GUIDO DA VERONA

LA VITA COMINCIA DOMANI

ROMANZO

Ottava Edizione — Dal 106º al 155º Migliaio

R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE

MCMXX

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PROPRIETÀ LETTERARIA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi

Stab. Tipo Lit. FED. SACCHETTI & C. — MILANO — Via Zecca Vecchia, 7

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I

Nella grande loggia vetrata che si apriva a pianterreno della villa verso il giardino fiorito Maria Dora entrò, più fresca e più gioconda che la primavera, portando sopra un vassoio d'argento le chicchere del caffè mattutino. Da un braccio le pendeva ripiegata una lunga tovaglia di colore; coi denti umidi mordeva il gambo d'una rosa, vermiglia come la sua bocca.

Era mattina di primavera, limpida e gaia, con profumi d'oleandri che si mettevano in fiore. Stormi di rondini, balenanti nell'azzurrità come turbini di api nere, assalivan la grondaia sovraccarica di nidi e sì l'accerchiavano coi loro spessi voli, che l'aria, tra quel saettamento, pareva tingersi d'un color di nuvolato nella fiamma del mattino.

Maria Dora trascinò verso il mezzo del colonnato una piccola tavola in vermena di vinco, e, spiegata la tovaglia, cantarellando cominciò ad apparecchiare. Suo padre, Stefano, in giacca di frustagno, ritto sul margine d'un'aiuola discuteva gesticolando con il fattore Mattia.

Una doppia scalinata di cinque gradini scendeva da un lato e dall'altro della veranda pianamente nel giardino; su la duplice balaustrata e lungo il davanzale invetriato correva una spalliera di geranio rampicante, che, salito per lo zoccolo del muro, lanciava [pg!2] in alto come un'ondata la straordinaria sua fioritura, poi, curvandosi, buttava sino a terra un magnifico mantello di broccato, colmo nelle sue pieghe d'innumerevoli fiori; leggeri alcuni e tenui come arabeschi di filigrana, che li moveva il più sommesso vento, altri così grevi e soffici che ricadevano per il soverchio peso, come fiori tramati in una stoffa o ritagliati a forbici nella foltezza di un meraviglioso velluto.

Questa grande spalliera di gerani era l'amore e l'orgoglio di papà Stefano, che vi prodigava tutte le sue cure.

Dallo sterrato innanzi alla casa il viale, sparso di ghiaia, si cacciava senza nascondersi entro un piccolo bosco di bambù; snodava le sue curve tortuose per il pendìo dei giardino, poi, rompendo fuori da una macchia d'alberi e fiancheggiandosi d'un pergolato, scendeva diritto al cancello verso la strada campestre.

Rapidamente, con le sue mani svelte, la fanciulla ordinò le chicchere sul tavolino. Da poco erasi levata in quel mattino ilare; aveva indosso un buon odore d'acqua di lavanda e di cipria fina; i capelli dorati le splendevano della recente acconciatura; portava una gonnella corta con sopra un bel grembiule merlettato.

Seduto in un angolo della loggia, il suo fratello più che ventenne, Marcuccio lo scemo, scriveva a matita velocemente, con una specie di frenesia, tenendo il quaderno su le ginocchia sollevate e standovi sopra curvo, in attitudine di gran fatica. Un passo lontano da lui, sovra una seggiola di paglia, era il suo logoro violino e v'erano i suoi grossi gomitoli di lana, coi ferri da calza, poichè scrivendo, sonando e facendo la calza egli occupava la monotonia delle sue lunghe giornate.

— Uh!... Marcuccio, come lavori!... — fece Maria Dora, guardandolo. Ma lo scemo, lunatico, scrollò le spalle e non rispose.

Ora nel giardino papà Stefano redarguiva con voce burbera il fattore; questi l'ascoltava pieno di rispetto, [pg!3] ma insieme con quella cert'aria cocciuta e ironica che sanno avere i contadini.

— Insomma, vi dico, Mattia, che se Giannozzo ha rotto l'aratro, è lui che se lo deve pagare. Il contratto colonico parla chiaro: danni di cascinali e d'attrezzi a carico dell'affittuario. Io non so nulla! Ha firmato... non doveva firmare.

Maria Dora, che l'ascoltava dal loggiato, ruppe in un trillo di riso. Stefano si volse:

— Che hai tu, farfallina?

La fanciulla battè insieme le mani, quasi per dileggiarlo, e scappò via. Stefano concluse:

— Dunque non voglio saper nulla! Ditelo chiaro e tondo a Giannozzo da parte mia.

— Va bene, signor Stefano, lo dirò... solamente...

— Solamente cosa? Che altro c'è ancora?

— C'è questo: Giannozzo dice che, se lei rifiuta, vorrebbe allora parlarne con suo genero, con il signor Giorgio direttamente...

— Ah, sì? — l'interruppe Stefano gonfiandosi di sdegno. — Cosa vuol dire questo «direttamente?»

Nell'agitarsi diede un calcio all'annaffiatoio, che aveva presso e lo capovolse. Poi alzò la voce:

— Chi comanda qui sono io! Lo sappia Giannozzo e sappiatelo anche voi: chi comanda sono io!

— Benissimo, signor Stefano, — costui rispose con molta umiltà.

Dunque andate alla cascina e dite a Giannozzo che se l'aratro è rotto... in qualche modo si provvederà. Non faccio alcuna promessa, intendiamoci!... Ma dico soltanto che bene o male si provvederà.

Stefano gli volse le spalle, scese alla vasca, riempì l'annaffiatoio, e tornato verso la spalliera di gerani, cantarellando ne mondava i fiori.

— Uh, la la... dormono ancora tutti come talpe stamattina! In questa casa si dorme come talpe... la... la... come talpe... uh, la la... E Giorgio sempre peggio! Voglia il cielo ch'io m'inganni, ma vedo che se ne va... uh, la la...

[pg!4] Maria Dora saltò fuori dai loggiato:

— Che avevi, papà, da gridar tanto?

— Ah, sei qui fanfaluca? — Poi le mostrò l'orologio: — Sai che ore sono?

— Quasi le otto, papà.

— Appunto, — egli rispose, contraffacendo la sua vocina: — Quasi le otto! le otto meno cinque minuti, e non c'è nulla di pronto ancora!

Poi salì verso il loggiato:

— Ogni giorno ci si leva più tardi, eh? Si prendono tutti i vizi, quando si esce dal convento!

Maria Dora gli si avvicinò, smorfiosa come una piccola bimba, la quale non temesse tuttavia quel suo padre accigliato.

— Benissimo!... vediamo un po': grembiuli di pizzo, ricciolini... cipria!... scommetto che ti dai anche la cipria!

Maria Dora gli tese la guancia, ma tenendosi un po' discosta per non lasciarsi toccare:

— No, papà; guarda: è naturale...

Ed egli minaccioso:

— Bada che se ti scopro, sai!... La cipria è la farina del diavolo. E poi si diventa curiose anche! Si vuol mettere il nasino dappertutto! Si vuol sapere perchè gridavo con Mattia... Fra poco la padrona della casa sarai tu.

— Oh, io lo so perchè gridavi! Per l'aratro di Giannozzo... Io l'ho veduto: è tutto guasto. Compragli un altro aratro, papà, al povero Giannozzo!

— Tu mischiati de' tuoi libri e delle tue matasse! Queste cose non sono per te. Ora chiama Novella e vedi se la mamma s'è levata.

— La mamma è in cucina che sorveglia il caffè, se no la Berta, scioccona, lo lascia versare. Novella prendeva il bagno poco fa. Ma c'è uno che dormirebbe, e come dormirebbe! se non l'avessi svegliato io.

Ella si prese fra le dita i due lembi del grembiulino e fece una piccola riverenza:

[pg!5] — Voglio dire Andrea... il professor Andrea!... il signor Andrea, l'uomo celebre!

— Ah, e tu l'hai svegliato?

— Almeno suppongo; perchè sono passata cinque o sei volte nel corridoio, davanti alla sua camera, cantando a squarciagola. Poi ho anche picchiato, poi ho anche messo la testa dentro... — soggiunse con un atto di pudore.

— Oh, pettegola e svergognata! — esclamò il padre, nascondendo nella minaccia un sorriso. — Pettegola e svergognata! Dunque tu metti la testa nelle camere dei giovinotti?

— Bah... i giovinotti! — ella interruppe, con una specie di commiserazione. — Avrà quarant'anni!

— Trentasei o trentasette, signorina; non più.

— Ma è brutto!... non ti sembra, papà, che sia molto brutto? — interrogò Maria Dora, con l'aria di non crederlo affatto. Poi, sogguardando con civetteria dal volto chinato:

— È vero — domandò con una voce piena d'insidie, — è vero che tu e la mamma vorreste darmelo per marito?

Il padre, con uno scatto, si guardò intorno esclamando:

— Silenzio! Cosa dici mai!

Seduto in un angolo del loggiato, il suo fratello Marcuccio scriveva, scriveva.

— Cosa dici mai? Fa che Andrea ti senta! Non è vero, signorina; non è affatto vero! Chi può pensare che un uomo come Andrea, un uomo serio, uno scienziato di così gran nome, voglia sposare una pettegola come te? Non farti nemmeno sentire a dir queste sciocchezze!

Maria Dora piano piano si carezzava il grembiulino, il bel grembiule merlettato che le stava così bene.

— Oh, io, per esser chiari, gliel'ho già detto: sa, signor Andrea? vogliono che lei mi sposi... Le piaccio?

— Guarda mo'! — fece il padre inorridito. E lui?

[pg!6] — Lui ha riso... con quegli occhiacci di gatto notturno che mi fanno paura.

— Ha riso? Bene ti sta!

— Ha riso, ma non ha detto nè sì, nè no... Del resto chi può vantarsi di conoscere quell'uomo? Quando mi guarda ho voglia di scappare. Ma non posso. Anche Mattia dice che ha gli occhi magnetici.

— Mattia è uno scemo.

— Poi, — riprese Maria Dora, senza badargli, — questo grande scienziato è anche un asino, mi pare. Séguita a curar Giorgio, e Giorgio deperisce a vista d'occhio. Novella è rimasta in piedi l'intera notte... povera Novella!

— E ti ricordi che uomo era quando sposò tua sorella?

— Ha sempre tossito, papà; questo me lo ricordo.

— Basta! — fece con un sospiro il padre; — se Dio vuole così...

Poi si volse a guardar lo scemo:

— E tu, Marcuccio, che fai?

— Mio fratello è molto occupato! Non lo disturbare.

— Vespa!... — le gridò il padre, con un gesto come per iscacciarla.

— Ora Marcuccio ne ha trovata una fresca, — riprese Maria Dora. Ogni volta che vede Novella, si mette a ridere e le canticchia sottovoce: Ti ricordi? ti ricordi, sorelluccia, com'erano belle le margherite? — Cosa voglia poi dire, Dio lo sa!

Papà Stefano scosse il capo con maggiore tristezza e volse uno sguardo compassionevole sopra il suo figlio scemo.

Era giovinetto, nel pieno vigore dell'adolescenza, ricco di mirabile ingegno, dedito a studî profondi, appassionato cultore di lettere, musicista oltremodo virtuoso, quando una malattia cerebrale, repentina e violenta, lo ridusse in fin di vita. Guaritone, quasi per un triste prodigio, dell'antico intelletto non gli restò che un barlume fioco, fra le tenebre dell'idiozia.

[pg!7] Or camminava solitario, di camera in camera, nella casa paterna, sempre operoso ed inquieto, come se non potesse rubare un attimo alle urgenti sue fatiche. Era d'alta statura, un po' sbilenco, e gli pesava sopra le spalle cadenti un enorme cranio rotondo, coperto d'una specie di vello rossastro, qua folto e là rado, che lasciava intorno ai padiglioni dell'orecchie un cerchio di calvizie lucente. Atona e d'un color terreo la faccia imberbe, con occhi rotondi, senza ciglia, un po' gonfi, un po' malvagi, aveva la bocca larga, tumida, che per lo più rideva, d'un riso privo di giocondità, discorde come la nota falsa d'uno strumento logorato.

Gli era nella sua demenza rimasto quel desiderio di gloria che accende alle grandi opere gli intelletti sani, e si reputava per uomo illustre, invaso com'era da una mania di celebrità.

Filosofo pensatore, poeta, affastellava senza requie l'una su l'altra grandi pagine cariche di stramberie: aveva nel suo stato demente conservata la mania del capolavoro. Poi, quando il suo cervello era stanco di questa operosa fatica, trattosi da una tasca del suo giubbone il gomitolo di lana, cominciava con una pazienza da monaca ad intrecciare il punto a calza. E ne faceva di lunghe striscie, interminabili, disuguali, come se in quella ruvida lana tessuta raccontasse una storia di sè, una lunga storia tormentosa ed inutile, senza principio e senza fine, per gli ebeti come lui...

Talvolta, nell'ore di maggior lucentezza, quando una fiamma di lirismo traversava il suo povero spirito rabbuiato, o quando più forte pulsavan nella sua carne d'adolescente l'arterie della vita, quando inconsciamente vedeva succedere intorno a sè qualcosa d'insolito, e gli altri o goderne o soffrirne, allora una memoria lontana delle sue musiche dimenticate gli si ridestava nell'attonito cuore, nel vacuo cervello, come se la sola voce che potesse ancor metterlo in comunione con le cose fuggenti, con l'enigma dell'anime altrui, fosse la [pg!8] parola musicata, il trillo della corda sonora, la nota limpida che gli sgorgava sotto l'archetto, che si rompeva bruscamente in una sciocca risata...

E incominciava, sul logoro violino, standovi sopra quasi convulso, ad eseguire una Canzone; la sola che rammentasse fra le musiche un tempo a lui familiari, unica melodia sopravvissuta nella sua morte interiore.

Così pareva che dicesse la sua tetra Canzone:

«Io sono il funerale d'un pover'uomo, — che è morto di malinconia;

«non c'è nessuno che dica un requiem per l'anima mia...

«Non c'è nessuno che mi tessa — una ghirlanda con le sue mani...

«Ahimè!... la campana del Tempo — non dice che «ieri» e «domani».

«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?

«Lo scheletro ride e risponde: — Lontano, lontano, chissà...

«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;

«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani:

«Cammina!... — mi dice ridendo, — la vita comincia domani.»

«Io sono il funerale d'un pover'uomo, — che è morto di nevrastenia;

«non c'è nessuno che mi pianga: neanche l'anima mia...

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«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va?

«Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome l'inutilità.»

«Io sono il fiume senza sorgente, che scorro solo per confondermi nel mare, nel mare, inutilmente...

«Se corri, — mi dice, — si arriva stasera o domani mattina...

«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!

«— Sei stato a una festa da ballo, — mi dice, — con lei che ballava

«leggera, frusciante, leggera, — vestita, pareva, di biondo...

«Perchè, — se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto ballare nel mondo?

«Io sono il funerale d'un pover'uomo, che è morto di misantropia...

«— Sei stato in un letto, odoroso, — con lei che giaceva supina,

«tremante, sperduta, tremante, — nel solco del letto profondo...

«Perchè, — se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?

«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, — e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...

«Cammina: la vita comincia

domani, domani, domani...

[pg!10] Così diceva, o pareva dicesse, la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.

— E tu, Marcuccio, che fai? — domandò il padre, dopo averlo guardato lungamente. Marcuccio, infastidito levò il capo dal quaderno con un riso attonito.

— Ah!... ah!... buon giorno babbo; che vuoi da me?

Parlava con una voce opaca, lenta, come se facesse uno sforzo mentale per trovare le frasi necessarie; nel parlare non variava mai tono, cuciva insieme le sillabe senza inflettere la voce, senza mutare lo sguardo vitreo.

— Che vuoi da me? Non si può mai aver pace in questa casa! Mi si disturba. Ed io non posso perder tempo. Il professore Andrea Ferento mi ha domandato i miei manoscritti per farli pubblicare in città.

Il padre gli battè amichevolmente una mano su la spalla:

— Da bravo, Marcuccio, vieni a goderti un po' di sole.

— Non ho tempo, ti dico; debbo terminare un capitolo.

— Mettiti almeno più presso alla vetrata; lì, nel tuo cantuccio non v'è aria. Al mattino fa bene respirare. E tu, — disse a Maria Dora, — aiùtalo, zucconcella! Prendi quella sedia senza far cadere nulla.

Non appena la sorella fece per ubbidire, e pose la mano sul violino, lo scemo si levò di scatto, iracondo:

— Non toccare, sorellastra! Faccio da me.

— Càspita!... — esclamò la fanciulla, per celiare di quella bizza. E si stropicciò le dita nel grembiulino come se avesse toccato qualcosa di rovente.

Poi disse al fratello, per divertirsi:

— Marcuccio, come ti chiami tu?

Egli la fissò un momento, stando ritto su la persona dinoccolata:

[pg!11] — Io? Mi chiamo il professor Marcuccio; Marcuccio Landi, per bacco! professore d'Università.

E la sorella:

— Bravo, Marcuccio; siedi e lavora. To', lasci cadere il tuo gomitolo... E perchè fai la calza se sei un professore?

— Eh!... certo! quando penso... certo! quando medito faccio la calza... eh!... eh!... Tutti i grandi uomini hanno le proprie fissazioni.

— Maria Dora, lascialo stare, — disse il padre, rattristato.

Ed ecco si udì per la sala terrena il passo ancor veloce di mamma Francesca, la quale apparve sul loggiato, e riparandosi gli occhi dal sole disse: — Buon giorno, bambina!

— Buon dì! — rispose Maria Dora. Poi le corse in braccio, le saltò al collo: — Buon dì!

— Birichina, — comandò il padre, — vammi a prendere la pipa, ora.

Ella corse via con un bel ridere, saltellando.

— Quella piccina è come una coditremola: non sta ferma un momento! — esclamò Stefano.

— Beata lei! Ci mette addosso un poco d'allegria... Che sarebbe la nostra casa ormai, se non udissimo lei cantare?

— E Giorgio come sta?

— Male stamane.

— Si leva?

— Ha detto di volersi levare, ma tuttavia sta male.

Allora Stefano s'avvicinò alla moglie con un certo impaccio, e fattosi grave le domandò sottovoce:

— Dimmi un po', Francesca... è una domanda bizzarra che ti faccio, ma rispondimi con sincerità... Non hai notato nulla, proprio nulla, da qualche tempo?

— Di cosa? di Giorgio?

— No di Novella.

Mamma Francesca s'impaurì di quella domanda, e chinato il viso pallido sotto la corona dei suoi lisci capelli bianchi, mormorò con un fil di voce:

[pg!12] — Che vuoi dire?

— Non hai notato nulla in questi ultimi tempi... in lei, ne' suoi modi, nel suo umore? Un cambiamento? qualcosa di buio, di nascosto... nulla?

— Ah, vuoi dire... ma, certo, è preoccupata del marito.

— No, appunto no!... cioè, sì, è preoccupata... certo è preoccupata di lui anche, ma non solo di lui...

— E allora?... — domandò con timidezza la madre.

— Rifletti bene, Francesca... e specialmente quando viene Andrea... nei giorni ch'egli abita qui...

— Stefano! per l'amor di Dio!

— Non ti spaventare; faccio una domanda; posso bene ingannarmi. Noi vecchi si osserva molto, e volevo sapere se non hai proprio notato nulla, anche tu...

— Ma sì, qualcosa...

— Sst!.!.. c'è Dora.

— Ecco la pipa! — ella esclamò entrando. — La tua preziosa pipa! È nera e puzza come concime... Brrh!... adesso vado a sciacquarmi le mani.

E di nuovo scappò via farfalleggiando, vivida come uno zampillo di fontana. In quel mentre apparve sul loggiato la sua dissimile sorella, ravvolta nel chiarore del mattino che l'adornava come un bel manto. Ferma sul limitare, si compresse le due mani al petto esclamando: — Che notte! Mio Dio, che notte!

La sua bellezza era turbata e turbava, quasichè nel guardarla, od anche nel passarle vicino, accadesse per una colpa involontaria di pensare alla sua nudità. Non era bella soltanto, ma polverosa di lussuria come di pòlline un fiore, immersa e vivente nel cerchio d'una atmosfera sensuale, percorsa dalla propria bellezza come da un brivido di piacere che lentamente le invadesse ogni vena.

Il suo corpo sembrava tendersi naturalmente all'atto voluttuoso dell'amore; ogni movimento la denudava un poco, il gesto più lieve delle sue mani pareva [pg!13] incominciasse una carezza: negli occhi aveva quel colore indefinibile che nasce dal godimento, nella voce soave alcune di quelle inflessioni torbide che sono il respiro più profondo e più sommesso della voluttà.

La capigliatura soverchia, d'un colore tra il fulvo ed il castano, le oscurava e raggiava la fronte, ravvolgendosi poi senz'artificio in un viluppo voluminoso, che talvolta la costringeva, quasi l'affaticasse, a piegare indietro la testa, con un moto soavissimo, nel quale appariva scoperta come una limpida nudità la gola bianca. I suoi capelli eran pieni d'un'ombra luminosa, d'un foco buio, quasi avessero due luci, come le foglie dei tralci vendemmiati, quando, asperse di rugiada mattutina, brillano, d'autunno, al sole.

