4.—BIBLIOTECA DELLA
NUOVA ANTOLOGIA ✻

Giovanni Cena

HOMO

CON UNA COMPOSIZIONE ORIGINALE

DI
LEONARDO BISTOLFI

ROMA
NUOVA ANTOLOGIA

Dello stesso Autore.

Madre.—Poemetto, con prefazione di Arturo Graf e con acquaforte di Leonardo Bistolfi. Torino, Streglio, 1897 (Esaurito). L. 1.50.

Id.—2ª edizione riveduta, con nuovo disegno di Leonardo Bistolfi. Torino, Streglio, 1899. L. 1.

In Umbra.—Versi. Torino, Streglio, 1899. L. 2.50.

Gli Ammonitori.—Romanzo. Biblioteca della Nuova Antologia, Roma. L. 2.50.

In preparazione:

La Ghiacciaja.—Romanzo.

Giovanni Cena

HOMO

ROMA
NUOVA ANTOLOGIA

PROPRIETÀ LETTERARIA

Cromo Tip. Carlo Colombo, Via della Missione, 3—Roma.

AD ARTURO GRAF
MAESTRO

HOMO.

Visione di meriggio.

Pare la terra ascendere, assorbita
nella luce. Tra il cuor del sole e il cuore
della terra, una forma sorge, a fiore
dell'esistenza e domina la vita.

Forma di piccoli esseri, che muore
dopo un giorno, e la cui mente è infinita.
Forza e bellezza intrecciano le dita
su le lor coppie e le corona amore.

E plasmando la terra a loro imagine
lanciano una dimanda al cielo muto,
là donde aiuto mai non venne o assenso.

Morrà la terra: a un urto la compagine
conflagrerà. L'argilla avrà vissuto.
Quel che fu, poco; quel che volle, immenso.

Le età dell'uomo.

È nato!

Eccolo. Chi? Napoleone o Dante?
Prole di re, prole di genî, oscura
semenza della turba, a la ventura
lanciata?... E la sua favola, un istante.

Il suolo ov'ei dimora è sepoltura;
ceneri e mausolei. Nano o gigante
sparirà come gli avi, e sul quadrante
dell'immenso non resta ombra o figura.

Che importa? Qual tu sia, da l'infinito
de' cieli già ti contenea vitale
la nebulosa nel suo sciame d'oro.

Benvenuto sia tu, col tuo tesoro
d'amore. E vivi! Nulla al mondo vale
la tua lagrima prima e il tuo vagito!

Fratelli.

Quanti viviamo? Quanti sparvero? Io
li lasciavo a l'autunno ilari e sani:
morivano, nascevano lontani:
la culla non cessava il dondolio.

L'ultima quando è morta, morì Dio
in me. Soffrì spasimi disumani.
Viva si decompose. Oh tenui mani
che sogno ancora tese a dar l'addio!

Dove sparite (emerge il vostro viso
rivolto a noi sul mar dell'ombra) dove,
bimbi, pur ieri annidïati in culla?

Nell'aria vaporate a l'improvviso
o qui mutati rivivete, o altrove?
Ma il nulla, no! Strana parola. Nulla!

Mistero.

Il sole è sceso. Ritta in mezzo al prato
la bimba guarda ed il timor la tenta.
Dov'è il villaggio? Ahimè, lungi! E s'avventa
nella strada, correndo a perdifiato.

Dietro i piccoli passi scende lenta
l'ombra, con ali umide come fiato:
movonsi i tronchi minacciosi a lato
e la vita dell'ombra la spaventa.

Quand'ecco un grido giunge. Infine. Mamma!
Oh la casa custode e le vivande,
e vincitrice del terror la fiamma!

Ma tace e inarca i cigli, mentre inghiotte
il suo pane. Chè il mondo è grande grande...
ed ha veduto scendere la Notte!

La marcia dei fanciulli.

Nelle nostre città tornano i belli
spettacoli? Guardate. Dai balconi
s'affacciano le donne avide, ai suoni
che appressano. E compaiono i drappelli.

Soldati? No. Fanciulli, coi cappelli
alati: soffian dentro i gialli ottoni:
e dietro schiere. Generazïoni
dell'avvenire. Nostri figli quelli?

