Il trampolino per le stelle


LUCIO D'AMBRA

Il trampolino per le stelle

Tre dialoghi e due racconti

L. CAPPELLI, Editore
BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE


Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta
di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano.


PROPRIETÀ LETTERARIA



[INDICE]


Il trampolino per le stelle

In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi sempre la stessa cosa».

Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio, tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot, quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti.

Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti. Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi, come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e non ama che sè.

Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire.

Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra le maschere a divertirsi.

Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico chiacchierano per chiacchierare.

L'AMICO

Come mai oggi Colombina non c'è?

PIERROT

Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai più, mai più, mai più...

L'AMICO

Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui.

PIERROT

Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare.

L'AMICO

Colombina diceva il contrario.

PIERROT

Colombina ha sempre mentito.

L'AMICO

E tu non le hai mentito mai?

PIERROT

Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta, dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata, annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata, sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta, in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione, menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah, andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù, dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli, nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle, dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere e poi si sgonfia e se ne va... Guarda...

(Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera. Sono le Odes funambulesques di Théodore de Banville. E mostra il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata).

L'AMICO

Che libro è quello?

PIERROT

Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali, le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto fantasia, voleva paragonarsi ad un clown, ad un bel clown di seta bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta, ascolta...

Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!

Des ailes! Des ailes! Des ailes!

. . . . . . . . . . .

Le clown sauta si haut, si haut...

. . . . . . . . . . .

Et le coeur dévoré d'amour,

Alla rouler dans les étoiles...

(E quando Pierrot ha finito di leggere l'Ode funambulesque di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto vibrante d'entusiasmo).

L'AMICO

Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua finestra.

PIERROT

Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile, cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita, l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te.

L'AMICO

Grazie tante.

PIERROT

E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera, dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni, viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo, perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene, perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa bianca casacca con l'abito ad aereostato del clown, fatto apposta per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude, la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù, nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime, la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto, amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente...

(Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda. L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot).

L'AMICO

Vieni via. Vieni a cena. È carnevale.

PIERROT

No. Lasciami. Sono solo e disperato.

L'AMICO

Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti...

PIERROT

L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco, il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia ricadere...

L'AMICO

Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai a piangere domani.

(Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito al mondo).

L'AMICO

Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei... con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta?

PIERROT

No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle stelle.

(Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia).

L'AMICO

Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò?

PIERROT

Così potessi non trovarmi...

L'AMICO

Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?

(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella finestra, la notte profonda).

PIERROT

Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non c'è e Banville il poeta era un fumiste. Ha vissuto settant'anni con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle stelle... Totò...

(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è mosso. Ha solo ripreso il libro delle Odes funambulesques ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino fosforescente, come i versi di Banville. Vede un clown agile come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il clown ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più piano, sempre più lento):

Et, le coeur dévoré d'amour,

Alla rouler dans les étoiles...

(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola esce, sussurro appena, dalle sue labbra):

PIERROT

Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...

(Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il sogno di Banville):

Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!

Des ailes! Des ailes! Des ailes!

II.

(La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra. E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con disprezzo su la tavola).

L'AMICO

Ah, già... il libro di Totò...

(E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano; poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di terremoto).

PIERROT

Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?...

L'AMICO

E dove credevi di essere? Alla Mecca?

PIERROT

No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro.

L'AMICO

E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole. Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui, dietro le nuvole.

PIERROT

Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro, è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti racconti?

L'AMICO

Racconta pure. Ho tempo da perdere.

PIERROT

È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò.... E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo clown, e al trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa, infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile, tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro, come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere. C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto. Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset.... E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni, che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei, Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora.... in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata, bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano: «Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro.... Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti, i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io. E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo.... È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile, che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando: «Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei bohèmes. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta, almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di champagne e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi. Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto, tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì, accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore, nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu sbadigli.

L'AMICO

Non ci badare. È nervoso. Va avanti.

