GIUSEPPE GIACOSA
NOVELLE E PAESI
VALDOSTANI
TORINO
F. CASANOVA, Libraio-Editore
Via Accademia delle Scienze (piazza Carignano)
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1886
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Proprietà Letteraria
a senso del testo unico delle leggi 25 giugno 1865,
18 maggio 1875, 10 agosto 1882,
approvato con R. Decreto e Regolamento 19 settembre 1882
Tip. Roux e Favale (809)
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A GIOVANNI CAMERANA
Carissimo Amico,
Ti dedico queste novelle che mi incoraggiasti a raccogliere. Novelle senza intreccio, ma così voleva l'intento mio. Nella maggior parte di esse non invento, registro; di alcune potresti tu stesso attestare la verità. Ma se il lettore non ve la riconoscerà a nulla gioveranno le attestazioni mie e le tue. Non è dunque per chiamartene testimone, che metto il tuo nome sul libro; mi piace affermare qui la nostra vecchia amicizia, invocando il ricordo di quell'Alpe che tante volte ci ospitò insieme.
Tuo aff.mo
GIUSEPPE GIACOSA.
INDICE
- [Concorrenza]
- [Storia di due Cacciatori]
- [Una strana Guida]
- [Miserere]
- [La Miniera di Cogne]
- [Storia di Guglielmo Rhedy]
- [L'Estate]
- [Un Prete valdostano]
- [La Guida]
- [Storia di Natale Lysbak]
- [Un Minuetto]
- [Il re Vittorio Emanuele in Valle d'Aosta]
- [Tradizioni e Leggende in Valle d'Aosta]
- [I Solitari]
- [La Leggenda del Piccolo S. Bernardo]
- [I Paesi delle Valanghe]
- [La Neve]
[pg!1]
[LA CONCORRENZA]
uando Giacomo, gettato sulla pedana il sacco dell'avena ed impugnate le redini alzava il piede per salire a cassetta, le quattro brenne braveggiavano e s'inalberavano come cavalli di razza. La diligenza strappata bruscamente, usciva dal portone con una voltata maestra ad angolo retto e irrompeva di trotto sonagliando giù per la viuzza, mentre egli, un piede sul montatoio ed uno in aria, lanciava voltandosi indietro con spavalda noncuranza, un ultimo lazzo allo stalliere. Poi si arrampicava a cassetta e durava un gran pezzo, dando le spalle ai cavalli, le redini [pg!2] fra le ginocchia, a frugacchiare fra le gambe dei viaggiatori per allogarvi allo scuro il sacco dell'avena e mille involti e pacchi e pacchetti, nulla curando le impazienze di quelli che svegliati a mezzo la notte, borbottavano e si dimenavano nella tenebra calda dell'imperiale.
Aveva la più cattiva tappa dello stradale, tutta sali e scendi, e gomiti e cune di rigagnoli, scarnata come un greto, chiusa qua e là fra il monte e il fiume, un accidente di strada, ghiacciata tutto quanto l'inverno, e l'estate in certi punti inondata alto un braccio al primo temporale che gonfiasse la Dora. Faceva due corse nelle ventiquattr'ore, una in salita la notte, l'altra in discesa il giorno. Prima di lui, ogni due mesi, per quel tratto di strada era un cavallo coronato, e spezzata o la sala o qualche razzo delle ruote; dacchè egli aveva preso le redini, in tre anni non s'era rotta una tirella. Per strada lo conoscevano tutti. Carrettieri, contadini, preti, osti, bottegai, carabinieri, mendicanti, suonatori d'organetti, cantonieri, merciaiuoli ambulanti, lucchesi, rivenditrici di fettuccie, tutti lo chiamavano per nome, e davano al suo nome pronunziato in francese, una certa troncatura vibrata che rendeva a pennello la sua indole irrequieta e risoluta. Egli aveva per vezzo di fare eco al proprio nome con una sillaba consonante, [pg!3] e a chi lo chiamava Giac, rispondeva invariabilmente un Crac secco come una frustata.
Il suo vezzo era passato negli altri e l'accoppiamento di quelle due voci era diventato nella valle quasi un segno di riconoscimento che affermava il diritto di cittadinanza e stabiliva fra lui e ogni altro un patto tacito di amicizia e di mutui servigi. Era servizievole, di buona memoria, e gioviale sempre. La persona snella e l'aspetto piacevole gli permettevano di essere famigliare con grazia, anche colla gente da più di lui. Possedeva la grazia amatoria, faceva sorridere le ragazze e le donne e le abbracciava di sorpresa senza farsi scorgere; traversando i villaggi, a quante stavano alla finestra rivolgeva una certa mossa rapida della testa, che gli gettava il cappello indietro sulla nuca, mentre le labbra accennavano ad un bacio così improvviso e frettoloso, che appena dava loro il tempo di vederlo, non di adombrarsene. Scherzava a tono con ogni condizione di persone e dava ad ognuno la notizia che lo poteva interessare. Come faceva, stando sempre per strada, a conoscere tutte le conoscenze de' suoi conoscenti? Fatto sta che le conosceva e le chiamava per nome tanto che Lasquaz, l'usciere, soleva dire di lui: È un censimento.
L'inverno, quando la diligenza era vuota, egli [pg!4] sapeva con arte sopraffina adescare i pedoni a salirvi. Prima di raggiungerli allentava la corsa, li accostava di passo, poi li richiedeva di qualche minuto servizio: districare le redini impigliate in un gancio, accorciare una tirella, assestare il primaccino e intanto intavolava discorsi da tirarsi per le lunghe, lasciando indovinare che al fondo ci sarebbe stato il lecco di qualche notizia, di qualche storiella saporita, finchè usciva in un: salite via, che poteva parere la paga del servigio ricevuto; e quando l'amico cascatoci prendeva posto, gli susurrava all'orecchio: ve la faccio a metà prezzo, ma che il padrone non lo sappia.
Il padrone lo sapeva e toccava i quattrini. Quel tratto di strada fruttava ora, un buon terzo di più che non solesse per il passato.
La notte, l'inverno, tutto il tempo della corsa zufolava quattro o cinque note di una sola canzone; l'estate, discorreva coi cavalli, con quelli di punta specialmente. Quelli del timone, diceva, non hanno tempo di starmi a sentire. A questi le carezze, a quelli le frustate chioccanti.
Metteva di volata una cavalla bianca chiamata Forca, e un cavallone rosso, chiamato Rancio.
—Rancio, cosa guardi? È una pisciata di mulo che fa la schiuma. Sì. Drizza le orecchie, ciac ciac [due frustate] ebbene? sà di buono? [pg!5] Su la testa Forca, Forca, Forchetta, Forchina e Forcona, bella bianca, ti piace la stalla, eh?—bada che t'inzuppi, leva i ferri o ti levo il pelo,—avanti Rancio, vergogna! È una pietra grigia che splende alla luna, c'era anche ieri.—Te le vuoi pigliare Forca, dimmelo che le vuoi, è vero? è vero? Sono qui, sono qui, eccolo in aria il castiga rozze, il castiga brenne, il castiga some, ciac, ciac, lo senti?—Oh, oh, oh! no, con me! non si fanno i capannoni con Giac! Giac è buono!—Volete spuntare canaglie, devono tirar tutto questi due vecchioni qui sotto? Ci sono dei signori sapete, non è mica la baracca dell'inverno piena di pechini e di pidocchi.—Brava Forca! Lo sapevo, ora si mette al galoppo, ciac, ciac, ciac, anime belle, vi insegno il mestiere.
Certe volte il mestiere lo insegnava ai viaggiatori che gli sedevano vicino, e allora erano sperticati elogi delle sue bestie, quattro agnelli, ciac, ciac, che non occorre toccarli mai.
Coi signori, tutta gente scribacchina, chiamava penna la frusta e calamaio l'astuccio di cuoio dove riporla in riposo, e via discorrendo.
***
Il padrone di Giac, oste del Cannon d'Oro, teneva la posta da quindici anni, e vi s'era arricchito ed impinguato.—Era un grosso omaccione [pg!6] dal lardo cadente, pallido per vizio cardiaco e lento come un pachiderma. Un monferrino, capitato venticinque anni addietro in Val d'Aosta conducente di vino, stabilitovisi beccaio, assodatovisi tavernaio e salito poscia alla dignità di albergatore e mastro di Posta. In sua vita, aveva fatto due cose buone: molti quattrini ed una bella ed abbondante figliuola; quelli per sè, questa [essa almeno sperava] per altri.
Ora, vecchio, non faceva più nulla; all'albergo pensava la figliuola, la quale, nata quando già il padre prosperava, era chiamata mademoiselle dai forestieri, e soura Gin [signora Giovannina] da quelli di casa; mentre al padrone, venuto su dal nulla, il nome di Pèro [Pietro] non s'era mai potuto nobilitare con un sour, ed era somma grazia se negli ultimi anni, più la pancia che la dignità, lo avevano fatto chiamare Barba Gris [zio grigio].
Soura Gin era dotata di una grassezza soda e fresca; bionda, bianca, piccolo naso, piccoli occhi vivissimi, bocca larga, labbra carnose e ridenti, dentatura stupenda. Badava a tutto, compresi i cavalli, era sempre dappertutto, ma più in scuderia, quando sapeva di trovarci Giac. Una volta che a Giac era toccato un potentissimo calcio da una mula, essa gli aveva fasciato la gamba ferita e lo aveva tenuto all'albergo come un signore per oltre una settimana. Un'altra [pg!7] volta, venuti alle mani Giac e lo stalliere, questi ebbe da soura Gin otto giorni di paga ed il congedo immediato. Barba Gris attribuiva quelle cortesie a saggezza amministrativa: Giac essendo una perla di cocchiere, era naturale che la figliuola lo tenesse da conto: ma Giac, sapeva valutarle altrimenti, benchè non adoperasse per procacciarsele; giovialone con tutte le donne, a tu per tu diventava un sultano freddo e non curante e faceva grazia a lasciarsi adorare.
Un giorno il caffettiere e tabaccaio del luogo, venne dall'oste a confidargli come qualmente una sua nipote ed erede, si fosse innamorata di Giac, e lo volesse ad ogni costo per marito.
Giac non visto udiva il colloquio.
—Che ne dite voi?
—Dateglielo.—È un accidenti che può far la sorte di una casa.
E giù un sacco di elogi.
Giac la sera, tornato dalla tappa, così vestito com'era, colla blouse di tela blu e la frusta in mano, prese Barba Gris in disparte, e senza preamboli gli chiese la mano di soura Gin.
Il grosso uomo gli piantò in faccia gli occhi stralunati, gli strappò di mano la frusta e rispose:
—Questa è la penna con cui vuoi scrivere il contratto? Fila, o te la misuro sulla groppa.
—Non volete? Padrone! [pg!8] E andò a cena, poi a dormire sul fienile. Verso la mezzanotte Gin fu a svegliarlo.
—Vieni con me.
Lo condusse in cucina, lo fece sedere, sturò una bottiglia di Carema, gli sedette accanto, colmò due bicchieri, e levandone uno per toccare gli disse:
—Alle nostre nozze!
Giac diede una crollatina di spalle.—Essa riprese:
—Queste sono due mila e settecento lire che ho raspato in quattro anni di governo. Sono mie. Il padre mi ha detto ogni cosa, bisogna costringerlo, se ti sposo senza il consenso, mi leva dal testamento: è un cane.
—E lei non mi sposi.
—Con questi quattrini, tu gli pianti la concorrenza, comperi quattro cavalli e l'omnibus della Croce Rossa di Ivrea che è da vendere. I quattrini li avrai trovati da una persona che ti protegge. Parti subito. Fra otto giorni piombi qui coll'omnibus verniciato a nuovo: lo chiamerai «l'America» e ci scriverai Concorrenza in giallo che sembri oro. Attacchi tre cavalli, il quarto starà di ricambio, in sei mesi li avrai accoppati ma di qui là nasceranno cose. Farai tappa qui, per dar profitto all'albergo, e mai parole brusche col padre. Siamo intesi? Va.
[pg!9] Giac la guardava versargli addosso dagli occhi asciutti tutto il fuoco della sua giovinezza, sentendo di potersela pigliare solo allungando la mano. In quel discorso, tronco, pensato, furbo, dove non era altra parola che d'affari, vibrava una passione ardente, disposta egualmente a concessioni immediate ed a lunghe pazienze. Ogni parola acquistava dalla voce e dall'accento una doppia portata. Passava per il cervello, un cervello mercantile ordinato e spedito, ma scaturiva diritta dal cuore. Diceva le cose assennate, tradiva i sentimenti scomposti, i termini erano da lettera di traffico, la voce era piena d'impeti e di caldezze peccaminose e gli occhi secondavano la voce, foravano e frugavano, cercando nel volto impassibile del giovane, un assentimento che la facesse trionfare come di una vittoria insperata.
