirigente della società.

Territorio, organizzazione politica, composizione sociale, tutti insomma gli elementi costitutivi della nazione anglo-americana risalgono al periodo delle origini: alla saldezza mirabile di queste basi materiali e morali, gettate dal lavoro collettivo di oscure generazioni, si deve se l'edificio colossale erettovi sopra nel breve volger d'un secolo lungi dal barcollare va innalzandosi ogni giorno più maestoso e ricopre già della sua ombra, attraverso gli oceani, i paesi più potenti del vecchio mondo. Dimostrare ciò sotto la veste tangibile del fatto storico, far balzar fuori in altre parole dalla rappresentazione di esso l'importanza nella storia americana susseguente di questo lavoro collettivo, che non solo creò ma anche diede la materia prima del futuro lavoro alla democrazia anglo-americana, è il fine di questo volume sulle origini degli Stati Uniti d'America.

L'intento spiega largamente ed il perchè di esso ed il metodo impiegato. Mentre infatti non mancano certo nella letteratura italiana (citerò fra gli altri il Romussi, Storia degli Stati Uniti d'America, Milano 1877; la traduzione italiana del Wentworth Higginson, Storia degli Stati Uniti, Città di Castello 1888, opera egregia della Fortini-Santarelli; quella dell'Hopp, Storia degli Stati Uniti d'America, nella Storia Universale dell'Onken, edita ora dalla Società editrice libraria di Milano) e tanto più nella straniera, americana ed inglese in prima linea, com'è naturale (citerò fra gli altri il Carlier, Histoire du peuple américain, Paris 1863; il Winsor, Narrative and Critical History of America, Boston 1888: l'Andrews, History of the United States, London 1895: e sopratutto il Bancroft, History of the United States from the discovery of the american continent, London 1854: senza contare le opere pregevoli del Mc Master e dello Schouler, che pigliano le mosse della Rivoluzione la prima, della Costituzione la seconda) storie degli Stati Uniti d'America o generali o limitate particolarmente alle origini (non parlo poi delle cento monografie speciali), non ve ne ha una, ch'io sappia, che rappresenti la genesi della società anglo-americana in tutti i suoi elementi ed al tempo stesso nello spazio d'un modesto volume: o sono grandi storie, in cui se non tutti sono sparsi quasi tutti questi elementi, o sono semplici per quanto magari ottimi manuali (tali ad esempio quello citato del Giani e l'altro popolare del Judson: The growth of the american nation, New York 1885). Fa forse eccezione il bel libro di Goldwin Smith: The United States, An outline of political history, 1492-1871, New York 1893, il quale è appunto informato al concetto, che m'ha guidato in questo lavoro; ma anche questo si limita sovratutto alla formazione politica della società anglo-americana, senza contare poi che il periodo delle origini vi è riassunto in un centinaio di pagine. Non m'è parso quindi fare con questo libro opera del tutto vana non solo pei cultori di scienze sociali, che nell'America vedono a buon diritto il maggior laboratorio sociale dell'epoca nostra, ma anche e più pel gran pubblico delle persone colte, che mentre non hanno il tempo od il modo di attingere alle fonti voluminose, non sanno d'altra parte sobbarcarsi alla lettura d'un più o meno ben fatto manuale, il quale, tramontati in breve dal cervello e nomi e fatti, lascia solo una vaghissima idea d'un periodo storico, della vita d'un popolo.

Consono ad un tale perchè, conseguenza inevitabile di esso, è quindi il metodo tenuto, il quale consiste nel dare il più largo sviluppo allo svolgimento sociale, limitandomi a rappresentare del fatto puramente politico, militare, personale, aneddotico solo quel tanto, che spiega o incarna tale svolgimento: la rappresentazione di questo soltanto è infatti il fine delle discipline storiche, giacchè questo solo costituisce il fondo della storia umana, in questo si trova la sostanza che elaborata collettivamente da un popolo attraverso alle forme più varie e sotto le parvenze più individuali dei geni e degli eroi, vien tramandata col nome di civiltà ad altre generazioni, ad altre genti, ad altri lidi per suscitarvi nuove forze, nuove energie, seme fecondo e indistruttibile che sopravvive alle forme esteriori ed agli uomini che lo elaborarono.

Se pertanto dalla semplice lettura di questo libro il lettore si sarà formato senza tedio e senza sforzo una idea chiara della genesi sociale degli Stati Uniti d'America ed un'immagine indelebile della loro società al principio della vita nazionale, se più ancora in questa società egli ravviserà allo stato latente tutti quasi i fattori fondamentali del successivo sviluppo anglo-americano, in modo da comprenderlo in quanto ha di più strano e meraviglioso, il fine del modesto volume sarà perfettamente raggiunto, ed incoraggiamento migliore non potrà venire all'autore per un altro volume, che tale sviluppo successivo rappresenti con lo stesso metodo e con gli stessi fini.

Gennaro Mondaini.

Urbino, dicembre 1903.

NB. Fonti del lavoro mi sono state oltre alle opere citate nella presente Prefazione (prima e più largamente usata di tutte, com'era naturale, la storia grandiosa del Bancroft) quelle, che verrò indicando nelle Note a fine di capitolo.

CAPITOLO PRIMO La sede della civiltà anglo-americana: abitanti indigeni e pretendenti europei.

§ 1. Il paese — § 2. I Mound-builders — § 3. I Normanni — § 4. Gli Indiani — § 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee.

§ 1. Il Paese. — Situazione e conformazione. — Tra il 25º ed il 49º grado di lat. N. ed il 67º ed il 125º di long. O. da Greenwich si estende quel paese, il quale coll'aggiunta dell'Alaska, posta fra il 55º ed il 71º di lat. N. ed il 130º ed il 168º di long. O. da Greenwich, costituisce oggi gli Stati Uniti d'America[1].

Nella loro massa continua confinano essi a settentrione coll'America inglese lungo una linea, che dalla foce del St. Croix sull'Atlantico va fino al canale Haro sul Pacifico, fra l'isola Vancouver e l'arcipelago S. Juan, correndo lungo il 49º parallelo dallo stretto di S. Juan de Fuca sino ai Grandi Laghi, poi traverso a questi e il San Lorenzo fino all'Atlantico al 45º parallelo. A mezzogiorno confinano coll'America latina lungo una linea, che dalla foce del Rio Grande nel Golfo del Messico va al sud del porto di San Diego sul Pacifico, correndo lungo il Rio Grande fino al parallelo 31º 47′, quindi dirigendosi al Colorado ed oltre questo alla costa. L'Oceano Atlantico ad oriente, il canale della Florida ed il Golfo del Messico a mezzogiorno, il Pacifico ed il mare di Bering ad occidente, l'Oceano glaciale artico a settentrione bagnano il vastissimo paese, che si estende per oltre 9 milioni di kmq. Posto fra l'Asia e l'Europa, dal lato della quale ha rivolti colle foci de' suoi grandi fiumi navigabili gli sbocchi naturali della sua produzione, esso si trova tra i paesi più ricchi e più progrediti del vecchio mondo, fra i centri massimi della civiltà gialla e di quella bianca, posizione quanto mai favorevole allo scambio degli uomini, delle merci, delle idee, della civiltà.

La forma massiccia, la mancanza d'alcun mare mediterraneo che penetri entro terra, le stesse coste per lo più infelici nella loro monotona uniformità, dove basse ed imbarazzate da banchi isole e cordoni litorali, dove alte e chiuse come muraglie, sarebbero a dire il vero ostacoli formidabili allo sviluppo economico e sociale del paese: ma la provvida natura, prima ancora che l'uomo colle strade i porti e le ferrovie, ha menomato questi gravi inconvenienti coll'abbondanza di fiumi, i quali sono navigabili nel versante dell'Atlantico cioè in quello appunto più vasto più ricco più fertile, interrotti invece da rapide e cascate ed incassati entro doccie anguste ed irte di scogli nel versante del Pacifico più ristretto e deserto.

E sull'Atlantico invero indirettamente e sul golfo del Messico direttamente si apre quel bacino del Mississippi, che, occupando da solo oltre 3 milioni di kmq., forma il vero cuore del paese denominato dal Tocqueville con ardita espressione sintetica la «valle degli Stati Uniti».

Ad una valle infatti possono questi paragonarsi, ad una valle immensa, di cui due grandi elevazioni in senso longitudinale costituiscono le sponde, ed uno dei più grandi fiumi della terra il fondo: sono rappresentate le sponde dal sistema compatto degli Allegani ad Oriente e da una zona più ampia, foggiata ad altipiano fiancheggiato da sponde montuose, dal nome generico di Cordigliere, ad occidente; il fondo da una vasta depressione intermedia, entro cui scorre il «padre dei fiumi», come suona il nome nell'immaginoso linguaggio degl'indiani, il Mississippi.

Chiude al Nord l'immane vallata, separandola dai Grandi Laghi canadesi e dalla valle del San Lorenzo, una zona di media altezza, che congiunge le due grandi elevazioni, mentre una pianura costiera si estende ad oriente degli Allegani, lungo l'Atlantico, appuntandosi tra questo ed il golfo del Messico nella penisola della Florida, che può dirsi per gran parte una maremma circondata da scogli, e confondendosi quindi colla larga cornice, bassa pur essa, del Golfo del Messico.

Gli Alleghany. — Il sistema Appalachiano, di cui gli Allegani a mezzogiorno costituiscono la sezione principale, corre parallelamente all'Atlantico dal Maine all'Alabama per una lunghezza di oltre 2000 km., su una larghezza massima di 300 ed una media di 200, con cime che superano appena, ed anche questo di raro, i 2000 m.

Consiste esso in una serie di catene parallele, a cui s'addossano degli altipiani lungo il lato d'ovest e di nord-ovest: breve e ripido è generalmente il declivio orientale, ampio e disteso l'occidentale pel trasformarsi del sistema da creste in terrazze. Colle loro creste uguali, senza forti picchi, coi loro fianchi uniti essi risulterebbero ben monotoni, nella sezione media in ispecie, se non aggiungessero loro ornamento le folte foreste che li ricoprono, facendo spiccare il loro verde cupo sul verde chiaro delle pianure basse anteposte. Maggior varietà presentano essi nella parte più settentrionale, cioè nei monti della Nuova Inghilterra, dove le valli sono ricoperte da foreste d'alberi frondosi e aciculari interrotte da campi coltivati, e scene alpestri bellissime di rupi, torri, laghi, cascate, burroni, giustificano il nome di Svizzera della Nuova Inghilterra dato ai monti Bianchi, tratti montuosi che contrastano col rude paese, da cui si elevano, di suolo granitico, disseminato di morene, massi erratici e torbiere.

Verso mezzogiorno le selve sono più fitte e quasi interamente di alberi frondosi, aceri, tigli, quercie e poi di superbe magnolie, finchè nell'estremo lembo meridionale la bassa vegetazione, costituita in gran parte da arbusti del genere dei rododendri, si addensa al punto da non permettere altro passaggio se non sui rami e cespugli infranti e calpestati dagli orsi.

Il ferro, di cui abbonda l'intero sistema, il carbon fossile, che si trova in estesissimi giacimenti di preferenza sul declivio occidentale, il petrolio, le cui sorgenti si trovano su una zona lunga e stretta che tutto accompagna, da nord-ovest a sud-ovest, dal lago Erie al Tennessee, l'orlo occidentale del sistema, sono le principali ricchezze minerarie degli Allegani.

Le Cordigliere occidentali ed il bacino della California. — Come un altipiano chiuso fra pareti montuose, anzichè come una serie di catene parallele, si presenta invece nel suo complesso l'altra grande sponda della «valle degli Stati Uniti», quella occidentale, ben più vasta ed interessante.

Due cordigliere ne costruiscono la pareti, i monti Rocciosi ad oriente, le Sierre Nevada e della Costa, riunentisi quasi in un'unica catena, detta delle Cascate, ad occidente.

Sono i Rocciosi un accozzo di catene costituite per lo più di rocce cristalline, che divergono e s'incrociano, dove spingendo dalle cime elevatissime, dove abbassandosi in superfici piatte (mesas): i loro vertici possono gareggiare colle Alpi, ma non ne hanno l'aspetto grandioso per lo zoccolo altissimo da cui sorgono. La regione offre nondimeno tutti gli spettacoli d'un gran paese montuoso: pendii selvaggi da cui sporgono cime rocciose, valli erte e profonde, rivi montani, precipizii in cui scendono buie foreste: nudi e nevosi i picchi estremi; scarsissimi però i ghiacciai. Caratteristica poi notevole di essa sono i famosi Parchi o bacini chiusi fra due catene e due barre trasversali passanti dall'una all'altra, tutti ricchissimi di vegetazione ed abbondantissimi di selvaggina; ed i cañons forre pittoresche e spaventose, percorse dai creeks o fiumi conducenti dalla zona delle praterie all'interno dei Rocciosi, vere e proprie fenditure del suolo, profonde talora parecchie centinaia di metri.

Le formazioni vulcaniche si mostrano in questi parchi, in quello nazionale in ispecie, una delle meraviglie del mondo, in tutta la loro potenza: correnti calde minerali ingemmano di loro incrostazioni le rupi, costruendovi le più strane forme di vasche, pignatte, marmitte da giganti; migliaia di geysers slanciano nell'aria ad altezze vertiginose colonne formidabili d'acqua bollente e turbini di vapore; vulcani di fango e sorgenti sulfuree od alluminose interrompono vaste distese di lava; candidi ghiacciai si rispecchiano in acque tranquille, dove le alghe multicolori contrastano coll'azzurro uniforme del fondo ed il bianco delle sponde.

Meno interessante, ma non meno pittoresca si presenta la cordigliera occidentale, costituita nella sua parte meridionale da due catene, la Sierra Nevada ad est e la Catena Costiera ad ovest, le quali chiudono l'ampio e fertile bacino di California attraversato dalle valli del San Gioacchino e del Sacramento, che da opposte direzioni portano le loro acque alla baia di S. Francisco. È la prima una catena potentissima, con cime oltre i 4000 metri, con declivi dove le sequoie gigantee, mastodonti arborei alzanti a cento e più metri lor vette, formano colossali foreste, con bellezze naturali, che passano fra le più meravigliose del mondo: calva e rocciosa invece verso sud, meglio rivestita a settentrione si presenta la seconda, le cui cime non oltrepassano i 2500 metri.

Il bacino della California, compreso tra le due catene, vera oasi tra i monti e i deserti, si rassomiglia per clima e prodotti, nella valle del Sacramento in ispecie più fertile e ridente di quella del San Gioacchino, alla nostra regione mediterranea: qui colle macchie di arbusti e coi boschetti di quercie i giardini i vigneti e gli uliveti, qui col grano e colle frutta più squisite i cedri e gli aranci, mentre attrattive ancora più forti danno al paese le ricchezze minerali, il mercurio e più ancora i ciottoli e le sabbie aurifere dei fiumi, che fanno della California il maggior centro di produzione dell'oro di tutti gli Stati Uniti, pur così ricchi d'oro in tutta, può dirsi, la loro parte occidentale.

Al nord del Sacramento le due catene pel minore intervallo frapposto sembrano come riunirsi in una sola, la quale ricca di vegetazione per la forte umidità, rivestita di pini d'abeti di cedri, continua verso nord col nome di Catena delle Cascate, interrotta solo dalla valle della Columbia, fino allo stretto di S. Juan de Fuca, per riunirsi poi e confondersi oltre il confine degli Stati Uniti nella grande massa della Cordigliera orientale, quella dei Rocciosi.

La valle del Gran Colorado o Colorado dell'ovest, fiume che non costituisce alcuna via commerciale nonostante i 2000 km. di corso, per difetto di navigabilità, la valle del Sacramento navigabile per 250 km. cui s'unisce alla foce il S. Gioacchino in parte navigabile pur esso, ed infine quella della Columbia od Oregon di difficile e breve navigazione anch'essa nonostante i suoi 2000 km. per l'impetuosità del corso i banchi e le cascate, sono gli unici sbocchi, può dirsi, della Cordigliera sul mare. La costa infatti dal porto di S. Diego allo stretto di Juan de Fuca si mantiene uuiformemente alta e dirupata: chiusa per lunghi tratti a guisa di bastione o muraglia, essa è rotta soltanto dalle foci de' fiumi e da qualche baia per lo più aperta e poco tagliata per entro il continente, se ne eccettui quella di San Francisco dalle sponde ricoperti di verdi boscaglie, simile ad un lago alpino cui fanno corona le vette rocciose e nevose della Sierra Nevada. Frastagliata oltre ogni dire, vera costa da fiordi, è al contrario quella che si protende a settentrione, dallo stretto sopranominato a quello di Bering, se ne eccettui sulla foce del Jucon nella fredda terra d'Alaska, sulla cui costa s'affollano un'infinità di isole.

Unica può dirsi di tutta l'America del Nord, questa regione costiera del Pacifico gode un clima oceanico e perciò mite d'inverno, fresco d'estate.

Gli altipiani occidentali. — Fra le due cordigliere si estende una serie di altipiani, che dalla loro situazione hanno preso il nome di altipiani occidentali.

Un'infinità di giogaie in direzione da sud-est a nord-ovest sorgono qua e là a rompere la monotonia degli altipiani, dando alla regione con le catene secondarie correnti in direzione diversa l'aspetto come d'uno scacchiere smisurato di innumeri bacini: ora sono valli e terrazze, oasi bene spesso di verdura fra sterili piani, ora depressioni paludose e salate. Di laghi e di paludi salate è disseminato in ispecie il Gran bacino interno, dall'aspetto prevalentemente del deserto, la cui superficie da una media altezza tra i 1300 ed i 1500 metri s'abbassa in qualche punto, come nella valle della Morte, fin sotto il livello del mare.

Ancor più spiccata che in esso è poi l'aridità del suolo nella parte meridionale dei grandi altipiani, tutta a magre steppe od a vero e proprio deserto, in quello del Colorado in ispecie tutto rosso e levigato come un mattone, cosparso di piccole conchiglie.

Ragione principalissima di tanta aridità, cui servono di compenso dal punto di vista economico le ricchezze minerali dei Rocciosi, l'argento in ispecie, è la straordinaria scarsezza di pioggie, impedendo le grandi catene che vi giunga l'aria umida tanto dal Golfo e dall'Atlantico quanto dal Pacifico. La stessa altezza delle catene, che li ripara dai venti, offre il vantaggio d'una relativa mitezza del clima, nonostante i salti della temperatura giornaliera, cagionati dall'enorme assorbimento del calore da parte di un suolo nudo o quasi e dalla rapidissima irradiazione attraverso ad un'atmosfera quanto mai asciutta, salti che arrivano in qualche luogo perfino a 50 gradi!

Gli altipiani mediani. — Ponte immenso gettato, per così dire, dalla sponda orientale alla occidentale, dagli Allegani alle Cordigliere, a chiudere verso nord la grande vallata degli Stati Uniti, è una ampia zona di elevazione, che può comprendersi sotto il nome generico di altipiani mediani: rasenta essa il bacino del S. Lorenzo ed i cinque grandi laghi canadesi, tocca quindi le sorgenti del Mississippi e prosegue poi verso ovest, ora scendendo ora risalendo, fino ai Rocciosi. Corre su questa elevazione lo spartiacque tra i fiumi, che sboccano nell'Atlantico settentrionale nella baia d'Hudson e nell'Oceano glaciale, ed i fiumi che sboccano nel golfo del Messico; cosicchè essa si presenta come un confine naturale oltrecchè politico: al nord l'America inglese, che declina verso i mari settentrionali, al sud gli Stati Uniti che s'aprono verso il Golfo del Messico. L'altitudine di tale zona è di circa 200 metri sulla piattaforma dei cinque Grandi Laghi canadesi, che comunicando tra loro costituiscono un vero mediterraneo d'acqua dolce per l'estensione di ben 238.000 kmq.: sono essi il Lago Superiore su cui trovasi la più ricca zona di rame del mondo, l'Huron dalle rive erte e rocciose, dalle molteplici baie, penisole ed isole, il Michigan monotono nell'uniformità delle sue rive basse e piane, l'Erie e l'Ontario che nella loro sagoma allungata sembrano segnare il passaggio dalla forma lacustre a quella fluviale del S. Lorenzo, il magnifico fiume dalle acque chiare e dalle rive selvose: fra l'Erie e l'Ontario la famosa cascata del Niagara, vera forra tagliata in un gradino, che l'immane valanga d'acqua salta a precipizio da un livello di 172 metri ad uno di 72.

All'ovest dei Grandi Laghi l'altezza media degli altipiani mediani va aumentando fino ai 300 e 400 metri, ed il paese presenta l'aspetto più variato per un intrecciarsi continuo di foreste, steppe, praterie, laghi, rupi, massi erratici, barriere moreniche, di cui abbonda un terreno costituito nel periodo glaciale con materiali d'erosione e d'alluvione.

Più ad ovest ancora il dileguarsi degli arbusti e dei cespugli, il diradare degli alberi, il succedersi dei tappeti erbosi alla massa dei frutici ingombranti le foreste annunziano il passaggio dalla regione nord-americana delle foreste a quella delle praterie, oltre le quali s'arriva ai Rocciosi.

Il bacino del Mississippi. — A mezzogiorno di questi altipiani mediani si distende, come dicemmo, il grande avvallamento del fiume mastodontico, che nasce da essi ad un'altezza di circa 514 metri, è lungo 4200 km. e contando il Missouri 6750, largo in media quasi costantemente da 500 a 1400 metri e profondo dai 40 ai 60: dal piede degli Allegani come da quello delle Cordigliere il terreno scende con doppio pendio fino al bassopiano, costituito dalla valle propria del fiume al sud del suo confluente col Missouri e dalla grande zona che incornicia il Golfo del Messico.

Il pendío occidentale è costituito per la massima parte dalla regione dei Plains e Praterie, enorme triangolo col vertice tra i Rocciosi e gli altipiani mediani la base tra la stessa Cordigliera e la valle del Mississippi: in esso predomina la prateria (praîrie) dai grassi pascoli nella parte più orientale, la steppa (plain) rivestita di cespugli e di sterpi, che soffocano le vere erbe, in quella più occidentale. Torme innumerevoli di bisonti, detti bufali dagli Americani, ristrette dalla civiltà in minori confini, tutto popolavano un giorno quel mare di erbe e di fiori che costituisce la prateria: è questa infatti nella stagione migliore un vero mare, cui le masse arboree danno le isole, i venti le tempeste. Il colore suo predominante è il rosso in primavera, il bleu in estate, il giallo in autunno; ma quando il vento soffia impetuoso tra le foglie delle leguminose dal rovescio biancastro e vellutato, allora si vede la massa verdeggiante moltiplicarsi in onde infinite orlate d'argento.

Nel pendio orientale predomina invece la foresta ed in questa le specie vanno mutando col procedere dal nord al sud, dalle quercie e dai faggi ai castagni alle palme alle magnolie fino al trionfo completo della natura tropicale nella zona adiacente al Golfo del Messico.

Le due forme di vegetazione, che in perfetta corrispondenza con le condizioni climatiche si dividono il suolo degli Stati Uniti, la forma di foresta ad oriente e quella di steppa o prateria ad occidente, vengono così ad incontrarsi nel bacino del Mississippi: in esso, ad ovest del gran fiume, lungo il 95º meridiano O. di Greenwich, abbiamo può dirsi il passaggio dalla regione delle foreste, che deve all'abbondanza delle precipitazioni atmosferiche il suo splendido manto e la sua grande fertilità, alla regione delle praterie e delle steppe, la cui esistenza si deve ascrivere principalmente, nonostante altre ipotesi diverse (grossolanamente ingenua fra le tante quella indiana del fuoco devastatore) all'asciuttezza del clima, al diverso grado della quale corrispondono appunto le sottodivisioni in prateria e steppa, e col variar della quale di epoca in epoca si sposta pure il limite delle foreste e delle praterie.

Dal confluente del Missouri in giù, tra i due pendii dei Rocciosi e degli Allegani, si estende per una larghezza, che varia dai 60 ai 120 km., la valle propria del Mississippi, antico golfo ricolmato nei secoli dalle alluvioni: bluffs sono dette le rive dell'antico letto, in cui correvano un giorno i rami paralleli del fiume costituenti oggi il bassopiano alluvionale, porzioni di suolo naturalmente più solido per la maggiore grossezza dei materiali costitutivi, le quali di tratto in tratto spingono fino alle rive del fiume attuale degli speroni, su cui sorgono le città; bottoms (fondi) i tratti di bassissimo livello, d'ordinario paludosi, inondati dal fiume nelle sue piene.

Allagano queste annualmente enormi territori, dove la mano dell'uomo non v'abbia opposto nelle dighe un ostacolo sufficiente, inondano un suolo sabbioso rendendolo fertile col limo ferace depositato, sradicano e trasportano seco nel ritirarsi un'infinità d'alberi e di piante dalle allagate foreste di pioppi quercie cipressi tulipiferi noci, che arrivano sino alla sponda del fiume.

A destra ed a sinistra il padre dei fiumi protende, smisurato Briareo, le sue enormi braccia, massime fra tutte l'Ohio a sinistra, che coi suoi affluenti e subaffluenti conduce alla piattaforma dei Grandi Laghi ed agli Allegani, e a destra il limoso Missouri coi suoi innumeri tributarii che conducono per le praterie ai Rocciosi, affluenti tutti navigabili i quali formano coi 3000 km. navigabili del Mississippi e coi 3000 e più, che vanno dalla foce del San Lorenzo all'estremità occidentale dei grandi laghi, un'immensa rete fluviale preparata dalla natura ai bisogni della civiltà e completata dall'uomo mediante canali che mettono in comunicazione le regioni più produttive del Nord-America, cioè la zona costiera orientale, il bacino dei Grandi Laghi e quello del Mississippi.

Al confluente del Red River comincia in senso largo il delta del Mississippi, iniziandosi da esso la diramazione delle sue acque in vari rami: in senso stretto però, intendendo per delta la sola regione costituita dalle alluvioni del fiume, esso si limita ad una lingua di terra che s'avanza per 80 km. nel mare e si divide in tre punte, percorse ciascuna da un ramo del fiume, formando la così detta Zampa d'oca. Sono ben 32000 kmq. d'un suolo alto sul mare appena 1 metro, tutto paludi e pascoli, coll'unico porto di New Orleans sulla sinistra del gran fiume.

La febbre gialla desola questa regione come quasi tutta del resto la costa paludosa, con cui termina il largo bassipiano che incornicia il Golfo del Messico. La baia di Galveston, laguna in cui sbocca la navigabile Trinity, ad ovest e l'estuario di Mobile, formato dall'Alabama e dal Tombigbee, fiumi in parte navigabili, ad est, sono con New Orleans gli unici sbocchi, può dirsi, del largo bassopiano che per clima culture e prodotti appartiene alla zona tropicale.

La Florida. — Dove però la natura tropicale si manifesta in tutta la sua forza è nella Florida, la quale sia pel livello sia per le coste può considerarsi come un prolungamento della zona costiera, vero tratto d'unione tra la fascia orientale e quella meridionale degli Stati Uniti. È questa penisola tutta una bassura di paludi e di laghi, terminante all'estremità sua in un intreccio di formazioni coralline analoghe a quei key od isolotti schierati a sud ovest di essa.

Nelle parti non paludose della penisola sorgono foreste naturali di pini e cipressi, boscaglie di quercie ed allori, cespugli sempre verdi di gelsomini e, lungo i rivi, di magnolie, a cui si frammischiano alberi da gomme, jucche, agavi, cactus, palme arboree; mentre la mano dell'uomo può trarre dal suolo, come nel rimanente bassopiano costiero, tabacco cotone maiz frutta meridionali: nella parte meridionale abbondano i pascoli adatti al bestiame bovino: ne' luoghi sabbiosi sono i soliti pine barren od oasi di pini: nelle paludi infine, animate da una quantità stragrande di uccelli acquatici di pesci e di tartarughe, prospera il riso e nelle isole da esse sommerse lo zucchero.

I fiumi della penisola, che scorrono totalmente in pianura con un corso lentissimo per la mancanza di pendìo, sono in gran parte innavigabili perchè ingombri di taxodie di giunchi di canne. Inospitali quanto mai sono le coste: «gli ancoraggi, inaccessibili a grosse navi, sono deserti e muti recessi, in cui tutto è immobile, le acque mezzo stagnanti, la lussureggiante vegetazione tropicale simile più ad una corona mortuaria che a un serto festivo, sovrano il silenzio e la quiete rotta solo da un'infinità di uccelli acquatici»: unici porti e mediocri anch'essi per la vasta penisola Sant'Agostino sull'Atlantico e Pensacola alla foce dell'Escambia sul Golfo del Messico.