Saldi, elastici, il viso al vento, avanti!
Pur la calamità fa largo ai forti:
nel vostro ritmo avanti, uniti, amici.

Sui vostri capi io lancio aüguranti
i fantasmi de' miei fratelli morti...
Per il nostro dolor siate felici!

Il sapere.

Lo scolaretto spiega ai bimbi intenti
come la terra è al par d'un pomo tonda;
intorno intorno l'acqua la circonda,
sbocciano in mezzo isole, continenti.

Gira, come la pietra della fionda,
intorno al sole, e gli altri parimenti,
Marte, e quel dell'anello e i rimanenti...
La luna intorno a noi fa la sua ronda.

Il nonno ascolta e sta meditabondo,
chè, bimbo, ha vïaggiato, vai e vai,
col suo babbo, lontano, per il pane.

Vai che ti vai... «Ma, babbo, o che rimane
molto?»—«No, poco». E non finiva mai...
Quand'ecco il mare: «Là, finisce il mondo!»

Hodie mihi...

Come i fanciulli guardano morire!
Spiano intenti senza batter ciglio...
Dov'è la morte? Da qual nascondiglio
nei bianchi letti insinua le spire?

Non era un mostro, vedon poi. Fuggire
non vale: è in noi. Non v'è miglior consiglio
che attendere che parta il padre, il figlio...
Di quante bare è nero l'avvenire!

Or dov'è quegli che passò le porte
ieri? Vuoto è il suo posto. Alcun s'illude
d'un suo ritorno? E un altro, ecco, scompare.

Temuta, accetta, desïata morte!
S'agita un piccol vortice, ed il mare
della vita sui morti si richiude...

La scuola.

Settembre! Ricominciano gli orarî,
bimbo. Tempo è di spolverare i tomi
dei classici, di scander gl'idïomi
dei padri antichi. Mano ai dizionarî!

Ah! Gli par di rimovere sudarî
polverulenti ond'escon vecchi aromi.
Oh sapïenza! Afferra gli assïomi,
piccolo Fausto, e spremi i corollarî!...

E con grand'occhi guarda la finestra
onde irrompendo lo turba l'odore
dei fieni e delle rondini il gridìo.

E una voce laggiù: «Fior di ginestra!»
L'infanzïa passò. Passa l'amore,
forse. E richiude i vetri. «Addio, addio!»

A Edoardo Rod

per sua figlia Maria.

La bimba che ti rinverdì la fronda
quando agitavi i rami inariditi
nel vuoto oscuro e coi primi vagiti
ti radicò nella terra feconda,

tiene il mondo nei chiari occhi stupiti
che furon tuoi: la tua pietà seconda
la visïon che in quelli si profonda
e il mister che le volge i primi inviti.

Già la fronte è pensosa e i sensi attenti,
e l'anima ch'è desta il cielo esplora,
ieri apparso a mostrarle un gran viaggio.

E nulla è più divino che il miraggio
azzurro onde s'imprime e si colora
l'universo negli occhi adolescenti.

Fiorita.

Nel tramonto di maggio, pensierosa
la bimba siede in mezzo a' suoi balocchi:
accanto a lei l'amico suo riposa,
stanco di corse, languido i ginocchi.

L'un guarda l'altra sottecchi e non osa,
con nuovo senso, d'incontrarne gli occhi:
qualcosa par che in essi entri, qualcosa
di nuovo e dolce e li inondi e trabocchi.

E d'intorno la vita vegetale
opprime, esalta i due cuori piccini...
Occhi, incrociate le vostre promesse!

E le due vite che Natura espresse
fin qui distinte, accostano i destini
nella loro unïone originale.

Guidarello

nel Museo di Ravenna.

Ti sogno, Guidarello, orbite cave,
labbra contratte, emunte gote. Giace
come su rogo il corpo tuo, nè il grave
sonno assopì la piaga tua vorace.

Dormi! Nato non eri tu a le prave
opere dell'uccidere. Ora tace
l'odio d'un dì sul capo tuo soave.
Anche il tuo volto si componga in pace!...

Ma, dietro, l'ombra della Genitrice,
sovra l'eccidio degli adolescenti,
di vite nuove gravata le braccia,

«O nel creare ignaro—maledice—
e astuto nella strage, Uomo, che avventi
eternamente l'uomo a l'uomo in caccia!»

Amanti.