Il danaro era sulla tavola.—Essa seguitava: Un cavallo, lo trovi a Donnas, che è il grigio di Loutrier; ha otto anni; ora è sfiancato, ma lo rifaremo. Loutrier l'ha comprato tre mesi fa dall'Ebreo, ora lo rivende perchè smette il negozio per la morte del figlio; ce n'è un altro da vendere a Verres dal fornaio, quell'alto alto, colle barbette lunghe: per trecento lire te lo buttano dietro; puoi provare se Viano il conducente ti vende la Bella, è ombrosa e scappa, ma nelle tue mani...!
[pg!10] Non si può dire la carezza ammirativa che c'era in quelle parole: nelle tue mani, e per accrescerla, essa ne afferrò una di quelle mani poderose e la serrò vigorosamente in una stretta dove raccolse tutto il fuoco della sua impaziente verginità, e tutta la tenerezza dell'animo.
E il giovane seguitava a guardarla impassibile, già risoluto di accettare, ma inconsciamente persuaso del potere irresistibile che gli derivava dalla sua freddezza.
Gin, ripreso il bicchiere che aveva deposto, lo tese verso di lui.
—Non vuoi toccare?
—Topa—rispose Giac, toccando col movimento del suonatore di piatti—poi bevve d'un fiato e levatosi in piedi intascò lentamente quattrini.
—Bondì soura Gin.
—Quando torni?
—Appena montata la baracca; ma i cavalli che mi ha detto lei non li voglio. A vedermeli comperare farebbero troppi discorsi per la valle; bisogna piombare qui d'un colpo col terremoto dell'America.
—È giusto: comprali dove vuoi; ma fa presto.
—E se me li mangio?
Gin crollò le spalle, sicura. Giac s'avviò seguito [pg!11] dalla ragazza. Sull'uscio, questa gli pose una mano sulla spalla; il giovane si voltò brusco, la levò di peso e tenendola tutta inerte nelle braccia, le stampò sulla bocca un bacio lungo e mordente, finchè Gin guizzatagli di mano come un pesce e piantandosegli in faccia, rasente la persona, irrigidita, gli occhi morenti di languore, gli soffiò sul viso:
—Vuoi?
—Pas de bétise, rispose il giovine, in francese, e via di corsa.
***
Cominciò dunque la concorrenza. Sul principio l'America scaricava nel cortile del Cannon d'Oro, una zavorra di viaggiatori straccioni dei quali Barba Gris diceva ridendo con Giac: Quanto li paghi? e: Caro rispondeva il vetturino.—I cavalli erano tre bestiaccie grame, scarnate e spellate che giungevano svogliate perfin della stalla e duravano un'ora a gonfiare la cinghiaia soffiando come mantici e tossendo, il muso a terra.
Giac le aveva comprate per la pelle, tanto per sbarcare la stagione morta di primavera e stupire poi la gente e più l'oste colla muta rifornita di fresco, in principio d'estate.
Gli stallieri ne ridevano; Barba Gris, trionfante, [pg!12] badava a vantarli per migliori che non paressero, e lodava Giac d'essersi una buona volta messo da sè, che a servire un padrone c'è da lasciarci le costole. E Giac rispondeva modestamente che lo avevano subillato, che già si pentiva, ma che oramai, finchè duravano le rozze, bisognava tirare il carro, ma una volta crepate...
—Io non ti ripiglio però, me ne duole, ma il tuo posto è preso.
—Pazienza, cercherò altrove, l'ho fatta e la pago.
Con Gin, mai una parola, nè apertamente nè di nascosto:—la ragazza, aveva indovinato il giuoco e lo secondava; solo quando egli sedeva alla tavola degli stallieri, essa dal vano dell'uscio se lo guardava con tenerezza orgogliosa, così giovane e bello, e avveduto e perdurante.
Barba Gris non aveva nemmeno calato i prezzi delle sue corse.
—Lo faccio per te, diceva a Giac, per non rovinarti affatto.
La prima rozza crepò sul principio di giugno, stramazzando morta in cortile, ancora attaccata alla carrozza giunta appena, e l'esercizio seguitò per due settimane trascinandosi al passo delle rimaste. L'oste intanto aveva pubblicato il cartellone colle tariffe estive, affiggendolo a tutti i caffè e gli alberghi del circondario.
[pg!13] Fu il giorno 23 giugno, la vigilia di san Giovanni, che Giac, come già Bruto e papa Sisto, gettò la maschera dell'umiltà e si rivelò imperante. Questa volta era la vera America aurifera e adescatrice, una gabbia alta e snella, lucente come uno specchio, la cassa verde filettata di rosso, le ruote rosse coi filetti verdi sui razzi. E la parola concorrenza trombonata da un cartellone sull'alto dov'era scritta a lettere bianche sul fondo nero, e il nome America, spiccante sullo sportello, nella gloria dei raggi d'oro.
La nuova diligenza si trovò alla stazione all'arrivo dell'ultimo convoglio; l'estate precoce aveva anticipato l'affluenza dei forestieri, un monello improvvisato a fattorino, strillava dallo sportello: Val d'Aosta, si parte subito; un facchino raccoglieva intorno gli scontrini del bagaglio. Giac a cassetta, stimolava e ratteneva tre cavalloni morelli che empivano i finimenti colla polpa rifatta in quindici giorni di scuderia a razione di fatica. L'omnibus empitosi in un momento partì rumoreggiando a gran chiocchi di frustate larghe che sfogliavano i rami del viale, come grani di tempesta.
Quando sull'albeggiare, dal letto dove vegliava per l'asma cardiaco, Barba Gris sentì irrompere in cortile il vetturone, alla furia composta dei cavalli e al rullo sordo ed eguale delle ruote [pg!14] lo scambiò per una carrozza signorile. Si vestì, scese colla fretta lenta cui era costretto, e trovò la figliuola già affaccendata a servire il caffè ai nuovi arrivati.
L'occhio pratico gli disse subito che quei signori non facevano brigata e ne argomentò che la carrozza doveva essere di servizio pubblico. Uscì inquieto. La diligenza, stava sotto la tettoia, senza cavalli, il timone nudo piantato come una lancia nel ventre. L'aggirò in silenzio, fiutando un nemico, non lesse la parola concorrenza, scritta troppo in alto, ma il nome: America gli fece inarcare le ciglia. Stette un momento in pensieri, poi mormorò seco stesso mai più, mai più! e entrò in scuderia. Giac e lo stalliere di servizio erano andati, uno per acqua l'altro per fieno. Nella penombra del locale basso, male arieggiato da una finestruccola graticolata e dove la lampada era un carboncino rosso agonizzante, si avviò diritto alle poste dei cavalli forestieri; li sentì soffiare, ne misurò a occhio la statura, una palmata sulla groppa del primo fece un ciac pieno, indizio di carne soda e nutrita, tastò la groppa degli altri due, tesa come un tamburo, e stette pensoso mulinando sospetti e ricacciandoli col solito mai più, mai più.
Ma nell'uscire, ecco Giac col secchione e la spugna.
[pg!15] —Hai trovato padrone?
—Roba mia, roba mia! cantò il giovane, senza fermarsi.
Barba Gris dovette sedere sull'abbeveratoio; il cuore gli rullava nel petto come poc'anzi le ruote della carrozza in cortile: boccheggiava come un pesce fuor d'acqua, e intanto udiva Giac in scuderia chiamar le bestie per nome e carezzarle a palmate come donne sfacciate, zufolando allegro una fanfara dei bersaglieri. Come riebbe il fiato, urlò traverso l'uscio.
—Dove li hai rubati i quattrini?
—Eredità del barba.
In quella squillò in istrada la cornetta della posta, e la vecchia diligenza imboccato il portone al passo, andò gemendo a fermarsi dirimpetto la sala da pranzo. Ne scesero un carabiniere e il cuoco venuto da un albergo di San Remo a far la campagna estiva al Cannon d'Oro.
—Ladro! borbottò l'oste avviandosi alla sua stanza, dove si tappò per tutta la giornata. E Giac trovò così il destro di consegnare a Gin il conto di quella prima corsa, datata dal 24 giugno, giorno di San Giovanni, onomastico della ragazza.
[pg!16]
***
La concorrenza fu tosto accanita e rabbiosa. Adesso anche la diligenza postale andava alla stazione a far gente, strillando il ribasso dei prezzi; ma a imballare i sacchi delle lettere ne andava sempre una mezz'ora e Giac via subito. La postale cambiava i cavalli a mezza strada, mentre Giac filava d'un fiato; è vero che il tempo perduto nel cambio tornava nella forza dei cavalli freschi, ma questo non bastava a ricomprare il primo ritardo. Tuttavia qualche volta ai due terzi di cammino Giac sentiva la postale rumoreggiargli alle spalle, e voltandosi vedeva nelle tenebre luccicare l'occhio acceso dell'alto fanale. Allora in luogo di tenersi da banda per cercare il sodo e scansare le carreggiate, l'America prendeva il colmo dello stradale, sollevando nuvoli di polvere; e cominciava una corsa sfrenata più agevole ai tre cavalli di fronte che al lungo traino dei quattro appaiati. Le discese poi finivano sempre per darla vinta a Giac, il cui polso di ferro, reggeva le bestie sospese alle redini, mentre le frustate e le grida stimolanti e il peso della carrozza le precipitavano in una corsa tempestosa e corretta.
Barba Gris in principio stava ogni mattina in ascolto dietro le persiane, se mai udisse prima [pg!17] la cornetta della diligenza, che lo scampanellare della rivale; poi, sfiduciato, aveva mutato stanza, allogandosi nella più remota della casa per non udire nè questo, nè quella; la figliuola lo aveva persuaso a non guastarsi interamente con Giac per non nimicarlo al Cannon d'Oro, e non perdere almeno avventori all'albergo. Il soverchio ribasso dei prezzi tentato dal vecchio per vincere la concorrenza, gli era tornato in danno e scorno, inzeppandogli la diligenza di valligiani, locchè ne svogliava i forestieri. La gentaccia mal pagante della postale, appena scesa di carrozza, si sperdeva qua e là, volta alle case ed ai traffichi, la signoria della concorrenza sostava all'albergo. Giac accorto, aveva ristabilita la tariffa intera, sicchè l'America semivuota fruttava più che la postale gremita di gente, e semivuota non era mai.
Che spina al cuore del vecchio! I quattrini perduti erano nulla rispetto all'orgoglio umiliato; li avrebbe buttati a sacca pure di spuntarla. Pensò perfino di impiantare un servizio alla svizzera, ma non era impresa da pochi giorni. La salute ne soffriva, l'asma gli s'era fatta più forte e frequente, non parlava più, non scendeva in cortile che per traversarlo e portare al caffè, nel piccolo crocchio taroccante, i rancori che in forma di scherni stentati gli uscivano dall'animo.
[pg!18] Gin, impietosita, stava meditando una confessione generale, sperandone pace.
Una notte, sul principio d'agosto, si scatenò nella valle un temporale furiosissimo. Sul fare dell'alba, già rasserenatosi il cielo, un merciaiolo parlò, giungendo, di guasti gravi lungo lo stradale. Pochi minuti dopo Lasquaz, l'usciere, recò che alla diligenza erano morti fulminati il cocchiere e due cavalli. Ignorava se alla posta o alla concorrenza, la notizia proveniva dal forte di Bard, avvisato per soccorsi.
L'oste, mancategli le gambe, sedeva sullo scalino della cucina guardando intorno e tenendosi il petto. L'asma lo soffocava, ma non c'era verso di farlo salire in stanza. Gin pallidissima avrebbe voluto lanciarsi di corsa per lo stradale a sincerare la notizia, ma l'aspetto sfinito del padre la tratteneva; il cortile era pieno di gente e ne veniva sempre. A quell'ora tutte e due le carrozze erano in grande ritardo. La folla inerte aspettava; i carabinieri erano partiti verso Bard.
Dopo un gran silenzio, Barba Gris disse:
—La posta ha la cornetta e l'America i sonagli.
E tacque di nuovo.
Un altro tempo di ansia silenziosa. Il cane del fornaio, dall'altro capo del paese, abbaiava forte come di notte; l'acqua della fontana chiaccherava nell'abbeveratoio.
[pg!19] Si udì lontano il pêê pêê della cornetta.
Allora il vecchio sorse come respinto da una molla, boccheggiò un momento, gli uscì dalle labbra due o tre volte: la mia! la mia! si lanciò nel mezzo del cortile, fra la gente che s'allargava in cerchio paurosa di pazzie, e si pose a ballare, dimenando alte le braccia, una danza pesante e dolorosamente scomposta.
La cornetta trombettava più vicino, poi il carrozzone sboccò nel cortile. Il vecchio ballando sempre mosse ad incontrarla, ridendo con degli ah! singhiozzanti. Come la vide, allargò le braccia, mutò l'ah! della risata in un oh! di maraviglia angosciosa, e stramazzò a terra sul colpo come un sacco.
Giac fece in tempo a trattenere i tre cavalli che quasi gli erano addosso. L'America incolume aveva raccolto parte del carico e il postiglione mal concio della diligenza postale. Avvicinandosi al paese aveva suonato la cornetta in segno di gioia per il pericolo scampato.
Barba Gris era morto.