Il Piedmont e la zona costiera dell'Atlantico. — A nord della Florida continua sempre quel bassopiano costiero, che fascia, può dirsi, gli Stati Uniti ad est come a sud, dalla foce del Rio Grande del Norte sul Golfo del Messico a quella dell'Hudson sull'Atlantico. Tra gli Allegani ed il litorale dell'Atlantico si distende la larga zona pianeggiante del Piedmont dalle culture subtropicali: il suolo è qui costituito da una triplice serie di terrazze, che dal piede dei monti vanno successivamente degradando fino a terminare dopo una sessantina o più di km. al livello quasi dell'Oceano ed anzi in alcuni tratti al di sotto di esso. Le due prime terrazze alte rispettivamente una sessantina ed una trentina di metri sul mare e larghe insieme una sessantina di km. seguitano come i declivi orientali degli Allegani ad essere vestite di ricca vegetazione arborea, (aceri, quercie, noci) e sono suscettibili delle più ricche culture; la zona più bassa, perfettamente orizzontale, è un succedersi di tratti asciutti e sabbiosi e di tratti paludosi e fangosi, tutti coperti di macchie di cedri pini cipressi (pine barren), ma lungo i fiumi ha alberi frondosi e tratti coltivati; l'estremo lembo infine, detto Sea Island, è conteso può dirsi dalla terra e dal mare: i fiumi si allargano in forma di laghi e la costa termina in cordoni litorali e paludi separate dal mare da lembi ristretti di terra ferma, che vengono essi pure come i cordoni allagati dalle onde burrascose e superati dalle forti maree.

Una vegetazione fittissima e impenetrabile di piante spinose e allaccianti, sulla quale dominano i cipressi, donde il nome di Cypress swamps, ricopre queste paludi, di cui può offrire il tipo la Dismal swamp (palude letale) sulla costa della Carolina Settent., fra la baia di Chesapeake ed il Capo Fear. In queste paludi e lagune muoiono in generale i fiumi del paese, il quali dopo un brevissimo corso montano corrono per la maggior parte in pianura.

Conseguenza di tutto ciò è la difficoltà estrema della navigazione in questa parte della costa atlantica: unici porti e cattivi ancor essi pei banchi di sabbia anteposti sono quelli attuali di Charleston, sul confluente dell'Ashley e del Cooper, e di Savannah sul fiume omonimo.

Oltre il capo Hatteras, in mezzo alla Dismal swamp, il litorale diretto fin lì verso nord-est piega bruscamente verso nord-ovest, e col cambiamento di direzione cambia pure la natura di esso, come muta del resto l'aspetto tutto del paese per la maggiore vicinanza dei monti al mare e pel passaggio dalla zona subtropicale alla temperata. Colla profonda baia di Chesapeake, dove mettono foce vari fiumi tra cui il Potomac, ed abbondano i porti tra cui l'attuale Baltimora, la costa comincia ad essere frastagliata ed a crescere sempre più di rilievo col procedere verso nord. Le minime valli diventano lunghi estuarii, le più piccole ondulazioni del terreno lunghe penisole, donde rade immense e meravigliosamente protette, capaci di ricettare flotte intere, la cui navigazione continua in quei fiumi lenti e profondi, che attraversano regioni favorite da incalcolabili ricchezze naturali, minerali in ispecie: tali la profonda baia del Delaware colla città attuale di Filadelfia, che a 150 km. dall'Oceano ne sente nondimeno la marea, e quella, dove oggi sorge New-York, dell'Hudson, il fiume solenne dal letto largo e profondo simile ad un braccio di mare, che sente la marea a ben 230 km. dalla foce ed è messo in comunicazione mediante canali coi Grandi laghi e col San Lorenzo. E mentre con la navigabilità del corso medio e inferiore questi fiumi favoriscono prodigiosamente il commercio, colla forza motrice da essi somministrata nel corso superiore in ispecie sembrano invitare all'esercizio dell'industria.

La Nuova Inghilterra. — Ciò s'avverte tanto più oltre l'Hudson, nel tratto più settentrionale della zona atlantica degli Stati Uniti: costituisce questo tratto la Nuova Inghilterra, paese dal suolo roccioso e poco fertile e dal clima freddo e continentale nonostante la posizione sul mare per la prevalenza dei venti occidentali.

I monti seguono qui da presso la costa ed i fiumi, scorrendo quasi totalmente fra essi in letti ampi ma rocciosi con rapide e cateratte frequenti, se non sono che in piccola parte adatti alla navigazione, possono in compenso dar vita ai maggiori stabilimenti industriali. Ai traffici marinari sembra invece invitare gli abitanti la costa alta varia dai mirabili contrasti di rupi e di cupa vegetazione, ricca di ottimi porti fra cui maggiore di tutti Boston sulla baia di Massachusetts.

Regione costiera dell'Atlantico, bacino del Mississippi, altipiani occidentali, regione costiera del Pacifico sono dunque a grandissime linee i territori, che si aprivano dall'Atlantico al Pacifico alla colonizzazione europea: alle paludi del litorale succedevano fertili terre pianeggianti e poi montagne non facili a superarsi pel fitto manto di boschi; oltre le montagne continuavano le foreste, seguite più in là da praterie da steppe e finalmente da regioni aride o da veri deserti; quindi un'altra zona quanto mai impervia di altipiani salati e monti nevosi, finchè sul Pacifico, l'oceano futuro degli Americani, s'apriva quale compenso adeguato alle difficoltà del cammino l'incantevole vallata californiana. Questo passaggio successivo da un paese ad un altro affatto diverso per flora ed aspetto del suolo, che corrisponde al succedersi delle varie zone climatiche, determinerà appunto il processo della colonizzazione interna e della civiltà americana; la quale, ostacolata nella sua marcia da oriente ad occidente da catene montuose e sterilissime lande, non troverà invece alcun intoppo alla sua espansione da nord a sud, dalla N. Inghilterra alla Florida, dai Grandi Laghi al Golfo del Messico, mentre in un senso e nell'altro troverà nella varietà straordinaria di sedi, diverse fra loro per clima aspetto e prodotti, un'abbondanza e moltiplicità di elementi naturali di progresso non offerta forse mai ad alcun altro popolo. Nè a garantire le sorti dell'agricoltura, la ricchezza prima del paese, a mantenere perenne la fertilità della terra di fronte agli sperperi dell'avidità umana, la natura mancava di assicurare una riserva enorme di forze produttive nel guano, di cui abbondano alcune isole, e più ancora nei vasti depositi di grunsand e fosforite, ottimi concimi minerali, frequenti lungo le coste dell'Atlantico[2].

Ma quali erano gli abitatori del fortunato paese, quando l'alba della società anglo-americana spuntava appena sul cielo della storia?

§ 2. I Mound-builders. — Nella vallata del Mississippi, lungo l'Ohio il Wisconsin lo Jowa, l'occhio del visitatore è preso da meraviglia e l'animo suo si lascia andare alle ipotesi più varie alla vista dei Mounds. Consistono questi, come dice il nome, in terrapieni: ora sono ridotti d'area spesso estesissima, circondati da dighe o bastioni, e contenenti serbatoi d'acqua artificiali; ora arginature lunghe in certi casi le 15 e le 16 miglia[3]; ora piattaforme di varia grandezza, alte 60 e 90 piedi[4] sul suolo, alle quali si sale mediante una scala scavata nella terra; ora infine una serie di piccole opere disposte a distanze quasi uguali ed in linea retta per parecchie miglia. Fine ed ufficio loro, a giudicare dagli avanzi, deve essere stato di difesa in alcuni casi, di abitazione o di tempio in altri; varia pure ne è la forma, da quella geometrica di circoli, di quadrati, di poligoni, di elissi regolarissime, a quelle assai strane d'animali o d'esseri umani. Famosi tra gli altri il mound del serpente nell'attuale contea di Adams nell'Ohio, costrutto sopra un rialzo del terreno, che costeggia il fiume, tutto a spirali come un immenso serpente, lungo un migliaio di piedi e largo cinque, colla coda attorcigliata in tre giri e con una specie d'uovo lungo 160 piedi nella bocca; il mound dell'elefante nel Wisconsin lungo 135 piedi e molto simile a quell'animale; il mound dell'orso nel Kentucky ed altri.

I luoghi dove sorgono sono evidentemente scelti ad arte per ragioni commerciali o di difesa, in genere lungo i fiumi navigabili od alle loro confluenze: il materiale adoperato generalmente è la terra, ma non mancano avanzi di mattoni, pietre lavorate e persino legname: utensili ed ornamenti in rame argento e pietre preziose, scuri, scalpelli, braccialetti, coltelli, pezzi di tessuto, stoviglie primitive e vasi di terra dagli svariati ornamenti, oggetti in creta della forma d'uccelli quadrupedi uomini, graffiti e bassorilievi rappresentanti essi pure uomini ed animali, scheletri in polvere, ecco quanto hanno lasciato i Mound-builders, i costruttori cioè dei mounds; abbastanza per tramandare il ricordo di sè, troppo poco per svelarci l'enigma della loro storia.

Erano essi i progenitori degli Indiani, cosa ben difficile quando si paragoni la civiltà di questi alla loro? Erano tribù affini a quegli Indiani Pueblo del Nuovo Messico, che abitano tuttora in enormi edifici di pietra dalle mura altissime scavalcate in mancanza di porte mediante scale a piuoli, edifici costrutti in cima ai colli e contenenti persino 5000 persone, opinione anche questa improbabilissima, quando si consideri la diversità sostanziale tra queste costruzioni in pietra ed i misteriosi mounds in terra? O sono questi i monumenti di quell'impero grande e civile fondato, come suona la tradizione irochese, dalla tribù indiana dei Lemni Lenapi, scesi dal nord-ovest nella vallata del Mississippi e scacciati di qui da genti più barbare, che li avrebbero costretti a cercare rifugio nei più impraticabili cañons, dove pur trovansi vestigie di costruzioni stranissime? O sono opera infine di genti asiatiche, derivate da naufraghi cinesi o giapponesi sbattuti dalle tempeste sulle coste del Pacifico; o di genti venute dal Golfo del Messico, come parrebbero far credere le figure di foche e d'altri animali marini incisi nei loro strumenti? Nulla fino ad ora ci illumina sull'origine e sulla storia di questi uomini. Il Bancroft ne nega addirittura l'esistenza, ritenendo i loro mounds opera della natura, strane forme geologiche e nulla più, opinione distrutta dall'esattezza matematica della costruzione, che attesta non solo una mente ma perfino l'uso di strumenti, e dagli avanzi scopertivi; il Reclus all'opposto, asserendo che mound-builders erano in grado minore gli stessi Seminoli della Florida ed i Cherochesi della Georgia, ed i Natchez del Mississippi, non vede nei mounds che l'opera di tribù nord-americane per nulla dissimili salvo pel grado di civiltà da quelle attuali; il Morton infine, con più ragione forse d'ogni altro, li attribuisce a quel tipo tolteco, rappresentato pure dagli abitanti primitivi del Messico, tipo distinto fisicamente da quello nord-americano vero e proprio per essere dolicocefalo anzichè brachicefalo.

Qualche pestilenza distruttrice o qualche invasione barbarica avrà probabilmente scacciato dalle lor sedi settentrionali e spinto verso sud-ovest a confondersi coi loro fratelli questi Toltechi, vissuti a quanto ritiensi dallo stato degli scheletri un duemila anni or sono, arrivati ad un grado di civiltà relativamente agli Indiani avanzatissima e passati poi come un'ombra senza lasciare altra traccia che quella dei muti ricoveri testimoni dei loro amori, dei loro sacrifici, delle loro lotte, altro ricordo che quello della loro esistenza.

§ 3. I Normanni. — Se dei costruttori dei mounds rimangono pur in mezzo alla più fitta oscurità traccie indiscutibili di esistenza, d'altre genti venute un giorno sul suolo nord-americano parlano solo vaghe leggende dei popoli nordici. Sarebbero questi i Norsi, i padri di quegli arditi navigatori scandinavi resisi terribili non per pura leggenda a tanti paesi d'Europa. Certa pare infatti, nonostante la veste fantastica di cui si ammanta nella saga islandese, la venuta degl'Irlandesi a partire dalla metà del VII sec. in un paese da loro in seguito colonizzato e denominato la Grande Irlanda, ch'era probabilmente l'estremo N-E. del Canadà e il N. Brunswick. Un fitto velo copre le vicende di questi arditi, che forse soccombettero alle ostilità degli indigeni ed all'epidemie o furono soppiantati da quei Normanni, i quali dopo essersi stabiliti nel sec. 8º e 9º nelle Färöer e nell'Islanda, pur esse precedentemente occupate da Irlandesi, approdarono e si stabilirono in Groenlandia ed in altre terre più occidentali lungo i secoli X e XI. Winland (terra del vino) Helluland (terra rocciosa) Markland (terra selvosa) furono i nomi immaginosi che Leif Eriksen, figlio di Erik Raudi, l'islandese stabilito in Groenlandia, ed il compatriotta di lui Thorfinn Karlsewne davano in sull'alba del 1000 alle terre americane, in cui la critica moderna ravviserebbe rispettivamente Nuova Scozia, Labrador, Terranuova e tutt'al più un lembo del Canadà, escludendosi la costa degli Stati Uniti sino al Capo Cod, com'era opinione comune sino pochi anni addietro.

Le relazioni fra l'Islanda la Groenlandia e la terra delle viti selvatiche, il Winland, si protrassero, pare, ad intervalli e riprese per qualche secolo, ed i Normanni si spinsero forse, se è da credere a vaghe tradizioni messicane, fino al Messico. Certo è ad ogni modo, che stabile colonizzazione bianca non vi fu neppure sulla costa dei futuri Stati Uniti, giacchè non solo manca ogni prova diretta od indiretta di essa ma non si trova neppure presso le genti del nord dell'Europa la cognizione di terre, che le relazioni commerciali o la fama avrebbe in quel caso rivelate.

I soli ed unici abitatori primitivi adunque, a noi noti, del territorio nord-americano sono quelle tribù di razza rossa ivi trovate all'epoca della scoperta e conosciute in Europa col nome generico di Pelli-Rosse o di Indiani, così detti dall'erronea opinione dei primi esploratori d'esser giunti alle Indie.

§ 4. Gli Indiani. — Gli Indiani appartengono a quella razza americana, che per la struttura somatica e pel tipo linguistico polisintetico presenta qualche lontanissima analogia colla razza mongolica, pure rimanendo una famiglia a sè, diversa da tutte le altre. Prima della scoperta europea gli Indiani degli Stati Uniti attuali s'aggiravano, secondo i calcoli[5] più fondati, intorno al milione, di cui un 180.000 soltanto all'est del Mississippi, ripartiti in una infinità di tribù, che oggi dopo tre secoli e più di colonizzazione bianca con relativa distruzione di alcune fra esse, migrazione o spezzamento di altre, riesce ben difficile localizzare con precisa esattezza.

Le affinità linguistiche nondimeno hanno permesso al Buschmann di riunire in gruppi queste tribù, ciascuna delle quali aveva propria parlata, raggruppamento su cui il grande antropologo Waitz basò la sua classificazione.

Nel sec. XVIII noi troviamo in tutto l'estremo est, dalla Nuova Scozia alla Carolina settentrionale, gli Algonkini, divisi in un'infinità di tribù; all'ovest di essi, nel New-York centrale e settentrionale, presso i Grandi Laghi, gli Irochesi, tra i quali i Seneka i Kayuga gli Onondaghi gli Oneida e i Mohawki formavano la fortissima lega delle Cinque nazioni, cui s'aggiunse più tardi come sesta la tribù dei Tuscarora, lega in guerra perpetua cogli Huroni, tribù pur essi della stessa stirpe; nella parte sud-est degli Stati Uniti attuali, gli Appalachiani, tra cui famosi per bravura i Cherochesi nella valle delle Tennessee, i Natchez sul basso Mississippi, i Seminoli nella Florida; di là dal Mississippi, nelle praterie, i Dakota e i Sioux, divisi essi pure in molteplici tribù, ed ancora più all'ovest negli altipiani occidentali una serie di tribù, appartenenti a quel gruppo dei Kenai estesisi per successive migrazioni dall'Alaska al Golfo del Messico.

Per quanto varie di lingua di sede di origine di grado di civiltà, belligere le une e cacciatrici, pacifiche ed agricole le altre, queste tribù presentano pur sempre qualche cosa di comune che permette di parlare di un tipo fisico e sociale indiano. Brachicefalo il capo, color di rame la pelle, prominenti gli zigomi, piccoli e neri gli occhi, ispidi i capelli, l'Indiano era generalmente inferiore al bianco per forza muscolare, infinitamente superiore per forza di resistenza: agilissimo, svelto poteva percorrere in un giorno solo settanta od ottanta miglia; figlio della natura, dei cui fenomeni era osservatore finissimo, percepiva i suoni più lontani e notava i segni meno appariscenti in quei boschi, ch'egli sapeva per quanto folti attraversare in linea retta, prendendo a guida l'aspetto della borraccine e la scorza degli alberi; grave e dignitoso nelle assemblee, vivace ne era il parlare e nella sua semplicità altamente poetico; valorosissimo in guerra combatteva con disperato coraggio, mostrandosi altrettanto crudele e spietato coi nemici quanto era paziente nel sopportare se vinto la prigionia o i tormenti senza un lamento; vendicativo per eccellenza quando si teneva offeso, ricordava ed era grato dei benefici ricevuti; attivo, instancabile, animato da vero furore in guerra nella caccia nella danza, le occupazioni preferite, era neghittoso in tutto il resto, lasciando alla donna il lavoro quotidiano per abbandonarsi bene spesso a fantastiche contemplazioni; vivo sopra tutto in lui il bisogno dell'aria aperta, radicato quell'istinto della vita nomade che la necessità economica di sempre nuove caccie, di sempre nuove boscaglie da ardere aveva istillato e mantenuto.

Le superstizioni del totemismo erano in fondo la religione degl'indiani, ma ad esse congiungevano l'idea vaga della divinità e dell'immortalità, non senza un principio di giustizia retributiva nell'altra vita, riservante pei buoni ricchissime caccie.

«I nostri bambini non hanno peccato; quando muoiono, dove vanno?» chiedeva un indigeno a John Eliot, l'apostolo degli Indiani del Massachusetts. Credevano in un Grande Spirito, di cui era simbolo il sole, ed a questo in mancanza di templi rendevano omaggio all'aria aperta, accendendo in suo onore dei grandi fuochi, intorno ai quali cantavano e danzavano con immane frastuono; un culto superstizioso tributavano pure ad animali, che rappresentavano gli altri spiriti secondari dispensatori dei beni e dei mali o simbolizzavano quel clan di cui costituivano ad un tempo e l'otem[6] od insegna tatuata ed il nume tutelare: tali ad esempio il lupo, il cervo, la tartaruga, il castoro, l'orso, l'airone, il falco. Il grande problema dell'origine del male s'affacciava in modo rudimentale alla loro mente: «perchè Dio non ha dato un buon cuore a tutti gli uomini?» chiedeva un indiano all'Eliot; ed un altro: «poichè Dio è onnipotente, perchè non uccide il diavolo che ha reso sì cattivi gli uomini?». La natura tutta del resto era oggetto di adorazione per l'Indiano ai cui occhi ed i venti e le stelle e le acque, come canta il Longfellow nel suo «Hiawatha», erano animati non meno degli animali e degli uomini. Nello stesso senso del sopranaturale sviluppatissimo in loro trovavano origine i magi ed i sacerdoti dotati di miracolosi poteri.

Primitiva era la loro organizzazione politica e sociale, basata la prima sul legame gentilizio anzichè territoriale, la seconda sull'uniformità di condizioni e funzioni degli individui. Si dividevano in tribù e queste alla loro volta in clans o genti legate insieme dal vincolo della comune discendenza: alla testa dei clans vi era uno o più capi detti sachem, uomini di regola ma talora anche donne: ogni villaggio costituiva uno stato indipendente, una piccola democrazia, a cui erano ignote generalmente e schiavitù e caste privilegiate. Come presso gli antichi Germani, in cui tutti erano uguali, i capi dovevano la lor elezione alla stima personale, ispirata dal loro valore, e duravano in carica finchè sapevano mantenersi tale stima: in guerra essi stimolavano colla voce sonora i commilitoni, in pace trattavano coi sachem degli altri clans gli affari generali della tribù. Il grado più alto di sviluppo politico, se così può chiamarsi, di questa razza era dato dalle confederazioni fra le varie tribù, più famosa di tutte quella già ricordata delle Cinque nazioni irochesi, retta da una specie di consiglio federale di 50 capi alla cui testa stavano due comandanti supremi.

Come l'autorità nell'opinione, così la legge risiedeva nell'uso e nella tradizione orale: i loro concetti giuridici erano ancora allo stato embrionale: la vendetta del sangue il modo più comune di punire le offese. Proprietà collettiva era la maggior parte del suolo, sia coltivato che lasciato ad uso di caccia; ma dalla proprietà collettiva s'era svolta e viveva accanto ad essa una proprietà privata, il cui concetto era altrettanto rigido in seno alla tribù quanto elastico nei rapporti con le altre tribù. La famiglia era generalmente su base monogamica, ma anche la poligamia era permessa: frequentissimo perciò il divorzio per le più futili ragioni, schiava dell'uomo la donna.

Non conoscevano linguaggio scritto ma coi segni tracciati sulle roccie e sugli alberi comunicavano fra loro benissimo: i loro annali erano dei segni simbolici semplicissimi incisi sugli alberi, dopo averne tolta la corteccia più esterna, dei canti guerreschi, delle cinture di wampun o chicchi forati fatti colle conchiglie; a queste affidavano pure per anni ed anni la memoria dei trattati, cui mantenevano fede incrollabile. Non conoscevano moneta, in cui vece servivansi dei wampun, uso imitato dagli stessi coloni bianchi nei primi tempi.

Abitavano ora isolati in capanne dette wigwams, costruite di pelli e di scorza d'albero, ora raccolti in parecchie famiglie in ricoveri assai ampi costrutti di scorza e di pali; vivevano dei prodotti della caccia e della pesca, di maiz, di bacche; usavano il tabacco ma non conoscevano bevande inebrianti; costruivano insieme coi rozzi utensili d'uso più comune, come stuoie di vimini, mortai di legno, vasi di terra, ami d'osso e reti di canapa, degli ingegnosi arnesi imitati poi dagli stessi coloni, come i patini da neve e le canoe. I patini, con cui scivolando sulla neve riuscivano a raggiungere alla corsa lo stesso cervo ed il daino, consistevano in un ramo d'acero, curvato nel mezzo finchè le due estremità si riunivano in punta, e riempito nel vuoto con una rete fatta di pelle di cervo cui s'attaccava con corregge il piede coperto soltanto da un leggiero moccason o pianella: ogni tribù aveva uno stampo diverso di patini. La canoa consisteva in una corteccia di betulla bianca, che si sbucciava tutta intera dall'albero, distesa sopra una leggerissima ossatura di cedro bianco, cucita ad essa con radici di cedro e spalmata al di fuori d'una pece ricavata dalla gomma degli alberi: erano imbarcazioni dalla forma svelta ed elegante, che contenevano al massimo 10 o 12 uomini, e pescando pochissimo scivolavano rapidamente sulle acque meno profonde.

Si dipingevano il corpo, vestivano pelli di animali, si ornavano il capo di penne, le rozze vesti di conchiglie. I lavori domestici, la poca agricoltura affatto primitiva era lasciata dall'Indiano alla sua squaw o donna; sua occupazione pressochè esclusiva era la caccia o la guerra esercitata più che altro a scopo di rapina. Quale fonte normale di sussistenza, come suole accadere presso i selvaggi ed i barbari, aveva pertanto la guerra una parte importantissima nella vita sociale delle tribù indiane, sempre in lotta fra loro, ora sole ora federate.

Cerimonie singolarissime la precedevano: digiuni e preghiere al Grande Spirito da parte del sachem, che tintosi di nero andava a nascondersi nei boschi per interrogare la divinità, e ottenuto nel sogno responso favorevole tornava fra i suoi, invitava nel proprio wigwam i guerrieri a lauto banchetto, finito il quale cominciavano le danze guerresche, che si protraevano tutta la notte tra il bagliore dei fuochi, tra i canti marziali e le grida selvaggie. Al mattino partivano per la spedizione dopo essersi spogliati di tutti gli ornamenti che consegnavano alle loro donne: entrati in campagna più che battagliare in campo aperto ricorrevano alle sorprese, ai tradimenti, agli stratagemmi d'ogni sorta, alle imboscate; loro armi d'offesa le freccie ed il tomahawk o scure di pietra, di difesa scudi di pelle di bisonte o corazze di vimini; sul nemico vinto praticavano lo scalp, atto nazionale per eccellenza di inaudita ferocia, che consisteva nell'incidere la cotenna alla base del capo e quindi strapparla afferrando quel ciuffo, che unico portavano gli Indiani in mezzo alla testa rasa; erano questi i più gloriosi trofei che i padri tramandassero ai figli.

Un milione dunque all'incirca di questi esseri deboli, miti in pace, in guerra feroci bensì ma armati di freccie di legno e scuri di pietra, privi delle più elementari risorse di vita e di resistenza di una qualsiasi civiltà un po' avanzata, dispersi sovratutto su un immenso territorio pressochè vergine e divisi in un'infinità di tribù ostili fra loro e separate bene spesso da enormi spazi vuoti, favorevoli quanto mai all'incunearvisi della colonizzazione bianca, ecco i padroni del suolo, dove la razza ariana sarebbe salita alla più alta potenza nel mondo, ecco l'elemento etnico indigeno, di fronte a cui veniva a trovarsi la colonizzazione bianca[7].

Chi erano i pionieri di questa? quali fra le genti d'Europa schiudevano prime questo vasto campo all'umana attività ed ai trionfi del più avanzato progresso?

§ 5. Prime esplorazioni e ricognizioni europee. — Se la storia generale della scoperta americana è iniziata ex integro dalla triade tutta italiana, Cristoforo Colombo, Paolo Toscanelli del Pozzo ed Americo Vespucci, sulle cui orme materiali od intellettuali si spinge baldanzosa dai porti dell'Occidente una pleiade di navigatori italiani e stranieri a scoprire ed esplorare le nuove terre; la storia speciale dell'esplorazione nord-americana, pur cominciando anch'essa a stretto rigore cogli ardimenti del genio latino, trova la sua preistoria in quelle audacie normanne, consacrate dalla leggenda, ed in quell'esercizio della pesca continuato per secoli nei mari più settentrionali d'America da parte degli occidentali: di quelle infatti si presentano continuatrici non più leggendarie ma storiche, di questi risolcano la via le navi del veneziano Giovanni Caboto, che sul finire del secolo XV pone il piede pel primo sul continente nord-americano.

Se l'Italia però dava al mondo i geni maggiori della navigazione, essa non dava al Nord-America più che al Sud-America i pionieri della colonizzazione: prima tra le nazioni europee per lo sviluppo di civiltà, essa non poteva entrare per la sua posizione geografica e per le sue condizioni politiche in un arringo coloniale, cui quella e queste spingevano gli altri paesi dell'Occidente.

L'Europa occidentale si presentava allora quanto mai adatta alla conquista ed alla colonizzazione del nuovo mondo. Le grandi scoperte geografiche avevano portato con sè una completa rivoluzione, trasportando il centro della civiltà fuori di quel bacino del Mediterraneo, che per tanti secoli era stato il teatro degli smerci internazionali e la sede d'ogni potere politico e commerciale: tracciata dai porti occidentali la nuova strada alle Indie, scoperta dai medesimi porti l'America, ad essi faceva capo quel commercio mondiale, che abbandonate le terre ed i mari chiusi si esercitava attraverso l'Oceano, e col commercio la ricchezza e la forza politica, lo sviluppo della civiltà.

Alla difesa di questi nuovi commerci erano necessarie delle flotte armate, a compiere le nuove conquiste nei mondi lontani occorrevano potenti organismi politici, e di tali mezzi potevano disporre appunto quei grandi Stati allora allora costituiti in Occidente sulle rovine del feudalismo, quelle società in cui l'industria nascente e la stampa andavano accrescendo la fortuna e l'influenza di robuste classi medie.

Portoghesi, Spagnuoli, Francesi ed Inglesi, sentinelle avanzate del mondo bianco sulle coste dell'Atlantico, sono infatti i popoli che compiono le prime esplorazioni, le più antiche ricognizioni, per dir così, sul suolo nord-americano, prima che gli Olandesi sorti a gagliarda vita nazionale s'aggiungano ultimi per tempo, non per fortuna, a contendere loro il primato dei mari.

I Portoghesi. — Famosi per le loro scoperte nei mari d'Africa e d'Asia, i Portoghesi, se lasciarono di sè traccia imperitura in tanta parte dell'America meridionale, non ne lasciarono affatto in quella settentrionale. Mentre invero il Cabral navigava a mezzodì e veniva dalle tempeste gettato sulle coste del Brasile, ignoti navigatori portoghesi compievano delle scoperte intorno al 1501 lungo le coste della Florida e forse della Carolina ed il Cortereal tra il 1500 ed il 1502 navigava per incarico ufficiale della corona portoghese a settentrione del continente americano: però il suo primo viaggio, in cui approdava alla spiaggia del Labrador e spaventato dalla crudezza del clima rivolgeva verso sud la prora delle sue navi, non aveva altro effetto che la rapina d'alcune decine d'Indiani tratti in schiavitù ed una relazione della flora rigogliosa dei paesi esplorati; nel secondo viaggio poi periva lo stesso esploratore, massacrato forse col suo equipaggio dagli Indiani; nè più dopo di lui il governo portoghese pensava all'America settentrionale.