Ella disse ancora: — Che notte! Giorgio è stato male. Fino alle quattro non ha chiuso occhio; poi, nel sonno, delirava. Non sapendo più che fare, ho chiamato Andrea... Mamma mia, che notte!

Era vestita con eleganza, di tutte cose finissime, che forse, in quella semplicità campestre, parevano assai ricercate.

— Figlia mia, — disse la madre, — ti stanchi troppo... Finirai con ammalarti anche tu. Prendiamo dunque una infermiera.

— No; Giorgio non la vuole. Non vuole altri che me, poi si dispera se mi vede affaticata. Dice che debbo vivere, perchè son giovine ancora, mentre a lui non resta che morire... Oh, le cose che dice la notte, quando siamo soli... — Fece una pausa, e con un atto quasi religioso incrociò le mani aperte al sommo del petto, presso la gola, che un respiro turgido sollevava. — Ora, — soggiunse, — discenderà. Ma non ditegli nulla, vi prego, perchè non vuole si sappia quando sta male.

Poi camminò verso l'invetriata e si sporse, guardando nel mattino chiaro, verso le cose libere, che vivevan splendenti nella beatitudine del sole; tese le braccia con un atto fervido, esclamando: — Che bel sole! che bella primavera! Non vai a caccia, papà?

[pg!14] — Aspetto Maurizio. Stamattina è in ritardo.

Allora ella si volse a Marcuccio:

— E tu, Marcuccio, lavori?

— Certo, scrivo. Non sono uno sfaccendato come voi. Lavoro e scrivo tutto il giorno, come il professore Andrea Ferento.

— Bravo, Marcuccio, — disse Novella mansuetamente; — allora non ti disturberò.

Lo scemo riprese la pagina interrotta. Ma poi, di sùbito, volse il capo verso la sorella con un riso ebete:

— Sorelluccia... — esclamò.

— Che vuoi?

— Ti ricordi?

— Di che?

Allora egli mise nella voce un'inflessione ambigua:

— Sorelluccia, ti ricordi... com'erano belle, belle... sorelluccia... le margherite!

Novella, con un piccolo fremito, guardò rapidamente il padre, la madre, silenziosi, mentre lo scemo rideva, rideva.

— Non so cosa vuoi dire con queste tue margherite! — rispose, un po' aspra, riaffacciandosi alla vetrata. Poi d'un tratto esclamò:

— Ecco Maurizio!

— Le margherite... le margherite... — cantilenava lo scemo.

Frattanto Maurizio aveva rinchiuso il cancello e saliva per un vialetto, in giubba da cacciatore, con schioppo e cartuccera, tenendo due bracchi al guinzaglio. Era un giovine di men che trent'anni, d'alta corporatura, nodoso, erto, con la faccia riarsa dal sole, bello e ruvido nella sua forza. Quando giunse a' piè della scalinata, si tolse il cappello di feltro:

— Buon giorno a tutti! Se avete una tazza di caffè la prendo con piacere.

— Per voi sempre, — gli rispose mamma Francesca. — Ma lasciate fuori i cani, perchè Marcuccio non li vuol vedere.

[pg!15] — I cani?... i cani!... dove sono i cani?... — gridò lo scemo, balzando in piedi spaventato, poi raccogliendo in fretta quaderni e gomitoli. — Via i cani!... — urlava battendo i piedi. — Non voglio cani! Puzzano, mordono... Eccoli là... Via i cani! Puzzano, mordono... — Scappò timoroso verso la sala: — Via i cani!

Allora Maurizio, tirando i bracchi per il guinzaglio, mentre abbaiavano, girò dietro la casa per legarli ad un'inferriata.

— Ecco, son via, — disse mamma Francesca. — Vieni, Marcuccio; càlmati; non ci sono più: vieni.

Lo scemo si affacciò timoroso al limitare della sala e guatò in giro:

— Non si può lavorare! Anche i cani!... Son come le iene... Vogliono il cadavere, i cani... Via i cani!

E scalciava nel vuoto come se lo assalissero per intorno, feroci, abbaianti; finchè, piano, piano, strisciando a ritroso, di nuovo si rifugiò nel suo cantuccio.

— Badate, Maurizio... — ammonì Francesca, vedendogli posar lo schioppo in un angolo del loggiato.

— Non abbiate paura: ho tutte le cariche nella cartuccera, — egli rispose, battendosi la mano su l'ampia cintola. — E Giorgio come va?

— Lo stesso, o peggio, — Stefano rispose.

— Malinconie! — disse il giovinotto crollando il capo. — Malinconie! — Poi si fece animo e riprese il tono gioviale: — Sono in giro dalle cinque senza sparare un buon colpo. Ho tirato ad una lepre, ma i cani l'hanno mancata.

— Tanto meglio; vuol dire che rimarrà per me.

Entrò Maria Dora come un soffio di vento:

— Oh, l'indiano!

Lo chiamava così per il suo colorito scuro e per quell'aria di brigante che gli davan l'uose, la cartuccera, la giubba di frustagno.

— Servitor suo, signorina, — mormorò il giovinotto, un po' confuso.

[pg!16] — La Berta dice che il caffè bolle, ma non si vedono ancora nè Andrea nè Giorgio, — ella disse, facendo una smorfia con il musetto a quel ragazzone saldo e ruvido come un montanaro, che si era levato in piedi.

— Non dovevate aspettarmi, — rispose Giorgio, entrando nel loggiato a passi un poco barcollanti e con le spalle ravvolte in uno scialle di lana. — Ordinate pure il caffè, mia bella cognatina; sono in ritardo e vi domando scusa.

— Che scuse! neanche per sogno! — esclamò Stefano gaiamente. — Vedo che l'umore è buono, la cera discreta, e questo è l'essenziale.

Il buon vecchio mentiva pietosamente per infondere in quel triste malato un poco d'allegria. Giorgio rispose con un gesto vago, e sedette nella poltrona di vimini foderata di cuscini, che Novella in quel mentre aveva sospinta verso di lui. Ora, senza farne le viste, ognuno guardava curiosamente l'infermo. Egli s'accorse di quell'esame dissimulato, ed un senso di molestia, quasi di pudore, gli alterò i lineamenti. Quel suo viso era emaciato, ma pieno di chiarore, quasi lo rendesse vivido la continua febbre. Una rada barba biondiccia gl'incorniciava il mento; aveva gli occhi dolci e smarriti, una bella capigliatura, dove l'umido solco della spazzola aveva lasciata una traccia brillante. Il colletto era troppo largo per il suo collo esile, ridotto a mostrare la sua tramatura di tendini come un cànapo consunto, e nello sforzo continuo del reprimere la tosse le vene flaccide si gonfiavano con un livido colore d'apoplessia.

— Vuoi un altro scialle? — disse amorevolmente Francesca.

— Grazie, sono coperto abbastanza; non ho freddo; grazie.

Gli dava noia che si occupassero di lui, che avessero tante cure della sua salute; per il che cercava in mille guise di sviare il discorso.

— Ecco l'ultimo!... — esclamò, vedendo entrare [pg!17] il Ferento. — Speriamo che la Berta non abbia lasciato versare il caffè. Quella Berta è tanto sciocca!

E rideva, ma d'un riso così artificiale, ch'era pietà udirlo. Andrea gli battè una mano su la spalla:

— Come ti senti?

— Bene; quasi bene.

— È primavera, — disse Andrea per dargli animo; — torna la gioventù!

— Poeta!... — esclamò lievemente Maria Dora, con un ironico sospiro.

— Se lei me lo permette, signorina... — egli disse ridendo.

Andrea Ferento era tale a vedersi, che il suo primo aspetto muoveva in chi lo guardasse una subitanea curiosità, un involontario timore. Egli era d'alta statura, un po' rigido e ben complesso nelle membra dotate di virile giustezza: il mento segnato con forza, la bocca aspra, i baffi corti, precisa la maschera del volto, fermi gli occhi ed accesi d'una insostenibile fiamma, la bella fronte piena di sovranità. Questa imperiosa fronte, come soltanto hanno i ribelli e i dominatori, stupendo segno di forza, pareva che facesse nascere, che spingesse indietro l'onda maschia della capigliatura, già venata nel mezzo e su le tempie di qualche filo bianco. Un'eleganza sobria, una singolare nobiltà, trasparivan da ogni suo gesto; e come se la natura nel foggiare il suo calco avesse voluto con un segno d'imperiosità predestinarlo al comando, l'intera sua persona raggiava magnificenza. Nell'espressione del volto, in tutte le sue membra così pienamente virili, dominava il segno d'una volontà inflessibile come l'acciaio. Diritta, piombante fra i sopraccigli, aveva incisa nella fronte una profonda ruga.

Tosto che lo vide, Marcuccio si levò e gli mosse incontro:

— Vi aspettavo, professore, — disse con tono declamatorio. — Sono giunto alla fine del nono capitolo. Ho scoperto la teoria dell'equilibrio fra gli uomini [pg!18] e le piante, fra la pietra e l'uomo. Volete che vi legga?

— Non ora, Marcuccio, — egli rispose benevolmente; — mi leggerai più tardi.

Nel frattempo la Berta entrava, recando sopra un vassoio il caffè bollente, che spargeva in nuvole di vapore il suo delizioso aroma. Non appena Marcuccio ebbe veduta la rubiconda fantesca, (poich'egli l'amava d'un amor voglioso e tutto ne ardeva nel fuoco d'una tardiva pubertà), scioccamente le si mise intorno a vezzeggiarla e provocarla con insulse risate. In quel rinascere del tempo di primavera lo scemo sentiva le sue vene gonfiarsi d'una sensuale gioventù; la florida carne della ragazza ventenne come una droga selvatica lo riscaldava di bramosie. Nel giorno l'assaliva per gli angoli della casa, la notte passava lunghe ore dietro l'uscio della sua camera, guardando per la serratura e picchiando affinchè gli aprisse; per lei verseggiava con incoerenza e scriveva lunghe pagine d'amore.

Ed ecco, lo scemo si mise a dondolarle intorno, canticchiando queste parole che aveva cucite insieme chissà con quale intendimento:

«Quando la Berta scende al villaggio

non ha il coraggio

di guardare in faccia

nè Pippo dritto, nè Pippo storto,

nè il macellaro, nè il beccamorto.

Maria Dora, nel mescere il caffè, ripeteva insieme con Marcuccio:

nè Pippo dritto, nè Pippo storto,

nè il macellaro, nè il beccamorto.

Poi disse a Marcuccio:

— Non vedi che la fai scappare? La Berta non vuol saperne di te.

[pg!19] — Sorellastra, non parlare di quello che non sai! Vérsami il caffè.

Maria Dora gli riempì la tazza, ed egli si prese con ingordigia un grosso pezzo di focaccia.

— Maria Dora, — disse Giorgio, mentr'ella se ne andava dall'uno all'altro mescendo il caffè, — v'ho intesa cantare tutta la mattinata: avete una bella voce.

— Sicuro, e farò la cantante! Perchè io, — disse con intenzione, guardando Andrea, — non son nata per il matrimonio... Affatto! Ecco il vostro caffè, signor Andrea. E farò la cantante, con dietro uno strascico di seta lungo due metri...

Così dicendo ne faceva il gesto.

— Bada che versi il caffè! — l'interruppe sua madre.

— ... e una bella parrucca di color stoppa, le labbra dipinte, la faccia imbellettata, una scollatura fin qui... E voi, signor Andrea, mi manderete un bel cesto di fiori per la mia serata d'onore... Già, ma frattanto la mattina russate così forte che vi si ode fin nel corridoio.

— Vorrei sapere dove hai imparato a discorrere in questa maniera sconveniente! — esclamò padre Stefano.

— In convento, papà... dalle piccole suore! Si parlava così da mattino a sera, poi si pregava... quanto si pregava dalle piccole suore!

— Che impertinente!

— Volete un po' di crema, signor Andrea? È fresca.

— Volentieri, — egli rispose. Intanto le osservò le mani. — Veh!... che manine ben curate avete ora! C'è dunque una manicure nel villaggio?

Ella prestamente nascose la mano libera dietro il dosso:

— Vi burlate sempre di me, signor Andrea...

Ancora un poco discorsero insieme, poi ciascuno se ne andò per le proprie faccende; mamma Francesca [pg!20] nella guardaroba per curare i bucati, Maurizio con Stefano a battere la collina in cerca di lepri, Giorgio a intiepidirsi le spalle freddolose nel bel sole che allietava il giardino. Novella scese con lui, sorreggendolo mentre poneva il piede su la scalinata, e, quando furono in mezzo al viale, si volse per domandare:

— Voi non venite, Andrea?

— Finisco la mia sigaretta quassù, discorrendo con Maria Dora, — egli rispose, rimanendo ritto su l'ultimo gradino e fissando la bella figura di lei, che s'allontanava. Lo scemo erasi di nuovo rannicchiato nel suo cantuccio e rileggeva gravemente le pagine interrotte.

— A discorrere con me? — fece Maria Dora. — Come possono interessarvi le mie chiacchiere?

— Molto, forse... Ma, se avete altro a fare, posso anche rimaner solo.

— Non avrei altro a fare che finire di vestirmi... — ella disse con civetteria. — Sono ancora tutta in disordine.

— Forse di donne e d'abiti m'intendo assai poco, ma mi sembra, Maria Dora, che così vestita stiate deliziosamente bene.

— Ora, — disse Marcuccio avanzandosi fra i due, — ora, professore, mandate via Dora, che vi leggerò qualcosa.

— Veramente, Marcuccio, — egli rispose con indulgenza, — queste letture si ascoltano meglio la sera. Di giorno c'è troppo svago e troppo rumore. Attendi fin stasera: verrai nella mia camera e leggeremo. Intanto lavora.

— Come volete... — rispose lo scemo, con malumore. Ma sùbito si arrese a quel ragionamento: — Certo la sera è meglio; si è più raccolti. Solo non posso trovare il titolo per il mio libro: me lo dovreste suggerire voi.

— Ci penserò, Marcuccio, e stasera lo avrai.

Allora lo scemo si ritrasse, parlando fra sè, con [pg!21] ampi gesti: — Voglio divenir celebre, celebre, celebre!... — Poi, forte: — Spiegàtemi: come si fa per diventar professori?

— Io vi dicevo, Maria Dora... — E rispose a Marcuccio: — Si studia e si lavora.

— Aouff!... — esclamò Dora stizzosa.

Ma lo scemo, senza badarle:

— E quando avrò pubblicato il libro, mi chiameranno professore?

— Certo, certo!

Marcuccio si allontanò mormorando: — Celebre! celebre... professore!

— Dunque vi dicevo, Maria Dora, che nell'abito di questa mattina voi state deliziosamente bene. Poi vi curate ora con somma attenzione; ogni volta che torno dalla città, e vi rivedo, mi serbate una sorpresa.

— Ma sapete, signor Andrea, che non riesco bene a comprendere se parliate sul serio o per burla! — esclamò la fanciulla, un po' confusa. — In ogni modo so che vi divertite spesso alle mie spalle... e fate male!

— Perchè?

— Perchè questo, in fondo, mi potrebbe anche dispiacere...

— Ma io dico sul serio, — egli fece con pentimento.

Ella sùbito si rasserenò: — Allora continuate! Fàtemi un po' la corte...

— Ecco, dicevo che siete ora una signorina, del tutto signorina, e molto graziosa, e molto... desiderabile!

— No... — ella si schermì con civetteria.

— Ma sì... molto desiderabile! Vedo anche, per esempio, che avete cambiato pettinatura; non è forse vero?

— Sì. Vi piace questa?

— Molto mi piace; vi sta molto bene: v'invecchia. Ora non sembrate più la piccola educanda ch'eravate all'uscir dal convento. Vi ricordate? Son venuto [pg!22] una volta con Giorgio e con Novella a trovarvi nel parlatorio. Cosa fanno le piccole suore?

— Vado a visitarle di tempo in tempo e canto ancora nei cori.

— Infatti, voi avete sempre quella freschissima voce... Anche stamane, vestendomi, v'ho intesa cantare.

— Ed anche prima... dormendo! — lo punse Maria Dora.

— Già, russando, come voi dite... Ma questo non conta. V'ho intesa, in ogni modo, e voi eravate, credo, nel giardino.

— E nel giardino, e nella sala, ed in cucina, in granaio, nel corridoio... dappertutto!

— Ma io dico nel giardino perchè è più poetico, vi pare?... Dunque la vostra voce veniva su limpida e quasi primaverile, come se la portasser dentro i raggi del sole... È sentimentale questo? Vi piace?

— Così, così...

— Allora, non so perchè, ho pensato ch'eravate una signorina, una bella signorina, e ho deciso di farvi un poco la corte. Ecco, e vi faccio la corte ora, come desiderate voi...

— Per ridere? — ella domandò perplessa.

— Ma... già! la corte si fa sempre per ridere.

— Allora siete molto maleducato! — ella esclamò con dispetto.

— Davvero?!

— E non so perchè vi divertiate a farmi del male...

— Che male vi faccio?

— Ma... naturalmente! Se io, per esempio, prendessi le vostre parole sul serio? Mi avete detto che sono una signorina, ben vestita, ben curata, con le unghie lucide... vedete... — e gliele mostra; — che vi piace la mia pettinatura... — se la tocca; — che canto bene... che la mia voce era come una primavera, mentre vi destavate appena... e tutto questo può turbare [pg!23] una ragazza, può farle un certo male, può darle quasi una profonda voglia di piangere... ecco!

— Oh, no!... Allora vi domando scusa e vi prometto di non farvi mai più, mai più la corte... Va bene?

— Chissà se va bene?... chissà... Anzi non va bene affatto!

— E perchè?

— Il perchè non ve lo dico. Ma voi siete un uomo crudele: lo si vede dai vostri occhi!

— Ohibò! Ditemi una cosa: quanti anni avete ora, Maria Dora?

— Diciannove anni e mezzo, signor Andrea!... — ella rispose con un sospiro.

— Oh!... e lo dite come se fosser molti!

— Per me sono molti... — Poi fece una pausa, una lunga pausa: — Del resto lo so bene che non posso interessarvi per nulla... io!

Quante cose in quell'«io», così breve, così profondo!

— Perchè, Maria Dora? — egli fece, un po' confuso.

— Voi domandate troppi perchè, mio caro!... I quali sono difficili a dirsi, e non si debbono dire. Credete forse che a diciannove anni e mezzo non si veda nulla? Invece si vede tutto. E si sa tacere anche... certo: si sa tacere.

Egli la guardò con un senso timoroso di maraviglia, per quel sùbito mutamento avvenuto in lei, nella frivola bimba, piena d'allegrezza e di civetteria. Ora ella parlava gravemente, come se dal volto le fosse caduta una maschera d'infantilità, e lo sguardo intenso de' suoi occhi, l'attitudine amara della bocca, la facevan singolarmente rassomigliare alla sua triste sorella.

— Non vi comprendo più, Maria Dora... Quello che voi dite mi sembra strano.

— Strano?... Forse. Ma, vedete, non bisogna burlarsi di me; non bisogna prendermi come un piccolo [pg!24] gioco, perchè io so anche pungere, se voglio. Solo, non voglio pungere voi, ed il perchè... — Fece di nuovo una pausa, nella quale tornò ridente: — ... il perchè lo so io sola! Non ve lo dirò mai. E per non dirvelo me ne vado. A rivederci!

S'alzò e corse via come un leggera farfalla, ridendo, e lasciando nell'aria il suo limpido riso.

II

Egli era nella sua camera, insonne, affacciato al davanzale, quando già nella casa dormente più non udivasi alcun rumore. Aveva spento il lume, per abbandonarsi al torpore delle proprie meditazioni; ma la stanza era piena d'una luce quasi fantastica, per il chiarore che vi tramandavano le infinite stelle. Splendeva il suo letto, splendeva il grande armadio vetrato, carico d'orciuoli, di fiale, di vasi, d'ampolle medicinali.

Ondeggiante, sfioccata, lontana, una striscia di nebbia navigava sopra il mare delle foreste, ogni tanto mutando colore, come un naviglio veliero, nell'incantesimo della notte. E quella striscia di nebbia era una immagine dell'anima sua, sospesa fra i più grandi abissi, incerta e pur navigante.

A stordirlo salivano dall'inebbriante giardino vampe di profumi e d'aromi, come se la primavera dormente fosse un'ara infinita e vi bruciassero incensi; ma, chiudendo appena gli occhi, vedeva un immenso lenzuolo nero scendere su quel mondo stellato e gli pareva che fantasmi orrendi si aggirassero nella tenebra disperata.

Egli pensava ancora una volta all'amore e al delitto: — le eterne fiabe degli uomini: il delitto, e l'amore.

[pg!25] Poi gli parve udire quel lievissimo fruscìo noto, dietro l'uscio, quel respiro di lei che sentiva quand'era impercettibile, quel profumo di lei che lo snervava quand'era pur lontana, e si volse.

La vide infatti, che socchiudeva la porta con precauzione, appena tanto da potervi passare; la vide che tremava per un lieve scricchiolìo dei cardini, tutta raccolta nelle spalle, quasi volesse annullare anche il proprio respiro... e fu nella camera. Girò la chiave con cautela, perchè la serratura non stridesse, poi gli scivolò accanto, lieve, con un brivido, nel quadrato azzurro della finestra.