Giac e Gin si sposarono dopo tre mesi. [pg!20]
[pg!21]
[STORIA DI DUE CACCIATORI]
egli ultimi anni del regno di Vittorio Emanuele, i cacciatori di contrabbando erano in val d'Aosta tanto cresciuti di numero e di baldanza, che il Re aveva trovato di non potersene altrimenti liberare se non accogliendo fra i proprii guardacaccia alcuni degli stessi contravventori, i più audaci e fortunati.
Tutti conoscono la gran passione che il Re aveva per la caccia alpina, della quale era gelosissimo; di più i frodatori cacciano purchessia, senza discrezione nè discernimento, ed al Re premeva non si estinguesse la bella razza degli [pg!22] stambecchi, della quale in tutta Europa sopravvivono pochi individui, rifugiati sulle falde e nei seni di quell'altissimo gruppo di montagne che si chiama il Gran Paradiso.
Ma la caccia sovrana faceva gola ai touristes, la carne di stambecco è prelibata e molti Svizzeri avrebbero lautamente pagato un maschio ed una femmina vivi, per trapiantarne la razza e farla allignare nelle proprie montagne. Ne seguiva che parecchi degli stessi guardacaccia, se veniva loro il destro, tiravano la sua brava schioppettata e l'inverno salivano alle più alte foreste a cercarvi i novelli, volgendo a profitto della propria industria l'autorità di cui erano rivestiti e seguitando, s'intende, a far la guerra ai contrabbandieri, anzi tanto più perseguitandoli quanto più la comunanza dal ladroneggio li danneggiava. I contrabbandieri dal canto loro odiavano cordialmente le guardie, perchè erano guardie e perchè rubavano loro il mestiere e ne nascevano spesso delle scene violente e nelle alte solitudini non tutte le schioppettate miravano agli stambecchi, nè tutti i lamenti di feriti erano urli di fiera.
Qualche volta, a sera, un montanaro rincasava col braccio e colla gamba fasciati alla meglio, la moglie impasticciava con erbe la ferita, faceva rapprendere il sangue con polvere da schioppo [pg!23] o tabacco trito, l'uomo stava per dei giorni al buio, nella tana umida, sotto il soffio sonnifero delle vacche, masticando cicche e bestemmie e in paese lo dicevano sceso a qualche fiera del Piemonte e tutti conoscevano l'accaduto e nessuno fiatava. Poi il feritore ed il ferito andavano insieme alla bettola, si puntellavano a vicenda tornandone briachi e sapevano tutti e due che alla prima salita in montagna guai trovarsi a tiro.
Morto il Re, nei primi mesi fu una cuccagna generale di cacciatori ed uno sterminio di stambecchi e camosci.
Un giorno, sul finire della primavera Gregorio Balmet e Vincenzo Marquettaz detto il Rosso, partirono per le vette della Nouva, colle altissimo che si connette alla punta di Lavina e di là al Gran Paradiso per una breve giogaia di creste rocciose pressochè inaccessibili. Sul versante che scende in Val Soana, la Nouva non ha nevi eterne, ma dalla parte di Cogne tutta la costiera del Gran Paradiso è fasciata da una cintura di piccole ghiacciaie ripidissime e più sotto da nevati che soltanto i solleoni di luglio e d'agosto possono sciogliere. Quei nevati sono causa di ritardo ai pastori, cosicchè la montagna tardi abitata e presto abbandonata dà sicurezza di vita e di pascolo all'abbondante selvaggina. Tutta la catena in alto si sviluppa in [pg!24] forma di un anfiteatro vastissimo del quale i punti estremi sono la Becca di Nona ed il Monte Emilius da un lato e dall'altro la Grivola colla sua affilata lama di ghiaccio. Dalla Grivola alla Becca di Nona l'occhio gira per i nevati del Lauzon, per il Gran Paradiso, la Lavina, la Nouva e la Tersiva, formidabile cerchia di nevi e ghiacci eterni, eterna sorgente di freschezza e di vigoria ai pascoli delle chine ed alle foreste della valle. Tali anfiteatri si incontrano spesso nelle Alpi, ma sogliono per lo più aprirsi a valle in un basso orizzonte di cielo; qui, dove i due estremi della catena scendono in Val d'Aosta, l'orizzonte è chiuso dalla larga mole del Monte Bianco; sicchè, veduta dalle alture della Nouva, tutta la vallata di Cogne appare come una gran conca, senza via d'uscita, smaltata in fondo di un verde cupo, più in alto del nericcio o rossastro colore delle roccie nude e sugli orli di un bianco immacolato e sfolgorante.
Sotto le mezze luci crepuscolari o nelle giornate grigie, la conca di Cogne ha un dolce aspetto di tranquillità pastorale. Si direbbe che tutta la pace del mondo sia venuta a rifugiarvisi. Il colore quieto ed eguale, che addolcisce l'asprezza delle linee sembra impedirvi ogni moto violento. Le case basse dal largo tetto sporgente hanno l'aria di chioccie covanti; il velluto nuovo dei [pg!25] prati non ha un sol pelo irto. La foresta dorme immobile, rigida; le roccie non mostrano sporgenze e le nevi mute di riflessi paiono immensi guanciali morbidissimi.
Ma al sole essa si agita ed assume una sembianza corrucciata e violenta. Incisa da valloni profondissimi essa non è mai tutta illuminata, nemmeno al meriggio. Sempre qualche ombra gigantesca lacera i prati, estingue per larghi tratti di corso il luccicare del torrente, spinge il nero profilo su per le pinete e mette in mezzo alla gaia fioritura estiva dei freddi lembi invernali. Veduta dall'alto, la conca mostra sempre qualche gran bocca spalancata dalle labbra luminose e dalla gola oscura e senza fondo. Di là escono attirate dal sole lame sottili di vapori come lingue di serpi aizzate. Le roccie rivelano scoscendimenti e scogliere acutissime e le nevi sfolgoreggiano accese di una luce insostenibile.
I due cacciatori avevano lasciato il sentiero che sale al colle della Nouva e piegando a diritta seguivano nel suo più basso lembo il nevato che volge verso Lavina. La giornata splendida e la montagna pulita come un vetro, promettevano una caccia facile e sicura. I camosci si erano avveduti di loro, poichè le traccie recentissime sulla neve li mostravano passati di fresco, ma il luogo di rifugio non poteva essere [pg!26] lontano; su pel nevato e di lì al ghiacciaio non erano ascesi perchè essi li avrebbero avvertiti e poco discosto a diritta, giusto nella direzione delle peste, il pianoro era bruscamente troncato da un burrone che scendeva a picco fino alla valle. Là certo i camosci, e dovevano essere in molti, si erano nascosti in una gran rovina di massi enormi ed il loro si confondeva col colore della roccia viva. Ma accostati non potevano fuggire. Il burrone, benchè strettissimo, era troppo largo anche al salto del più gagliardo ed impaurito stambecco e le sue pareti liscie ed incrostate di ghiaccio non davano presa a discenderlo.
I due camminavano in silenzio, lo schioppo armato e quasi spallato, coll'ansia indicibile del colpo imminente. Un sibilo acutissimo li piantò immobili in attesa; i camosci, una quindicina almeno, erano tutti ritti sulla cresta delle roccie annusando l'aria inquieti dello scampo. Quattro colpi ne precipitarono tre giù pel dirupo, e gli altri fuggirono a salti verso il ghiacciaio. Neanche la pena di portarli a spalle fino alla piana; i camosci c'erano caduti da sè; una buona giornata! I cacciatori corsero ad affacciarsi all'abisso e videro in fondo sulla neve terrosa di una valanca le tre bestie già immobili.
Stavano per tornare quando il Balmet accennò [pg!27] subitamente al Rosso la cresta opposta del burrone dicendo:
—Le guardie.
Erano due com'essi, armati com'essi, fermi a guardarli.
—Il colpo è fatto,—rispose il Rosso,—scendiamo.
Diffatti le guardie non potevano, per la distanza, averli ravvisati e di cacciatori in paese ce n'era tanti, che valli a scoprire. Al più occorreva, per non perdere la preda, avanzare le guardie nella discesa; una volta padroni dei camosci, a nasconderli ci pensavano essi.
Il Balmet non perdeva d'occhio il nemico.
—Hanno un cannocchiale.
—Sì? A me!
E senza pure un secondo di esitanza, il Rosso si pose a ricaricare il fucile dopo di aver minacciato con un gesto le guardie.
—Giù!—gridò il Balmet, e si gettò lungo e disteso sulla roccia.
Dall'altra partì una schioppettata; il Rosso lasciò cadere l'arma, urlò un Cristo, tentò un passo verso il compagno e rotolò a terra. Le guardie, fatto il colpo, erano scomparse.
Balmet si precipitò verso il Rosso. Era vivo ed in sensi; con uno sforzo violentissimo s'era raccolto a sedere e stava tastandosi colla destra [pg!28] il braccio e la gamba sinistra gridando: I porci! i porci! i porci! Due grossi pallettoni lo avevano colpito all'avambraccio sinistro ed alla coscia sinistra ed erano usciti tutti e due, quello del braccio rigando profondamente la carne, e quello della coscia lacerando certo qualche muscolo o qualche nervo motore. Balmet prese un pugno di neve e lo cacciò nelle ferite dopo averle denudate; il Rosso lasciava fare imprecando sempre colla stessa parola ai feritori.
—Puoi reggerti?
—Impossibile.
—Come scendere?
—Portami.
Ma il Balmet non poteva bastare al peso, il ferito era un demonio di omaccione alto e pieno, da stancare otto braccia.
—Aspettami.
—Aiutami a levarmi di qui, posami là,—e indicava una macchia verde di erba nuova in basso del nevato.
Come vi fu adagiato, il Balmet gli diede la fiaschetta dell'acquavite, un grosso pane, uno straccio di carne salata, si levò di dosso la giacca di lanaccia, gliela pose sulle spalle, gli promise che sarebbe tornato al più presto con aiuti, e via a precipizio per la più diritta.
Era forse l'una pomeridiana. Il sole batteva [pg!29] a perpendicolo e l'aria tremava e fumava. Il nevato sudava e si squagliava in rigagnoletti, i quali saltellando per le asperità del suolo o scorrendo lisci sulla neve, rendevano mille musiche allegre, suoni metallici, mormorii sommessi di innamorati, brontolii corrucciati come di vespa rinchiusa, gorgogliavano con accenti di rabbiuzza impotente nelle strette rocciose e poi si combinavano e, come lieti di ritrovarsi dopo tanto silenzio di prigionia, acceleravano la corsa fino a precipitare in cascata di spruzzi argentini giù per qualche dirupo che serbava ancora lungo la parete la riga secca e nericcia che gli avevano lasciato le acque degli anni addietro. Qua e là, nei seni meno assiduamente percossi dal sole, un filo d'acqua tardivo e stantìo gocciolava miseramente con intermittenze di singhiozzo, ed alla prima nuvola che l'oscurasse, stagnava ad un tratto, per rilamentarsi, tornato il sole, come un fanciullo piagnucoloso.
Nei larghi fortemente inclinati, in certi punti la terra trapelava con toni neri lucentissimi fra un nevischio diradato come una mussola; in altri luoghi ogni traccia di candore era sparita ed un'erbetta minuscola e tenerissima luccicava al sole. Il Rosso rimaneva immobile, le gambe distese sull'erba, la schiena appoggiata ad un sasso, muto nella rabbia e negli spasimi delle ferite. [pg!30] Ad ora ad ora allungava il braccio sano, raspava quel po' di neve che gli veniva fatto e mutava empiastri alla piaga; così aveva fermato il sangue. Misurando colla memoria lo spazio che lo separava dalle prime case, contava il tempo che gli rimaneva d'attesa prima che tornasse il compagno. A quest'ora è giunto all'abetaia; avrà preso per il Clapey, il terreno è sdrucciolevole, ma egli salta come un camoscio; e lo faceva qui e là e più in basso e ne seguiva la corsa, minuto per minuto, rivedendo i luoghi, richiamandosi in mente tutti i particolari della via. Come la sapeva a memoria la sua montagna; non si era mai avveduto di conoscerla tanto! Chi verrà? Questi è in casa di certo, quell'altro bettoliere sfaccendato sarà giù in Cogne briaco. E poi ci sono le donne. Ma già bisognava fare i conti larghi; la gente ha da fare, non si trovano subito tre o quattro disposti alla prima chiamata. E allora si metteva a capo fitto negli ostacoli, si lambiccava il cervello a cercarne; e forse alle prime case della gente non ce n'era; pazienza saranno un'ora, due ore di più, che importa? ne rimangono delle ore di sole!