PIERROT

Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti al portone di casa mia; e lo vidi salir le scale alla luce dei fiammiferi ed entrare nella mia soffitta. E, quando la candela fu accesa, vidi lì, sul letto, un gran vestito da clown, nuovo di zecca, uscito allora dalla sartoria, tutto di raso bianco e nero, a grosse strisce. E sul vestito una letterina in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa dunque, povero innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore divorato d'amore va-t-en rouler dans les étoiles....». E, sotto, la firma: lui, proprio lui, l'autore delle Odes funambulesques, Théodore de Banville, il grande impresario dei fuochi d'artificio lirico, il buon marito sedentario, il commendatore della Legion d'Onore, Totò.... E, letta la lettera, d'improvviso mi trovai vestito da clown, mentre il mio povero vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad asciugarsi, messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva, bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul tetto, poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, si scoperchiò quel tanto necessario a far venir giù dal tetto una scala tutta foderata di velluto e coi piuoli di metallo come quelle che adoperano nei circhi equestri per arrivare agli alti trapezii del salto mortale. E son salito su per quella scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh meraviglia! — un gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto anche questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro di nuvole e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel trampolino fosse grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come la Torre Eiffel e grande quanto San Pietro e con una molla così enorme che dieci cupole del Kremlino sommate insieme non avrebbero potuto farle da coperchio. E c'erano scale e scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù; ed io incominciai a salire, a salire, a salire, e più salivo più c'era da salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero e mi trovai su la piattaforma ch'era grande, per darti un'idea, come la piazza della Concordia e oscillava sopra un perno alto come la Colonna della Libertà a Nuova York. Su la piattaforma immensa io camminavo a passettini così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare fino in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i miei passi, come fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. E, d'un tratto, sebbene ci volesse un mese a traversarla e non fosse passato nemmeno un minuto, mi trovai al centro della piattaforma e avevo appena poggiato il piede che, in un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, mi sentii sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, scaraventato attraverso il cielo con la formidabile velocità della luce. Di rimpetto a me le stelle piccole nel velluto immenso del cielo eran come tanti chiodi d'oro ed io passavo in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico mio... E vedevo laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come lucciole; e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la forza del mio slancio dal trampolino dovesse da un momento all'altro abbandonarmi e farmi cader giù dove, morto di paura in cielo in quel momento, il mio cadavere in polvere sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E allora, passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi d'oro e mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, tutt'intorno, di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, non staccandomi da un chiodo se non avevo afferrato l'altro ben bene cominciai a camminar per il cielo penzoloni alle stelle e c'era tutt'intorno una gran luce, una luce immensa, come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una luce d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più altri chiodi a cui sospendermi. Il chiodo, cioè la stella alla quale ero con un braccio aggrappato, bruciava, bruciava, oh come orribilmente bruciava,... Ed io non potevo più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il dolore abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio verso la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi chiusi per l'orrore, in cima ad una grande scala d'argento e in un gran disco d'avorio.

L'AMICO

La luna?

PIERROT

La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la porta in cima alla scala chiesi naturalmente, da persona bene educata, di poter salutare la padrona di casa....

L'AMICO

Ch'era lei, la luna....

PIERROT

Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente si orienta da sè in quell'itinerario aereo senza indicazioni d'un Touring-Club stellare. È anche vero che qualche cosa, vedendo tutti aver l'aria felice mentre nel mondo che avevo abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche cosa mi disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa era a passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò laggiù, su la Via Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata da cento pariglie bianche di minuscoli cavalli.

L'AMICO

Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto la luna?

PIERROT

Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran scala d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca in cui la luna staccava come una perla sul suo candido astuccio. Oh, che bella signora, amico mio.... Che cos'è mai Colombina al suo confronto? Un mostricciattolo.... Bella, bella, divinamente bella, e bianca, bianca, infinitamente bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe: «Oh, tu qui, Pierrot?...».

L'AMICO

Ti conosceva?

PIERROT

Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di luna nel vestito di Pierrot.

L'AMICO

Ma se eri saltato dal trampolino vestito da clown.....

PIERROT

Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i chiodi d'oro delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle della luna, per un nuovo incantesimo mi trovai di colpo levate di dosso le brache del clown e negli specchi che nella luna fan da marciapiedi mi rividi addosso il mio vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di fresco, con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile.

L'AMICO

E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse?

PIERROT

Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante cose, dal benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al lasciapassare. E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente dato con quel sorriso un ordine, io potei varcare la soglia d'argento e girare a piacer mio pei giardini della luna, come se fossi munito d'un coupe-file per la libera circolazione. Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di polline di fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino una sigaretta, fui avvertito che Madame la Lune desiderava parlarmi. E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi disse non appena fui inginocchiato d'innanzi a lei — so perchè il tuo sogno, attraverso il trampolino della fantasia, t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu soffri e cerchi per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai sofferto su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato. Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. Quassù, come vedi, tutto è bianco e tu sai benissimo che ogni bugia è, sul candore delle anime, una macchiolina nera. Io ti dò piena libertà di rimanere in questi miei immacolati paesi. Tu potrai andare e venire liberamente, sognar le tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, nemmeno tu devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu mentirai, ad ogni tua bugia una macchiolina nera apparirà sul tuo bianco vestito. Vivi dunque felice, Pierrot, come su la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu dato di vivere. Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è amore, tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore, serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, caro fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare ha i medesimi sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, la fede, la speranza, la carità. Solamente questi sentimenti qui non conoscono frodi, inganni, raggiri, calcoli o finzioni. Qui si vive veramente, come voi dite in terra, col cuore su la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo che desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire nel calice d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua anima continuano ad essere senza macchie. E non credere, bada, di potermi illudere. Quassù non c'è acqua e non ci son lavandaie. Fatta una macchia, tu non potrai cancellarla mai più....».

L'AMICO

Comodo paese, il paese della verità!

PIERROT

Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo tanto sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i compagni sleali, frode e menzogna in ogni cosa. E per tre giorni, pur andando in giro continuamente fra uomini e donne, progetti ed affari, io ritornai dalla Luna, alla sera, col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera Madame la Lune, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia oscura, mi rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. Bada. Ma sia la prima e l'ultima». Sapevo come la macchiolina era venuta. Devi sapere che uomini e donne, lassù, son come noi. Solamente, mentre da noi le donne belle e gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo girare ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che d'uomo e di donna han solo il nome, nella luna, invece, son tutti belli. Così io, puoi immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. E quel giorno stesso avevo al mattino chiesto un bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza ch'ella me lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per sempre fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque e poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento d'eterna fedeltà, io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar quelle rosee sue labbra, giurai come alla bionda anche alla bruna d'esserle per sempre fedele. E il giorno dopo la prima bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava il violino divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi domandò se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella suonava. Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta fanciulla mi piacque, poichè suonava l'arpa celestialmente; e glielo dissi. Ed anch'ella, sorridendo felice, mi domandò se avessi mai nella luna od altrove sentito alcun altro suonare com'ella suonava. E io giurai che no, anche a lei, tanto mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di violino, per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, la vincesse di gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla sera, chez Madame la Lune, furon dolori. Quattro macchioline, grosse come centesimi, erano schierate in bell'ordine su la mia giubba candida poco più su del cuore. «Bada, mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada, Pierrot. Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: non sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, di bugie si muore».

L'AMICO

Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente metterti in guardia....

PIERROT

Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho detto e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle e, non appena ne vedevo una che non avevo veduta ancora, mi prendeva una gran smania di baciarle le labbra e di suggerle in quel bacio l'anima come si succhia un fiore. E, per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o illeciti. Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, preso nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, promettevo, m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera giubba si copriva di macchioline che s'allineavano in piccoli battaglioni come un esercito schierato in piazza d'armi e visto da un aereoplano a tremila metri. E, ogni sera, la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento.... Cinquecento....». E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si moltiplicavano senza che io volessi. Lo diciamo anche su la terra, tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. E una, infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, dovevo dirne due nuove per nasconder la prima. Dove un inganno svelato minacciava di farmi perdere ciò che a me piaceva di conservare, tramavo altri tre inganni per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava: «Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi della mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non vedeva più i punti fissi e radi d'un reggimento schierato: vedeva, povero me, tutt'un formicolìo d'eserciti....

L'AMICO

Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina cui tu inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie.

PIERROT

Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere. Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando, imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al mio passaggio, sdraiato nella mia Daumont, destavo l'ammirazione di mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto: «Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano: «La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....». E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente, come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da Madame la Lune, in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e il capolavoro assicurato.

L'AMICO

E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero.

PIERROT

No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che, come diceva Buffon, le génie n'est qu'une longue patience, quando sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria, non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò Madame la Lune quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi. Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così, senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie, la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta, ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene, una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace. Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi, uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque, uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece des ailes, des ailes, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò. Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da clown, a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo.... Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando, il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola, buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me, di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera.

III.

(Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo, s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi. Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot. È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida, tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta, Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga l'amico):

COLOMBINA

Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro...

(E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso s'illumina di felicità perchè di nulla una donna è felice come del potere di riempir di lacrime gli occhi d'un uomo. E Colombina si slancia verso Pierrot, s'inginocchia ai suoi piedi e leva verso di lui le sue braccia supplici e le sue parole pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene):

L'AMICO

Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare a terra così, come tutti i giorni....

(Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è gettato nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare la sua assenza della sera prima, l'origine onesta dei suoi piccoli lussi, e ingannare ancora Pierrot, e mentir quando occorre per far pace tra due innamorati, e giustificar tutto quello che è vano giustificare poichè è inevitabile).

COLOMBINA

Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non senti nella mia voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?...

(Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta su le labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio certo il solo oblio possibile di tutto quello che è incerto. E, tra un bacio e l'altro, le dice):

PIERROT

No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi nulla. Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. L'amore è questo. E nessuno può cambiare.

COLOMBINA

Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi....

PIERROT

No, cara. È inutile. Ti credo, ti credo come se tu avessi parlato. Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi accenti, il medesimo sguardo. E chi può mai distinguere, chi può davvero riconoscere? Che importa a te di dirmi la verità se io posso crederla una bugia? Che importa a te di dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è altro da fare....

(Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa, imbronciata. Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge. Poichè Pierrot cerca di farla ridere, scoppia a piangere).

COLOMBINA

Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami.

PIERROT

Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa?

COLOMBINA

Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia non è lecito crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. Non è possibile toglierle, credendola prima, l'illusione d'essere stata creduta davvero! Impara a vivere, caro mio, ed a trattar come si deve con le donne....

PIERROT

Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed io son qui pronto ad ascoltarti,..

(E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia di sentirsi creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le mani nelle mani, gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a raccontare....)

COLOMBINA

Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra mattina è un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta appunto per chiedermi notizie di lei.... Il merlettino che tu hai trovato nel comò me lo ha regalato quella mia stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io avevo dimenticato di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... Io non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato della stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere che io sia andata in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... Ero in casa della zia e alle nove ero già a letto....

(Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei capelli di Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta colorata che piovon nei caffè e nei teatri nelle sere di Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno per farglieli vedere e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al clown di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella luna, alla piccola e miserabile verità della terra.... E ride.... Ride per non piangere, come fanno i bambini, le donne e i poeti.... E vede lì accanto il libro delle Odes funambulesques.... Lo riapre. Rilegge i versi):

Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!

Des ailes! Des ailes! Des ailes!

(E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa a Totò, marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella sua poltrona accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento pazientemente a far versi pazzi nella sua tranquillità borghese ed a cercar rime rare tra le rime obbligate della sua vita d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, di Totò, di tutti i poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro delle Odes funambulesques e, aperta la finestra, lo scaraventa giù nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta nelle sue spiegazioni e, ritornato a sedere, prima la bacia e poi l'ascolta: cioè fa prima la cosa necessaria e poi la cosa inutile E Colombina, ostinata riprende la matassina delle sue bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere come tutti, ascolta con aria serena e credula, come fossero sacrosante verità).

COLOMBINA

E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso anche dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me non piacciono i militari....

(Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha raccolto il libro delle Odes funambulesques caduto nel fango e, apertolo alla ballata del clown e delle stelle, comincia a sua volta a sognare):

Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!

Des ailes! Des ailes! Des ailes!

Il Bacio di Cirano

I. LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.

La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle, fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo, piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure, col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po' antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante, quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi.

II. «HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»

Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone:

— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì, su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via, di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni, inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso, una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa, dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come suona a gloria il Mattutino quand'io lo vado a trovare lassù, il mio amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti, l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande dolore mi aspetta...

Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce:

— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo faccio adagiare su la chaise-longue dove trascorre leggendo quasi tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato, come tutti i miei...

E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei, per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si stringe attorno le amiche bianche:

— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!...

Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in quei suoi grandi occhi sognanti!...

III. CLAUDIO ARCERI.

Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto ch'egli ha scelto è famoso: Cirano di Bergerac. La musica gli canta dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico, avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda, Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino... Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti l'editore... Poi... gli altri...

— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro lavora e non riceve.

Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama:

— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme...

Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini, sospira:

— Dio, che vita complicata è la mia!...

Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche la sua musica...

IV. «FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»

La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini, la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita. Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra, accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le sue labbra:

— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo!

E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa. Sussurra:

— Forse, un giorno... Chi sa?

E piega la fronte sul petto della Badessa.

— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona... Tutto è per te nel mondo promessa di felicità...

Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote. Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà.

— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra dei miei poverelli...

Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo ciuchino:

— Ioh, Lumachino...

E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare, laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi...

V. «BUON APPETITO E BUON SOLE!»

Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare, meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia tutti li saluta, tutti li incuora:

— Buon appetito e buon sole!

E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le bacia la mano:

— Dio ti benedica per quanto sei buona!

Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude, scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta:

— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per lui... bisogna tanto pregare...

VI. SERENITÀ.

Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi. Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro, invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello che le dice:

— Sorellina, dove entri tu entra il sole!

E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano:

— Esagerato!

E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima, quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore.

E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati, sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta.

VII. UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.

Mia cara Grazia,

Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la sua nuova opera, Cirano di Bergerac, distratto nel suo lavoro dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato, pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri, nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po' innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti abbraccia la tua

GABRIELLA.

VIII. UN ARRIVO.

Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città. Claudio Arceri chiede spiegazioni:

— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde...

E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la lunga strada bianca che bisogna lentamente salire.

IX. TOSSE...

Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!... Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere. Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più...

X. GRAZIA HA QUATTRO AMICI.

Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti. Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più caratteristici: il conte Spada col suo tight eterno, con le sue uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra. Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la piazzetta del paese.

Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre, il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...

Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio. Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in alto entusiasticamente:

— Che musica divina! Tre capolavori!

Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte, storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto minacciandolo con gli spartiti e gridando;

— Capolavori, sì! E voi non capite niente...

È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a caso sul leggìo del pianoforte, esclama:

— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le orecchie.

E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:

— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci anni fa.

E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente, e poi lo mette a posto, nell'apparecchio.

— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri...

E il grammofono va...

XI. PITTORESCA, MA INTERMINABILE...

E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi, boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile, sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile...

E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile?

XII. CHIAMA A RACCOLTA...

E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda. Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le mormora all'orecchio:

— Musica che strappa il cuore!...

E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti, nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.

D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei... Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i cappelli, li spinge fuori e dice:

— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il mio piccolo mondo.

E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:

— State tranquilla... Alle ragazze penso io...

XIII. PRIMA CURIOSITÀ.

Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso, mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa tutta avvolta di edera.

XIV. RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».

... E quali mi direte, se venne un tale istante

Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante

Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo

Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...

— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.

— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.

E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono la scena del balcone al terzo atto di Cirano così come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle di Cristiano:

T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome

Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,

E poi che senza posa l'anima mia vacilla,

Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.

E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che le sue parole han preparato...

Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:

— A vestirci!

XV. PREPARATIVI.

Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina...

E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.

E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il cuore come un macigno...

XVI. L'INCONTRO.

Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e là...

Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e fiori nei vasi...

— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...

Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso: