L'ORA TOPICA DI CARLO DOSSI


G. P. Lucini

L'ora Topica di CARLO DOSSI,

SAGGIO DI CRITICA INTEGRALE

VARESE
A. NICOLA & C.
1911


[INDICE]


l'ora topica di CARLO DOSSI
suonata da G. P. LUCINI
alla memoria proteggente di LUIGI PERELLI
che insiste viva e feconda
e che mi ricollega in amicizia sopra
due secoli, ultimo, al nostro
CARLO DOSSI

dal Palazzo di BREGLIA,
NEL TIEPIDO AUTUNNO LARIANO DEL 1909

SINTESI EPIGRAFICA

CARLO DOSSI;
è qui coi suoi amici,
continuando Rovani ha continuato Manzoni:
operò tale rivoluzione nelle lettere italiane,
nella forma e nel pensiero,
che le ha innerbate pei secoli;
ma non permise per sè imitatori dozzinali:
disconosciuto,
protende all'epoca, che già s'inalba,
la sua vera gloria confermata,
che i coetanei, troppo sordidi e sordi,
distrattamente, non gli concessero.

1849 — 1910


NOTIZIA PRELIMINARE

Giorno d'oro per le lettere italiane, quando, nel 1873, a cura di Luigi Perelli, in Milano, usciva il saggio di Giuseppe Rovani: La Mente di Alessandro Manzoni: io ne invidio l'aurora lucente e porporina e non presumo di emularla con L'Ora topica di Carlo Dossi. Però, le stesse ragioni presiedono per l'una e l'altra; se Carlo Dossi volle scrivere: «Rovani è il continuatore logico di Manzoni, come il Dossi di Rovani»; egli ha pur detto rivolgendosi a me; «siamo due campane fuse nello stesso metallo, ma di diversa capacità; diamo suoni di ugual valore, ma di diversa nota.»

Vorrò io perciò vantarmene e non far parte all'amicizia del di più che le deve in questo giudizio lusinghiero? Certo: ma oggi concorre a me, come già fu per Rovani, l'obbligo di una stessa affermazione. Ed in difetto di editori, i quali confidando in me e nella mia anomala letteratura come ditta e prodotti commerciali, commerciabili e reddituarii, mi fabricherebbero, allo spaccio, libretto garbato e corrente mi sia dato esporre, da queste pagine per me non venali e bandire, finalmente, il nome di Carlo Dossi, ai giovani della mia generazione ed ai giovanissimi che mi incalzano, e mi chiedono parole sempre più nuove con altre ed inedite audacie.

Anche tu, o Alberto, oggi dolorosamente desiderato dai tuoi che respirano nella tua memoria e nella tua fama, dalli amici che ti ammirano, da me che ti piango come fratello, sembra mi conforti ad esporre l'opera mia, cui, in parte, hai udito leggerti nelli ultimi tuoi dì: e se turba un poco la tua modestia non condannare la mia sincerità che non deve mai interrompersi. Che anzi, troverò commentatori privilegiati di officiosità e di ignoranza che, me la imputeranno a male come inezie di fisiologia, ciarle sconvenienti, pettegolezzi indiscreti, sciorinate citazioni per lusso da note inedite difficilmente controllabili. Hanno ed avranno torto, perchè mi affido a quanto il nostro autore desidera si faccia in questo caso, come lo apprendo dalla stessa sua parola: «A scoprire, a rifare il processo su cui una mente, specie di scrittore, ha voluto produrre date opere; a rintracciare l'origine del materiale da esso impiegato e trasformato, a conoscere lo stato d'animo di chi pensava o eseguiva, giova più che tutto l'esame di quelle intime carte, qualunque sia la sua forma, nelle quali l'artista ha segnato il suo primo pensiero e consegnò la memoria dei pensieri ultimi. Simili documenti i quali vanno dal più laconico aforisma all'epistolario più diffuso, e possono anche comprendere i conti di cassa e di cucina, sono tanto più preziosi, inquantochè un artista, come ha raggiunto la designata altezza, si affretta solitamente a cancellare le tracce della sua via, quasi a dare ad intendere che ei vi volò, non vi si arrampicò».

E, quando allora mi imputeranno, in qualche passo, tono, aggressione, polemica, siano tutti persuasi, che, col proclamare, ammirando, l'arte ed il pensiero di Carlo Dossi, tento di difendere e volontieri me stesso.

G. P. Lucini

Dosso Pisani, il XXVIII di Gennaio, CMXI.

I. IL MOMENTO

La fortuna, che sorresse e si oppose insieme alle opere ed al nome di Carlo Dossi, fu bizzarra, generosa e maligna nello stesso tempo. Mentre ne ha protetto l'amore e l'ammirazione tra i migliori suoi coetanei e lo ha riservato al culto de' giovani, non volle che la rinomea larga e sparsa, con facilità e tornaconto si divulgasse tra il pubblico grosso, quello che fa numero, sostiene il valore reale e crea, effimeramente, le gloriole posticcie; ma senza di cui l'efficacia dell'azione, la bellezza della letteratura, la verità dell'accusa e la giustizia della rivendicazione non hanno nerbo, latitudine, determinata vittoria.

Il clamor gentium evangelico contrasta, è vero, coll'odi profanum vulgus et arceo oraziano; ma l'opera d'arte, composta lungi dalla frequenza e dall'intemperanza della folla, va pur rovesciata sopra di lei; e questa, se non vuol disertare, cioè, privarsi di un piacere tanto più intenso quanto più difficile, deve accoglierla e profittarne.

Non per questo Carlo Dossi vi si accostò; proprio e fondamentale costume il suo di rimanerne schivo; e lo accompagnò, dai primi istanti del suo produrre, costantemente, se Antonio Ghislanzoni, volendo parlare della Vita di Alberto Pisani incominciava: «Ne[1] è autore Carlo Dossi, un giovane letterato, che pochi conoscono, per la semplice e perentoria ragione ch'egli studia ogni via per tenersi nell'ombra; uno scrittore di elettissimo ingegno che si affatica quanto sa e può, onde apparire un dappoco.» Pochi dunque lo conoscevano; ma quali pochi? Nelle ultime stagioni di sua vita, Manzoni lo aveva letto e se ne era compiaciuto; Rovani, definitivamente, lo aveva preso per mano e condotto fuori, con lui, all'aperto; Carducci, nelli anni gagliardi, si arrestava insieme a conversare e a definire La Colonia felice «la più ampia e vigorosa concezione di romanzo.» Cesare Lombroso, che seppe circoscrivere i confini della pazzia ed oltre pose il genio, malattia gloriosa; che aperse nuove vie alle discipline italiche e sottrasse al libero arbitrio biblico, che l'incatenava alla bruttura del peccato originale, come ad una condanna di maledizione, l'uomo, riducendolo a sè stesso, libero, responsabile finchè sano; accoglie e favorisce la presentazione di Carlo Dossi per Alberto Pisani, li riconosce uno e li conserva nella sua Grafologia, indice di genialità. De Amicis impara da lui a sapere i Cento anni, che ignorava; mite, castigatissimo, ultra manzoniano, tutto sentimentale, sino alla patologia delle lagrime inutili e facili, lo pregia scrittore d'eccezione grande e La Desinenza in A un'opera forte e virile. Gigi Perelli, visitatore d'anime rare cuore plasmato all'altruismo, la di cui vita è una serie di continui benefici per coloro che ama, scopre e protende, lo sorregge con affetto più che fraterno, paterno, lo difende e lo inalza, gli addomestica le prime voci della pubblicità, gli va ricercando un pubblico. Paolo Gorini, con Perelli e con Primo Levi, lo accoglie nella sua intimità; per loro si dimentica a raccontare la sua Autobiografia, insempratore di cadaveri metalizzati, Prometeo di vulcani, abolitore della putredine umana col fuoco: e Cremona, al dir del Dossi, gli insegna, dipingendo, come si debba scrivere e ne perpetua ed infutura la sua effigie. — Paolo Mantegazza lo chiamò «il Meissonier della letteratura, tutto cuore e tutto spirito». Cesare Correnti gli offerse la sua squisitissima arguzia; lo ammette tra i più cari, da che Carlo Dossi ama l'impossibile ed egli è un po' del suo parere «avendo imparato in sessant'anni di vita che al mondo non vi è altro di desiderabile che l'impossibile». — Crispi, il più grande uomo di Stato, che la Rivoluzione abbia dato all'Italia e che la paurosa grettezza della Monarchia e la tirchia meschinità del parlamentarismo piccolo-borghese abbiano esautorato, lo volle con sè collaboratore. Ed altri ancora, Grandi, Magni, Robecchi-Brichetti, il padre Tosti, Luca Beltrami, Polifilo di arguzie politiche, instauratore di un'altra e milanese scuola di Leonardo, col raccoglierne i cimelii con riproporne le carte, col rinnovarne i monumenti; il Ranzoni, pittore di rose, di monache e di garibaldini; il Conconi, acquafortista di notturni dossiani, descrittore della Casa del Mago, e fantastico di bizzarrie pittoresche; il Troubetskoi, statuario magnifico di imperatori barbari, zoofilo illustratore di vite e di forme animali, signorile ritrattista di primavere ricche e feminili; — tutti questi il miglior fiore dell'ingegno italico contemporaneo, anzi, della genialità, gli si fecero vicini, donde egli rientrava nella lucida, preziosa e profumata corona, su cui si adagia, lentamente, la cronaca, colla celebrità, per produrne, ai maggiori, la gloria, nella storia. E bene; con tutto questo, a Carlo Dossi mancò e mancherà la rinomea; ma è sicurezza sua di sopravivere al fiato vagolo e capriccioso delle acclamazioni troppo facili, poco spontanee, meno comprese e più vane. Egli non se ne cura, non se ne curò, esercita operosamente la sentenza del saggissimo antico: «bene vixit qui bene latuit:» ma a chi rimase nascosto? — Mentre, di sulla Cronaca Grigia Cletto Arrighi, scapigliato irriducibile a trapassare dalla Canaglia felice a Nana a Milano, dal Teatro Milanese al Carro di Tespi, si era accorto, primo, di lui, lo aveva riposto sulli scudi, lo mostrava ovunque, battagliava in suo onore; Primo Levi lo manifestava in sul bel principio, schietto, limpido, tutto polpa sana, spoglio d'ogni convenzionalismo, carattere intiero e specifico di letteratura in — I libri di Carlo Dossi, considerazioni biografico-sociali, additandolo indice di una mentalità moderna, eretta da ragioni politiche, nel tempo in cui si rinnovava una nazione, si ritentava un carattere nuovo all'Italia, si proponevano all'arte, alla filosofia ed alla pratica nuovi quesiti, altre esperienze, al cittadino, deliberate libertà. — Mentre Eugenio Camerini lasciava, per lui, la profonda, severa e serena dottrina, dalla quale riuscivano nette e perspicue le sue prefazioni ai classici e ripassava, con diversa e moderna intenzione, le vicende letterarie, ottimo scolaro alle Lezioni di Eloquenza di Ugo Foscolo; — l'acutezza persuasa, preveggente e generosa di Felice Cameroni lo citava in ogni sua Appendice, in sul Sole, L'Italia del Popolo, La Valtellina, Il Tempo; ne cercava paragoni e paralleli, continuava a ripeterne il nome e l'opera, sollecitandogli lettori, facendogli credere ch'egli avesse un pubblico, illudendolo sulle riconosciute sue virtù, — e chi dice lettori di Carlo Dossi, sottintende subito amici od ammiratori. — Mentre Luigi Capuana, ne' suoi Studii sulla letteratura contemporanea, con attenzione sagace gli dedica molte pagine; lo raccomanda fra quelli verso cui Gautier inchinò la preziosità di Les Grottesques, dove occuperebbe il primo posto; lo rivede fenomeno e caso letterario, donde si rivelano qualità di primo ordine, che, insistendo sul lettore, coll'energico effetto della realtà, gli porgono un'acuta eccitazione interiore, escludendone la volgarità, l'impotenza, l'anemia, l'aborto: — alcuni Magazines inglesi lo nominano e se ne interessano. — Se, Pipitone Federico non lo trascura nei Saggi di letteratura contemporanea, non lo confonde coi settatori del carnalismo, per quanto lo giudichi un realista, non lo impegola nella caterva nova, nata allora dalle lucidature mürgeriane, dalle risciacquature di Gérard de Nerval, dal fondo di bottiglia della gazzosa stecchettiana; ma lo fa vindice delli Antinoi-Menecmi dell'arte, ingualdrappati dalle scorrevoli frasette de' beceri toscani; humorista, lo pregia sopra a tutto, ruggente come un leone, o guerriero gallo colla lancia imbevuta del succo dell'aloe acerbo, disturbatore di pacifiche digestioni, rimprovero vivo ai bottegai scioperoni e sfacciati della feconda vendita delle candele di sego, dello zucchero, del pepe e delle loro abilità giornalistiche: — Ferdinando Fontana lo tramanda nel Dizionario dei poeti milanesi in ottima compagnia. Se Eduard Rod lo contemplò, colla usata sua competenza, in Romanciers italiens, apparsi su La Nouvelle Révue; lo spiegò letterato di razza, nel senso più raffinato della parola, poliglotta, istitutore a sè stesso della propria coltura letteraria, autore di libri di una eccessiva sensibilità, di una ironia acuta, di contorcimenti di stile e di pensiero, in cui il pessimismo prende il sopravento sopra la sua fondamentale sentimentalità, e la misantropia cerca di vincere invano la sua profonda carità umana: — a cura di Elena di Götzendorf, un Hausbuch tedesco ne stampava la biografia, il ritratto, le traduzioni; Elena, amica conosciuta per lettera di lontano, non veduta mai, promessa a fine tragica, compartecipe al suicidio dello sposo amatissimo, intenta, forte e soave intelligenza feminile. — Meglio avvisato Vittorio Pica lo riguarda in All'Avanguardia, comparandolo alli autori che il simbolismo francese, allora, suscitava; a Villiers de l'Isle-Adam, a Mallarmé, a Verlaine, all'Huysmans, alli altri, che si compiacciono di un ideale d'arte ultra eccezionale ed aristocratica, e si cercano, per lettori, un numero esiguo di delicatissimi, coi quali, quasi collaborano per la completa efficacia delle opere loro; poichè la sapiente suggestione di simili scritti lascia spazio e margine alla fantasia ed alla sensibilità di quelli, onde li possano completare personalmente. — Ma, se Benedetto Croce gli sommette un lungo articolo sulla Critica, si confonde nella ricerca della sua speculazione; non così l'altro giorno, da su Poesia, la leva del futurismo internazionale, quando se ne proclamò il nome a bandiere spiegate, precursore «assodato di efficacia e sopravivenza; non così io stesso, se ricorro, a lui per esempii, esperienze e risultati, col Verso Libero: e l'opera del Dossi mi risponde, prova reale ed operante delle mie affermazioni estetiche attuali.

Dopo ciò, egli può essere ignorato dalla gazzetteria spicciola de' grandi giornali, dove la critica è facilmente sgomenta, dove non vi sono caratteri tipografici e carta per nominare queste tempre d'uomini tutto nervi e coraggio civile, che non temono la verità, che esercitano l'eroismo pericolosissimo, in questi giorni di maschere condecorate, della sincerità. Hanno industrializzato l'arte, la scienza, la politica, l'opinione pubblica; vi concorsero i vermiciattoli della scribacchiatura venale, i dubii arrivati, li imbecilli arrivisti, i così-così, in caccia di un ciondolo mallevadore della loro onestà, che poco persuade. Per costoro, piccolini e mediocri, Carlo Dossi rimane sempre colui noto all'epoca della fioritura sommarughiana, autore di qualche bizzarria eccentrica e curiosa. In cambio, codesti fogliaccioni sesquipedali, hanno lunghe articolesse sopra i garretti e la meritoria pietà cattolica e da veloce scaccino dei Dorando Petri, sopra la muscolosa trucolenza dei Raicevich, intorno ai voli per l'aria e le passeggiate sott'acqua, le visite dei Reali ai disastri siciliani, e di Fregoli al Papa, le scialuppe e li emetici curialeschi e di Assise, li elettuari fogazzariani, le cantaridi, finalmente ribassate di prezzo e di valore, d'annunziane, le acque sporche di polveri virgiliano-romaniche del Pascoli e via via: il costume non si rimutò.

Anche tutt'ora, codesta rivendita di parole stampate ad uso della borghesia fannullona ed arrivata maschererà, sotto un interessamento d'imprestito, dovuto al nome formidabile dell'editore letto sopra la copertina delle recentissime opere complete dossiane, la sua malagrazia e sopra a tutto la sua supponenza spaventata e melensa davanti alla gratuita sincerità. La paura non è a fatto tranquillizzata, non le fobie persuase, non l'ignoranza confessa: tutte queste stigmate morali si ereditano atavicamente; i figli, nuovi accademici, patiscono le stesse malattie; e, se oggi, per rispetto umano, o per millantato credito, andranno al richiamo di chi scrisse la Desinenza in A, minimamente la comprendono, nè la lessero.

Avevano i padri trovato già temerari Mantegazza ne' suoi saggi popolari scientifici, Cremona nella sua pittura, Grandi nel suo Beccaria, Torelli nella dramatica. Il loro gusto aveva applaudito e si era imparadisato alla nuova e mengoniana. Galleria Vittorio Emanuele, alla statua di Rossini di fresco eretta, nell'atrio della Scala, alla oleografia della Stuarda del Valaperta, esposta a Brera, all'Olema melopea romantica e spappolata, che furoreggiava dalle ribalte liriche milanesi. A buon diritto, La Fidanzata russa del Fontana, il Mefistofele del Boito venivano biasimati. E, l'utile, proprio come oggi, era proposto all'ideale, sogno, utopia, fola. Essi si erano domandato: «Che pazzia è mai questa del Dossi, di scrivere senza la falsariga comune e di non curarsi delle vecchie ed autorevoli penne d'oca della critica?» E molti se lo domandano di bel nuovo.

«Che ci viene a fare quest'uomo, eccesso verbale, scrupolo di onestà letteraria, che scrive l'opera, non della stagione, ma nel tempo; cui vediamo armato d'ogni arma, che ci racconta senza rispetto, «tra[2] gli scrittori abortiti, in professori di belle lettere, tra gli spulcia codici, i puristi, gli etimologisti», tutta roba seria e patentata; i quali riguardano con sospetto il libro nuovo, senza pensare che i nascituri, saranno, per esperienza, molto più doviziosi delle miriadi de' loro antenati?» Tornano a dire i recentissimi, pe' quali la resurrezione tipografica di Carlo Dossi non sarà sufficiente a commuovere, nella pigrizia del loro cuore venoso, un palpito più affrettato di snobismo.

Ma altri si mostreranno col sorrisetto della accoglienza, verso di lui; altri epigoni di quel giornalismo, di cui sopra, ripassati da un nuovo strato di biacca, riconfortati sul nero fumo confessionale, sul roseo sporco del liberal-conservatore; e vorranno, per estemporaneità, dimenticarsi delle antiche e paterne ingiurie avventate contro di lui. Pure, la discendenza è diretta: le parole ch'egli raccolse ne' Margini, nelle Etichette, nelli Invii, preposti alle prime edizioni a difesa e ad offesa, gli giovano tuttora. Giovano contro li eredi della cronachetta bonghiana suadente ad ogni mercede, per li usufruttuari dell'inconfessato livore baseggiano, ai continuatori della pratica grettezza inelegante e veramente costituzionale della mecanica giornaliera di un Torelli-Viollier, compilatore di diarii arroganti, plurireddittuari, in quest'ora bassa, senza ideali di giustizia, per cui è lecito scrivere senza entusiasmo e libero abbandono; dileggiano li ultimi scolari di un Verdinois buon anima, anguilla, a sgusciarti dalle mani.

Furono in allora, e sono anche qui, quelli rimasti in sui confini delle comode legalità, quelli, che sono sempre responsabili delle loro azioni, e ne pagarono li eccessi di persona; i sovversivi, insomma, coloro che fecero e fanno gran caso della personalità letteraria di Carlo Dossi, sbandierandola dalle loro gazzette: furono essi, che lo posero all'avanguardia del pensiero civile, foriero di estetica e lo difesero. Furono i nostri critici di pura tempra repubblicana, come il Dario Papa, le nostre riviste sbarazzine come La Farfalla, insignita dalla bella testolina sorridente di Tranquillo Cremona, che, contro tutto e tutti, conservarono alla democrazia l'aristocratico fascino della cultura umanistica, rappresentanti diretti della italianità di genio, continuatori del pensiero di Romagnosi, di Cattaneo, di Mazzini, della poesia di Foscolo; i generosi di sangue, d'audacie e di sacrifici, quelli che lo presero in sicurtà e che tuttora lo difendono colla mia penna.

La presente opportunità alli altri, forse, farà loro dimenticare. Non vorranno accorgersi, che, se Carlo Dossi taglia ancora con buona lama affilatissima dentro la loro carne viva, non potranno affidarsi all'aiuto d'Alberto Pisani, uomo ufficiale d'ordine e decorato, perch'egli ne medichi le piaghe, colla preghiera di scusargli il fratello irritato ed impulsivo, come dev'essere ogni artista. Ambo, oggi, hanno moltissime ragioni e diritti per colpire insieme; perchè grave la doppia ingiuria venuta contro di loro da questa parte, e la patirono insieme, generosamente in silenzio, ma non ismemorati di nobile vendetta. Si facciano dunque in là col melenso sorriso della accoglienza. Il tempo insiste ma non rimuta nelle intelligenze i loro pensieri atavici. Noi diffidiamo delle loro attestazioni troppo in ritardo per essere sincere.

Non importa. Attualmente concorre a lui la schiera giovanissima; e, se il Cœnubium luganese domanda alli intellettuali il titolo dei quaranti volumi da loro preferiti, Pio Viazzi, esteta e legislatore, si piace di comprendervi le opere dossiane. Dossi, intorno a sè, sente il suffragio riverente delli ultimi venuti di sulla letteratura, di coloro che incominciano: siano Gustavo Botta, umanista di garbo libero e schietto; o Monneret de Villiars, il cordiale illustratore del Giorgione; siano Alessandro Casati, patrizio milanese, in cui vigila il buon ingegno che fu genio in Beccarla; o F. T. Marinetti, che lo confessa con passione e scandalo di futurista; o Carlo Linati che rinnova, in Cristabella, Goccie d'inchiostro; o il vecchio Loforte-Randi, spirito inquieto, odiatore della pagliacceria d'annunziana, indipendenza ardita e geniale da riconnettere Nietzsche a De Maistre, coraggioso di una sua Verità, che contrasta con quella di molti, che vanno per la maggiore ed hanno maggior tomo, solitario filosofo in vedetta, che non dimentica, e col quale amo dibattere e schiettamente ammirare.

Fresche e viride giovinezze d'arte sentono, nell'aria, pungere l'ossigeno dossiano. Lo stacciano dalla lenta e bassa atmosfera coi loro alacri polmoni e se ne nutrono. Non conoscono direttamente l'opera purificatrice e di costanti prerogative, la pompa attiva che erutta polle sane di fecondità; ma ne presentono, per simpatia, la presenza d'intorno; vi si orientano ne mandano, araldi e trombetti, proiezioni di loro stessi, le loro opere adolescenti, in cerca. Sia Cesare Giulio Viola, che sofre serenamente, e ricompone la lieta e triste espressione de L'altro volto che ride, in cui, la Terra avvicenda le stagioni, a paragone dell'animo del poeta, col nascere ed il trapassare dei fiori, mentre i paesaggi cittadini prendono nome, persona e dramatica umana più grande essendo la pietà del poeta dove maggiore è il peccato della donna: sia Mario Puccini, che dà a sfogliare, pagina per pagina, arrugginite, color d'autunno, come le rame delli ontani patullati dal vento, le foglie della Canzone della mia Follia, contro cui si destreggiano le lancette flebotome dei cruscanti ed imbizzano le replete e disturbate digestioni dei settuagenarî inostricati universitaria pedanteria; — Mario Puccini, che se vuol darsi l'aria del critico dimostra di sentire, ma di mal comprendere il Dossi.

Così, nel Portico dell'Amicizia, che, nel suo palazzo del Dosso, Alberto Pisani volle eretto e consacrato alli amici dell'altro sè stesso, una colonna si istoria e professa, vicino a quella dedicata alli utili nemici, cento trenta nomi oscuri affatto, annubilati ambiguamente, o preclari a risplendere coloro che lasciarono traccia del loro passaggio sulla terra e nel suo cuore. Coloro che inviarono, dalle terre italiane, senza ch'egli celebrasse, come altri minimi, giubilei, le loro frasi timide, comprese, richiamate e gloriose; dalla povera maestrina provinciale che si effonde, esclamando, al letterato in voga; dal filosofo eminente, al viaggiatore illustre; voci di un popolo affratellato, nel saluto e nella riconoscenza, verso chi partecipò loro la malinconia di Alberto Pisani: l'umana carità di Regno dei Cieli; la filosofia agita, nelle parabole e nelli apologhi di Goccie d'inchiostro; l'utopia di Colonia Felice; il sarcasmo scettico e crudele di Desinenza in A; le tenerezze gioconde e tristi di Amori; le amaritudini di Ritratti umani; le acute ed ironiche piacevolezze di Fricassea critica; la storia sentimentale, e, per questo, più vera, di mezzo secolo d'arte, Rovaniana.

Gli si confidarono solleciti, li anonimi, li sconosciuti, colle attestazioni umili che, per la loro indeterminatezza, prendono il valore simbolico del giudizio collettivo; li altri che sono dubitosi di sè, impacciati, pudichi de' loro sentimenti e delle loro espressioni; quelli che, messi sul cammino della confidenza vi rovesciano tutta l'anima, non terminerebbero più, svuotandosi de' loro più intimi secreti. E sono accenti feminili: così le accusa la calligrafia minuta, l'espressione ingenuamente architettata e timorosa di nuocere, il susurro, il bisbiglio all'orecchio della confessione: «... Perchè i libri di lei sono veri baci; baci intellettuali al lettore, cominciando dalla stessa bellezza delle edizioni, che è la più esterna, veste. — ... Io non ti conosco, o autore del Regno dei Cieli, dei Ritratti umani, dell'Alberto Pisani. — ... Qui parlo col tuo spirito, più che con te, personalmente, e ti parlo col mio spirito, più che con la mia voce. Quando ti vedrò, personalmente, ci daremo regolarmente del Lei, perchè le persone e i corpi dividono li spiriti, perchè ciascun corpo, nel mondo, vuol posto. Per il che noi ardiamo del desiderio in un istante, di conoscere una persona, di gettarle le braccia al collo; e poi ci batte il cuore quando abbiamo messo il piede sulla via di trovarla, di andare colla nostra persona avanti alla sua; perchè temiamo di spiacerle. Oh! quanto ci facciamo, spesso, più materiali che non sia nostra natura! — ... Io, un uomo, o mi piace e lo amo; o non mi piace: se mi piace e lo amo, mi piace tutto com'è; non conosco difetti; per me anche i suoi difetti costituiscono il tutto che amo. Così, per me, un libro: se lo amo, lo amo come un amico, svisceratamente — ... La Ines è un nuovo ardimento, e non v'è intemperanza... — Per me amore è santo ovunque sì trovi. Valesse, tal capitolo, a fermar la mano di un solo suicida, Caino d'amore, non sarebbe intanto scritto invano. — ... Con in mano il Regno dei Cieli dico io, sarebbero già stati risolti anche tutti quei problemi. — ... E tutto ciò sia un segno dei tanti ringraziamenti che il mio cuore fece a lei, nel leggerlo; è un tenuissimo scambio del piacere a me fatto dai suoi libri...» Chi scrive? Perchè scrive? Bisogno, necessità: innominata voce del coro greco, non impersonata mai «perchè le persone ed i corpi dividono li spiriti, e noi ci facciamo spesso più materiali che non sia nostra natura!» Angiolo lontano: Carlo Dossi rimette a suoi nemici, per il suffragio tuo, tutti i dolori di cui l'abbeverarono!

