Nuova Biblioteca Educativa ed Istruttiva per le Scuole.
(Pubblicazione periodica. Esce il 20 d'ogni mese)
IDA BACCINI
LEZIONI E RACCONTI
PER I BAMBINI
MILANO
ENRICO TREVISINI EDITORE-LIBRAIO
Via Larga, 17
1882
Proprietà letteraria
dell'Editore Enrico Trevisini
Milano.—Tip. Filippo Poncelletti, Via Broletto, 43
INDICE
Pag. [9]Prefazione
« [11]Una donnina
« [16]Il bove
« [22]Un regalo
« [25]I sassi
« [31]Il fratellino dell'Enrichetta
« [37]Lascialo ridere!
« [42]Per un chicco di grano
« [47]Turco e Sparalampi
« [53]I Pesci
« [63]Primi freddi
« [67]Fuoco e fiammiferi
« [73]Un baratto
« [76]I metalli
« [81]Amaro!
« [84]Gli uccelli
« [99]Per tre soldi!
« [102]La storia d'un grappolo d'uva
« [106]La seggiolina
« [109]Le olive
« [111]Ombrello ridicolo
« [116]Insetti
« [121]
Vestito bianco
LAVORI E BALOCCHI.
Pag. [127]Il primo lavoro della Gemma
« [134]Il corredino della bambola
« [137]Il bucato della bambola
« [140]La camera dell'Emilia
« [142]Il guanciale d'una bambina
CHIACCHIERE.
« [147]La carta
« [154]La spugna
« [156]Il sughero
« [160]Il tabacco
« [169]Il sapone
« [174]Il carbone
« [179]Carbone fossile
« [183]Le porte e le finestre della nostra casa
« [189]Commiato
Firenze, 4 gennaio 1882,
Gentiliss. signor Trevisini,
Ella cortesemente mi chiede quattro righe di prefazione per il nuovo libro della signora Ida Baccini; ed io appagherei il suo desiderio, qualora credessi che le quattro righe che Ella m'invita a scrivere, potessero giovare a qualcosa. Io però non lo credo; e d'altra parte Ella, provetto ed esperto editore, sa che i buoni libri non hanno bisogno di raccomandazioni, come il buon vino non ha bisogno di frasca; i buoni libri si fanno, a poco a poco, strada da sè nelle scuole e nelle famiglie, e la guerra che può essere loro mossa da qualche malevolo non riesce davvero a farne vendere una copia di meno. Il buon senso, grazie a Dio trionfa in tutto; esso non guardando in faccia a nessuno, non curando le combriccole, lasciando biasimare o lodare a lor posta i critici venderecci, se ne va dritto dritto per la sua via, ed ha con sè tutti i buoni, tutti gli onesti, ossia i più. E il buon senso in fatti trionfa anche nella scelta dei libri di testo; prova ne sia che quelli scritti dalla signora Ida Baccini vengono letti molto volentieri dai nostri fanciulli, e sono adoperati in moltissime scuole italiane. Dettati nel puro e gentile idioma toscano, questi libri parlano al fanciullo il suo linguaggio, lo dilettano, lo avvezzano a vedere, ad osservare il mondo esteriore, come ad amare il bene morale.
Prima di accingersi a scrivere libri scolastici, l'Autrice si fece maestra, e nelle scuole, in mezzo a centinaia di fanciulli, imparò a conoscerne il cuore, e vide il modo di mettere in pratica i principî della scienza pedagogica moderna. Perciò i libri della signora Baccini, scritti con esperienza della scuola e con cuore pieno di carità, sono veri giojelli per l'infanzia.
Sia dunque certo, signor Trevisini, che questo libriccino riceverà liete ed oneste accoglienze, perchè la signora Baccini scrive con pratica di insegnante e con cuore di artista e di madre. Tale è la mia opinione espressa così alla buona a Lei; ma se Ella credesse che queste quattro righe possano stare in fronte al nuovo libretto, le stampi pure.
E con ossequio mi confermo, Egregio signor Trevisini,
Devotiss. suo
Pietro Dazzi.
Fra i libri scolastici elementari, apparsi in quest'ultimo biennio, molti sono senza dubbio quelli che si raccomandano agli educatori, sì per la bontà degli intendimenti, come per la forma snella e schiettamente italiana.
Abbiamo infatti lodate operette che trattano di viaggi, di avventure fantastiche, di azienda domestica, di nozioni scientifiche; abbiamo succosi compendi di geografia, di storia patria, di aritmetica ragionata: abbiamo racconti patetici dove il sentimento si leva fin quasi alla lirica; ne abbiamo altri in cui è dimostrato, una volta di più quanto sia facile e breve il passo dal ridere al deridere.
Di libri però che istruendo educhino, e che nell'analisi dei sentimenti osservino quella eterna e quasi sempre dimenticata legge di gradazione, senza l'osservanza della quale cresceremo alla società non degli uomini, ma delle caricature, pare a me sia tuttora difetto grande.
Tutti i nostri fanciulli, che pur cianciano eruditamente della semplicità di Cincinnato e della grandezza del primo Bruto, si danno i pizzicotti tra loro, fanno le boccacce al maestro e mettono in canzonatura la nonna.
Facciamoci piccoli coi piccoli, e se non riusciremo a fabbricar degli omìni, avremo pur sempre il gusto di vederci crescer d'intorno dei ragazzi buoni e garbati.
Gli Attilii Regoli, i Pichi della Mirandola e le Gaetane Agnesi, verranno a suo tempo!
Con questi intendimenti mi sono ingegnata di mettere insieme il mio nuovo libriccino. È un'umile cosa: ma se la lettura di queste paginette potesse far buono un fanciullo, o se cattivo, correggerlo, a me parrebbe di avere inalzato una piramide.
Ida Baccini.
Una donnina.
L'Eduvige era una bambina proprio sgomenta. Volere un gran bene alla mamma e vedersela là, in un fondo di letto, con una tossaccia ostinata che non le dava pace nè giorno nè notte, era una gran passione. Almeno avesse potuto prestarsi in qualche cosa e aiutare il babbo, pazienza! Ma di che cosa può esser ella capace una bambinuccia di otto o nov'anni?
C'erano tanti bisogni in quella casa! Il babbo andava all'uffizio la mattina alle dieci e tornava alle cinque. È vero che prima d'andar via, metteva la carne al fuoco, dava una ripulitina alla casa e custodiva la malata: ma la sera avrebbe avuto bisogno di trovar tutto all'ordine. E invece doveva rifarsi da una parte: riattizzare il fuoco, far bollire il brodo, buttar la minestra e disimpegnare insomma tutte quelle minute faccenduole, alle quali non si suol dare una grande importanza, ma che nonostante portano via il loro tempo! L'Eduvige s'ingegnava, poverina. Quando andava in camera della mamma, le ravviava la rimboccatura del lenzuolo, le dava la cucchiaiata o accomodava le boccette delle medicine sul comodino. Ma ci voleva altro! Bisognava prendere una ragazzetta a servizio: non c'era rimedio. E questa nuova spesa dava una grande inquietudine al babbo, i cui guadagni erano appena sufficienti a mantener la moglie e la figliuola!
Una sera dopo desinare, il signor Ernesto, così chiamavasi il padre dell'Eduvige, aveva avuto bisogno di uscire e di trattenersi un'oretta fuori. La malata era assopita e la nostra bambina non sapeva come passare il tempo. I balocchi e le bambole le erano venuti a noia, specie dacchè la mamma s'era messa a letto: lavori preparati non ce ne aveva e il Libro della Bambina era rimasto chiuso nello studio del babbo.
Ciondola di qua, ciondola di là, le venne fatto di entrare in cucina: Dio, che disordine! Non pareva più la cucina di prima, quando la mamma rigovernava subito dopo desinare, spazzava, spolverava e socchiudeva le imposte, affinchè non entrasse il sole.
Sul cammino c'era un po' di tutto: tegami, scodelle, bocce, minuzzoli di pane, la scatola della cera da scarpe e perfino un tovagliuolo tutto infrittellato d'unto e di caffè; il tavolino, le seggiole erano coperti di filiggine; e nella mezzina mandavano gli ultimi tratti due mosche.
L'Eduvige pensò subito alla mamma e prese una gran risoluzione; se si provasse un po' lei a riordinare quell'arruffío e a far risparmiare al babbo la spesa della serva?
Forse ci riuscirebbe, forse no: ma in ogni modo, a provare non ci si rimette nulla, anzi ci si guadagna sempre qualche cosa, se non altro la pratica.
L'Eduvige cominciò dal riempir d'acqua il calderotto e dal metterlo sul fornello, dove c'era sempre il fuoco acceso: poi riunì i piatti grandi, quelli più piccoli e le marmitte, facendone, ben inteso, tre gruppi distinti; sbrattò il cammino, scosse le seggiole, spolverò la rastrelliera, e mentre l'acqua finiva di scaldarsi, risciacquò i bicchieri, le chicchere e gli dispose, rovesciati, sopra un vassoio di bandone, che la mamma teneva, per quell'uso, sul piano della madia. Poi, a un pezzo per volta, renò le posate, le asciugò e le ripose.
Quando l'acqua fu a bollore, la versò adagio adagio nel catino, e cominciò dal rigovernare i piatti meno unti, per arrivar quindi ai tegami e alle marmitte.
E quando tutto fu pulito, risciacquato e lustro, l'Eduvige mise altri due tizzi di carbone nel fornello, coprì il fuoco con una palettata di cenere, affinchè non si consumasse troppo, e socchiuse la finestra. Poi andò a lavarsi, a mettersi un bel grembiulino bianco e aspettò il babbo con una certa impazienza.
Quando tornò, la mamma si svegliava proprio allora e chiedeva da bere.
Il signor Ernesto corse in cucina per attingere una mezzina d'acqua fresca, e la bambina dietro. Non appena egli vide tutto quell'ordine e quella pulizia, si volse stupito all'Eduvige e domandò:
—Chi c'è stato?
—Nessuno! rispose la bambina sorridendo.
—O chi ha fatto le faccende?
L'Eduvige saltò al collo del babbo e gli disse in un orecchio:
—Sono stata io!
Figuratevi la contentezza di quel pover'uomo! si tenne abbracciata strinta la sua bambina e andò, lieto di quel caro peso, in camera della moglie, alla quale raccontò tutto.
La mamma, commossa, fece seder sul letto l'Eduvige e la ricolmò di carezze.
La nostra amica aveva provato dei bei momenti in vita sua, specie quando gli zii di Roma le mandavano a regalare un bel libro, un vestito nuovo o una scatola di chicche. Ma un momento compagno a quello non lo aveva provato mai; mai, neppure quando per la distribuzione dei premi il sindaco le dette, proprio con le sue mani, una bella medaglia d'argento.
C'è una gran soddisfazione a studiare e a meritarsi il premio: ma quella di rendersi utile alla mamma malata è più grande di tutte!
Il bove.
Attilio sta per finire sei anni, e a vederlo tutto assennato e composto, gli se ne darebbe anche dieci. Ha quasi l'aria di un omino. La sua passione, quando ha finito di far le cose di scuola, è di guardare i libri colle figure. A volte la mamma gli presta un librone grosso grosso, dove ci sono disegnate tutte le bestie, tutte le piante e tutte le pietre che si trovano sulla terra. Il babbo dice che quel librone è intitolato «Storia Naturale», ma il bambino non si confonde coi titoli, e passa delle ore a guardare ora un bell'uccello dalla coda lunga lunga, ora qualche albero dalle foglie gigantesche, ora certe pietre dalle forme curiose, che sporgono dall'interno d'una grotta o rotolano dal vertice d'un monte scosceso.
Un giorno però, il nostro Attilio tornò a casa piangendo e singhiozzando: un bambino cattivo, uno di quei bambini maleducati che vanno alle scuole senza ricavarne profitto, gli aveva dato del bue. Quella parola di bue proferita ad alta voce, con modo schernevole, aveva fatto un grande effetto sull'animo di Attilio: gli pareva di non potere esser trattato di peggio, anche se fosse campato cent'anni.
—Bue! bue! Ma io non ci vedo poi un gran male in questa parola, disse il babbo ridendo. È il nome d'una bestia rispettabile e utilissima, della quale non so come potremmo fare a meno.
Attilio spalancava i suoi begli occhi turchini e guardava il babbo con quell'aria che equivale ad una interrogazione.
—Sicuro, riprese quest'ultimo. E steso il braccio sul tavolino dello studio prese il «Giornale dei bambini» dove appunto c'era disegnato un bel bue.—Guarda da te, disse al bambino.
Attilio si pose ad esaminare l'animale.
—Ha quattro gambe, disse subito.
—E poi?
—E poi due corna sulla testa!
—E poi?
—E poi la coda!
—E poi?
—E poi un musone lungo lungo!
—E poi?
—Un orecchio e un occhio.
—Ne ha due, come li abbiamo tu e io: ma siccome l'altro occhio e l'altro orecchio rimangono dalla parte di là, noi non possiamo vederli. Guarda me, disse il babbo, mettendosi di profilo.
—È vero, disse Attilio. E dopo un breve silenzio, riprese: Hai detto che il bue è un animale utilissimo. Perchè? A che cosa serve?
—Dimmi un po', nino mio: t'è mai avvenuto quando sei andato in campagna, d'imbatterti in un paio di bovi, attaccati a un carro, con una specie di grosso bastone messo a traverso sul collo?
—Li ho veduti tante volte, e so che quella specie di bastone si chiama giogo.
—Ebbene, quei bovi andavano o tornavano dal campo. Il bue è il principale aiuto del contadino, perchè col mezzo suo lavora la terra, trasporta sul carro i concimi, le mèssi, i pietrami, il fieno e tante altre cose. Il bue è robustissimo e può sopportare, senza soffrire, i lavori più faticosi.
—O quest'altro animale, che è quasi eguale al bove, come si chiama?
—Si chiama vacca ed è la sua femmina. Vedi, mentre il bove ha ordinariamente il pelo lucido e bianco, le vacche invece possono esser rosse, nere, brune, bianche, e anche di tutti questi colori riuniti.
—Cosa mangiano i bovi e le vacche?
—Mangiano l'erba, il fieno, e anche la paglia. Poi, quando hanno mangiato, ruminano.
—Non intendo, disse Attilio. Cosa vuol dire ruminare?
—Così mi piaci, rispose il babbo, facendo una carezza al suo figliuoletto. Io piglierei che tutti i bambini, quando leggono o odono una parola difficile, della quale non riescono a spiegarsi il significato, si facessero a chiederne subito la spiegazione. Così si eviterebbe di accumolar confusione su confusione e ignoranza sopra ignoranza. Ma tornando alla parola ruminare, ti dirò che significa il far ritornare alla bocca il cibo mandato nello stomaco per finirlo di masticare.
—Curiosa! disse il bambino stupefatto. Dimmi, babbo, ruminiamo forse anche noi?
—No, caro. I soli esseri che ruminano sono gli animali che hanno, come questa vacca e questo bove, il piede fesso, e una sola fila di denti. Di loro si dice che appartengono ai ruminanti. Torniamo ora, se ti piace, all'utilità che ci danno questi due animali.
La vacca partorisce i vitelli, i quali ci servono per cibo o vengono allevati dagli agricoltori, affinchè diventino, col tempo, manzi, tori e bovi.
—È vero che il latte ce lo dà la vacca?
—È vero; ed è un latte nutriente, leggiero, saporito. Ma il latte ce lo danno anche le femmine di altri animali, come la capra, l'asina e la pecora. Col fior di latte sbattuto con certa maestria, in capaci vasi di legno detti zangole, si fa il burro, che mangiamo tante volte disteso sul pane, ed è un condimento così squisito e delicato.
Ma l'utilità di queste povere e buone bestie non cessa alla loro morte: la carne del bove è uno dei nostri quotidiani e più sostanziosi nutrimenti: della sua pelle conciata si fa il cuoio, quel cuoio che i calzolai adoprano per fare scarpe e stivali. La pelle dei vitelli serve anch'essa a far tomai, mantici, cinghie e finimenti da cavalli. Gli ossi e le corna dei bovi sono lavorate dal tornitore, dal fabbricante di pettini: e colle cartilagini, i tendini e le raschiature delle loro pelli, si fa la colla dei legnaiuoli. Perfino il pelo della loro bocca è utile: esso serve a imbottire i cuscini da selle e i basti.
—Dunque l'esser chiamato bue non è un'impertinenza! sento che è una bestia tanto per bene! Io non potrei, neanche a campar cent'anni, fare una sola delle tante cose di cui è capace un bove. Io non ho la sua forza, nè....
—Figliuolo mio, il confronto non regge. L'uomo non può nè dev'esser paragonato alla bestia. Egli ha l'intelligenza, la ragione e quindi la scelta tra ciò che è bene e ciò che è male. L'uomo non potrebbe, è vero, sobbarcarsi alle fatiche del bove; ma colla forza della sua volontà e del suo genio, rende fertili le terre meno ospitali, traversa l'oceano sopra fragili barche, abbatte e fora i monti, conta le stelle del firmamento e inventa macchine portentose.
Quel bambino ha dunque avuto torto dandoti del bue, prima perchè aveva l'intenzione di darti un dispiacere, poi perchè non c'è nessun termine di confronto fra una povera bestia, i cui occhi sono sempre condannati a guardar la terra, e l'uomo che può e deve sollevarli al cielo, e dal cielo a Dio. Ma tu devi scusare quel bambino e provargli, perdonandogli, che non sei un bue.
- Perchè Attilio aveva il broncio?
- Com'è fatto il bove?
- A che serve il bove?
- Che cos'è il giogo?
- Come si chiama la femmina del bove?
- Di che cosa si nutrono i bovi e le vacche?
- Che cosa vuol dir ruminare?
- Come si chiamano i figliuoli della vacca, finchè sono piccoli?
- Chi ci procura il latte? Come si fa il burro?
- Quali vantaggi riceviamo dai bovi e dalle vacche?
Un regalo.
—Fra otto giorni è la festa di Manfredo, diceva l'Ida alla sua mamma. Non so proprio che cosa dargli: vedi, mamma, tu dovresti comprarmi qualche bel gingillino di suo gusto: così mi farei onore e lo contenterei.
—In questo caso, figliuola mia, il regalo lo farei io e non tu.
—È vero anche cotesto. Ma se non ho nulla che possa piacergli!
—Vediamo un po': hai una bella pianta di viole...
—Il violo! Ti pare? Di dove prenderei i fiori per farti i mazzolini? Quello non lo posso dar via.
—Hai il passerotto!
—Oh mamma! Il passerotto? Un passerotto ammaestrato tanto bene, che mi vien dietro da per tutto!
—E le tortorine?
—Anche quelle, lo sai bene, le ho, si può dire rilevate da me, fino da quando uscirono dall'uovo. Le chiamo le mie figliuole.
—Dunque non hai proprio nulla da dare al povero Manfredo!
—Per quello sì! Ci avrei....
—Che cosa?
—Te ne rammenti di quella bella borsa di seta rossa traforata che mi regalò la zia, anno, per ceppo? È una gran bella borsa!
—È vero. Ma cosa vuoi che ne faccia il tuo fratellino? Egli non ha denari, nè potrebbe quindi adoprarla. Anche tu, appena la ricevesti, corresti subito a buttarla nel fondo del cassettone.
—Scusa, mamma, ma la borsa sarebbe un bel regalino!
—No, figliuola: un regalo, a voler che sia bello deve piacere a noi: e far piacere a chi lo riceve.
—Dunque, a detta tua, io dovrei regalare a Manfredo tutte le cose che mi sono care!
—Tutte, no. Una sola basterebbe!
L'Ida riflettè un momento e disse:
—Quand'è così coglierò, per la festa di Manfredo, i più bei fiorellini della mia pianta, e gli regalerò il passerotto.
—Brava bambina! Lo dicevo tra me che la mia Ida ha buon cuore!
—Aspetta: cominciando da oggi, voglio che il passerotto si avvezzi a volar sulla spalla di Manfredo: così gli si affezionerà, e quando glie lo regalerò, lo gradirà di più.
—Dammi un bacio, figliuolina mia amorosa. Quest'attenzione gentile raddoppia il valore del tuo regalo. Vedi, cara: è il cuore quello che rende prezioso il dono più umile. Ti assicuro che non potresti fare un regalo più bello a Manfredo ed a me.
—Anch'io sono contenta, disse la bambina.
—E lo sarai ancor più il giorno della festa, riprese la signora Maria: ho intenzione di dare una merendina a Manfredo e d'invitare tutti i suoi amici. Tu, s'intende, ne farai gli onori, e ti comporterai da quella donnina giudiziosa e assennata che sei sempre stata. L'hai caro?
L'Ida dette un bacio alla mamma e corse in camera sua a dare un seme al passerotto. Curiosa! Non le era mai parso tanto bellino!
I sassi.
Si baloccavano tutti e due: Carlo raccattava i sassolini e Dario li distribuiva in piccoli quadrati, in archi, in tondi, in angoli. La mamma, seduta sulla panchina accanto, lavorava, e di quando in quando dava un'occhiata ai suoi figliuoletti.
Tra quei sassolini ce n'erano dei graziosi, tanto per forma come per colore; alcuni erano piccini, rotondi, lisci, e neri: altri, più grossetti, apparivano screziati di rosso, di verde e di giallo.
Carlo domandò a Dario:
—Lo sai, tu, di dove si levano questi sassolini?
—No, ma saranno venuti da sè.
—Dinne delle grosse! Venuti da sè! Come devono fare a venire da sè? Li hai presi per piante? Già neppure le piante vengono da sè: bisogna seminarle e....
—Seminarle! Sta a vedere che tutta l'erbaccia inutile che cresce tra i crepacci delle vecchie mura e ne' giardini abbandonati, è stata seminata!
—Dalla mano dell'uomo, no certo: ma il vento o qualche uccellino avrà trasportato i semi di quell'erba nei luoghi che hai accennato.
—Lo stesso sarà avvenuto dei sassolini....
—Si cheti, ignorantello! I sassi, per sua regola non possono nascere nè crescere, nè....
L'epiteto inaspettato e soprattutto quel lei autorevole, sostituito di punto in bianco al tu, colpirono il povero Dario, il quale guardò dapprima suo fratello con aria indecisa, poi la mamma, poi un cane che abbaiava: e non sapendo far di meglio, proruppe in un dirotto pianto e strillò:
—Ih! Ih! Io non voglio esser chiamato ignorantello da te! Ih! Ih!
La mamma giudicò prudente d'intervenire.
Carlo le corse incontro per giustificarsi, ma la mamma non glie ne dette il tempo.
—Dario ha ragione, diss'ella con severità. Un bambino buono e ben educato non deve offender mai nessuno: figuriamoci poi il fratellino minore!
—Scusa, mamma! Ma il supporre che i sassi nascano in un giardino come le piante e i fiori è un po' grossa!
—Certo è grossa. Ma perchè, invece di domandarlo a Dario, non ci spiega ella di dove si levino i sassolini con i quali s'è baloccato finora?
Carlo abbassò il capo e si mise a guardare lo spunterbo dei suoi stivaletti.
—Bravo, esclamò la mamma, bravo davvero! Stia dunque attento alle mie parole; e tu, povero piccino, smetti di piangere. L'ignoranza non è una colpa: ma l'esser presentuosi e sgarbati, sì.
Carlo si buttò al collo della mamma e nascose il suo visino lacrimoso nel seno di lei. Era pentito.
—I sassolini, seguitò la buona signora tutta contenta, si levano dal letto dei fiumi....
—O che i fiumi hanno il letto? osservò Dario.
—Si chiama letto quello spazio di terreno, limitato dalle sponde, dove scorrono i fiumi.
—Ora ho capito. Ma chi ce li porta, i sassolini, nel letto dei fiumi?
—Un momento. I fiumi scaturiscono dai monti scorrono più o meno rapidamente al piano, dove sono le città, le borgate e i villaggi, che essi traversano per quindi scaricarsi in mare.
Il nostro Arno, per esempio, nasce dalla Falterona, il Po dal Monviso, e così via via.
Ora quelle acque, nel loro corso violento, corrodono il terreno, e a un po' per volta, portano via dalle montagne pietre più o meno grosse, alcune delle quali, rotolando sempre e perciò consumandosi, diventano ghiaia, ossia quei minuti sassolini di cui i giardinieri ricoprono lo sterrato dei viali e dei parchi.
—Ora ho capito benissimo, disse Dario.
—Del resto, riprese la mamma, Carlo aveva ragione quando affermava che i sassi non possono, come le piante e gli animali, crescere e riprodursi. Le pietre, figliuoli miei, come anche l'oro, l'argento, il ferro e il rame, non si muovono, non respirano, non crescono, non muoiono. E tutti quei corpi che non hanno vita, che non si muovono, non sentono, non si riproducono, si chiamano minerali.
—Mamma, domandò Carlo, le pietre con le quali i muratori fanno le case, si levano anch'esse dalle montagne?
—Sì, figliuolo.
—O il marmo si leva dalle montagne?
—Anche il marmo si cava dai monti; ma non da tutti i monti; per esempio qui da noi in Toscana, sono i monti di Carrara, dai quali si cava un marmo bellissimo. Il marmo è liscio e bianco, e gli scultori e gli architetti se ne servono per fare statue, bassirilievi, imbasamenti, facciate di chiese, di palazzi, ecc.: col marmo si fanno i frontoni dei camminetti, gl'impiantiti, i piani dei cassettoni, quelli dei tavolini nelle botteghe, e mille altre cose.
Fra le pietre più stimate sono da annoverarsi il porfido, il granito, il marmo nero di Como, la pietra arenaria, i cristalli di rocca, con i quali si fanno lenti di canocchiali e si imitano le pietre preziose, delle quali vi parlerò uno di questi giorni.—
E la mamma pose fine, alzandosi, alla sua lezioncina.
Il sole stava per tramontare e diffondeva pel cielo e su' monti lontani uno splendore di fiamma: nella vasca guizzavano, rincorrendosi, i pesciolini, e tra le siepi era un confuso bisbiglio d'insetti e di uccelli.
Carlo prese per la mano il suo fratellino e s'avviò avanti, lieto e composto.
La mamma li seguiva, lenta. Ella non sapeva dov'era maggior pace: se nel suo cuore, o nella serenità malinconica di quel crepuscolo estivo.
- Di dove si levano i sassolini?
- Che cosa intendete per letto di un fiume?
- Di dove nascono i fiumi?
- Da quali monti nascono il Po e l'Arno?
- Che cos'è la ghiaia?
- In che differiscono le pietre dagli animali e dalle piante?
- Che cosa sono i minerali?
- Che cosa si fa col marmo?
- Ditemi il nome di qualche pietra.
Il fratellino dell'Enrichetta.
L'Enrichetta si era levata quella mattina sul far del giorno, per andare a cogliere qualche viola nel giardino, e farne un mazzolino alla mamma. Mentre stava per scender la scala, il babbo la fermò sorridendo, la prese in collo e le disse:
—Buon giorno, Enrichettina, spicciati a venir con me dalla mamma, ti vogliamo far vedere una cosa che ti riempirà di contentezza.
—Che cosa c'è, babbo? chiese la piccina.
—C'è che il Signore ti ha fatto un regalo, un un bel regalo: nientemeno che un fratellino.
—Un fratellino? E dov'è? Su, su, portami a vederlo, te ne prego.
Il babbo aprì l'uscio della camera dove dormiva la mamma. A capo del letto c'era una donna di fuori che rifasciava un bambino.
Allora sì che piovvero le domande! Il babbo s'ingegnava di rispondervi alla meglio, e quando credè di avere appagato la curiosità dell'Enrichetta, questa gli domandò di punto in bianco:
—Babbo, chi è quella donna? Perchè abballotta così il mio fratellino? Non c'è pericolo che gli faccia male?
—Non ci pensar neppure. È una buona donna che ho mandato a chiamare, affinchè prenda cura del bambino, gli dia il giulebbe e lo rifasci.
—Ma il bambino è della mamma. Lo ha visto?
—Sì, che l'ho veduto, disse la signora scansando il parato del letto per veder meglio l'Enrichetta. E tu sei contenta d'averlo?
—Se sono contenta? figuratelo! non sarò più sola a fare i balocchi. Ma che viso curioso! Babbo, ti contenti che lo faccia correre con me? Lo terrò per la mano.
—È impossibile; il poverino non si reggerebbe in gambe. Non vedi come le ha deboli?
—Oh Dio! Che bei piedini! paiono di ovatta! Lo vedo da me, che prima di correre ci vorrà del tempo.
—Pazienza! Bisognerà prima che egli impari a camminare: e dopo, sgambetterete insieme nel giardino.
—Davvero? Povero piccino! Voglio che stia sempre con me. Intanto, perchè tu possa avvezzarti a volermi bene, eccoti una figurina, prendila. Babbo, perchè non la vuole e tiene le manine serrate?
—Perchè non sa che cosa farsene. Bisogna aspettare qualche mese.
—Quand'è così! Caro omino mio! Io ti regalerò i miei balocchi. L'hai caro? Rispondi. Ti pare, babbo, che sia lì lì per ridere? Su, da bravo, chiamami Enrichetta, Enrichetta! O che non puoi parlare?
—Parlerà fra due anni. Ma tu procura di non stordir la mamma col tuo cicaleggio.
—Guarda, guarda, babbo! Ha il visino tutto contratto, piange: forse avrà fame. Aspetta, caro; corro in dispensa a farmi dare una chicca.
—Il bambino non potrebbe mangiarla, disse il babbo; guarda la sua bocca: non ha nemmeno un dente. Come vuoi che faccia a masticare?
—Dunque non può mangiare! O di che cosa camperà? Se dovesse morir di fame!
—No, figliuola: il buon Dio ha già provvisto ai suoi bisogni, disse la mamma, guardando con amore la sua creaturina. Il mio seno è pieno di latte, destinato a sostentare il tuo fratellino. Egli è deboluccio, come vedi: ma fra qualche mese, sgambetterà in terra come un agnellino.
—Mi par mill'anni di vederlo! Guarda, babbo, la bella testina tonda! Non m'arrischio a toccarla.
—La puoi toccare, ma leggermente.
—Oh sì, adagino. Dio com'è morbida! Par di toccare del cotone in fiocco.
—E così sono le testine di tutti i bimbi nati d'allora.
—Se il poverino cadesse se la farebbe in mille pezzi.
—Certo. Ma noi lo vigileremo sempre, affinchè non gli avvengano disgrazie.
—Sai, Enrichetta, disse a un tratto la mamma, che cinque anni sono eri piccina come lui?
—Io? Davvero, mamma? Non ci credo!
—Eppure, è verissimo.
—Ma se non me ne ricordo!
—Ne sono persuasa. Vediamo un po': Com'era, cinque anni sono, il parato di questa camera?
—È sempre stato così.
—Niente affatto. Io lo feci mutare quand'eri piccina, com'è ora il tuo fratellino.
—Curiosa! Non me ne avvidi neppure.
—I bambini così piccini non si avvedono mai di quanto avviene intorno a loro, e se fra cinque o sei anni chiederai al tuo fratellino qualche schiarimento sulla giornata d'oggi, vedrai che non si ricorderà di nulla.
—Anch'io, dunque, ho avuto il latte della mamma?
—Senza dubbio, rispose il babbo. Se tu sapessi quanto la poveretta si è affaticata per te! Eri tanto debolina, che non potevi inghiottir nulla e noi temevamo sempre di vederti morire da un momento all'altro. La tua mamma diceva: Oh se la mia povera bambina dovesse patire! E s'ingegnava di farti ingoiare qualche gocciola di latte. Spesso, quando dopo una lunga giornata di strapazzi, si addormentava, tu la svegliavi coi tuoi strilli: e lei, sempre paziente e amorosa, correva alla tua culla per racchetarti.
—Anch'io, da piccina, avrò adunque avuto la testa debole e molliccia come quella del mio fratellino?
—Come quella, figliuola mia.
—E com'è dura, ora! Chi sa quante volte avrò corso il pericolo di farmela in pezzi!
—Eppure non ti è mai avvenuta una disgrazia! Noi non ti lasciavamo un momento. La mamma rinunziò per te a ogni divertimento, a ogni spasso: trascurò tutte le sue conoscenze e si dette esclusivamente a te: quando, a volte, era costretta a uscir di casa per far delle compre, stava sempre in pensiero e non vedeva l'ora d'esser tornata. «Gigia, diceva alla donna di servizio, ti raccomando l'Enrichettina, fa' conto che sia tua,» e le faceva sempre delle attenzioni e dei regali, perchè ti tenesse bene.
—Povera mamma! Ma dimmi un po': c'è stato proprio un tempo durante il quale non sapevo correre? E ora corro, tanto! In tre volte ho fatto il giro della camera. Chi m'ha insegnato?
—La mamma e io, rispose il babbo. Ti avevamo messo intorno al capino un cercine di velluto ben imbottito, affinchè, se cadevi, tu non ti fossi fatta male: poi ti tenevamo nel cestino o ti sorreggevamo sotto le ascelle, per guidare i tuoi primi passi: ti portavamo tutti i giorni nel giardino, sul praticello dirimpetto alla casa, e là ci mettevamo di faccia l'uno all'altro e stendevamo le braccia a te, che lasciavamo sola, nel mezzo: se facevi tanto d'inciampare in un sasso, ci sentivamo rimescolare il sangue: quando poi giungevi sana e salva nelle nostre braccia, allora erano risate, battimani, tripudi.
—Cari! Io non mi sarei mai immaginata d'avervi dato tanto da fare. E chi m'ha insegnato a parlare?
—Noi, sempre noi, rispose la mamma. Ti pigliavo sulle ginocchia e ti facevo ripetere i nomi del babbo, mamma, finchè non eri in grado di dirli bene da te. E da quelle parole facili, siamo andati via via alle più difficili. Poi ti abbiamo insegnato a leggere.
—Di questo me ne ricordo benone. La mamma diceva una parola: per esempio, ago. Mi faceva distinguere il suono delle vocali, eppoi me le scriveva, sulle tavolette o me le faceva cercare nel libro. E quando le avevo trovate, mi regalava un santino, un grappolo d'uva o un balocco.
—Ma se non avessimo avuto tanta cura della tua personcina: se, in una parola, ti avessimo abbandonata a te stessa, che sarebbe avvenuto di te?
—Sarei morta o malata, o stupida. Oh che buoni genitori m'ha dato il Signore!
—Eppure, a questi buoni genitori che t'amano tanto, tu dai qualche volta dei dispiaceri: sei bizzosa, svogliata, disobbediente.
—Babbo, ti prometto che da qui avanti non avrai più motivo di lamentarti di me: sarò buona e rispettosa: vedrai!
Questa conversazione fece un grande effetto sull'animo dell'Enrichetta: e quando vedeva la mamma tutta propensa pel suo fratellino, ed era testimone delle sue trepidazioni, della sua pazienza, della sua bontà, diceva a sè stessa: «La poveretta si è data lo stesso daffare anche per me.» Questo pensiero le ispirava molta tenerezza per i genitori, e la confermava sempre maggiormente nei suoi buoni propositi.
Lascialo ridere!
La signora Giulia si voltò indietro più volte: e quando giunse alla cantonata, fece colla mano un ultimo segno d'addio e sparì.
Alessio e Pietrino si ritirarono dalla finestra proprio di malincuore; pareva a loro, finchè fossero rimasti lì, di non esser poi tanto lontani dalla mamma e di doverla rivedere da un momento all'altro. Ma bisognava esser ragionevoli, lo avevano promesso e per un bambino a modo le promesse sono sacre.
La mamma aveva assegnato loro per lezione un capitoletto della storia sacra e due pagine di calligrafia: dopo, potevano ruzzare e baloccarsi finchè fosse loro piaciuto.
Alessio e Pietrino si misero subito all'opera; ma sia che Pietrino avesse più memoria e maggiore scioltezza di mano, sia che non curasse troppo la precisione e studiasse le cose a pappagallo, il fatto sta che in capo a una mezz'ora aveva bell'e finito: e il povero Alessio era ancora alle prime righe del «Sacrificio d'Isacco.»
Ora ditemi un po', bambini miei: che cosa avreste fatto, voi, nel posto di Pietrino? Vi sareste messi quieti, in un canto, a baloccarvi coi soldatini o a guardare le figure della storia sacra, non è vero? Così il vostro fratellino avrebbe avuto agio di finir la lezione senza furia, senza sbagli, eppoi sarebbe venuto con voi nel cortile.
Ma queste non erano le idee del signor Pietrino, il quale, se non poteva dirsi un cattivo ragazzo, era però un vero fuoco lavorato. Cominciò dal ruzzare intorno alla tavola, dal farla tentennare, dal dimenare la seggiola dove sedeva Alessio; il poverino non alzava gli occhi e seguitava a studiare, ma ad un certo tremolìo del labbro superiore, era facile argomentare l'impazienza che gradatamente s'impadroniva di lui.
Accorgendosi che con quei mezzi non veniva a capo di nulla, Pietrino cominciò a cantar forte una canzonetta scolastica, interrompendo e perciò confondendo Alessio che ripeteva, anche lui a voce alta, la sua lezione di storia.
—«Ed il Signore disse ad Abramo....
—«Qual è la patria dell'italiano?
—Pietrino, fammi il piacere, canta adagio, non mi fare sbagliare.
—«Prendi il fanciullo....
—«Sotto il bel cielo napoletano....
—«E sacrificamelo sul monte.... sul monte Moria! Isacco, strada facendo, diceva: Padre, io veggo le legna e il coltello.
—«Nel mar, nell'aere, nei monti un riso...
—Pietrino, mi raccomando! «..... ma la vittima dov'è?
—«No! Non è il gaio giardin toscano,
La grande patria dell'italiano!»
Alessio si sentì salire il sangue alla testa e senza prevedere le terribili conseguenze che potevano derivare dal suo atto, prese un paio di forbici che erano sul tavolino e le scagliò, con forza contro Pietro.
Fortuna che l'irrequieto fanciullo ebbe il tempo di far cecca! se no, addio occhi! Ma, nonostante le forbici lo andarono a colpire un po' più giù del fianco, proprio nel posto dove ci curviamo per metterci a sedere; dai pantaloni squarciati cominciò a sgorgare una larga striscia di sangue, e Pietro ebbe appena la forza di tirarsi via le forbici e di applicare un fazzoletto sulla ferita.
Non vi starò a descrivere lo stato di Alessio.
Pentito, inorridito del suo atto colpevole, si precipitò sul fratellino, lo abbracciò, lo baciò, lo bagnò di lacrime, lo scongiurò a perdonargli. Pietrino, dal gran male non poteva parlare, ma si sforzava di sorridere e di rassicurarlo con la mano.
In quel mentre si spalancò l'uscio e comparve il babbo.
—Non è nulla! disse il ferito, ritrovando l'uso della parola. Mi baloccavo con le forbici e ci sono caduto sopra.
—Oh babbo mio, non gli dar retta! Sono io che l'ho ammazzato, balbettò il povero Alessio e cadde in terra svenuto.