I BARBARÒ.
II.
DEL MEDESIMO AUTORE:
ROMANZI E RACCONTI.
Mater Dolorosa (quinta edizione).—Milano, Treves.
Sott'acqua (terza edizione).—Milano, Treves.
Tiranni Minimi.—Milano, Treves.
Montegù (seconda edizione).—Milano, Galli.
Ninnoli (terza edizione).
TEATRO.
Gli uomini pratici, comm. in 3 atti.—Milano, Treves.
Collera cieca, commedia in 2 atti.—Milano, Treves.
Scellerata!, commedia in un atto.—Milano, Treves.
Un volo dal nido, commedia in 4 atti.—Verona, Munster.
La moglie di Don Giovanni, dramma in 4 atti.—Verona, Munster.
In sogno, commedia in 4 atti.—Verona, Munster.
La Contessa Maria, dramma in 4 atti.—Milano, Barbini.
GEROLAMO ROVETTA
I BARBARÒ
o
Le lagrime del prossimo
ROMANZO
Volume II.
TERZA EDIZIONE
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1890
PROPRIETÀ LETTERARIA.
Tutti i diritti riservati.
Milano, Tip. Fratelli Treves.
INDICE
| PARTE TERZA | |
| CAP. | PAG. |
| I. | [3] |
| II. | [19] |
| III. | [45] |
| IV. | [62] |
| V. | [82] |
| VI. | [104] |
| VII. | [138] |
| PARTE QUARTA | |
| I. | [155] |
| II. | [162] |
| III. | [176] |
| IV. | [184] |
| V. | [208] |
| VI. | [214] |
| VII. | [231] |
| VIII. | [240] |
| IX. | [256] |
| X. | [270] |
| XI. | [281] |
| XII. | [294] |
| XIII. | [306] |
| XIV. | [318] |
| XV. | [331] |
| XVI. | [343] |
PARTE TERZA
GLI ONORI.
I.
Francesco Alamanni conservava ancora nella sua maschia natura di cospiratore e di soldato le idealità e i poetici entusiasmi dei vecchi romantici del quarantotto. Buono come chi è veramente forte, indulgente come chi è profondamente onesto, era ottimista fino a parere ingenuo. Per le molteplici vicende della sua vita avventurosa, trascorsa fra le cospirazioni, il carcere, l'esilio e le battaglie, non avea avuto tempo nè agio per imparare a conoscer uomini, specialmente gli uomini moderni, e per acquistare la pratica, la vera pratica, delle cose. A sessant'anni, colla bella persona alta e asciutta, col viso in cui spirava la serenità dolce dei forti, e la lunga barba, d'un biondo reso chiarissimo dalla canizie, pareva l'uomo di un'altra epoca; la figura di un eroe magnanimo, che si fosse staccata da un quadro storico dei tempi epici, e che dovesse trovarsi a disagio in mezzo al formicolìo basso e minuto della vita usuale. Quantunque parecchie volte fosse rimasto ingannato dai furbi e dai bricconi, pure l'ipocrisia e la malizia altrui non avevano giovato alla sua esperienza. Egli rimaneva sempre lo stesso; i dolori gli potevano spezzare forse, ma non mutare il cuore. E così era pure del suo carattere, tutto di un pezzo e di grana nitida e lucente, come una statua di marmo pario; così de' suoi sentimenti, così delle sue opinioni. Nulla poteva piegarsi, nè corrompersi in lui; e però se Francesco Alamanni era verso gli altri assai mite e indulgente, era severissimo con sè stesso; e se, come imponeva il dovere di vecchio cospiratore, sapea mostrarsi insensibile alle seduzioni della vita, e dominare e vincere i propri affetti e le proprie passioni, tuttavia, come un soldato, sentiva eccessivamente il punto d'onore.
Mentre si trovava ancora ferito, e gravemente, nello spedale d'Innsbruck, aveva già scritto a qualche suo amico di Milano (gente dell'altro mondo come lui) per avere informazioni intorno al signor Pompeo Barbarò. Queste gli erano state mandate assai contradittorie; ma tali, in ogni modo, da inquietarlo seriamente.
—E Donna Lucrezia,—pensava l'Alamanni fra sè, crollando il capo, dopo aver ricevute quelle notizie,—Donna Lucrezia che mi vantava tanto l'operosità e i talenti del signor Pompeo, e la bontà, il coraggio e il disinteresse del figliuolo?!... Bei talenti davvero!... È proprio senza testa, Donna Lucrezia, proprio senza testa!...—E le scrisse subito una lettera di fuoco, imponendole di allontanare i due giovani quanto più le fosse possibile, e di rimandare ogni risoluzione relativa al matrimonio della nipote, sino al giorno in cui egli avesse potuto recarsi a Milano.
Ma la ferita era assai grave, e fu lunghissima la cura e la convalescenza; l'Alamanni dovette aspettare parecchio tempo prima di potersi mettere in viaggio, e la Balladoro lasciava intanto che i due giovani continuassero a vedersi, brontolando che lo zio Francesco non aveva alcun diritto di mettersi a fare il sior Todero; che non si era mai dato alcun pensiero della Mary; e che bisognava esser matti, proprio matti da legare, a voler porre ostacoli a un'unione che era addirittura un.... un vero idillio, per l'amore sconfinato dei do tosi.... e per tutto il resto.
Ma se era lecito brontolare, quanto a concludere il matrimonio, non c'era verso; bisognava attendere l'arrivo dell'Alamanni. Questi capitò a Milano che non era ancora interamente rimesso in salute, e sulle prime cominciò a dubitare che le informazioni avute intorno a Pompeo Barbarò non fossero veritiere. In fatti i conoscenti, anche i più lontani, lo fermavano per istrada, congratulandosi e compiacendosi con lui per le voci che correvano intorno allo splendido partito che si offriva alla sua bella nipotina. Ma poi, appena ne parlò di proposito con qualche persona fidata, e venne in chiaro del famoso processo dei fornitori, non volle saperne di più; andò sulle furie contro Donna Lucrezia, la rimproverò, la strapazzò per aver messo in pericolo il buon nome della Mary e di tutta la famiglia, e le intimò di dichiarare al figlio di quel certo signor Barbetta di smettere ogni idea, ogni speranza, che avesse potuto concepire sul conto della signorina Alamanni. Alla Mary non parlò meno risolutamente: "Finchè sei minorenne" le disse "mi opporrò sempre a una simile unione; dopo potrai anche accettarla.... qualora ti senti l'animo di far morire tuo zio di dolore e di vergogna." Poi, infine, colla scusa che la sua salute aveva bisogno di rinfrancarsi in un clima più dolce, deliberò di recarsi a Nizza per i mesi d'autunno e d'inverno, e volle che la Mary lo accompagnasse.
—Mia nipote—pensava il brav'uomo—ha un paio d'anni da aspettare, prima di essere maggiorenne. E in un paio d'anni si può guarire anche di una ferita d'amore!
Ma lo zio Francesco in vita sua non aveva avuto altro amore che l'Italia, e però non era molto pratico di certe cose, e dovette avvedersene subito, nelle prime settimane che si trovava a Nizza, perchè mentre lui si rimetteva in salute, la nipote dimagrava e intristiva ogni giorno.
E appunto per lo stesso motivo, cioè per la sua ignoranza delle donne e dei misteri e dei bisogni del loro cuore egli, in quell'occasione, non aveva neppur saputo prendere la Mary per il suo verso; e quantunque le volesse molto bene, aveva finito col parere, e fors'anche coll'essere, un po' troppo severo, un po' troppo crudo, nella sua inflessibilità.
Da quel giorno in cui aveva dichiarato alla Mary di opporsi al suo matrimonio, l'Alamanni, sperando che la fanciulla in tal modo riuscisse più presto a dimenticare, non le aveva più detto una parola che potesse riferirsi al suo gran dolore, alle sue speranze distrutte.... Più nulla; come se Giulio Barbarò fosse morto o, peggio, come se non fosse mai esistito.—Non lo doveva più sposare; perchè ricordarlo, perchè parlarne ancora?...—Da quel suo silenzio medesimo, così fiero, così assoluto, essa doveva convincersi sempre più che ogni tentativo di nuovi accordi sarebbe stato respinto.
Ma Francesco Alamanni non sapeva intanto che, se lui ragionava colla testa, sua nipote, invece, ragionava col cuore, e per ciò essa doveva condursi a risoluzioni meno salde e a conclusioni assai diverse.
La Mary, prima ancora dell'arrivo a Milano dello zio Francesco, e precisamente all'epoca del Processo dei fornitori, aveva cominciato a non sentirsi più tanto sicura sul conto del vecchio Barbarò. L'ambiente del salotto, non più giallo, ma cremisi, colla tappezzeria nuova, rimaneva fedele e molto favorevole al signor Pompeo; ma la fanciulla era inquieta, impensierita, e spesso, dopo aver fatto animo al buon Giulietto, che si sfogava con lei lagnandosi delle calunnie infami che la malignità e l'invidia della gente mettevano in giro contro suo padre, si ritirava in un cantuccio, dove non potesse esser vista, e si scioglieva in lacrime, tutta sconsolata. Ma poi, dopo aver pianto lungamente, il suo cuore medesimo finiva ancora per rassicurarla: il figliuolo non doveva portare la pena delle colpe del padre. E questa massima umana e democratica essa aveva tentato pure, nel primo colloquio avuto collo zio, di farla accettare anche a lui; ma lo zio, pur troppo, non ne era rimasto persuaso.
—Sta bene,—aveva risposto alla ragazza,—sta benissimo, come tu dici, ma in regola generale. Nel caso presente il figliuolo fa il signore e si diverte coi danari rubati dal babbo, e se questo matrimonio dovesse mai succedere, tu, un'Alamanni, una mia nipote, andresti in casa Barbarò a.... a fare altrettanto!
La Mary, in sul primo, n'era rimasta scossa e atterrita; ma poi, ritornando a ragionare a modo suo, sempre col cuore, andava pensando che "il figliuolo" avrebbe potuto rinunciare ai danari del babbo, procurarsi un impiego, vivere del proprio lavoro, e allora.... allora anche lo zio Francesco non avrebbe avuto più niente da dire!