Egli non si mosse, non la baciò. La guardava. La guardava con una specie di stupefazione, tanto il timore e l'amore facevanla bella. Ma poich'erano vestiti entrambi di nero, ad entrambi sembrò che vi fosse qualcosa di funereo in quella veglia che facevano davanti alle stelle.

— Che hai? — diss'ella.

Il respiro della sua bocca, poichè aveva il sapore medesimo della sua carne, parvegli che fosse un bacio. Sotto quel bacio egli s'irrigidì, chiuse gli occhi, volendone quasi godere una tentazione più prolungata. Ella nervosamente gli posò le mani su le spalle:

— Che hai? Perchè mi sfuggi?

Allora, d'improvviso, l'attrasse nelle sue braccia, se la strinse al cuore con una specie d'amor convulso, affondando la bocca nel tepore del suo collo, nel principio della sua nudità. Ella era piena d'istinti lascivi, come nella più matura estate un favo è gonfio di miele. Tanto pallore le scorreva nel viso, che di quel solo bacio pareva godesse un estremo piacere.

— Perchè mi sfuggi? — domandò ancora, ma contro la sua bocca. — Durante il giorno, appena mi guardi; quando arrivi, quando parti, cerchi sempre di non parlare con me.

Egli non rispose; ma sostenendo sul braccio il peso della sua nuca rovesciata, le carezzava gli occhi [pg!26] dalle ciglia quasi d'oro, a lungo e piano, come si fa talvolta per addormentare un bimbo.

— Non mi ami più?... — ella disse, mentre invece sentiva la passione dell'amante invaderle ogni vena come una immateriale carezza.

— Sì!... sì!... — egli proruppe; — ma sono un vilissimo uomo, Novella, e fra noi ci sono troppe ombre.

Allora ella si strinse nelle braccia dell'amante come in forte rifugio.

— E adesso, dorme? — domandò Andrea.

— Sì, dorme.

— Ne sei certa?

— Sì.

— Ti ha parlato di... noi?

— Non ancora, ma ogni momento pare che sia per farlo.

Tre stelle filanti, lontane, veloci, caddero insieme. La notte si accendeva di chiarori fantastici, di vampe fatue, per ogni dove, come un rogo. Egli, tenendola nelle sue braccia, le fissava la fronte illuminata, quasi fissasse un punto magnetico, seguendo le bufere de' suoi propri fantasmi. E vedeva su quella fronte le radici dei capelli scintillare minutamente, quasi fossero cosparse d'una invisibile polvere d'oro.

— Novella, — esclamò, — che faremo?

Egli disse queste parole con un'esausta voce desolata, e le disse, lui così forte, come un bimbo.

— Non importa, — ella fece, scuotendo il capo. — Se tu mi ami, non importa! Quello che vuoi... anche uccídimi!

Parlava come in un'ebbrezza, piena di lui, sotto il potere del suo fermo sguardo. E rovesciando la gola turgida esclamò di nuovo: — Poichè fra poco saremo scoperti, e poichè il nostro bimbo non può, non deve nascere... poichè non possiamo avere la nostra felicità... uccìdimi, se vuoi, ma con le tue mani... con le tue sole mani, che amo... non mi farai male.

[pg!27] Ora la sua passione la transfigurava in una bellezza più che umana, e questa offerta di martirio pareva, su la sua bocca, semplice.

Egli s'irrigidì; un lampo sinistro gli splendette negli occhi: tutta la volontà parve gli balzasse d'improvviso al sommo dell'anima, inflessibile.

— Era il mio amico e non lo è più, — disse con una tetra lentezza; — era il mio fratello, e non lo è più. Ho creduto ad altre cose false nella vita, e le rinnego; una sola cosa è vera, necessaria, inevitabile: te.

Fece una pausa dura e guardò nella notte che brillava; brillava come un incendio di fosforo, su tutte le cime, vertiginosa. Poi affermò, piano con le labbra, ma forte nel cuore: — Sì, è possibile!

— Che dici?

— Nulla; non voler sapere. Questo solo posso dirti: non ti perderò. Se ho potuto per questo amore giungere alla frode in cui viviamo entrambi, se ho potuto annullare la mia coscienza fino a tradirlo nella sua casa, vicino all'ora forse della sua morte... questo solo posso dirti, Novella: non ti perderò.

Ella ebbe un sorriso estatico, che le rideva fin su le ciglia, che le sperdeva gli occhi in una immensa felicità.

— Così mi ami?

— Così, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «più forte».

Fiumane, fiumane, quasi d'un sole notturno, invadevano lo spazio, ravvolgendo come di gloria il loro colpevole ma stupendo amore.

Sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo cominciò a cantare. Le ghiaie frammiste con frantumi di vetro mandavano sprazzi, simili a quelli che davan i suoi denti nel riso d'ogni bacio, fra i due fili rossi delle labbra. Ella fu sua con tanta disperazione, con tanto delirio, che le sembrò veramente di sentirsi dare la morte, fra [pg!28] vena e vena, per tutto il sangue, fino al cervello, senza patirne, come aveva detto, alcun male.

Nello stesso tempo, e solo qualche passo più in là, diviso appena da leggere pareti, un uomo afferrato già dalla morte vera, da quella bieca e putrida che porta indosso un lenzuolo per coprirsi le costole nude, sussultava in un sonno angoscioso, respirando a fatica il lezzo del suo proprio respiro, con la fronte che si bagnava di uno stillar gelido, l'anima che si rompeva in un tormento senza pace: carcame d'uomo incominciato a marcire.

Ancora una volta era necessaria quella vicinanza, che non è fortuita ma universale, della voluttà con la disperazione, del nascere con il morire: inestricabile nodo che s'aggroviglia nell'ironia continua della vita. Una casa d'uomini dormiva insensibile nella notte bianca, e da due finestre vicine usciva unitamente a sperdersi nell'aria stellata un respiro voluttuoso d'amanti che s'inebbriavano ed un fioco rantolo d'addormentato, ch'era già quasi un rantolo d'agonia. Sopra questi aliti vicini e dissimili, che sono tuttavia la parola di tanti silenzi notturni, sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo, come per ischerno, s'era messo a fischiare.

E forse in quel sopore affannoso, come traverso un velo di lontana irrealità, il malato sognava...

Si rivedeva nella piena giovinezza, povero ma risoluto a far molto cammino, senz'altra ricchezza nella vita che il suo forte ingegno ed un amico più forte. Questi era medico ed egli ingegnere di ponti e miniere, sbalzato dalla sorte in ricche terre inospitali, a tutte le temerità risoluto pur di conquistarsi la vita. E si vedeva nei pozzi profondi, ne' corridoi angusti, malsani di miasmi e di gas asfissianti, con le squadre di operai destinati alle galere sotterranee, armati di maschere e di lanterne cieche, non più simiglianti ad uomini ma quasi a rettili tenaci contro i forzieri della terra; si rammentava le tragedie, gli eroismi laggiù, dove il sole non è mai giunto, e riudiva quel sordo rombo della macchina [pg!29] calata nelle viscere della terra, per rovistarla e ferirla come una sonda nell'utero materno, e rammentava le catastrofi repentine, con gli urli delle vedove e dei figli intorno ai cadaveri carbonizzati...

Poi le ore di vittoria, quando si era messo con i cercatori d'oro, con gli impavidi pionieri che l'umanità spinge come vessilli a' suoi limiti sconosciuti, e quando, per aprire altri valichi alla potenza temeraria dell'uomo, aveva trionfalmente forato il grembo calcareo delle montagne, gettato ponti leggeri come ghirlande di ferro sopra fiumi turbolenti, e condotta l'acqua ove le terre ardevano di siccità, e deviata la piena delle valli di straripamento...

Non amori inutili, non sciocche ambizioni, ma la voglia di vincere, sola e terribile nella sua bellezza, e quest'unico amico del cuore splendente come l'acciaio, che a sua volta vinceva nei dominî liberi della scienza, che scopriva bacilli nefasti, che inventava sieri prodigiosi: questo rinnovatore che le Università si contendevano, questo violento sollevatore d'uomini che lanciava traverso il mondo possa di volumi clamorosi... Certo l'avevano contesa palmo a palmo, fraternamente, la lor terra di conquista, e ciò che aveva spronato l'uno a superare sè stesso era la vittoria del compagno; ciò che li aveva sorretti entrambi nelle ore più tragiche, era soltanto la loro scambievole fraternità. Non mai fra loro un'ombra d'invidia, che non fosse la più generosa emulazione; mai secreto nè diffidenza fra loro, tanto eran certi e fermi nel voler compiere insieme, fra qualsiasi evento, l'intero cammino della vita.

Sì, forse il malato sognava...

Sognava di lei, quando la vide per la prima volta e la guardò per la prima volta con un pensiero d'amore, così bella che gli parve una cosa inaspettata, nuova nel mondo, benchè sembrasse allora un po' malata, e non d'altro forse che della sua faticosa verginità. Si ricordava d'aver comprato per lei forse il primo, l'unico mazzo di fiori ch'egli mai desse ad una donna, e ricordava [pg!30] la prima volta che ardì stringerle una mano, con paura profondamente soave, per dirle infatti ch'era bella, bella, bella, e che l'amava con un cuore ignoto, con un'anima nuova, nata in quel momento...

Si ricordava quella voce di lei, così grave, così lenta, quando chinò la faccia e gli rispose:

— Sì, Giorgio, vi sposerei volentieri, se lo voleste...

Allora gli si aperse negli occhi un infinito paradiso, e queste parole gli parvero piene d'un immenso amore, perch'egli fino a quel tempo non era stato amato mai.

L'aveva poi svestita, una notte, religiosamente, quando ancora fra i suoi capelli sciolti fluttuava l'odor nuziale della corona d'arancio; e nel vederla sua, per sè, per sempre, si sentì naufragare in una gioia troppo grande, che gli soverchiava l'anima, onde gli parve che ogni cosa di quel momento si disperdesse fuori dalla vita, in un colore d'impossibilità. Erano stati felici insieme — o così gli parve — qualche anno, poi... Poi, già nello svestirla quella prima notte, si era sentito ruggire dentro un male sordo, crescente...

E infine accadde che una volta fu sorpreso di attonita maraviglia nell'ascoltare la voce di sua moglie che parlava con Andrea...

Era un sogno, poteva non essere che un sogno... e l'usignolo, nell'azzurra notte, spietatamente cantava.

. . . . . . .

Ella s'avvinghiò al suo collo, seminuda, sobbalzando sul letto, e mormorava con voce soffocata:

— Ascolta...

Tesero l'orecchio, ambedue mortalmente paurosi, verso la parete, verso l'uscio, verso la camera lontana.

— No, t'inganni, — egli disse. — Non sento alcun rumore.

— Sst... taci!

Ascoltava, protesa innanzi nello splendore del raggio lunare, che vestiva d'innocenza la sua lussuriosa [pg!31] nudità; teneva un braccio intorno al collo dell'amante, l'altro puntato su la sponda del letto, con le dita aggrappate nella coltre come bellissimi artigli, tra l'ansia del pericolo, atterrita ma pronta. Il respiro contenuto le gonfiava la gola, palpitante ancora di voluttà; i capelli semisciolti le ingombravano il collo bianchissimo; tra i pizzi della camicia un seno erto le sbocciava come una splendida melagrana.

Ma non udiron altro che l'usignuolo infatuato lanciare i suoi fischi melodici nell'odorosa notte, sopra una orchestra lieve che l'accompagnava in sordina, con brividi appena di foglie nei respiri del vento.

Racquetata, ella si compresse il cuore con una mano e s'allentò nelle sue braccia.

— Se mi chiamasse di nuovo, come la notte scorsa? — mormorò.

— Sì, hai ragione. Làsciami.

— Ancora un momento... Guarda quante stelle!

Ubbriacato, egli le passava le dita fra i capelli, posava la bocca su la sua pura fronte.

— Dimmi... — ella fece; — una cosa orribile che finora non ti ho mai domandata... Andrea, tu che sei medico...

Per osare una tale domanda ella nascose la faccia contro di lui, affinchè non la vedesse. — Tu che sei medico, dimmi: È grave?... è molto grave il suo male?

Egli rispose bruscamente, con una scossa che lo percorse da capo a piedi:

— Non so! non so!

Ed ella, con un filo di voce appena percettibile:

— Può guarire?...

— Ah... taci!

Ma la strinse così forte a sè, che tuttavia non si sentì odiata. Allora ella cominciò a parlare sommessamente, con una voce cauta, pressochè insidiosa, mettendo lunghe pause fra parola e parola.

— Vedi, questa notte, quando ti ho chiamato, ed [pg!32] eravamo curvi, tu da un lato, io dall'altro del suo letto, soli, nel chiarore di quel lume così funereo, io, come in un lampo, involontariamente, ho pensato: Se... se domani...

— Se non ci fosse più! — egli disse con una voce tetra.

Ed ella non li vide, ma gli occhi di lui splendettero d'una luce quasi micidiale.

— Anch'io, — diss'egli lentamente, con uno sguardo atono, — anch'io ho pensato questo. Era quasi un incubo, ed avevo la visione precisa del cadavere, come se dalle sue membra immobili soffiasse già quel freddo che mandano i morti.

Rabbrividita, ella si agitò nel letto e si ristrinse contro il tepore dell'amante. Ma egli, senza un tremito, e quasi provando una gioia malvagia nel torturare sè e lei con queste parole, ricominciò:

— Era veramente un incubo, e chinandomi sopra il suo cuore fioco, io, medico, io suo amico, sentivo solo dall'altro lato del letto il profumo che veniva dalla tua persona bella e viva, l'odore di te che mi sopraffaceva, quell'odore de' tuoi capelli un po' disfatti, che portavano ancora il segno del guanciale... e l'orrore di sentirmi così colpevole davanti a quella specie d'agonia, accresceva smisuratamente il desiderio, il desiderio fisico, intendi? che avevo di te.

Ora fu ella, smarritamente, che supplicò:

— Taci!...

Ma egli s'inebbriava della sua propria nefandità, si esaltava della sua propria tortura.

— Lo sai che ho dato finora tutte le mie forze umane alla difesa della vita? Lo sai che sono un medico? un salvatore? Lo sai che ho fatto rinascere centinaia di uomini, e tanto amore mettevo in quest'opera, che per salvare la più inutile vita serenamente avrei data la mia?... M'intendi? Ebbene, ora per la prima volta concepisco la possibilità astratta di rinnegare la mia missione; e questa morte, questa ingorda morte, che ho [pg!33] combattuto accerrimamente, con il cervello e con le braccia, nelle corsìe degli ospedali, fra i crogiuoli de' miei laboratori, questa morte che fu la mia nemica dappertutto, che odiai fino all'eroismo, la vedo per la prima volta come un'alleata, quasi come una benefattrice... e mentre le mie mani avvezze lottano ancora contro di lei, macchinalmente, su questo corpo che ci divide, il mio cuore, il mio spirito, il mio nascosto essere che vuole te, la chiama, la chiama, e le dice con un'oscura voglia di tradimento: — Sì, che tu sii la più forte... e ch'io non ti sappia vincere mai più!

Ella gli pose una mano su la bocca, una sua mano fredda, che aveva il profumo della colpa, e quella buia fossa che andavano scavando al morituro, ancora una volta colmarono di voluttà.

III

— Un'imprudenza? Ebbene, sì, mi è piaciuto commettere un'imprudenza! — disse Giorgio a Novella ed al Ferento. — Se sapeste con quale delizia un malato, come un bimbo, cerca di fare le cose proibite! Povero me!... non poter muovere un passo, non poter respirare senz'essere ascoltati!... Dio buono, diventa una vera persecuzione!

— Sei oggi d'umore a veder tutto in nero, — gli disse Andrea. — Senza volerlo noi finiamo con irritarti.

— Fors'anche sono ingiusto, — egli convenne con un sorriso amaro. — Ma dovete avere un poco di pazienza... ancora un poco! Vedi: mi reggo a stento: il fianco mi duole per le punture che mi fai... È doloroso quel tuo siero! Quante ne occorrono ancora?

[pg!34] — Circa una decina, — rispose Andrea, rapidamente.

— Oh, se poteste lasciarmi un poco di pace! Voi non sapete cosa valga la pace. No!... via questi scialli! — disse a Novella, che intanto lo ricopriva; — basta, basta con tutte le cure inutili, con le inutili medicine! Vedete: io non sono un timido; la morte, se ha da venire, non mi spaventa affatto; ma quello che m'annoia è d'essere trattato già come un moribondo.

— Sei di cattivo umore, ti ripeto! — esclamò Andrea con una voce scherzosa. — L'ho già detto a Novella ed agli altri: voi, con l'eccesso delle vostre premure, non fate che esasperarlo; curatevi meno di lui.

— Ecco: non datevi di me alcuna pena, e vi prego, vi prego, non sacrificatevi per me! Con questo bel sole, immagino che avrete certo voglia di fare una lunga passeggiata. Stefano e Maria Dora son scesi alla fattoria: se li andaste a raggiungere? Tu, Novella, hai bisogno di aria: impallidisci ogni giorno più. Quanto a me, sto benissimo solo. E se poi mi venisse la voglia di conversare, c'è di là Marcuccio che lavora: l'andrò a disturbare. Con Marcuccio vado sempre d'accordo, perchè in tutta la casa è il solo che se ne infischi della mia salute!

— Io ti ubbidisco, — rispose Andrea. — Non vado alla fattoria, ma scendo in paese.

— Benissimo. E tu, Novella?

— Io rimango, — ella rispose, levando il capo da un libro che sfogliava. — Se qui t'annoio, salirò nella mia stanza; oggi non ho voglia di camminare.

— Ti farà male, Novella. Sono tre giorni che non esci di casa, — disse il malato, mutando singolarmente lo sguardo e la voce nel parlare a lei.

— Tuttavia permettimi di rimanere, — pregò Novella con un sorriso.

— Come vuoi.

Udirono il passo di Andrea lontanarsi per il giardino, e rimasero soli nella sala terrena, egli seduto [pg!35] presso la finestra, ella presso il cembalo, con una lunga striscia di sole, piena di pulviscolo, tra loro.

— Cosa leggi? — egli domandò.

— Nulla: guardo un tuo libro. È «Il Riso Rosso» di Andrejeff. L'hai letto?

— Non ancora.

Entrambi fissarono gli occhi su quella striscia polverosa di sole, dove s'agitava un microcosmo infuriato, una specie di convulsione continua che non faceva rumore, come le tempeste dell'anima. Avevan quasi paura entrambi di guardarsi nel viso; il silenzio li avvolgeva come uno strepito assordante.

— Vuoi suonarmi qualcosa, oppure sei stanca? — egli domandò.

— Volentieri.

Si alzò, sedette macchinalmente su lo sgabello del pianoforte, con una compostezza d'automa, evitando quasi di far rumore, o forse timorosa di sbagliare in checchessia. Aperse il cembalo, scoverse la tastiera, e leggermente, con le dita veloci, cominciò a suonare una fuga di Bach.

Un bel rubino, rosso come una goccia di sangue, le macchiava la mano pallida.

Ora, non veduto da lei, dietro quel velo di sole, Giorgio abbandonò il capo su la spalliera della poltrona e rimase immoto a contemplarla. La cassa d'ebano, ferita in un fianco da quella polvere accesa, mandava dal legno curvo un gran mazzo di scintille. L'opposta parete rifletteva mutevolmente l'ombra della suonatrice. Le sue spalle trasalivano, accompagnando la nervosa celerità delle dita; il suo busto si curvava un poco in avanti con un oscillamento leggero, e messo in evidenza da quella positura su l'alto scanno appariva di una mirabile plasticità; la curva del seno, calma e forte, si delineava di scorcio, sotto le braccia irrequiete. Traverso quel raggio la sua capigliatura prendeva tutt'intorno la chiarità stessa del sole, mentre nel mezzo era fosca e folta, con riflessi color del mogano, [pg!36] come un caldo velluto. E nella faccia dell'infermo, non sorvegliata più dalla vigilanza interiore, s'incavava una squallida miseria, quasi un furore taciturno, una visibile distruzione. I suoi occhi erano spenti, la bocca s'appesantiva; ne' suoi radi capelli, traendone un luccicore quasi umido, penetrava il sole.

Sì, l'amava, l'amava! e morendo l'amava... il che è più disperato che tutto, più irremediabile che tutto!...

Due volte, dietro l'uscio, una vocina di bimba fece:

— Si può?

Ella s'interruppe, e sùbito rispose:

— Avanti.

Era Natalissa, la bambina del giardiniere, con un grande fascio di rose tra le braccia. Teneva i lunghi steli ravvolti nel grembiulino per non pungersi le dita; il visetto gaio le sbocciava sopra quei fiori con un sorriso di donnicciuola grande.

— Il papà mi manda con i fiori da mettere nei vasi. Dice che se li deve accomodare lui, verrà più tardi, perchè adesso è occupato nell'ortaglia e sùbito non può salire.

Parlava con un cinguettìo di passera, tenendo in braccio quel gran mazzo di rose, che per la lunghezza degli steli parevano maggiori di lei.

— No, piccina, — ella rispose, lieta che alcuno fosse venuto a interrompere la loro solitudine. — Dalle a me; le accomoderò io.

— Eccole, signora. Guardi che belle rose!