Gli Spagnuoli. — Più fortunati dei loro confratelli, ma non destinati a raccogliere nella parte settentrionale del nuovo continente gli allori grondanti sangue della parte centrale e meridionale, furono gli Spagnuoli, quantunque abbiano fondato nel Nord-America la prima stabile colonia e vi si siano mantenuti fino al secolo XIX. Un anno prima infatti che Vasco Nuñez de Balboa, superato l'istmo di Darien, rivelasse all'Europa il Grande Oceano, constatando così l'esistenza indiscutibile d'un nuovo continente, quando già i viaggi di Colombo, Alonso Hojeda, Vicente Yanez Pinzon, Diego de Lepe, Pietro Alvarez Cabral, Diego di Nicuesa hanno scoperto ed esplorato buona parte dell'America centrale e meridionale; gli Spagnuoli sbarcavano nel 1512, il giorno della Pasqua di Rose, a quella penisola che appunto per ciò fu detta Florida. Venivano essi da Porto-Rico e li guidava il vecchio Ponce de Leon, già governatore di quell'isola, uno dei più intraprendenti e feroci avventurieri coloniali, il quale aveva armato a proprie spese tre bastimenti per conquistarsi un regno e ritrovare ad un tempo quella fonte di eterna giovinezza, che la leggenda affermava esistere in quei paraggi.

La superstiziosa speranza rimase naturalmente delusa, nè più soddisfatta fu quella di grandi tesori auriferi, ch'era stata tra i moventi primi della conquista: Ponce de Leon ottenne dal Re di Spagna il governo della Florida col patto di colonizzarla, ma tale opera incontrò le più vive difficoltà da parte degl'indigeni maltrattati dai conquistatori; e lo stesso Ponce de Leon, ferito mortalmente dagl'Indiani nel 1521 in una seconda spedizione, andava a morire a Cuba, non lasciando d'immortale, egli che aveva aspirato all'immortalità materiale, che il nome, strettamente legato alla conquista spagnuola della Florida. Nè maggior fortuna ebbero gli altri avventurieri spagnuoli, sbarcati colà per appagare insaziabile sete di guadagno, massimo fra tutti quel Ferdinando de Soto il quale, geloso dei bottini peruviani di Pizzarro, di cui era stato compagno, navigava da Cuba alla volta della Florida nel 1539 alla testa d'oltre 600 spagnuoli armati pomposamente e pieni di entusiasmo, caccia febbrile ai vantati tesori auriferi del paese più che conquista territoriale, spedizione disastrosa condotta per anni fra stenti ed ostacoli insormontabili, impresa in cui religione superstizione avidità orgoglio e tenacia indomabile s'uniscono insieme a darci uno dei quadri più smaglianti dello spirito di avventura dell'epoca, uno dei tipi più genuini di avventuriero spagnuolo: guidato dalla febbre dell'oro attraverso il continente, il De Soto non vi trovava e scopriva che la sua tomba, il grande fiume Mississippi da lui risalito fino al Missouri; e la sua salma, in esso gettata dai superstiti nel 1542, pareva quasi consacrare alla conquista spagnuola l'intera vallata del gran fiume.

Diversi i moventi ma triste del pari era nel 1549 la fine del domenicano Cancello, invano recatosi nella Florida per convertirvi gli indigeni: pareva che la morte medesima stesse a guardia della penisola infausta contro l'orgoglio castigliano, che vittorioso in ogni parte altrove non riusciva qui a conquistare un paese imbevuto ormai di tanto sangue d'hidalghi e tanto calorosamente agognato.

All'orgoglio castigliano non tarda anzi a contrastare il passo quello della nazione rivale, la Francia. Una colonia ugonotta, guidata da un ardito navigatore di Dieppe, Giovanni Ribault, intraprende l'opera ideata dall'ammiraglio Coligny, che sognava di fondare in America un impero francese protestante quale rifugio dei perseguitati ugonotti, sbarcando nel 1562 alla Florida: Forte Carlo fu detta la colonia e Carolina il paese, in onore di Carlo IX.

La fame e gli stenti fecero naufragare l'impresa, che fu ripigliata con più fervore all'arrivo di una nuova comitiva di emigrati ugonotti nel 1564 sotto il comando del Laudonniere, e parve dover riuscire al ritorno del Ribault sbarcato con granaglie strumenti e coloni. La classe inferiore dei coloni si componeva di spregevoli avventurieri, i quali fecero della colonia regalata alla madrepatria dalla fede e dall'entusiasmo un nido di pirati, che gabellavano per patriottismo la preda delle navi spagnuole.

Ma ecco alla sua volta ridestarsi contro questi eretici francesi il fanatismo coloniale e religioso spagnuolo nel feroce capitano Pedro Melendez de Aviles, il quale ottiene da Filippo II la carica di governatore della Florida con tutti i vantaggi relativi al patto di conquistarla in tre anni, ridurla al cattolicesimo mediante l'introduzione di preti e gesuiti, e colonizzarla: abituato alle stragi ed ai saccheggi, il restauratore del dominio spagnuolo e della chiesa cattolica nella Florida assale e massacra senza ombra di scrupolo i coloni francesi e prende possesso in nome del re di Spagna di tutta l'America settentrionale, procedendo subito alla fondazione di Sant'Agostino, la più antica città degli Stati Uniti attuali.

Il governo francese non si mosse per vendicare i coloni massacrati e la Spagna grazie al delitto del Melendez rimase signora incontrastata di questi territori, non ostante il tentativo fatto nel 1568 dal coraggioso guascone Domenico de Gourgues di vendicare col massacro di coloni spagnuoli quello dei suoi compatriotti.

Nonchè però crearvi una civiltà nuova, la Spagna era incapace di colonizzare in modo duraturo un lembo solo del vastissimo paese, che nelle carte spagnuole dell'epoca ad essa è assegnato col nome generico di Florida, dal Golfo del Messico al Canadà. Anche in questo, come in altri campi della sua attività, il carattere di quella nazione offriva un singolare miscuglio d'ingorda avidità e di fanatismo religioso: navigando alla volta dell'Occidente i suoi eroi, pieni ancora dello spirito cavalleresco e dell'entusiasmo della crociata secolare contro i Mori, credevano in buona fede di muovere ad una nuova crociata, in cui la più brillante fortuna sarebbe stato il premio immediato della loro pietà. Miniere d'oro e di argento inesauribili, fiumi dalle sabbie preziose, provincie ed imperi da guadagnare in poche settimane colla punta della spada, città dai templi e dai palazzi d'oro da saccheggiare, popolazioni deboli ma ricchissime da convertire alla fede ed asservire alla corona cattolica, ecco quanto sognavano questi avventurieri nella loro esaltata fantasia, ecco quanto loro mostravano coll'esempio i più fortunati, i Pizzarro ed i Cortez. Non eccesso di popolazione in patria, non bisogni commerciali od industriali, non idealità religiose politiche o morali spingevano verso il nuovo mondo questi fanatici d'oro di gloria militare e di conquista, i quali la propria esaltazione ed ambizione non i destini di un popolo portavano seco: ben potevano essi mantenersi nelle Indie Occidentali, nel Messico, nell'America meridionale, dove l'oro la fertilità straordinaria del suolo lo sfruttamento spietato degli indigeni e ben presto dei Negri appagava immediatamente la loro ingordigia; ma non già in un paese, dove solo una lotta senza tregua contro la natura e gli indigeni avrebbe strappato al suolo le ricchezze inesauste, dove la fortuna sarebbe stata premio del lavoro non già della semplice conquista.

Ponce de Leon, de Soto, Melendez e simili avventurieri coloniali, per quanto esuberanti di vita, erano rappresentanti troppo genuini della loro stirpe per dar vita ad una civiltà nuova, che avrebbe dovuto basarsi su principi diametralmente opposti a quelli della società spagnuola dell'epoca.

I Francesi. — Più atti senza confronto degli Spagnuoli a colonizzare tali paesi sarebbero stati per le loro condizioni sociali e psicologiche i Francesi, se il loro governo distolto dalle lotte religiose e politiche, che ardevano in patria, non avesse lasciato miseramente svanire l'occasione, come vedemmo, di fondare nella parte meridionale del Nord-America un immenso impero coloniale. Più fortunati invece riuscirono essi nella parte settentrionale, dove dall'esplorazione del golfo di San Lorenzo, per opera di Dionigi d'Honfleur nel 1506, è un succedersi per tutto il secolo XVI di viaggi e scoperte dovute alla loro intraprendenza, al loro amor proprio nazionale.

Lo spirito d'avventura l'ambizione la gelosia contro il fortunato rivale fanno trovare presso Francesco I la migliore accoglienza ai disegni di Giovanni da Verrazzano, che s'impegna di scoprire la via al mistico regno del Catai per l'occidente; ed il navigatore fiorentino nel 1524 sbarca sulla bassa spiaggia della odierna Carolina settentrionale, esplora senza naturalmente trovare la via agognata le coste americane dal 34º grado al 50º e colla descrizione particolareggiata di esse, la prima comunemente nota, mandata al re da Dieppe al suo ritorno, dà maggior aire ai sogni fantastici di ricchezze e di conquiste. Il disegno del fiorentino è ripreso poco dopo da un favorito del monarca, da Filippo di Brion-Chabot, che al desiderio di raggiungere la meta invano sognata dal Verrazzano accoppia lo zelo di convertire alla chiesa cattolica gli infedeli del nuovo mondo per compensarla delle anime sottratte a lei dall'eresia di Lutero e di Calvino: Giacomo Cartier, audace navigatore di San Malò, è scelto a tradurre in atto i suoi disegni; ed il Cartier, dopo aver una prima volta nel 1534 toccato il San Lorenzo, in un secondo viaggio condotto dal 1535 al 1536 dava il nome al golfo di San Lorenzo e fra lo stupore e lo sbigottimento degli Indiani della regione si spingeva coi suoi fino alla loro capitale Hochelaga, un misero villaggio d'una cinquantina di edifici fatti con tronchi d'alberi, là dove ora sorge Montreal, nome dato a quel monte dallo stesso Cartier, il quale chiamava il fiume «fiume di Hochelaga o fiume del Canadà» dal nome generico che in indiano significava città o villaggio.

Una croce ed una bandiera coi gigli fissata sul suolo, ecco quanto lasciava il Cartier ad affermare il dominio francese nel futuro Canadà, portandone via dei miseri selvaggi attirati con inganno sulle navi, perchè dessero fede colle loro parole al racconto delle meraviglie vedute e dei tesori ancor più meravigliosi destinati ai Francesi.

Quando pertanto un gentiluomo della Piccardia, Giovanni de la Roque, signore di Roberval, riprende i disegni del Chabot, ottenendo dalla corte fra gli altri titoli pomposi quello di vicerè e luogotenente generale del Canadà, il Cartier si presenta come il più adatto capitano generale del futuro vicereame e l'organizzatore della spedizione, i cui proventi dovevano andare per 1⁄3 agli autori di essa, per 1⁄3 al re e per 1⁄3 a coprire le spese occorse.

Lasciata l'Europa nel maggio 1541 con un equipaggio reclutato per buona parte nelle prigioni, il Cartier vi faceva ritorno un anno dopo, abbandonando al proprio destino e vicereame e vicerè: carestia e scorbuto decimavano le genti del Roberval, che rimpatriato si recava poi una seconda volta in America nel 1549 per trovarvi una fine a noi non meno ignota di quella dello stabilimento da lui fondato sul S. Lorenzo.

Ancora meno di questo poi riusciva il tentativo consimile fatto più tardi nel 1598 da un gentiluomo della Brettagna, il marchese de la Roche, nominato egli pure luogotenente generale del territorio transatlantico; mentre il tentativo calvinista, fatto come vedemmo nel frattempo nel sud, non aveva lasciato di duraturo che la denominazione di Carolina data ad un paese molto più vasto dell'attuale Carolina.

Al cadere pertanto del secolo XVI le pretese della Francia su tutta quella parte del Nord-America, che nelle carte dell'epoca si chiamava Francesca o Canadà o Nuova Francia, al nord della spagnuola Florida, ben più vasta anch'essa dell'attuale, non avevano altro corrispondente nei fatti che la pesca della balena e del merluzzo da parte delle barche francesi insieme con quelle delle altre nazioni occidentali, pesca cui s'era associato oramai il commercio lucroso delle pelli di orso e di castoro e dei denti di tricheco, su scala così vasta che intere flottiglie partivano per esso dal porto di San Malò. La gloria di gettare le basi reali della grande per quanto effimera potenza francese nel Nord-America era riservata ad un eroico biscaglino, Samuele di Champlain.

Se infatti il progetto di fondare un grande impero francese nel nord-America, riaffacciatosi più vivo di prima all'ambizione francese durante il regno felice di Enrico IV, sembrava naufragato per sempre dopo il nuovo ed infausto tentativo del marchese de la Roche, una molla diversa ma non meno potente spingeva la Francia alla colonizzazione, la prospettiva di lauti guadagni commerciali: un mercante di San Malò, il Pontgravè, era l'anima di tali imprese, per le quali nel 1603 fondavasi a Rouen una compagnia di mercanti, che sceglieva per dirigere la spedizione il Champlain, uomo di profonda cultura marinaresca, di spirito penetrante, di perseveranza infaticabile, di coraggio indomito, il quale aveva già concepito nei suoi precedenti viaggi nel nuovo mondo il luminoso per quanto prematuro disegno d'un canale interoceanico nell'America centrale e se n'era fatto il banditore presso la corte ed il ceto dedito alle imprese coloniali.

Quando il Champlain ritornava in Francia da questa spedizione, senza aver trovato più alcuna traccia di Hochelaga e dei compatriotti ivi rimasti, Enrico IV, revocate tutte le concessioni commerciali e coloniali precedenti, aveva già dato a un suo ciambellano, Pietro de Monts, il permesso di colonizzare La Cadie o Acadia, nome con cui fu designato il territorio americano estendentesi dal 40º al 46º grado di latitudine nord, cioè dalla attuale Filadelfia fin oltre Montreal.

Il nuovo luogotenente generale d'Acadia, al quale coll'autorità di vicerè ed il monopolio del commercio delle pelli, cosa ben ostica ai mercanti francesi dei porti dell'Atlantico, era stato concesso di reclutare a forza vagabondi malandrini e prigionieri pei suoi equipaggi, armava una spedizione che doveva conquistare e colonizzare il paese per fini commerciali, convertendone al cattolicesimo gl'indigeni; disegno per cui il De Monts, quantunque calvinista, conduceva seco dei preti cattolici: il Champlain il Pontgravè ed il barone di Poutrincourt furono a lui compagni nell'impresa iniziatasi nel 1604.

Dato il nome a Port-Royal, che fu concesso in dono al Poutrincourt, ed al fiume S. Giovanni, fondato uno stabilimento col nome di Santa Croce alla foce del fiume omonimo, il De Monts ed il Champlain si spinsero verso sud in cerca di clima più dolce e terre più fertili, esplorando in nome della Francia le coste ed i fiumi dell'attuale Nuova Inghilterra fino al capo Cod; ma, non avendo trovato un luogo adatto per costruirvi la capitale, ritornarono a Port-Royal, dove fondarono una nuova colonia. Nel frattempo i nemici del De Monts lavoravano ai suoi danni, eccitati e comperati per di più da quei commercianti e pescatori dei porti normanni bretoni e guasconi, che la esclusione dal lucroso commercio delle pelli aveva danneggiato ed irritato oltremodo. Il De Monts tornava allora in Francia per sventare tali trame; ma ciò nonostante il monopolio concessogli veniva revocato ed i capi dell'impresa fallita, che primi tra gli Europei avevano tentato fondare nel nuovo mondo una colonia agricola pure servendosi a tal fine di pessimi elementi sociali accanto ai buoni, approdavano vinti ma non domi a S. Malò nell'ottobre del 1607.

Il barone di Poutrincourt, non volendo rinunciare ai suoi disegni, otteneva dal re Enrico IV la conferma del donativo di Port-Royal, ma i suoi piani venivano ostacolati dalla potenza dei Gesuiti i quali, fiutata nella Nuova Francia un nuovo e più vasto campo alla loro attività, volevano servirsi della grande influenza già acquistata alla corte per ridurre quel territorio sotto il loro dominio.

Il Poutrincourt, buon cattolico ma tutt'altro che amico dei Gesuiti, non volle saperne di condurli seco nel nuovo mondo, dove si diede con zelo all'opera di convertire gli Indiani per dimostrare che anche senza i Gesuiti potevasi cristianizzare la Nuova Francia; ma l'intrigo e la tenacia della compagnia di Gesù, cui l'assassinio di Enrico IV rendeva più potente, la vincevano sopra l'energia del barone sfornito di mezzi e nel gennaio del 1611 i Gesuiti salpavano trionfanti per la Nuova Francia dopo che il padre Briard ebbe comperato per 3800 lire in nome della «Provincia di Francia della Compagnia di Gesù» il diritto di partecipare all'impresa del Poutrincourt cui s'erano associati due mercanti ugonotti di Dieppe!

Esaurite ben presto le risorse del Poutrincourt, la bella e virtuosa marchesa di Guercheville, Antonietta de Pons, dama d'onore di Maria de' Medici e grande fautrice dei Gesuiti, comperava da lui il diritto di partecipare alla sua impresa, dal De Monts a corto lui pure di denari i suoi diritti sull'Acadia, mentre si faceva donare dal giovane re Luigi XIII tutti i paesi dell'America settentrionale, dal fiume San Lorenzo alla Florida! Così la Compagnia di Gesù, di cui la pia marchesa non era che il medium, divenne padrona di gran parte del suolo dei futuri Stati Uniti.

La compagnia si accingeva subito all'opera; ma la prima impresa inspirata da essa falliva completamente, giacchè la colonia fondata nel 1613 dal Saussaye sulle coste del Maine veniva aggredita da un avventuriero inglese, Samuele Argall, capitano d'una nave contrabbandiera, che s'impadroniva coll'astuzia associata alla violenza delle lettere regie contenenti i pieni poteri dati al Saussaye: i coloni sopraffatti a tradimento venivano parte uccisi, parte lasciati su un cannotto in balia delle onde, parte condotti prigionieri. Fornito in seguito a ciò di una piccola flottiglia dal governatore inglese della Virginia, l'Argall saccheggiava e incendiava gli stabilimenti francesi, quantunque non vi fosse guerra tra Francia ed Inghilterra, assalto brigantesco, ammantato per giustificarlo dei pretesi diritti inglesi su quelle coste, col quale s'iniziava per quanto inavvertita la lotta secolare tra Francia ed Inghilterra pel possesso del Nord-America.

Se l'iniziativa presa dalla marchesa di Guercheville in favore dei Gesuiti non riusciva a dare alla Francia un vasto dominio nel nuovo continente, ben vi riusciva la costanza eroica dei predecessori di essa, del Champlain in prima linea.

Il tenace de Monts infatti, riuscito dopo molta fatica nel 1608 ad ottenere un nuovo monopolio commerciale per la durata di un anno, aveva armato due navi affidandole l'una al Pontgravè, perchè commerciasse cogli Indiani e nella vendita delle pelli trovasse i mezzi finanziari dell'impresa, l'altra al Champlain perchè fondasse la progettata colonia ed esplorasse l'immenso paese.

Risalito quindi di nuovo il S. Lorenzo, il Champlain fondava un fortilizio in legname alla confluenza del fiumicello S. Carlo col S. Lorenzo, su un promontorio che circondato da due parti dalle acque formava come una fortezza naturale. Questo punto strategico per eccellenza, sul quale sorge oggi la città di Quebec, doveva servire al Champlain di base commerciale da un lato, prestandosi esso in modo mirabile a chiudere a qualsiasi concorrente il bacino del San Lorenzo ed a monopolizzare così il traffico delle pelli, di base militare dall'altro per compiere le scoperte e conquiste ch'egli intendeva di fare, sempre fermo nel duplice intento di trovare la nuova via per l'Oriente e di strappare al demonio le tribù selvagge d'America.

Iniziatore della politica francese di attirare nell'orbita della propria influenza le tribù indiane, il Champlain, invitato dagli Huroni abitanti sul lago omonimo, s'intrometteva nelle lotte fra questi, alleati agli Algonchini, e le tribù loro affini degli Irochesi, stretti nella terribile lega già ricordata delle Cinque Nazioni. Pochi colpi sparati dal Champlain, che durante la spedizione scopriva il lago omonimo, e dai pochi suoi compagni, se mettevano in rotta i terribili Irochesi spaventati da tale novità, acquistando così alla Francia la gratitudine e la simpatia degli Huroni e d'altre tribù, gettavano d'altra parte il seme di future lotte sanguinose tra coloni ed indiani.

Ritornato in Francia col Pontgravè nel 1610, il Champlain aveva fatto ad Enrico IV un rapporto soddisfacentissimo; tanto che il De Monts, il quale si trovava egli pure alla corte invano adoperandosi per farsi rinnovare il monopolio, aveva risolto, d'accordo cogli antichi compagni di lotta, di continuare a ogni costo per proprio conto l'ardita impresa.

Il Champlain, ottenuta carta bianca, salpava di nuovo pel Canadà, aiutava di nuovo gli Huroni contro gli Irochesi, fondava un fortilizio col nome di Place Royale non lungi dall'odierno Montreal e, tornato in Europa, cercava d'infiammare del suo entusiasmo coloniale il principe Carlo di Borbone, il quale infatti, creato luogotenente generale della Nuova Francia, affidava i suoi poteri al Champlain. La vita di questo non fu più sino al giorno della sua morte che un apostolato costante a favore della colonizzazione della Nuova Francia, le cui sorti posavano solo sul suo entusiasmo, sul suo ardimento, sul suo genio. Mentre in Francia, dov'egli si reca quasi ogni anno, l'opera sua si spiega nel ricercare calorosamente nuovi proseliti, nel raccogliere sussidi armi danari coloni, nel mettere insieme compagnie mercantili interessate al traffico delle pelli; di là dall'Atlantico essa è tutta rivolta ad esplorare il paese, a crearvi nuovi stabilimenti, a convertirlo al cattolicesimo, a difenderlo dagli assalti inglesi, a far della potenza francese il perno ed il centro d'una vasta lega fra tutte le tribù erranti del Canadà contro i comuni nemici, i terribili Irochesi delle Cinque Nazioni, contro i quali egli spesso combatte dando prove d'un coraggio personale non inferiore al suo genio.

La fede del Champlain riusciva a trionfare e la sua opera poteva dirsi ormai assicurata, quando dopo mille tentativi di colonizzazione si fondava finalmente nel 1627 sotto gli auspici dello stesso Richelieu, che se ne metteva alla testa, una società di 100 mercanti detta «Compagnia della Nuova Francia» con un capitale di 300,000 lire e due navi da guerra regalate dal re. Essa otteneva a perpetuità e con poteri sovrani l'intero paese dalla spagnuola Florida al circolo polare col monopolio perpetuo del traffico delle pelli ed un monopolio di 15 anni per ogni altro ramo di commercio: in compenso era obbligata a trasportare subito da 200 a 300 artigiani e lavoranti nella Nuova Francia, accrescendo il numero di essi fino a 4000 prima del 1643, ed a provvedere questi coloni di terreni coltivabili, mantenendoli intanto pei primi tre anni; i coloni poi dovevano essere francesi e cattolici; proibita d'allora in poi agli Ugonotti l'entrata nel paese ed espulsi quelli della setta ivi domiciliati; obbligata la compagnia a tenere tre preti almeno per ogni stabilimento.

Gli Ugonotti fuggiaschi meditarono allora d'impadronirsi della Nuova Francia e riuscirono infatti, sotto bandiera inglese, a conquistare Quebec invano difesa audacemente dal Champlain: la città veniva però poco dopo restituita alla Francia e ritornava la capitale dei possessi della Compagnia, rappresentata dal Champlain fino alla sua morte. Con lui si spegneva la notte di Natale del 1635 una delle figure più nobili di quella storia coloniale pel solito intessuta di delitti e di sangue, un soldato audace ed un leale politico, un grande esploratore, un credente ardentissimo senza esser bigotto, un conquistatore senza essere massacratore, un cavaliere senza macchia e senza paura.

Per opera sua i fondamenti della potenza francese erano ormai gettati nel Nord-America, ma l'edificio posava su basi troppo mal fide per essere duraturo. L'assolutismo della vecchia dinastia capetingia e la potenza dei Gesuiti, che erano ormai ritornati in America e si erano dati col solito entusiasmo spinto fino alla sete del martirio a convertire gl'indiani per fondare in quelle regioni un nuovo Paraguay, una monarchia feudale ed un sacerdozio sovrano, erano puntelli troppo tarlati dall'opera dei secoli per resistere all'onda impetuosa delle nuove idee, agli assalti vigorosi d'una razza incarnante quello spirito nuovo, che andava ormai aleggiando sulla vecchia Europa ed aveva trovato un focolare di sviluppo e d'energia nella stessa America, nello stesso territorio diviso fra le pretese francesi e quelle spagnuole: sulle rive dell'Atlantico, tra gli Allegani ed il mare, s'erano stanziati o si stavano stanziando Inglesi Olandesi e Scandinavi.

Gli Inglesi. — Era appena terminata, può dirsi, la guerra delle Due Rose, che l'Inghilterra approfittava della tranquillità assicuratale dalla mano energica di Enrico VII per sviluppare le sue industrie e allargare i suoi commerci ristretti fino allora più che altro ai mari settentrionali: così, mentre da un lato le fiere inglesi attiravano in gran numero i mercanti lombardi, dall'altro la città trafficante di Bristol, chiamata dai contemporanei la Lubecca o Venezia inglese, diventava e per la sua postura occidentale e per le tradizioni sue commerciali, quale centro della pesca nei mari d'Irlanda, il centro maggiore di quel vivace spirito d'intrapresa, che ben s'accordava coi disegni del monarca geloso delle grandi risorse fruttate alla Spagna dalle scoperte marittime dell'epoca.

Ed un mercante veneziano infatti residente a Bristol, Giovanni Caboto, induceva senza fatica il re inglese a concedergli nel 1497 una patente di monopolio coloniale, che desse a lui ai figli ed eredi il diritto esclusivo di percorrere a proprie spese i mari dell'ovest dell'est e del nord, prendendo possesso delle nuove terre da scoprire quali vassalli della corona inglese; salvo l'obbligo pei concessionari di sbarcare nel porto di Bristol al ritorno da ogni viaggio e di pagare alla corona il quinto dei profitti di esso.

Il primo viaggio, come del resto i seguenti, non apportò al Caboto alcun lucro, ma in compenso egli s'acquistava la gloria imperitura di aver scoperto per il primo il continente nord-americano e dava su questo all'Inghilterra tutti gli eventuali diritti, che derivavano secondo lo spirito dell'epoca dalla priorità della scoperta.

Se mancarono quindi i vantaggi immediati, non andò perduto per l'avvenire di quella nazione l'impulso dato alla marineria britannica dalle scoperte di Giovanni e più ancora del figlio Sebastiano Caboto, che nel 1498 toccato una seconda volta il Labrador si spingeva lungo la costa americana fino all'attuale Maryland, e più tardi, messosi alla ricerca d'un passaggio al nord-ovest, entrava nella baia denominata un secolo dopo dall'Hudson.

La posizione geografica, lo sviluppo considerevole della popolazione, la passione dei viaggi e delle scoperte propria dell'epoca con tutti i sogni romantici ad essa inerenti, la gelosia per le scoperte spagnuole e la necessità di difesa marittima contro quel popolo, l'esercizio del commercio sulle coste dell'Africa, la politica di Enrico VII curante degli interessi commerciali nonostante il suo tirannico governo, e più ancora quella di Elisabetta animata dall'intento di assicurare al paese il primato nei mari, erano tutte cause che dovevano spingere l'Inghilterra ad assecondare prima e continuare poi anche nei mari del nuovo mondo, come in quelli settentrionali dell'antico, l'opera iniziata dal suo «grande pilota» e da lui condotta, con costanza non inferiore al suo genio, sino alla morte. Marinai e lavoratori, scienziati ed avventurieri fanno delle terre d'oltre Atlantico l'oggetto del loro pensiero, la sede dei loro castelli dorati: ed ecco nel 1576 e negli anni seguenti i viaggi nei mari polari d'America organizzati, qualcuno a spese della stessa Elisabetta, dalla tenacia indomita del Frobisher, che considerava la scoperta del passaggio del N. O. «come la sola cosa al mondo che vi fosse ancora da fare e che potesse procurare ad un genio distinto la gloria e la fortuna», viaggi importanti per le scoperte geografiche più che per i risultati pratici, che si ridussero al trasporto di vascelli carichi di pietre scambiate per oro dall'ingordigia febbrile degli esploratori; ecco le prodezze, segno anche queste dei tempi, di Francesco Drake, vero pirata a danno dei nemici dell'Inghilterra, il quale, inteso a saccheggiare dal 1577 al 1580 i forti spagnuoli dell'Oceano Pacifico, prende piede per il primo sulla costa occidentale dei moderni Stati Uniti, denominandola Nuova Albione; ecco infine dei progetti non di semplice scoperta e conquista di terre americane ma di colonizzazione vera e propria con sir Umfredo Gilbert, che nel suo «Discorso per dimostrare il passaggio di Nord-Ovest per il Catai e le Indie Orientali» scrive: «Noi potremmo abitare una parte di quei paesi e trasportare colà quella gente bisognosa, che adesso disturba la nostra società, e per le tristi condizioni in patria è portata a commettere misfatti e cattive azioni, talchè ogni giorno la vediamo salire il patibolo».