Ma c'era anche un altro ostacolo, e questo creato dalla Mary stessa, e che si opponeva alla sollecita effettuazione del suo disegno. Essa non avea voluto che fosse palesata a Giulio tutt'a un tratto, brutalmente, la vera cagione per cui lo zio Francesco era contrario al loro matrimonio.
—Chi sa—pensava spaventata—chi sa come il poveretto resterebbe colpito da una simile scoperta!—E per ciò volle facessero credere a Giulio Barbarò che lo zio rifiutava il suo consenso per antipatia personale, per divergenza d'opinioni politiche, perchè gli era parso che Giulio Barbarò fosse ancora troppo ragazzo, perchè voleva aspettare a maritar la nipote che fosse maggiorenne; in somma per una specie di capriccio: tutte scuse che non persuadevano Giulio, e che invece impedivano alla Mary di parlar chiaro.
Ma la verità non doveva tardar molto, in ogni modo, a venire a galla, e la fanciulla medesima lo sperava pur consigliando, per il momento, di nasconderla al povero giovane. Desiderava solo che il Giulio, indovinandola a poco a poco, avesse più forza di sopportarla, e di prendere quell'unico partito che rimaneva loro per essere ancora uniti e felici.... sì, felici. La buona Mary si sentiva capace di guarire, di lenire almeno, col suo grande amore, la ferita di Giulio, per quanto profonda e dolorosa!
E con questa speranza da cui solo traeva coraggio per reggere al doloroso distacco scrisse, di nascosto dello zio, una lunga lettera al suo innamorato, prima di partire da Milano; in essa gli diceva aperto "di sperar molto nell'avvenire," e lo assicurava che "se mai non avesse potuto essere sua moglie, non avrebbe sposato nessun altro e che, piuttosto, si sarebbe fatta monaca."
Ma nonostante questi conforti Giulio Barbarò rimaneva accasciato, come istupidito, sotto quel colpo terribile: non aveva la forza di reagire, di lottare, di difendersi; soffriva un gran dolore e un grande avvilimento; si sentiva il cuore rotto, spezzato, e non osava lamentarsi; aveva vergogna e insieme paura delle sue stesse lacrime.
I pietosi inganni della fanciulla non gli avevano giovato: la verità gli era subito apparsa, dinanzi agli occhi, inesorabile, spietata, rendendo vana ogni consolazione, distruggendo ogni speranza.
Donna Lucrezia aveva un bel protestare contro "quel mato che metteva la politica prima del cuor;" aveva un bel gridare il signor Pompeo che l'Alamanni, "ad onta della sua rep.... pubblica cercava pretesti e scuse per non imparentarsi col figlio del suo.... di chi, insomma, non discendeva dalla costola di Adamo." Giulio pallido, stralunato, li lasciava dire, ma pensava sempre alla risposta dello zio che la fanciulla gli aveva riferito a Desenzano: "egli non faceva caso nè della nascita nè delle ricchezze; voleva soltanto che il nome fosse di gente onorata." Dio, Dio! C'era dunque qualche cosa di vero nelle infamie ch'erano state messe in giro?... E l'infelice si chiudeva in casa, non voleva più veder nessuno; non osava interrogare suo padre, nè pretendere una risposta esplicita, nè chieder ragione all'Alamanni.... pensava di partire, di fuggire lontano, ma finiva sempre col non risolvere nulla e collo struggersi sempre più, chiamando la Mary fra le lacrime, disperandosi, invocando la morte.
In quanto poi al signor Pompeo, sebbene avesse indovinato il segreto travaglio del figliuolo, non era molto preoccupato. Gli consigliò, per distrarsi, di fare un viaggio di piacere, di andar a vedere Parigi e Londra. Il signor Pompeo sperava nel tempo; era intimamente persuaso che quel matrimonio, presto o tardi, si sarebbe combinato ugualmente; ma se poi, non per colpa sua, doveva proprio andare a monte, egli, tranquillo nella propria coscienza, e sicuro di aver fatto anche più di quanto avea promesso alla povera Betta, non se ne sarebbe troppo addolorato.
Adesso Pompeo Barbarò era in auge: dopo il prestito delle ottocento cinquanta mila lire offerto spontaneamente alla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, il Prefetto lo aveva proposto cavaliere e il Consiglio di Amministrazione, con a capo il marchese di Rho, gli aveva offerto un pranzo d'onore al Ristorante della Borsa. Suo figlio, dunque, non aveva più bisogno, per mettersi a posto in società, d'imparentarsi cogli Alamanni e di sposare una ragazza che non aveva un soldo di dote! Il posto gliel'aveva procurato lui... col sudore della fronte!
Chi un giorno doveva pentirsi di quello sproposito era il Signor rep... pubblicano: Francesco Alamanni!... Bel matto, davvero!... Ma lì sotto, in tutto il pasticcio delle informazioni e del rifiuto, vi doveva entrare anche lo zampino della marchesa Angelica.
—Ah Marchesa, Marchesa!... Bisogna stare in guardia!... Presso la Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali vi sono alcune cambialette colla firma vostra e del marito, e per quella via forse, chi sa, potrò avervi ancora fra le mani.... e vendicarmi!
—E... e Giulio?... Giulio che diventa ogni giorno più magro e sparuto?... Deve mettersi a viaggiare per distrarsi; non c'è altro rimedio!... Deve andare a veder Parigi e Londra!
Ma invece il povero ragazzo, ostinato a rodersi l'anima da solo e in silenzio, non volle muoversi da Milano e finì coll'ammalarsi. Poi, quando cominciò a lasciare il letto, non potè più resistere e scrisse un'ultima lettera alla Mary, facendole intendere, senza dirle nulla apertamente, tutte le pene e le angosce del proprio cuore; soggiungendo che era stanco della vita oziosa e disoccupata, e che avea pensato di procurarsi un impiego... che voleva avere uno stato indipendente... che voleva vivere del proprio lavoro.
Era insomma la risoluzione desiderata, sperata, sognata dalla fanciulla. Essa baciò e ribaciò la lettera cara: si sentì orgogliosa del suo Giulio, e lo amò in quel punto come tanto non lo aveva amato mai. No, no! Non si era ingannata nel giudicarlo; sapeva bene che il suo Giulio era buono, onesto, fiero; che avrebbe tutto sacrificato per lei; che non avrebbe esitato un momento dinanzi all'idea del dovere e dell'onore. Chi si era ingannato invece era stato lo zio Francesco; sì, sì, lo zio Francesco era stato ingiusto... era stato... sì, era stato cattivo, col suo Giulio; povero Giulio caro!... E così la lettera del giovanotto ebbe subito in risposta un'altra letterina della Mary che riuscì, se non a consolarlo, a calmarlo un poco, che gli ridonò un filo di speranza, che lo fece correre a Nizza, perchè anche la fanciulla gli scriveva di essere ammalata e che "lo voleva almeno vedere!..."
Lo zio Alamanni, come per lo più succede in simili casi, non ne avea saputo niente di questi nuovi disegni; soltanto cominciò in breve a tranquillarsi a proposito della Mary, vedendo che riprendeva a poco a poco i bei colori e che tornava a mostrarsi espansiva, colla sua solita allegrezza, piena di brio e di vivacità.
—Abbiamo vinto!... Abbiamo vinto!...—mormorava il buon vecchio fra se, pienamente soddisfatto.—Lo dicevo io che il tempo doveva risanare anche le ferite del cuore!
E tanto più l'Alamanni si compiaceva di questo ottimo esito avendo ricevuto da Milano, appunto in que' giorni, nuove rivelazioni importantissime e non meno edificanti delle altre sul conto "di quella buona lana del cavalier Barbetta!"
—Donna Lucrezia deve proprio aver perduta la testa—mormorava fra sè—per consigliare un simile matrimonio. È troppo di buona fede e troppo facile agli entusiasmi, quella benedetta donna!... si lascia commuovere dalle romanticherie sentimentali e intanto fa continui spropositi per eccesso di buon cuore!... Ma per fortuna sono capitato ancora in tempo.
E contentissimo della risoluzione presa, e soddisfatto assai per il contegno della Mary, una sera, appena ritornato a casa, dopo aver fatto con essa una piacevole passeggiata lungo la spiaggia, mentre la ragazza stava preparando il thè entrò, per la prima volta dopo tanto tempo, a parlare ancora di quel matrimonio, quasi coll'aria di voler ricambiare la sua docile arrendevolezza con altrettanta confidenza.
—Sai, Mary cara, devi proprio ringraziarmi di aver fatto la parte del tiranno, e puoi chiamarti ben fortunata di avermi dato retta.
—Perchè, zio?—domandò la ragazza cogli occhi scintillanti, in cui pareva ci fosse ancora un riflesso della deliziosa passeggiata fatta in riva al mare e al chiaror delle stelle.—Perchè, zio?—e gli offrì la tazza fumante del thè.
—Perchè quel cavalier Barbetta-Barbarò è più canaglia ancora di quanto si credeva. È proprio vero che teneva per suo conto un'Agenzia di prestiti in cui strozzava la gente!... Ma tutto ciò è ancora poco... è un niente in confronto del resto che ho saputo.... Sai come ha incominciato a mettere insieme i primi soldi?... Col far la spia!
—La spia?!—esclamò la fanciulla senza poter reprimere, in sul primo, un moto di ribrezzo e quasi di terrore. Ma poi si calmò prontamente, mormorando:—Non è possibile, zio mio, non è possibile!... Sono esagerazioni, non bisogna credere a tutte le ciarle.
In quel punto, dalla strada, e proprio sotto alle loro finestre, si udì lo strisciare del ferro di un bastone contro il marciapiede. La Mary arrossì leggermente, i suoi occhi scintillarono di nuovo, e cominciò a mostrarsi un po' nervosa e distratta.
—Eppure—continuò lo zio Francesco—quanto ti dico è la pura verità. Il signor cavaliere ha cominciato la propria carriera facendo la spia all'Austria. Per il momento ci mancano i particolari del fatto; ma c'è chi li sta raccogliendo e gli avremo in breve, e allora... allora faremo la festa a questo imbroglione che ci ha mandato a combattere in Tirolo con fucilacci rugginosi, da comparse! È ora di finirla; e di questo signor cavaliere, appena avrò in mano le prove, me ne incaricherò io stesso!
—Ah no, zio, te ne supplico!