Donde giunsero? Ieri dai paesi
del desiderio, sotto l'indefesso
poter d'Amore, dentro un cerchio istesso
s'incontrarono, ignoti ed inattesi.

E il passato sparì. Sparì con esso
la persona d'entrambi: eccoli ascesi
nel tempo e nello spazïo, sospesi,
centro dell'universo, in un amplesso.

Ma sopraggiunto l'attimo prefisso,
eterno reputarono il prodigio
e la parola «sempre» han proferita.

Rapido li precipita l'abisso,
se di lor vita che toccò il fastigio
non riprende l'ascesa un'altra vita...

Maternità.

Il nato aspira, ammicca, con le dita
annaspa. (Gli alberi abitò, sospesa
tra l'azzurro l'umanità?) Rapita
guarda la madre la sua prole illesa,

libera, eppure a la sua carne unita,
sua, come allor che nella dolce attesa
l'atomo umano ripetea l'ascesa,
nel suo grembo, dell'ere e della vita.

Ed è felice, come nell'istante
d'estasi che nel seno palpitante
Amor le infuse la sua creatura.

Oh pel dolor che ha dal suo corpo avulso
l'essere novo, infondergli l'impulso
verso un'ascensïone ognor più pura!

Le sorelle.

A quei che plasma imagini novelle
d'umanità per gli uomini indolenti;
a quei che incute nobili sgomenti;
a quei che vecchie nostalgie divelle,

mentre l'amore negano le belle
e il volgo irride e insultano i potenti,
dolci restano, in vita, e pazïenti,
vindici dopo morte, le sorelle.

Restano, invase da un intuito oscuro,
qual d'un mistero che si manifesti
fatale a l'uomo di lor sangue nato.

Come a te, Nietzsche, infranto nel conato
d'esser tu stesso l'Uom che non avesti
forza d'imaginar vivo in futuro.

Don Giovanni all'Inferno.

... et ne daignait rien voir.
Baudelaire, Don Juan aux Enfers.

Va la querula folla delle amanti,
nè don Giovanni si degnò vedere;
ma il diavolo che ha in cura il cavaliere
ghigna ed accenna la nera onda avanti.

Vogano l'inamabil onda infanti,
adolescenti, uomini, donne a schiere.
«Eccoli a te! Figli del tuo piacere!»
E cadono altri dai cieli sonanti.

Padre? Egli vive fuor dagli antri bui
nel dolce azzurro? E l'agita un'affanno...
«Figli!» Ma il suono gli si spezza in gola.

Essi non sanno, essi non san di lui
com'ei non seppe di crearli. E vanno.
Non udrà mai la tenera parola.

«Genialis lectus».

Memore il giorno stai nel tuo candore,
fosco la notte in gioie e pianti immerso,
letto, dove gli amanti cuor su cuore
naufragan nell'oblìo dell'universo;

dove la madre stringe il bimbo emerso
da le fiamme del suo lungo dolore;
dove il fanciullo si rivolge verso
la notte, il vecchio verso il sole e muore.

Gli efimeri così lor geniture,
loro agonie vicendano col lume
dei giorni e appena un crepitìo ne vibra.

Mentre la Morte su di te si libra,
instancabile smuove le tue piume
la Vita per le nascite venture.

Vecchiaia sterile.

Cresceano i bimbi intorno ai patriarchi
come grappoli vivi e fra' tumulti
de' giovanili giochi, udivan parchi
ammonimenti di virtù gli adulti.

Or te compiango, o vecchio, che t'inarchi
verso la terra, e non hai chi t'occulti
il vuoto verso cui solingo varchi
e del passaggio tuo pianga od esulti!

Dov'è l'amore che comprasti? Tace.
Passa la giovinezza e con malvagia
letizia irride a la tua faccia tinta.

Chè solo augusta è la vecchiezza cinta
d'opere e di memorie, che s'adagia
benedicendo nell'eterna pace.

I longevi.

Gloria a colui che visse a lungo e spare
verso l'alto! S'indugia su le fronti
ardue la vita, come il sol sui monti:
più bello il volto del domani appare.

Dono grande agli umani il contemplare
i puri eroi, così labili, pronti
a vaporare fuor da gli orizzonti
terrestri a la serenità stellare!