Ottenuto un brevetto abbastanza largo, per quanto concepito secondo le teorie commerciali dell'epoca, e riunita una schiera di emigranti volontari, il Gilbert metteva alla vela per l'America nel 1579 una prima volta, ed una seconda nel 1583 ma senza alcun risultato; in quest'ultimo viaggio anzi naufragava egli stesso, mentre seduto a poppa con un libro tra le mani incoraggiava filosoficamente i suoi colle parole «per mare come per terra siamo del pari vicini al cielo»!

Ai rischi di tale spedizione aveva partecipato un fratellastro del naufrago, Gualtiero Raleigh, il quale in quell'elevato patriottismo, in quella gelosia dell'onore della prosperità del progresso dell'Inghilterra, che lo facevano l'antagonista inesorabile delle pretese spagnuole, trovava la forza di volontà per continuare e compiere ad ogni costo l'opera del Gilbert. Se Elisabetta nella speranza di un iperboreo Perù nei mari glaciali d'America favoriva le spedizioni polari, il Raleigh animato dalle idee stesse del Gilbert non risparmiava sacrifici pur di colonizzare a vantaggio del proprio paese il nuovo mondo, diffondendone al tempo stesso in Inghilterra in tutti i modi la conoscenza ed ispirando per esso il più vivo interesse.

La prima spedizione organizzata dal Raleigh ma condotta da altri ebbe luogo nel 1584 senz'altro risultato che quello di prender nominalmente possesso d'una parte della costa già detta dai Francesi Carolina, regione chiamata ora Virginia in onore della vergine regina innamorata del paese dalla descrizione fattale. L'anno dopo partiva sotto il comando del Grenville una nuova spedizione di 7 navi con 108 coloni, i quali ben presto sgomenti dei disagi sopportati abbandonavano la colonia, non senza però aver gettato il primo germe della lotta tra indigeni e bianchi col dare alle fiamme un villaggio di Indiani, rei d'avere rubata una tazza d'argento. A guardia del possesso inglese rimanevano nell'isola Roanoke una quindicina di uomini, ma di costoro non ritrovava che le ossa una terza spedizione, condotta dal White nel 1587, la quale abortiva completamente essa pure per mancanza d'aiuti dalla madre patria, spedizione famosa soltanto per aver dato al suolo nordamericano il primo oriundo inglese nella nipote del governatore Dare, denominata appunto Virginia. L'Inghilterra era allora impegnata in una lotta per la vita contro l'invincibile armata, e d'altra parte il Raleigh aveva esaurito tutto il suo patrimonio in questi tentativi coloniali costatigli un 40000 sterline, senz'altro risultato diretto che quello di introdurre in patria le patate ed il tabacco. Animato però sempre dallo stesso entusiasmo, egli riusciva a costituire una compagnia coloniale per venire in aiuto della Virginia; ma all'arrivo della nuova spedizione, intrapresa nel 1590, nei paraggi di Roanoke la colonia era scomparsa, ed essa come le spedizioni seguenti nonchè fondare una stabile colonia non riuscì neppure a mettere in luce la fine dei compatriotti, massacrati probabilmente dagli indigeni od internati nel paese. I progetti del Raleigh fallivano così completamente, spezzando la forte fibra del grande patriota, prima che una ignominiosa condanna di morte venisse a compensarlo in modo indegno dei servigi resi al suo paese: a lui rimaneva la gloria, come sempre grondante di lacrime, dei precursori; di lui rimaneva il nome dedicato per riconoscenza e venerazione circa due secoli dopo alla capitale della Carolina del Nord. I primi timidissimi successi dell'opera, di cui il Raleigh era stato l'apostolo infelice, dovevano riportarsi, ironia del destino, sotto gli auspici dello stesso suo carnefice, del tirannico Giacomo I.

Lo stato politico dell'Inghilterra si presentava ora quanto mai favorevole alle imprese coloniali; chè la popolazione vi era sovrabbondante, ed agli elementi più risoluti ed irrequieti di essa, occupati dalla politica di Elisabetta in tante imprese di terra e di mare, non rimaneva più dopo l'avvento al trono del timido Stuart che l'alternativa di partecipare in qualità di mercenari alle lotte straniere o di tentare l'alea del Nuovo Mondo. Gli ultimi viaggi, i tentativi ripetuti di colonizzazione avevano fatto rivolgere sulla Virginia gli sguardi di un gran numero di gente che eccelleva per grado sociale, per istruzione, per spirito d'intraprendenza. L'interesse pei progetti coloniali intepidito ma non spento negli associati del Raleigh, tra cui anzi il più chiaro, Riccardo Hakluyt, lo storico delle spedizioni marittime dell'epoca, aveva conservato tutto il prisco entusiasmo nonostante i continui insuccessi. Nuovo impulso a questa tendenza coloniale veniva nei primi anni del regno di Giacomo I dall'energia del bravo esploratore Bartolomeo Gosnold, il quale aveva iniziato nel 1602 una rotta diretta dall'Inghilterra al Nord-America, abbandonando quella più lunga per Madera le Azzorre e le Indie occidentali, e primo fra gli Inglesi aveva calpestato il suolo della Nuova Inghilterra, esplorato subito dopo dal Pring e dal Weymouth.

Convinto per propria esperienza della fertilità del suolo nordamericano, il Gosnold si era dato a sollecitare il concorso degli amici per stabilirvi una nuova colonia ed era finalmente riuscito a tirare dalla sua Edoardo Maria Wingfield, un piccolo commerciante dell'ovest dell'Inghilterra, Roberto Hunt, un prete pieno di fermezza e capacità unita a grande modestia, e John Smith, uno spirito di avventuriero dotato d'una mente geniale e d'un grande cuore. La piccola società andava così maturando il progetto della sognata piantagione, quando i racconti del Weymouth accendevano vieppiù il desiderio già vivo in un ricco ed influente inglese, sir Ferdinando Gorges, di possedere un dominio di là dall'Atlantico, e questi guadagnava al suo disegno il gran giudice d'Inghilterra, sir John Popham. La causa della colonizzazione acquistava così dei difensori zelanti, i quali indipendentemente dai partiti religiosi e politici nutrivano la più ferma fiducia in un prospero stato da fondarsi per opera degli Inglesi nelle regioni temperate dell'America settentrionale. Il re d'Inghilterra, che troppo timido per agire era però troppo vanitoso per rimanere indifferente e d'altra parte aveva già tentato nel proprio paese una colonizzazione interna per diffondere nella Scozia, nell'Irlanda e nelle isole Ebridi le industrie e la civiltà, quando vide una compagnia di gente di affari e d'uomini altolocati, la quale per l'esperienza d'un Gosnold, l'energia d'uno Smith, i lumi di un Hakluyt, le ricchezze e l'influenza d'un Gorges e d'un Popham dava le più serie garanzie, chiedere a lui la autorizzazione «di condurre una colonia nella Virginia», incoraggiò senz'altro la magnifica opera ed accordò per essa una patente larghissima. Due compagnie rivali, quella di Londra e quella di Plymouth, dovevano colonizzare il territorio americano compreso dal 34º al 45º grado di lat. nord, dal capo Fear ad Halifax, salvo forse il piccolo cono dell'Acadia posseduto allora dai Francesi. Alla prima delle due compagnie, composta di nobili di personaggi influenti e di negozianti di Londra, veniva assegnata la parte tra il 34º e il 38º vale a dire dal capo Fear alla frontiera meridionale dell'attuale Maryland; alla seconda, composta di cavalieri e di mercanti dell'Ovest, la parte tra il 41º ed il 45º: il territorio intermedio doveva rimanere aperto a tutt'e due, col patto però, ad evitare contese, che una zona neutrale di 100 miglia intercedesse tra gli stabilimenti estremi delle due compagnie. Il solo obbligo imposto ad esse era di prestare omaggio al re e di corrispondergli un canone pari ad un quinto del prodotto netto dell'oro e dell'argento e ad un quindicesimo del rame.

La direzione suprema delle colonie era affidata ad un consiglio di nomina regia e revocabile, sedente in Inghilterra; l'amministrazione era lasciata ad un consiglio locale sottoposto esso pure al controllo regio, vera aristocrazia che non aveva da rendere alcun conto agli amministrati del proprio operato. Il potere legislativo sia per gli interessi generali che per quelli particolari era riservato al re, al quale sarebbe spettata pure un'imposta sulle navi entranti nei porti della colonia, imposta però che per 21 anni doveva essere consacrata al miglioramento della colonia. Quanto agli emigranti, la carta stabiliva le condizioni più favorevoli per l'occupazione delle terre e conservava ad essi ed ai loro figli la cittadinanza inglese con tutti i diritti ad essa inerenti pel caso di ritorno in patria, ma non offriva loro alcuna garanzia di fronte agli agenti coloniali, se ne eccettui il giudizio per giuria nel caso di reati punibili di morte. Quanto alla religione era prescritto di conformarsi in tutto e per tutto alle dottrine ed ai riti della chiesa d'Inghilterra. Quanto agli indigeni infine si raccomandava di trattarli con bontà e di fare il possibile per convertirli.

La compagnia mercantile non riceveva dunque che un territorio deserto col diritto di popolarlo e di difenderlo: il monarca si riservava il potere legislativo assoluto, la facoltà di nominare a tutti gli impieghi e la prospettiva d'un'immensa rendita: gli emigranti, privi della più elementare libertà, d'ogni franchigia elettorale, d'ogni diritto di governarsi da sè, dovevano sottomettersi agli ordini d'una corporazione commerciale, di cui non potevano far parte, all'autorità d'un consiglio locale, di cui non potevano eleggere alcun membro, al controllo d'un consiglio superiore ancora più estraneo ad essi, ed infine agli abusi del sovrano! Tale la prima carta data nel 1606 al paese, che doveva divenire il soggiorno prediletto della libertà e del self government!

Coll'anno seguente, 1607, incominciava la colonizzazione inglese in America. La compagnia di Plymouth falliva nell'intento, giacchè le piantagioni, tentate in quell'anno alla foce del fiume Kennebec nell'odierno Maine, venivano pel rigido clima abbandonate dai coloni l'anno dopo, e questi per di più tornati in patria dissuadevano gli altri dal ritentare la prova; ma ad ogni modo la bandiera inglese sventolata sul forte di S. Giorgio, da essi per breve tempo occupato, dava all'Inghilterra un nuovo titolo al possesso di quel paese.

I foschi colori, con cui i reduci delusi ne dipingevano i rigori del clima e l'aridità del suolo, non vi impedivano un viaggio d'esplorazione da parte del benefattore della Virginia, Giovanni Smith, il quale nel 1614 ne rilevava le coste dalla foce del Penobscot al capo Cod, dandogli il nome di N. Inghilterra, vi tentava nel 1615 un inizio abortito di colonizzazione e, per nulla scoraggiato dall'insuccesso, si dava ad una propaganda entusiastica in favore di essa nell'Inghilterra, promettendo ai nobili vasti domini, alle municipalità lauti guadagni commerciali, agli irrequieti ed agli oppressi libertà illimitata, agli avventurieri soggiorni incantevoli, lucido aere acque tranquille ai sognatori. L'entusiasmo di questo apostolo della colonizzazione riusciva finalmente a trasfondersi nei membri della tramontata compagnia di Plymouth, i quali aprirono trattative per rinnovare le vecchie patenti con poteri analoghi a quelli della compagnia della Virginia. Le rimostranze di questa e la gelosia dei Londinesi contro gli Occidentali ritardavano fino al 1620 la concessione da parte di Giacomo I della nuova carta, una delle più ampie non solo negli annali americani ma in tutta la storia coloniale. Per essa quaranta sudditi inglesi, tra cui i più ricchi ed influenti nella nobiltà e qualche membro della stessa casa reale, venivano eretti, essi ed i loro successori, in corporazione sotto il nome di «Consiglio stabilito a Plymouth, nella contea di Devon, per colonizzare, amministrare, organizzare e governare la Nuova Inghilterra in America». Il territorio conferito ad essi come proprietà assoluta, con giurisdizione illimitata, potere esclusivo di legislazione, facoltà di scegliere tutti gli agenti e tutte le forme di governo, si estendeva in larghezza del 40º al 48º grado di latitudine settentrionale ed in lunghezza dell'Oceano Atlantico al Pacifico. Senza l'autorizzazione del consiglio di Plymouth, dall'isola di Terranova alla latitudine dell'attuale Filadelfia non un vascello poteva entrare in una rada, non si poteva comprare una pelle nell'interno delle terre, nè pescarvisi un pesce sulle coste, nè stabilirvisi alcun emigrante!

Date così le maggiori garanzie alla cupidigia dei proprietari, la patente non prendeva neppure in considerazione i futuri coloni: essi venivano lasciati alla più illimitata mercè d'una corporazione, che tra i suoi poteri illimitati aveva quello di legiferare per essi e di governarli! Due mesi prima però che questo odioso monopolio economico e politico fosse nonchè attuato concesso, un manipolo eroico d'emigranti inglesi erano salpati dal vecchio mondo per fondare nella Nuova Inghilterra la prima colonia permanente, senza alcuna garanzia del sovrano, senza alcuna carta della compagnia, senz'altro capitale che le loro braccia ed il loro cuore. Tredici anni prima sotto auspici ben diversi, ma con risultati non meno grandiosi la razza inglese aveva gettato salde radici sul suolo meridionale dei futuri Stati Uniti per non esserne divelta mai più. I coloni infatti della «compagnia di Londra», sbarcati, nel 1607 pur essi, alla foce d'un fiume della Virginia, chiamato James in onore del re, erano rimasti ed avevano iniziato, nonostante le mille peripezie i disagi le sofferenze dei primi tempi, la colonizzazione inglese sul continente nordamericano. Non ispirata nè al preconcetto politico di fondare un vasto impero feudale e teocratico, come quello francese, nè all'errore economico di limitarla a spedire nella madrepatria galeoni carichi d'oro e d'argento, come quella spagnuola, ma alla nuova concezione coloniale di fondare degli stabilimenti agricoli, essa racchiudeva in sè anche per questo i germi d'un grande avvenire. «Qui non bisogna sperar nulla, se non dal proprio lavoro» era la massima che predicava lo Smith, il padre della Virginia, nella sua convinzione profonda che il vero interesse dell'Inghilterra non era di cercar oro ed arricchirsi subitamente, ma di dare nel lavoro vigoroso e regolare una solida base economica alla nascente colonia.

Umili dunque, come vedremo meglio in seguito, i principii inglesi nel Nord-America, ma tali per un complesso di cause materiali e morali da giustificare i voli dell'immaginazione brittannica, che già sognava di là dall'Atlantico un popolo nuovo avente l'inglese per lingua materna. «Chi sa, diceva il Daniel, poeta laureato dell'Inghilterra all'epoca di Elisabetta, chi sa dove col tempo noi potremo portare i tesori della nostra lingua? In quali rive straniere noi manderemo il nostro migliore e più glorioso prodotto per arricchire delle nostre risorse selvagge nazioni? Quali mondi, in questo occidente ancora informe, si civilizzeranno ai nostri accenti?» E lo Shakespeare, il grande tragico che incarna in sè con lo spirito tutto dell'umanità quello particolare del suo popolo, trasfondeva nell'opera sua e tramandava ai posteri l'entusiasmo del momento, inneggiando a re Giacomo I, protettore delle colonie, da lui paragonato «al cedro delle montagne che copre dei suoi rami tutte le circostanti pianure». «Dovunque risplenderà la brillante luce del sole, profetava l'amico del conte di Southampton, uno dei capi della compagnia virginiana di Londra, appariranno la grandezza e la gloria del suo nome, ed egli farà sorgere novelle nazioni».

Ed una nuova nazione per verità stava per sorgere dal vecchio ceppo anglosassone sul continente nord-americano, una nazione, di cui per maggior fortuna se il sangue inglese costituirà il cemento altri elementi etnici, Olandesi e Svedesi in prima linea, presiederanno alle origini, elementi troppo scarsi per non venire assorbiti da quello predominante ma però sempre sufficienti a portargli nuovo contributo di sane energie, di forze materiali e morali. Nè una nuova nazione soltanto, ma una società nuova sorgerà quivi, una civiltà nuova, che contrasterà con pieno successo a quella vecchia rappresentata da Francesi e Spagnuoli il possesso del Nord-America.

Mentre le potenze più retrive della vecchia società europea, il feudalesimo vinto ma non domo la monarchia trionfatrice e la chiesa romana galvanizzata dal pericolo protestante, invadono in veste di conquistatori più che di colonizzatori, da settentrione e da mezzogiorno il Nord-America, coi loro hidalghi coi loro nobili coi loro soldati coi loro preti, rappresentanti genuini d'una vecchia razza corrotta dal dominio mondiale e d'una classe parassita, usa ad attingere i mezzi di vita dallo sfruttamento dei soggetti più che dal lavoro, s'incunea nel cuore stesso del loro dominio, fra gli Allegani predestinati dalla natura all'industria e l'Oceano aperto ormai dagli uomini al commercio mondiale, nella parte più adatta del continente allo sviluppo d'una grande civiltà, una forza nuova, che sorta, lottando col passato in Europa, agguerrita dalla lotta viene a cercare pel suo trionfo completo un vergine suolo, dove i ruderi del vecchio mondo non soffochino i germogli della pianta novella, inceppandone l'espandersi rigoglioso. Incarnano per di più questa potenza uomini appartenenti a giovani razze, entrate allora allora nell'arringo della civiltà dopo avere spezzato colla Riforma le ultime pastoie che le avvincevano ancora al carro delle vecchie razze dominatrici, uomini appartenenti di regola alle classi laboriose della società, che sbarcano sul suolo americano per popolarlo e fecondarlo del loro sudore anzichè per conquistarlo e sfruttarlo soltanto. È una nuova concezione coloniale, che la razza germanica contrappone all'antica: non già l'oro il saccheggio la distruzione la riduzione d'intere popolazioni al servaggio per fornire all'Europa le merci di lusso dei climi tropicali sono il fine di tale colonizzazione, ma la fondazione di stati, lo stabilimento di colonie cristiane, la formazione per gli oppressi e gli intraprendenti di luoghi di rifugio e d'abitazione, con tutti gli elementi d'una esistenza nazionale indipendente. Così là, dove la vecchia Europa colla sua monarchia feudale ed il suo sacerdozio sovrano non cerca altro che un nuovo e più vasto campo alla conquista e allo sfruttamento, proiettando sul nuovo mondo la sua storia di ambizioni di guerre fratricide di infamie, quadro dai vivaci colori in cui spiccano più smaglianti figure sovrane di santi di delinquenti e di eroi; la giovane Europa cercava una patria, iniziando una storia nuova di libertà spirituale e di progresso materiale, una società dove i colpi di spada e la pompa dei titoli e i lampi del genio non creassero dei piedistalli da cui dominare gli altri ma il lavoro oscuro tenace e paziente di tutti assicurasse alla comune convivenza i maggiori vantaggi.

NOTE AL CAPITOLO PRIMO.

[1]. Prendo in esame in questo capitolo tutto quanto il territorio degli Stati Uniti attuali anzichè la regione limitata di essi, in cui si svolge la storia delle loro origini, per metter in luce in questo volume, conforme a quanto dissi nella Prefazione, tutti i fattori fisici, etnici, storici che concorsero insieme a creare la società anglo-americana, fattori tra cui l'elemento territoriale occupa senza alcun dubbio il primo posto per la sua importanza decisiva nello svolgimento d'una società essenzialmente economica, quale è oggi l'anglo-americana.

[2]. Per maggiori ragguagli geografici sugli Stati Uniti vedi il I volume dell'opera magistrale del Ratzel (Die Vereinigten Staaten von Nord-Amerika. München, 1878-80), il libro XVI (Les États Unis) dell'opera del Reclus (Nouvelle Géographie Universelle. Paris, 1892), ed infine la sezione riguardante gli Stati Uniti del vol. II dell'opera La Terra del Marinelli (pag. 3-198), dovuta alla penna del prof. Porena, lavori dai quali ho desunto questo quadro a grandi linee del paese anglo-americano, pure servendomi di preferenza come dello scritto sull'argomento più diffuso in Italia di quello del Porena, che spesso ho riassunto con le stesse parole.

[3]. Il miglio lineare inglese è di 1609 metri; il miglio quadrato corrisponde a circa km.2 2.56.

[4]. Il piede inglese equivale a circa m. 0,30.

[5]. Sulla valutazione numerica degli Indiani, incerta al massimo grado come quella di tutti i popoli selvaggi, vedi le acute osservazioni del Ratzel nella 2ª edizione del 2º volume, dal titolo Politische Geographie der Vereinigten Staaten (München, 1893), dell'opera citata (pp. 210-213).

[6]. Secondo i risultati filologici del Cuoq (Citato in Reclus: op. cit. XVI 34) otem e non totem, come trovasi scritto generalmente, sarebbero stati tali animali protettori.

[7]. Cfr. sugli Indiani oltre al cap. XXII del vol. I del Bancroft (ediz. citata), le pag. 188-234 del vol. II (2ª ediz.) del Ratzel (op. cit.), e le pag. 37-73 del vol. XVI del Reclus (op. cit.).

CAPITOLO II La democrazia puritana nella Nuova Inghilterra.

§ 1. I pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth — § 2. I Puritani e la colonia di Massachusetts — § 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island — § 4. La colonizzazione del Connecticut — § 5. L'estremo nord e il New Hampshire — § 6. Svolgimento della N. Inghilterra — § 7. La società neoinglese e la sua forza d'espansione.

§ 1. I Pellegrini e la colonia di Nuova Plymouth. — Il 16 dicembre del 1620 un centinaio di protestanti inglesi d'umile condizione, sbattuti di qua c di là dalle procelle della persecuzione religiosa, sbarcavano in pieno inverno, senza mezzi, può dirsi, di sussistenza, senza la garanzia d'una carta regia, senza altro orizzonte che di stenti e sacrifici, sulla spiaggia fredda e deserta della Nuova Inghilterra. Un edificio comune sostituito in seguito da tanti casolari coperti di paglia, un baraccone ad uso di deposito, un piccolo spedale per gli ammalati, una chiesetta sormontata per difesa da quattro cannoncini, una vita aspra di improbo lavoro sostenuta dal prodotto della caccia e della pesca, rigori della natura e conseguente mortalità spaventosa, ecco gli indizii materiali ben poco lusinghieri della prima colonia della N. Inghilterra: perfetta eguaglianza nel campo sociale, libertà democratica in quello politico, indipendenza assoluta in quello spirituale, ecco le sue caratteristiche fondamentali, i suoi massimi beni. Ne erano fondatori i Pellegrini, un manipolo eroico di puritani, la cui esistenza e le cui vicende costituiscono uno degli episodi più gloriosi e più fecondi di risultati nella storia or lieta or triste, or nobile ora infame della Riforma inglese.

La coscienza dei grandi principi, in nome dei quali era stata bandita sul continente europeo la rivoluzione religiosa del sec. XVI, preparata di lunga mano da cause economiche e sociali, fu in Inghilterra l'effetto più che la causa efficiente della Riforma. Questa fu introdotta nell'isola dal dispotismo e dal capriccio d'un monarca, che voleva separarsi da Roma per meglio soddisfare le proprie passioni, ed ebbe perciò il carattere d'uno scisma più che d'una vera riforma ecclesiastica: tutte le dottrine della chiesa cattolica, se ne eccettui la supremazia di Roma, venivano conservate; e Clemente VII avrebbe potuto continuare come Leone X a lodare Enrico VIII per la sua ortodossia cattolica, pure scomunicandolo per la sua autoelezione a papa dell'Inghilterra.

L'atto di supremazia infatti mirava tanto poco ad affrancare la chiesa d'Inghilterra e tanto meno il popolo e lo spirito inglese dall'assolutismo del dogma, che non conteneva la minima clausola favorevole alla libertà religiosa, la quale in seguito fu anzi compressa da Enrico VIII ancor più violentemente di prima: esso non aveva altro fine se non quello di rivendicare la franchigia sovrana del monarca inglese contro il seggio di Roma, facendo dell'autorità ecclesiastica un ramo della prerogativa regia. Ma con ciò la ribellione capricciosa del brutale monarca raggiungeva nel campo nazionale l'effetto stesso di quella maturata del monaco di Wittemberga: per essa la nazione inglese si affrancava realmente da ogni intervento straniero, ed Enrico VIII appariva quasi l'ultimo e più fortunato campione di quella resistenza secolare spiegata dai re inglesi contro le usurpazioni dell'autorità ecclesiastica tra il plauso della nazione, d'una nazione per di più che le teorie ed i seguaci di Wickliffe avevano preparato di lunga mano ad accogliere i principii della Riforma.

La separazione da Roma non rimase così l'atto egoistico d'un despota, che perde con la morte di esso ogni effetto, ma il primo passo d'una rivoluzione religiosa, che precedenti storici, interessi sociali, spirito dell'epoca, esempio infine di razze sorelle imponevano al popolo inglese.

Il protestantesimo fu tanto poco imposto alla nazione inglese dal dispotismo di Enrico VIII, che non solo la chiesa anglicana nel suo ordinamento dogmatico ed ecclesiastico, posteriore alla sua morte, s'allontanò dalla cattolica ben più di quello ch'egli non volesse, ma una parte del popolo inglese procedette per proprio conto su quella via dell'emancipazione spirituale, di cui la neonata chiesa ufficiale non rappresentava che un primo, timidissimo passo. Una minoranza, che incarna lo spirito progressivo dell'epoca, non si accontenta dello modeste ed innocue riforme, dell'abrogazione del cerimoniale più assurdo; ma, una volta ammesso il principio del libero esame, continua a sottoporre alla critica rigorosa di questo l'intero sistema religioso, arrivando all'austero principio che in materia di fede e di culto niente possa farsi «se non in virtù della parola di Dio». Non basterà quindi che la Sacra Scrittura non parli contro una cosa qualsiasi nel campo della fede per accettarla, ma occorrerà che parli espressamente in favore di essa. Fu questo il Puritanesimo, che nel suo stesso dogma fondamentale sonava ribellione aperta contro ogni sorta di compressione spirituale.

Esso infatti non accettava altra garanzia che la Bibbia, altra regola di condotta che la parola precisa di Dio: nè re, nè parlamento, nè gerarchia ecclesiastica potevano interpretare a loro modo questa regola; nessuna regola ufficiale poteva quindi venire riconosciuta dal puritano, il quale, non volendo sottostare ad una chiesa presieduta dal sovrano temporale, diventava con ciò un vero ribelle anche nel campo politico. La semplicità, la purezza evangelica, ecco il fine del puritanesimo, che s'informa così nel campo religioso ad uno spirito democratico, il quale non potrà non tradursi nel campo politico e sociale. In nome di che cosa infatti se non del loro diritto alla libertà naturale potevano i puritani attaccare i poteri costituiti? In un'epoca, in cui il pulpito era lo strumento più efficace per penetrare nello spirito delle masse, la loro pretesa di avere «la libertà di profetare» equivaleva alla domanda moderna della libertà di stampa; mentre il libero esercizio di giudicare con franca parola di tutti gli avvenimenti del giorno non minacciava solo di rompere l'unità della chiesa nazionale, ma di erigere l'opinione pubblica in un tribunale, dinanzi a cui poteva un giorno esser chiamato lo stesso principe. Ed il pericolo era ancora più grave in quanto che il progresso logico dalla libertà spirituale a quella politica era diventato ancor più facile dopo che, fallito il tentativo di restaurazione cattolica fatto da Maria la Sanguinaria, i puritani più intransigenti, riparati sul continente durante l'imperversare della bufera, erano ritornati in patria pieni del nuovo vigore d'austerità spirituale attinto alle dottrine calviniste, della nuova energia democratica attinta alla severa semplicità della repubblica di Ginevra.

I ministri puritani erano divenuti ormai dei veri tribuni del popolo, il loro pulpito un libero tribunale di giudici inflessibili ed incorruttibili, la loro influenza sempre maggiore nelle classi sociali medie e inferiori, la rappresentanza dei loro seguaci sempre più numerosa nella Camera bassa.

1 puritani vengono così in pochi decenni a costituire un partito politico potente, che non reclamava soltanto la riforma degli abusi ecclesiastici, ma discuteva della forma di governo, s'opponeva ai monopoli, cercava di limitare la prerogativa regale. Veri precursori d'una rivoluzione, essi venivano troppo logicamente accusati dai difensori dell'episcopato anglicano di desiderare uno Stato popolare, meritandosi l'elogio d'uno storico ad essi non certo favorevole (lo Strype): «la scintilla preziosa della libertà non è stata accesa e conservata che dai Puritani». La regina Elisabetta dichiarava nel modo più esplicito ch'essi erano più pericolosi degli stessi cattolici, i quali almeno erano partigiani convinti della monarchia per quanto nemici di chi la rappresentava; Giacomo I nei primi anni del suo regno scriveva che avrebbe preferito vivere da eremita in una foresta piuttosto che regnare su un popolo simile «a questa banda di Puritani che dominano la Camera bassa», e dichiarava che «la setta dei Puritani non poteva esser tollerata in uno stato ben governato, qualunque esso fosse!».