E alzando le braccia quanto poteva, diede a Novella il mazzo fragrante.

— Il papà mi ha detto che queste rose gialle sono le prime delle margotte, e di farle vedere al signor Stefano. Non c'è il signor Stefano?

— No, è fuori; ma presto ritorna.

— Allora glielo dica, sa...

— Certo, piccina. Hai detto queste gialle, non è vero?

— Sì, le gialle, signora; che si chiamano «Maréchal Niel».

[pg!37] — Guarda un po' come se n'intende la piccola Natalissa!

— Eh, già!... — ella fece con un modesto orgoglio.

Stava tutto il giorno appresso al padre, ond'era divenuta pratica di giardinaggio. Novella prese qualche confetto in una scatola di porcellana e li offerse alla bimba.

— Grazie, signora, non s'incomodi.

E attorcigliava con vergogna le mani dentro il grembiulino; poi accettò i confetti e se li mise in tasca.

— E lei sta meglio, signor Giorgio?

— Sì, piccina, sto abbastanza bene.

— Bravo, signor Giorgio! Se viene in giardino, mi chiami, che io le mostrerò tutte le pianticelle nuove. A rivederla e grazie.

Se ne andò seria seria, con quelle sue maniere di piccola massaia.

— Com'è graziosa e brava quella bambinetta, — disse Novella, che si affacendava nello sciogliere il grande mazzo di rose. Egli frappose un lungo silenzio, guardò la moglie, poi disse:

— Alle volte penso che anche tu, Novella, forse hai desiderato di averne una.

Ella odorò le rose fragranti, accarezzandole, dividendole ad una ad una, con attenzione soverchia, per disporle nei vasi.

— Di avere una bimba?... — fece. — Sì, vagamente, qualche volta... come forse tutte le donne lo hanno desiderato.

— E invece io t'ho impedito anche questa gioia legittima, che poteva darti un altr'uomo qualsiasi, perchè la nostra casa è rimasta senza figli.

Ella trasalì nell'intimo, e temendo che una vampa le salisse al viso, per nascondersi, affondò la bocca in una gonfia rosa, cárica di pólline giallo.

— Di questo non ti ho mai mostrato alcun rammarico, — rispose.

[pg!38] — Infatti; ma il silenzio è talvolta assai peggiore di un rimprovero. Mi ammalai poco tempo dopo averti sposata, e fu bene che tu non avessi un figlio mio. Da me, Novella, non ti vennero che tristezze; talora penso che veramente mi devi odiare.

— Ma Giorgio! — ella esclamò nervosamente, — odio solo questi discorsi che mi fai! Non ho alcun bisogno d'avere bimbi e mi tormenti per nulla.

— Non sai forse che i malati sono crudeli? Soffrono ed amano far soffrire. Ma in me, vedi, è la coscienza che talora mi rimorde. Penso che ho legato senza volerlo una gioventù bella e forte come la tua alla decrepitezza d'un infermo, e penso a quello che deve necessariamente agitarsi nel tuo cuore... a tutti i desiderii che vi reprimi, perchè io non li veda.

Egli parlava con un tono ambiguo, che voleva sembrar pieno di dolcezza, mentre suonava come una indulgente ironia.

— Non ti nascondo nulla, Giorgio, — ella rispose, molestata. — Sono più semplice che tu non creda.

— Semplice, hai detto? Così mi pareva una volta, ma ora non più. Ora, studiandoti meglio, con quella divinazione dei malati che hanno tanto tempo per riflettere, ho scoperto in te un viluppo di cose inestricabili, di passioni oscure... Ed anzi non sei semplice affatto, ma un nodo mi sembri, serrato e forte.

Ella rise, accarezzando con frivolità le rose gialle disposte in un bel vaso.

— Perchè? ma perchè tante ubbìe?... Lasciamo stare, Giorgio! Senti piuttosto queste rose delle margotte, che odore inebbriante!... stordiscono... senti!...

Gli si avvicinò, portandogli le rose da odorare. Ma Giorgio bruscamente le afferrò una mano:

— Vorresti non lasciarmi parlare, è vero?

— Io? perchè?... — rispose la moglie, turbata.

— Vorresti che fra noi, sino all'ultimo, perdurasse l'equivoco dietro il quale ti nascondi? Sì?

— Ma Giorgio...

[pg!39] — Però io, poichè sono crudele... — via, non t'imbiancare così!... — poichè ho taciuto così a lungo... troppo a lungo!... vorrei parlare una volta con te. Ma, vedi, quel vaso non è sicuro nelle tue mani... Perchè tremi? Pósalo giù, siéditi e dimmi...

— Ah, ma non è vero!

— Sì, che tremi: lo vedo. Siéditi qui vicino e ascóltami.

— Che vuoi? che vuoi, Giorgio? Non ti affannare così; dopo starai male... — balbettava ella smarritamente, guardandosi attorno, quasi cercasse nelle cose circostanti una via di salvazione.

— Anzi, — egli rispose, — parlarti mi fa bene, un bene infinito, Novella, se tu puoi essere sincera con me. E lo dovresti essere, perchè nessuno... intendi? nessuno potrà mai amarti con l'amore mio, l'amore senza confini d'un uomo che se ne va...

— Non dire così!... non devi dire così!

— Ma cosa temi? ch'io t'accusi forse? o ti minacci? o sia così pazzo da domandarti altra cosa che un poco di buona e di vera sincerità? Ascóltami, Novella. Se un giorno avrai nella tua vita lontana, — e Dio te lo risparmi! — uno di quei dolori così grandi che non si sa come un'anima li possa contenere, soltanto allora comprenderai perchè voleva oggi parlarti quel Giorgio che sarà uno scomparso, un punto nero nella tua memoria, un'ombra... Làsciami dire; làsciami dire!... Anzi tutto sappi una cosa: non ho rancore contro di te, non il più lieve rancore, Novella, perchè ti comprendo, anzi ti difendo io stesso.

— Ma da cosa?...

Egli scosse il capo, e seguitò:

— L'amore non è tale se non quando giunge ad essere un'infinita bontà. Il resto è unicamente una rabida passione, la quale non può nè perdonare nè beneficare. Più tardi ricorderai quello che ora ti dico, e più tardi, poichè l'anima dell'uomo ha bisogno di generare fantasmi, più tardi, quand'io non ci fossi più, [pg!40] potrebbe darsi che anche nell'anima tua nascesse quella paura insoffocabile che si chiama «il rimorso». Ora io ti parlo appunto, perchè non voglio che tu lo conosca mai. Ho invece un altro sogno: quello d'aiutarti ad essere felice, se lo posso ancora, e dirti che non mi devi temere affatto, nè ora nè dopo, e lasciarti la sicurezza che tu non mi hai fatto alcun male, anzi sei stata nel mondo la mia sola felicità...

Ella smarrita lo guardava, senza bene intendere le sue parole, ma sopraffatta dal suono tormentoso di quella voce, attonita, nel vedere quel viso trasfigurarsi e risplendere per un'altezza di sentimento più che umana.

— Quando, — egli riprese, — quando il tuo cuore ti dirà con un morso: «Lo hai fatto soffrire...» — tu rispondi serenamente: «No; sono stata invece il suo pensiero più dolce, il sorriso ch'egli vide fino all'ultimo nel colore della vita». — Quando il tuo cuore ti dirà: «Egli purtroppo conosceva il tuo amore, l'altro amore, il solo che avesti...» — e tu rispondi serenamente: «Che importa? Egli non mi amava perchè l'amassi... Poi sapeva che nessuno può comandarsi di non amare». — E se il cuore infine ti dicesse: «Ma è stato geloso... orribilmente geloso di te...» — allora non rispondere nulla, perchè gelosa può essere soltanto la carne... quella si distrugge, finisce, e per lei non vale che si pianga.

Egli fece una pausa e la guardò fissamente, con una tetra luce negli occhi:

— Saprai non ripetere nulla delle parole che ti dico?

E parve che la maschera umana, la febbre umana del suo dolore gli ricadesse d'un tratto sul viso.

Poich'ella taceva, egli disse parlando a sè medesimo:

— Forse no; ma non importa.

Allora ella ebbe uno schianto, e dalla seggiola dov'era scivolò a ginocchi, nascondendosi fra le mani la faccia impaurita, poichè sentiva, così genuflessa, [pg!41] d'esser meglio rifugiata sotto l'ala della sua grande anima.

Insieme, tuttavia, poich'era invincibilmente donna, o forse per quel pensiero carnale ch'egli aveva mesciuto nella sua misericordia, le risaliva struggente nelle vene la memoria della notte trascorsa, e quasi per acuire il suo rimorso fisico riviveva in una specie di prostrazione l'ebbrezza di quei loro baci avidi e soffocati, sicchè non sapeva dividere dal terrore della sua colpa l'immagine stessa del peccato, e dall'immensa paura di quel momento in lei nasceva una più grande voluttà.

Allora, così armata della propria gioia, così piena di quell'assente che la teneva in potere, quasi per una ribellione de' suoi nervi crudeli, sentì, nel luogo della pietà, insorgere un sordo rancore contro colui che si faceva troppo umile per atterrirla, e sentì ruggire in sè, tra vena e vena, tra fibra e fibra, una specie di avversione incoercibile, quasi un odio, contro quel nemico disarmato, il quale, non altro potendo, cercava d'incatenarla con la propria bontà.

Ed allora, senza più mercede, si levò di ginocchi diritta, con una rapida mossa piena d'orgoglio, e crudamente lo fissò. In quell'atto apparve da lui così lontana, ch'egli ebbe immediata la percezione di quella inesorabile distanza.

— Cosa vuoi dirmi? Cosa vuoi sapere da me? — diss'ella, rattenendo a stento l'impeto della voce. — Di cosa dunque mi rimproveri?

— Di nulla, — egli ripetè, chiudendo gli occhi per nascondere la sofferenza che vi saliva. — Di nulla, come ti ho detto.

Ma ella pareva non l'ascoltasse, nè averlo ascoltato fino allora, e sentisse invece imperioso il bisogno d'una discolpa.

— Da che sei malato, qual'è la mia vita? Ho pensato forse a me stessa? ho trascurato forse il più [pg!42] piccolo de' miei doveri? ho passato un giorno, un solo giorno fuori di casa?

Egli voleva interromperla, ma ella parlava concitata, con rapidità.

— Non mi sono forse negletta come una donna vecchia? Ho riso forse? Hai veduta una sola volta la mia bocca ridere, dacchè tu soffri? Dillo, se mento.

— Non questo, — egli fece sconsolatamente.

— Ti ho mai mostrato, per caso, un rancore anche ingiusto, un rammarico pur lieve, che un'altra donna forse non avrebbe saputo nascondere in una vita così dolorosa?

— Non questo, non questo!

— E che allora? — ella esclamò con veemenza. — E le mie lacrime, le sai tu? Lo sai quello che ho soffocato nel cuore perchè tu fossi meno triste?... Se tu soffri, non soffro anch'io? Se tu perdoni, sii giusto, non perdono forse anch'io?

— Ma perchè ti difendi? — egli gridò con tutto lo sforzo della sua voce fioca. — Perchè ti difendi?!

— Non mi difendo, — ella rispose duramente. — Mi ribello! Insorgo tutta contro l'accusa che mi fai continuamente, anche tacendo, anche solo guardandomi, e che mascheri male dietro la finzione d'una bontà che non senti. Allora, poichè hai voluto rompere quel silenzio che ci proteggeva entrambi, allora preferisco un'accusa diritta e precisa... Dimmi: di cosa m'incolpi? Sono qui per risponderti, e non mentirò.

— Oh, questo è impossibile!... — egli disse, mettendo nella lentezza della voce un sottilissimo scherno.

Ella si sentì pungere come da una staffilata in pieno viso, ed ebbe voglia di gridargli su la faccia l'intera sua colpa, la splendida verità, per mostrargli che infatti non mentiva.

Ma il suo senso femminile di prudenza e di pazienza fu ancora più forte.

— Prova, — disse, — e vedrai!

Arretrátasi di qualche passo, entrò nella striscia di sole, che le si avvolse intorno alla gonna e parve [pg!43] stringere le sue ginocchia in un'armatura splendente.

Egli la guardò fiso, per qualche attimo, con odio e con stupore, poi esclamò:

— Come gli rassomigli!

— A chi? — ella chiese, più rigida, sentendosi correre dalla nuca ai talloni un lungo brivido di paura e di fierezza.

— Oh... a chi!... È vano che lo nómini, — egli rispose con sarcasmo. — Tuttavia, se proprio ci tieni, lo dirò: — Al mio fratello Andrea... al mio medico!

— E poi? — ella fece, senza batter ciglio.

— Nulla... dicevo questo perchè i tuoi occhi mi guardano come i suoi, e la sua bocca mi parla come la tua. Una volta ti movevi lenta, calma, con una specie di pigrizia; ora, nelle tue mosse, talvolta sorprendo un poco della sua rapidità.

Egli tacque un momento, poi soggiunse:

— Hai ragione d'amarlo, è un uomo che merita di essere amato.

Ma ella taceva, ravviluppata nel suo silenzio come in un freddo e crudelissimo rancore. Giorgio riprese:

— È l'uomo più virile ed è l'anima più vasta che incontrai su la terra. Bada che non símulo; egli forse mi odia, io no.

— Non ti odia, — ella disse con fermezza. — Andrea non ti odia.

— Lo sai tu?

— Sì, certamente. Ma voglio anche dirti una cosa, una cosa che tu dimentichi, Giorgio... Quando una donna riesce, con affetto, con serenità, vorrei dire, con passione a compiere il suo dovere nella vita, nessuno avrebbe il diritto di frugare come tu fai dentro l'anima sua, per rubarle un secreto ch'ella cerca di seppellire nella sua intimità più profonda, e non certo per risparmiare sè... L'anima, credo, è un possesso che si può negare inesorabilmente alle violenze altrui.

— Sì, l'anima, ed anche il corpo, Novella.

— Oh, il corpo no! — ella disse con audacia. [pg!44] ben sapendo che l'uomo, comunque creda di amare, qualsiasi nome purissimo voglia dare all'amor suo, non è mai altro nel fondo che un accanito e geloso pretensore, il quale perdonerà tutte le dedizioni, tranne quella, o bestiale o divina, che avviluppa due corpi amorosi. Ella intuì che il malato, frammezzo a tante parole, voleva sopra tutto conoscere una cosa: fino a qual punto ella non fosse più sua.

— Il corpo no, — disse un'altra volta, armandosi di quella inflessibilità che faceva splendere la sua bellezza come un freddo metallo.

— Perchè cerchi d'ingannarmi?... Una pietà inutile!

— No, Giorgio; la mia carne si è dimenticata e si è spenta nella lunga solitudine. Se qualcosa di lui mi turba, non così mi turba. Se può chiamarsi amore quel senso timoroso che ho di lui, non è l'amore d'una donna; ma invece un'ammirazione senza desiderio, e tuttavia così femminile, che forse un uomo non potrebbe giungere ad intenderla mai.

Ella mentiva con una facilità sorprendente, convincendosi di far opera buona, e dicendolo a sè stessa per darsi cuore; ma in fondo per difendere sè dalla sua colpa, sè e lui che s'amavano, dalla potenza del padrone. Mentiva, pur sentendo nel suo grembo agitarsi una vita oscura, la quale sotto gli occhi dell'infermo non poteva nascere, nè poteva, in quella casa vigilata, secretamente morire.

— Tuttavia, Giorgio, — diss'ella, pronunziando le parole con una dolcezza proditoria, — se tu sospetti vi sia fra noi qualcos'altro che una dimestichezza necessaria, perchè nata appunto nel curarti insieme, allontánalo dunque da questa casa, chiama un altro medico... vuoi?

Ella tremava dentro di sè per la paura ch'egli accettasse quell'offerta, e ne tremava così forte, che non ebbe alcun rossore della sua duplicità.

— Ma tu diméntichi, — disse pensierosamente il [pg!45] malato, — che siamo stati veri fratelli durante l'intera vita. Forse a lui debbo quello che fui, e nulla basterà per distruggere la mia riconoscenza. Vorrei solo poter credere che tu non menti.

Ella intravvide la speranza di riuscire ad illuderlo ancora.

— Come potrei farti credere, Giorgio, se la tua diffidenza è così grande? Sì, è vero: io sento il potere della sua forza; sono un po' schiava di quel dominio ch'egli esercita su tutti. Ma la mia vita, Giorgio, è ben altra; ed è così lontana dalla sua, come potrebbe esserlo da quella immaginaria d'un uomo conosciuto in un libro. La mia vita vera è di camminare in silenzio vicino al tuo letto, di portarti uno scialle perchè tu non abbia freddo, e di sentirmi lieta come non mai se un giorno ti desti più riposato, e mi guardi sorridendo, con un poco di riconoscenza nel viso...

Egli l'interruppe, tendendo una mano per incontrare la sua:

— Oh, se sapessi quanta ne ho! E che rimorso anche! Senza di te, mi sarei già liberato di questa mia vita inutile... Se rimango, è solo per vederti un giorno di più; e so bene d'altronde che il tuo sacrificio non sarà lungo.

— Giorgio, Giorgio, per carità!...

— Ne sono certo. Però, vedi come lo dico tranquillamente. Ciò che si chiama la morte è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore. Fa, dentro le vene, un rumore sordo e confuso, che somiglia un poco al rombo d'una cavalcata lontana. Si avverte un freddo impercettibile, che agghiada tutti i sensi, ed allora l'anima fa come il sole nel tramonto: lancia, con una specie di delirio, i suoi raggi più luminosi verso ciò che possedeva nel mondo...

Parlava con una voce quasi meccanica, in cui certi suoni, certe sillabe, spiccavano stranamente, come fossero schianti di riso secchi e malvagi in un racconto monotono. Ella pure gli prestava un'attenzione puramente [pg!46] meccanica, e soltanto l'eco di quelle frasi le batteva sui timpani, facendole male.

— Perchè mi tormenti? perchè mi tormenti? — voleva dirgli quasi con rabbia, sopraffatta da un malessere fisico, che le rendeva insopportabile anche la voce, anche la presenza di lui. E lo guardava trasognata, vedendo insieme l'obliqua lama di sole fendere la stanza, piena di pulviscolo, di vita e di tempeste, come il suo cervello sovreccitato. Lo guardava senza pietà, e per la prima volta con un desiderio singolare di vendetta. Le pareva che dicendole: «Io so», — dicendole: «Io ti perdono» egli avesse rotto quel prestigio che gli conferiva il dolore taciturno, ed apparisse ora nudamente, come il solo divieto al suo bene, come l'ombra inseparabile dal suo nascosto sole. Anzi, quanto più le parlava egli di morte, tanto più si sentiva ella trascinata nell'orbita necessaria di un tale pensiero, e quell'immagine di funerali ch'ell'aveva respinta con tutte le forze dell'anima, d'un tratto egli stesso la faceva balenare davanti a' suoi occhi, non più come una remota ombra, ma come una imminente possibilità.

— Sì, è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore, — egli ripetè lentamente, come per imprimere queste parole nella sua profonda memoria. — Ed è allora che assale, non un rammarico solo della partenza, ma il rimpianto irremediabile di tutto quello che la vita poteva essere per noi. Ed allora nasce verso gli uomini, anche verso quelli, sopra tutto verso quelli che ci hanno fatto male, un'affettuosità grande e stanca, una voglia quasi di render loro tutto il bene possibile, tutto l'amore possibile, perchè un solco di buona memoria continui dopo di noi. Non si pensa che anch'essi a lor volta finiranno, e la vita che prosegue ha qualcosa di stupefacente, come se fosse una forza radiosa e mostruosa che urla e splende mentre soffoca noi...

E tacque, attendendo forse una risposta, una sillaba qualsiasi, un cenno. Ma quelle sue labbra sigillate non si mossero, nè le sue ciglia batterono.

[pg!47] — Mi ascolti? — egli domandò allora.

Comprimendosi una mano sul petto, ella trasse un lungo respiro:

— Non ti ascolto, no! non ti ascolto...

Egli bruscamente sorse in piedi e s'avvicinò a lei. Teneva la fronte bassa, era mutato, pareva dibattersi fra un pauroso dubbio ed una grande speranza.

— Non ti ho mai domandata una cosa, — disse.

Ella trasalì, ed i suoi splendenti occhi nascosero fra le ciglia uno sguardo pieno di sospetto.

— Quale cosa? — domandò.

Ma egli esitava, come se avesse una profonda vergogna della domanda che stavale per fare; poi disse:

— Bada: non è una sciocca domanda che ti faccio. Vorrei sapere se, infuori da tutto quello che si chiama una religione od una fede nell'inconoscibile del mondo, senti con certezza di appartenere a qualcosa che non finisce, a un Dio insomma... o se invece ti senti sola.

Egli fece una pausa, e la guardò come per indovinare la sua risposta. Ma ella, senza forse aver preso il tempo di lasciar parlare la propria coscienza, rispose con una voce opaca:

— Sì, credo in Dio.

E così dicendo pensava a quello ch'egli le avrebbe domandato poi.

— Bada, — egli l'ammonì, — non rispondere con le labbra soltanto.

— No, no...

Egli le aveva presa una mano e la teneva serrata, quasi per comunicare con le vene del suo polso, con i battiti del suo cuore.