Or dunque; se l'opera di Carlo Dossi è all'apogeo e completa, tutta risplenda, come fa il sole a giugno che si svuota di luce sopra li oggetti e li determina colle brevi ombre sottili e lineari, oscura e necessaria apposizione; essa è attuale, in azione; risponde al nostro sentimento ed al nostro bisogno; è l'anello necessario che ricongiunge la letteratura di Alessandro Manzoni con quella che verrà; è una maglia essenziale nella catena della evoluzione psichica ed estetica, la cui ignoranza e mancanza produrrebbero uno squilibrio ed un vuoto; per cui la presenza è richiesta, logicamente effettiva, par ragioni fisiche e filosofiche, perchè non intercorrano soluzioni di continuità, ferite slabranti, sanguinose e dolorose, disaccordi inarmonici; perchè, un'altra volta,, si ripresentino vittoriosi i cardini d'ogni legge fisica e morale; πάντα ῥεῖ: — Natura abhorret a vacuo

II. COME È NATO

Carlo Dossi non ci viene da lontano; la sua nascita coincide con una grave e dolorosa sconfitta italiana, anzi ne fu sollecitata, come a noi insegnò a volere, con maggior tenacia e fortuna, l'indipendenza nostra: egli soferse, insieme alla sua crescita, quella della patria e ne espresse l'adolescenza ebefrenica. Mentre la miseranda cannonata d'Agogna contro Novara aveva condotto un giovane principe a Vignale, davanti ad un maresciallo austriaco imbaldanzito arbitro di guerra e di pace, e tornava a boccheggiare la patria nel sangue sparso a Milano, a Brescia, a Vicenza, a Venezia ed a Roma; egli nasceva il 27 di Marzo 1849 a Zenevredo, un borgo sulli Appennini dell'Oltrepò pavese, in vedetta della battaglia, risparmiato a pena dall'incendio, anzi, per un prossimo incendio, spaventata la giovane madre, settimino.

Ed egli fu precoce autore: (suol dire e distinguere: «De Amicis, Fogazzaro, Barrili, Rovetta ed altri non sono autori; cioè nulla aggiungono al patrimonio letterario italiano, ma semplici scrittori»). E subito il Demone lo richiese e se lo imprigionò. Egli non se ne pentirà mai: «[3]Tredici anni sono passati da allora, la mia esperienza è, più che matura, già marcia, e, non solo non sento rimorso alcuno di quel mio adolescente peccato, ma lo ristampo. — Resti dunque a dormire, nel suo sepolcro di versi, il consiglio del cisposo Orazio. — Per conto mio son ben contento di essermi alzato ai primi albori per cominciare questo viaggio, non breve, di una vita letteraria».

Bimbo, ama già il libro; precorre coll'imaginazione le pagine che va leggendo, le quali gli servono per altri più belli, personali e meravigliosi motivi. Ricama di tutta sua fattura sulli spunti di un verso, di una frase; compie a suo modo l'avventura già scritta. Tal quale il mimmo vede, nella Casetta di Gigio, un mondo scoprirsi a lui nel buio fantastico di sotto le coltri; al Dossi furono dati voli eccelsi per le nuvole e le stelle e gesta ipogee; donde la sua ebrietà di imagini, che sorprendono la brava gente astemia e sobria di entusiasmo: s'egli ha immerso, come il Silfo di Pope, le ali nell'arcobaleno, come Guymplaine risorge anche dalli inferni.

Il libro-passione, spesso, gli acquetò e gli spense la passione-amore. Carezza con mano innamorata le pagine, come il suo sguardo si posa, con ogni delicatezza, sopra il profilo delle bellezze desiderate ed ottenute. Ma possedere significa produrre; anzi, massimo possesso ed esclusivo, veder viva, materiata la cosa sua, erotta da sè, aver raggiunto alcun che di più a quanto già esiste, dirsi autore, poeta. Testè, mentre si correggevano insieme le ultime bozze dell'ultima edizione, che ce lo porge intiero, nei pomeriggi freschi e lariani del Dosso, tra le raccolte del suo archivio, che lo completano, tra le leggende scritte sopra le pareti di marmo e di cemento, che, come fogli perenni, dicono la sua storia con quella di coloro che ha amato e lo amarono; — gli tremava la mano che reggeva la pagina, la voce che leggeva le righe; lo vidi lagrimare silenziosamente sopra la sua creatura. Fresca, intatta, vergine gli usciva dopo quarant'anni; sonoro, giovanile l'accento persuasivo e malinconico; l'adolescenza, la maturità tornavano dentro il volume a parlargli: nulla si era perduto nell'aspettare, nessuna grazia avvizzita, non una bellezza sciupata; quanto caduco il corpo del padre, ma come vigile e costante il nato dalla sua intelligenza! Carlo Dossi non accoglieva al ritorno il Figliuol prodigo, ma Cordelia la più cara, la più devota, la più dolorosa delle figlie di re Lear: ed il bacio, che lo estasiava, lo faceva sofrire insieme.

Perchè il Demone gli diede occhi, mani, orecchi, membra e sentimenti specialissimi onde potesse rievocare il mondo diversamente: e tutti se ne meravigliarono e gli imputarono, i più, a posa menzognera la sua schiettezza, se ebbe il coraggio della massima sincerità; mirabile impostura del luogo comune! Egli se ne era allontanato, con quello disprezzando la gente comune, costituendo una vera rivoluzione in estetica contro i romantici, i classici, i cruscanti, i naturalisti, li idealisti; e fu sè stesso. — Ed il Demone gli dettò dentro le parole semplici naturali, e perciò misteriose; e lo credettero involuto, astruso, difficile: e il Demone gli porse in mano una penna temprata come uno stile, acuta, incisiva, incorruttibile, elastica, inossidabile qualunque fosse l'inchiostro dentro cui s'inzuppasse, acqua, lagrime, sangue, mota, cielo, coscienza umana, egoismo, folgore di ribellione e paradisiache bontà umiliate; ed egli ne usò, bambino gazzettiere, per giuoco, adolescente, per la malinconia dell'inquieto crescere, giovane, per i dolori e le crudeltà dell'amore, uomo, per le memorie e per l'istoria.

Sì che egli lo confessa ne' suoi Amori: «Amai i libri ancor prima che li sapessi leggere... parmi di aver davanti una folla di amici... li palpo sul dorso come generosi destrieri e li bacio anche, e sedendomi, qualche volta, sullo sporto della libreria, appoggio la mia testa contr'essi e lì rimango beato come sulle spalle di una donna cara, quasi assorbendo — feconda pioggia — il lor genio, quasi sentendo il mio ferro, al contatto della loro magnete, farsi magnete».

Primaticcio in tutto, per consentire alla sua nascita, sembra indovini le cose che la sua fanciullezza gli impedisce di conoscere; come d'un serbatoio d'esperienze altrui e di scienza atavica, elabora idee, concetti cui l'età giovanissima non gli concederebbe. I Quinterio, per parte di madre, gli avevano legato un fondamento di virtù pratiche e disinteressate; i Pisani l'avventuroso ritentare, il coraggio delle battaglie aperte, il piacere delle cose difficili e delle congiure — Don Carlo il nonno, tipico e romantico stipite de' Federati —: d'ambo i lati amore e culto per la patria. Carlo Dossi, al fomento di questa genealogia, presumeva ed indovinava giustamente; appartato dalla vita, la sapeva meglio di chi, in mezzo al suo estuare frenetico, la eserciti, ma non ne racconti le fasi.

Fanciullo undicenne, nel 1861, gli balena nella vergine fantasia un Don Chisciotte della Mancia; epigrammi, canzoni d'occasione, versi sciorina; milanesi quelli: «In occasion d'on invit a festa de ball». La Caduta di Milano (1862) sfoggia l'ottava rima; per le teste di legno del suo teatrino da marionette, annoda l'intrigo della Cacciata dei Re, recitata a viva voce da lui e Guido, fratello minore; nel 1865, pubblica rappresentazione di una comedia: Lodovico Ariosto, collaboratore, per la prima volta, Gigi Perelli, vestiarista di genio, Tranquillo Cremona, che disegna i figurini de' costumi indossati per la recita dai bimbi dell'asilo, cui Claudia Antona-Traversi, parente de' Pisani, istituì a Sannazzaro de' Burgondi.

Poco dopo, si dà al giornalismo e spaccia l'infantile La Trombetta, due o tre numeri, cinquanta centesimi la copia manoscritta in redazione con Guido: — trasformata in Giornale delle Famiglie, numero unico, a contenere nientemeno che La Convenzione (di settembre), Lumi sull'antica scrittura egizia, seguiti da una gramatica, Progetto d'imposta lucrosissima allo Stato, ed il resto. Ma L'Aurora sorge ed assorbe il Giornale; ebdomadaria, poligrafata, tenera, porporina si completa nell'azzurro di un altro mattino raggiante, dopo quattro numeri di vita (1864-65). La Palestra letteraria.

Intanto, scolaro ginnasiale, Carlo Dossi aveva perduto appetito, salute, sonno dietro una nuova e geniale interpretazione dei geroglifici figurativi d'Egitto, e ne aveva, come vedemmo, proposta la grammatica, forse più logica delle altre molte, che, oggi, i dotti, nei loro dizionarii empirici, mandano a torno per riempire le teste e li scaffali delle librerie. Poi, sedendo sulle panche liceali, appunta la critica contro la così detta pubblica istruzione; la dimostra seminario e semenzajo di coscienze già bacate, sopra le quali si deposita la patina del clericalume. Il primo racconto che si legge in: «Giannetto pregò un dì la mamma che il lasciasse andare a scuola...» — ed il titolo stesso è già per sè una acuta ironia, per quanto evidentemente ispirato dai capitoli del Lorenzo Benoni di Giovanni Ruffini — descrive costumi sacerdotali ed educativi, ha il medesimo significato morale; termina colla morte dell'innocente, col trionfo delle canaglie, precisamente, come nella vita. A riscontro, Luigi Perelli gli poneva Istruzione secolare», perchè la pedanteria laica, vale il gesuitismo bigotto; e l'equilibrio si ristabilisce così, ottimamente, in Italia. — L'anno dopo, da solo, Carlo Dossi ritenta la pubblicità, nel breve cerchio dell'ambito famigliare: «Per me si va tra la perduta gente». Spunto iniziale de' Ritratti umani; grotteschi, schizzati a volo, della Gente-per-Bene, caricature di scombiccheratori illustri, patentati, academici di tele e di carta; punge l'amaro assenzio tra le verbene e le violette profumate del sentimentalismo, tra le rosate vainiglie, elettuari delle speranze. Beppe Marini, il protagonista, sofre e si riconsola; contempla fantasime di fede e di speranza, ritto al capezzale della sposa seminuda, angelicamente, sognando, mentre la luna la inalba.

Di quel tempo, sorse la Società del Pensiero; il Dossi ne divenne l'anima, il segretario perpetuo; mentre Luigi Perelli, organizzatore nato, la attuava funzionalmente. Fondata un 14 Marzo del 1865, visse due anni; ragunata intima e precoce, «che doveva, poi, in breve, trasformarsi nella Palestra Letteraria. La sola idea di questa gara geniale ch'ei promoveva, altruista anche in questo, tra i nuovi ingegni italiani, lo poneva in rapporto con quanto vi era di grande in Italia»[4]. Sette furono i soci giovanetti della Academia novissima: e vi andavano a leggere, senza catedra e senza inamidata e cinica grettezza, o: Una discussione tra il sole e la Luna udita da quei famosi astronomi Perelli e Pisani, o: Un viaggio alla ricerca delle origini di un filo di ferro, o: Le osservazioni sopra due vasi antichi, o: La pena di morte, o: Delle origini delli stuzzicadenti, o: Le osservazioni contro il cristian uso della inumazione dei cadaveri. — Sfoggi di ironia, di erudizione, di bizzarrie aforismatiche, di compromissioni, tra la serietà e la scienza, dileggio, funambolica imaginazione; contenevano, in germe, l'arte e l'atteggiamento della prosa completa di Carlo Dossi. Questi ne sottoscriveva un Album scientifico letterario, espressione stampata ed ufficiale della Società, il quale ebbe due numeri soli, il primo del 27 Marzo 1866, l'altro del 30 Aprile, essendosene sospese le pubblicazioni «stante le attuali eventualità di guerra» — Bella prova di letteratura, che correva a trasformarsi in azione armata, che abbandonava la penna per la carabina! Sì che le ragioni della patria, dopo i campi cruenti, venivano a manifestarsi in altre pacifiche battaglie, non diversamente proficue e nobili per la integrazione d'Italia; e da quelle unite riplasmavasi il nostro moderno carattere nazionale, auspice La Palestra letteraria.

Si diffuse, e durò tre anni, da una specie di sottoscala ampio e basso di Via Monte Napoleone 26, — Casa Padulli —, immesso tra la portineria e l'appartamento de' Pisani, in ragione verticale, dove pochi gradini più in su, si aprivano a due battenti le porte di quella abitazione[5] «a quanti buoni e geniali vi faceva convenire fortuna, da Tranquillo Cremona, ancor tutto elegante come la sua prima maniera, a quel mingherlino e pallido Primetto, milanese ancor di Ferrara, che, sotto la materna carezza di donna Ida, la mamma del Dossi, scioglieva spesso in lagrime dolci la naturale mestizia».

Quello stanzino ingombro riboccava di carte, di mobili, di idee: vi giungeva Gigi Perelli pieno della conversazione con Rovani, da cui aveva immagazzinato ingegno per una settimana[6], «epigrammatici lampi, frasi degne, or di scatolino e di bambagia, ora di bronzo, un subbisso di imagini e tutte nuove fiammanti, comiche antitesi e osservazioni soavissime si rincorrevano senza riposo sulle sue labbra». Ma, a riordinar l'estetico guazzabuglio, concorreva Primo Levi; le sue mani venivano a visitare la confusione, col sole, che ciarlava col suo raggio più alto in mezzo al solfeggio della conversazione giovanile; perchè, qui, conveniva a sfoggiare la propria ed alacre primavera quella gazzetteria garrula, spregiudicata, intensa, cordiale, coraggiosa, tumida di molte virtù, che ai tempi grigi della borghesia arrivata, appajono, se non delitti, riprovevoli esuberanze.

Si lesse il primo numero della Palestra nel dicembre 1867; bandiva un programma di continua fragranza: «Offrire alla gioventù, che ama muovere i primi passi nella letteratura, un campo vergine, esclusivo ad essa, dove provare le proprie forze:» proclamava: «tutta la gioventù italiana è chiamata a far parte della società.» Si era istituita una commissione esaminatrice dei lavori da pubblicarsi; i più bei nomi vi facevan parte; oggi, li vantiamo glorie nelle scienze e nelle arti. Un Luigi Cremona; un Paolo Ferrari, indicato dai recenti trionfi di sulla ribalta comica; un Leopoldo Marengo, che faceva lagrimare i belli occhioni lombardi sopra la patetica di Celeste; un Vincenzo Masserotti fisico e medico di tono italianissimo, allievo di Scarpa e di Borda; un Giuseppe Pellegrini, filosofo del diritto di alta dottrina vichiana, istitutore privato, più tosto che piegarsi alle imposizioni dell'I. R. governo austriaco; Giuseppe Rovani; Giovanni Schiapparelli, illustratore del cielo e della terra; Bersezio, Dall'Ongaro repubblicano poeta di stornelli per l'indipendenza; Guerrazzi; Mauri, che allevava l'infanzia con tenerezza di nonna e perdonava ai capricci dei giovanetti con bonomia manzoniana; Settembrini, che spumeggiava anticlericalismo e repubblica insieme e demoliva i Promessi Sposi; Tommaseo; Correnti; Cibrario, storico d'alto garbo guicciardinesco, più amico della verità che di Cavour, di Garibaldi e di re Vittorio; Mamiani filologo e diplomatico; Mantegazza; Gabriel Rossa; Carducci di fresco assunto ad una catedra bolognese, dopo di avere, per il primo, cantato il tricolore in Piazza della Signoria nel '59, e, per il primo, bestemiato d'Italia dopo Mentana, coincisa in sull'anno rattazzino; Arnaldo Fusinato, Fra Fusina, delle satire e delle lepidezze politiche e patriottiche. — Per tre volumi completi la pubblicazione si avvicendò; ora introvabili, eccitano la cupidigia del bibliofilo; se li leggete rappresentano, in breve, aureo anello, le più belle ragioni, le più ricche e rosee illusioni, lo sforzo nativo e sincero verso il divenire di una generazione, verso l'assettarsi di una patria. La Palestra Letteraria, come La Diceria, come La Giunta alla Derrata, proposta da Giosuè Carducci per rintuzzare le burle, le invettive, le caricature, che dai cruscanti academici e dai frigidi fanulloni delle lettere andava buscandosi lo spirito innovatore, si riportava contro il catedrante, li uomini del falso buon gusto, i fossilizzatori della vita e dell'arte, perchè le temono e si affidano solamente alla storia togata, perchè le ha mummificate. Il catedrante, l'uomo che ha la bigoncia al posto del cuore e del cervello, che stranisce all'incontro di un punto e virgola, cui non avrebbe messo lì, che professa, a tavola, al caffè, in letto colla stessa moglie, il suo piccolo omuncolo tozzo, pigro, disgraziato, feroce Torquemada delle Università, Calvino dei Consigli municipali, Tsar nel Consiglio superiore della così detta Pubblica Istruzione; rudere dovunque senza genitali, e perciò crudele, com'ogni essere mal riuscito, salito a dominare, sopra una pattuglia, quattro panche di scuola, un bidello, un diploma cartapecorino.

Carlo Dossi, giovinetto di sedici anni, si battesimava dentro quest'acqua fervida e ghiacciata, lustrale, di continuativa e preservativa efficacia: sulla Palestra deponeva la sua prima e pubblica offerta. Uno dopo l'altro, apparivano i bozzetti brevi di mole, ma già preziosi: Valichi di Montagne, Viaggio di Nozze, Tesoretta, Istinto, Balocchi, La Casetta di Gigio. Allora «la[7] curiosità del pubblico, stomacata dalle ultime risciacquature neo-cattoliche, e dalla meschina fioritura di romanzacci patriottici e meneghini, onde fu straricca la produzione letteraria del periodo immediatamente seguito al ciclo eroico del 1848-60;» gli si era rivolta benigna. «Ed in[8] mezzo ad una moltitudine dalle faccie uniformi, dalla apparenza antiquata, dalle vesti disusate; fra tutte queste voci, che cantano all'unisono un coro di metro e di ritmo pallidamente cinquantenne, ecco apparire, miracolo nuovo, il Dossi; ecco, sorgere la voce di questo giovanetto, che osa torsi dalla nojosa e pedestre eufonia delle voci comuni, per inalzarsi a regioni sconosciute, ricca di tutti i tesori che la giovanezza, l'amore santo del bello, una intelligenza eletta, una delicatezza femminea quasi, tanto è fine ed aerea, possono fornire.» — Esso è qui, dai primi passi, fatto e completo; presenta una sua formola semplice, non si dimostra in divenire, ma nella attualità; li anni nulla hanno aggiunto o tolto al suo modo di vedere, mentalmente, e di rispondere alle sensazioni letterariamente; i suoi pregi ed i suoi difetti sono li stessi e nei primissimi Valichi di Montagne e nelli ultimi Amori. «Probabilmente[9] il Dossi» intuiva con rapida critica il Capuana, «non cercherà più di emendarsi e di correggersi; temerà di perdere qualcosa della sua fiera individualità e ostinerassi a rimanere qual'è. Ha torto? Chi lo sa? Potrebbe darsi che no.» — Certo no, sono le sue virtù; rimangono e rimarranno la sua forza.

Giuseppe Rovani s'era tolto in mano il manoscritto di Valichi di Montagne, di L'Altrieri; colloquio breve intenso, saporito, con quest'anima adolescente, che gli veniva davanti per la prima volta, spoglia, perchè vestita di quella sua giusta letteratura; ed egli la sentì sotto i suoi occhi e sotto le sue mani nuda, fragrante, fremente, Luigi Perelli scriveva all'amico:

«Ti scrivo su di una busta, che mi trovo per caso in tasca, queste parole di Rovani: «ho lett pocc pagin de quell'affari; ghe assicuri che l'è de publicass;... ghe intuizion molto pronunciaa d'artista e della bonna voeuja de fa della lingua. Sta nott leggi el rest; e se domenica el ven a trovamm, ghe dirò quel che incoeu pos no dì».

Tornò Luigi Perelli, di sera tarda, all'illustre e definiva:

«Rovani si svegliò ieri notte alle 11. Mi guardò, mi sorrise, mi stese la mano; strinse la mia, poi mi disse: «Che le publica quel lavor; quel giovin che l'ha scritt l'è artista, el pittura ben;... l'è propri un bel sagg de gener descritiv; in somma (ridendo ed atteggiandosi) — Ne consiglio la pubblicazione — Ecco el me giudizi! Il lavoro parlerà da se quando sarà stampato. — Dixi» Addio di cuore tutto tuo; Perelli, 23 aprile 1868».

Provvisto di questo sicuro viatico, amministratogli da Giuseppe Rovani, che avrebbe rassicurato qualunque novello autore per le climateriche avventure della letteratura, dopo Valichi di Montagne, valicava il Rubicone della pubblicità, infossato ed insidioso, tra li scogli della disconoscenza, dell'ambizione delusa, del livore, dell'odio mascherato da consigliere e da emascolatore, L'Altrieri, un volumetto di centotrentanove pagine, stampato dal tipografo Lombardi di Milano in cento esemplari; opera rarissima oggi a ritrovarsi. Il Demone l'aveva preso definitivamente in signoria, e Carlo Dossi vi si era impersonato; per più di vent'anni visse esclusivamente in lui; poi, voltosi per altro campo, le sue distintive qualità non lo abbandonarono e parve tacere; più secreta e più preziosa, l'onda continuava a zampillare, dai mille giuochi ipogei della vena turgida.

Per cui, se alcuno s'arresta alla superficie, ignora o fa caso semplicemente del banale empirismo, e viene a giudicarlo dal suo fatto pubblico di letteratura, e lo accorge arrestarsi a metà della sua vita, può ripetere, errando come Benedetto Croce in sulla Critica (Fascicolo VI del 1905) lo parole che il Guerrazzi dedicò a Tomaso Grossi: «aveva ricevuto da natura una bottiglina di olio finissimo; e presto l'ebbe tutto versato.» Ma a chi fu dato da Carlo Dossi l'onore e la massima confidenza di saperlo intiero e schietto come un cristallo; a me, cui si espose in ogni positura d'animo, confidò ogni segreto, ogni piega più oscura, distese davanti tutte le pagine dalle composte alle interrotte e sospese; a me, è pur anche concesso di dire, con una sua frase che ribatte all'altra del critico hegeliano di Napoli; «Nella mia vita di scrittore, tutti non hanno potuto non rilevare delle interruzioni; queste non sono che apparenti. L'energia intellettuale, in me, non fu mai sospesa, ma si trasformò solamente nei vari campi pei quali passò, sotto l'invito delle circostanze, e dove sempre ha lasciato una traccia letteraria.» Egli ha veduto con pupilla di artista anche la menzognera diplomazia cui fece schiettezza e generosità, come la polverosa e barocca archeologia, cui infuse di vita ed espose, a simiglianza di una poetica, giovane ed in azione, nel paese classico delli antiquati fegatosi e tabacconi, avari, ma rimpolpettati di superbia e d'ignoranza. Però che Minerva li nutre, li protegge, li addotta; in fine, li crea Ministri della nostra miseranda pubblica istruzione, in cui tenzonano la tirchieria e l'analfabetismo con bel seguito di pellagra e di delinquenza esemplare, veramente italiana.

III. GENIALE EBEFRENIA

Codesta precocità lo invasa ed instaura, senz'altro, a nostro predecessore morale; codesto nuovo attributo, ch'egli assegnava al libro, libro-vita, libro-carità, libro-dolore, per cui la carta agisce per sè, si riproduce solidamente ricostruita di voce e di volontà, battaglia, o schermo alle nostre soferenze, lo aveva reso, senza che egli lo accorgesse, precursore di Mallarmé: «Il Libro, espansione totale delle lettere, è un tacito concerto morale; è la persona stessa del poeta, se insiste sopra di un suo dolore, di una sua gioja, di una sua malinconia, di un suo disinganno.»

Ora, chi discese da Mallarmé? Chi discende da Carlo Dossi? Noi; un Alberto Pisani ci aveva preannunciati, uscito da un Guido Etelredi suo avatar di L'Altrieri; si continuerebbe nell'Impenitente, che, dopo La Desinenza in A, dedicherà alla Geniale la confessione piena ed intera di Amori: Carlo Dossi, iperemico di genio, ipertrofico di coltura, s'ammalava d'ideale e di belle lettere italiane. Egli era in pubertà; pubesceva con lui la città che abitava, Milano; adolesceva la Patria; era pur logico tutti patissero, senza avvisarli, passaggi inquieti d'ebefrenia; l'epoca li richiedeva. Sia per la collettività di un eletta di popolo, romanticismo, sia per l'elezione di un individuo, simbolismo, le cellule prime, o l'aggregato di cellule, rispondono a dei dolori vaghi ed innominati che li vanno martoriando senza lasciarsi attutile e vincere, perchè ne nascondono, misteriosamente, le ragioni. Sono i dolori innominati, non forti, ma insistenti, non decisi, ma continui, che vanno perseguitandoci senza localizzarsi, che formano, vagamente ma realmente, il nostro malessere, uncassines li chiama Locke i senza causa; ciò che ne accenna l'avvertenza morale di sofrire la vita.

Epoca ibrida e dolorosa; vi si aspetta qualche grande avvenimento; il giovanetto attende l'amore; l'estetica fa allora eccesso e non difetto; vi si conoscono le ipertrofie sentimentali a profitto del culto del bello; si pretende e ci si crede qualche cosa di più e di diverso di quanto siamo; interviene il bovarysmo. Giornalmente, vengono a ferirci, con temprati bisturi sapienti, la noja, l'umiliazione, il dispetto, sensazioni morali male definite e peggio conosciute, che si fondono nel tædium, non quello latino e stoico per cui Petronio elegge la morte alla vita, ma quello di Leopardi, di Hartmann, di Schopenhaurer, che, pur lamentando di vivere, non si lasciano morire.

Vi si cerca qualche cosa di più che l'ordine di natura non può, per ora, concederci; ed intanto, la crescita normale accelera il suo processo febrilmente. La crisi, nell'esistenza maschile, si riassume una volta per sempre nello spazio di un lustro; qui convengono a svampare i vapori periodici e catameniali che tormentano le feminilità puberi, le involgono e le rivolgono, sempre che li patiscano, al desiderio smodato, all'isterismo, all'amare l'amore, ed alla poesia: in fine, pubertà. Se intercorre tra i quindici e i vent'anni; se non ritarda con processo postumo — e ne diventa una malattia morale, che può dare dei frutti d'arte saporosissimi, ma artificiali ed esigenti di una passione un poco sadica; — se una buona costituzione mentale rifiorisce, si incomincia armoniosamente la prima tappa per la esperienza; si va alla conquista della coscienza delineatasi sul bene e sul male; si risolve in versi; i più forti la deviano a profitto della prosa.

In alcuni organismi privilegiati, e per ciò dolorosi d'esserlo, questo stato di continuo malessere, questo stato in divenire, perdura; li accompagna, fedele tormento e carnefice. — Pietro Verri nota, nel Discorso sull'indole del piacere e del dolore, che tutti li uomini che coltivano le scienze e le arti con buon successo, furono spinti dalla infelicità e dalla folla dei mali sulla laboriosa carriera che hanno battuto: ed a loro, così, vien concesso, per tale esuberanza, una valvola di sicurezza, per cui esce, in armonia ed in equilibrio, il troppo pieno della loro commozione. — Arte, rifugio, arte, romitaggio tranquillo, ma donde si espandono, donde non hanno più paura, nè di sè, nè delli altri, nè delle cose del mondo: — arte, che li rispecchia e perciò giudica li altri. L'arte li arma e li protegge, li avvalora; dai termini ambigui, dai dolori innominati e dal malessere, costoro, favoriti e cruciati insieme, si riverseranno nel libro; non nel libro del giorno, ma nell'opera dell'epoca; questo, che non si disperde, nè si dimette come un capellino alla moda, ma resta; ed è necessario che lo conosca, a riflesso del tempo, l'uomo civile.

La letteratura universale se ne avvantaggiò, ne conta i capolavori, siano La Vita Nova, o La Vita di Alberto Pisani siano L'Education sentimentale di Flaubert, o La Saison en Enfer di Rimbaud; precoce e restio, pei secoli, ciascuno, come Rousseau, ama dettare Les Confessions di fatti accaduti, o di fatti sentiti e per ciò più veri; e, l'uomo conservando il tono del proprio tempo, riesce oltre a dire la semplice personalità dell'uomo di natura. Romanticismo, se il tempo e le costituzioni saranno militari e reazionarie; simbolismo, se l'assetto della nazione volgerà alle industrie, il tono dell'anima al cinismo utilitario.

Lasciano il modo freddo e sereno del classico, in cui il ragionamento si distende, in cui la realtà ha un culto maggiore della verità, e, per tutti, un valore uguale e circoscritto: su cui non si sente il bisogno di ritornare alla ricerca delle essenze, dei nuclei costitutivi le idee, le emozioni, le credenze, i fatti sociali; in cui l'uomo saggio è calmo, riposa tra quattro spunti, o ruderi fondamentali di cognizioni, e, sopra a queste quattro sicurezze imparate dai maestri, si adagia, pago che rappresentino tutto il suo bagaglio scientifico e religioso. — Romanticismo, simbolismo, l'inquietudine,

«che col dar volta al suo dolore scherma;»

il mare in tempesta; il vento che ulula e sradica; il lago che schiumeggia crestato e livido; la foresta che si discapiglia; tutti nervi esagitati; la nevrastenia alla porta della ragione; la confusione tra i diritti, i doveri che non sono più e molti diritti che permangono privilegi; il cervello che fermenta ed estua; la rivoluzione imminente sulle piazze; provvidenziale e dolorosa, l'arte. È la secchia d'oro, scolpita ed aggemminata, uscita da mani pie e squisite, che discende e s'immerge al drenaggio dell'anima ripiena d'ogni liquore prezioso e va svuotandola senza interruzione sulle pagine; le quali si coprono di scrittura nera, ma cantano i sogni biondi e rosei andati a male, l'ostilità del tempo inclemente, i desiderii senza soddisfazione: liquore, che è il frutto della cooperazione di natura se, dalla mente, imbriglia l'ebefrenia e rappresenta il sopra più dell'ideale. — Crepuscolo, ora dei nervi. «Il giorno fondesi nella notte. È la più stanca ora per tutti e la più insidiosa per quelli, in cui i nervi tiranneggiano i muscoli. Già l'uomo cede alla donna, la riflessione alla spontaneità. Tutti quei sentimenti, sepolti lo stolto giorno in un tenore di vita odiata e nel sospettoso contatto coi nostri così-detti fratelli, risorgono; ciò che vi ha in noi di gentile parla. Nè le carezze di quest'ora tristissima son sconosciute ad alcuno, perchè tutti hanno in sè qualche cosa di buono, e ne hanno, perchè a nessuno è negato di amare»[10].

Crepuscolare in fatti, coll'Alberto Pisani, Carlo Dossi si dichiara e si intorbida insieme; ed è tuttora un grande mistero fisiologico, direi quasi mostruoso, il vederlo in una vita più chiusa dalla comunemente esercitata da tutti, quindi senza un vasto campo d'osservazione a portata delle sue esperienze, indovinare gesti e fatti della vita altrui nelle più intime esercitazioni, farsene il critico e l'humorista. Suol dire per ciò: «[11]Ho cominciato a pensare a cinque anni, — a scrivere a sette — a sedici anni stampava. Ho sofferto una specie di purgatorio matrimoniale dai ventinove ai trentasei, a trentasette ero già entrato in vecchiaja, con disturbi visivi, essicamento di pelle, ateroma. La sola facoltà genetica mi si risvegliò tardi poichè non conobbi donna che ai ventisette anni»; e la conobbe allora dal lato pessimo se gli ha fatto produrre La Desinenza in A.

Onde, chi fu precocemente appassionato del sentimento d'amore per riflesso di letteratura e per schiva funzionalità biologica — che del resto lo difende e lo copre dalla repulsa feminile — sente tardi il senso genetico. Si prolunga per lui questo suo stato speciale, come lo accolse anticipato, fattore delle sue migliori rappresentazioni estetiche; non viene assolto in tre anni, come normalmente impiega a nascere, svilupparsi, determinarsi in virilità; ma perdura tre lustri, irretizzandogli le cerebrazioni in modo acuto, donandogli, in oltre, le facoltà necessarie di costanza, coraggio e volontà per te quali ha sentito il bisogno di essere originale e similmente sincero.

Egli soferse e gioì quella età[12] «che in alcuno confondasi colla infantile», ed io aggiungo, in Carlo Dossi, colla maturità — «in cui l'anima anelante di congiungersi ad altra e non trovando chi incontro le venga, dona parte di sè perfino ad oggetti della natura organica; i quali sotto il suo soffio si fanno quasi sensibili: non potendo raddoppiarsi si divide».

Ed ecco, che i maschi, per eccesso di virilità non ancora razionalmente impiegata, si feminizzano; ed ecco, che, sorpreso Apollo da Dionyso, Cristo predica e Leonardo da Vinci vede errare, e ritrae, quel sorriso unico ed ineffabile sulle labra adolescenti di San Giovanni — Bacco, di Gioconda — Melusina; e tutte le parole proferite hanno un senso oscuro e conturbato che ricercano luce e speranza. Turgido di linfe, che fremitano nell'impeto seminale e ribollono, l'adolescente, nascosto e pur offerto alla pubblicità della letteratura, si appresta, colle grazie pudiche, spavalde, originali, corrotte, ciniche, in una sincera confusione che lo fa amare.

Egli coltiva la sua crisi; è la sua malattia e la sua gioja, gode della sua innocente perversità come una fanciulla, al primo apparire di sua luna rossa: avete letto Claudine à l'école di Villy? — Parlando di sè, Carlo Dossi attesta il buon lievito di una sua cattiveria e mattia. Ed allora si amano, tra le malinconie, le rumorosità dei giuochi strani e crudeli. Avvisano, quelle vergini di difficili mesi, nella incipienza delle virtù generative, anche le altre della distruzione: Shiwa ne è il mito nella trimurti. L'ebefrenismo si balocca sulli scrupoli religiosi ed il sadismo morale. L'organo è in floglosi e sitisce; la perversità gli porta requie e torna ad abruciarlo insieme: cupidigie d'amplessi, pazzie di amori angelici; sboccia la donna che sa concepire. Ad assaporare questo frutto, che palpita ed aspetta, ecco, un Don Juan di metafisica. Un distruttore di metafisiche. Carlo Dossi, è qui invece il paziente: egli sa che i due eccessi non si completano, ma si esasperano; sa che Le lettere di amore di una Monaca Portoghese equivalgono a Faublas, che Imperia è classicamente sana ed equilibrata, e che le ascetiche si appajano alle ammalate di ninfomania. Indovina le femine e le persegue; sembra del medesimo sesso: un medico illustre, infatti, discorrendo della costituzione fisica di Carlo Dossi, scherzando, amò sostenere, che, fattone il più tardi possibile la necroscopia, si sarebbe trovato, localizzato dentro di lui, un embrione di femina in arresto di sviluppo: e Primo Levi, che ha pur vissuto i suoi anni giovanili coll'autore di Alberto Pisani, non solo lo crede, ma lo torna a scrivere persuaso dall'opera letteraria dell'amico.

Chi poteva essere, adunque, la creatura ambigua, che dall'aspetto si definisce male? Malinconia; è chi va cercando e patisce un difetto per un eccesso[13]. «Or che c'entrava mai; tomo senza compagno, tomo de subtilitate, tra quei tomi di amori appajati?» Cerca, e, se non trova, imagina e plasma a sua imagine; e si confida alla carta, al mezzo più semplice e più sicuro; e sa che egli non si tradisce; ma alcuno saprà rievocare la voce viva, il suo canto, come, seguendo le note nere, la mano del musicista sprigiona dalla cassa armonica, quando ne prema i tasti, un mondo nuovo d'armonie.

Certo, dall'altra parte, rispondono: il libro non è inerte mai; al tomo de subtilitate corrisponde l'anima lontana, ignota che si affaccia, tra i fumi e le nubi e diventa La Geniale. «A lei che verrà» dedica un esemplare della Vita di Alberto Pisani il 30 novembre 1870: ed il 23 settembre 1883 «... e non venne ancora» ed il 15 maggio 1889 «ne è ancor venuta» ed il 16 luglio 1891 «.... e forse non verrà più» ed il 1 dicembre 1893 «A lei finalmente apparsa!» Non per altra ragione, Alberto Pisani aveva scritto, nella casina del Mago, davanti alla finestra spalancata sopra la prospettiva del cimitero intimo e breve, Le due morali: egli le aveva destinate in mente ed in cuore, a quella sola Donna Claudia Salis, per cui sofriva; tutti li altri che potevano per avventura, leggerle non gli importavano. Era a codesta innocente Salomè di gioconda prestanza lombarda, ch'egli offriva, sopra il piatto cesellato e d'oro della sua sottile eloquenza, il viscere rosso e sanguinoso ancora palpitante che l'arte sua aveva saputo svellergli dal petto senza farlo morire, ed inchinava, in omaggio per l'amore ed il mistero, come Sordello il cuor dell'Eroe pel coraggio e la gloria, a quella desiderata sua già mai. — Libro; invito: è il gorgheggio del rossignolo inconscio e necessario; è il doveroso nitrito del polledro a primavera. «Come il giovane che, per pura esuberanza di vita, si avventura senza contar quanto ha e che può, in qualsiasi impresa o viaggio, compreso il più rischioso di tutto, il matrimoniale; le prime volte entusiasticamente scriviamo, non per pompa di arte, non per mire di gloria, ma solo perchè non potremmo non scrivere. La gola dell'usignuolo si è empiuta di note e deve cantare: Venere intellettuale s'è eretta e vuole uno sfogo. È l'epoca, questa, dei lavori sinceri, dei libri fusi e squillanti come campane, non dei connessi a mosaico e muti quali parete di carcere[14]».

È allora che Carlo Dossi rinfrange la propria anima nel prisma dell'arte sua e proietta sullo schermo delle pagine bianche le semplici diversità dei proprii sentimenti, ciascun de' quali si impersona in un eroe, come ciascuna astrazione dell'iride si individualizza in un colore unito e categorico. Eccolo tramutato ne' suoi giovanotti pudichi ed irresoluti; si rivede in costoro, che aspirano dalla pelle e si riempiono di germinazione; sente le seduzioni che li turbano, che si riversano tumide, incomplete coi loro gesti seminudi ed interrotti di donna, col loro fruscio di vesti sganciate e cadenti, o di veli che affrettatamente ricoprono, coi bagliori di un seno intravvisto, collo schiocchio di un bacio improvviso, il succio del bacio reso, livida orma impressa. Li spiriti si liberano, si fondono; la creatura sopporta il suo doppio destino; l'erma quadrifronte del quadrivio riassume, nel passaggio delle età, dalla culla alla tomba; non variano che i lenocinii, i fronzoli di parata, le vesti decorative; Ciascuno è Tutti, nudo; dall'imperatore di genio alla lacera canaglia miserabile. Carlo Dossi continua la pubertà per lunghi anni operosi di letteratura; vi funziona in questo stato che richiede l'estetica del simbolismo, perchè appaja concreto, a sua imagine e somiglianza, il suo fatto d'arte. «La malinconia[15] lo aveva preso per mano e lo aveva condotto ad almanaccare, scoprendogli, una strana regione di spiriti che egli non aveva prima sospettato, un regno, se non di difficile entrata, d'impossibile uscita. — E ciò aveva scosso fortemente i suoi nervi, — sotto al chiarore del fantastico mondo, le cose del materiale gli si colorirono al doppio». Egli s'illumina interiormente; Les illuminations interieures avrebbero trovato, poco dopo, i simbolisti francesi; l'equivalenza si determina. Donde venivano: Gìa imbrunata di morte e pargoleggiante, col sorriso pallido e pur lieto; e Donna Claudia Salis, che si sostituisce alla Provvidenza e conduce al suicidio, dopo d'esser riuccisa, d'Alberto; e la Cassierina, che sciupata dalla golosità di un libertino, non si affretta ad evadere e va consumandosi; e Donna Ines, spagnolesca, cerea, ardente in cuore, che odia la luna piena ed odia e ama il fratello, apparsole già come un Arcangelo di fuoco e di maledetta soavità? Donde le figure feminili, circonfuse di un'aura strana, che non si possono definire, perchè sfuggono alla assidua nostra attenzione, trepide, in movimento, rapide a scomporsi ed a ricomporsi in ogni istante la fisionomia, ad illuderci, ad apparirci svelate e ricoperte di nuvole, di garze opache, lune rincorse e seguite dai cirri di una notte estiva, sotto cui scompaiono ed, avvolte, inargentano e sfrangiano di porpore sbiadite e di ori vecchi smunti? — I critici del tempo parlarono di Sterne, di Thakeray, di Gian Paolo Richter; è a me lecito di aggiungervi George Meredith: la morte apre le postierle alla pubblicità, come un bel delitto: — la morte, soleva dire Meredith, io non l'ho mai paventata ed è l'altra fronte della stessa porta. — E voglio ricordarvi le creature del suo spirito che guarda altrove — my mind looks elsewhere — amate, dopo trent'anni che già nacquero, dai giovani della letteratura di Francia come loro creature (curioso motivo di similitudine con Carlo Dossi): — e quelle vengono dalla Istoria di Cloe, ed altre da Diana dei Crossways.

Nel coro s'intona Forestina: dalle selve vergini della sua novissima patria di castigo e d'immeritata relegazione, dal crepuscolo di una civiltà primordiale e sovvenuta, nelli sforzi dell'amore, della fede, ella si porge a Mario, il regressivo violento, gli dona amore, soavità, purezza ingenua ed incosciente, lo nobilita e lo riammette nelli uffici e nella utilità del consorzio umano: Forestina, nome fragrante di eriche e di timi silvestri; nome, anche, di crestaina milanese, sbocciata al fomento de' romanzi di Tarchetti e di Tronconi, per la polvere dei balli dei Filobaccanti, di cui, corega e maestro di casa eroico, si istituiva Bizzoni; Forestina, ripresa e sciupata dalla penna or mai stanca di Cletto Arrighi, se ne descrive li Amori; quella che parve, immeritamente, a Settembrini sorella spuria di Esmeralda, quando giudica victorhughiana La Colonia felice; come altri, per troppa presunzione, la rimettono, ed errano, pedissequa al romanticismo dei Masnadieri di Schiller.

Ed anche ritornino dai Cieli, che imparadisano li Amori, le imagini, le statuine, i ritratti; e Ricciarda giovanetta dipinta e conservata immune dall'oltraggio de' secoli in pinacoteca; ed il bell'albero snello e schietto dalle foglie cangianti nel seguirsi delle stagioni, la Tillia; ed Elvira, alla cui morte pianse lagrime innamorate: e dalla Terra risorgano, per baci oscuri ma saporitissimi, Ester e Lisa ed Adele, la fraterna amica dell'amico ed Antonietta, intossicata d'amore: e, dal libro suo ancora, una diletta creata da lui, come per ideale incesto angelico, Gìa. Queste non suscitano nessun richiamo, nessun esempio nel cielo delle lettere nostre. Foscolo le aveva appena intravedute nella sua traduzione del Viaggio sentimentale e nel Gazzettino del Bel Mondo; Tarchetti le sorprese, in parte ma come Ninfe astute e maliziose s'erano rimbucate tra le frasche, nascoste, vivide e capziose nelle profondità di un panteismo illuminato da un raggio fantastico e cristiano; Manzoni le aveva ignorate; Victor Hugo rese enormi sino al grottesco. Queste del Dossi erano fuori ed oltre il classicismo ed il romanticismo. Poco prima, Aloysius Bertrand le aveva indicate dalle sue Fantaisies de Gaspard de la Nuit; meglio Baudelaire ne' Paradis artificiels; più lontano, Stendhal, allora sconosciuto ai più, fattosi Docteur Sansfin, gibboso e sperimentalista sulla natura viva, le aveva vedute balenare interrottamente. Sicuramente, l'ultimo aveva sorpassato la consuetudine e non aveva perduto il merito di continuare Rovani, come questo aveva continuato Manzoni; ma in modo diverso, nel suo modo.

Per intanto, oggi, auspicati, gli porgo davanti, a parallelo, un Poil de Carotte, un Livre de Monelle, le Moralités Legendaires: Jules Renard, Marcel Schwob, Jules Laforgue, dovrebbero essere, ignorandolo, scolari del Dossi. La ragione rimane nello stesso momento morale: «Come[16] se non bastasse una vita astiosamente calma, or si trovava essicato quel sentimento che, a volte, a minuti, gliela faceva parere tal quale ei avrebbe voluto, senza pensare, che, spento il mezzo creatore d'ogni illusione, era pur spento quella per non ne sentir la mancanza». — Così, a dispetto della vita, che gli si rifiuta, viene la letteratura grande e pessima virtù d'ogni amarezza; non per questo, conoscendola, rinuncia, elegge il suo piacere doloroso e terribile, come l'ammalato d'amore torna ad amare per morirne; come l'intossicato dall'oppio e di morfina non dimette quei veleni della gioia amara che lo imparadisano e lo consumano. Che altro doveva fare il giovane Alberto se non scrivere sè stesso, sognare:

«Des casques, des rouets, des livres, des épées,

Des cierges, des bijoux, des billes, des poupées?»

E la sua Principessa di Pimpirimpara, risponde a Lohengrin fils de Parsifal, alla Salomè del Laforgue.

Per lui tutto è storia, tutto è realtà; quel poco di avvenimenti veri, che entrano nel suo racconto, basta ad innerbare la favola; e li uni e l'altra diventano leggenda, cioè una verità personale e passionale, per cui il valore massimo sta nell'averla sentita e vissuta. E che di più? Sognando non ha creduto di vivere? E la vita reale non equivale la visione del sogno? Sopra un'altra colonna del suo Dosso, egli fece incidere, sotto un nome di donna a lui cara, ma che non conobbe se non di udita: «perchè nulla vi è di più vero del sogno».

Oggettivazione, dunque, di sè stesso in movimento, in pensiero, in fantasia; egli vi raccoglie tutti li elementi di quanto è, e di quanto vorrebbe essere; tutte le sue donne sono la cristallizzazione poetica delle creature vive da lui conosciute in difetto, rese, per lui e secondo il suo desiderio, perfette; il bovarysmo si trasforma in fantasime indimenticabili. — Se possiede la visione esatta del fatto, vi aggiunge la ragion massima del suo desiderio, della sua speranza, del suo idealismo; donde i valori reali si tramutano e divengono i valori veri della sua estetica. Egli non sa bene che sè stesso; è del suo corpo, della sua mente, delle sue illusioni, il più acuto osservatore, il più nemico critico; saggia, a traverso la pietra di paragone dei propri nervi e della propria sensibilità, qualche volta esquisita sino alla patologia, tutto il mondo e li altri uomini. Ma, mondo, uomini rimpasta a sè; egli si è aumentato; si è fatto centro; la pietra di paragone ha comunicato la propria sostanza nell'assaggio, a cose e ad uomini; li ha temprati al suo titolo; desiderio, speranza, idealismo vi si dispongono, informano li avvenimenti, si cristallizzano sopra li esseri e diventano le sue azioni, i suoi personaggi. — L'alchimia interna, donde passano le realtà per divenire le verità di Carlo Dossi, produce il suo tipo d'arte che è simbolico[17]. — «Simili descrizioni appartengono evidentemente alla storia — storia mia, ove si tratti di quelle quasi autobiografie che sono L'Altieri e L'Alberto Pisani, e saranno i Giorni di festa, e le Ore di malinconia»: storia, poema, espressione della propria sensibilità innerbata dalla imaginazione; racconto di realtà o di verità è tutt'uno. Egli sa con Foscolo che la Poesia sorpassa la Storia, perchè ha una significazione più vasta e più vera.

Per intanto, alla Vita di Alberto Pisani, corrispondono L'anima delle Carni di un falso Giorgio Ofredi, il Livre du Petit Gendelettre, di un supposto Maurice Léon. — Autobiografia, o raccolta epistolaria, Giorgio Ofredi vi si mette in bacheca, espone i quarti del suo cuore pulsante e febricitante; va, per opposte esperienze, dentro il fremito delle carni che spasimano l'amore, alla ricerca dell'idea pura: termina, inerte, apata a sorviversi col bestemiare la libertà e la indipendenza di cui ha troppo abusato, giuocando come un gramatico alessandrino per l'esoterica dei sofismi e tormentandosi, nel pessimismo, ch'egli vuole, non che il mondo gli impone. — Strazio, Maurice Léon, concede a sè stesso la sintesi: «Considerate l'anima mia come la espressione simbolica di questa fine di secolo! — Sono seduto nella mia poltroncina: l'orologio a pendolo, tic-tac, tic-tac, oscilla e canta in ritmo. Muojo, vivo: tic-tac, tic-tac. Tutto muore, tutto vive: io so e non so; gioisco e sofro: oh, sofrire!» Che dice il Faust di Marlowe? «Oh, sofrire; ma saper di non morire ancora!» Quale differenza, quale ritirata di fronte ai diritti della vita! — Un bel mattino lieto e tiepido di primavera il domestico socchiude l'uscio della sua camera; dorme Maurice Léon; per lo meno crede ch'egli dorma. Vi ritorna poco dopo. Volumi sparsi, aperti, sfogliacciati, in terra, sopra il tavolino; si rialzarono le coperte del breve lettino sopra un cadavere insanguinato e sopra l'acciajo lucido di una rivoltella. Maurice Léon si era evaso, più fortunato di Giorgio Ofredi, che volle tentare il disgusto della esperienza: la coraggiosa vigliaccheria gli aveva risolto l'enigma delle idee pure. — Certo di quest'altri due, Alberto Pisani è più sano.

Comunque, se riavvicinate Les Images Sentimentales di Paul Adam, all'Altrieri, dopo di non aver trascurato le definizioni negative dell'Ofredi e del Maurice, voi vi ritroverete davanti autori che si sdoppiano, che projettano le loro diverse fasi, come la luna, sullo schermo bianco delle loro pagine, rinnovandosi: vi si ammirano a loro posta, si calunniano, si umiliano, vi recitano le loro intime tragedie. Poi ironeggiano. Buona ironia! rimane il miglior idealismo preservativo, ricostituente, immunizza; è una ricchezza inesauribile, perchè, coll'usarla, la si riproduce; è un giuocare colla vita, per far sul serio dell'arte; è quanto rimane alle moderne genialità, dopo le messe sanguinose pontificate dalle passioni artificiali, dopo i suicidii delle loro maschere, che sono le modalità della loro coscienza; è quanto appartiene di più suo e di più caro all'artista, questa proposta dei logaritmi della imaginazione, sciorinata davanti all'immusonita praticaccia venale; che se ne turba, se ne spaventa e manda pel gendarme della logica, pel catedrante grigio, occhialuto e feticista. — Or bene, ecco le proposizioni annunziate da Carlo Dossi e che lo rendono più che attuale, per cui non può venire dimenticato e dalle quali l'opera sua attinge prerogative di una semplice e continuativa potestà operante: altri recentemente le completarono; ed lo affrettai a rimetterle d'accordo nel Verso Libero. Ben duro d'orecchio ed incartapecorito di cuore chi, oggi, non le intende; ben povero di mente chi le equivoca.

Maschera completa, Alberto Pisani: Carlo Dossi può schermirsi:[18] «Al diavolo le autobiografie: in esse lui, che si pinge, è troppo occupato a porre in rilievo le sue virtù e i suoi nei, e, poniamo anche, i vizii per dimostrarsi qual'è»: ma tosto soggiunge, per non lasciarci nella illusione di una sopercheria: «in un romanzo, invece, egli si apre ingenuamente ad ogni frase. — Ben sottinteso che chi si ha una pagina innanzi, abbia acuta vista, legga nelle interlinee, facoltà di pochissimi». Facoltà che ebbe ed ha ancora Primo Levi; il quale ha potuto dire[19]: «L'Alberto Pisani non è un romanzo: è qualche cosa di più; — non è neppure un libro: è una vita — Alberto Pisani, essere reale, sarebbe stato possibile prima, in un'epoca che non fosse la nostra? No. Ne si creda ch'egli possa fornire un tipo alla presente gioventù — tutt'altro. Ma ha di particolare il nostro secolo, che, tra la disparata mediocrissima uniformità delle moltitudini, presenta qua e là dei tipi di esistenza originalissimi e che hanno, forse, in sè i germi confusi dell'epoche future». Sono delle anticipazioni.

Alberto Pisani, rappresentazione tragica del giovane italiano in un punto psicologico e critico di storia italiana, quando Italia, riuscita dalle prove della indipendenza, dissanguata ed anemica, ma denutrita e febricitante, desiderava di mangiare a sua fame, di riposare per riparare alle perdite, di pensar poco, di dormire, di ristorarsi alla pratica, interrotta dal meraviglioso poema agito del nostro risorgimento; l'Alberto Pisani che ode, ventenne, le ultime ed allegre cannonate di Porta Pia, che lasciano sussistere in Patria il dualismo e ricompongono, sull'ibrida monarchia, il trasformismo parlamentare; è anche l'ipostasi moderna del Werther, dell'Ortis, del Rolla e deriva il suo dolore dal dissidio, tra la cruda realtà che ci investe, ed i fulgidi ideali che fuggono. Che fa? Come può amare? Chi? Dove esercitare le sue virtù? Ed anche i suoi vizi? — Egli è adolescente; appetisce quanto sogna: il sogno è vero, ma non reale! Quindi?... Colla terzetta insidiosa, che si serbò in tasca dal giorno in cui prese possesso della Casa del Mago, scarica un colpo contro Donna Claudia Salis, rea di amare anche dopo morta non lui, geloso della morte che non annulla l'amore[20]: «poi volge l'arme a sè. Ci ha un terribile istante in cui la paura aggroviglia le vene: ei serra gli occhi; ma il colpo... parte. L'arme piomba fumante, giù dalla tavola, in una cesta di rose; Alberto cade sul desiato corpo di lei, morto».

Se non Werther, che ha fatto la scuola e la moda, Ortis così: romanticismo; una sosta. La geniale ebefrenia interveniva colle tombe e Giulio Pinchetti, giovane non ancora venticinquenne ed apollineo poeta, autenticava l'Alberto Pisani. Oggi chi lo ricorda?[21] «Ventenne, era già disgustato di tutto e non credeva che alla tomba. Pareva quasi che una voce arcana gli susurrasse nell'anima: fuggi dalla terra, ti si vuole nell'infinito. Tre egli amò tuttavia fortemente: sua madre, un amico e una fanciulla». E vi è pur oggi l'amico che lo piange e lo richiede ancora, — Niccolò Sardi, letterato di robusto stile foscoliano e generoso italiano provato dalle palle apostoliche di Monterotondo, per cui trascina la gamba inerte e spezzata da piombo antiboino, — vi è il ligure mazziniano che ha per me aperto il forziere delle sue memorie e lo stipo del suo archivio, sì da concedermi le lettere di Pinchetti, che avvalorano di lagrime e di sangue La Vita di Alberto Pisani. In quelle aveva spremuto la sua angoscia e la sua follia l'adolescente poeta lariano: «Ho[22] bisogno della fede e la tua, o Niccolò, è vergine e schietta. Grazie, amico, la tua memoria mi scende dolcemente nel cuore e la confondo colle mie melanconiche speranze, colle mie dolorose reminiscenze. La morte della povera Lisa mi ha reso questo cuore più gentile, ma nel medesimo punto più addolorato; e tu sei capace di sentir questo dolore. La memoria della santa morta mi tormenta tuttodì, ora coll'aspetto del rimorso, ora di una disperata ricordanza; con quella della speranza non posso».

Brevemente lo soccorreva la poesia:

«Quell'acre voluttà della canzone

Che in mostra lieta sol pietà sospira,

O allegra poesia,

Di qual fonte tu sgorghi e quanto ria!»[23].

Alberto Pisani e Giulio Pinchetti brancolano nel buio demenziale; si fanno tetro il mondo, pessimi li uomini; si credono cattivi. Pensano di loro stessi[24]: «Vedo il lento suicidio di quest'anima mia, un tempo così profumata di poesia; vedo sfogliarsi ad una ad una le rose che mi facevano bella la giovanile speranza; mi accorgo del lento calare dell'anima e dello spirito nella maremma della materia e non mi commuovo più: per me tutto è un corollario della umanità. Non trovo in me più quasi la forza di lottare: mi lascio trascinare dalla corrente, che va via infaticata e mi guiderà inonorato alla fossa, vedovo di gioja e di rimpianto cittadino. Ho spoetizzato la mia vita e non trovo che un filtro di vapori; non ho più fede; per me, le emozioni sono un vero onanismo di fantasia; il cuore non caccia più il suo inno spontaneo, primaticcio, prepotente». — [25]«Ho bisogno di cuore, di cuore, di cuore! Pace! E sta tutto in questa parola che sospira dall'anima mia! Ed io potrei vivere sino a trentasette anni, a cinquanta... c'è da divenir pazzo!» — Si ch'egli eleva il dolore a divinità indiscussa[26]; «L'anima mia non ha che una sola potenza: il dolore — che una sola fede: il dolore; — che una sola speranza: la morte». La volle, l'ottenne; col suo gesto reale confermò l'Alberto Pisani; ed a mezzo il giugno 1870, faceva getto della propria vita e ne dava le ragioni: parole, d'oltre il silenzio, sacre: «L'opera che sto per compiere e che, quando leggerete questa mia, sarà già compita, è dolorosa, terribile, snaturata; ma è necessaria per me. — Non mi venite però, colla solita bestemmia dei linfatici a dirmi: «fosti vile, che non hai saputo lottare». Il mio dolore non fu chiassoso, non mandò gemiti. — Mi pare di andare a morte come andrei ad una festa». Amara festa della pace perpetua ed oscura: Alfredo de Musset, per quella cripta sollecitata e precoce aveva, da tempo, inscritto l'epigrafe: «Tout ce qui était, n'est plus; tout ce qui sera, ne pas encore. Ne cherchez pas ailleurs le sècret de nos maux». Sull'amico cadavere, Felice Cavallotti si chinava bisbigliandogli:

«Dormi, povero martire!

Dormi! questa è la calma

Che agognavi».

Stia, così, più eloquente che non ci fosse in vita, mitingaio: non tacerà mai con diverso dolore di letteratura, colli altri carnefici di loro stessi per incompatibilità di carattere col mondo che pure avevano amato e sposato. Ma, se tra i superstiti, che ressero allo scomparire delle illusioni disincantate, si affaccia Carlo Dossi; se il suo delirio erotico si amareggia e si avvelena di disgusto, erompe e si esaspera La Desinenza in A[27]; «Un'oncia di sangue di meno, un libro di più».

IV. PASSEGGIATA SENTIMENTALE PER LA MILANO DI “L'ALTRIERI„

Se il biografo del suicida Alberto Pisani abbandona un istante il suo eroe e lo lascia riposare, torna subito a sè stesso — ed è forse la medesima istoria che seguita — e si compiace di confidarci: «Quando sono a Milano, in cilindro, marsina, guantato, con un sentore di muschio, leggo la Perseveranza, fumo cigarette di carta ed esclamo: «Sapristi!» Mi vedeste invece a Pavia, oh, mi vedeste quando fò lo studente, con tanto di cappellaccio e mantello! Allora giuro per Cristo e Maria, dò del tu a chiunque e grido: «Viva Mazzini e Garibaldi! e il suo inno».

Tutti e due passeggiarono in quella Milano, on Milanin che se sgonfiava, e che si permetteva di conservare le strade ambigue, ed a metà campestri,[28] «fuor di mano, dove, nè le rotaje, nè i marciapiedi s'erano mai sovvenuti di entrare, sì bene l'erba cresceva al sicuro e qualche volta si coglievano fiori». Dove[29] «la casa di Elvira, doviziosa di vista, riguardava un giardino dall'ombre spesse e profonde, di là di cui verdeggiava un'ortaglia, e... così via, per ortaglie e giardini, l'occhio arrivava agli spalti chiomati d'antichi castani. Si bevea un'auretta tutta della campagna, e vi faceva la luna le sue più strane e poetiche apparizioni» — E vi abitò il Mago, in una straduccia de' Corpi Santi, che immetteva, dopo un guazzabuglio di piante, al di là di una prateria, in un cimitero suburbano e decaduto; — e vi si ritrovavano le classiche portinerie, dove, due comari, sacerdotesse della Sporchizia, madama Ciriminaghi e madama Pinciroli, discutevano sulla gabola del lott, convitando il caporal Montagna, perpetuamente incorizzato e la poveretta della giesa, beccamorti femina ed uccello di male augurio: — dove era la dimora de' signori Fabiani, di Donna Claudia Salis, «nella contrada Moresca, lunga contrada vergine, a suolo ineguale» che sciorinava, per quasi tutta la sua lunghezza, de' muriccioli bassi di giardino.

Era la città che adolesceva, ma che, nella crescita precoce ed eccitata da fomenti estranei troppo caldi ed eccessivi, conservava la sua nativa e genuina fisionomia; la Milano fine ed intellettuale, in cui le Arti avevano la preeminenza sopra i traffici e le officine. Qui, Rovani battagliava giornalmente perchè, nel tramutarsi necessario della fisionomia cittadina, venissero rispettate le sue sigle speciali e distintive, non si denaturalizzasse il tipo de' suoi monumenti. — Era la Milano che non conosceva l'esigenza nevrastenica della velocità e camminava per le strette vie, ad agio, assaporando l'aria, riguardando alle bacheche, pedinando le popole; che, nelle notti molli e fresche di maggio, non assisteva al doppio scambio di ombre fantastiche, in gara, della luna artificiale voltaica, della luna solitaria e malinconica, in cielo, inquadrata dai tetti a sfondo di prospettiva. Non si fuggivano ancora i gialli carrozzoni della Edison, ronzanti, cigolanti, seguenti il filo della energia, rapidi a svoltare, scampanellando a furia, intempestivi, interrompendo conversazioni e fantasticherie; non ancora frastornava il rumore sordo delle voci e dei piedi, nè infastidiva il fumo del polverio, sul ripetersi arcaico ed atavico di un grido a richiamo del venditore ambulante; il fango, la piova si immelmavano, ma non scintillavano rotaje d'azzurro elettrico, nè suscitavansi uragani di pillacchere, schizzate a raggiera, dalle ruote d'acciajo delle biciclette, nè strideva o mugghiava la sirena automobile, nè, si subivano li urti, i disgusti, il leppo dei fiati prossimi, la promiscuità dei frettolosi. Vi erano i fiacres invece — le cittadine — le moli idropiche delli omnibus, che lentamente si facevano sostituire dai Tram a cavalli della Anonima; vi erano le linguette gialle e trepidanti del gas, riaccese dalla lancia lucifera del lampedée, il quale ricordava quel lampedée in sci fa di du barbis del povero Giovannin Bongè.

E la melanconia meneghina, il sentimentalismo lombardo (come un chiarore roseo d'aurora primaverile, circonfuso di nebbie fumigate dalle praterie irrigue; e, dalla mandra grassa che pascola, il suono del campano; e, tra le gabbe nane e gibbose capitozzate, il canaletto artificiale e parallelo a scorrere addomesticato) trovavano il paesaggio su cui si erano posati li occhi preveggenti di Leonardo da Vinci, donde traeva la ricchezza il lombardo Sardanapalo. Triste e dolce tranquillità della Contrada della Costa e di Santa Prassede, giù verso Porta Tosa, in mezzo alle quali fluiva lenta, a rispecchio di antichi alberi nani, una roggia, tra rive ineguali e corrose a risciacquare le radici gialle, tentacoli vegetali, lievemente ondeggianti nella corrente: nelle mattine solatie, le lavandaje le fasciavano di panni distesi e variopinti ad asciugare. — Ora, nascosto il Naviglio interno per la maggior parte: demolito il Lazzaretto, arrugginito nelle muraglie tozze e sipario alla vista delle Prealpi lariane, Stendhal redivivo si lamenterebbe, se, nelle giornate ventose e limpide, nell'aria ossigenata e cristallina, dall'alto del Bastione non potesse più ammirare i denti bianchi ed acuti del Resegon de Lek (così scriveva) profilarsi sulla azzurra tenerezza del cielo. E i Corpi Santi facevano da sè una città a cerchio dell'altra, tra l'agricola le l'Industriale. Permanevano, come permangono, le cancellate e i pilastri, il primo viale de' Giardini Pubblici, tracciati dalla simmetria repubblicana e cisalpina, lungo Corso Venezia: ma non più la bella e rettilinea armonia classica, che Piermarini voleva istituita, sulle macchie e nei prati e nelle allee, perchè vi si decorassero, nelle pubbliche commemorazioni, li Eroi, tra le fiaccole, li altari romani, i profumi e le pire: Eroi della guerra e della pace.

Ma, se distrutto il Teatro Diurno, celebre per le sue pantomime e pe' suoi carroselli, e La Giostra, ed il Caffè, non così quel Salone, che lasciò indi l'area al Museo di Storia Naturale, e dentro cui ballarono il can-can de L'Orphée aux Enfers, al suono della musica dei Chasseurs d'Afrique, la Dama e lo Zuavo nel pocanzi troppo commemorato 1859.

Allora, il dedalo curioso e caratteristico dei vicoli, delle stradicciuole a gomito, ad oscurità rientrate, a balconcini tondi sporti, ad usciuoli socchiusi, ad invito pandemio, che racchiudevano l'isolato delle case, dalla contrada di San Raffaele, ai due Muri, dalla Pescheria Vecchia, a Santa Margherita, andava scomparendo; qui, aveva tenuto campo aperto, ad ogni avventura ed a chiunque avventore, e general comando, la venale e larga galanteria milanese:

«.... costumm de sta città,

Rapport ai donn de bonmercàa,

Massimament qui creatur

De San Raffael e di Du Mur;

Che, quand l'arriva on forestée,

Se fa compagn di bottigliée;

Massimament in temp de stàa...»

Poi, La Piazza del Duomo, nè ampliata, nè ancora decorata dal Monumento del Rosa, nè, come oggi, allietata dal torneo dei tram, propalatori di addomesticati fulmini tra le ruote e le rotaje, intorno al Padre della Patria, guardato a vista dalle nappine azzurre e dai pennacchi rosso-azzurri: e, se in Piazza Mercanti, si era colmato il vecchio pozzo, che, nel 1762, il conte Nicolò Visconti, prefetto della città, aveva ristaurato, pur continuava la frequenza di avocatt, borsiroeu, spii, vagabond, mercant de gran e de ris, fittavol, beolch, massèe, fattor.

Sì che Carlo Dossi ed Alberto Pisani furono spettatori della trasformazione. In quel loro Presente, in questo nostro Altrieri, già si pretendeva luce ed aria; già si incominciava a demolire: piazze larghe, strade in rettifilo; sovrani, picconi e squadre. Vi hanno camminato, vi camminano i cittadini più diritti e sicuri? Ogni cosa consiglia l'ortogonia, la politica e l'igiene; per ciò si sopprimono li edifici biscornuti e le idee doppie; — quelle, cioè, che sono sempre vive, e sono le più sincere; — noi non vogliamo scansare l'ostacolo, ma lo abbattiamo; alla critica succede la sintesi; ma scordammo molta allegria e molto buon cuore; ma l'ironia si è fatta sarcasmo; e ciascuno teme del suo vicino: se la satira interviene, si invoca al chirurgo, che Carlo Dossi reputa una delle più tristi necessità umane; e, chi dice chirurgo, accorge l'ammalato; e Carlo Dossi molti ne vide, coi quali, Alberto Pisani. In compenso, l'aspetto non potrebbe essere migliore; ma è un'inzaffatura di calce lievemente indorata dal giallo-cromo dell'imbianchino: niente portoni ad ogni ponte del Naviglio, colmati i vicoli, fontanelle d'acqua potabile sopra d'ogni trivio; ciascuno veste più decentemente; alla domenica riposo festivo — incontrate il vostro lustrascarpe agghindato come un milord, George Brummel del selciato —, e le vostre domestiche si rifiutano di custodirvi il bollito. Milano è più sana, più costumata, più libera? È una domanda; e pure, quell'altra ha i suoi adoratori che la vagheggiano di sulle stampe ed i disegni con postumo amore tra il curioso e l'indiscreto; se ne innamorarono troppo tardi; la scrivono e la descrivono come una paleografia sentimentale.

Vecchie ringhiere, rigonfie e barocche, riccioli e tortili viticci e foglie d'acanto battute nel ferro; balaustre a volute ed a conchiglie massiccie, a specchiarsi nell'acqua lenta e verde del canale; lobbie di legno brunite dalla piova e lucidate dal sole; pensili giardinetti di quattro garofani garibaldini, un cespo di geranio rosato, una tegghia odorosa di maggiorana pei gatti, di salvia per l'arrosto; l'arcata del ponte bituminosa, concava, nell'acque, convessa, oscura galleria ai comballi, carichi di pietre, di calce, di fascinate; la rozza a guidaleschi, al rimorchio del carro fluviale: la Madonnina specchiante d'oro, ultima sull'orizzonte milanese, simbolo ed indice, come una fiamma: l'intimi ripostigli della città: l'ombra magra e profumata dalle glicine urbane e stanche, spioventi sulla terrazzetta; l'umidiccio della piccola ajuola, un portento di giardinaggio e di orticoltura d'ogni varietà; i Terraggi, i Bastioni, la Guglia, o bianca, o bigia, o violacea, o rosata, a sfidare il cielo, e, dai bassi muricciuoli, erigersi le alte magnolie sfiorendo e cercando azzurro ed aria motivi alla matita, un dì, del Bossi, del Canella; oggi, del Mentessi; raffigurazioni di una nostalgia. Ed il Belloni ne dà i paesaggi dell'Alzaja Pavese, e Ferraguti, le prospettive crepuscolari, e Balestrini la fanghiglia dei Fuori porta, i cavalli stanchi e professionali delle carrozze di piazza; ed il Buffa la newyorkese irruenza dei traini pesanti, la furia modernissima dei commerci, che vanno rombando tra le brume, i fanali vegghianti e scarlatti, il rombo delle ruote e dei carrozzoni; l'Agazzi i cantucci caratteristici, le ripiegature secrete ed addominali dei vicoli, il Duomo in ogni ora del giorno, in ogni stagione, nevicato, sereno, le piangenti statue romane di Piazza Fontana, prefiche inesauste davanti l'Arcivescovado.

Donde la rammaricata nostalgia si tramuta in arte ed in letteratura. Giovanni De Castro ricorda i Visitatori illustri in una annebbiata palinodia; il Romussi ed il Barbiera, ambo gazzettieri spicci, badaluccano sulle esteriorità, ridipingono sulla vernice e sono pregiati perchè suonano il vuoto. Cameroni non può dire Milano se non soggiunga Stendhal, Dossi e qualche volta Lucini; indugia con amore su questa serie di paesaggi che fuggono, di parole che svaniscono nell'aria troppo rumorosa dell'epoca; rammenta Byron, Michelet, Balzac, Flaubert, Gautier, i Goncourt, Taine, amici e narratori di Paneropoli, trascura Foscolo, nemico e grande istigatore di virtù meneghine, che riconosceva: Felice Cameroni, a me carissimo, araldo di Zola tra noi, dalla Farfalla, dalla Italia del Popolo, dal Sole, dalla Rivista Drammatica del Polese; il Pessimista, lo Stoico, l'Atta-Troll, l'Uaneofobo, tutte gradazioni dal nero fumo al grigio; per cui egli dispensò la sua volontà e la sua grande coltura e seconda natura, che lo fecero incompatibile colla serenità; sì che, non morto, oggi, si insepolcra dentro un ostinato silenzio. Con lui, Carlo Bozzi amico suo, andava e va proponendo al Comune una specie di Museo Carnèvalet di nostre memorie che vanno perdendosi; Luca Beltrami ne ripara i monumenti, tenta di trasportare la Cà Missaglia vicino al Chiostro ed al Chiostrino delle Grazie, rinascimento primaticcio e lombardesco. Noi ci illudiamo, nelle ore tipiche, di tornare al nostro Verzée, «scoera de lengua... caregada de tucc i erudizion, che i serv e i recatton dan de solit a gratis al poetta:» ma, tra le faccende del mercato, tra il monte fresco ed odoroso delle verdure, dei fiori, delle frutta, i pingui formaggi, le rosate polpe dei salumi; tra le piume e le pelliccie della cacciagione; tra la fragranza salina e salmastra della pesca, sotto li ombrelloni, sul suolo madido e lubrico; tra i frusti delle insalate e delle verze, in pieno cielo meneghino, un vocabolo toscano, una esclamazione napolitana, una bestemia genovese interrompono l'incanto. La Piazza veste la sua realtà: il carattere equivoco e complesso di un gran mercato qualsiasi, all'aria aperta; noi udiamo cianciare, in un misto italiano di caserma e di quinte, incolore e banale, linguaggio permesso ad una città d'emporio, che rimuta le sue espressioni col mutare veloce delle mode trimestrali, la sua fisionomia ad ogni lustro; città aperta all'estuarvi della immigrazione, dove, moltissimi sono li elettori e minimi i cittadini.

Però che se ne accorgeva Carlo Dossi sin dal principio e lamentava lo squalificarsi di molto patrimonio autoctono intellettuale[30]: «L'umore milanese e lombardo, oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana, che diede Manzoni, Cattaneo, Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani e molti altri minori. Era gente questa di alto ingegno ed insieme cavalleresca, amabile e bonariamente spiritosa. Nutriti di Porta e di Rossini, erano amanti delle gonnelle senz'essere puttanieri; erano giocondi senz'essere mai sguajati. Oggi si è a loro sostituita la volgarità, l'ingrognatura, il portinarismo del Secolo, il bohemismo scimiottescamente francese ed odioso; l'ubriaco che rece al brillo che canta».

Ma allora si rifabricavano e si fucinavano coscienze e modi di vita cittadina, altri se ne assumevamo; si rifiutavano e si accoglievano attitudini, inquietudini letterarie e morali. Di quel tempo, nell'aspettazione di una nuova guerra coll'Austria, che deteneva ancora le provincie venete, nell'alacre fermento delle incalzate generosità del partito d'azione, i giovanetti tentavano più difficile se pur pacifica milizia.

Se abbattevansi muraglie, Carlo Dossi ed Alberto Pisani venivano alle demolizioni notturne del Rebecchino, tra le fumigosità delle fiaccole, perchè, non ancora, alla fretta di far nuovo sul vecchio, aiutavano l'arco voltaico e la lampada ad incandescenza: ed udivano Arrigo Boito lamentare:

[31]«Scuri, zappe, arieti

Smantellate, abbattete e gaja e franca

Suoni l'ode alla calce e al rettifilo!

Piangan pure i poeti».

I poeti? I poeti ironeggiavano con Emilio Praga:

[32]«Per l'ampia volta querula,

Nel coro intarsiato,

L'orme di cinque secoli

Un giorno han cancellato:

Or tutto è liscio e candido,

E, a quei toni abbaglianti,

Ammiccan gli occhi i santi

E parlano? tra lor».

Santi? Si incominciava a non credervi più: si stavano stampando Il Re Orso e Le Madri Galanti e Tavolozza; si leggevano i romanzi del Tronconi: Felice Cavallotti ristampava le Poesie, bersaglio colpito inutilmente dalla Procura del re e soppresse per riapparire; ragione per cui lo scaldo repubblicano tornava ad essere ospite frequente delle Carceri Criminali, per riuscirne, brindando nei Filobaccanti, col bicchiere colmo e spumoso, sonora ilarità, sfarzo di facili amori a coprirgli i singhiozzi sulla povera ora trista italiana.

Così, mentre si tentava di rappresentare il Mefistofele, Tarchetti aveva già gettato il grido: All'aperto, all'aperto! di maggiore ed italiana efficacia che non fosse l'«en plein air!» zoliano, denunciava il facile mestiere di imitar Manzoni; tornavasi ad odiare ed a combattere i pedanti come i più fieri assassini della poesia. I giovani si trovavano sospesi tra il lievito spremuto dall'Heine e dallo Schopenhaurer, in una stanchezza di razza che ha troppo lavorato e pensato, in una quiescenza alla servitù avvenire, per le inutili ribellioni al fatto che popolava l'Italia liberale e liberata di burocrazia piemontese, scialacquatrice di patria e pubblico erario. — Dolore di aerei disinganni? Non pensavano più alla Byron, alla Leopardi, alla Gilbert, alla Moreau; non adoravano ancora il corteggio dei Montjoye, dei Maître Guerrin, delle Susanne d'Ange, delle Femmes de Claude, dei Sirchi, dei Lebonard, delle contesse de Chalis delle Ize Clemenceau, delle Eve alla Verga, delle Fanciulle alla Torelli;.... ma già spuntavano li uomini d'affare: non più si invocava la morte, ma il listino di borsa; non più la manìa dell'Ortis, ma la febre del guadagno e delle voluttà presto godute... a pagamento. L'Altrieri si dubitava di Dio e ci si disperava per amore; Ieri, i giovani nati troppo presto per combattere per la patria, od avendo già combattuto per questa e non per questo, non trovandosi intorno più nulla da fare, si guardavano in faccia muti, interrogandosi se non conveniva rimutarsi in mercante, vendersi, o vendere qualche cosa, o qualcuno.

Supporavano le angoscie reali ed imaginate di questa gioventù tradita dalla realtà del vivere; deliravano le antinomie tra il volere ed il potere, tra la volontà inutile e la refrattarietà dell'ambiente sociale, tra il pensiero e l'azione, che sembrava non poter più.

Rappresentativo del malessere generale, ancora, Giulio Pinchetti sottoponeva la sua dolorosa vivisezione all'amico Sardi[33]: «Ho mille temi capricciosi che mi ballano in capo: mille pensieri condensati in convento: vapori, bolle, forse, che scoppieranno, presto o tardi, in qualche acquazzone di terzine. — Custoza, Lissa, cuore, natura... e tante altre tempeste mi picchiano nel cranio, che non so io dove battere... Con più ci penso, ad onta di questo, mi vado persuadendo che in Italia l'unico poeta possibile, ora, è Byron: ed io ti dico, che, inanzi di essere Chatterton tra questa ciurmaglia di trafficanti, preferisco cantar natura e cuore indipendenti dell'umano bipede, come Berni o Petronio». — Ed il dissidio si acuiva e si faceva ad acusar il mondo[34]: «Il mondo è fatto al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il culo inanzi, il petto dietro e le lagrime strisciavano per lo fesso». — E lamentava la mancanza di scopo, e gridava la propria infelicità, e, nello stesso tempo, preferiva, colla Italia di fronte, la maschera di Sallustio, altro fare, altro dire[35]: o esserle infelice e non confessare l'infelicità giammai».

Decadenza?

«Noi siam i figli dei padri ammalati;

Aquile al tempo di mutar le piume,

Svolazziam muti, attoniti, affannati,

Sull'agonia di un nume».[36].

Agonizzava una coscienza eroica, perchè, organo non impiegato, s'arrugginiva nell'ozio e si sfaceva; agonizzava l'orgoglio del sacrificio mazziniano, perchè meta irraggiungibile. Che se Giuseppe Mazzini aveva consigliato alla gioventù sua[37]: «Abbiamo bisogno, noi giovani, de' poeti; di voi che raccogliate, abbelliate, inghirlandiate dei vostri fiori immortali quella poesia che a noi tutti freme nell'anima, incapace di crearsi un'espressione; abbiamo bisogno di ascoltare la vostra voce, il vostro inno in mezzo alla lotta, nella quale noi ci avvolgiamo; abbiamo bisogno di sapere che il vostro canto ci conforterà il sospiro ultimo che daremo alla patria, che un raggio della vostra poesia poserà sui nostri sepolcri:» — i giovanissimi poeti si rammaricavano col Pinchetti:[38] «Quando pensi alle ombre mazziniane degli Uticensi, dei Bruti minori, dei Cassii, dei Timoleoni, perchè tu palpiti per essi e fremi per la innocenza loro? perchè questo brivido per le carni, se rammenti l'aura sonnolenta di Filippi, trofeo dei Pretoriani? perchè giustifichi il fratello che rompe il petto al tiranno? — No: la squallida aritmetica del fatto uccide l'uomo: egli ha bisogno di un divino per sognare, per destarsi, anche... ma intanto sognare! — Guardo le cose come stanno: e li eroi girano il mondo come le striscie nereggianti che pinge sul muro la lanterna magica. — Bruto è un pazzo; Cassio un broglione; Timoleone un fratricida puro e semplice, esecrabile di più; la statua si è infranta, resta il marmo. Ed ecco cos'è per me la vita: marmo: — Del resto, sono l'uomo più pacifico del mondo «mangio, bevo, dormo e vesto panni»; giuoco al bigliardo; fo pratica di notaio: evviva il Foscolo in fieri

La risata è un cachinno di ineffabile angoscia; la critica sulla società e sopra l'ultima, terza, monarchica, mal fatta Italia si determinava, perchè li Italiani, pur troppo erano, come i loro poeti disconosciuti, ancora in fieri.

Alberto Pisani accorgeva una patria, una sua città, che, nelle ore notturne, assumeva un'aria sospettosa,[39] «quella di una ragazza, che, con gli orecchi attesi alla porta, legga un volume senza nome di tipi»:

«Eran fanciulle che leggean romanzi

Di fantasmi e di ganzi;

Eran fanciulle che poneansi al crine,

Fra i vezzi e fra le trine,

E gemme e perle e corone immortali,

Di fiori artificiali»,[40]

all'ora «in cui il mercato di Priapo affolla».

E Carlo Dossi avvisava che,[41] «intanto una carrozza si arresta in una via tortuosa che fiancheggia la Corte. La sentinella rintana. Lo sportello si apre; ed, ecco, un alto signore, il quale offre la mano a una donna incappucciata e dal vestito che fruscia. Tò! quel signore non mi riesce nuovo; mi par d'averlo ammirato ad una mostra di truppe, in tanto di fanfarona divisa, isputacchiata di principesche decorazioni... La bella sua moglie le passa dinanzi. Egli le fa un ampio inchino, e, come la vede sparire in una piccola porta, — porta alle grandi fortune, — tutto orgoglioso di ben meritar quelle insegne che incuginan col re, rimonta nella carrozza». E Alberto Pisani e Carlo Dossi udivano aumentare, dalle finestre, i pst,[42] pst!.. — Nabucco imbestia: la città è in fregola; — ... mentre rincasano dai teatri:[43] «dove, nel vano della porta di mezzo, avevano ammirato i due poliziotti agli stipiti, i propri sostegni del palchettone regio»; od avevano, altrove, salutato, nei venerabili consessi ufficiali, a presiedere «La Maestà sua di gesso (dico il busto del re modellato nel gesso, o perchè simbolo, questo, di un costituzionale sovrano, o perchè comodo assai, nè repentini passaggi di temperatura politica)».

Sovversivismo? Erano trascorse le vigilie d'armi e di speranze, nelle quali l'entusiasmo fucinava e imaginava grandissima la patria e gloriosa; stagnavano le brume della sconfitta, l'onta di un dono, dalle mani dell'arbitro europeo, fosco, accigliato e fatale napoleonide. Pesavano alla Nazione la resa, non la violenta rivendicazione del Veneto, le Convenzioni di Settembre, il veto su Roma, guardata dalle milizie antiboine, mercenarie e francesi, accomandate dal bigottismo pauroso e dall'elegante fescennare gesuitico di una ex-maitresse-de-tripot, incoronata, per sapientissime lussurie imperatrice. E Giulio Uberti, sdegnoso, rifiutava l'anima sua al verso:

«Tu[44] vuoi ch'io scriva....

Per questa Italia che sommersa in brago

Non troncheria il grugnito sonnolento

Sotto un milion di schioppettate ad ago?

Che ai suoi fornicator gridando viva,

E gavazzando de' miei calci al vento,

Me godrete impiccato? E vuoi ch'io scriva?»

Impazienza rivoluzionaria? Erano le giornate della cronaca torbida; quando, tra le memorie, ancora torride delle vittorie garibaldine, susurravasi di amori venali del principe a turbare la calma del parco brianteo; quando, le azzurre-bianche Guide ed i verdi-scarlatti Usseri di Piacenza, caricavano, caracollando in cospetto dei marmi istoriati della Cattedrale e ne scendevano, braveggiando, la scalea; quando Regìa e Lobbia, ed i fatti de' guardiacaccia di Tombolo e di Stupinigi irritavano la folla; quando, i migliori cittadini, perchè repubblicani, venivano a conoscere la Santa Margherita del Torresani croato, non d'altro rei che di franche e libere parole. Erano le giornate del Maggio 1870 in cui il sospetto per le congiure mazziniane spingeva i Savoia sulla via di Roma: quando Milano aspettava la bomba da esplodersi in Piazza della Scala per insorgere; ed il Galimberti, audacissimo dei Mille, andava rinfocolando le ire tra i commilitoni; quando s'accendevano, nelle notti del marzo, le brevi fiammate di Parma e di Pavia, alla Caserma di San Lino, senza suscitar l'incendio generale; e veniva, dopo lo scherno dell'attesa nell'anticamera ministeriale del Lanza, risposto ad Anna Pallavicino-Trivulzio — la quale a nome di quarantamila madri italiane chiedeva la grazia pel caporale Pietro Barsanti — ch'egli era stato proprio allora legalmente assassinato tra il muro e la fossa del Castello di Milano. Sacra inferie: di quel sangue Cavallotti raccoglieva le stille per altro battesimo tremendo sulla corona, al contrapasso:

«Prole di Giuda, prole di sicari;

Sii maledetta!»

E le speranze si inacerbivano e l'ozio intristiva, e ne usciva le Scapigliatura. Acuire, ricopiando la vita e la letteratura di Rovani, aumentarsi nel giornalismo e nella vita pratica, che contrastava colle loro aspirazioni, non aver paura della verità, ironeggiare, bandire un Gazzettino Rosa ed una Cronaca Grigia; spensieratezza nei ritrovi, interruzioni aggressive e ribelli; la nostra Bohême.

Allora, finalmente, strozzato dalla agonia mortale che lo faceva irridere Giulio Pinchetti, dopo aver imprestato dell'Heine una sua beffarda disperazione:

— «Tengo[45] serrato il core

Perchè ho in dispregio ognun,

Non credo più a nessun,

Credo al dolore.

Vita, fatal menzogna,

Che noi tentiam negar,

Ma che con presto andar

Creder bisogna;» —

si liberava; e, colli altri, Boito lo assegnava, nel tempo turgido di un funereo incarico di demenze e di morti:

«Torva[46] è la Musa.... Per l'Italia nostra

Corse, levando impetuosi gridi,

Una pallida giostra

Di poeti suicidi.

Praga, cerca nel buio una bestemmia

Sublime e strana! E intanto muor sui rami

La sua ricca vendemmia

Di sogni e di ricami».

Ne pigiarono il mosto, con molte pretese e molti esclusivismi, ne' cenacoli racchiusi tra le cortine verdi di Via Vivajo, nell'Ortaglia, nell'Osteria del Polpetta, nelle ragunate del Conservatorio, peripateticamente, per Via della Passione, tra lo sfondo del Naviglio, limitato dalla balaustra tortile del palazzo Visconti di Modrone e il dorso del Bastione impennacchiato, tra le foglie palmate delli ippocastani, di panocchie di fiori rosei e bianchi, gendarmi vestiti in gala a guardia della città. In tanto cantavano:

«Siam[47] tristi, Emilio, e da ogni salute

Messi in bando ambidue.

Ho perduto i miei sogni ad uno ad uno

Com'obolo di cieco;

Nè un sogno d'oro, ahimè! nè un sogno bruno

Oggi, non ho più meco».

E trovarono il tempo e lo strazio più acuto di stordirsi. — Se tornerà a Milano Primo Levi, nei giorni più chiassosi di fiera, quando vi convenne Italia alla sua prima esposizione non se li dimenticherà; ne riparlava testè «Pei nuovi Cento Anni», eccitando Luca Beltrami a raccogliere le memorie, «a colmare[48] le lacune, a rischiararne le ombre, a mettere in luce tutta la cara figura di quella Milano, la quale, per non essere ancora che una metropoli regionale, non era certo meno interessante della odierna mondiale città; che, per tanti titoli, merita l'ammirazione e la riconoscenza di tutta Italia». Ma,[49] «allora, il dir di Cremona era un delitto e di Grandi un'infamia. La critica era un inno solo all'arte del Bertini e dei suoi seguaci, e, noi, poveretti, che osavamo protestare passavamo per pazzi, e, per poco, non per furfanti». Allora, per esporre le proprie idee, senza sottoporle ad una evidente amputazione, senza contravenire alla urbanità che imperava nelle gazzette-per-bene e gesuitiche, dove si raccomandava il luogo comune, per non irritare la pubblica melensaggine, era necessario fondare delle riviste eccezionali: Le Tre Arti. Erano uscite, con un primo numero di saggio nell'ottobre 1873 ed ultimo della serie; vi erano accorsi Primo Levi, Carlo Dossi, che parlava di Tranquillo Cremona e di Giuseppe Grandi alla esposizione di Belle Arti a Brera nell'anno 1873[50]; venivano riassunte da Luigi Perelli. Il quale, fuggendo lo strazio per la morte della amatissima Elvira fidanzata, fidanzavasi, per sempre, alla amicizia, riversandosi, nella bontà verso altrui; adorando l'opera di Grandi, e di Cremona, proteggeva Rovani pubblicandone La giovinezza di Giulio Cesare e la mente di Alessandro Manzoni: creandosi il re del Carnevalone Ambrosiano, promuoveva anfizionie di Maschere, verso Roma, ricongiunta, cuore d'Italia, rimesso a pulsare alacremente in petto alla Nazione; suscitava in fine, con Vespa e Borgomanero, il Rabadan, senza di cui non poteva essere settimana grassa milanese e non disinteressata piacevolezza, se, una volta l'anno, non compariva a frecciare, colla satira saporita del buon tempo, il costume e colla bosinada di circostanza a sora...; a cui non rifiutavasi la penna caustica di Carlo Dossi, emulo del Balestrieri. — Il Carnevalone Ambrosiano che si ammorba ed agonizza, oggi, nel fango marzolino di Porta Genova sfolgorante, in quei dì, di scintillanti attualità argutissime! La satira apparecchiava, tra li altri carri mascherati, in quelli anni eponimi alla carnascialeria, un traino fantastico di una gran luna, dentro cui si entrava per la bocca spalancata e nel cui interno si vedevano dipinte le goccie di liquidi diversi osservate al microscopio: in quella del vino, erano rappresentati ad infusorii Perelli e Rovani, in quella dell'acqua, le teste dei più insipidi tra i milanesi, in quella dell'aceto i più rabbiosi gazzettieri, Bizzoni, Treves, Cavallotti, — in quella dell'orina, il marchese Villani. Luigi Perelli regnava assoluto sulle maschere: Perelli «che si incarica di volermi bene», come lo complimentava Rovani; il Perellino ed il Rovanino, perchè gli stava tutto il giorno alle costole, imitandolo nelle stranezze, e nell'amore intenso per l'arte, nella sottigliezza squisita del buon gusto: — Perelli il collaboratore nato e fabricato sopra misura, per intendersi e riplasmarsi cordialmente con l'autore di Ritratti umani.

«Non mai collaborazione letteraria fu più intima, più appassionata tra Perelli e me. Si era, allora, all'equatore della nostra amicizia e diciassettanni son scorsi», confessa l'altro nell'Etichetta al Campionario (1885). «Possedea, Gigi, tutto ciò di cui io mancava; bello aspetto, buon senso, pronta e smagliante parola, una audacia, che senza mai confondersi colla sfacciataggine, rovesciava d'assalto qualsiasi diffidenza, una onestà sovra tutto abbigliata di allegria, che quanti cuori toccava, avvinceva. In me, invece, il pensiero, benchè pigro e lambiccato, profondo, una ostinazione che mi rendeva capace, non solo di ideare un lavoro, ma di cominciarlo e, quel che è più di finirlo: oltraciò, molta malinconia, e, in utili dosi, cattiveria e mattia. Per servirmi di una metafora, che, a volta sua può veramente dirsi di zecca, Perelli era, in quel tempo, la lega del mio fino». — Insieme passavano le lunghe sere dell'inverno lombardo, così favorevole all'amicizia, in quelli anni tra 1866 e 1877: la cameretta tepida di Carlo Dossi li accoglieva, e, mentre questi aspettava accanto al camino, Tea, una sua cagnola fox-terrier, gli sedeva in grembo. Valicava il pensiero di lui, caprioleggiando, sopra le culmini di montagne rocciose, per poter offrire al veniente fiori di ghiaccio insospettati e rarissimo bottino d'alpinista-ideologo; «ma Gigi tardava troppo, e sotto al solleone della fantasia, il mazzetto si distillava e mutava in una fiala di essenze acutamente insopportabili. Finalmente, il suo passo franco si udiva. Tea si alzava di soprassalto squittendo di gioja ver lui. Carlo, assai meno umano di quella bestiola, lo accoglieva, di solito con asprezza. Prigioniero volontario di lui medesimo, indispettivasi, quasi, della sua libertà».

Povera Tea, cui donna Ida doveva invitare alla ciotola della zuppa mattiniera, colle sacramentali parole: «Panera doppia e pan frances», perchè ne mangiasse, ella restia; povera Tea, generosa gladiatrice uccisa dal suo coraggio, da un rospo avvelenato, che addentò a morte nel piccolo giardino di Roma; Tea che riposa al Dosso, sotto all'enorme cippo, troppo piccolo per il suo affetto animalesco, gigantesco per l'esile corpicino sepolto: «Tea, bianca, nera, nocciuola, — dodici anni vissuta con Alberto Pisani — modello di fedeltà — più che umana canina»; e l'edera delle rovine, della morte e della immortalità serpenta, abbruna ed insempra il bianco marmo della targhetta commemorativa.

Ma, per allora, a pena nata La Vita di Alberto Pisani, a pena ricomposto, nella sua fragranza d'amore, Il Regno dei Cieli, la solita borghesia fanullona ed arrivata dalle academie teneva il campo, a Milano, ed ingombrava colla alterigia, la supponenza e l'idrocefalia, l'elfantiasi congenita, l'esosità e la golosità esemplari; sì che, nè il Gorini, nè il Cremona potevano essere decentemente nominati da quelli, nè Dossi vi aveva trovato mercè. I grossi bacalari, che facevan l'occhio pio alla prebenda governativa, aveano gridato, subito, al sacrilegio; si erano sbalorditi li stenografi delle frasi stereotipate dai trecentisti, o da Manzoni, i mendicanti de' riboboli fiorentini, i cucinatori di sdolcinature e graziette a fior di crusca di Val d'Arno; i compilatori di frasuccie lascive, scelte colte, de' gentilini pensierucci, delle facili ed elastiche riverenze, i puristi della lingua dotta, i modernisti della lingua parlata. Lo scandalo, in parte, perdura.

Ma, per allora, chi volesse dire ed essere qualche cosa di più, doveva passare — come oggi — alli occhi dei suoi coetanei e concittadini, un matto: i critici misero orginale: ma il matto, Carlo Dossi dice, è quel nome di cui si regala chiunque pensi diversamente di noi, quando ne sembra un po' più forte il chiamarlo o bestia, o birbante. Onde i matti si facevano da parte, si ricercavano in mutua compagnia; venivano al cenacolo sbarazzino del Polpetta, in mezzo alli orti ed ai giardini del palazzo Cicogna; dove schiamazzavano intorno ai pantanelli artificiali, ancheggiando, le oche tarde e prepotenti, bagnate, tra il frascheggiare mobile delli alberi, di larghe goccie di sole come il pittore Carcano suadendo all'invito ritrasse in due tele ad emulare la celebre del Fortuny: Le Jardin des Poètes. Pranzavasi a buon mercato, spesso, a credito, sotto la pergola densa d'estate, rumorosa di carambole, se le boccie, sulla terra battuta e compressa del giuoco, si urtavano schioccando. Praga vi portava la sua malinconia, la sua barba bionda, che gli invadeva le guance, li occhi azzurri sotto la fronte amplissima e sognatori, i capelli lunghi e ritti, le scede, le baje, la lestezza delle sue caricature; qualche volta, la domanda un poco ebra e fatua:

«Chi è,[51] chi non è?

Oh povero me!...

Il prete lo giura,

Ma nulla io ne so;

Chi dice di sì, chi dice di no....

Gli è il coro dei matti che Adamo intonò!»

Giuseppe Grandi, tumido del trionfo del suo Beccaria, fremeva di orrore se Stambul, la cagnola di Giulio Uberti, l'avvicinava: — Giulio Uberti, poeta dimenticato, perpetuo innamorato settantenne a consumare il suo suicidio per una giovanetta quadrilustre ed allieva sua di declamazione, Miss Alice Lohr londinese, che lo amò dopo morto. Giulio Uberti, che appariva, tra li amici, col suo mezzo cilindro di felpa folta, el castor, inconcato a barchetta, imposto all'occipite perchè il tormentato e spazioso fronte di lui s'illuminasse al sole, la pipa corta e brunita, stretta fra le labra; — classico come il Cominazzi repubblicano della Fama, cantore con vena foscoliana delli eroi di repubblica, Tito Speri, Washington, Lincoln, delle Stagioni, dei Bardi profughi, dello Spartaco, e, se in oggi saputo o commentato, vergogna ai precocemente calvi bardassa, ai Merlin Coccaj della bambagia italiana: Giulio Uberti, cui

«....[52] sul rugoso fronte non dome,

L'ire fremevano dell'alma austera;

Passò imprecando: sferzò: derise:

Tutto è putredine! — disse.... e s'uccise».

Gignous, silenzioso ed immerso nell'arte sua, sembrava cabalasse, mentalmente, toni e tinte sino allora inediti: — Bernasconi, Tartarin di politica, fanfaronava piacevolmente. — I tre Fontana si invitavano a vicenda alle ciarle. — Achille Cova arguto, li eccitava e li contrastava; — Giovanni Camerana magistrato, si abbandonava, senza sospetto alla rima macabra, come un Rollinat piemontese, per avviarsi anche esso al suicidio; — Ghislanzoni, ironico balbuziente, raccontava le sue innumeri prodezze, giornalista, librettista dei Promessi Sposi musicati dal Ponchielli, baritono, novelliere; — Ripamonti interrompeva la scultura per la poesia; là dove non giungeva la stecca da modellare veniva la sua penna acuta a trafiggere; — Cesario Testa, che si firmava scora L'Anticristo piemontese Belial, e che stava per farsi conoscere sotto il nome di Papiliunculus, riconosceva i suoi fratelli d'arte della Farfalla e li veniva a visitare: Cesario Testa, piccolo, bruno, nervoso, coltissimo, razionalista, naturalista, il ponte di passaggio tra la Scapigliatura milanese e la Scuola nova di Bologna; esulcerato dalle miserie della vita e pure travet laborioso, in perpetua bestemia contro il suo destino, cinico, pessimista e quindi romantico puro camuffato; intelligenza, brio, onestà, impiegato di poi alla Corte dei Conti ed alla Cronaca Bizantina, dove Angiolo Sommaruga ne abusava; Cesario Testa, anch'egli ricoperto di nebbie, di anni e d'oblio.

Vi traevano Carletto Borghi dalla gentile e precoce genialità, morto avanti la fama; — Ambrogio Bazzero, solitario erudito d'armerie milanesi e commosso novellatore di sè stesso in Storia di un'anima, il primo discepolo di Carlo Dossi con Riflesso azzurro, «bacio su di un fiore appassito, dedicato a Sofia e Maria, sue sorelle», pur esso di brevissima esistenza: — con loro si accompagnava Guido Pisani, scialaquatore della sua intelligenza, ucciso da una spina di rosa, fondatore col Borghi, il Bolaffio e i due Pozza, del Guerin Meschino; il quale porta tutt'ora per insegna il guerriero cavalcante,[53] disegnato da Tranquillo Cremona e da Carlo Dossi, tra le maschere grottesche che ne fingono le lettere, donde si compita il suo titolo. Nè Tranquillo Cremona, tornato dallo studio e dal lavoro, che lo compiaceva nel cortiletto del Conservatorio, — un chiostrino colonnato e suggestivo offertogli al pennello da Lauro Rossi, — se ne schivava; nè la sua gioconda ilarità scompagnavasi da quella di altrui.

In questo campo chiuso la Scapigliatura si avvicendava; l'arte viveva di speranze; tutti erano migliori di quanto non apparissero; ciascuno si foggiava un Lovelace, un Don Giovanni, un Werther. Qui, si eccitavano le ire intestine; ed il Dossi ascoltava ed annotava la boccacevole eloquenza dell'ideale dipintore dell'ambiguo Falconiere, quando, dimessa la pennellata, dosava la burla con lenta perfidia e maestria al padrone di casa. — Ospite interruttivo, Cletto Arrighi, vi appariva dal Teatro Milanese ch'egli ricercherebbe invano di sul Corso, dove aveva tenuto il posto del Padiglione Cattaneo, sala da ballo per le ultime madaminn, dove, oggi, fa pompa un albergo cosmopolita di lucida eleganza: — Il Teatro Milanese, che gli aveva trasmesso Perelli fresco delle nobili comedie di carattere, banditi pagliacetti e istrione, riusciti quindi in fama e ricercate dalla salace frivolità del principe e dell'epoca; e dentro cui profondeva l'eredità di Bernardino Righetti, lo zio, amico d'infanzia e collega nelli amori facili di Manzoni, prima del suo millantato pietismo.

Qui, dunque, venivano a rifugiarsi tutti che volessero dire una parola propria e diversa, che dovessero difendersi dalli attentati della borghesia milanese: qui, li artisti frapponevano ostacoli, bastioni e fossati, per non patirne il contatto, per non udire il riso di scherno contro li insuperabili e delicatissimi Cugini; per non confondersi coi bestemiatori della plastica vigorosa, psicologica e comacina del Grandi; per non avvalorare li errori delli orecchianti della letteratura di Rovani, della poesia del Tarchetti e del Praga. Da qui, fuggivano tutti li altri: però che scioccamente i rimescolatori dei dizionarii, i passeggiatori di biblioteche e di musei, li ineffabili impostori delle Academie se ne vantavano; e non accorgevano di diminuirsi, privandosi del lievito proficuo e prolifico della genialità, che lasciavan da parte, non vergognandosi del resto delle loro attitudini basse e sconvenienti che domandavano all'arte, cioè il loro fine, con Nana di Parigi, od a Milano, alias Emma Ivon, pruriginosa di memorie inedite e di aulici quadri plastici, a mezze tinte, tra la seppia e l'ocra gialla; — coefficienti all'onanismo ginnasiale, quando la piaggieria al naturalismo divenne di moda e servì, all'artista, per aver commissioni dal bottegaio arricchito, ed, a questo, di vantarsela da conoscitore.

Di là, da questi giardini, da queste officine secrete di motti salaci, di poesie d'occasione, di caricature, la corrente irrefrenata della attività estetica e giovanile si disperdeva per Milano; l'innerbava, la divertiva, la faceva pensare. Estuava per le ragunate della Famiglia Artistica e della Patriottica, dove si decidevano le mostre del Museo Birbonico, tenute nei palazzi di Piazza Mercanti, e le recite del Carro di Tespi; si immetteva nei crocchi, sotto la pergola della Noce, un'osteria fuori Porta Ticinese, governata regalmente dall'astuta e simpatica Sora Luisa, mentre el Vittorel Pizzini mesceva, alli illustri aventori, Gattinara squisitissimo ed annoso: — [54] «ora, non c'è più: l'onorevole Depretis travolse il Gattinara nel tinoso baratro della Società enologica stradellina e gli fece fare la fine medesima del parlamentarismo in Italia». — Ma lo aveva cantato con ditirambi bacchilidiani ed inediti Odoardo Canetta, garibaldino e studente in perpetua candidatura sulla laurea di medicina, biondo Adone di gentilezza milanese, autore innominato e truffato di una esilarantissima comediola «On vioron in dazi»; e, prima, adolescente coraggiosissimo industrioso, con mio padre, di scede e di atroci burle ai pollin, i gendarmi austriaci: ma quel trilustre Gattinara lo aveva bevuto pur Rovani battezzandolo «Sangu de rana», quando, commensale gratuito ed abitudinario alla Noce, vi teneva scuola di arguzia, insegnando al Magni, che fiancheggiava allegramente grignolino co' suoi allievi, la metamorfosi di un San Paolo in Socrate: «Schiscegh el nas» — e Socrate riusciva indicativo, — rimproverargli il monumento eretto a Leonardo da Vinci in Piazza della Scala «on litter in quatter».

Supporava il barzelettare del giorno, sul Corso, davanti all'Hagy, istituzione e ricordo primo-consolare, liquorista di secreti profumi ed essenze, venuto dall'Egitto coi Mamelucchi al seguito di Napoleone. E si ponevano in bacheca, paracarri dell'eleganza maschile, i professionisti del Dandysmo — Barbey d'Aurevilly forse loro istitutore — stato-maggiore della gazzetteria, a dettagliare le bellezze e li abiti feminili delle passanti, a malignare sui nomi, le virtù palesi e nascoste, le abitudini intime, i compromessi coll'essere e il parere. — Sgargiavano le cravatte rosse ed il taglio inglese dei pantaloni di Fabrizio Galli, — baffi alla moschettiera; il Coq, nome porpureo che lo indicava nelle sue caratteristiche morali e sessuali, pronto ad accorrere a richieste del Gaetanino, Genius loci del Gazzettino Rosa, il Monitor catrafatto e cannoneggiante della repubblica lombarda, quando, per mancanza di redazione tutta sotto chiave, lui solo ed il Pessimista rabberciavano il giornale: — stonava, coi bei giorni di sole, che ingiojellava il marciapiede primaverile, l'indivisibile parapioggia del Pozzoli, cantastorie di intrighi principeschi sempre rinnovati, sempre venali e complicati. — Propalava secreti la gajezza rumorosa ed alla vendetta dell'avv. Cario Besozzi, amico di tutti e di tutte, confidente universale, peroratore delle cause de' generosi e delle generose e de' pianti dei cuori in pena, preziosissimo giovane Figaro in frak ed in toga, disputato per l'occasione e per amicizia speciale, pacere dilettante e viaggiatore patetico per li amori eleganti delle spumose ed inquiete bellezze del Teatro Milanese, sensale anche di convegni e del resto, al dire della maldicenza interessata e lurida di Davide Besana. — Il quale, volto piatto ed addormentato, protestandosi sordo, ma le orecchie all'agguato e tese come quelle di un lepre in sospetto, Giuda Iscariota a buon mercato, rimessosi tra i sovversivi vi praticava caccia e pesca grossa e minuta a profitto della polizia politica ed immagazzinava notizie e documenti pe' suoi libelli: Re Quan Quan e la sua corte, Sommaruga occulto e Sommaruga palese, di cui fu il sicario prezzolato per ricatti di letteratura alimentare: Davide Besana[55] riconosciuto testè come vecchia pratica del Codice penale e che viveva, scrivendo per commissione, nell'aria umida milanese, necrologie, epitalami, contratti di nozze, precarii, citazioni, ricorsi di macellari contro la ricchezza mobile e denuncie anonime in blocco, mentre poneva mani, piedi e malvagità a difendere sè stesso, calunniando coloro che lo accusavano di facili e questurineschi abbandoni.