—No?... Perchè no?—esclamò l'Alamanni fermandosi a mezzo dal sorbire il thè, colla tazza alzata in una mano, il piattino nell'altra, e fissando attentamente la ragazza.—Perchè no?
Ci fu un momento di silenzio; la Mary pareva confusa, impacciata.... Lo zio crollò il capo, vuotò la tazza d'un fiato, e la posò con un atto di stizza sul vassoio.
—Per Dio, non ci vogliono debolezze verso le canaglie; e ripeto e sostengo che me ne incaricherò io, io stesso, del signor cavaliere!
—No, no, zio mio, sii buono!... Te ne prego, sii buono!... Intanto vedrai... non sarà vero che abbia fatto la spia....
—È verissimo: lo abbiamo saputo da buona fonte!
—In tal caso... gli devi perdonare.—E la fanciulla lo guardava supplichevole, cogli occhi atterriti. Adesso non era più nervosa, nè distratta, quantunque lo stridore del bastone strisciante sul lastrico della strada, che si era un poco allontanato, ritornasse un'altra volta ad avvicinarsi, e a ripassare sotto le finestre.
—Perdonare?... Gli devo perdonare?!—domandò l'Alamanni maravigliato e crucciato insieme....—Perdonare?... A una spia?!
La casetta era posta in riva al mare, e il buon vecchio udiva solo il rumore monotono delle onde che si rompevano contro la scogliera. All'altro rumore, a quello del ferro del bastone, non ci aveva badato.
—A noi, in fine,—riprese la fanciulla balbettando nel cercare una scusa attendibile, e senza pensar bene a quanto stava per dire,—a noi, in fine, non ha fatto niente di male!
—Niente di male... a noi?... E sei tu, la Mary, che parli in tal modo?... Ma dove hai la testa, per ragionar così?... A che cosa pensi in questo momento? Appunto, s'egli avesse fatto del male soltanto a noi, direttamente, allora gli si potrebbe perdonare: ma invece no. È un dovere, un sacro, un imperioso dovere lo smascherare i falsi amici, i mercanti della patria. Noi abbiamo l'obbligo di bollare col ferro infocato questi vermiciattoli che fanno piaga e le infettano il sangue. Le canaglie come il Barbarò sono più dannose e pericolose degli stessi Tedeschi! Questi infine erano nemici aperti, dichiarati; volevano opprimere la patria, opponevano la forza della tirannide alle ribellioni della libertà; ma combattevano alla luce del sole, soldati contro soldati. Costoro invece, dopo averla tradita nell'ombra per arricchirsi, adesso sfrontatamente, sicuri dell'impunità che loro accorda la debolezza, la vigliaccheria e l'interesse altrui, vorrebbero fare della patria nostra il mercato delle loro cupidigie; il porto franco delle loro ladrerie!... Ma noi, gente onesta, noi, come abbiamo combattuto quegli altri, dobbiamo levarci a combattere i nuovi, i più esosi nemici: li dobbiamo combattere all'ultimo sangue, a viso aperto, a costo della nostra pace, dei nostri interessi, del nostro cuore, della nostra vita. Il Barbetta che faceva la spia, o il Barbarò che ci frodava, che ci tradiva durante la guerra è uno di costoro?... Ebbene, lui per il primo, alla berlina!... Alla berlina!...
—Ah no!—gridò la Mary con impeto, sempre più spaventata dalla collera e dalla terribile minaccia dello zio.—No, per carità; abbi compassione di me....
—Di te?!
—Di Giulio. Egli ne morrebbe!...
—E che importa?—rispose l'Alamanni fuori di sè.—Meglio così. Sarà dispersa, sarà distrutta la razza maledetta degli spioni!
—Ebbene—proruppe la fanciulla non più supplichevole nè tremante, ma pallida, risoluta, forte e fiera del suo amore—ebbene, fa ciò che vuoi, ma pensa che io pure sarò disonorata con Giulio, pensa che io pure morrò con lui!
—Tu?... Con lui?... Con Giulio Barbarò?—domandò l'Alamanni rimanendo come oppresso e atterrito.
—Sì,—rispose la Mary semplicemente; ma c'era tutto il sacrificio della sua vita, tutta la più ferma volontà del suo cuore in questa sola parola.
—Ma... ma non sai....
—So ch'egli non è colpevole delle colpe di suo padre, e non ne deve rispondere.
—Sì, ne deve rispondere perchè ne gode i frutti, ed è quasi come se ci tenesse mano!
—Egli ha sempre fatto il suo dovere: è stato soldato: s'è battuto; è un valoroso.... Adesso vuol procurarsi col suo lavoro uno stato indipendente, decoroso.... Quando ci sarà riuscito... ci sposeremo.
—Sposar... te?!
—Sì... e avrò diritto di andar superba del suo amore.
—Ma questi sono romanzi!—esclamò l'Alamanni soffocando la collera e il dolore per trovar modo di persuadere la ragazza.—Come vuoi che da un giorno all'altro possa procurarsi uno stato se non ha mai fatto nulla, se ha sempre vissuto col capo nel sacco?... Sono romanzi, ti ripeto; assurdità, stupidaggini! È Donna Lucrezia, colle sue fanfaluche, che ti riscalda la testa.
—No, la zia non c'entra. È stato Giulio che m'ha fatto questa promessa, e la manterrà.
—Giulio?... Quando?
—La prima volta che mi ha scritto, dopo di essere stato ammalato, e gravemente.
—Ma come?... Ti ha scritto ancora?
—Sempre, zio.
—Se credevo tutto finito fra voi due?
—No, zio.
—Dunque le tue promesse....
—Io ti ho obbedito, ma non ho promesso nulla. In casa del signor Pompeo non ci devo andare, nè ci andrò. Noi vivremo del nostro lavoro colla zia e con te... se vorrai.
Ci fu un altro po' di silenzio: poi l'Alamanni mormorò, crollando il capo e sospirando:
—Ed io, povero illuso, che ti credevo guarita....
—No, zio,—rispose la fanciulla sorridendo;—ammalata... peggio di prima.
L'Alamanni, cupo, imbronciato, non disse più una parola e si ritirò nella sua camera prima del solito, senza nemmeno abbracciare la Mary, come faceva sempre ogni sera.
Passeggiò su e giù per un'ora, e a mano a mano il dolore vinceva la collera. In fine si confortò un poco pensando che la battaglia non era ancora perduta, che aveva quasi due anni di tempo dinanzi a sè, e che certo, per quanto dipendeva da lui, non avrebbe mai avuto il rimorso di aver ceduto d'un punto. Occorrendo avrebbe anche trovato il modo di dare una buona lezione al signorino!
Intanto, era ciò che più premeva per il momento, voleva continuare a tenere la Mary a Nizza... lontana dalle chiacchiere di Donna Lucrezia che le facevano perdere il cervello... e lontana, specialmente, da Giulio Barbarò.
—Che coraggio, per altro, in quella ragazza! E quanta fermezza!
Poi, prima di andare a letto, pensò di scrivere appunto alla Balladoro, lagnandosi anche con lei per quanto era accaduto, e ingiungendole d'imporre in suo nome, al signor Giulio Barbarò, di tralasciare immediatamente di corrispondere anche per lettera, colla signorina Alamanni.
Bisognava tentare ogni via per dividerli quei due ragazzi, e per fare in modo che finissero col dimenticarsi.
Mentre l'Alamanni scriveva a Donna Lucrezia era tutto quiete e silenzio, dentro e fuori della piccola casetta. Solamente fra mezzo al gorgoglìo incessante delle onde del mare si udiva ancora, a volte vicino vicino, a volte più lontano, lo stridore del ferro di un bastone che strisciava sul lastrico della strada... e c'era sempre lume alla finestra della Mary.
II.
Il giornale Il Moderatore aveva già cominciato, in breve tempo, a diffondersi e ad accreditarsi, e il merito di questo buon successo spettava in parte anche al professore Eugenio Zodenigo che, caso raro, era un uomo saggio e fortunato. In fatti, se la fortuna, più che altro, lo aveva messo a capo di un giornale, vi rimase poi, acquistando ogni giorno maggiore autorità per solo merito della propria prudenza.
Col trascorrere degli anni, mentre si inaridiva nel professore Eugenio la fonte poetica, due altre fonti invece, e assai più proficue, cominciarono a scaturire nel suo individuo: quella dell'agitatore elettorale, e l'altra del buon amministratore.... cioè di colui che per fas o per nefas riesce sempre a trovar danari quando gli abbisognano.
Ora, appunto come agitatore elettorale, egli aveva contribuito efficacemente alla rielezione dell'onorevole Silvio Caldarelli, uno dei comproprietari del giornale Il Rinnovamento, in cui lo Zodenigo era scrittore per la parte letteraria, e cronista. Tale rielezione pareva in sulle prime assai pericolante, per ciò il Caldarelli non solo fu grato al Professore del servizio prestatogli, ma lo prese a ben volere e quando, in seguito ad alcune divergenze nelle opinioni politiche, il Caldarelli uscì dal Rinnovamento per fondare il Moderatore, chiamò presso di sè lo Zodenigo, e lo fece amministratore di fatto e direttore di nome del nuovo giornale.
Silvio Caldarelli era uno degli uomini più onesti e simpatici della vecchia Destra; uno di coloro che avrebbero potuto far valere, e non avevan fatto valer mai, tutta una vita spesa in pro del proprio paese. Ma fra molte doti singolari c'era in lui anche un grosso difetto: il codino dell'oggi conservava, come Francesco Alamanni, la buona fede, l'ingenuità, gli entusiasmi dell'antico mazziniano. Pessimista in teoria, era ottimista nella vita pratica, e tutti gli altri giudicava da sè stesso... compreso lo Zodenigo.
Tuttavia, col tempo, e specialmente dopo certi elogi del signor Barbarò apparsi nel Moderatore, il brav'uomo cominciava a modificare un poco la propria opinione sul conto del Professore... quando, improvvisamente, morì a Roma di tifo, e così il giornale restò in piena balìa dello Zodenigo che lo fece uscire per tre giorni listato di nero, e che cominciando a mostrare la sua abilità di buon amministratore, mentre il cadavere era ancor caldo, e la commozione degli amici più viva, raccolse alcune migliaia di lire per pagare certi debiti del Moderatore di cui nessuno prima d'allora aveva mai sentito parlare, e che Silvio Caldarelli, sebbene fosse morto, com'era sempre vissuto, poverissimo, non si era mai sognato di fare.