— O Andrea ti ha pure insegnato il suo gelido ateismo? — egli mormorò, curvandosi.

Ma ella scosse il capo, il braccio, con ira.

— Basta! — gli comandò; — basta!

— Allora, se un poco di fede non ti manca, — egli disse, tutto acceso dalla febbre della sua [pg!48] religiosità, — se veramente hai nell'anima Dio, non mi potrai mentire... bada!

— Che vuoi?...

— Sapere! sapere! — gridò il malato con forza convulsa. — Io, che finisco la strada, io, che non ti ho mai fatto alcun male, io ti domando: «Sei stata sua? In verità, in verità, sei stata sua?»

Ella scosse il capo con rabbia, come per prepararsi allo sforzo di rispondere: No! — poi si fece bianca d'un pallore quasi livido, e, scandendo le sillabe, disse con una voce che pur lenta sibilava:

— Non sono stata sua; non lo sarò mai!

Ma sentendo irrompere dall'anima in ribellione, più forte che il suo medesimo cuore il bisogno di gridare la verità, si tese tutta interiormente in una acerrima ira, e per costringersi alla menzogna disse ancora più volte: — Mai! Mai!

Esausto, egli si lasciò ricadere nella poltrona, premendosi le due mani sul petto, e la guardò perdutamente, con un senso d'inanità, di vergogna, stremato come un fanciullo che avesse voluto scagliarsi contro una porta di bronzo. E nelle sue membra malate sentì quasi una paura fisica di quella forte creatura, che aveva diritto a vivere, a ridere, a godere, a mentire, a far tutto ciò che fanno i vivi, mentr'egli non era più che un morto ancora barcollante, un travolto su cui la vita degli altri passava come un torrente infrenabile...

Perchè la voleva contendere ad un altro amore, se questo amore nasceva in lei, necessario e spontaneo come il suo profumato respiro? Perchè voleva dilungare la sua squallida ombra nel loro invisibile sole?

A queste riflessioni, un riso amaro di sarcasmo gli echeggiò dentro l'anima, senza salirgli fino alle labbra, mentre i suoi occhi smorti fissavano con una specie d'incantamento la bella creatura femminile, avviluppata in quel manto di sole che la ingloriava, che pareva splendere da lei, essere il colore della sua bellezza, il raggio della sua tutta ingemmata carne.

[pg!49] Gli sembrò che un rumore lontano, come di sonagliere su la strada, come di campanelli infuriati nell'alte camere della casa, gli stormisse dentro l'orecchie ronzanti, gli scrosciasse nel cervello vuoto, fra vena e vena, doloroso, incessante. Quel sole!... che macchia faceva quel sole! che barbaglio insostenibile, che incendio giallo su tutte le cose circostanti!...

Ella era là, così vicina e pure inaccessibile, avvampata di quella fiamma come un gioiello d'oro. E quel rumore continuo, come di sonagliere su la strada, come di campanelli infuriati, gli cresceva dentro senza posa, lo stordiva, lo accasciava, suscitando nelle sue pupille dilatate una continuità velocissima di bagliori e di vampe. Cos'erano? Forse quelle grandi rose gialle, cáriche di profumo e di pólline, che parevano d'un tratto roteare nella striscia di sole, incendiarsi, ardere? Le rose, o i suoi capelli scintillanti, o il braccialetto d'oro che le balenava al polso, o tutta la sua materia giovine e viva, cárica di profumo anch'essa, di pólline e di voluttà?... Vampe, vampe, sonagliere, in una ridda confusa, in una specie di vertigine gialla...

Accecato, chiuse le palpebre e sognò.

Sognò di lei, paurosamente, voluttuosamente, quasi per un bacio ch'ella gli desse, non più su la fronte, come soleva, ma con le calde labbra su le sue labbra ardenti, — un bacio snervante, lungo, lento, che gli assorbiva dalla gola turgida il respiro, che gli scorreva sui nervi non placati come una molteplice carezza. Un bacio carnale di amante, com'ella saprebbe dare se volesse, un bacio lascivo come la nudità, voluttuoso come la colpa... E in quella specie di torpore, mentre vedeva dietro il velo delle palpebre quel polverìo luminoso del sole, risentì, quasi per una evocazione fisica, sotto le narici un poco ansanti fluttuare l'odor femineo di lei, quell'odore soave che l'accerchiava come un malefizio, che intorbidava un poco l'aria come la fragranza eccessiva d'un fiore, che l'ubbriacava talvolta, [pg!50] nella sua debolezza di malato, come una droga troppo forte.

Ora egli la vedeva, non più nel mezzo della stanza, ma come l'aveva sorpresa una volta, all'uscir dal bagno, tutta nuda e gocciolante, cosparsa di oscurità furtive il suo corpo voluttuoso. Quella volta ell'aveva gridato, per il pudore subitaneo, con un piccolo grido acuto e quasi ridente; poi s'era in fretta raggomitolata nell'accappatoio tepido, schermendosi dall'esser veduta e chiudendo gli occhi quasi per timore. Così la rivedeva ora, nell'abbaglio, e risentiva sotto le narici ansanti quell'odor fresco di carne bagnata, di cipria e di lavanda, quell'odore buono e colpevole del suo corpo che incitava all'amore.

...ed egli era sopra di lei, curvo, e la baciava; metteva le dita un po' tremanti nel gran volume de' suoi capelli raccolti su la nuca, aspersi qua e là di gocciole iridate; le strofinava il dorso pianamente, le spalle pianamente, per rasciugarla; sentiva traverso la stoffa spugnosa il tepore umido della sua pelle, s'inginocchiava dinanzi a lei, l'avvolgeva con le braccia, la serrava contro di sè, più forte, più forte... Ella si rannicchiava, freddolosa e vogliosa, dentro l'accappatoio caldo: le uscivano dal basso i piedi rosati, le sue ginocchia tonde gli urtavano contro il petto, stando ella tutta raccolta in sè, tutta piegata come per ischermirsi...

Ma non si schermiva interamente; forse non era che un'arte leggiadra, un amabile gioco; ed egli, tenendola per la cintura come una preda non riottosa, piano piano addentrava una mano cauta nella scollatura dell'accappatoio, prolungando la sua carezza per la gola turgida, e giù, più giù, lentamente, con soste, come un ladro, nella dovizia calda, rigogliosa del seno...

Vampe, vampe, sonagliere... Cos'erano? le rose gialle? i suoi capelli?... Vampe.

Oh, come suonavano! che urlìo! che scampanìo forte, lacerante!... Che male! che male! Barbagli, guizzi, [pg!51] come di grandi rose gialle, infuriate, che roteassero... Una ridda... il sole... troppo sole... Ah, che male!... Sonagliere, vampe.

Cos'era? Una specie di schianto nel cuore fioco; una specie di rimbombo fragoroso entro le arterie stanche; una pietra infitta nel cervello, così greve, così greve... Rose, vampe, sonagliere.

Cos'era? Una lussuria di moribondo, che non di rado lo tormentava, la notte, nelle lunghe insonnie, mentr'ella se ne stava presso di lui, a piè del letto, assonnata sopra una pagina interrotta.

Talvolta egli chiudeva gli occhi, fingeva d'essere addormentato, per poterla desiderare senza tradirsi; gli entrava nel sangue un'accensione dolorosa; la sua tenebra interiore s'illuminava di rosso, ed in quella specie di febbre, come se le giacesse accanto, l'avvolgeva in più modi nella sua lussuria inane.

Quand'era sano ancora, non l'aveva mai desiderata così; quando le dormiva ogni notte accanto, non le aveva mai conosciuto questo irritante calore di femmina e di posseditrice, che ora tentava sino allo spasimo il suo desiderio spossato. Quando per la prima volta l'aveva baciata nel talamo nuziale, gli era solamente sembrata una inquieta e sperduta fanciulla, stanca forse della sua verginità, e per lungo tempo non aveva nemmeno sospettato in lei quella tentatrice ch'ella era, così turgida e sparsa di peccato in ogni piega del suo corpo, dalla fronte al piede.

Sì, forse aveva sin d'allora, nel cavo degli occhi, negli angoli della bocca, nella forma de' suoi labbri, quand'era in silenzio e pensava, o forse nella medesima sua voce, che talvolta si velava di risonanze opache, forse nelle spalle affaticate per il peso del suo petto fiorente, forse nelle braccia pieghevoli, nelle ginocchia pigre, un non so che di stanco, di lascivo, anzi una specie d'indefinito languore, che pareva, come un fumo d'oppio, addormentare le sue dolci membra in un letargo pieno d'insensibilità. Ma nel suo letto [pg!52] maritale non era, — e Giorgio se ne rammentava — che un'amante quasi inerte, una pigra onesta sposa che sopportava l'amore.

Più tardi, — ma solo più tardi — ella era fiorita così; più tardi, quando già per lui non era divenuta che una infermiera assidua ed una buona sorella, quando le loro bocche non s'erano più congiunte in altri baci che non fossero di consolazione o di dolore.

E chi dunque l'aveva così occultamente ridestata? Chi aveva ritolto da' suoi sensi violenti quella fascia di torpore? Chi aveva diffuso per il suo corpo soave quella virtù malefica di tentazione?

Oh, sì! egli le aveva ben detto, guardandola: — Come gli rassomigli!

Ed ella s'era drizzata senza rispondere, con un moto nelle vertebre del collo che le rovesciava un poco la fronte all'indietro: un moto abituale in lui, che scolpiva la sua dura fierezza e rendeva imperiosa la sua fredda volontà. Aveva imparato a dire: Sì! No! — rapidamente, con una voce ferma, che pareva inginocchiasse di colpo le resistenze altrui, — a dire: Voglio! — a dire: Devi! con quella decisione immediata e serrata che pareva in lui quasi l'urto d'un impeto fisico, il guizzo subitaneo d'una lama che si pianta e sta.

Ell'aveva detto: «Mai! Mai!...» — dopo la sua domanda... Ma quali parole potevan distruggere il valore delle osservazioni accumulate giorno per giorno dall'istinto che non falla, e sotto la vigilanza di una indagine involontaria? Ella diceva di no con la bocca, ma era invece visibilmente più che la sua amante: un oggetto suo, una sua possessione irredimibile, una vita congiunta con la sua vita, un sangue frammisto nel suo medesimo cuore.

Egli l'aveva presa, forse dolcemente, ma come si afferra una preda, quasi con artigli, bollandola d'un suggello di possesso che non si cancellerebbe mai più.

[pg!53] Ed allora perchè volersi adergere fra loro come un miserando padrone, goffo della sua gelosia? Perchè averle parlato, averle messo a nudo sotto gli occhi la sua lunga e vana disperazione? Perchè interrompere quel silenzio, che certo li proteggeva da una più grande calamità?

Come la riguarderebbe ora? Come fisserebbe i suoi occhi negli occhi di Andrea?

E diceva a sè stesso: — «Due creature umane, due vivi, hanno intessuta insieme la loro felicità. Si amano. Questo non è soltanto una parola; è vivere! Per spaventoso che a me paia, il lor diritto è più forte, più necessario di ogni altro vincolo.

Se urlo, dove arriverà il mio grido? Io sono l'immobilità, sono qualcosa d'inerte e di spento, che deve tacere.

Sì, di fatti: erano il mio amico e la mia donna...

Parole! tutto questo non è che un telaio fragile di parole! Vivere! questa è la sola verità; con tutte le sue rapine indispensabili, con tutte le sue crudeltà fatali. Dunque, se grido, che può fra loro, il mio grido? Nulla. Sarà una cosa tutt'al più ridicola, come la trattan nelle loro commedie gli uomini di buon umore... Od è invece un dramma? Sì, forse; un piccolo dramma futile, come ne succedon tanti, ogni giorno, su la faccia della terra impassibile... Povero cuore stanco, bisognava tacere! La tua bellezza ultima era il silenzio; poichè si può fino all'ultimo possedere una bellezza che sopravviva come un ricordo non distruttibile nel pensiero altrui. Perchè l'hai sciupata miseramente? Povero cuore, perchè sei stato così barbaro contro te stesso? Perchè hai voluto «sapere?» anzi «essere certo?...» Bisogna che chi muore abbia il coraggio di abbandonare ai vivi la loro felicità.»

Così ragionava seco stesso, in una specie d'assopimento fisico che gli toglieva la percezione immediata delle cose circostanti. Non vedeva più lei, nè la striscia di sole che ora inondava la stanza d'una sfrenata [pg!54] luce, nè il gran mazzo di rose gialle ch'ell'aveva ordinate nei vasi, lentamente, ad una ad una. Quasi non ricordava più le parole acerrime dette fra loro; o per lo meno tutto questo gli pareva già lontano, in un tempo quasi remoto, come al di là da un lungo svenimento, e solo a sbalzi, nel turbinìo del suo cervello, nella vuota concavità de' suoi timpani, ricominciavano a stormir sonagliere, ma più fievoli, come se andassero per una strada più lontana, e campanelli a ronzare, ma più confusi, come se infuriassero in alto, lassù, per camere più distanti...

Aperse gli occhi, rinvenne da quel torpore come da un sogno che fosse durato senza limiti, e la cercò. Dov'era? Non súbito la vide: quell'irruenza del sole pomeridiano faceva della stanza una prigione infiammata, traeva da tutte le cose un fulgore insostenibile, simile quasi ad un frastuono assordante.

Poi la vide: stava seduta dinanzi al cembalo, con la testa china, il mento piegato sul petto, una mano su la tastiera, l'altra posata sul grembo, quasi affondata nella gonna scura; ed ella medesima era coperta d'ombra fino alle ginocchia, ma con il busto avvolto dal sole come dalle spirali d'una fiamma che divampandole intorno al capo, quasi alla sommità d'una torcia, le sprigionava dagli accesi capelli un volo di pulviscoli d'oro.

— Novella... — chiamò con le sue fredde labbra.

Ella trasalì, si eresse; nell'atto brusco della mano tre tasti diedero tre note veloci.

— Non dormivi?...

Ma, invece di rispondere, Giorgio la chiamò a sè, tendendo le mani verso di lei con un gesto supplichevole. Ella si levò, confusa, temendo perfino il rumore che faceva nel muoversi, e con il cuore gonfio di commozione s'avvicinò all'infermo.

— Che vuoi? Stai male? Ecco, vedi!... — gli andava dicendo con una voce piena di umile fedeltà.

— No, no, ascóltami...

[pg!55] Ella prese le sue mani, con dolcezza; le strinse. Ardevano entrambi, nei palmi, nei polsi, d'una diversa febbre; si guardavan come fossero entrambi colpevoli, con timore, con esitazione.

Allora ella vide su le ciglia dell'infermo, su quelle ciglia bionde, così buone, sotto le quali non s'era mai fermata alcuna ombra iniqua, vide brillare due lacrime grandi e limpide, che caddero insieme, scavando ancor più la sua faccia devastata. Ed ella pure sentì un singhiozzo rompere il nodo che aveva nella gola, irrefrenabile...

Senza parlare, senza mentire, si chinò su lui, su la sua bocca addolorata, — e piansero.

IV

— Vedete, Giorgio, — disse Maria Dora, — mi sono lavata i capelli stamane.

— Lo so, mia bella cognatina. Mentre alla finestra li asciugavate, ho veduto i vostri capelli sciolti, ed accecato da quello splendore, stavo quasi per mandarvi ad alta voce un complimento.

— Ah, sì? Un complimento non è mai di troppo! Ditelo dunque ora, se non è una bugia.

Ella cinguettava con il cognato per distrarlo, per farlo sorridere nella sua tristezza.

— Ci tenete, proprio?

— Ma, certo!

— Ebbene, volevo dirvi: — Cognatina, è il sole che splende, o siete voi, con i vostri capelli, che mettete tanto oro nel mattino? — Questo è il complimento; vi piace?

— Per bacco! — ella fece con arguzia; — davvero è fino: fino come un madrigale. Pare impossibile che sia vostro! Dove l'avete letto, Giorgio?

— Oh, Maria Dora! — egli esclamò sorridendo; — non mi credete nemmeno capace di una cortesia così facile?

[pg!56] — Non è poi tanto facile, via!... Sopra tutto per un ingegnere! Se mi aveste detto, che so io... per esempio: — Cognatina, i vostri capelli splendono stamane come le rotaie della strada ferrata... — ecco, lo capirei! Ma così, come l'avete detto, così bene, così pulito... no, francamente, puzza di letteratura! Oh, intendiamoci, non è per offendervi, chè anzi ve ne ringrazio.

— Ebbene, sia come volete; non ci bisticceremo per così poco. L'essenziale è che vi siete lavata i capelli, e che i vostri capelli sono d'un'abbondanza davvero straordinaria.

— Novella ne ha più di me.

— Forse; ma di un altro colore. Dov'è Novella?

— Non so, — ella fece con esitazione.

— E Andrea?

— Andrea sarà forse rintanato in camera sua. Da qualche giorno è divenuto ancora più inavvicinabile di prima. Che bizzarro uomo! Non pare anche a voi, cognato? Io, quando lo vedo, ho sempre voglia di gettargli un pezzetto di zucchero come si fa con i cani da guardia per entrare nelle loro grazie.

Egli fece con la mano un gesto vago, ma sorrise tuttavia di quella irriverente opinione.

— Andrea è un uomo d'ingegno, — disse con lentezza il malato. — Le nature come la sua peccano sempre di qualche singolarità.

— Ma egli è singolare in tutti i sensi, e più lo si conosce, più lo si trova bizzarro! Sapete, — ella seguitò con il suo parlar volubile, — sapete che mi faceva la corte?

— Ah, sì?

— A modo suo, beninteso; con certe sue maniere un po' ironiche... ma è fuor di dubbio che mi facesse la corte. Bene, ora invece, da cinque o sei giorni, non mi parla nemmeno più: se ne è dimenticato. È seccante, vi pare?

— Questo non saprei, cognatina. Vi auguro in ogni modo che ricominci, — egli disse in tono di celia.

[pg!57] — Bah... lasciamo stare!

Seduta vicino a lui, ella ricamava in fretta, però con una sbadataggine estrema. Ogni tanto guardava il malato, ch'era disteso nella seggiola a sdraio, coperto di scialli; e lo guardava nel mezzo del parlare, o facendo altra cosa, perchè l'infermo non si avvedesse de' suoi pensieri.

Lo trovava miserrimo, ogni giorno più stremato, più povero di vita. Nella faccia angusta gli si erano dilatati gli occhi e sporgevan dall'órbite come fossero gonfi, in un cerchio di lividore. Le pupille dilatate, scialbe, acquose, nuotavan in un siero azzurrastro; talvolta si appannavano visibilmente, come una lama al calor del fiato. Quando sorrideva, i denti parevan cresciuti: la gengiva superiore gli si scopriva, congestionata sotto l'orlo del labbro, e quasi livida. Su la pelle arida gli si formavan certe macchie di color scuro e spesso due strisce rosse gli accendevan la fronte, equidistanti, fra le tempie concave. La sua mano divenuta nivea, spesso, nel cercare un oggetto, brancolava un poco.

— Non vi sentireste, — gli domandò la fanciulla, — di uscire nel giardino? Fa così tepido fuori.

— Oh, no, Maria Dora! Non mi sento proprio di alzarmi. Se sapeste che fatica mi costa muovere un passo!

E si rannicchiava negli scialli, poveramente, come un intirizzito. In quel mentre papà Stefano tornava dalla fattoria, col suo cappellaccio di paglia ficcato di traverso, la sua giubba da cacciatore. Era un bel vecchio, aitante ancora, solido e bronzeo sotto i suoi capelli d'argento; serrava tra i denti la pipa stracarica, ingoiando enormi boccate di fumo con una specie di golosità. All'odor del tabacco, Giorgio si mise a tossire.

— Ahi!... me ne dimenticavo, — esclamò Stefano con premura.

E soffocato il fornello col póllice, si cacciò la pipa dentro una tasca.

[pg!58] — Fuma, fuma, — lo esortò Giorgio.

— C'è tempo! Veh, che brava Maria Dora! gli tieni compagnia.

— Si discorre di tante cose, godendo il bel sole. Frattanto ricamo, ricamo. A furia di ricamare mi sarò preparato un corredo bellissimo. Non manca più che il marito. — Fece una pausa: — Il marito... parola eroicomica!

E si mise a ridere di quel suo riso trillante, che le gonfiava la gola.

— Oh, eroicomica!... — esclamò il padre. — Tu non sai quello che dici.

Ella non volle insistere, anzi mutò discorso:

— Papà, ora te ne racconto una bellina. La Berta se ne va!

— La Berta?

— Sicuro, e adesso verrà lei a dirtelo. Va via perchè... oh, debbo ridere!...

— Insomma lo vuoi dire o no?

— Ora te lo racconterà lei stessa, perchè io... — e rideva, — io... — e rideva più forte.

La Berta, che lo aveva inteso entrare, giusto era venuta su l'uscio.

— Ehi, tu, fatti pure avanti! — comandò il burbero padrone. — Sentiamo: cosa c'è?

La fantesca si avanzò di qualche passo, impacciata, con gli occhi bassi, slacciandosi il grembiule. Stefano si tolse il cappellaccio di paglia e lo buttò sopra un divano. Siccome cadde a terra, la fantesca, per far qualcosa, andò a raccoglierlo. Con quel cappellaccio in mano, e per il fulvo della sua chioma e per il vermiglio delle sue gote, pareva più buffa che mai.