Si erano aperte altresì, un po' più verso il Duomo e da poco, li splendidi battenti della Giulia e della sua buvette; un esercizio promiscuo tra il bar americano e la fiaschetteria, dove li avventori si trovavano in dovere d'essere innamorati della padrona, o corteggiatori, o favoriti, o protettori, rimanendo essa, che vantava il suicidio del marito e una mezza dozzina d'amanti rovinati, sotto il nominativo di Angelo Sommaruga; il quale non uscì di famiglia se, a Roma, si condusse, per lo stesso motivo, la sorella di lei, la celebre e ricantata, in sulla Cronaca Bizantina da Papiliunculus; Una Tigre, Adele. Dalla Giulia si era festeggiato l'esodo della Farfalla da Cagliari a Milano in lietissimo simposio; vi aveva brindato Francesco Giarelli, giornalista di razza, ripieno di enciclopedia, signore di uno stile limpido e scintillante, il gnomo Francesco Giarelli, se credete al Besana, mentore, consigliere, ispiratore e dissanguatore del Sommaruga. E si erano accese dispute di eleganza e di bellezza tra la Giulia e la Ivon, che se la vedeva in faccia troneggiare regalmente, uscendo dal Teatro Milanese; rivalità tra la Caffettiera e l'Attrice per maggior leggiadria e minore età: sì che i maschi venivano a parteggiare e parteggiarono i giornali.

Ma, indifferentemente, se si diceva che li attori del Teatro Milanese solevano pagare una cena di trenta soldi a' critici affamati e parassiti, perchè li elogiassero smaniosamente, — e la voce si propalava dalla Giulia — pure, dinanzi ai vetri della buvette, intermessa una sosta all'Hagy, si mostravano i pantaloni a quadri bianchi, gialli e neri del Giraud, — il volto glabro e clericale del Ferravilla, Beltramo e Meneghino decaduto, — la figura romantica e allampanata dello Sbodio.

Costanti e fedeli ai veleni certosini ed inglesi tornavano, in sull'ora delli aperitivi, a completare lo stuolo, l'eterno giovane Carissimi, la cavalleresca prestanza del Missori, — la gioventù repubblicana e spadaccina, la letteratura scapigliata e garibaldina del perduto Bizzoni, bello Achille d'imprese eroiche ed erotiche, il Re Quan Quan: e la critica intransigente spumeggiava, spigliata, libera, aggressiva, aiutata dai fumi dell'Absinth opalizzato e scorso, a gocciole lenti nell'acqua, Musa verde potabile, eccitata dai fomenti ricomposti dello Scotum e dai Vermouth di Torino.

I lambiccatori delle quotidiane maldicenze decantavano i loro prodotti alcoolici, le loro ultime trovate: appostillavano i quadri del Bertini, così: «el can fa de bagai, el bagai fa de can» — ribattezzavano Malacchia De Cristoforis «Don Malacofolis de Cristiania» — davano la prosopopea del Vanzo, un pittore, che, con Luigi Conconi, cresceva in fama «on Garibaldi mojàa in la carbonina»; ripetevano i pensieri detti ad alta voce dai maggiori. Facevano sapere, che ormai, Alessandro Manzoni non tutta mettesse la morale nella sua Morale Cattolica, che andasse sfollandosi da casa Cantù, i suoi acoliti e Tommaseo, cui mandava a riferire: «Basta con lu, che el ga un pè in sacristia e l'alter in casin!» Che, a chi gli chiedeva come mai, avendo fatto dei libri così buoni, avesse pur fatto dei figli sì birbi, rispondeva: «I liber i ho faa col cô, i bagai col c....»: — che per farsi scusare le spesse frecciate contro le cose del giorno, soleva aggiungervi la prudenza di questa barzelletta: «Però, podi vess come quella veggetta del Mont Cenis, che in del '59 la trovava che i Frances, che vegniven giò, allora, in Italia, no eren pu quii Frances inscì gentil d'ona volta, al temp de Napoleon. Forse, me par ch'el mond el peggiora, perchè peggiori mi». Ed oscure calunnie propalavansi ad imputargli costumi testè venuti di moda al seguito dal Kaiser germanico, essendosi egli, in prima gioventù compiaciuto di libero poetare erotico; velenose malizie, suscitate dal fango delli spurghi gazzettieri.

Rammentava invece, versi, strofe e poemetti inediti, che erano passati tra le mani di molti, ed a firma manzoniana, prestissimo, del resto soppressi e non controfirmati dalla preveggenza meticolosa dell'innajuolo sacro, la memoria prodigiosa tenace e birichina del Rovani. Il quale, lodando e biasimando si valeva di citazioni, che, in bocca sua, erano formidabili armi di offesa e di difesa; ed, a proposito del Monti, ripeteva l'epigramma del Manzoni fatto dimenticare:

«Un vate di gran lode,

Sul principio di un'ode,

Rimpiange il fior gentile

Del suo membro virile;

E, mentre ognun si aspetta

Ch'egli invochi Paletta

O qualcuno dell'arte,

Inneggia a Buonaparte.»

perchè, dove Giuseppe Rovani sfoggiava il suo eloquio spumeggiante e capriccioso era appunto all'Hagy, el racanatt di sciori. Il Ghislanzoni ve lo aveva descritto nel suo tempo migliore, in una improvvisata antologia, cui il romanziere di Lamberto Malatesta fingeva di declamare:

«In riva del Naviglio

Io nacqui e trassi i dì;

Il soldo d'applicato

Consumo nell'Hagy.

Quando i ronzini trottano

E il carro non traballa

Può rimanere in stalla

Il nobile corsier.

La storia dei Cent'anni

Ad intervalli scrivo;

Se un altro secol vivo

La leggerete un dì:»

già che questa usciva, saltuariamente, in appendice, sulla Gazzetta di Milano: el sô prâa de marscida, la sua coltivazione reddituaria, però che la letteratura pura lo mandava in rovina ed il giornalismo lo faceva vivere, senza lasciargli possibilità di pagare i molti debiti. «Io nacqui indebitato; se la bolletta fosse un violino, io sarei un Paganini», soleva ripetere: e pur morì in Milano, la patria de' suoi creditori, il 26 gennaio del 1874, nella Casa di Salute di Porta Nuova, trasportatovi dall'Albergo del Gallo il dì di Natale dell'anno prima: e morì creditore esigentissimo di gloria, che tuttora cercano negargli, lasciando alla moglie dispensiere otto capi di vestiario e due fazzoletti bianchi da naso.

Ma, in sulla porta dell'Hagy, conveniva udirlo negli anni fecondi e gagliardi. Martellava una inesauribile zecca di epigrammi a battuta sonante d'arguzia. Corruscavano monete d'oro e d'argento, già mai di rame, al sole artificiale e ringiovanito dai vapori dell'alcool — el so giovin de studi —; insospettati modi di dire svuotavano le viscere scoperte di ipogee miniere ricchissime di storia, d'arte, d'indiscrezioni. — La vista di una passante, di una conoscenza, di un nemico, di un amico eccitava in lui la piacevolezza alla ventura.

Diceva del Sacchi bibliotecario, che camminava col muso per aria mezzo assonnato, muovendo le labra come biascicasse castagne. «El par un baco ch'el tenta de fa la galetta, ma la ghe reussis no». Della moglie di Cletto Arrighi, che poverina, non si sgravava che di cadaverini: «Ona Mojascia ambulante». — Ad un vedovo che si era riammogliato: «indegno d'aver perduta la prima». — Chiamava una cantante enormemente grassa, ma bella: «il naufragio dell'estetica». Espettorava la quintessenza delli insulti contro il Filippi, che fu tra i primi, critico della Perseveranza, a bandire l'opera di Wagner contro i rossiniani, dei quali Rovani era il massimo sostenitore; e fulminava Pezzini, comproprietario della Gazzetta di Milano, deforme e libidinoso, assicurandogli che «lo avrebbe migliorato con un pugno» — Ad un suo sozio attestava: «Molti migliori di te hanno salito la forca: ma tu la disonoreresti».

Se avvisava Giulio Carcano, lo sciapo traduttore di Shakespeare e lo stucchevole manzoniano, claudicante: «In tant temp che l'è a sto mond e con tanta inclinazion ch'el ga in quella gamba lì, l'è sta mai capace de diventà nan». — Ed a Paolo Ferrari, che gli confessava d'aver letto molti libri prima di comporre La Satira e Parini, rispondeva: «Ch'el guarda che l'han mal informàa». — A Cantù faceva sapere: «Aveva egli otto anni ed era già un asino»; appajandosi a Mommsen che lo tacciò di ciarlatano; — a D'Azeglio, venuto in sulle bocche di tutti coll'Ettore Fieramosca: «L'è un gener de Manzon». Se riconosceva un galantuomo a passare, criticamente osservava: «On bon galantomm el dev semper avegh un fond cattivissim»: se ammirava una bellezza giovane e procace: «Speri che la vegnarà bonna per tutti»; se un acuto profumo di muschio gli pungeva le nari e scorgeva la biscia che lo emanava, una cantante ex-cocotte: «Adess la cerca in de l'arte quel che no po dag pu la natura». Eccitava i giovani a gesta erotiche, citando Orazio ed Ovidio, l'esempio turrito ed inalberato pagano che si conserva nel Museo secreto di Napoli, illustrato dalla prolifica divisa «Sator Mundi», seminatore dell'universo, proponendo loro il caso di una famosa editrice di musica, el granatiere di Slesia. Ma, invitato si schivava dal confessare la sua età, desiderando farsi credere più giovane, mentre, spregiudicato e razionalista, aveva conservato la superstizione del Venerdì e del Tredici.

A Garibaldi inchinò, ed incondizionatamente tutta la sua ammirazione: «Un grande uomo; avrebbe potuto essere un altro Cesare, o un altro Napoleone; ma ghe mancaa la vena del loder». Il che, udendo, un giorno, Cremona affermò: «A ogni frase ch'el dis el ghe mett su la sabbia»: la scolpiva, in fatti, nel marmo e la fondeva in bronzo, se, venutogli presso Carlo Dossi, ne preparava una futura Rovaniana. — Artisti letterati, follajuoli gli si affollavano in torno, racimolandogli giudizii sul momento, briciole di conversazioni e di aneddoti pepati sul libro a pena uscito, sul quadro in voga, sulla comedia e sull'opera datesi la sera prima; egli disperdeva le sue ricchezze ai più solleciti, nè si curava di serbarsele; se ne impinzava il Perelli, el me fioeu, cui dedicava un suo volume: «In segno d'amicizia che non si trova in commercio». — Quindici giorni prima di morire, Giuseppe Rovani lamentava: «Gran brutt segn; go voueja de lavorà!».

Ora, non più: Carlo Dossi e Primo Levi non riconoscono il loro paesaggio: «se ancora tutta una interessante[56] fantasmagoria ti assedia il pensiero, e i dolori e le gioie, le speranze, le delusioni dell'arte e dell'amore, la giovanezza fidente e la stanca maturità, la ricchezza e la miseria, la gloria e la oscurità ci passano dinanzi per dirti che questa è la vita». — Via Vivaio, Via Borghetto, Via Rossini, si sono fabricate, si spiegano sulle ortaglie, i giardini; l'Osteria del Polpetta lasciò piazza libera. La città divora; le ombre dei platani centenari, delli ippocastani, che si confondevano con l'altre dei Bastioni, furono racchiuse e limitate in alti muri. L'industria conquistò le strade erbose e suburbane, le cascine, i prati irrigui; ricoperse di cripte i mille rivoli, un dì, protetti dai pioppi capitozzati e dai salici educati per vincigli, fugando l'arte e la natura, sempre più lontano. Stendhal, oggi, a Milano, non sentirebbe più odorare la Felicità, ma il loppo del carbon fossile: il Milanese è a tutto indifferente che non sia machina, scambio, operai, cambiali. — Irrequieta, disperata, esasperata la Scapigliatura volse al suicidio, o si immise nelle comode strade burocratiche, al soldo del governo; perchè dicono i saggi ed i pratici, — ed io lo credo volentieri — la letteratura conduce a tutto —; quand'anche a me, con licenza, poeta, procacci ogni giorno un odio nuovo, chiegga maggiori sacrificii liberamente esercitati, e mi divorerebbe la borsa e la mente se di quella non fossi, per prudentissima necessità, parsimonioso, di questa inutilmente ricchissimo.

Comunque, di là Crispi, saggiatore arguto d'uomini, pescò i migliori suoi amici ed i suoi più sicuri collaboratori. Scapigliatura, Bohème: «vi troverete dentro delli scrittori, dei diplomatici capaci di rovesciare i progetti della Russia, delli amministratori, dei generali, dei giornalisti, delli artisti. Tutti i generi di capacità vi si rappresentano; è un microcosmo!» Ricordate la definizione di Balzac in Un Prince de la Bohème? Di Balzac, buon ospite milanese, che si ora deliziato dell'aria fresca e del bel verde del giardino di Casa Porcìa «sul Corso[57] di Porta Orientale, dieci case più in là della contessa Bolognini», cui dedicò Une fille d'Eve; mentre a Clara Maffei, destinò La Fausse maîtresse, Les Employés alla Sanseverina, al conte Porcìa, Splendeur et misère des Courtisanes, allo scultore Pettinati, La Vengence?

Là, lo aveva trovato Giovanni Raiberti, nell'estate del 1838, a tener conferenze ed esperimenti di magnetismo, vantandosi egli espertissimo in quella pratica e convinto mesmeriano; e, là, un gobbetto, che il medico milanese gli aveva apprestato a burla, «gobbo[58] davanti e di dietro, e bistorto in modo che al suo confronto il francese Mayeux è un Apollo» il sor Gattino astutissimo, gli scroccò parecchi luigi, fingendo il sonno ipnotico e millantando la soperchieria in una scena comicissima, in cui il dialogo francese-meneghino raccontato dal Raiberti, aggiunge alle risa la satira: Balzac furoreggiava: «Il y a quelque chose de maladroit dans ce sacré bossu!». E l'esperienza non gli riusciva; e il nano ghignava ed intascava.

La rete, immessa con larghezza d'intenzioni, nel mare magnum di Scapigliatura, non riuscì mai leggera; triglie e squali accorsero. Insediati, tranquilli, con sicure promesse, e fattive speranze di sinecure pel domani, i ribelli di ieri ci riguardano, additandoci l'ora del prossimo accondiscendere, piegando alla loro esperienza, che sarà, forse, la nostra; ma noi, oggi, squassando un'altra volta le nostre pregiudiziali sopra ogni argomento, tra le voci del volgo, udiamo anche la loro che:

«.... urla a noi, tra le risate pazze:

«Arte dell'avvenire?!»[59]

Fino a quando? Trapassati Praga e Boito e Camerana, la critica di Cameroni insediata in un momento storico, la scultura del Magni dimenticata con tutti quelli che non hanno potuto dire tutta la loro verità; in funzione, Cremona, il grande, Dossi, Rovani, perchè non hanno avuto paura di essere disconosciuti anche dai loro contemporanei, non si dispersero, quindi non vennero sommersi dalla evoluzione, ma l'ajutarono. Questa continuità rispetta la costanza ed ha ragione sopra tutto che temendo il futuro, dimostra la propria debolezza. Dai cofanetti de' ricordi, leviamo viole essicate e suscitiamo anime di profumi trapassati colle ciarpe e le sete di un tempo. Scioriniamo queste ricchezze al sole. Il sole, oh, come accarezza i cimelii smunti e flosci teneramente, oh, come ci ride in faccia; e, sulla via rumorosa di opere e di passanti, ecco, romba e rulla e stride e scampanella il giallo carrozzone elettrico, meteora, tra la modernità dei palazzi. Non tutto il nuovo è bello; ma non sempre Mefistofele, innamorato del passato, ha ragione di ghignare la sua negazione; sopra queste assisi è il processo estetico di Carlo Dossi; dond'egli è rimasto, senza aver stretto il patto col Dimonio, anzi a suo marcio dispetto, tuttora giovane.

V. L'HUMORISMO LO VENDICA

Allora, riuscito dolorosamente dalla tempesta, per fortuna sua, ferito ma non sconciato, mentre altri coetanei, troppo ammalati del morbo del secolo, si erano lasciati sommergere dai flutti, o vi si erano abbandonati, mal vivi, alla deriva; Carlo Dossi riguarda a torno; ripensa e commemora il suo menegmo Alberto Pisani scomparso; numera ed appostilla quanto si trova vicino, volti d'uomini, aspetti d'animali, presenze di cose, avvicendarsi di gesti e di fenomeni, la cronaca morale del paesaggio cotidiano, la pratica utilitaria condecorata dal titolo di virtù cui la società ne richiede per il comodo della ipocrisia, pel vantaggio dei privilegi, per la facilità di sopportarci a vicenda, in bilancia, sull'odio e la paura reciproca, con urbanità, verso il nostro prossimo.

Sì, egli è salvo; ma tutte le sue illusioni erano naufragate, asfissiandosi nell'acque salse e putride, miste di lagrime, di sangue, nel pantano termale e solfureo della comunione umana, chiamata società. Alla prima tappa, lasciata a pena la mano preveggente e consolatrice della madre e la protezione della malinconia, che lo fa schivo e selvaggio, s'imbatte nell'Amore, e in un altro amore che non fu mai quello per cui Alberto si era sacrificato. Egli lo aveva già chiesto come una necessità di estetica: «Non vi ha poeta senza amore»; e, se non aveva composto versi, aveva pianto delle elegie in prosa. L'amore dozzinale l'avevano cantato tutti, dai petrarchisti ai manzoniani; e tutti avevano dimenticato di dipingerlo doppio, Eros ed Anteros, a mo' de' Greci, ed a loro non erano giunte, per la strada lunghissima del tempo, le parole sane e naturali di Dafni e Cloe, perchè intiero potessero rievocarlo. Angiolo di crudeltà, le ali rosse, e non bendato ma reggente, crudele, esasperato, le freccie incoccate alla corda dell'arco, divinità aggressiva e deliberata, di lui, Carlo Dossi, rinnova il vero ritratto, senza pudori. Chi per eccesso di idealismo, si applicò a descrivere non l'Amore ma questo attuale amore, come un padre riformatore di costumi per la sincerità, può come Rops formar col disegno le lussurie, non il piacere, per flagellare il Bastardo nato dal Satiro e dalla Ipocrisia, nuda pandemia, le natiche ricoperte a scherno da una maschera di velluto nero.

Ed eccone i fiori di bragia e di cenere; i fiori che sono in mostra sopra di un cestello di vimini intrecciati e politi e coprono un groviglio verminoso ed avvelenato di ceraste e di aspidi africani: ecco, le bende intessute di seta e d'oro, che fasciano lo piaghe purulente; i veli candidi, che vestono una sposa non più intatta. Le venerabili, sacrosante e formidabili apparenze non lo arrestano col loro parere, che sembra, a tutti una realtà; egli immette le mani deliberate nella millantata lussuosità dell'apparato di grazia, di ricchezza, di verginità. Il dolore gli ha fatto svellere le zone proteggenti e menzognere, considerare l'abito e l'apparecchio come la più grande menzogna; anzi, le foglie provvidenziali di fico, posticcie sopra le così dette vergogne delle statue, reputò ingombrante ruffianesimo, perchè alla santità della natura si innestano come un riparo, che meglio richiama a supporre la perversità della cerebrazione, donde il Vizio.

La delicatezza squisitissima, feminea, quasi permalosa della estetica di Carlo Dossi non era disposta a resistere in armonia colla grossolana bestialità di quelle soddisfazioni; non ne sopporta l'atmosfera lutolenta e soffocante; come Baudelaire, al quale per un lato assomiglia, l'autore di Desinenza in A ha bisogno di convalidarsi nella amara ironia della necessità. L'altro aveva pur composto Les Fleurs du Mal, che la sciocchezza comune del secondo impero pretese pornografia, mentre lasciò sfoggiare, per Compiègne, le caccie imperiali alle nude dame di Francia, alla Montijo facili adulterii ed il figurino delle mode accreditate presso una Cora Pearl e Nana. Identica fortuna: il ribrezzo ed il disgusto, in Italia ed in Francia, presero il nome di turpitudine letteraria; così, per Carducci, perchè tornò a chiamare «barba la barba e non l'onor del mento»; così per chi disse: «J'appelle chat un chat!»; così, nella pudibonda e presbiterana Inghilterra, contro Swinburne, che veniva dannato come l'introduttore, nella moralissima isola di Regina Vittoria, della scuola spumante della carnalità.

Carlo Dossi, innamorato delle pure e naturali grazie d'amore, trovò la femina; — innamorato della gloria, cui sente aver diritto, s'imbatte nella indifferenza, quando non sia l'astio; — innamorato della vita sana e gagliarda, ha con sè la malattia, coi tormenti della carne, coi dubi angosciosi della mente, colla rivolta dello spirito superiore e vittorioso della fralezza del corpo: — innamorato della bellezza d'arte incontra i truffatori delle arti ben rimunerati e vantati dalla terza Italia ufficiale, mentre li artisti geniali stentano il frusto di pane giornaliero e sono derisi; — innamorato di tutto l'ideale bellissimo e dominatore, lo vede, così, in mente; lo sente schiavo, nel mondo. — È egli veramente ammalato e debole? «egli, la cui[60] vita intellettuale è uno sforzo, e la materiate uno stento!» Non può? Che gli dice lo specchio, l'arte sua? Riproponiti in una serie di imagini; popola il mondo di te stesso; giudica da queste tue imagini: Hegel gli aveva passato la definizione: «L'humorismo è attitudine speciale dell'intelletto e del carattere, per cui l'artista pone sè stesso al posto delle cose». Sostituire il fatto reale, col fatto vero, sino a quando? ridere riconfortarsi nella propria onestà; dileggiare altrui, manifestarsi lieto, non concedere al mondo la trista gioja d'esporgli le proprie sofferenze, che appunto il mondo gl'impone? Certo, quel modo di vivere, secondo le leggi artefatte sulla natura, secondo l'abnorme golosità dei sensi e dei sessi, che trovan pretesto di farsi chiamare piaceri onesti e civili, secondo le prove quotidiane dell'egoismo, che passano per utili e progressivi aumenti sociali, non lo compiace, se ne scansa, lo rifiuta, si mette in grado di non subirne i contatti; e, — quando lo attenta, — lo rimuta, lo foggia come vuole. Desidera che, intorno a lui, lo scenario sia completo, lo incornici bene; doni al suo volto ed al porgere della sua persona: non altrimenti l'anima estremo-orientale dei Nipponici, prima che la civiltà europea l'avesse violentata colle necessità commerciali, politiche ed imperialiste dello «struggle for life», si comportava nell'arte di fabricarsi i proprî oggetti ed i proprî paesaggi, intonandoli al loro stato morale.

Questo è difendersi; questo è opporre violenza a violenza, volontà testarda a volontà incosciente; quali armi, il ridicolo, la satira, la falsa commiserazione, l'elogio a doppio taglio, come una bipenne, l'incenso affatturato da suffumigi d'ospedale, il ghigno, che sembra sorriso, la risata del disprezzo irrefrenato e convulsa, come una bestemia!

L'arte personalissima di Carlo Dossi ha assunto per carattere specifico, l'humour: l'istrumentista, che intonò, in sordina, l'orchestra delli archi e dei legni, che amò i passaggi bemolizzati, pastosi e caldi di velluto e di ciniglia, la patetica lenta e sognatrice, rialza la gamma alli acuti, assume il crescendo rossiniano, il fragore wagneriano. Dalla psicologia garbata, a tenerezze degradanti e tenue a sfumature iridate, a compatimenti misericordiosi, di Goccie d'inchiostro — che sono meno nere di quanto non appajano a prima vista — alli schizzi, tra la caricatura ed il grottesco, — così li usò il Callot, il Goya, il Sattler, dai quali la vita si sforma in una gajezza macabra — dai segni impressionisti di matita — Odilon Redon li prescelse per le pagine martoriate delle sue acqueforti — dal bozzetto chiazzato di ombre e luci, tra il giallo ed il violaceo — così procede il Conconi; — erano riuscite le figure di Madama Ciriminaghi e della sua amica, le macchiette avvisatrici della signora Isar e del suo degno figliuolo, il professore Proverbi, quella povera vittima del maestro Ghioldi, i musini bianchi e rosei, come mele appiole de' condiscepoli di L'Altrieri. Ma altra torna ad essere qui l'appostazione; qui, doveva rovesciarsi, tumido e violento, nell'esercizio incondizionato delle sue facoltà intellettuali, il suo modo; fortuna a pochissimi accordata. L'iniziale romanticismo si travolge, in una specie di rammarico, di rancore, contro la vita che deve sofrire e questa accusa di non essere stata per lui perfettissima; se ne ribella: scatta l'humour. — Poco dopo, può dire di sè stesso: «Vi è un Dossi buono ed un Dossi cattivo; donde due opere: il romanzo della bontà il romanzo della malvagità». Poteva dire invece: «Vi è un Dossi che vede le cose buone ed un Dossi che avverte e addolora per quelle cattive. Verso le prime, accorre, si compiace, concorda, continua l'armonia; colle seconde si irrita, discorda, interrompe i rapporti. Con quelle, la placida comunione si distende in bellezza, sorride, determina il piacere; per queste spasima, combatte, deforma e l'humorismo ghigna stridulo e beffardo, altro sforzo e migliore, per i caratteri idealisti, con cui tentano di ristabilire l'equilibrio. — Corre, in fatti, ai ripari, si prova a colmare le soluzioni di continuità apertesi nell'ordine e nel ritmo. Le lagrime ne approfondirebbero le ferite sanguinose; il sorriso accoglie una benda leggiera e profumata di balsami sopra le labra aperte e gementi di quella carne intagliata, che piange. Ed, intanto, l'operatore vedesi in uno specchio colle sue smorfie comicamente dolorose; sogghigna e singhiozza, perchè l'interruzione del riposo, della compostezza della fresca attitudine serena è caratteristicamente brutta, esteticamente suggestiva. Egli, che tenta guarire ed evadere dalla malattia non può: l'humorismo, in eccesso, dà dei risultati identici all'eccesso di amare: odia. — Carlo Dossi, che odia il deforme, lo pratica per ragion d'arte e per suggerirvi l'opposto: donde i suoi Saggi di critica nuova, — I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Re Vittorio Emanuele.

L'accomanda al patrocinio dell'amico illustre Cesare Lombroso; gli domanda perchè, «nessuno dei critici[61] nostri si occupò del contingente enorme, che il cretinismo e la pazzia hanno dato al primo concorso pel monumento al defunto Sovrano». Se ne imbizzarrisce. «Per quanto non appresi[62] mai scienze mediche, nemmeno insegnai in alcuna Università, nè, a disposizione de' miei sperimenti psichici, tengo alcun manicomio, salvo quello de' libri; — nel silenzio de' dotti è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il suo «aqua alle corde». Questo strazio della plastica, del disegno, della architettura, questa ingiuria al buon senso, questi «poveri bozzetti[63] fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali, chi prende la vita sul tragico, passa facendo atti di sdegno a chi la prende, come si deve, a giuoco»; questo oltraggio alle buone lettere, che accompagna la prova della demenza artistica colla grafomania delle leggende che la vogliono spiegare, non rappresentano il fior fiore dell'ingegno europeo, balzato fuori alla grida di un concorso per onorare colui che chiamano il Padre della Patria? Italia dà questa ricolta d'arte; essa, la madre autentica e pura delle Arti e delle Grazie? Questa è la espressione più genuina e maggiore della sua potenza creatrice, nel terzo suo risorgimento; con questi aborti, con queste pseudologie, con questi deliri in gesso, con questi incubi segnati a carboncino, a matita, all'acquarello, con tutti i mezzi grafici a disposizione delle due mani, o zampe, dell'uomo? Quale indice di coltura e di buon gusto! «Senonchè, l'imperizia della mano, quando è accoppiata alle incongruenze della mente, o ad altri disordini cerebrali, concorre ad accentuare le caratteristiche della pazzia». Carlo Dossi le raccoglie, le enumera, le distende in rassegna, ne riproduce le parole, i disegni, li atteggiamenti, le ripropone chiare alla scienza: «Voi, insigne Lombroso[64], qual tema più eternamente attuale della follia?» Prorompe in uno scoppio di risa echeggianti: erasmiane.

Nè si accheta; la sua indagine continua serrata; avviluppa in una rete di riprove capziose, tira il cappio al nodo scorsojo della domanda suggestiva. Ne risulta Ona famiglia de Cilapponi; dove, la catastrofe di una stirpe di nobili lombardi è ridicola, tra l'ignoranza e la cattiveria; e vi regnano: la Marchesa Matriggiani-Andegari, di ottant'anni, cialla, superba e tegnonna, marchesa Travasa in diminuzione, collo sfarzo fesso e slabrato della decadenza; suoi figliuoli, el Cavalier Telesfor, maggior general, ciall resios e doppi — Don Eleuteri, deputaa, cial, baloss e che voeur parì foin — el Marches Calocer, ciall, bon e sempi; — e la nidiata implume e piumata dei nipoti vanitosi, bugiardi, sciocchini, falsi e poltroni.

Si svolgono I Bigottoni; dove la satira non è per la religione, ma se la dividono coloro, che, suoi ministri e pinzocchere e praticanti e nonzoletti ortodossi esemplari, vanno giornalmente denigrando, colle loro azioni, ogni e qualunque fede, avvilendone i nomi sacri sulle labra, nomi di scongiuro formidabile, coi quali il sentimento e la passionalità s'ajutano a vivere alla meno peggio. Perchè, se il Dossi ammira ed invidia, alcune volte, il sincero fervore ascetico e mistico di razza — vi prego di non confondere misticismo, che è una sintesi razionalista, con ascetismo, che è una iperestesia di sensualità religiosa; — e può entusiasmare per i fervori e la poesia del delirio di Santa Teresa e di Santa Caterina; odia e dirige l'accusa contro i bigotti — Tartufe, le laïque d'Eglise — che ripullulano assolutisti nelle loro convinzioni più del prete, che cedono e si ripiegano sopra tutti i punti, nella vita, nelle opere, nei bisogni fuorchè sul dogma di cui si sostituiscono gianizzeri e pretoriani. Egli scoperse che Tartufe non è l'ipocrita, ma è lui, categoria: scorse, sotto la sua maschera, preannunciando, un Longinotti legislatore, un Meda rappresentante di seminarii, un Cameroni deputato di varazzini salesiani: questi, i Tartufe sinceri; questi, i bigotti reali e maggiori nella comedia sociale; i Tartufe delle banche agricole, delle deputazioni provinciali bergamasche, dei cinematografi istruttivi e comodamente oscuri al palpeggiare; i politici amanti del Giolitti. Anche il Tartufe gentiluomo e gentildonna; Tartufe di cui l'innata fierezza, o l'atavica spilorceria, si trattengono compunte in sulla buja prescienza di un peccato, in sul timore del castigo; si che cattolici e nobili, o grassi borghesi nobilitati, il che fa lo stesso, stanno in una umiltà che non impedisce l'esercizio de' loro privilegi, per quanto recitino l'Officio pro defunctis e l'altro alla Vergine, rimanendo calmi, tirchi, in albagia, ultimi venuti raillés ai Savoja nel trapasso della monarchia verso il socialismo, — ultima tirannia — per poter ricondurre a Roma li Scioani del Brembo ad instaurarvi, compiacente Enrico Ferri, il Papa-Re, s'egli darà un bajocco di più all'ora alli operai evoluti ed organizzati da' parroci democristi e dalle Camere del Lavoro, dimentiche d'ogni patriottica italianità.

Quindi, troveremo ne' suoi inediti Il libro delle bizzarrie. dove sarà condensato il triplo estratto e la quinta essenza dell'arguzia e del pensiero dossiano, riposta nel barattolo color di cielo sudicio, dall'epigrafe «Filosofia». Preziosissima conserva di esperienza, su cui il paradosso regna sovrano: il male ed il bene vi si innestano a vicenda; si fecondano, aprono la cataratta al vaso di Pandora; partoriscono le cose, li uomini e li avvenimenti; si determinano, dalle categorie, i gradini e nulla appare dannoso «nè dannosa la malattia[65] nè la Farmacia e nemmeno la malattia, che fa pregiata la sanità». Leggendo, voi sapete, che, come Erasmo lodò La Follia, egli inneggerà al Colera; che, come von Grabbe, goticamente, rimise in discussione il Demonio con Dio, egli li riporrà di fronte; che, come Hoxmann fu il demiurgo di pupattole mecaniche ed originalissime, e Gustavo Kahn rivide il Puppen-Fée, a delizia dei bambini grandi; egli, memore di Condorcet, per il ridicolo delli uomini politici, scriverà una petizione al Parlamento Nazionale, di un mecanico, colla quale propone a re costituzionale un suo fantoccio contrafatto, a viti d'orologio ed a vita d'automa, che, ricaricato nelle solenne adunanze, faccia, con maggior compitezza, l'ufficio di quest'altro di carne e vivente.

La piacevolezza stampata lo fece richiamare da un procurator generale, che videsi comparir davanti un alto funzionario decoratissimo della Consulta; donde la meraviglia. Che, se Alberto Pisani ha dovuto servire alla Nazione, passando sotto i lavorini monarchici della uniforme diplomatica, ha pur sempre permesso a Carlo Dossi il piacere della ribellione, quando risponde alla costituzionalità in questo modo:[66] «Il re costituzionale può essere paragonato ad una meretrice, che è, per così dire, proprietà di chi lo paga, ossia del ministro al potere. — Cambia il ministro, ed egli cambia di gusti, di idee, di desideri, fossero pure contrari al programma precedente. Liberale-clericale-socialista, volta a volta, anarchico, se occorra, il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre» Ma se questi sceglie, dimostra la sua mentalità: ed allora: «Ogni[67] sovrano scelse sempre presso di sè consiglieri condegni del suo cuore e del suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano: Napoleone I, una plejade di illustri: Vittorio Emanuele II, Cavour: Vittorio Emanuele III, Giolitti ed altri ejusdem farinae;» sì che data la terribile necessità di uno Stato, di un Governo, dentro cui la libertà di ciascuno è dimezzata, egli sceglie il meglio amministrato. «Io griderò[68] sempre con Napoleone: viva l'Impero! col Senato di Roma: viva la Repubblica!».

Sfoggia, così, una mirabile galleria di contemporanei, verso cui intende la nostra malignità divertita, la malignità sana dell'uomo moralmente costituito, perchè rispetta i termini. Vi ammireremo: La Desinenza in A, che illustra il feminismo eterno, Ritratti umani, che riproducono volti di malati, di medici, di seccatori, d'impertinenti e di canaglie... oneste. «Il colore imperante di questi ritratti è la privazione d'ogni colore, cioè il nero — un gran malumore, contro gli individui di quella razza, alla quale, pur io ho il disonore di appartenere. Del che mi si fa grave carico. I signori uomini e, specialmente, le signore donne, si sarebbero oggi, a quanto contano i turiferari del loro amor proprio, così insaponati, da non serbare più traccia del preistorico cannibalismo e vivrebbero in una idilliaca comunanza pecorelle di candido zucchero, con roseo nastro, sui prati di felpa verde... Sarà benissimo, nel contesto; ma, intanto, la storia, anche contemporanea dell'umanità, è tutto un cibreo di delitti impastato col sangue e tale rimane, benchè l'assassinio sia chiamato eufonicamente valor militare, conquista il furto, colpo di stato il tradimento, esperienza parlamentare la truffa politica[69]». — Uditelo a ghignare: gorgogli e scoppi repressi di risa ben modulate sopra le dieresi ottative della sobbillazione estetica: «Oh, queste, no, non sono delle canaglie autenticate dal codice penale — il quale, del resto, ha rotto molte maglie alla sua rete, donde riescono i più malvagi-ben-vestiti —: oh, questi sono solamente que' malvagi-ben-vestiti, di cui sopra, nella libera circolazione della società, nel libero flusso e riflusso delle passioni». Tutti i giorni ne ha incontrato una dozzina; mentre discorrevano, ne schizzò il profilo intenzionale e saporito, caricatura ingrossata a punta secca di Holbein, acquarello disinvolto e libero di Hogarth.

Inoltre, la sua erudizione, che aveva riburattato il grano, il loglio e la segale cornuta del torbido e pregno secentismo, aveva scoverto, ne' più secreti ripostigli, ne' più salaci cantucci, l'armamentario delle fattuccherie, delle superstizioni, delli scongiuri, de' recipe farmaceutici, di tutta la congerie ridicola, spaventosa, revulsiva delle pratiche e delle opinioni per cui un Mora illustrò di sè stesso La Colonna infame milanese in sulla Piazza della Vetra. Suggerimento manzoniano, diretta osservazione, a Carlo Dossi, avevano persuaso un indagine curiosa ed insistente sulla psiche delle sue macchiette plebee e meneghine, che stanno a fondo mobile delli altri suoi eroi di mista razza. In quelle, scorse corrispondenze ataviche, ritorni di gesti, di credenze, involuzioni di costume, che gli indicavano l'origine spagnolesca inveterata ed incrostata sopra il carattere del popolino; focolari mal spenti di sporadici ed interruttivi contagi presti a fecondare leggende di fantasime, di rumori, a condecorar case, appartamenti, camere, con una fiaba d'intricate avventure tra l'amore, la crudeltà, e di morti che ritornano e si fanno sentire. Quanti elementi per il grottesco, quanti motivi alle risa ed alla commiserazione in tali sciocchezze, cui la plebe si fabrica e dalle quali è suggestionata! Carlo Dossi le saggia colla scienza mirabile della ignoranza fastosa e torbida del seicento: a lui appariva el sur Dianzen benedett del Porta; beffando, in un mistero bigio, appostilla significazioni strane alle cose: ecco, un letto monumentale, per calcare il quale la paura bisogna che gli guardi sotto: ecco, le grinte delle imagini inquadrate, che dicono qualche cosa di più che non voglia il grossolano profilo della stampa: ecco, il canto lento e rituale della bàlia che sembra profetizzare in una oscurità, tra il magico ed il contadinesco: ecco, quell'incoscienza astrusa ed astratta per cui domandano oggetti enormi e foggiano maravigliose filosofie i suoi bambini; ne' capricci de' quali, nelli strilli e nel pretendere de' mimmi s'agita un quid di diavolesco, di involontariamente perverso, di subcosciente, che suggerisce una serie di acute riflessioni, per cui si risale all'origine animale dell'uomo, camuffata nella predestinazione fattucchiera. E le prime pagine dell'Altrieri si svolgono tra la leggenda, le paure reali ed imaginarie; e La Casetta di Gigio è costruita dalla pura fantasia che connette un grande sistema filosofico vissuto; e de' periodi dettagliano le ambiguità senza grazia, le malodorose ovatte sudicie, i gesti lubrici, li attorcimenti tentaculari di molti uffici comuni e schivati, di alcune funzioni di spazzini sociali e comunali; il necroforo, la mammana, la poveretta de la giesa, el giovin de macellar, el perrucchée, il cenciajuolo, la minuta straccioneria urbana. — Sì; egli ama il secentismo, le sue parole biscornute e ravvoltolate, i suoi pensieri doppi e confusi, dentro cui si pescano le doppie e antieretiche verità della vita, ama quella sua scienza polverosa e strana, fatta di metafisica e di speculazione, la sua fisica che è ancora un'alchimia, il suo viaggiare che è sempre una scoperta. Ama lo stipite dell'Humorismo nostro secentesco. Giordano «per quelle sue pagine così genialmente mal scritte, nelle quali chiama la divinità: anima dell'anima». Sente codesto Bruno ben diverso dalla comune de' suoi contemporanei anticlericali; l'avverte come un autore ineffabilmente barocco, irto di angoli ed involuto di cornici, gonfio di panneggi, profondo ed ingannatore: Bruno, che ha ridotto ad idee ed a pensieri le sue emozioni, le sue impressionabilità squisite, la sua vertigine di novità e di indagini eccezionali; Bruno, che è stipite di un complesso e nascente romanticismo ghibellino, il meno costituito per servire di spunto moderno alla democrazia ed all'ateismo militante.

Accorre Carlo Dossi verso codeste grandi qualità mistiche ed al fascino torbido ed ambiguo del suo stile; il nome del valoroso ricorrerà spesso sotto la penna di lui. Un'altra affine genialità discorre quell'opera essenzialmente critica e religiosa, che, prima d'ogni altra, ha saputo svincolare il senso di fede, la sensazione di confidenza, dalle forme canoniche, dai dogmi freddi, terribili, sterili, personalizzandoli nella coscienza dell'Unico a mo' di uno Stirner religioso. Dal Candelajo, dallo Spaccio della Bestia trionfante, dalli altri scritti bruniani, dispillano quell'humorismo che l'autore di Ritratti umani ripropone, i motivi che svolge di nuovo, compiacendosi quasi, in uno stesso stile scomposto, personale, saporitissimo.

Che s'egli va ricercandosi e foggiandosi bizzarre imprese, e l'una descrive: una palla di gomma in rimbalzo dal suolo alla palma della mano tesa ed aperta che ne corregge e ne rinnova l'elasticità, parlando: «Repulsa adsurgo» — e l'altra: un razzo d'oro in un cielo di notte: «Brevis sed splendens»; accoglie, definitivamente, la terza da Giordano Bruno: «In tristia hilaritas, in hilaritate tristis». — «Perchè[70] gli umoristi, in generale, dicono cose fuori della comune sentenza, ma in modo da colpire la intelligenza con un lampo di persuasione, che, spesso, si perpetua in duraturo chiarore: cioè, dicono cose savie vestite di pazzia e pazzie vestite di saviezza: però che ad un discorso fatto di ragione chiunque può opporre: ad uno di cuore nessuno». Infatti, riflettendo sopra sè stesso, si determina a paragone: «Satiricamente, Manzoni corrisponde ad Orazio, Rovani a Giovenale, Dossi ad Ovidio;» — ma definisce: «Il riso[71] di Manzoni era ironia, quello di Rovani sarcasmo; il manzoniano umorismo spira la pace, il rovaniano battaglia»; questo di Carlo Dossi è un singulto che sorride, un desiderio che lacrima, una gioja sciupata, una rosa, che, ancora sullo stelo e non completamente fiorita, vien maculata nel cuore da un verme roditore; è pure una corazza d'acciajo brunita ed oscura, una conchiglia funerea ed infendibile di bronzo, dentro cui la polpa dei nervi e del cervello delicatissimo si rifugiò; donde, dalla difesa combatte e vince. L'humorismo è sempre un'amara vendetta vittoriosa: «e la satira»[72] torna a dirsi «che è la forma letteraria della malvagità, gli è necessaria espulsione per conservargli la morale salute», quando gli basti e non soggiunga: «Nella[73] satira si trova, è vero, una delle fonti dell'umorismo, ma l'umorismo non è tutta satira: essa trae anche la sua origine da quella parte di letteratura semisconosciuta dagli antichi, benché corrispondesse ad un affetto che naturalmente dovevano anch'essi sentire, il pathos:» — per cui, se «il comico[74] è riso, — l'umorismo è sorriso».

È ancora «la malinconia di un'anima superiore che giunge a divertirsi di ciò che lo rattrista», spiega Gian Paolo Richter: «è la perfezione del genio poetico», insiste Carlyle: «chi ne manca, sian pur grandi le sue doti, è un ingegno incompiuto; avrà occhi per vedere all'in su, ma non per vedere intorno a sè e sotto». — Addison desidera darcene la palingenesi, facendolo discendere dal Vero, dal Buonsenso, da cui nacque lo Spirito, che sposò una collaterale di nome Allegria. Fruttarono le nozze l'Humour, il più giovane della illustre famiglia, erede di esseri, di caratteri e di abitudini diverse e multiformi; perciò, era procede «leggiero spigliato, con abito bizzarro e fantastico, ora in veste nera, o togato come un medico od un giudice, ora in giornea pezzata ed a sonagliuzzi d'argento, tintinnabulante come l'Arlecchino, pirotecnica umana di lazzi, risa, sgambetti, scatologie.

Dal novissimo testamento della moderna ironia, Taine estrae l'epigrafe imperfetta: «L'Humour è un quid di acre, di amaro, di oscuro, che nasce nei freddi cieli settentrionali». Scherier lo vuole, secondo Leibnitz buon tedesco ripieno di salsiccie, di birra, «wrüst mit salkraut», la gaiezza dell'uomo allegro ed ottimista: — Stapler lo arma cavaliere della trista figura, bel-tenebroso, ritornato da tutte le gioje del mondo e da tutti i dolori, un idealista dissoluto — Lo encomia Teofilo Gautier in sulla contradizione delle stravaganze; e Luigi Pirandello nostro definisce: «Un vero umorista dovrebbe dirsi solamente chi ha il sentimento del contrario, chi ha cioè una filosofica tolleranza spinta fino a tal segno da non saper più da che parte tenere; donde la pietà del contrasto»; sì che Spencer può dire: «Io rido, se nel massimo della mia attività, mi trovo nel vuoto; rido, se aspettandomi moltissimo, ad un tratto, non stringo nel mio pugno che il magnifico nulla». Carlo Dossi dunque ride, fa ridere, sorride e fa pensare, appassionato, se, al saggio del suo pensiero, se davanti al suo sogno entusiasta di bellezza, d'amore, di onestà, ritrova il magnifico nulla della vita moderna, nuda di tutti questi attributi, ricchissimamente vestita di tutte le altre virtù negative delle menzogne; e non usa la satira, la caricatura, la farsa, l'epigramma, ma una vera e propria sua arte di caratteristiche speciali, che si giova di satira, di caricatura, di farsa e di epigramma rifusi in una unità propria per una sequenza sentimentale, genuina e triste e lieta e rissosa e pacifica ad un tempo: arte, che ogni qual volta ci si presenta con opere degne di lei, anche vecchia par nuova, mentre ogni qualunque metodo scientifico, per quanto freschissimo, ci puzza sempre di cadavere quatriduano. Perciò Carlo Dossi non vi definirà l'humorismo, ma praticandolo, ne darà a noi la sensazione e quasi il gusto dolce-amaro di morso e di bacio, incidendo sopra il suo libro più doloroso: «Un'oncia meno di sangue, un libro di più».

Comunque, è dote squisitissima, rara e permalosa, che sfugge la nostra diretta conoscenza; noi la avvisiamo, la sentiamo, non possiamo dettagliarla e catalogarla secondo una norma scientifica: in casa nostra si acclimatizza a stento e nelle più alte figure letterarie. Ama climi poveri, inospiti, aspri, desidera l'inclemenza; è un'altra forma sotto cui si manifestano i dolori innominati; in cui questi stessi tentano di riflettersi, per fotografarvisi, perchè projettati, in fine, ne sappiano la propria fisionomia. Viene dal Nord, viene dal romanticismo; precede ed accenna le ore critiche di patema sociale, di trasformazione psichica. Il serpente della Bibbia, — e Luca di Leida lo raffigura colle zampe di gatto ed unghiato, il volto antropoide, orecchiuto, il resto del corpo peloso, ravvolgendo, a spira, l'albero fatale — determina, grottescamente, l'incoscienza animale che sta per dar luogo alla coscienza umana.

Socrate, che ironeggia nei Memorabili di Senofonte, presente la voce di Thamos pilota egizio, che ridirà, a tutto il mondo pagano, la menzogna: «Il gran Pan è morto!» Se Petronio, tutto riso e cachinno, fa portare a Trimalchio la larvetta d'argento nel triclinio, gliela fa giuocare, disarticolata, nelle mani, e sul marmo della tavola del banchetto, per cui lo scheletro assume ogni più ridicola posatura, mentre canta: «Ahi, ahi, noi miseri, che omiciattolo vile è mai l'uomo!» insegna che la potenza romana sta per annullarsi nella istoria ventura. Luciano, il classico dell'humorismo produce Peregrino, L'Elogio alla Mosca, il Pirgopolinice, la Descrizione di Jerapoli, le inversioni già cristiane sopra le sciocchezze pagane: attesta che si avvicendano i concilii di Nicea e di Alessandria, che lo stato rimuta religione, che li Arabi stanno per conquistare l'Asia-Minore, che il Medio-evo è alle porte; in bilancia, sulla croce, è la mezzaluna.

Il Medio evo, epoca di crisi ininterrotte, si svolge dal grottesco necessariamente spettacoloso, munificente: la Messa nera, il Sabbato, il dì di San Giovanni, i Misteri, declamati e cantati nelle absidi abbaziali, i tornei, i buffoni, la Fiammetta ariostesca, i nani, la Feudalità. Intanto, all'ombra delle torri gotiche, sui campanili trinari e chiamanti al fuoco, alle tempeste, alla nascita ed alla morte, Quasimodo, campanaro del cielo e dell'inferno si arrampica; Gilles de Rais, il Barba-Bleu del folk-lore indo-europeo, sfoggia la sinfonia satanica e lussuriosa: da Victor Hugo all'Huysmans, la fabrica dei nostri divinatori è meravigliosa: da Nôtre-Dame a Là-Bas. — Impero indiscusso del dualismo, Dio e il Diavolo reggono l'umanità, sulla formola manichea, poichè il cattolicesimo in quell'epoca, fu sicuramente settatore di Manete e ne ha conservato, nel grembo romano, il lievito. Ne riuscì una filosofia volgare per tutti, contadini, monaci, artisti e principi, percossi e doloranti dalla apparente confusione contradittoria del bene e del male, senza saperne le sottili rispondenze; da questa formola inimica la scienza e la fede mistica di Spinoza non avevano ancora estratta l'intima comunione del monismo, che è la maggior vittoria dello spirito moderno illuminato contro le categorie senza rispondenza d'Aristotele. Donde, l'antitesi estetica del grottesco; poichè il senso del bello, tranne nelle precoci figurazioni italiane, in Europa, era capovolto nel concetto medio-evale.

Dissonanze importano lo squilibrio; un'altra volta interviene la callida iunctura; la imprestano dalla formola di Orazio, là dove parla della Sirena; la pupilla stessa della umanità e la sua fantasia eccitata vedono i mostri, che l'uomo romano, nella stasi felice delle sue attribuzioni, aveva relegati nel Hades. Ed il Medio-evo, per distendere i propri nervi, esagitati sino alla pazzia demonologica, stiracchiati tra l'inferno ed il paradiso, doveva cambiar tono ed epoca, chiamarsi Rinascimento; e, dopo aver ritrovati l'Iddii immortali, ricantarli sotto il cido rappacificato ed azzurro.

Nelle patrie del Nord, Chauser, Rabelais, che immerge nelle Eaux de Jouvence Pantagruel, prototipo del Père Ubu e di Roi Bembance; — Shakespeare, che sotto li acanti di Grecia, fa passeggiare Bottom e Flute, borghesi d'Inghilterra, comedianti improvvisati, e, tra te Fate classiche, Fior di Cece, Tela di Ragno, Granellin di Mostarda, e Titania regalar una testa d'asino a Bottom, ed Oberon fa sedere e comandare sul trono d'Eolo; — Villon, ladro e letterato, esprimono la loro fioritura classicheggiante ed humorista.

Un'altra crisi. Un'altra ancora, quando Bergerac si farà condurre alla luna sopra uno stelo di rapa gigante; Le Sage inventerà Asmodeo, diavolo sciancato; Wieland rinnoverà un Aristippo; Goethe risusciterà un'altra e più bionda Elena; Cazotte un Diavolo innamorato in Ispagna; Hoffmann popolerà di ombre le camere, darà vita alle bambole, farà parlare un gatto, Schnürr; — farà sapere ai Tedeschi che Napoleone ha vinto a Jena, fu vinto a Leipsick. — Massimo, Don Quixote, conserverà, sotto la magra e trista figura d'hidalgo spiantato, il cuore di Amadigi di Gaula; avrà per scudiere Sancio Pancia, cavalcator di un asino al suo fianco; assalterà mulini e greggie; distruggerà, di passata, la Cavalleria, per sempre. La sua persona bizzarra segna la fine della grandezza spagnuola; dentro la sua armatura, il monco di Lepanto, Don Miguel Cervantes de Saavedra, enumererà le ore di vita dell'istituto feudale; incomincierà la rivoluzione, che incoronerà la ghigliottina del '93, prevedendo e predicando la nuova istoria.

Il giorno in cui Swift, cappellano di lord Berkeley, torna dal Racconto di una botte, dove se la prende col Papa, Lutero e Calvino, canaglie e bestie ecclesiastiche ed eretiche, per mettersi a viaggiare, sotto l'abito di Gulliver, il paese di Laputa, la sua misantropia satirica, che non risparmia Walpole e il Re, morti e coetanei, indica che l'Inghilterra trabocca sopra i suoi confini d'isola europea, si distende e sta per fondare più grande patria, oltre li oceani, cui riempie delle sue armate, che assorgono il commercio e sostituiscono, al Pariato avventuroso, la Gentry sedentaria delle banche. Ma quando Sterne, col sorriso pallido e doloroso, con accento purgato di arguta proprietà di lingua e di una sottile percezione d'innominate sfumature sentimentali, riavvolto in una urbanità fredda, dignitosa, presbiterana ed ecclesiastica viene tradotto da Foscolo; Napoleone sfolgora in tutta la sua insolenza col blocco continentale contro le colonie dell'India, donde essa soffoca di pletora e necessariamente strema la madre-patria; l'autocrata ostenta la sua potenza in Italia, la suddivide, le impone principati di sua famiglia, ma non sa raffrenare e teme la libera voce del poeta immortale.

Se appare Carlo Dossi, ammonisce che la Terza Italia incomincia; «calano[75] i numerai, nelle cui vene scorre sangue darwiniano di scimmia; men persone che cifre e, delle cifre, zeri». Ingannano la patria colle loro non controllabili celebrità; e si dicono scienziati, insegnano non la scienza, ma l'isterismo scientifico: son tedeschi ed imitano la Germania, che ha, fin qui, mancato di Archimede, di Galilei e di Gorini; vogliono strappare le piante nostrane per allevare le esotiche, dar la stricnina ai nostri figliuoli per, farci adottare i loro. «Unni nuovi! fuori», egli grida; l'impeto suo uguaglia a quello di Carlyle e di Stendhal contro i bottegai, i manifatturieri, i contabili: «O Muse, o, Amori[76] restate!». Ma tutta la grettezza delle fabriche e delle industrie ci assale, il listino di borsa numera, col rialzo ed il ribasso, il palpito dell'innamorato, la tariffa all'amore: ed egli, che di tutto questo sofre, ne rappresenta l'avvento, che rifonde ed incomincia pure riconoscendone la necessità. Ha riconosciuto, nell'ora psicologica in cui l'Italia si rivolgeva alli istituti politici e costituzionali ed al machinismo del nord, quale parte la sua letteratura deve giuocare nel complesso classico, funzionante tuttora sotto la vernice romantico-manzoniana. Egli si sentì invaso da questa corrente di Goulf Stream assiderato, pungente e rovente della ironia, accolse la malattia endemica anglo-sassone, le aperse il passo, nel frangente della crescita politica tra noi, attestando, col suo fatto, un altro sintomo della pubertà, della espansione della gioventù, che sembra decadenza; avvalorando, un'altra volta, il concetto ch'io già esposi della geniale ebefrenia.