Nessuna meraviglia pertanto che l'intolleranza più vergognosa accompagni passo passo il progresso della Riforma nella Gran Brettagna; che Enrico VIII faccia bruciare chi nega la dottrina cattolica dell'eucarestia, che le leggi di Edoardo VI puniscano invece chi vi crede, che Maria tenti di lavare col sangue dei martiri protestanti l'onta della Riforma inglese, che infine Elisabetta stessa, la rappresentante del protestantesimo in Europa, volendo ad ogni costo nell'interesse proprio e del trono mantenere l'unità della chiesa nazionale, detesti i non conformisti di ogni specie, li consideri come ribelli nel proprio campo e perseguiti violentemente quei puritani cui pure dovevasi la conversione del popolo inglese al protestantesimo. La persecuzione di quest'ultima però trova una grande attenuante nell'imperioso bisogno d'unità religiosa, mentre i sovrani cattolici cospirano contro l'Inghilterra, i cardinali propongono nelle loro conventicole di deporre Elisabetta, il papa scomunicandola ecciti i sudditi suoi alla ribellione. Ciò spiega come, se tutti i puritani, vera falange estrema del protestantesimo sul suolo inglese, desiderano una riforma e battagliano per essa contro l'episcopato e la corona, non tutti vogliono uno scisma. Se però come corpo evitano di separarsi dalla chiesa stabilita domandandone solo imperiosamente una purificazione, una minoranza fra essi spinge ben più in là l'opposizione alla chiesa anglicana, denunciandola come una istituzione pagana contraria ai principi del cristianesimo e della verità e ricusando perciò di rimanere più oltre in comunione con essa. Questa setta separatista, che rappresentava lo spirito più democratico del puritanesimo, era di origine prettamente plebea, cosicchè il sorger di essa segnava proprio l'ultimo estendersi della riforma in seno ai più bassi strati sociali.

Iniziata dalla corona, propagatasi in seno alla nobiltà, sviluppatasi sotto il patronato dell'episcopato, diffusa nelle classi medie e basse dall'austera propaganda puritana, essa scendeva col separatismo all'infima plebe; e questo processo d'espansione sociale aveva portato seco fatalmente un processo di democratizzazione sempre maggiore. Enrico VIII infatti aveva affrancato la corona, Elisabetta la chiesa anglicana, i Puritani avevano reclamato l'eguaglianza pel clero plebeo, i Separatisti affrancavano l'intelligenza umana da ogni principio d'autorità, proclamando la libertà per ogni individuo di scoprire «la verità nella parola di Dio». Le persecuzioni di Elisabetta e più ancora di Giacomo I nulla poterono contro il fatale andare dell'idea: per una nemesi non rara nella storia il Puritanesimo conculcato si rizzava sempre più formidabile sino a far rotolare dal palco la testa di Carlo I; ed il Separatismo, nonostante lo sterminio feroce dei suoi seguaci, andava ad informare del suo spirito un mondo novello, vena di libertà che zampillava inesauribile dalle latebre più profonde del suolo sociale. Ai separatisti infatti appartengono i Pellegrini.

Verso la fine del regno di Elisabetta «la parola di Dio, dicono le fonti separatiste, aveva rischiarato della povera gente» del nord dell'Inghilterra, che abitava le città ed i villaggi del Nottinghamshire, del Lincolnshire e le frontiere del Yorkshire: la vista dei loro ministri costretti a sottomettersi al conformismo in materia di fede e di culto, la persecuzione contro i non conformisti aveva loro aperti gli occhi, convincendoli che non solamente «le miserabili cerimonie del culto erano dei ricordi dell'idolatria» ma che «era necessario non sottomettersi al potere sovrano dei prelati».

Molti allora di essi «di cui il Signore aveva toccato i cuori d'un zelo divino per la verità» si erano decisi a scuotere «questa servitù anticristiana» ed a costituirsi per un covenant, «come il popolo libero del Signore» in una chiesa basata sui principi d'uguaglianza del Vangelo, rinunciando ad ogni autorità umana, attribuendosi il diritto illimitato ed indistruttibile di progredire verso la verità, «di marciare in tutte le vie che il Signore aveva lor fatto conoscere o rivelerebbe loro in seguito».

Come segugi dietro alla preda gli agenti più fanatici e brutali dell'episcopato cominciarono a dar la caccia a questa chiesa riformata ed al suo pastore John Robinson, finchè «l'infelice gregge di Cristo perseguitato» per eludere la vigilanza dei suoi nemici, disperando ormai di trovare riposo in Inghilterra, aveva risoluto nel 1607 di cercare salute nell'esilio, rivolgendo i suoi sguardi a quell'Olanda, dove trionfava la dottrina calvinista nella chiesa e l'ordinamento repubblicano nel governo, dove gl'infelici «avevano sentito dire che a tutti era accordata libertà di religione». Superate le maggiori difficoltà, delusi o fiaccati col loro eroismo gli sforzi dei loro nemici, essi riuscivano finalmente ad imbarcarsi, cominciando così dall'isola loro al continente, da Amsterdam a Leyda, dall'Europa all'America quella corsa errabonda, quella via crucis pel trionfo della libertà spirituale, quel doloroso pellegrinaggio, da cui presero il nome. «Essi sapevano ch'erano dei Pellegrini, e non s'affannavano troppo delle peripezie che loro toccavano, ma rivolgevano gli occhi al cielo, loro patria diletta, e trovavano così la calma del loro spirito». L'austerità, l'amore al lavoro, l'elevatezza morale acquistarono ai Pellegrini la stima l'affetto la venerazione del nuovo paese; ma questo era pur sempre per essi una terra d'esilio, dove la lotta per la vita si presentava con colori ben più foschi che per l'innanzi: abituati al lavoro dei campi, avevano dovuto darsi ai mestieri ed alle industrie per sottrarsi alla più squallida miseria dei primi giorni; austeri nel fondo dell'anima, mal potevano adattarsi alla gaiezza per quanto posata degli Olandesi; fortemente attaccati alla nazionalità ed alla lingua propria, soffrivano di nostalgia morale nel paese straniero, tremavano al pensiero di vedere i loro figli soggiacere all'influenza di questo; decisi finalmente e più che tutto a mantenersi uniti, stretti insieme nella loro comunità, vedevano avanzarsi il giorno fatale di dovere e per le esigenze materiali dell'esistenza e per l'aumento della popolazione disperdersi o soccombere.

L'amore di patria e lo spirito religioso fa trovar allora ai Pellegrini una soluzione del problema nelle vicende stesse dell'epoca. Perseguitati in patria essi potevano bene crearsene un'altra di loro esclusiva pertinenza, un'altra a somiglianza della prima e dalla prima dipendente, in quelle vergini terre che i viaggi di Gosnold, di Smith e d'Hudson, le imprese di Raleigh, di Delaware e di Gorges, le descrizioni e le compilazioni di Eden, di Willes e d'Hakluyt facevano correre sulle bocche di tutti. Oscuramente coscienti della loro attitudine a rappresentare una parte ben più grande che quella di esuli raminghi nel dramma dell'umanità, essi si sentirono animati «dalla speranza e dall'intimo ardore di far conoscere il Vangelo del reame di Cristo nelle regioni lontane del Nuovo Mondo, quand'anche non dovessero servire che di marciapiede da altri destinato a calpestarsi per compiere questa grand'opera». Così facendo essi si sarebbero per di più riconquistata la protezione dell'Inghilterra, cui erano rimasti devoti nonostante i mille torti subiti.

Tutti pieni ormai del generoso proposito, i Pellegrini col mezzo dei loro delegati partiti per l'Inghilterra tanto fecero, tanto insisterono per ottenere dal governo il permesso, dalla società della Virginia il terreno, da privati i fondi necessari al viaggio, che finalmente dopo anni di negoziati riuscivano nell'intento per quanto a patti ben sfavorevoli: Giacomo I, da una parte coll'idea di liberarsi di loro, dall'altra nella speranza di veder fiorire ancor più la pesca inglese nei mari d'America, non dava alcuna carta ma lasciava vagamente sperare che non si sarebbe fatta attenzione ad essi nei deserti americani; la compagnia della Virginia accordava una patente che per quanto ampia a nulla serviva, perchè concessa ad una persona che non faceva parte della spedizione e per un paese diverso da quello dove contro lor voglia sarebbero sbarcati i coloni; un mercante londinese infine, commosso dallo zelo di quei profughi, imprestava loro del denaro a gravissime condizioni. Nel 1620 due navi, lo Speedwel di 60 tonnellate ed il Mayflower di 180, dovevano portare in America sotto la guida dell'abilissimo predicatore Brewster, l'antico agricoltore mutato in tipografo, i più giovani ed animosi tra il migliaio di Pellegrini di Leyda; gli altri rimanevano per il momento in Olanda affidati al loro pastore, il Robinson, che al momento doloroso del commiato spiegava nelle parole d'addio una libertà d'opinione, uno spirito d'indipendenza da ogni principio d'autorità allora pressochè ignoti nel mondo: «io non intendo, diceva l'illuminato pastore ai pionieri d'una nuova civiltà, davanti a Dio ed ai suoi angeli benedetti, che voi non mi seguiate più oltre di quello che non abbiate veduto me stesso seguire il Signore Gesù Cristo. Il Signore ha ancora ben altre verità da farvi scoprire nella sua santa parola. Io non saprei deplorare abbastanza la condizione delle chiese riformate, che sono giunte ad una certa fase della religione e che attualmente non vogliono andare più lontano dei promotori della loro riforma. Lutero e Calvino furono menti grandi e luminose pel tempo in cui vissero; ma neppure essi nondimeno hanno penetrato l'insieme dei disegni di Dio. — Io ve ne scongiuro, ricordatevene — è un articolo del covenant della vostra chiesa — voi dovete esser disposti ad accogliere tutte le verità, quali esse siano, che saranno portate a vostra conoscenza dalla parola scritta di Dio».

Delle due navi allestite pel viaggio la più piccola si mostrava però così disadatta alla navigazione, che lasciata appena la costa inglese doveva tornare indietro; ed il solo «Fior di maggio» continuava nell'inverno del 1620 la lunga e burrascosa traversata di 63 giorni, portando nei suoi fianchi i destini della N. Inghilterra. Decisi infatti a sbarcare nel paese dell'Hudson, come la posizione migliore della costa, i Pellegrini erano gettati invece verso la parte più sterile ed inospitale del futuro Massachusetts, toccando essi nel novembre il capo Cod. Dopo avere veleggiato lungo la spiaggia per parecchie settimane in cerca d'un luogo adatto ad una colonia, approdavano finalmente il 16 dicembre in un punto che per ricordo del porto di Plymouth, dove erano stati accolti benevolmente, fu chiamato Nuova Plymouth.

Prima però di sbarcare i Pellegrini deliberarono sulla forma di reggimento ad essi più convenevole. Eguali di condizione sociale, non legati da alcun altro vincolo che quello della religione, privi per loro fortuna di qualsiasi carta regia, di qualsiasi patente vantaggiosa di privata corporazione, essi si formavano in corpo politico per mezzo d'un patto volontario e solenne.

«In nome di Dio, amen (era il patto firmato dagli emigranti maschi della futura colonia). Noi sottoscritti sudditi leali del nostro sovrano, il re Giacomo, avendo intrapreso, per la gloria di Dio, il progresso della fede cristiana e l'onore del nostro re e della nostra patria, un viaggio col fine di fondare la prima colonia nella regione settentrionale della Virginia, ci formiamo solennemente e scambievolmente, pei qui presenti, in presenza di Dio e gli uni degli altri, un covenant e ci associamo insieme in un corpo politico e civile, per in migliore nostra organizzazione e conservazione possibile e pel conseguimento dei fini sotto menzionati; ed in virtù di quest'atto noi decreteremo e stabiliremo e formeremo, di tempo in tempo, tali leggi, ordinanze, atti, costituzioni ed impieghi, giusti ed equi, che si giudicheranno i più convenienti pel bene generale della colonia. Noi promettiamo la più completa sottomissione ed obbedienza legittima a queste disposizioni». Così l'umanità ricuperava a bordo del Mayflower i suoi diritti, fondando un governo basato su «leggi eque» in vista del «bene generale»; ed i Pellegrini, datosi in Giovanni Carver un governatore annuale, sbarcavano ad iniziare una «vera democrazia».

Un'epidemia scoppiata qualche anno innanzi nella regione aveva spopolato quella piaggia, cosicchè i coloni non ebbero nulla a temere da parte degli Indiani. Gli ostacoli pressochè insormontabili provenivano dalla natura, dai rigori del clima che decimavano in breve una popolazione priva di tetto: in cinque mesi ne moriva più della metà, il governatore compreso.

L'arrivo di una nuova schiera di emigranti sprovvisti di viveri, nell'autunno seguente, costringeva tutta la colonia a vivere di mezze razioni per sei mesi; nè col giungere di nuovi pellegrini le cose mutavano: ancora al terzo anno dal primo sbarco vi furono tempi in cui non sapevano alla sera che avrebbero mangiato la mattina seguente; il bestiame bovino non fu introdotto che al quarto anno. La proprietà collettiva della terra fu il sistema imposto ai coloni sulle prime dalle condizioni stesse del momento; ma dopo qualche anno il bisogno d'una maggiore produzione consigliò loro quello della proprietà individuale del suolo: questo fu in sulle prime diviso fra le famiglie in quote trasmissibili e proporzionali al numero dei loro membri, e l'anno dopo in quote individuali ed a titolo di feudo perpetuo. L'aumento nella produzione alimentò ben presto uno scambio lucroso cogli Indiani più vicini, che ricorsero ai coloni per le loro provviste dando in compenso pelli di castoro.

La popolazione cresceva assai lentamente, chè le terre non erano fertili e nessun incoraggiamento od aiuto veniva allo stabilimento dal di fuori: quattro anni dopo che era fondata, la colonia non aveva che 184 abitanti, dieci anni dopo 300. Se però l'abbandono da parte della madrepatria ritardava lo sviluppo materiale di essa, ciò, fortificando ognor più la tempra dei suoi fondatori, costituiva la miglior garanzia di successo.

Gli amici d'Inghilterra, raffreddati dall'opposizione che incontravano e dal poco frutto dei capitali investiti in quell'impresa, cessavano affatto di sovvenirla più a lungo e l'usura del 30 e del 50 per cento venne a colpire i coloni, se vollero quei capitali a loro tanto necessari. Nel 1627 però otto dei più intraprendenti fra essi assumevano sopra di sè, dietro cessione d'un monopolio del commercio per 6 anni, tutte le obbligazioni dello stabilimento calcolate in 1800 sterline; e la compagnia di Londra, che aveva fornito i capitali, rinunziò ad ogni sua pretesa: le terre venivano divise egualmente e l'agricoltura si assideva sulla solida base d'una proprietà individuale e libera da ogni peso. Per quanto proprietari incontestabili del suolo, garantito loro per le forme d'acquisto dalla legge inglese oltrecchè dal diritto naturale, i coloni non avevano punto diritto, secondo i principi ammessi in Inghilterra, di praticare quel selfgovernment, che solo una patente regia poteva sancire. Nonostante però la mancanza di essa al primo sbarco ed il rifiuto reciso di accordarla di fronte alle ulteriori richieste, i Pellegrini abbandonati a sè stessi continuarono nel sistema adottato fin dai primi giorni della colonia, provvedendo da sè alla legislazione ed alla giustizia criminale, dapprima con una certa timidezza, ma in seguito con la stessa sicurezza degli stabilimenti provvisti di carte regie.

L'organizzazione politica era naturalmente della massima semplicità. Messi in condizioni pressochè primitive, essi ritornarono per quel legame indissolubile tra la terra e l'uomo alle istituzioni primitive degli antichi padri anglo-sassoni, modificate solo in quanto lo richiedeva una più avanzata civiltà.

Il governatore era nominato dal suffragio universale; ed il suo potere, subordinato sempre alla volontà generale, era ristretto per di più, dopo qualche anno, da un consiglio speciale di 5 e più tardi di 7 assistenti: suo privilegio l'aver doppio voto nel consiglio. Tutti i maschi adulti entravano a far parte della assemblea generale, che non s'occupava solo di legislazione, ma anche di questioni esecutive e giudiziarie: solo nel 1639 col crescere della popolazione ed il suo disperdersi su un territorio più vasto, il sistema diretto venne sostituito nella colonia da quello rappresentativo, pel quale ogni centro abitato mandava il suo deputato all'assemblea generale. Tale l'origine della libertà costituzionale popolare, il primo esempio delle istituzioni politiche americane.

A tanta semplicità di vita sociale e politica corrispondeva un'austerità di costumi non più forse veduta in una comunità civile. Basti il dire che un colono, considerato pernicioso alla comunità per aver messo su uno spaccio di vino e di birra, fu rimandato in Inghilterra a spese comuni «poichè egli corrompeva il popolo!» Se questa rigidità degenerata ben presto in una intolleranza, che tutto proibiva se ne eccettui «maritarsi e guadagnar denaro», ci rende meno simpatici i Pellegrini, certo è d'altra parte che questo disprezzo sovrano per quanto allieta ed abbellisce la vita portava in sè la garanzia del successo in quel rude paese, per cui erano necessari uomini di ferro: lavoro diligente e paziente, tenacia e perseveranza, entusiasmo religioso, una fede profonda nella fratellanza degli uomini e nella paternità di Dio, la stessa intolleranza proveniente dal non avere una idea della illimitata libertà universale, preparavano alla nuova patria generazioni oneste, libere e forti.

Fu questo il grande merito del Puritanesimo, in questo sta il secreto dell'influenza straordinaria, che esso ebbe nel plasmare il carattere della N. Inghilterra e per essa dell'intera società anglo-americana. Più anglosassoni che frutti dell'incrocio anglosassone-normanno, data l'umiltà della loro origine sociale, puritani, perseguitati per le loro idee, ammaestrati alla scuola del dolore, i Pellegrini non furono solo i pionieri della colonizzazione inglese nella N. Inghilterra, ma i padri genuini d'una società nuova, i primi creatori della coscienza civile e religiosa del popolo anglo-americano. Attraverso a scene di tristezza, di miseria, essi non avevano soltanto aperto una via maestra agli oppressori per sottrarsi all'intolleranza religiosa e politica, ma avevano fondato una democrazia pura, di cui fratellanza, uguaglianza e lavoro costituivano le basi economico-sociali, libertà e selfgovernment le basi politiche. «Non affliggetevi, scrivevano d'Inghilterra ai Pellegrini di Nuova Plymouth per consolarli nei giorni delle maggiori sofferenze, non affliggetevi, se voi avete servito d'istrumento a rompere il ghiaccio per altri, la gloria sarà vostra sino alla fine del mondo.»

§ 2. I Puritani e la colonia di Massachusetts. — La colonia dei Pellegrini era, può dirsi, appena assicurata, che nuove schiere d'emigranti sbarcavano sul suolo della N. Inghilterra ad assicurarvi il trionfo del Puritanesimo. Il Gran Consiglio di Plymouth, incapace di stabilire delle colonie per proprio conto, si era dato a far commercio di lettere patenti, come unico modo di trarre qualche guadagno dall'ottenuta concessione. Un'accolta d'uomini zelanti ed entusiasti comperavano da esso nel 1628 un vasto territorio dall'Atlantico al Pacifico, dai pressi della baia di Massachusetts a quelli del Merrimac, per fondarvi coi «migliori» dei loro concittadini una colonia inaccessibile per sempre alla corruzione ed alla superstizione degli uomini. Il rigido puritano Giovanni Endicot, uno dei concessionari, uomo energico e zelante, fu scelto dai compagni ad essere «lo strumento adatto per cominciare quest'opera del deserto».

Quell'anno stesso un centinaio di emigranti sbarcavano nella baia di Massachusetts, mentre in Inghilterra cresceva ogni giorno più il numero degli entusiasti desiderosi di tener loro dietro: erano questi per lo più puritani insofferenti del giogo dell'episcopato, giacchè i conformisti non avevano alcun motivo profondo per abbandonare il loro paese. La libertà puritana era in generale il fine di tale organizzazione, che veniva favorita da una carta concessa nel 1629 da Carlo I in seguito alle poderose influenze, di cui disponevano a corte i soci dell'Endicot. Costoro venivano costituiti in una corporazione detta «Governo e Compagnia di Massachusetts nella N. Inghilterra», l'amministrazione dei cui affari era affidata ad un governatore e a 18 assistenti eletti annualmente dai soci: tutti i poteri amministrativi ed esecutivi erano conferiti non agli emigranti ma alla compagnia, che aveva il diritto di pubblicare ordinanze, organizzare il governo, nominare i suoi agenti politici, confezionare un codice criminale; interdetto solo di stabilire leggi ed ordinanze in opposizione cogli statuti del regno. I coloni venivano così abbandonati, come il solito, senza la minima franchigia, alla mercede di una corporazione residente in Inghilterra: la stessa libertà religiosa, ch'era il movente e divenne il risultato di questa colonizzazione, non trovava nella carta la minima clausola, la quale nonchè garantirla, cosa nemmeno sognata se non basta voluta dal re, accennasse ad essa. La carta, in base alla quale gli uomini liberi del Massachusetts riuscivano ad innalzare un sistema di libertà rappresentativa indipendente, non concedeva loro alcuno dei privilegi del selfgovernment.

La forma di governo stabilita pel Massachusetts consistette in un governatore ed un consiglio rivestito di tutti i poteri legislativo, giudiziario, ed amministrativo, composto di 13 consiglieri, di cui 11 dovevano essere eletti dalla compagnia, 2 dai coloni quale generoso favore per allontanare ogni causa di malcontento. Fra le istruzioni date all'Endicot v'era quella di non fare alcun torto agli indigeni ma di cercar il possibile per convertirli e civilizzarli, e di non commettere la minima usurpazione a loro danno, riscattando i titoli, che eventualmente avessero sulle terre da occupare.

La composizione e la partenza dei nuovi emigranti, circa duecento, sotto la guida del venerabile predicatore non conformista Francesco Higginson, caratterizzano tale colonizzazione: tutta la gente di mala vita era stata respinta, giacchè «nessuna vespa oziosa può vivere in mezzo a noi» dicevano gli emigranti; e nel perder di vista la terra inglese essi non la maledivano quale teatro delle loro sofferenze, ma la salutavano quale terra dei loro padri e dimora dei loro amici: «Non diremo, esclamava l'Higginson, come dissero i separatisti nel lasciare la patria «addio Babilonia, addio Roma!»; ma diremo «addio cara Inghilterra! addio chiesa di Dio in Inghilterra, addio cari fratelli cristiani che vi rimanete!» Tale lo spirito, tali i propositi dell'intrepida comunità, destinata a trasformare la sterile Nuova Inghilterra in un gruppo di floridi stati.

Salem, che in ebraico significa pace, fu la colonia che questi rigidi calvinisti, entusiasti più che fanatici, fondarono, sottoscrivendo anch'essi un patto sociale, un covenant, che si pronunciava per le virtù più austere. Meglio che un corpo politico essa fu una chiesa in mezzo al deserto, chiesa libera e indipendente, di cui i membri sceglievano i dignitari e questi si consacravano ed ordinavano l'un l'altro, dove erano bandite le inutili cerimonie, pressochè annientata la liturgia, ridotta a forme ancora più semplici la semplicità del calvinesimo, costituzione così rispondente all'idea puritana da servire poi di regola a tutti i puritani della Nuova Inghilterra.

Anche i nuovi coloni furono sottoposti a dure prove, morendone nel primo inverno soltanto un'ottantina, ma non per questo diminuiva l'intima loro soddisfazione, la gioia d'adorar in pace il loro Dio. Ritenuti dai fratelli rimasti in patria quali predestinati dal Signore a compiere una grande missione, il loro esempio trovava in Inghilterra sempre nuovi imitatori, da null'altro animati se non dal desiderio di stabilire la religione in tutta la sua purità. E per riuscir meglio nell'intento, girava tra i puritani inglesi la parola d'ordine di scegliere pel nobile fine solo «i migliori», selezione morale cui s'accompagnava anche quella sociale, non appena l'assemblea della compagnia dichiarava nel 1630 che il governo e la patente sarebbero trasportati di là dall'Atlantico e stabiliti nella N. Inghilterra, trasferimento il quale senza urtare nei principi della carta mutava senz'altro una corporazione commerciale, governante da lontano una colonia, in un governo provinciale indipendente ed esercitato sul luogo. Sicuri di portare seco nella carta la base delle loro libertà civili, entrarono nel nuovo contingente d'emigrazione uomini forniti di fortune e d'educazione, dotti e letterati, ministri del culto tra i più eloquenti e pietosi. Nel 1630, 17 navi, contenenti ben 1500 emigranti, puritani in gran parte e scelti tra i più onesti del paese, partivano alla volta della baia di Massachusetts sotto la guida del coscienzioso Giovanni Winthrop, scelto a governatore, anima in fondo di democratico sincero per quanto partigiano d'un governo «del più piccolo numero», composto però «dei più saggi fra i migliori». Nel lasciare l'Inghilterra essi pure volgevano commoventi parole d'addio al paese natale: «i nostri cuori, dicevano ai compatriotti, verseranno torrenti di lagrime per la vostra costante felicità quando abiteremo le nostre povere capanne nel deserto». Ad essi ed agli emigranti, che loro seguirono in appresso, si devono le prime umilissime origini di Boston, la metropoli puritana, nonostante i disagi, le malattie, le carestie dei primi tempi; i più deboli spaventati da una vita di pene e di sofferenze inaudite ritornarono in patria, i più forti rimasero sostenuti dall'ideale religioso, e Roxburg, Dorchester, Charlestown, Watertown ed altri centri minori attestavano dopo non molto che nessuna procella poteva più oramai svellere da quella terra la ben radicata quercia puritana.

«Qui godiamo Dio e Gesù Cristo, scriveva alla moglie il governatore Winthrop, non basta forse? Ringrazio il Signore di trovarmi così bene qui e di non avermi mai fatto pentire d'esserci venuto. Anche se avessi preveduto tutte queste afflizioni, non avrei fatto diversamente. Non sono mai stato così tranquillo e contento».

Si capisce come di questa libertà i coloni fossero gelosi quanto mai. Quando infatti per le mene dei loro nemici d'Inghilterra, l'episcopato e più ancora i proprietari della Nuova Inghilterra spodestati di fatto delle loro terre dal successo trionfale dei puritani, si ordinerà loro di produrre in Inghilterra le lettere patenti della compagnia, essi faranno orecchi da mercanti. E quando si ordinerà una commissione speciale per le colonie, diretta dallo stesso arcivescovo di Canterbury, con poteri arbitrari, tra cui quello di «regolare» le loro condizioni ecclesiastiche e di revocare ogni carta ottenuta coll'astuzia a danno della prerogativa regia, il Massachusetts in preda alla più viva emozione risolverà unanimemente d'opporre la resistenza armata all'istituzione d'un governatore generale od all'introduzione di mutamenti ecclesiastici. E lo zelo sarà così forte che, nonostante le misere condizioni dell'incipiente colonia (s'era allora nel 1635 soltanto!), si riuniranno 600 sterline per fortificare Boston! La commissione inglese si limitò in realtà a porre ostacoli d'ogni sorta all'ulteriore emigrazione puritana dal paese, e le susseguenti vicende di Carlo I permisero alla N. Inghilterra di godere in pace le sue libertà; ma ad ogni modo questa levata di scudi del 1635 era un fatto sintomatico, arra non dubbia della futura indipendenza.

La purità della religione e la libertà civile, fini ultimi dell'emigrazione puritana, non tardarono a fondersi insieme, originando una democrazia confessionale in cui non già la nascita la ricchezza od il grado d'istruzione conferiva i diritti politici ma la partecipazione alla chiesa: una disposizione infatti d'un'assemblea generale tenuta nel 1631 dava il suffragio ai soli membri della chiesa «affinchè il corpo dei comuni non fosse composto che di persone probe ed onorabili», pure senza conceder al clero neppur l'ombra del potere politico. Era il regno della visibile chiesa, la repubblica del popolo scelto, che i calvinisti volevano fondare nel Massachusetts: Dio stesso doveva governare il suo popolo. Nè lo spirito teocratico poteva soffocare la libertà popolare, giacchè chiesa e popolo erano una cosa sola, e l'ordinamento della prima era strettamente democratico: già nel 1632 si stabiliva che il governatore ed i suoi assistenti, scelti fin allora per un tempo illimitato e con poteri pure illimitati, venissero nominati anno per anno; e si stabiliva inoltre che ogni town o centro abitato designasse due persone, le quali unite cogli assistenti concertassero un piano d'organizzazione del tesoro pubblico. La misura era divenuta necessaria perchè un'imposta, decretata dai soli assistenti, aveva già sollevato, tanto era vivo nei coloni il concetto e la tradizione inglese in materia, allarmi ed opposizione!

E questi primi germi di governo rappresentativo si sviluppavano rapidamente negli anni seguenti, in mezzo alla lotta fra il Winthrop, che d'accordo con altri maggiorenti riteneva l'autorità suprema risiedere nel consiglio degli assistenti, e la generalità dei coloni animati da tendenze più democratiche: trionfavano i più, deliberando che l'assemblea generale non sarebbe stata più convocata che per l'elezione dei magistrati, mentre dei deputati designati dai singoli centri avrebbero condiviso con quelli il potere legislativo ed il diritto di nomina agl'impieghi. Si gettavano così le basi d'una vera democrazia rappresentativa, dove il governatore ed i suoi assistenti nominati dalla colonia costituivano come un senato; i rappresentanti delle singole città una specie di camera di deputati; e ciascun corpo dopo molte lotte otteneva il diritto di veto sulle decisioni dell'altro (1644). Questa tendenza spiccata al selfgovernment prova chiaramente come i coloni del Massachusetts non fossero degli idealisti metafisici, ma degli uomini pratici, che erano fuggiti al deserto non per farvi gli anacoreti ma per crearvi una comunità attiva, informata alle dottrine religiose ed alle forme di libertà civili care a loro più della vita.

Questo carattere si manifesta sovrano anche nel campo religioso: corpo di credenti sinceri anelanti alla purezza della religione, non già di filosofi professanti il principio della tolleranza, questi emigranti non intendevano punto che si lasciasse spezzare quella conformità religiosa, ch'era non solo fonte di pace per essi, ma più ancora pietra angolare dello Stato: la collettività politica altro non era che la comunità religiosa, ed i legami della fede confondendosi con quelli della politica convivenza, ne risultava uno Stato assiso su basi incrollabili. Costituiti in una corporazione, di cui essi stessi potevano aprire l'entrata sotto le condizioni che loro piacessero, tenevano nelle proprie mani le chiavi del loro asilo e potevano usare del loro diritto di chiudere le porte a tutti i nemici della loro concordia e sicurezza. E di questo diritto si servivano senza il minimo scrupolo: fin dai primi tempi i fratelli Brown, che volevano rimaner fedeli alla chiesa episcopale, erano stati scacciati dalla comunità e rimandati in Inghilterra; più tardi l'irreligioso Samuele Gorton, che affermava non esservi nè paradiso nè inferno ma ambedue risiedere nel cuore dell'uomo, sarà incarcerato; e persecuzione ancor più fiera incontreranno gli Anabattisti ed i Quaccheri, quattro dei quali verranno perfino impiccati. «I nostri padri, dirà Giorgio E. Ellis, non pensarono di fare del territorio, da essi conquistato e comprato per mezzo d'una patente, un asilo per ogni specie di credenze religiose, anzi lo destinarono, come ogni uomo la propria casa, a luogo di pace di agio e d'ordine per quanti fossero d'un medesimo sentimento, di una medesima coscienza e di un medesimo pensiero». E nel 1681 un pastore puritano, Increase Mather, esprimerà apertamente l'opinione che le colonie avevano diritto d'allontanare quanti riuscissero ad esse d'incomodo, applicazione pratica del principio teorico espresso pochi anni prima dal reverendo Shepard «essere politica satanica quella che insegue una tolleranza indeterminata e sconfinata».

Il genere però di persecuzione, cui nei primi tempi s'appiglia il puritanesimo, ha un carattere suo tutto particolare, puramente negativo. Sorto come arma di difesa non già d'offesa, esso non sogna neppure di convertire gli animi all'ortodossia col terrore e le torture, non punisce le opinioni per se stesse, ma scaccia chi combatte il puritanesimo, perseguita o sopprime chi non vuol andarsene. Nella lotta per la libertà, la fede era un'arma potente, l'alleato più sicuro nel momento della battaglia; ed il fanatismo religioso, non essendo in ultima analisi che un mezzo di prevenire perfino l'ombra d'un attentato alla libertà, altro non era che fanatismo di libertà.

Se l'esclusivismo religioso del Mass. trovava nel sentimento di auto-conservazione la sua giustificazione, urtava però sempre in quel senso umano di tolleranza, che la stessa persecuzione sofferta in patria non aveva potuto instillare nei coloni: per quanto diversi i moventi, il non conformismo rimaneva per essi non meno che per i loro persecutori un delitto capitale. Contro questa concezione politica d'uno stato direttore spirituale sorgeva però fin d'allora un apostolo sublime della tolleranza, il quale fondava su questa un organismo politico, ch'era preludio glorioso ed immagine viva della futura società anglo-americana: Roger Williams fu questo nume benefico, Rhode Island lo stato da lui fondato.

§ 3. Roger Williams ed origine di Rhode Island. — Nel febbraio del 1631 arrivava a Nantasket nel Mass. dopo una burrascosa traversata di 66 giorni «un giovane ministro, dotato di qualità preziose, pieno di zelo ed animato dallo spirito di Dio», Roger Williams. Superiore per elevatezza morale agli altri puritani, egli non voleva solo cambiare il proprio paese con un altro, dove il puritanesimo non fosse delitto, ma con uno, dove il delitto d'opinione non fosse neppur concepito. «Santità della coscienza» ecco la formula, in cui il filosofo pratico compendiava la sua teoria spezzante tutte le pastoie imposte all'umano intelletto, e di cui accettava senza indietreggiare le ultime conseguenze: la coscienza dell'uomo è sacrario inviolabile, in cui nessuna forza nè individuale nè sociale ha diritto di penetrare; e quindi lo stato deve reprimere i delitti, ma non esercitare il suo controllo sull'opinione, punire il colpevole ma non violare la libertà dell'anima. Persecuzioni e roghi, culto ufficiale e decime obbligatorie, aiuto scambievole di trono e d'altare, quanto insomma aveva per secoli contristato e dovea ancora contristare l'umanità sedicente civile, tutto veniva rovesciato dal sublime principio: la moschea mussulmana come la chiesa cristiana, la pagoda buddistica come la sinagoga ebraica potevano ricevere diritto di cittadinanza nello stato dell'umanità, che Roger Williams vagheggiava. Il Mass. basato sul più egoistico conformismo veniva minato nei suoi fondamenti stessi da questo ardito puritano, la cui predicazione diventava incompatibile con lo spirito e le istituzioni del paese. Salem, che l'aveva preso a suo predicatore e sostenuto contro gli attacchi del governo coloniale, parve quasi tradire la causa della religione e della patria e, spogliata di tutte le sue franchigie, doveva finalmente cedere e confessare il suo torto: l'apostolo della tolleranza, sconfessato dalla comunità, abbandonato dai seguaci, amareggiato dai rimproveri della stessa sua sposa, dopo aver sostenuto davanti all'assemblea generale che «i suoi principi erano fermi come la roccia» e che era «disposto a subire la prigionia o l'esilio, e la morte stessa nella N. Inghilterra» piuttosto di rinunciare alla sua dottrina della libertà intellettuale, nel 1635 veniva esiliato. Timorosi però ch'egli, com'era sua intenzione, non rimanesse nelle vicinanze della colonia a predicare un principio, che veniva a «rovesciare le basi dello Stato e del governo di quel paese», i rappresentanti del Massachusetts decidevano d'inviarlo su apposito bastimento in Inghilterra. Ribelle allora per la prima volta agli ordini del suo paese, Roger Williams si sottraeva con la fuga al rimpatrio e per quattordici settimane andava ramingo tra le nevi e le intemperie, dovendo mille volte la vita all'ospitalità di quegli Indiani, di cui la sua filantropia l'aveva fatto già prima ben noto campione. Ammirato e rispettato dagli avversari per la nobiltà del carattere, lo stesso governatore Winthrop gli indicava la baia di Narragansett come luogo non preteso ancora da alcuno, dove poter fondare quella comunità libera, di cui non aveva smesso per nulla l'idea. «Io considerai questo saggio consiglio, diceva Williams, come la voce di Dio»; ed un fragile canotto indiano, su cui egli s'imbarcava con cinque compagni, portava a quella volta il fondatore del Rhode Island ed i suoi primi cittadini.

Ad attestare la immutabile confidenza nella bontà di Dio volle chiamare Providence il nuovo soggiorno, ch'egli intendeva destinato «a servir d'asilo a tutti quelli che si trovavano nell'avversità per motivi di coscienza». Gli Indiani cedevano largo tratto di paese al loro benefattore e questi, nulla volendo per sè, lo legava in retaggio insieme con le istituzioni più libere, che il mondo civile avesse ancora veduto, ai sopravvenienti coloni, profughi la più parte, spiriti fieri della loro libertà di coscienza. Il Rhode Island fu sin dalle origini una democrazia pura, nella quale la volontà della maggioranza dovea governare lo Stato, ma «solo nelle materie civili»: in nessun altro stato, nonchè della futura Unione del mondo intero, ebbero così poco potere i magistrati e tanto i rappresentanti della comunità. «Gli annali di Rhode Island, se fossero scritti in uno spirito filosofico, dice il grande storico Giorgio Bancroft, esporrebbero le forme della società sotto un aspetto tutto particolare; se il territorio di questo Stato fosse stato in rapporto coll'importanza e l'originalità dei principi della sua prima esistenza, la sua storia fenomenale avrebbe riempiuto il mondo di meraviglia».

Mentre infatti l'intolleranza insanguinava l'Europa, facendo teatro la Germania di guerre religiose, l'Inghilterra di feroce dispotismo, la Francia di persecuzioni, l'Olanda stessa di lotte intolleranti d'opposte fazioni, la Spagna ed i suoi possessi di iniqui auto-da-fè, di là dall'Atlantico uno dei più grandi e più veri benefattori dell'umanità, Roger Williams, s'acquistava la gloria imperitura di fondare uno Stato sul principio della tolleranza e di imprimere in caratteri indelebili la impronta di questo sulle nascenti istituzioni americane. Se la società nuova d'oltre Atlantico non sapeva neppur essa liberarsi completamente da quell'intolleranza, per reagire alla quale era sorta, essa sapeva pur sempre creare per le sue e per le altrui vittime un rifugio, un castello franco della libertà intellettuale in tutte le sue forme. «Chi ha perduto la sua religione, correva il detto, può star sicuro di ritrovarla in qualche villaggio di Rhode Island»; così svariate erano le opinioni religiose della colonia nella quale secondo il principio di Roger Williams, confermato dall'Assemblea generale, «a tutti gli individui, di qualunque paese o nazionalità, Papisti, Protestanti, Ebrei o Turchi» dovea essere garantito il libero esercizio del loro culto. Nello stato di Rhode Island troveranno così rifugio sicuro i perseguitati d'ogni paese; adesso ricorrerà tra altri, bandita dal Mass., una donna di raro intelletto, Anna Hutchinson, la cui teoria improntata al principio della tolleranza l'aveva resa a quello stato pericolosa. Agli amici appunto di questa eroina della libertà, guidati da John Clarke e da Williams Coddington, si deve la colonizzazione dell'isola, detta, per una veduta somiglianza con quella di Rodi, Rhode Island. Anche questa nuova comunità si inspirò ai principî di quella di Providence: base del governo fu il consenso universale di tutti gli abitanti, un vero patto sociale fondato sull'amore reciproco.

Escluso pei suoi principî dalla lega stretta nel 1643 fra le altre colonie della N. Inghilterra e minacciato di smembramento a loro vantaggio, il Rhode Island trovava nel suo fondatore il salvatore: imbarcatosi per l'Inghilterra, Roger Williams per le potenti intercessioni di Sir Henry Vane, che glorificava il suo zelo coloniale ed i suoi risultati, otteneva dal Lungo parlamento nel 1644 una carta che conferiva a lui ed ai suoi amici il diritto di stabilire un governo di lor gradimento nella nuova colonia, riconosciuta autonoma col nome di «Piantagioni di Rhode Island e di Providence». L'assemblea generale nella sua riconoscenza voleva che il Williams ottenesse dal governo inglese la carica di governatore di tutta la colonia per un anno; ma l'uomo, che altra volta aveva dato prova d'infinita bontà intercedendo presso bellicose tribù indiane, pronte alla distruzione, in favore dei suoi persecutori del Mass., mostrava ora tutto il suo amore per la libertà: egli non acconsentiva ad una misura, che sarebbe stata un ben pericoloso precedente, ed il Rhode Island continuò a godere della sua illimitata libertà non solo religiosa ma anche politica. In esso tutti erano uguali, tutti potevano riunirsi e prender parte ai dibattiti nelle pubbliche assemblee, tutti aspirare agli impieghi. E la volontà popolare, pure in mezzo alle dispute alle rivalità alle lotte, frutti inevitabili d'una sconfinata democrazia, riusciva sempre a raggiungere come per istinto l'interesse generale, «Il nostro governo popolare, dicono gli atti di esso, non degenererà, come alcuni congetturano, in anarchia nè per conseguenza in una tirannia generale; perchè noi desideriamo al più alto grado di garantire a ciascuno sicurezza per la sua persona, la sua riputazione ed i suoi beni». — «Noi, diceva l'indirizzo rivolto dalla colonia nel 1654 al generoso Henri Vane, suo benefattore, noi siamo stati da lungo tempo affrancati dal giogo di ferro di quei lupi di vescovi; noi non siamo stati macchiati dei torrenti di sangue sparsi per le guerre nel nostro paese natale. Noi non abbiamo risentito le nuove catene dei tiranni presbiteriani, ed in questa colonia noi non siamo stati consumati dallo zelo troppo ardente di magistrati cristiani sedicenti pietosi. Noi non abbiamo appreso che voglia dire balzello; noi abbiamo quasi dimenticato che sia decima; noi abbiamo bevuto a larghi sorsi alla coppa della grande libertà quanto nessun altro popolo che noi conosciamo sotto tutta la volta del cielo».

§ 4. La colonizzazione del Connecticut. — Una medesima purezza di fini, una stessa sublime semplicità possono vantare gli inizi del Connecticut. Considerata come la via più propizia pel commercio delle pelliccie e passata ben presto in proverbio per la fertilità del suolo, la vallata del Connecticut non tardava a diventare oggetto di rivalità tra gli Olandesi, che primi l'avevano scoperta col Block fin dal 1614, ed i coloni della N. Inghilterra: senonchè, mentre i primi vi penetravano, risalendo il fiume, in veste di trafficanti e vi fondavano stazioni commerciali; i secondi immigrativi in veste di colonizzatori non tardarono a giungervi anche per via di terra, aprendosi il passo attraverso le vergini foreste. Una prima carovana di sessanta Pellegrini, uomini donne e fanciulli, arrivatavi nel colmo dell'inverno, nel 1635, sembrava dovesse cogli stenti subiti distogliere altri dal tentare la difficile prova, alla quale molti non resistendo erano tornati alla costa sfiduciati attraverso alle nevi; ma l'anno dopo s'internava a quella volta una seconda carovana più numerosa ed entusiastica, sotto la guida d'un celebre ministro, Thomas Hooker, «lume delle chiese dell'ovest». La componeva un centinaio di Puritani, reclutati fra i coloni più notevoli delle più antiche chiese della baia di Mass.: inesperti la più parte del lusso e degli agi della società europea, attraversavano a piedi le foreste, senz'altra guida che la bussola, cacciandosi avanti il bestiame; s'aprivano il passo con la scure dov'era necessario, facendo a malapena dieci miglia al giorno; valicavano con stento e pericolo fiumi e tratti paludosi; si nutrivano di latte e dormivano sulla nuda terra. Arrivati finalmente alle rive «deliziose» del Connecticut essi ed i loro seguaci si accingevano salmodiando ad un'opera non meno rude, quella di trasformare col loro lavoro una natura selvaggiamente feconda in un fertile suolo, esposti ad un tempo agli assalti feroci degli indigeni, qui più numerosi che in qualunque altra parte della N. Inghilterra, ed alle ostilità degli Olandesi. Assicuratasi la tranquillità con la completa distruzione della tribù degli indiani Pequod, i coloni di quello, che allora rappresentava il lontano Ovest, potevano darsi una costituzione politica, basata qui pure sul principio dell'associazione volontaria ed ispirata quindi alla massima libertà. Tutti coloro, che avessero prestato il giuramento d'obbedienza alla comunità, erano cittadini e ad essi spettava eleggere annualmente i magistrati ed i membri della legislatura, questi ultimi proporzionalmente alla popolazione dei singoli luoghi: tale il sistema mirabile di governo formato da umili emigranti, cui nè consuetudini inveterate, nè disuguaglianze ereditarie, nè interessi stabiliti, nè imposizioni estranee impedivano l'applicazione più semplice dei principî supremi della giustizia.

Colla stessa indipendenza era sorta l'anno innanzi, nel 1638, un'altra colonia puritana, fondata sul Connecticut da emigranti inglesi, guidati dal loro pastore John Davenport e dal rigido calvinista Theofilo Eaton. La primavera non rallegrava ancora il vergine paese, quando i coloni tenevano sotto una nuda quercia la loro prima assemblea, ed il pastore diceva loro che «come il figlio dell'Uomo» erano stati condotti nel deserto per esservi tentati. Dopo aver digiunato e pregato per un giorno, essi organizzarono la prima forma di governo sul suolo concesso loro mediante trattato dagli indigeni, costituendosi semplicemente in un'associazione di piantatori, i quali si davano reciproca promessa di sottomettersi «alle prescrizioni che loro traccerebbero le Scritture». Fine essenziale dell'ordinamento politico era infatti per essi quello di assicurare l'osservanza della purità e della pace, e con tale intendimento sette persone competenti, tra cui il Davenport e l'Eaton, venivano incaricate di organizzare il governo. Furono questi «i sette pilastri» della nuova «Casa della Saggezza» nel deserto. Essi ammisero a far parte dell'assemblea generale tutti i membri della chiesa, stabilirono annuali le elezioni dei magistrati e proclamarono che unica regola degli affari pubblici sarebbe stata la parola di Dio: la Bibbia diventava così il libro degli statuti di New-Haven! Ogni nuova comunità sorta in seguito nel suo territorio fu considerata essa pure una Casa di saggezza, sostenuta dai suoi sette pilastri ed aspirante ad essere illuminata dall'eterno lume! I mistici coloni ai preparavano per tal modo alla seconda venuta del Cristo, in cui fermamente credevano, mentre il lavoro positivo delle lor braccia dissodava sempre nuove terre ed estendeva di fronte a Long Island la colonizzazione inglese!

§ 5. L'estremo nord ed il New Hampshire. — Origini alquanto diverse ebbe la colonizzazione inglese nella parte più settentrionale della N. Inghilterra. Dopo i primi infruttuosi tentativi da parte della società di Plymouth, la quale come vedemmo nel 1607 vi fondò uno stabilimento di ben poca durata, e dei Francesi, ivi stanziati per esercitare la pesca ma ben presto scacciati dai coloni della Virginia, si susseguirono intrepidi avventurieri, attratti più che altro dai ricchi proventi della caccia e della pesca, senza che sorgessero vere colonie: erano gruppi di capanne sperse qua e là a grandi intervalli, senz'alcun centro comune di attrazione, senza alcuna giurisdizione politica da cui dipendere. Il consiglio di Plymouth, proprietario come vedemmo del paese, emanava dal 1629 al 1631 una serie di lettere patenti, che dividevano fra diversi concessionari tutto il territorio dal Piscataqua al Penobscot. La poca precisione però di queste patenti era tale da presagire infinite discordie fra essi; mentre l'indeterminatezza dei confini colla Nuova Francia doveva produrre inevitabili contese tra i coloni delle due nazioni. S'aggiunga a ciò la condotta dei proprietari, i quali intendevano di trarre un provento da quelle terre più che di colonizzarle, e la natura del paese sfavorevole alla fondazione di colonie agricole. La caccia, la pesca, la foresta offrivano agli abitanti mezzi di vita più immediati e sicuri che non l'agricoltura; dispensandoli per di più dal comperare dai concessionari un palmo di suolo.

I membri del Gran consiglio di Plymouth, ridotti all'inazione dopo aver concesse tutte le terre situate tra il Penobscot e Long Island, si risolvevano alla fine a rassegnare la loro carta, destituita oramai del minimo valore. Parecchi membri di esso però, volendo diventare individualmente proprietari d'immensi territori, fecero prima annullare le concessioni anteriori; quindi, convocata nel 1635 una riunione dei lords, tutta la costa a partire dall'Acadia fino di là dall'Hudson fu divisa in lotti e sorteggiata fra essi: provincie intere divennero così proprietà privata in virtù d'una lotteria, benchè la difficoltà maggiore dovesse consistere nell'entrare in possesso di questi lotti, occupati qua e là dalle nascenti colonie.

Ferdinando Gorges inviava un nipote a rappresentarlo nella porzione americana di sua pertinenza; e Saco, villaggio allora di 15 abitanti, vedeva così nel 1636 un primo tribunale, una prima parvenza di governo nel paese, che in onore a quanto pare della francese Enrichetta Maria, regina d'Inghilterra, si chiamò Maine. Riconosciuto poi lord proprietario del territorio in virtù d'una carta regia del 1639, il Gorges si diede con più lena ad escogitare fantastici piani di governo con deputati, consiglieri, marescialli, maestri d'artiglieria e via di questo passo, benchè tutte le prerogative regie, che il suo rappresentante potè trovare nel principato, fossero appena sufficienti ad ammobigliare meschinamente una capanna! Morto lui, e non essendosi alcuno curato di raccogliere la sua poco proficua eredità americana, i commissari europei, che ripetevano i loro poteri dal proprietario, si ritiravano; ed i coloni abbandonati a sè medesimi di loro libero ed unanime consenso si costituivano nel 1649 in una associazione politica autonoma, seguendo l'esempio oramai comune nella N. Inghilterra.

Ben presto però il Mass. avanzò delle pretese su quel territorio, basandole sulla sua carta, e se l'aggregò: i diritti di proprietà furono scrupolosamente salvaguardati; la libertà di coscienza fu garantita a tutti gli abitanti, gli episcopali compresi; il diritto di cittadinanza esteso a tutti i coloni. Il Maine godette così nel campo politico, nonostante l'unione, quella libertà, che era imposta del resto dalle stesse condizioni sociali d'una popolazione rara, disseminata su vasto territorio, e data più alla pesca e alla caccia che all'agricoltura, e divenne esso pure un luogo di rifugio pei perseguitati a motivo di religione. Così quando i proprietari residenti in Inghilterra vollero far valere presso Cromwell i loro diritti, degli abitanti del Maine protestavano dicendo che separarli dal Mass. sarebbe stato per essi «il rovesciamento d'ogni ordine civile».

Nè solo sul vecchio possesso del Gorges, che non gli sfuggirà sino al 1820, ma anche su quello del Mason il Mass. elevava pretese appoggiandosi alla sua carta. Era esso il New Hampshire, così denominato dalla contea inglese da cui erano partiti alcuni dei primi coloni. La sua colonizzazione aveva avuto origini non molto dissimili da quella del Maine e non molto più rapido ne era stato lo sviluppo; giacchè i suoi stabilimenti, fra cui Portsmouth e Dover s'erano fondati già nel 1623, avevano per scopo più che altro la pesca. Narrasi anzi che ad un predicatore, il quale pretendeva che la religione fosse stata il fine della loro venuta in quei luoghi, i coloni rispondessero: «sbagliate, signore; credete forse di discorrere colla gente della baja di Mass.? il nostro fine principale è stato quello di prendere i pesci».

Rimasti dopo la morte del Mason in balia di se stessi fra le contese dei pretendenti, gli abitanti del New Hampshire ad evitare i pericoli dell'anarchia avevano pensato bene di cercare un rimedio nell'esercizio dei loro diritti naturali e con un atto da parte loro spontaneo s'unirono ai potenti vicini del Mass., non come provincia ma sul piede d'uguaglianza, come parte integrante della colonia. Le rive del Piscataqua non erano però abitate da puritani, e l'organizzazione del Mass. mal poteva convenire ai nuovi acquisti. L'assemblea generale di esso adottava così nel 1642 una risoluzione prescritta dalla giustizia, non esigendo nè che gli uomini liberi nè i deputati del New Hampshire fossero membri della chiesa. Nel 1680 il New Hampshire veniva staccato dal Massachusetts e posto sotto un governatore regio; e più tardi ancora al cadere del secolo seguente dal seno di esso usciva un nuovo Stato della Unione Americana, il Vermont (o Monte Verde), esplorato per la prima volta dal Champlain nel 1609 ma rimasto per lungo tempo pressochè disabitato.

§ 6. Svolgimento della N. Inghilterra. — Fratellanza etnica, conformità d'ideali politici e religiosi, identità di origini, affinità di vita e di costumi, uniformità di clima e di suolo, comunanza di pericoli prepararono così nella N. Inghilterra una società compatta, facendo delle sue colonie un tutto pressochè omogeneo, per quanto separato fosse il governo e la storia interna di ciascuna di esse. Ed a rinsaldare quasi queste affinità interveniva alle origini della sua storia una lega fra le varie colonie. Bisognosi d'aiuto contro le ostilità degli Olandesi i coloni del Connecticut ne avevano slanciata la prima idea fino dal 1637, e nel 1643 le «colonie unite della Nuova Inghilterra» non «formavano più che un sol corpo». Protezione contro le usurpazioni degli Olandesi e dei Francesi, sicurezza di fronte alle tribù indiane, libertà d'insegnare in perfetta pace il Vangelo nella sua pienezza, ecco i motivi di questa confederazione, che non abbracciava però tutte le colonie della N. Inghilterra: non vi si ammisero infatti gli abitanti situati di là dal Piscataqua perchè «seguivano una via diversa» dai puritani «così negli affari del culto come nell'amministrazione civile»; nè tanto meno i piantatori di Providence quantunque desiderassero d'entrarvi, e neppure quelli di Rhode Island, perchè non intendevano di aderire alla clausola di esser incorporati nella giurisdizione di Plymouth. I singoli governi dell'unione si riservavano intatta la loro rispettiva giurisdizione locale: le questioni d'interesse comune, prime fra tutte quelle attinenti alla pace ed alla guerra ed alle relazioni cogli Indiani, spettavano ad una commissione composta di due delegati per ogni colonia, quali che ne fossero la importanza e la popolazione, e la sola condizione richiesta per esercitare tale carica era quella di membro della chiesa; la commissione non possedeva alcun potere esecutivo, spettando ai singoli governi di eseguire le sue deliberazioni: le spese comuni dovevano essere ripartite secondo la popolazione.

Sentimento d'indipendenza, spirito democratico, gelosia di selfgovernment, ascetismo religioso, i fondamenti in una parola delle singole colonie, diventavano così la base di questo primo governo federale, che nonostante la sua organizzazione semplicissima fece della Nuova Inghilterra un'unione, la quale si mantenne per circa quarant'anni ed anche rovesciata rimase un precedente storico destinato a risorgere anzichè a tramontare nella coscienza del popolo americano.

È nella lotta coll'elemento indigeno specialmente che questa unione dimostra la sua utilità. I rapporti dei bianchi cogli indigeni nella Nuova Inghilterra erano stati in sulle prime cordiali. Massasoit, sachem dei Wampanoag, tribù un giorno potentissima ma allora indebolita dalle epidemie, aveva stretto coi Pellegrini un trattato di alleanza religiosamente rispettato dal capo indiano. Tanto nella colonia di Plymouth che in quella del Mass. nessuno doveva prender nulla dagli Indiani senza dar loro un equivalente convenuto; nel 1631 il tribunale del Mass. decretava che «Giosuè Plastone, per aver rubato quattro panieri di granturco agl'Indiani dovesse renderne loro otto; poi che dovesse pagare cinque sterline di multa e che d'allora in poi fosse chiamato semplicemente Giosuè invece di signor Giosuè come lo chiamavano prima». Tali scrupoli giuridici salvavano però la legalità più che l'equità; i poveri Indiani andavano spogliandosi delle loro terre migliori, cedendole dietro regolari trattati o vendendole per un nonnulla, per una coperta per un coltello per un gingillo qualunque, senza che lo stretto diritto naturalmente trovasse in tali casi nulla a ridire.

Ben più sincero invece era lo zelo dei primi ministri puritani, i quali, desiderando ardentemente di salvare «questi naufraghi dell'umanità», fecero gli sforzi maggiori per convertirli e ridurli al lavoro metodico della vita civile, riunendoli in villaggi permanenti: John Eliot, l'apostolo degli Indiani, si acquistava in quest'opera una fama ben meritata traducendo in indiano il Vangelo e raccogliendo nella città di Natick, Mass. i convertiti alla fede ed alla civiltà; e l'esempio suo seguito da altri portava alla fondazione d'una trentina di chiese dei così detti «Indiani preganti».

Ma l'elemento indiano nel suo complesso era troppo refrattario alla nuova vita civile, troppo fiero per lasciarsi spogliare in un modo o in un altro delle sue terre migliori senza reagire. Ed allora i coloni stretti dalle necessità della vita ricorrevano di fronte alle tribù più bellicose a quei mezzi di sterminio, di cui la civiltà li forniva, a quelle armi da fuoco di fronte cui ben poco potevano le misere freccie indiane per quanto avvelenate: così al capo dei Narraganset, che mandava in atto di sfida al governatore Bradford un fascio di freccie avvolte in una pelle di serpente a sonagli, questi rinviava la pelle piena di polvere e palle, gettando lo scoramento nella tribù; così i coloni del Connecticut, come vedemmo, minacciati nella loro esistenza dai bellicosi Pequod li avevano, aiutati dagli abitanti delle altre colonie, addirittura distrutti in breve guerra, infliggendo un così salutare terrore agli indigeni, che per circa quaranta anni la pace fra le due razze non fu turbata. Fossero così pacifici o belligeri i rapporti fra le due razze, il risultato di essi era sempre lo stesso: l'accrescimento costante dei Bianchi toglieva ogni giorno più ai Pellirosse i mezzi ordinari di sussistenza, limitando il campo delle loro cacce, le acque delle loro pesche, il suolo della loro grama e sporadica coltivazione.

Verso il 1675 gli Indiani potevano elevarsi ad un 30.000 in tutta la N. Inghilterra ad ovest del fiume Santa Croce; il forte di essi era specialmente nel Connecticut e Rhode Island, dove a differenza del Mass. non v'erano state negli ultimi tempi epidemie devastatrici: in essi le forti tribù dei Narragansetts, dei Pokanokets, dei Mohegans ed altre. Prendendo quindi per linea di divisione il Piscataqua verso il 1675 si sarebbero trovate all'ovest 50.000 bianchi ed appena 25.000 Indiani; all'est circa 4000 bianchi e forse qualche cosa di più di Pellirosse.

Preoccupato del triste avvenire della sua razza il sachem indiano Filippo, figlio di quel Massasoit amico fedele dei primi coloni, risolveva in quell'anno di riunire in uno sforzo disperato tutte le varie tribù per scacciare i bianchi dal paese e dal Maine al Connecticut riusciva a stringere insieme le sparse tribù, preparando il suo piano con tanta sagacia che la guerra scoppiava quasi repentina su una linea larga un duecento miglia. Fu questa la guerra indiana detta «del re Filippo», terribile per gli incendi, le distruzioni, i saccheggi, gli improvvisi attacchi notturni, in cui tutta consisteva la tattica degli Indiani, troppo deboli per misurarsi in campo aperto coi bene armati coloni.

Ebbe a soffrire specialmente di essa il Mass. occidentale, che vide l'una dopo l'altra incendiate le sue città; nè d'altra parte stettero meglio gli Indiani, una delle cui tribù, quella dei Narragansetts, veniva pressochè sterminata. Filippo, risoluto nonostante i disastri dei suoi di tener testa fino all'ultimo, si batteva disperatamente per un paio d'anni, uccidendo perfino, a quanto dicesi, un suo guerriero che gli consigliava la pace: solo quando gli catturarono la donna ed il figlio, rimaneva infranta la fibra dell'eroe nazionale, che poteva essere finalmente schiacciato: «ho il cuore spezzato, esclamava egli, ora son pronto a morire». Preso cadeva sotto i colpi di coloro, che gli davano la caccia, ed il figlio suo, ultimo rampollo d'una stirpe potente, veniva venduto come schiavo alla Bermuda. Il primo sforzo collettivo degli Indiani contro gli usurpatori bianchi veniva così infranto miseramente e colla rovina di esso era rimosso nella N. Inghilterra il maggior ostacolo al diffondersi della colonizzazione bianca, fino allora ristretta di preferenza alla costa, nell'interno del paese.

Nè solo la lotta per la conquista cruenta del suolo ma anche quella per la difesa della libertà trovava nella lega neoinglese un valido istrumento: su essa la Nuova Inghilterra poteva fidare per tener testa alle malfidenze del Lungo Parlamento, per strappare il favore del Protettore, per resistere alla censura degli Stuart dopo la Restaurazione. Gli avvenimenti interni della madrepatria, i torbidi, i lutti, le agitazioni di essa si risolvevano così in un vantaggio inestimabile per le colonie settentrionali, permettendo loro di godere per lunghi decenni d'una effettiva indipendenza, durante la quale i germi importati si sviluppavano in una fiorente società democratica. Già Carlo I, non sordo ai consigli di chi gli sussurrava all'orecchio che questi emigranti «avevano in vista non solo una nuova disciplina ecclesiastica ma la potenza sovrana», aveva in animo di ritirare le patenti concesse; ma il covenant nazionale degli Scozzesi ed il precipitare degli avvenimenti dietro ad esso gliene toglievano il tempo e la voglia. Salvate così miracolosamente dalla rivoluzione contro il monarca, le libertà della Nuova Inghilterra venivano però minacciate dal Lungo Parlamento, il quale intendeva di limitarle, pretendendo il diritto di riformare le decisioni delle corti di giustizia coloniali e di esercitare la sua vigilanza sui governi locali; ma il Massachusetts, che era il più minacciato, risolveva nel 1646 in mezzo alla generale agitazione degli animi di non restituire l'antica carta «regia», nè di accettare quella nuova, già presa in esame dal Parlamento, e così grazie al suo atteggiamento risoluto lo statu quo, dopo lungo battagliare da ambo le parti, rimaneva inalterato nella N. Inghilterra.

Il protettorato del Cromwell lasciò pur esso la N. Inghilterra godere dei benefici del selfgovernment e della libertà del commercio, ancor più radicando così alla terra quel popolo, che, invitato, rifiutava di stabilirsi nonchè in Irlanda, sotto il cielo ridente delle Bahama, sul fertile suolo della Giamaica o della Trinità.

La restaurazione incominciò essa pure sotto buoni auspici: Carlo II, che una caricatura del tempo rappresentava ballando, con un'amante per braccio, mentre ghignanti cortigiani gli rubavano di tasca le provincie, se regalava a parenti ed amici con incosciente generosità le terre d'America, senza curarsi di chi oramai le aveva fatte sua patria, inaugurava d'altra parte il suo governo con segni di benevolenza verso alcune delle colonie americane. Così il governatore Winthrop il giovane otteneva pel Connecticut una carta, che univa insieme gli stabilimenti di Hartford e Newhaven in una sola colonia, estendendone i confini sino al Pacifico, e le concedeva tali franchigie da costituirla anche di diritto libera e come indipendente quale era stata fino allora di fatto. Ed una consimile patente riceveva nel 1663 la colonia di Rhode Island.

Solo faceva il viso dell'armi tra il giubilo pressochè generale il ferreo Massachusetts, il quale si rifiutava di consegnare tre degli stessi giudici del decapitato Carlo I rifugiatisi in esso: un anno dopo la restaurazione soltanto il nuovo governo inglese veniva riconosciuto in questa colonia, la quale però approfittava di tale occasione per riaffermare i suoi diritti. Gli Stuart alla loro volta vi mandavano dei commissari inglesi, coll'incarico di regolarsi a seconda delle circostanze, nell'intento di limitare le libertà della colonia, e li portava in Boston la stessa flotta che doveva conquistare la Nuova Olanda: la popolazione assumeva però un atteggiamento minaccioso; si mandava al re un indirizzo pel ritiro dei commissari, e la questione pel momento rimaneva sospesa in seguito anche a vicende interne dell'Inghilterra. Il disegno di diminuire il territorio e l'influenza del Mass. e d'annullarne infine la patente non veniva con ciò abbandonato: dapprima veniva sottratto alla sua giurisdizione il New Hampshire, che nel 1680 diventava una colonia regia, la prima della N. Inghilterra; e poi nel 1684 si revocava la carta della colonia, senza che questa potesse colla forza opporsi al colpo di lunga mano preparato. L'ostacolo maggiore era così tolto di mezzo a quel disegno d'unificazione delle colonie settentrionali e centrali, che il governo sognava e di cui era incaricato l'energico sir Edmondo Andros, mandato in America come governatore di Nuova York nel 1674. L'opera sua non assecondata abbastanza dal debole Carlo II pel momento non trionfava; ma veniva ripresa con maggior fortuna sotto gli auspici dell'assolutista Giacomo II, che procedette in essa senza il minimo scrupolo dei diritti acquisiti delle colonie in possesso di carte regie. L'Andros nel 1686 si recava a Boston quale governatore regio di tutte le colonie settentrionali, il che era a dire distruttore delle loro immunità. I puritani del Mass. videro profanato il loro ritiro dall'introduzione della chiesa episcopale; i cittadini di Rhode Island si videro spogliati della loro patente; quelli del Connecticut la conservavano materialmente per l'ardire di Giuseppe Wadsworth, che, sottrattala di soppiatto dalla sala dell'assemblea, la nascondeva nel tronco d'un albero rimasto storico per secoli col nome di «quercia della carta», ma la videro conculcata nel fatto dall'Andros, che di suo pugno apponeva irritato la parola finis in fondo al libro dei protocolli delle sessioni.

La rivoluzione inglese del 1688 salvava però ancora una volta il libero reggimento della Nuova Inghilterra: Boston insorgeva alla notizia di essa, il governatore regio veniva gettato in carcere; e tutto il paese, rivendicando le antiche sue carte, ripristinava di fatto le sue repubbliche democratiche, dipendenti di nome dal re d'Inghilterra, governate in realtà dalla sola rappresentanza popolare.

§ 7. La società della N. Inghilterra e la sua forza d'espansione. — All'epoca della seconda rivoluzione inglese circa 75.000 bianchi, che rappresentavano in buona parte una vera selezione morale della razza inglese, abitavano la N. Inghilterra ed avevano iniziato la trasformazione del deserto con tale successo da destare l'ammirazione del mondo contemporaneo: più della metà di questa popolazione apparteneva alla colonia del Massachusetts, il quale comprendendovi il Maine e la prima colonia dei Pellegrini, la gloriosa per quanto poco sviluppata Nuova Plymouth che nel 1692 entrerà a far parte di esso, annoverava un 44.000 anime; il Rhode Island e Providence un 6.000; altrettante New Hampshire; da 17 a 20.000 il Connecticut.

La libertà aveva portato i suoi frutti, permettendo al paese di sviluppare senza alcun ostacolo tutte le sue energie: gli atti di navigazione della metropoli non erano stati rispettati; nessuna dogana era stata stabilita. Alla penuria dei primi tempi era successa l'abbondanza: la produzione era ormai superiore al consumo, e s'esportavano pelli, legname, pesce e grano, quest'ultimo nelle Indie Occidentali: l'industria navale, la quale già prima del 1643 dava bastimenti di 400 tonnellate, era quanto mai progredita e con essa la navigazione, monopolizzata può dirsi dal Massachusetts, che faceva il trasporto delle mercanzie per tutte quasi le colonie e mandava i suoi navigli sotto tutti i climi del mondo, mentre la rada di Boston vedeva già bastimenti di Spagna e d'Italia, di Francia e d'Olanda: la stessa industria vi aveva già da un pezzo fatto il suo ingresso, fino cioè dal 1643 in cui erano sorte le prime fabbriche per la lavorazione del cotone fatto venire dalle Barbados.

Scarsa era invece la moneta, giacchè dall'Inghilterra ben poca ne veniva, mentre le colonie dovevano mandarne per le loro provvigioni: nei primi tempi anzi al difetto di essa si era sopperito con lo scambio dei generi e l'uso dei wampun, delle pelli di castoro, del granturco, delle palle di piombo; ma col 1653 s'era impiantata nel Mass. una prima zecca.

La vita degli abitanti era ancora semplicissima, per quanto generale fosse la prosperità, la mendicità ignota e rarissimo il furto. Gli stabilimenti consistevano essenzialmente in comunità d'agricoltori, situate presso la riva del mare: al nord del Piscataqua erano villaggi che dovevano la loro origine al commercio delle pelli di castoro più ancora che al traffico dei legnami ed alla pesca; più al sud città isolate in riva all'Oceano ed ai fiumi necessari pei molini; nell'interno del paese la colonizzazione incominciava appena allora a penetrare. Le case per lo più erano in legno e mattoni, più rare quelle in pietra; dimessi gli abiti; gli uomini in calzoni corti, casacca, bavero, manopole bianche, mantello corto e cappello alto a larga tesa, nelle solennità una fusciacca a colori smaglianti, bottoni di oro o d'argento e stivaloni colla rivolta; le donne un modesto abito di panno tessuto in casa e alla domenica il cappuccio di seta, le maniche e le cuffie ricamate; frugali i pasti consistenti in granturco bollito nel latte, carni di maiale, legumi, erbaggi, pane di segala, sidro e birra.

Data la parità di condizione dei primi coloni più o meno mantenuta grazie alla povertà del suolo ed alla divisione dell'eredità in parti uguali, che non permettevano un troppo rapido formarsi ed accumularsi della ricchezza colla sua conseguenza inevitabile, il riflettersi cioè delle disuguaglianze economiche nella costituzione politica e sociale, regnava in quella società, cui erano ignote le ingenti fortune, una grande uguaglianza. Nè questa era una convinzione filosofica, ma la constatazione d'un fatto evidente e palpabile: goodman, goodwife (buon uomo, buona donna) si chiamavano famigliarmente fra loro, riservando per ben pochi il mister o mistress (signore o signora), per gli ecclesiastici ed i magistrati più che altro. Lo sviluppo d'una coltura largamente diffusa per quanto elementare favoriva poi ancor più questa eguaglianza, togliendo di mezzo quell'abisso intellettuale, che ordinariamente separa le classi abbienti da quelle non abbienti.

Costume alle origini era diventata ben presto legge nei codici della Nuova Inghilterra che «nessuno dei fratelli dovesse soffrire nella sua famiglia una grossolanità spinta al punto di non dare ai figliuoli ed ai dipendenti l'istruzione necessaria per metterli in stato di leggere perfettamente la lingua inglese». Così fino dal 1647 i legislatori del Mass. stabilivano che in ogni luogo, dove abitassero cinquanta proprietari d'immobili, dovesse esservi un maestro «affinchè la cultura dei nostri progenitori non rimanga sotterrata nelle loro tombe» ed ogni ragazzo crescesse sapendo leggere e scrivere la propria lingua; in ogni centro, dove vivessero cento o più famiglie, una scuola di grado superiore o di «grammatica» che desse poi l'adito all'università. Il bisogno d'una elevata cultura era infatti tanto vivo fra i primi Puritani, molti dei quali erano stati allevati nelle università inglesi, che fino dai primi tempi avevano pensato alla fondazione d'una università: Harvard College rimonta infatti al 1636 e si ricollega al ricco emigrato Giovanni Harvard, che morendo nel 1638 legava al collegio la sua biblioteca oltre alla metà dei suoi beni; ulteriori donazioni di privati e perfino regolari contributi dei cittadini assicuravano in seguito la floridezza dell'istituto. Questo del resto come gli altri stabilimenti congeneri, più che vere università nel senso moderno della parola erano scuole medie, paragonabili ed anzi inferiori, se ne eccettui per certi studi professionali, ai nostri licei. Se gli alti studi facevano però difetto, l'istruzione media ed elementare era più diffusa che in alcun altro paese. La favoriva oltre delle scuole la lettura, che in una società, dove nei primi tempi in ispecie ballo, teatro, giochi d'azzardo ed altri divertimenti del genere erano severamente proibiti, costituiva uno dei rari passatempi concessi agli abitanti in quelle lunghe e monotone veglie d'inverno, ch'essi passavano bloccati dalla neve nelle lor case; la favoriva ancor più la stampa locale, che già dal 1639 s'era introdotta nella N. Inghilterra: dei racconti di viaggi, dei pamphlet politici, i classici più noti, le opere dei moralisti formavano può dirsi tutta la cultura del paese.

Più ancora dell'istruzione poi era curata la morale, posta essa pure sotto l'egida della legge, che s'intrometteva nella vita privata, proibendo ad esempio come nel 1634 «mode nuove ed immodeste, maniche così corte da potersi vedere il braccio ignudo, maniche e calzoni smisuratamente ampi etc.», obbligando ciascuno a vestire a seconda della sua condizione, e così via. Santa la famiglia, la cui purezza era gelosamente custodita dalla legge: la donna adultera e il suo complice erano condannati a morte; mentre il seduttore d'una fanciulla era obbligato a sposarla: di divorzio mancano esempi nei primi tempi, ma una clausola di uno degli statuti riconosceva la possibilità di tale avvenimento, mentre respinta affatto era la separazione di corpo e di beni, l'anomalia della legislazione moderna per la quale il colpevole è bene spesso premiato, l'innocente punito. Considerata delitto pubblico la crudeltà verso gli animali; ritenuta peste del paese gli uomini di cattivi costumi, ai quali bene spesso era interdetto il soggiorno e tolti i diritti civili. Si poteva vivere là più anni senza vedere un ubbriaco, senza udire un giuramento, senza imbattersi in un mendicante.

Mite relativamente all'epoca la legislazione, se ne eccettui nelle cose di religione: un gran numero di misfatti puniti altrove di morte erano stati quivi cancellati dalla lista dei delitti capitali; la protezione della proprietà non arrivò mai al sacrificio della vita umana; le pene inflitte pel furto e pel brigantaggio erano meno severe di quelle della stessa legislazione americana del secolo XIX. Feroce invece la legge nei suoi rapporti col culto, nei primi tempi in ispecie, quando nessuno poteva sottrarsi senza plausibile motivo alle pratiche religiose, che obbligavano a rimanere in chiesa per ore ed ore, e chi non vi si faceva vedere per un mese intero veniva messo al palo od esposto al pubblico per ludibrio in una gabbia di legno! Ancora nel 1692, in seguito al triste influsso esercitato sullo spirito pubblico da un libro del fanatico pastore Cotton Mather sulla stregoneria, scoppierà una vera follia religiosa contro le supposte streghe: una ventina di persone verranno in breve regolarmente giustiziate ed oltre una cinquantina tormentate e martoriate sino alle più strane confessioni, finchè l'orrore per questi veri assassini metterà un alt all'infame follia, gettando il discredito sulla feroce bacchettoneria dei pastori.

Austero e spirituale quanto mai il culto puritano; chè i Puritani, liberandosi di tutte le inutili formalità, non invocavano santi, non elevavano altari, non adoravano crocefissi, non baciavano libri e pile, non veneravano reliquie, non chiedevano assoluzioni, non pagavano decime, non vedevano nel matrimonio un atto religioso nè un essere sacro nel ministro del culto, il quale veniva confermato dai fratelli o dagli altri ministri. E mentre nel campo religioso il puritanesimo spiritualizzava ogni giorno più il calvinismo, da cui era derivato, nel campo sociale lo umanizzava ogni giorno più.

Cessando infatti sul democratico suolo della Nuova Inghilterra, dove non c'erano caste ereditarie da rovesciare, di fare la sua idea dominante di quel principio della predestinazione, con cui il fondatore plebeo del calvinesimo aveva opposto all'aristocrazia feudale la nobiltà senza macchia degli eletti predestinati dal principio del mondo, il puritanesimo s'imprimeva a poco a poco un carattere proprio, arrivando ad adottare la carità come base del suo insegnamento morale. Dio sarà per esso l'«essere universale», la natura in tutta la sua complessità null'altro che «una emanazione della pienezza infinita di Dio»; cosicchè l'amore del creatore comprenderà l'amore per quanto esiste, si ridurrà cioè nell'attaccamento per tutti, in una benevolenza universale, e la gloria di Dio implicherà la salute e la gloria dell'umanità. Combattere per la salute di essa, lottare cioè per una giusta causa, sarà il modo migliore di eseguire la volontà del Signore, sarà farsi strumento addirittura dei suoi decreti ab eterno.

Così la N. Inghilterra per una sublime inconseguenza concilierà il fatalismo panteistico, incarnato nella sovranità assolata di Dio, con la libertà umana e, rifuggendo da ogni ozioso ascetismo, riporrà nell'energia del volere, nell'agire per un nobile fine l'ideale pratico della sua vita pubblica e privata. Individuo e società venivano così ad imbeversi di questo spirito religioso, ed il rigore straordinario d'una credenza austera, la forte disciplina ecclesiastica dei primi nuclei scolpivano il tipo morale del paese. Il fanciullo venendo al mondo era allevato al genio del paese; nel suo cervello non entravano può dirsi nozioni che non fossero marcate d'una impronta cristiana: il suo primo ed in molti casi ultimo libro, il suo vademecum per la vita oltrecchè per la scuola elementare, sarà quel New England primer, il quale redatto da un'assemblea di 120 ministri conterrà il Credo, delle preghiere, dei piccoli inni o delle canzoni religiose in versi corti, delle massime tolte dai libri santi o da opere teologiche, delle esortazioni morali, ed alla fine il dialogo fra Cristo, la gioventù ed il diavolo: se oltrepasserà poi la cultura inferiore, troverà nella grama letteratura del paese la stessa impronta morale.

In perfetta corrispondenza con lo stato materiale e morale del paese, la letteratura infatti della N. Inghilterra, iniziata può dirsi dal governatore Bradstreet con una storia della colonia di Plymouth, sarà necessariamente ben povera, mentre altre e più urgenti occupazioni assorbivano gli animi ed impiegavano i corpi, si riduceva più che altro a qualche traduzione, a qualche libro di morale e di teologia, a qualche noioso poema epico o religioso: così Riccardo Mather insieme col Welde e l'Eliot dava una traduzione dei Salmi, elegante nella sua fedeltà e semplicità; Beniamino Thomson dettava un lungo poema epico sulla celebre lotta del 1675-76 dal titolo «Crisi della N. Inghilterra»; Michele Wigglesworth ne componeva uno assai più popolare intitolato «Il giorno del Giudizio». Era insomma una letteratura antimondana per eccellenza, la quale, frutto dell'ambiente, contribuiva alla sua volta a plasmare le nuove generazioni sullo stampo di esso.

La severa concezione della vita individuale si convertiva in una non meno severa della vita sociale; la missione morale dell'uomo si integrava in quella politica del cittadino, compenetrando di sè tutta la vita di quello stato, che era una cosa sola con la religione. Le istituzioni della N. Inghilterra non sono altro che calvinesimo in azione: la sua teocrazia è tale solo in apparenza, riducendosi in sostanza ad una perfetta democrazia; giacchè, se i ministri della chiesa governavano lo Stato, essi venivano però eletti dai membri di quella chiesa, cui tutti potevano anzi dovevano partecipare. Il principio puritano la «voce della maggioranza essere la voce di Dio» portava infatti per conseguenza necessaria la sovranità del popolo.

Dalla convinzione profonda che fede indipendenza e prosperità pubblica erano aspetti diversi d'una cosa stessa, che non si poteva disinteressarsi di una senza metter in pericolo le altre, si generava quel patriottismo fervente, quella potente unità morale e sociale della N. Inghilterra che ne faranno l'antesignana della libertà. Quando infatti lo spirito calvinista avrà perduto per forza di tempi, di esigenze sociali, di contatti diversi quella sua rigidità primitiva, quell'intolleranza fanatica che non si limitava a predicare contro l'uso dei veli e dei capelli lunghi, ad imporre nomi biblici ai neonati, a togliere la croce dalla bandiera inglese, ma arrivava pur troppo a stringer capestri al collo di quaccheri e ad abbruciare povere donne accusate di stregoneria, rimarrà pur sempre l'essenza di esso: l'intolleranza della legge disarmerà, ma per essere supplita da quella dell'opinione, fortificata dall'abitudine e divenuta un istinto; la tolleranza trionferà, ma se potrà menomare la vivacità e la spontaneità della fede negli spiriti non potrà indebolire il vigore della disciplina nei costumi; il fanatismo della libertà tramonterà, ma dopo aver creato una società, cui sarà ignota ogni autorità che non sia quella razionale della libera convinzione dello spirito pubblico.

Come l'intolleranza fu il sale che conservò pura la moralità del paese (prova non dubbia quel Rhode Island il quale, fatto rifugio oltrecchè delle coscienze perseguitate delle eccentricità insofferenti d'ogni freno e della gente irrequieta o viziosa bandita da altre sedi, si troverà al cadere del periodo coloniale in uno stato di vera demoralizzazione pubblica e privata, con scuole miserabili, indietro di più che cent'anni rispetto a quelle del Massachusetts); così l'ordinamento amministrativo fu la garanzia più valida di quelle libertà, che i primi coloni avevano inaugurato. È merito infatti della democrazia di villaggio inaugurata nei primi tempi e fedelmente mantenuta in seguito, se potè svilupparsi nella N. Inghilterra quella rigogliosissima vita politica, ch'era integrazione ultima della sua prosperità economica e della sua elevatezza intellettuale e morale.

Se all'occhio di un osservatore superficiale la N. Inghilterra risulta composta dalle quattro colonie di Massachusetts, Rhode Island, Connecticut e New Hampshire, essa si presenta a chi penetri nella sua storia come un aggregato di tante piccole democrazie, quanti erano i suoi stabilimenti, i suoi comuni. Il township infatti era stata ed era la cellula di quell'uniforme tessuto sociale. Per una specie di covenant tra gli abitanti, frutto da un lato dell'abitudine di vivere e governarsi in congregazioni religiose indipendenti, tendenza dall'altro innata nella razza pel selfgovernment, il township della N. Inghilterra s'era costituito, come vedemmo, in organismo politico completo: più tardi i township si erano avvicinati, obbedendo alla necessità d'una cooperazione contro gli Indiani ed anche d'una intesa comune per difendere e godere dei diritti e privilegi dichiarati comuni da una carta a tutti gli abitanti di quel dato territorio; e così era sorta la colonia, la quale però non aveva distrutto il town primitivo. Nel Rhode Island ad esempio a termini della carta del 1647, primo patto segnato fra i 4 towns indipendenti, l'assemblea non era chiamata a decider su progetti di legge se non dopo che ciascun town per conto suo li aveva votati: il governo coloniale non aveva che un potere di ratifica e di revisione; l'iniziativa continuava ad appartenere alla località. Il patto stesso perfino non era intangibile, ma si allentava o si scindeva, come avvenne nello stesso Rhode Island nel 1651, quando si ritornò a due confederazioni particolari di due towns ciascuna, e più ancora nel 1686 quando l'assemblea si disciolse dopo aver reso a ciascun town la cura di governarsi da sè isolatamente.

Così mentre presso la maggior parte delle nazioni moderne l'esistenza politica cominciò nelle classi più elevate, allargandosi successivamente ed incompletamente alle inferiori, mentre lo stato non fu che lo strumento della dominazione dei vincitori sui vinti; nella N. Inghilterra invece l'esistenza politica fu dagli inizi della prima colonizzazione a tutti comune, e la colonia non fu che l'aggregato di organismi autonomi ed indipendenti. Il comune, ecco la pietra angolare del grande edificio politico futuro; l'indipendenza comunale, ecco il principio vitale della libertà americana.

Nel comune regna una vera vita politica, attiva ed essenzialmente democratica e repubblicana. La colonia riconosce il primato della metropoli; ma, se la monarchia inglese detta leggi allo stato, nella vita municipale vive già la repubblica. Il comune nomina i suoi magistrati, fissa le imposte, le riparte, le riscuote, arma i cittadini in caso di bisogno, pensa alla loro istruzione, soddisfa ai bisogni generali della popolazione: suo cardine è la sovranità popolare con tutte le sue conseguenze, cioè universalità del suffragio, libero voto dell'imposta, responsabilità ed eleggibilità di tutti i funzionari pubblici, libertà personale, giudizio per giuria, governo infine diretto. Al pari delle piccole repubbliche della Grecia, nel comune neoinglese i cittadini trattano essi stessi gli affari pubblici. Come tutti gli uomini al di sopra dei 16 anni erano soldati ed una volta al mese venivano chiamati a raccolta per le necessarie esercitazioni; così tutti, ricchi o poveri, saggi od ignoranti, erano membri dell'assemblea di villaggio, di quella minuscola legislatura, dove si fissavano le imposte e si decretavano i ponti, le strade e le scuole, dove con la scelta dei magistrati locali e dei ministri del culto si davano pure le istruzioni opportune ai rappresentanti mandati all'assemblea dello stato. A questa scuola si formava l'educazione politica del popolo; in essa si acquistava quella pratica degli affari, che sarà tanto preziosa per il paese. Di mano in mano che il progresso della società esigerà degli sforzi su un campo più vasto, lo spirito pubblico si farà più maturo a sopportarli, saprà portare nella politica generale dello stato prima, della confederazione in seguito la sagacia e la saggezza, che s'era svolta nel regolare gli affari del villaggio. Il selfgovernment, esercitato da tutti sino al punto di divenire seconda natura, presso una società d'agricoltori, cui avanza del tempo per pensare ed istruirsi, che sono pieni di sollecitudine per l'educazione, che non hanno fra loro nè nobiltà nè popolaccio, ecco insieme con la scuola e la milizia locale il segreto, che fece la grandezza della N. Inghilterra, come fu la linfa vitale della sua rigogliosa democrazia.

Linfa vitale, dicemmo, non già causa essenziale di questa democrazia, come fecero e fanno molti pensatori, i quali scambiando gli effetti per le cause attribuiscono nel caso nostro speciale come in quello generale un dato tipo di società a quelle istituzioni politiche, che sono esse stesse il frutto di quell'ambiente sociale. La democrazia di villaggio fu infatti, come vedemmo, il risultato naturale delle condizioni originarie, nelle quali incominciò la colonizzazione neoinglese. Ed allora che cosa più naturale che ascrivere, come fecero altri, alle origini soltanto, al punto di partenza della società neoinglese il suo sviluppo ulteriore? Delle vecchie istituzioni europee, fu osservato, nessuna, può dirsi, emigrò nella N. Inghilterra: non la monarchia, la quale è presente nelle colonie come un'ombra; non l'aristocrazia feudale, la quale, già fiaccata sul vecchio continente, non poteva certo assurgere a nuova vita nel deserto in mezzo agli stenti ed alle privazioni cui tutti erano sottoposti i coloni; non la dominazione del clero, troppo solidamente attaccata al vecchio edificio dalla catena dell'interesse; non le ghilde, le maestranze, le consorterie, le mille corporazioni in una parola sorte in Europa per reazione ai castelli baronali o per soddisfare bisogni sociali ignoti all'America. Vi immigrava solo un popolo libero, che, affrancatosi da tutti gli elementi inceppanti della civiltà lasciata, poteva crearne una nuova basata su principi più conformi al diritto di natura. Erano uomini per di più appartenenti a quella razza germanica così gelosa della sua indipendenza personale da farle attribuire, per quanto a torto, da alcuni quale caratteristica massima l'individualismo: uomini infine che uscivano dalle classi inferiori, dove più puro s'era conservato il sangue sassone, senza mistura con quello normanno, ed univano così alla purezza della razza l'umiltà dell'origine, eccitamento maggiore a forme sociali più largamente democratiche. Erano infine cristiani, che dello spirito più puro e più umano del cristianesimo pascevano l'anima loro, e per di più protestanti, seguaci cioè di quella Riforma, che aveva rappresentato il risveglio della libertà intellettuale nella massa del popolo. Nessuno può certo mettere in dubbio l'influenza straordinaria di tale genesi sullo sviluppo della democrazia neoinglese: ma non da essa soltanto essa ripete sua vita.