Provava una tenerezza immensa per gli amici e conoscenti della valle, una vivacità infantile d'affetto per gente cui non parlava da anni. Nel suo monologo silenzioso chiamava: Quel buon [pg!31] Pietro, quel buon Stefano; un Pietro ed uno Stefano che aveva minacciato di schiaffi il giorno addietro, e tirava i conti al bilancio delle sue buone azioni, ripensando i mille minuti servigi resi qua e là; ad uno aveva dato mano a levare la vacca da un burrato; un altro quando egli saliva ai camosci lo pregava di sterrargli la tura per dar da bere ai prati; e quando scendeva in Aosta, quante diverse incombenze gli fioccavano addosso! e quante volte i cacciatori suoi compagni l'avevano richiesto d'aiuto per ficcargliela alle guardie; ed egli non aveva mai rinculato.
Era un buon diavolaccio in fin dei conti, e colla sua forza un altro sarebbe stato ben più prepotente e manesco di lui. Ma poi veniva la pagina del passivo, ed i pugni ed i calci menati senza misericordia gli facevano, ripensandoli, una sorpresa dolorosissima.
Una volta, un marito lo aveva colto allo scuro sul fienile colla moglie, perchè egli era stato un bel pezzo di giovinotto dieci anni addietro e le donne non gli dicevano di no, e a quel marito era stata somma grazia tacere perchè lo conosceva. Che idea di fare così il galluccio su tutte le stie! Bel profitto glie ne restava. Ogni nuovo torto che si scopriva gli dava una trafittura più acuta che non facessero le ferite. Ma era un fanciullo ad accorarsi così. Egli sarebbe [pg!32] ben corso ad aiutare un altro, il primo venuto, anche un nemico quando lo avesse saputo alle sue strette. Oh come sarebbe corso! Che zelo di carità lo infervorava! Avrebbe affrontato mille pericoli per salvare un convalligiano, perchè la valle è una patria stretta e fa parentela. E poi egli era vittima delle guardie, e contro le guardie non si doveva forse dar tutti? Ogni idea che gli veniva gli durava un gran pezzo, non già che la rivolgesse per vederne il fondo o se ne compiacesse; era l'idea che stava lì ferma a martellarlo, picchiando sempre colle stesse parole, e le più testarde erano le cattive. A volte chiudeva gli occhi e pareva dormisse, poi li riapriva di scatto per guardarsi dattorno. E nessuno veniva. Che tempo era passato? Benchè i valloni fossero già scuri, la valle stava tutta sdraiata al sole come una pigra, e le acque seguitavano le loro chiacchere da comari. Ma il soffio freddo del tramonto era imminente. Egli lo vide salire, correre la vallata come un brivido febbrile. Le foreste se lo comunicavano d'una in altra, i rami verdi scuri degli abeti lontani prendevano un fuggevole riflesso argentino che li lasciava più scuri ed immobili, i fieni diventavano grigi un istante curvandosi, e si risollevavano più rigogliosi, ed il soffio passava e saliva sempre rapidissimo. Gli abeti più vicini agitarono le punte [pg!33] come volessero ricusare la notte, i prati più vicini ondeggiarono in disordine; tutti i suoni, tutte le voci della valle furono ad un tratto portati in alto da un'ondata echeggiante; il ferito ebbe un fremito gelido, e poi tornò la calma ridente di prima.
Ma il segno era dato! Quella potente onda di suoni aveva chiusa come in un crescendo finale, la grande sinfonia diurna; il sole aveva un bel risplendere ancora, la giornata era finita. La crosta del nevato rassodandosi mandò mille piccoli scricchiolii secchi come scatti di molla, tutte le note allegre dell'acqua tacquero, tutti i rigagnoli stagnarono, la neve mutò la sua mollezza umida in durezza cristallina, e l'aria diventò fredda, tagliente, acerba come un nemico.
Già da qualche minuto un sospetto sordo e confuso si era insinuato di mezzo ai pensieri del Rosso. Egli lo avvertiva ad un senso di amarezza acuto, ma non se ne rendeva ragione e non sapeva dargli nome nè corpo. Più che un sospetto, era una tentazione. Rifacendo il cammino che doveva seguire il Balmet, battendo mentalmente a tutti gli usci dei casolari, discutendo fra il timore e la speranza tutte le probabilità di soccorsi, era giunto a dimenticare il suo stato presente ed il dolore delle piaghe, e gli pareva di essere egli sano e disposto, che [pg!34] cercasse aiuto pel compagno ferito. Ma nella sua corsa gli tornava, con una insistenza sempre crescente, il pensiero dei tre camosci uccisi immobili laggiù sulla neve terrosa della valanga. Una bella preda per un uomo solo! Tre camosci! Chi lo impediva di nasconderli in qualche cavo di roccia, o sotto la neve, e di venir poi la notte caricarli sul ciuco ed a tirarne e serbarne tutto il profitto? Anche respingendola, quell'idea lo faceva sorridere di compiacenza. E quando il primo soffio gelato lo richiamò bruscamente alla coscienza de' suoi dolori, quell'idea non lo lasciò più un istante; ma non era sua, era del compagno e sentiva che anche all'altro doveva esser venuta, che anche l'altro se ne sarebbe compiaciuto, che l'avrebbe respinta, e poi discussa e poi seguita. Allora il sospetto dell'abbandono gli si infisse nella mente e la tardanza del soccorso lo mutò in certezza. In un attimo si vide perduto e la disperazione gli diede una forza immensa. Reggendosi col braccio sano, puntando a forza la gamba sana, si trascinò in mezzo a dolori laceranti fino all'orlo del burrone, e si affacciò all'abisso ghignando di terrore. I camosci erano sempre immobili sulla valanca. Rinacque!
Che orribile sogno aveva fatto! Ora la salvezza era certa e vicina. Gli pareva perfino di sentire le voci ed i passi dei giungenti, guardava [pg!35] intensamente qua e là tremando per l'imminenza della gran gioia. Che grido avrebbe mandato a vederli! Tutta l'anima sua sarebbe stata per quei valorosi, tutta la sua vita. Ancora un minuto, un minuto... eccoli! Ma come? Di là? Da quella parte?
Su dal burrone gli era giunto il rumore di pietre smosse e rotolanti. Guardò di nuovo. Due dei camosci erano scomparsi ed un uomo, il Balmet di certo, stava curvo sull'ultimo per caricarselo a spalle. Non lo ravvisò per l'ombra e la distanza, ma non poteva essere che lui. All'urlo ruggente ch'egli mandò a quella vista, l'uomo levò la testa, guardò in alto, poi riprese l'opera frettoloso. Dopo un istante la valanca fu tutta deserta.
L'ombra era venuta, tutta la valle era scura, il sole fuggiva dai prati e dalle foreste e metteva sulle ghiacciaie all'intorno dei colori dolcissimi di rosa e dei riflessi di un azzurro intenso. Poi anche le ghiacciaie allividivano, i raggi orlavano le supreme vette e dileguavano, e solo laggiù in fondo sul Monte Bianco duravano le carezze della luce. I dorsi nevosi furono ancora per qualche minuto più oscuri che il cielo, ma poi questo prese un colore cinerino e la neve spiccò più netta e più luminosa di esso; poi nel cielo sereno brillarono le stelle, la via lattea [pg!36] fu la maggiore bianchezza e la valle rimpicciolita perdette ogni forma.
La gran conca di Cogne fu muta e nera come un sepolcro.
Il ferito cominciò a singhiozzare come un fanciullo, poi, furente, si diede ad urlare con voce di dannato. Chiamava, imprecava, pregava, mandava suoni senza nome, fremeva, taceva sfinito, ricominciava più feroce, finchè gli urli tornarono grida umane, e le grida lamenti acutissimi, ed i lamenti gemiti spossati e sommessi. Poi la voce gli mancò anche a quelli. Allora si mise a guardare nell'ombra dinanzi a sè, immobile, istupidito.
La mattina era ancora vivo: il giorno gli tornò qualche speranza remota, e sovratutto una lucidezza nettissima di mente. Del Balmet era inutile sperare; ma le guardie fatto il colpo erano forse discese a denunziarlo e l'autorità sarebbe certo salita a cercare di lui. Volendo serbarsi in vita per quell'attesa, tornò a trascinarsi fino al luogo dove il Balmet lo aveva deposto e dove egli la sera prima aveva lasciato quel po' di provviste che aveva. Fu una fatica lunga e dolorosa.
Là addentò senza voglia la carne salata, bevve qualche sorso di acquavite e gli parve tornare in forze. Le piaghe non davano sangue ma cuocevano gonfiando, la coscia specialmente era divenuta grossa e tirava la pelle fino a crepolarla. [pg!37] Gran lavoro seguiva là dentro! Sentiva tutti i nervi stirarsi, irrigidirsi, poi riallentarsi come corde spezzate, ed una irrequietudine invincibile ed un senso torpido di gravezza gli davano bisogno di muoversi e gli impedivano ogni movimento. La mattinata fu serena ed il meriggio cocente. Il calore del sole gli faceva un gran bene e poi non gli pareva di essere così solo in mezzo alla allegria dei suoni. Ma le ore passarono, passarono senza che alcuno giungesse. Un branco di camosci scese placidamente dal ghiacciaio, saltellò sul nevato. Alcuni dei più arditi si accostarono a lui, fiutarono insospettiti che fosse quel corpo scuro e poi rinfrancati dalla sua immobilità gli furono quasi sopra finchè egli con un gesto del braccio sano li impaurì e li mise in fuga. Erano forse gli scampati del giorno addietro.
A poco a poco una stanchezza molle, quasi dolce lo aveva preso per tutte le membra, non soffriva più che di sete, perchè l'acquavite non faceva che stimolarlo ed egli aveva finito di raspare tutta la neve che gli stava a portata; ma nulla al mondo gli avrebbe fatto tentare un movimento che lo disadagiasse. Prese un sassolino e lo tenne in bocca per promuovere la saliva e intanto seguitava a guardare diritto dinanzi a sè nell'aria e per la valle dove il verde dei prati [pg!38] gli riposava la vista. Non sperava più, non si lagnava più, non pensava più. Era in uno stato delizioso di morbidezza e se fosse venuta gente a levarlo di là, li avrebbe pregati di lasciarlo solo così com'era ed immobile.
Verso l'ora del tramonto qualche leggiera nuvola spuntò dalla parte del Gran Paradiso; poco dopo altre nuvole scavalcarono le vette da ogni lato e si allargarono radendo la montagna, strisciando lungo le roccie con serpeggiamenti lascivi, lacerandosi alle foreste. Altre sbucavano dai valloni con aria sospettosa: esitavano un istante come paurose di essere avvertite e poi correvano a congiungersi alla gran fiumana grigia che oscurava il cielo sulla valle. Nei seni, delle nebbiuzze sottili filavano su per le strette velocissime, come succhiate da qualche enorme bocca aperta nel cielo. Poco alla volta la conca fu chiusa tutto intorno, come da un immenso coperchio; solo laggiù sul Monte Bianco rideva una gaiezza di cielo sereno con luci azzurre color di viola, di rosa e di un giallo ardente.
Il Rosso fissava quel solo punto luminoso con una intensità da maniaco. Gli pareva che tutto quell'accumularsi di nembi fosse inteso a suo danno; le nuvole erano nemici che volevano accerchiarlo e soffocarlo. Ma il Monte Bianco vegliava alla sua salvezza e gli diceva di confidare, [pg!39] di non si muovere, che c'era lui, che con un soffio avrebbe sbarazzato il cielo tornandolo pulito come uno specchio. La lotta fu lunga ed accanita. Le nuvole s'accavallavano, si addensavano, diradavano, fuggivano, tornavano con moti convulsi, rigando il cielo di righe bianche esilissime, sporcandolo con grosse macchie grigiastre e color di piombo. La sete gli cresceva, era divenuta ardente, insopportabile, ma egli non poteva muoversi, sempre fisso nella raggiante gloria della grande montagna.
La campana di Cogne suonò l'Ave Maria, le nubi vinsero, il Monte Bianco fu velato ed il Rosso chiuse gli occhi; morto.
Il cielo s'abbassò fino a toccarlo! nella valle pioveva fitto e lassù sulle alture della Nouva, intorno al cadavere cominciò una battaglia di neve rabbiosa e cristallina che si risolvette poi in larghe falde, fioccanti silenziose a perpendicolo.
Le donne degli alti villaggi intanto accorrevano alla chiesa e bisbigliavano fra loro di spiriti che la notte innanzi avevano empita di grida e gemiti la valle. [pg!40]
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[UNA STRANA GUIDA]
bbi una volta per guida uno strano uomo irrequieto e verboso, così dissimile da tutti gli altri del suo stato, che la prima metà della strada andai sempre cercando meco stesso un pretesto plausibile per tornar indietro e la seconda, devo dirlo, rimproverandomi di averlo giudicato male. Il modo con cui mi s'era offerto, il suo contegno, lo sguardo, il vestire, il passo, l'accento e perfino la forza erculea veramente straordinaria, tutto in lui m'era argomento di grave sospetto. Ero all'Albergo del Giomen, al Breil in Val Tournanche, e volevo recarmi in Val d'Ajaz all'albergo [pg!42] del Fiery dove avevo dato la posta a parecchi amici. Per il Colle delle Cime Bianche, che è il passaggio più diretto, ero passato altre volte, e poichè quello richiede otto buone ore di cammino, tanto valeva allungarla di tre o quattro, toccare il piccolo Cervino, una delle più mansuete vette del Monte Rosa, e scendere poi da quello in valle d'Ajaz.—Ma, avendo la valigia piuttosto greve, occorreva trovare un mulo che per le Cime Bianche me la portasse al Fiery ed una guida per me.—Ora di muli non ce n'era pur uno e la sola guida che si trovasse, uno svizzero di Zermatt, non voleva saperne di portar peso. Era dunque in pericolo, non solo la vagheggiata escursione al piccolo Cervino, ma altresì il mio passaggio più diretto per giungere al convegno.