Da la vedetta de' loro anni han scorto
di quanta illusïon fatto è il dolore,
di quanto amore la felicità.

Dicono: «Amate! Altro non v'ha conforto
d'esser vissuti che veder migliore
a la vita salir l'umanità».

È morto!

Enigma della morte! È come un'onda
dell'atmosfera eterna. Ed un mortale,
investito, sparì. Quando trasale
il cuor tuo, già la morte è a l'altra sponda.

In questa allor tu guardi. Ogni gioconda
forma o sembianza ha un che di sepolcrale.
E il suo respiro è sì fievole! Sale
come una bolla... Oggi, domani affonda.

(E v'ha chi uccide! e chi ciò giusto chiama!)
Tu guardi, ascolti, e ai morti anche domandi
perchè... Non domandare, uomo, prosegui.

Vivi! La vita in te, negli uomini ama,
vita che tieni, vita che tramandi;
che ognor più splende mentre tu dilegui!

Amore.

Donna.

Chi è costei che va per la sua via,
sola; senza timor la vita esplora
e sorride ai felici e a chi dolora
arde d'offrir la sua dolce energia?

Conscia di sè non provoca nè implora,
chè servitù non vuol, nè signoria.
Alcuno v'è che tiene l'armonia
dell'esser suo? L'attende e non s'accora.

Tu la guardi e ti sdegni. Non t'invita
a l'amor come a un giuoco, ella, per poi
subire o eluder la tua tirannia!

Ma che un giorno quell'anima restia
amor sospinga a cercar gli occhi tuoi,
allor ti sentirai re della vita.

Eva.

Chi dilesse la sterile, e impudica
chiamò la fonte della vita? Dio
e Satana, ombre: era la vita il fio
d'una colpa, e castigo la fatica.

Or l'uom contempla la compagna antica,
madre, sorella, amante, un po' restio,
ma senza sdegno, con un senso pio
quasi di cosa sacra—l'Inimica!

I figli cercan liberi il consorte
che il lor destino annunzia e il sangue chiama,
perchè formino un essere felice;

e le libere nozze benedice
dal suo mistero l'Essere che li ama
uniti nell'amore e nella morte.

Amore.

«Moriam!» L'amante disse ebro all'amante
unendo in un pensiero amore e morte.
Ella rispose, e l'abbracciò più forte:
«Cominciata è la vita in questo istante».

Di là più nulla esiste, oltre le porte
della vita, più nulla ove il sembiante
dell'amato si serbi a l'aspettante...
Lodiam la nostra umanità consorte!

Esaltiamo la vita! I nostri sensi
siano la zolla che assorba e maturi
i germi, e in sangue, in palpiti li addensi.

E il cuor s'imbeva de' dolori oscuri
degli uomini e li infiammi e ne dispensi
raggi d'amore ai prossimi e ai venturi!

Beatrice.

Ch'io ti veda per sempre qual ti vidi
la prima volta, sorridente. Sia
limpido o tinto di malinconia
il tuo sorriso o triste!... Ma sorridi!

L'immagin tua sia bella sempre, dia
fiducia nella vita in cui confidi.
Sorella non sei tu de' fior, dei nidi
e delle stelle? Tu sei l'armonia.

Dolore o gioia non ti spinga a tale
oblio d'altrui che perdano speranza
nel bene quelli cui la vita è male.

Poi che nel grembo della tua sostanza
l'oggi e il domani, i sensi e l'ideale,
la terra e l'infinito hanno alleanza.

«Mia!»

Tuo forse il sole, e l'aria cogl'incensi
delle zolle fruttifere, e i viventi
onde assorbi la vita, e gli elementi
che nel tuo sangue per brev'ora addensi?

Tuo quel che vedi e ascolti? Obbedïenti
al tuo voler perennemente i sensi?
tuo quel che fai, che imagini, che pensi?
Tu stesso t'appartieni?... No. Lo senti.

No! Perchè nel suo cerchio un amor, cieco
come il vento dei pollini, vi chiuse,
tu chiami tua la umana creatura!

Nulla è tuo! Fuorchè l'attimo che seco
la volontà dell'Essere vi fuse
per trar di voi l'umanità futura.

A due sposi.

Candide voi trovò ma non ignare
giovinezze l'Amore, ospite immite:
or amico vi guarda rinnovare
il mutuo dono delle vostre vite.