Eugenio Zodenigo aveva subito compreso che il Moderatore poteva diventare nelle sue mani una fattoria e che il Caldarelli morto gli poteva giovare fors'anche più che vivo. Per ciò si pose con grande impegno a sostenere la parte dell'amico e del discepolo dell'illustre defunto, pretendendo di aver diritto alla proprietà del giornale, come alla eredità politica e morale del compianto fondatore. Ma (e qui mostrò la sua saggezza) diventato proprietario e direttore assoluto del Moderatore, lo Zodenigo continuò a lavorare molto nell'amministrazione e pochissimo nel giornale, dove di suo pubblicava solo di tanto in tanto, nei periodi delle elezioni politiche ed amministrative, alcuni brevi e succosi articoletti, dalla punta avvelenata, di cui egli aveva la specialità. Del resto se non scriveva nel giornale lo leggeva però sempre, e tutto, attentamente, per assicurarsi che non contenesse nulla che potesse urtare contro gli interessi dell'amministrazione, sopprimendo qua e là qualche aggettivo, aggiungendo all'occorrenza qualche elogio o qualche biasimo, accorciando o arrotondando qualche periodo. Chi scriveva da capo a fondo, chi faceva tutto il Moderatore, versandovi la parte migliore del suo sangue sano e rigoglioso, era il dottor Nicomede Carpani, il redattore-capo; uno di quegli uomini rari che intendono il giornalismo davvero come un sacerdozio, e che al trionfo dei principii e degli ideali sacrificano interamente la propria persona, nulla domandando, nulla volendo per sè.
E anche Nicomede Carpani, con tutto il suo ingegno e la sua scienza, era un uomo di ingenua buona fede. Sempre sprofondato nel lavoro, colla vita esteriore limitata al pezzo di strada che faceva due volte al giorno dall'ufficio del Moderatore alla sua cameretta al quarto piano del Corso Garibaldi, non aveva nè tempo nè modo di fermarsi a osservare e a studiare chi lo toccava più da vicino. Egli che conosceva a fondo la mente, la vita, il valore di tutti gli uomini politici più notevoli, non conosceva ancora lo Zodenigo, il suo direttore. Sapeva bene che era un uomo più di apparenza che di sostanza, ma lo reputava un galantuomo dal momento che era stato l'amico del "compianto Caldarelli." Riconosceva che possedeva in sommo grado il tatto e il sussiego dell'uomo politico, e ciò pensava che tornasse utile al giornale e conveniente al partito; onde lo serviva sgobbando in vece sua, giorno e notte, e gli dava autorità e riputazione col proprio lavoro, vivendo miseramente col magro stipendio che riceveva a spizzico, mal vestito, mal nutrito, facendo colazione sul tavolino dell'ufficio, fra le bozze da correggere, soltanto con un pezzo di pane e una fetta di salame, mentre il direttore stava due ore al Caffè Cova a rinforzarsi lo stomaco con buoni beefsteaks à la Chateaubriand, e a godersi l'ammirazione e il rispetto della gente dabbene.
Però ben presto, quantunque il Moderatore continuasse a prosperare, lo Zodenigo invece, appunto per la vita da signore che menava, e per le spese proprie del giornale, tornò a trovarsi colla cassa vuota. Appena morto Silvio Caldarelli egli aveva chiamato a raccolta gli uomini del partito, formandone una società di azionisti, la quale aveva versata una certa somma che secondo i preventivi doveva assicurare la vita al giornale almeno per tre anni... Ma invece, come quasi sempre succede in simili casi, tutto il capitale era già sfumato allo spirare del primo.
Che fare?... Lo Zodenigo tornò a picchiare alla porta dei soliti amici, e ricordando i meriti e le virtù del compianto Caldarelli, "il suo secondo padre, il suo maestro," domandò un nuovo versamento, "perchè il Moderatore, che poteva chiamarsi il suo testamento politico, che era uscito direttamente dal pensiero e dal cuore di Lui.... non dovesse sospendere, dopo tanti sacrifici, e dopo l'ottimo frutto ottenuto, le sue pubblicazioni." E a forza di chiacchiere, di promesse riuscì ancora a racimolare una discreta sommetta... ma appena sufficiente per i bisogni del momento, mentre nella testa del professore Eugenio andavano formandosi nuovi disegni di splendidi allettamenti e migliorie da introdursi nel giornale per invogliare il pubblico ad abbonarsi essendo prossima la fine dell'anno. E pensava di ampliare la tipografia, e avrebbe voluto acquistare una macchina celere di ultimo modello che, rendendo più sollecita e meno costosa la tiratura, gli dovesse assicurare un vantaggio notevole sopra gli altri giornali e un nuovo slancio nella diffusione.
Allora pensò e ripensò al modo di trovare dell'altro danaro, molto danaro, tutto il danaro che ancora gli occorreva per il giornale e per sè; pensò, ripensò, e più volte, sebbene crollando il capo, mormorò il nome di Pompeo Barbarò.
"Ah, se avesse potuto ficcar le mani nella cassa forte del neo cavaliere!"
Ma quel villan rifatto, colle cambiali sue che aveva in portafoglio, e che ormai coll'aumento continuo dei frutti e delle spese di rinnovazione, rappresentavano una somma considerevole, pretendeva che il Moderatore gli facesse la réclame a ufo, senza nè manco pagare l'abbonamento!... Eppure che colpo da maestro, sarebbe stato... cavargli fuori le cambialette e fargli snocciolare anche i bei marenghi per la macchina celere!... Che colpo da maestro sarebbe stato avere i danari, e insieme vendicarsi di quell'avaraccio tirchio e indelicato!
Ma come fare?... Se il Barbarò non aveva la scienza infusa, era per altro astuto e furbo più del diavolo.... Attaccato al danaro non si sarebbe indotto a spendere nemmeno per la lusinga d'essere creato... commendatore!... Poi gli era andato bene il tiro colla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali, e sebbene, in fin dei conti, non avesse fatto altro che un buon affare per lui, guadagnava terreno ogni giorno nell'opinione pubblica, e del Moderatore, quasi, poteva infischiarsene.... Lo avevano nominato consigliere alla Banca Popolare, membro della Congregazione di Carità... Presidente del Comitato Promotore per le Case operaie e...
"Ma appunto," pensò d'un tratto lo Zodenigo picchiandosi la fronte colle dita, "se giovandosi del vento medesimo che il signor Cavalice aveva in poppa egli lo avesse saputo spingere in sulle secche... e gli fosse occorso l'aiuto del giornale per rimettersi a galla?"
".... Ma in che modo si poteva?... In che modo?... Per Dio, non ci sarebbe stato altro che fare col suo nome una grande campagna elettorale: portare il Barbarò candidato alla Deputazione!..."
A questo punto il professore Zodenigo sorrise seco stesso della propria idea, ma poi, subito, borbottò con un'alzata di spalle:—E perchè no?... Se ne son visti di più asini, di più ignoranti assai... e di egualmente bricconi!... In fine poi, il cavalier Barbarò è un uomo serio, positivo, un uomo pratico... un eccellente amministratore.... Suo figlio è stato con Garibaldi in Tirolo... Il Moderatore può ignorare benissimo il suo passato, e proporlo candidato e sostenerlo in buona fede... Poi, nel calore della polemica, se gli avversari susciteranno qualche scandalo bisognerà difenderlo per l'onore del partito... ma intanto l'orang-outang sarà nelle mie mani.... E, per Dio, la pagherà salata la deputazione!
Del resto la prima idea della candidatura Barbarò non era venuta in mente del tutto a caso al professore Eugenio. In quel tempo, per l'appunto, il deputato del collegio di Panigale era stato compreso in una infornata di senatori; il collegio, in conseguenza, dichiarato vacante, e le nuove elezioni indette per il diciotto del prossimo mese di gennaio. Si era allora alla fine di dicembre; lo Zodenigo non aveva dunque che una ventina di giorni, all'incirca, dinanzi a sè, e urgeva non perdere tempo. Indossò l'abito nero, quello proprio di parata più lungo e più abbottonato degli altri, mise un cappello a tuba nuovissimo, che splendeva al sole, e dopo aver fatto colazione al Caffè Cova, come al solito, ma più del solito serbando fra gli ammiratori suoi che gli facevano corona durante il pasto, il grave silenzio monosillàbico dei momenti solenni, ordinò un brum con voce forte, e si fece condurre dal cavalier Barbarò.
Pompeo, che anch'egli aveva appena finito di far colazione, lo ricevette colla sua cordialità sforzata e chiassosamente volgare; ma siccome non ignorava le visite fatte in que' giorni dal Professore agli azionisti credette, a buon conto, di parare la stoccata assicurandolo subito "che le cambiali in scadenza colla fine dell'anno sarebbero state ugualmente rinnovate per quanto il momento fosse piuttosto critico... " Ma lo Zodenigo, a tanta generosità, rispose appena con un sorriso a fior di labbra e con un cenno del capo quasi più di protezione che di ringraziamento.
—Diavolo,—pensò Pompeo fra sè,—che cosa c'è di nuovo?—e cominciò a provare un po' d'inquietudine.
—Ho sentito che il Moderatore,—disse poi per tastare il terreno,—promette di diventar un affar d'oro per il nostro illustre direttore: bravo!... bravo!... bravo!...—E siccome tutti e due erano seduti l'uno accanto all'altro, sul canapè, così il Barbarò ad ogni "bravo" battè col palmo della mano, per dar maggior forza all'entusiasmo, sulle ginocchia dello Zodenigo. Questi rimase un momento senza rispondere, poi stirandosi sul canapè e abbassando le palpebre con una cert'aria di mezzo tra il diplomatico e l'addormentato:—D'oo no—soggiunse—perchè un giornale in Italia non potrà mai essere un afface; ma si è raggiunto il nostro scopo e ormai il Moderatore ha guadagnato il suo posto ed è una forza. Tuttavia—continuò dopo una breve pausa—devo dire a onooe del vero che gli azionisti non hanno mai indietreggiato dinanzi ai più gravi sacrifici, e anche in questi giorni hanno versato la somma che ci occorreva per metterci in grado di vincere le varie concorrenze e poter entrare fidenti e sicuri nel nostro secondo anno di vita. Insomma anche dal lato pecuniario lo stato del Moderatoee non potrebbe essere migliooe.