La vigilia del giorno che dovevo partire, stavo all'imbrunire sull'uscio dell'albergo, guardando inquieto verso le praterie che salgono al San Teodulo, caso mai capitassero guide o portatori di ritorno, quando venne il padrone a dirmi di aver trovato il mio uomo.
—L'avete mandato a cercare?
—È qui.
—Quando è arrivato?
—Ora.
—Viene dal basso?
—No signore, dalla montagna.
[pg!43] —Impossibile, l'avrei visto scendere, sono qui in vedetta da un'ora.
—Quello non passa dove passano gli altri.
—Perchè?
Ma l'oste non volle spiegarsi altrimenti; solo chiamò ad alta voce: Jacques.
Era un bell'uomo alto alto, membruto, sui trent'anni; grondava di sudore e le stille gli si incanalavano in certe rughe profonde che davano al viso un'espressione di volontà dura e travagliosa. Gran naso retto, gran bocca, una selva di capelli neri e crespi, barba di due giorni. Volli rientrare per levarlo alla brezza assiderante, ma crollò le spalle e mi disse subito:
—Lei vuole andare al Fiery e salire prima sul piccolo Cervino?
—Al piccolo Cervino ci ho rinunziato, a meno che stassera non capiti un mulattiere che mi passi la valigia per le Cime Bianche.
—La porto io.
—Allora mi ci vorrebbe una guida per il Cervino.
—Vengo io.
—Voi volete portare la mia valigia lassù?
—Quanto pesa?
—Saranno quattro miria.
—Bella roba! Mi dà quindici lire.
Il prezzo era più che discreto; ma l'amico mi [pg!44] pareva un gradasso. Gli offersi di vedere almeno la valigia, ma ne rise. Non mi piaceva.
—Voi fate la guida?
—Sicuro.
—Avete il libretto?
—No. Ho il certificato di congedo assoluto. Ero in artiglieria.
—Come vi chiamate?
—Tutto per quindici lire?
E si mise a ridere con un'aria acerba.
—Basta, il nome glie lo dico gratis. Mi chiamo Giacomo Balma. Le accomoda?
Visto che il suo ghigno non mi andava, mutò faccia subitamente e aggiunse con accento profondo:
—Tre scudi mi fanno comodo, sa; domani sera mi saprà dire se li ho meritati.
E dopo una pausa indagatrice:
—L'oste mi ha detto che lei lo conosce da un pezzo. Gli domandi pure di me. Riverisco.
E scese in cucina.
L'indomani partimmo alle tre della mattina. La mia valigia a soffietto, piena zeppa gli parve un fuscello: la portava legata con corde al dorso, come un zaino. Camminava leggiero e spedito zufolando la marcia del Flick e Flock in tempo da bersagliere. La sua andatura aveva qualche cosa d'insolito: non sapevo dire che fosse, ma [pg!45] la avvertivo dissimile dall'altre; più tardi me ne diedi conto: il suo passo non faceva rumore, sembrava sfiorare la terra. Appena avviato s'era messo a discorrere, ma fosse il sonno o il senso di disagio che mi dava la sua compagnia, non gli risposi. Tentò due o tre argomenti, poi smesse e prese a zufolare affrettando il passo. Per salire al piccolo Cervino, si passa il colle del Saint Theodule, un colle di ghiacciaio, la cui altezza rimane impressa a memoria per i quattro 3 che ne formano la cifra. È alto 3333 metri. Di solito partendo dal Giomen si sale tosto per il dorso erboso del monte e si affronta poi il ghiacciaio in alto, dov'è quasi piano e quindi meno rotto dai crepacci. Il mio uomo prese invece ad aggirare il monte nella sua falda più bassa, finchè non ebbe trovato una specie di canale inciso nella rocca viva, scabrosissimo e nudo come una lavagna; lo imboccò senza interrogarmi, e vi si inerpicava lesto come uno scoiattolo. Certo a quel modo la salita era più divertente e spedita; dove ci s'aiuta di mani e di ginocchia ed ogni passo vuol essere studiato e misurato, la mente distratta non avverte la fatica; senza contare che il lavoro compiuto appare evidente e l'altezza guadagnata vi ripaga dello sforzo. Ma in certi punti il canale era così scosceso da impensierire. Sul principio, Jacques, nei punti più [pg!46] ardui si voltava e mi porgeva la mano, ma fresco di forze avevo respinto l'aiuto, orgoglioso di cimentarmi colla dura montagna. Allora l'amico s'era messo a camminare per suo conto, abbandonandomi al mio destino. Pericolo di vita non c'era mai, ma quel vederlo su in alto mi faceva un dispetto acerbo. Certe volte, tutto intento ai miei passi, lo scordavo e quando levavo la testa seccato di trovarmi solo, il canale mi appariva vuoto fino alla cima. Dov'era andato colui? Il suo aspetto, la scelta di quella via inusata, la sua andatura, e quello scomparire misterioso, tutto ciò mi metteva in sospetto. Ero sicuro che l'oste, non mi avrebbe affidato ad un cattivo soggetto, ma questa sicurezza non bastava a tranquillarmi. Seguitavo a salire e quando levavo di nuovo la testa, eccolo un'altra volta a suo posto, ma lontano lontano e sempre incurante di me. In principio avevo pensato che in certi punti il canale divenisse impraticabile e che convenisse uscirne per ripigliarlo più sopra, ma mano mano che procedevo mi accorgevo che il passaggio c'era sempre, anzi che andava sempre facendosi più agevole. Gli gridai di fermarsi, ma bisogna dire che la mia voce non gli giungesse, perchè fu gridare al vento. Se non era della valigia, credo che me ne sarei tornato senz'altro. Finalmente lo vidi seduto a terra, aspettarmi. Lo raggiunsi di malo [pg!47] umore; il fondo quasi liscio della roccia si era fatto sdrucciolevole per una vena d'acqua, ed egli s'era fermato per darmi mano che non cadessi.
—Perchè vi allontanate? voglio avervi presso di me.
—Mi era parso che le piacesse di star solo non volevo seccarlo.
—Perchè abbandonate la strada così spesso? Che fate in giro?
—Sono della razza dei bracchi, mi piace fiutare intorno il terreno.
—Bene, ora non mi lascierete più.
—Come comanda.
Cercai di intavolare io il discorso, ma questa volta era lui che non ci mordeva. Era spuntato il sole, egli s'era levata la giacca e la portava sul braccio. Dalla cinta di cuoio gli pendeva una accetta da potatore, istrumento insolito alle guide.
—Perchè portate quell'accetta?
—La porto sempre.
—Per farne che?
—Così.
Mi guardò bene fiso e aggiunse:
—Ho anche una pistola, guardi.
Levò di saccoccia una pistola corta a due canne e me la diede avvertendomi che era carica. Fui tentato di serbarla: in montagna da noi nessuno [pg!48] cammina armato, le pistole sono un arnese di lusso destinato alle salve d'allegria in occasione di nozze. Ma pensai che, volendo farne cattivo uso, non me l'avrebbe mostrata e glie la ritornai senza far parola. Dopo un quarto d'ora di cammino, mi disse:
—Scusi, torno subito. Vada pure lei, lo raggiungerò fra due minuti.
E via per la costa. Volli levarmi di dubbio e appena fu avviato uscii dietro di lui dalla gora; lo vidi correre ad una rovina di grossi massi discosta un dieci metri; si chinò, smosse due o tre pietrone, frugando per la terra e tornò indietro. Come avvertì che lo stavo spiando, corrugò la fronte e accese lo sguardo, ma lo spianò e lo spense in un minuto.
—Sono andato a pigliare questo pane e questa crosta di formaggio che avevo riposto ieri. Io giro spesso per le montagne e vi dispongo i depositi di viveri.—Mi guardò di nuovo negli occhi e—Non crede?
No, non credevo; il pane lo avevo veduto levarselo di saccoccia e il suo turbamento al dubbio di esser sorpreso doveva pure avere una ragione. Cominciavo a sentirmi vivamente inquieto. Egli se ne accorse e diventò subito gioviale e verboso; mi conosceva, aveva domandato di me all'oste, sapeva che ero uno scrittore, come [pg!49] a dire un giornalista, che dev'essere un gran bel mestiere da guadagnare sacchi di quattrini. Lui conosceva la vita della città e leggeva sempre i giornali. Anche sapeva che avevo scritto delle opere per il teatro, un'altra miniera d'oro; ma se volevo dargli retta egli sì che me ne avrebbe raccontate delle storie, e fatti conoscere dei birbanti! Ah, loro vengono qui per il gusto di provare che cos'è la fatica? Se lo sapessero che cos'è! E quanto costa un pezzo di pane! E c'è della gente che ce lo vorrebbe rubare; ma (e si toccava in saccoccia la pistola) ma c'è qui il giudice, il giurato, il pretore, il presidente, e tutti gli accidenti della terra, e se vogliono venire vengano che mi troveranno. Aveva una facondia abbondante e collerica, come di un uomo persuaso di qualche persecuzione continua ed accanita; spezzava il discorso e saltava da un soggetto all'altro come spinto da un tumultuoso getto d'idee e pauroso di smarrirle discorrendo. Aveva certo qualche acerrimo nemico che governava misteriosamente tutti gli atti della sua vita; tutti i suoi discorsi mettevano capo a quello e precipitavano in minaccie indeterminate ed oscure, profferite ridendo, coi denti stretti, i denti bianchissimi e saldi, capaci di spezzare uno scudo. E nel fondo degli occhi gli tremava una inquietudine timida ed umile che contrastava colle violente [pg!50] parole e aveva finito per rassicurarmi interamente. Anche di questo si avvide, e quando gli offersi un sigaro mi disse:
—Lei ha pensato male di me. Non sono un birbante, venga qui e capirà tutto.
Eravamo ai primi nevati. Il canale s'era allargato e la montagna intorno non aveva un filo d'erba. Era tutta una rovina di massi giganteschi, gran dadi rocciosi lucenti come un metallo, mezzo affondati in un terreno sabbioso, molle per la neve sciolta di fresco e per gli scoli del ghiacciaio. Mi condusse per mano nel labirinto finchè giungemmo ad una specie di grotta formata da due massi che contrastavano puntellandosi a vicenda. Entrò nel cavo carponi e ne uscì con un pacco di poche libbre di peso, involto in stracci laceri; lo sciolse e ne trasse sigari e tabacco. Era un contrabbandiere. Scendendo di Svizzera, disseminava la sua mercanzia in tanti nascondigli diversi, perchè, se mai, non avesse a cadere tutta nelle mani delle guardie. Come ebbe rifatto l'involto, lo ripose nel fondo e tornò a me col viso rischiarato e fidente. Ora che il suo secreto era stato lui a dirmelo, non temeva più di me.
—Questo è il più alto magazzino; le guardie non salgono mai sin qui, sanno che a queste alture non c'è più pastori che possano far da [pg!51] testimonio occorrendo, e che qui comando io.
E questo è il mio aiutante di campo, aggiunse, togliendo, da una fenditura lì presso, una carabina da doganiere.
Il contadino non può persuadersi che il contrabbando sia una azione colpevole, il suo senso morale non arriva alla nozione degli artificiali diritti dello Stato. Sa che il rubare e il far violenza nel prossimo sono atti disonesti, ma non può concepire per disonesto il comprare un oggetto là dove lo si trova a miglior mercato, e lo smerciarlo dove lo pagano caro. La proibizione di un traffico tanto naturale gli pare una prepotenza intollerabile, contro la quale non solamente è lecito, ma meritorio ribellarsi. Di qui un odio violentissimo contro le guardie e il fermo proposito e la fredda capacità di fare a schioppettate se occorre. Le guardie lo sanno e bene spesso quando incontrano il contrabbandiere in luoghi aspri e deserti, se non sono in tale numero da schiacciarlo o se non presumono alla mercanzia frodata un valore eccezionale, fanno le mostre di non avvertirlo e passano guardando dall'altra. Un colpo è presto tirato e a quelle alture un cadavere è agevolmente e durevolmente trafugato. La guardia non torna in quartiere, i sospetti cadono sul vero omicida, partono drappelli e frugano per le gole in traccia del morto, [pg!52] ma prove salde non ne raccoglie nessuno. Sull'Alpe alta c'è sempre qualche voragine aperta a comodo degli avvocati difensori.
La mia guida s'era trovata una volta, inerme, sotto il tiro di due doganieri e n'era scampata per miracolo. Un'altra volta aveva fatto smottare dall'alto, non visto, una frana di sassi addosso a due guardie che salivano la ripa e una di esse, scappando, aveva perduto la carabina.
—Quella carabina che le ho mostrato,—aggiungeva Jacques, con un piglio trionfatore.—Ma che vitaccia! E il guadagno è poco, sa.
E mi raccontava le traversate notturne, d'inverno, solo per le ghiacciaie mortali, carico come un mulo, le tormente che lo assalivano, lo flagellavano a sangue, e lo tenevano immobile, rannicchiato sotto un antro di rupe, pauroso di soccombere al sonno traditore della montagna, il sonno gelido, invincibile avanguardia della morte. Oh egli li conosceva quei valichi, passo a passo, ne aveva contate tutte le roccie e aggirati tutti i seni e misurata la bocca di tutti i crepacci e tastata tutta la crosta nevosa che li scavalca in forma di ponte. Sapeva dove si può agganciare l'occhio della fune per calarsi lungo gli scoscendimenti levigati della rupe, e dove la sporgenza rocciosa basta al passo, e dove il monte, frantumato dai fulmini e roso dalle acque, [pg!53] cede al minimo peso e precipita in lavine micidiali. Nessuna guida poteva stargli a paro. A lui non occorrevano corde per traversare il ghiacciaio, nè bastone ferrato per reggervisi. Misurava i salti e li spiccava coll'occhio e il piede sicuri del camoscio.
—E sa perchè ho voluto accompagnarlo? Se lei non mi ci voleva, ci salivo lo stesso, oggi, a questi piani. Oh non tema, che non faccio contrabbandi in sua compagnia, non lo metto a nessun rischio. Ma un mio parente, che s'industria con me allo stesso traffico, manca di casa da otto giorni. L'avevo lasciato a Zermatt, otto giorni or sono, e doveva tornare l'indomani. Io lo seppi solo ieri sera che non era tornato. Ciò m'inquieta. Di questi giorni nevicò due volte sulle vette, e d'estate chi dice neve dice burrasca. Bisogna bene che cerchi di lui; ma sono povero e ho molta famiglia, non posso perdere le mie giornate. Cerchiamo insieme: vuole, signore?
Non posso dire quanta dolcezza supplichevole c'era in quelle parole: Vuole, signore?
Sicuro che volevo, anche a costo di passarci due giornate volevo; al piccolo Cervino ci sarei salito un'altra volta, perchè sulle vette era inutile cercare.
Sul ghiacciaio, che, valicato appena il Teodulo, sale verso il Breithorn, trovammo delle peste.
[pg!54] —Sono le sue,—disse Jacques;—sono peste di cinque o sei giorni e di un uomo solo; combinano. Speravo che fosse rimasto a Zermatt; se è salito è morto.
Seguitammo le peste per oltre un'ora, ma giunti al piano superiore, ne smarrimmo ogni traccia; era nevicato di fresco e la neve era tutta vergine e piana. Dopo avere aggirato senza frutto tutto quanto il ghiacciaio, verso l'imbrunire ci cascò l'animo e la forza. Giungemmo all'albergo del Fiery verso le undici di sera. La casa era tutta scura e silenziosa, ma l'oste doveva essere di sonno leggiero, perchè, appena la mia guida l'ebbe chiamato per nome, si affacciò ad una finestra e disse:
—Sei tu, Jacques?
—Sì, apri.
L'oste senza muoversi replicò:
—È là dietro la casa vicino al fienile; ora scendo.
Jacques fu di un salto al luogo indicato, ed io lo seguii tastoni. Prima che l'oste giungesse, avevo acceso un cerino e vedemmo coricato su di un trave un sacco chiuso alla bocca, pieno, ma tutto gobbe e rilievi. Jacques capì, io indovinai al gesto ch'egli fece; in quella giunse l'oste.
—L'hanno portato stassera, le guide di Gressoney lo trovarono ieri sul ghiacciaio d'Aventina; [pg!55] oggi salirono coi pastori a pigliarlo. Domani verrà il pretore per l'atto. Era seduto sulla neve, i piedi neri per la cancrena: la tormenta lo ha preso e fermato, il freddo gli ha dato la cancrena ai piedi, dovette sedere e si addormentò.
Jacques aperse il sacco, lo rimboccò fino a scoprire la testa del morto, lo baciò sulla bocca gli fece un segno di croce col pollice, sulla fronte, poi richiuse il sacco e disse all'oste:
—Dacci da cena, questo signore muore di fame. [pg!56]
[pg!57]
[MISERERE]
Memorie di viaggio.
el fondo di una valle ignota ai touristes, c'è un paesuccio di dieci o dodici case miserissime piantate una a ridosso dell'altra in salita, di modo che le finestre della seconda guardano sulla prima e così via. Il villaggio si allunga nel senso della valle e questa è così stretta che non dà spazio a due case di fronte; un torrentello rabbioso e grigio uscito pur ora dalla morena di un piccolo ghiacciaio, tiene col suo letto quanto spazio piano intercede fra le opposte montagne e rumoreggia incassato in una gola profonda e dirupata. L'unica [pg!58] via del paese e le case corrono sul fianco della montagna a sinistra del torrente; la montagna è erta e delle case, quello che è primo piano sulla facciata verso la via, di dietro è piano terreno.
Nei mesi della state il sole scende talora in quel baratro e vi fa fumare le pozzanghere dei letamai, ma dura poco; i raggi non vi giungono che a perpendicolo, appena inclinati il monte li intercetta. Quei paesani non vedono mai l'ombra delle loro case, non conoscono i bei lembi oscuri di terreno contorniati da terreni luminosi, nè l'affievolirsi graduale dei raggi nelle ore del tramonto. Là il sole dardeggia o tace, vi piomba come un fulmine, arde un momento e scompare. L'inverno dura sei mesi, nei quali la vicenda delle ore non produce che un alternarsi di diverse oscurità; la mezza luce che regna costante impedisce i crepuscoli o almeno non li lascia avvertire, la notte ed il giorno si seguono rapidamente come per l'abbassarsi o il levarsi repentino di una cortina. I villani leggono per così dire il nome di ogni mese sulle alture delle montagne; in novembre il sole non giunge che a quel punto, in dicembre a quell'altro, gennaio lo attira più in basso, febbraio più basso ancora, finchè giugno lo reca in paese e settembre ne lo riporta via. Le nebbie vi sono frequenti e fitte, [pg!59] i muri delle case che se ne imbevvero mostrano qua e là sgretolati delle pietre lucide sudanti per l'umido. Quando l'aria è tranquilla il paese manda un odore eguale di stalla, di latte, di fieno, con qualche nota caprina acuta come un sibilo. Colla nebbia gli odori si condensano e penetrano nel vestimento. La via fu già e forse dura selciata tuttora, protetta com'è da uno spesso strato di melma, di letame e di pagliume che la fa meno sdrucciolevole ed assorda il rumore dei passi sicchè pare che la gente vi cammini in punta di piedi. D'altronde gli abitanti portano certe scarpe di panno colla suola di corda intrecciata che non fanno rumore; dalla via si vedono le donne salire su per le scale di legno e passare lungo i ballatoi senza rendere il menomo suono.
Un forestiere che vi giungesse a sera, lo crederebbe un paese maledetto e disabitato. Siccome le stalle non guardano verso la via, non c'è lume a nessuna finestra; solo pei chiassuoli fra una casa e l'altra si vede talora un piccolo cerchio di luce pallida, incerta, una bianchezza nebbiosa diffusa per l'aria che mette in pensiero di nefandi sortilegi. Quella luce esce traverso i vetri unti, sudanti, rabescati di ragnatele, di una finestrucola bassa e stretta aperta a fior di terra. Di là, col poco raggio giungono suoni che non [pg!60] hanno nome, voci sommesse che sembrano provenire dalle viscere della terra, senza intervalli, simili a preghiere bisbigliate in una cripta intorno ad un sepolcro.
Gli abitanti vestono di nero, le donne portano in capo una cuffia nera e gli uomini un berrettone dello stesso colore. Parlano poco, ridono poco, hanno l'aria sospettosa e dolente propria degli esseri che vivono isolati. Infatti, quel paese non vede forse dieci forestieri l'anno, e di quelli, cinque almeno sono fuggiaschi in cerca di valichi difficili ed ignorati; gente che giunge a notte, si rimpiatta sui fienili e parte prima che aggiorni.
La chiesa è servita da un cappellano che quando non è un santo, è un prete iroso caduto in disgrazia del vescovo e messo lì per punizione. C'è anche un'osteria, ed è la casa più alta del paese, una casa grossa che pare e fu già un convento, bianca, fredda, piena di finestre chiuse e di camere vuote. Invece di serrarsi in due o tre stanze a terreno, la vecchia padrona disseminò i pochi mobili nei più vasti ambienti della casa, cosicchè dalla sala da pranzo, per chiamar gente non basta levare la voce, bisogna percorrere a tastoni un lungo andito, dove le assi fradicie cedono sotto i passi, affacciarsi alla scala e picchiare col bastone sugli scalini di legno che suonano a vuoto.
[pg!61] Nella camera a dormire, sopra un cassettone zoppo da un piede, una campana di vetro racchiude il busto in cera di una vecchia vestita da signora, certo qualche parente morta della padrona. La faccia ha l'orribile perfezione dei ritratti calcati nella maschera tolta sul cadavere; la cera trasudata traverso la tinta di carminio ritorna al viso morto il colore invano falsificato ed una polvere finissima filtrata malgrado il panno che orla la bocca della campana, mette su quelle guancie dei rilievi terrosi e delle ombre che ricordano la spaventevole magrezza dei morti. Quel viso di pergamena è ornato da due lunghi ricci inanellati. Al peso dei passi il tavolato traballando fa zoppicare il cassettone ed i ricci dondolano gravemente, col piccolo fruscio asciutto delle foglie secche.
Io giunsi al villaggio sul fare della notte; per strada, discorrendo col mulattiere, avevo appreso che la padrona della locanda era una vecchia zitellona sospetta di stregoneria tanto che nessuna ragazza per bisognosa che fosse, aveva potuto durare domestica nella sua casa. Non che fosse bisbetica o manesca, al contrario: amava di soccorrere le miserie dei compaesani e tutto il villaggio era indebitato con lei; ma il suo aspetto era così rigido e severo, e così asciutta la sua voce e così brusco l'accento e l'occhio [pg!62] così immobile a fissare lontano le cose che non si vedono! Di più nell'osteria c'era una camera dove non era mai entrata anima viva e dove tutte le sante notti dell'anno il lume durava acceso fino alla mattina. Gli anziani del paese raccontavano che anche quand'era giovane e bella da dipingere, Mademoiselle aveva l'occhio vitreo e l'orecchio sempre teso ad ascoltare le voci.
Della sua antica bellezza si dicevano prodigi ma non glie l'aveva certo sciupata l'amore, che anzi, quarant'anni addietro accusata di infanticidio e tradotta dinnanzi il tribunale, questo l'aveva assolta, essendo accorso tutto il paese a giurare che non le si conoscevano amanti e che nessuno mai l'aveva nè veduta nè tampoco sospettata incinta.
L'accusa era fondata sulla testimonianza di un sergente doganiere il quale pretendeva di averla ravvisata una notte nell'atto che sotterrava un involto, aiutata da un omaccione alto e robusto del quale egli non sapeva dare altra notizia. Ma oltre che, come ebbe a dire in francese l'avvocato difensore, oltre che la nuit tous les chats sont gris, il sergente non aveva già denunziato il fatto appena seguito, bensì tre mesi dopo, quando cioè un caso fortuito ebbe rivelato il cadavere del neonato e durante quei tre mesi tutti lo sapevano, il sergente aveva cercato invano [pg!63] di sedurre la fanciulla, cosicchè nella sua deposizione appariva evidente un atto di vendetta. E bisogna dire che ella fosse veramente pulita come uno specchio se malgrado l'odore di fattucchiera che spandeva intorno, i paesani avevano deposto così unanimi in suo favore ed il cappellano istesso, un vecchio andato di poi diritto in paradiso, giurando sui sacri evangeli, l'aveva proclamata la più casta e pia e benefica vergine di questo mondo.