Oh voluttà! Due passïoni unite
in un'estasi; udire un cuore urtare
sul nostro cuor fino a spezzarsi; e mite
indi il sonno sedar le membra care!

Felicità! Gemmar vite novelle
e valide lanciarle fra la guerra
umana a spander opere di vita!

Serenità! Compir la dipartita,
mentre vi seguan desiosi in terra
occhi d'uomini, in alto occhi di stelle!

Davanti a Sant'Orsola

del Carpaccio.

Poeta, non destarla! È così bella,
così pura nel suo bianco lenzuolo;
rigida, chiusa come in un bocciuolo,
ella è colei che non si dissuggella.

Creatura di luce, con la stella
del vespero esce il suo spirito a volo.
Non richiamarla, non destarla: solo
ammirala, poeta: è tua sorella.

Il tuo più folle ardor non desterebbe
lungo i suoi lombi gelidi un sussulto,
nè turberebbe il suo sonno divino.

Però che anch'ella fiore ultimo crebbe
sterile in cima al ramo, per il culto
dell'Ignoto segnata dal destino.

Leopardi.

Non indugiarti. Il cuor non sosta; avanza
come gli anni e la morte. Ah se tu poni
la tua vita in un essere, e imprigioni
te stesso in un dolor senza speranza!

Dónati e chiedi: s'altri non ti doni,
non hai dentro te stesso un'abbondanza
essenzïale onde la tua sostanza
si mesce al mondo in intime unïoni?

Tu sei quegli che passa: a te daccanto
infelice chi viene a lungo e porta
il peso enorme de' tuoi desiderî!

Più d'un cuore t'amò forse quand'eri
già passato. Così, morto,—che importa?—
anche l'Uom t'amerà non senza pianto.

Sibilla.

Io la scopersi e la chiamai Sibilla.
Come ognun disamò lei giovinetta,
e a secolari tirannie soggetta,
emerse, quale un fiore da l'argilla,

mi disse. Or io la trassi su la vetta
ove il tumulto uman perspicuo brilla
nello spazio e nel tempo. Ella tranquilla
contempla e dice, e l'Essere le detta.

L'agile capo e la capigliatura
attorta e tutta la persona bella
vibrano sotto un soffio ignoto e vivo.

Ed io, già dubitante, credo e scrivo.
Io non son che la sua buona novella.
Palpita in lei l'umanità futura.

Omnis caro fœnum...

I.

Talor sussulto, mentre mi addormento
sul seno tuo: mentre mi culla il molle
respiro, odo il tuo cuore, odo le polle
del tuo sangue pulsare: e n'ho sgomento.

Sotto un tessuto come di corolle
tepide un lavorio profondo sento,
incessante e sì fragile! Un momento
di silenzio... e mi assale un terror folle!

L'anima tua risplende in me: viviamo
oltre l'ora, per sempre; ed un amplesso
delle tue braccia risuggella il patto.

Ma il corpo tuo tu non possiedi. A un tratto
la morte lo nasconde, e te con esso
tutta, e la vita mia che per te amo.

II.

Corpi, ove corse il nostro sangue, donde
questo respiro abbiam, breve e tenace!
Corpi non nati, ove trarrà per onde
sempre più vaste il nostro cuor vivace!

E quello dolce sì per cui mi piace
questo mio stesso e al mio l'amor confonde,
che meco trar vorrei fino a la Pace,
fino al gran Cuor che tutto assorbe, effonde!

Splendete, belle forme, o voci e sguardi
e nei trasalimenti intimi essenza
suscitatrice della vita nova!

La morte è ovunque. In noi l'insidia cova,
ci sovrasta la bruta vïolenza.
Ogni istante è supremo. O Vita, ardi!

Episodî.

L'orfano.

L'orfano udì nel sonno uno scalpiccio
vicino. Eran le gocce delle gronde?
Chiama: «Nonno!» Le tenebre profonde
gli riempiono il cuor di raccapriccio.

«Prendimi teco!» E come non risponde
quegli, sì pronto ad ogni suo capriccio,
sale, con occhi chiusi, il pagliericcio
del nonno e tra le coltri si nasconde.

Si rannicchia tremando accanto al nonno.
L'altre volte dicea questi: «Che hai?»
e pur nel sonno lo traeva in braccio.