Una tale e così esplicita dichiarazione, che avrebbe rassicurato chiunque, rese invece maggiormente inquieto e sospeso il Barbarò, che non potè trattenersi dal lanciare un'occhiata alla sfuggita sul suo compagno.
—Dove diamine vuol andare a parare....—pensò tra sè.
Ma lo Zodenigo si mostrava imperturbabile. Sdraiato, colle braccia stese sui guanciali del canapè, cogli occhi semichiusi, soffiava un poco, perchè cominciava a ingrassare. Adesso ch'egli non scriveva più versi aveva rinunciato alla zazzera, al ricciolo alla rubacuori, ed anche all'etisia.
Ci fu un'altra pausa ancora più lunga delle precedenti: Pompeo Barbarò, oltre all'essere inquieto, cominciava a sentirsi anche un po' seccato da quel gran sussiego.
—In fine—ripigliò sdraiandosi alla sua volta e ficcandosi le mani in tasca—si può sapere lo scopo di questa vostra visita?
L'altro aprì gli occhi, fissò Pompeo sorridendo con astuzia, e battendogli, a sua volta, confidenzialmente sulle ginocchia, gli domandò avvicinandosi:
—Vi sentite l'animo di faae un gran colpo?
—Fare un gran colpo?... Che colpo?... Di che genere?... Non vi capisco!
—Un colpo tale da soddisfare pienamente la vostra legittima ambizione.
Pompeo indovinò che cosa lo Zodenigo gli stava per proporre: ebbe un guizzo di foco negli occhietti furbi, arrossì, si confuse; ma fu un attimo, riprese subito il suo sangue freddo e cominciò a fare lo svogliato.
—Caro Professore, vi prego, innanzi tutto, di non venire a rompermi le scatole!... Io amo la mia quiete, la mia pace. Sapete pure che io sono un uomo d'affari; nient'altro che un uomo d'affari; e come tale la mia ambizione ormai è soddisfatta.... il mio fine è raggiunto.
—Excelsioor... Excelsioor... caro cavaliere!
—Andiamo, parlate chiaro: fuori la bomba!
L'altro continuò a sorridere e ritornò a sdraiarsi sul canapè, a chiuder gli occhi e a soffiare.
—Avanti!... Sentiamo!
—Sapete che il collegio di Panigale è vacante?
—Sì... ebbene....
—Ebbene.... Abbiamo pensato a voi.
—A me?... Per che cosa?
—Accettate?
—Ma che cosa?
—La candidatuua.
—La candidatura!—esclamò Pompeo scattando in piedi e fingendo la più alta meraviglia.—Siete matto?
—No, niente affattissimo.
—La candidatura... a me?!
—A voi, appunto. Siete il più ricco possidente di Panigale; avete in mano vostra il collegio... dovete rendere questo seevizio al paese... al paatito.
Il Barbarò dal primo stupore passò alla collera... quindi si calmò un poco, esponendo i grandi, gl'insormontabili ostacoli che si sarebbero opposti alla riuscita della sua elezione; ma vedendo che l'altro continuava a sorridere e a soffiare cogli occhi chiusi, senza ribattere quelle difficoltà, gli si sedette nuovamente accanto sul canapè e cominciò lui medesimo a trovare talune circostanze in favore: "...certo che a Panigale aveva molto credito... certo che avrebbe potuto disporre di un buon numero di voti..." ma lo Zodenigo rimaneva sempre impassibile.
—Infine parlate una buona volta!... Sentiamo!—esclamò il Barbarò perdendo la pazienza—da chi sarei presentato, portato, appoggiato?
—Da noi.—Lo Zodenigo, a questo punto, aprì del tutto gli occhi e fissò serio Pompeo Barbarò.
—Adagio... adagio.... Bisogna andar adagio.... Non sono cose da risolvere così su due piedi, colla fretta!
Il Barbarò era doppiamente spaventato: spaventato dalla proposta medesima; spaventato dalla paura di lasciarsela scappare.
Deputato!.. Era un bel salto davvero!... Lusinghiero per la sua ambizione; ottimo per l'andamento de' suoi affari. Ma... se invece fosse andato a mettersi in un ginepraio... per avere il gusto di fare un fiasco? Se... No, no, non ci voleva fretta. Bisognava andare adagio, molto adagio!
Invece lo Zodenigo dichiarò esplicitamente che non c'era proprio tempo da perdere, e che per riuscire si doveva aprir subito il fuoco finchè il nemico non si era ancora peepaato. Del rimanente egli aveva pensato al suo nome per il collegio di Panigale, spinto da due motivi. Uno di sentimento: perchè il Modeeatore doveva gran parte della sua fortuna al cavaliere Barbarò; l'altro, e non glielo voleva nascondere, per opportunità. Visto le aderenze e l'autorità e i molteplici interessi che rendevano onnipossente il cavalier Barbarò a Panigale, la vittoria sarebbe stata facile, e al Moderatore, per affermarsi stabilmente, occorreva appunto di ottenere il trionfo in una campagna elettorale.
—I giornalisti sono come i soldati: non si formano altro che alla gueea.
E tante ne disse e ne ripetè, sempre con un sorrisetto che significava lo sprezzo per gli altri e la sicurezza di sè medesimo; sempre con un'aria olimpicamente infallibile, che il Barbarò finì col maravigliarsi di una cosa sola: che non gli fosse venuto in mente anche prima, di farlo deputato.
—Ma... e il padre Cammaroto?—esclamò a un tratto il Barbarò tornando a mostrarsi inquieto.—Che contegno avrebbe tenuto il padre Cammaroto?
—Il Cammaroto è un mattoide: la gente di buon senso, le persone oneste, e aliene dagli scandali, lo hanno abbandonato: La Colonna di fuoco ha oomai fatto il suo tempo...—rispose lo Zodenigo chiudendo del tutto gli occhi e storcendo la bocca in atto di nausea.—È uno sconcio zibaldone senza misura, senza stile, senza gaammatica.
La Colonna di fuoco era un giornale politico che si pubblicava allora a Milano, diretto da un ex frate catanese: Salvatore Cammaroto.
Al primo momento Pompeo Barbarò, sedotto dall'idea della deputazione, aveva obliato il frate e il suo giornale, ma adesso invece, rammentandolo, stentava a rassicurarsi, e fissando lo Zodenigo mormorò, mentre impacciato intrecciava le dita grosse e nocchiute nel catenone d'oro:
—Capirete bene... non vorrei... non vorrei aver dispiaceri... ho molti nemici... troppi nemici.
—Tutta invidia...
—Sicuramente; ma intanto... riderebbero alle mie spalle. I Collalto, specialmente!... Adesso, sapete?... mi han messo contro anche quel vecchio gonzo dell'Alamanni. Se riusciranno a impedire il matrimonio sarà tanto di guadagnato per me e per Giulio, ma.... Ma pure, scommetterei, dev'essere stata la marchesa Angelica, istigata dal Capitano, che mi ha dipinto coi colori dell'orco allo zio Francesco!
—Quel maachese... quel maachese... non muoee mai?
—Lo desiderano troppo, e ciò gli allunga la vita!—rispose il Barbarò con una sghignazzata.—Ma... ritornando alla Colonna di fuoco vi confesso che... per le ragioni che v'ho detto e... in questo momento... mi fa... mi fa... mi fa paura!
Lo Zodenigo sorrise appena, sprezzantemente, senza scomporsi.
Salvatore Cammaroto, il direttore della Colonna di fuoco, era un uomo d'ingegno straordinario e di svariata coltura, ma al quale mancavan, per disgrazia sua... due dita di criterio, di quel certo criterio senza cui, a sentir la gente di buon senso, riescono vane tutte le più grandi virtù della mente e del cuore.
Da ragazzo era stato messo in un collegio presso Catania, diretto dai Padri Scolopi, e subito leggendo la vita di San Giuseppe Calasanzio si accese di un ardore tale per le pratiche religiose da sembrare certe volte un allucinato e da far temere anche per la sua salute. Poi, crescendo cogli anni, s'infervorò nello studio delle discipline religiose diventando un seguace ardentissimo della dottrina dei Minoriti, e però schierandosi fra gli avversari più acerrimi e più battaglieri della scuola teologica dei Domenicani, come se avesse in animo di rinnovare per proprio conto, in mezzo allo scetticismo e alla indifferenza del secolo decimonono, le dispute e le lotte accanite del medio evo. In fine quando i suoi parenti, che dopo essere stati edificati dalla pietà del fanciullo e inorgogliti dal sapere del giovinetto si preparavano a levarlo di collegio, egli dichiarò esplicitamente che si sentiva la vocazione, e che voleva farsi frate.
Frate, il padre Salvatore Cammaroto diventò presto popolare per la foga veemente e colorita delle sue prediche, e per la profonda carità del suo cuore e delle sue opere. Ma ben presto anche nell'interpretare, e specialmente nello spiegare i libri sacri, mise fuori il solito difetto; volle farsi rigido banditore della legge del Vangelo, e urtò contro gli interessi medesimi della Chiesa, suscitando un grosso scandalo, ond'ebbe a risentirsi un abate, appartenente ad un'illustre famiglia dell'aristocrazia romana, il quale non godeva fama di aborrire i piaceri e i beni terreni come il poverello d'Assisi.