— Dunque la sciogli o no quella tua maledetta linguaccia?

— Dica lei, signorina... — ella balbettò vergognosa.

Maria Dora se la godeva un mondo e non aperse bocca.

[pg!59] — Che signorina d'Egitto! — borbottò Stefano, con quell'aria terribile che sapeva darsi nell'amministrare la giustizia fra i suoi dipendenti. — Spìffera tu!

La fantesca si fece cuore:

— Signor padrone, ho deciso di andarmene via...

— Buon viaggio!

Ma egli non si mosse; ella neppure.

Dopo un breve silenzio papà Stefano disse:

— Oh, e perchè poi?

— Lo domandi alla signorina.

— La signorina non c'entra.

— E allora lo domandi al signorino...

— A chi?

— A quello lì... — ella fece, scostandosi impaurita e segnando col dito Marcuccio, ch'era venuto su la soglia nell'udir quelle voci.

— Sì, a lui, proprio a lui... — ripeteva cocciuta la fantesca, segnandolo a dito. Si era fatta rossa, quasi paonazza come una melagrana, ed aveva le lacrime agli occhi. Papà Stefano abbandonò quel tono di accigliata canzonatura, si fece grave:

— Sentiamo: cosa c'è stato?

— Certe cose, certe cose, padrone... — piagnucolava la Berta.

Lo scemo cominciò a sghignazzare ed a contorcersi contro lo stípite; allora ella, fattasi ardita, sciolse lo scilinguagnolo.

— S'immàgini che non mi lascia stare un momento. Mi tocca, mi provoca, mi salta addosso... Poco fa mi ha fatto bruciare il lardo! Ne ho abbastanza! Guardi un po' che pizzico!

E si fece avanti, squadrando con occhi nemici lo scemo, che sempre sghignazzava; si rimboccò una manica fin sopra il gomito e mise in mostra un bel lividore.

— Dio! come fai la schizzinosa... per un pizzico! — esclamò Maria Dora con perversità. Ma la Berta non s'interruppe nemmeno.

[pg!60] — Poi sentisse cosa dice, padrone!

— Andiamo, andiamo... — borbottò Stefano, conciliante.

— Insomma pensi che la notte mi devo chiudere in camera a chiave!...

— Ohibò!... — fece Maria Dora con la sua vocetta maliziosa.

Allora lo scemo si fece avanti, serio serio, con una grande aria di cerimoniale; drizzò su le gambe lunghissime la sua persona sbilenca e disse in tono declamatorio:

— Infatti, caro padre, ho deciso di prender moglie. Quello che ti racconta costei, non importa. È venuto il tempo che mi debba maritare: ventitre anni ho, padre.

La ragazzotta, paurosa, corse in un angolo e scioccamente incominciò a piangere.

— Costei, — riprese lo scemo, — costei non intende. Piange? Perchè piange? Le ho detto: — «Sei grassa e rotonda; mi piace l'odore del tuo collo, dove nascono i tuoi capelli rossi. E quando scopi mi piaci, perchè la tua sottana dondola e sta bene. Sposiámoci, Berta; voglio vedere se sei fatta come una donna.»

Allora il padre s'avvicinò a lui, posandogli una mano su la spalla; e cercava di persuaderlo amorosamente:

— Questo che dici non è bene, Marcuccio. Lascia stare la Berta; va e scrivi.

— Non ora, padre. Debbo raccontarti ogni cosa prima delle mie nozze.

Frattanto rideva, ma di quel suo riso atono, che gli afferrava soltanto la bocca e la obliquava in una smorfia sinistra; un riso metallico, breve, aspro, che gli stringeva la gola come una mano ruvida e ne traeva un corto singhiozzo.

In certi momenti non si poteva impedirgli di parlare, affinchè non desse in ismanie.

— Sì, padre. La sposo per aver fatto un sogno. Un [pg!61] sogno che faccio quasi ogni notte, in questa primavera. Mentre dormo, la porta si apre; lei entra; è veramente lei, quasi nuda, con i capelli arruffati, e ride. Ride; poi si dondola nella camicia da notte come una cosa molle... Mi dice: — Hai chiamato, Marcuccio? — Sono qui. — S'avvicina, mi tocca; io soffoco. Butto via la coltre, le dico: — Entra nel letto. — Non vuole, ma ride. Ride e si china... Sento che ha un odore forte, come una donna nuda. — Guarda, — mi dice: — sono bella? — Sì, Berta, sei bella. — Poi, se la voglio, fugge. E si dondola nella camicia da notte come una cosa molle...

Si mise a ridere sguaiatamente:

— Vedi? anche ora fugge.

— Marcuccio, — lo implorò il padre, — vieni con me; discorreremo noi due soli.

E cercò di trascinarlo via per un braccio. Ma egli resisteva, caparbio.

— Padre, tu forse non comprendi che sono innamorato.

Allora Maria Dora scoppiò a ridere, esclamando:

— Uh! uh... Marcuccio innamorato!

— Perchè ridi, sorellastra?

— Certo che rido, — ella rispose. — Perchè tu puoi sposare una ragazza bella e pulita, mentre la Berta puzza di cazzeruole... È unta!

— Sorellastra, ti dico: tutto puzza e tutto non puzza, secondo che un odore piace o non piace. Siccome sei maligna, alle mie nozze tu non verrai. La Berta sarà vestita di bianco, io di nero, e tutti gli invitati porteranno un cero come nelle processioni. Farò suonare le campane, a stormo. Sorellastra, se mi regalerai un anello d'oro, con cinque brillanti, allora ti perdonerò.

Andrea sopravvenne in quel momento e si fermò all'udire que' discorsi. Ma súbito interruppe lo scemo con una voce piena di potere:

— Marcuccio, che stramberie vai dicendo?

[pg!62] — E voi, Andrea, — seguitava lo scemo senza dargli retta, — voi, Andrea, nel giorno delle mie nozze, direte a tutti: — Quest'uomo che si sposa è Marcuccio Landi, poeta, filosofo e musicista. Mettetevi a ginocchi e riveritelo: egli è grande!

— Io dirò a tutti, — esclamò Andrea: — Quest'uomo che si sposa non è affatto grande, perchè invece di dedicarsi al suo lavoro perde il tempo dietro le sottane. Così non avrà nessuna gloria.

Egli diceva queste parole fermamente, come le avrebbe rivolte ad un uomo sano d'intelletto, ed affrontava lo scemo con tutta la violenza del suo sguardo insostenibile.

Una bianca ed umile paura si dipinse tosto nel viso di costui ed il suo sguardo si fece errante sotto la dominazione di quell'occhio più forte.

— Non direte questo... — balbettò, con una specie di terrore.

— Lo dirò certamente, se non abbandoni questo pensiero assurdo.

— Maestro... — fece smarritamente lo scemo, — maestro... e in tal caso, l'amore?

— L'amore? — esclamò Andrea nervosamente, con una rapidità quasi iraconda. — L'amore non è che un perditempo! Cerca di saper farne a meno, anzi di persuaderti che l'amore non c'è!

Lo scemo dovette meditare su queste parole; poi gli parve d'aver compreso.

— E voi, — domandò lentamente, — voi non amate?

Quasi urtato in pieno petto dalla domanda inattesa, che aveva, o gli parve, un non so che di proditorio, Andrea Ferento ebbe un sussulto impercettibile, rovesciò la fronte all'indietro con quell'atto imperioso ch'era in lui abituale quando voleva resistere o comandare.

— Io, — disse con asprezza, come se la domanda non gli venisse dallo scemo e non a lui dovesse [pg!63] rispondere, — io non ho amato che una sola cosa nel mondo: la mia opera; e ciò basta.

Poi traversò quasi con impeto la stanza, e preso lo scemo per un polso, fortemente lo accompagnò verso l'uscio. Da lui Marcuccio si lasciava condurre con una docilità quasi pecorile, senza osare mai di contraddirlo, perchè nel suo sperso intelletto non dominava che una sola fissazione: quella di potergli assomigliare.

Aveva con ardenti sogni amato la gloria nella sua giovinezza dedita alle fatiche più nobili dell'ingegno, e questa gloria ch'era stata la sua lontana amante, il suo fantastico sole, continuava ora a perseguitarlo con tentazioni assurde, a riaccendere di eroiche imprese la sua demenza mansueta.

Papà Stefano si era seduto sopra una seggiola, e raccoltasi la fronte nella mano, meditava dolorosamente su la pietà che gl'ispirava il suo figlio. Ogni tanto scoteva il capo e si ricacciava la commozione in gola, mordendo la pipa spenta, che lo impolverava di cenere. Di sventure, nella sua lunga vita, ne aveva sopportate assai, con quel coraggio paziente che l'anima dei semplici sa radunare contro la sciagura; ma questa, che gli aveva distrutto nel fiore dell'età il suo figlio adolescente, questa non la poteva tollerare per quanta rassegnazione avesse nel suo cuor di cristiano.

Finchè Marcuccio se ne stava zitto, faceva la calza, scriveva o camminava per la casa come un automa, traendo dal suo violino, sempre, sempre, quella medesima canzone, ch'era divenuta per tutti quasi un incubo superstizioso, il padre non malediva la sorte, si contentava di guardarlo con occhi tristi e scuotere silenziosamente il capo. Ma quando l'udiva imbastire insieme, con una voce monocorde, que' suoi lunghi discorsi incoerenti, che tradivano il cervello senza governo, e poi finivan per lo più in una risata stridula, che faceva male come un colpo di frusta, il padre talvolta non sapeva più contenere la piena del suo dolore taciturno.

[pg!64] Dopo una lunga pausa, il vecchio disse alla figlia:

— Maria Dora, va piano piano a vedere cosa fa.

La fanciulla si levò in silenzio dalla poltrona dov'era seduta a ricamare, e camminando con lievi passi uscì per andarlo a spiare. Poco dopo fu di ritorno, con la medesima cautela, e rispose, facendone l'atto:

— Scrive.

Poi, senza guardare Andrea, sedette di nuovo nella poltrona, presso l'infermo, ed abbassò il capo sul ricamo che aveva incominciato.

Ora non parlavano più; tutti e quattro, in quel silenzio parvero stare in ascolto, forse d'una lor intima voce che ad ognuno lasciasse cadere, come pietre sul cuore, un peso di sillabe lente. Ascoltavano, ed ognuno, tacendo, in quella sera piena d'ambiguità, ricamava sul proprio telaio una trama invisibile di pensieri. Per l'uscio aperto si udiva giungere quel rumore familiare che fanno le stoviglie, le argenterie, quando s'apparecchia la tavola.

E il giorno, fuori, diminuiva. Il sole, come un largo tappeto, si ritraeva dalla terra umida, strisciava sul fogliame degli alberi, sui tetti più alti, sui vertici delle colline. Veramente a guisa di un tappeto che il crepuscolo andasse arrotolando, sollevava nell'atmosfera limpida qualche soffio di polvere voluminosa, che lentamente scendeva, cadeva, prima impalpabile, poi folta, sopra i contorni delle cose.

Gli alberi si vestivan di buio, come se il vento li avvolgesse d'un torbido fumo. Non era puranco l'ora delle campane: un grande silenzio veniva dalla terra circostante, un silenzio quasi religioso, che affaticava la loro sensibilità.

[pg!65]

V

Quando furono in fondo al giardino, ella si strinse a lui con tutta la persona e gli cercò la bocca.

— Bada... — egli disse impaurito; — non qui!

La sera già folta li nascondeva; ma erano più che mai timorosi, più che mai sperduti d'amore e di terrore, mentre il destino si compiva in ogni attimo, con una irremediabile celerità. Egli si tese in ascolto, poi l'attrasse dietro un alto cespuglio che faceva quasi una nicchia, dove nessuno li avrebbe scorti.

Che buon odore di menta selvatica veniva dall'umida erba in quella sera scintillante! La terra satura esalava il suo respiro profumato, quasichè, nella propizia ombra, godesse la carezza d'un amante e quel soverchio profumo fosse l'effluvio della sua nascosta voluttà.

Là dietro, per l'intrico dei rami, si vedeva la casa biancheggiare con tutte le finestre chiuse, tranne una, che splendeva, ma d'un lume vacillante, quasi già vi ardesse il chiarore d'una lampada funeraria e l'anima dell'abitatore addormentato stesse di là per evadere nella notte grande. Non osavan guardare lassù, a quella sola finestra rischiarata, poichè, dietro la trasparenza dei vetri, vedevano la vasta camera taciturna, greve di morbo, densa di ombre fluttuanti, la camera ond'eran usciti poco prima, a breve distanza l'un dall'altro, cauti, su la punta dei piedi, per non interrompere quel sonno troppo lieve.

Oh, come sono diverse le finestre che splendono di notte nella facciata d'una casa buia! Sonvene, per chi cammina e le vede passando, alcune che fanno invidia, che dànno quasi uno scoramento indicibile, una specie di triste gelosia verso la gioia che rischiarano. Sole, nell'alta notte, nell'alto silenzio, brillano d'una [pg!66] luce impudica, irruenta, ilare, che somiglia quasi ad uno scoppio di riso, che somiglia quasi alla bianchezza d'una nudità, — e sono le finestre dell'amore; ma dell'amore giovine, che non rifugia nell'ombra le sue colpe, che non ha paura della propria felicità.

E sonvene di più velate, dalle quali pertugia insidiosamente un chiaror soffocato, che paiono dire a chi passa: — «Férmati e ascolta; non senti venire per l'aria un ánsito di voluttà? Siamo due soli e nascosti, e siamo accesi d'una febbre taciturna, che istilla quasi un veleno sottile nel sapore d'ogni bacio...» — E sono le finestre dell'amore; ma dell'amore già perverso, che si ubbriaca di filtri e sóffoca il suo grido nella coltre contaminata. Poi talune che vegliano solitarie, con una lampada immota, e sembrano rischiarare l'insonnia d'un'attesa, — d'un'attesa lunga ed inutile, o il mormorio d'una preghiera, — d'una preghiera fatta per l'assente, che forse non tornerà — o la stanchezza d'una mano che scrive, che scrive senza mai fermarsi, che scrive senza mai rileggere, al suo sogno lontano, al suo lontano amore...

Poi talune, che sembrano illuminarsi d'un tratto, per una paura subitanea, per un dramma notturno, con ombre che s'avvicendano repentine, come se vi fosse nella camera un tramestìo di gente, che va, che viene, che parla concitata... Poi altre, le quali sembrano tenebrose della lor luce, come sono quelle fiammelle ad olio che bruciano davanti ai tabernacoli, in certe abbazìe di campagna, le sere d'autunno, dopo il vespero, quando le chiese dei poveri si émpiono di preghiera e di malinconia...

Sono finestre semispente, che hanno un colore; nessuna ombra si muove nel loro fondo opaco; nessun romore viene dalla lor immobilità; ma solo una specie di brivido che si prolunga nella notte, che si propaga nel buio, con disperata tristezza. — E sono le finestre segnate, su le quali, perchè si spengano del tutto, soffierà la morte...

[pg!67] Assaliti così da quel brivido, e pur indugiando nel bacio che li colmava d'oblìo, essi rividero la faccia supina dell'infermo, affondata nel guanciale, che apriva gli occhi senza muoversi ed in quel bacio li guardava. Sebbene avesse le fattezze del cadavere già scolpite sotto la pelle trasparente, li guardava cupo e fiso, per infondere uno spavento inesorabile nel loro inesorabile amore.

Egli disse a lei, che s'annidava nelle sue braccia, e lo disse come per esprimere quella imprecisa paura:

— Non odi?

— Che?

— Un rumore...

Ascoltarono.

Tutto il giardino dormiva. Solo, tra ramo e ramo, tra foglia e foglia, qualche rapido crepitìo, qualche sussulto fugace interrompeva l'odorato silenzio, metteva nell'ombra effusa di chiaror lunare un risveglio pieno d'ambiguità. Su la terra, nell'impenetrabile intrico dell'erbe, si agitavano vite furtive; in alto, fra i tacenti nidi, sotto le volte sonore dei padiglioni arborei, gli sciami notturni come orchestre in sordina aliavano senza tregua producendo un indefesso ronzìo. Laggiù, nella vasca, lo zampillo tenuto basso pullulava piano piano, scorrendo in un rivolo quieto che non sciacquava, ed ogni tanto interrompendosi come per riprender lena. Ad intervalli vi si udiva uno schianto: era forse una ranocchia, od un rospo, che dal margine vi saltava dentro, sul ventre piatto. Dai piccoli sentieri, fra i cespugli, sbucava un odore intenso di fioriture nascoste; poi d'improvviso, nell'inclinar del vento, la fragranza del maggengo non mietuto, che arruffandosi ad ogni folata prolungava per i campi una sonorità non dissimile dal tintinnìo d'un metallo, e in vicinanza, in lontananza diminuiva, come uno strepito di verghe d'argento.

Senza parlarle, quasi con ira, egli appoggiò contro la sua fronte una mano fredda, e piegatole il capo [pg!68] all'indietro si curvò su lei, come se lo struggesse la tentazione di dirle una parola terribile, di confidarle un segreto immane, ma volesse prima leggere ne' suoi femminili occhi se aveva una così forte anima da poterne contenere in sè la tragica violenza.

— Ascóltami, — egli disse, con voce sorda, che pareva il rombo d'una soverchia fatica interiore, — ascóltami, Novella, e médita bene prima di rispondere.

Poi fece una pausa ed accrebbe la lentezza delle sue parole. Domandò: — Fino a che punto puoi amare un uomo?

— Non un uomo — ella fece, con perdizione, — te solo, te solo...

— Non mi rispondere così, a fior di labbro. Interroga bene te stessa. Troppe volte si confonde l'amore con l'esasperazione dei sensi, e troppe volte l'amore ha paura di sè stesso, quando lo risveglia un pericolo ch'esso non prevedeva.

— No, — ella disse, — non c'è risveglio, non c'è limite...

— Ma vi può essere, — egli rispose, premendo col palmo su le radici de' suoi capelli scintillanti, — vi può essere un'altra cosa che tu non sai... — E sordamente, senza un tremito nei diritti occhi, soggiunse: — La disperazione.

Ella stava un po' curva all'indietro, piegata su le reni, ed oscillò. Ma il braccio dell'amante la reggeva per la cintura, onde non fu che un peso più greve contro la sua forza. Ismemorata, come se non potesse bene afferrare il senso di quelle sue parole, ma tuttavia ne rabbrividisse:

— La disperazione?... — balbettò. — Che dici?

E gli andava serrando le braccia con le mani trepide, come se cercasse in lui contro lui stesso un aiuto. — Che vuoi dire? Perchè mi parli a questo modo? Io non so nulla, non so nulla... ma ti amo...

Diceva questo con una semplicità, con una sincerità che soverchiava ogni ragionamento; pareva che gli [pg!69] volesse rispondere: — Perchè m'interroghi? perchè mi tormenti? perchè cerchi di esagitare in me fantasmi che non conosco? Ti amo... Non c'è forse tutto in questa parola? A che scopo vuoi saper oltre?... La disperazione?... ma è una sola: Non essere tua. Ecco, ti rispondo: Essere tua fin dove tu voglia, e come e fin quando a te piaccia. Divenire un oggetto minuscolo, inerte, nel dominio della tua forza: null'altro. Ed è questo, non ti sembra? l'amore...

Così ella pareva dirgli con quelle parole semplici, ed egli se ne rese ben conto. Anzi misurò per un attimo lo sfondo senza limiti dell'anima femminile, anima che sfugge alla comprensione dell'uomo nè sopporta l'altrui e meno ancora la sua propria vigilanza. Ond'egli pensò ch'era oltremodo vano tormentare con tante ricerche il suo docile cuore.

A sè stesso, più che a lei, mormorò due parole rapide, vicino alla sua bocca: — «Non ancora».

«Non ancora. Tu hai diritto alla mia mercede, povera creatura, perchè sei meno forte, e perchè mi ami. Io solo soffrirò per entrambi: — io solo».

Subitamente, quell'odore della sua bocca lo sconvolse. Più forte che l'aroma della notte primaverile, più forte che l'olezzo del giardino ebbro, vaporante come un incensiere, su lui potè l'odore femineo di quella sua bocca soavissima, di quelle sue labbra socchiuse, appena umide, che avevano sete, che avevano involontariamente la forma ed il sapore d'un bacio, ch'erano più lascive di una forma ignuda, più nude che la nudità. Allora vide, intorno a' suoi occhi abbassati, le ciglia luminose tessere due piccoli semicerchi d'oro, e vide la sua pelle, su le gote, sul collo imbiondire per una vellutatura ch'eravi cosparsa, limpida, scintillante come l'oro.

E vide nella sua gola riversa accumularsi un'ombra che tutta la vestiva, come un manto sotto il quale fosse nuda, e sentì che il suo petto gonfio colmava lo spazio fra loro, trasalendo ad ogni respiro, come fa [pg!70] un ventre femineo quando assorbe la voluttà...

Brillava una finestra, una sola, ma fosca, nella casa buia; e fra i meandri del giardino addormentato egli la portò a giacere su l'erbe che fiorivano, come sopra una coltre viva, in un letto fragrante.