Le colonie meridionali, nonostante origini non molto dissimili, nonostante il primo assetto, che vedremo democratico, terminavano col plasmare una società affatto diversa. Ed allora si cercherà la spiegazione del fenomeno in qualche cosa di esclusivo alla N. Inghilterra, al calvinesimo, meglio ancora al puritanesimo. Ora nessuno può certo negare l'influenza democratica del calvinesimo, visibile dovunque esso si affermi, a Ginevra, in Olanda, in Francia come in America; nè tanto meno quella ancor più potente del puritanesimo, che tutto informò di sè la società della Nuova Inghilterra. Ma non per questo tale società fu il frutto del puritanesimo e tanto meno del calvinesimo: il calvinesimo si trova pure in qualche colonia centrale diversa socialmente dalla N. Inghilterra; il puritanesimo stesso non sa impedire sul democratico suolo della N. Inghilterra l'introduzione e peggio ancora la consacrazione del più antidemocratico degli istituti, d'un istituto, che trionfando avrebbe soffocato sul nascere ogni democrazia dando un indirizzo totalmente opposto a quella società, voglio dire la schiavitù dei negri. Nel 1641 il Massachusetts, retto fin'allora da magistrati elettivi senza alcun codice scritto, adottava un corpo di leggi fondamentali, il famoso «Body of Liberties», ed appunto questa «magna charta» della libertà puritana ha il triste vanto, ironia della storia, d'esser il primo statuto americano che sancisca la schiavitù: così il codice dei Pellegrini, fuggiti in America per difendere tra le foreste la propria libertà, anticipava di parecchi anni quelli della Virginia e del Maryland nell'istituzione più disumana e liberticida![8] E per trovare un appoggio di essa, per mettere in pace la coscienza coll'utile il legislatore puritano ricorrerà al Vecchio Testamento, al rigore della legge mosaica strettamente nazionale, anzichè al Nuovo Testamento dallo spirito più largo ed umano: il diritto della schiavitù si baserà infatti sulla differenza di religione, sul paganesimo dei negri. Così nel cristianissimo Massachusetts, infiammato dal più ardente zelo religioso che mai abbia conosciuto una collettività umana, si vedranno dei cristiani negare ai proprî schiavi il battesimo, perchè questo avrebbe reso insostenibile di fronte alla coscienza puritana la condizione servile.

Gli è che le origini dei popoli, come delle istituzioni, conservano la loro purezza solo quando trovino un ambiente favorevole al loro sviluppo, perchè solo allora i fattori iniziali si associano ai successivi, traendone nuova forza e vigore, anzichè venire elisi da questi: il cristianesimo si tuffa nel sangue dei Borgia e tramonta nei baccanali di Leone X; dalle più democratiche origini sorgerà, come vedremo, nelle colonie meridionali dello stesso Nord-America una società a ritroso dei tempi, che rinnova superandole le infamie peggiori del mondo romano a base di conquista e di schiavitù.

Per fortuna della pia ed egalitaria coscienza puritana le condizioni climatiche e territoriali, più forti della volontà umana individuale e collettiva, s'incaricavano esse di metterla d'accordo con l'interesse. Gli schiavi negri costavano quattro o cinque volte più dei servi bianchi: gli schiavi negri non erano adatti come i servi bianchi alla costruzione dei navigli, industria che arricchiva il paese assai più dell'importazione negra; i negri emancipati da molti zelanti antischiavisti costituivano un pericolo ed un aggravio per la colonia, mentre i bianchi ritornati liberi dopo il periodo fissato di loro servitù divenivano cittadini preziosi per essa; gli schiavi negri infine erano soggetti per ragione del clima rigidissimo ad una mortalità, ignota alle altre colonie, donde le perdite notevoli dei loro proprietari. Tutto questo non sarebbe forse bastato a determinare quella corrente antischiavista, cui la coscienza puritana e la società democratica ad essa informata preparava il terreno migliore, se, cagione questa principalissima, non fosse stata affatto contraria alla schiavitù dei negri l'economia agricola del paese, determinata dalle sue condizioni climatico-territoriali: era questa la causa fondamentale per cui, mentre la schiavitù negra nasceva morta può dirsi sul suolo della N. Inghilterra, vi si salvavano gli ottimi germi importati dai coloni, sviluppandosi nel più florido organismo democratico. La democrazia della N. Inghilterra s'assideva per essa sulla base meno bugiarda e più sicura, che la storia conosca, l'eguaglianza cioè delle condizioni economiche.

Se ne eccettui lungo la costa del paese, che ricca di porti invitava alla pesca, alla navigazione ed alle industrie a questa annesse, le quali costituivano infatti le forme quasi esclusive di vita economica delle città litoranee, l'agricoltura era col taglio dei boschi l'industria predominante della N. Inghilterra. Il suolo ed il clima non permettevano però la cultura su vasta scala di articoli d'esportazione; sicchè l'agricoltura doveva limitarsi a produrre quanto bastasse ai bisogni locali, cioè maiz, frumento, avena e orzo, prodotti per di più che, data la sterilità del suolo e la mancanza delle risorse meccaniche del giorno d'oggi, rendevano impossibile la coesistenza, grazie al provento d'uno stesso fondo, di proprietario e fittavolo, di padrone e schiavi. Nonchè allignarvi il latifondo, la stessa piccola proprietà dissociata dal lavoro era impossibile in tali condizioni, di mano in mano specialmente che i bisogni sociali cresciuti spingevano l'agricoltura su terre di qualità inferiori: il farm, cioè il pezzo di terra coltivato direttamente dal proprietario, rimaneva pertanto come ai primi giorni la base dell'agricoltura e su di essa sorgeva una classe di proprietari agricoltori, di sua natura democratica e repubblicana. Nella lotta quotidiana per strappare di che vivere al suolo ingrato sotto un cielo inclemente, nella piena libertà della natura, nella semplicità della vita operosa e devota dei campi coltivati con le mani proprie e dei figli, si manteneva così intatta quella democrazia rurale, che abbracciava la grande maggioranza della popolazione: ancora al 1797 gli agricoltori staranno al resto degli abitanti come 100 ad 11. A differenza pertanto degli altri paesi, dove le campagne coltivate ma non possedute da una plebe analfabeta rappresentano la palla di piombo d'ogni progresso sociale e politico, il ceto agricolo della Nuova Inghilterra costituirà il vero nerbo della democrazia neoinglese, rinforzo anzichè pericolo per quella democrazia mercantile, che le industrie navali ed i traffici marinari vanno sviluppando in Boston e sugli altri punti della costa.

Così le forme economiche, imposte alla N. Inghilterra nell'ambiente storico del sec. XVII dalle sue condizioni climatico-territoriali, assicurando al paese per lungo tempo una certa eguaglianza economica ed intellettuale, impedivano di tralignare alla democrazia puritana importata dai primi coloni e svoltasi rigogliosa nel township. La società creata da essa, una volta affermatasi, potrà durare per coesistenza sua propria anche senza la dottrina confessionale, da cui era proceduta: quando l'arco troppo teso del puritanesimo si distenderà, quando le ultime traccie della costituzione teocratica dei primi tempi saranno sparite dalla N. Inghilterra, vi sopravviverà pur sempre la razza da quelle forze modellata.

Il rigoroso cristianesimo e l'idea democratica si perpetueranno allo stato di forte suggestione ereditaria, sottomettendo il primo alla sua norma tutte le attività superiori dello spirito, informando la seconda di sè tutta quanta la vita sociale; e dal loro connubio uscirà quel tipo yankee[9], dalla veduta limitata e bassa ma tenace e forte delle cose, che con la sua energia informerà alla sua volta di sè l'intero popolo americano. Grazie ai germi straordinariamente vivaci del sec. XVII, ad un primo movimento di concentrazione seguirà infatti un moto d'espansione tanto più notevole quanto più densa diventerà la popolazione della Nuova Inghilterra, la quale al 1754 conterà già un 436.000 abitanti, di cui soli 11.000 schiavi negri. Così, mentre l'Est ed il Nord-Ovest dei futuri Stati Uniti saranno figli diretti della N. Inghilterra, l'elemento neoinglese guadagnerà o materialmente coll'immigrazione o moralmente col suo influsso le popolazioni del Centro e dello stesso Sud, condannate le prime dalla poca coesione ed omogeneità, le seconde dalla mancanza assoluta d'istruzione e di lumi a subire l'ascendente d'una superiorità intellettuale e sociale. Non è pertanto esagerazione l'affermare che l'yankee farà l'Americano, tanto è il peso del solido nucleo democratico della N. Inghilterra sui destini sociali dell'intera gente anglo-americana.

NOTE AL CAPITOLO SECONDO.

[8]. Nel 1645 la corte generale del Massachusetts condannava un mercante di schiavi, che aveva rapito dei negri sulle coste d'Africa, a restituirli alla loro contrada nativa; e su questo fatto aggiunto ad una falsa interpretazione d'una clausola del codice del 1641 alcuni storici, troppo zelanti difensori degli antichi Puritani, si basarono per negare la schiavitù nella colonia: ma questo fatto è perfettamente consono al codice del 1641, nel quale veniva permesso solo l'acquisto legale dei negri e punito invece di morte il furto di uomini; contraddizione del resto patente, giacchè i legislatori sapevano bene che il furto nella più parte dei casi era l'origine prima di quella proprietà umana, di cui permettevano l'acquisto legale ai coloni (Cfr. Mondaini, La questione dei Negri nella storia e nella società nord-americana, Torino, Bocca 1898).

[9]. Parola d'origine incerta, con cui si designano in genere gli Anglo-Americani, in ispecie i neoinglesi; pare fosse in origine il soprannome algonchino dei primi coloni.

CAPITOLO III L'aristocrazia fondiaria nelle colonie meridionali.

§ 1. Virginia — § 2. Maryland — § 3. Caroline — § 4. Georgia — § 5. La società meridionale: suoi elementi e sua coesione.

§ 1. Virginia. — Una chiesa rovinata ed un paesello chiamato Jamestown indicano oggi il luogo, dove il 13 maggio 1607 sbarcavano dalle tre navi mandate dalla compagnia di Londra i 105 emigranti iniziatori della colonizzazione inglese nell'«Antico Dominio».

Erano essi avventurieri della peggior specie, la maggior parte gentlemen andati in rovina, qualche antico recluso, qualche raro mercante, e più raro operaio, tutta gente attirata nel Nuovo Mondo chi dall'ingordigia dell'oro, chi dall'illusione puerile di trovarvi una ricca esistenza senza faticare, chi dalla speranza di arrivare al Pacifico, creduto molto vicino alla costa atlantica: comandava quest'accozzaglia irrequieta e turbolenta, animata da desideri insoddisfatti, non sorretta da alcun ideale, il bravo capitano Newport; ma chi esercitava su tutti la maggiore influenza per l'ingegno, l'energia, la sagacia e sovratutto la conoscenza profonda delle cose e degli uomini, era il capitano Giovanni Smith, la cui vita venturosa dal giorno in cui a 13 anni vendeva i libri di scuola per far danari e poter così mettersi in mare, alla sua prigionia in mezzo ai Turchi, al suo imbarco per l'America, era stata tutta un romanzo, di cui l'approdo nella Virginia non doveva segnare l'ultima pagina. A rendere ancora più vivo il contrasto collo sbarco dei Pellegrini, il paese, dove approdavano questi avventurieri, era tale per clima e per suolo da sembrare in quel maggio ridente un paradiso, di cui lo Smith poteva scrivere «che il cielo e la terra non eransi mai trovati così bene d'accordo nel formare un luogo tanto adatto all'abitazione dell'uomo».

La terra li invitava fertilissima ad un lavoro fecondo, garanzia d'un lieto avvenire; ma non per questo avevano essi lasciato il paese nativo: chi si dava alla ricerca dell'oro, chi del Pacifico, supposto in comunicazione con la baia di Chesapeake; mentre la delusione più amara, l'apatia, l'anarchia s'impadronivano dello stabilimento, specie dopo la partenza del Newport, e gli stenti e la malaria riducevano già nell'autunno alla metà i malaugurati coloni. Li salvava da un'ecatombe completa la fermezza e l'abilità del capitano Smith, l'unico che in una sana concezione coloniale trovasse i requisiti indispensabili a ben superare la prima prova: lungi dal cercare un oro chimerico, egli s'industriava a procurarsi i mezzi primi di vita per sè e la colonia, stringendo cogli indigeni ostili tali rapporti d'amicizia da averne spontaneamente maïs e cacciagione, mentre insegnava egli stesso ai compagni ad abbattere gli alberi ed a costruirsi delle rudimentali capanne. Poi nell'inverno iniziava un viaggio di ardita esplorazione nella baia di Chesapeake, risalendo alcuni dei fiumi sboccanti in essa: preso dagli Indiani ed ammazzatigli i compagni, egli riusciva con le sue risorse a meravigliare e divertire quegli uomini primitivi, sfuggendo così a certa morte non solo ma accaparrando anche amici preziosi alla nascente colonia, ch'egli al ritorno trovava però ridotta ad una quarantina d'uomini miseri e scoraggiati.

Ritornava è vero ben presto il Newport con altri 120 emigranti; ma l'arrivo di costoro, in gran parte sullo stampo dei primi, non migliorava per nulla lo stato delle cose: il loro aiuto si riduceva a sterrare, lavare ed epurare una terra brillante dei dintorni, scambiata per oro dall'accesa fantasia degli orefici venuti a tal fine in America. Lo stesso Newport, deluso nella speranza di trovare il Pacifico di là dalle cateratte del fiume James, se ne tornava in Inghilterra con un vascello carico di terra senza valore; mentre lo Smith, disgustato di tanta follia, ripigliava i suoi viaggi di esplorazione, risalendo per lungo tratto il Potomac ed il Susquehannah, e costruendo una carta di quelle sconosciute regioni. Ritornato nello stabilimento, veniva nominato nel 1609 presidente del consiglio coloniale; e la sua energica amministrazione incominciava a far rifiorire l'ordine ed il lavoro, quando il Newport entrava nel fiume con un secondo rinforzo di settanta emigranti. Erano anche questi però della stessa risma degli altri, benchè, buon preludio, vi si trovassero anche due donne; tanto che lo Smith era obbligato a scrivere in Inghilterra: «se organizzate una nuova spedizione vi scongiuro di non inviarci che una trentina di falegnami, agricoltori, giardinieri, pescatori, fabbri, manuali, e gente capace di sradicar alberi, piuttosto che delle migliaia d'individui simili a quelli che abbiamo già».

La compagnia di Londra però era in un ordine di idee ben diverse da quelle del bravo organizzatore coloniale; essa, stanca di spender senza guadagnare un quattrino, illusa di poter col colpo di bacchetta magica dei suoi ordini trasformare la terra in oro, dischiudere il continente, far risuscitare i morti, esigeva che si mandasse un mucchio d'oro, o che si scoprisse un passaggio certo al mare del Sud, od almeno si ritrovasse uno dei compatriotti perduti della spedizione del Raleigh, pena in caso diverso l'abbandono della colonia al suo destino. Lo Smith per tutta risposta si dava con più ardore ad organizzare la demoralizzata colonia, costringendo tutti gli immigranti, i gentlemen della city non meno degli altri, a lavorare sei ore al giorno, giacchè era sua massima «chi non lavora non mangia». Anche l'opinione pubblica inglese cominciò a sospettare che la delusione delle speranze dorate non dovesse forse ascriversi se non ad una politica troppo impaziente di immediati profitti; cosicchè l'entusiasmo coloniale lungi dall'affievolirsi s'accrebbe, la compagnia della Virginia s'arricchiva di nuovi capitali e di nuovi soci, ed otteneva per di più nel 1607 una seconda patente, che le attribuiva molte prerogative prima riservate al re. Per essa il consiglio coloniale residente in Inghilterra doveva d'allora in poi venire eletto dai soci, essere indipendente dal monarca nell'esercizio del potere legislativo ed amministrativo, e venir rappresentato nella colonia da un governatore di sua fiducia. Lord De la Warr o Delaware fu nominato governatore a vita e capitano generale della Virginia, alla cui volta lo precedevano suoi rappresentati seguiti da centinaia d'emigranti. Lo Smith, esautorato, incapace di tener a freno il riottoso elemento, era costretto per salvare la sua stessa vita a riparare nel 1609 in Inghilterra. Mancato lui, la fame e le malattie facevano strage nella colonia, che in sei mesi vedeva ridotti da 490 a 60 i suoi abitanti: maledicendo il lor fato, i superstiti abbandonavano Jamestown, di cui senza l'energia del Gates rappresentante del Delaware avrebbero perfino bruciate le costruzioni, per ritornarsene in Inghilterra, quando alla foce del James incontravano il governatore, che arrivava con nuovi coloni e ricche provvigioni. Tornarono indietro e le sorti della Virginia non corsero d'allora in poi altro pericolo capitale, nonostante le immancabili difficoltà straordinarie dei primi anni: le cure di lord Delaware, l'energia del successore sir Tommaso Dale, che ricorreva alla legge marziale, e l'abilità infine del Gates ne assicuravano l'avvenire.

La introduzione della proprietà privata del suolo, di cui ad ogni singolo colono venivano assegnati alcuni acri almeno per proprio uso e consumo, avvantaggiava di molto le condizioni degli emigranti e della colonia stessa, migliorando il lavoro fatto fino allora di malavoglia; mentre una terza patente, la quale trasferiva tutti i poteri dal consiglio coloniale all'intera compagnia, se non migliorava per nulla lo stato politico dei coloni, veniva per lo meno a trasformare nel 1612 in senso democratico la corporazione, facendo delle sedute di questa un teatro di ardite discussioni non inutili per l'avvenire degli stessi coloni. Anche le relazioni colle tribù indigene, a qualcuna delle quali gli emigranti avevano preso non solo le terre ma le stesse capanne ed i magri depositi di viveri, si facevano molto più cordiali e rassicuranti, dopo specialmente il primo matrimonio anglo-indiano suggerito al giovane Rolfe da misticismo religioso.

La colonia, che nel 1612 contava già 100 abitanti, andava sviluppandosi, e nuovi stabilimenti si fondavano grazie specialmente alle leggi territoriali, che l'energico governatore Dale vi andava introducendo con grande vantaggio della cultura. Per esse l'assetto della proprietà variava coll'origine dei coloni: quelli inviati e mantenuti a spese della compagnia ne rimanevano servi e, quantunque ottenessero in proprietà individuale tre acri di terra, dovevano lavorare per essa 11 mesi all'anno, riservandone uno per sè, condizione questa però rappresentata da un numero sempre minore di persone, che si riducevano nel 1617 a sole 54, donne e fanciulli compresi: quelli non mantenuti dalla compagnia divenivano livellari, dovendo come tali pagare al deposito comune un tributo annuo di due staia e mezzo di grano e consacrare alla compagnia un mese all'anno di lavoro, esclusa l'epoca della mietitura e della semina: quelli venuti del tutto a proprie spese ricevevano cento acri di terra, limitati più tardi a 50 subito e 50 dopo la coltivazione dei primi: chi sborsava 12 sterline e mezza otteneva ugualmente 100 acri di terra subito ed altri 100 in seguito: proibita infine una proprietà d'oltre 2000 acri nelle mani d'un solo individuo. E mentre tali leggi permettevano il costituirsi d'una vigorosa proprietà fondiaria, s'introduceva nella Virginia e vi attecchiva splendidamente una cultura tanto ricca, da imprimere alla colonia uno slancio neppure supposto. L'oro era stato una chimera, il costoso tabacco una realtà: il partito dei cercatori d'oro era ormai tramontato; ed i campi, i giardini, le piazze pubbliche, le vie stesse di Jamestown si coprivano di tabacco, mentre i coloni si disperdevano su un'area sempre più vasta, trascurando nella smania del guadagno la stessa sicurezza personale.

Il tabacco risvegliava tutte le energie degli abitanti, diventando ad un tempo il pegno della durata della colonia ed il prodotto pressochè esclusivo di essa; la popolazione grazie ad esso cresceva, prosperava, cominciava a sentire per un processo storico inevitabile i primi desideri di libertà: come sempre, dal miglioramento delle condizioni economiche si svolgeva, quale superbo riflesso ideale, la vita politica. Le estorsioni e il dispotismo del violento e truce governatore Argall sollevavano le proteste dei coloni, e l'amministrazione dell'ottimo Yeardley, destinato a succedergli, apriva per essi una nuova era. L'autorità del governatore veniva limitata da un consiglio locale, ed i coloni erano ammessi alla formazione delle leggi: nel mese di giugno del 1619 si radunava in Jamestown la prima assemblea coloniale della Virginia, composta del governatore, del consiglio coloniale allora nominato e di due rappresentanti per ciascuno degli undici borghi esistenti. Era il primo corpo rappresentativo, che si riunisse nell'emisfero occidentale; era l'aurora luminosa della libertà americana. Coloro, che fino allora avevano dipeso dal beneplacito d'un governatore, reclamavano i loro privilegi di cittadini inglesi e domandavano un codice basato sulle leggi inglesi.

Due anni dopo nel luglio 1621, la compagnia di Londra, la quale democratizzata dall'ultima carta aveva rivendicato i suoi diritti, nominando a tesoriere il conte di Southampton contrariamente ai desideri del re, ed aveva pensato sul serio ad assicurare i benefici della libertà alla colonia, dava a questa una costituzione scritta modellata su quella inglese e destinata a diventare con poche varianti il modello dei sistemi introdotti più tardi nelle altre provincie regie. Un governatore nominato dalla compagnia, un consiglio locale permanente pure da essa nominato, un'assemblea generale da riunirsi tutti gli anni, composta del consiglio e di due deputati per ogni piantagione scelti dagli abitanti; piena autorità legislativa all'assemblea, salvo il veto del governatore e la ratifica della compagnia; ratifica degli ordini della compagnia da parte dell'assemblea per entrare in vigore; conformità delle corti di giustizia alle leggi ed alla procedura inglese: tale nelle sue linee generali questa costituzione, per la quale i coloni, cessando di essere i servi d'una corporazione mercantile, diventavano liberi cittadini. Fu questa la base sulla quale la Virginia innalzò l'edificio delle sue libertà, l'atto, che fece dello stabilimento nascente un semenzaio di uomini liberi.

Nè l'influenza sua si limitò alla Virginia, ma si estese a tutto il Sud: quando nuove colonie si formarono, i loro proprietari non poterono sperare d'attirarvi degli emigranti se non accordando loro franchigie non meno ampie di quelle concesse alla rivale Virginia.

Nel 1625 la compagnia, lacerata da interne fazioni, odiata da re Giacomo «quale scuola d'un parlamento sedizioso», com'ebbe a definirne le sedute un inviato spagnuolo, veniva sciolta, e, revocatane la patente, la Virginia diventava una colonia regia; ma ciò non portava alcun mutamento immediato nel governo interno e nelle franchigie della colonia. Nè il successore Carlo I, pure cercando di ritrarre dal monopolio del tabacco il maggior vantaggio possibile, attentò alla libertà della Virginia, la quale abitata da episcopali rimase altrettanto fedele a lui quanto attaccata alla sua effettiva indipendenza, che potè conservare anche durante il protettorato di Cromwell, pure assoggettandosi all'«atto di navigazione».

Nata dalla prosperità, la libertà diveniva di questa alla sua volta la fonte maggiore: nascevano per essa i motivi d'attaccamento al suolo, e la Virginia, i cui coloni erano immigrati coll'intenzione di farvi fortuna non già di stabilirvisi definitivamente, vedeva ormai sbarcare migliaia d'emigranti, che coll'aratro iniziavano la conquista della terra e col matrimonio il suo popolamento, accasandosi con donne fatte venire appositamente dall'Inghilterra dietro un compenso in tabacco pagato alla compagnia: nei soli tre anni dal 1619 al 1621 ben 3500 persone si dirigevano alla sua volta: nel 1648 gli abitanti salivano a 20.000.

I coloni erano andati disperdendosi lungo il fiume James e verso il Potomac, dovunque la ricchezza del terreno permettesse di coltivare il tabacco con successo: gli stessi luoghi più solitari e più esposti quindi alle ostilità degli indigeni non erano stati dimenticati, perchè in essi minore era la concorrenza per l'appropriazione della terra. Gl'indigeni, privati del loro suolo, incapaci per la debolezza e scarsità loro (un 8000 circa verso il 1620 in un territorio di 8000 miglia2) di scacciare in guerra aperta gli usurpatori, avevano covato in segreto il loro odio ed organizzato un complotto, che nel 1622 era scoppiato in un feroce macello, in cui sarebbero periti ben più dei 347 bianchi massacrati se Jamestown e gli stabilimenti vicini non fossero stati preavvertiti da un indiano convertito. Da allora in poi i coloni non ebbero più ritegno e, mentre si intraprendevano tratto tratto spedizioni di sterminio contro gli indigeni, se ne occupavano senza il minimo scrupolo i campi ed i villaggi, situati nelle migliori posizioni, in riva alle acque più limpide e sulle terre più fertili.

Il paese invitava all'agricoltura in tutti i modi con la fertilità del suolo, coll'abbondanza dei fiumi, che dagli Allegany al mare costituivano ottime vie naturali pel trasporto delle merci, colla mitezza del clima; la terra si estendeva libera davanti agli emigranti e ad essa si chiedeva più che grano, la cui coltivazione da qualche governatore fu imposta perfino sotto ammende penali, tabacco, vale a dire un prodotto idoneo quanto mai al grande commercio. Nel 1621 un'altra coltivazione dello stesso genere vi si era introdotta, il cotone, benchè la grande era cotonifera dovesse iniziarsi quasi due secoli dopo. La richiesta continua di tabacco importava seco un allargamento sempre maggiore della coltivazione e con esso l'ampliamento delle proprietà individuali, il costituirsi cioè del latifondo, imposto dalla cultura esauriente del tabacco, cui necessitano sempre nuovi terreni, e reso possibile dalla sconfinata estensione di terre disponibili. La stessa esistenza però d'una terra libera e fertilissima minacciava di rendere pressochè inutile al proprietario l'ampiezza di terre messe a sua disposizione, sottraendogli le braccia necessarie al lavoro: egli non può trattenere ai suoi servigi il libero lavoratore, che trova nelle terre inoccupate un fondo suo proprio e nella feracità di esso la possibilità di coltivarlo quasi senza capitale, mentre l'abbondanza di selvaggina lo dispensa da un'anteriore accumulazione di sussistenza. Si ricorre, è vero, alla servitù del bianco, ma l'offerta di braccia è pur sempre troppo inferiore al bisogno, mentre non c'è da contare sulla scarsa e fiera popolazione indigena per coltivare le terre. Ed allora, determinata dalla necessità sociale di instaurare una forma di lavoro corrispondente ai bisogni dell'agricoltura ed all'avidità dei latifondisti, prende piede sul libero suolo della Virginia un'istituzione nefanda, che giunta ormai al suo tramonto in Europa era sorta a vita nuova e più tenace nelle colonie americane, quella schiavitù, che i coloni vedevano applicata con successo da un secolo nei vicini possedimenti spagnoli ed incoraggiata dalla stessa madrepatria, dove il governo nel 1618 concedeva a sir Roberto Rick un privilegio speciale pel trasporto di negri nelle colonie inglesi e nel 1631 autorizzava ad esso una compagnia appositamente istituita.

Nel 1619[10] era approdato a Jamestown per difetto di provvigioni un vascello negriero olandese, ed i coloni ne avevano comperato di buon grado il carico umano, lieti di aver trovato una sorgente inesauribile di braccia schiave, di lavoratori su cui la terra libera non avrebbe esercitato alcun influsso. Si ebbe così fin d'allora di fatto se non di diritto la schiavitù negra, benchè solo nel 1662 essa riceva la sua sanzione giuridica in un atto statutario, che la riconosceva legale e la rendeva ereditaria, basandola sulla vecchia massima «partus sequitur ventrem». La popolazione negra, il che vale a dire schiava, si diffonderà però lentamente nella colonia: nel 1622 v'erano solo 22 negri, nel 1634 solo 300; ma coll'estendersi della coltura a nuove terre, coll'aumento della popolazione bianca e della ricchezza del paese cresce rapidamente anche il numero dei negri, i quali nel 1671 saranno già 2000, 23.000 nel 1715 di fronte a 72.000 bianchi, nel 1754 non meno di 116.000 di fronte a 168.000 bianchi.