Il Priore dell'Ordine chiamò allora a sè il padre Salvatore e lo ammonì severamente, esortandolo a voler temperare colla prudenza (prudentia est virtus directiva, secondo san Tommaso) la sua indole troppo vivace e battagliera. Ma il frate indignato di sentirsi rimproverare di ciò che reputava il più santo dovere del proprio ministero, si rivolse invocando giustizia e protezione al generale dei Francescani; poi, redarguito anche da questo savio prelato che gli ricordò con san Gregorio:... fortissimus qui seipsum vincit, ricorse direttamente al Papa, il quale gli fece rispondere imponendogli per castigo della sua insubordinatezza certi esercizi spirituali da compiersi in un piccolo monastero presso Trapani. Il padre Cammaroto ubbidì al supremo comando più rassegnato che convinto; a poco a poco lo scoramento, il dubbio turbarono, vinsero l'animo suo; pensò che i preti di Cristo, non erano migliori dei sacerdoti di Caifasso, e appena scoppiata la rivoluzione del sessanta corse a raggiungere Garibaldi, e gli si pose ai fianco soccorrendo i feriti, confortando i moribondi, incitando i volontari alla pugna, mettendo Garibaldi in compagnia di Cristo e di Mosè, riunendo in un solo martirologio i martiri della Chiesa e i martiri della patria, e facendosi sospendere a divinis.... Al che il padre Cammaroto rispose scomunicando alla sua volta il Papa con una lettera violentissima che corse i giornali, indirizzata "al Pastore fattosi lupo del proprio gregge"; quindi buttò via la tonaca e s'infervorò nello studio della filosofia. Da prima s'innamorò delle opere postume del Gioberti, e compose un commento alla Protologia e alla Riforma, rimasto inedito per mancanza d'editore; poi, traversato l'heghelianismo, fu attratto dal positivismo di Augusto Compte, della seconda maniera, che innestò a modo suo con idee e simboli della Bibbia, ormai divenuta sangue del suo sangue. In fine scrisse le sue Confessioni al Padre Passaglia, che nessuno lesse in Italia, ma che furono tradotte in tedesco; e continuò imperturbabilmente a combattere il dogmatismo antico per sostituirne uno di nuovo conio, esagerando ancora il misticismo umanitario delle ultime opere del filosofo francese, e scaraventando contro i propri avversari d'ogni specie un profluvio di dottrina e di insolenze.... Dopo aver seguìto Garibaldi a Sarnico, ad Aspromonte, in Tirolo, essendosi ammalato di vaiuolo a Firenze, sposò la serva della sua affittacamere, che lo aveva assistito con pericolo della propria vita.
Fu allora che cominciò a guadagnarsi il pane scrivendo pei giornali, e dando lezioni private di greco e di latino. Ma non potè stare tranquillo un pezzo. Visto che i grandi filosofi, quelli morti specialmente, non rispondevano alle sue epistole, fondò un giornale per combattere la corruzione invadente in ogni ordine dello Stato. Si professava apostolo audace e coraggioso della verità e della giustizia; voleva strappare la maschera ai farisei della patria, ai tartufi della politica, ai Mercadet della finanza, agli ipocriti di tutte le caste, di tutte le classi, di tutti i mestieri: e si pose all'opera senza pensare ad altro, con tutta la sua mente, con tutto il suo cuore, persuaso che il mondo non avrebbe più potuto camminare se non si metteva lui, colla Colonna di fuoco, a rischiarargli la via.
E in fatti, in sulle prime, la Colonna di fuoco maravigliò, sbalordì la gente, più per la novità della cosa, che per la luce stessa.
—Per Dio, aveva fegato quel frate smesso!.... Come sapeva cantarla chiara, sul muso, a tutti quanti, senza lasciarsi intimorire dalle influenze, dalle aderenze, dalle minacce, dai sequestri!...
Bravo, bravissimo, evviva il padre Cammaroto che si era lanciato coraggiosamente, a capofitto nella morta gora della corruzione, sollevando un tanfo di putridume che ammorbava!... Evviva l'apostolo della verità: il braccio forte della giustizia!... E mentre il buon pubblico batteva le mani soddisfatto, era da per tutto un rimescolìo continuo, un brontolìo sommesso, ma invadente, dei colpiti e dei minacciati, finchè nel più forte del combattimento, e sempre per quelle due dita di criterio.... che gli mancavano, il direttore della Colonna di fuoco cominciò a perdere del campo, a incespicare, a rovinarsi colle proprie mani.
Nell'attacco Salvatore Cammaroto era troppo violento e personale, nelle botte a fondo non sapeva conservare la forma nè la misura.
Invece di dire soltanto certe verità e a certa gente, s'era messo a urlare ai quattro venti, a squarciagola, tutte le verità e a tutti quanti, e perciò le persone di giudizio cominciarono a mormorare che la Colonna di fuoco sdrucciolava nel libello.
—Come?... Quel mattoide non era contento di svelare le marachelle dei ministri, degli uomini pubblici, ma metteva in ballo anche i privati?... Le persone che vivono all'ombra lontane da ogni rumore... e che perciò hanno il diritto che nessuno vada a ficcare il naso nei loro affari?... Altro che apostolo!... Altro che braccio della giustizia! Era un pezzo da forca quel frataccio smesso! Alla larga! Alla larga! puzzava di ricattatore!
E allora ognuno temendo per sè, e volendo premunirsi, si affrettò a dichiarare che quel giornalaccio poteva offendere soltanto colle lodi, e che chiunque si rispettasse non doveva più leggerlo... Per il che tutti lo leggevano più che mai; e lo stesso Barbarò il quale gridava ai quattro venti che i biasimi del Cammaroto facevano onore, prima di risolversi ad accettare la candidatura voleva essere sicuro che la Colonna di fuoco non lo avrebbe combattuto, e rispondeva alle obiezioni ed ai sorrisi sprezzanti dello Zodenigo, dichiarando che... per conto suo... avrebbe fatto magari anche qualche sacrificio pure... pur di chiudere la bocca a quel Cerebro.
—Ceerbero—suggeriva il Professore fingendo di non capire dove l'altro voleva arrivare. Egli sapeva benissimo che con Salvatore Cammaroto i quattrini non avevano presa e, d'altra parte, aveva appunto fatto assegnamento per la riuscita dei propri disegni sopra gli assalti della Colonna di fuoco. Era Salvatore Cammaroto che gli doveva dare in piena balìa, con mani e piedi legati, il cavalier Barbarò!
—Non credo,—rispose lo Zodenigo,—che la Colonna di fuoco voglia battersi a tutta oltaanza per il Collegio di Panigale. È troppo al di fuori della zona dei suoi inteessi, quasi esclusivamente locali. Poi, voi non avete ancora un colore spiccato in politica: siete un uomo nuovo e ciò è bene, perchè non potete sollevare nè odii nè aancori eccessivi.
Ma il Barbarò non pareva convinto nemmeno da tante buone ragioni e facendosi più vicino al Professore, sempre sdraiato sul canapè, "tuttavia... tuttavia... se si potesse... " balbettò guardandolo fisso e fregando tra loro l'indice e il pollice con un certo movimento troppo chiaro e significativo perchè l'altro potesse continuare a fingere di non capir nulla.
—Non si può, non sarebbe prudente: il frate in questi giorni non ha bisogno di danaro, e potrebbe approfittare della nostra offerta per fare del chiasso, vantandosi di essere un puritano.
Pompeo rimaneva perplesso. Avea timore di mettersi in un qualche impiccio, ma d'altra parte il riuscir deputato era per lui una forte tentazione. In fine, dopo molte altre chiacchiere, dichiarò che assolutamente ci voleva pensare... che non si sentiva di potersi risolvere affrettatamente, su due piedi, in un affare di così gran momento... che la risposta esplicita l'avrebbe data in capo a tre giorni.... Ma Eugenio Zodenigo se ne andò sicuro che il tiro gli era andato benone.
Quel giorno a pranzo Pompeo Barbarò rimase muto, concentrato e mangiò meno del solito. La sera andò a passeggiare solo fino in fondo al Corso Venezia.
"Che cosa era saltato in testa a quel Dulcamara dello Zodenigo di volerlo cacciare in quell'imbroglio?... Perchè non lo lasciava vivere in pace?... Tanto se sperava aver quattrini da lui, stava fresco: era già molto che continuasse a rinnovargli le cambiali!... Il paatito... il paese... scilinguato maledetto!... Il paese gli doveva essere riconoscente: la sua parte lui l'aveva fatta, e aveva diritto finalmente di godersi il riposo e la pace.... Ma... pure... se fosse stato sicuro di essere eletto... certo... la condizione di deputato offriva molti vantaggi.... Onorevole?... I suoi nuovi amici che gli sorridevano ancora a denti stretti sarebbero crepati dalla rabbia!... Poi... avrebbe certo acquistato maggior autorità e anche per gli affari sarebbe stato assai utile.... Ma... e se invece doveva essere un fiasco?..."
Il giorno dopo lesse più attentamente la Colonna di fuoco e vi trovò un articolo che pareva fatto apposta per lui. Salvatore Cammaroto dichiarava, a proposito dell'elezione di Panigale, che era ormai tempo di mutar sistema e che gli elettori non dovevano più mandare alla Camera "nè i gaudenti dall'epa rotonda, che sonnecchiavano nello stallo di deputato, dove la loro ambizione soddisfatta faceva il chilo eruttando pappagallescamente il sì o il no all'appello nominale; nè gli oziosi titolati, i damerini coll'occhialino, che aspiravano alla medaglietta come a un distintivo qualunque dello sport, e tanto meno le nullità vane e presuntuose, che arrestavano a mezzo le più gravi discussioni per balbettare i loro imparaticci sconclusionati, rendendosi colpevoli del bizantinismo che sgovernava in Babilonia!"
—Gaudenti dall'epa rotonda?—pensava il Barbarò, tutto consolato,—io sono magro come un'acciuga!... Oziosi titolati?... io ho lavorato tutta la vita!... Imparaticci sconclusionati? Io non sarò mai così bestia di aprir bocca, lo giuro!
Lo stesso giorno il professore tornò a fargli un'altra visita... poi la mattina dopo trovò il modo di incontrarlo mentre usciva dalla Banca.... Pompeo si faceva sempre pregare... finalmente lasciò capire che se fosse stato proprio costretto... forse... per il bene del paese si sarebbe sacrificato.... E lo Zodenigo allora, senza più interrogarlo, diede fuoco alla mina.... cioè presentò nel Moderatore la candidatura del cavalier Pompeo Barbarò.
Il Moderatore usciva la sera: Pompeo lo ricevette che era ancora a tavola. Appena scorse il suo nome Pompeo Barbarò, stampato in carattere grosso, in testa di un articolo, si sentì venir freddo, e gli cominciò a ballar la vista; smise subito di pranzare e sebbene fosse solo, andò a chiudersi col giornale nel suo studio.... Si sedette allo scrittoio pallido, colle gocciole di sudore sulla fronte... spiegò il foglio lentamente, e trattenendo il respiro scorse prima tutto l'articolo, poi con un'occhiata guardò la chiusa... poi, facendosi rosso di piacere lo lesse adagio adagio e attentamente da capo a fondo... A lettura finita era tutto rassicurato: sentiva di essere un uomo di merito.