Lo scuote: nulla. È freddo come il ghiaccio.
Lascia che dorma, bimbo; tu non sai
quanto sonno lo tiene, quanto sonno!

Abbandonati.

Appena vivo il bimbo piange forte
tastando, come un rondinino cieco,
su la fanciulla, che con occhio bieco
guarda l'ignaro nato per sua morte.

Vivere? Anch'egli avrà la mala sorte,
nudi e traditi entrambi. Ah, muoia seco!
Già lontana è la vita... N'ode l'eco
fievole, fuori, oltre le chiuse porte.

Chiuse le porte e oscure. Sul braciere
ondula a tratti un'azzurrina fiamma.
Esausto il seno e il bimbo cerca, tenta...

Oh che peso sul petto! L'ombre nere
premono... Il bimbo tace: su la mamma,
da poco desto, si riaddormenta.

L'iniziazione.

I.

Usciva da la scuola, per molt'ore
immoto e col pensier vagante in caccia
di sogni alati, e dentro l'ombra diaccia
sentiva aulire tutto il maggio in cuore.

Nella strada fra 'l giovenil clamore
un motto ardente gli avvampò la faccia;
un sorriso lo avvinse; e con terrore
si mise dietro a l'odorosa traccia.

Così l'impura dispogliò l'ignaro
de' suoi tesori, come un giovin fusto
di sue tenere gemme appena schiuse.

E nella giovine anima s'infuse
della coppa d'amor tutto l'amaro
e in fondo inoblïabile il disgusto.

II.

Un altro maggio, e rinascean dai nocchi
le gemme e il grano rimettea la spica,
quand'ei rivide una figura amica
compagna già di fole e di balocchi.

Mutati, oh quanto! Ed ella con l'antica
letizia, ei con un fuoco acre negli occhi.
Ed ei non puro mise a la pudica
tutti i fior del suo cuore in sui ginocchi.

Un dì la giovinetta, a una parola
attesa, si piegò, come nei prati
fanno i narcisi sui fragili gambi.

E poi?... Oh, come allora! I baci dati,
come allora, ed i gesti, ahimè! d'entrambi!
E quel disgusto gli salì a la gola.

III.

Le verginelle vanno a capo chino
piangendo il fiore de' loro anni lieti,
mentre i giovani cercano inquieti
l'amor lontano ch'hanno sì vicino!

Onde si fa deserto ogni giardino
e gli usignoli tacciono e i poeti;
mentre muoion tra l'erbe i fior segreti
e sfogliansi le rose anzi il mattino...

Sacrilego colui che a l'ugne ladre
delle impure abbandona i giovinetti
e le vergini bianche a l'oro immola:

e spegne l'ineffabile parola
che germina su labbri nuovi e schietti
inizïante la Natura Madre!

In memoria.

Senza speranza d'alcun paradiso
il morituro innanzi ad ogni cosa
della vita passava col sorriso
di chi guarda, vorrebbe ma non osa.

Non osava. Temendo una gelosa
rivale e da la vita già diviso
ascoltava il suo cuore, senza posa
precipitare il suo mortale avviso.

Procedeva tra noi, gladïatori
della vita, già vinto e già scïente,
dissimulando il suo certo destino.

Era di maggio, un lucido mattino.
Rideva ancor del suo riso dolente,
quando fu seppellito sotto i fiori.

Ella?

Ella guardava come chi saluta.
Me forse? Visi dietro me lontani?
Od assorti eran gli occhi, e negli arcani
interïori l'anima perduta?

Mi guardò: trasalì? Passò. Domani
evocherò la forma, già caduta
nel passato: e il ricordo agita, muta,
fonde questo con gli altri segni vani...

Così tra le stagioni fuggitive
passano come i fior le imagin belle,
cadon dal tempo nell'eternità.

Così nel nostro cuor si forma e vive,
nata da l'armonia di tutte quelle,
l'Unica nostra... E forse non verrà.

Schiava.

Quando lo sposo, caro a' suoi, la tenne,
ella aspettava con dolce sgomento.
Ma il mistero dei corpi àpresi lento...
E in braccia ignote senza gioia svenne.

E ignora. Addio felicità ventenne
del cuor, dei sensi, addio! Forse un momento
palpiterà sotto uno sguardo intento,
perchè più pesi il suo dolor perenne.

E la vil tirannia! Le membra attorte,
premute, vïolate e l'infinita
nausea che l'empie nelle notti orrende!

Ciò la natura ignora, nè sospende
l'opera sua... Che sei, piccola vita
plasmata d'odio e di pensier di morte?

L'Amica.

Come in un raggio i due spiriti onesti
luceano. Un dì lo sguardo verecondo
vide quegli occhi fatti ardenti e mesti:
ebbe pietà... e cadde tutto un mondo.

Si levarono entrambi, come desti
da un malo sogno. Ma nitida in fondo
agli occhi sta la visïone e i gesti
d'entrambi, e tutto assume un che d'immondo.

Or colei che non seppe esser sorella
tende le mani a un ultimo richiamo,
già piene di tesori, or fatte ignude...

Oh fango! È il cielo che nella palude
più caldo e intenso brilla e noi scendiamo
in mezzo al fango a ricercar la stella!

La cortigiana e l'apostolo.

«Mi vuoi, lo so, perchè non chiesi il dono
di te, perchè non t'amo e tu sei bella.
Ambi seguiam la nostra via, tu quella
della vendetta, io quella del perdono.

Ambi figli di vittime, ci appella
la stessa voce con diverso suono:
tu se' colei che abbatte i forti, io sono
quei che redime i vinti. Addio, sorella!»

Così disse, e la bella si raccolse
come una spada nella sua guaina,
micidïale a quei che ne la tolse.

L'apostolo nel turbine s'infranse
che a guerra eterna uomini e dèi trascina.
Su lui la cortigiana sola pianse.

Dopo il festino.

È sazio, cupo, solo. Con la bruma
del sonno una tristezza maliarda
scende. L'ultima face par che arda
sovra una bara: muor torbida e fuma.

S'accosta alla finestra. È l'alba. Guarda.
Rinasce il mondo sempre? Si consuma
la gioventù, la voluttà, la spuma
della vita, e più nulla... Or che più tarda?

E lentamente una figura scialba
ondula emersa da la nebbia rara.
«Sempre più triste, a che, importuna, torni?

È troppo tardi per mutar miei giorni!
è troppo tardi, o importuna e cara,
che a notte affogo e che risorgi a l'alba!»

Nascita.

Sedeva nella stanza al buio fitto,
raccapricciando. Or lento si conduce
presso una porta, chiusa. Un fil di luce
riga il suolo. S'appoggia immoto, ritto...

E, chiusi gli occhi, pur l'assedia un truce
quadro e l'attesa come di un delitto.
Un letto: un corpo umano v'è confitto...
un uom dentro vi fruga e un ferro luce.

Oh dolce, dolce vittima! Oh dolore
della carne che in dar la vita muore...
Oh questo tempo oscuro ed infinito!

Si comprime le tempia arse... Un vagito?
—«Aprite! Aprite!...»—Ecco: un viluppo informe
ignudo strilla... Ella non sente. Dorme.

Il gorgo.

Una barca si move, e dietro un lume
pallido: un'ombra su la prora china,
scrutando fra le tenebre, trascina
qualcosa, grave, dietro sè, nel fiume.

Lungi, presso la diga, ove le spume
segnano un'ampia linea turchina
un altro lume errante s'avvicina
tremulo e cresce rosso tra le brume.

I pioppi, eretti verso il ciel notturno,
contemplano la luna in cenerine
nuvole declinante verso i greti.

Un motto breve passa, ed inquïeti
errano i lumi ancora, e l'ombre, chine
sul mistero del fiume taciturno.

Le zanzare.

Quando arrossano il mare i pigri soli
tra cortine di sangue, alzi i tuoi lagni,
piccola ombra assetata, da gli stagni
sospingendo per l'aria umida i voli;

e vagolando sopra i grigi stuoli
che la fame urge ed i padron grifagni,
la febbre con le molli ali accompagni,
dal padre suggi e inoculi a' figlioli.

Un contatto, un ronzio rapido, e punge
l'esile avviso i cuor, come di lunge
voci d'oblìo sovra le fronti oppresse.

E geme ognuna come se tenesse,
piccola, un peso immane. Dentro d'esse
l'Ospite, immensa come l'ombra, giunge.