Sono, in fatti, li adolescenti, le donne nei travagli catameniali, i casti per regola monastica, le monache continenti per regola deprimente, le epoche ibride ed in isvolgimento, che, nelle inquietudini crepuscolari, pei cieli tenerissimi della primavera incipiente, nel volo delle nuvole marzoline, nell'urto de' venti propagatori di polline, nell'espressione sbocciante del virgulto, che inverdisce, nell'urgere dell'erba sui prati, nei misteri della fecondazione, trovano le figure mistiche, mitiche, sacre, demoniache, le rappresentazioni della Natura. Le Streghe appajono; sono il grottesco delle Ninfe; le Fate caprioleggiano i loro giuochi e discendono, cariche di doni, benigni e maligni; sono l'humorismo vivo delle Grazie. In un punto, nord e sud si trovano, si riabbracciano, oriente ed occidente, Cristo ed Heracles, Jehova ed Odino; Attila, dai Niebelungen, sporge la destra ad Ettore della Illiade; le razze scompajono, rimangono il poema ed il poeta, che le riassumono nella totalità semplice ed umana: ridono e piangono insieme. Allora rigurgita il troppo pieno cerebrale, non utilizzato, non polarizzato dalle epoche basse e grettamente egoiste: si riversa; ghirigori di letteratura, anfratti profondi, preziosità oscure ed intense manifestazioni attestano che molta energia giovane è trascurata, che il governo di un popolo è non tale quale la ragion sociale del popolo stesso richiede; che esiste una soluzione di continuità tra il cittadino e le leggi; che vi è qualche cosa che incomincia e qualche cosa che termina, che tutti sono malcontenti. Nelle giornate epiche, il classicismo impera; la retta è norma; la risposta breve e monosillabica, concione: qui, tutti hanno uno scopo diretto ed evidente, per cui consuonano in bellezza glabra, sommaria e stilizzata il gesto del soldato, la prosa del legislatore, la poesia di vittoria e di orgoglio: la pienezza si risolve in giuste membra alacri e forti. Chi opera e fabrica è asciutto, proporzionato ed elegante; l'obesità marchia il sedentario cabalatore di cifre, di sentimenti, di sofisma, di inquietudini astruse, dentro cui si perde, gioisce e addolora.

Così, Carlo Dossi, a richiamo de' suoi fratelli d'oltr'Alpe ed Oceano, popola la sua biblioteca; voi ne vedrete i suoi più cari volumi dentro li scaffali e si chiamano: Saggi d'Emerson, Opere di Carlyle, quelle di Shelley, le altre di Gian Paolo Richter, a costa a costa, con Don Chisciotte, I Promessi Sposi, I Cento Anni, Pantagruel, la Raccolta completa dei nostri poeti meneghini, da Carlo Maria Maggi, al Raiberti, le Tragedie di Shakespeare. Questi formano il perno della sua dottrina e del suo credo estetico. A traverso le pagine de' suoi pari, egli si riconosce meglio; opera in modo che il suo sangue, fondamentalmente latino, ma ringiovanito dalli innesti barbarici, la sua mente italiana moderna, ma in giornaliero contatto colle opinioni, i tentativi, le esperienze e la saggezza straniera, il suo organismo sinceramente costituito di creta patria, ma imbevuto di più sottili ragioni internazionali, si inlievitino al contatto della vita contemporanea e si commuovano simpaticamente, producendo, a somiglianza di quelle letterature straniere, una loro espressione, che non ne deriva, ma le avvicina avendo, per specifico motivo: rendere una personalità in un'epoca di transazione e di aumento fisico e morale. Riconosceva egli discendenza barbarica nella sua famiglia? Se ne sentiva intimamente persuaso? Rosalia de Holly, la figlia del colonnello tedesco, discesa per altro sangue materno dai Beccaria di Montecalvo — per cui s'innestava tenacia lomellina a germanica fantasticheria — la bisnonna biondissima, Rosalia, della cui madre Carlo Dossi adorò «quel[77] fazzoletto dagli stemmi tarmati, che evaporava quasi ancora il profumo acre delle lagrime, piovute dai neri ed alteri occhi della trisavola Maria Lucia, piangenti il fulvo marito trafitto sull'ucciso cavallo nei campi di Slesia, la corazza lucente ai raggi, invano pietosi, della luna»; — Rosalia de Holly moglie a Gelasio Pisani gli aveva legato necessità di rifusione ghibellina, nordica, metafisica, rinnovatrice, per estetica, in un bisogno passionale di specificarsi. Certo è che, biologicamente, l'arte sua veniva secreta, spontanea e limpida in modo tale da riempire la lacuna, a lungo rimasta aperta, delle lettere nostre; che produde, sullo stesso suolo della valle padana, di sulle colline orobiche, sulle balze prealpine, genialità di mista composizione, come Parini, Manzoni, Rovani, Carlo Dossi: i quali orientano diversamente l'indirizzo della letteratura, ne rivoluzionano la forma, ne rimutano l'espressione.

Perchè egli ci ha dato una novissima, e, prima di lui, inedita presentazione dell'humorismo, nel senso in cui noi oggi lo accettiamo, come nessuna opera classica l'accolse, per quanto vanti, e li ripeto, i nomi di Aristofane, Petronio, Luciano, l'Ariosto ed il Berni, Voltaire compreso, che pur esclamava: «Chi ci libera dai Greci e dai Romani», mentre rimase uno degli assertori più costanti della formola tradizionale, paziente osservatore dei costumi e delle bizzarrie del suo secolo. Se, nel caso dossiano, ancora l'ordine e la disciplina romanica gli fanno evitare l'eccesso della abbondanza delle risa e delle lagrime, non per ciò cessa l'acutezza del suo humour, anzi se ne avvantaggia.

L'humour sia dunque lo stato costante dell'animo suo: uscire con uno slancio, dal lettore non preveduto, nel meraviglioso, dopo la calma descrizione delle attualità: esagerare, nel rendere la sensazione e il sentimento: assumere, da una funambolica associazione di idee passionali, una sintesi; dall'uso concomitante della scienza e dell'ascetismo, una verità. L'humorista ritrova, nella sequenza della vita cotidiana, nella nenia odiosa della pratica, il fiore strano di una bellezza d'antinomia; lo coglie e se lo appunta alla bottoniera, ve lo conserva anche appassito. L'humorista ride e non vorrebbe; piange e nasconde le proprie lagrime quasi se ne vergogni; è un faceto che ricasca nella filosofia trascendentale; è un sentimentale che vuol essere logico; un espositore di paradossi, di imagini, di similitudini eccezionali freddo e metodico come un professore d'algebra; dalle premesse vere conduce il ragionamento ad una pazza deduzione, in apparenza, concordante; da un fatto singolo, si inalza ad una universalità dubia; col gioco del sillogismo e colle dichiarazioni sofistiche, mette da parte la realtà e vi sostituisce la verità. L'humorista è un realista che nota i fatti, col rammarico di non poterli descrivere com'egli vorrebbe che fossero, ma come pur troppo sono; vive di osservazione diretta e minuziosa ed inneggia commosso: ama la contradictio in terminis. Perchè sta nella vita corrente e la conosce a fondo, sa che questa è una continua contradizione, che il miglior modo di renderla, coll'arte, è foggiarne una di contrasti, di subite apparizioni, di impreveduti fenomeni, di lagrime e di risa insieme; già che singhiozzi di pianto e di riso provengono dalla stessa vibrazione del diaframma. Al qual proposito, preponendo una Avvertenza ai quattordici calepini delle Note, azzurri ed inediti, dove Carlo Dossi ha riposto il sale secretissimo e l'essenza delle essenze della sua mente e de' suoi ricordi, entro i quali più scavi e frughi e più il piccone e la pala ti estraggono fuori ricchezze insospettate e qui sepolte generosamente; egli si rivolge al letterato che andrà leggendoli per renderne conto ad altrui, e gli dice: «Se vuoi avere la giusta idea d'un concetto, cerca questo sotto la parola naturale e comune che lo determina; ma cercalo pure nella sua opposta, e nella sua inversa. Per esempio; se vuoi sapere sulla gioja, qui guarda ed anche quanto si enumera sotto dolore: sulla luce, va a vedere sotto ombra; intorno a sottigliezze filosofiche, riscontra con filosofiche sottigliezze». Ultimo motto a rischiarare tutto l'anfigorigo avvolgimento del suo paradosso.

Donde, noi veniamo a sapere come i fatti ch'egli racconta sono, propriamente, i gesti della sua mente che vuol conoscersi in azione; così operò, alcune volte, il misticismo esasperato di Villiers de l'Isle-Adam, se si trovò in contatto colle platealità borghese — e ne riesce il Bonhomet cacciatore di cigni; — così predilesse Novalis; così perfece Gian Paolo Richter. Sembra a noi ch'egli apra una parentesi, per nascondervisi, quando sospende il racconto, vi immette, a tarsia ed a mosaico, le mirabili novelle come una minuta e scintillante gioielleria di pensieri e di rappresentazioni. L'azione, sotto via, si svolge meglio, sostenuta appunto da queste interruttive apparizioni; i cardini principiali, il leit-motiv vi continuano, direi, ipogei; li Apologhi, le Parabole sono le prove provate della attività delle sue emozioni, la dramatica dei suoi sentimenti figurati e messi ad agire, in sulla ribalta della sua letteraria sincerità. Perchè Carlo Dossi parla ad una turba di non iniziati i suoi lettori di ventura; come Cristo ha predicato ai Gentili; e tutti e due si fanno parabolani per esporre, in fatto, l'idea. Se viene interrogato può rispondere con Rimbaud, un altro Cristo di terrene passioni rosso fiammante: «Io[78] divenni un melodramma». Melodramma di entità psicologiche, di sottili astruserie, di legami più intimi, ch'egli ha scoperto e che, invano — si tentò celare nel nesso, tra la natura ambiente, così detta[79] «morta», — da chi non ha fino intuito, colla storia, il carattere il «momento» degli attori, che ne sono circondati. Chi conosce il segreto dei pinti romanzi di Hogarth comprenderà le mie scritte pitture. Il mobile la tappezzeria la pianta, vi acquistano un valore psichico, vi completano l'uomo, e, da semplici attrezzi teatrali, vengono a far parte integrante nel ruolo dei personaggi. Gli è il coro della antica tragedia ridotto a forma moderna».

Con lui e per lui li oggetti, i mobili, le piante, i fiori, li animali, i fenomeni, tutti parlano e sentono, odono e rispondono. Egli adora le cose, perchè queste nascono e vivono e muojono con noi, come noi, e sono il prolungamento di noi stessi. Noi, colla nostra vicinanza, le influenziamo ed esse ricevono da noi: un certo animismo per simpatia, già che il nostro linguaggio, per necessità logica ed umana, le regala di un antropomorfismo, donde piangono e ridono con noi. — Egli, forse, abusò di questa proprietà di esteriorizzazione; ma la sua abbondanza animica sta bene coi fenomeni della materia che inzuffla di spirito. Grande dote questa di non potersi mai credere in solitudine: chè la solitudine sua, subito, si popola: le cose gli si rivelano, gli si confidano: sarebbero così inerti di non comprenderlo, di non confessarglisi?

Tutte le cose vivono ed hanno anima. Il ferro vibra di movimenti molecolari, nasce, invecchia, ha un destino. Le pietre preziose si allevano da sè, lentamente, per germini astrusi: il topazio e lo zaffiro s'ammalano e smuntano. La calamita attrae, obbliga a sè, invita: il ferro percorre uno spazio per raggiungerla: la elettro-chimica ci spiega a sufficienza la reazione del ferro-magnete indotto? Il radio, che è sempre identico a sè, non trasforma il suo ambiente?

Per Carlo Dossi, come per qualunque altro grande poeta di pensiero o di forma personale, tutte queste domande hanno una risposta affermativa dalla passione. Le cose inanimate rivaleggiano, nel suo amore, colle animate personalmente, le quali pretestano una loro individualità forse appena di superficie, mentre le altre attestano leggi indefinite, mecaniche, fisiche, chimiche. Ma, per Carlo Dossi, come per ogni altro poeta originale, non servono le apparenze; egli non si illude sul valore dei movimenti che si chiamano volontari: sa che è un modo di dire e di pensare comune, ma che, del resto, la nostra umana volontà non ha presa a determinare le oscillazioni del nostro pensiero più che non possa il nostro vivere sopra il Sole, sopra la temperatura di Sirio. Così, è questa stessa convinzione, fatta da appositi no, da razionali impotenze, che lo rende compreso della corrispondenza tra l'animo suo e l'animo fraterno delle cose, che lo fa centro di un giuoco curioso ed involontario per cui deve, nelli Amori, manifestare sè stesso a traverso le cose, specialmente nel Primo Cielo.

Così, egli vive di più, perchè a ciascun oggetto suggestivo presta parte della sua propria vita. Vivere, in fatti, significa conoscere le apparenze e le sostanze secondo le loro differenze; significa essere sopra a tutto sensibile. Più si è sensibile, meglio si vive; meglio si è poeta, cioè si crea quanto maggiormente si sente con sensibilità attuale ed in azione che reciprocamente si determinano autenticandosi. La riflessione su questo punto d'incidente metafisica (è davvero metafisica?) se va cogliendone il nocciolo di sotto le rifuse contradizioni, si chiama anche humorismo; e Carlo Dossi riflette spesso in questo modo profondo ed originale.

L'opera che riesce assomiglia al mobiglietto industriato dalla pazienza giapponese, stipo da rinchiudervi meraviglie di giada, oro, avorio e porcellana. Schiudetene i brevi battenti; ecco una cassettina di ferro, incisa a grandi volute, a mascheroni, a trifogli, a bruchi ed a serpenti lunghi ed aggrovigliati, fatica perfezione di aggemmina e di variopinta ferruminazio: alzatene il coperchio, che scivola sulla cerniera, sericamente; due uccelli si volano incontro tra due rame di fiori fantastici; eccone un'altra più piccola di lacca, aspra d'oro in rilievo; ma, una terza, quindi, una quarta; l'ultima d'argento tutta con quattro rubini, quattro macchie di sangue alli angoli. Dentro, la preziosità riposa sopra un letto di velluto, riparato da una guaina di seta ricamata. Toglietele l'ultima veste; mostrate nuda la bellezza; un idolo: se svitate la mano destra, erta in segno di benedire; vi ritrovate, nel cavo, un anello massiccio d'oro scolpito; porta un corpo di donna straziato dall'amore di una piovra, divinità del mare; nasconde, in una voluta della figura, una impercettibile fialetta di vetro, la quale conserva la morte sotto forma di una goccia di curaro: la difesa, l'offesa, la liberazione.

Sovente udii da Carlo Dossi magnificare i libri che apprestano, ad ogni nuova e ripetuta lettura, un motivo non prima scoperto a tutto profitto delle nostre insistenze. Arte psicologica, in cui egli eccelle; che mi si rappresenta in uno schema eguale alle circonvoluzioni del cervello, anfratti, in dedalee insenature, in meandri sinuosi della materia grigia; pura arte cerebrale. Magnificenza della energia dell'anima, un quid inispiegato ancora, come la scintilla elettrica; immensa potestà, chiusa nel breve e piccolo corpo fragile, ma che ascende l'infinito, rimanendo pacifica e perscrutando, in sè stessa, l'altitudine e la profondità della materia e della forza: pensiero divino. — In fine, la facoltà di vedere e di giudicare la vita, da un punto personale di vista e dal suo opposto, nello stesso tempo, è l'humorismo, pel quale Carlo Dossi ha l'acuto potere di scrivere Ritratti umani; che sono l'espressione della sua utile cattiveria e mattia.

Pagina mea sapit hominem, porta, in fronte da Marziale, la copertina di Campionario; sa cioè ha sapor d'uomo, lo ha mangiato, lo ha digerito, se ne è nutrita; lo conosce per il palato e per il ventre; lo ha scomposto, ridotto ai minimi, termini, ai più brevi cristalli, come una esperienza chimica, come in un lavoro biologico e necessario dell'organismo; la pagina mia ha evacuato l'uomo, come è: non quello che vediamo intorno a noi, tutti i giorni, vestito come conviensi, ripassato dalla convenzionalità del galateo; colui che non sa i vantaggi della ineducazione, ma sfoggia le inciviltà della fondamentale ignoranza laureata; la pagina mia è la pietra di paragone; così ha saggiato l'uomo e ne dà il titolo esatto secondo la mia norma.

Pagina eguale ad Arte: l'ironista sa che l'arte, per sè stessa, è serena, è una certezza; non un dubio; non una disputa; ch'essa non si inganna, non si illude, credendo alla assoluta bontà, o cattiveria dell'uomo, senza confonderle; ma lo rivede, nè buono, nè cattivo, come è, a servirla bellamente, come funziona utilmente nella vita. L'ironista sta alla finestra; guarda nella piazza, giù, ove si avvicendano le beghe de' suoi simili; è lo zoologo, che, sul margine di una foresta, si attarda a descrivere i costumi delli animali in libertà, lontano dal pericolo delle zanne e delli artigli. L'ironista è per ciò un moralista della semplice, della pura morale, di quella che ogni organismo ben nato e ben costrutto esercita, coll'istinto e colla ragione, se vuol vivere in modo di non danneggiarsi nel contatto delli altri suoi pari. E l'uno e l'altro adunque si dilettano, quando vogliono divertirsi, a raccogliere le impronte, le orme delli uomini e delli animali, a delinearne le forme e li aspetti, a scriver loro sotto un cartellino mnemonico: «questo mi piace, questo no; questo mi conviene, questo ributto, questo mi è utile, questo dannoso; qui ho la gioja, qui il dolore».

L'humorista, per intanto li accetta in fascio; usa di una sola etichetta complessiva: «Ecco la Vita» — Musei anatomici, Teatri di scimmie, Circoli equestri, Fiere di beneficenze e di egoismo: tutt'uno — Il lupo mangia il montone; la scimmia inganna il cacciatore; la tigre ha mascelle enormi ed i muscoli del corpo ubbidienti, rattratti in tensione della sua volontà, scatta, azzanna, lacera, uccide nel balzo, cacciando: i conigli fuggono; le anatre schiamazzano, i pipistrelli volano in sul crepuscolo; le formiche, come le api, sono socialiste; il fringuello canta meno bene dell'usignuolo, ed il pavone è uno smeraldo tiepido, rutilo, e sfoggiato, stride ingratamente come una giovanetta dilettante cantatrice: l'aquila vola sola incontro al sole e non si abbacina. Vi imbattete, così, anche nelli animali della gloria, Animalia Gloriae di Tertulliano, nelli enormi organismi di preda e di vanità che insanguinano e sconvolgono il mondo, Cesare o Napoleone; quindi nella divinità eroica, come Garibaldi. L'humorista conosce tutte queste varietà di esseri, ne cava la maschera rispettiva; ma per consolarsi meglio, per sentirsi più intima, guancia a guancia, seno a seno, nuda e tiepida ia sua fondamentale onestà, si procaccia — e ne trova dovunque a schiere — dei modelli più brutti di lui, li mette in bacheca, li sciorina ed indica: «Ecco la Società!» Sono i Ritratti umani.

La serie incomincia dal Campionario, per quanto ultimo uscito in ordine cronologico; un'altra e più saporita zoologia. Il suo procedimento è classico, perchè si svolge per prosopopea come nelle satire oraziane, ma il modo di riferimento è modernissimo; vi rientrano la fisiologia e la psicologia sperimentale, il termine netto e schietto anatomico; qui, non si ha vergogna di nulla, nè meno della vergogna, che è un sintomo d'inferiorità ed una espressione di rimorso; non si ha rispetto di nessuno, nè meno della realtà, che è l'apparenza più ovvia e meno vera di vivere. Giù le maschere, uomini cittadini veramente serii ed importanti; o, meglio: «Qui le vostre maschere; ne abbiamo preso il calco di lontano, per miracolo di plastica telepatica, come i maghi moderni di nostra conoscenza. È inutile che vi nascondiate: il nostro obbiettivo, che lavora coi raggi x penetra oltre ogni schermo, cartone, legno, muro, impudente impostura, maestra nel costruire facciate impermeabili, opache, refrattarie ed incombustibili. Noi vediamo il flusso ed il riflusso del vostro sangue, la sistole e la diastole, i moti peristaltici, il giuoco delle articolazioni lubrificato dalle sinovie e tutto il mecanismo del vostro corpo, come dietro un cristallo limpidissimo: così, il vostro pensiero, prodotto dalla batteria elettrica dei gangli e dei nervi; il pensiero che è poi la vostra malvagità. Dipinti, sopra le lastre di vetro della lanterna magica, le lenti, la luce ed il riflettore vi rifrangono all'ingrosso ed al minuto, sopra il bianco e vasto diaframma delle projezioni».

VI. «BASSE-COUR» — «TIERGARTEN» — «GABINETTO ANATOMICO» E.... «GINECEO»

Li occhi, accostumati a vedere le imagini virtuali, riflesse dalli specchi ortogonici ed academicamente levigati, secondo realtà, si atterriscono e riprovano le visioni singolari, che interpretano, dalla apparenza, le intime verità. Le accusano di deformare li aspetti, di non percepirli bene; accennano maligni e deplorevoli difetti nella composizione del cristallo, nella patina mercuriale della lastra. Ciò può essere esatto parlandosi di uno specchio reale, suppellettile domestica e consigliere di civetteria, non metaforicamente, di un cervello d'artista. L'espressione sua d'arte che accentua, aggiunge, scopre, è il risultato del veder meglio, è l'attestazione di una virtù rara, difficilmente conseguibile. Mettere a nudo le tare nascoste dello «istinto di perversità» — come le chiama Pöe — rifugiatesi ed avviluppate nelle pieghe prolisse e sotto la lucida vernice della convenzionale educazione del viver comune e solito; leggere, in lettere majuscole, i vizii appiattati nel profondo dell'animo umano; riproporre l'umanità, ne' suoi tipi esemplari, nella serie di un'altra zoologia, è rendere, colla fisionomia del proprio tempo, l'immutabile caratteristica delle forze umane, passioni, istinti, interessi, virtù; sviluppare, sul tono di una canzone estemporanea, il ritmo archetipo e millennario della razza e della stirpe. Significa, in altre parole, occuparsi di Morale.

L'Arte riguarda la Morale come un attributo dell'individuo; la accetta coefficiente allo studio di un problema, che giornalmente, la vita risolve e la biologia propone. L'Arte varia il suo intenderla, col variare delle epoche, dei costumi, col modificarsi della superficie sociale. Per l'Artista, studiar la Morale, significa divertirsi a mettere in esercizio le sue migliori facoltà, sollecitate a funzionare dalla successione de' fatti, delle persone, delle cose che va, a mano a mano, scoprendo e dettagliando. — Viene egli, in fatti, col suo corredo scientifico e filosofico, nei suoi viaggi per il mondo, a visitar le anime, e spesso trova delli istinti; a riconoscere delle umanità, e, molte volte, trova delle animalità.

Il mondo appare alla sua indagine od un cortiletto insiepato e campestre, dentro cui si rinchiudono, col pollame variopinto, piumato, rostrato, speronato, ancheggiante, gracchiante, stridulo, chicchireggiante, schiamazzante, i conigli timidissimi e lussuriosi, le cavie, soggetti vivi e sperimentali di infezioni e di colture microbiche e bacillari, le capre ed i caproni testardi e salaci, le pecore sudicie, popolate di aragnidi e di assilli, cieche d'imitazione, le vacche prolifiche e lattifere, mugolanti e stupide d'imbambolatura ascetica e fatalista, i porchetti rosei ed azzurrini, intrufolati nella melma del truogolo, divoratori delle proprie immondizie, feroci per golosità, dalli occhietti infossati nell'adipe e dallo sguardo bieco, sospettoso, salesiano.

Il mondo si svolge anche alla sua passeggiata più amenamente; appresta boschetti ed ombrie, piante esotiche, frondeggiar di palme, zagaglie lucide ed erette di banani, infiorescenze delicate e strane, ajuole di orchidee asessuate e mostruose, falliformi e vulvaperte; capanni accomodati per bestie rare: antilopi, muffloni, daini, cerbiatti, pachidermi di costo e d'importanza, elefante bianco o rinoceronte violetto del Nilo; la stragrande varietà più che socievole delle scimmie del Capo, della bertuccie, delle platarrine americane, a coda retrattile, ginnaste per eccellenza e per isfarzo funambolico, Wright delle foreste vergini, se, della appendice delle vertebre dorsali, si fanno propulsori forti e delicati per volare, senz'ale, da una pianta all'altra; uranghi di bell'aspetto civilizzato a salutare, a nascondere la vergogna perpetuamente stillando leucorrea; scimpanzè d'ultimo stile, onanisti in cospetto delle damine che li eccitano, mascherati, in faccia, di rosso e violetto, come il nicchio di un prelato delle camere vaticane e ripieni di dignità e di buon senso come un magistrato italiano. Vi sono anche delle gabbie conteste secondo i dettami dell'ultima igiene, con canaletti d'acqua scorrente, col becchime riposto nelle mangiatoie ad hoc, coi pioli disposti ed orientati secondo l'uso e il costume dei volatili che li abitano; colle leccornie a portata di becco. Qui, i pappagalli d'ogni clima e colore — se ne trovano sotto tutti i paralleli — dove la loro stupidità diventa impostura ed inframettenza, la loro chiacchiera naturale è purolento parlamentarismo, la loro schiamazzante vuotaggine, loquela meetingaia, il loro sgargiare di penne e d'albagia, virtù academica. Qui, anche i fagiani dorati, quelli d'Inghilterra, li altri del Giappone; della China, i galli rossi e neri di montagna e tirolesi; li uccelli, insomma, preziosi; caccia regale ed imbandigione di solito, alle mense meretricie, doni facili e niente costosi per le amanti delli uomini decorati ed impiegati nei mille ed uno offici della venaria, delle stalle, delle cucine, delle anticamere, delle alcove, del water-closet de' principi.

Il passeggiatore solitario e sentimentale tenta invano, di incontrarsi in un'aquila, in un leone: se ne trova le spoglie, vede la carcassa di quella, colle ali aperte, inchiodata a spauracchio in sull'architrave del castelletto di qualche miserabile Don Rodrigo da operetta: se si imbatte nella pelle fulva e riccioluta dell'altro, la sa impagliata, con due occhi di vetro dispajati e loschi colla cartilagine del muso incartapecorita dalli acidi, con l'odor di valonea della concia e di naftalina per proteggerla dalle tarme e dai tarli; la ammira domestico immobile per destinazione, guarda — portone e vedetta di un Museo, baraccone ambulante, di storia naturale per le fiere suburbane e stridule.