Il Moderatore faceva in succinto l'apologia del cavalier Barbarò, dipingendolo come un uomo moderno. "Uno di quegli uomini," scriveva lo Zodenigo, "che gli Americani chiamano self-man, cioè che si è fatto da sè. Un uomo operoso e sommamente pratico; che aveva l'intelligenza limpida e soda, non ottenebrata da teorie inattuabili, e che di principii prudentissimo sapeva manifestare all'occorrenza, insieme con un tatto non comune, una energia singolare, di cui appunto aveva dato splendide prove anche durante la crisi, tanto grave e pericolosa, attraversata dalla Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali." Accennava alle sue ingenti ricchezze, "le quali garantivano nel Barbarò il candidato dell'ordine, fedele alle istituzioni, singolarmente interessato al buon assetto delle finanze, al miglioramento dell'agricoltura, all'incremento dei commerci." Ricordava di volo le molte opere di beneficenza, e i larghi soccorsi prodigati agli ospedali militari dopo le guerre del cinquantanove e del sessantasei. "E se" continuava l'articolo "molte azioni filantropiche e generose, la modestia del Barbarò voleva si tenessero nascoste, tuttavia lo scrittore imparziale era costretto a ricordare, per amore di giustizia, che nei momenti supremi della Patria, il candidato del Moderatore le aveva offerto ben più del danaro; ma la miglior parte del sangue!... Suo figlio; il suo unico figlio, Giulio Barbarò, il quale nella non ingloriosa campagna del sessantasei si era battuto da valoroso con Garibaldi." Assicurava pure che al Candidato stavano "molto a cuore i bisogni delle classi povere, e specialmente dei contadini; che studiava di continuo per trovare il modo di portare un vero e reale miglioramento alle loro misere condizioni, e che a Panigale appunto sarebbero stati i primi a risentire i vantaggi di tali studi." E, infine, concludeva col dire che anche tutti coloro i quali non volevano che la deputazione fosse data ai gaudenti sonnacchiosi, e tanto meno alle nullità ridicole e vane che aspiravano alla medaglietta del deputato come ad un gingillo da sportman "dovevano, se leali, applaudire alla scelta fatta spontaneamente e serenamente dal Moderatore dopo un lungo, coscienzioso e spassionato esame della situazione, tenuti a calcolo i bisogni del collegio di fronte ai più alti interessi del paese."
Pompeo Barbarò lesse l'articolo due volte, tutto d'un fiato.... poi si alzò per tornare nella sala da pranzo; ma quando fu sull'uscio dello studio lo rilesse un'altra volta in piedi, col lume in mano.
—Adesso sono in ballo, e bisogna ballare,—mormorò.
Tornato a tavola non mangiò più. Si fece portare subito il caffè, ma ne prese appena due o tre sorsi; era troppo caldo, e non aveva pazienza di aspettare che freddasse.
Prese il cappello, il soprabito e uscì a passeggiare... Gli pareva che lungo il Corso Vittorio Emanuele ci fosse più gente, più luce, che tutti lo guardassero, e che parlassero tutti della sua candidatura. Passando vicino a un'edicola di giornali cercò il Moderatore colla coda dell'occhio e lo scorse subito fra tutti gli altri: aveva preso un aspetto nuovo e simpatico. Gli strilloni che correvano gridando il Moderatore lo facevano arrossire: lo gridavano tanto forte, proprio sotto il suo naso, perchè sapevano che c'era quel tale articolo?
Quando incontrava persone di conoscenza, le salutava un poco impacciato: avevano letto sì o no il Moderatore?... E se lo avevano letto perchè non si fermavano per congratularsi? Gli pareva che lo salutassero meno gentilmente delle altre sere.... Se ridevano si sentiva una stretta al cuore. "Certo, ridevano di lui!... Com'era ingiusto il mondo e cattivo!... Era per invidia che non volevano riconoscere i suoi meriti!" E la sua contentezza sparì a un tratto e tornò a sentirsi un po' inquieto.
—Era proprio una stupidaggine il perdere la pace per tutta quella gentaglia che non valeva due soldi! Lo Zodenigo avea avuto troppa fretta!
E continuavano a passare, a tirar dritto, salutandolo senza fermarsi.—Buona sera, Barbarò!... Buona sera, cavaliere!...—e niente più. Erano cretini, o invidiosi.
In fine volle uscire ad ogni costo da quella incertezza penosa; volle proprio sapere come la pensava la gente intorno alla sua candidatura. Possibile che nessuno avesse letto il Moderatore?
Dinanzi al Caffè delle Colonne incontrò appunto un suo collega della Congregazione di Carità. Lo fermò, e dopo averlo salutato si accompagnò con lui. Ma l'amico cominciò a parlare del più e del meno indifferentemente, senza nè manco nominare il Moderatore.
—Lo ha letto o non lo ha letto?—pensava il Barbarò, mentre gli camminava accanto, senza badare a ciò che gli diceva.—È capace di non averlo letto!... È un tanghero costui!... Un uomo dell'altro mondo.—E allora, tanto per assicurarsene meglio, fece cadere il discorso sulla Colonna di fuoco.
—È diventato un giornalaccio libello.... Non si può più leggere.
—Io non l'ho letto mai—rispose l'altro.
—Davvero?
—Mai!... Non leggo giornali!
—Allora nemmeno il Moderatore—pensò Pompeo tra sè.—Che asinaccio! Pure lo Zodenigo....
—Per me lo Zodenigo vale il Cammaroto e viceversa. I giornalisti son tutti uguali: gente che vende bugie per far quattrini.
—Sì... generalmente...—e il Barbarò si sforzò di sorridere.—Pure il Moderatore... almeno... non è scritto male....
—Non me ne intendo.
—Oh, nemmeno io, e nemmeno lo leggo sempre. Qualche volta a pranzo....
—A pranzo io mangio....
—.... Oppure a letto, la sera....
—A letto dormo!
Pompeo lo salutò presto e lo lasciò andare per la sua strada.
"Era un ignorantaccio!... Era uno zoticone insopportabile!..."
Ma pure la freddezza del collega aveva finito per sconcertarlo interamente.
"Quel maledetto Dulcamara aveva avuta troppa fretta!..." e intanto tornò a pensare con inquietudine alla Colonna di fuoco.
"Chi sa come il padre Cammaroto avrebbe preso tutti quegli elogi! Forse lo Zodenigo non era stato furbo.... Trattandosi del primo articolo doveva contentarsi di tastare il terreno... senza metterlo a quel modo sul candeliere!" Se a Milano non ci fosse stato altro giornale che il Moderatore... sarebbe stata una gran bella cosa!
La Colonna di fuoco usciva alle quattro del pomeriggio. Pompeo cominciò ad aspettarla al tocco; poi alle tre mandò a vedere se era in vendita.... Ma quel giorno, per combinazione, arrivò più tardi del solito. Pompeo, appena l'ebbe fra mani, andò ancora a chiudersi nello studio, come aveva fatto la sera prima col Moderatore.... Adesso che l'aveva finalmente, e dopo averla tanto attesa e desiderata, non si risolveva a spiegarla... aveva paura di leggerla.... Finalmente si fece animo.... Diede un'occhiata in fretta alla prima pagina... alla seconda... alla terza... non c'era niente! Di primo acchito si sentì subito sollevato... poi provò quasi un senso di dispetto.
"Che si affettasse di non pigliarlo sul serio?... Che non si volesse nè manco combatterlo?... Che ordissero contro di lui la congiura del silenzio?..." Ma guardando meglio la gazzetta, scorse il suo nome in fondo all'ultima colonna della seconda pagina!
—Ohi, ohi!... ci siamo!
Era un articoletto di cronaca intitolato: Amenità elettorali.
"Il serio, il grave, il mastodontico Moderatore" così diceva "presentando, non si sa in nome di chi, nè di che cosa, il cavalier Pompeo Barbarò, quale candidato al collegio di Panigale, ci dirige la parola, al solito loiolescamente, facendoci l'onore di non nominarci, e cita una nostra frase a proposito delle medagliette dei deputati. Noi, con quella franchezza ignota al Moderatore, e con quel coraggio che il suo direttore conosce... di nome, gli risponderemo una cosa sola: se non vogliamo abbassato il distintivo dei legislatori fino ad essere un ciondolo da sportman, tanto meno poi vorremo permettere si avvilisca al punto di diventare un gettone... una medaglia di presenza. E ciò basti per ora. La candidatura Barbarò è tanto poco seria, che non val la pena... di prenderla sul serio, e noi, prima di combatterla, aspettiamo di conoscere i nomi dei componenti il Comitato elettorale, che scenderà in campo per sostenere Pompeo Barbarò. Che se poi il famoso cavaliere dalla trista figura dovesse proprio rimanere, come crediamo, soltanto il candidato del Moderatore, allora non perderemo con lui il nostro tempo, e, punto invidiosi della gloria di Maramaldo, gli risparmieremo il colpo di grazia. Del resto è lunga la via di Damasco... e il Moderatore potrà ancora convertirsi alla prudenza, se non alla buona fede!"
—Rinnegato!... Canaglia!—borbottò Pompeo fra sè, dopo letto l'articolo. Aveva le labbra pallide dalla bile, era pieno di rabbia e di paura. Quelle poche righe della Colonna di fuoco avevano distrutto il buon effetto della lunga apologìa del Moderatore.
III.
Mentre lo Zodenigo sfruttava gli amici del Moderatore, quelli della Colonna di fuoco sfruttavano invece, colla medesima disinvoltura, Salvatore Cammaroto.
La Colonna di fuoco non era sostenuta, com'è di solito, da un manipolo di uomini politici, ma apparteneva a un editore, che ne ricavava un sufficiente utile, e retribuiva con un onorario fisso l'ex frate catanese, al quale lasciava per altro piena ed assoluta indipendenza nella direzione del giornale.
Gli amici dunque della Colonna di fuoco erano amici platonici... ma la grazia di quel platonismo!
Più scaltri e prudenti del Cammaroto, che infervorato della sua vanagloria d'apostolo, in mezzo all'affaccendarsi di un lavoro incessante e turbinoso, e allo scatenarsi violento delle passioni, aveva sempre la testa in gran subbuglio e si lasciava facilmente menar per il naso da chi lo secondava e gli dimostrava ammirazione, essi, col pretesto di illuminarlo sopra uomini e avvenimenti milanesi, che il Cammaroto, forastiero, non poteva conoscere a fondo, gli svisavano quella stessa verità che gli era tanto cara, facendolo molte volte servire ai propri fini, e sfogando, per mezzo suo, odi e rancori di parte, o anche soltanto personali.
Ma il direttore della Colonna di fuoco non sospettava nemmeno di essere vittima di quei raggiri. Si credeva l'uomo più indipendente del mondo, e non voleva ricevere inspirazione e consiglio altro che dalla propria coscienza, e in secondo luogo "dalla sua signora," l'Apollonia Cammaroto.
L'ex frate, dopo la trista solitudine del chiostro, dopo i faticosi sconvolgimenti di una vita avventurosa, dopo tante persecuzioni, si era in singolar modo affezionato a quella sua compagna un po' burbera e rozza, ma bonacciona, che gli recava il nuovo conforto della casa e della famiglia, che viveva della sua vita e delle sue lotte, che gli dava spesso del somarone perchè non sapeva farsi pagare abbastanza dall'editore cane (la signora era pratese e diceva 'ane, aspirando la c), ma che gli dimostrava la fede più cieca, l'ammirazione più calda e costante, mentre sapeva alternare praticamente le alte attribuzioni di Ninfa Egeria alle altre più modeste di cuoca e di fattorino.
Per tutto ciò, naturalmente, anche gli amici della Colonna di fuoco, sebbene non godessero le simpatie della signora Apollonia, le dovevano fare un po' di corte per rispetto al Cammaroto, e sopportarne i musi e gli sgarbi. E non c'era verso di liberarsene!... La signora Apollonia e il direttore (com'essa chiamava il marito) erano sempre insieme in casa, in ufficio e fuori. Peraltro c'era questo di buono, che sebbene la signora fosse poco divertente non era, in compenso, niente affatto da temersi, e con quattro complimenti e un po' di furberia la rimorchiavano anche lei dietro al direttore.
Era verissimo che il Cammaroto non pubblicava due righe nel giornale senza prima leggerle "alla sua signora;" ma le domandava un consiglio perchè era sicuro di ricevere in cambio un applauso; e tutt'al più l'Apollonia inebriata dai periodoni risonanti e dalla potenza degli aggettivi, mentre gli esprimeva col faccione volgare, sempre gonfio per un qualche bitorzolo in suppurazione, l'ammirazione la più entusiastica, lo eccitava a volerci mettere anche una 'annonata contro que' 'ani de' preti e contro le moderne Bersabee... i due odii innocenti della signora Apollonia, e che medesimamente non incutevano alcun timore agli amici del giornale.
Povera donna!... Essa odiava i preti perchè attribuiva alle loro persecuzioni palesi e occulte le varie peripezie del direttore, e odiava quelle schifosacce (l'aggettivo era proprio suo) che tradivano i loro mariti quasi per un sentimento di riconoscenza verso il matrimonio. Dacchè era divenuta moglie legittima adorava con ardore di neofita l'istituzione che l'aveva come rimessa a nuovo, e difendeva le prerogative coniugali con una virtù arcigna e spietata.
Del resto, 'annonate a parte, la Ninfa Egeria della Colonna di fuoco faceva umilmente da serva al suo caro Numa.
Così la mattina dopo ch'era uscito il Moderatore colla candidatura del cavalier Barbarò, mentre il Cammaroto preparava l'originale per la Colonna di fuoco, la sua signora invece di inspirarlo e consigliarlo era, come al solito, tutta affaccendata a mettere in ordine l'ufficio: uno stanzone a terreno, umido e tetro. Col suo cappello di forma straordinaria, e che non si levava mai, forse nemmeno di notte, collo scialle a colori appuntato sul petto da uno spillone col ritratto di Ugo Bassi, essa spazzava lentamente l'ufficio, cercando di fare il meno strepito possibile per non disturbare il direttore, e fermandosi ogni poco per raccattare le penne e i mezzi foglietti che ancora potevano servire.
Ma poi, quando a un tratto udì battere con un fascio di carte alla finestra che dava sulla strada, nascose subito la granata in un angolo, e si mise a sedere maestosamente vicino al direttore.
—L'avvocato Gian Paolo!...—esclamò Peppino Casiraghi, un giovanottino lungo, giallo, senza barba, seduto al tavolino di faccia al Cammaroto, di cui si professava il più caldo ammiratore. Correttore di bozze e cronista dilettante, era appassionato del giornalismo fino al punto di far debiti a babbo morto per imprestar quattrini all'editore della Colonna.—Cominciano presto, stamattina!...
—Scaldapanche maledetti!—borbottò la signora Apollonia chinandosi e spingendosi fin sotto il tavolino per prendere il fazzoletto turchino che il direttore perdeva sempre, o dimenticava in qualche posto.
—Cascassero morti que' chiacchieroni!—continuò poi mettendo il fazzoletto sul tavolino, vicino al bicchier d'acqua.—A sentirli, promettono sempre Roma e toma, e poi non sono stati boni nemmeno a persuadere quel 'ane del sor Urbano (era il nomo dell'editore) di mettere la direzione in un posto più da cristia....
Ma si fermò a mezzo con la parola: in quel punto, sbacchiato l'uscio, con violenza entrava in ufficio precipitosamente l'avvocato Gian Paolo Serbellini, il quale, senza levarsi il cappello, senza salutar nessuno, cogli occhi spiritati si fermò dinanzi al tavolino del Cammaroto esclamando:
—Hai letto il Moderatore?
Ma il Cammaroto continuò a scrivere in fretta, col naso sulle cartelle, senza risponder nulla.
—Ha letto il Moderatore?—chiese allora l'avvocato alla signora Apollonia, che seria, imbronciata, non si voltò nemmeno a guardarlo.
—Avete letto il Moderatore?—domandò in fine per la terza volta il Serbellini, rivolgendosi a Peppino Casiraghi che gli accennò col capo di sì.
L'avvocato Gian Paolo era uno dei frequentatori più assidui della Colonna di fuoco. Da molti anni egli era dominato da un desiderio innocente, e sempre insoddisfatto: voleva entrare nel Consiglio comunale. Ma per essere eletto dimostrava troppa smania, e gli elettori lo mettevano in ridicolo, eleggendo poi sempre qualcun altro in vece sua, e che magari valeva anche meno. Una simile ingiustizia aveva reso l'avvocato Gian Paolo malcontento di tutto e di tutti; astioso, maldicente, pettegolo; avversario sistematico e accanito di ogni candidato amministrativo e politico. Per farsi mettere in lista era passato dalla Destra, che accusava di servilismo, alla Sinistra, che accusò poi di partigianeria, terminando, in seguito a tali voltafaccia, col rovinarsi moralmente perdendo il credito, e finanziariamente, perdendo anche i clienti.
—Spero bene—ricominciò a gridare voltandosi di nuovo verso il Cammaroto—che gli risponderai per le rime!
L'altro continuava a scrivere, riempiendo le cartelle, come una macchina.
—È una sfacciataggine, un'impudenza inaudita!... Vorrei scriverlo io, un articolo tale, da levar la pelle al Barbarò! E sarei capace di firmarlo col mio nome e cognome!
La signora Apollonia alzò le spalle infastidita da una tale proposta, facendo segno col capo di non disturbare il direttore.
Ma Gian Paolo era troppo fuori di sè per calmarsi, e battendo forte sul tavolino col grosso fascio di carte, che portava sempre in giro per far credere di aver molte cause da trattare, esclamò con voce ancora più concitata:
—Per Dio, bisogna dare una lezione, ma in piena regola!... Devi dire che è l'usura, il furto patentato che invadono il Parlamento!... Scrivi, scrivi, Salvatore, ti detterò io: scrivi che nel corpo elettorale c'è del putrido... più che in Danimarca.
A questo punto il Cammaroto si alzò di scatto; prese in mano i due ultimi foglietti che aveva appena finito di scrivere, e guardando la signora Apollonia dette in una sghignazzata.
Salvatore Cammaroto rideva sempre a quel modo prima di leggere la roba sua; pareva un cavallo che nitrisca mettendosi in ardenza.
La signora Apollonia si rizzò più impettita che mai per ascoltare: Peppino Casiraghi, cacciata la penna dietro l'orecchio, si sdraiò sulla seggiola e alzò, sorridendo, il viso scialbo, pregustando la prosa del direttore.
Era l'articolino che più tardi dovea recare tanto dispetto e tanta paura al Barbarò.
Letto il titolo Amenità elettorali, il Cammaroto fece una prima pausa, guardando la signora Apollonia a traverso gli occhiali per vederne l'effetto. Quindi, soddisfatto, cominciò la lettura, lentamente, colla voce squillante e nasale dei predicatori, spiccando ogni sillaba, sottolineando ogni frase, fermandosi ancora alla stoccata dei gettoni, delle medaglie di presenza, per guardare di nuovo la moglie, poi il Casiraghi, poi l'avvocato Gian Paolo, e ripetendo in fine la risata fatta in principio, ma assai più lunga e più sonora, colla testa alta, cogli occhi scintillanti dietro le lenti, camminando su e giù per lo stanzone, lisciandosi e accarezzandosi l'ispida barbaccia.
Il Casiraghi intanto ballava sulla seggiola fregandosi le mani dalla contentezza, la signora Apollonia offriva l'acqua al direttore, ma l'avvocato non pareva soddisfatto.
—Ci dovevi mettere un'allusione al processo dei fornitori, e dire nel medesimo tempo che a Panigale lo chiamano il Mercante di Pellagra....
—Questo verrà poi; per incominciare la lotta va bene così!
—Una 'annonata alla volta!—brontolò la signora Apollonia.
In quel punto entrò nell'ufficio un altro amico del giornale, poi un terzo, poi un quarto ed altri ancora, finchè lo stanzone fu pieno di gente; e il Cammaroto voleva leggere e leggeva a tutti l'articolo-scaramuccia, riscaldandosi fra gli applausi, mentre si accendeva sempre più e montava in furore per le informazioni intorno al Barbarò, che gli riferivano, a mano a mano, i nuovi venuti.
—Sai, Salvatore, il Barbarò faceva lo strozzino al cento per cento... lo devi mettere sulla Colonna!
—È un villan rifatto della peggiore specie!