Il vento, delle praterie sonore, portava lo strepito del maggengo non mietuto, che in vicinanza, in lontananza diminuiva, come un clamore di verghe d'argento.

VI

— Natalissa! Natalissa, vieni su!

Era la voce di Maria Dora che chiamava dall'alto del giardino, affacciandosi al terrazzo, fra le spalliere dei gerani rampicanti, che fiorivano a mazzi d'ogni colore, nascondendo sotto un magnifico tappeto vivo tutto il muro della scalinata.

— Corri, Natalissa, corri!

La bambinetta era in fondo al giardino, aveva nel grembiule un fascio di ramoscelli, che suo padre mondava dall'aiuole troppo folte.

— Lascia giù quella roba, e corri, Natalissa!

Con una certa cura la bambinetta vuotò il grembiule sul margine del prato, fece in modo che il suo fascio non si disperdesse, poi cominciò a correre. Aveva in testa un cappello di paglia che la copriva come un ombrellone, ma il sole tuttavia l'aveva morata come una bacca selvatica.

— Signorina Maria, che vuole? — diss'ella con quel suo modo garbato di donnicciuola grande, la quale sappia il fatto suo.

— Bisogna che tu corra sùbito in paese a cercare il dottor Paolieri, e dovunque si trovi, che venga su di filato, ma sùbito, e venga pure se fosse occupato, [pg!71] perchè il signor Giorgio sta male... sai, piccina: molto male.

— Oh, poveretto! — esclamò la bimba senza riflettere. — Ma, e se non lo trovo?

— Cércalo, cércalo dappertutto; dillo al farmacista, dillo a tutti quelli che incontri, e manda persone in giro finchè l'abbiano trovato.

Poi non rimase a discuter oltre; tornò dentro frettolosa, gridando ancora una volta:

— Corri, Natalissa!

Ma questa, nella sua testolina ragionevole, non poteva persuadersi di quella necessità.

— Come mai? Hanno un dottore in casa... che bisogno c'è del Paolieri, quello che cura i poveri?

Tuttavia si mise a correre, come le avevan detto, poichè era ubbidiente.

Intanto, sul primo pianerottolo della scala, Maria Dora vide qualcosa che la percosse d'un grande stupore. Novella era nel corridoio, diritta contro la parete, a pochi passi dalla camera di Giorgio; pareva in croce contro il muro, con le spalle oppresse come dal peso di una fatica interiore, le braccia un po' discoste dai fianchi, le mani aperte, quasi aderenti all'intónaco, e tutta bianca nel viso d'un pallore che alterava le sue fattezze. Non solo, ma nel medesimo tempo aveva intravveduto Andrea sparire di lì, entrar per una porta, uscirne, tornare, quasichè non avesse potuto nascondersi a tempo. Era passato davanti a lei che saliva, senza guardarla, senza forse vederla, con gli occhi stranamente esagitati, i capelli che parevan irti. Ed in entrambe quelle facce un non so che di malvagio, di folle, una specie di tragica simiglianza.

Ella vide questo, e si fermò davanti alla sorella, senza trovare il coraggio di parlarle. Ma questa non fece il più piccolo movimento, e rimase con gli occhi sbarrati, le mani aperte, quasi crocifissa contro il muro.

— È strano, — pensò Maria Dora; — ogni volta che Andrea torna dalla città, Giorgio si aggrava...

Tutta la casa era sossopra; nella camera del malato [pg!72] i familiari si affacendavano; la Berta ne usciva ogni tanto, in punta di piedi, strisciando su le pantofole di feltro, facendo tutto quello che le si ordinava. Ora passava con una bottiglietta, or con una pentola d'acqua bollente; poi venne fuori papà Stefano e si mise a chiamare con voce soffocata:

— Andrea...

Maria Dora prese una mano della sorella e dolcemente le domandò: — Che hai?

Novella strinse la sua mano, forte, forte, senza rispondere; gli occhi le brillavano, accesi d'una febbre che ne consumava il pianto. Allora, levando il capo verso l'altro pianerottolo, Maria Dora vide il suo fratello Marcuccio, seduto su l'ultimo scalino, fermo come un cane accucciato, e che guardava in aria, con le pupille fisse, ascoltando. Aveva il suo violino su le ginocchia, l'archetto nel pugno, e senza batter ciglio, con ferma intensità, pareva tutto assorto nell'ascoltare un lontano rumore di avvenimenti, una confusa voce che parlasse con lui solo.

Vedendo la casa in tumulto, guidato forse dall'istinto, era venuto egli pure su quella scala, presso la camera dell'infermo, dove non entrava mai.

— Andrea, Andrea... — ripeteva la voce del padre.

— Ebbene? — disse questi, apparendo su l'angolo del corridoio.

C'era in lui una specie di convulsione ferma, che la tensione de' suoi nervi dominava a stento.

— Non posso fargli più nulla, — disse con voce rapida.

Aveva tra i sopraccigli una ruga profonda.

— Ma... ràntola... — balbettò Stefano.

Andrea rovesciò indietro il capo, con una specie d'urto che scosse tutta la sua persona:

— Lasciàtelo stare. O la crisi passa, o questa volta è finita.

Ripetè ancora, con una voce più sorda: — È finita.

[pg!73] E cominciò a camminare velocemente, in sù, in giù, davanti all'uscio dell'infermo. I suoi passi facevano romore; il pianerottolo ne traballava; la ringhiera scossa mandava una specie di ronzìo.

Poi si fermò di scatto:

— Viene questo medico?

— Sì, — rispose Maria Dora timidamente.

— Che viene a fare?

— Mi avete detto voi di chiamarlo... voi stesso, poco fa...

— Sì, è vero: l'ho detto io. — Fece una pausa: — Bene, venga!

Di nuovo si mise a camminare, più rapido, con maggiore concitazione.

Gli occhi di Novella inseguivano ogni suo gesto, ogni sua mossa, quasi fossero ammaliati; ed egli non la guardava mai; non guardava nessuno.

Dalla stanza dell'infermo uscì mamma Francesca, e piangeva. Mormorò:

— Bisogna salvarlo...

Poi carezzava la fronte della figlia maggiore, dicendole:

— Ti senti male, è vero, povero cuore?...

— Sì, mamma, così male!...

Ma la Berta, ch'era per un momento rimasta sola con il malato, scappò fuori quasi correndo, bianca di paura.

— Oh, la sciocca! — fece Stefano, vedendo la sua pavidità.

Ora, quel giorno, Marcuccio la odiava. Per non guardarla, o forse per dispregio, col dosso della mano in cui teneva l'archetto si coverse gli occhi, fin quando fu passata.

Macchinalmente Andrea guardò l'ora. Disse:

— Le tre. Non piangete, Novella! vi prego, vi prego non piangete!...

E risolutamente varcò la soglia, dietro la quale stava il moribondo; la soglia buia che segnava quasi un limite.

[pg!74] Allora, in quella penombra, da solo, Andrea s'avvicinò al letto nel quale stava disteso il malato inconoscibile; si curvò leggermente per ascoltarlo, e rimase immoto. In quella breve distanza, dal limitare al letto, nello sforzo enorme che aveva dovuto compiere sopra sè stesso, l'incubo del suo spirito si era dissipato come per incanto; una gran pace gli entrava nel cuore: piuttosto che pace era una lucida insensibilità.

Lo guardava, lo poteva guardare senza tremarne. Non era più che la squallida ombra d'un uomo, in cui persisteva tenacemente una fievole vita.

E il medico pensò: — «Una crisi. Non sarà l'ultima. Ora è già quasi domata. Passa.»

Avrebbe voluto anche toccarlo, tastargli le tempie, i polsi, il cuore, — ma le sue proprie mani, involontariamente, si rifiutarono. Allora tese l'orecchio: il respiro fluiva più uguale nonostante il fiochissimo rántolo, nonostante la viscida saliva che gli schiumava tra le labbra.

E il medico pensò: — «Fra poco gli si potrebbe fare un'altra iniezione di caffeina; il cuore ha già ripreso un po' di forza.»

E vedeva con l'occhio esperto riaccendersi la vita nell'esausto cuore. Lo vedeva, senz'averne alcun segno, per una specie di sensazione fisica, la quale gli proveniva dall'aver molto spiati gli indizi della morte, il calore impercettibile della vita.

Non si moveva; era come affondato nel materasso; la coltre si alzava sui piedi congiunti, su le ginocchia un po' salienti: un braccio pendeva dal lenzuolo con la mano torta, come se nell'affanno avesse cercato di ghermire, di stringere; soltanto nella gola denudata era il gonfiore di uno sforzo continuo; nelle palpebre qualche battito.

Gli pareva d'essere accanto ad un altro malato, ad uno dei tanti che aveva ritolti alla morte o vegliati nelle agonie; gli sembrava quasi d'essere l'artefice davanti all'opera, e di doverla compiere con quella tranquillità [pg!75] di spirito che pareva separarsi dal suo cuore d'uomo; gli sembrava di non esser altro che una macchina, attenta e paziente. Se una vita era in pericolo, a lui toccava salvare quella vita: questa era la sua missione nel mondo, questo gli appariva semplice, come al timoniere il mettere su la barra la sua mano forte, come allo spegnitore d'incendi l'avventarsi dentro il fuoco.

Macchinalmente mescè dentro un cálice alcune gocce d'una pozione con un sorso d'acqua, e gliela fece colare traverso le labbra bavose, tenendogli sollevato il capo con una mano passata dietro la nuca. Senza volerlo aveva pur vinta la repulsione del toccarlo, e poichè il liquido non trangugiato gli colava per il mento, lo rasciugò con un panno. Dolcemente gli ripose il capo nel cavo del guanciale, gli compose la mano torta sotto la coltre, lo coverse fino alla gola, e stette a guardarlo.

Allora l'uomo — non più il medico — pensò ad un tempo lontano della lor giovinezza, quando quella creatura sfinita era un maschio avventuriero della buona strada, e si erano data la mano, da uomini, da galantuomini, per affrontarla insieme, la vita. E lo rivide nelle sue sembianze d'allora, vestito di panni semplici, come si conviene a chi vive tra lo scoppio delle mine ed il rimbombo delle macchine generatrici, con la sua bella fronte illuminata di volontà, l'anima che gli brillava negli occhi, limpida come il suo sguardo sincero. Egli era forse un po' selvatico a quel tempo, e si trovava dappertutto a disagio fuorchè tra le squadre d'operai, che capitanava come un condottiero, che lo amavan come un fratello più forte, ma uguale ad essi nelle fatiche, primo nei pericoli, integerrimo nella sua splendida povertà.

Rivide un giovine alto della persona, nervato di ferrei muscoli nella carne arida, sebbene dal colorito un po' esangue, dalle fattezze quasi di adolescente, forse per quegli occhi azzurri che gli schiaravano la faccia e la biondezza dei capelli non folti, che davan [pg!76] quasi una trasparenza alla sua dolce fisionomia. Non aveva più famiglia, era solo nel mondo, e in luogo d'ogni altro amore aveva l'ambizione inflessibile di avanzarsi contro la vita per una via di conquiste, sacrificando tutti gli agi allo splendore della sua meta lontana.

Ma aveva un fratello nel mondo, un fratello come lui combattente, come lui persuaso che ogni giorno si debba fare un passo più innanzi; e quand'ebbero denaro, divisero il denaro, quand'ebbero sciagure, divisero le pene, quand'uno si coronò di gloria, e l'altro si sentì pure innalzato nella sua medesima elevazione. Da presso, da lontano, separati e mai disgiunti nelle dure imprese che affrontavano, traverso l'età e le molte insidie che la vita ordisce contro gli affetti umani, salvarono quest'amicizia sacra, questo patto fraterno che li rendeva più forti, e delle cose o dei principii che la vita aveva loro insegnato a considerare in guise opposte non discutevano mai, per non gettare un'ombra pur lieve su questa concordia assoluta.

Quanta vita nella memoria! quante vicende coraggiose! quante belle pagine di due storie umane, vissute per cammini opposti, con un solo cuore!

— «Ti ricordi?...» — voleva quasi dirgli, mentre stava curvo sopra il suo letto, sopra le sue logore membra, in quella camera semibuia. — «Ti ricordi?...»

E con quella celerità istantanea che solo il pensiero possiede, tutta rievocava in un baleno la storia di tanti anni, le vestige di tante memorie che infuriavano, là indietro, come foglie ammulinate, in quel turbine che si chiama il passato. E ogni tanto domandava a sè stesso, quasi con un senso di reale incertezza: — «È lui? proprio lui, quest'uomo che ora giace? quest'uomo ch'io faccio morire? È lui? Giorgio?...»

Anche il suono mentale di questo nome gli pareva una cosa lontana.

Poi subitamente si ricordò di una sera, — una sera non tanto remota in quella corsa a ritroso degli anni — quando [pg!77] Giorgio era venuto a trovarlo nel suo laboratorio e s'era seduto in un angolo, taciturno, ma con l'aspetto di volergli dir qualcosa, di volergli fare una confessione grave. Perchè mai di quella sera egli si rammentava così bene ogni più piccolo episodio? — Che strana cosa! In quella sera egli provò per la prima volta una specie di presentimento, oppure una di quelle sensazioni inspiegabili che paiono più tardi presentimenti quando il fatto accade.

Era verso l'ora del pranzo, d'inverno, e pioveva. La pioggia produceva di continuo su la gran vetrata del laboratorio quel rumore scrosciante che un secchio d'acqua produce vuotandosi di colpo sovra un lastricato.

Giorgio lo guardava; ed egli era seduto sotto la luce del riflettore, in mezzo a fiale, a storte, a gelatine dense di bacilli. C'era su la tavola un coniglio morto; in una gabbia tre topolini che giravan come trottole.

— Sai, Andrea...

— Ebbene?

— Son persuaso che tu ne riderai, ma devo nondimeno confessarti una cosa...

— Ti ascolto.

— Ecco: mi sono finalmente annoiato di viver solo; ho un'idea fissa, nella testa, o nel cuore, non so... Insomma c'è una ragazza alla quale voglio bene... ed avrei pensato di prender moglie.

— Oh, strano, strano... strano.

E si ricordò di aver sollevato per le orecchie quel coniglio morto, ch'era freddo agghiacciato, e che ricadde come piombo. Certi particolari di nessun rilievo hanno talvolta più valore, più senso, nella memoria, che altri avvenimenti gravi.

Gli sembrò allora, per la prima volta in tutta la vita, che da quelle parole, da quell'attimo, fosse per insorgere un ostacolo fra loro. Ma egli era un incredulo, un negatore: non vi badò.

In quei giorni doveva riferire all'Accademia di Scienze su la scoperta di un nuovo bacillo e sopra un [pg!78] metodo di cura ch'egli proponeva, presentando un siero, che, dapprima combattuto, invalse poi nella medicina come un rimedio indiscusso, lasciando gli stessi medici stupefatti per la rapidità e la potenza de' suoi risultati. Era in quei giorni assorto pienamente dal lavoro, nervoso, irritabile, pervaso da quella febbre che accende l'uomo il quale sappia di possedere in sua mano una forza prodigiosa e debba farla riconoscere dalla ottusa diffidenza di coloro che paventano la novità; non viveva che tra la Clinica ed il laboratorio, trascurando il cibo, accordandosi poche ore di sonno, sostenuto solo da quella incurvabile volontà che gli stava confitta nel cuore come una lama, fino all'elsa, in un legno duro.

E però si rammentava anche la voce di Giorgio, quando gli disse quelle parole; una voce che non gli aveva udita mai, vergognosa o timida, come la voce dell'uomo che debba farsi perdonare una colpa.

Gli aveva risposto, quasi con negligenza:

— Allora ti sei finalmente innamorato... ami... anche tu!... — in quell'«anche» c'era quasi un piccolo disprezzo. Giorgio rispose:

— Anch'io.

E un'altra cosa rammentava, più nitidamente ancora, con una precisione singolare.

Qualche settimana dopo gli venne curiosità di conoscere questa fidanzata di Giorgio e andò con lui a visitarla nella sua casa.

L'aveva trovata bella... sì, molto bella — e null'altro. Era stato al loro matrimonio, li aveva condotti fino alla stazione quand'erano partiti per il loro viaggio di nozze. Se ne tornò indietro solo, un po' triste, mentre gli pareva che qualcosa dell'antica lor fratellanza fosse andato in fumo, poichè per tutti i sentimenti, per l'amicizia come per l'amore, non bisogna essere che in due.

Ma una volta, forse un anno, un anno e mezzo più tardi, Giorgio lo aveva invitato a pranzo, come soleva di tempo in tempo, e quella sera Giorgio si sentiva male.

[pg!79] Ella era sempre un poco taciturna quand'egli veniva nella lor casa; Andrea lo aveva osservato infatti, senza domandarsene il perchè. Inoltre certi suoi movimenti, certe inflessioni particolari della sua voce, gli parevan un po' ambigue.

Si era chiesto sovente se Giorgio fosse felice con lei, ma non osava parlarne con l'amico; era sceso tra loro un insensibile velo.

Quella sera lo ricevette lei sola, in un salotto che dava sul giardino ed aveva un terrazzuolo fiorito di caprifoglio; sì, di caprifoglio o forse di glicine: un'alberatura nodosa che saliva dal giardino sottostante arrampicandosi nella ringhiera, e che mandava un odor forte. Non c'eran lumi nel salotto, poichè si andava incontro all'estate; il crepuscolo, rosso come un gran braciere, bastava da sè ad illuminare con il riverbero delle sue vampe.

Ed ella disse che Giorgio era sul letto a riposarsi prima del pranzo «perchè Giorgio stava un po' male...»

Poi discorsero d'altre cose. Eran seduti vicino alla finestra, a due passi l'un dall'altra, lei con un abito di color viola, scollato, percorso intorno alla cintura da una grande fascia nera. Teneva i piedi sovrapposti, poggiati sovra un cuscino: quello ch'era sotto si piegava come avesse la caviglia rotta, con una straordinaria elasticità; l'altro non istava mai fermo. Le calze tenui trasparivan di bianco; aveva su ciascuna scarpina una bella fibbia di antichi diamanti, rotonda, che luccicava.

Il rumore della sua gonna di seta ogni tanto le saliva intorno alla persona come il rumore di una cosa viva; ella parlava distrattamente, di cose futili, con una voce lenta, facendo lunghe pause.

Allora egli sentì per la prima volta, con precisione, ch'ella lo guardava come una donna guarda un uomo, attentamente, minutamente, senza lasciarlo intravvedere, e questo gli dette un senso di molestia, un senso anche di stupefazione. Si accorse d'un tratto [pg!80] ch'era singolarmente bella, d'una bellezza tentante, d'una bellezza non casta: il che aveva quasi dimenticato dal primo giorno che la vide.

Sollevò gli occhi per guardarla negli occhi, e tutt'e due si sentirono un po' confusi... Di che? Di nulla; d'un pensiero, d'un'ombra, d'una di quelle indefinibili sensazioni che sono il principio di tutti i desideri colpevoli.

Egli cominciò ad osservarla, e subitamente gli parve di aver già custodita nel suo pensiero l'immagine di una donna fatta come lei. Sono vibrazioni veloci, contro le quali non si ha tempo di reagire; ciò che le provoca è forse la loro impossibilità apparente, ciò che le alimenta è forse il terrore che incutono.

Cominciò a guardarla egli pure, minutamente, attentamente, come un uomo guarda una donna, e la trovò più bella che mai. Gli piacque non solo il suo corpo, ma il vestito che portava, e quel suo nastro nero alla cintura, ed il rubino che le brillava sul dito come una goccia di sangue, ed il profumo del quale si era cosparsa, e la mano e la bocca ed i capelli, e sopra tutto la sua voce un po' velata, e sopra tutto la sua femminilità così piena di seduzione involontaria.

Turbato, per interrompere quell'incanto, si levò e disse:

— Ma, e Giorgio? Non potrei andarlo a vedere?

Ella con gli occhi lo seguiva, e rispose lentamente:

— Sì, se volete...

Oh, se ne ricordava come fosse trascorso un solo giorno! E da allora, proprio da quell'attimo, un gran dramma aveva pervasa la sua vita, gli era entrato come una paurosa novità, non nell'anima soltanto, ma nel cervello e nei sensi, fino a sconvolgere tutto quello ch'era stata fino allora la sua concezione delle cose, fino ad afferrarlo in una specie di possessione, contro la quale non c'era in lui nè fuori di lui rimedio alcuno. Egli sapeva talvolta escludere una passione, ma limitarla mai. La sua natura non gli consentiva di rimanere a mezzo di alcuna strada: o non percorrerla, [pg!81] o andar oltre, contro tutto, inesorabilmente, come su l'ala di un destino.

Fra questi pensieri egli non si rammentava più d'essere in quella camera, presso il guanciale d'un sofferente, sotto la salvaguardia del tetto che l'ospitava, nell'intimo d'una famiglia costituita. Ma invece gli pareva d'essere davanti ad un giudice invisibile, contro il quale gli fosse mestieri giustificare la sua colpa.

D'improvviso lo interruppe nelle sue divagazioni un rumore di gente sopravvenuta; si volse.

Papà Stefano e mamma Francesca facevano entrare il medico Paolieri, ch'era venuto su di corsa e trafelato ansava.

Andrea lo squadrò velocemente, con uno sguardo nemico; l'altro, al solo vederlo, si fece ritroso ed umile, quasi avesse una fredda vergogna di compiere il proprio officio davanti a quel grande salvatore d'uomini. Pareva, più che medico, un buon diavolo di sensale, con i suoi scarponi impolverati, i calzoni stretti che gli facevan due borse alle ginocchia ed un suo certo soprabito, d'un giallo stinto, che portava sempre sbottonato, fino ai mesi del solleone. Aveva la faccia adusta, la mano del vangatore, una grigia capigliatura spettinata che gli metteva qualche ricciolo su la fronte intarsiata di rughe; aveva gli occhi vivaci, il naso forte, un paio di baffi tagliati a spazzola, duri come setole.

— Professore... — articolò, con una specie d'inchino.

Per lui il malato era una cosa del tutto secondaria in quel momento; ciò che lo stordiva era di trovarsi davanti al grande clinico, al medico illustre, all'uomo di battaglia e di scienza che l'intero mondo ammirava come un prodigioso rinnovatore della medicina moderna.

— Professore... — mormorò un'altra volta, — è lei che mi ha fatto chiamare?...

Sudava, pover'uomo, a grosse gocciole, ma non osava rasciugarsi la fronte.

[pg!82] — Ella è il medico del paese? — domandò Andrea Ferento, senza indietreggiare dal letto dell'infermo, come se vi stesse a guardia.

— Sì, signor Professore, io sono il medico condotto... — rispose il Paolieri, con un altro inchino più goffo.

Ci si vedeva poco nella camera: Andrea fece segno a papà Stefano di aprire a metà un'imposta, e fu Maria Dora che, scivolando dietro il padre, andò alla finestra. Andrea aveva ritrovata la piena padronanza di sè. Tenendosi ritto parlava con gesti sobrii, guardando ora il malato, ora il medico, dando ragguagli esatti su quanto era accaduto.

C'era più luce ora, ma il letto rimaneva nella penombra, con quell'uomo supino e fermo, che pareva non desse alcun segno di vita.

— Ci fu un momento difficile, — spiegava Andrea, — e temendo il peggio, ho desiderato fosse presente anche lei. In due si vede assai meglio e si provvede con maggiore tranquillità.

— Oh, Professore... io debbo ringraziarla, ma non potevo essere che inutile... certamente inutile...

Fino allora, mentre il Ferento esponeva con lucidità la crisi patita dall'infermo ed i rimedi usati, l'ottimo Paolieri non aveva rivolto che qualche sguardo distratto al giacente, standosene assorto nelle parole del narratore come se volesse mostrargli di non perderne una. E di continuo faceva con la testa un segno d'assenso, anche dove questo appariva superfluo.

Ogni tanto intercalava, come una litania:

— Vedo, vedo, vedo... — Forse non vedeva nulla, tanta era la sua confusione.

— Per fortuna, — seguitava il Ferento, — in capo d'un certo tempo, mediante l'iniezione, ho potuto rianimare il cuore, e da vari indizi ho notato che la crisi ancora una volta sarebbe stata vinta senza gravi conseguenze. Ora, più che altro, si tratta di un grande prostramento nervoso, che tende a scomparire. Il respiro [pg!83] è difficile, ma assai meno di prima: il polso debole, ma riprende, — e si potrebbe, se lei crede, fargli un'altra iniezione di caffeina. La dose che gli ho somministrata finora è piccola: una seconda può giovare.

— Ma senza dubbio! — disse il Paolieri. Poi soggiunse: — Oh, scusi... — E in fretta si cavò il soprabito.

Fino allora non s'era nemmeno accorto di portarlo indosso, tanta era l'abitudine che ne aveva; e l'essersi tolto senza necessità quella sua specie di casacca o di giubbone, era il più grande segno di rispetto ch'egli potesse dare ad un uomo.

— Se vuole, — disse Andrea Ferento, quasi a termine del suo parlare, — se vuole, dottore, lo esamini.

Era un invito, sì, ma detto nel modo con cui si propone ad alcuno di fare una cosa del tutto inutile.

Il Paolieri s'appressò al letto; prese macchinalmente il polso del malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli premette l'intestino.

Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel compiere le pratiche d'un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave, quasi d'intelligente.

Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto quell'esame non fece che dire:

— Già... già...

— Le pare? — disse Andrea, attentissimo.

— Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande prostramento... l'iniezione gioverà.

— Sì, facciamola.

Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente [pg!84] li guardò. Due, tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l'un dopo l'altro, attonito, cercando.

Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome?

Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non moriva nella morte: Novella...

Appunto era venuta su la soglia ed aspettava, tutta bianca.

VII

Il malato si levò ancora dal letto e parve per alcun tempo godere di un benessere nuovo. Siccome i giorni si facevan caldi, sua moglie lo accompagnava durante il pomeriggio sotto un pergolato a riparo dal vento, e là sedevano, rimanendo per lunghe ore insieme. Ogni tanto li venivan a trovare o Maria Dora o gli altri della casa, e la giornata passava quasi rapida, nonostante l'inerzia di quella calda primavera. Talvolta capitava su Maurizio, a parlar della sua caccia o dei campicelli di suo padre, che li aveva laggiù, verso valle, con una piccola cascina. Ed erano allora lunghi discorsi, che il malato ascoltava con un sorriso benevolo, mettendovi qualche parola ogni tanto, sempre con dolcezza.

Il Ferento andava, tornava, dalla città in villa, sin tre o quattro volte per settimana. Il malato gli diceva continuamente, con un sorriso calmo: — Perchè mi curi? Tanto è inutile...

Ma si sentiva più felice quand'egli era lontano, quando poteva restar solo con lei, senza che nessun estraneo interrompesse con la sua presenza quella specie d'intimità nuova ch'era nata fra loro. Dopo la crisi terribile, pareva che il male volesse dargli una tregua, una di quelle tregue ingannevoli che talvolta precorrono l'agonia.

[pg!85] Egli rimaneva lungamente a guardarla, con un sorriso pallido su le labbra, gli occhi un po' velati, come se non fosse mai sazio del suo bel viso e volesse portar seco nella morte la più compiuta immagine di lei. L'anima sua traboccava di dolcezza, e, quasi per comunicarle questo senso d'amore, ogni tanto allungava la mano a carezzar la sua mano; le diceva una timida parola d'affetto, con l'esitazione d'un innamorato che parlasse per la prima volta. Ella era triste, accasciata, stanca; tutti i sintomi della maternità travagliavano il suo corpo; la opprimeva una disperazione taciturna davanti a quel pericolo che ogni giorno si faceva più prossimo. Che sarebbe stato di lei, di loro, se non avesse potuto più nascondere, prima della sua morte, quella vita inconfessabile?

La sua morte? Ma chi le aveva mai detto ch'egli dovesse morire?

Infatti, per una specie di graduale suggestione, s'era già quasi avvezza a questo pensiero come all'attesa d'un fatto inevitabile, d'un'ora imminente, e per vari giorni, senza volerlo, senza ben sapere cos'attendesse, era vissuta nell'aspettativa da un attimo all'altro di quel grido che la chiamerebbe lassù, nella camera semibuia, presso il letto dov'egli rimarrebbe disteso...

Il giorno anzi dell'ultima crisi, udendo il suo rantolo, aveva creduto, senza volerlo, provandone anzi un orrore immenso, che il momento inevitabile fosse venuto, e rimanendo come in croce, là, nel corridoio, attendeva che alcuno, forse Andrea, nell'uscire da quella camera le dicesse con uno sguardo: — Sai...

Ma ora lo vedeva sorridere, camminare, parlare... lo spettro funerario s'era di sùbito arretrato, e mentre in addietro quell'avvenimento le pareva lì lì per succedere, ora non lo immaginava neanche più; non aspettava più quel grido. E nell'esame interiore che ognuno suol compiere di sè medesimo, s'accorgeva con terrore di averlo desiderato.

[pg!86] La sua morte? Ma chi le aveva mai detto che dovesse morire?

«Forse fra poco, forse fra qualche anno...» Vagamente le pareva di aver intese una volta queste parole su la bocca di Andrea.

E allora qual'altra possibilità rimaneva per lei — e non per lei sola — davanti a questo nodo inestricabile che nulla poteva troncare? Qual dramma scoppierebbe nella casa il giorno in cui la sua maternità divenisse manifesta? Non era forse uccidere, ma d'una morte più barbara, quell'uomo dolce che l'amava? Ed il suo padre che farebbe? e la sua mamma, e la sua fresca sorella che direbbero di lei? Ecco: la casa, il nome sottomesso allo scorno della gente. Una creatura nata nella tragedia, senza padre, senza diritto a vivere... E Andrea? e il loro amore?...

In quelle ore d'ozio, stando seduta presso il marito che non moveva gli occhi da lei, senza tregua ella si rivolgeva nella mente queste domande affannose, lasciandosi cullare da un'inerzia totale delle membra e dello spirito, come una povera creatura che, perduta ogni speranza di salvezza, si lasci travolgere senz'alcuna resistenza verso l'urto che la dissolverà.

E tuttavia, nascosto nell'anima, impreciso, indefinibile, aveva quasi un filo di speranza... di speranza in quell'uomo così risoluto e così certo, che le pareva capace di soverchiare tutte le impossibilità; in quell'uomo che le aveva detto una notte, una notte d'amore: — Così ti amo, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «Più forte».

Ella non ne aveva compreso il senso, non aveva nemmeno cercato di comprenderne il senso; ma era come una sensazione di forza che aleggiasse intorno a lei, una potenza incontrastabile che avesse radici profonde in quel suo petto virile.

Non si parlavano più che a rari intervalli, di sfuggita. Egli era più che mai taciturno; quando non doveva tornare in città, passava le giornate chiuso nella [pg!87] sua camera, trasformata in una specie di laboratorio, fra i libri di scienza e le ampolle delle sue misteriose medicine. Soltanto a lunghe distanze di giorni, talvolta, nel cuore della notte, quando la casa era tutta spenta, ella scivolava giù dal letto per andare a lui, per temprare in quell'animo forte il suo stanco dolore.

Tutto gli raccontava, tranne, per un pudore involontario, le parole di quel pomeriggio, quand'ella era seduta presso il cembalo ed una striscia di sole feriva obliquamente la stanza, piena di polvere viva. Ma nelle sue reticenze tuttavia si era tradita più di una volta. Finchè, un giorno, egli non fece che prendere le sue mani, poi, senza farle violenza, ma con quella voce che aveva ogni potere su lei e che pareva rimproverarle il silenzio come un disamore, le domandò:

— Perchè mi nascondi qualcosa? perchè non mi dici tutto quello che sai?

Ella non tacque oltre. A faccia china, gli ridisse tutte le parole, una per una, tutte.

Egli notò solo che l'infermo l'amava tuttora d'una passione d'amante, e che dal suo dolore traspariva una orrenda gelosia.

— Dimmi, ed hai sentito che ti amava? che ti desiderava... proprio così? Dimmi!

Elle ebbe, nel ricordo, una specie d'ira.

— Perchè vuoi che lo dica? Sì, ho sentito il suo desiderio caldo come una febbre avvinghiarmi, soffocarmi... ed ho avuta per un attimo la tentazione di gridargli in faccia: «No! làsciami... làsciami... perchè infatti, è vero, lo amo!... sì, lo amo con tutta la gioventù delle mie vene!... lui amo: Andrea. Non farmi più mentire!» — E per un momento, con una specie di crudeltà voluttuosa, tutto quello che vi è d'immondo in me, nel mio cuore pieno di tormento, nella mia carne piena di vizio, mi ha fatto sentire l'odio, un vero odio, contro questa creatura malata che m'incatena al suo letto come un'infermiera, che si trangugia la mia gioventù come una medicina, mentre là, fuori appena [pg!88] dalla finestra, c'è il sole, c'è l'aria, c'è il vento... ed io vorrei lanciarmi a quella finestra e gridarti: Sì, vieni, vieni!... préndimi! pórtami via!...

Egli ascoltava senza dir motto, chiuso in una rigida impenetrabilità, come se ascoltasse piuttosto la voce del suo proprio cuore che non la voce di lei. Vedendolo pensare così profondamente, lo chiamò per nome, indi lo scosse, poichè le parve che una sofferenza fisica gli alterasse la fisionomia.

— Guárdami, Andrea... Che hai?

Con un gesto vago della mano egli scacciò la torma dei pensieri che l'assediavano, e disse:

— Idee!... null'altro che vuoti fantasmi!

Su la sua fronte, divisa dalla ruga profonda come una ferita, ella passò, per diradarne l'ombre, la sua mano lieve.

— E non li puoi disperdere, tu che sei così forte?

— Disperdere? Anzi, no! Bisogna invece discutere con essi, poichè veri e temibili fantasmi sono quelle ombre che la nostra coscienza non osa prendere di fronte, alle quali non osa dire: «Tu ti chiami, per esempio, rimorso; per esempio, delitto; per esempio, morte.» Poichè, vedi, la nostra coscienza è talora un senso involontario di giustizia, ma più spesso è una paura dell'anima davanti alla felicità. Molte volte un atto infinitesimale di coraggio basterebbe all'uomo per risolvere tutto il problema della sua vita... e non l'ha! Pensa che schiavi siamo, noi che poniamo quasi sempre i nostri desideri là, dove questa paurosa coscienza ci impedisce di giungere.

Poi fece una pausa, e guardò negli occhi la donna che amava, colei che portava nel grembo il lor figlio concepito, e quasi tremando le domandò:

— Novella, se un giorno tu sapessi che nel lontano passato io commisi una colpa orrenda... se tu sapessi d'un tratto che sono macchiato, che porto nel mio cuore un suggello d'infamia incancellabile... cosa diresti allora di me? cosa faresti per punirmi, Novella?

[pg!89] — Che importa? — ella rispose: — questo non è vero...

— Ma, se fosse vero?... — incalzò l'amante: — Rifletti bene: «Se è vero?»

Ella sorrise, lo abbracciò, divenne scherzevole, quasi volesse allontanare quel pensiero molesto.

— Ne avresti orrore, — egli concluse. — Anzi, non mi ameresti più.

— Oh, — ella fece, — come sei pazzo!

Gli fece passare le dita fra i capelli, ravviandoli, quasi adoperasse un pettine fino. I capelli spartiti risorgevan ondosi, con una specie di ribellione, dietro il solco delle sue dita.

— Cosa può importare a me quello che avresti fatto? Io non ti giudico: ti amo.

— Sì?... e la sapresti perdonare, dimenticare, la mia colpa? anche se fosse la più grande?...

Ella s'avvinghiò a lui, forte, per comunicargli traverso le vene quella verità che stava per dirle, e con un filo di voce, poichè vi son cose che van dette piano anche quando si è soli:

— Senti... — bisbigliò, — qualsiasi cosa tu faccia, ora, e nel passato, e sempre, penserò che quella cosa è giusta, e che fai bene... perchè ti amo fino a trasformarmi nella tua propria volontà e sono in te più fortemente che il tuo stesso cuore...

Egli premette le labbra contro la sua gola calda, e rise, d'un riso convulso che lo faceva trasalire, illuminandolo di gioia come un repentino sole.

— Ora, — disse perdutamente, ora ti possiedo per la prima volta come volevo, e più nulla — ricórdati! — più nulla ci saprebbe dividere.

Senza busto, con i capelli raccolti da un pettine solo, ravvolta in una vestaglia di seta che la fasciava senza nasconderla, con i piedi scalzi nelle pianelle di raso orlate d'ermellino, il pizzo della camicia che si arruffava nell'incrociatura, ella raccolse contro di lui tutto il calore del suo corpo innamorato, sentendosi a [pg!90] poco a poco disperdere in un oblìo voluttuoso, come se al di là da tutte le angoscie, da tutte le servitù cui la vita incatena, ella non volesse più rimanere altro che l'amante, l'innamorata, la femmina perdutamente sua, nè volesse ormai conoscere altra disperazione oltre quella de' suoi baci ubbriacanti nella complicità e nell'ebbrezza d'una notte d'amore...

Allora, con la mano che brancolava in cerca del suo tepido grembo, egli sentì nel ventre non piano trasalire — o così gli parve — la forma della creatura.

VIII

— Il diritto a dare la morte... — profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d'un liquido senza colore, trasparente come l'acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l'acqua invece tramanda l'innocenza ed esprime l'innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell'ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d'un riverbero tutta la tragica persona dell'esaminatore.

Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l'armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l'altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d'ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un'arcata, ch'entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel [pg!91] senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente.

Egli portava sopra l'abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l'alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica.

Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini.

— Il diritto a dare la morte... — profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. — Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» — predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?»

Dalle origini stesse della vita l'uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c'è un male, c'è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi?

Ah, ecco, intendo! All'estremo, all'ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, — è incredibile! — questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l'averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null'altro che un nome, ad una sensazione d'impossibilità.

In voi non trovo la mia strada, Evangelisti.

Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte.

Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un'agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia [pg!92] sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga.

O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l'uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l'uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d'una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l'ostacolo che lo divide dalla sua felicità?

Chi me lo impedisce?... Cristo? — Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? — La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? — Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell'uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all'uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l'amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l'ho resa madre: mi trovo nell'impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch'ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei?

Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama.

Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta [pg!93] un'agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de' suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama?

O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: — Io feci olocausto di me stesso al mio amore d'uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l'oscuro confessionale o la teatrale aula d'una Corte d'Assisi, questo giudice libero mi dirà: — «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.»

Allora, nell'alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo.

Questa canzone diceva:

«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena;

«coi piedi mi batte i ginocchi, — mi stringe il collo con le mani...

«Cammina!... — mi dice ridendo — la vita comincia domani.

«Allor domando al mio scheletro: — Sai dirmi dove si va? — Risponde: — Nel regno dei vivi, che ha nome: l'Inutilità.

[pg!94]

«— Sei stato in un letto odoroso — con lei che giaceva supina,

«tremante, sperduta, tremante — nel solco del letto profondo...

«Perchè, se non vuoi che ti picchi, — mi hai fatto tremare nel mondo?

«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, — che sono i miei figli lontani...

«Cammina: la vita comincia

domani, domani, domani...

La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l'uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: — Aprimi.

Andrea, rapidamente chiuse nell'armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì.

— Apri dunque! — sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell'interno a chiave.

— Che vuoi?

Sorda e cocciuta la voce ripeteva: — Aprimi!

Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s'avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse:

— Novella piange.

— Come lo sai?

— Piange, — ripetè l'altro con iracondia.

— Come lo sai, domando?

— L'ho veduta io, per la toppa. Sì, l'ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza.

[pg!95] — Ebbene? — fece Andrea dopo una pausa.

— Volevo dire che piange, — ripetè costui, ingrossando la voce.

— Allora tu guardi per le serrature?

— Sempre.

— Perchè?

Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago:

— Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... — e segnava l'alto della coscia.

Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà.

— Non puoi dormire, Marcuccio?

— Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell'anima non possono dormire. — Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: — Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n'accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa.

— Allora, — disse Andrea severamente, — hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta...

Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca.

— No: sono salito sulla tavola di pietra ch'è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l'interno della capanna. Sì, e c'era Novella...

— Non è vero!

— Sì, che c'era! — incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: — Con te.

— Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... — esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani.

— Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi...

— Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c'ero. Lei neppure non c'era. Intendi?

[pg!96] E forte lo scuoteva per le braccia, mentr'egli, caparbio, insisteva nell'affermare.

— Intendi?...

— No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com'erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!...

Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse:

— Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m'intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!...

Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente:

— Ah, sì?...

— Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!...

Egli tremava, tremava, e balbettò:

— Sì, la gloria... Ma se non dico nulla?

— Di che?

— Dei sogni...

— Allora, Marcuccio, tu avrai... — Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: — Chi è?

La voce di Stefano rispose:

— Sono io: Stefano. Si può?

— Entrate, entrate.

— È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. — Poi disse con un sorriso indulgente: — Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori!

— E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! — affermò con sussiego lo scemo.

— Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone.

— Coricato? ah! ah!... È una notte d'Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le [pg!97] donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta...

E ritraendosi lentamente, con un passo d'automa, urtò l'uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l'alte camere, in una lugubre risata si spense.

. . . . . . .

«Se corri, — mi dice, — «si arriva stasera o domani mattina...

«Mi dice: — Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...»

. . . . . . .

— Povero me! — proruppe Stefano con un gesto di sconforto. — La sventura s'è abbattuta su la mia casa.

— Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero?

— Sì, fervidamente.

— Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio.

Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell'ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d'un esordio.

[pg!98] — A proposito di Giorgio, — disse infine, — cosa pensate voi? Che stia proprio molto male?

Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri.

— L'eterna domanda! — esclamò nervosamente. — Se sapeste che poca cosa è la scienza d'un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d'un uomo!

— Ma io vedo che muore! — interruppe Stefano soffocando la voce.

— È un'opinione, la vostra; null'altro che un'opinione, — rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle.

— No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato?

— Non ancora, ma è grave.

— Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l'altro diamo un'occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti.

— Questo non mi riguarda! — esclamò Andrea con asprezza. — Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla!

— Oh, Andrea!... non crederete, per l'amor del cielo, ch'io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio.

— Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie.

— Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro.

— Insomma, Stefano, — egli lo interruppe, — se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi [pg!99] m'interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero?

Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere.