FALCO DELLA RUPE

O

LA GUERRA DI MUSSO

RACCONTO STORICO

DI

GIAMBATTISTA BAZZONI

AUTORE DEL CASTELLO DI TREZZO.

MILANO
PRESSO ANT. FORT. STELLA E FIGLI
1829.

Colle stampe dì Giovanni Pirotta in Milano.

INTRODUZIONE.

March. Non paventate, amico: a gir sul mare
Pericolo non vi è
Purchè la sposa ancor venga con me.
Conte. Sposa, sposa, io ti comando
Dar la mano ai Marchesino:
Egli merta, poverino!
La tua fede ed il tuo amor.
GOLDONI, Dram. Il Conte Caramella. Att. 2º

"Tarderà molto tempo ancora a qui giungere il battello a vapore? io sono impazientissima per tal ritardo".

Così diceva una vezzosa damina vestita da viaggio con tutta eleganza, affacciandosi al balcone dell'albergo che porta l'insegna dell'Angelo, e sta in Como sulla Piazza del Porto, ad un giovine signore che le si pose d'appresso.

"Poco più di mezz'ora sicuramente, poichè son di già le sei e mezzo", rispose questi con garbo traendosi tosto di tasca l'orologio a ripetizione, e premendone la molla dopo averlo guardato.

"Ardo di desiderio, proseguì ella, di recarmi ad esaminare il Lario [1] da vicino: tante persone mi parlarono di esso facendomene tutte sì belle e pompose descrizioni, che quasi mi vergogno d'essere la sola fra le mie conoscenti che lo abbia ancora a vedere".

[Nota 1:][ (ritorno) ] Lario e Plinio sono i nomi delle due barche a vapore che dal 1825 e 26 scorrono ogni giorno tutto il lago di Como.

"Oh certo, Contessina, replicò l'altro, una barca a vapore merita destare così la vostra come la curiosità d'ogni amatore del perfezionamento delle arti e delle agiatezze della vita:, oltre che il suo aspetto sui fiumi, ed in ispecie sui laghi, è ancor più singolare e spettacoloso che sul mare. Sta dessa sì elevata sulle acque e s'avanza maestosa e rapida signoreggiando l'elemento su cui trascorre, che anche le più grandi barche comuni non rendono la benchè minima idea di sua bellezza, siccome son ben anco lontane dal possedere i vantaggi che ad essa derivano dalla sua indipendenza dai venti, dalla velocità e certezza di suo cammino. Nel lungo viaggio che ultimamente compii, ne vidi per la prima volta in Inghilterra. Trovavami poche ore prima di sera sul ponte di Londra, allorchè il King George, l'uno dei più bei battelli a vapore che siano usciti dai cantieri inglesi, rimontava il Tamigi tenendosi nel bel mezzo del fiume: non vi so dire quanta sorpresa e diletto mi recasse quella vista. Volli il giorno seguente salirvi a bordo, e provai su di esso il più gradevole viaggiare che mai facessi, per cui tornando dalla Germania in Italia, feci gran tratto del Reno su barche di tal fatta; e giunto a Trieste non tralasciai d'attraversare l'Adriatico sul pachebotto a vapore".

"Quanto v'invidio, disse sospirando la Contessina: la brama di viaggiare fu sempre la più gradita e viva ch'io m'avessi e m'ho tuttora, ma non mi venne mai concesso di soddisfarla: mio marito, cedevole in tutto, su questo punto è inesorabile. Ma a proposito di viaggi, proseguì, porgendogli uno sguardo in cui si leggeva un non so che di rimprovero che i suoi occhi neri rendevano significantissimo, fu detto che pellegrinando faceste incontro di molte amorose avventure, e che il vostro album ribocchi di nomi e di memorie di belle Francesi, Tedesche, Inglesi, e per sino Russe, di cui conquistaste il cuore: erano di ben altro allettamento che le barche a vapore del Tamigi, del Reno, dell'Adriatico: oh! quanto viveva mai tradita ogni bella milanese che sospirava per voi!"

"Ah, Amalia, vi giuro, disse con vivacità quel giovine signore, rendendole uno sguardo parlante, l'amor di patria e le sue dolci rimembranze non sono uscite mai dal mio cuore. In qualunque più lontano luogo io mi trovassi vi fu un nome ed un'immagine che mi svegliarono sempre nell'anima una profonda impressione. Nè Parigi, nè Londra, nè i luoghi più pittoreschi della Svizzera ebbero per me le delizie di questo giorno; la veduta di questa amena parte di lago, delle ville, dei monti che lo fiancheggiano dipinti del colore del cader del sole d'una giornata trascorsa al vostro fianco, è la più cara e poetica..."

"Che diavolo s'è fitto in capo mia moglie per questo vapore, io non lo so intendere! (Così disse al di dentro della sala, interrompendo quel caldo ragionatore, una persona la cui voce ottusa indicavala occupata a mangiare.) Non lasciarmi pure il tempo del pranzo, per la fretta di partire! e sì che v'erano dei tordi stupendi presi ieri al roccolo, e cotti a meraviglia, e perchè? per correre a Como a rompicollo a vedere una barca".

"Eh via, non v'inquietate, caro Conte, rispose prontamente dal balcone quel giovine signore, sul cui volto apparve il dispetto d'essere stato interrotto; vi risarcirete questa sera con qualche dozzina di freschissimi agoni del lago, che, cucinati alla griglia, sono ghiotta vivanda al par dei tordi".

"È vero, anche gli agoni sono buon cibo, me lo ripetè più volte don Martino che è di questi paesi? disse il grosso Conte apparendo sul limitare del balcone, tenendosi con due mani alla bocca una coscia di pollo che andava spogliando, ma soggiunse tosto come uomo addolorato: in qual modo potrò sanare le maccature che mi produssero gli urti della carrozza nel venire a precipizio sin qui per quella strada indemoniata delle colline piena di nottoloni e di buche? Ci scommetto che se non eravate voi, Marchesino, a guidare i cavalli, ci si rovesciavamo le cento volte".

"Qui non mancano soffici letti per riposare le vostre tenere membra; disse la Contessina con tuono ironico, infastidita doppiamente e dalla comparsa colà del marito, e dalle sue importune lagnanze: le vostre ossa però non si saranno scomposte, nè la pelle lacerata per cinque o sei leggieri scosse del cocchio di cui io mi sono accorta appena".

"Tu le nomini leggieri scosse eh? rispose il Conte con voce flebile, il so ben io quali fossero realmente, che mi sento tutte rotte le spalle e le reni: erano terribili balzoni da farne spiritare chicchessia".

"Ecco, ecco, anche le quindici miglia della nuova strada dalla nostra villa di Brianza a Como gli sono sembrati precipizii, burroni. Vedete, seguitò, vedete Marchesino, i bei motivi per cui m'imprigiona nella villeggiatura del Lambro e mi costringe ad annoiarmi mortalmente nei tre mesi dell'autunno, senza voler mai che mi rechi a visitare un'amica, o mi associi ad una partita di piacere?"

"Annoiarsi mortalmente alla nostra villa del Lambro! rispose il Conte incrocicchiando le braccia sul petto e fissandola con meraviglia e dispetto: Ti annoierai a Milano, ti seccherai qui, ma colà ohibò! Come è possibile il soffrir noia con quel caro don Martino che farebbe ridere i morti, e che quando poi parla di cucina è veramente maestro, col signor Giosuè e donna Rosa che ragiona di tutto, e ci formano in casa una continua vivacissima società? E posto anche questa non ti soddisfacesse pienamente, non hai mille altri modi da sollazzarti? luoghi da passeggiare non ne mancano, tanto se ami il piano quanto se vuoi stradicciuole di collina: in somma, io teneva per fermo che non vi fosse signora che villeggiasse in Brianza più contenta di te".

"Io sollazzarmi? Io essere contenta? replicò la Contessina, in cui lo sdegno mal represso imporporava grado grado le gote. Credete voi che uno zotico sacrestano e quelle caricature di donna Rosa e suo marito siano per me una così gradevole compagnia che m'abbia a beatificare stando con loro? Quanto siete in inganno! perchè, sappiatelo, i rancidi lazzi, le vecchie storie e il giuoco del tarocco sono per me le cose più odiose del mondo, e a passeggiare da sola in mezzo ai villani nè mi conviene, nè mi diverte, nè lo voglio: se non avessi il mio piano-forte e i libri, di cui mi provvedo abbondantemente, in due anni che vi sono sposa mi sarei già attisichita. Vi protesto (e guardò di sott'occhi il Marchesino addolcendo la voce), preferisco le cento volte una sol gita come questa, a tutta la vostra villeggiatura ed ai piaceri che voi vi trovate".

Il Conte a tali parole tutto s'agitava, poichè non eravi cosa che maggiormente gli eccitasse la bile quanto l'udir fare sprezzo de' suoi amici di campagna, a lui sì cari perchè i soli che in grazia de' suoi pranzi lo corteggiassero costantemente. Più volte sbuffando e gonfiando le guancie aveva dimenate le braccia, ponendosi in atto di rispondere focosamente, quando il Marchesino, cui doleva assai nascesse più vivo alterco fra loro, "Vedete, vedete, esclamò interponendosi e additando loro il porto, quelle banderuole rosse poste su varie barche che servono a trasportare a terra i passeggieri ed il carico del battello a vapore: ne danno indizio ch'esso sta a momenti ad arrivare; mirate quanta gente s'affolla ad aspettarlo".

Molte persone infatti s'erano adunate sul molo che forma l'ala destra del porto di Como, ed è praticabile a guisa di terrazzo, tutte curiose di vedere un grosso naviglio che, sicuro dominatore delle onde, si muove per meccanica interna forza, superando in corso quelli spinti dal vento, spettacolo che sebbene in allora da più di un anno si rinnovasse due volte ogni giorno, non aveva saziata la cupidigia degli ammiratori per quell'interno senso di compiacenza e d'elevatezza che si prova nel contemplare le potenze della Natura soggiogate e direm così ammansite dall'industria dell'uomo. Dopo pochi minuti un mormorío universale annunziò la comparsa del Lario al di là del picciolo promontorio di Geno, che innanzi a Como chiude a destra la vista del lago, se ne era già veduta l'ampia bandiera sventolare presso la grossa canna da fumo, e un momento dopo mirossi spuntare tutto il corpo di quella nave, ed avanzarsi di qua dal promontorio in dirittura al porto.

"Scendiamo subito, ed affrettiamoci a porci in una di quelle barche che ci condurrà all'incontro del battello onde appena si arresta poter salire ad esaminarlo minutamente".

Così disse il Marchesino, e la Contessina ritrattasi tosto dal balcone, si pose in testa un cappello di finissima paglia dalla cui larga ala ricadeva un verde velo, e dato a lui il braccio, discesero frettolosamente le scale, seguiti dal Conte che camminava a tutte gambe.

Pochi passi fuori dell'albergo sta l'acqua del porto, e vi son barche d'ogni grandezza schierate ili semicerchio, uncinate alla riva: colà stavano i barcaiuoli, affaccendati alcuni a disporre i navicelli, altri a raccogliere i passeggieri. L'uno di questi, veduti appena que' tre signori, s'accorse dai loro passi affrettati a che erano diretti, ed accostatiglisi cavando il berretto: "Ecco la mia barca, signori, disse indicandogliene una: se vogliono andar incontro al battello a vapore, non hanno tempo da perdere: siamo due uomini, li serviremo bene, e per la loro buona grazia: entrino, qua".

Era l'indicata barca una gondola cui stava un tavoliere nel mezzo coperto da un vecchio tappeto di Fiandra. Essi non esitarono ad entrarvi, e appena si fu da una parte collocato il Conte, e dall'altra donna Amalia e il Marchesino per mantenervi l'equilibrio, l'uno de' barcaiuoli l'allontanò con una spinta dalla riva, e balzatovi dentro trassela di mezzo all'altre navi, e dando i remi all'acqua uscirono rapidamente dal porto. Molte navicelle erano già in moto innanzi a loro, altre venivano dopo, e non poche s'avviavano dai due sobborghi della città che si stendono sulle opposte sponde del lago.

Il battello a vapore s'appressava: s'udiva distintamente il romoreggiare delle ampie ruote che gli stanno a fianco come due robuste ali: vedevasi il getto di fumo spandersi dalla sommità della grossa canna che li sorge nel mezzo, e stendersi dietro ad esso per l'aria come una lunga striscia cinericcia ondulata dal vento. I passeggieri erano tutti raccolti sul cassero, e vi si miravano uomini e donne frammisti, alcuni col parasole spiegato e altri che agitavano il cappello o il fazzoletto salutando gli amici che rispondevano dalle barche, di mezzo alle quali il Lario passava torreggiante.

Giunto che fu a breve distanza dal porto, le sue ruote rallentarono il moto, uscì in lungo soffio lo sprigionato vapore, calò l'áncora che gli stava sospesa in poppa, e si fermò. Allora come i cannotti degli Esquimali che tenutisi lontani dalla balena sinchè questa sbuffa e si dibatte trafitta dagli arpioni, appena il suo smisurato corpo galeggia esangue sul mare, l'accerchiano numerosi e vi si posano sicuri, così tutte le barchette si accostarono rapide al battello a vapore, cercando a gara d'avvicinarsi alle scale che gli scendono dai lati. L'una navicella l'altra spingeva, od affrettava col grido, si urtavano, si respingevano, era un clamore, un domandarsi, uno sporgere per tutto di involti, di valigie, di bauli, di casse. Il Capitano di quella nave ed il pilota, posti alle sommità delle scale, procuravano colle parole, coi gesti, di mantenere l'ordine d'intorno e far cessare lo schiamazzo onde non accadessero inconvenienti; ma era un parlare al vento, poichè i barcaiuoli ad altra cosa non miravano che ad avere l'un più l'altro a trasportare forestieri, com'essi chiamano i loro avventori.

In tanta confusione non essendo possibile alla barca in cui trovavasi il Marchesino d'accostarsi sì d'appresso al gran battello da potervi salire, ordinò ai rematori s'aggirassero a quello d'intorno onde la Contessina ne potesse esaminare la mole esterna, la lunghezza, l'altezza, gli ornati, le ruote.

"Quelle aperture quadrate che vedete da un fianco e dall'altro, le disse il Marchesino, chiamansi boccaporti, e nelle navi da guerra corrisponde a ciascuno un pezzo d'artiglieria: in questa non sono che finestrelle che danno luce a due sale l'una più dell'altra eleganti".

"I vascelli del mare, chiese donna Amalia, sono assai più grandi di questo?"

"Le navi d'alto bordo, come le navi da linea, le grosse fregate, i brich, sono molto più ampii, perchè possono contenere dai trenta sin ben oltre ai cento cannoni, con varie centinaia d'uomini d'equipaggio, e le munizioni da guerra e da bocca; ma in generale i bastimenti mercantili, le corvette, ed altre minori navi da guerra sono di poco superiori ed anche più picciole di questo battello".

"V'accerto che leggendo molte storie di viaggi m'aveva raffigurata soventi volte la forma de' bastimenti, ma sempre credea ingannarmi sulle loro vere proporzioni: or sono contenta di mirare una nave che potrebbe viaggiare alle cinque parti del mondo".

"Senza dubbio. Ma non solo il Lario: navicelle d'un quinto di sua grandezza percorrono oggigiorno i mari più grandi, essendovi uomini tanto arditi che affrontano l'Oceano sopra barche con cui appena si valicherebbero i fiumi: e specialmente i corsari americani che sono i più audaci navigatori".

Mentre così ragionavano, il numero delle barche intorno al battello a vapore s'era sminuito, vogando ciascuna verso la città od i sobborghi, ed essi eranvisi avvicinati ponendosi a capo d'una delle scale per ascendervi; ma il Capitano s'affacciò al bordo, e fece doglianza per non poter ammettere visitatori, essendo quello il tempo in cui si governava il battello, e s'assestavano gli attrezzi e la macchina pel viaggio del mattino, dicendo che siccome d'altronde la luce già fosca per la sera che s'avanzava non avrebbe loro permesso d'esaminare alcun che minutamente, uopo era tornassero nel vegnente giorno che sarebbero stati accolti.

Il Marchesino rese grazie al Capitano, e comandò a' barcaiuoli retrocedessero a Como.

"Chi sa se mai più vi ritorno!" esclamò la Contessina rivolgendo lo sguardo al battello da cui s'erano appena scostati. Il Marchesino intese ben tosto che tale esclamazione aveva per significato che il marito non le avrebbe più concesso di ritornar sul lago, perchè l'intesa fatta nel partir della villa, era d'andare a vedere il battello a vapore, al che alla lettera s'era soddisfatto, nè v'era speranza che il Conte fosse per accettare un'interpretazione estensiva: però desiderosissimo per tutti i conti il Marchesino di vedere accontentata donna Amalia, si diede a spiare l'animo del Conte, il quale, mentre gli altri due vagavano colla fantasia per l'Oceano, aveva sempre pensato ai tordi, a don Martino e a donna Rosa, e stava in tuono sbadato guardando alle stelle che cominciavano ad apparire."

"Che ve ne pare, gli disse, di questa nave? avete voi mai veduta una simile meraviglia?"

"Oh che gran bella meraviglia! rispose il Conte aggrinzando il mento, e sporgendo il labbro inferiore per dare al volto un'aria di disprezzo. Finalmente non la è che una gran barcaccia un po' più grossa di quelle che vediamo cariche di sale sul nostro naviglio".

"Quel che volete, mio caro, rispose il Marchesino un po' sconcertato; non potrete però sostenermi che barche le quali camminino da se con tanta velocità e sicurezza ne abbiate vedute sul nostro naviglio. E poi ciò che sorprende, che è magico si può dire, non lo avete mirato ancora; fa d'uopo salire là su; discendere nel sito della macchina, vedere che ordigni vi sono, con che perfezione formati, e una fornace ardentissima, una caldaia d'acqua bollente che somministra il vapore..."

"Immaginatevi or bene, l'interruppe quasi gridando il Conte, s'io voglio andar là su! colla fornace e l'acqua bollente! che se non basta il pericolo d'affogare nelle onde, v'ha poi quello d'abbrustolarsi per un incendio, come beccaccie allo spiedo, o saltar per aria in mille pezzi, ciò che con questo vapore, mi hanno detto, è facilissimo ad accadere--No, no, non mi vi cogliete. Pazienza qualche scossa del cocchio, ma alla fin fine sono sul sodo, posso discendere, ed alberghi ce n'è da per tutto: ma il mettere per diporto la vita su un legno dove v'ha rischio di morire pel fuoco, per l'acqua bollente e per la fredda, la mi pare la più gran minchioneria del mondo".

Donna Amalia fremette di sdegno a tali parole, che conosceva dettate in parte al marito dal desiderio di rappresaglia della malevolenza da lei mostrata per la sua villa del Lambro, ed in parte dall'invincibile di lui poltroneria; e il Marchesino non s'attentò ragionare più oltre, conoscendo difetto principalissimo del Conte una ostinazione insuperabile ne' suoi propositi. Pervennero silenziosi in porto, discesero alla riva, ed entrarono nell'albergo: quivi preceduti da un cameriere che recava i lumi, ascesero ad una sala ove doveasi attendere la cena.

Il Conte adagiossi da un canto sopra un canapè, e guardava zufolando alla soffitta, movendosi aria al volto coll'agitar d'un fazzoletto: la Contessina sedette presso al balcone, dalle cui spalancate imposte spirava un'auretta serale gradevolissima, e il Marchesino s'assise presso a lei, posando il braccio sull'appoggiatoio della di lei scranna, mirandone taciturno il melanconico atteggiamento del volto, quasi non osasse interrompere il corso de' suoi pensieri.

"Non son io veramente sfortunata! diss'ella dopo alcuni istanti con tuon di lamento, ma a bassa voce: anche quest'unico divertimento mi toglie quell'anima di ghiaccio. Sperava che dovesse essere almeno solleticato dalla curiosità e dall'agevolezza di soddisfarla: ma no, ei vi trova il pericolo, la paura, e tutto ciò per non stare un momento di più lontano da quella odiosa Villa, ove, son certa, ritorneremo domani all'albeggiare, nè sarà possibile lo scostarsene mezzo miglio per tutto il rimanente dell'autunno.--E voi! voi pure fra due o tre giorni ve ne partirete, e mi lascerete isolata del tutto..."

"Ah Amalia! non dite così per pietà! Dovreste sapere che l'allontanarmi da voi è più doloroso al mio che al vostro cuore, e che la sola imperiosa necessità mi vi può astringere... Ma per ora non dubitate, proseguì il Marchesino con voce più bassa, e dando un'occhiata di sghembo al Conte, lo faremo calare quel coccolone, lo prenderemo all'esca.--Se si potesse persuaderlo..."

Qui fu interrotto dall'aprirsi improvviso della porta, e dall'entrar precipitoso d'un Signore che tutto gaio corse a lui, gli prese la mano, e gridò: "Briccone, briccone, da più ore nello stesso albergo, e nulla mi fai sapere?"

"Chi poteva immaginarsi, mio caro Annibale, esclamò il Marchesino alzandosi ed abbracciandolo, che tu eri qui!"

"No, non ci sono scuse, ti voglio ammazzare, proseguì l'altro ridendo. Ed ella, amabile Contessina, come sta? sempre benissimo, sempre lieta, non è vero? Eh questo è il privilegio delle belle e gentili damine: del Conte non domando, eccolo là, colla prosperità stampata in volto. Ma che buon vento gli ha portati: deve essere stato un soffio brianzolo ben gagliardo, perchè so che hanno costume d'abbandonare giammai la loro villa".

"Ne sono stato io la cagione, parlò il Marchesino: l'altro giorno essendo seco loro in Villa, il Conte mi mostrò desiderio di vedere il battello a vapore. Io gli proposi la gita a Como, egli v'acconsentì, ed oggi vi siamo venuti". "Bravo Conte, esclamò l'altro, ciò può dirsi aver buon gusto nella scelta de' divertimenti. Domani avrete un ottima giornata per far il viaggio del lago che è deliziosissimo: il tempo s'è stabilito sereno, e ci scommetto che non vi sarà una sola nube in tutta l'aria. Quanto darei a potervi essere compagno, ancorchè vi sia stato le mille volte; ma molte coserelle cui debbo dare disbrigo mi chiamano a Milano. Voi, Conte, non vi foste mai, mi pare? Proverete, proverete come bene si va con quel vapore: oh che spasso! sarei per dire che se s'aggiunge il vento in favore, non si corre, ma si vola.--Ma io non l'ho punto desiderato, rispose il Conte tra stupito e stizzoso: fu mia moglie".

"A dire il vero, disse troncandogli le parole il Marchesino cui era venuto il pallone al balzo, il Conte ha qualche difficoltà, e sta in dubbio di salirvi perchè teme il fuoco, teme lo scoppio della caldaia: dimmi tu, c'è proprio motivo d'aver paura, il pericolo è evidente, inevitabile?" e con questi detti caricati con gravità d'importante richiesta, ma accompagnati da una burlesca espressione del volto, rovesciò addosso al Conte un formidabile nemico. Don Annibale, uomo di fresca età, dotato di vivace ingegno e di molta coltura, amantissimo di tutto ciò che sentiva lo straordinario, era stato l'uno de' più ardenti partigiani della navigazione a vapore; armato dei mille argomenti che ne provano l'utilità e il diletto, qualificava col titolo di spiriti vandalici e medioevisti tutti quelli che tenevano ragionamenti contrarii a' suoi. Appena ebbe intese le parole del Marchesino, fissando il Conte con due occhi spalancati: "Sareste mai, disse con veemenza, uno di que' deboli o piuttosto pregiudicati cervelli che disprezzano ciò che non conoscono, e volendo in ogni modo vedere deturpata ed avvilita una scoperta maravigliosa, divina, vi appicchiano le idee di pericolo, di paura, di danni immaginarii? Vi hanno delle menti dure, storte, cattive che odiano tutto ciò che non è conforme ai loro torvi pensieri, alle loro stupide abitudini. Voi non potete essere tra quelle, nè vi lascerete sedurre da uomini che vorrebbero inaridir l'universo onde spargere più diffusamente il loro fiele, e gridano lo spavento da per tutto. È certo che un disordine, uno sgraziato accidente può dovunque aver luogo: come ruinano le case, si spezzano i cocchi, naufragano le navi, così pure una barca a vapore può incendiarsi o perire: ma fa d'uopo aver calcolo dei diversi metodi tenuti nelle fabbricazioni, della negligenza o imperizia de' regolatori del macchinismo, e d'un complicato nodo di circostanze, impossibile a verificarsi sotto gli occhi della prudenza e preveggenza massima con cui sono guidati questi battelli dei nostri laghi.

"Che se per via maggiormente convincervene vorreste esaminare la cosa con cognizione di causa, potrei parlare per ore intiere spiegandovi la differenza che passa tra una macchina a bassa, ed una ad alta pressione, soggiungervi che quest'ultima presentava la possibilità d'uno scoppio, al che però s'è ovviato colla applicazione delle valvole di sicurezza, e più recentemente colla sostituzione dei cilindri alla caldaia, ottimo ritrovato di sir Gurney; sebbene la caldaia stessa ottenne un aumento notabile nella solidità coll'ultima ingegnosa armatura di ghisa: potrei farvi un paralello tra i sistemi di Wath, di Perkins e di molti altri famosi meccanici inglesi, francesi, americani, e delle officine di tal genere stabilite a Liverpool, a Charenton, a Boston: potrei finalmente presentarvi un quadro statistico del numero di tutte le macchine a vapore applicate alle arti, alla navigazione, all'idraulica, col calcolo della loro forza rispettiva e della loro utilità rappresentata dai prodotti, e ciò basterebbe ad illuminare le pupille più lippe, le teste più ottuse. Ma voi non abbisognate di tanto per penetrare il vero; vi leggo la persuasione negli occhi. Ebbene, qua la mano, e datemi parola che domani salirete il battello a vapore e farete il viaggio del lago?"

Così dicendo, siccome nel calore del discorso s'era a lui accostato, gli stese la destra, presentandogliene il palmo per ricevere la sua in pegno della promessa che attendeva. Al Conte, sbalordito da quella tempesta di parole, da cui in sostanza dedusse che non si voleva che vi fosse pericolo nel vapore, uscì un istante dalla mente la villa del Lambro e la protesta fatta poco prima al Marchesino, porse la mano, e quando stava per impalmare quella di don Annibale, improvviso gli attraversò la fantasia l'importante pensiero del come si sarebbe provveduto al ventre su una barca che correva per più ore senza toccare mai sponda, e tenendo sollevata la destra con esitazione: "Indicatemi il modo, disse, con cui potere colà su avere, senza fastidio, una buona colazione ed un buon pranzo, ed io v'assicuro che tutte le difficoltà sono sparite, e v'ascenderemo domani immancabilmente".

"Ma altro che colazione e pranzo!" dissero a due voci il Marchesino e don Annibale. "Immaginatevi, proseguì quest'ultimo, tutto quanto può esservi in un ben fornito albergo colà su si trova tutto: v'è ogni sorta di vivande, di vini, di frutti, di dolci: ma che credete che sia una barcaccia come le altre? C'è la sua cucina, la credenza, una sala, con tutti i suoi comodi come in una casa. Quel correre poi sull'acqua rompendo l'aria vibrata montanina, eccita un appetito, una fame da divorare il ferro, e trovare a propria richiesta qualunque ghiottoneria, ed essere fra le agiatezze come in un ricco palazzo, è un piacer tale da quasi non credersi. Via, non ci mancate, datemene parola e credetemi che non v'andando perdereste un raro complesso di divertimenti:--E fareste uno sproposito da sapervene male per tutta la vita", soggiunse il Marchesino.

"Ed averne le beffe universali", aggiunse colla sua voce dilicata, e con tal modo di rimprovero la Contessina.

Stretto così da tutte le parti divenne pel Conte impossibile il battersi in ritirata.

"Se in realtà è così, rispose stropicciandosi le mani lentamente, se assolutamente lo volete, per me ci vengo volontieri; ma domani, ed accennò per terra coll'indice della destra come fermasse un patto, domani a sera qui, e dopo dimani alla Villa".

"Oh! ciò s'intende, replicò il Marchesino pago oltre modo del riportato consentimento, e diede a donna Amalia uno sguardo di trionfante compiacenza a cui ella rispose con un sorriso, mostrando negli occhi tutto ciò che una bella donna sa farvi apparire per affettuosamente ringraziare. Don Annibale accostatosi ad essi andava ripetendo or all'uno or all'altro: "Ma era un errore, un torto, un insulto imperdonabile venir sin qui per vederlo, e non salire sul battello a vapore".

Per una concatenazione di idee che gli ideologi non durerebbero fatica ad ispiegare, i pensieri del Conte s'erano rivolti frattanto a far rivista del futuro desinare sul lago, indi con poca divergenza ritornati sulle sue sensazioni presenti, e ritrovarono l'urgente bisogno della cena, per il che rammemorò al Marchesino que' certi agoni di cui gli aveva parlato prima di sera, e soggiunse che gli sembrava venuto tempo d'assaggiarli. Il Marchesino chiamò, ordinò la cena, e in pochi tratti fu allestita la mensa, ed arrecate le vivande. Eglino vi si assisero d'intorno, obbligando cortesemente don Annibale a rimanerti seco loro. Gli agoni furono trovati saporitissimi, ed in ispecie dal Conte, che se ne fece una scorpacciata, e terminata la cena, s'assise di nuovo sul canapè a smaltirli addormentandosi profondamente.

La Contessina, tutta occupata della lieta idea della promessa gita, si diede ad interrogare don Annibale intorno alle delizie del lago.

"Onde conoscerle tutte perfettamente, rispose questi che ne aveva esatta cognizione, d'uopo sarebbe ch'ella visitasse ad una ad una le molte ville che sono sparse a diversi punti delle sue rive, e salisse in alcuni luoghi i monti, o s'internasse nelle valli onde mirare pittoresche vedute, o singolari accidenti di natura, che molti ve se ne trovano; ma giacchè non deve che percorrerne il lungo, ella cerchi di tracciarne bene in mente l'aspetto generale e le posizioni diverse, che poscia le descrizioni di chi ne ha esaminate le singole parti gioveranno a formargliene nello spirito un quadro completo. Un abbozzo preventivo del viaggio posso farglielo io con questa carta distesa in ampia scala". Così dicendo staccò una gran tavola geografica che stava appesa ad una delle pareti, e la stese sul tavoliere: donna Amalia e il Marchesino accostandovi i lumi vi portarono attento lo sguardo.

"Il Lago di Como, come qui si vede, proseguì egli, ha la forma d'una zanca di granchio aperta in atto d'abbrancare".

"Ah! ah! dite benissimo, lo interruppe ridendo il Marchesino, si può assomigliare la forma del lago di Como ad una zanca di gambero, come appunto si paragona quella dell'Italia ad uno stivale. Ah! ah! gambe da per tutto".

"Sarebbe miglior cosa, vorresti forse dire, che vi si ravvisasse alcuna parte che raffigurasse una testa. Tu sei troppo maligno: ma torniamo a noi. Il grosso della zanca (e toccava coll'indice i luoghi che indicava) appare formato da questa porzione di lago che sta tra il suo incominciare e la punta di Bellaggio, e le due estremità sono la più sottile a sinistra, cioè a levante, il ramo di Lecco, ed a destra quello di Como. Quest'ultimo ramo ch'ella deve percorrere domani, presenta alla vista di chi lo viaggia una serie di circoli che si succedono, ciascuno de' quali ha un diverso aspetto, il che qui sulla carta non si scorge, essendo quell'ottico effetto prodotto dalle montagne che lo fiancheggiano, da cui apparentemente a diversi tratti è chiuso. Il carattere però generale di simile spazio di lago sino al principiare della Tramezzina è piuttosto alpestre e severo. Superata questa punta di Lavedo, che è la Gibilterra del lago, esso si presenta ridente da una sponda e dall'altra sino a Bellaggio, dove si vede in tutta la sua vastità, cinto da monti giganteschi. La barca a vapore perviene a Domaso, d'onde si scorgono a sinistra le bocche dell'Adda, ivi è il vero incominciamento del lago di Como, poichè quest'altro laghetto inameno e solitario posto all'estremità, detto di Riva di Chiavenna, si può considerare segregato e facente parte da se. Da Domaso poi si ritorna per lo stesso cammino dopo una brevissima fermata".

"E quante ore si impiegano nel percorrere questo spazio?" disse la Contessina.

"Quattro o cinque sì nell'andata che nel ritorno, secondo la quantità de' passeggieri, per ricevere i quali e dimetterli ne' varii luoghi d'uopo è perdere alcun tempo, e secondo la forza e la direzione del vento".

"Così avremo, tornò a dire la Contessina tutta gioiosa, otto o dieci ore d'amenissimo sollazzo, di cui avrò obbligo a lei, caro don Annibale, che ha stornato mio marito dal commettere un fallo imperdonabile; ed a voi pure, Marchesino (e sogguardollo sorridendo), come promotore di questa gita. Ma, or me ne avveggo, avete trascurato di darmi un suggerimento importante, e si era di portar con noi qualche libro che ne indicasse per viaggio i nomi dei paesi e delle ville del lago".

"Perdonatemi, Amalia, ma la colpa non è mia. Ieri guardai e riguardai nella vostra picciola biblioteca della villa, e non vi scorsi di opere relative al lago di Como che le Lettere del Giovio, e il Viaggio ai tre laghi dell'Amoretti; dunque tenni per fermo che il vostro favorito autore, il dipintor delle belle, il pellegrinante, il romanziere sentimentale, Bertolotti, l'aveste già con voi, o il teneste chiuso nella cassetta da viaggio".

"No, v'ingannaste, perchè il dovetti quest'anno lasciare a Milano, essendo il suo, ed il posto di due o tre altre mie predilette opere occupato dai Promessi Sposi, e da altri romanzi recenti: sebbene vi dirò che le Peregrinazioni di quel finto vecchio militare, la cui vivacità e galanteria ne smentiscono ad ogni linea l'età e la professione, me le so quasi a memoria. Desiderava non altro per domani che un indicatore, una nomenclatura, una guida".

"Per questo, bella Contessina, poss'io soddisfarla immediatamente", disse don Annibale, e tolse dalle tasche del redingotte che vestiva, due libri stretti in elegante copertura, ed uno gliene presentò aggiungendo: "Questa è una raccolta di disegni miniati rappresentanti vedute del lago, con brevi descrizioni: avrà in esse una guida, un Cicerone laconico, ma vero e compiuto. Caso poi mai che pioggia impreveduta, incomodi soffii di vento od altro accidente l'avessero a costringere a tenersi nella sala sottocoperta, e così non le fosse dato occupare il tempo a contemplare le viste, eccole in quest'altro libro manoscritto un Racconto del lago, che potrà leggere per divagarsi".

"Oh gli sono doppiamente obbligata, disse la Contessina ricevendo con piacere anche quel secondo libro, e sarà mia premura il fargliene, appena letti, immediata restituzione; ma dica, dica: questo è una novella, una vera storia, od un romanzo?"

"Non è, parlando a rigore, alcuno dei tre, ma tiene un po' di ciascuno: si potrebbe collocare in quel genere botanico in cui mischiandosi il seme di varii fiori, ne nasce un tutto più fragrante, più aggradevole ed attraente delle specie separate: in una parola, è un romanzo storico.--Oh! lo conosco questo genere cui tu alludi, disse il Marchesino; esso si chiama dai Botanici ebridismo, che significa non legittimo, e poco giudiziosamente raccomandi il tuo manoscritto, mio caro Annibale, dichiarandolo appartenente ad un genere che si appella con sì brutta parola. D'altronde non sai, continuò in tuono comicamente enfatico, che uomini gravi, tenuti maestri in letteratura, disprezzano appunto come spurie e deformi quelle opere in cui la storia è vestita coi falsi colori del romanzo, e il romanzo foggiato coll'imponenze storiche, che in alcune parti appaiono drammatiche, in altre filosofiche o politiche, ma in conclusione non appartengono ad alcuna di quelle classi, e recano il grave disordine di stravolgere o render false le idee a quelle persone di spirito debole che hanno la sfortuna d'averle nelle mani? Sono incalcolabili i danni che questo genere di moderno lavoro detto Romanzo storico ha recati ai buoni studii ed alle profonde storiche e filologiche investigazioni. Dappoichè la manía di simili superficiali opere ha invase due parti del mondo.....

"Ih ih che sermone! Non imiti male un pedagogo di sessant'anni che ritrova sullo scrittoio d'uno scolaro un tomo di Walter-Scott in vece della grammatica.--Sappi però che io non posso nè difendere nè commendare quel libro, perchè l'Autore, che è un giovine mio conoscente, me lo ha espressamente proibito; non ripeterò altro che alcune opinioni dello stesso intorno a tal genere di componimenti. La storia, egli pensa, si può chiamare un gran quadro ove sono tracciati tutti gli avvenimenti, collocati i grandi personaggi, e la serie d'alcuni fatti esposta con ordine, ma dove la moltitudine delle cose v'è negletta o appena accennata in confuso e di scorcio, e sole le azioni più straordinarie e gli uomini sommi vi stanno dipinti isolatamente e quasi sempre nella unica relazione dei pubblici interessi. Il Romanzo storico è una gran lente che si applica ad un punto di quell'immenso quadro: per esso ciò ch'era appena visibile riceve le sue naturali dimensioni, un lieve abbozzato contorno diventa un disegno regolare e perfetto, o meglio un quadro in cui tutti gli oggetti riprendono il loro vero colore. Non più i soli re, i duci, i magistrati, ma la gente del popolo, le donne, i fanciulli vi fanno la loro mostra: vi sono messi in azione i vizii, le virtù domestiche, e palesata l'influenza delle pubbliche istituzioni sui privati costumi, sui bisogni e la felicità della vita, che è quanto deve alla fin fine interessare l'universalità degli uomini. I romanzi di tal genere sono in somma i panorama della storia. Alcuni rigoristi portano loro l'accusa di frammischiare cose menzognere alle reali, e deturpare in tal modo la storica purità: ma si potrebbe a questi domandare: accusate voi i grandi storici, come Livio, Tacito, Guicciardini, d'essere menzogneri perchè facciano tenere ai duci d'armate, ai principi, ragionamenti in pubblico od in privato ch'essi non hanno di certo ascoltati, nè altri ha loro riferiti? No, risponderebbero essi, perchè è probabile e verisimile che in date circostanze que' personaggi dovevano consimilmente esprimersi. Ora, perchè, tenendosi nei limiti della verisimiglianza, non sarà lecito, anzi utilissimo intrecciare la storia con fatti d'invenzione che la rendano più drammatica, più evidente, quindi più studiata e proficua?"

Don Annibale continuò in tal modo per lunga pezza ora colle opinioni di quel suo conoscente, ora colle proprie ad encomiare il genere dei Romanzi storici;, inutilmente però, perchè la Contessina non aveva d'uopo di tante parole per farseli aggradire, formandone da molto tempo l'esclusiva sua lettura; ed il Marchesino s'era occupato a svolgere i fogli del libro che conteneva le vedute del lago, nè aveva più oltre badato a quel chiaccherare erudito. Stanca però anche donna Amalia d'udire teorie, volle che don Annibale le dicesse il suo parere intorno ad alcuni Romanzi storici italiani, addomandandolo della Pianta dei sospiri, del Gabrino Fondulo, del Castello di Trezzo, della Sibilla Odaleta, e finalmente dei Promessi Sposi.

"I Promessi Sposi, conchiuse don Annibale, s'udirono annunziare tanto tempo innanzi che apparissero al pubblico, ch'ebbero tutto il campo di ricevere dalle mani abilissime del loro valente autore quella forbita lucente, e veramente nuziale acconciatura, di cui egli seppe adornarli. V'ha in quei libri una inimitabile proprietà di vocaboli, espressioni fine, vere, incalzanti: vi si trova per tutto una vita, un'indagine profonda del cuore, delle circostanze, delle cause; un nesso invisibile, ma universale, efficace, che offre pascolo a tutti i gradi d'intelligenza; è un complesso in somma d'osservazioni e di quadri affatto nuovi e sublimi. È vero però che vi si rinvenne un lato vulnerabile come il calcagno nel fatato corpo d'Achille, ma però le saette scagliategli dai nostri Priamidi non lo ferirono sì addentro da toglierci la vita, che durerà anzi sempre robustissima".

Il Conte, che aveva in tutto questo frattempo dormito russando tranquillamente, svegliossi di repente, balzò esagitato dal canapè, fece due o tre giri intorno a se stesso, e sarebbe andato a dar del volto in terra se non incontrava la tavola a cui affrancarsi colle mani. "Che c'è? che avete? Cosa è avvenuto? gridarono ad una voce gli altri accorrendo.--Ohimè! ohimè! esclamò egli cogli occhi stravolti: quel maledetto battello a vapore... quella fornace, oh! che incendio!.. puh! che spavento! Per fortuna che è stato un sogno... Ma il capo mi gira ancora, e sento un peso gravissimo allo stomaco".

"Niente, caro Conte, gli disse il Marchesino, sono le quattro o sei dozzine di quei pesciuolini che v'avete trangugiati; prendete un caffè, ed andate a letto che tutto passerà in poco d'ora".

Così fece di fatto, conducendosi accompagnato dalla Contessina nella stanza da letto. Il Marchesino e don Annibale, dopo aver conversato più a lungo, salirono essi pure nelle camere rispettivamente assegnate a riposo.

Il primo segnale di partenza dato il mattino dalla campana della barca a vapore trovò la nostra comitiva già allestita pel viaggio nella sala dell'albergo. La Contessina era involta nel suo mantello di finissimo circasse foderato di felpa: il Marchesino portava un tabarro verdognolo alla cocher di stoffa scozzese ed un berretto all'inglese tessuto di neri crini di cavallo. Il Conte ancor sonnacchioso, ed a cui il freschetto mattutino recava più molesta sensazione d'ogni altro, stava imbacuccato in un sourtout di peluzzo color d'orecchio d'orso, e riceveva, senza rispondervi, i complimenti di don Annibale, che seco loro discese sino al lago, ove porgendo braccio alla Contessina ad entrare nel battelletto che li dovea trasportare alla barca a vapore, le rammentò i libri a lei consegnati, e salutò tutti affettuosamente a due mani quando quel battelletto s'allontanò dalla riva.

Saliti ch'essi furono a bordo, fu dato l'ultimo segno, ed alzata l'áncora, il Lario salpò, spinto rapidamente dalle sue ampie ruote. Non è a dirsi quanto riuscisse gradevole quel viaggio alla Contessina, che instancabile si recava ora da un lato, ora dall'altro del ponte della nave tutto rimirando, di tutto interrogando il Marchesino, servendosi del libro delle vedute per aver notizia del nome d'ogni luogo più interessante a sapersi.

Riconobbero la villa d'Este, la Tanzi, la Passalacqua, la solitaria Pliniana, videro la cascata di Nesso; e nella popolosa Tramezzina ravvisarono varie case di persone conoscenti; scórsero la villa Melzi co' suoi vaghi giardini, e il bel viale d'ipocastani che la fiancheggia, e presso che di fronte sull'opposta sponda l'elevato palazzo Sommariva, che tanti contiene eccellenti capi d'arte. Prossimi a sopravanzare la punta di Bellaggio, gli occorse alla vista il Plinio, altra barca a vapore che viaggiava alla lor volta con spiegata bandiera: a poca distanza le due navi s'arrestarono, e calati a fior d'acqua i palischermi, fecero cambio di passeggieri, indi ripresero cammino, il Plinio tagliando a levante per Lecco, e il Lario in retta linea al nord. Lasciato a mancina Menaggio, volsero i loro sguardi al famoso Sasso rancio, e mentre la Contessina contemplava ammirata quell'erta sinuosa rupe, rammentando i miserandi casi che lesse ivi avvenuti, attrasse da destra la loro attenzione lo scoppio delle mine che aprivano il varco alla nuova strada, che correndo pei monti della Valtellina, riesce al cuore della Germania. Sempre più avanzandosi indicarono a destra Bellano, già celebre per l'orrido che gli stava vicino, e che da pochi anni dirupatosi perdette tutta la maestà del suo orrendo aspetto. Passato il promontorio di Dervio, scórsero le antiche ruinose mura del forte di Rezzonico, la vecchia torre di Corenno, e più inoltrandosi mirarono attentamente i pochi avanzi del castello sopra Musso, della cui guerra faceasi cenno nel titolo del racconto storico; quindi Dongo in un seno, e per ultimo il biancheggiante castello di Gravedona, presso alla quale sta Domaso, innanzi a cui la barca a vapore venne a fermarsi. Dopo non lunga posa quella barca virò di bordo e s'avviò colla stessa rapidità al ritorno.

Un lauto pranzo che si protrasse in lungo, il conversare, il rimirare di nuovo tutti i punti più belli e rimarchevoli delle sponde, non lasciarono mai alla Contessina rinvenire un momento da dare alla lettura del manoscritto consegnatole da don Annibale, nè, ritornata che fu alla sua villa del Lambro, il che avvenne il giorno seguente di buon mattino come avea voluto il Conte, potè ritrovar tempo da leggerlo sinchè ivi rimase il Marchesino. Partito però che questi si fu, s'occupò di quel libro sbadatamente da prima, poscia con attenzione; e rendendolo a don Annibale, lo accertò che quella lettura le era riuscita in più parti interessante in modo da farle desiderare di poter gire un'altra volta sul lago di Como per visitare molti luoghi di cui teneva poetica impressione nello spirito, derivatale dalle narrazioni contenute in quel libro.

Per il che siamo venuti in pensiero di pubblicarlo, affinchè possa, chi lo vuole, ottenerne lo stesso effetto senza difficoltà, persuasi d'altronde che se quell'accertazione non avesse contenuto ombra di verità, la qual cosa non è impossibile, pure alcuno fra i molti che percorrono di frequente quel lago ci saprà grado di porgergli un mezzo di più onde passare alcune ore d'un giorno nebuloso o di pioggia, acquistando minute notizie di fatti che avvennero in questa bella parte di Lombardia ch'ora non offre che placide e liete situazioni ad amene e ricche villeggiature, e numerose mete sulle sue ridenti sponde a sollazzevoli gite.

FALCO DELLA RUPE

O

LA GUERRA DI MUSSO

CAPITOLO PRIMO.

Era la notte e il mar non avea lume
Quando s'incominciar l'aspre contese
...................
Dalla rabbia del vento che si fende
Fra i scogli e l'onde escon orribil suoni;
Di spessi lampi l'aria si raccende;
Risuona il ciel di spaventosi tuoni.
ARIOSTO, Orl. Fur. Can. 41.

Veleggiando da Como verso settentrione, passata la penisola di Torno, perviensi ad un lago solitario e di selvagge sponde. Fiancheggiato a levante dagli alti monti della Valle Assina e da quelli di Val d'Intelvi a ponente, non offre al riguardante che ripide balze e annosi boschi sparsi per le loro falde e per le loro sommità; ivi le acque nereggiano riflettendo il bruno aspetto delle vaste rupi da cui sono cinte, e più d'un torrente in esse si versa precipitando biancheggiante dalle nude roccie.

Sorge su quelle sponde la Terra di Nesso, di cui scorgonsi molti casolari sparsi pel declivio del monte presso l'ingresso di ampia valle, dalla quale sbocca pure un torrente che forma colà una grandiosa cascata. Ne' passati tempi tutte le abitazioni di che constava quel Borgo, stavano raccolte in un sol corpo, ed erano protette e tenute in soggezione ad un tempo da una Rocca che consisteva in una larga torre di pietre circondata da tre lati da un bastione, ed appoggiata di schiena al monte da cui s'aveva l'entrata.

All'epoca del Dominio de' Visconti e de' primi Sforza, teneva dimora in questa Rôcca un Commissario Ducale con forte mano d'uomini per mantenere colà e ne' circostanti paesi i signorili diritti, esigendo i tributi e le regalie: nel tempo però a cui si riferisce il nostro Racconto, cioè nel 1531, trovavasi dessa già da alcuni anni priva d'abitatori. Ne avevano da pria i Francesi sbanditi gli Sforzeschi, poscia ne erano stati essi stessi scacciati dagli Svizzeri, quando questi (nel 1512), condotti da Matteo Scheiner, il guerriero cardinale di Sion entrarono nel Ducato di Milano, per sostenere contro i Francesi i diritti di Massimiliano Sforza, primogenito del duca Lodovico detto il Moro, già morto prigioniero in Francia. Tocca non per tanto la terribile sconfitta nella famosa giornata di Marignano, ripresa Milano dai Francesi venutivi col loro re Francesco, sgombrarono gli Svizzeri il territorio ritraendosi nei baliaggi di Lugano, Locarno e Bellinzona, che erano già possedimenti del Ducato, e da cui non fu più possibile lo scacciarneli.

Da quell'anno in poi poche squadriglie di Spagnuoli, d'Alemanni ed anche di Francesi avevano, passando, fatta momentanea dimora in quella Rôcca; nè ciò avveniva più affatto da che teneva dominio sul lago l'ardimentoso Gian Giacomo Medici castellano di Musso, le di cui bande armate approdavano di frequente a Nesso, essendo quegli abitanti loro confederati, e riuscendo per ciò troppo difficile e pericoloso ad altri militi il fermar quivi soggiorno.

Siccome il governare in quella età non dipendeva che dalla forza delle armi, non essendo dato al duca Francesco secondo Sforza, tornato signore di Milano, il mantenere quivi un presidio, come avevano praticato i suoi maggiori, i Terrazzani di Nesso e di varii altri contadi del lago s'erano ridotti a un'assoluta indipendenza, di cui si giovavano in que' giorni di guerra onde commettere impunemente ogni sorta di depredazioni, e far scorrerie e bottino a danno de' confinanti e delle parti che battagliavano.

Tale sfrenata ribalderia degli abitanti di quella spiaggia, congiunta al pericolo di cadere nelle mani de' soldati del Castellano o de' suoi avversarii Svizzeri e Ducali, i quali trattavano con tutta la prepotenza militare chiunque s'avessero avuto in sospetto di spione, rendeva all'estremo periglioso e mal sicuro lo scorrere il lago e le rive al di là poche miglia di Como. Il maggiore spavento però che assalisse il cuore del pacifico navigante che arrischiava avanzarsi in quelle acque, era la fama d'un uomo che s'era fatto un nome formidabile assalendo armato le barche, depredando e spogliando i viaggianti, facendo in somma pel lago il terribile mestiero del pirata. Come avviene d'ordinario, e più di frequente accadeva in quell'età d'ignoranza, in cui le menti si prestavano ad ogni falso terrore, s'erano attribuiti a costui fatti, scelleraggini e poteri affatto straordinarii e quasi soprannaturali, per cui il nome di Falco (così egli s'appellava) era il terrore de' remiganti che s'affidavano al tragitto senza la scorta d'una nave armata, benchè talora gli armati stessi non aveano potuto opporgli resistenza.

Era Falco l'uno degli indipendenti uomini di Nesso, intrepido, fiero e vigoroso, che la brama di vendetta d'un sanguinoso oltraggio aveva spinto ad armeggiare in molte battaglie contro gl'Imperiali. Ricacciate d'Italia le squadre di Francia, tra cui egli aveva combattuto, era tornato alla patria Terra, dove insofferente di riposo, spinto da un'indole audace, da guerresche abitudini e dall'astio che gli durava vivissimo per gli Spagnuoli e gli Svizzeri, che uniti ai Ducali mantenevano la guerra sul lago contro il Castellano di Musso, aveva trascelti alcuni robusti compagni, co' quali, armato all'usanza de' tempi, scorreva il lago corseggiando. Conoscitore espertissimo di tutti gli scogli e i seni del lido, agilissimo rematore, sfidatore ardito dei venti e delle burrasche, sapea appiattarsi per tutto e piombare improvviso sulla preda. Se coglieva soldati nemici alla spicciolata, gli assaliva sostenendo contro di loro regolari combattimenti, e fuggendo poscia se il loro numero aumentava, si conduceva a sicuro salvamento ne' porti occupati dagli uomini di Musso che avevano barche armate pronte ad azzuffarsi ad ogni scontro.

Falco venia detto Della Rupe, poichè il suo casolare trovavasi sur una rupe a poca distanza del borgo di Nesso, e l'avea dovuta costruire colà in sito quasi inaccessibile per garantirsi da tradimento e da improvviso nemico assalto. A mezzodì di quel villaggio vedesi un fendimento nel monte che s'interna un trar di balestra, in fondo al quale piomba da molta altezza il torrente, la cui spumeggiante caduta scorgesi da lungi per entro quegli oscuri massi come una candida striscia, e vien nomato l'orrido di Nesso. Al vertice di questo fendimento, sulla sommità di eretti macigni inumiditi sempre dallo spruzzo delle cascanti acque, stava su un piano del giro di pochi passi l'abituro di Falco, a cui pervenivasi per due viottoli formati da informi gradini tagliati nel masso, l'uno scendente dal monte, l'altro che saliva dal lago, ambidue però non praticabili che colla guida di que' montanari. Era tal abituro costruito di sassi che sostenevano rozze travi; aveva le mura mediocremente spaziose e salde, una tettoia di lastre di pietre, la porta formata da massiccia tavola ad un sol battente, e due finestre difese da staggi di legno disposti a modo di ferriata: l'esterno scorgevasi presso che tutto verdiccio per l'edera che vi s'arrampicava; un antico castagno che gli sorgeva da lato, stendendo i numerosi e fronzuti suoi rami, difendeva dalla pioggia e dai raggi solari la soglia di quel casolare presso cui stavano quadrate pietre destinate a sedili.

Due persone abitavano quivi di continuo, e queste si erano la moglie ed una figlia di Falco; imperocchè egli ne stava il più de' giorni lontano, e solo dopo lunghe corse, dopo dati e sostenuti feroci assalti, molte fiate nel cuor della notte remigava alla sua rupe, e saliva al suo abituro talora carico di preda, e talora grondante di sangue e anelante per la fatica e la foga degli sfuggiti perseguimenti. Colà deposte le armi pesanti e i pugnali, respirava in riposo; e mentre sua figlia Rina gli tergeva la fronte, e districavagli gli arruffati capelli, Orsola sua moglie disponeva un desco, non sempre frugale, a cui d'intorno assiso narrava le sue venture, sinchè vinto dal sonno posavasi tra rozze coltri, dalle quali balzava all'albeggiare, ch'era pur sempre l'ora della sua partenza.

Orsola e Rina, accostumate a quel modo di vita del loro padre e marito, vivevano tranquille, confidenti nella bravura e scaltrezza di lui, non che in una costante prosperità di eventi che a tutti i perigli l'avevano sino allora sottratto. Era estraneo in tutto ai loro animi il rimorso e l'agitazione che avrebbe dovuto infondervi il pensiero d'essere congiunte sì strettamente di sangue ad un uomo che non s'adoperava che nell'uccidere e nel depredare: nè era a dirsi per ciò che gli animi loro fossero corrotti, o privi d'ogni senso di religiosa pietà, perchè anzi possedevano desse, ed era comune in que' tempi, una morale severità di pensieri, un sommo rigore di costumi, che però per l'indole fiera di quell'età non avevano tanta forza da far sentire iniqua e scellerata la violenza delle armi.

Per tutto in allora, ed in ispecial modo in que' paesi lungo teatro di guerre, i fiacchi, i miti d'animo erano oppressi e spogliati; per ciò nasceva in ognuno tendenza a farsi forte, audace, assalitore; quindi vigeva un'operosità di azioni e reazioni che giustificava ogni eccesso nell'uso della forza, e rendendo perpetue le zuffe e le atrocità, facevale sì famigliari, che più non recavano agli spiriti quel sentimento d'orrore che producono oggigiorno per la loro infrequenza e pel raddolcimento universale de' sociali rapporti. Storie d'uccisioni, d'incendii, fatti atroci accaduti per que' monti, o sul lago, erano le sole che dall'infanzia avevano sempre risuonato all'orecchio d'Orsola e della giovinetta figlia di lei: i loro conoscenti erano stati ognora uomini truci e facinorosi che non ragionavano d'altro che di vendette e d'offese, per ciò nella mente di esse andava congiunta alla naturale sensibilità, al buono e leale carattere proprio degli abitatori delle montagne una fiera e maschia tinta cui frammischiavansi i tetri colori di superstiziose credenze.

Gli echi delle rupi, i verdi pascoli, le limpide acque mantenevano nell'anima della giovinetta Rina la pastorale serenità e la calma soave dei monti, ma talvolta ben anco duri pensieri, secreti ritorni sulle tante spaventose immagini di che le avevano ripiena la fantasia vi stendevano una nera nube, e tal fiata i suoi lineamenti vivacemente animati prendevano un minaccioso aspetto, ed i suoi occhi scintillanti come nere gemme s'affissavano fieramente, e tal altra, assalita da vago terrore, stringevasi al seno di sua madre prorompendo in calde lagrime. Rina toccava il sedicesimo anno; il suo corpo, senza essere esile, mostravasi agilissimo, il suo volto, di rara bellezza, aveva una leggiera impronta della fisionomia di sua madre, la quale, fresca e robusta donna ancora, appalesava nel viso irruvidito dal sole tutta l'arditezza che alla moglie d'un pirata conveniva. L'abito d'entrambe era alla montanesca: vestivano sottane l'una color verdebruno, ed era la madre, l'altra cilestre, le quali non oltrepassavano loro la caviglia del piede: avevano grembialetti e corsaletti rossi di lana, senza maniche, poichè le braccia le eran coperte dai larghi maniconi della camicia, allacciati ai polsi, fatti di ruvida ma bianchissima tela che risortiva sul petto a minutissime pieghe, ed era rafferma al cominciar del collo da un bottone d'argento. Rina teneva nelle voluminose treccie involto un nastro scarlatto che veniva ad annodarsi nel mezzo di esse, ove era trapassato da una spilla d'oro.

Presso al tramontare d'un giorno di giugno, lungo il quale la splendidezza dei raggi del sole era stata più volte offuscata da nuvoli vaganti, Orsola e Rina s'assisero sulla soglia del loro casolare dando mano, l'una all'altra vicina, a cucire insieme lunghe liste di telame di canape per formarne una vela. Stavano da qualche tempo intente a tal lavoro, che di tratto in tratto veniva interrotto da soffi di vento, che agitando e sollevando quella tela le costringeva ad adoperarsi a raccogliersela d'intorno, quando Rina impazientata da tali ripetuti disturbi alzò gli occhi a mirare d'onde venisse quel ventilare importuno, e vide stare sulle montagne di contro un nereggiante nugolone i cui contorni irradiati dal sole, il facevano rassembrare ad un ampio oscuro drappo frangiato in oro steso sull'azzurro del cielo.

"Guardate, o madre, disse a tal vista quella fanciulla, qual cappuccione s'è messo la montagna d'Argegno: se il sole giunge là dietro verrà sera prima del tempo; è da colà che viene il vento che mi distoglie la tela dall'ago".

"Ciò poco monta, rispose Orsola girando gli occhi a spiar l'orizzonte; quel che mi duole si è che veggo prepararsi un temporale cattivo pel lago: sai che da tre notti Falco non ritorna; potrebbe forse giungere in questa se vento contrario nol rattiene a Corenno od a Musso. Questa mattina presso al ponte del torrente m'incontrai nella vecchia Imazza, la comare di Palanzo, madre di Grampo, che partì con Falco; essa recavasi a Lezzeno per sue faccende, ed era sì stravolta in viso, che mi levò la voglia di trattenerla onde chiederle i pronostici del tempo".

"O la comare Imazza, disse Rina, v'avrebbe ben predetto il vero. Mi ha detto la figlia d'un pastore che quand'essa va su al Tivano, entra in una grotta, dove le apparisce uno spirito col quale ha fatto il patto di viver più vecchia d'un corvo e sapere tutto ciò che ha da succedere. Ella ritorna ogni notte a casa e la vedremo fra poco passare sul sentiero del ponte".

Il sole s'era di già involto nelle nubi di prospetto, il cui seno appariva solcato da lampi muti ma continui; scorgevansi pure in altre parti del cielo salire e ammonticchiarsi altre nuvole, i soffii del vento facevansi più frequenti, l'aria vedevasi rivestita da una luce rossiccia pallida, che manifestava che gran masse vaporose riflettevano gli ultimi raggi del sole. Mentre le due donne raccoglievano la tela, per recarsela in casa onde non essere sorprese dalla bufera, videro venire la comare Imazza con passo frettoloso sul sentiero che per l'erta del monte poco al di sopra della loro capanna guidava ad un ponticello di legno posto sul torrente, che lì presso formava la cascata. Era dessa una vecchia grinza e secca, ma vigorosa oltre ogni credere: le sue lacere vesti e i capelli canuti, ma folti e scomposti, sventolavano al vento, le sue scarne mani stringevano un ruvido ed alto bastone che soleva portare, sebbene non abbisognasse d'appoggio per vagare anche ne' passi più difficili dei monti.

"Comare?... Comare?..." gridarono ad una voce la madre e la figlia, facendole segnale colla destra onde scendesse a loro. "Non posso (rispose quella seguendo il suo cammino); il torrente traboccherà fra poco, e trasporterassi il ponte: la tempesta è vicina, vo' tornare al mio nido, non fermarmi a gracchiare con voi".

"Dî almeno, replicarono le altre, il tuo Grampo verrà con te questa notte?" "Questa notte là giù può piover sangue: vi sono barche di Como, e pennacchi spagnuoli presso i sassi di Grosgallia: non è che il vento che li può tener disgiunti, e... se... morti..." e le altre parole andarono perdute giungendo appena come suoni indistinti, perchè quella donna nel pronunciarle aveva valicato il torrente, e s'era già fatta distante: le altre due la seguivano dello sguardo mirandola allontanarsi su per le rupi con certa apprensione come di mal augurio che quegli accenti, quantunque oscuri, avevano svegliato nell'animo loro.

"Che intese dire quella strega di Palanzo? (disse Orsola entrando nel casolare, e chiudendo il battente della porta col chiavistello onde affrancarla contro il vento) Che vi siano soldati Ducali al di là della Cavagnola? Che vogliano tentare di cacciarsi dentro la vecchia torre di Nesso? e gli uomini del Castellano staranno neghittosi senza dar la caccia a quei lupi? Oh quanto bramerei che Falco fosse con noi questa notte! S'egli sa che i nemici ci son sì vicini, non tralascerà di ricondursi a casa, se per venirci dovesse anche urtar coi remi nelle sponde delle loro barche. Che Dio voglia soltanto ch'egli non trovi un ostacolo più forte nella burrasca che ho gran spavento stia per sorgere impetuosa. Vedi, Rina, che bagliore mandano i lampi per le finestre: ascolta come il vento rinforza, e il tuono mormora per entro i monti".

Rina porgeva attento orecchio, e infatti il rumoreggiare delle frondi agitate del gran castano presso l'abituro, l'infrangersi delle acque del lago a' piedi di quella rupe, il frastuono della caduta del torrente fatto or più cupo or più rumoroso, appalesavano che il vento acquistava ad ogni istante maggior veemenza. Di lì a poco, il tuono che non avea ancora che susurrato leggiermente, s'udì trascorrere rimbombante per la volta del cielo, ed in seguito ad un lampeggiare più spesso e più vivo, a scoppii più clamorosi di tuono che tutto scossero quel casolare, incominciò un martellare ruinoso di grossa grandine che dava pel tetto, pei massi e le boscaglie della montagna.

"Sono certamente, o Madre, esclamò Rina a quello scroscio compresa di terrore, sono i demonii che dal monte Bisbino vanno alle caverne del Tivano, e passando presso alla cappella dell'Eremita, scagliano per rabbia le fiamme e la tempesta, strascinando le loro catene".

Orsola, che stava assorta in tristi pensieri per l'annunziata improvvisa comparsa de' nemici in que' dintorni, al che s'aggiungeva la dolorosa persuasione dell'impossibile ritorno del marito in una notte in cui il cielo sì fieramente imperversava, scossa dalle parole della figlia: "Cred'io pure, disse, che i maligni spiriti si siano scatenati sulle nostre montagne, ma sai tu perchè? Perchè vi si sono accostati coi Ducali gli Svizzeri, fra cui stanno uomini che abitano di là dai monti coperti di neve, che hanno rinegata la fede. Oh se tutto lo strepito che c'è nell'aria fosse fatto dai diavoli che se li portano e li affogano ad uno ad uno, m'accontenterei vedere il lago in burrasca e star qui sola con te sino all'ingiallire delle foglie. Io spero intanto che Falco co' suoi compagni, per l'aiuto de' morti e del Santo Crocifisso, si sarà posto in salvo, giacchè gli amici di Musso gli accolgono sempre con gran festa, e se non fosse colà, egli conosce per qualunque sponda uno scoglio dietro cui l'onda non può flagellare la barca. Ma odi come la tempesta va continuando furiosa e fa traballare il nostro tetto. Che la santa Vergine di Nobiallo abbia pietà di noi! preghiamola di cuore, ed abbruciamo la grandine sulla fiamma benedetta onde le potenze dell'inferno non ci possano offendere". Così dicendo s'era accostata al focolare che stava nel mezzo di quella stanza, e levatone dalle ceneri un tizzone ardente destovvi col soffio la fiamma, con cui accese una lucernetta di ferro e con questa recossi nella seconda camera terrena di che constava quel casolare: colà staccò alcuni ramoscelli di lauro e d'ulivo che stavano appesi al capezzale del suo letto, e li riportò nella prima. Rina aveva frattanto, schiudendo la porta, raccolta una manata di grandine; Orsola ne trascelse i tre grani più grossi, ed ammucchiando sul pavimento presso la porta stessa i ramoscelli quivi recati, vi sovrappose i tre grani, indi vi diede fuoco. Mentre i rami crepitavano accendendosi spandendo gran fumo, a cagione della grandine che si liquefaceva, s'inginocchiarono ambedue d'intorno e si diedero a recitare fervorose preci, le quali nella mente di Orsola in ispecial modo erano dirette ad invocare salvezza e ritorno del marito, danno e rovina ai soldati nemici, e nel tempo stesso la propria sicurezza, alla quale però s'avea gran fiducia cooperasse potentemente il denso fumo che dal lauro e dall'ulivo che ardevano s'andava spandendo.

Al terminare della loro preghiera, quando i ramoscelli furono consunti, il rumore del tuono erasi dileguato, cessato il grandinare, e tornato calmo il soffiar del vento. Esse si rialzarono fatte tranquille, e s'assisero presso una rozza tavola, la madre prendendo la conocchia e la figlia ritornando al lavoro dell'ago nella vela; tenendo ragionamenti che non aveano per iscopo che la tempesta, i soldati di Como e il ritorno di Falco.

Erano da alcun tempo così al discorrere ed al lavorare pacatamente occupate, quando il vento ricominciò ad incalzare con violenza, le folgori a splendere e il tuono a rimbombare rumoroso. Esse abbandonarono le loro opere tratte in agitazione da quel nuovo eccitarsi della bufera, e stavano in grande attenzione, quando fra l'uno e l'altro scoppio di tuono giunse al loro orecchio un suono di voci gridanti sul lago. Rina era per parlare; ma Orsola, fatta immobile ad ascoltare, le accennò colla mano tacesse, e s'udì in quel mentre un colpo d'archibugio, il cui rumore, che veniva dalla parte istessa delle voci, rimbombò pei monti e fu coperto dallo strepito del tuono.

"Che stia Falco in periglio? esclamò Orsola con crescente agitamento. Che abbia con quello sparo chiamato soccorso alle barche di Nesso? Accendi una facella, o Rina, ed esci meco, chè se è desso, ora che si trova in queste acque potrà vederne dall'alto il lume e averne una guida". Rina accese una face, ch'era un fascetto d'arbusti resinosi legati insieme, di cui i montanari si servono a modo di torchia, e seguì la madre che, spalancata la porta, s'era appostata sull'orlo del piano che stava innanzi a quell'abituro da cui la rupe calava a picco nel lago. Il vento soffiava loro di contro impetuosissimo e respingeva la fiamma della facella attenuandone il lume; innanzi ad esse erano foltissime le tenebre, nero il cielo, e tutto nero alla vista. S'udiva il vento fischiare pei cavi del monte, le onde infrangersi fragorosamente sulle rive sassose, e il torrente precipitarsi con maggior fracasso. Il folgorare e il tuonare stettero sospesi per alcuni istanti, nei quali tornarono all'orecchio d'Orsola e Rina suoni di voci gridanti e colpi d'archibugi, di cui scorsero il fuoco dirigersi da opposte ma vicine parti.

Stavano entrambe incerte, trepidanti, forzandosi invano in quella oscurità di penetrare che si fosse, quando balenò un lampo sì lungo abbagliante, che illuminò all'improvviso d'un vivissimo chiarore tutto lo spazio compreso in quelle montagne, presentando rapidamente alla vista gli strepitanti cavalloni del lago orlati di bianchissima schiuma, e l'ondeggiar su di essi di due barche zeppe di gente, l'una poco dall'altra discosta. Seguì tal lampo uno scoppio assordante di tuono, che destò tutti gli echi dei monti; si fece il tenebrore più profondo, e rovesciossi una pioggia densissima con uno scroscio infinito. Spentasi la fiaccola nelle mani di Rina, furono costrette quelle donne a ritornare nel casolare onde sottrarsi al ruinoso diluviare. Durò più d'un'ora a scendere dirottissima l'acqua che, spinta dal vento, batteva contro le imposte, poscia a poco a poco andò diminuendo, sinchè, cessato il vento, altro non s'ascoltò che il gocciolare lento della pioggia dai rami del castagno sulle pietre del tetto.

Le due donne, ch'eran rimase sommamente maravigliate dalla quasi magica vista di quelle due barche battaglianti sul lago nel massimo infuriare della procella, percorrevano colla fantasia tutte le possibili cause che potevano averle colà condotte a tal combattimento; in quanto alle persone, non credevano ingannarsi supponendo gli uni soldati Ducali, gli altri di Musso: ma nessuna delle tante supposizioni che andavano facendo, le soddisfaceva pienamente, per cui pensarono prender riposo onde recarsi il mattino per tempissimo a raccogliere le notizie alle Terre vicine.

Aveva già Rina rifrancato il chiavistello, e s'era Orsola avviata nella stanza de' loro letti, quando si fece udire un acuto suono di corno da pastore.

"È Falco, è Falco (gridò quest'ultima trasportata da improvviso contento): riprendi, o Rina, la facella, corri ad incontrarlo: a qual periglio s'è desso esposto questa notte per ritornare! Oh quanto gli sta a cuore la sua casa! Egli scoprì che i Ducali erano a Lezzeno, e nè vento, nè tempesta, nè barche nemiche poterono tenerlo lontano dalla sua rupe. Scendi, Rina, agita la facella; egli è già sul sentiero".

Il suono era stato intanto ripetuto; Rina, uscita dal casolare, calossi frettolosamente pel sentiero appena segnato e ripido che scendeva fra i massi. Discesa due terzi di quella via, arrestossi, presa da subito sospetto, ascoltando voci di persone straniere che salivano: già stava per retrocedere precipitosamente quando le venne all'orecchio l'aspra e sonora voce del padre che si diede a gridare: "Coraggio, coraggio: discende un lume dalla mia casa; or siamo in porto: questa strada è un po' malagevole, a dir vero, per chi non la conosce, ma in due tratti giungiamo al piano. Ecco mia figlia che rischiarerà i nostri passi; saliamo senza timore; sto dietro io per far sostegno. Cala, Rina, e porgi lume, chè vi son meco persone che non hanno il tuo piede di camoscia per correre sui greppi".

Rina a queste parole fatta sicura, balzando in giù più ratta, venne ad incontrarsi in una magra e pallida figura d'uomo coperto da un abito nero, che saliva a stento aggrappandosi agli sterpi ed ai sassi; a tergo a costui venivane un altro di giovanile presenza, assai più spedito; e dietro a loro saliva Falco ritto sulla persona e franco quasi camminasse per piana via. Portava desso colla sinistra mano il suo lungo e grosso moschetto, e teneva libera la destra per farne puntello, all'occorrenza, a que' due che il precedevano: aveva la parte superiore della persona involta in una grossolana schiavina, sotto cui apparivano infissi in una rossa cintura, che il serrava al petto, due stili con impugnatura di ferro; pendevagli dal collo appeso ad una catenella il corno d'ottone ricurvo; i suoi capelli stavano raccolti in una fitta rete di corda, ad ogni maglia della quale andava inserta una stelletta d'acciaio che formavagli una specie di celata [2] che si poteva agevolmente ricoprire col cappuccio della schiavina, o con altro berretto.

[Nota 2:][ (ritorno) ] Dal mille al mille e trecento s'usò in Italia una foggia di berretto su cui andavano cucite lastre d'acciaio, e chiamavasi magliata.

La persona in abito nero, che veniva innanzi agli altri, veduta Rina, sostò un istante a riprender fiato, ed alzando la faccia, con voce rauca ed affannata per la salita, esclamò: "Siano grazie a Santa Maria della Scala, che v'ha inviata col lume, brava figliuola, altrimenti in questa notte indiavolata per me era finita; non mi sarei mai più recato a salvamento". E proseguì tra sè e sè arrampicandosi di nuovo. "Uscire dalle unghie de' soldati, e dal lago in tempesta, per cacciarsi all'oscuro su questi sassi dritti come muraglie, per chi non ha mai fatto in vita sua il mestiere di scalare le fortezze e le case, è proprio un cadere dalla padella nelle bragie: e v'ha per di più un maladetto fracasso come di voragine vicina a cui andiamo appressandosi, nella quale mi pare di dover cadere da un momento all'altro. Chi sa che razza di paesi son questi! Oh benedetta la mia Milano! se vi potessi tornare...".

"Badate, gridò Falco, non scivolare al voltare dello scoglio: il passaggio è ristretto, nè mi concede darvi mano; se vi mancano i piedi, cadete a piombo nel torrente".

Tale annunzio produsse in volto a quel primo una strana contorsione di paura; ma mirando Rina montarvi lesta, tenendo all'indietro rivolta la facella onde allumargli la via, si fece più ardito, e con passi meno dubbiosi oltrepassò quello scoglio e pervenne al casolare.

Orsola, che stava sulla soglia attendendo ansiosa il marito, fu essa pure non poco sorpresa vedendo giungere colà quegli stranieri; ma scorto Falco, si ritrasse al di dentro, ove essi vennero con Falco stesso, che fattosi innanzi disse loro:

"Ecco il mio abituro; non è che la capanna d'un povero montanaro; e nulla vi troveranno di meglio d'un buon fuoco e d'un letto di foglie. Ma dormiranno più tranquillamente in questo covo di montagna, che tra le fauci di que' mastini, che li avevano addentati; e certo credevano rosicarli sino all'ossa; non è la prima volta che io strappo loro la preda di bocca, e se non era il vento e quel maledetto colpo che colse Grampo, non mi sarei da essi scostato sinchè non li avessi veduti tuffare il pelo nel lago. Intanto noi pure non ne siamo partiti asciutti: l'acqua, che è caduta a diluvio, avrebbe oltrepassato un cuoio, e ce n'è venuta addosso più di quanta bastava ad ammorzare tutte le micie d'una squadra d'archibugieri: a me non fa gran male, ma ad essi loro, che sogliono quando piove rinchiudersi nelle sale d'un buon castello, potrebbe l'umidità recare un malanno; fa dunque, Rina, che splenda il fuoco onde si rasciughino loro i panni, poichè non poterono evitare una sola goccia della tanta acqua caduta". Così dicendo posò in un canto di quella stanza il suo moschetto, si trasse la schiavina, sotto cui aveva un giacco di maglia; si sciolse la cintura, e l'una e l'altra appese alla parete ad appositi sostegni; indi chiamò Orsola a se vicino e premurosamente le favellò all'orecchio.

Per cura di Rina splendeva intanto la fiamma; e que' novellamente colà venuti trafelati per la salita, storditi ancora pel terribile trascorso evento, ignorando in qual luogo si fossero, contemplavano ammirati e silenziosi quella casa dove erano stati condotti da un uomo che a loro insaputa e quasi miracolosamente gli aveva salvi da estremo periglio, e quella stanza tappezzata intorno da spade, coltelli, archibugi, brani di armature rotti e irrugginiti, fra cui vedevansi qua e là cordaggi da barca, timoni e remi, tutti trofei delle varie imprese di Falco, accresceva in loro anzi che scemare la sorpresa.

Nell'uno però, ed era quegli d'età giovanile, tal sentimento dipingeva in volto un non so che di contento; nell'altro all'incontro infondeva un cruccio, un disgusto che invano forzavasi di dominare: il che dovea naturalmente avvenire per l'indole e le inclinazioni tanto diverse de' loro pensieri. Il primo, che di poco oltrepassava il quarto lustro, abituato all'armi sin da fanciullo, aveva sempre esercitato il proprio valore in quella guerra per lui di sommo momento, poichè era desso Gabriele fratello ultimo nato di quel Gian Giacomo Medici che teneva la sovranità di Musso: un avverso ed un prospero evento s'erano combinati nel farlo colà pervenire. Uso a condur bande d'uomini armati contro i Ducali, era stato da essi sorpreso all'agguato, vinto dal numero, fatto prigione, e veniva condotto quella notte in una loro barca a Como per subire l'estremo supplizio, quando Falco il tolse ad essi dalle mani. Egli guardava soddisfatto le armi ivi sparse, oggetti per lui famigliari e graditi, e nell'atto di quella contemplazione essendo il suo sguardo trascorso un istante sulle vivaci e perfette sembianze della giovinetta figlia del suo liberatore, gli portò all'anima un'impressione nuova, indistinta, a cui la singolarità dell'evento e del luogo aggiungevano una secreta esaltazione, raffrenata però all'intutto da certa sua abituale ritenutezza, originata da una timidità che il mestiero delle armi non aveva in lui distrutta: per il che rimaneasi in un riserbato e quasi mesto atteggiamento. Gli abiti suoi, zeppi d'acqua in quel momento, consistevamo in un giubbetto di panno cremisino rannodato sul petto, da cui presso il collo a nudo risortiva la camicia frangiata, ed in calzoni azzurri aderenti strettamente alle coscie ed alle gambe; avea perduto nella zuffa il berretto, ed i capelli che portava lunghi e inanellati, molli allora d'acqua, li ricadevano sul collo e sulle spalle; il suo volto giovanile era appena segnato ne' contorni da peli nascenti, e nel suo occhio bruno s'appalesava un'anima ardente bensì, ma non sciolta da tutta la soggezione della prima giovinezza.

L'altra persona seco lui colà venuta era un uomo di lettere Milanese, che aveva passati in patria cinquant'anni di pacifica vita e la maggior parte fra i libri, le pergamene ed i discepoli. Nel momento che stava per cogliere il frutto di sue lunghe meditazioni, l'avversità dei tempi e la malizia degli uomini, com'egli soleva dire, l'avevano forzato ad errare in triste esiglio abbandonando Milano, fuori delle cui porte non avea mai per l'addietro portato il piede. Siccome in questa città era stato conoscente della famiglia dei Medici, e precettore ben anco di Gian Giacomo nella sua puerizia, erasi nel proprio infortunio rivolto a lui chiedendo asilo, e questi l'aveva accolto e destinato a proprio Cancelliere, magistrato delle gabelle, e stenditore degli editti ed ordinazioni che pubblicava a reggimento della sua Signoria di Musso. Uno sciagurato accidente l'aveva fatto assentare dalla sala della Cancelleria del Castello, per seguir Gabriele, e per ciò era venuto seco lui fatto prigione dai Ducali, e seco lui da Falco liberato. Nomavasi desso Maestro Lucio Tanaglia, era d'ordinaria statura e sottile della persona; moveva due occhi bigi ma vivi; aveva guancie incavate e pallide, sul mento e sul labbro portava una barbetta a foggia di fiocco, e due mustacchi poveri di peli, che così voleva la costumanza; la capigliatura liscia e compatta formavagli una linea regolare intorno al capo. Il suo vestito constava d'una giubba di nero saio, abbottonato dalla cintura alla sommità del petto, di calzoni parimenti neri, calze cinericcie, e scarpe quadrate alla punta; aveva pure manichini e collare di tela di Fiandra trapunta; ma questi, ancor più che il restante del suo abbigliamento, erano scomposti per l'acqua e lordi in più luoghi di fango. La consuetudine della tranquillità d'un modo costante di vita lungi dalle brighe armigere e dai pericoli, gli facea rinvenire fastidiosissimo quel vedersi sempre circondato da uomini che ponevano ogni loro studio nella guerra e ne' rischii, con cui non poteva mai proporre una tesi filosofica, o dispiegare la scienza Blasonica che possedeva in esimio grado. Nutriva per questo in cuore una stizza, un'acritudine che s'aumentava per la necessità di non poterla mai disfogare, guardandosi egli rigorosamente dal dimostrare spiacevolezza o vigliaccheria alle persone fra cui gli era pur forza passar la vita, per tema di dover pagare troppo caro ogni lieve sospetto o rancore che avesse destato in uomini sì fieri e risoluti. Nel momento di cui parliamo, il suo spirito risentiva una parte di quel disgusto, di quella impazienza ch'era sempre costretto ad ingoiarsi, poichè, sebbene l'essere stato tolto di mano ai Ducali gli fosse sembrata fortuna inestimabile, il vedersi poscia colà condotto, il mirare quel guarnimento d'armi e d'arnesi, che il facevano avvertito che il proprio ospite essere non poteva che un uomo di mal affare, gli richiamavano alla mente una folla di disgustose idee e di paure. Stava quindi in quella stanza ritto accanto a Gabriele, volgendo intorno arcigno il viso se nessuno il vedeva, e forzandosi tantosto di sorridere se temeva ch'altri il guardasse.

Avendo Falco compiuto il colloquio con Orsola, la quale si diede subito ad affaccendarsi per la casa, volgendo di tratto in tratto curiosi sguardi a que' forestieri, s'appressò a loro e disse: "Mia moglie m'assicura, che si trova ancora un po' di sangue nel ventre della vecchia botte che teniamo qui fuori in un buco del sasso: ho pensato per ciò di farglielo spillare pel frammischiarlo all'acqua che può esserci penetrata nel corpo. Sediamo frattanto qui dintorno al focolare perché il lungo ballo di là giù deve avere ad essi lasciate stanche le gambe. Ma che temerità! (proseguì dopo aver accostati rozzi sedili su cui tutti e tre si assisero) che audacia! sorprendere il mio signor Gabriele, questo sì bravo giovine, per condurselo a Como a fare il mal fine: e pensavano que' cialtroni d'approfittare della notte onde passare per di qua inosservati: ma l'occhio di Falco vede nel buio, e avrei voluto perderli entrambi, se s'avesse potuto dire che una barca di Ducali che conduceva prigioniero il fratello del signor Gian Giacomo avesse passate le acque di Nesso senza che Falco mandasse una palla del suo moschetto a visitarli".

"Io debbo la vita, mio caro Falco, alla sola tua bravura, disse Gabriele stendendogli la mano e stringendo la sua affettuosamente. Se tu non eri, non avrei veduta la sera di domani, poiché il Gonzaga che co' suoi Spagnuoli mi prese impensatamente sulla spiaggia di Dorio, facendomi strascinare in barca, giurava che appena giunti a Como il mio capo sarebbe stato reciso, e infisso su un'asta innanzi al Duomo".

Maestro Tanaglia, fissando Falco, con rispettoso sogghigno "Erano tali, aggiunse, da fare il boia colle proprie mani, perché le loro faccie non promettevano dì meglio; e pur troppo anch'io senza il vostro soccorso m'avrei avuta cattiva parte di tal trattamento, perché so che i soldati non sogliono far distinzione fra la persona efficiente e la concomitante".

"Voi sareste stato squartato, od abbruciato vivo, disse Falco con una vivacità che le sue dure fattezze e la voce fieramente espressiva assomigliavano ad una minaccia, poiché gli Spagnuoli non usano altrimenti con chi ha l'aspetto di mago o di giudeo".

Maestro Tanaglia illividì, fece una inclinazione profonda del capo, nè s'avrebbe potuto dire se questa fosse un atto di ringraziamento, riferibile alla liberazione da sì atroce aspettativa, o un moto involontario di terrore. Ma Falco non gli porse mente, poiché sopravvenutogli un subitaneo e triste pensiero, ottenebrossi in volto, e cogli occhi fissi al suolo: "Dio non voglia, esclamò, che il colpo d'archibugio che ha stramazzato Grampo nel mio navicello lo abbia a cacciare sotterra: se le sue braccia diventano immobili, cesserebbero queste acque d'essere trattate dai due remi più vigorosi del lago. Trincone e Guazzo di Brieno, che rimasero nella barca quando noi ne uscimmo a piè della rupe, l'avranno a quest'ora condotto a Palanzo e recato a spalle a sua madre. Oh! che farà la vecchia Imazza quando vedrà il suo Grampo traforato nella gola? le sue imprecazioni basteranno a far affogare dieci barche di spiriti, non quella sola dei Ducali, se pure non è già stata capovolta dal vento, e non sono già calati tutti a radere la sabbia, tenuti in fondo dalle loro pesanti armature".

Orsola, uscita dal casolare poco prima, ne era rientrata mentre Falco pronunciava quelle parole. "La vecchia Comare, diss'ella al marito, mi predisse che si sarebbe questa notte sparso sangue sul lago, e mi rattristò tenendomi in ispavento per te: ma era di quello di suo figlio che s'era inteso parlarle la voce del Tivano, ed essa nol comprese. Povero Grampo, quanto mi duole per lui!"

"Che la sua ferita (disse Falco con voce commossa) non sia più difficile a serrarsi che il fesso d'una barca, o che la sua anima, se già gli uscì dai denti, possa vogare in calma verso il cielo, perché egli era più ardito d'un uomo d'armi, più destro d'un cacciatore. Quando s'accostammo tacitamente col navicello alla barca in cui voi stavate prigionieri, egli fu il primo ad afferrarla, e in mezzo a quel trabalzo furioso delle onde non l'abbandonò mai sicché non cadde riverso dall'archibugiata, ed io v'aveva già allora tratto di mezzo agli Spagnuoli, che fatti confusi da sì inaspettata visita in mezzo all'infuriare della burrasca e sconcertati dai colpi che loro menavano Trincone e Guazzo, non seppero difendersi dal nostro assalto che tirando colpi alla cieca".

"Io il sentii cadermi vicino, disse Gabriele afflitto, appena m'era assiso e rassicurato nel tuo navicello: la perdita d'un coraggioso è sempre dolorosa e grave: questa del tuo compagno, ch'era sì valente, m'è di doppia tristezza, poiché ne fui io la cagione".

"No, non vi rattristate, signor Gabriele; rispose Falco, in cui la commozione svegliata dalla temuta morte di Grampo aveva già dato luogo agli usati sensi d'intrepidezza: le palle, gli stocchi, i pugnali allorché traforano un corpo non fanno che ciò a cui sono destinati. Chi può pretendere tirar le reti e non bagnarsi le mani? e chi presume d'accostarsi sovente agli archibugi e non riceverne mai un ruvido saluto? Partire il più tardi possibile è tutto ciò che sì può sperare; ma quegli a cui la polve di zolfo arse più volte i capelli, deve essere convinto che il colpo che lo invierà per sempre nell'alto o nel profondo gli verrà stando in piedi e il balzerà rapidamente a dormir nella terra. Io ho veduti caderne così a mille in un giorno solo, e non erano montanari che vestissero sdruscite casacche, s'avevano armature dorate ed elmi sfolgoranti. Voi foste alla battaglia di Morbegno ed a quella di Carate, in cui vostro fratello Gian Giacomo fece tanta strage di Spagnuoli, pure immaginatevi che quelle non erano che scaramuccie a fronte della gran giornata che fu combattuta, saranno ora dieci anni, sotto le mura di Pavia. Il Re di Francia, vi comandava in persona, e fu preso, come saprete, prigioniero, ma prima quasi tutti i suoi Baroni caddero morti sul campo. Non vi potete raffigurare in qual numero giacevano stesi nel fango colle finissime sopravvesti, coi pennacchii e gli stendardi che poche ore prima ondeggiavano candidi come vele al vento. Erano pur dessi padroni di castelli, avevano servi e destrieri in gran numero, ma per essere fedeli alla spada, all'onore, rimasero uccisi sulla nuda terra. Io era allora tra gli alabardieri, nè dir si può che rimanessi ozioso od evitassi la mischia, perchè partii di là coperto di sangue, pure nessun colpo fu vibrato sì giusto che mi ponesse a giacere fra quei gentiluomini. Quando avrò tocco il momento prefisso dalla mia stella, forse un colpo scagliato alla ventura mi coglierà come Grampo, ma non permettino i santi che Falco cada senza il suo moschetto vicino".

Crollando il capo maestro Lucio senza levar gli occhi su l'uno o l'altro di que' due, quasi ragionasse seco stesso: "Vedete, disse, come vanno a rovescio le cose di questo mondo: vi son degli uomini a cui il sentirsi un pezzo di ferro entrar nella gola o nel ventre non reca maggior briga di quel che dia a me l'argomentare contro un licenziato; or perché a questi tali che si vanno a pescare i malanni colla lanterna non sono riserbati tutti i colpi d'archibugio, di colubrine, le dagate, le lanciate, e che so io? Perché un povero Cristiano che non tratti altre armi che quelle dipinte sui diplomi e i suggelli, non deve poter fare due passi senza paventare d'esser colto da una botta che o metta nel cataletto? Anche in Milano negli ultimi tempi era diventato difficile il vivere in pace: non si voltava un cantone, che un Catalano o un Lanzinecco non vi fosse addosso per rubarvi il berretto o la cappa; ma pazienza, la pelle almeno era salva: qui all'incontro vi sono soldati sulle spiagge, soldati nei castelli, artiglierie per le montagne, barche armate sul lago, insomma se non t'ammazza l'uno, t'ammazza l'altro: e il peggio si è poi, che se per isventura dai loro nelle mani, t'aggiustano come un martire del Calendario. Oh meschino Tanaglia! quanti guai ti son venuti addosso, e tutti per quattro parole d'un furfante che invidiava il tuo sapere".

"Non dubitate, maestro Lucio, disse Gabriele: il soggiorno de' Ducali sul lago non può essere ormai di lunga durata. Francesco Sforza non è più in grado di mantenere gli stipendii agli uomini d'armi, e fu detto che il De-Leyva è seco lui in contrasto e vorrebbe ritrarne i suoi Spagnuoli; ma prima ch'essi si partano, mio fratello Gian Giacomo pensa dar loro un addio, per cui molti abbiano a perder la lena di far viaggio. Vedrai, Falco, in quel giorno se farò loro pagar caro il sangue di Grampo e la minaccia di mozzarmi il capo come ad un assassino".

Così pronunziando, animato da tutto l'ardore guerriero che gli veniva dal fervor giovanile, alzò baldanzosa la testa, portò la mano allargata sul petto, e mosse vivacemente lo sguardo quasi ricercasse il nemico; ma appena i suoi occhi girarono, vennero impensatamente ad affisarsi in quelli di Rina, che ritta a lui dicontro teneva le pupille intente a contemplare la leggiadria delle forme e la novità del vestimento di quel giovine estrano. All'incontrarsi de' loro sguardi scese ad entrambi un turbamento al cuore come se fossero stati colpiti da una subita scintilla: ambedue abbassarono gli occhi al suolo; Rina, imporporate le guancie, si ritrasse in disparte, e Gabriele ammutolito rimase nella sua primiera meditativa attitudine.

Eransi intanto da Orsola disposte su rozzo desco rusticali vivande, e collocatovi nel bel mezzo un vaso di vino tratto dalla botte accennata da Falco; ed egli visto che s'ebbe compiuto l'apparato, s'alzò dal focolare, invitando i due ospiti a prender parte a quella cena. Maestro Lucio, che avea già più volte spinto lo sguardo di sfuggita a mirare che stasse facendo la moglie di Falco, ed accortosi che disponeva la mensa, avevala più volte accusata internamente della lentezza che vi frapponeva, accettò tosto l'invito e andò a sedervisi, dandosi a mangiare di que' cibi grossolani coll'ardore con cui avrebbe spogliato un lauto convito. Gabriele e Falco ne imitarono più moderatamente l'esempio: nel primo, mentre saziavasi l'urgente bisogno della fame, ricorreva più limpido e brillante alla rinvigorita fantasia l'incontrato sguardo di Rina, e svolgevagli mille dolci ed indefinite idee nella mente; nell'altro le non tenui golate di vino fecero più fervido il desiderio d'uno scontro coi Ducali, contro cui, oltre le antiche cause di odio, l'accendeva in quell'istante il pensiero che per causa d'un colpo da essi scagliato, non s'aveva a fianco un fidato compagno, con cui solevano toccar le tazze animandosi a tracannare finchè vedeano a secco il fondo di quel vaso.

CAPITOLO SECONDO.

Son della bara funerale ai lati
Con torchi in man pel nuovo di languenti
Due lunghi ordin d'uomini incappati
Che han nei cappucci le fronti dolenti,
I cappucci in due parti traforati
Apron le viste ai loro occhi piangenti.
LA PIA, Leggenda di B. Sestini.

Albeggiava appena in cielo il giorno ed ancor tutti nell'abituro di Falco dormivano profondamente allorchè ne venne bussata con forza la porta.

"Chi batte?" gridò Falco risvegliandosi istantaneamente, e sorgendo d'un salto dal giaciglio su cui erasi coricato cogli abiti indosso:

"Son io; son Trincone (rispose quello che stava al di fuori); apri tosto che t'ho a parlare".

Disserrò Falco all'istante l'uscio di sua casa, ansioso d'intendere che fosse avvenuto di Grampo; imperocchè Trincone, ch'era l'uno de' compagni che l'avevano trasportato ferito al suo tetto, doveva di certo recar di lui fresche novelle. Narrò infatti Trincone che giunti che si furono la sera a Palanzo, Grampo non dava più segni di vita, ma depostolo in sua casa, mercè le cure e gli unguenti di sua madre Imazza aveva riaperti gli occhi e fatti tali contorcimenti delle membra da mostrare che il sangue perduto non l'aveva esausto in tutto di forze, per cui egli recavasi di fretta a Nesso alla Casa dei Malati a ricercare Frate Andrea Cerusico, affinchè venisse a soccorrerlo dell'arte sua; e nel passare per di là aveva voluto discendere ad avvertirne lui Falco, pel desiderio che sapeva dover esso provare d'averne pronte notizie.

"Ben hai fatto, disse questi reso pago da quell'annunzio; corri a Frate Andrea, e quando seco lui passerai qui su dalla via, mi darai voce, ed io verrò seco voi a Palanzo".

Trincone partì, e Falco, rientrato nell'abituro, ripetè le parole di lui ad Orsola ed agli ospiti suoi, che in que' pochi momenti eransi alzati ed allestiti. A causa dell'ora tanto inoltrata della notte in cui si trassero a riposo, e fors'anco per scrupoloso riguardo che i due forestieri s'imposero verso le donne, quantunque si fossero coricati nella più interna stanza, eransi posti a giacere colle vestimenta d'attorno. Avevano dessi pensiero di dovere immediatamente partire, ma Falco il tolse loro dicendo che non avrebbero fatto viaggio che sull'imbrunir del giorno, avendo egli in animo di condursi a visitare il ferito compagno. Il giovine Medici e Maestro Lucio si dichiararono disposti a fare quanto meglio a lui fosse piacciuto, ed a seguirlo per tutto ove venisse loro indicato, persuasi ch'egli avrebbeli ricondotti in sicurezza nei dominii del Castellano.

Gabriele però di quella inaspettata dilazione annunziata al loro partire s'ebbe la più viva compiacenza, poichè sentiva di già che a malincuore abbandonava quell'ospitale abituro. La prima immagine a lui affacciatasi appena tolto al sonno era stata quella che ultima l'aveva abbandonato la notte, l'immagine cioè di Rina. Erano cessate la foga e l'agitazione destate nel suo spirito dagli avvenimenti del giorno antecedente, e su tutte quelle tumultuanti e spaventose impressioni una n'era surta dominatrice che gli diffondea nel cuore una dolcezza nuova, lusinghiera, che lo affezionava agli accidenti, sebbene disastrosi, dai quali era stato colà condotto.

Non era una determinazione decisa, un'idea chiara, sviluppata che Gabriele avesse concepito, e di cui rendesse a se stesso ragione; erano immagini presentite, velate ancora e confuse, che lasciavano trapelare una luce attraente e soave, qual egli non aveva mai traveduta da pria; era una fibra del suo cuore non tocca mai per l'addietro, che appena sfiorata rilevossi con un'armonia sì deliziosa, che nessuno de' suoi consueti sentimenti sapeva raggiungere: erano quelli in somma i primi battiti d'amore.

Avendo trascorsi i suoi verdi anni nei castelli, nelle rocche, o sul campo tra uomini rudi e severi, che d'altro non s'avevano pensiero che di ciò ch'era conforme a' loro guerreschi interessi, mai una parola affettuosa era giunta al suo orecchio, nè mai gli si era offerto alcuno di que' tratti che recano all'anima la soavità della simpatia, e lo aprono all'effusione d'un gentile e delicato sentire. Con persone d'altro sesso egli non avea mai avuto famigliare consorzio, e le sole giovani donne con cui alcuna volta soleva conversare, erano le proprie sorelle, che stavano in una casa foggiata a monastero in Musso, e queste, d'età alla sua superiore, non davansi altra cura che d'intrattenerlo di cristiani ufficii e di pratiche religiose, temendo che le sue armigere occupazioni gli facessero porre in dimenticanza od in dissuetudine i sacri doveri. Per il che eran sempre rimasti a lui assolutamente sconosciuti i moti d'amorosa tendenza, o di tenera affezione. Le forme e gli sguardi di Rina, ch'egli aveva colà pressochè ad insaputa contemplati, avevano cagionato il suo primo palpito d'amore, che in un intatto e puro cuor giovanile con tanto vigore s'addentra possedendolo con intiero ed assoluto dominio.

Poco tempo dopo che Falco fu rientrato nell'abituro, Trincone ritornò menando Frate Andrea, ch'era l'uno de' monaci che s'avevano in cura un ospitaletto elevato da pia e facoltosa persona un secolo addietro nella terra di Nesso per ricettare gl'infermi del contado, e veniva chiamato la Casa dei Malati di santa Maria: diede quegli dalla strada un grido chiamando Falco, e questi, postosi a spalle il suo moschetto, che non abbandonava giammai, si fece a seguirlo.

Annuvolato tristamente era il cielo, e fosco appariva il mattino: larghe zone di nebbia rigavano i dossi delle montagne, e riflettevano nelle immobili acque del lago il loro cinericcio colore; le piante e gli arbusti che fiancheggiavano il sentiero del monte vedeansi sfrondati ed abbattuti dalla furiosa grandine della notte, ed in più luoghi frantumi di macigni e sassi trascinati dalla correntia della pioggia lo avevano ingombro.

"Foste chiamato per tempo a disastroso cammino (disse Falco a Frate Andrea, che giva preceduto da Trincone) e n'avete a far buon tratto per giungere al letto dell'infermo".

"Non è mai disastrosa, rispose il Frate, quella strada che dobbiamo percorrere per recare la salute del corpo o dell'anima ad un nostro fratello".

"Così avvenisse che poteste rendergli la prima, soggiunse Falco; ma temo che nè le bende nè l'acqua del chiodo che portate abbiano a valere a rimarginare la ferita che aprì a Grampo le canne della gola". "Sia pur vero per volontà di Dio che l'opera delle mie mani non abbia ad avere alcuna efficacia, rispose il Frate; ma voi mostrate poca fede dubitando dell'effetto di quest'acqua miracolosa: non sapete quanti portenti ho veduti co' miei proprii occhi operarsi per essa? quanti storpii raddrizzati, quanti ciechi illuminati, persone giacenti da più anni rinvigorite in poche ore? Ma fa d'uopo trovarsi mondi da gravi peccati, ed avervi avuta sempre particolare divozione".

"Ohimè! il povero Grampo non deve dunque aspettarsene alcuna grazia, disse Trincone crollando il capo: ci parlava sovente di gozzoviglie e di vino, e l'ho veduto vuotarne delle tazze in gran numero; ma non mi so che si risovvenisse pure una volta del viaggio che dobbiamo far tutti per l'altro mondo".

"Sarà di lui ciò che ha disposto Quegli che sta là su, disse il Frate alzando gli occhi al cielo: la sua misericordia è infinita, ed Egli può attribuire qualunque mirabile potere a quest'acqua che fu benedetta col chiodo miracoloso venuto da Terra Santa".

L'acqua di cui essi ragionavano veniva recata dal Frate in un secchiello di rame argentato che aveva la forma d'un lungo bicchiere allargato alla sommità, nel cui manico erasi passata una cordicella. Quest'acqua, che veniva considerata qual santa reliquia di portentosa virtù, attingevasi nel lago il giorno di San Giovanni Battista, e portavasi al Borgo di Torno, dove nella Chiesa dedicata a tal Santo celebravasi una solenne e sontuosa festa, e quivi vi veniva immerso per qualche istante un chiodo che una pia credenza indicava per l'uno di quelli che avevano servito alla crocifissione del Redentore, recato dalla Palestina da un Arcivescovo Alemanno condottiero di Crociati, il quale, giunto a Torno, non potè per furore di procella allontanarsene finchè non ebbe deposto nella Chiesa quel prezioso ferro trasportato con tanta cura dalle sacre contrade di Gerusalemme [3].

[Nota 3:][ (ritorno) ] Tatti, Stor.

Seguendo quei tre il sentiero più breve pe' boschi, lasciando Careno ed altre Terre alla destra, pervennero in brev'ora a Palanzo: internatisi per una stradicciuola in quel paesetto formato d'ammassati montaneschi abituri, giunsero alla porta della rustica casupola di Grampo. Presso a quella stava Guazzo in mesto atteggiamento confabulando con due confratelli Della-Morte, che così appellavansi i membri d'una religiosa compagnia di cui era incarico il recare i trapassati a sepoltura.

Quando Guazzo ebbe veduti que' tre sorvegnenti, "È tardi, esclamò con malinconica voce: altro non rimane a fare per lui che porlo sotto terra".

Trincone, maravigliato, fece un atto di dispetto vedendo così delusa la sua aspettativa, e accorgendosi d'aver gettati vanamente i passi; il Frate abbassò lo sguardo al suolo chinando il capo, e incrocicchiando le braccia sul petto recitò una preghiera; Falco, compreso da dolore, "Lasciatemi entrare, gridò in tuono che palesava insieme l'ira e la pietà: voglio almen vederlo un'ultima volta; voglio promettere sul suo corpo di mandare più d'uno di quelli che lo hanno ucciso a dormire un sonno eterno come il suo".

In una stanza di ruvide pareti, sotto una volta annerita dal fumo, e che prendeva scarso lume da un elevato finestrello, giaceva sovra un letto di tavole il cadavere di Grampo ricoperto per metà da un lenzuolo: la sua gola era fasciata da bende tutte intrise del suo sangue, che trascorsogli sul nudo petto in più striscie vi si vedeva nero e raggrumato. Di fianco al letto stava assisa una vecchia donna, tenendosi a due mani appoggiata ad un bastone, cogli occhi fissi immobilmente su quel sangue: i denti di lei battevano di tratto in tratto tra loro, e le membra tremavano per convulsivo movimento: era Imazza sua madre.

Entrato Falco là dentro seguito da Frate Andrea e da Trincone, accostatosi lentamente al letto, vi si rattenne; posò a terra il moschetto, e sovrapponendo all'estremità della canna ambedue le mani, su quelle appoggiando il mento, rimase taciturno a contemplare d'uno sguardo, fatto per tristezza fosco e socchiuso, la salma d'un compagno d'armi, poche ore dianzi sì vigoroso per gioventù e salute, già fatto immoto insensibile.

A piè del capezzale inginocchiossi Frate Andrea, il quale, alzata colla destra la croce che andava unita al rosario che gli pendeva dalla cintura, intuonò le litanie ed altre preci pei defunti, cui rispondeva Trincone, postosi parimenti co' ginocchii a terra: rilevatosi il Frate, appressossi ad Imazza, che non aveva mai tolti gli occhi dal volto del proprio figlio, nè sembrava per anco essersi accorta della presenza di quegli estrani, e come era suo ufficio e costume in simiglianti circostanze per alleviarne il dolore, e distorla da quell'intenso pensiero, cominciò con voce lenta e pietosa a così dirle: "Il Signore non volle concedere che io giungessi a tempo di confortarlo colle sante parole della Chiesa, o di lavargli la ferita coll'acqua mirabile che recai meco a quest'uopo; ma non paventate per questo, o madre, anzi abbiate viva speranza che egli sarà stato accolto nella schiera degli eletti, e l'interno pentimento delle proprie colpe gli avrà fatta vincere la guerra col nemico infernale che sta preparato a tutti assalirci negli estremi momenti: fors'egli a quest'ora prega per voi e per noi tutti; ed attende tra l'anime purganti che colle nostre orazioni lo liberiamo dalle fiamme..."

La vecchia Imazza, volgendo la testa, diede uno sguardo sì torvo al Frate, che gli troncò sulle labbra la parola, e con un raggrinzamento di mascelle che aveva sembianza di un truce ghigno: "Liberarlo dalle fiamme! disse: Qui è gelo: toglietelo dal freddo che lo agghiaccia, fate che si levi da sè, e che questo non sia come piombo freddo e greve". Così pronunciando alzò un braccio del morto, e lo lasciò cadere rimettendosi a guardarlo fisamente.

"Sento" disse Falco, abbandonando d'un subito la sua posizione, e prendendo la mano di Grampo ricaduta sul letto, "sento che è fredda e rigida come se fosse rivestita d'un guanto di ferro; ma chi di noi avria potere di riscaldarla? Se valesse immergerla nel sangue, ciò non sarebbe un disperato rimedio; ed io giurerei su questa mano istessa di versarne più di quanto ne facesse bisogno a tal uso. Ma tutto pur troppo è vano quando la terra deve stendersi su di noi come un pesante mantello. Per ciò compiango, o Imazza, il vostro dolore, poichè avete col figlio perduto tutto ciò ch'era a voi caro al mondo: egli solo consolava i vostri vecchi anni, e ne alleggeriva la gravezza: ora che farete voi della vita? gli occhi vostri non sapranno su chi posarsi, nè la vostra lingua a chi parlare. Ascoltate la voce di Frate Andrea: questi uomini del Signore cercano di gettarci una corda di soccorso quando più non abbiamo nè vele nè remi per accostarci alla sponda".

Imazza a tai detti dimenava il capo con ira, e: "Che parli tu? rispose, a che venisti? Perchè tocchi quella mano? Non fu per esser teco, che Grampo venne colto da un colpo ch'era a te destinato? Non fosti tu che il conducesti alla morte? Attendi, attendi a consigliare le tue donne, che forse non andrà a lungo che un cadavere più sformato di questo starà nel loro casolare, se pure non avverrà che in vece delle donne ci saranno dintorno i lupi ed i corvi".

"Taci, maledetta strega!" gridò Falco torbido e minaccioso in volto, stringendo a pugno la destra, ed alzandola verso di lei; e ben avveniva che l'avrebbe malamente percossa, tant'era l'ira che l'assalse e l'acciecò a quel malaugurato presagio, se frate Andrea, messosi tra loro, adoperando pacifiche ed autorevoli parole, non avesse sedato quel bollore di rabbia, sì inopportuno e sconvenevole in tal luogo e in tal momento in cui tutti i pensieri da null'altro essere dovevano compresi che da tristezza e pietà. La vecchia donna chinò il capo sul petto, più non pronunciando alcun accento, e Falco rimase parimenti muto, volgendo nell'anima le più tetre e desolanti idee. Quella predizione fattagli alla presenza d'un morto da una femmina che dicevasi aver conoscenza dell'avvenire per mezzo di sortilegii ed altre diaboliche arti, lo aveva colpito sì fattamente, che un gelo gli corse per l'ossa, e risentì uno straordinario sentimento di terrore. Nelle battaglie, negli assalti, nel calor delle mischie la morte aveva sempre avuto per lui un aspetto, direm quasi, eroico e glorioso, nè altra cosa eragli rassembrata che un rapido compimento della vita: là dentro la ristrettezza dello spazio, la scarsezza del lume, la vista d'un cadavere insanguinato, il viso e la voce sinistra con cui Imazza aveva pronunciate quelle parole, tolsero al suo spirito ogni vivace ed energico slancio, e v'infusero nere tremende idee come se gli fosse stato svelato uno spaventoso secreto.

Frate Andrea fece nuove esortazioni e preghiere, quindi annunziando che gli era necessità ritornarsene al suo convento di Nesso, chiese commiato, ed uscì dalla casa di Grampo; Falco, gettato un ultimo sguardo sul corpo dell'amico, seguì il Frate, e ordinato a Trincone e Guazzo si trovassero sul far della sera col navicello a piedi della sua rupe, abbandonò Palanzo, riprendendo cammino verso il suo casolare.

Annuvolato era ancora il cielo, e soffio di vento non avvivava l'aria, nè increspava la faccia del lago, che da nessuna barca appariva solcata, onde melanconica se ne offriva la veduta dall'alto del sentiero tra le selve del declivio del monte, pel quale Frate Andrea e Falco retrocedevano. Camminò quest'ultimo alcun tempo meditabondo, recando sotto il braccio il suo moschetto colla bocca a terra, tenendo una mano fra i panni, e piegata al suolo la testa: a poco a poco però l'aria aperta, la vista delle montagne e delle acque, quantunque non lucenti per sole sereno, gli ritornarono i suoi abituali pensieri: sparve la tetraggine che lo aveva invaso, rimproverò a se stesso come una fanciullesca debolezza e una vigliaccheria quel momento di terrore da cui s'era lasciato sopraffare, rammemorò le tante sue passate imprese, si ricordò gli ospiti che lo attendevano, l'onore e la fama che gli sarebbero derivati riconducendoli liberi a Musso, pensò alla probabilità d'una gran battaglia che il Castellano darebbe ai Ducali, in cui sariasi diguazzato nella strage; ed a tali pensieri gli ricomparve sul volto l'usata ardimentosa espressione, gettò sull'omero il moschetto, e sentissi necessità di favellare per mantenere le sue idee in quel confacevole andamento. Si rivolse per ciò al Frate che gli veniva da lato, e dopo vario parlare intorno ai fatti di quella guerra: "Chi fu, gli disse, quegli tra voi della casa di Nesso che venne chiamato alla rôcca di Reginaldo Rusca il Ghibellino onde sanarlo quand'ebbe il braccio fracassato da una bombarda nel combattimento navale presso Como?"

"Fu Ambrogio da Milano, rispose Frate Andrea, che da poco tempo ritornò alla sua città onde prestare assistenza ai pellegrini della Commenda: egli guarendo il Rusca profittò al nostro convento di Santa-Maria duecento scudi di Musso di quei del Triulzo, chè tanto aveva fatto voto quel ferito di sborsarne risanato che fosse".

"Pagò riccamente la cura, soggiunse Falco: ma che non avrebbe egli speso per tenersi il suo braccio, e non essere chiamato Reginaldo il monco? Giurerei che s'avrebbe tolto d'andare a Gerusalemme a piedi, e avrebbe dato tutto il suo ai frati ed ai poveri. Ma in vero ei del suo brando faceva grand'uso: io il vidi quel giorno della battaglia, poco prima che venisse colpito, saltare dalla nave del Matto, che comandava i legni di Musso, entro una barca comasca, e menar colpi sì vigorosi, che in poco tempo n'ebbe spaccato l'albero, ed ammazzati non so quanti, indi balzare in una scorribiessa, e ritornarsene tra i nostri gridando d'allegria".

"Fa d'uopo però dire, replicò il Frate, che perdendo un braccio fu ancora l'uno de' meno sventurati tra molti che trovaronsi a quel fatto, perchè m'ho inteso narrare che le bombarde e gli archibugi comaschi e ducali abbiano allora fatta gran strage dei soldati del Medici, e la nostra casa dei malati fu ripiena per più mesi di uomini che si colsero ferite più gravi di quella del Rusca. Abbiamo però speranza che le cose quanto prima tornino in pace, poichè un cappuccino di Domaso venuto al convento narrò che il Medici ha in animo di rendere il Castello di Musso a quei di Milano, i quali alla fin fine ne sono i veri padroni, e così finirà ogni guerra, e gli Spagnuoli se ne andranno pei fatti loro, e insieme ad essi anco gli Svizzeri, il cui soggiorno in questi paesi è pestifero, poichè discesero dall'Alemagna certi preti che si sono messi tra loro predicando false dottrine, e dicendo ogni male dei frati, delle monache e, che Dio li confonda! per sino del papa; per cui se avessero a rimanere costì più a lungo, e venisse a spargersi quella zizzania tra i nostri, e mettervi radice, chi sa qual immensa rovina potrebbe derivarne".

"Che vadino al loro malanno gli Spagnuoli e gli Svizzeri questo può facilmente avvenire, ma che il Castellano renda Musso, che lo dia ai Milanesi dopo averlo difeso per sì lungo tempo, ed esservisi fieramente nicchiato come un orso sul Legnone, è la più gran pazzia il solo immaginarlo!" Così disse Falco con un lieve risentimento di sdegno, che la placidezza e mansuetudine con cui l'udiva Frate Andrea gli fecero tosto deporre: "Non abbiate timore, proseguì quindi pacatamente, se ne andranno, sì, e non avranno campo di spargere la falsa legge, e di ripetere bestemmie in quella loro lingua del demonio: sul brigantino del signor Gian Giacomo stanno bombarde e colubrine da squarciare i fianchi a qualsiasi nave, e ben anco ad una torre, se ne verrà il caso. Una sola giornata che si possa fare, ma lunga e di buon cuore, spazzerà il lago da quei cornacchioni, come il vento ripulisce il lido dalle foglie".

Movendo tali ragionamenti, pervennero al torrente di Nesso, valicato il quale, Falco discese al proprio casolare salutando il Frate, che rispostogli: "Dio vi salvi" si mise sul sentiero alla volta del convento.

Maestro Lucio aveva nel frattempo fatto un'importante scoperta, con cui si era difeso dall'ozio e dalla noia due suoi mortali nemici. Dopo d'essersi persuaso, dando un'occhiata dalle finestre, che il terreno d'intorno non lasciava luogo ad alcuna gradevole passeggiata, frugatosi invano negli abiti per vedere se mai a caso s'avesse posto qualche opuscolo nelle tasche, nulla trovando a far di meglio si diede ad esaminare i brani d'armatura che stavano appesi per quella stanza. Guardatili pressochè tutti, e scorto, con gran sua soddisfazione, in più d'un d'essi conservata l'impronta della fabbrica degli Armorari Milanesi, venne alla fine il suo sguardo a cadere sovra una panciera di ferro da cui dependeva un lembo di sopravveste di seta ricamata: il sollevò con garbo, e qual fu il suo contento osservandovi tutto intiero effigiato uno stemma gentilizio! non ne prova forse altrettanto un navigatore d'ignoti mari alla scoperta d'un'isola vasta e feconda: staccò quel lembo con ogni precauzione, lo stese accuratamente sur una tavola, e vi si pose a meditare mettendovi tutto l'intelletto onde arguire il significato degli emblemi, e scoprire a chi appartenesse.

Gabriele, abbenchè si fosse assiso al suo fianco, poca attenzione porgeva allo sfoggio di dottrine Blasoniche che desso veniva facendo applicandole all'interpretazione di quello stemma; la sua mente era tutta occupata di Rina, verso cui li suoi occhi si volgevano incessantemente, poichè, si stesse seduta, o fosse essa in moto, dispiegava per lui sì nuove e dolci attrattive, che i passi, la voce, le attitudini tutte di lei si stampavano nel più addentro del suo cuore. Rina però ratteneva contegnosa i proprii sguardi, onde pochissime fiate venne dato al giovinetto Medici d'affisarne le nerissime pupille, e nessuna di quelle rare volte la rimirò senza vivamente arrossire, senza provarne un palpito più vibrato, e sentirsi nel tempo medesimo divampare d'ardentissima fiamma.

Messer Tanaglia, dopo aver contemplati a lungo gli emblemi trapunti: "La cosa, esclamò tutto giulivo, è chiara come il sole: quegli che portava l'armatura coperta da questo stemma era un Conte: ce lo dice evidentemente la corona che sormonta lo scudo: ecco il cerchio d'oro col rialzo di sedici punte con altrettante perle sovrapposte: questa è corona Comitis, come scrissero tutti gli autori. Lo scudo ovale spaccato in due campi bianco e verde, senza quarti, indica non essere desso del genere delle armi Pure di Parentado o d'Origine, ma bensì delle Agalmoniche, ossia Parlanti, cioè allusive al cognome di famiglia; e vedete appunto che il cognome lo troviamo espresso in questo pozzo delineato sul campo bianco, colore più nobile del verde, su cui sta all'incontro dipinto un pesce, col quale ci viene indicato che la famiglia ha dominio sulle acque. Si può quindi asserire senza tema d'errare che il possessore dell'armatura e dello stemma era il Conte Pozzo o Del Pozzo signore di qualche fiume o lago. Dite, Madonna Orsola, non ho io côlto nel vero?"

"Nulla so di tutto questo, rispose Orsola con qualche sorpresa: d'altro non mi rammento se non che Falco quando la recò qua su ne portò insieme una lunga catena d'anelli d'oro, che cangiò ad Argegno con un sacco di polvere d'archibugio che gli fu data da un mercante Svizzero". "Recò pure allora, soggiunse vivacemente Rina, se ben vi ricorda, o madre, un largo nastro colore di foglia d'ulivo su cui stava un bel ricamo, che il padre disse ch'erano parole: voi non voleste mai che io me lo ponessi dintorno, e lo donaste, son pochi giorni, a quel pellegrino che passò qui sopra addomandando la carità".

"Era di certo la cintura della spada, disse Gabriele: e chi sa quanto l'avrà tenuta in pregio il cavaliere che la portava, poichè non v'ha dubbio che le parole che vi stavano marcate fossero opera d'una mano a lui cara. Ne vidi molte di tali cinture fregiate di graziosi motti sul petto de' nostri capitani d'armi, ad essi donate dalle loro donne: ma io non ne ho portate mai che non fossero d'acciaio o di cuoio, poichè non ho ancora trascelto verun colore, nè alcuna donna s'occupò sinora a trapuntarmi un nastro".

E queste parole che a lui vennero la prima volta spontaneamente alle labbra gli recarono un senso d'umiliazione che gli fece abbassare al suolo lo sguardo; ma pensandovi, sentissi tosto contento dell'averle pronunciate, e rialzollo più confidente e sicuro in volto a Rina, la quale provò un ignoto compiacimento a quelle parole sì che per lo innanzi non seppe più mai dimenticarle.

In questo punto rientrò Falco, che mestamente narrò l'occorso caso, per il che Messer Tanaglia, obbliando gli scudi e gli emblemi, mostrossi con tutti gli altri sommamente afflitto, di null'altro lungo il giorno ragionando che della morte di Grampo, che per cause diverse riusciva a ciascuno di grave cordoglio.

All'avvicinarsi della sera, essendo l'ora prefissa al partire, uscirono per discendere a piè della rupe, ove il navicello di Falco venir dovea da Palanzo. Il sole all'occidente mandava per mezzo a nebbioso velo l'ultimo suo raggio che batteva sui monti e faceva pallidamente rosseggiare le case e la bruna torre della vicina Nesso, intorno a cui mille rondini giravano a volo. Mirarono tutti attenti al lago onde vedere se la barca fosse giunta, ma non se ne scorgea alcuna che quivi stesse o che venisse costeggiando a quella volta. Costretti per tal modo ad attendere, Orsola approfittando di quel momento di dimora, condotto Falco in disparte, caldamente il pregava non si tenesse troppo a lungo assente, poichè aveva l'animo angustiato dal timore del ritorno dei Ducali: nello stesso mentre Maestro Lucio guardava il viottolo per cui doveva discendere provandosi a tentarne i primi passi.

Gabriele rimaso sotto il vecchio castagno da solo con Rina ardeva di brama dirle alcune parole di saluto; ma tanta era la folla dei sentimenti che il possedevano sì veementi e inusitati, che tutto il calore del suo sangue concentratosi intorno al cuore, pareva avesse tolto il potere al suo labbro d'esprimersi, poichè invano forzavasi a pronunciar un sol motto; ma pensando che lasciare quella fanciulla senza pur dirigerle un accento poleva aver taccia di villania, il che gli sarebbe poscia riuscito dolorosissimo, riunito tutto il proprio vigore, con voce mal ferma:

"Or mi debbo partire (disse; e Rina, nel cui volto vedeasi il mirabile contrapposto dell'esitazione del pudore e della somma vivezza del sentire, al suono di quelle parole alzò lo sguardo), ma mi rammenterò pur sempre della casa di Falco e di chi mi ha tanto cortesemente accolto: qui ebbi salva la vita e qui volerà ad ogn'istante il mio pensiero".

"Voi che abitate un castello, rispose Rina dolcemente, un gran castello lontano sul lago, come mai potrete ricordarvi di questo casolare? Forse allorquando la vostra barca passerà innanzi a Nesso, guarderete a questo tetto, sotto cui riparaste una notte, come noi miriamo le capanne poste sui monti che ci difendono dalla pioggia".

"Se in quelle provaste ciò ch'io qui m'ebbi a sentire", replicò Gabriele fatto più franco e sicuro dal parlar di Rina, "non riuscirebbevi agevole lo scordarvene un istante: l'impressione delle ore qui trascorse mi sta sì fitta in petto, che non è possibile che si cancelli giammai, e mio unico desiderio non altro sarà, che di farvi almeno una volta ritorno".

Abbenchè di tali detti non fosse aperto a Rina tutto il significato, s'accorse ella però che con tenero intendimento erano stati pronunciati, poichè la fisonomia di Gabriele affettuosamente avvivata nell'esprimerli, i di lui occhi fissi su lei con tutta eloquenza le parlarono direttamente all'anima coll'evidente linguaggio dell'amore: ella nè osò nè seppe rispondergli; solo rivolse in lui sì scintillanti i proprii sguardi, che ogni argomento di parole sarebbe stato nullo al confronto.

Spuntava intanto lambendo gli scogli della sponda l'aspettato navicello che Trincone e Guazzo conducevano remigando. Quel debole raggio di sole che aveva salutato il giorno era sparito, fosca cresceva la sera, e nubi di bigio colore occupando tutto il cielo posavano sulle sommità dei monti. Veduta la barca Falco affrettò alla discesa i due ospiti, onde trarre vantaggio di quel barlume vespertino, strinse la mano alla moglie, diede un bacio alla figlia e scese pel primo il dirupato sentiero. Maestro Lucio poco frettolosamente il seguiva a causa del torrente, il cui rumoreggiare gli tonava ancora all'orecchio; e dal cader nel quale si assecurava piantando il piede con somma cautela sul sasso: tal lentezza agio porgeva a Gabriele, che gli veniva d'appresso, di soffermarsi ad ogni rivolto della strada a riguardare in su al piano dell'abituro, sull'orlo del quale stavano Orsola e Rina, di cui però discernevansi appena le forme.

Giunti in fondo alla rupe, sulle sabbie della riva, presso la quale Guazzo e Trincone aveano condotto il navicello, entrarono in esso, e dopo che Falco s'ebbe assicurato che erano stati posti gli archibugi e i coltelli nel cassone, collocato su quello il suo moschetto, ordinò si spingessero al largo. Allontanati che si furono un mezzo trar di balestra, si fece loro udir da lontano un canto misurato in coro. "Tieni qui ferma la barca, disse tosto Falco a Trincone, che parmi ascoltar voci che siano della compagnia della Morte; essa si recherà Grampo a seppellire nel prato del cimitero dentro la valle".

Rattenne il rematore la barca, e il canto s'andava a poco a poco facendo più distinto venendo pel monte dal lato di Palanzo; indi apparve da quella parte stessa un chiarore prodotto da una lunga fila di lumi che s'avanzava in tregenda or ripiegata, or distesa a norma della sinuosità della montagna di cui percorreva la via. Erasi la sera fatta oscura del tutto, per cui le bianche tuniche vestite da coloro che formavano la funebre processione vedevansi distintamente lumeggiate dai cerei che ciascun d'essi portava. Il salmodiare ne era monotono e lento come i loro passi, ed a cagione della distanza tutte le voci mescendosi e depurandosi, ne riusciva un canto aereo prolungato, il più che dir si possa tristamente solenne. Pervenuto il funereo convoglio al ponte del torrente, s'offerse più che mai distinto alla vista di Falco e degli altri che stavano nella barca, poichè quel ponte sendo elevatissimo, sorgeva loro di prospetto con una parte delle acque cadenti al di là d'uno sporgimento della rupe. Una croce mortuaria precedeva la comitiva, e poscia a due a due camminavano i confratelli; al loro passare sul ponte il torrente ripercuotendo lo sfolgorare dei torchii, pareva una larga lista di fuoco che si trasmutasse scendendo: ultimo veniva il cataletto coperto da nero drappo, recato da quattro uomini a spalle; varcato ch'ebbe il torrente, lasciata la via di Nesso, s'allontanò la processione internandosi nella valle alla volta del cimitero.

Al passar del crocifisso e della bara que' del navicello si trassero i berretti e concordemente recitarono l'orazione dei defunti, indi spariti che si furono i lumi: "Povero Grampo! (esclamò Guazzo dando con Trincone de' remi nell'acqua) è una cattiva nave che ti porta, che per qualunque vento tira, non riconduce mai alcuno al suo paese".

"Ed io questa mattina, rispose Trincone, m'aveva tutta la fiducia che l'acqua del chiodo di Frate Andrea l'avesse a risanare; ma nel bel mentre che m'ero andato per lui a Nesso, la vecchia Imazza se lo lasciò morire tra le mani, del che ebbi la più gran stizza del mondo". "Prendi più il largo, attendi a non battere sì forte i remi, disse Falco, e statti zitto, chè se vi fossero Ducali appiattati per le sponde, non ci abbiano a sentire: questa notte dobbiamo vogare drittamente a Musso, nè vuolsi gettare il tempo a cangiar colpi con loro".

Così detto, rimasero tutti silenziosi navigando per quell'oscurità tanto quetamente, che appena un finissimo orecchio sarebbesi a poca lontananza avvertito di loro, poichè s'avevano tal arte nel maneggio de' remi, che gl'immergevano e traevano dall'acqua senza il minimo diguazzo o sbattimento; e tal maestria riusciva ad essi sommamente vantaggiosa, poichè davagli il mezzo di oltrepassare le navi nemiche, od accostarsi a quelle che volevano assalire, senza che altri s'avvedesse della sorpresa pria che avessero ottenuto il loro scopo.

Quell'equabile moto, il tenebrore e il silenzio che regnava d'intorno rotti flebilmente dal lieve susurrìo del progredir della barca, fece che ciascuno di que' tre che vi stavano assisi venissero assorti in profondi pensieri.

La memoria di Rina e l'ansia del distacco suscitavano nel cuor di Gabriele una guerra dolcissima insieme e dolorosa, ma d'un dolore pieno di vita e d'entusiasmo come lo spirito della giovinezza. L'immagine di lei gli stava innanzi viva come la realtà e rivestita di tutta luce. Ora la ricordanza del suono di sua voce, dello splendor de' suoi sguardi lo riempiva d'una gioia soavissima: ora l'accorgersi d'esserne tratto lontano il colmava d'angoscia, la quale era tosto attemprata dalla speranza che gli sorveniva di poterla rivedere. Attraversavagli eziandio disaggradevolmente lo spirito l'austero precettare delle sorelle, la severità di Gian Giacomo, l'indole de' coabitanti del Castello, tutto in duro contrasto con que' suoi nuovi e dilicati pensieri, a disfogo del quale sentiva abbisognargli la più cordiale effusione. Agitato da tal rapida successione d'idee muto si stava, esalando di quando in quando un sospiro che improvvisa commozione gli traeva dal petto.

A Falco, che erasi sdraiato presso la punta della barca, torbidi pensamenti occupavano la fantasia: la veduta del trasporto di Grampo aveva alla sua mente richiamato l'avvenimento del mattino, coi pronostici e l'ira della vecchia comare; e sentiva nel rimembrarli attenuarsi nell'anima tutta la propria vigoria, sopraffatto da un terrore che, sebbene non fosse sì cupo quanto il primiero, non potè essere però per lunga pezza dissipato. Non zittiva tutto in sè raccolto Maestro Lucio, cui sembrava stesse parata a piombar su di loro, ad ogni lieve rumore, una salva d'artiglierie; e ringraziava la notte che sì fitta com'era toglievali alla vista degli Spagnuoli, di cui figuravasi guernite le sponde. Stette per tal pensiero in angustie sino a tanto che veduti sulla destra riva alcuni splendori che davano indizio esser quivi luogo abitato, udendo dai rematori bisbigliarsi "Bellaggio", conobbe trovarsi in paese amico, e benchè il navigar pel buio gli andasse poco a grado, deposta quella maggior paura, lasciossi vincere dal sonno e a poco a poco addormentossi profondamente; nè si risvegliò che allorquando ricevette una forte scossa provenuta al navicello dall'urtar che fece alla sponda.

Più di mezzo il suo corso avea già varcato la notte quand'essi giunsero presso Musso. Non vollero attentare d'entrare colla barca nel porto per avere di là ingresso al Castello, potendo ciò riuscir loro sommamente periglioso, a causa della pratica che vigeva per gelosia di difesa di trarre a bombarda su tutte le navi che s'accostavano senza essere state precedentemente riconosciute. Falco volle che il navicello s'arrestasse in un seno della spiaggia a convenevole distanza dai luoghi fortificati.

Tutto era oscurità e silenzio, e solo dai varii piani del Castello, che appariva come un nero rialzo sul monte, scorgevasi da alcune finestre apparire chiarore di lumi; ed a piè d'un lungo casamento poco discosto, ed era l'arsenale di Musso, luceva un fuoco che mandava gran fumo e faville. Falco ed i suoi, sbarcati che si furono, colà s'addrizzarono.

La sentinella che guardava lo steccato che circondava quel casamento, riconosciutili amici, aperse loro il cancello, per cui entrarono in vasto cortile ove i lavoratori destinati alla scôlta notturna, per ricrearsi, alimentavano una larga fiamma abbruciando frantumi di rotte o fracide navi: visto ch'ebbero Gabriele, gli furono rispettosamente dintorno; ed ei fece tosto richiedere di Prospero Onallo genovese, mastro de' fabbri e capitano dell'arsenale. Abbenchè questi si stesse a riposo, udito ch'ebbe l'annunzio della venuta del fratello del signor Gian Giacomo, persuaso fosse di ritorno da qualche spedizione lontana, abbandonò le coltri, gli corse incontro procurando ad esso lui ed a chi seco era, quel più cortese accoglimento che gli fu possibile, e che a lui incumbeva siccome stipendiato del Medici, ed in ogni cosa da lui dipendente.

CAPITOLO TERZO.

Forastier, che fermo il passo
Guardi in su l'alta fortezza,
Sappi ch'era alpestre sasso,
Squallor tutto ed orridezza;
Ma poi vinse la natura
Dell'artefice la cura.
Vedi là quei che costrutti
Son lavor sull'aspra schiena
A intervallo in su condutti?
È di forti una catena
Che la ripida montagna
Fino al termine accompagna.
IL FORTE DI FENESTRELLE,
di G. Tagliazucchi.

Allorquando tra i popoli arde accanita la guerra, nulla v'ha che intentato si lasci che recar possa a vicenda distruzione e ruina. Ciò che natura creava a pro' dei viventi, ciò che le arti e le scienze rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con assidua cura a loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e la chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi gli stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e la nautica ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi sulla profondità dei mari, e scontratesi commettere battaglie più tremende di quelle che mai si vedessero sovra solidi piani, quindi i laghi e persino il placido corso de' fiumi divennero sanguinoso teatro di guerre e di stragi.

Nè la ridente Italia, perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo numerosi arringhi ad ogni sorta di lotte armigere, poteva andar esente dal contemplare nel proprio seno anche pugne navali. Più e più volte il Leon di San Marco inalberato sulle sue repubblicane navi risalì il Po ad azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola, od innestata negli stemmi Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche guerriere, e sull'onde di Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma fra l'acque che si stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il furore belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue discordie, i Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane, Galliche ed Alemanne pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si sfidarono da inveterato odio sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e come i mari di Panama e del Messico ebbe pure questo lago i suoi filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati dai dirupi delle loro montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni luogo che assalivano a ferro ed a fuoco.

Ma dopo secoli di guerre colà combattute era serbata la gloria ad un privato cittadino dell'allora dominante Milano, di creare su quel lago forze navali sì numerose e imponenti, che tali per l'addietro non s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici a disporne altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si comprende, Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi legni avrebbe potuto in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare. Nulla aveva egli posto in trascuranza onde le sue navi riuscissero di grossa portata e fossero con solidità ad un tempo e prestezza costruite ed armate: e potè per l'impegno e i mezzi da lui adoperati al perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai proprii cantieri il celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.

Fece desso erigere arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti nelle arti marinaresche per dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d'artefici ed attrezzi provveduto era quello di Musso, siccome prossimo al Castello, e perciò con maggior facilità difeso e sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che, come vedemmo, n'era capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli arsenali di mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva un'officina d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calafatare i navilii. Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli spadai, de' fabbricatori delle alabarde, degli archibugi e d'altre simili armi da braccio, non però di quelli delle grosse artiglierie, alla costruzione delle quali richiedevasi tanto dispendio e sì gran numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti repubbliche ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue artiglierie comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai Francesi. Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano appuntellate sovra congegni di travicelli le barche in costruzione, le quali condotte che erano a compimento, venivano lanciate nel lago, lasciandole scivolare sovra un piano di curli all'uopo apprestati.

Il dar de' martelli, il rintronar delle incudini e de' percossi fianchi delle navi, lo stridere delle seghe e delle lime, il gridare de' lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono di buon mattino l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro Onallo, disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia, mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente circondato dai capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de' magazzini che avevano a richiederlo intorno alle opere fatte, o addomandavano istruzioni per quelle da intraprendersi: ma egli ne li faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno, intentissimo a prestare ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a partire di là. Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non sarebbesi di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo alla porta dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti presero commiato dal Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle seguire, e si misero di compagnia sulla strada del Castello.

Il vento del lago che suol spirare da tramontana dal far del giorno sin presso a mezzodì, e chiamasi Tivano (forse dal corrotto accozzamento delle due francesi parole petit vent perchè non soffia mai nè furioso nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le nuvole e i nebbioni di che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì antecedente. Splendeva quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette innalzavano le loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole, disegnandole sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria, mostravansi cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun raggio solare che trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar su di loro.

Gabriele con Falco e Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada che costeggiando il lago correva dritta verso il Porto del Castello, presso il quale era l'entrata comune alla fortezza. S'incontravano per quella via gran numero di persone, ed erano soldati, barcaiuoli, contadini e contadine con canestri e provvigioni di pollami, di granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne venivano per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti d'altri paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella Terra, ch'era allora la Capitale della costiera; miravansi altresì ricchi signori che vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli doviziosamente bardati, su varii de' quali sedevano in groppa donne o fanciulle strette in abiti eleganti alla foggia dei tempi: fra mezzo a questi camminava alcun viandante e pellegrino costretto a battere quella strada onde evitare le vessazioni del viaggio per barca: e siccome l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano occupate da vedette e da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva alcun libero passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo verso l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo arco di massicce mura che formava una gran porta detta la Porta di Musso, la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla banda di Musso) all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla muraglia del porto, per cui la strada correva per lungo spazio tanto al di qua che al di là di quell'arco fra ruvide e grosse muraglie ristretta. Presso la Porta di Musso, che era munita da ambi i lati da battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati interiormente da travi stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni destinati a riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma delle gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva-condotti de' passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che venissero.

La vista di quella moltitudine di persone che percorrevano quella via, produsse la più piacevole impressione a Maestro Tanaglia. Le strette di cuore da lui provate nella burrascosa vicenda recentemente trascorsa facevangli trovar gradito il vedersi ritornato ad un luogo il cui soggiorno gli era sembrato da prima pesante e noioso. L'imponenza del Castello dentro cui stava per riprendere le sue cancelleresche faccende, la sicurezza che inspiravano quelle mura, i belligeri apparati, i molti uomini pronti e interessati a difenderlo, fornivano al suo spirito un più che evidente e vantaggioso raffronto coi gravi perigli ch'ei per esperienza sapeva che s'incontravano in ogni altra dimora. Felicitavasi quindi in cuor suo, ed era forse la prima volta che sinceramente il facesse, di godere la protezione del Castellano, aver la confidenza di lui, tener parte attiva nel regime del suo dominio. Così pensando, camminava con più lentezza e gravità, volgendo con importanza il capo a dritta e mancina a quelli che gli passavano d'appresso: ricomponendosi l'abito alla persona, e col palmo della mano lisciando i capelli che da tre dì non aveva potuti assettare.

"A ben riflettere, diceva tra se, dovrei pur chiamarmi fortunato, solo che potessi evitare di seguire quello spensierato di Gabriele, che nelle sue spedizioni incappa sempre in qualche malanno. Nel Castello, dopo Gian-Giacomo, non son io forse il primo personaggio? tutta questa canagliaccia non deve dessa star sottoposta agli ordini e alle gride che vengono scritte da me? Il Mandello, il Borserio, e quel manigoldo del Pellicione mostrano di tenermi in poco conto perchè io non aguzzo la stambuchina al par di loro a danno del mio prossimo; ma quello che dà i saggi pareri a Gian Giacomo sono io, e senza di me nulla si fa d'importante. Anche il Cancelliere Morone non sapeva menar che di penna, eppure il Duca se lo aveva più caro che venti comandanti di squadre, e Carlo l'Imperatore darebbe mezze le gemme della sua corona per averne un paio degli uomini di quella fatta. È vero ch'io non conosco le teorie della Ragion di Stato al pari di lui, ma egli non possedeva al pari di me l'alta Scienza Blasonica, proclamata da tutti non meno di quella utile e gloriosa. Oh! se si trattasse una volta la pace, e che questi soldati cessassero dall'assordar tutto il mondo non parlando che d'ammazzamenti e di guerra, comincierei ben io ad alzar la voce e darmi a divedere per quell'uomo che sono".

Così fantasticando ei proseguiva il cammino, e nello stesso mentre Falco teneva con Gabriele ragionamenti ch'erano per questi del massimo interesse, sebbene l'armigero montanaro punto non ne dubitasse. La triste disposizione di spirito destata in Falco la sera antecedente, s'era in lui protratta la notte, e gli aveva l'animo ingombro di mille dubbiosi pensieri, e come suol avvenire che i sentimenti profondi e angosciosi ci risvegliano in cuore più vivo l'affetto per le persone lontane cui andiamo congiunti con nodi di sangue o d'amore, così accadde che quasi tutt'i pensieri di lui furono rivolti alla sua rupe, poichè mai tanta pena aveva altravolta provata nell'essere discosto da sua moglie e dalla figlia. Sapeva per fatto fin dove era capace di spingersi l'accanimento de' nemici, e ben immaginava di quanto doveva aver avvelenito ed acceso il loro desiderio di vendetta l'ultima intrapresa da lui contro di essi condotta: però sembravagli che gravissimo periglio sovrastasse a quelle donne se sole e indifese rimanevano più oltre nel loro isolato abituro, considerando che la naturale difficoltà del luogo era troppo lieve riparo a proteggerle contro la rabbia d'uomini feroci che si fossero dati a rintracciarle. Restarsi sempre seco loro onde difenderle, era per lui impossibile, poichè la sua vita dipendeva interamente dall'esercizio delle proprie forze nel modo che le aveva sino allora esercitate: unico rimedio alla sicurezza loro gli si appresentava adunque il trovare ad esse un asilo, in luogo dalle ostili incursioni più validamente guardato. Tal progetto d'abbandonare il soggiorno della terra nativa, che Falco era venuto raffigurando la notte come una dolorosa e necessaria risoluzione, gli si riofferse il mattino sotto più evidente e meno spiacevole aspetto, alloraquando trovossi sulla via del Castello con Gabriele. Mirava egli i molti edificii di Musso, i tanti altri casamenti contadineschi, e i palazzotti sparsi in que' dintorni, in cui gli abitatori menavano vita sicura sotto l'immediata protezione del Medici che ne era il Signore, e in alcuna di quelle case, andava pensando, poteva rinvenirsi un albergo convenevole a sè, ad Orsola ed a Rina, ove lasciandole, per recarsi ad affrontare rischii e combattimenti, avrebbe conservato l'animo tranquillo sul loro destino, qualunque si fosse stata la sorte che lo attendesse. Dell'esecuzione di tal divisamento, ch'egli fermò tosto in pensiero, ben comprendeva doverne dare contezza al signor Gian Giacomo, senza la cui concessione, un uomo qual egli si era, non avrebbe potuto trovar mai chi quivi l'accogliesse; si fece quindi a tenerne parola a Gabriele, sulla cui cooperazione faceva fondamento, appoggiato a quanto aveva in suo favore operato.

"Si vede, signor Gabriele, gli disse, che questo è il paese dove si battono gli scudi e i cavallotti [4], e che qui tutti ne hanno a ribocco: ogni giorno par dì di fiera, tanta è la gente che vi viene a trafficare: i ricchi signori lasciano le altre terre per starsi in questa, sì che a guardarsi dintorno sembra un bosco di case; se Musso va aggrandendosi di tal passo, diventerà tra poco qualche gran città da farne invidia a Como. Qual differenza tra questi bei fabbricati e il mio povero casolare che sta solitario sulla montagna come il nido di un uccello selvatico. Voi il vedeste, e lo potete dire. Ma pure sappiate ch'io non avrei mai avuto desiderio di cangiare quel mio coviglio con alcune di queste abitazioni, e nemmeno col castello d'un re, se non fosse un sospetto che m'è entrato in cuore, che un giorno o l'altro i camicioni rossi [5] abbiano a montare la sù, e cogliendovi le mie donne alla sprovvista, trattarle col vitupero con cui adoperano que' cani scellerati contro chiunque dà loro nelle mani. Oh! se s'attentassero salire la montagna quand'io mi stessi sotto il mio tetto! Ne li sentirei venire se avessero il piede di volpe, e appostandoli col mio moschetto, ne manderei più d'uno a rotoloni giù per gli scogli come tronchi di quercie spaccate. Darei poscia io stesso il fuoco al mio casolare, e mi condurrei Orsola e Rina sulle alture dei monti, dove essi cercherebbero indarno d'innoltrarsi d'un passo. Ma temo che abbiasi a battere la selva mentr'io mi son lontano, ed ho per ciò determinato di farle snidare di là per condurle in sicuro".

[Nota 4:][ (ritorno) ] Così chiamavansi alcune monete di vario valore su cui era impresso un cavallo portante un guerriero, che venivano nella zecca di Musso in que' tempi coniate.

[Nota 5:][ (ritorno) ] Venivano per ischerno disegnati in tal modo i soldati Ducali, perchè portavano sull'armatura una sopravveste di quel colore.--Misaglia.

"Saggiamente tu pensi (rispose Gabriele fatto attentissimo a quel parlare, ed a cui il suono del nome di Rina fe' salire un lampo di rossore sul volto): è dover tuo di provvedere alla loro salvezza, chè nel luogo ove ora si trovano può essere ad ogni istante minacciata: le intraprese e le azioni tue ti fecero sì noto, che è gran meraviglia che i nostri nemici non abbiano per anco fatto prova d'assalirti sulla tua rupe: e certo se accingendovisi prendessero tua moglie o tua figlia, che la Vergine le protegga! sfogherebbero su di esse lo sdegno che nutrono da tanto tempo contro di te. E chi potrebbe colà difenderle? chi accorrere in loro soccorso, per strapparle a quegli inferociti che ne farebbero strazio per farti sentire più crudele e tremenda la loro vendetta? In quella isolata dimora da cui sta con te assente ogni amico tuo, invano spererebbero nella foga del periglio, che da Nesso giungessero armi e braccia in aita? Bene pensasti adunque di mutare soggiorno, ed agevole riuscir ti deve di trovarti un asilo più tranquillo e difeso".

A queste parole, che il giovinetto pronunciò caldamente, Falco, dopo breve silenzio, in cui mostrava star maturando una decisiva risoluzione: "Ho stabilito, replicò, di venirmi a collocare sotto le guardie d'un castello del signor Gian Giacomo, scegliendo stanza con suo acconsentimento o qui a Musso, o là vicino alla rocca di Corenno" e ne additò della mano la torre al di là del lago.

"Non dubitare, o Falco, ripetè Gabriele animato da visibile contento; mio fratello ti accorderà non solo d'abitare in questa sua terra, od ove più t'aggrada, ma ti terrà, se lo vuoi, in una delle sue case, e sarà sempre proteggitore di tua famiglia: potrebbe egli pagarti con minor ricompensa l'avermi salva la vita?"

Così parlando erano pervenuti là dove la strada s'internava come dicemmo fra la muraglia meno alta del Porto, da cui vedevansi sopravanzare le sommità di gran numero d'alberi di nave, dai quali pendevano corde, puleggie e vele attortigliate, e quella dell'ultimo bastione che massiccia e inclinata formava scarpa al Castello, Maestro Tanaglia progredendo verso l'arco detto la Porta di Musso, sotto cui era l'ingresso alla fortezza, si pose alla destra di Gabriele che, come n'era partito, voleva colà rientrare al suo fianco.

Ma noi, pria di procedere accompagnandoli più oltre, crediamo indispensabile il dare ai nostri lettori un'idea, quanto più potremo precisa, di quel Castello che occupa sì luminoso posto nella storia del Lago, desumendola dalle vestigia che tuttora ne rimangono e dalle descrizioni di antichi scrittori che ne poterono raccogliere veritiere notizie.

L'Ericio Puteano, autore d'una Istoria Cisalpina, fece cenno di quel Castello colle seguenti parole: Era una rocca sovra una scabra ertezza posta come a vedetta di tutto il lago, di triplice lorica e di altrettanti castelli provveduta [6]. E veramente la falda di monte su cui si erigeva quel forte venne da lui a buon diritto chiamata una scabra ertezza a causa della natura del sasso di cui va composta, e di sua alpestre configurazione. Sulla sponda occidentale del lago, da Rezzonico a Musso, le montagne si dirompono scendendo all'acque in valloncelli e pianerotoli coperti d'erbe e di piante; ma poco a settentrione dell'ultimo Borgo si scorge il monte nudo, erto, petroso protendersi lungo il lago per un tratto considerevole. Dall'un lato si stanno con Musso altre picciole terre disseminate pel pendío, dall'altro la montagna s'interna con rapido rivolgimento quasi ad angolo retto ver ponente formando un seno o piuttosto un golfo contornato da verdeggiante pianura, che si stende da Dongo a Gravedona. Questa schiena di monte, che s'appellava ne' passati tempi la Montagna del Castello, ed ora che le mura di esso stanno diroccate al suolo, vien detto il Sasso di Musso, è formata d'una pietra bigia, ruvida, spugnosa, congiunta così come fosse un solo gran masso, su cui allignano pochi sterpi e bronchi radicati nelle screpolature, entro cui le pioggie infiltrano un minuto terriccio. Due vallette tagliano di prospetto la fronte di quel gran sasso, l'una ver Dongo, che nomasi la Val-orba, in fondo alla quale stagnano acque nereggianti; l'altra, la Val-del-merlo, più della prima angusta, ma fruttosa in suo seno d'ulivi. Vicino a quest'ultima, dalla parte di Musso, sovra alcuni rialzi che formano un profilo distinto del monte, s'erigeva il Castello, ossia i varii forti che il componevano: poichè dalla notabile altezza dove trovavasi il maggior fabbricato ch'era la vera rocca, scendevano baluardi, mura e torri non interrotte sino alla strada, chiudendo altre rocche, ed alla strada congiungevansi per mezzo dell'arco, ch'era la Porta di Musso, alle mura del Porto, che s'avanzava co' suoi moli nel lago. Siccome que' forti che formavano il Castello, erano stati in tante riprese da diversi dominatori costruiti, e in epoche disparate ampliati e precinti di bastioni e di vedette, mostravano nelle varie foggie architettoniche di loro torri e finestre, nel colore delle mura l'indole e la distanza delle età di chi gli aveva innalzati, offrendo norma specialmente a distinguere la nazione o il lignaggio de' passati signori negli stemmi e nelle imprese che vi stavano scolpiti ad ornamento.

[Nota 6:][ (ritorno) ] Arx in verrucosa crepidine velut universi lacus specula erat... triplice lorica totidemque castellis munita.

La parte principale, ch'era la più ampia ed elevata, avevasi recente data, perchè fatta pressochè tutta erigere dall'ultimo suo possessore, il Medici. Ben quattrocento passi s'innalzava dessa dal piano del lago, e formava lo stremo superiore del castello, e tre terrapieni sostenuti da rivellini, scendenti ad uguali distanze come altrettanti scaglioni, su ognun dei quali eravi un forte con torri e bastite, dividevano il rimanente dello spazio; e questi erano le tre loriche o corazze dall'oltremontano Storico accennate. A fianco di essi scendeva un doppio ordine di mura munito di altre torri che li serrava tutti in un sol corpo, e vi si aggiungevano in più luoghi palafitte e steccati. Nella sommità l'ultimo muro della fortezza non avea già a ridosso l'erto pendío della montagna: un profondo taglio di smisurata grandezza, praticato nel vivo masso, ne ve lo disgiungeva a guisa di vasto fossato; e chi dal giogo del monte avesse avuto in animo di calare alla volta del Castello, dopo essere disceso a grave stento per la precipitosa e nuda balza, giuntovi dappresso trovava quell'insuperabile ostacolo del taglio, ove chi fosse stato sì ardito e fortunato da scendervi illeso trovava il fondo ghermito di triboli, punte e lame taglienti, e vedeasi di fronte la rupe inaccessibile, e su quella la muraglia del Castello, da cui scagliavasi per appositi pertugi una grandine di palle e di saette a recare inevitabil morte. Le torri, le mura, i baluardi andavano orlati di merli, e forati da lunghi ordini di feritoie e di balestriere: in molti siti vedevansi le muraglie guarnite di grosse pietre tagliate a tetragoni, ov'era il posto delle artiglierie, poichè fra i castelli italiani fu l'uno de' primi quel di Musso ad aversi ne' suoi valli costrutte le ballatoie per le colubrine e le bombarde. Sopra una torre d'ogni forte stava inalberata una bandiera coll'armi del Castellano, e sull'alto della torre più elevata di tutto il Castello sventolava il grande stendardo Mediceo che portava per insegna tre palle d'oro in campo rosso.

Tal era il prospetto generale che di quel Castello si offriva a chi il guardava da lungi sul lago, dai monti o dalla sottoposta via; ma quelli che venivano considerando da vicino e partitamente le sue quattro rocche sui diversi spaldi innalzate, discernevano agevolmente quanto l'aspetto di ciascuna fosse dall'altro svariato. Il più antico di que' guerreschi edificii era il secondo, procedendo dall'alto, le cui mura più brune, e più dell'altre semplicemente erette, ne attestavano a chiare note la vetustà. Ma chi ne avea poste le fondamenta? Erano dessi stati i Galli, i Romani, o gli aborigeni Lariensi? Ciò si asconde nella notte dei tempi, e vano per noi sarebbe il tentare di rintracciarne notizia. All'epoca di cui parliamo erano già scorsi più di otto secoli da che i Goti ne avevano fatta una Rocca che veniva nomata di San Childerico, perchè contigua ad essa si erigeva una chiesa sacrata a quel santo Re del settentrione, e quivi si chiuse nel settecento, protetto dai valorosi Pievesi, il longobardo Ansprando col figlio del re Liutberto, per sottrarsi alle persecuzioni del possente Ariberto II, contro cui non gli valsero gli scogli ed i baluardi di che andava doppiamente munita l'Isola Comacina. Que' nordici dominatori avevano data all'antica Rocca di Musso una gotica forma: non s'intende però disegnar con tal nome quell'architettonica foggia cui peculiare distintivo sono i frastagli, le gugliette, le statue, i rabeschi, che comunemente col titolo di Gotica suol indicarsi, e che fu propria d'un'età a noi meno di quella discosta, ma bensì una maniera semplice e liscia all'intutto, avente solo qualche grossolano intaglio nelle modanature. La Rocca infatti di San Childerico presentava un rettangolo non elevato di troppo nè largo, costrutto interamente di pietre, con fronte piana fiancheggiata da due quadrate torri cinte di merli a fil di muro, avea quadre le finestre e la porta, sovra cui s'apriva nel muro una loggia distinta da colonnette in tre vani, ad ognuno de' quali corrispondeva una picciola porta. S'ignora come il patrocinio della Chiesa di quella Rocca passasse da San Childelrico a Santa Eufemia, cui venne dedicata assai prima che il Medici la possedesse; e mantenne poscia per sempre, poichè fra le tante mura che rendevano inespugnabile quel luogo, unico quel tempietto rimase fino a' dì nostri incolume e solitario sulla balza del monte.

È nota la possanza de' Visconti: dal Taro alle Alpi, dal mar Ligure all'Adriatico tutto fu un giorno soggetto alla loro ducale corona. Non paghi delle numerose castella che aveano elevate pel piano lombardo, vollero premunire i poggi, le valli e le coste dei laghi di poderose fortezze per avervi più certo dominio e difesa. Corenno e Rezzonico videro allora costrutte le loro torri, e nel 1363 sorse un'altra Rocca, fatta in brevi anni condurre a compimento da Galeazzo Visconte, sulla montagna del Castello di Musso, sotto a quella di San Childerico. A diversità de' primi posseditori di questa, che nell'erigerla non aveano avuto di mira che di formarsi in essa un riparo, il Visconte nell'edificare la nuova rocca ebbe in animo di costruire una fortezza che valesse a tenere in freno i confinanti e i vassalli, e l'innalzò quindi in una posizione mediana tra l'antica ed il lago, spianando il pendio ed allargando lo spaldo con approcci di murate e terrapieni. Quadrangolare era la Rocca Visconti, che avea la maggior parte de' suoi muri contesti di mattoni: una sol torre le sorgeva nel mezzo dal lato del monte, nel quale s'apriva la porta con arco di sesto acuto, della qual forma erano pure le finestre che andavano difese da grosse ferriate; a metà della torre stava infissa una gran lastra di marmo su cui scorgevansi a rilievo le spire d'un serpe incoronato col fanciullo tra' denti, e vedevansi qua e là per le mura scolpiti scudi con insegne d'aquile e di croci, ritratti di duchi e duchesse, immagini di santi, tra cui non mancavano quelle di Sant'Ambrogio e di san Giorgio colla sferza e la lancia.

Situate com'erano quelle due propinque rocche al limitare delle tre libere pievi di Dongo, Gravedona e Sorico, andarono soggette a numerose e singolari vicende nel passar che facevano in potere dell'uno e dell'altro dei signorotti che battagliando s'impossessavano delle vicine terre. Venute in potere de' Francesi, furono sul finire del 1500 date in feudo col borgo di Musso al maresciallo Gian Giacomo Triulzo, detto il Magno, guerriero e duce il più illustre dell'epoca, di cui durerebbe intatta e limpida la fama, se apporre non gli si dovesse a grave colpa l'aver capitanate armi straniere a danno della propria patria, riducendola a doloroso partito; e di tale obbrobriosa azione ebbe condegna pena gli ultimi anni di sua vita, nei tanti contrassegni di noncuranza e di sprezzo che ricevette alla Corte del gallico re Francesco primo.

A' tempi del maresciallo Triulzo il formidabile ritrovato delle artiglierie diffusosi tra le principali nazioni, abbenchè imperfetto e in molte sue parti difettoso, aveva cangiato d'assai il modo dei combattimenti, e prodotte considerevoli innovazioni nell'arte del fortificare, arte che fu necessitata a totalmente differire da quella adoperata allorquando non s'adoperavano ad atterrare le mura che arieti e catapulte, e nelle pugne non venivano lanciati che sassi e dardi. Divenuto adunque il Triulzo feudatario di Musso e delle sue Rocche, pensò ridurle a tale che valessero a sostenere gli assalti di quelle recenti armi fulminatrici; alzò a tal fine al di sotto di esse, poco discosto dal lago, un baluardo di grosse mura coi valli atti a sostenere lungo tutta la fronte le artiglierie, e questo serviva di scarpa, diremo così, al Castello; ai lati di quel baluardo tracciò due linee di mura che salendo paralelle pel monte venivano includendo la Rocca Visconti e quella di Sant'Eufemia ad un forte di cui egli piantò le basi, e che esser dovea assai più di quelle spazioso. Ma fosse predilezione ed interesse pel suo Marchesato di Vigevano e per la Signoria di Musocco, fossero le gravi cure delle faccende politiche e guerresche, il Triulzo non badò a dar compimento alle ideate ed intraprese opere intorno al Castello di Musso, non tenendo di quel Borgo a cuore altro che la zecca, i di cui scudi d'oro e d'argento, detti del Sole, ebbero corso e furono ricercati per tutta Europa.

Erano le edificazioni in tal punto quando giunse sul Lago, nel suo primo vigore giovanile, Gian Giacomo Medici, volgendo l'anno 1516. Salvatosi colla fuga da Milano, ove avea troppo prestamente trattato con successo le armi, si collegò cogli altri suoi concittadini che esuli al par di lui traevano la vita a ventura: fatto loro capo, per l'ardimento, l'intrepidezza, la sagacità sua somma, condusse le più arrischiate imprese combattendo contro i Francesi, i Grigioni ed i Valtellinesi: e contribuì non poco al ritorno degli Sforza in Milano ed alla gran vittoria di Pavia riportata dalle armi imperiali. La prima volta ch'ebbe veduto il Castello di Musso, colpito dall'imponente sua posizione e dalle sue numerose fortificazioni, gli nacque pensiero d'impadronirsene, e di fermar quivi la sede del suo comando. Guerreggiava in quel tempo a sostegno delle parti de' Ducali e degli Spagnuoli contro i soldati di Francia, una squadra dei quali occupava il Castello di Musso: ei gli assalì, li vinse, gli scacciò; prese possesso delle Rocche e vi si stabilì colle sue bande armate. In premio di tal fatto il duca Sforza e il De Leyva, generale di Carlo V, il proclamarono Castellano di Musso. Proseguendo la guerra contro i Grigioni, le sorti si volsero, ed ei fu vinto ed assediato da loro nel proprio Castello. Stretto d'assedio e condotto agli estremi attese in vano soccorso dai Ducali, a favore dei quali egli aveva tanto operato. Pieno di sdegno per questo mancato aiuto, ch'ei considerò tradimento (a cui memoria ed odio fece nel Castello stampare monete di cuoio coll'impronta d'una F spezzata colla leggenda fracta fides), liberatosi dall'assedio degli Svizzeri, dichiarossi indipendente e nemico del Duca, facendosi dominatore assoluto della parte superiore del lago, stendendo il suo comando a Lecco ed a molte altre Terre in Valtellina, in Valassina ed in Brianza. Resosi così potente signore, fece condurre a termine le opere del Castello cominciate dal Triulzo: ordinò s'aprisse il gran taglio nel monte sopra ad esso: ingrandì e rafforzò le mura, ristaurò le Rocche e il baluardo: costrusse il molo del porto che cinse di forti muraglie, eresse la gran porta sotto cui passava la strada, e diede in somma a tutte quelle fortificazioni la grandiosa forma che presentavano nel momento a cui si riferisce il nostro racconto.

Pochi istanti prima che Gabriele con Falco e il Cancelliere s'avviassero al Castello, una barca venuta rapidamente dall'altra sponda del lago, e colà approdata, mise a terra un valletto di Luca Porrino capitano della Rocca di Corenno, il quale richiese d'essere immediatamente guidato dal Castellano. Tale frettoloso messaggio fece supporre ai soldati ed ai rematori, che stavano oziando sparsi qua e là presso le mura del porto, che fosse accaduto qualche importante avvenimento. Spinti per ciò dalla curiosità, si raccolsero intorno ai due uomini che avevano condotto nella barca il valletto, e seppero ben tosto che desso era venuto a recare a Gian Giacomo la novella che Gabriele e Maestro Lucio erano caduti nelle mani dei Ducali, siccome notizia giunta a Corenno da brevissimo tempo. Ad un tratto quella nuova si diffuse per tutto: i soldati già attendevano desiderosi il comando di partire, i rematori accorrevano al porto, e si disponevano nelle navi, animati gli uni e gli altri dalla brama di recarsi a liberare quel loro giovine capitano, quando egli stesso coi due suaccennati compagni arrivò appunto alla gran porta presso l'ingresso del Castello. I soldati e gli altri tutti che quivi trovavansi, maravigliati non poco nel vederlo comparire, fattiglisi incontro, si schierarono sul suo passaggio salutandolo rispettosamente, e rallegrandosi poscia tra loro tumultuosamente che falsa fosse la voce di sua prigionia, schernendo e ingiuriando i barcaiuoli di Corenno che l'avevano propagata.

Intanto Gabriele, Falco e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e salendo un'angusta scala, erano entrati nella stanza delle guardie ove vedevasi una lunga fila d'archibugi a ruota appoggiati alle pareti, colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini d'armi seduti intorno a rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là per un'altra scala praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una picciola spianata superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo fatto erigere dal Triulzo, e che chiamavasi allora la Casa del Maresciallo. Così di scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel masso, o su quello costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano la Torre del Biscione, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.

Quando stavano per porre il piede sull'ultima gradinata, che si era quella che adduceva al più alto edifizio detto il Forte del Medici o del Castellano, videro uscirne tre personaggi che alle vesti mostravansi capitani, i quali seguiti da altri molti, si diedero a calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio conobbero ben tosto che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo della flotta, e gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo che scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo spaldo onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che ristrette erano. Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide d'essi loro, e raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia cogli indici stesi verso di essi, ed "Ecco, gridò, ecco Gabriele e il signor Cancelliere, essi medesimi in persona tornati sani e salvi al Castello. Come adunque ci si vien dicendo che gli Spagnuoli gli agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia Falco di Nesso? egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto. Salite, salite (e così gridando con maggior forza li salutò delle mani), venivamo a ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla catena?"

"È pur vero, rispose Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo incappato, ma vi fu chi tagliò il nodo e ci rese libero il corso a ritornarcene a Musso".

"Mai sì, che s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna, disse Maestro Lucio, stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli occhi, il sangue, la pelle e giungevate in tempo come il soccorso di Pisa!"

Sfilarono di comitiva su per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un l'altro del modo in cui era ita la cosa, e pria che pervenissero al Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi da quello due altri capitani col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello e il Pellicione; questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: "Che il malanno vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche? Qual diavolo vi porta indietro?" "È qui il signor Gabriele; è qui il Cancelliere", ripeterono più voci. "Oh che siano i ben venuti! ma per la spada di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda? o tu hai mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino era più briaco del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o per..." "Che vale lo spaventare questo ragazzo, l'interruppe placidamente il Mandello: essi son giunti, nè serve cercar più oltre; ritorniamo tosto a renderne avvertito il signor Castellano".

La porta del Forte rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran cautela di difesa, poichè non pervenivano colà che gli abitanti del Castello, o le persone che erano già state alle altre porte riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di pesante saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro uomini d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al passare dei rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono le lancie al suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il militare saluto.

Attraversato un porticato, entrarono nella parte dell'edificio abitata da Gian Giacomo. Le stanze non ne erano nè eleganti, nè adorne di ricche mobiglie: le principali avevano appesi alle pareti alcuni ampii e vecchi quadri, su cui stavan dipinte battaglie, o ritratti di prelati e di guerrieri ch'erano gli antenati de' Visconti o del Triulzo, poichè il Medici non s'era curato di possederne de' proprii: le tavole e le scranne erano di legno foggiate all'antica e coperte di cuoio.

Per quelle camere vedevasi una folla di persone d'ogni grado, sì civili che addette alla milizia, notai, magistrati, uomini di chiesa, i quali tutti stavano in aspettazione d'essere introdotti dal Castellano onde esporgli le proprie bisogna e chiamarne provvedimento. Sull'entrata della sala ove Gian Giacomo dava udienza a' suoi vassalli, vedevansi due sergenti d'armi, armati di corazza e di picca, che rattenevano l'affluente moltitudine. Allorquando giunse colà il valletto venuto messaggiero da Corenno, era stato agli aspettanti dato avviso che alcun più non s'avanzasse sinchè non ne ricevessero nuovo ordine. Molti a tal cenno partirono, e gli altri, fatti dall'impazienza e dalla curiosità fra loro amici, si riunirono in piccioli crocchii ragionando e fantasticando in cento guise.

"State a vedere (diceva un mercante di drappi Bergamasco venuto a chiedere la diminuzione delle gabelle imposte sulla propria merce, trattosi nel vano d'una finestra accanto ad un curiale, ad un frate e ad uno schioppettiero Mussiano), state a vedere che i fabbricanti di Chiavenna mandano ad offrire una gran somma al signor Medici onde faccia chiudere il passo ai panni delle nostre gualchiere: cercano ogni mezzo per ruinarci, se non basta la guerra a trarci in miseria; le pescano tutte per farci del male: ormai un povero mercante non sa più come tenersi in piedi".

"No, no, no, rispondeva gravemente il Frate, quel corriere mostrava in volto troppo turbamento, per essere un messo di buon augurio; io lo direi portatore dell'annunzio di qualche sconfitta data dai Ducali agli uomini di Monguzzo o di Lecco".

"Se ciò fosse, pronunciava il Curiale alzando la destra in aria di disputa, son di parere che sarebbesi ricevuto previamente l'avviso della battaglia, o per lo meno da quelli che vennero questa mane da que' paesi se ne avrebbero avute notizie; ma ciò non avvenne, dunque (e fece un inchino) nego suppositum, illustrissimi domini". Lo Schioppettiero sorrideva lisciandosi le basette, e incrocicchiando le braccia zufolava leggiermente.

Mentre tenevansi tali e consimili discorsi, si pervenne a sapere di che realmente trattavasi, arguendolo da alcune tronche parole pronunciate dai capitani nell'attraversare che fecero frettolosi quelle stanze per partire. Nacque subito allora un bisbigliarsi all'orecchio, un ragionare sommesso: si dedussero variatissime conseguenze secondo la diversità degli interessi: chi condolevasi apertamente, chi rallegravasi in secreto con motti e accennamenti, a norma degli affetti e del partito che predileggeva. Ma il contento e il dolore cagionati dalla creduta sventura di Gabriele ebbero cortissima durata; poichè un momento dopo che se ne fu disseminata la voce, ivi giunse egli stesso seguíto dai duci, da Falco e dal Cancelliere. Ognuno li mirò stupito; e quando spalancatosi la porta della gran sala vi fu cogli altri entrato, tutti se ne partirono, e scendendo dalle scale schiamazzavano ridendo o gridando per ispiegare il fatto.

Ultimo e solo Arrighetto, il messo di Luca Porrino, calava dal Forte indispettito e mortificato come uomo colto in menzogna; sebbene nel recar l'ambasciata non avesse che eseguito un comando, pure provava grande scorno nel vedere smentito l'evento appena l'era venuto narrando. Agitando colla destra un suo acuminato cappelluccio in cui stavano infisse due penne di vario colore, tenendo la sinistra nella cinghia del giallo giustacuore che vestiva, balzava giù di gradino in gradino maledicendo il messaggio, i Ducali e quei di Musso, tanto che giunto alla Casa del Maresciallo soffermossi un istante sulla soglia della stanza delle guardie preso dal timore d'essere posto in dileggio dai soldati. E fu così, perchè, sebbene entrassevi quattamente, appena l'ebbero veduto: "Guarda, Coppo, gridò l'un dessi con cipiglio beffardo, hai tu mai veduto una gazza col groppione tinto nel zafferano? Mirala! essa ha passato il lago per cantare il mal augurio nel Castello, ma le fallì la voce, e vorrebbe andarsene terra terra per non aversi spennacchiata la coda". "Alto là, bel ragazzo (disse Coppo il Bombardiere, uomo lungo e magro, che indossava una sdruscita casacca color di piombo, e stavasi appoggiato alla porta d'uscita, di cui impedì il passaggio ad Arighetto portando le braccia ai due grossi massi che ne formavano gli stipiti), fermati un poco in questa stanza: siamo buoni compagnoni, e tu non devi aver paura di noi: spiegaci un po' la cagione perchè mai voi altri del di là del lago le bevete tanto grosse, e come poi vi prenda fantasia di venire a venderle a noi, benchè le diate più a buon mercato che un pezzo di miccia bagnata: m'immagino che qualche giorno ci verrete a raccontare che il colle d'Olciasca va la notte in giro per il lago come un barcone carico di legna!"

I soldati che avevano formato un circolo intorno ad Arighetto, diedero a tali parole in scoppii di risa, e questo silenzioso, cogli occhi bassi come un pulcino caduto in mezzo ad una truppa di galli, stette colà prendendosi, senza far motto, tutte le beffe di che il venivano tempestando, sin che ritrattosi Coppo dall'uscio, se ne andò rapidamente, quasi non vedendo la scala, e riuscito al porto, entrò in sua barca, e partissi con maggior fretta assai che non fosse venuto.

CAPITOLO QUARTO.

.......... Vedi uno cremesino
Ha il manto e la berretta, uno la bruna
Toga si affibbia all'omero, un stiletto
Brandisce questo, e quegli un'asta, e sovra
L'inculto capo ha la mural ghirlanda:
Chi fia colui ch'è sì sparuto e macro?
Perchè quest'altro la cotenna arriccia
E i mustacchi arronciglia? Infra lor tutti
Gagliardo in armi ed in feroce aspetto
Giganteggia Ugolin.
Maltraversi e Scacchesi, Rom. Poet.
di TEDALDI FORES.

Nella sala del Castello, appellata delle udienze, stava, come dicemmo, il Castellano circondato da' suoi. Egli era seduto sovra un seggio cui faceva baldacchino un ampio gonfalone di colore purpureo, polveroso e traforato in più parti da palle nemiche; al di sopra di questo vedeasi sospesa una campana di bronzo con cerchii d'argento, che chiamavasi la Martinella, l'uno e l'altro de' quali arnesi venivano attaccati ne' giorni di festa o di guerra all'albero maggiore del brigantino che faceva in certo modo sul lago la funzione dell'antico Carroccio sì famoso ai tempi delle repubbliche lombarde.

Gian Giacomo Medici, presso al suo trentesimosesto anno, era vigorosissimo della persona, poderoso di braccio quanto altri mai, non di troppo alta levatura, nè corpulento oltre il convenevole: nerboruto e ben proporzionato delle membra, lasciava scorgere in esse tutta l'attitudine che possedeva ai moti rapidi e vibrati. Il suo aspetto era ben degno d'un capo d'uomini armigeri: atto ad atteggiarsi ad imperiosa severità e fierezza, sapeva spirare ben anco intrepidezza ed indomabile coraggio, cui aggiungeva a suo grado un far grave od affabile, non dilicato, a dir vero, ma più che mai opportuno ad infondere rispetto insieme ed amichevole confidenza a quelli che seco lui contrattavano. Aveva neri capelli, corti e ricciuti come la barba e le basette, fronte alta spaziosa, naso rilevato aquilino, arcuate e folte le sopracciglia: lo sguardo appariva a primo tratto imponente, ma chi l'esaminava accuratamente scopriva in esso quella sagace penetrazione di cui Medici era in sì alto grado dotato, e di cui sapeva trarre mirabile partito in ogni politica e guerresca circostanza. L'abito suo era semplice, e non affatto cittadinesco in quell'incontro nè del tutto militare. Gli copriva il petto un corsaletto d'acciaio terso, lucente, ma senza smalti o rabeschi, aveva ampie maniche e braconi allacciati al di sopra del ginocchio, di velluto bruno con striscie più nere; portava al fianco una lunga spada con impugnatura larga e rintrecciata onde servire alla mano di scudo, e teneva infissa obbliquamente nella cintura una pistola abbellita con intagli d'avorio, arma pregevolissima e rara a que' tempi, sebbene il congegno per iscaricarla essendo a ruota la rendeva incomodo e complicato ordigno.

Siccome Gian Giacomo non chiudeva un animo soggetto ad essere agevolmente sorpreso o sbigottito, non aveva prestata che poca fede all'annunzio dell'imprigionamento del fratello Gabriele e del Cancelliere, nè se n'era posto gran fatto in agitazione; ed abbenchè per qualunque possibile evento avesse tosto ordinato a' suoi Capitani andassero in traccia di loro per ricondurneli ad ogni costo, era convinto che quella notizia fosse derivata da uno de' consueti abbagli di Luca Porrino. Per ciò allorquando rientrarono in quella sala il Mandello e il Pellicione facendo lieto viso, egli comprese all'istante essere la triste novella già smentita, onde al giungere che quivi fece Gabriele con sua comitiva, alzandoglisi d'incontro, girò intorno sorridente il volto, quasi dir volesse ben mel sapeva ch'ei non era preso.

Gabriele corso a lui affettuosamente l'abbracciò, e per suo invito sedutoglisi d'accanto gli disse all'orecchio alcune rapide parole accennando coll'occhio Maestro Lucio, che dopo essersi piegato in un profondo inchino era rimaso immobile di fronte al Castellano, e Falco che s'arrestò poco da esso discosto, e che sarebbe stato certamente di là ripulso se, oltre il seguire Gabriele dappresso, col proprio contegno fiero e sicuro non avesse persuasi gli astanti ch'egli sentivasi in diritto di colà rimanersi.

"Cancelliere (disse Gian Giacomo a Maestro Tanaglia, dopo aver misurato Falco d'uno sguardo indagatore), voi farete cosa graditissima a noi tutti esponendoci con esatta narrativa il successo della vostra spedizione col mio Gabrio, ch'essere dee stata per vero fortunosa se diede luogo a strane dicerie".

Messer Lucio si dispose immediatamente a soddisfare quella inchiesta, e fece il più minuto racconto di tutta l'accaduta ventura, esagerando ben anco il periglio in cui s'erano trovati, e magnificando con molte esclamazioni tanto il proprio coraggio quanto l'arditezza adoperata da Falco per la loro liberazione: mano mano che progrediva narrando, gli occhi del Castellano, de' suoi Capitani e degli altri personaggi ch'ivi si ritrovavano, fermavansi con maggior curiosità ed attenzione sul Montanaro di Nesso, le cui forme, l'abito e l'arme ben ne caratterizzavano la forza e l'audace costume.

"Il tuo navicello equivalse altre volte ad una mezza flottiglia", disse a lui rivolto Domenico Matto, capitano di nave, figlio del valoroso ammiraglio delle Tre Pievi, "e mio padre ti tenne sempre in conto di espertissimo comandante da che fosti seco alla battaglia di Limonta". "Questo è quello stesso, o signor Castellano, soggiunse Lodovico Bologna, che fece salvi gran numero de' nostri, quando ceduta che ebbi Chiavenna allo Zeller, nel ritirarmi colla mia banda fui sorpreso dai Valtellinesi a Proveggia, ove saremmo stati tutti spinti ad affogarci nel lago o nell'Adda, se la barca di Falco e alcune altre poche delle nostre non fossero giunte in tempo facendo forza di remi onde raccoglierci".

"Oh per la spada di san Michele! aggiunse il capitano Pellicione, non è questo quel Falco sì noto della rupe di Nesso? Non ti sovviene, Alvarez, di quel giorno in cui trovandoci sulla spiaggia di Sorico sotto l'olmo dell'osteria a vuotarne una misura, egli ci venne e bevette con noi, e quando fummo per partirne, sbucciati non so quanti ribaldi volevano ammazzarci, e noi combattemmo contro di loro sì fattamente, che nacque un parapiglia per tutto il paese? allora non fu pel modo con cui questi seppe menare le mani, che noi rimasimo padroni del campo?"

"Non vuoi che men ricorda? m'ho ben presente come se il vedessi ancora, ch'ei maneggiava quel suo moschetto e il pugnale come il più bravo guerillas della Morena"; rispose con una voce fatta roca e strillante dal lungo uso di bevere e gridare Alvarez Carazon disertore Catalano, il più intrepido e spensierato uom d'armi che mai vi fosse, gran fidato del Pellicione, che aveva corso del mondo assai e navigato per fino alle nuove Indie allora recentemente scoperte, del qual viaggio, che s'aveva a que' tempi del maraviglioso, esso non menava altro vanto fuorchè d'aver quivi fatto macello di centinaia d'abitatori e rubate in gran copia verghe e polvere d'oro e d'argento.

Falco, sorpreso al vedersi fatto scopo delle parole e dell'interessamento di que' Capitani, e più di quello di Gian Giacomo stesso che sempre fisamente il mirava, a lui rivolto con aspetto sicuro e franco disse: "Voi trovate un pregio in me l'avere combattuto con valore in varii scontri contro gente che essendo a me nemica è nemica pure del signor Castellano; ciò a me non pare sia sì gran merito da valermi le vostre lodi, perchè sappiate che mi stimerei uomo infingardo e da nulla, se quelli contro i quali determinai di pugnare non mi avessero a incontrare sempre munito di tutta la mia forza e di tutto il mio coraggio".

Gian Giacomo avea più volte udito far menzione delle imprese di questo suo spontaneo abbenchè picciolo alleato, ma non essendogli mai accaduto di venire seco lui a colloquio o vederselo vicino, non avea potuto contrarre con esso una perfetta conoscenza, al che non era per essere di benchè minimo ostacolo la diversità del loro grado e potere; parve quindi ad esso ottima sorte, che l'obbligo in cui trovavasi di dargli un premio condegno al salvamento d'un fratello, gli offrisse occasione di renderselo dipendente ammettendolo nel numero de' suoi, e di porgergli ad un tempo mezzi più adatti ad adoperarsi con maggior efficacia in suo vantaggio.

"È singolare, diss'egli a Falco sorridendogli amichevolmente, che i Ducali non abbiano mai pensato a distruggere un nemico così loro formidabile come tu il sei: ed è ben d'uopo dire o che non ardiscono cimentarsi teco, o che somma sia la tua destrezza nel sottrarti ai loro perseguimenti. Ma tu non ignori di certo che non v'ha belva sì guardinga, che aggirandosi tra boschi seminati di trabocchetti al fine non v'incappi, e così può avvenire di te: giacchè se giungono una volta a serrarti in mezzo alle loro navi, non devi aver speranza d'evitare d'essere morto e disfatto col tuo navicello dalle bombarde Milanesi che sono pur poderose. Però a scanso di tale sventura, che sarebbe a me gravissima, tu salirai una delle mie navi e combatterai unito alla mia flotta: ti creo Comandante di due Borbote [7] e della nave uscita testè dall'arsenale di Musso, cui impongo sin d'ora il nome di Salvatrice. Gabriele sceglierà cinquanta uomini della sua schiera i più destri e capaci, e li porrà sotto il tuo comando, a questi tu aggiungerai quelli fra tuoi che più ti piaceranno: il Cancelliere ti annoterà per stipendio duecento scudi del brigantino [8] di cui ti faccio assegno, e d'ogni preda che ti verrà fatto di prendere terrai tu una parte, darai un'altra a me, e la terza a' tuoi soldati".

[Nota 7:][ (ritorno) ] Nome d'una specie di barche adoperate sul lago, adatte a contenere milizie, artiglierie, ed ogni sorta d'ordigni da guerra.

[Nota 8:][ (ritorno) ] Moneta su cui eravi improntato il Brigantino agitato dalle onde, col motto: Domine, salva vigilantes, che si leggeva sulla prora della nave stessa.

Un mormorio, un susurrare universale sorse a tali parole, ed era approvazione in alcuni, meraviglia nei più, e malcontento in altri pochi. Approvarono coloro che o molto ligii al Castellano assentivano di buon grado ad ogni suo volere, o propensi per Falco il vedevano volonterosi di tal onore fregiato ed ascritto al loro novero: maravigliava il maggior numero, e non senza giusta cagione, essendo quella la prima fiata che Gian Giacomo accordava una sì importante distinzione in un modo tanto spedito d'assoluta autorità senza consultarne alcuno, e ciò che più sorprendeva, ad un uomo a lui presso che sconosciuto: quei Capitani poi o Condottieri di minor conto che aspiravano al comando della nave conceduta a Falco, sentitisi ferire dalla preferenza data a quel rozzo montanaro, esprimevano con motti sdegnosi il loro disgusto, nel che s'avevano pure in accordo alcuni i quali, sebbene stessero colà come ribelli e banditi dalle Corti, serbavano tutto l'orgoglio e la baldanza d'una superba nobiltà di cui avevano fatto pompa in altri tempi. All'intendere quel misto favellío Gian Giacomo rizzossi tosto in piedi, e copertosi iratamente il capo col suo berretto di velluto rosso largo schiacciato, sormontato da lunghe piume, vibrò d'intorno uno sguardo imperioso, e chiamati a se il Pellicione, il Borserio ed Achille Sarbelloni, uscì a lenti passi da quella sala entrando nel proprio appartamento.

Già incominciava il Medici a conoscersi sovrano, nè è improbabile che nell'elezione di Falco in suo comandante, da lui fatta in quella subitanea forma, oltre le cause suaccennate di suo speciale interesse, avesse di mira d'esercitare un atto di potere con cui far palese che gli altri non erano che suoi soggetti, e che egli a guisa dei Duchi e dei Sovrani Signori poteva innalzare o deprimere chi più gli piaceva, senza seguire altra volontà che la propria. Però non v'ha posto in dubbio che pria d'arrischiarsi a tal atto e dar prova tanto aperta e decisa del sentimento di sua possanza, egli avesse accuratamente fatto calcolo d'ogni possibile conseguenza, e quindi conchiuso non potergliene derivare danno di sorta, ma bensì utilità certa, poichè uomo di guerra e d'armi come egli era, possedeva anche perfettamente quell'arte che suolsi volgarmente chiamare Politica, e consiste nella conoscenza sicura degli uomini e delle circostanze e nell'attitudine di preparare e condurre, diremo così, le une e gli altri a seconda de' proprii desiderii; arte senza di cui ben si può giungere a celebrità somma, ma a sommi poteri e ricchezze non mai.

Gabriele, soddisfatto e gioioso di quanto avea ordinato il fratello in favore di Falco, si tolse con questi dalla sala d'udienza, e volgendo in cuore lietissime idee e soavi speranze, si fece a rammemorargli le proposte del discorso tenuto il mattino tra loro, risguardanti il traslocamento di sua famiglia dalla rupe di Nesso alla terra di Musso, e gli disse che s'avviava a parlarne a Gian Giacomo, il quale avrebbe a ciò pure di buonissimo animo e indilatamente provveduto.

"No, signor Gabriele, rispose Falco (la cui mente, ancorchè confusa e quasi commossa da quel generoso procedere cui non aveva saputo rifiutarsi, intravedeva però ch'era per costargli il sagrificio di sua indipendenza, ch'ei teneva in sì gran conto, e di cui da tanto tempo godeva), no: or più non conviene far di ciò parola al signor Castellano: mi volle desso elevare molto al di là di quello cui io m'attendessi, e sarebbe ora inopportuna ed ingiusta esigenza il pretendere che s'occupasse più a lungo di me; grazie allo stipendio che m'ha prefisso potrò trovare alla mia donna ed alla figlia una conveniente dimora, o rendere sicura e difesa quella di Nesso. Pria di richiedere nuovi favori a Gian Giacomo debbo contraccambiare quelli ch'ei m'ha già fatti: sarà allorquando venuto a fronte al nemico colle navi e la squadra che voi trasceglierete per me, facendo prova di mie forze unitamente agli altri vostri Capitani d'armi, avrò contribuito a sconfiggerlo, che verrò a richiedergli altri beneficii. Ora accertatelo del mio animo riconoscente, nè vi date altro pensiero di me se non che di ordinare le cose di modo ch'io m'abbia a trovare all'antiguardo nel primo fatto d'armi che si disporrà contro i Ducali".

A tali inattese parole Gabriele fu preso da affannoso dispetto: vedea svanirsi le concepite speranze dell'immediato stabilimento di Rina a Musso, e quindi la probabilità di rivederla e di favellarle altre volte, come ne nutriva ardente desío; frenossi però, e contenendo tutta in cuore la smania, stretta una mano a Falco, amorevolmente guardandolo, gli andò appresentando e descrivendo di nuovo colla maggior energia che mai si potesse que' perigli che egli medesimo aveva palesato temere potessero sovrastare alle sue donne, rimanendosi nel loro primiero abituro: ma tutto fu vano. Falco andava col pensiero più minutamente percorrendo gli inceppamenti e i legami di cui s'era lasciato cingere coll'essersi fatto soggetto a non agire che dietro l'altrui comando: ciò gli suscitava in cuore certa qual diffidenza verso il Castellano e un'ira secreta contro se stesso per non aver saputo rigettare il titolo a lui conferito; e però non voleva aumentarsi le brighe ed accrescere la propria schiavitù col venirsi a porre interamente sotto la mano di quello cui dovea ubbidire. La sua capanna, al cui soggiorno aveva poche ore prime rinunciato volonteroso, gli ritornò alla mente come la più cara e gradita dimora del mondo, e conobbe essergli assolutamente necessario il conservarsela. In tale disposizione d'animo l'insistente consigliare di Gabriele lo rese insofferente, per cui si rivolse a lui con alterato viso ed aspra voce dicendo: "Voi non contate ancora sufficienti anni per conoscere quanto costi ad un uomo l'abbandonare quel tetto sotto cui riposò le cento notti unico padrone di se stesso e di sue azioni, per trapiantarsi in una terra nella quale un altro è Signore di lui e d'ogni sua cosa: l'orso stesso muore il verno di fame sui gioghi del Legnone anzi che scendere al piano a farsi incatenare. Vi basti che ogni opera mia sia d'ora in poi soggetta alla volontà del signor Castellano, e non vogliate che io ponga in suo potere tutto quanto m'appartiene, senza riserbarmi un solo asilo nelle mie montagne ove ritornare ad intervallo a ristorarmi dalle fatiche come sono da molti anni abituato. Giovine generoso! (continuò addolcendo lo sguardo e la voce) se mai verrà giorno in cui siate preso d'amore per un luogo od un oggetto, sentirete allora quanto riesca doloroso lo staccarsene, e maggiormente allorquando vi si aggiunga la tema che ciò debba essere per sempre".

Più profondo si fece a tali accenti il dolore nell'anima del giovinetto Medici: le ultime parole pronunciate da Falco con certo lento patetico modo, sì dall'asprezza delle prime diverso, dipingendo lo stato appunto in cui trovavasi il suo cuore, suscitarono in lui una improvvisa ed angosciosa tenerezza che gli tolse il potere di replicare. Alzò gli occhi in volto a Falco, e in quei lineamenti abbronzati e duri su cui appariva l'impronta della commozione lasciata da recenti idee, scorgendo un non so che di regolare e di espressivo corrispondente ai tratti di una beltà pura, celeste, di cui teneva l'immagine sì distintamente scolpita in petto, una lagrima involontaria gli velò la pupilla, la prima che dall'infanzia in poi inumidisse il suo ciglio.

Quel giorno stesso nella sala d'armi della Rocca Visconti, ch'era la camera più adorna che vi fosse in tutti gli edificii della Fortezza, siccome dipinta riccamente nella vôlta e nelle pareti coi fasti di quella Ducale famiglia, fu per ordine di Gian Giacomo imbandita una lauta mensa alla quale vennero convitati tutti i principali abitanti del Castello.

Sedeva a capo al lungo desco Gian Giacomo medesimo, che era adornato d'un mantelletto corto di broccato d'oro alla foggia spagnuola, di grand'uso allora in Lombardia; alla sua destra stava Teodoro Schlegel di Dares, Abate di Fristemburgo, già Vicario del Vescovo di Coira. Questo vecchio personaggio, che sovra un sottabito di nero saio portava una zimara di velluto pavonazzo orlata di bianco, infondeva, coll'aspetto dignitoso e grave, riverenza e suggezione. Calva e rugosa erane la fronte, bianca e folta la barba e gli occhi incavati; traspariva però da tutto il suo volto una certa quale disposizione all'ira poco in accordo colla carità e colla bontà evangelica debita nel suo stato, la quale difettosa tendenza era a lui venuta forse dal lungo uso delle acri dispute cui erasi dato in altri tempi con tutto il vigore della mente e della parola. Nemico acerbissimo della Riforma che i Luterani promovevano a tutta possa nella Svizzera, aveva sostenute contro di loro pubblicamente ogni sorta di tesi in unione a varii Protonotari Apostolici, e fatte dai pergami in odio agli stessi le più violenti invettive; ma convinto al fine che le Diete Elvetiche assecondavano gli sforzi de' Protestanti, procurò, favoreggiando le parti del Medici, di dare il paese de' Grigioni in mano ad esso, sperando di trovare in lui un valido alleato contro l'eresia. La sua trama però fu scoperta: cercato a morte e forzato a trovare la salvezza nella fuga, si condusse a ricovero nel Castello di Musso ove Gian Giacomo gli fece cortese accoglienza, ben calcolando quanto poteva giovargli la costui secreta influenza nell'andamento degli affari della Lega Grisa, che così chiamavasi la confederazione de' Grigioni con altri Svizzeri tutti suoi accaniti nemici. Viveva l'Abate una vita ritiratissima in quel Castello, a null'altro dedito che a comporre una sua grand'opera in confutazione del sì famigerato libro Della Schiavitù di Babilonia pubblicato pochi anni prima da Martino Lutero. Aveva desso l'incarico di celebrare ne' giorni festivi i riti divini nella chiesa del forte di Sant'Eufemia, dopo i quali chiudevasi solitario nella sua cameretta, e siccome non parlava che la lingua alemanna, veniva lasciato colà in pace da tutti, e ben anco da Maestro Lucio, che desideroso sulle prime d'appiccicare con lui relazioni onde aver pascolo di scientifici ragionamenti, avendogli diretta la parola in latino, ne venne sì stranamente da lui rabbuffato, che da quel punto ad esso non pensava come se nemmeno fosse quivi esistito. Il Castellano però, che aveva le sue mire nel tenerselo affezionato, non trascurava occasione per mostrargli considerazione e stima, invitavalo a tutte le principali adunanze de' suoi, e facevaselo seder d'accanto al posto d'onore siccome vedevasi a quel convito. D'intorno alla mensa fra gli altri capitani d'armi sedette pure Falco qual nuovo eletto all'onorevole grado di Comandante di nave, e benchè i suoi rozzi panni e la rete a nodi d'acciaio che gli copriva il capo il facessero, quanto all'abbigliamento, dagli altri distinguere, a nessuno però mostravasi secondo nella franchezza e sicurtà del contegno.

Allorchè consumate le vivande vennero recate nuove anfore di vino, ed i calici girarono ricolmi nelle mani de' commensali, si ripetè più volte da tutti acclamando il nome del Castellano, come solevasi fare alle mense de' gran personaggi, il che dicevasi gridare il nome del nobile convitante; si fecero in seguito gli evviva a Gabriele ed al Cancelliere Messer Tanaglia pel prospero ritorno dalla loro perigliosa spedizione. Messer Tanaglia, ringraziando umilmente, lesse in contraccambio un suo brindisi, in cui era espresso in durissimi versi un invito a Bacco a discendere dall'Olimpo e venire colà onde sedersi accanto al dio Marte e temprare l'ardor suo guerriero e quello delle altre deità delle battaglie che gli facevano corona; col qual dio Marte è chiaro alludeva a Gian Giacomo, e colle altre divinità a' suoi Capitani. Era allora sì comune il mitologico linguaggio, che quantunque assai pochi di quel convegno avessero qualche tinta d'erudizione, pure presso che tutti di leggieri concepirono il senso di quell'allusione, e come che fra i vapori e l'esaltazione del vino la mente degli uomini anche rozzi è facilmente colpita da immagini poetiche e dalle non complicate allegorie, così riuscì di generale aggradimento il brindisi del Cancelliere, del che egli s'ebbe attestato in un clamoroso battere di palme che successe alla declamazione enfatica con cui recitò gli ultimi suoi versi. Cessato l'applauso, alzossi Gabriele, e levando in aria la coppa, gridò: "Alla salute di Falco mio liberatore"; Gian Giacomo, assecondandolo, porse la sua e toccò ripetendo le stesse parole guardando Falco con gioioso sorriso; tutti allora ne imitarono l'esempio, e la sala rimbombò del nome del valoroso abitatore della rupe di Nesso, del novello Capitano, del Condottiero della Salvatrice. Quel suono unanime di lode di tanti guerrieri penetrò l'animo del fiero ed armigero Montanaro, e scuotendolo sì l'esaltò, che videsi brillargli in volto un vivissimo contento che tutti obbliare gli fece i rancori che s'erano in lui antecedentemente destati: vuotò anch'egli la sua tazza alla salute ed alla gloria dei Medici e di tutti quei prodi compagni d'armi. Terminato il convito, Falco recossi dal Castellano, e da lui chiese ed ottenne concessione di ritornare per alcun giorno al proprio abituro, onde mettere a parte le sue genti di quella nuova destinazione e trascegliere alcuni de' suoi pel servigio della nave; preso indi congedo da Gabriele, salì il proprio navicello, e quella notte stessa fece vela con Trincone e Guazzo alla volta di Nesso.

Gian Giacomo attendeva ne' giorni di cui parliamo, l'esito d'un avvenimento ch'essere dovea per lui della massima importanza. La fortuna e lo stato suo che tanta avevano sembianza di stabilità e grandezza agli occhi di tutti, punto non ne offrivano a' suoi proprii, poichè, uomo accortissimo e delle umane vicende sagace ed esperimentato conoscitore, sapeva quali leggieri cause fossero spesso bastevoli a rovesciare più grande dominio che il suo non fosse. Aveva egli per tre volte veduto i Francesi occupare il Ducato di Milano con potenti eserciti, e tre volte esserne scacciati: aveva mirati gli Svizzeri e gl'Imperiali entrare vittoriosi in Milano stessa, ed indi a poco venire astretti ad abbandonarla; di tre Duchi a lui contemporanei, due sapeva esserne morti in Francia, prigioniero l'uno, l'altro privato, e il terzo, ch'era allora regnante, starsi ciecamente soggetto alla volontà di Carlo V. Ben è vero che questa catena di successi e rovesci aveva porta a lui l'occasione di farsi forte e grande, ma gli presentava pure un troppo evidente quadro del destino che attendeva chiunque avesse colle sole armi a sostenere od ampliare il proprio dominio.

Due nemici assai più potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non poteva sperare fossero mai per accordargli pace: il primo era il Duca soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i Grigioni confederati con altri Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la formidabile Lega Grisa. Ei combatteva arditamente contro entrambi, e il valore suo e de' suoi, gli stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre trionfare di loro, per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione la fama e l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema nelle sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue vicine terre del Lago.

Ma la guerra si prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e Gian Giacomo considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi avversarii, sin che non avessero distrutta dalla radice la sua potenza, la quale usurpatosi un posto in mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed all'altro fatale se l'avessero lasciata più ampiamente distendere o consolidare. Vedeva quindi di non essere in grado di sostenere tal perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i suoi mezzi a fronte di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome nazioni già da secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una perdita, ed i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi funesti. Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a Lecco, da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino, Monguzzo, presso che tutta la Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste valli in ispecie erano per lui possedimenti di poco profitto, perchè terreni sassosi od incolti con rari e poveri abitatori traenti a gran fatica dal suolo uno scarso alimento. Aveva però perduto Chiavenna e tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione della sponda del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le bande Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como s'allestiva una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo titolo o diritto di Signoria; non teneva reali diploma che lo investissero di feudo: la spada e la fortuna avevano fatto lui, bandito e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo di banditi suoi pari, onde se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza tra mano, perdeva il dominio con ogni speranza di ricuperarlo.

Gli erano non per tanto stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui onde cedesse la podestà del Lago al Duca suo legittimo padrone; ma Medici non era tale da discendere sì di leggieri dal sovrano grado in cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva un sol mezzo da tentare per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non disposto a venire a patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni riuscita, ben sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si fosse ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più era ridotto agli estremi.

Poco prima dell'epoca del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte le suaccennate riflessioni, aveva tentato un gran colpo politico, dall'esito del quale, se stato fosse favorevole, poteva ripromettersi una legittimazione vera, e una sicurezza inalterabile di dominio, oltre indefinita speranza d'ingrandimento; e nei giorni appunto di cui teniamo parola doveva conoscerne il risultato, del che egli stava in ansiosa aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno di chi dovea recarne le novelle.

Ecco in che consisteva la cosa. Aveva egli spedite secretamente due ambasciate, l'una a Francesco I re di Francia, l'altra a Carlo V imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in Italia e impossessarsi del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse, colla promessa d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè mandasse una parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro coll'offerta di cedere la Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei titoli imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli Svizzeri. Se entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi attenuto all'esito della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva sperare nell'altra.

Suo messo in Francia aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo d'aspetto leggiadro, peritissimo negli usi cavallereschi e nella galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in Germania mandò Volfango d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano della famosa squadra della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le sue prodigiose gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol numero di fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero diretti, avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a Basilea onde trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere, trovare doveansi di fatti in questa città e ritornarsene unitamente a Musso.

Erano già scorsi più di tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato bastevole a quella spedizione, e il Castellano ne viveva già inquieto, quando il terzo giorno dopo quello del ritorno di Gabriele, si vide presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il porto di Musso, spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie persone che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe distinta. Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono dal porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena, che parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a fianco di essa nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare di due bandiere. I segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e un colpo di bombarda che partì dal molo in segno di saluto, cui tenne dietro un altro tirato dai primi baluardi della fortezza, detti le Case del Maresciallo, avvertì essere giunto qualche riguardevole personaggio.

Gian Giacomo che ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del Castello, girando di frequente gli occhi al lago, aveva già, al solo scorgere di quella barca, sperato forte contenesse i tanto aspettati messaggieri; e ne fu pienamente accertato al vedere i segnali ed all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i palpiti che accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al petto del fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima inconcutibile, ma non seppe però in quel momento difendersi da una certa interna angustia, da un indeterminato serramento di cuore, come all'avvicinarsi d'un grave periglio che inevitabile si fosse il superare, ed erangli tali sentimenti destati dal pensiero che tra poco verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte, convinto qual era che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore dell'uno di que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto gli urti replicati de' suoi nemici.

Agosto Medici e il conte Volfango discesi che si furono col loro seguito dalla barca, vennero all'entrata del Castello accolti da gran numero di Capitani d'armi che dalle rocche, dai baluardi e da tutte parti accorrendo, chiamati dal rimbombo dell'artiglieria, scendevano al porto per saper chi si fosse. Alternati i saluti e soddisfatto l'impulso della curiosa brama, i più si allontanarono e si dispersero ritornando ai posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e Sarbelloni, ch'erano i tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di quella ambasceria, i quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco loro di celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita dell'impresa. Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto scontentezza e dispetto; e il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle con certo lieve e significante sorriso accennava aversi poco di bene a sperare. Nessuno a tali malaugurose indicazioni insistette più oltre interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti, entrarono nel Forte di Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui. Il Castellano, fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali poscia serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col Mandello e con altri Capitani.

Sebbene ciascuno di quelli cui era palese il secreto ardesse di desiderio d'udire immediatamente la narrazione dell'avvenuto, e quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo stesso, pure affinchè non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si trattasse di cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero oggetto del loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative alle disagevolezze ed ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il finire di quel giorno che ritiratosi in una appartata camera posta a ponente del Forte, fatti quivi cautamente venire Agosto e Volfango, e que' soli che indicammo scienti del mistero, chiusosi colà seco loro, dichiarò volere essere minutamente e con ogni esattezza istruito di tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito. Sedutosi in così dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo di esso e fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio al petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli altri si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in viso ad Agosto Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di voce pel primo parlando in tal modo si espresse:

"Tre giorni dopo ch'ebbimo lasciato Musso, passate con molto stento le alte nevi del San-Gottardo, ci dividemmo: il Conte andò alla volta di Zurigo, ed io di Ginevra, d'onde entrai tosto in Francia. Giunto prosperamente a Parigi, credetti opportuno, pria di presentarmi al Cardinale de' Gaddi colle lettere di Giovan Angelo [9], d'avere notizie intorno al carattere di lui. Feci quindi ricerca del luogo ove solessero darsi convegno gli Italiani che abitano colà, e mi fu detto recassimi alla taverna della Bicoque, tenuta da un oste, Bolognese, ch'ivi usavano principalmente gli uomini di mia nazione. V'andai infatti e trovaivi raccolto gran numero di artieri, pittori e scultori Fiorentini, Romani, Lombardi, coi loro fattorini e donzelli, persone le più sollazzevoli del mondo, che spendono a larga mano, poichè quel Re francese profonde tesori negli oggetti delle arti loro. Adocchiando attentamente, riconobbi tra essi il nostro Ambrogio Viarenna, quell'eccellente lavoratore di drappi di seta, che avea, se vi ricorda, un opificio presso Porta Tosa, e di cui nostro padre era sì stretto amico: corsi a lui e l'abbracciai, ed ei ravvisatomi, fecemi sì gran festa come se veduto avesse un proprio figliuolo. Gli spiegai le mie bisogna, e intese che l'ebbe, mostratosi pronto a servirmi, mi condusse da certo messere Giuliano Buonacorsi tesoriere reale, il quale, cortesemente accoltomi siccome gran conoscente del Viarenna, diedemi intorno al Cardinale ogni novella, e dissemi ch'ei trovavasi colla Maestà del Re a Fontanablò, ma che gli avrebbe fatto quivi immantinente parlare di me. Il mattino del dì seguente feci dal Viarenna presentare in mio nome il tesoriere d'una ricca veste di seta, e la sera stessa il Cardinale mandò per me un suo Prete, dicendo mi recassi il dì venturo a Fontanablò. Vi andai di buon'ora, fui tosto introdotto dal Cardinale, che abitava in un lato di quel sontuoso palazzo, gli consegnai le lettere di Giovan Angelo, e gli esposi l'oggetto di mia missione. Egli, cortesemente uditomi, mi rispose increscergli gravemente dovermi annunziare che la mia ambasciata non poteva riuscire a buon fine; che le mie proposizioni sarebbero state in altri tempi più che mai accette e grate al Re ed alla Corte, dove si aveva gran desiderio di rinnovare la guerra in Italia per scancellare con prove di valore l'onta ricevuta dal nome francese sotto Pavia per la prigionia del Re, che questi specialmente manteneva sempre viva la brama di ricuperare lo Stato di Milano, di cui aveva assunto titolo sovrano nella sua consacrazione, tenendo per fermo d'averne un diritto ereditario siccome discendente da Valentina di Valois figlia di Giovan Galeazzo Visconti: ma che però in quel momento non verrei al certo ascoltato, poichè s'era appena conchiusa una pace solenne con Carlo V, essendosi in segno d'amicizia celebrate le nozze di re Francesco con Eleonora sorella di Carlo, che trovandosi per tal modo le due Corti strette in perfetta alleanza, non potevasi nè conveniva violare sì tosto i trattati rompendo ogni fede, e mettere i due Stati in urto, il che sarebbe indubitatamente avvenuto accedendo a ciò ch'io veniva domandando, poichè sapevasi che l'imperatore Carlo protegge lo Sforza attuale duca, che d'altronde erasi precisamente stipulato che nessun esercito francese dovesse per qualunque motivo discendere in Italia: consigliavami quindi ad abbandonare l'impresa e ritornarmene, attendendo per essa più opportuna occasione. Io gli resi grazie de' suoi consigli, e gli chiesi nello stesso tempo mi permettesse di porgli innanzi agli occhi che il tempo stringeva, che le cose potevano da un istante all'altro cangiare d'aspetto; che se il Re di Francia trascurava una circostanza e un momento così propizii onde ricuperare il suo bel Ducato d'Italia, forse non se ne sarebbero più mai presentati di così favorevoli; che l'offrirglisi un ampio paese nel Ducato stesso con terre, fortezze e soldati, tutto per lui avrebbe d'un tratto disanimato il nemico e fatto solido appoggio alla sua stabile dominazione di là dai monti; che dovesse inoltre riflettere quanto un tale avvenimento sarebbe andato a sangue alla Corte di Roma, che mostrava ancora fumanti le piaghe apertele dall'orrendo saccheggio fatto dalle truppe Imperiali guidate dal traditore Contestabile di Borbone; che considerasse quanto Papa Clemente VII, il quale non poteva dimenticare la propria prigionia in Castello Sant'Angelo, dovesse desiderare di vedere depressa la possanza di Carlo che si va ogni giorno ingigantendo, e come a tal brama concorressero colla Repubblica di Venezia gli Estensi e lo Stato Genovese.

[Nota 9:][ (ritorno) ] Altro fratello dei Medici che godeva gran favore alla Corte di Roma, e fu poscia Papa egli stesso col nome di Pio IV.

"Parve che tali mie parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase varii minuti silenzioso e pensante, indi mi disse che prima di parlarne al Re era d'uopo comunicasse i miei progetti al Cardinale di Tournon, e m'avrebbe poscia indicato come dovessi contenermi. Volle frattanto ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove fecemi più volte cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali, con Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la Trimouille e varii altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri di Re Francesco, tutti al par di lui valorosi e gentili cavalieri. All'esposizione ch'io andava facendo loro di mia domanda e de' modi di porla ad effetto l'accoglievano con giubilo, dandomi ogni speranza di riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli parole, o Castellano, di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che ogni impresa a te affidata aveva sempre ottenuto felice successo".

"Sarebbe stata fortuna maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui brillò in volto un lampo d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel loro Lautrec, che poteva ben dire s'io sappia maneggiare la spada e condurre una squadra, poichè mi provò il dì della battaglia di Vaprio al passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli anni che or conta il nostro Gabriele".

"N'ammazzammo pur molti de' Francesi in quel giorno, esclamò il Pellicione battendosi a due mani le coscie, e per la spada di san Michele! non sono soldati che combattano da burla".

"Ma venne l'istante che fece ogni bella speranza svanire (proseguì mestamente Agosto, e tutti in atto di dolorosa sorpresa ammutendo addoppiarono d'attenzione). Dopo un mese in circa di pratiche alla Corte, volendo io assolutamente parlare al Re, una sera il Cardinale de' Gaddi ottenne di presentarmi a lui. Stava desso in una magnifica sala adorna di statue, vasi d'oro e quadri preziosi, fra mezzo a principi e nobili dame, tra cui rimarcai ben tosto Margherita di Navarra e la giovinetta Anna di Puisselin [10], ambedue le quali ci nocquero grandemente consigliando esse sempre il Re a non abbandonare la Francia, la prima per giovare agli eretici che protegge, la seconda per tema di perderne l'amore. Venuto innanzi al Re, piegai un ginocchio a terra, ed egli, affabilmente rialzatomi, disse che sapendo ch'io era venuto dall'Italia per parlare con lui, avrebbe dovuto senza dilazione ascoltarmi, ma che non convenendo ad entrambi abbandonare le belle dame ch'ivi si ritrovavano, differiva la nostra conferenza al dì venturo. Entrai senza altro ostacolo il successivo mattino nelle sue stanze; parlò pel primo egli stesso, dandosi a vedere pienamente istruito di mia domanda, ed opponendovi le ragioni già addottemi dal Cardinale, conchiuse dicendo che per quanto amore portasse al suo Ducato di Milano, così ei s'esprimeva, la fede di primo Cavaliere del suo regno, qual si vantava d'essere, impegnata nei trattati, gli impediva di rivolgere le armi all'Italia. Cercai rispettosamente ogni via ed ogni argomento per farlo cangiare di proposito, ma vanamente, poichè egli in fine mi rispose: Qu'il avait autre fois en Italie tout perdu hormi l'honneur; che non voleva venire a perdervi anche questo, che teneva più caro della vita stessa: e commessomi di ringraziarti, o Gian Giacomo, per l'opinione in cui mostrasti tenere l'armi francesi, inviandomi a lui, offrendosi benignamente di giovarti in altro modo, mi diede congedo".

[Nota 10:][ (ritorno) ] Favorita del Re che fu poi Marchesa d'Etampes.

Si guardarono l'un l'altro i Capitani con occhio afflitto, e il Castellano con moto di sdegno incrocicchiò strettamente le braccia al seno, tenendo fisso per alcuni istanti lo sguardo al suolo, indi rialzatolo accennò del capo al conte Volfango narrasse esso pure. Volfango era uomo nel fiore della virilità, d'elevata mente, di squisita immaginativa, di cui però sapeva assoggettare i più rapidi voli all'impero d'una ragione assai superiore al suo secolo. Mandato giovinetto nelle settentrionali contrade, aveva dimorato alcuni de' suoi verdi anni in un gotico Castello sulle sponde del mar Baltico presso un vecchio Elettore dell'Impero stretto a lui per lontano parentado. Quali dottrine, qual sapienza egli quivi bevesse, qual conoscenza degli uomini e delle cose in un'epoca in cui spuntava appena la prima aurora della vera filosofia, non è agevole l'immaginarselo. Fatto si è però ch'egli aveva il privilegio singolarissimo, tanto in quello come in ogni altro tempo, di godere l'amore de' più opposti partiti e l'amicizia di genti tra loro nimicissime: derivava ciò forse dall'arte ch'egli aveva di pronunciare certe parole che suonavano dolcemente all'orecchio di tutti ed ispiravano irresistibilmente per lui un'alta stima ed una illimitata confidenza. Volfango era di bella statura, di nobile viso, ombreggiato da biondi capelli; aveva occhi azzurri, penetranti ed espressivi. Vestiva riccamente con panni trinati in oro, e soleva portare un collaretto a lattuga, di foggia alemanna, di buonissimo garbo.

Legato d'amistà a' Sarbelloni, e per questo ai Medici, venne a visitarli al Castello di Musso, e Gian Giacomo non credette poter meglio affidare che a lui la difficile incumbenza del messaggio a Carlo V, di cui narrò allora il successo dicendo "che giunto a Ratisbona dove trovavasi Carlo, vide la sua Corte ingombra di Principi e Baroni, Spagnuoli, Fiamminghi e Tedeschi, che ivi tutte le cure dell'Imperatore erano rivolte a frenare i progressi della Riforma Luterana che cagionava nella terra Germanica sanguinose guerre civili, che colà ebbe certa notizia che, a suggerimento del Papa, stava Carlo per trattare le nozze del duca Francesco Sforza con una principessa del suo sangue, la quale dicevasi dover essere Cristina, figlia di Cristierno re danese, sua nipote, per il che era dovere il figurarsi che l'Imperatore non poteva consentire a veruna sminuizione di dominio nel Duca, che infatto parlando egli con Carlo stesso e intrattenendolo delle richieste di Gian Giacomo, s'era da prima sdegnato, poscia gli aveva espressamente comandato di riportare che se il Medici disponevasi a cedere spontaneamente l'usurpatasi Signoria di Musso, l'avrebbe ricompensato con generose largizioni e posti d'onore, altrimenti il dichiarerebbe fellone al Duca ed all'Impero, e farebbe a lui ed a' suoi pagare la resistenza a caro prezzo".

Balzarono in piedi a tal riferita minaccia Borserio e Pellicione, e "Così parlava quel superbo Castigliano? esclamò il primo fremendo: pretende egli, perchè possiede cinque regni, ispaventare coi soli suoi detti gli uomini di tutte le nazioni? egli che rifiutò la sfida di Francesco di Francia per non sapere reggere nella destra la spada?"