Quando scesi all'osteria e la padrona mi corse incontro a festeggiarmi, poco mancò non tornassi indietro sul momento. Nessuna delle sue fattezze poteva dirsi particolarmente spiacente ma insieme componevano una figura indimenticabile a cagione del ribrezzo che ne derivava. Io domandai più tardi a me stesso se la sua somiglianza col busto di cera avesse contribuito a tale effetto. Lo somigliava infatti, se non che i suoi capelli erano neri e quelli del busto di una tinta dorata pallida come li hanno certe ragazze giovanissime che poi gli oscurano invecchiando. Ma dovetti riconoscere che ciò non era, perchè vidi la padrona assai prima che il busto e questo non accrebbe la sensazione disgustosa ricevuta dalla vista di quella, tanto essa aveva subito raggiunto la maggiore possibile intensità. Era una donna alta, asciutta, la fronte spaziosa [pg!64] nettamente incorniciata da due righe di capelli neri appiastrati e grassi per l'unto e scendente al resto del viso senza interruzione, poichè non recava altro segno delle sopracciglia che un leggiero arrossamento della pelle, evidente indizio di pelo biondo o rossastro ed in lei quindi, sicura denunzia di parrucca. Era pallida di un pallore muto e dissanguato che non si coloriva nemmeno sulle labbra e sul quale le rughe apparivano così violente da parere incise per entro tutto lo spessore della carne. Si reggeva imperiosa sul busto sottile di giovinetta e serbava nell'andatura quel vezzo contadinesco che consiste nell'irrigidire leggermente la gamba appena fatto il passo, locchè dà una scioltezza saltellante a tutta la persona. I suoi modi, l'atteggiarsi, le parole e sopratutto gli sguardi tradivano un proposito sempre presente di parere disinvolta, ed insieme una dolorosa e puerile timidità. Appena fissata chinava gli occhi con una espressione rapidissima di sbigottimento e li risollevava di scatto per piantarveli in viso, tesi e corrucciati dallo sforzo. In casa attendeva a tutte le faccende, non avendo domestica. Mentre cenava era un continuo salire e scendere dalla cucina alla camera da pranzo; le sue scarpe di panno non facevano scricchiolare pure un gradino della scala nè una tavola del corridoio, di [pg!65] modo che appariva improvvisa come un fantasma. In fin di cena avendo io avanzato mezzo il vino della bottiglia, essa, venuta a sedermisi accanto, ne versò due dita in un bicchiere e volle toccare con me augurandomi (Dio che orribile sorriso!) l'amore fedele della mia donna.
Come fui in letto ed ebbi spento il lume, dopo lo sbattere di qualche uscio e lo stridere di qualche chiavistello, tacque nella casa ogni rumore di esseri viventi; solo saliva dal basso un mormorìo sordo e continuo, che sulle prime attribuii al torrente vicino. Ma a mano a mano che tendevo l'orecchio per accertarmi della sua essenza mi persuadevo che non era rumore d'acqua. L'acqua dei torrenti montani non manda il suono eguale che sogliono i larghi fiumi delle pianure; a volte leva la voce, a volte l'affievolisce, di quando in quando sembra mutare di letto e precipitando per nuovi dirupi schiaffeggiare delle roccie non mai prima bagnate, poi torna al corso di poc'anzi se non che ad un tratto diresti che apra dei gorghi improvvisi e vi si sprofondi borbottando. Talora la sua voce è così fioca che pare silenzio; allora occorre un atto determinato della volontà per udirla e quando l'odi credi discernere nel grave suono i suoni minuti di ogni onda e di ogni goccia e l'illusione è così perfetta che ti domandi se non piove. Il mormorio che sentivo [pg!66] era invece senza fine eguale, non si allargava in ondate per l'aria, non mi giungeva pei vetri della finestra; saliva insidioso su per le muraglie della casa e usciva certo da un luogo chiuso e profondo. Che fastidio mi dava! Accesa dagli insoliti spettacoli di quella sera: la valle stretta e desolata, il paese deserto, le case mute, le finestrucole rischiarate da una luce bianca di fuoco fatuo, l'osteria fredda e vasta come un convento e il racconto dell'infanticidio e quella donna e quel viso di cera morto che mi aveva fatto spegnere il lume perchè non ne reggevo la vista; la mia fantasia creava immagini di una realtà spaventosa. Tutte le paure infantili, tutti gli orribili racconti di cui mi ero compiaciuto in passato, tutti gli errori vinti, tutti i terrori fantastici che torturano la mente in seguito a qualche lutto domestico, tutte le viltà dell'anima, tutte le infermità dell'intelletto, insorgevano confusamente, rabbiosamente contro i consigli della ragione e la debellavano. Non c'era verso che potessi durare per la via delle spiegazioni semplici ed ovvie, che anzi ragionavo il mio errore con una pacatezza sofistica della quale, pure avvertendola, non mi sapevo liberare. Messo in sospetto di fatti anormali, mi ripugnava, come cosa contraria alla mia dignità, riconoscere da cause ordinarie lo smarrimento in cui ero caduto; [pg!67] non mi domandavo già: Donde viene tale mormorio? ma bensì: Perchè tremo tutto e sudo freddo? e cercando di proporzionare i fatti alle sensazioni anzichè queste a quelli, aggravavo sempre di più lo stato morboso da cui intendevo levarmi.
Nella febbre che mi agitava, credetti persino che il mormorìo provenisse dalla campana di vetro posata sul canterano, che fosse un filo di voce uscito dalle labbra cadaveriche di quel mostro che vi stava rinchiuso, che le pareti di vetro mi impedissero di discernere le parole e che queste turbinando nel poco spazio serrato perdessero accento e cadenza per convertirsi nel suono lugubre e confuso che mi atterriva.
Accesi il lume.
La stanza aveva due usci; uno metteva nel corritoio e l'altro in un camerone attiguo, vuoto. Mi levai, posai la candela nel vano di questo secondo uscio, mi precipitai al canterano, presi la campana col suo piede fra le braccia: i ricci biondi agitati ballarono sinistramente sul viso terroso, spolverandone i rilievi; la cuffia cannellata tremò tutta ed io portai correndo il mio grottesco fardello fino all'angolo più discosto della camera vuota. Con quante cautele lo deposi a terra! Se la campana, l'unico e fragile ostacolo che mi difendeva da quel cadavere mutilato, [pg!68] si fosse infranta, sarei morto di paura. Poi tornai rinculoni alla mia stanza, chiusi l'uscio a chiave e mi sentii sollevato.
Ma il mormorìo seguitava.
Apersi la finestra. La brezza gelida della notte mi rincorò; d'altronde il rumore naturale dell'acqua corrente, tornò a parermi per un momento la sola causa delle mie paure. Ma quando il freddo m'ebbe fatto rinchiudere i vetri, ecco di nuovo salire, rasente i muri la nota bassa, grave, la nota umana che mi atterriva. Allora mi vestii alla meglio ed uscii nel corritoio. Le tavole avvezze ai passi muti delle scarpe di panno, scricchiolavano e gemevano come nuove nel morto silenzio della casa. Infilai la scala. Le porte delle stanze al primo piano erano tutte spalancate e per la bocca rischiarata sugli orli mostravano profondità oscure piene d'insidie. Passando, la mia candela gettava sprazzi di luce sui mobili e improvvisava forme fantastiche. Di quando in quando sostavo per avvertire il mormorìo, a volte lo perdevo, ma fatti pochi passi tornava a colpirmi insistente, monotono come prima.
Giunsi al piano terreno. Nella cucina biancheggiava un chiarore, smorto, diffuso, meno intenso che il riflesso delle nevi nelle notti serene d'inverno, immobile come le luci il cui centro è [pg!69] lontano. Il mormorìo invece era vicinissimo ma la sua causa durava misteriosa, anzi era accresciuta di mistero.
Risoluto a scoprirla, spensi il lume a fine di guidarmi col chiarore che avevo offuscato. Esso proveniva da un immenso camino dalla larga cappa sporgente che teneva tutta la parete di fronte all'entrata. Sotto la cappa, nel muro di fianco si apriva un usciolo basso e stretto che metteva ad una di quelle camerette che in Piemonte chiamano Peilo.
Là rischiarate da una lucerna ad olio appesa alla parete, stavano due persone: la padrona dell'osteria ed un vecchio di forme atletiche, questi abbandonato su di un inginocchiatoio in atto di grande sfinimento, quella ritta in piedi daccanto a lui, con un libro in mano che teneva levato all'altezza della lucerna per vederci. Tutti e due mi voltavano la schiena. La donna terminava allora di leggere l'ultimo mistero doloroso al quale seguiva la fila delle Ave Marie e dei Pater che essa recitava con voce chiara e con misurata lentezza, mentre il vecchio li masticava confusi, come avesse la lingua tarda e spessa e la bocca bavosa. Alla filza delle Ave Marie, seguirono il requiem e le litanie della Madonna che apparivano dedicate a qualche determinata persona, poichè il ritornello ribatteva sempre: ora [pg!70] pro eo, ora pro eo.—A volte, la voce del vecchio raggomitolato nell'inginocchiatoio accennando a spegnersi, la donna levava la sua, dandole non so quale accento autoritario, così imperioso che tosto l'altra si studiava di farle eco con docilità.
Dopo l'ultimo Oremus, la vecchia senza rifiatare intonò il Miserere, ma l'uomo si levò in piedi barcollando e disse:
—Ho sete.
La donna gli pose una mano sulla spalla premendovi finchè non l'ebbe rimesso ginocchioni; ma oramai era sola a pregare; l'altro, briaco fradicio, pareva dovesse abbisciarsi e ruzzolare in terra ad ogni momento.
La vecchia lo scoteva, lo sollevava, lo reggeva, lo stimolava con pugni e tornava sui versetti già recitati per farglieli ripetere parola per parola:—Voglio salvarti, voglio salvarti tuo malgrado, contro di te.
E lo chiamava con parole di vituperio, lo guardava coll'occhio fosco, ardente, saettante uno sprezzo mortale ed una inesorabile fermezza. E il vecchio, dominato, quasi snebbiato da quegli sguardi, balbettava finchè questi lo tenevano soggiogato, balbettava parole latine informi e slabbrate, ed appena essa metteva gli occhi sul libro, si accasciava e taceva un'altra volta. A un punto [pg!71] parve volersi rivoltare, urlò un Cristo battendo un gran pugno sull'inginocchiatoio ma non si resse e ricadde. Un'altra volta allungò la mano verso una bottiglia (certo una bottiglia d'acquavite) posata lì presso su di un tavolino a mezza luna, ma la vecchia fu più lesta a ghermirla e gli disse:
—Prega prima, dopo berrai.
Egli le si rivolse supplichevole, giungendo a stento le mani colle mosse esagerate e violenti degli ubriachi ed essa senza badargli ripigliò l'inno, grave, immobile, lasciando piombare ogni parola come una minaccia e contentandosi oramai dell'assentire che l'altro faceva col capo e del grugnito che mandava frettoloso alla fine di ogni versetto, per non essere colto a tacere.
Terminato il Miserere la donna gli versò mezzo bicchiere d'acquavite e glie lo porse:
—A domani, ricordati, ce ne sarà dell'altra.
Egli tracannò d'un getto tutto il liquore e disse beato:
—Buono! Buono! Com'è buono!
Poi la donna lo prese per un braccio, staccò la lucerna dalla muraglia e tutti e due mossero per uscire. Io mi gettai nell'angolo oscuro del focolare, li vidi traversare la cucina, sentii tirare il chiavistello della porta di fuori e una canzonaccia rauca e trascinata mi annunziò che [pg!72] il briaco era all'aperto nel gran silenzio notturno della via.
La vecchia tornò indietro mi ripassò davanti una seconda volta senza vedermi, riappese la lucerna alla parete e si abbandonò sull'inginocchiatoio in atto di dolore mortale senza lacrime.
Quando risalii nella mia stanza il mormorio era cessato, ma non potei chiudere palpebre in tutta la notte. Io mi sono fitto in mente che la padrona dell'osteria vada espiando così coll'antico amante e complice, l'antico dolce peccato e il delitto d'infanticidio di che il tribunale l'aveva assolta per difetto di prove; che essa attiri l'indurito briacone alla preghiera, colla promessa di abbondanti libazioni, che gli affretti la morte in questo mondo per assicurargli il perdono e la salvezza nell'altro.—Ma io sono un romantico impenitente e forse calunnio quella disgraziata.
[pg!73]
[LA MINIERA DI COGNE]
n val di Cogne presso il Gran Paradiso, che è il maggior gruppo di montagne interamente italiano, c'è una delle più ricche miniere di ferro di tutta Italia. Delle più ricche, non delle più produttive, perchè mentre il minerale vi si trova quasi allo stato nativo, il suo giacimento è in posizione così elevata e così discosto dalle strade carreggiabili da renderne disagevole e costosissimo l'esercizio. Perciò, deluse più volte le speranze e stancata la costanza dei suoi cultori, abbandonata e ripresa secondo fioriscono o stagnano le altre industrie paesane, la miniera di [pg!74] Cogne, che sarà un giorno la prima ricchezza di quei luoghi, è ora il segno a cui riconoscerne gli alterni gradi di miseria, l'ultima disperata risorsa nelle annate cattive.
Collocata pressochè in cima di una montagna chiamata la Creia, gli alpigiani vi salgono per un interminabile sentiero fra boschi e prati, e ne scendono, anzi ne precipitano i carri del minerale per una stradaccia spaventosa, simile ai canaloni che i grossi massi incidono rovinando per l'erta e squarciando il terreno.
Il luogo ha l'austera bellezza dei bei luoghi alpini. Ai piedi, nella valle quieta e verde, la chiesa e gli sparsi casolari di Cogne: dirimpetto, la mole del Gran Paradiso e le ghiacciaie della Tribolazione, a sinistra la scogliera color di rame della Nouva, a destra la Grivola curva e tagliente come una scimitarra, e dove la valle di Cogne scende in quella d'Aosta, laggiù nel fondo lontano, irradiante splendori, la vetta sovrana del Monte Bianco.
La miniera di Cogne non spinge gallerie nel monte e non vi affonda pozzi; non è oscura nè afosa. La vena essendo a fior di roccia questa è scavata a grotta colla bocca smisurata aperta al sole. Dal prato si vedono gli atteggiamenti e i movimenti dei minatori. Nella grotta spaziosa e chiara, ogni operaio attacca la roccia a capriccio [pg!75] dove le asperità e le screpolature prodotte dagli scoppi del giorno innanzi, danno più facile presa al piccone o agevolano l'azione dello scalpello, dove non batte il sole o cala il vento o sporgono scaglioni o non stagnano acque. A misura che la caverna va internandosi, allarga la bocca e inghiotte più aria e più raggi. La montagna assalita in poco spazio in varî punti, mostra tutte insieme le sue immani ferite, le pareti scabre gettano ombre e spezzano raggi, hanno faccie lucentissime di diamante e fenditure sottili come tagli di lama affilata. Gli assalitori, tutti in vista, danno per il numero l'idea di un accanimento rabbioso, di una smania di farla presto finita; mentre altrove la disciplina li assimila a macchine, qui la libera elezione del punto dove percotere fa apparire l'opera di ognuno quale essa è veramente, volente e cosciente: essi sanno dove la gran vittima inerte ha la fibra meno tenace, dove un sol colpo più squarcia e più ne morde le viscere e quivi infuriano a mazzate che li fanno gemere, che fendono l'aria sibilando, e ad ogni colpo, lo scalpello respinto dalla durezza del fondo erompe crocchiando dall'unta petrosa guaina.
La mattina il sole vi giunge tardi.—La caverna puzza ancora di polvere per le mine scoppiate la sera innanzi: i guazzi stagnanti nel fondo [pg!76] hanno una crosta di ghiaccio anche nei giorni della canicola. I minatori smarriti nella penombra invernale si confondono colla roccia, sembrano macchie grigie sul fondo grigio; l'uniformità del colore attenua la violenza dei movimenti e li fa parere pigri come di persona intirizzita. A quell'ora il lavoro sa di pena, una pena lunga ed oscura che sconti qualche grave colpa tenebrosa. Martellano in silenzio: questi solitari a colpi di piccone, quelli appaiati reggendo uno colle due mani il ferro da mina e l'altro affondandolo a mazzate. A vederli dalla bocca della grotta, i loro movimenti hanno una rigidità automatica. A ogni colpo di mazza, quegli che regge il ferro, abbassa le palpebre e gira di fianco la testa come fanno i malinconici magot chinesi, e l'atto è così normale, e combina con tanta precisione col piombare della mazzata che par di sentire scricchiolare il congegno che lo produce.
L'alba li raccoglie e l'aurora li trova al lavoro. E via per dell'ore, muti, instancabili, senza un minuto di posa, perchè il gelo non incolli loro alla pelle la camicia inzuppata di sudore. Intorno, la montagna è deserta. Le mandrie del vicino casolare cercarono i pascoli soleggiati e da quelli mandano ai reclusi lo scampanellare dell'accordo e i muggiti dati al cielo aperto e ai rinascenti tepori. Come tarda il sole! Sulla [pg!77] montagna di rimpetto, le cime le roccie, i nevati, le ghiacciaie, le foreste, ne ridono tutte e si scaldano e fumano di vapori mentre là nell'antro impigrisce il crepuscolo mattinale e i colpi delle mazze d'acciaio battono i minuti delle ore eterne. Gran cammino e grandi faccende deve fare il sole prima di giungere alla miniera! Deve scendere passo passo la costa orientale della montagna dirimpetto, calarsi per le ghiacciaie, filtrare nel fitto delle pinete, incidere le forre, inargentare i neri dirupi. Poi, come la valle lo attira, deve cercarne il fondo, accendere come un faro la punta del campanile, increspare i raggi sul tetto della chiesa tutto ondato di muschi, nelle case che gli protendono la facciata petrosa rigare di strisce dorate il buio afoso delle stanze e fare incandescente l'acqua del fiume che la notte lasciò grigio ed opaco e suscitare faville e colorire iridi nelle cascate. E poi ancora, inerpicarsi su per l'erta occidentale della Creia e toccarne la cima quando già da per tutto è vinta la mattutina temperanza di vapori. Allora, quando il primo filo luminoso orla il margine dell'altipiano dove giace la miniera e sembra una biscia lunghissima che lo fasci, i minatori smettono l'opera dopo cinque ore di fatica e lasciano la grotta per sdraiarsi sfiniti nella piena luce del sole.
[pg!78] D'allora in poi la giornata è gaia e l'opera lieve. Col sole entrano nella caverna i canti, le risa, le chiacchiere che ingannano la fatica e la lena che la sostiene. E come un quotidiano rifiorire di primavera, e un quotidiano rinnovarsi di giovinezza. Gli operai ne hanno stenebrata la mente e rinvigoriti i muscoli. Allora il lavoro diventa verboso; l'aria intepidita concede le soste riposatrici; la luce, rilevando le asprezze della roccia, mostra quanta sia l'opera compiuta, scrive quasi sulle pareti il còmpito della giornata. E via a picconate sulle creste sporgenti; le scaglie volano per l'aria e vanno fuori ad uccidere qualche erba fiorita, i massi rotolano nelle pozze squagliate del fondo e spruzzano intorno i vicini. Tra un colpo e l'altro, vanno e vengono da un capo all'altro della grotta, come spola attraverso il telaio, le arguzie ed i motti salati; ogni atto, ogni gesto, la durezza della roccia, gli strumenti del lavoro diventano argomento di osservazioni grottesche ed oscene, termini di paragone che mettono capo agli erotici misteri della cronaca paesana. Trilla per l'aria qualche brandello di canzone riportata da lungi dal reggimento: cadenze di tarantelle napoletane che vanno a morire nelle gravi nenie di una complainte valdostana.
La mandria è tornata al pascolo vicino. Di [pg!79] quando in quando una mucca domestica viene a piantarsi sulla bocca dell'antro e guarda cogli occhioni giudiziosi la dura opera dei minatori. Guarda scodinzolando e medita seco stessa quale possa essere la ragione di quel grande affannarsi che vede e quando l'ha trovata, protende il muso e lancia ai barbari che struggono la montagna un muggito di rimprovero, come a dire: vergogna! vergogna!—Poi torna nella sua saviezza al pasto odoroso che non le costa fatica. Così passano le bianchezze meridiane, finchè il sole ripaga la grotta del suo tardo apparire.
Adesso tocca alla montagna dirimpetto, il cruccio dell'ombra e l'invidiosa vista dell'altrui splendore. Sulla sua costa orientale le ghiacciaie allividirono; le navate della foresta videro acciecarsi i grandi occhi lucenti che le rischiaravano; le forre, colme di tenebre, si livellarono ai fianchi; i dirupi argentati ripresero la tinta nera e giù nella valle si spense il faro del campanile, e la chiesa, le case, il fiume rimpiccioliti si immersero nella notte. La Creia intanto dà la sua faccia gloriosa al sole e la grotta rosseggia di una luce infernale. Dal corpo dei minatori s'allungano sulle pareti e salgono fino a mezza la vôlta, grandi ombre mobili che hanno atteggiamenti e movimenti di gigante. Questa volta la montagna è alle prese coi ciclopi e la battaglia infierisce [pg!80] furibonda. Le ciarle tacquero di nuovo, e le risa e le canzoni; nessuno più guarda l'opera dei compagni nè medita la propria. Martellano accaniti, sicuri di ogni colpo, i muscoli tesi, raccogliendo nel braccio tutta la forza vitale, le guancie e gli occhi accesi di una collera cieca. Il lavoro non sa più di pena, la lotta inferocita è premio a se stessa. L'inerte nemica deve cadere stritolata; si spianerà il suo dorso, ostacolo al sole mattutino, verserà dalle piaghe le ferree viscere, darà alle officine della valle e da queste ai campi ed al mare i tesori che trafugò, avara, sulla vetta aspra e lontana.
A un punto tutti fuggono a precipizio, come sbaragliati e riparano sbandandosi dietro i grossi massi sparsi per la costa. Segue un silenzio ansioso, grave di imminente rovina. Poi la caverna manda un ruggito spaventevole e vomita, come un cratere, vortici di fumo.—Gli operai accorrono contenti a considerare le squarciature della mina, e dal nuovo aspetto della grotta ricavano l'oroscopo di un agevole od ingrato còmpito per l'indomani.
A sole caduto, la Creia è muta come un deserto.
***
L'opera più grave e veramente terribile è quella di calare il minerale fino al basso della [pg!81] valle. Ne colmano certi cassoni quadrati che posano sulle sbarre di una slitta. Un peso enorme, ma la strada si avvalla così scoscesa, che a mettere la slitta al sommo del pendio, la gola aperta ne farebbe una boccata. Perciò altro non occorre che guidarla perchè non piombi e disperda il carico. Se la miniera fosse in continuo esercizio, correrebbero giù per la china i grossi tubi capaci d'inghiottire in un'ora il prodotto di ogni giornata; ma chi arrischia spese durevoli nell'alterna vicenda degli abbandoni e delle riprese?
La strada non è che un gran solco lungo la costa. Seguendo il principio che la linea retta è la più breve che possa correre fra due punti, essa sdegna gli addolcimenti dei rigiri e si avventa a valle diritta come una frecciata. Se non che di quando in quando la costa rompe in precipizi smisurati e allora la strada che piombò a perpendicolo fino sul margine dell'abisso, fa una svoltata improvvisa ad angolo retto, orla il sommo del dirupo e risvolta verso il basso appena trova una pendenza che basti a starci ritto un uomo avvezzo alla montagna. Messo per quella china e spinto dalla slitta carica, un mulo ne avrebbe, al primo viaggio, rotte le gambe e fiaccato il filo delle reni; perciò vi attaccano uomini che per bestie da soma sono meno costosi. A ogni [pg!82] mulo morto, corrono marenghi, ad ogni uomo morto, basta una croce di legno e un De-profundis.
Io non credo si possa immaginare, non dico un lavoro, chè la parola è troppo mite ed onesta, ma un supplizio peggiore di quello che sopportano quei disgraziati. I grossi pesi macinarono il suolo sassoso, cosicchè vi si affonda fino al ginocchio in una polvere nera, finissima che soffoca, accieca e morde la pelle.
I portatori si attaccano alla slitta appoggiando la schiena al cassone colmo di minerale: abbrancano solidamente le due sbarre, irrigidiscono le gambe e si slanciano nella voragine. Il loro corpo fa, precipitando, una linea quasi orizzontale, quasi parallela al terreno, tanto che, la palma del piede non tocca mai la terra; vi affondano invece il calcagno e menano le gambe rigide come stantufi.—A mano a mano che scendono, la corsa invelocisce; il peso gravissimo, che al piano non smoverebbero in quattro, li schiaccia e li travolge, l'abisso li attira: sentono nelle orecchie l'uragano delle corse sfrenate e ai polsi il martello del sangue sbattuto; hanno negli occhi la visione lampeggiante della vertigine e nelle fauci il picchiettare della polvere filtrata attraverso le labbra e i denti serrati. Vanno colla brutale inerzia della gravità, angosciosamente [pg!83] intenti alle croci di legno che segnano le svoltate. Ma quelle croci, non sorgono per indicare il cammino, bensì per consacrare il punto donde altri prima di loro piombò nell'abisso smisurato, donde essi piomberanno un giorno, forse oggi stesso, forse fra pochi istanti.
Così la massa informe rovina a valle, e quando vi giunge, l'uomo par moribondo. Scaricato il minerale e ripreso fiato, eccolo un'altra volta su per l'erta, tirandosi dietro la slitta.—Fanno per lo più due corse al giorno, ma non durano un pezzo al mestiere.
***
Io feci una volta con parecchi amici l'esperimento di quei veicoli. La salita fino alla miniera era durata quattro ore di buon cammino: ne scendemmo in venti minuti. Ma non ci tornerei, nè consiglio ad altri la prova. Pericolo vero non c'è (la slitta carica di quattro uomini, pareva un fuscello a quell'Ercole avvezzo a reggerla carica di ferro), ma c'è l'esagerata apparenza del pericolo, locchè, lì per lì, è la stessa cosa. Non mi riesce di ricordare nè l'aspetto delle montagne intorno, nè quello dei punti più paurosi, nè l'impressione ricevuta dalla velocità, nè di darmi giusto conto di questa. Rammento [pg!84] invece, per quanto fu lungo il tragitto, lo stato disgustoso dell'animo mio e l'immobilità e il silenzio di tutti.
E rammento pure che giunti al fondo, avevamo tutti le mani, il viso, il collo, neri come carbone e grigio di polvere, malgrado le vestimenta, il resto del corpo, e che per tornarci al pristino colore, ci vollero tre giorni di frequenti ed abbondanti lavature.
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