STORIA DI CARLOMAGNO VOLUME PRIMO


CARLOMAGNO


STORIA
DI
CARLOMAGNO

DEL
SIGNOR CAPEFIGUE

FATTA ITALIANA
DA
LUIGI TOCCAGNI

CON NOTE DELL'AUTORE E DEL TRADUTTORE

VOLUME PRIMO

MILANO
PRESSO GIUSEPPE REINA LIBRAIO-EDITORE
1842.


TIP. GUGLIELMINI E REDAELLI.



[INDICE]


LETTERA INTORNO AL GOVERNO E ALL'AMMINISTRAZIONE DI CARLOMAGNO.

Gli annali dei popoli presentano, a rari intervalli di tempo, certi uomini più che tutt'altri famosi, i quali in sè, a così dire, compendiano la civiltà d'un secolo intero, e lasciano, al loro inabissarsi nei tempi, una lunghissima catena di memorie, d'instituzioni e di gloria. Tal fu Carlomagno. Se non che la società dell'ottavo e del nono secolo ancor non era foggiata alle forme generali d'una regolata amministrazione, ed indarno il figlio di Pipino, capo degli Austrasii, innalzarla volle fino alla sua propria altezza, e fondar un impero commisurato alla vasta sua mente, chè la società ricusò di camminar sì veloce, e di secondare lo smisurato intendimento suo.

L'impero d'Occidente, straordinaria creazione, fuor delle consuetudini così dei Franchi come dei Germani, rimase non più che un accozzamento di popoli, posti insieme così ad un tratto dalla conquista, ond'è ch'esso cadde insiem con la testa possente che lo avea fondato. Colà dove Carlomagno avea stabilita l'unità sorse la dissoluzione: l'impero d'Occidente, nato d'un colpo, d'un colpo anche crollò: portentoso parto d'un sol uomo, che seco ne portò il segreto nel sepolcro suo d'Aquisgrana.

L'impero di Carlomagno è come a dire un ponte sterminato e luminoso gittato fra due epoche barbare. Le sorti del periodo merovingico già erano al tutto compiute, e appena è che se ne trovi qualche menzione nelle leggi e negli atti de' Carolingi; ma quando avverrà che la storia si sollevi a una certa altezza rispetto a' tempi dei Merovei, ella si applicherà più che altro ad un sol punto che spiega e amplifica que' tempi antichi, e troverà che non vi fu cosa più vasta, nè più atta ad incivilire dell'opera dei vescovi dal secolo quinto all'ottavo. In mezzo a quelle sanguinose guerre fra i Barbari, che straziano il cuore, e in cui vedi il perpetuo conflitto delle orde selvagge che si contrastavan fra loro il bottino, in mezzo a quella pittura di passioni e di odii fra tribù e tribù, coll'istinto e la ferocità loro natia, vedi apparire i vescovi, que' grandi municipali dell'epoca merovingica, i quali diventan come i guardiani, i protettori delle città e delle popolazioni. Che mirabili storie non son quelle infatti di Martino di Tours, di Maclovio che incivilì la Bretagna, di Fortunato, dell'un santo Germano d'Auxerre e dell'altro, d'Onorato di Marsiglia, di Remigio di Reims, di Cesario d'Arli, di Vasto d'Arras, di Gregorio, pure di Tours, e di tanti altri di splendida memoria, che si consacrarono alla difesa della città gallica![1] Dir potrebbesi giustamente che la prima razza è dominata da due grandi fatti cristiani: la costituzione dell'episcopato e la vasta fondazione di san Benedetto; e finchè non sia chi, scrivendo intorno a questa istoria, si ponga a considerarla da questo largo prospetto, non verrà mai fatto ad alcuno di comprendere e descrivere l'indole vera della prima schiatta. La Gallia christiana è la più grande spiegazione che aver si possa dei quattro secoli franchi.

All'altro estremo del periodo carolingico, è il principio della terza schiatta, la quale non ha maggior somiglianza che la prima, con l'opera concetta da Carlomagno. Il decimo secolo vede l'origine della feudalità, svolgimento essa di quel sistema, che rappicca le une con le altre terre in una lunga gerarchia: l'allodio, il feudo sovrano, il feudo dipendente; onde avviene un compiuto mutamento nello stato delle persone e delle sostanze. Le instituzioni carolingiche non lasciarono dopo di sè vestigio alcuno; nuovi doveri s'impongono; i beneficii e, quasi direi, gli allodii e le proprietà libere si dileguano; la romana idea del fisco, il sistema penale dei componimenti fra le parti vengono meno, ed appena è che a quando a quando s'incontrino. Son cose dai tempi carolingi disparatissime; mille strani censi e livelli si stabiliscono; la servitù divien generale: tutto legasi e concatenasi, le città, con le pratiche d'uomo ad uomo, di feudo a feudo, pigliano altra sembianza, le instituzioni altro aspetto, talchè i capitolari stessi son caduti in piena dimenticanza.

Qual è dunque l'epoca carolingica, quale il suo spirito, quale l'indole sua? L'impero di Carlomagno è l'effetto d'uno straordinario sforzo diretto da un genio potente. Il signor feudale austriasiaco toglie un poco dalle mani di tutti; egli dà ordine e centro ad una moltitudine d'instituzioni merovingiche, imprime al suo potere un carattere di energia che signoreggiar gli fa i fatti del suo tempo; alla guisa che sogliono tutti gli uomini di mente sovrana, ei toglie a tutti le loro idee, le loro istituzioni: a Roma, alla Chiesa, ai Merovingi, alle memorie stesse della Germania, e le accomoda e taglia a suo modo; e così facendo egli crea men ch'altri non crede, però che lo spirito della società non cangiasi così dall'oggi al dimani; ma la cosa in che più ei vuole essere ammirato, si è quel lasciar ch'egli fa, nell'immenso suo edificio, ad ogni popolo la sua forma, il costume suo particolare. Egli sotto la sua mano congiunge i Franchi della Neustria con quei dell'Austrasia, ed anzichè por la mano entro i prischi loro costumi, lacerar le leggi loro, sovvertir le antiche loro istituzioni, appena tocca con qualche modificazione la legge salica e la ripária, la rinvigorisce anzi co' suoi proprii capitolari. Non sì tosto egli ha conquistata la Lombardia, e s'è posta in capo la corona di ferro, eccolo confermar la legge dei Longobardi; lascia ai Bavari, agli Alemanni, ai Visigoti le leggi loro; poco o niun fastidio si prende delle private consuetudini o delle civili costumanze di questi o di quelli; solo egli ad essi impone le leggi generali del suo governo e della sua politica, in ciò imitando intieramente i Romani. Tu diresti che il potente genio suo ha indovinato i costumi esser la cosa a cui sono più affezionate le nazioni anche vinte e avvilite; si può cangiar di signoria pur senza avvedersene, ma la casa è tutto: lasciate stare gli Dei Lari, se non volete sollevare i popoli. Così fece Carlomagno nella sua larga costituzione, ei sottomise bensì le nazioni ad alcune forme particolari de' suoi capitolari, ma lasciò ad esse il pieno godimento dei loro diritti civili.

Non v'ebbe mai personaggio storico, che lasciasse orme e memorie più profonde di quelle che lasciò Carlomagno. Nel rovistar le antiche croniche, tu il trovi ad ogni foglio; nelle leggende, nelle canzoni, nelle pergamene, entro i diplomi[2], grande qua, colà santo. Se tu scorri le rive del Reno, le antiche città d'Aquisgrana, di Colonia, di Magonza, le ampie foreste della Turingia e della Vesfalia, in ogni luogo trovi l'orma de' suoi passi, de' suoi monumenti, delle sue leggi. Tu vedi sulle pubbliche piazze la statua di quel grande, con la sua buona spada Gioiosa alla mano, e coll'imperial suo diadema in fronte. Se visiti le città della Lombardia, Monza, Pavia e Ravenna, quivi lo trovi in sembianza di re dalla corona di ferro; le ruine de' suoi monumenti appena si discernono dai rottami dell'impero romano[3]: e le pietre delle sue basiliche si frammischiano alle pietre dei grandi circhi eretti dai consoli e dai Cesari. Ai Pirenei si vanno perpetuando altre tradizioni. Carlomagno v'ha lasciato vestigia per ogni dove: le valli rispondono al nome di Roncisvalle; i mulattieri ripetono ancor quelle gesta nelle loro canzoni, e i lamenti di donna Alda, la esposa de don Roland, e gli inni guerrieri dei Baschi ripetono come le ossa biancheggianti degli uomini del Norte, son venute a rallegrar l'aquila di quegli altissimi gioghi.

Quando uno s'accinge a determinare alcun po' queste tradizioni e ad ordinar questi fatti, egli è compreso da due caratteri essenziali che forman come due periodi distinti: 1.º l'epoca conquistatrice; 2.º l'epoca ordinatrice. Carlomagno passa una buona metà della sua vita a conquistar terre e allargare il suo dominio; nè in ciò egli altro fa che ubbidire allo spirito ardimentoso ed avventuroso della nazione de' Franchi, ed alla propria sua bellicosa natura. Egli è qual furono gli antecessori suoi, Pipino d'Eristal, e Carlo Martello d'Austrasia; si fa guida della gente da guerra e conquista.

La sua guerra di Lombardia, la rapida sua soggiogazione del Milanese, la sua calata in quel paese pei due passi dell'Alpi, fan supporre in lui un sommo accorgimento strategico, attinto senza dubbio questo pur dai Romani; trentatrè anni di guerra da lui governata contro i Sassoni bastano a dimostrar come continuo fosse il bisogno di stare col piè sul collo a que' popoli, e di conquistarli. L'invasione della Spagna, per la via della Navarra e della Catalogna fu il frutto di sagaci disegni, laddove il disastro di Roncisvalle venne da una sorpresa che niun capitano del mondo avrebbe potuto evitar per certo nè antivedere.

Questo periodo adunque della conquista, ch'ebbe a durar bene quarantatrè anni, fu costantemente fortunato; Carlomagno ebbe a combattere contro quasi tutte le popolazioni dell'Europa, e dappertutto trionfò, e le sottomise alle sue leggi. Gli eserciti superarono monti altissimi, varcarono larghissime fiumane; li vedi nella Frisia, in Sassonia, in Pannonia, e vincer gli uni dopo gli altri i Longobardi, i Saraceni, i Greci. Or, da che riconosceva egli mai una sì costante supremità militare? In così lunga serie di guerre, ben facil sarebbe spiegar l'abituatezza delle vittorie, avvicendate con alcune sconfitte; ma quando la vittoria è continua, non si vuol egli attribuirne la causa a condizioni eccezionali? Carlomagno fu un gran capitano, questa è cosa incontrastabile: egli accoppiava una forza gigantea di corpo ad una infaticabile attività; i suoi disegni furono per lo più fortunati, e sagacemente ordinati; ma questi meriti sarebbero pur nondimeno stati insufficienti all'uopo, s'ei non avesse saputo adunar sotto la sua mano strumenti degni di sè, e soccorrere al natural valore dei Franchi con potentissimi mezzi di guerra.

I Franchi aveano, anche sotto i Merovingi, conservato una incontrastabile militar preminenza, ma s'erano logorati, versando fiumi di sangue nelle guerre civili. Il merito di Carlomagno fu di far tacere quegli odii intestini, e di raccor sotto la medesima insegna tutte le forze di quelle diverse barbare nazioni. Onde, se ancor ci furono Goti e Borgognoni e Franchi, distinti per costumi e per leggi, più non v'ebbe che un popolo in campo; Carlomagno tutti gli strinse a' suoi disegni, e tutti li fece ugualmente servire alla sua conquista: e si affratellaron, per così dire, sotto la tenda, e la guerra civile fu spenta nella vittoria. Ordinator vigoroso, com'ei fu, delle servitù militari, ei seppe altresì cogli atti suoi, colle sue leggi, co' suoi capitolari, regolarle con inesorabile severità; i possessori dei beneficii e degli allodii dovettero irremissibilmente porsi in campo alla chiamata del feudatario sovrano; l'imperatore prescriveva le armi da guerra, i carri, il numero dei cavalli da battaglia, che dovevano seguirlo alla guerra; egli avea pure i suoi legionarii, i suoi veterani, la rigorosa sua disciplina; l'armature rassomigliavano anch'esse a quelle dei Romani, e l'ordinamento delle schiere de' suoi feudi foggiavasi sulle coorti e sulle legioni romane.

Alle quali cagioni di superiorità, venivasi ad aggiungere l'inferiorità relativa delle popolazioni ch'egli avea da combattere. Gli effeminati Aquitani ed i Goti poterono essi mai tener fronte ai figli dell'antiche foreste della Germania, armati della lor chiaverina? Quand'ei calò addosso ai Longobardi, questi erano omai spossati, e crollante era già il loro impero, poche vittorie bastaron quindi a farlo al tutto cadere. Più vigorosa fu la difesa dei Sassoni, ma Carlomagno seppe con l'usata scaltrezza sua assalirli dalla parte più debole: questi popoli primitivi si distruggevan l'un l'altro con la guerra civile, e formavano come una repubblica militare, in armi sempre; or che fece Carlomagno? divise i capi, smembrò le tribù, e dopo trentatrè anni di fatica venne a capo dell'opera sua. Allorchè poi mosse in Spagna fino all'Ebro, altro più non ebbe incontro a sè che la snervata civiltà dei Saracini, chè già passato era per quei popoli il tempo delle conquiste e delle invasioni.

In mezzo a questi atti di sovranità, una cosa sopra tutte segnalò Carlomagno, e fu l'ordinamento della conquista, con l'unità di cui volle improntar le sue leggi, le comunicazioni per ambascerie che egli crear seppe con Costantinopoli e colla Siria, cogli imperatori bisantini e coi califfi; quel gran codice di leggi ch'egli impor seppe, la vasta creazione dei missi dominici, grande e forte instituzione, che, col dare un voto comune alla podestà centrale, rendea presente in ogni luogo l'autorità dell'imperatore. Questo è principalmente il merito che pose Carlomagno in cima agli ordinarii conquistatori dei popoli; egli ordinava, disciplinava e governava nell'atto che aggiungea nuove terre all'impero suo: egli fondò, solo assunto questo in cui si faccia manifesto il genio del conquistatore.

Noi possiamo valutare di netto, e senza lasciarci traviar dallo spirito troppo assoluto di teoria, il sistema tanto amministrativo quanto politico di Carlomagno. Dividesi esso in due parti principali, dalla troppo frequente confusione delle quali ebbero appunto a risultar di gravissimi errori. I capitolari comprendono il governo pubblico della società e l'amministrazione dei beni privati dell'imperatore, ed è mestieri di costantemente separar l'una dall'altra chi giunger voglia alla giusta valutazione dei diplomi e dei capitolari. L'amministrazion generale poggia innanzi tratto sul sistema permanente dei conti, i quali Carlomagno ebbe a trovar già istituiti, nè sono altrimenti un'invenzione della sua mente, ma sì una instituzione quasi merovingica, e più anticamente romana; solo il possente imperatore diè a quelli forma regolare, compiuta, e assegnò loro distretti meglio determinati; egli assister li fa dai proprietarii eletti, e questo è il concetto sassone del governo rappresentativo. Nulla v'ha qui di distinto, ma tutto si collega per concorrere al medesimo fine: il conte amministra, giudica e riscuote l'entrate del regio patrimonio; egli è il ministro principale intorno al quale s'aggruppano gli assessori, i giurati, tutti quelli che gli debbono dar mano nell'amministrazione e nella giustizia.

Ma instituzione effettivamente e veramente carolingica, si è l'ordinamento dei missi dominici. Un dotto d'ingegno e di sapere[4] sostiene che i missi dominici erano già ai tempi della prima schiatta da cui li tolse Carlomagno. Niuno pone in dubbio che non vi fossero tracce a que' tempi di questa istituzione, nè punto era nuovo il trovato di questa delegazione di straordinari inviati a soprintendere all'amministrazione; esso era anzi antico al par di Roma repubblicana e imperiale. E i papi non aveano anch'essi i loro legati? E' potè avvenir dunque che si trovasse anche sotto i Merovingi qualche esempio di delegati o inviati col carico d'esaminar l'amministrazione dei distretti; ma l'instituzione permanente e ampliata dai missi dominici[5] appartiene unicamente a Carlomagno; ei solo concepì il forte pensiero di ridurre ad un sol centro la podestà sopravveduta dai missi dominici; chè ad immaginare una sì mirabil forma d'inspezione era bisogno d'uno sterminato impero, qual fu appunto quello di Carlomagno. Per solito questi commessarii erano due, un conte ed un vescovo; talvolta quattro ancora, se di maggior rilievo era il mandato. Pur valido concorso questo di vigilanza e di forma!

L'amministrazione particolare dei beni o del patrimonio dell'imperatore non avea nulla a che far col governo generale della società, ma ben ci era per essa un'interna e particolare azienda; i capitolari fan menzione d'una serie di uffiziali d'ordine subalterno, i quali attendevano a reggere i vasti e ben coltivati poderi, che componevan le sole rendite dei Carolingi, e questi ufficiali sono ordinariamente chiamati col nome di judices; ordinati com'essi erano nei gradi subalterni, amministravano le ragioni fiscali del dominio, e giudicavano le liti fra gli uomini dell'imperatore. A quel tempo, nulla v'è di distinto negli uffizii; amministrare e giudicare son cose insiem confuse, e questa giurisdizion domestica va tant'oltre, che l'imperatrice medesima presiede un tribunale, il cui distretto giurisdizionale è tutto di pertinenza di lei, e questo tribunale sentenziar dee sopra certi ordini di persone.

Di questo modo ci ha in cotesta carolingica costituzione alcun che di grandioso insieme e di misero; il pensamento è attivo ed operoso, si vede che Carlomagno vuol porre in uso tutti gli ordigni per far camminare innanzi la generazione ch'egli ha d'intorno a sè; si rivolge continuamente verso Roma e Bisanzio; piglia da loro la scienza e le arti. E dove va egli a prendere i primi elementi della sua letteratura? Quali son gli uomini ch'ei chiama vicino a sè per illuminare i popoli, e schiuder gl'intelletti? I papi gli confidano le decretali ed i canoni, sorgenti del morale incivilimento; Costantinopoli gl'invia il codice teodosiano; ai califfi egli va debitore dei primi orologi; agli artefici romani e lombardi degli organi che vengono a sposarsi con la voce dei cantori nelle cattedrali. Quella specie d'areopago ch'ei raccoglie a sè intorno: Alcuino, Teodolfo, Leidrado, Paolo, Varnefrido, non son forse tutti chiamati a dar forte impulso agli studi? Ei gl'incuora, egli studia continuamente con loro, svegliato sì di mente, e sì attivo di corpo, che tu lo vedi a un tratto sull'Elba, sul Reno, a' Pirenei, a Roma, a Saragozza, ad Aquisgrana, consumar le sue vigilie in far trascrivere manoscritti, e riformar la scrittura; ei fa imitare que' bei caratteri greci e romani, e li sostituisce alle lettere gotiche e sassoni; vuol che leggasi Omero e Virgilio; diffonde le Sacre Scritture. Tutto va sotto di lui riformandosi: il registro delle leggi, le formole degli atti della sua cancelleria; nulla sfugge a quel solerte intelletto.

In mezzo a quest'opera d'incivilimento Carlomagno non lascia nè per un solo istante l'indole sua germanica, e resta qual desso è; s'ei toglie da Roma qualche idea, pure ei sempre si piace nelle consuetudini della patria; passa sua vita sulle rive del Reno, della Mosa, nella Svevia e nella Turingia; se ne resta col tipo delle sue foreste, e colla selvaggia grandezza dell'origine sua. Protegge le lettere, ed ei si rimane poco men che illetterato; studia le leggi romane, e promulga barbari codici; fa quant'ei può per dispiccarsi dalla natura sua, ma questa continuo ritorna; simile al fiero corridor della selva, invano la civiltà vorrebbe mettergli un freno, che egli s'impenna, e spezza d'un salto tutti i nodi per tornare alle selvagge sue lande.

L'opera di Carlomagno fu grande sì, ma non si dee darne merito a lui solo, chè non sarebbe giustizia; la schiatta carolingica ci offre una serie di menti alte e robuste. Tre uomini segnalati ebb'ella, che si tennero dietro l'un dopo l'altro, e furono: Carlo Martello, mero condottier di guerra, che nulla ordina, nulla prepara per l'avvenire; ha suoi soldati, e li conduce a rintuzzar la nemica invasione, e come tosto i Saracini son vinti nelle pianure di Poitiers, ei distribuisce le terre, anche ecclesiastiche, a tutti coloro che lo accompagnarono al campo. È cosa naturale, egli non pensa al dopo, nè quindi punto si cura di fondare un governo. Ben più accorto è Pipino; egli non ha nè le forme robuste, nè la statura gigantesca dell'altro; ma se quest'ultimo, violenta natura d'uomo, offende il clero, s'impadronisce dei beni della Chiesa, se la sua conquista passa come un torrente, Pipino all'incontro, che vuol fondare una dinastia, sente che la Chiesa è il fondamento di ogni ordine politico, ch'ei non può ottener la corona, se non amicandosi il clero, sente che per abbatter la domestica devozione dei Franchi pe' Merovingi gli è di bisogno far lega col papa, onde le pratiche sue con Roma e la protezione da lui conceduta ai pontefici.

Carlomagno ha ben compresa una tal politica, e la va seguitando; re così come imperatore, non cessa egli mai di tenersi in perfetto accordo coi papi, e trova in buon punto due grandi pontefici fatti a secondarlo: Adriano, espressione del romano patriziato, e Leone destro politico, che concerta con Carlomagno la ricostituzione dell'impero d'Occidente, il quale vien eretto contro la dominazione greca in uno e saracina; ed è una spada che san Pietro mette in mano a Carlomagno, perch'ei difenda la nazione italica minacciata dagl'infedeli d'Africa e di Spagna e dagli imperatori di Bisanzio.

Spesso s'è misurata la grandezza di Carlomagno, nè v'ha forse storico, il quale non abbia gittata qualche frase su questo ampio regno; di speciosissime sentenze si sciorinarono a caratterizzar la politica di quel regnante. Alcuni l'innalzarono a cielo, e per ver dire, chi non conosce e saluta questa mente sublime? Altri all'incontro lo posero intieramente in basso a profitto di Lodovico il Pio, cui rappresentarono, io stimo, come il Cristo, il martire di quell'età; a udir costoro, l'imperator Carlomagno è poco men che un cerretano, un cattivo fabbricator di leggi; le sue conquiste sono cose da nulla, meno ancor sono i suoi capitolari, e le generazioni del medievo si sono ingannate nel conservar ch'esse fecero un'antica e grandiosa impronta di quell'imperatore.

Io per me non ho questo coraggio di sistema; nè mi piace, dopo dieci secoli, costituirmi giudice meglio informato dei contemporanei; io preferisco, per me, venti righe di Eginardo a tutti i simbolismi moderni. Nella storia io amo i fatti, e gli inventario e gli ordino; e pongo tutta la suppellettile d'un'età innanzi ai lettori che possono darle il valor suo così bene come gliel do io stesso, e mi fo tenerissimo custode dei tesori del tempo antico, del sedile di pietra su cui è assiso Carlomagno, della longobardica corona di ferro, di quelle polverose pergamene conservate attraverso dei secoli, di que' suggelli di cera gialla improntati di antichi cammei e d'effigie di re e imperatori, col capo pressochè tutto raso, e con la barba crespa; e novero i rarissimi danari d'argento, e quelle colossali figure da scacchiere, che gli son date dalla tradizione per un presente del califfo Arun-al-Raschild[6]. O degni e buoni canonici di Aquisgrana, mostratemi una volta ancora que' benedetti reliquiarii e tesori di Carlomagno, l'ampia sua mano, e lo smisurato suo cranio incastonato d'oro: fossero anche pie menzogne, io le preferirei non pertanto alle più belle teoriche dell'arte. Chi aver potrebbe tanta temerità da evocar le ossa di Carlomagno per dir loro: «O imperatore, tu altro non sei che un cerretano.» E tuttavia vi fu chi lo disse!

Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determinare il periodo carolingico quello fu di sceverarlo da quei della prima e della terza schiatta, però che la confusione di questi tre periodi era sorgente di molti errori. Io so bene che nella storia i tempi si seguono e si succedono; che nulla v'ha in essa mai d'interamente isolato, che il passato si confonde nel presente e il presente nell'avvenire, che una misteriosa catena congiunge con l'une le altre generazioni, ma pure, il ridico, il periodo di Carlomagno è un qual che di appartato. Ond'è che quando altri spiegar volle il sistema merovingico coi capitolari, e i capitolari con la feudalità, s'inoltrò per un ginepraio. Lo studio de' capitolari è da sè solo un'opera delle più faticose, e l'attenta disamina dell'ampia compilazione che dobbiamo alle cure di Benedetto, diacono di Magonza[7], ben dovette dar a conoscere altrui più d'un fatto importante; se non che erano tempi che si compilava senza metodo, senza critica, e il buon diacono ebbe a framezzar, copiandoli, frammenti del codice teodosiano, e interi titoli dei Concilii ai Capitolari. Gli eruditi anche più sicuri e sodi, qual, per citarne uno, sarebbe il Baluze, non poterono andare esenti da simil confusione, donde venne che alcune instituzioni romane furon prese per creazioni di Carlomagno. Certo è che il grande imperatore molto tolse da Roma, e avea conoscenza del codice teodosiano, e certo è ancora che i papi gli avean fatto dono delle decretali, ma pur mostrerebbe di mal conoscere la particolar sua legislazione chi vi comprendesse tutto che da Benedetto fu attinto nelle decretali e nei codici teodosiano e giustinianeo.

I capitolari vogliono essere chiariti col riscontro delle carte antiche e dei diplomi, col Codex carolinus (codice carolino), di cui conservasi a Vienna il testo originale, e con alcuni sparsi avanzi delle leggi barbare. Questi capitolari son venuti ad uno ad uno, e quindi la raccolta venne compiendosi in lungo spazio di tempo, e si fecero nuove scoperte fino all'ultimo secolo. Aveano i Benedettini trovato un modo di scientifico pellegrinaggio che venne ad ampliar sempre più l'ampia loro raccolta; degni questuanti della scienza eran essi, che se ne andavan con la tonaca indosso di san Benedetto da biblioteca in biblioteca, a Montecassino, a Roma, nel settentrione, nel Belgio, a Vienna, non altro che per fare incetta degli sparsi frammenti dei nostri tempi storici. Il padre Martene e il padre Durand fraternamente si unirono nei loro pellegrinaggi in Italia e in Germania, e il padre Mabillon viaggiò per dieci anni a raccogliere l'Analecta, curiosissimi documenti che servirono di elemento ai nostri annali. Essi trovavano sparsi qua e là, capitolari, patenti, diplomi, cartolari; li ragunavano, e ne facean presente alla nostra Francia, alla nostra Francia cristiana allora e credente[8].

Ed io pure amo questi viaggi di erudizione e di studio; chè le impressioni dei luoghi ti si scolpiscono profondamente nell'animo, e tutti questi fatti e queste epopee del medio evo si schierano dinanzi agli occhi tuoi col corteo dei secoli andati. Argomento di schietta gioia è per l'erudito il ritrovamento di qualche documento della storia nostra, e niun sa come gli batta il cuore alla vista di un diploma che rettifichi un fatto innanzi falsamente riferito; tutte sono allora ricompensate le cure sue, e talvolta dalla polvere di un cartolaro esce bello ed intero un sistema.

Varii sono gli elementi che compongon quest'opera, ma la cronaca n'è per sempre la base: Eginardo cioè, il monaco di San Gallo, e le croniche di San Dionigi in Francia, tutte raccolte nel quinto volume dei Benedettini, che il Pertz[9], quel gran ricoglitore della Germania, ci diede in testi più purgati ed esatti che prima non erano. Di costante amor patrio diè prova questo dotto Tedesco, nel dedicar così la sua vita al solo assunto di cercare tutti i monumenti che si riferiscono agli eroi della Germania: e però che Carlomagno è tutto germanico anch'esso, è un Austrasio che ha caro di vivere sulle rive del Reno, nelle foreste delle Ardenne, nei regali poderi della Mosella, e nelle badie di Fulda e di San Gallo, il Pertz si diè cura di restituire alla Germania l'antico suo imperatore, sdebitandosi con giudiziosa perspicacia di questo carico suo.

Troppo facil sarebbe, ed anche in generale, mal chiara l'opera dell'erudizione, dove avesse solo a guida le cronache, però che in fatti le più di esse sono foggiate alla medesima stampa, e derivando dalla medesima fonte monastica, hanno naturalmente sui fatti uno stesso concetto. Egli è uopo dunque spiegarle con documenti, ardirei così dir, più ufficiali. Il regno di Carlomagno non consta già solo d'avvenimenti interni, nè tutto si consuma in militari spedizioni o in atti di palazzo; chè quel gran feudatario germanico ebbe pratiche coi papi e cogli imperatori di Costantinopoli, e ci restan frammenti del suo carteggio diplomatico e lettere che ci posson dar ad intendere il senso esatto di moltissimi avvenimenti politici; e questi elementi volevan pure essere raccolti e ordinati. Quest'essa è l'epoca pontificia. E' sono i vescovi quelli che danno l'impulso all'incivilimento sotto i Merovei, e al tempo di Carlomagno sono Adriano e Leone papi, quelli che con essolui concorrono a cacciare innanzi le idee della podestà e dell'ingegno; quindi egli è agevole comprendere tutta l'importanza del carteggio pontificio, chè non trattasi già solo dei racconti d'una cronaca, o delle dicerie, con maggiore o minor esattezza riferite da un povero frate, ma sono atti usciti dai medesimi grandi operatori degli avvenimenti. Rare sono le lettere di Carlomagno, ma numerose all'incontro quelle d'Adriano, e spiegano la ragione vera della conquista d'Italia contro i Longobardi, e ci fan penetrar nell'interna politica che guidò alla creazione dell'impero d'Occidente.

Nè questo disegno fu altrimenti effettuato da Adriano, ma sì da papa Leone; chè Adriano, inteso com'era particolarmente ad assicurare la dominazione dei Franchi in Italia, volle, innanzi tutto, strigarsi dei Longobardi. Ad Adriano succedette indi Leone, l'amico, il confidente di Carlomagno, pel quale la creazione più vasta dell'Imperio d'Occidente fu come un potente principio di opposizione contro l'impero d'Oriente. L'Italia era minacciata dai Greci e dai Saracini: or col porre la spada imperiale in mano a Carlomagno, Leone affortificava d'un possente protettore la Chiesa contro i nemici che la minacciavano. In progresso di tempo il concetto pontificale venne ampliandosi, e fu allora che per mezzo d'un imeneo fra Carlomagno ed Irene, il papato congiunger volle i due imperi, per cessare lo scisma, e ricondur l'unità dove innanzi altro non era che discordia e disordine.

Tutti i quali ammaestramenti risultano, quanto ad Adriano, dal carteggio dei papi e dal codice carolino, e quanto a Leone, dagli archivii del Vaticano, e ci vengono inoltre da parecchi curiosi frammenti degli storici bisantini, e da Teofane in particolare. Io ne ho riportati i testi greci, però che questi fatti mi parvero sì curiosi e risolutivi, ch'io credetti indispensabil cosa pienamente giustificarli. Un'altra cosa deesi notare ancora, ed è che a questo carattere meramente pontificale del regno di Carlomagno, viene a mescolarsi l'incontrovertibile ingerenza dell'ordine di san Benedetto. Sotto i Merovingi tu vedi i Vescovi risplendere e operar quasi soli; sotto Carlomagno in vece maggioreggiano i pontefici ed i capi degli ordini monastici; i vescovi son posti nella seconda schiera, e tu diresti che se ne ricattano a danno di Lodovico il Pio. Le badie, protette come sono dall'imperator d'Occidente, esprimono un non so che di regale, un carattere di autorità e di potentato: san Dionigi, san Martino di Tours, san Bertino, Corbia, Fontenelle, Ferrieres, l'uno e l'altro san Germano di Parigi, esercitano l'autorità che mai la maggiore sopra la società, e questo procede dall'indole di generalità che van pigliando le istituzioni monastiche; l'autorità del vescovo avea qualcosa di locale, di circoscritto; egli era come dir la podestà della comune, della diocesi. Ma quest'uffizio più non bastava al concetto carolingico, mentre l'impero procedea verso sì alti destini, che già essi abbracciavano l'Occidente; ond'è che a Carlomagno fu forza di entrare in pratiche col papa rappresentante del mondo cattolico, e a quest'uopo si giovò pur degli abati, i quali corrispondendo direttamente coi papi, s'imbevevano del principio di universalità di questi ultimi, testimonio la regola di san Benedetto.

Alle cronache si aggiungan le carte, i diplomi, documenti della vita privata di quella società; chè molte rivelazioni hai nel semplice contratto di vendita d'un bene allodiale e di quel che nella Polyptyca dell'abate Irminone vien chiamato un aripennum[10] di terra, nel testamento d'un militare, o nell'emancipazione d'un servo. A cui non piace veder la società nell'interno suo? Le cronache parlano di fatti generali, i diplomi vi raccontan la vita della famiglia fra le domestiche pareti. Vengon poscia le vite dei santi, le leggende, documenti preziosi intorno alla prima e alla seconda schiatta; nei Bollandisti tu trovi la storia dei costumi; con le vite di sant'Eligio e di santa Genoveffa ricompor tu puoi le costumanze di due secoli. Le leggende furono derise e avute in dispregio assai, come se tutti nosco non portassimo la nostra leggenda: leggenda che ci agita il cuore, che ci fa bollire il cervello, leggenda di fanciullezza o d'amore: e se noi più non n'abbiamo, gli è quando siamo troppo antichi d'età, troppo logori e rifiniti.

Col sussidio appunto di questi particolari documenti ti riesce fattibile lo stabilir le condizioni delle persone e delle sostanze, quistioni rilevantissime dell'età media; se non che lo spirito di sistema s'è impadronito di queste idee, e così accadere dovea. Ai tempi degli usi eleganti e delle costumanze cortigianesche del secolo decimottavo, i Sainte-Palaye, ed i conti di Caylus attendevano ai romanzi di cavalleria, e altro non vedevano che i gran fendenti e le maravigliose prodezze. Veniva indi la scuola degli Enciclopedisti, dei filosofi disputanti, i quali altro non cercarono nei tempi lontani se non armi di scherno per combattere le credenze. Così ora, poichè l'epoca presente si è fatta politica, s'è voluto esaminar più che altro lo stato delle persone e delle instituzioni, e trovar per ogni dove assemblee e rappresentanze nazionali. Un tempo ad altro non si pensava che ai blasoni ed ai titoli di nobiltà; oggidì la borghesia, che governa la società, ha voluto pur essa cercare i suoi titoli, e frugar sin entro le instituzioni della Germania, quindi sognaron la storia del terzo stato, colà dove ancor non appariva indizio di libertà. Le sono smanie coteste che passeranno al pari di tante altre, e tracotanze che pur se n'andranno: la borghesia ha pur essa le vanità sue, e vuole anch'essa i suoi genealogisti che la servano nell'ubbriachezza del suo potere.

Lo stato delle persone, e delle sostanze sotto la seconda schiatta, poco diversifica da quel ch'era sotto i Merovingi, chè i governi ben possono con rapidità mutarsi; ma gli usi della famiglia e lo stato delle proprietà van soggetti a tardi rivolgimenti. Malagevol sarebbe il distinguere appuntino da che sceverate fossero le differenti classi dei coloni e dei servi al tempo dei Merovei, quando le distinzioni erano piuttosto stabilite dall'origine dei popoli che dalla condizione degli individui: chi era Franco, chi Romano, chi Longobardo, chi Gallo, e la condizione risultava dal valore, dal merito pecuniario di ciascuno. Nè si vede che sotto Carlomagno questa condizion sociale siasi gran fatto mutata: la schiavitù comprende ancora una ragguardevol porzione della società; vi sono servi che appartengono al principe, servi che appartengono alle Chiese, il maggior numero ai conti ed ai feudi; il colono non è ancor divenuto contadino: le città sono riguardevoli, e ritraggono dell'origine gallica e romana; ancor non si veggono torri feudali sorger di villaggio in villaggio, e il titol di conte è un uffizio più che un onore.

La proprietà è rimasa nelle condizioni del beneficio romano e germanico: qual possiede una terra libera o allodio, e quale la terra dell'erario o del fisco; non v'è orma di feudalità disciplinata, non indizio di quella gerarchia che poi costituisce il diritto pubblico della terza schiatta. Col sussidio dei diplomi e dei cartolari seguir tu puoi l'andamento della proprietà carolingica e delle regie tenute; ma chi cerca ivi l'origine della comune, chi fa sì alto salir nella storia i titoli della libertà attuale, troppo è preoccupato dalle idee de' nostri tempi. Lasciate ad ogni età l'indole sua, ad ogni cosa morta il suo sepolcro, ad ogni generazione del passato la sua sembianza: non v'ebbe terzo stato sotto i Carolingi in quella guisa medesima che non v'ebber pari nel regno di Carlomagno.

V'ha pure un altro genere di documenti, di che molto mi sono giovato nel comporre quest'opera, dir voglio le epopee, ovvero le canzoni narrative, notabili poemi che formano argomenti di nuovi e speciali studi. Certo non è da prestar fede intera a siffatti componimenti epici, i quali furono, per la maggior parte, compilati non più su del secolo XIII, ma pure e' ci rivelano il concetto che il mondo erasi formato di Carlomagno, alcune generazioni dopo di lui, e la grandissima impressione che questo genio avea lasciato ne' suoi contemporanei; chè ci sono nella storia alcuni nomi, i quali nel passare d'età in età si fanno più grandi. Quanto alle dette canzoni, io poco le ho discusse, contentandomi di analizzarle. Io mi son tenuto all'uffizio di archivista dei tempi andati e delle generazioni defunte, e ho raccolto le testimonianze dei sepolcri.

Di utili studii si son fatti recentissimamente intorno ai documenti carolini, e oltre la raccolta del Pertz e dei Benedettini, si son pubblicati alcuni cartolari originali, e quello principalmente di Sithieu o di San Bertino; il libro dei censi della badia di San Germano, fu buono anch'esso a dare un giusto concetto della condizion delle proprietà e delle persone ai tempi dei Carolingi. Essendomi stato conceduto di consultar tutte queste raccolte, io ne trassi alcune preziose notizie, che dar potranno a quest'opera un nuovo aspetto. L'edizione dei testi è impresa di maggior merito assai ch'altri non creda, sol mi duole che lo spirito dei tempi abbia spesso framezzato di mondani e frivoli pensieri queste gravi raccolte, patrimonio un tempo dei monasteri.

Ora fatevi tutti meco a queste investigazioni, o antichi cronisti, trovatori, leggendarii, cancellieri e protonotari di Carlo; sedete una volta ancora ai banchetti delle corti plenarie, alle diete del campo di maggio, bevete con le labbra vostre inaridite dalla morte una capace tazza di vin del Reno, e contempliamo insieme le battaglie della Sassonia, della Lombardia e la rotta funesta di Roncisvalle[11]. Io voglio far conoscere Carlomagno tal quale io l'ho inteso, veduto, toccato. Il disegno di quest'opera mi fu suggerito dal visitar ch'io feci in due fiate la basilica d'Aquisgrana[12], e al calcar co' miei piedi la lapide spaziosa che copre il vuoto sepolcro del grande imperatore, mentre mi pendea sul capo l'antico doppiere di cera gialla offerto da Federigo Barbarossa a san Carlomagno. Io toccai con la mia propria mano il sedile di pietra su cui s'assise: io vedeva in ogni luogo il magno imperatore, e gli occhi suoi sì fiso mi guatavano ch'io n'ebbi spavento. A quel modo egli guardar doveva i suoi paladini, quand'ei comandava in campo. La palla ch'ei teneva in mano, quella era del mondo; la spada era la buona Gioiosa. In mezzo a quelle memorie e a quell'ombre io formai il disegno di quest'opera, e sto, quest'anno, compiendolo in Ravenna, la città del greco esarcato, la città del Longobardi. Aquisgrana ti rammenta Carlomagno imperatore, cinto della corona d'Occidente; Pavia e Monza ti rammentano il re di Lombardia cinto della corona di ferro. Di questo modo quel genio straordinario si mostra per ogni dove, e domina su tre civiltà, la franca, la germana e la lombarda.

Ravenna, a dì 25 d'agosto 1841.

PERIODO DELLA CONQUISTA.

L'onnipotente Signore dei principi, arbitro dei regni e dei tempi, franto innanzi il maraviglioso colosso dai piè di ferro o di creta del romano impero, innalzò per mano dell'illustre Carlo un altro colosso, non meno maraviglioso, col capo d'oro: quello dell'impero dei Franchi.

(Monach. S. Gall., lib I.)

STORIA DI CARLOMAGNO

CAPITOLO I. LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI CAROLINGI.

I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed i Borgognoni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni Scandinave. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Provenzali. — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari. — Gli Schiavoni. — Il grande impero greco. Roma e l'Italia. — I Saracini.

752 — 768.

Indarno tu cercheresti un territorio fermo per ciascun popolo, e segni bene impressi di nazione in mezzo al secolo VIII, epoca in cui la schiatta carolingica comincia a mostrarsi nella grandezza sua. Gli imperi, le province e le città, sono in continuo scompiglio per le invasioni e il rapido passaggio delle diverse popolazioni che si riposano un istante, poi si precipitano per nuove contrade, seco recando le costumanze loro, le loro leggi, e le tradizioni dell'antica patria. Non c'è ancora nè Francia, nè Alemagna, nè Inghilterra, ma ci son Franchi, Alemanni e Sassoni[13] che vogliono stabilir la loro signoria per forza di conquista: si veggon tribù che passano nei territorj, e non si veggono nazioni stabili. Tutto ha forma di vita errante: re, principi, capi, popolazioni, gli stessi cherici non hanno alcuna stabilità nel governo delle chiese; se tu n'eccettui le pie famiglie dell'ordine di san Benedetto che coltivan la terra e son come legati al suolo, i vescovi, gli abati diventano come grandi viaggiatori che recano la predicazione evangelica col pastorale in mano e insieme col bordone da pellegrino[14].

I Franchi, siccome quelli che possedevano le più belle città dell'antica Gallia romana, conservarono alcune di quelle denominazioni con le quali i pretori ed i consoli della città eterna chiamavano pur dianzi le province della Gallia. Si partiron eglino in diverse potenti famiglie. I Franchi austrasii abitavano le colonie del Reno, famose nei fasti degli imperatori, dove si trovano ampie tracce delle grandi opere loro; da Colonia, Magonza, Treveri, sino ad Aquisgrana che già viene da' poeti celebrata per l'acque sue termali. E' sono accampati a guisa di conquistatori nelle province dalla geografia imperiale additate sotto il nome di Germania inferior, Belgica prima et secunda; dalle leggi loro sono governati quanti portano scudo ed asta, intanto ch'essi conservano quel carattere d'individualità che è il tipo delle conquiste barbare; sotto l'impero della civiltà romana, sì profondamente scolpita com'è, i Franchi lasciano ai popoli le usanze loro; i municipj ai Galli; ai vescovi i loro canoni; ai Romani il codice teodosiano ed il giustinianeo[15].

A lato dei Franchi austrasii, i cui estremi confini vanno, da occidente fino a Reims e a Chalons, si distendono i Franchi della Neustria, stabiliti fra la Senna, la Marna e la Loira; la città lor capitale è la Lutezia dei Galli (la Parigi poi delle cronache), la città dove si veggono le terme di Giuliano, memoria di Roma, le badie di San Germano d'Auxerre ed ai Prati; il pellegrinaggio di Santa Genoveffa al monte. I Franchi della Neustria sono padroni di San Dionigi, di San Clodoaldo[16], illustre pel suo fondatore di franca origine, di Melun, di Chartres, di Meaux, d'Evreux e di Lisieux; poi de' solinghi monasteri sulla Senna, sull'Orna e sull'Era, ubertose contrade. Essi respinsero i Bretoni sin dentro alle selve druidiche; quei Bretoni, popolo misterioso di cui parla Tacito, con le sterminate loro tavole di pietra, e le mitologiche lor tradizioni; quei Bretoni che nelle oscure lor solitudini e in mezzo ai sacri boschi sagrificavano ad ignoti iddii[17].

Altri conquistatori dalla bionda capellatura si sparsero nella Borgogna. L'Ionna di nuovo risuonò delle grida di guerra; Sens, la città dei pretori; Auxerre, la città episcopale; Autun, superba degli archi suoi trionfali e de' suoi templi; Lione, famosa per le sue accademie e pe' suoi martiri; Vienna, dove vivea la civiltà romana in mezzo alle reliquie d'un'altra età: tutte queste metropoli, con Besanzone pure, e una porzione della Svizzera, erano egualmente soggette ad un ramo della gran famiglia franca sotto il nome di regno di Borgogna. Se non che fra i Borgognoni notavasi un cambiamento più sensibile degli originari costumi, e s'erano ammolliti sotto l'impressione della civiltà cristiana. Alcune tribù di Franchi eran pur traboccate nell'Aquitania, in mezzo alle razze del mezzodì; i Goti della Settimania, avean dovuto piegare il capo sotto il giogo de' Merovingi; i quali varcando la Loira si precipitavano sull'Aquitania per le città d'Angoulemme e di Perigueux; la Dordogna e la Garonna, che uniscon come due sorelle le acque loro, avean pure soggiacciuto al giogo, e i campi loro coperti di vigneti e le città loro fatte splendide più che altre dal sole, ubbidivano a re o a conti della razza conquistatrice[18].

Ben dir potevasi che nel settimo e ottavo secolo il nome dei Franchi era in ogni luogo, a somiglianza della memoria dei Goti nel quarto e quinto secolo. Ad ognuna di queste epoche, nuove popolazioni accorrevano per dividersi fra loro le spoglie del vasto impero romano. Così quando una nazione cade in basso, altre sorgono ad occupare il suo luogo; quando una civiltà si estingue, un'altra viene a riempier questo vuoto, nè la consunzione è legge di Dio, che anzi dalla morte nasce la vita. I Franchi erano popoli virili che accorrevano per ringiovanir l'infiacchita società; i loro re e i conti loro si combattevano a morte l'un l'altro, e pur non ostanti queste guerre civili, i Galli già vecchi e prostrati si assoggettavano al dominio loro. Le zuffe tra i vincitori, che si contendevano le spoglie della vittoria, ricordavano il vaso di Clodoveo a Soissons[19]. Dell'antica forma romana e gallica oramai più non sopravvivevano se non le fondazioni tuttavia incerte della Chiesa, e pochi avanzi dei municipj; il cristianesimo in somma e le reminiscenze delle leggi che si veggono ancora durare, attraverso alle barbare costumanze, fino in mezzo alla schiatta carolingica[20].

Gli avversari più potenti dell'impero franco nell'ottavo secolo, furono i Sassoni, combattuti da Carlomagno per trentatrè anni della sua vita. E tuttavia l'origine di queste due razze non era troppo disparata, chè anzi negli annali dell'uno e dell'altro popolo trovar si potea più d'un punto di somiglianza tra loro. Essi uscivan, per così dir, d'una patria comune, il Reno e l'Elba: i loro occhi azzurri, la loro bianca carnagione, appalesavano un medesimo sangue, una medesima famiglia. Se non che i Sassoni s'eran serbati fedeli agli iddii della patria, e i Franchi aveano abbracciato la religione di Clotilde: questi possedevano la ricca eredità dei Romani e dei Galli, quelli erravano ancora in mezzo ai pascoli e alle foreste dell'antica Germania, nelle terre che si stendevano dall'Oder sino al Meno, da Osnabruc fino all'estremo confine degli Obotriti. I Sassoni conservavano gl'invariabili usi loro: poca lealtà nella parola, il culto a dèi ignoti, una mitologia che ritraeva della loro origine scandinava. Tacito avea dipinto le loro costumanze nella grand'opera De moribus Germanorum, essendo che la Sassonia era veramente il cuore della Germania. L'idolo gigantesco di Erminsul, segno all'adorazione di tutti que' popoli, era l'espressione morale di quel mito germanico di cui trovi la spiegazione nell'aspetto delle solitarie foreste, e nei costumi erranti dei popoli tramontani[21].

I Frisoni o Frisi avevano alcun che di più salvatico ancora dei Sassoni delle terre di mezzo; alla passion loro per le conquiste, mescolavasi quella per la pirateria; l'aspetto del mare e degli spumanti suoi flutti, avea dato loro una certa barbara insensibilità in cospetto dei pericoli; amavano i naufragi e le spoglie della tempesta, e ferventi nel culto loro, adoravano le divinità scandinave. Invano la cristiana predicazione gli avea chiamati all'umanità, alla gerarchia, che anzi più d'un santo vescovo era perito ne' suoi religiosi pellegrinaggi in sulle soglie dell'indomita Frisia. Le tradizioni della cavalleria fingevano in que' paesi atti di spietata ferocità[22]; nella Zelanda e nella Frisia fu dai poemi epici posto il supplicio della giovin donzella esposta alle zanne d'un mostro marino, favola imitata da quella di Andromeda, e il paladino da cui è liberata, impreca l'ira di Dio sull'esecranda crudeltà dei Barbari della Frisia e dell'Olanda[23].

E non pertanto in mezzo a quella patria scandinava, in mezzo a quelle terre di ghiaccio, dalla Dania fino alla Norvegia, vivevano popoli già bene inoltrati nella poesia e nella storia, i quali possedeano forse tradizioni altrettanto calorate e colorate, quanto le leggende dell'Europa meridionale, però che secondo le antiche asserzioni ei venivan dall'Asia. Le saghe recitate dagli scaldi narravano le avventure di Odino e i fatti di guerra; Odino con l'elmetto suo dall'ondeggiante criniera, e col suo giavellotto d'oro, altrettanto risplendea quanto l'Apollo de' Greci; Torn, il dio della guerra, Fraja, la Venere del Nord, nella sua reggia di cristallo, co' suoi casti amori, parevan tolti all'Olimpo d'Omero. I gusti, le passioni degli Scandinavi inclinavano alle spedizioni lontane, alle imprese eroiche, al corseggiare su barche ch'essi lanciavano in seno ai flutti del Baltico e dell'Oceano; godevano di contrastar con la procella e con la folgore stridente; i fanciulli medesimi scherzavan col mare; le due razze, sassone e danese, avean più d'un punto di rassomiglianza tra loro; lasciavano ai Franchi le spedizioni dentro terra, ed essi scagliavansi qua e là sulle spiagge, e l'isola dei Bretoni già piegavasi sotto la signoria delle razze settentrionali[24]. A voler conoscere gli usi e i costumi dei popoli di que' tempi, si vuol seguire attentamente i pellegrinaggi, le leggende dei santi, curiose reliquie che ci furon dagli atti de' santi (Acta Sanctorum), conservate. Quei poveri pellegrini che se ne andavano per mezzo a terre incognite ad annunziare il cristianesimo, raccontano le minime particolarità di quelle estranee regioni, e nelle leggende sono le sole relazioni che la geografia moderna possa consultare a rettificar ed a compiere le incerte congetture della scienza.

In mezzo all'antica Italia, e sul confine quasi dei Borgognoni, era venuto per forza e per conquista, fondandosi lo stato d'una gente di stirpe germanica, la cui civiltà si foggiò poi su quella di Roma e della Grecia. I Longobardi (la gente di cui parliamo) che sono sì gran parte del primo periodo dell'età media, avevano stabilito l'imperio loro nelle ridenti pianure chiuse fra l'Alpi, gli Apennini e il Tirolo, e avevano Milano per città capitale; i capi loro sotto il titolo di conti o di re, si cingevan la fronte della corona di ferro nel monastero di Monza. Popolo solerte ed industre, avean essi arricchito le città romane di quei monumenti di pesante e solida architettura che contrassegnarono il loro passaggio per mezzo all'Italia; convertivano Aquileja, sull'Adriatico, in città che servir dovea di scala al traffico loro, e conquistavano Ferrara, Bologna e l'esarcato di Ravenna, sede militare e civile che i greci avean lasciato in Italia. Laonde per la loro postura i Longobardi si trovavano in perpetua nimistà coll'impero greco[25], pur dianzi padron dell'Italia, ed insieme coi papi che governavano Roma e le sue basiliche; ma quanto al dominio imperiale sull'Adriatico, essi l'aveano quasi del tutto atterrato, rincacciando i Greci fino agli ultimi confini della penisola entro i monti del reame di Taranto. Quanto ai papi, i Longobardi diventaron i più ardenti loro persecutori, e ancorchè convertiti al cristianesimo, erano in guerra col pontificato, e il vescovo di Ravenna contendeva il primato al vescovo di Roma. Al dominio dei Longobardi sol mancava la grande città dei Cesari, e la volevano a ogni modo per compimento dell'italica lor signoria; i re dalla corona di ferro agognavan dunque l'acquisto della metropoli dell'impero romano, e di qui ebber cagione in appresso le prime pratiche fra i papi e i Carolingi, i quali a combattere i Longobardi, chiamarono i Franchi, ed ai Barbari opposero altri Barbari più fermi e meno effeminati dalla civiltà.

Il regno dei Longobardi distendevasi fino alla Provenza con la città di Nizza al confine; i Provenzali, razza mista di Galli, Greci e Romani, occupavano il gran delta formato dal Rodano, dalla Duranza e dal Varo; Marsiglia era il porto a cui venivano ad approdare tutte le merci della Siria e del traffico orientale, le sete, le spezierie[26]. Marsiglia andava pur famosa nei fasti del cristianesimo, e superba del suo monastero di San Vittore, e della sua cattedrale (la Maggiore) che sporgeva come un promontorio sul mare. Non lungi da Marsiglia, retta a comune, splendeva Aix, città romana, la colonia di Sestio, con l'acque sue termali, emula di quell'altra Aix del regno d'Austrasia, città tanto cara a Carlomagno. Il Rodano e la Duranza confinavano la Provenza, che contender potea d'antichità con la metropoli d'Arli, culla del cristianesimo, a buon dritto superba delle sue romane reliquie, de' suoi circhi, de' suoi teatri, dove ben trentamila spettatori agiatamente sedevano sopr'ampi sedili, come nel Coliseo di Roma[27].

Al di là del Reno cominciava la Gotia o Settimania, che non vuol essere confusa coll'Aquitania, confinata dalla Garonna. Se il regno degli Aquitani vantavasi di Tolosa e d'Albi, la Gotia avea per città capitale Narbona, che diede il nome alla provincia romana, nel primo partimento delle Gallie, e Nimes, sorella vera di Roma, che conserva pur tuttavia i frammenti più intatti delle antichità sue, la sua Casa Quadrata e le sue Arene, quasi altrettanto spaziose quanto il Coliseo[28]. La Settimania era come il maggior vestibolo del regno de' Goti, e stendevasi oltre i Pirenei fino all'Ebro. In sulla cresta de' Pirenei occidentali abitavano i Guasconi, fieri montanari indurati alla fatica, popoli di pastori che non pativano l'estranie dominazioni, e verrà fra breve il giorno in cui costoro insorgeranno contro l'invasione de' Franchi, e le cronache risuoneranno per lungo tempo della rotta di Roncisvalle, dove perirono i paladini di Carlo il Magno.

Di questo modo a occidente del reame de' Longobardi, erano i Provenzali, i Goti, i Visigoti e i Guasconi, intanto che a oriente altri popoli ancor serbavano la selvaggia vigoria de' tempi primitivi; eran dessi gli Schiavoni, i Croati, i Dalmati, padroni delle terre fra la Sala e l'Adriatico. A lato di Venezia, che sorgea come nata dall'acque, addobbata già delle ricchezze orientali, e non lungi dalla colonia di Giustino e dalla civiltà greca, vivean popoli tuttora nello stato primitivo, i tremendi Ungari, gli Avari e i Bulgari, dalla tralignata Bisanzio tanto temuti[29]. I Bulgari, accampati intorno al Ponte Eusino, fondavano un regno ordinato; avevano lor capi o re[30], e più tardi il cristianesimo apportava loro l'alta civiltà sua, però che non si vuol dimenticare come la predicazione de' vescovi fu di que' tempi l'impulso più potente a far che le nazioni avanzassero in quella, e v'ebbero apostoli ferventi, infaticabili, principiando da Bonifazio, il vescovo germanico, fino a sant'Anscario, il predicatore dei popoli scandinavi[31]. I Bulgari mossero verso le arti e la coltura più rapidamente degli Ungari, selvagge popolazioni che vedremo nel secolo decimo venir a disertare il regno dei Franchi. I Bulgari si trovaron quasi sempre in commercio coll'impero di Costantinopoli, e ne imitarono gli usi.

In mezzo a tanto scrollo di popoli, quando tutti si precipitavano sulla vecchia civiltà, alcuni imperi tuttavia rimasero in piedi, ed esercitarono un'operosa influenza sull'epoca di Carlomagno: io intendo qui parlare dei Greci, dei Saracini, e della terra d'Italia, essendochè ivi le idee e le instituzioni medesime di Roma sopravvissero alle ruine del mondo antico. Chi si faccia a studiar bene addentro la storia bisantina, dee sentirsi commosso a quel carattere di grandezza che contrassegna fino anco il suo decadimento, chè certo v'ha qualcosa di lacrimabile nell'affralimento e nella debolezza di un vasto impero, incalzato da tutte le parti, e quasi affogato sotto le strette dei Barbari. Lo spettacolo di quegli eunuchi coperti d'oro, di quei Cesari fiaccati sotto la porpora nei marmorei loro palagi, inspira pur qualche pietà alle più rigorose nazioni: ma chi poi riconoscer non può e salutare l'infinito incremento delle arti, la civiltà inoltrata, l'ordine maraviglioso che per ogni dove si manifestano in quell'impero? Bisanzio era la metropoli del sapere, della filosofia, del commercio e dell'industria; in ogni luogo dell'Asia Minore verso cui il viaggiatore volgesse i suoi passi, così a Laodicea come a Corinto, così nelle isole dell'Arcipelago come in terra ferma, dappertutto ei vedeva i tesori dell'industria d'una coltissima nazione: ippodromi, teatri, statue antiche[32], sontuosi palazzi, ampie strade, flotte innumerevoli che scorrevano i mari, il maraviglioso trovato del fuoco greco, il traffico della porpora e della seta, un lusso che appalesavasi in tutti i monumenti. L'amministrazione dell'impero, le forme del suo governo erano un modello di gerarchia; ogni uffizio era segnato, ogni ordine chiamato a concorrere con la sua forza d'azione e di mente all'amministrazione delle provincie. Il Libro di porpora e d'oro regolava il governo e l'autorità di ciascuno; l'erario riboccava, tutto era opulenza: i Greci alimentavano la vigoria loro nelle guerre civili; l'indole loro antica era questa, furon essi mai altri al tempo di Sparta e d'Atene, e si corressero eglino mai? Si perdeano nelle sottili disputazioni intorno al cristianesimo, intorno alla procreazione del Padre e del Figlio, alla misteriosa Trinità, a quel modo che in altri tempi disputavano sopra tesi filosofiche negli areopaghi. Nè l'aspetto di sì potente civiltà lasciava però d'aver qualche azione sui Barbari del Nord, e gli annali di quei secoli attestano che i re dei Franchi chiedevan titoli pomposi agli imperatori di Costantinopoli[33], e mandavano più d'un'ambasceria a sollecitar dai Cesari la porpora, il consolato, o il patriziato. L'ordinamento amministrativo di Bisanzio, e le forme sue di governo furono altresì, per più d'un rispetto, il fondamento e il principio delle prime instituzioni di ordine e di gerarchia che contrassegnarono il regno di Carlomagno[34].

Accanto alla greca preminenza si vien manifestando il corso sagliente delle provincie moresche. I settatori di Maometto stanno per aver sì gran parte negli avvenimenti, ch'egli è impossibil sceverarli dall'istoria e dalle civiltà contemporanee. Fino al secolo ottavo il loro corso è tutto di conquiste: sono popoli armati che si spargono rapidamente dall'Asia e dall'Africa fino entro la Spagna e l'Aquitania, nè leggi altre han che il Corano, altra ragion che la spada. Il califfato, per ben forte ch'ei fosse in sè stesso, non potea servir di modello alla instituzione d'un ordinato impero in Occidente[35]: chè esso era un miscuglio di dispotismo religioso e politico: con amendue le spade in una man sola, e non altro. Quel poco che il califfato aver può di civile, esso lo debbe a Costantinopoli, ai Greci dell'Asia Minore ed all'India, ed ei toglie ai popoli conquistati, anzichè donar loro. Gli Arabi precedono nel medio evo gli Ebrei nel gran monopolio del sapere. I Saracini, torrente distruttore, s'uniscon nel settimo secolo, agli altri Barbari per trinciare il romano impero. Fu solo dopo lo stabilimento loro nelle città dei Goti in Ispagna, ch'essi esercitarono il poter dell'immaginazione e della poesia sui tempi appresso. Furon eglino i Saracini quei che recaron fra' Goti le arti e le maraviglie d'una più inoltrata civiltà? Sarebbe pur bello provare che i Goti, con quel vivo sentir loro, più donarono ai primi che non ne ricevessero[36]. E che avean mai di comune con lo spirito e il progresso cristiano quei popoli che procedevano innanzi con la spada di Maometto in pugno? Vero è che alcune città della Spagna eransi fatte fiorenti sotto i Mori, che ivi sorsero le frastagliate moschee, fino al cielo salirono i minareti, ma qual ebber opera in questo le leggi e le arti della Grecia, di Roma e delle Gallie? I figliuoli del Profeta atterrarono più che non edificarono. Qual maraviglia che in tali città, come son Cordova o Toledo, Siviglia o Granata, sotto a quel sole, le orientali fantasie crear potessero monumenti maravigliosi? Ma le reliquie dell'arti che ancor si veggono sulle meschite, quei fiori, quelle frutta d'oro son tolte per la più parte dagli artefici bisantini.

E d'altra parte i Goti non avean essi pur qualche parte redato della civiltà romana? Tutto il mondo echeggiava del nome di Roma; l'autorità sua era in ogni parte quella d'uno spento ma immenso potere; non v'era città dell'Austrasia, della Neustria o dell'Aquitania che tenacemente non conservasse le vestigia di quel grande rivolgimento; non acquedotti solo, nè ampie vie segnate di tombe funebri, e come a dir vie de' morti, come a Pompei, ma sì pur costumanze, leggi, municipii che avean sopravvissuto alla distruzion dell'impero e al passaggio dei Barbari. Qua e là spuntavano instituzioni: i municipii, le compagnie degli artieri, i procuratori delle città, le leggi sulle annone, sulle magistrature, sui decurioni[37]; Roma e le Gallie avean segnato in ogni parte della profonda loro impronta le franche instituzioni.

E' si vuol dunque far conto di siffatti elementi in ciò che costituisce l'opera di Carlomagno, il quale non si fa a creare altrimenti una cosa nuova, ma si serve dei fatti ch'egli ha sotto la mano, e gli organizza; egli lascia ad ognun la sua legge, ad ogni popolo i suoi costumi: la legge salica ai Franchi, ai Longobardi le loro formole, i codici loro ai Romani. Solo in mezzo a questo sminuzzamento egli pianta un principio di unità, toglie dal cristianesimo la sua forza morale, dai papi la loro perseveranza nei disegni, e nella costituzion del suo grande impero prende Roma per base e la Chiesa per modello.

CAPITOLO II. ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ.

Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli uomini di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione dei monasteri. — Neustria. — Austrasia. — Aquitania. — Germania. — Le leggende. — Apostolato alle terre barbare. — I reliquiarii. — Le chiese. — Concilii provinciali. — Instituzioni municipali. — Le città, i borghi. — Ricordanze di Roma e delle Gallie.

SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.

In sì violento tramutar d'invasioni e di conquiste non fu possibile alla Chiesa conservar quel carattere di regolata unità, di che il papato impresse più tardi la gran forma cattolica, e la società mostrava di que' tempi una mescolanza di leggi civili e di canoni ecclesiastici, una perpetua confusion tra gli uomini di guerra ed i cherici, tra i conti ed i vescovi. La Chiesa primitiva delle Gallie erasi costituita sugli antichi scompartimenti dell'Impero, colle sue provincie e le metropoli, partizioni territoriali già da Roma buttate innanzi al mondo. La Gallia christiana ripartiva le metropoli e le suffraganee in tredici provincie come la Gallia imperiale, e il metropolitano rappresentava nella costituzione spirituale il magistrato che l'imperatore deputava al governo di quelle provincie.[38]

Gli stessi scompartimenti durarono anche dopo la conquista dei Franchi, se non che allora si manifestò la confusione degli uomini di guerra e dei cherici: il vescovo e l'abate brandiscon spesso anch'essi l'asta nelle battaglie, e si fan per le secolari foreste seguir da mute di cani e da' falconieri, e coperti d'impenetrabil ferro, duellano a morte[39], intantochè l'uom di guerra, divenuto possessore, in vece, della badia o del vescovado, conduce su quelle pingui terre i suoi soldati, i suoi famigli e le sue concubine, distribuisce tra loro i poderi, l'entrate; vi son donne perfino, che ricevono a feudo vescovadi e badie: gli è un viluppo che i papi non sono ancor giunti a distrigare. Il diritto della conquista si mesce con le antiche leggi della Chiesa, lo spirito barbarico col cristiano, donde poi si ha spesso la spiegazione di quegli strani canoni che trovansi sparsi nella raccolta dei concilii delle Gallie; gli è un conflitto tra i grezzi e primitivi principii delle nazioni germaniche, e le massime di morale insegnate dalla Chiesa di Cristo, e vorrebbesi imporre un freno all'impeto dei sensi e dei loro appetiti che scoppiano a guisa di folgore. L'amor della donna è fra quelle conquistatrici nazioni il principio più operativo; perchè l'uom franco, quando la passion gli bolle prepotente in cuore, non potrà egli liberamente soddisfarla? Che gli fa d'esser congiunto a una compagna per tutta la vita? Che male s'ei tiene in casa concubine, o se la donna, ch'egli ama, sia parente sua in grado strettissimo! Quando il sangue parla, nessuno il può domare... Di tali costumanze sanno alcun poco i primissimi concilii delle Gallie, nè sempre hanno quel carattere di sublime purità, di che i pontefici improntar seppero appresso il sistema cattolico[40]: i canoni stessi rivelano questo miscuglio delle idee clericali con le violenze degli uomini di guerra. Ai concilii non assistevan già solo i cherici, ma anche i conti ci venivano con le focose e brutali loro passioni; l'episcopato, d'origine, di consueto, romana, noverava nelle sue schiere alcuni di quest'impetuosi Franchi non rattenuti da freno veruno: onde non è maraviglia che in siffatte adunanze la purità dei canoni della Chiesa n'andasse di mezzo. Egli è permesso quindi agli uomini di guerra ripudiar, benchè casta, la moglie, nè la concubina v'è altrimenti vituperata, e vi son tollerati e spiegati i traviamenti della carne. Più innanzi occorrerà di tener dietro all'opera faticosa del papato per ricostituire il matrimonio e proteggere la santità del tetto domestico[41].

La partizion romana intanto delle metropoli, sopravviveva, già il dissi, a questa confusione delle leggi civili e religiose, e la podestà dell'episcopato attenevasi alla giurisdizione che altri esercitava sulla provincia ecclesiastica. In ogni città che fosse stata residenza del pretore o del magistrato era di pien diritto istituita la metropoli; ma quanto a' territorii di più recente acquisto al cristianesimo il deliberar delle instituzioni metropolitane era dei papi, e ne vediamo un esempio nel vescovado di Magonza. Convertito che quest'ampio borgo fu da san Bonifazio alla fede di Cristo, Zaccaria scrisse che ivi fosse stabilita la sedia del metropolitano[42], potendo questi di colà vigilar tutta la Chiesa della Germania e san Bonifazio continuar sotto il piviale e la mitra episcopale la sua predicazione[43]. Curioso è questo carteggio dei papi, dei vescovi e dei concilii; ivi Roma è oramai l'autorità che altri viene a consultare in tutte le quistioni di morale, e par che il papa, perseguitato com'è dentro alla città santa dai turbolenti patrizii, domini il mondo cristiano non altro che col principato della parola. Cotesto lavoro è un lungo conflitto, finchè la suprema autorità papale assume nel secolo undecimo, sotto Gregorio VII, l'universal dittatura, per ben dell'universa morale e dell'ordinato principio del governo[44].

Presso alla instituzione gerargica dei vescovi troviamo la fondazione dei monasteri, che tanto con l'opera contribuirono alla civiltà del mondo cristiano. In mezzo alle invasioni dei Barbari, le anime stanche del mondo e delle sue agitazioni si consacravano alla solitudine ed a Dio, e la maggior parte delle basiliche che noi vediamo oggidì, quelle ruine, quegli avanzi, ci additano la grandezza insieme e la sorte degli ordini monastici nelle Gallie. Il secolo settimo andò principalmente famoso per la fondazione di badie e di monasteri. Chi cerchi le origini delle città di Francia, delle grosse borgate, dei villaggi, troverà che la più parte riconoscon la loro fondazione dal monasterio, edificato in origine con meravigliosa simmetria nei luoghi più inculti. Dapprima innalzavano un devoto oratorio, un romitorio al deserto, come dice la cronaca, poi v'aggruppavano intorno alcune celle, e una comunità religiosa mutava questo romitorio in una famiglia nella quale oravano, lavoravano e digiunavano in onore di Dio e ad edificazione degli uomini[45]. Ampliate di poi queste celle, pie confraternite mutavano la cappelletta in basilica, e se accadeva che qualcun di quei santi abati morisse martire o confessore, si raccoglievan le sue relique, le gocce del suo sangue, le preziose sue ossa, e foggiavasi nel monastero a deporvele, un'area di forme bisantine con l'effigie del Santo; e da tutte le parti accorreva qui gente in pellegrinaggio, però che quell'arca rifugio degli infermi e dei tapini avea grido di miracolosa. Ma se i pellegrini accorrevano, e sempre più folta si facea la turba loro, convenia pur provedere a ospitarli, e a quest'uopo si costruivan da prima alcune case di legno, alcuni modesti abituri; poi fra breve ci vennero a gara i mercadanti ad offrir le loro derrate e ad esercitar l'industria loro, in quella guisa che venivano e facevano alle fiere di San Dionigi; quindi le fiere e i mercati che ottenean lettere patenti e privilegi in nome dell'abate, e poi del conte o del re; quindi l'industria per tutto ivi d'intorno, sì che al fianco del monastero edificavasi un borgo, e il borgo poi si convertiva in città. Tale si fu l'origine della maggior parte fra le città della Francia, cui grato il popolo, dotava del nome d'un santo tutelare: celle e romitorj, arche benedette, fiere e borghi furon cagione ed origine della fondazion di luoghi cittadinati nelle Gallie, e le sconoscenti generazioni indarno si affannano di cancellar queste memorie, ch'elle rimangono incrostate nei marmi, a quel modo che scritte nelle carte antiche della patria[46].

Curiosa è la geografia monastica delle Gallie nel settimo secolo, però che addita il progresso e lo svolgimento dell'amore alla regola, dir potendosi che in ogni luogo dove fondasi un monastero, ivi s'inchina ad un più perfetto ordinamento della società. Nella Neustria, le badie e i monasteri vengon multiplicando, ivi lunga schiera di gran santi, con le loro leggende, si mostra; tutti resero smisurati beneficj alla civiltà di quelle contrade, pur or disertate dall'invasione dei Barbari. Ecco i due Germani le reliquie dei quali adoravansi nei monasteri edificati sulle rive della Senna: l'un d'essi san Germano, l'antico vescovo d'Auxerre (l'Auxerese, come le leggende il chiamano), l'altro san Germano ai Prati, nelle fiorite praterie, sulle quali sorse poscia l'Università; ecco santa Genoveffa al Monte, monumento alla memoria della vergine di Nanterre, che salvò il paese dai guasti dei Barbari, e preservò dalla fame Parigi. Indi a due leghe sulla Senna ecco san Dionigi famoso pel suo tesoro, per le sue cronache, per le sue fiere e pe' suoi landiti[47]; san Dionigi dove scriveasi la storia del paese per atto di religione e di patria devozione.

Pur prezioso è il catalogo dei santi nazionali della Neustria! Gervasio, Eligio orefice, Landry, il fondator degli ospizj, Meri o Mederico tutti artieri o cherici, l'arche dei quali, costrutte nelle basiliche in onor loro, splendevan d'oro e di gemme più che le corone dei re. Sant'Ovano di Rouen, san Martino di Tours e san Vandrillo di Piccardia aveano le ospitali lor celle; san Bertino vedeva edificare il monastero di Sithieu; sant'Uberto correndo i boschi, convertiva alla fede i selvaggi abitatori delle Ardenne, più barbari delle fiere medesime; sant'Uberto, diss'io, le cui reliquie sanavano i morsicati dagli animali arrabbiati: che non potea la fede sul morale dell'uomo![48] All'estremità dell'Oceano, sur un promontorio chiamato il sepolcro e il pericolo del mare, quando ivi a romper venivano gli agitati e spumanti suoi flutti, edificavasi il monastero di San Michele[49] a salvamento de' marinai, mentre san Bonifazio fondava in Germania, sopra una pacifica riviera, la badia di Fulda dove aveasi a scriver tra i lavori della terra pur allora dissodata, gli annali de' carolingi[50]. Nella Neustria, nell'Austrasia, in Aquitania e in Germania, s'instituivano dappertutto monastiche instituzioni, sotto il patrocinio di santi nomi; le comunità religiose piantavan le viti sui colli del Reno e del Rodano, aravano per la prima volta le vaste pianure, introducevano l'ordine, il lavoro, la regola, la gerarchia, e fondavano l'ampie città che portano tuttora i nomi loro così nella Germania come nella Gallia[51].

Da queste fondazioni monastiche inspirate furono le leggende, tradizioni poetiche del cristianesimo, drammi colorati che miravano ad insegnare al mondo con l'intervenimento del cielo le verità morali, e le leggi dell'umanità. In tutti i tempi la riconoscenza degli uomini ai grandi benefizi appiccò alla storia dell'uom di mente sovrana, e al benefattore del genere umano, alcun che di maraviglioso: alle azioni vere della vita vien quindi a congiungersi la parte dorata, e si copre d'oro e di rubini il modesto sepolcro in cui deposte sono le sue reliquie. Così fa coi santi la leggenda, racconto entusiastico di quanto il servo e il discepolo videro o udiron della vita di colui l'ossa del quale riposano nell'arca preziosa; e questi maravigliosi racconti, quasi tutti contengono una lezione di morale; ai tumulti della guerra, alla foga dei Barbari, i leggendari contrappongono le dolcezze della solitudine, lo spettacolo della tranquillità e della pace. Se gli uomini di guerra, violenti e rissosi, opprimono i servi ed i piccioli che lavoran la terra, le leggende raccontano come la mano del conte (del graff e dell'hern) s'è inaridita nel dar di piglio alla sostanza del popolo, o al reliquiario della Chiesa; come i prieghi e le ammonizioni d'un santo, arrestarono i conquistatori; il digiuno, l'astinenza, fanno ivi contrapposto alla cupidità degli uomini di guerra, che si divorano il bene del povero, e fan le corpacciate di cacciagione nei loro conviti. Se alcun di quei furiosi conti, caccia dal talamo nuziale la casta sua sposa, la leggenda narra bentosto come la morte lo ha colto in mezzo a' suoi carnali banchetti[52]; ivi un povero servo che s'è fatto monaco o eremita, esercita, per mezzo de' miracoli, maggior potere che non il conte e il duca, chè alle sue preci accorrono le celesti legioni, ed i diavoli sono gli strumenti che adoprano le leggende a far stare a segno il malvagio.

Le vite dei santi sono il racconto più schietto di que' tempi, esse affidano i deboli, e spaventano i potenti; nei Bollandisti, più che altrove è da imparare il medio evo; Plutarchi della solitudine che descriveano con fede i miracoli onde il debole era stato salvo dalla vendetta del forte. Le leggende furon l'unico freno per avventura onde la società fu salva dalle violenze della guerra; questi miti del cristianesimo erano in armonia con lo stato sociale; vi furon luoghi sacri contro la violenta man del soldato, vi furon deboli risparmiati, vi fu una morale mantenuta per le vive impressioni della credenza: leggete i miracoli di san Germano descritti da frate Aimoino[53]; la storia di san Benedetto, il predicatore dell'Inghilterra; la vita di Martino da Tours, e vedrete che l'esempio di questi uomini pii aveva preparato e indirizzato le generazioni verso una via migliore. In una società ancor selvaggia, era pur bisogno di queste umane leggende, che nobilitasser la donna, proteggessero i deboli fanciulli, i servi, le città, i mercati e i pellegrini. E tu nobile, Genoveffa del Brabante, non eri tu ivi la donna perseguitata dal traditore e dal forte dalla man di Dio guidata e salvata dagli oltraggi dello sleal maggiordomo?[54]

Alcune di tali leggende raccontan la vita errante dei Santi che si consacrano all'apostolato in terre incognite, e se la maggior parte dei monaci si chiudono in cella per insegnare al mondo esservi una felicità in cospetto di Dio e di sè stesso, e se altri pregano e digiunano per avvezzare il mondo alle mortificazioni, mentre gli uomini di guerra ingrassan di selvaggina fra gli stravizzi del convito, altri cherici si votano alla vita errante per bandire la parola di Dio, e appunto quando la società è più circondata di Barbari estranei alla civiltà e alla fede cristiana, vescovi pieni di fervore s'avviano ver quelle inospiti contrade per predicare e convertire. San Benedetto Biscopo o Bischopo[55], ammaestra i popoli dell'Ettarchia sassone; Vilfredo o Bonifazio, sassone anch'egli, si fa apostolo della Germania, e fonda di mano in man ch'ei passa città e monasteri nell'Assia e nella Turingia dalle scure foreste[56]. Tutti quei paesi son coperti di barbare torme; nelle Ardenne pure son popoli selvaggi; vi si adoran gl'idoli del mondo antico, ma nulla fa dare addietro gli apostoli, nè la crudeltà de' Frisoni, nè l'odio efferato dei Sassoni contro le massime e le leggi del cristianesimo. Muovono essi per insegnare la verità senz'altro portar seco che alcune lettere dei papi e dei principi, e predicano per annunziare in ogni luogo il vero Dio, la santità del matrimonio, la vita e la missione di Cristo. Spesso a coronamento dell'opera loro, quegli apostoli patiscono il martirio, un tumulto di popolo gli sacrifica appiè degli idoli, e cadon sotto l'asta o la scure. Così finì san Bonifazio[57] sull'indomita terra dei Frisii, che gli strapparon le viscere, e sfragellarono il cranio contro quelle pietre insanguinate.

Le ossa de' martiri eran quindi a gran cura raccolte e incassate nei reliquiarii, che le chiese chiamavano il loro tesoro: tesoro infatti di fede e di protezione pel tapino e pel debole! Quei reliquiarii chiudevano preziosi avanzi, e eran coperti d'oro, tempestato di pietre, di smeraldi, di topazii che splendevano a par della luce del giorno. Quelle arche eran l'oggetto dell'adorazion dei fedeli, i quali venivano a deporvi sopra i loro presenti; la sanna del cignale che li minacciò, l'azza che rimbalzò sulle teste loro; servi, popoli, Romani e Franchi accorrono per pregare intorno a queste reliquie ch'essi accompagnano in solenne processione, tra i profumi dei fiori e degli incensi. Se Dio nega il ristoro della pioggia all'arse campagne, ecco aversi ricorso al sacro reliquiario, per ottener la benefica inaffiatura; se il morbo e la fame affliggono il paese, ecco un concerto di comuni preghiere d'intorno all'arca: essa è il tesoro e la ricchezza della chiesa; vi si depongon voti, e lampane, si prega e si digiuna in onor suo. Sul modello di siffatti reliquiari si costruiscon le cattedrali lombarde e bisantine del settimo secolo; ognun si gloria ed onora d'imitare in tutto le tombe dei Santi; le vengon trasformate in basiliche, a quel modo che prima le furon foggiate in argento puro o dorato, secondo che usava l'orafo Eligio, il possessore e l'artefice del reliquiario di san Martino di Tours. Un piccol frammento dell'ossa di qualche vescovo in venerazione fu spesso origine e cagione di que' bei monumenti del medio evo, pantei cristiani sparsi qua e là; ogni cattedrale ha la sua leggenda, ed ogni leggenda la sua cattedrale. I racconti sulla vita de' Santi son la più curiosa lettura che far tu possa intorno al medio evo; ci vedi predicata la temperanza, la castità, i digiuni, quasi provisioni di polizia e fame disciplinata nelle grandi fami sì frequenti a quei tempi; tu ci vedi esempi di moderazione. In mezzo a una società violentemente scossa e agitata, la vita monastica fu come un contrappeso posto di rincontro alla vita operosa e violenta dell'orde barbare; la solitudine del monastero forma riscontro alla foga errante delle popolazioni germaniche[58].

L'azione de' concilii, benchè irregolare ancora, venne in aiuto delle leggi politiche per l'ordine della società, e questi concilii furono nelle Gallie frequenti al secolo ottavo, però che grande essendovi la rilassatezza dei costumi, e' conveniva, per reprimerla, aver ricorso alle leggi ecclesiastiche. Questi atti ritraggon del mescuglio pur sempre degli uomini di guerra e dei cherici: una cosa v'è confusa con l'altra, nulla v'è di distinto, una disposizione meramente ecclesiastica, è accanto d'un atto di polizia sociale. Le regole del matrimonio occupano principalmente i concilii, chè le passioni dei sensi sono le più difficili a domare fra le nazioni selvagge, signoreggiate come sono da ogni cosa che venga dai moti del sangue, come a dir l'ira e l'incontinenza. La disciplina dei cherici occupa il primo luogo, chè egli è d'uopo prima introdur l'ordine della Chiesa per farlo poi prevalere nella società. I concilii di Verberia[59] e di Nantes possono aversi in conto dei due estremi del sistema ecclesiastico, per tutto il durar d'un secolo, nelle Gallie. Il concilio di Nantes[60] antichissimo, serba una sembianza romana, nè ivi è trattato se non della clerical disciplina. — Deesi ascoltar la messa alla sua parrocchia; ogni domenica, si domanderà, dalla porta della chiesa, se ci sien persone in nimistà fra loro, e dovranno prima della messa rappacificarsi. I cherici non potranno coabitare con donne, nè sarà pur lecito a queste, in chiesa, accostarsi al coro. Le sepolture si faran sotto il portico delle chiese o nell'atrio; nessun prete aver possa più d'una chiesa, e la decima altro non è per essi che un sussidio pei poveri e pellegrini. Lecito è ripudiar la moglie per causa d'adulterio; il pasto del prete consiste in un pezzo di pane e in una tazza di vino; l'omicida è punito con quattordici anni di penitenza; alle donne non sia lecito ingerirsi nelle cose pubbliche, ma attendano ai lavori dell'ago; niuno può tramutarsi da un luogo all'altro senza il beneplacito del vescovo. Si facciano al più presto atterrare gli alberi druidici, pe' quali il popolo conservi ancor qualche venerazione, e si distruggan le pietre dalla superstizione degli antichi Galli consacrate alle divinità ignote[61].

All'altra estremità del periodo, il concilio verberiense ritrae de' costumi della nazione conquistatrice, e dir puoi che se il concilio di Nantes è romano quello di Verberia è franco; ond'è che men rispettata v'è la continenza, e si suppone possibile il caso d'un prete che siasi sposato con la propria nipote, e moltiplicate vi si trovan le cause del ripudio, e preveduti vi sono svariatissimi casi d'incesto o d'adulterio, come se frequenti fossero, e non vi appar niente custodita la castità del domestico tetto. — Se alcuna moglie si duole, così il concilio, che il marito non abbia mai consumato il matrimonio, vadano entrambi alla croce, e se vero è quanto la femina afferma, sieno separati, e sia libero a lei di fare il voler suo.[62] — Rinnovasi ai cherici il divieto di portar armi, il passatempo loro più caro; si pongono restrizioni alla caccia, e pene per gli omicidj; gli è un codice di polizia sociale. Questi concilii provinciali non hanno carattere alcuno di universalità, sono anzi spesso al tutto speciali ad una metropoli, a una città, a un distretto diocesano; sol qualche volta comprendono tutte le chiese delle Gallie[63]. In caso alcuno essi stender non si possono alle leggi generali della Chiesa; son come addizioni ai capitolari, ai diplomi, agli atti dei consigli reali. Nel secolo ottavo si vien formando una mescolanza di leggi religiose. E qual differenza puoi tu trovar fra i concilii e i capitolari? Quelli e questi trattano egualmente della Chiesa, del popolo, delle leggi penali e degli editti civili; vi son capitolari che si frammettono della disciplina episcopale, e vi son concilii che si frammetton dei Conti d'un borgo, e degli inviati regi, per una perfetta confusione di tutti i sistemi. Invano tu sceverar vorresti per metodo la costituzion civile dalla ecclesiastica, chè elle si incastran pur sempre, e si attraversano nei medesimi codici[64].

E qual era poi questa costituzione civile nel secolo ottavo? Le società politiche, non provan pure per la conquista alcun compiuto e assoluto cambiamento; le masse son di granito, e quando già esiste una civiltà, il sopravvenire e stanziarsi d'una nuova generazion di conquistatori, non distrugge altrimenti l'antico ordine sociale, egli è come se tu dicessi uno strato nuovo di terra che viene a porsi sul vecchio. Quindi è che i Romani si stabiliron nelle Gallie con le loro larghe e vigorose instituzioni, e non pertanto le costumanze dei Galli rimasero, chè non si distruggon così a un tratto le tradizioni di un popolo, e i costumi sopravvivono per gran tempo anche dopo che la conquista si sia raffermata. Tal pure avvenne dei Franchi, nè altro che per ispirito di sistema creder si potè al rapido passaggio da un ordine sociale all'altro.

Chi esamina da presso i documenti dell'epoca gallica, romana e franca, ben s'avvede che l'indole originaria conservasi delle tre nazioni e ne ritraggono i costumi del paro e le leggi, avendo la conquista lasciato sopravvivere una moltitudine di principii antichi nello stato delle persone, delle città e delle possessioni territoriali.

Il primo carattere che riconoscer si dee in questi tempi, si è la personalità delle leggi o dei codici applicabili a ciascun popolo; qui ancor non è proposito di nazioni stabili, ma sol di tribù, ognuna delle quali conserva i suoi titoli e le sue politiche instituzioni. I Galli e i Romani hanno il codice teodosiano[65]; i Franchi la lex salica o ripuaria; i Longobardi le leges Longobardorum; i Visigoti, i concilii de' vescovi, che tolgono dalle leggi di Roma i più dei prescrivimenti loro[66]. Nulla v'ha di territoriale, sì che quando i Franchi e i Borgognoni si tramutano in altre terre, eglino il fanno seco recando il loro codice particolare. Onde lo stato delle persone all'ottavo secolo, vien regolato per mille diverse forme dalle leggi proprie a ciascun popolo: servi, uomini liberi, uomini di guerra, vescovi, conti, tutti hanno lor privilegi scritti nella loro speciale legislazione. Posa in falso chi afferma che i Romani o i Galli furono tutti servi o soggetti a un dominio esclusivo sotto la massa dei Franchi, accampatisi come conquistatori, sulle terre degli antichi possessori; chè vescovi, cherici e conti appartenevano spesso alla razza gallica e alla romana, nè questa civiltà s'è altrimenti cancellata, ma sì mescolata e confusa, però che quando un popolo è giunto sì alto, la conquista s'accompagna sibbene ai fatti antichi, ma non li distrugge.

La società gallica prima dell'epoca carolingica si manifesta in tutto e specialmente nella costituzione dei municipii; chè la comune non nacque già spontaneamente nel secolo decimo come un fatto della sedizione[67], nè le instituzioni municipali uscirono altrimenti dal popolo in un giorno di tumulto e di bollore nei servi. Tutta la Gallia romana era coperta di città, di comuni, coi loro privilegi e le loro curie: al mezzodì Arli, Aix, Carpentrasso, Marsiglia, Frejus; al settentrione Amiens, Auxerre, Tournai, San Quintino. In tutte le quali città troviamo lo stabilimento compiuto della curia e dei magistrati municipali, e ve n'ha un ordine intero, e la legge Julia municipalia ordinava la polizia nelle città delle Gallie[68]. Roma ammetteva le comunità municipali, la libera elezione dei cittadini, e i collegi dei negozianti e i merciai, e i nautes della Saona e della Duranza avean conservato gran riputazione nei fasti dell'Impero[69]; nè le instituzioni erano ponto sparite al passaggio della conquista e moltissimi municipii s'erano serbati in piedi attraverso dei secoli.

Nello stabilimento dei Barbari v'ebbe per avventura più ordine che altri non crede. Fecesi una specie di spartizione: in un luogo i vinti obbligaronsi a lavorar la terra mediante tributo; altrove le parti furon più eguali, la civiltà romana sopravvisse, e Clodoveo, se stabilir volle le condizioni del suo governo, fu obbligato di accettare la religion dei Romani; la santa leggenda di Clotilde fu come il simbolo di questo passar dei Franchi ai costumi e agli usi cristiani, e Clotilde fu la imagine dell'antica patria, dinanzi alla quale s'inginocchiò il capo dei Barbari. Ond'è che in ogni luogo si trovano, sotto la prima schiatta, vestigia d'anteriori instituzioni. Se i Franchi salii o ripensi conservaron le leggi loro, i Romani ed i Galli conservaron anch'essi le loro prische instituzioni: le leggi imperiali quelle divennero della Chiesi e del clero, e i concilii ritraggono dei forti studi che i vescovi hanno fatto dell'Instituta e del codice teodosiano[70]. I quali studi influiscon pure sulle leggi dei re Franchi, e vedesi ch'eglino hanno studiato la legislazione di Roma, i preamboli degli editti de' Merovei manifestando questa inclinazion loro verso i codici, conservatisi come tradizioni fra i Galli soggetti a Roma. Le formole quasi tutte son compilate con questo spirito[71], e i re merovingi si studian di piegar i fieri loro compagni ai più miti costumi dei vinti. «I Franchi, dice Agatia, hanno per sè accettata la maggior parte del diritto romano; si governano con le medesime leggi, si maritano alla stessa foggia de' Romani, hanno abbracciata la religione di questi, però che i Franchi son tutti cristiani e cattolici, hanno magistrati e vescovi nelle città loro, nè in altro diversano dai Romani, che nel vestire e nella favella[72]

Quest'è un fatto che importa moltissimo notarlo, perch'esso stabilisce e comprova gli elementi di cui si servì Carlomagno a compier la sua grand'opera, nella quale non ebbe ad impiegar solo la civiltà franca e germanica, ma sì ancora ad invocar la forza cristiana e pontificia mista con le rimembranze di Roma. Le greche e bisantine instituzioni[73] anch'esse sovraneggiavano i Barbari, e il codice con le basiliche conservato aveano la riputazione e l'autorità loro; Galli, Romani, Franchi, tutti si mescolarono insieme dinanzi agli altari nella comunione di Cristo. I codici serviron di base ai concilii ed ai capitolari, e ne scorgiamo i vestigi fin entro alle formole de' conquistatori, i quali ebbero certe loro speciali costumanze, che in breve si confusero. Le curie, i municipii furono il principio de' comuni; le magistrature si perpetuarono sotto altri nomi, le comunità e compagnie delle arti[74] si mantennero in condizioni pressochè simili alle antiche.

Se Galli e Romani in gran quantità si trovaron ridotti allo stato di coloni, i Franchi rimaser liberi e fieri, ed ecco una delle prime distinzioni. Più forte era l'ammenda che dovea pagar chi avesse ucciso un Franco o un Romano, e il vincitore fu esente d'ogni gravezza, nè ad altro era tenuto che a servire con la persona in caso di guerra. Eccetto queste distinzioni, non vi furon tra le razze conquistatrici e conquistate assolute ripartizioni o separazioni compiute; il trapasso da uno stato sociale all'altro fu quasi insensibile; i Franchi non contrassegnaron altro che per breve momento della tradizion germanica le terre soggette, e i Carolingi furon per avventura la manifestazion più fiera di questo spirito della conquista. La potenza dell'incivilimento e delle sue maraviglie è sì grande, che noi vedrem Carlomagno, nipote di Carlo Martello, il prefetto di palazzo[75], il Germanico per eccellenza, imprimer sovente gli atti suoi e le sue leggi dello spirito romano. Forsechè il finale intendimento di Carlomagno, suggeritogli dagli imperadori e dai papi, quello non fu di ricostituir l'impero di Occidente sulle fondamenta e sulle tradizioni di Roma?

CAPITOLO III. SUNTO DELLE CONDIZIONI DELLE LETTERE, SCIENZE, ARTI E DEL COMMERCIO PRIMA DEI CAROLINGI.

Letteratura. — Canti recitati. — Poemi. — Leggende. — Grammatica. — Lingua romanza, germanica. — Scrittura. — Diplomi. — Scienze naturali, astronomiche. — Calendario. — Arti romane, bisantine, franche, longobardiche. — Immagini. — Miniatura. — Arche de' Santi. — Gemme. — Commercio. — Fiere. — Mercati. — Usure — Gli Ebrei nel medio evo.

SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.

Sì forte erasi stabilito nelle Gallie il dominio romano che ivi, fin dal quinto secolo, regnar solo si vide l'autorità della grande sua letteratura. Sotto il governo d'Onorio, le Gallie fiorir videro rinomate accademie, ed ognuna delle tredici provincie ebbe le sue scuole, i suoi insegnamenti foggiati sulle norme generali che Roma diede al mondo[76]. In breve anche le accademie galliche salirono in fama. Lione, Arli, Sens, risonarono per gran tempo delle grammaticali disputazioni; la Gallia narbonese ebbe i suoi poeti ed i suoi prosatori al pari della lionese e della belgica, e videro i lor portici popolati da migliaia di scolari, che si destavano al canto del gallo, a simiglianza de' clienti di cui parla il Venosino. I Romani aveano ai Galli ceduti gli usi e i costumi loro, e l'imperator Caracalla, col dare a tutti il titolo di cittadini, avea distrutte le distinzioni della conquista. I Galli aveano tradizioni lor proprie, e storie ed annali della patria che si conservavano nei templi[77]. Le instituzioni e le lettere druidiche venner di questo modo a mescersi cogli insegnamenti di Roma, e quando i Franchi si stabilirono alla volta loro nelle provincie soggiogate, quando i figli di Clodoveo allargaron dappertutto intorno il loro dominio, anch'essi recarono i canti dei loro antenati, e le tradizioni germaniche sì comuni fra i popoli settentrionali.

Nella Gallia quindi tu trovar puoi tre letterature ad un tratto, l'una di rincontro all'altra, le quali tutte a vicenda si prestano lingua, parole, pensieri. La prima gallica unicamente, coll'impronta della religione e dei costumi de' Druidi; la seconda classica e romana, però che i conquistatori per ogni luogo spargevano la lingua e i libri loro; nelle città galliche divenute municipii, si studiavan Cicerone, Lucrezio, Virgilio, e nelle scuole di Lione, di Bordò e di Lutezia[78] leggevansi e recitavansi i papiri della Grecia e di Roma, a tutto che si aggiunser da ultimo le tradizioni franche e i canti della Germania che raccontavano i gloriosi fatti dei guerrieri conquistatori. Questo mescuglio di letterature appar nel settimo secolo e nell'ottavo; nulla v'è di chiaro, nulla che tenga d'un'origine sola; nei monasteri, nelle scuole, si commentano i Padri della Chiesa, gli autori di Grecia e di Roma, ed a persuaderli che il clero di que' tempi era molto innanzi nello studio dei classici greci e romani, ti basta lo scorrere i testi di Gregorio di Tours e di Fredegario, dove frequenti sono le citazioni di Omero e di Virgilio; qualche volta pare i filosofi dell'antichità vi son citati insiem co' santi Padri, e chiamati con le loro sentenze in sussidio della religione. I vescovi e i cherici, poco men che tutti Galli, addomesticati com'erano con gli studi graditi del foro romano, da sè sdegnosamente gittavano il nome di Barbari, ogni monastero era una scuola di sapienza in cui insegnavasi la grammatica, la filosofia e la storia. L'incivilimento, nel passar ch'esso fa sopra un popolo, vi lascia profonde vestigia, ond'è che i cherici de' Galli andavan superbi della sapienza di Roma, e i popoli de' medesimi conquistatori si addomesticavano cogli studi dell'antichità.

La letteratura franca si ristringe, al pari di tulle le tradizioni primitive, in canti narrativi, racconti dei guerrieri e dei poeti. Egli si volea ben conservar la memoria degli antenati, dei gloriosi fatti d'armi che aveano illustrata la conquista; quindi gli scaldi sono in ogni luogo, chè in ogni luogo dove sono foreste e are sacre, e popoli conquistatori, sono anche sempre bollenti fantasie che trasmettono ai posteri la memoria dell'eroiche azioni[79]. Nessun grande poema abbiamo che si colleghi a quest'epoca, ma solo brani spicciolati di opere più compiute. Le leggende non furono se non canti narrativi più specialmente monastici; gli studi giaceano confinati entro le celle; ivi manoscritti, pergamene, papiri venuti da Roma e da Costantinopoli; ivi si scrivean le cronache nazionali, ivi consacravasi la memoria del passato; la scienza venne dagli studi monastici. Tutte le opere di quel tempo danno a divedere una mescolanza d'idee romane e di germaniche; non v'è cosa che abbia interamente serbato il suo carattere; le prime orme della civiltà si confondono naturalmente e calcan fra loro.

Questo tramestio accade in ispecialità nella lingua e nella grammatica. Niuno dubita che i Galli non avessero un idioma con le sue regole e i suoi principii; questa lingua celtica fu parlata su tutto il territorio della Gallia, dalla Somma fino al Rodano, e i Romani che la trovarono stabilita nelle provincie, la rispettarono come eran usi di fare con ogni antica instituzione dei popoli; ma pure il latino diventò la lingua usuale di tutte le amministrazioni, del pretore e dei tribunali stabiliti nella Gallia. L'idioma celtico fu lasciato al popolo, e il latino divenne la lingua delle genti civili, nè guari andò che a questi due idiomi venne anche a mescolarsi la lingua germanica parlata dai conquistatori; ond'è che allor si vide la medesima confusione che nella letteratura; v'ebbe un parlar volgare, composto di tutti gli idiomi; la lingua latina si corruppe, e vi si mescolaron franche desinenze, e vocaboli celtici. I diplomi e le croniche di quel tempo comprovano questa confusione, che precedette la formazione d'una lingua regolata[80].

La scrittura soggiacque alla medesima alterazione, onde i diplomi merovingici a stento si possono leggere, mal formati sono i caratteri romani e i corsivi, nè più vi si scorge orma di quella regolarità che addita e distingue la scrittura carolingica, nei manoscritti principalmente, finchè anche questa si perde in una nuova confusione ai tempi rozzi e feudali. I diplomi merovingici si trovano scritti sovente sopra il papiro, già principia l'uso dei monogrammi, e i sigilli consistono generalmente in pietre antiche; i caratteri sono lunghi e male segnati, numerose e imbrogliate le abbreviazioni. Questa forma di scrittura de' tempi merovingici, tu l'incontri sulle lapidi sepolcrali, nelle iscrizioni del pari che nei diplomi; essa è contrassegnata d'un carattere suo particolare, e prova il poco progresso degli usi civili. Un picciol numero di diplomi è sopravvissuto alla gran distruzione del tempo, e si vede che all'età de' Merovei primeggiano i caratteri cubitali.

In que' tempi d'agitazione e di conquiste, la scienza si riduce a pochi, primordiali elementi; il mondo antico non è gran fatto innanzi negli studi speciali della natura, e nella cognizion delle cause che muover fanno gli enti animati; niun vestigio si trova di matematica, la scienza del calcolo non esce dalle semplici operazioni usuali; si conta alla maniera dei Romani, e si misura secondo la consuetudine dei Galli. Gli ordinamenti ecclesiastici soli obbligano i cherici e i fedeli a qualche studio, a qualche astronomica cognizione; le feste mobili son regolate sulle vicende della luna; è mestieri saperne il corso per determinare le quattro Tempora, fondamento di tutti i calcoli dell'anno; i calendarii muovono dalle due feste di Pasqua e di Natale; si contano meno i giorni che le solennità; le cronache fanno perpetuamente menzione dell'epoche cristiane, e le riferiscono alla vita degli uomini[81]. «Carlomagno passò a Fulda la Pasqua, il Natale a Magonza, la Pentecoste a Quercy o a Compiegne». Tali son le ripetizioni delle cronache; pochi i calendarii regolari, tutti sono composti per istrane forme, e i segni dello zodiaco tolti a prestito da Roma e dalla Grecia. Le ore si contano con l'aiuto dei taciti oriuoli a polvere che divengono i misuratori del tempo. Gli studi degli astri sono reminiscenze quasi tutte delle scuole alessandrine, e la meccanica principalmente, nel progredir ch'ella fa, è piuttosto una scienza di destrezza, che un calcolo di sapiente geometria.

Le arti, la musica, la pittura, l'architettura, prendon anch'esse la sorgente loro più pura negli studi di Roma e della Grecia. Lo studio solenne del canto fermo, è impresso d'un carattere germanico; se un concerto di voci soavi nella Chiesa romana e pontificale, produce maggior varietà, e dona di maggior dolcezza i sacri cantici; il canto fermo, grave, appartiene in essenza a un'origine franca; il falso bordone che sembra la voce del tuono, i punti di contrabbasso, e il fagotto non vennero da costumanze italiane, greche o longobardiche, ma di origine franca com'ei di necessità sono, anche austeri sono come il grigio cielo del Nord, come le selve druidiche, come il freddo marmo delle cattedrali. Lungo tempo durò la contesa del canto germanico contro il canto romano; le cattedrali franche sostenner come proprietà loro il canto fermo e le antifone dei loro maggiori, e i canti romani ebbero assai da fare a introdursi nelle basiliche della Gallia[82].

L'epoche differenti dell'arti architettoniche non posson mai, nè debbono essere insieme confuse; i monumenti gallici, informi quasi tutti, ti presentan l'immagine di templi appena scalpellati, di are druidiche seminate qua e là in vaste pianure, in mezzo alle lande, nelle mobili arene. La grande scuola romana che fa mostra di sè ne' bei monumenti delle città di Arli, di Nimes, d'Autun e di Sens, sparisce nella distruzion dell'impero, e altre idee soprarrivano insiem coi conquistatori. Al cristianesimo ripugnan le forme dei templi dedicati agli Dei del mondo antico, vuole aver un concetto suo proprio, e crea la basilica quale ancor la vediamo in qualcuna delle primissime chiese di Roma[83]. Questa è l'età dell'arte che sorge fin dal terzo e dal quarto secolo, la forma bisantina, è la prima fonte di tutte le inspirazioni; non si vede ancor l'arco a sesto acuto cogli aguzzi suoi marmi, ma le son masse di colonnette stiacciate sovra basse cupole, e sotto vôlte inclinate.

Pare a me che le basiliche cristiane abbian tre epoche; la prima, che collegasi coi tempi in cui la croce usciva delle catacombe per presentarsi alla luce del mondo, quando l'architettura è tutta semplice come la fede che lanciasi verso Dio; un edificio sol tanto o quanto ornato, vôlte senz'archi, facciata senza colonnette qual ci appare agli antichi vestigi che se ne veggono in Roma; o se pur qualche rottame v'è ancor di colonna, questo è perchè la basilica fu innalzata su qualche tempio pagano consacrato agli Dei immortali. Il secondo periodo appartiene all'arte bisantina: i pronai a colonnette, senz'archi a sesto acuto, la facciata con porte basse, il tempio semplice e nudo che va in breve a confondersi nello stile lombardo. Vien finalmente il terzo periodo, il periodo dell'arte cogli archi a sest'acuto, che non trovasi oltre il secolo undecimo. Ivi cominciano i frastagli, gli ornati, i campanili e le cupole librate in aria: fino ai Carolingi, e per tutta la lor dinastia non si veggono che forme romane, bisantine e lombarde.

La basilica di prima origine ha pochi ornamenti, laddove più prodiga n'è la scuola bisantina. L'Occidente e l'Oriente erano divisi per lo scisma sul culto delle immagini; gl'Italiani dalla viva immaginazione e i Greci, eredi della grande scuola d'Atene, amavano le statue e i dipinti che ritraevano i santi ed i martiri, la Vergine dagli occhi soavi, il povero che soffre, il martire che si rassegna. La quistion delle immagini è la maggiore che mai avvenisse nella storia, quanto all'arte, non altro essendo ella, di fatto, che il gran conflitto fra l'entusiasmo degli artisti e il freddo puritanismo, a così dire, dei raziocinanti. Se prevaluto avessero le austere dottrine, se la Chiesa proscritto avesse le rappresentazioni delle immagini di Dio e de' suoi Santi, delle storie divote de' patimenti della vita e del trionfo dell'anima, noi privi saremmo dei capolavori de' secoli del Risorgimento, nè Michelangelo e Raffaello nati sarebbero a popolare il mondo cristiano delle magnifiche opere loro. Gli artisti debbono grande e viva riconoscenza ai cattolicismo, e principalmente alla podestà pontificia, in cui esso cattolicismo è sovranamente personificato; i papi prevaler fecero questa bella teologia scolpita e colorata nei capolavori della scultura e della pittura.

Poche immagini troviamo nei primi tempi della Chiesa; sol poche ed informi statue degli Apostoli qua e là corcate accanto alle colonne della scuola greca e romana[84]. Talvolta tu scorgi le vestigia dell'arte antica nei monumenti cristiani, e nelle rare tombe del terzo e del quarto secolo, quali si veggono al Vaticano, o nella chiesa di San Massimino in Provenza[85]; Cristo e gli Apostoli vi son figurati con ornamenti di pretta scuola romana[86]. Si vedrà che in questi monumenti Cristo è rappresentato sempre in figura da giovane, dell'età di venti anni appena; venuto il medio evo, anche Cristo fu fatto vecchio, però che il tempo è infelice, e Cristo patisce come il popolo, che egli è popolo pure; le fattezze della Vergine soggiacciono invece ad una modificazione al tutto contraria; a' primi tempi essa è vecchia come una madre addolorata, con le rughe e il pallore che il Rubens riprodusse nella sua Deposizion di croce; ma di mano in man che ci accostiamo al medio evo ella ringiovanisce, come si vede nelle miniature del secolo duodecimo. La scuola bisantina è più prodiga di statue, d'ornamenti, di arabeschi; sul marmo del battistero e in fondo al santuario si veggono immagini d'un azzurro e d'un rosso vivissimo; su que' freschi o su que' dipinti in legno, risplende il volto di Cristo con occhi fissi e penetranti; san Pietro, san Paolo, san Bartolomeo, sì spesso riprodotti nelle opere della scuola bisantina, gli fanno corteo nella sua predicazione, mentr'egli stende a loro le braccia. In tutte queste reliquie della scuola di Costantinopoli si vede chiaro il martirologio delle basiliche greche, e l'impronta del Basso Impero: e a Ravenna, a Roma, a Milano, dappertutto si veggono impresse l'orme dell'arte bisantina.

Queste chiese primitive son semplici in generale, e vi si entra pel pronao, scoperto e circondato di basse gallerie, ove si veggono avanzi di statue e d'immagini; il battistero è situato sotto il portico, essendochè a que' giorni, prima d'entrare in chiesa, era bisogno vestir la tunica di neofito. Accanto del battistero sorge una cattedra di marmo, donde annunziare al popolo la parola di Dio. Il tempio è nudo, semplice nelle sue navate, e nelle sue vôlte inclinate, dietro all'altar maggiore si trovan quasi sempre quelle cotali figure di Cristo su fondo d'oro, insiem con gli apostoli che ti seguono pur tuttavia coi loro occhi fissi, e splendidi di potenza e di vita[88]. Nelle antiche provincie delle Gallie ci son chiese ancora col triplice loro carattere romano, bisantino, e ad arco a sest'acuto; gli avanzi della badia di San Vittore a Marsiglia, ti danno un'immagine di ciò che era una chiesa primitiva ai tempi delle persecuzioni, co' suoi sotterranei e le sue catacombe che passano sotto le acque del porto, per congiungersi alla Maggiore edificata sur un antico tempio di Diana[89]. Quasi per tutta l'estension delle Gallie le chiese ad archi a sesto acuto furono costrutte sulle ruine delle prime basiliche.

Anche la scultura tolse il suo splendore dall'arte bisantina, e rimase informe fino a che non invocò ad aiuto suo le memorie di Roma e della Grecia. Ebbe essa, è incontrastabile, di esperti artefici. I reliquiari, tesori veri delle chiese, fecer progredire innanzi l'oreficeria e l'arte statuaria; le arche sacre del secolo ottavo son quasi tutte ornate di pietre preziose. La forma loro è per lo più quella d'una cattedrale sostenuta dagli angioli, sorta di cariatidi cristiane, in mezzo a corone di smeraldi, topazii e rubini. Sur alcune di queste arche, splendono bassirilievi, rappresentanti soggetti storici: le vite dei Santi, le leggende della vita e della morte, e memorie tratte dall'antico e nuovo Testamento, quali esempigrazia sarebbero: Eva che coglie il pomo, Cristo che predica, gli Apostoli che insegnano alle turbe. Le pitture, o sieno per la chiesa, o sieno nel lastrico del coro o nel soffitto, son contrassegnate dal medesimo suggello; sono tutte dipinte su fondo d'oro, e fanno mostra di vivacissimi colori; le carnagioni han sembianza d'una maschera levata dal cadavere, d'un gesso foggiato sul morto, rassomigliano insomma alla carne umana sì, ma quando morta, e al colore dei Cristi d'osso o d'avorio, o anche alle figure di cera. Ivi il Padre Eterno ti guarda con occhi terribili, nell'atteggiamento in cui ti apparirà il dì del finale giudizio; mentre Gesù è mite come la parola del perdono ch'ei manda dall'alto della croce. A imitazione di tutta la scuola bisantina, Cristo qui non è ignudo ma vestito d'una lunga tunica, nella forma che il veggiamo nella cattedrale di Amiens. D'onde vien'ella questa sacra e curiosa immagine, e chi l'è venuta a riporre in una cattedrale antichissima delle Gallie?

L'oreficeria procede verso la sua perfezione; che se gli artefici di quel tempo non sanno ben ritrarre le umane fattezze, e dan loro quel carattere di secchezza che contrassegna il nascer dell'arte, essi hanno all'incontro perfezionato il disegno e il colore delle cose inanimate. Pochi sono i manoscritti, salvo alcune bibbie o messali che precedon l'epoca carolingica; nella pittura e nella scrittura manifestasi l'arte bisantina: quella legatura che chiamavasi testo (textum), perchè fatta a coprire e difendere il libro, presentava bassirilievi d'avorio, di squisitissimo lavoro, pari a quello dei reliquiarii incastonati di gemme e smeraldi[90]. In queste mirabili fatture dell'arte la porpora e la seta s'intrecciavano e mescevano i loro colori; il messale ha borchie d'oro o d'argento ai quattro canti; apri il manoscritto, raccolto diligentemente dall'amanuense, e il trovi per lo più scritto in caratteri cubitali; le miniature son rade, ma quasi sempre su fondo d'oro a simiglianza dei dipinti delle chiese; gli arabeschi vi appaiono più ricchi e meglio ricamati. Ancor ci si scorgono le tradizioni dell'arte greca e romana nei bei modelli, e l'orefice sant'Eligio ornava il palazzo del re Dagoberto con una finitezza ch'ei certo avea studiata a Roma; il sepolcro di san Martino di Tours era un capolavoro di oreficeria[91], che a que' tempi fregiavansi d'oro e d'argento le tombe, però che il sepolcro era il palazzo di quella pia generazione. In ogni monastero quindi ci aveano artefici, che s'impratichivano delle arti speciali, essendochè la scienza e ben anco i mestieri avevano origine ed incremento appunto nelle badie. I più degli artefici erano monaci e solitarii di San Benedetto; tutti i lavori d'intelletto venivano dalle lor mani, e questo spiegasi co' lunghi ozi della vita monastica: che far altro nelle notturne vigilie, e al gemer dei venti autunnali e invernali, se non pregare, meditare e lavorar per Dio e per gli uomini!

La ricchezza degli ornamenti ecclesiastici, il lusso dei re e dei conti, diedero a fare al commercio. Le ampie vie aperte dal dominio romano in mezzo a quell'impero, che abbracciava il mondo, favorivano il baratto delle derrate, e sui mercati delle Gallie e dell'Italia si trasportavano le merci della Siria e dell'Egitto, le pellicce della Sassonia e della Polonia, le ferrerie della Scandinavia. Il traffico durò così attivo anche dopo che i Franchi ebbero occupata questa parte dell'imperio romano, ed anche di questo commercio tra popolo e popolo è da cercar le vestigia nelle Vite de' Santi, dove i Bollandisti descrivono le ricche offerte d'incenso, di mirra e delle pietre preziose, che venivano accumulate sull'arche dei santi nei monasteri. Le carovane conducean le derrate dell'India ai porti della Siria, e i mercatanti ebrei le sbarcavano indi a Marsiglia e sulle coste dell'Italia, poi le si trasportavano a dorso di mulo fino alle fiere e ai mercati della Neustria o dell'Austrasia, con patenti di privilegio. I re della prima progenie reser famosa la fiera di San Dionigi, a cui venivano Lombardi, Sassoni, Spagnuoli, Greci e anche Saracini: e in queste fiere facevasi baratto delle più svarie derrate di tutte le contrade del mondo; i mercanti vi accorrevano a carovane esenti di ogni gabella, del telonio pure e del portico, di cui parlano le antiche cronache e sicuri dai signori feudali, sì formidabili ai mercatanti che giravano soli. In que' grandi bazarri cristiani i cattolici non eran distinti dagli ebrei, ma tutti posti sotto la stessa immunità e guarentigia. Col principiar della fiera ogni processo rimanea sospeso; il mercatante deponeva liberamente le cose destinate alla vendita, e ne facea spaccio a tutto agio suo; i contratti faceansi di reciproco accordo. Se ad alcuno facea bisogno di danaro, ecco l'ebreo ivi pronto a prestar ad usura, ad un interesse non punto determinato dai diplomi; egli non si facea quindi scrupolo alcuno di stipolare il frutto di due denari al soldo per settimana, e indarno gli abati assordavano il mondo, di vivissime querele contro questi miscredenti[92]. Ci si facea pure mercato di schiavi, quasi tutti bretoni, a dispetto dell'insorger di più d'un santo contro questo traffico scellerato, condannato dal cristianesimo. I regi diplomi dichiaravano le franchigie delle fiere, sorta di saturnali, in cui il guadagno era il dio: a San Dionigi, principalmente, il pastorale dell'abate copriva tutti gli atti dei banditi, e favoriva il concorso de' mercatanti ebrei, lombardi, greci e bretoni.

I fiumi navigati dalle pesanti barche dei nanti o ballettanti, erano i modi di comunicazione pel commercio, e i capitolari della prima schiatta obbligano i possessori dei beni a riva di essi fiumi di lasciarli sgombri al passaggio dei cavalli sulla Loira, sulla Mosa e sulla Mosella. Vi si trasportavano i vini più rinomati per la bontà loro, e principalmente quei d'Orleans, de' poderi della prima schiatta, e i re attendevano a piantare strade maestre e altre ampie vie sugli avanzi de' monumenti romani, e l'argine di Brunechilde serba tuttor questo nome dalle opere intraprese sotto quella potente regina. I mercatanti, a que' giorni, formavano una comunità, e avevano in Parigi loro mercati e quartieri speciali vicino a Sant'Andrea delle Arti, che poi divenne il parlouer aux bourgeois. Ivi teneasi tutti i giorni un mercato dei profumi e delle stoffe più fine provegnenti dall'Asia e dalla Grecia, e un'antica cronaca parla dell'ardimento de' mercatanti parigini, i quali aveano banchi e magazzini fino in Siria, e un giorno essendosi scontrati con certi mercanti veneziani in una città dell'Egitto, eran venuti coi medesimi a gran contesa ed all'armi.

Ragguardevoli eran le gabelle sul traffico, e i battelli andavano soggetti a mille tributi, che sono nei capitolari specificati: tasse di sanità, pedaggi dei ponti, approdo, ancoraggio, sbarco delle merci[93], tutto è ivi stabilmente regolato. I mercanti erano esenti di tutte queste gabelle in tempo e luogo di fiera, nè ad altro tenuti che al pagamento de' livelli particolari alle chiese, proprietarie delle piazze e terreni; a San Dionigi, la badia esigeva dodici denari, nè alcuno potea nulla di più domandare a' mercatanti che da ogni parte accorrevano sotto la franchigia della chiesa. Laonde il concorso era numerosissimo: i Sassoni recavano sul campo della fiera il piombo ed il ferro; gli ebrei gli aromi dell'Oriente, l'incenso, la mirra; i mercatanti della Neustria e dell'Armorica, il mele e la robbia; i Provenzali l'olio fino d'oliva e le derrate della Siria; i trafficanti d'Orleans, di Bordò e di Digione, vino, cera, sego e pece; gli audaci Schiavoni andavano fin dentro a' paesi nordici per indi recarne a San Dionigi i frutti delle loro miniere.

Nè men ci volea di quest'operoso commercio per soddisfare a tutti i bisogni di quella nascente civiltà. Il lusso veniva l'un di più che l'altro crescendo; si profondea l'oro e l'argento nei mobili, alcuni anche faceansi d'oro massiccio; Dagoberto re, facea far una sedia o un trono a sant'Eligio, tutto, comechè grandissimo, tempestato di perle sino alla cima. La vita di sant'Eligio, scritta da sant'Adoeno, è una curiosissima nomenclatura di quanto possa l'ingegno d'un artefice pel progresso dell'industria. Nelle occasioni che i re tenean loro corti plenarie, ricchissime eran le vestimenta, e abbiamo dal medesimo sant'Adoeno la descrizione del vestito di sant'Eligio, quando era dall'uffizio suo chiamato alla corte. Avea la camicia di lino finissimo, ricamata d'oro agli orli; la tunica o dalmatica era di seta intessuta d'oro e di gemme, che mandavano intorno vivissimo splendore; avea le maniche coperte di diamanti e smeraldi, con braccialetti d'oro, e cintura simile lavorata con mirabile artificio e la borsa ricamata di pietre preziose e sì rilucenti, che splendevan da lungi a pari del sole.

Cotesto lusso importava un gran giro della moneta, e però i capitolari cominciano già a statuir sul valore dei soldi e dei denari; gli ebrei, nelle cui mani era ito a finir quasi tutto il contante, lo prestavano a interesse grossissimo; potentissimi eran costoro sotto Dagoberto, nè mai forse godettero a memoria d'uomini, di più ampli privilegi. La moneta che era d'oro tutta e d'argento, contavasi per marchi, lire, soldi e denari. Noi vediamo nelle vite de' Bollandisti più d'un Santo affaticarsi pure per introdur nel commercio i principii di probità e d'onore. Predicavano essi contro la vendita degli schiavi[94], contro l'usura, sì contraria alla fede cristiana, e contro le rapine della gente da guerra, che impedivano a' mercatanti di professare liberamente il loro traffico. Molto dovettero alla religione cristiana, nelle Gallie, le arti, il commercio, le lettere, e a ben conoscere quella società è bisogno studiarla nelle vite de' Santi: la cronaca non è altro che una copia imperfetta; ma nelle divote relazioni raccolte da' contemporanei ben puoi farti un giusto concetto dei costumi e degli usi del medio evo.

CAPITOLO IV. LA GERARCHIA E LA PODESTÀ NEL DECADER DE' MEROVINGI.

I papi. — I patriarchi di Costantinopoli. — Gl'Imperatori d'Oriente. — I re dei Longobardi. — I duchi del Friuli, di Spoleti, di Benevento. — I re dei Bulgari. — I califfi. — I re o condottieri d'uomini appo i Sassoni. — Gli Scandinavi. — La ettarchia. — I re merovingi dopo Dagoberto. — La dignità dei prefetti di palazzo della Neustria e dell'Austrasia. — I Grimoaldi. — I Martini. — Pipino il Vecchio. — Pipino d'Eristal. — I duchi d'Austrasia, I prefetti di Neustria.

628 — 714.

Difficilissimo sopr'ogni cosa è nella confusion che precede la civiltà disciplinata de' popoli, il tener dietro alla storia della podestà; che se ci troviamo imbrogliati sol quando è da penetrare in mezzo alle razze, sceverarne le origini, stabilirle dall'indole e sembianze loro, come potrem poi esattamente diffinire la via e il progresso della potenza sociale? I conflitti della forza e della violenza hanno un carattere instabile, che non si può cogliere, e nondimeno non v'è cosa che più di questa importi a spiegar l'origine e l'incremento dell'impero carolingico. Egli si vuol in un rapido sunto ristringere il prospetto dei poteri nella società al settimo ed ottavo secolo, e determinare in ispezialtà, in quai mani fosse confidato il reggimento degli uomini e delle idee in quei tempi di scotimenti e di tenebre.

La succession de' papi a questi tempi è rapida al par della morte che abbatte la canuta e debil vecchiaia; Roma sempre turbolenta città, governata dai tralignati suoi patrizii e da' suoi scaduti comizii, straziava i papi, in balía ora de' Barbari, che davano il guasto all'Italia, ed or degli imperadori di Costantinopoli, forse più crudeli ancor dei Barbari perchè più raffinati. Chi legge le vite di san Martino e di sant'Eugenio, che furon papi ambedue nello spazio di men che otto anni, potrà far ragione delle tempeste ond'era di que' dì agitata la navicella di san Pietro. Martino viene a forza condotto via dai greci imperatori, e cacciato nel Chersoneso taurico[95] dove morì di fame; Eugenio, che gli succede, non dura più che due anni[96]; Vitaliano; uom di fermo proposito, provasi a riordinar l'unità della Chiesa scomunicando i vescovi, che vogliono da essa spiccarsi[97]; Adeodato sostiene la dignità papale, e imparte agli imperatori ed ai re la benedizione apostolica con l'autorità di un padre sopra i figliuoli. Tutti questi pontificati durano tre o quattro anni appena, nel qual breve periodo i papi usano mente e zelo a constituir la forza della Chiesa; essi hanno a difendersi contro i re longobardi, contra i conti di Benevento, e contro i duchi di Spoleti e del Friuli, che sovraneggiano l'Italia, e a contrastar continuamente contro i patriarchi ed i vescovi, che disconoscer vogliono i diritti dell'unità cattolica. L'elezione dei papi vien fatta a Roma nelle antiche basiliche, e gl'imperatori di Bisanzio punto non riconoscono il primato dei pontefici italiani; è l'antica gelosia delle due metropoli del mondo, Roma e Costantinopoli, sotto altra forma. I più dei papi sono italiani, e difendono l'antica nazional preminenza dei Romani; se non che a quando a quando i cesari di Bisanzio ottengono di far eleggere alcun Greco al soglio pontificio, e trovano in lui maggior ubbidienza. Così sotto l'impression religiosa viene manifestandosi l'antica gelosia dei patrizii del Lazio verso i nuovi porporati cortigiani che vivon nella città di Costantino.

Gregorio II, fu tra quei papi latini il più illustre. Romano di nazione, ed uomo di scienza, da bibliotecario e da custode ch'egli era delle bolle e degli archivi, fu eletto papa dal popolo, e volgendo ogni cura sua alla predicazione evangelica fra le nazioni barbare, empiè d'intrepidi missionarii la Germania. I Bollandisti ci hanno conservata la vita di san Corbiniano, nativo di Chatres, nelle vicinanze di Parigi, il quale precedè nell'apostolato in Germania san Bonifazio, ed ebbe il sacro suo mandato da san Gregorio papa. Corbiniano scorreva la Sassonia, intantochè Bonifazio convertiva la Turingia e la Baviera. San Gregorio fu un de' pontefici più operosi e più dotti, e l'epistole sue a Carlo Martello, prefetto del palazzo, sono un modello della fermezza ed insiem della grandezza che aver debbe un pontefice. Nemico a lui violentissimo sopra tutti fu Leone l'Isaurico, quel barbaro soldato che seppe recarsi in mano il fren de' Greci protestandosi altamente iconoclasta. San Gregorio si fece a difender le immagini, divoto oggetto della pubblica venerazione; e Romano com'egli era, e tenerissimo della sua italiana patria, patir non volle che l'antico Lazio si sottoponesse al principato de' Greci, e i discendenti de' patrizii, le prische famiglie dei Paoli Emillii e dei Marii[98] conservarono l'indipendenza loro appiè dei circhi e dei templi, avanzi della grandezza romana.

Il patriarcato fu instituzione orientale ed antichissima per le chiese di Costantinopoli, d'Alessandria, d'Antiochia e di Gerusalemme. I patriarchi nascevano in un con l'apostolato, però che i metropolitani d'Egitto e della Siria furon contemporanei degli apostoli. Il patriarcato d'Alessandria, che comprendeva l'intiero Egitto, fu fondato da san Marco, e si distese in breve fino agli ultimi confini dell'Abissinia. Quello d'Antiochia abbracciava la Siria, la Palestina e l'Arabia, e se ne attribuisce la fondazione a san Pietro. San Marco fu dannato al martirio in Alessandria, tra le sfrenatezze d'una festa di Serapide, e san Pietro lasciò Antiochia, per venir a morire in Roma, dove fondò il papato, quell'instituzione che poi dovea incivilire il medio evo. Irrepugnabile era l'antichità della Chiesa di Gerusalemme, il cui primo patriarca fu san Jacopo il Minore, d'origine israelitica. La cattedra patriarcale di Costantinopoli saliva essa pure al quarto secolo. Laonde tutti questi vescovi metropolitani potevan contendere d'antichità co' papi, in quella guisa che Bisanzio avea conteso con Roma; pure alla fine la tanta unità papale uscì vittoriosa; ma un lungo conflitto ci volle a sbrogliar questa anarchia nella Chiesa, finchè il genio di Gregorio VII, all'undecimo secolo, venne a ordinarla sotto una sola mano, con cui domò sicuramente la barbarie feudale.

Durava in Costantinopoli l'impero dei cesari, ma dopo Eraclio, da governatore dell'Africa innalzato dai soldati all'onor della porpora, non v'ebbe più alcun imperatore che facesse mostra d'una tal qual vigoria in quel supremo comando; e in quella lunga lista di cesari non troviamo se non uomini sollevati dalla fortuna, e dal capriccio con la medesima prontezza giù precipitati dal trono. L'impero greco intanto resiste in mezzo alle forti e barbare invasioni dei Saracini governati dai califfi, dei Longobardi d'Italia e dei Bulgari, che accampano quasi alle rive del Danubio. Il fuoco greco salvò l'impero, e fu di sostegno alla sua fiacchezza; ora un soldato di brutal forza, ora l'altro sorgea dal mezzo de' campi o de' circhi, e impadronivasi dello scettro, o, più spesso, gl'imperatori non regnavano se non per la protezione dei Barbari, come appunto Giustiniano II, il quale ottenne la corona non altrimenti che per aiuto del re dei Bulgari; più tardi un Armeno assunse la porpora, e le bende imperiali, e la famiglia d'Eraclio si trovò in preda alle persecuzioni di questi coronati avventurieri, che temevano i prìncipi d'antica ed imperiale origine.

In questi annali bisantini si leggono crudeltà inaudite: ora tu vedi cavar gli occhi a' fanciulli su cui splendesse il diadema imperiale; or darli in preda alle fiere del circo o farli calpestar dai cavalli nell'ippodromo; finalmente, un soldato di dura tempra strinse con ferrea mano lo scettro di Costantino, e fu Leone III, figlio d'un operaio di Seleucia, che levandolo sugli scudi fu dall'esercito greco gridato imperatore. Uomo costui di barbari costumi, e rapace come esser sogliono tutti coloro che nascon dalla forza, fece guerra alle immagini solo per far suo profitto della spoglia de' reliquiarii, e convertir in moneta le statue d'oro; donde la distruzione dei capolavori della scuola bisantina: avea l'Isaurico tolto i costumi suoi da' Saracini che non pativano figure intagliate, nè statue, nè disegni di sorte alcuna. I Greci di fantasia sì calda nell'arti, i discendenti degli Apelli e dei Fidii, sdegnati agli inconclastici decreti del Barbaro, si levano qua e là a rumore, ed egli allora, ad imitazione del califfo Omar, fa dar le pubbliche biblioteche alle fiamme, migliaia di manoscritti con preziose pitture son ridotte in cenere! Papa Gregorio indarno gli scrive per indurlo ad avere in rispetto le immagini che conservano e perpetuano la venerazione pe' Santi, chè Leone per tutta risposta comanda di deporre Gregorio, il difensore dell'arti. Fu in quel tempo che Costantinopoli e la Grecia soggiacquero a un tremendo flagello: le città furono scrollate da un terribile tremuoto, che aperse in varii luoghi la terra, e rovesciò le mura di Costantinopoli; le lettere pastorali, ricordano questo castigo fulminato contro gli empi iconoclasti.

Nemici implacabili degli imperatori di Costantinopoli erano a oriente i Saracini e ad occidente i Longobardi. Questi ultimi, che discendevan dagli Unni, ebbero lor capi o re fin dal primo loro stabilimento in Italia. Ancor si veggono in alcune immagini o pietre intagliate, l'effigie loro: raso il capo dietro la nuca essi portavano i capelli divisi sull'una e l'altra gota, sì che scendevano a confondersi con la prolissa barba, e a coprir loro il viso della negra capellatura, onde aveano, secondo che dice Paolo Diacono, terribile aspetto. I re e i grandi portavano abiti succinti, nè altra calzatura che i sandali; in guerra, eran coperti fino ai ginocchi da pelli ferine. S'erano stabiliti al settentrione dell'Italia, e quivi attendevano a sottrarne le città al dominio degli imperatori d'Oriente; aveano in rispetto il re, come capo militare che guidava i compagni alla conquista. Il più fiero e valoroso di questi re fu Luitprando, Bavaro di nazione, il quale, vedendo i popoli d'Italia inaspriti contro Leone Isaurico per la sua persecuzione alle immagini, approfittando del mal contento di quelli, e del discredito in cui caduta era l'autorità dell'esarcato, muove contro Ravenna, e se ne impadronisce, insieme con tutte le altre città della Pentapoli[99].

A volersi fare un giusto concetto del dominio de' Longobardi in Italia, scorrer si vuole le triste città che fronteggiano l'Adriatico da Rimini sino ad Ancona, e veder le ruine di Ravenna, e la silenziosa Pavia[100]. Miravan essi all'assoluta sovranità di tutta la penisola, e a quest'effetto Luitprando combatte contro gl'imperatori greci, contro gli esarchi, contro i papi; egli è destro in politica al par che intrepido capitano, ed al governo suo si riferisce la caduta della sovranità greca in Italia; nè gli sarebbe manco riuscito di domar materialmente il papato, se i Franchi non fosser venuti indi appresso in aiuto dei pontefici. I duchi o esarchi di Ravenna, delegati che erano dell'impero greco, furono stritolati dai Longobardi, a cui la sorte serbava la signoria delle città sull'Adriatico, fino al grande impero di Carlomagno.

In Italia eran pure i duchi del Friuli, che precedon d'oltre a un secolo la costituzione dell'impero carolingico, e i cui nomi ritraggono dell'origin loro germanica e dell'affinità loro co' Longobardi; sono una stessa famiglia, e vi si trovano gli Astolfi e gli Anselmi, tipi della razza longobarda. Il medesimo è da dirsi dei duchi di Spoleti che governavano la Toscana e l'Umbria, vassallaggi del reame de' Longobardi, i quali furono i primi a posar sopra solide fondamenta il sistema feudale. Da questo deriva pure il gran feudo di Benevento, che originariamente instituito dai Greci, cadde nella famiglia dei duchi del Friuli, per quindi confondersi nella corona di ferro che in Monza cingevano i re longobardi. Il Friuli, Spoleti e Benevento furono i tre maggior cerchi di questa corona, e in quest'origine e con questo privilegio di feudi imperiali durarono anche sotto i Carolingi.

I Bulgari, di origine scitica, ebbero fin dal tempo che si stabilirono sul Danubio lor principi o re, con nomi di sarmatica desinenza, se non che Anna Comnena, vana pur sempre delle memorie sue, parlando nel duodecimo secolo del fondatore di quella barbarica monarchia, gli presta il nome greco di Mocro; ma troppo evidente è nella dinastia di quei popoli la schiatta tartara. Tarbaglo, da cui principia la serie dei re Bulgari nel secolo ottavo, avendo aiutato Giustiniano II a racquistare Costantinopoli, gli dimandò che cosa gli avrebbe dato in ricompensa. «Quel che più vuoi,» gli rispose l'imperatore; e Tarbaglo allora, gittato in terra il suo amplissimo scudo e lo scudiscio che adoperava a stimolare il cavallo. «Riempi, gli disse, questo spazio di monete d'oro;» indi alzata la picca volle che tutto intorno fosse ripieno di seriche stoffe, fino alla punta, e ognun de' suoi Bulgari ebbe la man destra colma di monete d'oro e la sinistra di monete d'argento. Un fiero uomo era cotesto Tarbaglo, ed anzichè rassegnarsi ad esser vassallo dell'impero, volle esserne il protettore; ma pur sì fatta era la potenza delle arti e della civiltà, che i Barbari, benchè vittoriosi, non si appressavano altrimenti che rispettosi alle rive del Bosforo, e ancor non si ardivano di stender la mano alla splendida città di Costantino, tanto ancor da lontano raggiava il suo lume.

Ma ben sorgevano maggiori nemici all'impero sulle rive asiatiche del Bosforo, dove il califfato, che riconosceva l'origin sua da Maometto, univa insieme, sotto la sua spada, la podestà civile e la religiosa. Aveano i successori di Maometto, nel secolo ottavo, compiuta con gloriosa perseveranza l'opera sua, e quel periodo ha principio col famoso califfato di Valido, sotto il cui regno vediam soggiogata la Galazia, terminata dai Musulmani la conquista dell'Affrica, ed i Berberi fuggire atterriti per le mobili arene del deserto. Su quegli scogli che prospettan di rincontro la penisola ispanica, sorge intanto un impero, sotto Musa governatore dell'Affrica, tremendo conquistatore che traripa da tutte le parti, «somigliante, come dice un poeta arabo, all'onde del Mediterraneo, che si precipitan come figlie nelle braccia del padre, per lo stretto verso l'Oceano». Tarifo discende indi in Ispagna, e in quindici mesi le infiacchite popolazioni dei Visigoti s'inchinano sotto la spada del luogotenente del Califfo. Valido fu un de' più ardenti settatori, ed a lui debbono le moschee di Damasco il loro splendore. Costui non volle saper nè di lingua nè di architettura greca, ma edificò suoi minareti, d'onde i Musulmani, al triplice e monotono grido del Moezzino, venivano invitati alla preghiera. A Valido succedè Solimano, il quale inaugura il suo regno, col far da un'armata di mille e ottocento vele assediare Costantinopoli; ma i Greci, esperti marinai, a somiglianza de' loro maggiori, ardono, col fuoco greco quelle navi, e Solimano muor di crepacuore alla trista novella. Omaro e Iezzido, furono anch'essi ardenti nella fede come Valido, e la barbara avversion loro alle immagini, gli spinse a ordinar di distruggere i dipinti nelle chiese ed i bei mosaici sopra le pareti, a simiglianza di quanto operato aveano i Greci iconoclasti. Perdite irreparabili per le arti!

Il califfato scese in basso nel secolo ottavo, e gli Ommiadi furono oscurati dagli Abbassidi, i quali ebbero per secondo loro califfo Abu-Giafar o Almanzorre. Formarono gli Ommiadi una monarchia independente in Affrica, prima, poscia in Ispagna dove fondarono il regno di Cordova. Almanzorre edificò Bagdad, la città degli aromi, delle rose e del pesco, di che indi le crociate regalaron l'Europa; Bagdad fatta residenza dei califfi, nemici eterni dell'impero greco, e per legge di religione, signori assolati d'ogni cosa che portasse nome musulmano; ma come suol sempre avvenire colà dove la conquista allarga il dominio suo, i luogotenenti del califfo, ambiscono l'independenza sovrana, quale in Affrica e quale in Ispagna. Le maggiori invasioni dei Saracini avvennero nel secolo ottavo, e li vediam nelle Gallie, attraverso de' Pirenei, nella Provenza, nel Delfinato, dappertutto; inondano essi città e regioni, e si mostran con l'erranti orde loro fino alla Loira, distruggendo monasteri, città, con tutti gli avanzi dell'antico incivilimento. Ma non precediamo i tempi di Carlo Martello, in cui essi verranno ad occupare il luogo loro nella nostra cronaca de' secoli andati.

Quest'è il tempo che i popoli continuamente si muovono al settentrione ed al mezzogiorno del mondo; il tempo delle invasioni! Per ogni dove sorgono capi, a cui gli Orientali danno il nome di emiri, e le nazioni scandinave e i Sassoni quello di heretog ed herskonoung, a significar coloro che li conducono alla battaglia, chè niuno qui intender dee la dignità regale nel suo senso monarchico, altro in questo caso la parola rex non significando che condottier d'uomini, e capo di squadre vittoriose, e alcuna volta pare capitan de' pirati[101]. Negli annali del Nord, ogni uomo che guidi una spedizione, ha qualità di rex, di governatore, come specialmente si vede al tempo che i Normanni traboccarono nelle Gallie, dove un semplice capo che guidasse poche barche luogo i fiumi della Loira o della Senna, a saccheggiar le città e i monasteri avea titolo di rex, e ad ottenerlo gli bastava brandire in alto l'asta, o agitare vigorosamente la chiaverina. Chi studii bene addentro la storia dell'ettarchia vedrà che tra i Sassoni principalmente tutti questi reami altro non erano che scompartimenti territoriali, i quali si vennero, coll'andar del tempo, trasformando in contadi. L'ottavo secolo è tempo di sminuzzamento, e dall'unità papale in fuori non ci ha che smembranamento di terra e di potere, ed eccone il perchè. A concepire alcuna idea di universalità è mestieri d'una certa potenza d'intelletto, d'una gran forza di volere, d'una tal quale vastità di mente; ora i Barbari nulla posseggon di tutto questo; ei posson sì applicar l'animo a grandi conquiste, ma poi che le abbian compiute, le trinciano in coregge come la pelle del bue, nè l'autorità fra loro resta intera mai sotto una sola mano. Tutto dividono in tribù e famiglie, patrimonio la terra, e quando i figli sono parecchi, lo dividono come una eredità, e tagliano in brandelli. Poi viene una mente sovrana, che, come Carlomagno, raggruppa tutti questi ritagli, e passa rapidamente, e l'opera torna in brani, e ricade nel caos; chè una civiltà non dura se non colle condizioni che a lei si addicono, e quando si vuole anticiparla, essa torna da sè medesima ad allogarsi nella sua vita naturale, foss'anco barbara: è meteora che illumina un istante per quindi ceder tosto il campo alle tenebre vincitrici.

Al principiar dell'ottavo secolo, la schiatta merovingia non esiste oramai più che di nome: Dagoberto è l'ultimo di quei re che splenda di vivo lume tra i figli criniti di Meroveo. Dopo di lui nuove spartigioni; vi sono re d'Austrasia, di Neustria, di Borgogna o di Aquitania: nulla di fermo, tutto fiacco e instabile sotto i Clotarii, i Childerichi ed i Terigi o Teoderici, finchè questa schiatta si spegne interamente assorbita da una nuova dignità di cui è cosa essenziale ben diffinire l'origine, a stabilire le condizioni dell'esaltazione dei Carolingi.

E' non si pose mente troppo, come pur dovevasi, a tutte le cose che i popoli barbari tolsero dalle instituzioni e dai formolarii di Roma e di Bisanzio. Una civiltà, quando fu luminosa, non cessa di gittar qua e là qualche raggio anche nei giorni del suo decadimento e precipizio, e però vediamo i re franchi, Clodoveo per primo, sollecitare il titol di consolo, e chieder la porpora e gli onori di Costantinopoli. Fra le dignità dell'impero una ce n'avea, la prima di tutte, secondo che dice il formolario porporato, ed era quella di gran maggiordomo o maestro del palazzo, il curopalata[102], cui era commessa la condotta delle milizie e il governo delle guardie imperiali; dignità di amplissimi poteri, e in cui stava il reggimento assoluto dell'impero. I maggiordomi, o, come noi diremo, i prefetti del palazzo, appo i Franchi non derivarono altrimenti da alcuna istituzione germanica, che in mezzo a quei popoli boreali era capo chi era forte, e re chi sapea maneggiar da prode la chiaverina, nè v'ha cosa che lasci supporre in quelle antiche foreste l'instituzione di un re scioperato, che fu una degenerazione della podestà nelle terre conquistate. La dignità dunque di prefetto del palazzo fu tolta dai formolari degli imperatori di Bisanzio[103], e fatta essa pure, fra i conquistatori, di diritto ereditario; però che i Franchi, popoli bellicosi com'erano, non poterono assoggettarsi al medesimo reggimento degli effeminati Greci; e ben poteano gli imperatori di Bisanzio chiudersi nei loro palagi, con gli eunuchi e con le donne loro, cerchiate d'aureo collare la gola, ma i Franchi erano uomini da spezzar lo scettro in mano ai fiacchi, e i prefetti del palazzo andavano levandosi sul trono dei Merovingi, in tempi che la forza e la podestà materiale creavano il diritto, e il confermavano. Solo ai Greci era lecito patire un principe effeminato; a popoli vigorosi voleasi una podestà vigorosa.

L'origine dei maggiordomi o prefetti del palazzo discende quasi dal primo stabilimento dei re franchi, e li troviamo nel sesto secolo, chè quando Dagoberto tutto raccolse in man sua l'impero dei Franchi, ebbe anch'egli a sua dipendenza un prefetto del palazzo. Se non che, appunto perchè sotto Dagoberto il governo del re durava grande e forte, i prefetti del palazzo non furono se non un'imitazione dei grandi uffiziali domestici di cui parla il codice teodosiano e il giustinianeo. L'istoria di costoro, assai confusa com'è, si mesce ai rivolgimenti delle corti di Neustria e d'Austrasia; li vediam condurre i Franchi alla guerra; li vediam contender fra loro: esser uomini forti e animosi, portar nomi tutti d'origine germanica, come son quelli di Grimoaldo, d'Ebroino, di Martino o Martello, che si leggono nel lungo catalogo di siffatti uffiziali; dar timore alla infiacchita sovranità; fare e proclamare i re. La storia di costoro viene spesso a intrecciarsi nelle leggende dei Santi; vivono alla corte e in campo, e le cronache aman piuttosto di scrivere i loro annali che non quelli dei re scioperati[104].

La prima vita un po' chiara, un po' esatta che negli annali della prima schiatta si abbia di questi prefetti palatini si è quella di Pipino il Vecchio, detto anche di Landen, prefetto del Regno d'Austrasia sotto Dagoberto. La storia sua meglio descritta l'abbiamo in una leggenda, però che egli fu in onore di santo, ne fu altrimenti di que' Barbari che spogliavano i monasteri, chè anzi li protesse e ricolmò di doni. Ebb'egli l'autorità in comune con Arnoldo vescovo di Metz, e con Cuniberto vescovo di Colonia. Sotto Dagoberto, re guerriero com'egli era, i prefetti del palazzo altro non furono che semplici ministri.

Pipino il Vecchio ebbe a successor nella sua prefettura d'Austrasia Pipino il Grosso o d'Eristal, suo nipote di figlio, ma solo per madre: la progenie sua veniva dall'Austrasia, ed ei dovette il soprannome di Eristal ad un piccol villaggio della Belgica dov'era nato. Formavano gli Austrasii la parte germanica più fiera ed indomita del regno dei Franchi, e aveano conservato la prodezza e il vigore della prisca origine loro. Alla morte di Dagoberto, elessero eglino a governarli, col grado di duca, Pipino d'Eristal e Martino o Martello, che non vuol esser confuso con Carlo Martello. Amendue questi prefetti palatini portarono le loro armi in Neustria, dove Martino periva in battaglia, intantochè Ebroino, prefetto di quel regno, veniva ucciso con una mazzata, e Terigi o Teoderico, re di Neustria, vinto anch'esso, era forzato a prender Pipino per suo prefetto. Distinzione curiosa! Pipino d'Eristal, non è sol prefetto, ma duca e signore d'Austrasia, cioè condottiero d'uomini; invade la Neustria co' suoi Germani, da lui guidati alla guerra da vero conquistatore, s'impadronisce per forza della prefettura palatina, ma punto cozzar non vuole co' pregiudizi della razza de' Franchi neustri e borgognoni che vogliono la dignità reale ereditaria nella famiglia di Clodoveo, e rispetta questo principio, chè ei ben si ricorda come suo zio Grimoaldo, prefetto anch'ei del palazzo, avendo voluto innalzar per usurpazione un de' figli suoi sul trono de' Merovei, i popoli non vollero mai riconoscerlo. Pipino d'Eristal è un uom di fermo pensare, ei governa i Franchi come duca d'Austrasia e insieme come prefetto palatino di Borgogna e di Neustria[105], e tanto bastar gli dee. V'ha un momento in cui egli si attenta d'impossessarsi della dignità regale, di por la mano sul diadema, ma invano, chè infruttuosi riescono tutti questi suoi tentativi, però che i Franchi hanno, come tutti i popoli barbari, una certa fedeltà alla famiglia che possiede la podestà sovrana, e la eredità è inerente ad essa, tal come appunto ella si trova in Oriente nei Califfi; ed è una massima tolta dalle sacre tradizioni del tempio d'Israele; l'eredità contrassegna del suo sigillo le più bambinesche del pari che le più deboli fronti.

Molto vi fu da combattere innanzi che la schiatta carolina, tutta germanica com'ell'era, venisse con grado regio a piantarsi nella Neustria e nella Borgogna, e ancor continua il conflitto del principio ereditario colla forza materiale, che risiede nella famiglia dei Pipini; i quali già son duchi d'Austrasia, ma per diventar re dei Franchi hanno ancor molti servigi a prestare, e bisogno d'uno spossamento morale nella dinastia di Meroveo. L'usurpamento dei Carolingi fu come un'irruzione della schiatta germanica in mezzo ai Franchi dell'Austrasia e della Borgogna; i duchi germanici divennero i re di Parigi e dei Borgognoni; punto istorico questo che anch'esso prepara ed avvia la grand'opera di Carlomagno.

CAPITOLO V. CARLO MARTELLO.

Origine e nascita di Carlo Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. — Prefetture dl Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo canto dell'Epopea di Garino il Loreno.

715 — 741.

Pipino d'Eristal avea da poco compiuta l'occupazione della Neustria e dell'Aquitania, con l'aiuto delle fiere genti d'Austrasia, che ei conducea come capo. Gli antichi Franchi s'erano effeminati nelle città del mezzo e australi della Gallia; essi più non erano i guerrieri del Reno e della Mosa, e fatti troppo Romani, avean tralignato dagli antichi loro marziali costumi sotto l'influenza della più benigna civiltà dei vescovi, dei cherici e dei Galli. Pipino d'Eristal, come venuto dalla Svevia e dalla Turingia, assicurò il primato agli usi e costumi germanici, e come duca d'Austrasia e prefetto palatino di tutta la nazione dei Franchi, fece che essi accettassero a re loro tre giovani della schiatta di Meroveo, che furono: Clodoveo III, Childeberto III e Dagoberto III.

Nella vita, sua benchè tanto agitata, Pipino d'Eristallo si tenea ne' suoi palagi più donne, invano i vescovi opponendosi a questa consuetudine dei prischi tempi della Germania; i re e i duchi austrasii aveano mogli, concubine e compagne e schiave ch'ei cambiavano e ripudiavano a grado loro. Due figli, Drogone e Grimoaldo, gli avea partoriti Pletrude, una di queste mogli, e due Alpaide, un'altra concubina o sposa sua, il primo de' quali ebbe nome Carlo o Karl, usato nella schiatta d'Austrasia; il quale allevato presso il padre, fu, da pargoletto, il più careggiato dal padre, perchè avea la madre bella, ed egli era l'ultimo. San Lamberto, vescovo di Maestricht, denunziò l'unione di Pipino e d'Alpaide per un adulterio e un incesto: ma la cristiana sua voce non ebbe ascolto, e colei continuò ad essere amata e accarezzata come prima, e Odone, conte austrasio, fratello della donna oltraggiata, trafisse d'una stoccata, dentro al medesimo santuario, il pio san Lamberto, e il lasciò morto sulle soglie della cattedrale. Drogone e Grimoaldo morirono prima di Pipino, lasciando alcuni figliuoli in età tenerissima ancora, che per diritto ereditario chiamar si vollero al governo degli Austrasii, dei Neustri e dei Borgognoni; cosa contro la consuetudine, però che i prefetti del palazzo dovean essere robusti ed atti a condur la gente d'armi; nè era possibile che una intrepida generazione, come i Franchi erano, patisse re senza forza e prefetti del palazzo fanciulli. A condurre pertanto a fine il disegno suo, che quello era di dar que' duchi ai Franchi sotto la tutela d'una donna, Pletrude fece chiuder Carlo in una delle torri di Colonia, come figlio d'una concubina.

Ma Carlo non rimase colà entro a lungo imprigionato, che fuggitone anzi per zelo dei fedeli di Pipino d'Austrasia, i quali il riconobbero, assunse il titolo di duca d'Austrasia, e per tale in breve il gridarono i Franchi, simile com'egli era in tutto a Pipino d'Eristallo suo padre. Fatto di questo modo capo militare d'Austrasia, Carlo chiuse in un monastero la tracotante donna, che avea voluto costituirsi reggente, e partì i tesori fra la gente d'armi. Ecco dunque Carlo duca d'Austrasia; intanto i Neustri, che pur non volevano per prefetto un fanciullo, si eleggevano a capo Ranfredi, e questi e Carlo, uom d'armi l'uno; e uom d'armi l'altro, rompevan guerra fra loro. Ranfredi, con l'aiuto dei Frisoni, nazione in gara cogli Austrasii, assalì gagliardamente Carlo, a cui sulle prime toccò una sconfitta; ma indi tosto ritornò a battaglia e i germanici suoi Franchi fecer macello dei Neustri e dei Frisoni. Si trattò della pace, e Carlo diceva a Ranfredi: «Lasciami le terre d'Austrasia, tienti la Neustria, e sarà tregua fra noi». Ma Ranfredi, parlando a nome di Chilperico, un de' Merovei, volea tutto governare, e ricusava i patti. Ad un re dunque si volea contrapporre un altro re, che tale era l'uso dei Franchi, onde Carlo prende anch'egli un Meroveo, facendolo re sotto il nome di Clotario, e fatto questo, muove co' suoi guerrieri di razza germanica, viene a giornata co' Neustri a Vincy e gli sbaraglia, si diffila verso Reims, trova nel piano le genti della Neustria congiunte con quelle dell'Aquitania, viene con esse a campal battaglia, e pel valore delle sue nordiche schiere, meno effeminate, meno use alle mollezze della vita, riporta un'altra luminosa vittoria[106].

Ecco adunque Carlo signore al par di Pipino dei due reami d'Austrasia e di Neustria, qui come duca, colà come prefetto del palazzo. Muore indi Clotario, da lui fatto re, ed egli, da destro politico, profferisce ai due popoli di governarli, come già Pipino suo padre sotto la semplice autorità di prefetto, lasciando re dei Franchi Chilperico innalzato al trono dei Neustri. Il vinto Ranfredi accetta queste condizioni, diventa duca d'Angiò, rinunzia alla prefettura del palazzo, e Carlo governa insieme la Neustria e l'Austrasia, intento più che mai a difendersi contro tutti i nemici, che non son pochi, della signoria franca nelle Gallie. Di quivi ha principio la faticosa e militar sua vita per la difesa della nazione; i popoli ostili ai Franchi sono numerosissimi; gl'indomiti Sassoni assaltano le Gallie dalla parte della Belgica, e Carlo, accorsovi co' suoi, costringe i Barbari a rientrar nelle loro terre dell'Elba e della Frisia. Cinque volte i Sassoni tornano al Reno, e altrettante Carlo Martello spinge addosso di loro i Franchi dell'Austrasia e della Neustria. Le cronache raccontano pur le sue guerre d'Aquitania, e il vediamo or sull'Elba, or sulla Loira, or sul Reno, or sul Rodano; egli è il più perfetto prototipo che sia dei guerrieri franchi, razza vagabonda ch'ei sono: la vita cittadina lo annoia, egli non istà bene se non fra guerre e spedizioni lontane. Queste qualità degne d'un prefetto del palazzo, gli giovano a meglio conservar l'autorità sua sopra i Franchi, popolo che non abitava se non di mala voglia le città, come s'egli si trovasse soffocato nel cerchio delle mura e sotto il peso delle torri e delle rocche; egli ha bisogno delle antiche selve e delle spaziose campagne come i suoi maggiori.

Ma il nome di Carlo sta per risuonare assai più famoso; le invasioni dei Saracini venuti d'Africa e di Spagna, minacciano il centro delle Gallie; non contenti di correre il Mezzodì, muovono ora contro il Settentrione. La razza dei Goti in Ispagna è già caduta sotto quei rapidi conquistatori; salvo alcuni antichi cristiani rintanati nei monti delle Asturie e i conti di Castiglia, i popoli ispani, ubbidiscono ai luogotenenti dei califfi: Cordova e Siviglia son fatte sedi degli Emiri mandati dal Commandator dei credenti ad occupar le terre degl'infedeli. Già da quindici anni i Saracini aveano varcato i Pirenei, ed ahi! con quante stragi e ruine a danno de' cristiani! Che strazio legger nelle leggende e ne' cartolari delle badie, i guasti e disertamenti che patirono le città di Arli e di Nimes con quelle inesorabili bande sempre sul collo. Qui basiliche distrutte, colà reliquiari saccheggiati; le città della Linguadoca, pur dianzi sì splendide, i municipii, in fratellanza con Roma, in preda ora ad ogni sorta di desolazioni!

La prima regolare invasione de' Mori nelle Gallie fu condotta da un emiro di nome Musa. «Il vento dell'islamismo, dice una cronaca araba, cominciò a soffiar contro tutti i cristiani». Il Rodano udì sulle sue sponde i nitriti dei cavalli d'Affrica e di Spagna, e in queste ardimentose spedizioni i Saracini erano aiutati dalla fiacchezza e dalla discordia dei cristiani, e sì pure dalla tradigione degli Ebrei, numerosissimi allora nelle città delle Gallie meridionali, i quali avendo familiare la lingua araba e la siriaca, se la intendevano co' figli dell'Oriente, del cui passaggio si veggono ancor vestigia a Vienna, a Lione, a Macone, e fino a Chalons alla Saona. Gli annali pur di Digione narrano i guasti di costoro nel reame di Borgogna; se non che talvolta le cronache, non contemporanee, confondono le invasioni degli Ungri, razza di Vandali, che vennero al nono e al decimo secolo, con quelle dei Saracini del secolo ottavo. I settatori del profeta, popolo di ardente immaginazione, aveano ideato un ampio disegno di conquista, simile a quelli che Maometto immaginar sapea nell'ambiziosa sua mente. Gli eserciti arabi doveano impadronirsi, a così dir, di carriera, come i cavalieri del deserto, del regno de' Franchi (l'Austrasia e la Neustria); doveano fare alto un istante sul Reno, indi passar per mezzo le terre dell'Alemagna, calar sull'Italia e sulla Grecia, sì da convertire il Mediterraneo in un lago infeudato alla razza del Profeta.

Questo disegno a meraviglia concordava coi modi delle ampie conquiste che gli Arabi, errando, aveano già compiute in Africa e nella Spagna. Movendo essi dalla Siria, aveano costretto l'Egitto a sottomettersi al loro dominio, rincacciato i Berberi dell'Africa fin dentro alle ardenti sabbie del deserto, e nulla valse ad arrestar questo torrente devastatore. Padroni che furon dell'Africa, avevano in men di due anni soggettata la Spagna; i Goti ubbidivano oramai alle leggi loro, ed ora agognavano l'Italia e la Grecia, per prender Costantinopoli da tergo. Ancor durano nelle arabe geografie le tracce di questa sterminata mossa dei Saracini, i quali nell'irrompere con tutte le forze loro, congiunger sapevano in battaglia l'astuzia col valore. Alla intimazione della guerra sacra, tutti salivano a cavallo, però che il comando del Profeta era legge pe' Musulmani; si servivan delle genti de' paesi conquistati per ingrossar vie più le loro masse, gli emiri, come ausiliari della conquista, conducevano innumerabili torme di Berberi affricani, che formavano l'agile ed intrepida loro cavalleria, e seco avevan pure gli Ebrei, prontissimi sempre nelle città meridionali al tradire. Se si dee prestar fede alle cronache, costoro tenean pratiche co' nemici de' Franchi, sol per odio contro i cristiani, cui avrebber voluto dare in mano ai nemici, a quella guisa che fece Giuda con Cristo; infatti, quasi tutte le città della Gotia furon vendute dagli Ebrei. Questi innumerabili eserciti de' Saracini traevano seco donne; fanciulli, tutto che era necessario a fondar colonie, con disegno di stabilirsi nel mezzo dell'Europa, e rinforzar l'islamismo con migliaia e migliaia di settatori. Era tempo di continuo conflitto tra razza e razza, tra dominio e dominio, tra credenza e credenza. La vittoria stava per decidere chi avrebbe occupata questa terra, quali sarebbero i vincitori e quali i vinti.

Eudi, duca d'Aquitania, fu il primo dei capi di guerra ad opporsi alla rapida irruzione dei Saracini, ed è debito di restituirgli una parte della gloria che i posteri serbaron solo a Carlo Martello. I Saracini aveano sotto l'emiro Alsama, fatta la città di Narbona, situata presso il mare fra i Pirenei e l'Aquitania, principal sede del dominio loro, donde masse d'infedeli si spandevano nella Settimania, e venivano ad assediare Tolosa, sì che Eudi della razza dei Franchi, ed, al dir d'alcuni, uscito dai medesimi Merovei, chiamate all'armi le popolazioni meridionali, intanto che i Saracini stringevan d'assedio Tolosa, piombò sui loro alloggiamenti, li ruppe e costrinse a ritirarsi disordinatamente ne' Pirenei verso Narbona. L'emiro Alsama fece mostra di gran valore, e nel combattere andava ripetendo quel verso del Corano: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» ma fu atterrato da una forte lanciata per un de' guerrieri aquitani; e dopo di lui Abd-Alrahman, dalle antiche cronache, chiamato Abderamo, assunse il comando dei pochi avanzi di que' Saracini.

La vittoria del conte Eudi, e ne fe' relazione al papa, fu siffattamente risolutiva, che da quel giorno in poi i Saracini più non si mostrano che in alcune isolate spedizioni, in opera piuttosto di genti da saccheggio che di schiere ed eserciti formati. Seguir tu puoi le orme loro nelle triste lamentazioni dei monasteri, pei guasti che facevano all'arche coperte d'oro e per le taglie che imponevano a tutte le badie dell'Aquitania. Indi a qualche anno Ambiza, governator della Spagna pel Califfo, deliberossi di varcare i Pirenei con un formidabile esercito tutto coperto d'armi forbite, e preceduto da un nugolo di Berberi. Tenne costui non tanto il modo della violenta conquista, quanto quello d'impor tributi ai vinti, come già erasi fatto in Ispagna, onde la maggior parte delle città di Linguadoca ricomperavansi con danari, per saziare l'avidità d'Ambiza, il quale mandava monti d'oro a Siviglia e Cordova, finchè fu morto in una delle sue spedizioni. Alla morte di costui i Saracini tornarono ai loro saccheggi, poi si fe' una mescolanza di popoli, ed Eudi stesso, vincitore testè dei Saracini, acconsentì a una lega di popoli e di famiglie. Munuza, emiro pieno di tolleranza, avea nelle sue spedizioni contro l'Aquitania, rapita la propria figlia d'Eudi, nomata Lampegia, di maschia bellezza, e innamoratosi di lei, la faceva sua sposa, benchè cristiana. Il duca e l'emiro si congiunser così d'interessi e di famiglia, simbolo dell'unione sempre naturale fra le razze conquistatrici e le conquistate, come già era avvenuto in Ispagna fra i Saracini e i Visigoti, e nelle Gallie tra i Franchi e i Romani, chè un'antica società, non è mai al tutto neppur da violenta conquista, disfatta, ma sempre seguon transazioni da sè fra le razze. I ferventi Saracini e i cristiani, divoti al culto della chiesa[107], non ammiser questa unione dei culti e dell'anime, e Munuza fu riprovato, pel suo procedere, nelle meschite di Cordova e di Siviglia, e accusato come spergiuro, intantochè il conte Eudi, dall'altra parte, veniva per suo peggio scomunicato.

In questo mezzo Abderamo fece gridar la guerra santa nelle città d'Africa e di Spagna, e in breve infinite torme di Saracini varcaron di nuovo i Pirenei, disordinatamente e confusamente, a guisa di tutte l'altre spedizioni in massa, seco traendo donne, fanciulli, bottino, e armenti, affine di stabilirsi come pastori nelle terre conquistate. Abderamo distrusse indi il dominio di Munuza al di là dei Pirenei, il tolse di seggio, come traditor della legge, e fattagli troncar la testa, la mandava a Damasco, intantochè Lampegia, sua giovine sposa, veniva posta in mano delle donzelle di Cordova, e serbata pel serraglio del califfo. Dall'alto dei monti i Saracini si sparsero poscia per tutta la Settimania; videro Arli e Bordò che s'inchinaron dinanzi ad essi; pigliaron indi la via della Loira, senza che nulla resister potesse all'impeto loro. Un conte di Poitiers, che solo ardì d'opporsi all'invasione, fu preso e decollato, e i topazi e smeraldi del suo tesoro furono, in un co' reliquiari delle sue chiese, mandati a Damasco. «Abderamo, dice uno storico arabo, fu come una tempesta che tutto abbatte, e una spada a due tagli».

Il conte Eudi d'Aquitania, impotente a resistere a questa piena di armi, venne a Carlo duca d'Austrasia, prefetto del palazzo, appo i Franchi che teneva la plenaria sua corte a Colonia. La Neustria era minacciata; dopo la Loira, sarebbe assalito l'impero dei Franchi; se terribil era la guerra dei Sassoni a settentrione, tale non meno era quella dei Saracini a mezzogiorno, onde Carlo movea intorno il grido d'una spedizione in Aquitania, e alla voce sua sì nota alle razze dell'Austrasia, tosto si raccoglievan le genti dalla robusta complessione, dalla ferrea armatura e dalla pesante mazza, del Danubio, dell'Elba, del Reno, della Senna e dell'Oceano; ed egli le conduceva, passando per Parigi e per Orleans, sulla Loira, però che i Saracini si avanzavano verso Tours, sapendo che in questa città chiudevasi un ricco bottino di vasi d'oro e di serici ornamenti, di che decorar volevano le loro moschee. Abderamo tuttavia stette alquanto fra due, timoroso per l'esito della battaglia alla vista del lusso che spiegavano le sue genti, e della mollezza e indisciplina che s'erano introdotte fra loro. Essi non eran più i Saracini conquistatori della Spagna, ma confuse masse e un tramestío di Berberi, d'Arabi, d'Ebrei, e tutti aveano a combattere contro gli uomini pronti e nerbuti del Reno e della Mosa, non già più contro i molli Aquitanti pacifici abitatori delle romane città di Nimes, Arli, Tolosa e Narbona.

Qual fu il campo di battaglia in cui fu risolto il conflitto fra i cristiani della razza germanica, e i Saracini snervati nei serragli di Cordova e Siviglia, sotto il sole di Spagna? Gli Arabi lo pongono nelle vicinanze di Tours; i cartolari de' monasteri lo additano a Poitiers, in una vasta pianura non lunge dalle porte di questa città, nè si sa a qual credere di queste due tradizioni, se non che forse la battaglia cominciò a Tours, e terminò a Poitiers, a simiglianza di quegli altri lunghi conflitti, di cui anche la storia moderna fu spettatrice, che si stendono per uno spazio di più leghe, e comprendono più d'un campo di battaglia. I Saracini furono per impeto improvviso cacciati dai sobborghi di Tours, indi Carlo passò la Loira, spiegò le schiere sue, sempre vittoriose sulla Vienna, e Poitiers divenne ampia tomba degl'infedeli. Questa giornata, che seguì nel mese d'ottobre, fu notabile per la fermezza in essa dimostrata dalle nazioni settentrionali, che al dire d'Isidoro di Beja, cronista che spesso ha molto del poeta, resisterono ferme come muri all'impeto nemico, e stettero serrate come cerchio di ghiaccio. Quantunque i Saracini traessero una numerosa cavalleria leggera, composta d'Arabi e di Berberi, che andavano da diritta e da manca volteggiando, pur non fu mai ch'eglino smuover potessero i saldi Austrasiani. «Queste nordiche genti, prosegue Isidoro di Beja, combattevano gagliardamente, e la spada degli Arabi spuntavasi contro ai petti loro».

La battaglia durò più giorni facendo i Saracini impeto da destra e da sinistra senza frutto, e le genti della razza germanica sempre avanzando ferme nelle loro ordinanze e senza lasciare fra esse vacuo veruno. Un'ardita diversione fe' risolvere la vittoria, e fu che mentre i Saracini respinti da Carlo Martello, vacillavano, Eudi, cogli Aquitani, gli assaltò di fianco, e si impadronì del campo loro e della tenda dell'emiro, improvviso assalto che li pose in gran confusione. Abderamo intanto, veduto il pericolo, avventava i suoi cavalli berberi sugli Aquitani, ma passato d'una freccia scagliata da man vigorosa cadeva spento sul campo; Carlo vede il momento decisivo, muove innanzi con impeto; le schiere degli infedeli sono disordinate, e ben tosto messe tutte a sangue e a macello. Ottenuta la vittoria esso Carlo si fece a distribuire il bottino fra' suoi soldati, come era l'uso; nè oltrepassò Poitiers, chè quelle meridionali provincie non eran di sua giurisdizione, ed altri nemici avea da respingere a settentrione. Dopo la rotta di Abderamo, fu a Carlo confermato il soprannome di Martello. «Però che, dice la cronaca di san Dionigi, come il martello pesta e rompe il ferro, l'acciaio e ogn'altra sorte di metalli, così egli pestava e rompeva in battaglia tutti que' nemici e quelle stranie nazioni». E per verità il duca de' Franchi aveva menato il martello, poichè il numero dei Saracini uccisi fu infinito, facendolo i cronisti cristiani ascendere a più di centomila; laddove i cronisti arabi, sempre fatalisti, senza maledire alla sorte loro, si contentano di chiamar la funerea campagna dove seguì la battaglia, col nome, di Lastrico dei Martiri.

La razza d'Austrasia serbar seppe così il primato suo militare nella battaglia di Tours e di Poitiers, con poca perdita delle genti germaniche, sì difficile era ferirle sotto quelle loro ben temprate armadure di Svevia, e il nome di Carlo Martello andava alle stelle. L'indole religiosa di questa spedizione lo rendea popolare in tutti i paesi della cristianità; or duca d'Austrasia e prefetto dei Franchi qual era, non poteva egli aspirare alla dignità sovrana? In un campo di Marzo, che fu tenuto a Colonia, egli tastò quindi gli uomini d'arme che lo avean seguito, a vedere se il farebbero re; ma o l'antico nome dei Merovei avesse ancora un tal qual potere sui Franchi, o l'autorità di duca e di prefetto del palazzo fosse indispensabile pel servigio della guerra, Carlo cangiar non potè questo titolo militare nella dignità regia, più religiosa allora e venerata; e tuttavia vi adoperò tutti i modi, il miglior de' quali fu d'acquistarsi i soldati con larghe distribuzioni di bottino e di terre, sola paga che si avessero allora le milizie, come l'uso di quelle schiatte germaniche portava. Carlo aveva anche tratto i suoi Conti alla guerra, or che ricompense darebbe loro? Gli convenne por la mano su' beni de' cherici, o, per meglio dire, porre a campo sulle terre ben coltivate de' vescovi e delle badie i suoi guerrieri, e partirle fra loro, sì che ad un vescovado fu dato questo o quel conte, e un fiero e biondo Austrasio ebbe questa o quella badia. Universale fu il lamento degli uomini da chiesa, ma più poteva la forza materiale, nè v'era modo a resistere a queste armate occupazioni. Molti dei vescovadi toccarono in sorte a' laici e fin alcune badie di femine caddero in mano a guerrieri di razza franca. E' non fu tuttavia, come alcuni supposero, un sistema generale, però che siffatte usurpazioni ebbero lor limiti; ma bene dovendosi rimunerar coloro che aveano fatta la guerra, si rimunerarono spogliando i cherici, ai quali altro non rimase che protestare in faccia al cielo, e invocar Dio, giusto vendicatore delle ingiustizie umane. Essi pertanto composero quella famosa leggenda del dannato, che narra i tormenti dello spogliatore in inferno, quasi dir volessero al popolo, ai Romani, ai Galli, ai coloni dedicati alla coltivazion della terra «Ecco l'uomo ingiusto che v'ha rapito i vostri beni, eccolo dannato nell'altra vita». Qual pegno di sicurtà pe' deboli e indifesi cultori! L'armato Austrasio non poter cacciarli dalla loro terra senza esser colto dalla mano di Dio! Le leggende che ripongono Carlo Martello fra' dannati, eran di questo modo una guarentigia per i poveri coloni, contro la prepotenza e la rapacità degli uomini di guerra.

E nondimeno ancor durano alcuni diplomi di Carlo Martello, come prefetto del palazzo, i quali quasi tutti sono per donazioni a' monasteri e badie. Dota egli di parecchie terre le cattedrali, e per un diploma dato il giorno di Pasqua, san Dionigi, in Francia, riceve un campicello adiacente al monastero; per un altro suo diploma pure, l'apostolo della Germania, san Bonifazio, vien raccomandato ai duchi ed ai conti da per tutto dov'egli porterà la predicazion del Vangelo. Tutto questo creder lascia che tal sistema di spogliamento applicossi principalmente alle badie vacanti ed ai beni fiscali, che Carlo Martello confidava ai Franchi di cui avea bisogno in guerra ed agli uomini che da lui dipendevano, nascondendo suoi fini, che miravano a farsi re, come già tentato aveva anche il padre e predecessor suo nella prefettura del palazzo, Pipino d'Eristal. Dopo la gran sua vittoria sopra i Saracini, egli stimò poter meritarsi la corona, ma il tentativo fu vano ancora, però che la dignità reale a que' tempi avea un qualche cosa di religioso e sacerdotale, ben altramente dalla prefettura del palazzo, ufficio tutto d'armi e di guerra; il più forte e più fermo era duca e prefetto. I cherici ed il popolo facevano i re, i conti; i Franchi e i soldati facevano i prefetti del palazzo, e gli ultimi Merovingi, deboli e cattivi com'erano, furono appunto protetti dall'antedetta indole religiosa della dignità regia. Carlo Martello avea inoltre offeso i vescovi ed i cherici in modo da non si attentare a mettersi definitivamente in luogo de' Merovingi, e però vi rinunziò nell'assemblea del Campo di Marzo; solo che i Franchi non fecero re alcuno, e fuvvi un lungo interregno, durante il quale Carlo Martello governò senza i Merovei sì, ma pure altresì senza corona.

Duca e prefetto del palazzo com'egli era, egli ebbe pratiche, come tutti i Carolingi, con tre grandi potentati al di fuori: i re ed imperatori di Costantinopoli, il papa e i Longobardi. A Bisanzio regnava Leone l'Isaurico, soldato in origine, a pari di Carlo Martello; quel Leone odiator delle immagini, quel barbaro che faceva in pezzi le statue di oro dei santi nelle chiese, e i reliquiari ornati di topazi e di smeraldi. Scrivea costui a Carlo Martello per trarlo nell'eresia degli iconoclasti: ponesse in pezzi le immagini, gli dicea, che n'avrebbe i modi a mantenere i suoi soldati, ed a distribuir loro in contanti l'oro che orna inutilmente le arche benedette. Se non che Carlo non osa pur trattenersi in questo pensiero; usa cautamente co' Greci, ma non vuole inimicarsi i papi, in corrispondenza spirituale, com'ei si trova, con Gregorio III che regna a Roma; il pontefice intanto paventa insieme dei Greci, de' Longobardi e de' Saracini, e già la politica papale ha ricorso all'aiuto de' Carolingi. Le fantasie de' Barbari vogliono essere scosse con oggetti materiali, onde Gregorio invia a Carlo Martello le chiavi di san Pietro[108], ed i ceppi che tennero avvinto l'apostolo nella sua scura prigione, a simboleggiar nei ceppi la suggezion della Santa Sede, e nelle chiavi i modi a liberarla; e invoca a protettor della Chiesa romana quel fiero e prode capitano, cui dà il titolo di esarca, a Carlo Martello decretato dal senato e dal popolo raunati ora, nelle basiliche, come un giorno nel Foro; e tuttavia l'esarcato è un titolo greco. Il papa distrugger volendo la dominazion bisantina in Italia, conferisce l'esarcato al capo de' Franchi, sì lontano dalle cose d'Italia che non può dargli timore.

Sì alto era salita la riputazione di Carlo Martello dopo la vittoria di Tours e di Poitiers, che i Longobardi stessi cercano d'averlo a confederato contro i Saracini, i quali già minacciano le loro mediterranee possessioni. «Orsù vengano i Franchi all'Adriatico, e vi troveranno ricche città che gli aspettano, e fertili campagne, dove pascolar possono liberamente migliaia di cavalli».

Carlo Martello fu dunque il primo ad illustrare i Carolingi, e Pipino con Carlomagno non fecero che continuar l'opera sua co' Papi, co' Longobardi e co' Greci. Ei passò di vita giovine ancora, però che appena era giunto all'anno cinquantesimo dell'età sua, e fu sepolto in terra sagrata. Vennero poi più tardi le leggende intorno alla sua morte ed alla sua dannazione, per esempio a frenar la violenza militare dei condottieri di guerra. «Carlo Martello, scriveva un secolo dopo l'arcivescovo di Rouen, fu dannato in eterno, perchè primo dei re Franchi, che ciò facesse, tolse a' cherici le terre ecclesiastiche, e sant'Eucario, vescovo d'Orleans, che fu rapito alla terra nel secolo scorso, lo vide fra' tormenti nell'inferno, e interrogato il suo angelo, n'ebbe in risposta, averlo Dio dannato all'eterne pene, perchè avea posta la mano su cose consacrate all'amor di Dio, al suo culto divino, ai poveri ed ai servi di Cristo. Di che essendosi sparso il grido, san Bonifazio e Fulrado abate di san Dionigi, visitarono il sepolcro di Carlo Martello, e trovarono in vece del suo corpo un dragone, e tutto guasto di dentro il monumento, come se fosse stato arsicciato dalle fiamme, e noi pure abbiam conosciuto persone, aggiunge il leggendario, che visser fino ai dì nostri, e renderon testimonio nei termini detti di quanto avean veduto e sentito». Or questo fiero simbolo del dragone che riempie un sepolcro vuoto è una lezione che si vuol dare all'ingiustizia e alla violenza altrui, quasi dicesse agli uomini prepotenti del Reno e della Mosa: «Non toccate i beni consacrati a Dio ed ai poveri, altrimenti avrete vuota la sepoltura, e un sozzo serpente divorerà nella fossa della morte le carni vostre».

Carlo Martello ebbe, a somiglianza di Pipino d'Eristallo, più donne. Rotrude (tale si è il nome che le vien dato negli annali) gli partorì Carlomanno e Pipino, che furono allevati, come lui, negli accampamenti; da una seconda moglie di nome Sonnichilde, ebbe un terzo figliuolo chiamato Grifone, e secondo l'uso germanico l'eredità fu tra loro partita nel modo seguente: a Carlomanno toccò l'Austrasia con le terre del Reno e della Mosa, la Neustria a Pipino, amendue col titolo di duca o condottier d'uomini; Grifone, il terzo de' figli, ebbe alcuni contadi in mezzo agli stati de' suoi fratelli. Così finiva la podestà di Carlo Martello, apparecchiando la futura grandezza della schiatta carolina, facendola salire in altissima riputazione, e collocandola al di sopra dei Merovingi. I Saracini erano a que' tempi i nemici implacabili della razza così franca come germanica, e irrompevano a torme dalla Siria, dall'Africa e dalla Spagna in cerca di conquiste; ma Carlo Martello seppe arrestarli a Poitiers, nè i Franchi della Neustria e dell'Austrasia dimenticarono poscia mai quel servigio.

Il nome di Carlo Martello fu indi sì famoso, che menestrelli e trovatori il cantarono a gara, e il vediamo nobilmente celebrato nella prima canzone dell'epopea cavalleresca di Garino il Loreno in cui tutto è confuso come ne' canti eroici[109] del medio evo. I Saracini insiem co' Vandali e cogli Ungheri, tutti que' Barbari, che lasciarono con la conquista le malaugurate orme loro nella società, son ivi posti a fronte di Carlo Martello; che gl'insegue vittorioso, e muore sul campo di battaglia; nè vi si fa caso di date o di fatti. «O antica canzone, vuoi tu ascoltare, dice il trovatore, vuoi tu sapere la grande e meravigliosa istoria, come i Vandali vennero in questo paese, distrussero Reims, e assediarono Parigi?» Carlo Martello si oppose a queste invasioni, e marciò contro gl'infedeli in tempo che i monaci neri di san Benedetto pigliavano per sè terre e mulini, e la gente era povera e i cherici ricchi. E però esso Carlo Martello parte, e va difilato a trovare il papa in Lione, dov'eran più di tremila cherici e ventimila cavalieri, e si gitta ai piedi del santo padre, e gli dice: «Sere apostolo, il mio paese è invaso dal nemico, gli arcivescovi ed i vescovi sono uccisi, e con essi i miei cavalieri». L'apostolo piange a questo discorso, e si consiglia co' suoi cherici. «Voi siete ricchi, e ben potete donare qualcosa per la cristianità». L'arcivescovo di Reims e gli altri prelati, rigettano le istanze del papa, e allora il Loreno Ervigi si alza corrucciato in viso, e dice: «I cherici posseggon tutti i forni e i mulini, e' convien dunque prendere un partito per aver danaro[110]». — «Per san Martino, prorompe l'arcivescovo, che io non ci metterò un quattrino!» L'abate di Cluny risponde invece: «Noi siamo ricchi di buone terre; or bene ognuno ci metta un picciolo almeno del suo». Il papa contristato per tutto questo, si volge a Carlo Martello, e: «Bel figliuolo, gli dice, io concedo a te l'oro e l'argento che sono in man de' cherici, i palafreni, le mule, ed intanto anche le decime, per fin che tu abbia vinto i Saracini». Ed allora il Loreno Ervigi di nuovo prorompe: «E le armature dei cherici ancora». Carlo Martello fa indi ragunar le sue schiere, muove co' suoi Francesi contro i Saracini, e combatte da destra e da manca, come un lupo che si caccia dinanzi le agnelle. Dopo di che confondendo insieme i Vandali co' Saracini, la battaglia di Soissons con quella di Poitiers, il poeta racconta gloriosi e cavallereschi fatti dei Loreni, dei Franchi e dei Borgognoni; Carlo Martello imbrandisce la lancia, i timballi suonano, ed ivi in mezzo a quel gran macello egli è colto da due colpi di spiedo, l'uno al dosso e l'altro al petto; che desolazione fra l'esercito di Francia! «Su corriamo ad aiutar Martello, il re di San Dionigi!» grida il Loreno Ervigi; ed ecco in un subito vendicata la morte di lui, e Marzofio, emiro dei Saracini, di gigantesca statura, atterrato da una lanciata. «Addosso! addosso signori, gridano i Francesi, che il re è morto[111]». E poscia i cavalieri fanno, tutti in pianto, a Carlo Martello di gran funerali.

Questa canzone eroica su Carlo Martello non ha verun carattere di storica verità; tutto v'è insiem confuso, come vediam nella più parte dell'epopee del medio evo: i tempi, i luoghi, i nomi de' personaggi, i quali son fatti vivere e morire in mezzo ad avvenimenti di cui pure non parteciparono. E tuttavia ne risulta una grande verità storica, ed è che il nome di Carlo Martello ancor splendeva luminosissimo tre secoli appresso. Quando Garino il Loreno compose questa canzone, già spenta era la prosapia de' Carolingi, e regnava quella de' Capeti, onde non più motivi di adulazione, e pure ancor durava negli animi la memoria delle grandi cose operate da quella prosapia, e il nome di Carlo Martello fu popolare al par di quello di Pipino e di Carlomagno nei manieri della nobile cavalleria.

CAPITOLO VI. PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE.

Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico. — Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni eroiche. — Berta dal gran piè. — La Berta tedesca. — Guerre d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. — Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione. — Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi. — Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche. — Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino.

741 — 768.

Nella famiglia carolingica regna, del pari che in tutte le schiatte germaniche, la massima del dividere, come una eredità comune, il patrimonio regio. Carlo Martello lasciava, come dicemmo, tre figli, l'uno di nome Carlomanno, duca d'Austrasia, l'altro chiamato Pipino, prefetto di Neustria, e il terzo Grifone, erede di alcune signorie. Nelle quali divisioni regolate dal padre, chi si tenea pregiudicato, facea la guerra, chè tale era il diritto, la forza decidendo della eredità. Grifone uscito d'una figlia della Baviera, diede principio a sanguinose ostilità volendo una porzione più abbondante del paterno retaggio, e raccolti d'intorno a sè non pochi fedeli, assaltò Pipino nella sua bella porzione della Neustria, ma per suo peggio, chè respinto e incalzato fin dentro alla città di Laon, fu preso e chiuso in una torre, nell'oscura foresta delle Ardenne, in balía del fratello.

Se non che Grifone giunge a fuggirsi da quella torre in abito da pellegrino, passa il Reno, e va a cercar rifugio tra i Sassoni, e qui è da sapere che tutti i duchi, i conti, i signori, scontenti della schiatta franca, andavano a cercar asilo in Sassonia, certi d'averlo per le molte ragioni di nimistà ch'ivi erano contro Carlo Martello. Curiosa è la vita di questo Grifone, intorno a cui, come ad uno degli eroi loro, si ravvolgono le leggende cavalleresche. Rifuggitosi da esule in Baviera, ei n'è fatto duca, e que' popoli il sollevan sullo scudo[112] in luogo del figlio dell'antico lor capo Odillone; cacciato, indi per opera di Pipino, dalla Baviera, e rotto il vassallaggio del feudo de' dodici contadi che gli eran dati dal fratello[113], attraversa la Germania, e dimanda per ogni dove soccorso, ma invano, che gli Alemanni non osan difenderlo, ond'egli viene a riparare in Aquitania, l'aprico paese dal viver giocondo, ed ivi s'invaghisce di Lionora, moglie di Vaifro, duca del paese, ed altresì ella piglia a ben volere il fuggitivo, onde il vecchio duca dà in tanto furore di gelosia, che lo caccia, e fa inseguire ed uccidere a tradimento nelle Alpi, mentre vassene a cercar fra i Longobardi un altro rifugio. Così finì un dei figliuoli di Carlo Martello, nè Pipino andò esente dal sospetto di aver aiutato Vaifro in questa vendetta.

Nel durar di questi primi anni Carlomanno e Pipino reggono da padroni la nazione dei Franchi, sotto il titolo l'uno di duca d'Austrasia, l'altro di maestro, o prefetto del palazzo di Neustria, poichè Carlo Martello avea lasciato vacare il trono nella famiglia dei Merovingi, a provare se i Franchi si sarebbon lasciati, senza re, governare dai duchi e dai prefetti. Il nome ch'egli erasi acquistato, gli avea consentito di conservare un siffatto interregno, e un duca suo pari ben valea quanto un re di nascita; ma una simil ragione di riverenza più non reggeva pe' figli suoi Pipino e Carlomanno, giovani amendue, non benemeriti ancora per alcun servigio, e tali che in altrui non movevano nè venerazione nè tema. Laonde i signori dicevano: perchè non creare un principe della casa di Meroveo? Giovine l'uno e giovine l'altro meglio valere un re della stirpe sacrata. Fu quindi convocata, secondo l'antica consuetudine, nel Campo di Marzo, una dieta che avesse ad eleggere il re, e fu recato a questo supremo grado, sotto il nome di Childerico III, un fanciullo nobil rampollo de' Merovingi, quasi ostacolo posto dai Franchi all'ambizione dei prefetti del palazzo. Da quel momento in poi Carlomanno e Pipino posero ogni cura a precipitar questo simulacro di re, ed a diffamarlo per la dappocaggine sua, per la sua viltà, tanto che alla fine il chiamavano, e non altrimenti, lo snervato e l'insensato. Così avviene al finire delle dinastie; inesorabili più che mai sono inverso di loro, quelle che ad esse succedono, e i popoli voglion sempre giustificare la violazione d'un diritto.

Dall'esaltazione di Childerico III, Pipino e Carlomanno erano obbligati a cercar sostegno fra i cherici, poco tempo dopo che Carlo Martello avea offeso le chiese e i monasteri col metodo suo di spogliarli delle lor terre, e dividerle fra' suoi soldati. Ma se questi facevano i prefetti del palazzo, i cherici facevano i re, onde appunto perchè i Carolingi molto donarono ai monasteri, le cronache tanto avvilirono i Merovingi a profitto dei lor successori. Carlomanno intanto pigliava l'abito monacale, e noiato del secolo s'avviava verso Roma per ivi ricever l'assoluzione da papa Zaccaria, perocchè, dicevano, avea da rimproverarsi alcuni atti di violenza con Vaifro duca d'Aquitania, e ne portava il segno di maledizione. Avuta indi la tonsura, per mano del pontefice, ritiravasi prima sul monte di Soratte, per ivi vivere alla maniera de' monaci, poi nel devoto convento di Montecassino, dov'egli soggettavasi a' più faticosi uffizii della comunità, servendo in cucina, lavorando l'orto e guardando, soletto, come fu spesso veduto fare sul monte, gli armenti della badia. Il maggior diletto suo era d'ivi coltivare una vigna, che indi appresso cedette ad un altro penitente, il re de' Longobardi, il quale venne ugualmente a dimorar nei monastero di Montecassino[114]. Così per quegli uomini operosi ed armigeri la pace del monastero succedeva alla vita agitata dei campi di battaglia, e dalle sfarzose corti passavano ai modesti refettorii dei cenobiti. Poichè Carlomanno ebbe lasciato il grado di duca d'Austrasia per vestir l'abito monastico, Pipino potè recarsi in mano la prefettura generale dei Franchi, e signoreggiar tutte quelle schiatte all'ombra del vano titolo di Childerico III, intantochè Dragone, figlio di Carlomanno, raso e confinato dovea pure abbracciar lo stesso genere di vita del padre suo, monaco in Montecassino, essendochè i Franchi non amavano i prefetti ancora in fasce, preferivano i gagliardi, e Pipino sapea maneggiar l'armi: era piccolo di statura sì, ma nessuno poteva con lui contender di forza e di vigoria.

Intorno a questo tempo, il duca dei Franchi cercò moglie per aver reda, come dicon le cronache di San Dionigi, e gli annali contemporanei aggiungono ch'egli sposò Berta, figliuola di Cariberto, conte di Laone, soprannomata dal gran piè, alla quale le tradizioni cavalleresche danno altra origine facendo della sua vita una leggenda romanzesca. Il romanzo di Berta dal gran piè[115], una delle più graziose composizioni del medio evo, ed un de' più ingegnosi canti de' trovatori racconta: «Che in sull'uscir d'aprile, nella dolce e amena stagione, che l'erbette spuntano, i prati rinverdiscono, e gli alboscelli desiderano d'essere fioriti, un monaco di San Dionigi aveva a lui, gentil trovatore, narrata la storia di Berta e di Pipino». Ora il trovatore si fa in gaia scienza a ripetere questa storia. «Era un re in Francia di gran signoraggio, per nome Carlo Martello, il quale, dopo aver fatto grandi prodezze in guerra et vinto gl'infedeli, morio lasciando duoi figliuoli, uno di nome Carlomanno che si rendè monaco in una badia; l'altro di nome Pipino, assai piccolo (non avea più che cinque piedi di statura), ma forte della persona, sì che sendo un lione fuggito dalla sua gabbia, e correndo come fiera arrabbiata, egli poco men che fanciullo, armatosi d'uno spiedo, andò a quello, e sì lo abbattè d'un colpo nel fianco. La madre sua, tutta lieta, basciandolo, «Bel figliuolo, gli disse, come hai tu avuto animo d'affrontare una fiera sì ridottabile;» ed egli rispuose: «Donna, mai non si dee ridottare». Il giovine si maritò poi in prime nozze, ma la moglie sua, figliuola di Gerberto o di Gerino di Malvoisin, non potè dargli erede, ond'egli in consiglio co' suoi baroni, dimandò loro: «Che donna potrei tôrre?» E allora Engherrando di Moncler, nobile barone, si levò e disse: «Sire, al corpo di sant'Omero, io so una figliuola del re d'Ungheria, che nessuna di più bella persona oltre mare, e chiamasi Berta la Buona». «Se ne vada in cerca,» disse Pipino. Ed ecco una bella cavalcata che si parte in gran pompa, e va e va fino in Ungheria: buona ventura a voi, illustri cavalieri. E vanno a trovare il re d'Ungheria e Biancofiore, la reina, mostrò loro la figliuola sua bianca e vermiglia. Furono apparecchiate le tavole per un grande convito, ed a Berta furon dati cavalli, oro ed argento, e la nobile figliuola prese comiato dal padre suo — Ella sen venne adunque per mezzo Polonia e Lamagna, e in ogni luogo parlavasi la lingua francesca, però che i conti e marchesi di quelle terre, tenevano Franceschi per insegnarla a' loro figliuoli e figliuole, come se fossero nati a San Dionigi. Berta era cortese e semplice, e veniva in groppa d'un palafreno baio di bella razza, e di questo modo giunse ai confini di Francia, e passò il Reno a Sant'Erberto, cavalcando per mezzo le Ardenne sotto la protezione del buon duca Namo di Baviera. Il bel drappello vide l'Hainant e il Vermandois, e giunse lietamente a Parigi, dove le campane suonarono a festa, le case furono coperte di ricchissimi drappi, e le vie giuncate di erbe, volendo ognuno onorare la sposa menata a Pipino; poi furono fatte le nozze grandi e solenni, i menestrelli fecero lor arte, con gran suoni di ghironde, di arpe, di flauti e di trombe, e con balli di dame e damigelle, e così fu compiuto con gioia di tutti, il maritaggio». Oh pur beato il tempo che Berta filava!

Qui comincia la tradizione tedesca, da cui forse ebbe origine e accrescimento l'epopea di Berta dal gran piè. Questa leggenda fu scritta in Franconia, e Pipino conserva ivi tutta l'indole sua germanica: e' pone sua sede nel castello di Veihen-Stephen sul monte, con disegno di combattere i Sassoni, e di mansuefarli sotto il dolce giogo del cristianesimo; ma popoli selvaggi, com'ei sono, ricalcitrano, e non vogliono saper di Gesù nè de' suoi santi. Pipino vedovo e solo in quella rocca, desidera giorno e notte una compagna, quando un re del paese chiamato Curlingo, gli fa profferir la figlia sua gentilissima e leggiadrissima; il ritratto di costei piace a Pipino sì che egli dice al suo maggiordomo: «Va e sappi il vero di questa principessa». Ora il discortese maggiordomo avea una figliuola della medesima età di colei, e dice fra sè: Perchè non la farò io reina in vece sua sposandola a Pipino? Se ne va quindi e cavalca alla corte del re Curlingo, gli chiede la figliuola e gli vien data. Costei ha nome Berta, ed è bella forte; soa madre la confida vestita in gran pompa al maggiordomo, e questo misleale la conduce in un oscuro bosco, dove stava aspettandolo la sua propria figliuola: o servo infedele, non temi tu la punizione del tuo misfatto? Ma non ritenuto da rispetto alcuno, e' toglie di dosso a Berta le sue ricche vesti, l'anello nuziale, e ne adorna la figliuola sua; poscia quel misleale dice a' suoi compagni: «Andate, amici, trascinate Berta nel luogo più segreto del bosco, trafiggetela senza pietà, indi recatemi la sua lingua». Ecco dunque la povera principessa in man de' compagni del maggiordomo. «Bei seri, ella dice, s'io debbo viver cattiva, lasciatemi questo cagnetto levriere, e questo cofanetto pieno d'oro filato e di seta acciò ch'io possa ricamar ciarpe ne' miei giorni di noia». Quei malvagi lasciatisi intenerire dal pianto della principessa, le dicono il fiero comando da essi avuto. «Noi vi lasceremo la vita» ma a patto che mai non ci tradirete. Ma come faremo, nobile damigella, per mostrare al maggiordomo, che il suo crudel comando fu da noi eseguito? Allora la fidanzata donzella si trae in disparte a spogliarsi della gonnella sua di sotto, e della camicia di lino finissimo, ed essi la tingon di sangue a simiglianza della veste di Giuseppe, e a mostrar la lingua della infelice, tagliano al bel levriero la sua, sì che il povero cane non potrà più d'ora innanzi leccare i piedi alla nobile sua signora. Il maggiordomo ingannato indi da queste sanguinose mostre, vide tutto lieto la lingua, e la toccò, e fece le grasse risa, intanto che la figliuola sua giaceva come legittima mogliera con Pipino, il quale ebbe da lei un figliuolo che fu papa Leone III[117]

«Ma, ohimè, e della povera principessa, della sposa legittima e fidanzata che fu? Berta gira e gira per la selva, e va e va, e s'incontra in un nero e lurido carbonaio; impaurita rassicurasi all'umano parlare di colui, sopraffatto dalla sua bellezza, e trova ricetto nella capanna sua; da principessa ella diviene ancella d'un mugnaio, e la notte lavora, e fila con l'oro filato, e la seta, che recò nel cofanetto, perchè Berta sa filare e filare assai bene. Oh i bei lavori che le sue mani san fare! e fatti, il mugnaio va a venderli ad Augusta, la città dei mercatanti e degli ebrei, e a poco a poco arricchisce, e la fama della perizia di lei nel filare, si spande lontano.

«Ora sentite voi questo corno che suona? è Pipino che va alla caccia, e ha già corso cogli anelanti suoi cani tutte le foreste della Svevia; vien la notte, e si smarrisce insiem con l'astrologo o medico suo. «Noi siam due mercanti che abbiamo smarrito la via,» e' dicono ad un uomo tutto nero che incontrano. Costui è il carbonaio del bosco, ed ei li conduce al mulino dove Berta fila e fila pur sempre. Il mugnaio ha due figliuole, e a Pipino piace la maggiore. «O re, gli dice l'astrologo, tu giacerai stanotte con la tua legittima mogliera, e ne nascerà un potentissimo figliuolo. Pipino ottien dunque la figliuola maggiore del mugnaio, e l'astrologo dice: «non è cotesta,» chiama la minore, bella essa pure, ma non è ancor quella, onde Pipino già si adira e alza la mano armata del guanto di ferro, e minaccia, sì che il mugnaio allora fa venir la giovine Berta, che trema, piange e alla fine acconciasi a' voleri del re. «Di costei appunto dee nascere un forte e nerbuto figliuolo, essa è la casta tua mogliera». E Berta racconta la fellonia del maggiordomo, e quanto le avvenne nel bosco. Il re si parte, ma Berta si rimane in casa il mugnaio, dove indi a nove mesi, pone alla luce un figliuolo, che riceve il nome di Carlo, povero fanciullo ignoto fino all'età di dieci anni; poi monta a cavallo, e vassene alla corte di re Pipino; e ivi si mostra valente come Alessandro e sapiente come Salomone, onde Pipino s'induce a svelargli il segreto della sua nascita.» Tale si è l'epopea di Berta dal gran Piè e della puerizia di Carlomagno; essa è un poema che tutto quanto, come quel di Genoveffa del Brabante, ha il nobile intendimento di protegger la debolezza e l'innocenza contro le brutali soperchierie della gente da guerra, e dà a divider come già grande sia il nome di Carlomagno, e come si pensi all'infanzia sua, facendolo nascer robusto in mezzo ad un bosco e nell'abituro d'un mugnaio; e l'eroiche avventure de' suoi primi anni, dimostrano che ogni cosa sua dee accordarsi con quella smisurata riputazione ond'ei domina il medio evo.

Pochi diplomi originali ci restano di Pipino, qual prefetto del palazzo nel tempo di questa prima podestà sua, ma uno di essi che porta la data del 10 gennaio 743 conferma le immunità della chiesa di Metz. A dì 2 marzo dell'anno seguente ei tiene una dieta a Soissons, dove, approvando il concilio di Nicea, ordina ch'esso sia promulgato nella terra dei Franchi. Con un altro diploma concede alla badia di San Dionigi un dominio di alcune mense, antica possessione del fisco, e inoltre certe franchigie di giurisdizione in onore di San Dionigi di Francia il protettore e padrone dei re. Pipino è un liberalissimo donatore di beni alle chiese, anzi con esse li profonde, chè intenzion sua è di acquistarsi così i cherici irritati già da Carlo Martello suo padre, il quale voleva, comechè invano, esser re non altro che per opera de' guerrieri suoi. Ma la dignità regale ha qualcosa di più religioso, di più sublime, di più antico, e Pipino dovrà riconoscere la fondazione della nuova sua dinastia dai papi e dai cherici; ond'è ch'ei gli adesca a sè con moltiplici donazioni, e tien vivissimo carteggio coi papi. Zaccaria, che in que' giorni occupava la sedia di san Pietro, scrive a Pipino prefetto del palazzo, agli abati e ai baroni di Francia sul proposito di vari capitolari, stati decretati in un'adunanza di conti e di vescovi, e sapendo l'antichità della badia di San Dionigi e la venerazione dei Franchi per questo santo, conferma ad essa badia tutte le immunità, quali avute le avea da san Landrisio vescovo di Parigi. Il papa si frammette pure per tornare la pace tra Pipino e Grifone, intantochè Pipino, pur sempre protettore della detta badia, la ricolma di doni, e le concede il primato su tutte le comunità religiose del reame de' Franchi. San Dionigi e San Germano erano i santuarii, dove stavan deposti i reliquiari nazionali, le memorie della patria, le antiche sue cronache, ed a quelli volgea principalmente Pipino la sua venerazione.

Nell'atto tuttavia che Pipino si travaglia d'affezionarsi il papa ed i vescovi per ottener la dignità reale, ei non lascia di pensare alla guerra, che egli ben sa come la conquista è il retaggio della nazion dei Franchi, e com'eglino han continuo bisogno di terre a partirsi fra loro, e di ricchi dominii e feudi d'ogni specie, onde muovono le incessanti spedizioni di Pipino contro gli Alemanni, i Bavari, i Sassoni, e principalmente le sue conquiste nelle terre meridionali. Gli Aquitani vivon ivi sotto un bel cielo, ed hanno ricchissime possessioni, fertili terreni da distribuire tra i guerrieri franchi! Il nome di Carlo Martello suonava, dopo la battaglia di Poitiers, in tutte le leggende, e Pipino se ne approfittava per gittar colonie di Franchi in quelle contrade, e nei tre anni che precedettero l'esaltazione di lui alla corona, affaticossi per ridurre a vassallaggio i duchi di Baviera e d'Aquitania, Tassiglione e Vaifro, chè gli occorreva di recarsi in mano le terre del mezzogiorno e di Lamagna per poi liberalmente partirle fra i cherici e gli uomini di guerra, già chiaro manifestandosi il suo disegno di farsi re.

Le cronache della seconda schiatta, quasi tutte scritte sotto l'autorità della nuova famiglia regale, denigrarono i Merovei, però che la sciagura non ha lodatori, e quando una podestà viene a mancare, ognun la opprime, così portando la trista condizione dell'umana natura. Ond'è che in quell'interregno da cui fu preceduta l'esaltazione di Pipino, non si trovano se non rade e sterili notizie intorno agli ultimi Merovingi, e particolarmente intorno a Childerico III, intristito germoglio del sangue de' Merovei. Le cronache di San Dionigi lo chiamano, come dicemmo più sopra, il dappoco e lo stolto, e ben si vede che questi annali della badia, come fossero un giornal uffiziale, copiano quasi parola per parola Eginardo, il fido segretario di Carlomagno. Ma pur si ammetterà questo fatto storico almeno, che il religioso affetto pel sangue di Clodoveo volle esser ben forte, se passaron quattro generazioni d'uomini attivissimi a principiar da Pipino il Vecchio, prima che compier si potesse l'usurpazione della dignità regia. Un secolo e mezzo ci volle a far che Pipino il Breve, conducesse a pieno effetto il disegno concetto dai prefetti del palazzo suoi predecessori.

Nè gli ultimi Merovingi doveano altrimenti essere sì stolti e dappochi, se conservar sapevano la dignità regia incontro a sì potenti prefetti che aveano la forza in mano; e però solo è da credere che costoro adoperasser l'arte loro a ridurre al nulla quegli scettrati ed a tôr loro ogni modo all'operare. La mollezza è cosa dolce ed agevole; attorniavan di riverenza i re coronati, e i prefetti costituivansi, a dir così, loro spada, gli sollevavano dal carico del governo, ed è sì facile l'abbandonarsi all'esercizio d'una dignità che non costa nè travagli nè cure, e ad avvolgersi in una sì morbida porpora! Poi che Childerico III fu bene infiacchito, e poi che i cherici e il papa furono al tutto acquietati al nuovo lignaggio, il passo fu rapido, e Pipino non istando più a pensarvi sopra, mandò a papa Zaccaria quella solenne dimanda riferita dalla Cronaca di San Dionigi. «Chi meritava più d'esser re, se colui che non avea nessuna autorità nel regno e solo era re di nome, o colui che governava il regno, e avea podestà e cura in ogni cosa». Burcardo, arcivescovo di Virzburgo, e Folrado, cappellan di Pipino; s'avviano a Roma per aver su questo la risposta da papa Zaccaria, nè ella si fece molto aspettare, il fatto la vinse sul diritto; la podestà effettiva sulla podestà di nome, e il papa ordinò che Pipino, prefetto del palazzo, fosse riconosciuto e gridato re dei Franchi.

L'elezione fu tumultuosa com'esser dovea in un'adunanza del Campo di Marzo, e i Franchi sollevaron, secondo l'uso, Pipino in sullo scudo, qual capo di un nuovo lignaggio. San Bonifazio, l'uomo dal germanico e franco incivilimento, l'espressione mistica dell'union delle due razze, impartì a Pipino la prima unzione nella basilica di Soissons, delegato a questa pontifical cerimonia da Zaccaria, però che il nuovo re dei Franchi teneva la sua dignità dai cherici e dal papa, e or più non era solo il capo militare, il prefetto del palazzo dei Franchi, ma il re loro consacrato e l'unto del Signore. Indi Childerico fu raso e chiuso come semplice monaco in un chiostro. Quanti principi a que' giorni nei chiostri! Carlomanno in Montecassino; il re dei Longobardi in una celletta, donde lavorava la vigna e il giardino. Di questa maniera spariva, e quasi senza che se ne avesse sentore, dal mondo l'ultimo real rampollo del sangue di Clodoveo. Curioso è veramente, che questo passar dello scettro da una famiglia in l'altra avvenga quasi innosservato: le cronache stesse appena ne serbano memoria; certo perchè il tempo è bene apparecchiato, e questo travasamento avvien di cheto, e quando gli avvenimenti più gravi non lasciano più orma d'impressione.

Pipino, fatto re, non lascia per questo d'essere il capo militare dei Franchi, nè volendo egli altro prefetto del palazzo che abbia in sua mano la podestà materiale, confonde le due dignità in una sola, e Austrasio, qual egli è d'origine, regna sui Neustri, e li governa. Nella qual doppia qualità sua gli convien muovere a nuove battaglie contro i Sassoni, popolo indomito, che nel progresso germanico avea respinto la predicazione evangelica, fonte della gerarchia e della civiltà. Pipino arrivò sino al Veser, serbando nelle sue spedizioni un cotal che di erratico; i Franchi predavano, si partivan tra loro le ricchezze, gli armenti predati, poi tornavano ai loro accampamenti sul Reno, e tutte le guerre aveano questo cotal carattere di vagabondità. Pipino, fatto oramai re di corona, comincia nuove pratiche con le civiltà che indirizzavano i popoli. Morto papa Zaccaria, gli succede Stefano, il quale, perseguitato da Astolfo di Lombardia, viene a cercar rifugio in Francia, ed a chieder giustizia al capo dei Franchi, il solo del cui valore e della cui ponderosa mano i Longobardi paventino. Passò il papa le Alpi accompagnato da alcuni vescovi, e fu con amore accolto nel podere di Carisio (Quercy all'Oisa), dove s'eran raccolti ad aspettarlo principi e baroni, ai quali egli si presentò col capo asperso di cenere e le reni cinte di cilicio, e tutto in lagrime a significar le tribolazioni della Chiesa. Fu pronto Pipino a rialzarlo, a fargli omaggio, ed a condurlo, come suo signore e padre, per la briglia del cavallo; intantochè a quella stessa corte plenaria di Carisio, e mentre ivi ancor fumavan sull'altare gl'incensi, si vedea sopravvenir Carlomanno, il monaco cassinense, il proprio fratello di Pipino, per difender la causa d'Astolfo re dei Longobardi; però che egli erasi dato ai principi di questo lignaggio avversi a Roma. Se non che la causa del papa trionfava, e Stefano era coperto dalla protezione del re dei Franchi; onde anch'esso, il papa, grato al benefizio, ungeva Pipino ed i due suoi figli nella basilica di San Dionigi, sede dei martiri della nazione, essendochè quella badia era la Francia stessa, e l'orifiamma sua guidava quelle fiere genti alla battaglia, e all'invocar delle sue reliquie si vedea raggiare in fronte ad ognuno lo spirito della nazione. Insieme col papa penetravano in Francia gli studi romani, e alla consacrazione di san Dionigi s'udiron per la prima volta i cantici e le preci sotto la forma italiana, e si diè ordine al rito nelle chiese. Col porre in capo la corona a Pipino, Stefano confermò la dignità regale nella schiatta carolingica, e usando pure della podestà sua pontificia, scomunicò chiunque a lui ne contendesse la legittima possessione. Rimase il papa tutto l'inverno in Francia, dov'era stato sì bene accolto, dimenticando il bel cielo d'Italia e la basilica di San Giovanni Laterano pel monastero di San Dionigi, dove cadde infermo, e fu da quei padri con tenera sollecitudine curato. Ritornato indi a Roma godeva tornarsi in mente il lungo suo soggiorno colà e la buona ospitalità di quegli abati, e ne tocca nelle sue bolle e nelle sue lettere pastorali: «A quel modo, ivi dice il pontefice, che niuno dee vantare i proprii meriti, così niuno dee passar sotto silenzio, anzi ha obbligo di raccontare pubblicamente, ciò che Dio ha fatto per lui ad intercessione de' suoi santi, e non per merito già delle sue buone opere; ed è uno dei consigli datoci dall'angelo Tobia. Laonde dirò anch'io quanto m'avvenne nel monastero del santo martire Dionigi, vicin di Parigi, dove caddi mortalmente infermo, nel tempo che fui a trovare l'ottimo e cristianissimo re Pipino, servo fedele di san Pietro, affin di sottrarmi alle persecuzioni del disumano e bestemmiatore Astolfo, il cui nome io dovrei qui tacere. Già i medici disperavano della mia guarigione, ed io stava orando nella chiesa del santo martire, quando mi apparvero dinanzi all'altare il buon pastore san Pietro, e san Paolo dottor delle genti, ch'io riconobbi alle loro sembianze, e alla destra di san Pietro il beato Dionigi, più scarno e grande di lui, con un bel viso e capelli bianchi, e vestito d'una bianca dalmatica, guarnita di nastri purpurei, e del suo manto pur esso di porpora e smaltato di stelle d'oro. Essi parlavano compagnevolmente fra loro, quando san Pietro prese a dire: — Ecco là il fratello nostro che prega la sua salute. — A cui san Paolo rispose: — Egli sarà in breve risanato. — Poi, fattosi vicino a san Dionigi, e posatagli piacevolmente la mano sul petto, guardò in volto san Pietro, che disse allo stesso Dionigi: — E sia risanato in grazia tua. — Indi tosto il beato Dionigi, recando la palma[118] e l'incensiere nelle mani, venne a me insieme col prete e col diacono che gli stavano ai fianchi, e mi disse: — La pace sia teco, fratello, non temere che non morrai prima di essere felicemente tornato alla tua sede. Orsù, levati, e sii risanato, e di' una messa per consacrare il presente altare in onor di Dio e de' suoi apostoli Pietro e Paolo. — E sì dicendo, d'intorno a sè diffondeva una luce da non potersi dire, ed un soave odore. Io fui presto guarito per la grazia di Dio, e volendo io fare quanto m'era stato imposto, quei che m'intorniavano dicevan ch'io era fuori di me; ed allora ad essi, al re Pipino ed a' suoi baroni, raccontai l'accadutomi, e feci il comandamento avuto».

In questa pia leggenda papa Stefano lascia trapelar dall'animo il vivo suo desiderio di rivedere l'Italia, e san Dionigi gli promette di tornarlo a quel clima, a quel sole, a quel cielo. Eccolo in fatti a Roma, d'onde in una seconda lettera, indiritta ai monaci di San Dionigi, memore pur sempre della Francia, ad essi concede amplissime e ragguardevolissime immunità. «Figliuoli benedetti, assecondando il pio vostro desiderio, e concedendovi quanto chiedete dalla podestà nostra apostolica, noi vi diamo facoltà ed arbitrio sì a voi come a tutti i vostri successori, abati dei monasteri dei santi martiri Dionigi, Rustico ed Eleuterio, di edificar monasteri in qualunque paese di Francia vi piaccia, nei luoghi che di presente possedete, ed in quelli che possiate acquistare in avvenire, sia per compera, sia per regie concessioni, sia per donazione dei vostri parenti, in somma in qualunque luogo si sia, purchè in voi pervengano di giusta ragione. E poichè Clodoveo, figliuolo del re Dagoberto, ottenne già co' suoi prieghi da Landerigo, vescovo di Parigi aiutato dai consigli de' suoi canonici e degli altri vescovi, che il vostro monastero e tutti i cherici, di qualunque ordine e' sieno, ch'ivi servono, sieno esenti da ogni suggezione verso di lui e successori suoi, noi vogliamo pure concedervi un particolar privilegio, la facoltà, ciò è, di avere un vescovo eletto dai vostri abati o dai fratelli vostri insiem congregati, e consacrato dai vescovi provinciali; il quale invigilar debba sui monasteri che verrete edificando, governarli in nostro nome, e predicare così nel convento vostro, come in tutti gli altri che diverranno di sua giurisdizione. Noi facciamo inoltre divieto ad ogni vescovo o prete d'impadronirsi per cupidigia d'alcuno dei monasteri da voi edificati, o d'avere, per gelosia o per qualsiasi altro motivo, quistioni col vescovo che voi avrete eletto e sagrato; e più ancora vogliamo che tutti i monasteri da voi edificati, a pari del vostro medesimo, da altra autorità non dipendano che dalla sedia apostolica. Tutto questo decretiamo per la podestà di Cristo nostro Signore, del beato Pietro principe degli Apostoli, e per la propria podestà nostra, affinchè si osservi sempre nel modo da noi statuito, e niun vescovo, di qualunque chiesa egli sia, si ardisca di venire a ministrar gli ordini sacri a preti o a diaconi, o di compiere nel vostro convento verun altro uffizio ecclesiastico, senz'esservi invitato dall'abate. A voi sarà pur libero di recar le vostre cause e quelle dei vostri monaci all'udienza nostra apostolica, e recate che ve le abbiate, e mandatici i vostri legati, a nessuno sia più lecito di condannarvi o pigliar possesso dei vostri beni. Chiunque, o re, o vescovo, o altro dei potenti del secolo, operi contro queste ordinazioni, sia tenuto per sacrilego, ed anzichè partecipar del regno di Cristo, anatema sia contro di lui, fino alla venuta del Signore».

Or poichè papa Stefano si facea sì benemerito in Francia per la consacrazione d'un re, e pe' suoi doni e immunità alla badia dei martiri, era giusto che anche Pipino per gratitudine prestasse aiuto al papato contra le oppressioni dei Longobardi. Cavalcava quindi egli, all'aprirsi della stagione, conducendo un grosso esercito, e passando per Digione, varcava i monti, per dilassù calar nelle belle pianure che fan prospetto a Pavia ed a Milano. Indarno i Longobardi si provarono a difendere il passo dell'Alpi, chè nulla resister poteva ai figli dell'Austrasia. Ecco dunque Pipino scorrere i piani di Lombardia con sì numerose squadre di cavalli, che non si potea farne il conto, intantochè il nemico chiudevasi entro le mura di Pavia, la città dalla corona di ferro. Astolfo, re dei Longobardi, indi si sottomise, e quaranta statichi furono da lui dati per pegno ch'egli adempirebbe i patti impostigli verso la città di Roma, e diè giuramento di vassallaggio. Carlomanno, fratello di Pipino, moriva in questa spedizione, asperso di cenere e vestito dell'abito suo monastico, senza poter rivedere la santa badia di Montecassino[119]. Due spedizioni dei Franchi in Lombardia vennero a questo modo in due anni effettuate, carissimi essendo que' bei paesi agli uomini tramontani.

I Longobardi, incostanti e leggieri com'erano, or si sottomettevano, ed ora si ribellavano, finchè la morte di Astolfo, accaduta per esser cascato di cavallo in una caccia, venne a por termine per poco alle conquiste dei Franchi oltre l'Alpi.

Nelle prime spedizioni, sotto i valorosi re loro, i Longobardi s'erano impadroniti della Pentapoli, di Ravenna e delle città che dipendevano dall'esarcato; non già come terre del dominio loro, ma sì come taglia della conquista svelta di mano agli imperatori bisantini; mentre i papi le dimandavano come dipendenze del loro aulico patrimonio, essendo tradizione che Costantino aveva donato al papa l'esarcato di Ravenna. In quei tempi di forza e di violenza, qual era mai possesso che potesse pienamente giustificarsi, e dove torne il titolo certo? Anche la sovranità temporale del papa era una tradizione come tutte le altre di quei giorni, ed erano tutte ammesse alla pari dei fatti. Laonde Pipino conformò con uno special diploma la donazione di quello che chiamavasi dominio o patrimonio di san Pietro; il qual diploma era piuttosto la sanzione del fatto d'una concessione anteriore, che una nuova donazione. Tutte le città dell'esarcato da Roma a Ravenna, e la Pentapoli, divennero il patrimonio dei papi, e in progresso di tempo una specie d'oasi in mezzo alle passioni umane. Quando i potenti e i violenti della terra si proscrivevan l'un l'altro, quando continua era la vicenda dei vincitori e dei vinti, come non doveva esser dolce il trovare una terra neutrale, dove i raminghi e i tapini potesser posare il capo? Or bene, Roma pontificia era questo grande asilo; laddove, fatta lombarda, franca o bisantina, avrebbe patite tutte le passioni degli uomini rotti e sanguinari che si diviser la dominazione del mondo. Roma, sotto i papi, fu un paese sicuro dai governi, in cui vennero a riparare i re e i principi sventurati, e i proscritti dalle opinioni; benefizio questo per tutte le età.

Ogni volta che la nazion dei Franchi calava in Italia, gl'imperadori di Costantinopoli, inquieti ed ombrosi, mandavano ambascerie a quei valorosi capi, dinanzi a cui le Alpi si abbassavano, che ben conoscevano il valore degli Austrasii, degli Alemanni e l'impetuoso coraggio di quei prefetti del palazzo, i quali con le loro masse d'acciaio riduceano in pezzi le corone, e vedevano come giunti sulle terre italiche i Franchi, potean indi per Napoli penetrar fino in Grecia. Al tempo che tornato di Lombardia, Pipino tenne la sua corte plenaria, ei fece venire a sè gl'inviati dell'imperadore Costantino Copronimo, che recavano magnifici presenti, in ricche masserizie e reliquie incastonate; ma quello che più d'ogni altro dono stupir fece Pipino e la sua corte si fu uno strumento composto di ampie e lucenti canne, che mandava suoni maravigliosi, dai signori greci chiamato organo, a motivo della mirabile armonia che se ne traeva; e fu posto nella chiesa di Compiègne, dove' fece di poi bella melodia. I Greci non potendo più vincer coll'armi, studiavano di farsi grandi con le maraviglie d'una splendida civiltà[120].

«La gente del Reno e della Svevia ama il sole di vivi raggi, e le terre accarezzate da sì soave venticello, che tu il diresti la tepida onda dei bagni d'Aquisgrana». Tali sono le parole del monaco di San Gallo. Carlo Martello avea posto in grido, nell'Aquitania, la prodezza degli uomini settentrionali, e poichè Vaifro duca mostravasi colà cattivo vassallo e riottoso servitore, Pipino deliberossi di ridurlo al dovere. I re poi, e i duchi e conti passavano la vita a questo modo. Si tenevano ogni anno due o tre corti plenarie, convocate dal re; a radunarsi e parlamentare, pigliavasi il tempo delle feste solenni della Chiesa, come a dir Pasqua e Natale. Questi parlamenti si tenevano nei luoghi più vicini alle spedizioni militari, e quasi dappertutto ci eran case reali e dominii, che dipendevano dall'alto signore, dove egli teneva la sua corte. Celebrato Pasqua e Natale, partivano per la spedizione di Sassonia, di Lombardia o d'Aquitania. I diplomi notano che la vernata fu grande, «ed aspra e forte, come dice la cronaca di san Dionigi, e che alla prima nona di maggio, suit ora del mezzodì, fu grande ecclisse di sole».

Re Pipino tenne corte plenaria ad Aix, per far indi una breve correria in Baviera; poi celebrò la Pasqua ad Orleans, disegnando di compiere la sua spedizione in Aquitania, e sen venne dinanzi alla città di Narbona, soggiogò Tolosa, tenendo lungo tutta la via parlamenti di baroni e cavalieri, diede il guasto a tutto il Limosino, al territorio di Agen, di Perigord e d'Angouleme; poi, adiratissimo contra Vaifro, fece appendere a una forca parecchi de' suoi Aquitani, dopo di che avvicinandosi omai l'inverno tornossene alle sue terre. Queste guerre d'Aquitania dieder da fare a Pipino negli ultimi anni della sua vita, nè fu contento finchè non offerse a san Dionigi, in segno di trofeo, gli ornamenti e le pietre preziose, di che lo stesso duca Vaifro fregiavasi nelle feste solenni[121].

Quando i Franchi s'appressavano all'Italia, ad essi venivan le ambascerie di Costantinopoli, e quando Pipino conquistò l'Aquitania, a lui vennero inviati Saracini di Cordova e dalla Sicilia. La nazion franca andava così sempre più facendosi grande; il papa ricorre a Pipino, e in contraccambio della datagli corona, ottiene la sua protezione, l'aiuto della potenza sua materiale, e il dominio di san Pietro; i Longobardi sono domati; i Sassoni non sì tosto s'arrischiano a qualche spedizione sul Reno, Pipino e i Franchi li ributtano fino al Veser; gl'imperadori di Costantinopoli cercano istantemente la confederazione dei Carolingi, e mandano presenti d'oro e altri magnifici doni; Pipino si riman signore dell'Aquitania, nè appena egli n'ha preso il governo, i Saracini, a par dei Greci, dimandano di confederarsi con questa vigorosa e conquistatrice schiatta d'Austrasia. Da un mezzo secolo in qua le cose han mutato faccia: i Saracini avean da prima superati i Pirenei e recato i loro alloggiamenti fino a Tours; ora essi hanno rivarcato que' monti, ed in breve Carlomagno andrà a cercarli fino all'Ebro. Il regno di Pipino fu dunque un gran preludio a quello del glorioso suo figlio, e gliene aperse le vie; tutte le guerre di Carlomagno sono contrassegnate dell'indole stessa delle spedizioni di Pipino il Breve; egli continua l'opera sua, se non che in più ampie misure.

Lo salute intanto del nuovo re, al suo ritorno dalla guerra d'Aquitania, era declinata agli estremi. Arrivato a Perigueux, fu ivi colto da dolorosissima infermità, e non pertanto si fece trasportar fino a Tours, però che un re di Francia dovea morir sotto gli occhi di san Martino e di san Dionigi, protettori della nazione, e ivi fatte sue orazioni all'arche di que' santi, ricuperò forze bastanti per trarsi fino a Parigi. «Ora sappiate che in questo secolo egli trapassò nell'ottava calenda d'ottobre, nell'anno decimo quinto del suo regno, e dell'Incarnazione settecento sessant'otto, e fu messo in sepoltura nella chiesa di messer San Dionigi. Fu corcato dentro a rovescio, con una croce sotto il volto e la nuca verso Oriente, e dicono alcuni ch'ei volesse essere sepolto in questa postura, pel peccato del padre suo, che avea tolto le decime alle chiese[122]».

Questo re Pipino, che voleva essere in tal forma corcato nel sepolcro, non consumò solo la vita in grandi battaglie, ma lasciò pure alcuni capitolari e diplomi, onde fu apparecchiata la più ampia legislazione di Carlomagno suo figlio. Stando nella regia sua villa di Vernone, Pipino, attende a comporre alcuni articoli intorno alla condizione delle persone e alla legislazione ecclesiastica, e son questi: — Ogni città abbia un vescovo sotto la giurisdizione del metropolitano, ed ogni vescovo abbia facoltà di tutto reggere nella sua diocesi. Vi sieno due sinodi all'anno. La costituzione de' monasteri sarà riformata. Nessuna badessa potrà governar due monasteri. Niuna esca dalla clausura, se non a ciò licenziata dal re. I monaci debbono egualmente dedicarsi alla solitudine, e se rompono questa regola, sieno sottoposti a penitenza. Il battesimo sarà amministrato pubblicamente. Il prete sarà soggetto al vescovo. Chi comunicherà cogli scomunicati, sarà colpito dalla stessa scomunica. I monaci non potranno recarsi neppure a Roma senza la permissione del loro vescovo. Essi dovranno, in convento, star sottomessi alla regola e all'abate. Il giorno del Signore sarà feriato, salve qualche eccezione pe' lavori della campagna. Ogni matrimonio sarà pubblicamente celebrato. I pellegrini saranno esenti dalla gabella del telonio. I giudici ascolteranno e giudicheranno, prima d'ogn'altra, le cause delle vedove, degli orfani e della Chiesa. — Da ultimo, con alcuni altri articoli, il principe regola i diritti del fisco e il valore delle monete.

Indi, abbandonate le rive del Reno, le tetre Ardenne e la Mosella, trovasi nella foresta di Compiegne, e in una dieta di vescovi e di conti, ordina ancora lo stato dei Franchi, e il matrimonio principalmente, che a que' tempi sì difficil era mondar d'ogni impurità. — I coniugi parenti in quarto grado non sieno separati, bensì il matrimonio è nullo tra quelli in terzo grado, anche se la parentela sia di sola affinità e cognazione. Se una donna prenda il velo senza il consentimento del marito, egli abbia il diritto di riaverla se voglia. S'ella è libera, e sia data contro sua voglia ad un uomo, ella può lasciar questo, e maritarsi con un altro. Interdette le nozze con lo schiavo. Il vassallo può maritarsi a un'altra donna, ma in questo caso egli passa ad un altro signore. — Gli articoli del capitolare di Compiegne sono tutti relativi alla famiglia, alla moglie non casta, ed ai parenti che si congiungono con nodi illegittimi. Questa corruttela dei costumi era la gran piaga della società; la santità e l'unità del matrimonio non erano a que' giorni universalmente riconosciute, e anzi ripugnavano a tutte quelle fiere e violente nature; dal re sino all'ultimo vassallo tutti si facean lecita la pluralità delle mogli, ed indarno i concilii e i capitolari contrastavano con questi erranti costumi di tutta una società.

Fra questi capitolari ci ha un intero diploma, col sigillo di Pipino, in cui egli prende il titolo di re dei Francesi e d'uomo illustre, indirizzato ad un vescovo di nome Pietro Lullo. «Vogliamo che la santità vostra sappia la pietà e la misericordia che usò Dio nel presente anno in questa terra. Egli ci avea mandato gran tribolazione a cagion de' nostri peccati, ma poi dopo la tribolazione, ci concede una maravigliosa consolazione nell'abbondanza dei frutti della terra che di presente abbiamo. Ond'è debito nostro, e per questa e per altre nostre cagioni, di rendergli grazie della misericordia con cui si degnò di consolare i suoi servi. Noi vogliam dunque che ogni vescovo faccia celebrare un digiuno nella sua parrocchia, in onore di Dio che ci ha mandata quest'abbondanza, e che ognuno faccia indi elemosine e ristori di vitto i poveri. Tutti poi, vogliano o non vogliano, così comandando noi, paghin le decime. Salute in Cristo».

Questi antichi diplomi, questi capitolari tutto ci rivelan lo spirito di quel tempo, e pongono in essere le inclinazioni del re e del popolo, della Chiesa e della società. In questa primitiva legislazione, nulla v'è di distinto, i diversi ordini d'idee vi si confondono e si attraversan fra loro; le leggi ecclesiastiche non sono sceverate dalle civili; il re fa capitolari per impor digiuni e levar le decime, intantochè i concilii si applicano a stabilire la società domestica e il governo politico. Invano si vorrebbe ordinare ciò che ivi è misto e confuso: re, vescovi, cherici ed uomini da guerra, si comunicano e prestano a vicenda lo spirito loro; v'ha feudalità nella chiesa e v'ha chiesa nella feudalità; v'eran vescovi che portavano il falco in pugno per la selva delle Ardenne, e v'eran uomini di guerra che portavan la mitra e il pastorale dell'abate in segno della loro giurisdizione. In mezzo a quella società, il regno di Pipino altro non è che una gran riparazione a profitto della Chiesa; i cherici avean serbato memoria degli spogliamenti ordinati da Carlo Martello, nè perdonar sapevano una tale violenza; gli uomini d'armi perseguitar poteano la Chiesa nel vigor della vita, ma i cherici gli aspettavano alla morte; quelli erano i giorni per loro del ricatto, e Pipino redimeva i peccati del padre suo. Ci rimangono diplomi e atti di donazione col sigillo di Pipino, qual prefetto del palazzo; altri diplomi di larghezze e doni più numerosi contrassegnano il tempo in cui egli fu re. San Dionigi va continuamente ricevendo mense di terre e livelli; le chiese di Treveri, di Metz, della Lorena, sono ricolme di doni. Oltracciò Pipino ha cura di ampliar con costante sollecitudine gli altri beni ecclesiastici; onde san Dionigi vede confermarsi le sue fiere; i monasteri di San Martino di Tours e di San Michele hanno donazioni, e le chiese di Nantua e di Figeac, ottengono, per diplomi, privilegi. Egli testimonia in ogni luogo la sua gratitudine ai vescovi che il fecero re, ed ai papi che sancirono la podestà sua. E Roma pur essa serba gran riconoscenza per quanto Pipino fece a pro di Zaccaria e di Stefano, e abbiamo una curiosa epistola del popolo e del senato romano al re de' Franchi, in cui gli rendono grazie della libertà che ei ricuperò loro di man dei Longobardi, ed egli ad essi risponde: «di rimaner fedeli alla Chiesa di Dio e al pontefice».

Monasteri, chiese, pontificato, tali son gli oggetti della protezione del nuovo re dei Franchi; i cherici l'hanno innalzato al trono, i cherici hanno santificato il suo regno, confermatogli il possesso della corona e il capo del nuovo lignaggio fa stima di loro, però che niuno saprà mantenersi in signoria, senz'assecondar la forza che ve l'abbia recato.

CAPITOLO VII. CARLOMAGNO E CARLOMANNO.

Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. — Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche de' Quattro figli d'Ammone, e d'Ivone di Bordò. — Ragion vera delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi.

768 — 771.

Pipino, sublimato al trono de' Franchi, avea diviso l'eredità sua tra i proprii figliuoli, a simiglianza di Carlo Martello, formando la Neustria e l'Austrasia pur sempre due distinte frazioni nelle conquiste dai Franchi compiute sotto i primi Merovei. Carlomanno, il secondogenito di Pipino, fu quasi del tutto ecclissato nella storia dallo splendor di Carlomagno, l'eroe delle croniche e dei canti epici. Questo Carlo, che più tardi aggiunse al suo nome l'epiteto latino e romano di magno (il grande), era sostanzialmente d'origine germanica; se non che per ben che si frughi in tutte le croniche e i diplomi, dir non si può al vero in qual luogo, in quale città egli venisse al mondo: tutte le città, in Germania, si attribuiscon l'onore d'avergli dati i natali: Aix, Liegi, Carlostat e Monaco stessa, pretendendo i Bavari che il gran Carlo discenda dalla schiatta loro; in ogni luogo, dal Reno all'Elba, si trovano antiche immagini, e marmoree statue di lui, venerabili monumenti che testimoniano l'ammirazione dei popoli e la grandezza di quell'uomo[123]. La congettura più probabile si è che Carlomagno nascesse nel castello d'Inghelheim, vicino a Magonza, chè Magonza pur essa vuole per sè l'antico imperadore; le ruine romane, le torri che fronteggiano il Reno, portano il suo nome, e fra quelle reliquie dei secoli, fra quei lembi di mura sospesi in cima dei monti, dove il sole indora i pampini del Joannisberg, l'eco sempre risponde: Carlomagno!

Gli annali di Fulda il fanno nascere a' dì 26 di febbraio dell'anno 742; a' dì 2 di aprile il continuatore di Fredegario; gli uni si contentan di dire ch'ei nacque a Natale, gli altri a Pasqua, chè richiedevasi una solennità cristiana a celebrar con le sue feste i natali d'un uomo che stampò si grandi orme nei secoli. Il Reno tutto germanico, la Svevia, la Franconia, la Baviera e gli antichi vescovadi voglion per sè i primi anni della vita di lui; nulla vi fu di neustro o meridionale, nell'origine sua, nelle sue forme, ma sol vi domina l'impronta tedesca. Non pertanto Eginardo, il diletto segretario di Carlo, dice ch'egli ebbe la Neustria, e Carlomanno l'Austrasia; ma il continuatore di Fredegario, sì esatto sempre, dà a quello l'Austrasia ed a questo la Neustria; e l'indole tutta germanica di Carlomagno, creder farebbe che questa opinione sia la più vera. E dove passa egli la prima sua giovinezza, e in quai luoghi dà egli i suoi diplomi? Nelle città del Reno, della Svevia o della Franconia, da Magonza o da Liegi. Del resto questa divisione di patrimonio durò brevissimo tempo, e dopo abbiamo una confusion perpetua di terre e di dominii.

Gli annali di maggior fede nulla dicon dei fatti e delle azioni di Carlomagno nella sua puerizia, ed Eginardo medesimo confessa di non saperli[124], chè a que' tempi le croniche dei monasteri, non trattavan degli uomini se non quando giunti all'età dell'operare. E come de' suoi primi anni, così siamo all'oscuro dell'educazion sua, la quale, quanto alle lettere, fu trascuratissima, da che fatto adulto, appena formar sapeva la cifra del suo monogramma. La guerra, ovver la caccia nei boschi di Turingia o delle Ardenne, formavano la sola educazione dei re o condottieri d'uomini alemanni. Le canzoni eroiche, monumenti dell'antico spirito nazionale, con più autore s'intrattengono degli anni giovanili di Carlomagno, e nel decimoterzo e decimoquarto secolo si raccontavano le maravigliose avventure che accompagnavano l'apparire al mondo di questo fanciullo; il romanzo di Berta dal gran piè ci rivelò la nascita sua romanzesca e misteriosa, e altri romanzi narrano come il robusto giovinetto si trovò obbligato di lasciar la Francia per tradigione dei bastardi di Pipino, e come egli andò a militar sotto il re Gaiafro di Toledo, la cui figlia ebbe in isposa, e come dopo alcuni anni venne a riconquistar il proprio suo reame, di che i bastardi spodestar lo volevano.

Or chi avrebbe saputo contendere a Carlo il retaggio degli avi suoi, a Carlo, significazione in atto della forza medesima? Tutti i monumenti ce lo rappresentano di grandissima statura, e le pitture alemanne son foggiate sulla stampa di una specie di gigante o di san Cristoforo. Nella cattedrale e sulle piazze pubbliche di Aix, a Magonza, a Monaco, dappertutto Carlomagno è rappresentato quasi altro Golia; la statura sua è di oltre sei piedi; l'aspetto più che mai bellicoso; gli occhi grandi, vivi, ardenti, risentiti i lineamenti del volto; tutti gli arnesi ch'ei toccava o trattava, son di tal peso, che tu diresti esser egli stato di sovrumana natura. Ma il cranio che mostrasi ad Alx, e fu dai canonici conservato in una custodia d'argento indorato, è egli veramente quel di Carlomagno? La sua straordinaria grandezza dimostra ch'esso appartener non potè se non a un gigante[125]. A que' tempi la forza del corpo molto entrava nella potenza morale d'un capo; onde è che Pipino, a farsi perdonar la sua picciola statura, e la grossa sua corpulenza ebbe bisogno di abbattere un lione in furore, dopo di che il soprannome di Breve[126] non fu più tolto per ischerno, e il re de' Franchi mostrar dovette ch'ei possedeva la forza e la vigoria necessaria a sostenere il comando.

Per le canzoni eroiche intorno la puerizia di Carlomagno, egli ebbe dunque la forza e la vigorìa di suo padre, e la bella statura di Berta, la nobil figlia della Germania; sua madre gli trasmise quell'impronta di maschia bellezza e quella maestosa ed altera statura che la tradizione gli diede, ond'è che quando la cronica di san Dionigi descriver vuole, sull'autorità di Turpino, la figura di Carlomagno, gli dà tutte le forme e tutta la possa d'un gigante. «Uomo era di gran corpo e statura; alto sette piedi de' suoi; avea rotondo il capo, gli occhi grandi e grossi e sì ardenti che quand'era in collera scintillavano come carbonchi; grosso e diritto il naso, ed alquanto elevato nel mezzo; neri i capegli, la faccia colorita ed allegra. Era di sì gran forza che stendeva, come niente fosse, tre ferri di cavallo insieme uniti, e levava in palma di mano da terra in aria un cavaliere armato. Con la sua spada Gioiosa ti tagliava netto un uomo a cavallo coperto di tutt'armi. Era ben proporzionato in tutte le sue membra; e il cingolo suo era lungo sei spanne, senza i lembi della coreggia che pendean fuor del fibbiaglio.» Tale si era la persona del gran Carlo. Egli e Carlomanno furono amendue incoronati nel medesimo giorno, l'uno a Noyon, l'altro a Soissons, e le acclamazioni dei Franchi confermarono il partimento che fece Pipino dell'eredità sua, ma esso non piacque altrimenti ai due fratelli, i quali non mai fermamente si accordarono intorno all'amministrazione delle terre loro. I cronisti passano sotto silenzio le protestazioni o le opposizioni che sorger poterono tra' fautori de' Merovingi, nè oramai più si trovano che lievissime tracce della famiglia di Clodoveo, così sacra com'era tra i Franchi; i cronisti, tutti dediti alla schiatta di Pipino, più non ne parlano, ovver gittano sol qualche parola in segno di dispregio ad annunziar la fine di Childerico, o d'alcun altro dei rampolli di questa famiglia reale; nuovi interessi sottentrano agli antichi, e le prime affezioni se 'n vanno.

Intanto ecco scoppiar una guerra, che ricorda in certo modo i diritti de' Merovingi, ed è quella d'Aquitania. Nel mezzodì s'era infatti più particolarmente che altrove, conservata l'affezione pe' figli di Clodoveo; i primi di quei duchi aveano avuto Cariberto re di Tolosa e figlio di Clotario II, per antenato, nè mai s'era interrotta la successione, e uscito n'era quell'Eudi stesso che combattè sì valorosamente i Saraceni, ed a cui fu figliuolo quell'Unaldo o Unoldo, il quale, insiem con gli Aquitani, fece accanita guerra a Carlo Martello quando tentar volle d'assicurarsi la corona; guerra non di schiatta solo contro schiatta, ma sì ancor di dinastia contro dinastia. Pipino invece tenne l'arte di gittar la discordia in quella famiglia, e la sanguinosa istoria di Atone e d'Unaldo, rende ancor testimonio dei modi che tennero i Carolingi verso i Merovingi d'Aquitania, da essi fatti tonsurare e monacare a simiglianza del terzo Childerico. Se non che, alla morte di Pipino, Unaldo esce tutt'a un tratto dal suo monastero e rizza lo stendardo a proclamar l'independenza dell'Aquitania, sperando col passaggio d'un regno all'altro di far rivivere i diritti d'un Merovingio ridotto allo stato monacale. La qual sedizione dovette, senza dubbio, esser duramente repressa da Carlo, però che assecondar essa poteva le pretensioni dei discendenti di Clodoveo nella Neustria. Egli convocò un parlamento, a cui intervennero suo fratello Carlomanno, i conti, i fidi leudi ed i vescovi, e fu deliberata la guerra, importando egualmente ai due fratelli di comprimere le idee che favorir potevano il ritorno e la podestà dell'antico lignaggio. Passaron indi entrambi uniti la Loira, ma poi entrati, lungo il cammino, in discordia fra loro, a cagion che niun dei due era contento della porzion sua di eredità, Carlomagno, che vuol maggioreggiare, si riman solo a guida della spedizione, e Carlomanno si ritira insieme co' suoi. Ecco dunque i Franchi nelle provincie del Mezzodì, ridurre ad obbedienza le antiche città, i municipii romani o le campagne soggette ai vescovi visigoti. Gli Aquitani furono vinti da questi leudi germanici, e da questi bene armati e bene montati Austrasiani.

A simiglianza di Carlo Martello, Carlomagno corre l'Aquitania da un confine all'altro, e vien sino alla Dordogna, e la città di Fronsac che si vede su quelle alture, è una delle sue edificazioni, fatta a mantenere il dominio franco sui popoli meridionali, che quando tener volevasi il piè sul collo ai vinti si rizzavano castella e fortezze. Le città meridionali degli Aquitani godevano di maggior civiltà che non quelle brumali del Reno e della Mosella, e il passaggio di Carlomagno in Aquitania fu contrassegnato da carte e diplomi a favor delle chiese e dei monasteri; di colà ci venne anzi fino in Guascogna, terra de' Pirenei, che fu allora da lui data in feudo a un signore indicato sotto il nome di Lupo, uscito, dicon le croniche, dalla stirpe merovingica e nipote del duca legittimo, il quale si fece di volontà sua vassallo di Carlomagno, consegnandogli per pegno della sua fede il proprio zio Unaldo, ch'era venuto a cercare un rifugio in que' monti, e così, dicon le leggende, l'agnello fu divorato dal lupo.

Più non ebbe quindi contrasto la sovranità di Carlomagno in Aquitania. Un romanzo quasi contemporaneo per titolo Filomena, racconta, con belle avventure, tutte le conquiste meridionali di Carlomagno, cui mescola spesso e confonde con Pipino, e massimamente nell'assedio di Carcassona. In questa Filomena abbiamo un miscuglio di realità e di finzione, chè l'immaginazion dei trovatori del Mezzodì avea gran campo nel racconto delle grandi gesta di Fier Braccio, e Carlomagno divenne l'eroe delle leggende meridionali, e insieme delle canzoni eroiche del Nord.

Le guerre oltre la Loira, sono anch'esse personificate nel romanzo dei Quattro figli d'Amone, antica espressione delle avversioni tra le razze del Mezzodì e quelle del Settentrione. Rinaldo di Montalbano, la cui storia si fece di poi tanto popolare, era figliuolo d'Amone, della famiglia meridionale di Dordogna. Amone viene alla corte di Carlomagno co' suoi quattro figli Rinaldo, Ricciardetto, Alardo e Guicciardo, per fargli omaggio, senza dubbio, come duchi d'Aquitania. Rinaldo giuocando agli scacchi[127] spacca la testa con uno scacco a Bertolotto nipote o bastardo di Carlomagno, onde tosto è intimata la guerra, e il re furibondo convoca i paladini; e Ivone, duca di Guascogna, prende a difendere il duca Amone, nel suo feudo della Dordogna; in quella forma che Lupo pigliò già per poco la difesa d'Unaldo. Quante meraviglie nell'assedio di Montalbano, dove la schiatta meridionale fece tanti prodigi! I figliuoli d'Ammone son tutti colà entro chiusi; trasportativi sul rilucente suo dorso dal nobil destriero Bajardo, e si apparecchiano alle difese, magnanimi e prodi come sono. L'assedio di Montalbano è lungo e notabile per le sue vicissitudini, da ogni parte di questo poetico racconto scritto dalla razza meridionale, traspar l'odio contro Carlomagno, uomo del Nord che viene ad imporre il suo giogo alle nobili città del Mezzogiorno. Il romanziero quindi lo rappresenta qual uom vendicativo, ridicolo, in balia al capriccio de' suoi baroni ed al dispregio de' figli suoi, tanto che ti par non già d'essere a' tempi della nascente grandezza della schiatta carolina, ma sì a quelli del decadimento suo e della sua ultima ruina sotto Carlo il Semplice.

La canzone eroica intorno ad Ivone di Bordò appartien pur essa all'epopea delle guerre d'Aquitania e di Guascogna. La cronaca spesso non toccava che un motto appena, non facea che un arido e steril racconto di questa o quella guerra; la canzone eroica all'incontro raccontava tutte le geste della cavalleria, e raccoglieva mille tradizioni in un fascio. Il romanzatore non curasi dell'esattezza dei fatti o del colore degli avvenimenti; egli inventa, orna e cinge di leggende d'oro l'immagine di Carlomagno, il cui nome risuona per più secoli dopo. I cartolari delle badie si contentan di dire: «Re Carlo venne ad abitar le celle nostre nelle feste di Pasqua o di Natale, e vi celebrò le solennità della Chiesa». Le canzoni eroiche ci danno a conoscer la vita delle caccie, delle corti plenarie, il tumulto delle battaglie, l'intima condizione di quella società fuor delle solitarie mura dei chiostri.

Dato termine alla guerra d'Aquitania, Carlomagno fa ritorno nelle sue città dei Reno e della Svevia, dimora sua gradita; non così Parigi dov'egli mai non abita, e passa indi rapidamente a Compiegne. Le sedi a lui più care sono alcune grandi mense o tenute regali nelle diocesi di Giulieri, Seltz, Vormazia, Magonza; e visitar gli piace i fiumi della Schelda, del Reno, della Mosella e del Meno[128], e le foreste delle Ardenne e delle Montagne Nere. S'ei tiene gran corte o corte plenaria il fa sempre nella Germania; la Neustria fu sol per poco porzion del retaggio suo, perpetua è la confusione del patrimonio ereditario tra lui e Carlomanno; nessuna esattezza nè distinzione. In una di tali corti plenarie fu trattato del matrimonio di Carlomagno con una delle figliuole di Desiderio re dei Longobardi, poichè al par di Carlo Martello, di Pipino, Carlomagno anch'esso non ha una moglie sola; sposato già ad Imiltrude, di franca origine, egli abita con essa i palazzi, le ville, e nondimeno Berta sua madre vuol dargli in moglie Desiderata, figliuola di Desiderio re de' Longobardi. L'unità del matrimonio ancor non è di domma fra quegli uomini violenti, che pigliano, a grado delle loro passioni, una o più compagne; e non è raro vederne tre o quattro nei palazzi de' leudi, argomento ai solenni rimproveri che loro indirizzano i papi, custodi come sono della santità e della purità dei costumi.

In questo trattato di nozze con Desiderata certe ragioni di materiale interesse entravano nella gagliarda opposizione che fecero i papi all'imeneo di Carlomagno con una figlia di Lombardia. Vero è che Desiderio non erasi, ad esempio degli altri re de' Longobardi, chiarito inimico della santa sede, ma pur facendosi alteramente suo protettore, non avea lasciato d'impor certe condizioni al papato; e oltracciò Stefano III, che sedea sul soglio di san Pietro, con ribrezzo vedeva la congiunzion delle due monarchie franca e longobarda, in questo parentado. E chi fu il difensor di Roma, allorchè il papato, assalito dalle forze de' Longobardi, manifestò i suoi pericoli al mondo cristiano? Non altri che Pipino co' suoi leudi di Austrasia e di Neustria, che varcate le Alpi co' gravi loro cavalli, furon tosto, per ragion di conquista e per la forza dell'armi, signori delle città di Lombardia.

La sovranità temporale dei papi, venia lor parimenti da Pipino, il quale, in contraccambio, avea da essi ricevuto il titolo di patrizio di Roma; ed ora, se il re franco e il re longobardo collegavansi con un matrimonio, il pontificato non avrebbe avuto più chi il proteggesse e vendicasse, e questo era ciò che profondamente affliggeva Stefano III, onde quand'ei seppe l'andata di Berta a Pavia e a Ravenna, affrettossi di scrivere a Carlomagno: «Sappiate[129], o gran re, che ella è cosa empia pigliare altra moglie, oltre quella che avete; vi sovvenga, eccellentissimo figliuolo, che il nostro predecessore di santa memoria, fece istanza col padre vostro affinch'egli non ripudiasse vostra madre, e che Pipino anche aderì alle istanze sue. Sarebbe invero cosa lacrimabile che la nobil nazione dei Franchi, si lasciasse corromper dalla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la quale non si conta pur nel numero delle nazioni, e da cui certo è esser nata la stirpe dei lebrosi[130]... Or qual comunione vi può essere tra la luce e le tenebre, tra il fedele e l'infedele? Pigliatevi, ad esempio degli illustrissimi e nobilissimi re della stessa vostra patria, una bella moglie della nobil gente dei Franchi, e pigliatela per amore, rinunziando a mescolare il vostro sangue con le nazioni straniere. Così fece l'avolo vostro, così il bisavolo, e così il padre, che mai non vollero menar moglie fuori del regno».

Stefano III, manifesta continuamente le sue paure, in una sfilata di lettere indiritte ai grandi, a Carlomagno ed a Berta, già scesa in Italia, che persiste pur sempre nel suo disegno di parentado con la stirpe longobarda, come nodo di pace fra loro, e le pratiche sono già sì innoltrate che non si può tornar più addietro. Desiderio altro non è che un vassallo, e Carlomagno è ben contento ch'ei lo mostri con pubblici omaggi, e già vede in fantasia risplender sulla sua fronte la corona di ferro; Desiderio non ha figli maschi[131], e sarà suo successore.

Desiderata divien dunque, a dispetto del papa, la seconda moglie di Carlomagno, e poichè dispiacer non vuole al potentato de' Longobardi, di cui suo figlio ha bisogno, si fa mediatrice d'accordo tra Stefano III e Desiderio. I Longobardi, già s'erano, all'uso lor soldatesco, dalle città di Milano e Pavia precipitati sul territorio romano, avevano occupata la Pentapoli, ed eran quasi alle porte di Roma. Stefano ha quindi ricorso a Carlomagno, perch'egli faccia rispettar la donazione di suo padre a Roma ed a san Pietro; e Carlomagno porge benigno orecchio alle preghiere di Stefano III, e fa che Desiderio, per mezzo di arbitri da lui mandati, debba contentarsi del regno di Lombardia, e rispettar la donazione di Pipino, non avendo egli ragione alcuna sul dominio di San Pietro. «Questo accordo assicura a Carlomagno la preminenza in Lombardia in uno ed in Roma; patrizio della città eterna e protettor dei papi, egli è altresì il signor sovrano del re dei Longobardi, e al primo atto di fellonia di costui potrà scender dall'Alpi, per fargli batter la guancia della temerità sua. Egli è già re dei Franchi, già alto signore dell'Aquitania, e presto anche l'Italia diverrà una pertinenza della sua corona.

Da Imiltrude, sua prima moglie, avea già Carlomagno avuto un figliuolo per nome Pipino, quand'ebbe a menare in seconda moglie Desiderata, che varcò le Alpi in compagnia di Berta, e fu da essa condotta in una delle regie ville nella foresta delle Ardenne. Ora in queste ville risedevano ordinariamente i re franchi e i prefetti del palazzo, ed erano, come a dir, masserie ben coltivate, sparse in mezzo a paesi incolti, e formavano i redditi principali della corona, amministrate da maggiordomi secondo la forma romana e le consuetudini dei coloni naturali delle Gallie. Quali di siffatte masserie appartenevano ai monasteri, alle badie, ai vescovadi, e quali al re; i leudi, i conti ed i duchi ne avean pure di ragguardevolissime, ed ogni uom d'armi possedea la sua terra lavorata a profitto suo dai coloni.

Se non che presto questa Desiderata venne grandemente a noia di Carlomagno, o fosse per quanto il papa gli avea detto intorno alla volubilità ed ai vizi della gente longobarda, o fosse per memoria del suo primo imeneo con Imiltrude. Che che ne sia, fatto sta che sei mesi dopo appena, egli già intona di volerla ripudiare, senza rispetto alle rimostranze di Berta, come se il sangue de' Franchi parlasse contro quel de' Longobardi, e l'uomo del Nord ripugnasse dal viver congiunto alla donna che nacque a Milano. Ei caccia dunque alla fine Desiderata, e quasi ad un punto si fa marito a una donzella della Germania di nome Ildegarda; sì che all'età di ventinove anni egli ha già, tra ripudiate e sposate, tre mogli, nè fa caso alcuno dell'unità matrimoniale. Indarno Stefano gli rinfaccia i suoi adulterii, che egli sostiene fermamente questa riotta contro il moral dettame del papato; siamo in tempi che le passioni tuttavia trionfano, e la Chiesa non è ancor freno sufficiente per uomini carnali che tutto si fanno lecito nell'ebbrietà della vita. E che importa a Carlomagno del minacciar di Desiderio? Egli saprà ben farlo stare a segno. Intanto tutti i malcontenti vanno a cercar rifugio a Pavia od a Ravenna, nè sì tosto questo o quel leudo ha, per suo peggio, rizzato bandiera contro i Carolingi, passa le Alpi, e va a trovar il re longobardo per chiedergli aiuto. Or bene, la corona di ferro inchinar si dee innanzi alla corona del re de' Franchi, poichè fino a tanto che quest'ultimo ciò non ottenga, non vi sarà più nè pace nè tregua per lui; e' si vuol rimuovere questo pericolo con una spedizione oltre l'Alpi. Unaldo o Unoldo stesso, l'ultimo duca d'Aquitania, è ito a cercar un rifugio a Pavia, mentre Desiderata anch'essa corre a querelarsi alla corte dei Longobardi dell'oltraggio ch'ebbe dai Franchi e dal re loro.

La monarchia cadde, a questi tempi, tutta nelle mani di Carlomagno per la morte quasi subita di Carlomanno. E' non v'ebbe mai nessuna intimità tra' due fratelli, nè mai fu ben determinata tra loro la divisione del paterno retaggio, chè anzi i diplomi stessi attestano una gran confusione nei termini dell'autorità loro; amendue regolavano in comune l'amministrazion delle terre del Reno, della Mosella, della Senna e della Loira, e nei tre anni ch'ebbe a regnar questa confusione, saper non è dato se la Neustria o l'Austrasia fosse piuttosto dall'un che dall'altro governata. Carlomanno passò di vita in una villa reale chiamata di Samoucy, nella diocesi di Laone, giovanissimo ancora, dicendo la Cronaca che appena avea compiuta l'età di ventun anno.

Lasciava Carlomanno due figli pargoletti, ma gli succederanno essi nel regno? Se ancor durato avesse la legge di successione sacra già tra' Merovingi, i due fanciulli avrebbero, come tante altre volte si vide negli annali dei Franchi, ereditato in comune il paterno retaggio; ma i Carolingi, lignaggio nascente, non destavano ancora quella religiosa pietà che già i figli di Clodoveo destavano nell'antica razza dei Franchi, da poco uscita delle foreste; la forza gli aveva innalzati, nè doveano la legittima consacrazion loro ad altri che all'opera dei papi, all'unzione dei vescovi, e l'eredità non era ancor legge irrevocabile[132]. Carlomagno partecipò quindi, in una corte plenaria che ei tenne a Valenciennes, la morte di Carlomanno a' suoi leudi, dopo di che, agitando essi le loro lance, mossero, a guisa di conquistatori, alla volta delle Ardenne, e piantarono i loro alloggiamenti nella real tenuta di Carbonac, a poca distanza da Samoucy dove Carlomanno era uscito di vita. All'aspetto di questa massa di gente, i conti, i vescovi e gli abati di quel regno, vennero a far omaggio a Carlomagno, e senza troppo guardare alle ragioni dei due fanciulli, inetti com'erano a regnare ed a condurre i leudi alla guerra, furono, siccome gli ultimi de' Merovei, destinati a vivere ed a morire nel chiostro, serbata lor la tonsura, simbolo dello spirituale servaggio; chè tra loro, chi più non avea lunghi e ondeggianti i capegli come la criniera dei nobili corsieri delle foreste germaniche, non poteva esser nè re nè conte mai. Gerberga, la vedova di Carlomanno, passò le Alpi, e venne anch'essa a cercar rifugio presso i Longobardi, temendo la condanna del chiostro e le persecuzioni di Carlomagno divenuto re di tutta la nazione dei Franchi. Eccetto alcuni pochi che rimasero fedeli a Carlomanno, e seguirono oltremonti la regina Gerberga, tutti i possessori delle terre, i conti, i vescovi e gli abati fecero omaggio al nuovo signore.

Di quivi ha principio, propriamente, il regno di Carlomagno, poichè d'indi in poi si vengono spiegando le grandi conquiste e l'ordinamento politico dello stato, altro non essendovi, sino alla morte di Carlomanno che qualche editto sciolto e qualche diploma di donazioni al chericato. Così, a mo' d'esempio, un diploma di Carlomagno, dato in Aquisgrana agli idi di gennaio, fa una donazione al monastero di San Dionigi, e un degli idi di febbraio concede alla chiesa di Metz certe franchigie, e l'esenzione da ogni regia giurisdizione; innanzi la sua morte, Carlomanno conferma le immunità della chiesa di San Dionigi; alle calende d'aprile Carlomagno accresce i privilegi al monastero di Corvia, e conferma quelli tutti della badia di Sithieu, o San Bertino. Ben si vede che la stirpe di Pipino ha bisogno del sostegno della Chiesa per far confermare la sua regia dignità, e si collega co' papi, bisognosa com'è di quel religioso carattere, che la Chiesa solo può dare. Donde tanta sollecitudine per tutti gli argomenti che riguardano il cristianesimo e il pontificato, chè Carlomagno vuol essere il figliuol diletto di Roma prima d'essere imperadore romano, e amicarsi il pontificato perch'ei n'ha d'uopo a compiere il suo vasto disegno d'impero, e a quella guisa che Pipino erasi conquistato il papa per farsi re, così Carlomagno gli porge la mano per farsi imperatore.

CAPITOLO VIII. CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE.

I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo. — Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. — Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare. — Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino. — Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. — Armature. — Cognizioni di Carlomagno.

771 — 780.

In questa società tutta armigera non v'è quasi spazio tra la puerizia di Carlomagno e le sue conquiste; non sì tosto egli si sente forte abbastanza, entra in lizza, non sì tosto ei possiede un po' di vigoria e di scienza militare, ei le pone in opera per accrescer di nuovi popoli il suo retaggio. E non è già senza grande studio e fatica ch'ei giunge a farsi conoscer degno discendente di Carlo Martello e di Pipino il Breve; entrambi questi capi avean principato col rendersi famosi per le geste loro, e Carlomagno anch'esso pagar dee il debito suo, e gli convien conquistare, e reprimere e ributtare le invasioni altrui, chè la stirpe carolingica non è ancor tanto antica da potere scioperarsi in ozio molle come i Merovei. Ond'è che appunto niun intervallo v'ha tra la puerizia di lui e la guerra contro gli Aquitani, poichè egli non avea più di trentun'anno quando calò dalle Alpi a conquistare il regno dei Longobardi[133].

Se non che Carlomagno si trova avere in mano forze assai più ragguardevoli che non i deboli re della schiatta merovingica, i quali appena regnavano sopra frazioni di popoli, essendovi a' tempi loro re d'Austrasia e di Neustria, e altri capi che governavano l'Aquitania e la Borgogna, e la guerra civile struggeva la forza di quelle razze, che si premevano e incalzavano senza traboccare al di fuori, e il sangue scorreva a fiumi in quelle guerre di famiglia contro famiglia e schiatta reale contro schiatta reale, sì che i tempi dei Merovingi rinovavan l'esempio delle guerre fra tribù erranti sulla terra ch'elle si contendean fra loro. Carlomagno si trova in condizione più agiata; egli ha tutte raccolte sotto il suo freno le sparse membra della gran famiglia de' Franchi; Carlomanno, che avea una parte del retaggio, è morto anch'esso, ed egli s'è impadronito de' suoi dominii; non vi sono più re, nè capi fra i Neustri, i Borgognoni o gli Aquitani che contrastar gli possan lo scettro; ognuno che ha nome di Franco muove sotto le insegne sue; egli è di tutti capo, di tutti supremo signore, ed ei pone suoi Conti a governar que' paesi, i quali senz'alcuna renitenza ubbidiscono[134]. Carlomagno, or ch'egli è re solo di tutti, ben sa che gli è d'uopo impiegar continuamente la nazion bellicosa ch'ei regge; se non la guidi alla conquista essa userà la forza sua nella guerra civile, non altramente che fece già sotto i Merovei; sono uomini valorosi ed ardenti, che vogliono esser condotti attraverso di fiumi e di monti su nuove terre, onde por debbe ogni studio, ogn'arte sua a scagliare i suoi compagni d'armi sui popoli e sui territorii vicini, però ch'ei saziar li dee di preda, di terre, di dominii, a evitar ch'ei si divorin fra loro.

In opera sì difficile e lunga come questa è, Carlomagno non può far da sè solo, onde sotto lui ed intorno a lui s'aggroppano capi e conti esperti in guerra; impossibil sarebbe ad un sol uomo imprendere ad eseguir tante cose, ed intorno a ogni grande intelletto, vediamo uomini di seconda schiera, che son come la mano e il sostegno dell'opera sua. Ora, da due fonti attigner si dee, per chiarire le imprese dei conti che seguiron Carlomagno nelle lontane sue spedizioni, e son le cronache e le canzoni eroiche. Le prime così sterili come sono in sostanza, ricordano appena qualche nome proprio, e Carlomagno è quel solo ch'ivi muove e si agita per le battaglie, siccome principio e fine; Eginardo non cita più che tre o quattro prodi che fan corteggio al suo signore, e se il monaco di San Gallo offre qualche più prezioso documento, si è perchè questa cronaca fu scritta sulle tradizioni e sulle canzoni eroiche medesime. La seconda delle fonti da me accennate, sono a proprio dire i grandi poemi di cavalleria in cui trovansi in copia nomi propri, e famiglie e baroni che aiutarono, tradirono o esaltarono Carlomagno; ivi il principe non è mai solo, ma circondato dal consiglio de' suoi leudi, de' suoi guerrieri: consigliasi con loro, nè mai muove alla battaglia se non dopo la deliberazione di tutta l'alta sua corte, e ci son famiglie intere che si danno alle gesta eroiche, o al tradimento. Cotesti racconti fanno di questo modo muovere intorno a Carlomagno una moltitudine di conti e di baroni che gli servono di corteo.

Nelle cronache maggiori sono citati parecchi nomi di paladini, Orlando primo di tutti; esse il fanno conte, soltanto, e guardiano delle marche di Bretagna, e gli danno il nome di Rudlando[135], e dicono ch'egli era un uomo di gran gagliardia; a lui è commesso più volte di ridurre al dovere il popolo di Bretagna, e muore a Roncisvalle[136]. Nelle cronache si parla pure d'un conte di nome Bernardo[137], zio di Carlomagno, paladino esperimentato e dotto in guerra, a cui il nipote affida il comando d'una parte dell'esercito che cala in Italia contro i Longobardi, e suo fu il consiglio di partirlo in due schiere, l'una da scendere pel Monte Cenisio, l'altra pel monte di Giove nel medesimo tempo. V'è altresì parola d'un altro paladino di nome Rinaldo o Regnoldo[138]; ma ei si rimane oscuro, senza niente avere che suggerir possa al pensiero esser egli il Rinaldo di Montalbano delle antiche leggende poetiche.

Sono pur dalle cronache nominati fra i conti di Carlomagno, un Amberto ch'esse fanno conte di Bourges, ed a cui sostituiscono Stormino; un Abbone o Alboino, conte di Poitieri; un Guibaldo, conte di Perigueux; un Ittieri di Chiaramonte; un Bollo di Puy; un Orsone che piglia il governo di Tolosa, un Amone d'Albi, un Roardo di Limoges; i quali tutti dovevano esser uomini di grande affare, e di valentia, da che Carlomagno partì fra loro il governo delle Aquitanie. Finalmente il monaco di San Gallo ci ha conservato alcune tracce della vita di Uggiero il Danese, un di quei capitani nati senza dubbio fra le nazioni scandinave, che vennero ad offerire il braccio loro a Carlomagno. A quanto ne dice il cronista di San Gallo, quest'Uggero, fuggitivo, ricoverossi tra i Longobardi, temendo la presenza e il corruccio dell'adirato suo signore.

Tutte queste narrazioni delle cronache son povere di nomi propri, e spoglie, in generale, di grandi caratteri storici. Così non è delle canzoni eroiche, nelle quali anzi spiegasi tutta la pompa delle epopee carolingiche, e intere famiglie di baroni risplendono. Il semplice conte Orlando delle cronache diventa ivi quel valente paladino che scuote i monti e affetta i giganti saraceni, con Rinaldo di Montalbano allato e la famiglia del vecchio Amone nel suo castello di Dordogna, e con Uggero il Danese, anch'esso grande ammazzator d'Infedeli. Poi tu vedi comparir Guglielmo Corto naso[139], Garino il Loreno, Lamberto il Corto, Gualtieri di Cambrai, e già si mostrano i Bracci di ferro, le Lunghe Spade, i Girardi di Rossiglione[140] e gli Amerighi di Narbona. I quali baroni tutti si accerchiano intorno alla gran figura di Carlomagno, lo servono coi loro consigli, colla forza del loro corpo, col valore del braccio loro, nè possono andar separati da questo signor sovrano, di cui formano, come a dire, l'aureola.

L'idea dei dodici baroni che risiedono alla corte di Carlomagno, è, si vede chiaro, posteriore al suo regno; noi la troveremo da per tutto nelle canzoni eroiche, ed è un anacronismo che rinasce a ogni poco. Il titolo di barone altro non può quivi significare che un capo di quelle famiglie, o d'alcuna di quelle nazioni che si aggreggiano intorno al trono dei carolingi. Ci sono Borgognoni, Aquitani, Franchi della Neustria e dell'Austrasia; paladini che abitan le rive del Reno, della Loira, della Garonna, della Dordogna, e già regnano le antipatie di razza, e i Maganzesi non possono patir gli Aquitani. I Franchi sono anch'essi fra loro divisi per certe lievi disparità di costumi e di consuetudini, le quali trapelano dai canti e dai romanzi di cavalleria che ci narran le gesta dei paladini di Carlomagno. E quanto tempo ci volle per cancellar queste lievi disparità fra razza e razza, fra popolo e popolo!

Fra gli uomini prodi e valenti, fra i paladini di Carlomagno son misti i traditori e felloni, e poichè ogni affetto dell'anima vuol essere personato, questi ultimi appartengono alla famiglia maganzese, al lignaggio dei Ganelloni, o alla razza guascona di Olderigi, di cui tanto suonano le canzoni eroiche. A quel modo che si magnificarono le vittorie di Carlomagno, così scusar si vollero le sue sconfitte; chè quando un grande nome risplende sulla terra, i disastri che gli succedono, non sono mai, per opinion dei popoli, procedenti da cause naturali, ma sì da fellonia e tradigione. La conquista del regno de' Longobardi, è tanto rapida, tanto intera da non lasciar punto supporre che tradimento umano ci avesse luogo; in sei mesi i Franchi passan le Alpi, e tutto è finito; all'incontro nella guerra oltre i Pirenei, dove accadde la funesta rotta di Roncisvalle, le canzoni eroiche ti schieran da bella prima dinanzi tutta la famiglia dei paladini leali, di quei prodi e valenti che combatterono a fianco dell'imperatore; poi, dopo questa nobile schiera, vengono i felloni, coloro che vendono gli eserciti, e sono, come dissi, rappresentali nella persona di Ganellone. Il pio arcivescovo Turpino è il cantore di tutta questa epopea; egli si mescolava fra' combattenti, armato di mazza, poichè, cherico qual era, non dovea versar sangue; pugnava, orava, confessava vero simbolo del chericato, tal quale a noi lo additano le leggi di quei tempi e i capitolari.

I compagni d'armi di Carlomagno pigliano tutti il nome di Pari e Baroni dell'imperatore; i poemi dei trovatori confondon pur sempre le date; scritti come furono nel secolo duodecimo, e nel decimoterzo, verso i tempi di Filippo Augusto e del suo successore, essi portan l'impronta delle instituzioni dei secoli in cui furon composti. Nè sotto Carlomagno, nè sotto alcun de' Carolingi vi ebbero mai pari, nè ancor nato era il baronaggio insiem col feudo dipendente[141], nè ci eran pari laici, perchè ancor non v'erano nè duchi di Normandia, di Guienna o di Borgogna, nè conti di Sciampagna, di Fiandra e di Tolosa; nè tampoco ci eran pari ecclesiastici, perchè la gerarchia degli arcivescovi e dei vescovi non s'era punto ordinata nelle condizioni feudali. I trovatori, col trasportar le idee di un tempo in un altro, facevano, sott'altre forme, lo stesso che i miniatori delle immagini, i quali abbigliavano coi vestimenti del secolo in cui viveano essi medesimi, personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Laonde il titolo di barone o di pari nelle antiche conquiste dei Carolingi, non dee interpretarsi se non nel senso di compagno d'armi del capo signore[142], nè il conte Orlando fu altrimenti un pari del re, com'ebbe ad essere il duca di Normandia sotto san Luigi e sotto Filippo il Bello, ma un graff di origine germanica o bretona alla foggia dei Franchi di Clodoveo e dei Merovingi. Carlomagno raccoglieva sotto il suo freno le tribù franche tutte quante: Borgognoni, Neustri, Austrasii, Bretoni, Aquitani, e ognuna di queste razze era rappresentata da alcuni particolari eroi, divenuti poscia i soggetti dei poemi epici e nazionali.

Ragguardevoli erano tutte queste forze in mano di Carlomagno; e quanto alle prese d'armi, facevansi esse tumultuariamente dopo qualche deliberazione delle corti plenarie; però che a due tempi dell'anno, Natale e Pasqua, il capo signore dava una specie di militar convegno a tutti i capi della nazione o franca o romana, conti o vescovi che essi fossero: a Natale deliberavano intorno alle leggi generali, a Pasqua concertavano le spedizioni lontane della primavera e la conquista di questa o quella uberifera terra, come dir la Sassonia, la Lombardia, la Spagna. Tutta quella generazione non aveva altra passion che la guerra; lo squillo della tromba saltar li facea come destrieri; i paladini non potevan più contenersi nelle lor grosse e murate torri; chi parlava lor di conquiste era il bene ascoltato: onde il rinomo di Carlomagno a lui tutti tirar doveva i capi dell'armi, i conti bramosi di nuovi dominii; anche i leudi più lontani accorrevano alle sue chiamate. Tutto questo facea che le forze sue fossero superiori di numero a quante altre gli erano opposte; chi seguiva le sue bandiere, chi accorreva allo squillo delle sue trombe era certo di guadagnar qualche terra, era certo della vittoria; e però a lui correvano in frotta; Carlo Martello e Pipino avean lasciato alto grido di sè, e il figlio loro ancor più l'innalzava. Fin dal principio del suo regno egli spiegava la medesima attività, la medesima militar sapienza dell'avolo e del padre, onde tutti in lui s'affidavano, ed egli guidava i vecchi commilitoni che avean guerreggiato sotto Pipino, e i veterani che avevan veduto Carlo Martello; la razza degli Austrasii mostrava d'aver conquistata una potentissima superiorità sa tutta la famiglia dei Franchi; essa durava nella sua prepotenza, e Carlomagno appariva come il simbolo di quella vigorosa famiglia: sì che appena egli fa la chiamata, tolti si affollano intorno a lui, alle sue bandiere, a' suoi pennoni, alla sua orifiamma, e i suoi capitani sono uomini anch'essi il cui nome suona lontano.

Nè questi capitani e uomini d'armi chiedono paga di sorta alcuna, chè la guerra in loro è natura: e nessuno ha bisogno di scriversi per aver sussidio in denari o soldi d'oro, chè tutti si forniscono e armano a proprie spese[143]. Il capo supremo ascende l'Alpi, e di colassù dice a' suoi soldati: «Ecco terre nostre! avanti!» e queste parole maggior animo infondono che non la speranza d'una paga o d'un'agiatezza regolare. Così fan sempre i Barbari, e così a loro imitazione i capitani venuti in tempi di eccezione e di fanatismo!

Annunziata questa o quella spedizione, leudi e liberi compagni tutti accorrevano, e assentivasi a quella al suon dell'armi ed allo strepito dei carri. Debito era di chi possedesse alcuna terra d'accorrervi alla più breve, ed indi i capitolari lo imposero per obbligo indispensabile, e tutti coloro che possedevano alcun bene del fisco. Le armi eran la cura principale dei conti e dei capi militari; con esse ottenevano la vittoria, e però ben eran solleciti di dar loro tempra forte; quanto ai monumenti d'arte, pochissimi ne abbiamo che riferir si possano ad un'età sì remota, e le poche armature che ci durano, in modo autentico provate dei secoli decimo ed undecimo, sono in parte divorate dalla ruggine, quel dente distruttore dei secoli, quella vecchiarda che lacera con l'ugne sue corpi che altri creduto avrebbe non poter perire giammai. L'antiquario che fruga e cerca il vero, ammetter dee che i Franchi tolsero quasi tutte le armi loro dai Romani: infatti, quando una nazione barbara e conquistatrice accostasi ad una gran civiltà, prima di tutto e ardentemente, accetta di quella le armi omicide più raffinate e distruttive, e imita, tosto e per bisogno, i modi perfezionati di uccidere e di conquistare.

Cotesto si fu evidentemente uno dei primi studi dei Franchi nelle Gallie; pigliavano la picca e il giavellotto in luogo della chiaverina troppo corta; allo scudo rotondo della nazion loro preferivan lo scudo romano, come più atto a coprire il corpo, e l'elmetto insiem con la visiera, perfette armature sì ben congegnate che i dardi non vi passavano, furon parimenti sostituite a quella specie di berretto di cuoio bovino, del quale i Barbari armavano il capo. Robusti di corpo, com'erano, accettaron pur l'uso del piastrone o giaco di ferro, e la lunga ed aguzza spada, sì ben temperata che la sua celebrità passava di generazione in generazione, e serbavasene la genealogia fra le tende del campo. I Longobardi e i Greci conoscevano anch'essi certamente queste armi formidabili, ma non aveano a gran pezza i corpi giganteschi dei commilitoni di Carlomagno, nè quella forza loro appena credibile, chè gli elmi del decimo secolo pesan bene centoventicinque libbre, e a grande stento ora sollevar possiamo con due mani quella spada che i paladini maneggiavano come fosse una verga[144]. Portavano essi anche la mazza, l'arma favorita dei cherici, perchè non versava sangue; le quali mazze eran quasi tutte d'un tronco di cerro a nodi appuntati, e talvolta tutte di ferro: con questa terribil arme alla mano l'arcivescovo Turpino stramazzava gl'infedeli, e obbligavali a confessarsi ed a ricevere l'assoluzione.

I cavalli degli eserciti di Carlomagno erano di razza migliore di gran lunga dell'altre d'Italia, di Spagna e d'Inghilterra, e quasi tutti venivano tolti dai pingui pascoli del Reno, della Baviera e della Germania. Grandi di corpo, di gagliardo aspetto, e' serbavano per gran tempo la natía loro salvatichezza, come i tori ferocissimi delle Ardenne; poi domati, venivan bardati di ferro, e difesi così dai dardi, dai giavellotti e dalla punta delle spade; la vita del paladino era congiunta con quella del suo destriero, così come la vita dell'Arabo con quella del suo corridore; tutti questi cavalli aveano lor nomi, a simiglianza del Baiardo dei quattro figli d'Amone; e quanta esser dovea la forza di questo cavallo, se fu detto ch'ei il portò in groppa tutti e quattro ad un tratto! Tutto ferro parean quelle osti a vederle, splendean da lungi come l'incendio o la meteora, e la terra tremava sotto i passi loro.

Se non che questa forza era pur sempre indisciplinata e salvatica, nè i popoli che ubbidivano a Carlomagno si sarebbono punto distinti dai primi Franchi, se quegli eserciti non si fossero appropriata la gran tattica dai Romani, ed è cosa irrefragabile che esso Carlomagno fu costante imitatore di Roma non solo nell'ordinamento dell'impero suo, ma sì ancora nella condotta de' suoi eserciti; nè le sue erano avventurose scorribande d'un capo di guerra, nè inondazioni a guisa di torrente, senz'ordine, senza consiglio, senza tattica, ma in tutte e tre le maggiori sue guerre contra i Longobardi, contra i Saracini e contra i Sassoni il vedremo seguire gl'insegnamenti della scuola greca e romana. Nè queste spedizioni con tanta vigoria di mente concepite, furono tampoco una sola ispirazione del genio suo, chè anche assai tolse dalle tradizioni dei capitani antichi; Annibale avea varcato le Alpi prima di lui, e Scipione i Pirenei; le coorti aveano oltrepassato il Reno, le legioni guerreggiato in Pannonia e in Dalmazia, e Cesare insegnato i modi a compiere e a conservar le conquiste.

Egli non è punto a dubitar che questi principii, queste tradizioni non giungessero fino a Carlomagno, e non l'aiutassero a svolgere i pensamenti suoi militari; il vediamo tener lunghi assedii intorno a Ravenna ed a Pavia, dunque aver dovea le macchine sì ben da Vegezio descritte: l'ariete che abbatteva le mura, il corbo che le forava, e quelle torri volanti che quasi per incanto innalzavansi al ragguaglio de' più alti bastioni[145]. Al decimoterzo secolo già si vede l'arte delle macchine di guerra tutto togliere dai Romani, chè i Barbari stessi progrediscono naturalmente nei mezzi di distruzione, fanno la guerra con entusiasmo, e son per istinto fecondi in maravigliosi trovati. Carlomagno divide gli eserciti suoi in più corpi; ha una tal quale cognizione della geografia, del paese; conosce i passi dell'Alpi, e i luoghi deboli del regno dei Longobardi a quel modo che ei sa la topografia dell'Ebro e dei Pirenei. Ei non è più un capo barbaro, ma sì un uomo di gran mente, che pondera con sagacia, ed i compagni ch'egli trae seco intorno a sè, sono educati alla sua scuola, sono valenti soldati più disciplinati che quelli di Clodoveo non erano, e padrone ch'egli è di tutte queste forze, il gran capitano intraprender può l'opera sua militare, nè si arretra dinanzi ad alcuna difficoltà. Andiamo di presente a vederlo nella prima delle sue spedizioni, in atto di scender dalle Alpi per assalire la gagliarda nazione dei Longobardi; tutto fia chiaro in breve, e principalmente la ragion di quelle rapide conquiste, che nello spazio di quindici anni gli pongono in mano il più vasto impero del mondo.

CAPITOLO IX. L'ITALIA. — CADUTA DEL REGNO DEI LONGOBARDI.

Condizioni del re Desiderio. — Papa Adriano. — Nuova occupazione del territorio di San Pietro fatta dai Longobardi. — Resistenza di Roma. — Ambascieria d'Adriano in Francia. — Partenza dei Franchi. — Passaggio dell'Alpi. — Assedii di Pavia e di Verona. — Carlomagno in Roma. — Sua esaltazione al patriziato. — La donazione di Pipino confermata ed ampliata. — Sommessione di Desiderio. — Caduta del regno dei Longobardi. — Rispetto di Carlomagno alle leggi longobardiche. — Incoronazione di lui a Monza. — Ridotti a soggezione l'un dopo l'altro i grandi feudi di Benevento, di Spoleti e del Friuli.

772 — 774.

Aveano i Longobardi cangiato di famiglia regnante alla morte di Astolfo, per l'esaltazione di Desiderio, il Desideratus delle bolle romane. Da semplice conte di schiatta dalmata o istriana fatto re, riconosceva costui l'innalzamento suo da Pipino, ed anche da Stefano papa, il quale avea dato fortemente di spalla alla scelta dei capi lombardi. Se non che tanta era, di necessità, la gara fra Roma e Lombardia, che Desiderio ebbe in breve calde contese con Adriano, succeduto a Stefano nel pontificato. Il re dei Longobardi intitolavasi, per via dell'esarcato, rappresentante dell'impero greco in Italia, rinnovellando così le gare degli imperatori contro i papi, degli esarchi contro i vescovi di Roma, delle basiliche greche di Ravenna, Verona e Milano contro il Vaticano e la Sede apostolica. Ma papa Adriano sosteneva con invitta fermezza i diritti e privilegi del pontificato, chè egli non era un papa venuto d'altronde, ma nato appiè del Coliseo, e nodrito, per la famiglia sua e per la sua educazione, di quello spirito di patriziato che avea sopravvissuto alle grandezze della città eterna. Figlio com'egli era di Teodulo, duca di Roma e console imperiale, ereditato avea la gara politica che sussisteva tra la città del Tevere e la metropoli di Costantino sul Bosforo, onde, avendo i Longobardi per successori dei Greci, nè aderir volendo ad alcuna soggezione di Roma inverso Desiderio, manteneva in tutta la forza sua la donazione di Pipino a favor della Chiesa. Quel re dei Franchi, protettor della Santa Sede, più non viveva, e i Longobardi avevano con ansia tenuto d'occhio le prime brighe del regno di Carlomagno per farne lor pro ad assicurarsi la signoria dell'Italia, nè sì antica essendo la donazione di Pipino da tenerla oramai per irrevocabile, essi miravano ad annientarla all'uopo di ristabilire la pericolante podestà loro. Desiderio facevasi quindi ad invadere il patrimonio di san Pietro, senza rispetto alle immunità sue, e movea, senza starvi a pensar sopra, contro di Roma, con lo stesso vigore dei re longobardi della prima progenie. Nelle vene di Adriano scorrea, già dissi, sangue romano, e nudrito dell'eroiche ricordanze della storia di Roma, superbiva al contemplare il Coliseo, quelle reliquie dei templi e dei palagi, quelle sante chiese dei martiri, sì che all'avvicinarsi dei Longobardi, e al vederli coprir con le loro tende le sterili campagne di Roma non si lasciò punto atterrire, ma fatte armar le mura, e chiuder le porte, risolse, all'uso antico, di morire in mezzo ai cittadini alla guisa dei consoli.

L'assedio di Roma continuava, per diecimila longobarde lance che ne stringevan le mura, quando esso papa Adriano elesse una deputazione di vescovi e patrizii romani, che si recassero alla corte plenaria di Carlomagno a chiedere l'aiuto suo contro gl'invasori del sacro patrimonio della Chiesa. Il figliuol di Pipino era succeduto al padre in tutti i titoli suoi, e fra le leggende e inscrizioni che chiamavan purpuree, quella pur trovavasi del patriziato di Roma, che era la titolar magistratura dell'eterna città; onde l'obbligo in lui di proteggere il papa ed il popolo che s'eran posti in una specie di vassallaggio verso i re franchi. Doveano gl'inviati di Adriano gittarsi ai piedi di Carlomagno e supplicarlo di venir a difendere la terra di san Pietro profanata dagli empi Longobardi. Già vedemmo che Stefano erasi in altri tempi calorosamente opposto alle nozze di Carlomagno con la figlia di Desiderio; ora costei era stata pur dianzi ripudiata, e il re dei Longobardi ne avea provato acerbo risentimento insieme co' suoi popoli, che tenevano per un oltraggio il ripudio d'una giovine e infelice consorte. E appresso, la corte di Pavia, di Milano e di Ravenna era divenuta come a dir l'asilo di chiunque serbasse in cuore odio pel re e per la nazione dei Franchi, onde ivi riparato aveano la vedova di Carlomanno co' suoi pargoletti dallo zio Carlomagno spogliati della corona, ed ivi s'erano egualmente rifuggiti i baroni malcontenti, lo sbandeggiato duca d'Aquitania, e se si dee prestar fede al monaco di San Gallo, anche Uggero il Danese, uno dei conti franchi di maggiore fermezza, uno degli eroi della cavalleria, d'origine scandinava, il quale, incorso nella disgrazia di Carlomagno, nè sostener sapendo l'irato e potente splendor del suo sguardo, erasi dato alla fuga.

Giunti gli inviati di papa Adriano a Paderborna dov'ei teneva la sua corte plenaria, il trovarono prontissimo a una spedizione militare in Italia, chè quelle transalpine pianure, quelle ridenti città troppo piacevano ai leudi, ai conti, ai paladini che accompagnavano i re franchi nelle spedizioni lontane, e già in fantasia ne vagheggiavano il bel sole, le ubertose campagne, in cambio delle tetre loro città in riva del Reno, e contemplavan da lungi l'uva spenzolar da' suoi pampini, e le frutta saporose, e le tepide acque dell'Adriatico e del Mediterraneo. La spedizione fu dunque tosto deliberata, e mentre papa Adriano sostenea vigorosamente l'assedio di Roma, mentre i Longobardi non aveano più rispetto ai monumenti cristiani che alle vestigia della grandezza romana, Desiderio seppe per messi la gran diversione che Carlomagno gli preparava dall'Alpi, con un esercito di Franchi, conti, leudi, con quelle pesanti armi loro e con quei loro fortissimi cavalli.

I monti che dividevan le terre di Carlomagno dalla Lombardia non erano a quei giorni altrimenti tagliati da quelle ampie vie che lasciano oggidì liberissimo spazio a condurre gli eserciti; ma sol vi erano poche vestigia delle vie romane, chè avendo il passo tentato da Annibale, mostrata la necessità di congiunger le Gallie all'Italia, domate ch'ebbe Cesare quelle riottose popolazioni, gl'imperatori compier vi fecero alcune opere alla foggia romana, onde agevolare il libero tragitto da Milano fino al cuore dell'Alpi elvetiche. L'ardore indi de' pellegrinaggi al sepolcro degli Apostoli avea conservato alcuna di quelle vie romane, ed a poca distanza l'un dall'altro, ci si trovavano romitorii e monasteri, ed essendo l'ospitalità uno dei precetti del cristianesimo, anche l'Alpi, comechè di difficile accesso, sicuro passaggio porgevano ad eserciti che marciavano lentamente, e quasi senza fardaggio alcuno. Nè a quei giorni ci erano artiglierie; ogni leudo portava da sè l'armatura sua, le sue difese; tutti potevano lasciar andare con la briglia sul collo i loro cavalli, e di questo modo ogni sentiero, buono ai pedoni ed alle bestie da soma, bastava a quelle masse di gente che movean dalla Borgogna, dal Reno o dalla Baviera per far capo a Milano. Il partito di calare in Italia fu preso ivi stesso a Paderborna, si elesse Ginevra a luogo di far massa, e le Alpi si copriron tosto di una infinita schiera di lance che moveano verso Milano, Pavia e Verona, poichè i Franchi avean fatta lor meta queste tre città principali del regno de' Longobardi, il tutto predisposto innanzi, così per la guerra come per l'occupazione, con quell'accorgimento onde chiari erano gli Austrasii nelle conquiste. In un consiglio che i leudi tennero a Ginevra, fu preso a pieni voti di varcare le Alpi, al qual uopo si partirono in due grandi schiere, l'una capitanata da Bernardo, leudo anch'esso e bastardo di Carlo Martello, uomo di grande statura; doveva egli attraversare il Valese, varcare il monte di Giove (ora San Bernardo) per occupare il passo dell'Alpi, e penetrare in Italia, intantochè Carlomagno, il quale avea serbato a sè il capitanato dell'altra schiera, la guidava pel monte Cenisio, l'usata via di Pipino. Così la schiera principale condotta da Bernardo far dovea una potente diversione nel pian di Milano, mentre Carlomagno assaliva di fronte il Piemonte; la qual mossa attraverso delle Alpi fu compiuta con ammiranda fermezza.

All'aspetto di queste due formidabili osti Desiderio provò un certo terrore, pur nondimeno il figlio suo Adelgiso, o com'altri lo chiamano, Adelchi, raccolse un grosso di gente appiè dell'Alpi per difendere i passi del monte Cenisio. Quelle cime eran tutte irte di fortificazioni alla foggia dei Greci e dei Romani; sovr'ogni rupe erano torri difese da vigorosi balestrieri e da agili scorridori che si arrampicavano di balza in balza, sì che Carlomagno avrebbe trovato insuperabili impedimenti, se non fosse stato aiutato dalla diversione del conte Bernardo, che calando pel monte di Giove veniva ad alloggiarsi fra le Alpi e Pavia, per modo che, presi a tergo i Longobardi, furono costretti d'abbandonare i loro alloggiamenti, e Carlomagno potè venir ad unirsi con Bernardo nelle vicinanze del lago di Como. Adelgiso prese la fuga, e Desiderio, che avea posto il campo al di là di Milano, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente verso Pavia, la città forte del regno, in cui dovea sostener poi un lungo assedio, intanto che ed essa e Genova venivano incontanente accerchiate da migliaia di lance, ed i Franchi, per ogni dove irrompendo, correvano il Milanese.

Grande era già il terrore che il nome di Carlo inspirava, e il concetto che di lui s'eran formato i Longobardi, onde e conti e vescovi s'affrettavano di sottomettersi, e tutto fu soggiogato, salvo le dette due città di Pavia e di Verona. La prima di queste non era a que' giorni per anco ridotta a quella condizione, comechè di nobile reliquia, in cui la vediamo oggidì. Vasta e bella città vedeva sorgere i grandiosi suoi monumenti di marmo alla foggia lombarda e romana, e le sue mura innalzarsi a ben settanta piedi romani, e diciassette porte aprirle l'adito alla campagna, e settantadue torri cignerle la fronte a guisa d'antica Sibilla. Ivi era la sede dei re longobardi, che se Milano le contendea quest'onore pel suo episcopato, per le sue corrispondenze con Bisanzio, per le basiliche sue, per le sue spaziose vie, e pe' suoi passeggi; che se Monza era il luogo dove i re cinti venivano della corona di ferro, Pavia era pur sempre la città militare insiem con Verona, la sorella sua dalla corazza d'acciaio.

I Franchi invasori trovavan così, dopo le Alpi, forti città atte ad oppor dura resistenza, e il nome di Carlomagno, sì grande fra tutti, rimbombava entro quelle mura, ed egli apparia loro quasi uomo di ferro sotto il ferro. Il monaco di San Gallo ci lasciò descritti i tremendi approcci del potente signore sotto le mura di Pavia, nè meglio che quivi aver si potrebbe la prova della viva e profonda impressione che la sua presenza produceva. — Pochi anni prima un conte del regno, di nome Uggero, essendo incorso nello sdegno inesorabile di Carlo, erasi ricoverato appresso di Desiderio, e quando l'uno e l'altro seppero che il formidabil prence avanzavasi, salirono su una torre altissima, donde veder lo potevano da qualunque si fosse parte egli venisse. Videro da prima tante macchine da guerra, quante bastate sarebbero al bisogno degli eserciti di Dario e di Giulio Cesare, e Desiderio chiese ad Uggero: — Carlo è forse con questa grande oste? — No, rispose l'altro. Poi vedendo venire una schiera infinita di soldati raccolti da tutti i luoghi del nostro impero, il Longobardo disse ancora ad Uggero: — Carlo vien certo trionfante in mezzo a quella moltitudine? — Non anco, rispose Uggero, nè egli verrà sì tosto. — E che potremo noi fare, ripigliò Desiderio, cominciando già ad invilire, s'ei viene accompagnato da maggior numero ancora di guerrieri? — Tu lo vedrai com'è al giunger suo; rispose Uggero, che poi debba esser di noi non te 'l so dire. — Mentre dicevano queste parole, ecco apparir la schiera de' paladini, la quale non sa che sia riposo, alla cui vista atterrito il Longobardo, prorompe: — Per Dio! ecco Carlo! — Non anco, ripigliò Uggero. Poi vennero i vescovi, gli abati, i cherici della regia cappella ed i conti; allora Desiderio, più sostener non sapendo tanta luce, nè sprezzare la morte, si fece a dir singhiozzando: — Scendiamo e nascondiamoci nelle viscere della terra, lunge dal cospetto e dal furore d'un sì tremendo nemico. Ed Uggero, che già sapea per prova la potenza e la grandezza di Carlo per la lunga pratica che n'avea fatta in tempi migliori, disse allora tutto tremante: — Quando tu vedrai le messi agitarsi per terrore nei campi, e il Po torbido e il Ticino inondar coi loro flutti tinti di ferro le mura della città, di' pure allora che Carlo viene. Nè avea finito queste parole, che incominciossi a veder da occidente come una scura nube sollevata da Borea, la quale mutò il chiarissimo giorno in paurosa oscurità. Se non che, all'accostarsi dell'imperatore, lo splendor delle armi facea sulle genti chiuse in città rilucere un giorno più tetro di qualunque più tetra notte. In quella apparve Carlo in persona, uomo tutto di ferro, coperto il capo d'un elmo di ferro, le mani armate di guanti di ferro, il petto di ferro e le marmoree spalle difese da una corazza di ferro, e la mano sinistra armata d'una lancia di ferro ch'ei reggea ritta in aria, poichè la destra ei la tenea sempre sull'elsa dell'invitta sua spada. Le coscie pure, che gli altri, per esser più spediti a montar a cavallo, sguernivano anche de' cuoi, egli avea tutte cinte di lamine di ferro. —

Tale si era la paurosa impressione che in tutti facea l'accostarsi di Carlomagno; non vedevasi che ferro; un colosso egli era che arricciar facea di paura chi lo vedeva. — I suoi sandali, segue il cronista, erano pure di ferro, di tali usandone altresì tutto l'esercito; ferro era lo scudo, e del colore come altresì della forza del ferro aveva il cavallo. Tutti coloro che lo precedevano o fiancheggiavano, o seguivano, insieme con tutto il grosso dell'esercito, avevano, per quanto ciascun poteva, di simiglianti armature; sì che il ferro correva le strade maestre e le campagne, e al riflesso del sole toglieva la vista, e spargea lo spavento per le vie della città, però che quel durissimo ferro era portato da gente di cuore ancor più duro. Quanto ferro, o Dio, quanto ferro! gridavano atterriti; e al vedere tanto ferro cedè per terrore la saldezza delle mura e della gioventù, e il ferro crollò la prudenza dei vecchi, di che io povero balbuziente e sdentato scrittore, m'ingegnai di far una viva descrizione. Uggero lo conobbe al primo sguardo, e disse a Desiderio: — Eccoti colui che cerchi sì ansiosamente. — E detto questo cadde tramortito al suolo. —

Lo sdegno di Carlo era dunque come la morte per chi osava sostenerne il vampo, e la voce sua recava il terrore negli animi, onde il monaco di San Gallo, a significar questa fiera immagine, altro miglior modo non trova che la parola ferro, ripetuta ben venti fiate in due pagine della sua cronaca, però che il povero cronista ha raccolto le deposizioni dei veterani che seguirono il signor loro in Italia, ed udite le tradizioni di que' pochi monaci lombardi che passarono l'Alpi, e serbarono memoria delle conquiste di Carlomagno. L'assedio di Pavia fu un dei periodi più memorabili della vita di lui; quella città, ultimo riparo della monarchia de' Longobardi, cader doveva insieme con la corona di ferro. Carlomagno stringeva, incalzava l'assedio, e i Franchi celebravano la festa di Natale sotto le tende loro, intanto che le bande degli Austrasii sottomettevano le città e i borghi dei dintorni, e così tutta spendevasi in fazioni di guerra la vernata, conservando sempre i Franchi l'incontrastabile superiorità loro sui Longobardi, protetti questi non più omai che dall'alte mura di Pavia e dal valor personale di Desiderio.

Venuta Pasqua insieme con le sue pompe, Carlo non potè più resistere alle vive istanze d'Adriano, che gli facea calca perchè andasse a passar la settimana santa a Roma sul sepolcro degli apostoli; la settimana santa, tempo di lutto e di penitenza per un cristiano! Gli annali della città di san Pietro dicono che: «A dì due di aprile, il sabato santo, il gran Carlo giunse alle mura di Roma», e assegnossi il giorno della Risurrezione pel suo solenne trionfo[146], però che i Carolingi erano patrizi e protettori del pontificato, e Adriano volle che quest'augusta pompa fosse per sempre memorabile nei fasti romani. Venendo Carlomagno per la via di Toscana, egli mandò ad incontrarlo vescovi e patrizii, discendenza de' consoli e tribuni antichi, infino a Novi. Alle porte della città fu ricevuto a bandiere spiegate, come costumavasi co' trionfatori; legionarii armati all'uso antico gli portavano la lancia e la corazza, e un trionfo di putti imitante i bassirilievi della villa Medici, veniva dintorno al suo cocchio agitando palme e ramoscelli d'ulivo. Mille e mille croci altresì splendevano fra quelle bandiere a significar l'indole al tutto religiosa della cerimonia.

Adriano aspettava Carlomagno sul primo scaglione della basilica di San Giovanni, donde quest'ultimo rendevasi incontanente al sepolcro di Pietro apostolo, non già a quel gran tempio di Leone, quale il vediamo oggidì, ma sì alla santa e prima basilica di pietre quadrate, opera della scuola bisantina e lombarda, già logorata dallo stropiccío de' piedi e dai baci dei pellegrini. Il papa ed il re fraternamente si abbracciarono, indi Carlo baciò ferventemente tutti gli scaglioni della basilica al canto del: «Benedetto colui che viene in nome del Signore;» poi giunti all'altare si prestavan pontefice e re vicendevolmente giuramento di protezione e di guarentigia. Quest'ultimo visitò indi co' suoi leudi tutte le chiese ridondanti di reliquari, e fece con gran fervore orazione nella chiesa di Santa Maria Maggiore, chè il pellegrinaggio a que' giorni consisteva nel salutar tutte le basiliche. Dopo la comunione trattossi delle pubbliche faccende, e Adriano rammemorò i titoli d'amore dati già da Pipino alla Chiesa romana, e sopra ogni altra cosa la donazione contrassegnata del suo monogramma, che gelosamente custodivasi negli archivii della chiesa, coperta d'uno splendido ricamo di seta, e guernita di borchie d'oro. Carlomagno la rilesse in più fiate, indi al cherico Flavio, suo protonotaro dettò egli stesso un nuovo atto di donazione per le medesime terre[147], il quale fu più esplicito che non quel di Pipino, chè già si stabilivano le formole romane, ed ogni terra v'era nominatamente enumerata, insieme con la natura d'ogni mensa, e il suo reddito ed ogni città colla sua giurisdizione. Scritta di questo modo la carta di donazione alla Santa Sede, fu indi letta, e re Carlo, i vescovi, gli abati, e tutti i grandi che l'accompagnavano, vi posero il loro sigillo[148]; dopo di che si condussero al santo sepolcro, e tutti giurarono sulle reliquie dell'Apostolo di osservarle in presente e in avvenire. In contraccambio papa Adriano riconosceva in Carlomagno la qualità di patrizio e protettore di Roma, privilegio gentilizio che i re franchi doveano d'ora innanzi inscriver nei loro diplomi.

Il papa donò pure, in segno d'affezione, al re i canoni scritti de' pontefici dall'origine della Chiesa in appresso, quasi un seguito delle leggi romane, e que' grandi codici servir indi doveano ai capitolari di Carlomagno, trasfondendosi così a poco a poco nelle istituzioni romane lo spirito romano. Cotesto libro de' canoni fu dal papa dedicato a Carlo, quale liberatore di Roma, con quarantacinque versi scritti di sua mano, che formano quest'acrostico o anagramma che dire si voglia. «All'eccellentissimo suo figlio re Carlomagno, Adriano papa». Poi lo chiamava difensor della Santa Chiesa, ad esempio di suo padre perchè, imitando i trionfi di questo, egli con l'aiuto di Cristo atterrate si aveva le nazioni nemiche, e seguiva il lume della viva fede che splendea sul suo trono, e impugnate l'armi sue sante avea conculcato le superbe nazioni, e restituiva gli antichi donativi alla Santa Madre Chiesa, e avea vinto i Longobardi e gli Unni, onde la sua grande prosapia sarebbe celebrata pel mondo intero. «Da ultimo,» proseguiva il papa, «eccelso, nobile e splendido signore, egli impera sui regni; egli è venuto dopo gli apostoli, e da questo popolo fu accolto con acclamazioni e con inni, e papa Adriano, il pontefice di Cristo, gli predisse i suoi trionfi, e Pietro e Paolo lo avranno sotto il patrocinio loro».

Da quel giorno si strinse intima lega fra Carlomagno ed Adriano mercè di continui scambievoli favori, e il patrimonio di san Pietro ne venne più ancora ampliato. In tutti gli atti e le relazioni di questa età si vuol distinguere il dominio materiale dalla giurisdizione pontificia; tutte le donazioni di Carlomagno, quanto al dominio materiale, ebbero un senso limitato, ed applicaronsi a territorii assegnati, a città indicate negli atti; quanto alla giurisdizione dei papi, essa fu universale, e il re dei Franchi riconobbe la supremità pontificia in tutta l'interezza sua. Una nobile e sincera amicizia si stabilì quindi fra il papa e Carlomagno, ed a renderne testimonio fu coniata una curiosissima medaglia rappresentante il re e il pontefice, col libro, innanzi ad amendue, del Vangelo, sopra un altare, e scolpitavi questa iscrizione: Con te come con Pietro: con te come con la Gallia, e sul rovescio: Fede consacrata[149]. Era questo un trattato alla foggia degli antichi Romani, quando stringevan lega con qualche popolo; però che i pontefici, come dicemmo, aveano serbato le formule imperiali. Ogni volta che al papa facea mestieri dell'aiuto degli Austrasii e del loro signore, egli ricorreva a Carlomagno, e Carlomagno ricorreva pur esso a Roma per avervi le reliquie dell'arte, l'orma delle leggi e della civiltà; e quando innalzar vuole la basilica di Aix, dimanda al pontefice alcuni mosaici di Ravenna; Ravenna, la città greca d'Italia, la capitale dell'esarcato, dove anche oggidì si calpestano marmi antichi e colonne spezzate! Vuole la tradizione che quei medesimi tronchi di granito, che si veggono ad Aquisgrana, venisser da Ravenna la bisantina.

Di questo modo passavan le cose a Roma nella visita solenne che collegava Carlomagno col papa, i Franchi coi Romani, intantochè proseguivasi accanitamente l'assedio di Pavia. La resistenza fu ostinata, e Desiderio, chiuso entro le sue mura, si difendea valorosamente, respingendo varii assalti del nemico, mentre la fame e la pestilenza travagliavano la popolazione. Carlomagno, dopo parecchi combattimenti[150], accerchiò la città da ogni parte fino a che, dopo sette mesi d'assedio, fu costretta sottomettersi, e il re longobardo, asperso il capo di cenere, venne ad inginocchiarsi come un vassallo, nella tenda di Carlomagno, il quale l'accolse in atto d'inesorabil vincitore, con le fiamme in viso e negli occhi. Desiderio fu indi tonsurato a par degli altri re vinti, e rinchiuso nel monastero di Corbeia, dove fra poco il troveremo pio ed umile cenobita, sotto il nome di frate Desiderato, però che i più di quegli uomini ardimentosi e fieri finivan di questo modo la vita. Carlo insieme con Pavia ebbe in mano Gerberga, la vedova di Carlomanno, ed i due suoi nipoti che eran venuti cercare rifugio appo i Longobardi, e amendue furon parimenti chiusi nel chiostro; dell'un d'essi abbiamo ne' cartolari che fu vescovo di Nizza, per la santità sua serbato nella memoria de' tempi. Sottomesse che furon Pavia e Verona, più non si fece parola del regno di Desiderio e della sua corona di ferro; e qui si vuol notare che Carlomagno si guardò bene dal rinchiudere il re captivo nel monastero di Montecassino, chè avrebbe risvegliato in Italia troppe memorie.

Il conflitto tra i Franchi e i Longobardi aveva avuto principio all'esaltazione al trono de' prefetti del palazzo, e già due volte i Carolingi aveano varcato le Alpi, quando Carlomagno venne a dar compimento all'opera. Il modo d'invasione e di conquista da esso posto in opera fu certo superiore a quel di Pipino, e ci si vede la tattica romana congiunta a non pochi stratagemmi e a una certa cognizione dei luoghi e delle vie militari. Movendo da due diversi punti le schiere de' Franchi si trovarono insiem congiunte agli assedii di Pavia e di Verona, e grande fu la fermezza spiegata da Desiderio; ma nulla ci aveva di nazionale appo i Longobardi, nessuna concordia tra i vassalli[151]; l'antico lignaggio degli Astolfi aveva lasciato pur sue impressioni e ricordanze, onde i Longobardi non sostenner tutti d'un animo la causa di Desiderio, fatta a svegliar gelosie tra loro; e Carlomagno ebbe ad approfittarne, chè forte qual era in battaglia, destro era pure a metter discordie e divisioni, di questo pizzicando anzichenò la politica sua; così in Ispagna, in Germania, in Aquitania, in Sassonia, quando bene aveva fiaccato, dividendolo, il nemico, gli si avventava addosso con l'armi, e tutto terminava con la vittoria. Nella sommessione dei Longobardi bisogna anche dar la parte sua all'autorità di Roma, all'azione religiosa, alla politica dei papi, coi quali collegato, Carlomagno trovava appoggio in tutte le forze del cattolicismo, ed appunto a questo mutuo concorso di circostanze andò egli debitore del regolare ordinamento del regno d'Italia, una delle sue politiche creazioni. La monarchia dei Longobardi non soggiacque già, col cadere di Desiderio, ad un'assoluta rovina, ma sì altro non fece che passar sotto il dominio de' Franchi e l'alta signoria di Carlomagno, nè la conquista lasciò più che una certa impressione sui Longobardi, senza amalgamar un popolo con l'altro: la dazione conquistata conservò le sue leggi, i suoi costumi, i suoi feudi, e lieve fu la modificazione nello stato delle persone e degli averi, salvo la concession d'alcune grandi possessioni ai leudi franchi[152].

Dopo lo stabilimento loro in Italia, i Longobardi eransi notabilmente inciviliti; essi aveano lor leggi, la vicinanza di Roma e della Grecia gli avea spogliati della barbara loro natura, aveano belle città, grandiosi monumenti, erano alcun po' più innanzi dei Franchi; le leggi loro possono citarsi come reliquie dell'antica sapienza, e conservar le seppero nel governo delle persone e delle sostanze, nè Carlomagno altro fece che sostituire alla monarchia di Desiderio la propria forza sua. Come tosto quegli ebbe finito di sottomettere la città e saputo che l'ultimo re dei Longobardi, avuta la tonsura clericale, rendevasi monaco nel convento di Corbeia, venne a Milano, la Roma de' Longobardi, a quel modo che Ravenna era la Roma de' Greci, per ivi ricever le acclamazioni del popolo. Era uso di cinger la fronte de' suoi re col cerchio o corona di ferro che si conserva nel tesoro di Monza, cella monastica distante poche leghe da Milano[153]. Carlomagno si pose in fronte, togliendola dall'altare su cui posava, questa corona in mezzo alle acclamazioni che assordavano la basilica[154], e da indi innanzi assunse il titolo di re de' Longobardi in tutti gli editti e diplomi suoi, e furon coniate medaglie a perpetuar la memoria degli assedii di Verona e di Pavia, da lui debellate; ed un'altra ad attestar la sua esaltazione al trono di Lombardia: l'epigrafe che d'ora innanzi splende ne' suoi diplomi, quella è di Rex Francorum et Longobardorum, e la Scienza diplomatica dei Benedettini ne conservò più d'uno ai futuri.

Il regno de' Longobardi, divenuto quasi appendice della corona de' Franchi, avea pur esso l'alta signoria sopra certi grandi feudi che dipendevano, qual più qual meno, immediatamente, dalla corona di ferro, come Benevento, il Friuli e Spoleti, e Carlomagno pose ogni poter suo a tenere tutti questi feudatari in ordine e in devozione. Alcuni appartenevano alla famiglia di Desiderio, altri alla progenie degli Astolfi; ed erano bastardi o collaterali. Talun fra loro fu da Carlomagno cambiato, qualora renitente mostravasi a render fede ed omaggio per li feudi e terre da lui posseduti, nè guari andò che il ducato del Friuli fu dato ad un leudo di Francia; il qual modo si tenne ogni volta che l'Italia fu conquistata; i luogotenenti ebbero sempre terre e feudi dipendenti dalla corona. Anche nelle pertinenze del regno longobardo avvenne un cambiamento delle proprietà, e fu che Carlomagno rizzò torri, e pose difensori per le marche e confini, e lasciò che questi cotali grandi feudi si tramandassero per eredità.

Fatto signore di Lombardia, Carlomagno si trovò tosto in comunicazione con Costantinopoli, che anche l'esarcato di Ravenna cadeva in sua mano, e la potenza longobarda in Italia dileguavasi dinanzi a quella dei Franchi, nè più quasi orma ne rimase, dominando già questi così sull'Adriatico, come sulla Lombardia, sì che i papi, con questi protettori, più non paventavano le mosse dei Greci, intantochè dal Friuli e da Taranto minacciavasi la Morea. A Roma si convenne più specialmente collegarsi con Carlomagno, il figliuol di Pipino, chè questa lontana signoria non gravava sui pontefici, e Carlomagno di molto andava debitore alla Chiesa e la Chiesa di molto andava debitrice a Carlomagno. Il nuovo lignaggio avea bisogno della forza morale che la podestà del chiericato imparte, onde Adriano e Carlomagno si stringevan per mano, ed ogni viaggio di quest'ultimo a Roma era un nuovo legame; e quando alcun pontefice vedeasi cacciato dalle sollevazioni del popolo e dall'invasion de' nemici, veniva a riparar ne' monasteri di San Dionigi e di San Martino di Tours, mentre se a Carlomagno facea d'uopo di qualche nuova dignità od indulgenza, ei veniva in persona o scriveva a Roma. Dalla caduta del regno de' Longobardi principia la piena autorità temporale de' papi, i quali divengono, a così dire, i rappresentanti dell'antico spirito di Roma, de' suoi patrizi e de' suoi senatori. La città eterna conserva il suo Foro, i suoi rostri, ed appunto in mezzo a questo Foro Carlomagno vien, pochi anni dopo, a cinger la corona imperiale.

CAPITOLO X. GUERRA CONTRO I SASSONI. — RUINA DELLA LORO REPUBBLICA MILITARE.

Indole de' Franchi e dei Sassoni. — Cagioni delle grandi vittorie di Carlomagno. — Le armature. — La tattica. — La discordia. — I capi. — Tentasi la predicazione cristiana. — Irruzione dei Sassoni. — Mossa di Carlomagno oltre il Reno. — Seconda guerra sassonica. — Conquista. — Ostaggi. — Terza sollevazione. — Trattato pe' tributi e per la libertà della predicazione cristiana. — Quarta sollevazione. — Le grandi schiatte messe a morte. — Dispergimento delle famiglie. — I Sassoni nei monasteri di Francia. — Capitolari sulla conquista. — Ordinamento per contadi e vescovadi. — Vittichindo si sottomette e fine della repubblica militare. — Il popolo della Frisia e della Sassonia. — I Danesi ultimi vendicatori della libertà sassone. — La canzone di Guiteclino di Sassonia.

772 — 786.

Le lunghe guerre dei Franchi contro i Sassoni non si riferiscono solo al regno di Carlomagno; ma al par di quelle dei Longobardi, esse cominciano sotto il governo di Pipino, origine e principio delle spedizioni de' Carolingi. Pipino ha cominciato le guerre, Carlomagno le termina, degno figlio com'egli è dell'uomo più valoroso per avventura che mai fosse nella sua breve ed esigua statura[155]. Questa guerra sassonica ha da durare trentatrè anni con intervalli sì brevi di riposo che non si possono dir tregue, nè i Franchi cessano mai di stare in armi finchè non abbiano intieramente domate le tribù dell'Elba e del Visurgo (Veser) sì turbolente come furono nell'ottavo e nel nono secolo.

Or quali eran dunque coteste popolazioni sassoni di cui le cronache continuamente ci parlano? Donde procedea tanto vigor da queste genti spiegato contro Carlomagno, contro quel principe che pur dominava il tempo suo, con la perseveranza del sovrano suo volere, e la potenza del valor suo? Nella mirabil opera da Tacito dedicata ai costumi de' Germani, il grande istorico punto non scevera i Sassoni dall'altra schiatta dell'antico ceppo alemanno. Queste antiche tribù che abitavano in sull'estreme rive dell'Elba, non erano forse ancora conosciute dai Romani, e confondevansi senza nome certo in alcuna delle grandi diramazioni della famiglia, germanica[156]. Gli annali di Roma fanno menzione per la prima volta de' Sassoni verso la metà del secolo IV, quando in mezzo a quel gran commovimento di popoli ed a quella vertigine che colse tutt'a un tratto le tribù accampate al centro ed al settentrione dell'Europa, essi Sassoni cominciano a mostrarsi nella universale irruzione. San Girolamo ne parla in una delle sue epistole dove deplora i guasti delle Gallie fatti dai Barbari.

Nel tempo che l'imperatore Onorio fece far il censo delle diverse popolazioni dell'impero, e ordinò di comporre il libro intorno alle dignità del mondo romano[157], si vede notato un conte del lido sassone[158]; indi, un secolo appresso, i Sassoni formano una schiera di quella guardia germanica onde gl'imperatori di Costantinopoli circondavano la loro persona[159]; e già s'eran renduti famosi per le loro spedizioni marittime, sì che Sidonio Apollinare ce li presenta come i navigatori più ardimentosi di que' tempi, e dal fondo dell'Alvernia il pauroso vescovo già piange i guasti che questi popoli far potranno sulle spiagge della Gallia e della Bretagna; nè andò guari che le sue predizioni furono avverate, e che la conquista dell'Inghilterra fatta dai Sassoni venne a dar prova di quanto potevano quegli arditi navigatori.

In origine i Sassoni si mescolarono a quella massa di nazioni scandinave che abitano dalle foci dell'Elba e dalla quasi che isola della Islanda fino alla Norvegia e alla Svezia[160]. Qualche secolo dopo in mezzo al generale trambusto delle nazioni conquistatrici s'eran eglino stabiliti fin sulle sponde del Reno. E' non si vuol confondere i Sassoni coi Bavari e gli Alamanni che abitavano la Svevia e la Turingia fino al Danubio; nè cogli Unni tampoco e gli Avari, attendati in Ungheria, e di poi traboccati, al secolo decimo, nelle Gallie, coi quali non avevano nulla a che fare. I Sassoni aveano piuttosto qualche identità co' Normanni d'origine scandinava, donde la lega loro co' Danesi e Frisoni, popoli marittimi dell'Europa settentrionale, fra cui trovavano soccorsi ed ausiliari; vinti, riparavano nelle terre loro; vincitori si facevano spalla della Iolanda o Giudland e della Frisia; avevano costumi consimili, la mitologia loro appressavasi a quella dell'Edda, ed in capo a ogni rito i Sassoni ponevano l'adorazione che grande aveano per Irminsul, unico dio che differenziavasi dalla mitologia scandinava: lo adoravano sotto grandi alberi, gli sagrificavano vittime umane, e l'invocavano nei giorni di battaglia, a lui ascrivendo il dare e il tôr la vittoria[161].

Le sole notizie giunte insino a noi intorno al culto dei Sassoni d vengono dai pellegrinaggi scritti dai santi vescovi, che tentarono di convertirli al cristianesimo[162], e ci dicon che que' Barbari innalzavano sopra sterminati massi i loro altari, e che sullo spazzo del tempio i sacerdoti trafiggevano in cuore le vittime umane. Il Dio loro apparteneva alla razza del gallico Teutate, torva divinità che rappresentava il Tempo e Saturno in mezzo a sanguinosi olocausti. Eresburgo era centro del culto de' Sassoni e di quella repubblica militare, in cui ogni uomo libero era soldato all'uso antico dei Germani. I pontefici loro eran potenti al pari dei druidi appo i Galli, e il tempio era ornato di spoglie sanguigne. Il sagrificio delle vittime umane era consuetudine presso le nordiche nazioni, e nei riti de' Galli troviamo appiè degli altari la morte dell'uomo come simbolo di riscatto e d'espiazione. La predicazione cristiana fu santa cagione che queste fatali opinioni si mutassero, e l'Agnello di Dio in croce venne a sbandir le viscere delle vittime e ad annunziar che gli olocausti eran finiti col sacrificio di Gesù Salvatore.

La guerra più formidabile, più ostinata che Carlomagno ebbe a sostener nell'operosa sua vita, fu certo, e la storia il conferma, quella dei Sassoni, che si rinnovella ad ogni tornata di militar parlamento, e scoppia ad ogni minimo accidente; i Sassoni si sottomettono, poi di nuovo insorgono; vengono sino al Reno, e son quasi sempre ributtati fino alle spiagge littorali del Baltico. Ogni volta che essi veggon gli eserciti di Carlomagno occupati in lontane spedizioni, in Italia, esempigrazia, o in Ispagna, e' corron da tutte le parti, e inondano le provincie del Reno ed anche della Mosella, rizzano i loro templi, spogliano le chiese cristiane, o atterrano le merlate torri da re Carlo erette nel territorio loro; accanite ostilità di vagabonde ed indomite popolazioni.

Di mezzo a questa continua guerra un fatto emerge tuttavia, ed è la continuità de' trionfi degli eserciti franchi condotti contra i Sassoni da Carlomagno. Questi popoli si gittano come uno sciame sino alle frontiere dei Franchi, saccheggiano, guastano, via cacciano i conti, i vescovi, ma non sì tosto appar Carlomagno e' son vinti, e fuggono in faccia a lui, come se fulminati fossero dal balenare degli occhi suoi. Egli scorre trionfalmente il loro paese, impone leggi, vince battaglie, e li domina da signore quasi assoluto. Or donde un tale effetto? I Sassoni e i Franchi hanno a un dipresso la stessa origine, la stessa forza di corpo; biondi e torosi, sanguigni e collerici, questi due popoli uscirono entrambi dalla Germania. Vittichindo è un capo di guerra fiero altrettanto almeno quanto Carlomagno; nondimeno, il torno a dir, questi popoli della Sassonia sono sempre rotti e fugati innanzi alla vittoriosa razza degli Austrasii. Il che veniva dalla potente civiltà dai Franchi acquistata poi che si furono stabiliti nelle Gallie. Quivi aveano ereditate le armi e i modi strategici dei Romani; le legioni traevano le loro armature dalle fabbriche di Lione, di Say e d'Auxerre; esse erano coperte di ferro; ed i Franchi che veduto aveano le maraviglie operate dalla disciplina unita con la fermezza degli antichi signori del mondo, accettato avevano i loro strumenti da guerra. Apparivano quindi in campo coperti di corazza, di scudi, di usberghi; i leudi ed i conti bardavano i loro cavalli, e li faceano muovere secondo certi principii dell'arte militare. Se i Sassoni serbavano l'audacia, l'impeto de' loro antenati, aveano tuttavia il disordine delle soldatesche indisciplinate; vero è che eglino avventavansi a rotta, spargendo il terrore ne' punti più lontani, ma se si trovavano aver a fronte un esercito ordinato, e modi d'assalto e di difesa di studiata e ponderata gagliardia, erano fatti tosto inetti al resistere. Carlomagno tenne, a quanto si vede, con loro l'osata sua scaltra e tortuosa politica, la quale consisteva sempre in dividere le tribù, i capi, i popoli fra loro, di che nulla era più facile appo i Sassoni, repubblica errante che quasi contava un capo per ogni villaggio. Questa politica del re dei Franchi con loro era quella stessa dei Romani quando conquistarono le Gallie; col seminar la discordia domò gli uni con l'opera degli altri.

Fino dal principio del regno di Carlomagno, tentossi la prima prova di introdurre il dominio franco e cristiano fra i Sassoni. Già san Bonifazio avea stabilito una sedia episcopale a Magonza, centro cattolico, donde la predicazione potea stendersi lontano, e morto lui martire ne' Frisoni, un altro semplice prete, di nome Levino, lasciò, come Bonifazio, la sua solitudine d'Inghilterra, per andare ad annunziare il Vangelo ai Sassoni. Le missioni destinate a convertire le popolazioni scandinave partivano quasi sempre dall'Inghilterra, perchè intendevano la lingua di questo paese, ed i predicatori aveano con quelle comune l'origine. San Levino ricevette quindi l'anello sacro e l'imposizione delle mani dal vescovo d'Utrecht, e varcato il Reno venne ad annunziare la divina parola sull'Issel, dove battezzò neofiti, ed edificò chiese con cappelle ed oratorii, che erano come le prime piantagioni della conquista cristiana. Poi non sufficiente parendogli questa prima missione, si risolse d'andar a predicare all'adunanza generale dei Sassoni che teneasi sulle sponde del Veser, e mentre quelle ardenti e bellicose tribù stavano terminandola con alcuni sacrifizii al patrio Iddio, ei comparve in mezzo a quell'armato tumulto con una croce in mano, il libro dei Vangeli sul capo, e ornato de' suoi abiti sacerdotali, gridando: «Ascoltate, ascoltate colui che vi parla per bocca mia: non v'è altro Dio che il creatore del cielo e della terra, il vero Dio che ha compassione della vostra cecità, a voi m'invia; ricevete il battesimo, ed egli vi libererà da tutti i mali. Se le mie parole non vi toccano, prestate orecchio almeno a questi miei salutari avvisi. Non lungi da voi vive un re valoroso che si avanza come un rapido torrente per dare il guasto alle vostre terre. Badate bene; ei condurrà in ischiavitù le mogli e i figli vostri, una parte di voi perirà per le armi sue o per la fame, e a tutti vi sarà forza piegar il capo sotto il giogo di questo uomo possente». Queste parole, che accennavano alle conquiste di Carlomagno, commossero a ira siffattamente que' Sassoni, che i più impetuosi fra loro correvano già alle siepi vicine a strapparne pali per battere il pio missionario, il quale scampò quasi per miracolo di mano a quella tempestosa assemblea. Quando Dio fece insorgere in modo, si può dire, miracoloso, un capo di nome Butone, che parlò in questi termini: «O voi, uomini tutti di senno, non vi ricordate dei tanti messi venuti a noi da' Normanni e dagli Schiavoni, e da noi sempre accolti con onore e regalati? E perchè vorrem noi ora cacciare ignominiosamente il messo di Dio?» Le quali sagge e pacifiche parole calmarono la torba in tempesta, e Levino potè così sparger tra i Sassoni i primi germi della predicazione cristiana[163].

Il pensare ad una durevol pace co' Franchi punto non si affaceva coll'indole delle fiere e vagabonde tribù che occupavano le terre del Veser, benchè già ridotte a tributo da Pipino, a cui favore erasi dichiarata la vittoria in più scontri. I Sassoni vesfalici principalmente, che erano i più vicini alle terre di Francia, insorsero spesso a molestare i conti e i difensori delle marche che proteggevano le frontiere, e cogliendo il tempo che Carlomagno trovavasi lontano, si precipitavano sul Reno, ed anche oltre i limiti della Mosella, non senza profittar delle discordie surte fra quello e il fratel suo Carlomanno, per francarsi del tributo ad essi imposto da Pipino. La prima guerra sassonica ebbe principio all'esaltazione di Carlo al trono di tutta la nazione dei Franchi; perchè appunto egli trovavasi a Vormazia, dove erasi congregato un parlamento di leudi e conti a gridarlo re e riconoscerlo, quando fu dal parlamento stesso risoluta la guerra contro le tribù che continuamente molestavano la quiete della Francia orientale.

Il poeta sassone, che tenne dietro con grande diligenza alla vita di Carlomagno, ci descrive la prima di queste guerre, e poichè egli apparteneva per patria alle nazioni del Norte, e per la stanza sua in mezzo ai monasteri or della Neustria ed or dell'Austrasia, conservar potè le impressioni e le rimembranze dell'antica terra sassone, lascierò che parli egli stesso di questa breve spedizione dei Franchi: «Re Carlo (così egli), convocato in Vormazia un congresso generale de' suoi signori, decretò, d'accordo con loro, di muover guerra ai Sassoni, però che quantunque la terra di questi popoli tocchi quella dei Franchi, sì che i confini non sono ancor tra loro bene distinti, quanto più stretta era la vicinanza loro, e tanti più erano i motivi di discordia tra i due paesi, da cui con vicenda continua traevasi, sulla vicina frontiera, la strage, l'incendio, il saccheggio. Ben altro che mostrarsi degni di portare il soave giogo di Cristo, i Sassoni, in balìa a tutta la foga della salvatica loro natura, e alla rozzezza delle menti loro, ancor vivevan sotto l'imperio dell'errore e del demonio. I Franchi, all'incontro, cristiani da lungo tempo e difensori ferventi della fede cattolica, dominavano sur una gran quantità di popoli, col cui sussidio appunto, e soprattutto col potere di Dio, del quale scrupolosamente osservavano i comandamenti, si confidavano sottometter quella nazione. Simili alle membra di un corpo che fossero qua e là sparse, e non congiunte a formarlo, in vece d'ubbidire ad un re che solo fosse a capo del governo e della milizia, i Sassoni erano divisi in varii piccioli stati, e aveano quasi altrettanti capi quanti villaggi. Pur tuttavia le regioni da essi abitate partivansi in tre parti distinte, e i popoli che le occupavano, erano un giorno rinomati pel valor loro, ma di presente d'essi non riman più che il nome, ed il valor se n'è andato. Quelli della parte occidentale aveano loro confini presso il Reno, e chiamavansi Vesfalii; gli Osterlindi, Osterlingi od Ostvali abitavano il levante, infestati alla frontiera dai perfidi Schiavoni. Gli Angarii, finalmente, la terza popolazione dei Sassoni, occupano lo spazio compreso fra i due antedetti paesi, e co' lor meridionali confini fronteggiano le terre di Francia, intantochè verso settentrione il territorio loro si stende fino all'Oceano. Tali sono i popoli che Carlo erasi deliberato di guerreggiare, e però senza por tempo in mezzo, corse con tutte le forze dei Franchi a predare ed ardere il loro paese. Prese, cammin facendo, una rocca, da quei Barbari chiamata Eresburgo[164], fortificata dalla natura e più ancora dall'arte, ed ivi stesso atterrato un idolo, adorato da loro sotto il nome d'Irminsul, che era una colonna squisitamente lavorata e tutta carica d'ornamenti[165], il re pose il suo campo vicinissimo a questo luogo. I lunghi calori della state senza pioggie, ardevano le campagne; le fonti asciutte altro non contenevano che arida polvere, e la sete già cominciava a travagliare il campo del re, quando l'Altissimo, in rimunerazione d'aver distrutto quell'idolo profano, mostrò il poter suo, sgorgar facendo di bel meriggio, improvvisamente dall'arido letto d'un vicin torrente, una fonte che bastò ai bisogni dell'esercito[166]. —

Quest'irruzione oltre il Reno precedette la guerra contro Desiderio, re de' Longobardi, e la ruina di questa dinastia. Vero è che durante la guerra di Lombardia, le forze dei Franchi non poterono tutte esser adoperate contro la Sassonia, ma pure questa fu sempre il maggior campo delle imprese di Carlomagno, e par ch'ei se ne compiacesse, chè quel paese rammemorava ai Franchi la prima loro origine, e le due nazioni si rassomigliavano in più d'una fattezza. Domati per un momento, i Sassoni ripigliarono le armi tosto che videro il re affaccendato oltre monti; abilissimi per istinto a coglier le buone occasioni, essi varcavano il Reno, e si precipitavano sopra i suoi confini, ogni volta che sapessero aver egli da fare altrove; mentre pagavano puntualmente i loro tributi, di armenti, di lane, di danaro quando il sapevano alla sua corte di Magonza, di Vormazia, di Colonia o di Aix. E di che avean eglino infatti a temere quand'ei trovavasi insiem co' suoi paladini al di là delle Alpi o de' Pirenei? Onde allora tumultuariamente correvano a vendicarsi in libertà e ad abbeverare i loro cavalli nelle acque del Reno. «Mentre il re stava in faccende in Italia,» dice il poeta cronista da me più sopra citato, «i Sassoni tornaron sulle frontiere dei Franchi, e vennero a predare un borgo chiamato Hassi, ponendolo tutto a ferro e fuoco, spinti a tali eccessi dalla lontananza del re e dal pensiero di vendicarsi così delle perdite fatte lor sostenere dai Franchi, e di porsi in condizione di non averne a sostenere più mai. S'innoltraron pure fino a Frideslar, ed ivi fecero lor potere d'appiccare il fuoco a una chiesa, che il martire Bonifazio, diletto sacerdote di Cristo, ci aveva edificata; ma vedendo riuscir vana ogni opera loro, furono ad un tratto colti da tanto terrore, che si misero a fuggir verso la patria loro, senz'essere a ciò costretti dalle armi nemiche, ma solo per divino potere. Intanto Carlomagno presa Pavia, e avute in soggezione tutte l'altre città, tornò nel paese de' padri suoi, conducendo seco Desiderio, e fece entrar a un medesimo tempo tre eserciti sulle terre dei Sassoni, empiendole di rapine, di sangue e di ruine; poi convocato a Carisio un congrego dei grandi e nobili franchi, ivi, fra le altre deliberazioni intorno alle cose e ai bisogni dello stato, fu preso di fare a' Sassoni guerra perpetua, certi oramai che con loro non potevasi aver più pace; onde Carlomagno deliberò di non volerli più lasciar quieti un sol istante, finchè abbandonato il culto degli idoli, non fossero divenuti cristiani; o altrimenti tutti fino all'ultimo distruggerli. O santa misericordia di Dio che tutti ci vuoi salvi! L'Eterno, che avea conosciuto come niuna cosa del mondo avrebbe potuto ammollir le dure cervici di costoro, a scuoter la naturale caparbietà loro, ed a costringerli a sottomettersi al dolce giogo di Cristo, diè loro per maestro e dottore il gran Carlo, il quale, domandoli con l'armi e con le ragioni, li fece così quasi a forza, entrar nella via della salute».

Si vede qui che nell'animo del poeta s'è cancellata la natura del Sassone antico, e ch'ei dimentica la prima patria, rammorbidato oramai e devoto al pari d'un Neustro. Poi, pur sempre servendo alla politica di Carlomagno, il cronista del monastero prosegue: «Quest'util disegno fu da fatti straordinari favoreggiato; poichè entrato il re nel territorio nemico, guidando il fiore della gioventù, che avea convocato a Duria, s'impadronì tosto d'Eresburgo e Sigisburgo, lasciandovi presidio, e continuò il suo cammino fin al Visurgo appiè del monte Brunesberga[167]. Quivi raccoltasi una gran massa di popolo, voleva contendergli il passo: inutili sforzi! al primo scontro quella densa turba è sgominata, e moltissimi cadono uccisi. Di quivi re Carlo si conduce nel paese degli Osterlindi; Hesso, un de' loro principali signori, accompagnato da quasi tutto il popolo, prostrasi supplichevole dinanzi a lui, e consegnando gli ostaggi addimandati, gli giura eterna ubbidienza. Intanto quei che Carlo avea lasciato a Lisbacco, presso il Visurgo, vollero essere oppressi da un tradimento dei nemici. Era l'ora del tramonto, quando i soldati tornando da foraggiare, s'incontraron nei Sassoni che s'accompagnaron con loro chiamandoli amici, e coprendo sotto questo nome, l'animo di fieri nemici. Essi accomunan la fatica coi Franchi, gli aiutano portare i pesanti fasci d'erba onde son carichi, e con le loro cortesie vie più accrescono la confidenza che avevasi in loro. Finalmente, Franchi e Sassoni entran tutti insieme nel campo; ma non sì tosto i primi cominciano a chiuder gli occhi al sonno, i crudeli loro nemici si levan tutt'a un tratto, e fanno orribile scempio di quelle povere disarmate ed assonnate genti. Se non che alcuni de' Franchi, scosso il grave letargo, danno di piglio alle armi, e cominciano ad opporsi vittoriosamente al nemico che viene in breve cacciato dal campo. Al primo annunzio che n'ebbe il re, fu tale il suo affrettarsi per correr co' suoi soldati sul luogo del combattimento, ch'ei fu ancora in tempo di calar sui Sassoni, e di farne macello.»

I Sassoni formavano dunque un accozzamento di picciole tribù sotto mille diversi capi, in virtù dello stesso principio e della stessa consuetudine che ad essi avea fatto crear l'ettarchia in Inghilterra, chè ogni popolo ha il suggello della sua propria natura, e la porta seco anche nelle sue trasmigrazioni. In mezzo a questi oscuri regoletti, un capo s'era innalzato di più maschia, più sublime, più vigorosa tempra, e chiamavansi Vittichindo, celebre nelle cronache e nelle ballate del Nord. Dove nasceva egli quest'uom valente? qual era l'origin sua? Lo stesso avvien dì Vittichindo che di Carlomagno; niun sa dir la città che gli diede i natali. Il nome suo, essenzialmente germanico, veniva da due parole dell'antico idioma sassone With-Kind (il figliuol bianco) o a dir più proprio, il giovin biondo dalle belle forme. Alcune fra le leggende alemanne il fanno figliuolo di Vernechingo re o capo delle tribù sassoni stanziate tra il Reno e l'Elba, e certo al veder la grandissima autorità da lui esercitata nelle deliberazioni di quei popoli bellicosi egli doveva essere uscito da qualche grande schiatta, però che i privilegi di famiglia regnavano con grand'ordine appo i popoli tramontani. Ogni volta che Vittichindo appariva tra i Sassoni, essi pigliavano le armi per la patria, quasi ricordasse loro l'antico Ermanno, l'Arminio degli Annali di Roma, quel forte difensore della libertà germanica. Ermanno e Vittichindo, due nomi che suonano ancora ogni volta che l'Alemagna insorge per la integrità sua, o la sua libertà! Il dio Irminsul medesimo, quel monumento di cui sì spesso favellano i cronisti di Francia, altro forse non era che il simbolo dell'Ermanno germanico, il vincitor di Varo, che protegger parea con la sua memoria i gloriosi sforzi dei Sassoni[168].

Le discordie e le gelosie delle tribù favorivano le imprese di Carlomagno contro i Sassoni; il quale com'ebbe finita la guerra coi Longobardi, e si fu cinto della corona di ferro, calò con maggior forza che mai sulle popolazioni che abitavano le rive del Veser, inoltrandosi i Franchi vittoriosamente sino a quelle dell'Oder. In questa rapida conquista ci si fa incontro un capo di nome Esso o Elgi, il quale capitanava i Vesfalii. Forse che a costui debban l'origine e il nome loro gli Essiani o Assiani, quel popolo sì valoroso? Questa tribù venne ad offerire ostaggi per pegno di sua fede a Carlo, dopo di che, dalle rive dell'Oder egli tornossene rattamente in Vesfalia, dove pure i popoli gli danno pegni di fede, e si obbligano a pagargli tributo d'armenti, di lana, e a lasciargli il reddito d'alcune miniere d'argento e di rame: sì che credendo, almen per poco, sottomessi que' popoli, se ne va, nè sì tosto se n'è andato, che piglian di nuovo le armi, e gli ostaggi più non bastano; ma vinti in una nuova invasione, corrono in frotta, sulle rive della Lippa a prestar omaggio al vincitore; il quale rimette in piedi e fortifica il castello d'Eresburgo, posto a tener in dovere i Sassoni, come quel di Fronsacco a reprimere gli Aquitani.

I Franchi tenevano in obbedienza ogni popolo vassallo con torri merlate, ond'è che tutta quella terra è ancor seminata di queste rovine del medio evo. Su quelle bertesche, ora coperte dal musco e corrose dal rovaio, sorgevano un tempo fieri e superbi uomini di guerra, e su quelle pietre spezzate viveva, or fa dieci secoli, una generazione di largo petto che si abbeverava dei vini del Reno e della Mosella nella tazza del convito, e in cima a quella torre logorata dagli anni piangea forse qualche nobil donzella di Svevia, sposa prima diletta, poi ripudiata dall'implacabil Barone. Ma il tempo ha tutto calpestato con lo struggitore suo piede, e ormai più non s'ode colà se non il vento che fischia per mezzo a quelle fenditure, come un organo toccato dalia morte ad animar la fantastica ronda dei conti antichi, usciti per poco dalle tombe loro.

Dopo aver vinto i Sassoni, Carlomagno indusse i capi loro ad abbracciare il cristianesimo, giogo morale che afforzar doveva la sua sovrana signoria. Tutto inteso a vederne la fine, piantò nella vernata gli alloggiamenti suoi in un luogo che prese il nome di Heerstal, che suona campo di guerra, e ivi tenne la sua corte plenaria fino a primavera. Indi un editto suo reale intimato avendo una dieta di leudi, conti e vescovi a Paderborna, alcune tribù sassoni v'accorrono per rinnovare il giuramento loro di fedeltà, ma non il fiero Vittichindo, che fuggitosi fra i Danesi, è ito a cercare un rifugio nella Giutlandia, dove accampano alcune tribù alleate dei Sassoni; Vittichindo, l'eroe della gente veramente germanica. In mezzo a queste guerre del Reno, dell'Elba e del Veser, tre popolazioni muovono con comune accordo di resistenza contro Carlomagno, e sono i Sassoni, i Danesi e i Frisoni, che tutti mostrano di appartenere al medesimo sangue, alla medesima causa, e di mano in mano che egli incalza i loro avanzi gli uni sugli altri, essi popoli si concentrano nella Scandinavia fino alla reazione de' Normanni, che a vendicar poi verranno i loro maggiori sull'impero dei deboli successori di Carlomagno. Le leggende dicono che Vittichindo ebbe per moglie Geva, sorella d'un capo danese dello Sleswich, che nella lingua franca nomasi Sigifredo e nella danese Sivardo. Una parte dei Sassoni seguì il loro capo Vittichindo appo i Danesi, mentre l'altra venne per trattare con Carlomagno alla dieta di Paderborna; e dopo lunghi parlamenti, a lui questi si soggettarono, conservando per patto molte franchigie sotto la dominazione dei Franchi. Essi serbarono, a simiglianza de' Longobardi, le leggi loro, le radunanze dei capi nei campi di guerra, e soggettati a tributo, altro non fecero che un atto di vassallaggio, acconsentendo insieme alla propagazione della religion cristiana in mezzo alle tende e città loro[169], onde a' vescovi e preti fu libero lo scorrer le città e borghi per annunziarvi la verità della fede. Per ultimo fu conceduto che tutti que' capi delle tribù sassoni, che sottomettersi non volessero al trattato conchiuso con Carlomagno, potessero ritirarsi dove lor meglio paresse o piacesse. Tale si era la regola generale di quelle tribù erranti: anzichè sottoporsi al giogo esse fuggivano, però che il suolo per esse non costituiva altrimenti il domicilio, ma in ogni luogo dove piantar potessero la tenda ivi era la patria loro. Laonde parecchi di quei Sassoni andarono ad unirsi con Vittichindo in Danimarca.

Nè appena son corsi due anni dal parlamento di Paderborna, che veggiam quest'ultimo sollevar di nuovo i Sassoni, e condurre i Danesi insiem con le tribù riparatesi nella Giudlandia; d'onde ei muove in gran forze, ricevuto a grandi acclamazioni dalle antiche tribù soggette a Carlomagno, e si avanza vittorioso fino al Reno, distruggendo le borgate dei Franchi ch'ei trova sul suo cammino, atterrando i castelli e le torri poste a vedetta, ed ardendo i segni militari della dominazione di Carlomagno, intento a que' giorni nella spedizione di Spagna. Ordinava questi in un capitolare di ributtar col terrore e con la forza quelle masse di gente; onde tutti i possessori de' terreni, le guardie dei confini ed i leudi dovean pigliar le armi, e questa leva de' Franchi arrestò per poco le depredazioni dei Sassoni sul Reno, e la mossa del vittorioso Vittichindo. Arriva quindi fra breve il gran Carlo medesimo, disperde gl'invasori, pianta di nuovo i suoi alloggiamenti nel campo di Heerstal, e vi passa l'inverno per quindi scagliarsi addosso a' Vesfalii. Nulla più resiste a questo fortissimo uomo, a questo re giganteo, la cui sola parola porta lo spavento per ogni dove; parecchie di quelle tribù corrono a dimandargli la pace, ed egli si fa consegnar da esse gli statichi, come era uso; ma non vuol trattar più spartitamente con una o più popolazioni, bensì chiede che i Sassoni vengano tutti ad un parlamento per trattar le condizioni della pace; Vittichindo, sempre irremovibile, non vuol assistere, vedendo l'umiliazione della sua patria, a questo congresso, e ritirasi una seconda volta in Danimarca.

Durante l'inverno, Carlo raccoglie tutte le sue forze ad Heerstal, alloggiamento suo prediletto, ed ivi, in fronte di sì grosso esercito — che niun resister gli potrebbe, impone senza colpo di spada ai Sassoni le sue leggi. L'atto che nacque dal parlamento quivi da lui convocato, si è quello che reca il titolo: De partibus Saxoniæ, costituzione vera della Sassonia. I vescovi che in quantità intervennero al detto parlamento, si fecero a predicar ivi nel campo stesso, ed i Sassoni ricevettero in gran folla il battesimo. Aveva il re provato il metodo de' tributi con lasciare independente ogni vassallaggio, ma essendogli male riuscito, stipulava ora che i Sassoni sarebbero quindi innanzi governati da conti della nazion franca; onde sottomessi così ad un ordinamento comune, ad essi rapita veniva l'independenza loro natia. Tutti ubbidir dovevano a questi conti, e chiunque manomettesse o ingiuriasse i delegati regi, sarebbe in pro del fisco spodestato delle sue terre; nè più i Sassoni tener potrebbero nè adunanze nè diete, se non previo il beneplacito del re e alla presenza di commissarii da lui disegnati.

A quest'ordinamento di polizia militare, Carlomagno aggiunse alcuni articoli risguardanti specialmente il cristianesimo. Edificar doveansi in certi luoghi del paese de' Sassoni diverse chiese, le quali aveano ad esser sacre, e più sacre ancora dei templi dell'idolatria; chi uccidesse un prete cristiano o sagrificasse vittime umane alle antiche deità della patria, fosse punito di morte; e dovendo il battesimo esser quindi innanzi il segno dell'ubbidienza, quelli fra i Sassoni che si nascondessero per sottrarsi al santo lavacro della Chiesa, o mangiassero carni nei giorni di magro, sarebbero tenuti per ribelli e come tali dannati a morte. Il tornare all'antica religione del Norte, era pur segno di ribellione. Ogni pena tuttavia redimer potevasi con la penitenza ecclesiastica, però che a quei tempi la legge cristiana va pur sempre confusa col governo politico.

A questo periodo della conquista e suggezione delle tribù sassoni, si riferisce in Germania l'instituzione degli otto vescovati di Brema, Verden, Minden, Alberstat, Hildesheim, Paderborna, Munster ed Osnabruch, sedi cristiane che divennero indi sorgente di civiltà e di sapere per l'Alemagna. Dalla predicazione cattolica ebbe fondamento la dominazione dei Carolingi in Sassonia. Al parlamento d'Orleim i Sassoni passarono dal sistema di vassallaggio independente alla costituzione per contadi e vescovadi, nè furon più solamente vassalli, ma una parte del gran tutto sottomesso al governo dei conti e dei vescovi. Così abbiam già tre periodi in questa storia della conquista dei Sassoni; 1.º il vassallagio per tribù; 2.º l'aderimento alla predicazione cristiana; 3.º la costituzione uniforme per contadi e vescovadi, e la sommessione all'ordinamento amministrativo del re.

Questo governo dei conti e dei vescovi riuscì, in sulle prime, odiosissimo ai Sassoni; i primi amministravano la giustizia, e governavano in nome di Carlomagno; i secondi si travagliavano d'ampliar l'autorità della Chiesa e di sottomettere le barbare nazioni ai giogo della religione, cose tutte che a distrugger miravano la libertà delle popolazioni germaniche. La presenza di Carlomagno, e il terror del suo nome potean solo conservar la dominazione dei Franchi colà, ed egli costretto di correr continuamente l'Europa, dalla Spagna all'Italia, dalle Alpi ai Pirenei, non potea sempre aver l'occhio sulle terre germaniche, onde i Sassoni più d'una volta profittaron di quest'assenza del sovrano, per ripigliare le armi. Eccoli dunque di nuovo sollevati, recarsi in massa sulle rive del Reno, e scuotere il giogo dei conti e dei vescovi.

A grande inquietudine mosse l'animo di Carlomagno questa presa d'armi universale, che avvenne all'occasione dell'invocar che fecero i conti franchi la fedeltà dei Sassoni per respinger l'irruzione dei popoli slavi. Vittichindo ricomparve allora tra' suoi, e disse loro: «Ecco giunto il momento di vendicarvi de' vostri oppressori.» I Sassoni lo seguono, si raccolgono appiè d'un alto monte sul fianco destro dell'esercito di Carlomagno, capitanato dai tre conti maggiori Adalgiso, Geilone e Volrado, e quando questi arrivaron sul Veser, anzichè trovarvi i Sassoni in loro aiuto, li vider apparecchiati a scagliarsi su loro. Il conte Teoderico, accorso dal Reno, non esitava intanto a cominciar la guerra contro i fedifraghi Sassoni stessi, e la zuffa fu sanguinosa. Il gran Carlo non v'era; i Sassoni, pieni di astio contro i conti, diedero dentro con gran forza, ed in breve quasi tutti i capitani de' Franchi furono uccisi sul campo, gli altri messi in volta, ed i Sassoni intuonaron l'inno della vittoria di Vittichindo, ributtando gli oppressori fino al Reno. Carlo accorse indi tosto per vendicare l'affronto dell'armi sue, con fitto in mente il pensiero che i Sassoni non fossero altrimenti nemici da combattere, ma sì popoli ribelli da sterminare. Venne dunque a tener la sua dieta a Paderborna, e citati dinanzi al campale suo parlamento i principali fra i Sassoni, dimandò loro perchè avessero rotta la guerra, perchè ribellati si fossero contro i conti? Tutti ad una voce risposero: Aver ubbidito ai voleri di Vittichindo, ed egli solo esser colpevole di quella ribellione. — Ma non per questo il re placò l'ira sua, chè anzi fece proponimento di vendicare i suoi leudi trucidati in campo, ed i vescovi delle chiese di fresco edificate, martoriati o cacciati da Vittichindo.

I Sassoni aveano infranta la legge di vassallaggio, dunque eran ribelli: Carlomagno ordinò quindi un grande esempio, e ad imitazione di tutti gli altri conquistatori, non esitò punto a versar fiumi di sangue, onde lasciar lunghe orme di terrore e di sommessione. Si fece dare in mano tutti i capi e gli uomini più ardimentosi della nazione, e comparve in mezzo a loro, con la spada in mano, girando sovr'essi il corrucciato suo sguardo, a guisa di un gigante che scuota la sua clava sopra i vinti; poi dal suo campo di Ferden, a riva dell'Aller, comandò che tutti i Sassoni ribelli avessero mozzo il capo; le cronache ne sommano il numero a quattro mila cinquecento; fu una beccheria che durò tutto un giorno. Terribile rappresaglia dei conti e vescovi uccisi dai Sassoni, e dell'aver inseguito i Franchi fin sul territorio loro; ma era pur forza muover terrore in que' popoli, e Carlomagno si trovò costretto a colpirli con la tremenda sua spada[170].

Se non che il sangue di questi supplizii punto non valse a spegnere l'astio dei Sassoni, ed altre tribù pigliaron le armi, nè appena era domata questa, insorgeva quella; le erano popolazioni gelose, indipendenti, tutte situate a' confini di genti naturalmente nimiche di Carlomagno; i Danesi, gli Slavi, i Frisoni, istigati dai Sassoni pigliavan le armi al primo segnale per far causa comune co' nemici degli Austrasii; guerra infinita di popoli e di razze. Ma le genti di Carlo aveano veramente il primato militare, nè i Sassoni mai vennero a campal giornata se non per essere vinti e sconfitti; nessuna rilevante vittoria ottennero essi mai contro a Carlomagno, cui essi temevano come un Dio; parendo loro aver sempre addosso quella sua mazza ferrata.

Intanto Carlomagno, fatta sua dimora d'una delle germaniche sue ville, attende a soggiogar per sempre i Sassoni, riedifica la fortezza d'Eresburgo, e tiene in mezzo a' suoi guerrieri corte plenaria a Paderborna; e ad ogni tratto spedisce grosse schiere di Franchi a guastar ben oltre le terre de' Sassoni, ed a piantarvi accampamenti alla foggia de' Romani. Ma vedendo di questo modo non aver più fine la guerra, deliberossi di rivolgersi dirittamente allo stesso Vittichindo per trattare con lui a tu per tu della pace. Vittichindo ed Albione, i due capi di maggior grido tra i Sassoni, dimandarono salvocondotto, e vennero a trovar Carlomagno nella sede sua di Paderborna, accoltivi a grande onore, festeggiati dai conti, e catechizzati dai vescovi. Carlomagno profferse a Vittichindo il titolo di duca di Sassonia, e gli onori della sua corte, purchè abbracciasse il cristianesimo, segno di soggezione appo i Sassoni, essendochè un giogo era per essi la religione dei Franchi, e giogo spesso odiosissimo. Vittichindo accettò la profferta, e con lui altri più capi di quella nazione ricevettero il battesimo. Grande vittoria fu questa, e il termine, a così dir, della salvatica indipendenza di quelle tribù. Prive del valoroso capo che le guidava alla guerra esse oramai più non s'avventurarono che a spartate sollevazioni, le quali furono anche tosto compresse dalla ferrea mano di Carlomagno.

Divenuto fedel vassallo a quest'ultimo, Vittichindo lasciò al tutto le armi, ed andò a ricoverarsi in un monastero. Quasi tutti i più nobili lignaggi della Germania discender vollero da questo ceppo; chi non potea dirsi della schiatta di Carlomagno, gloriavasi d'aver Vittichindo per antenato, chè un prod'uomo ognuno il vorrebbe per suo progenitore. La stirpe che più ragion d'ogn'altra potea gloriarsi d'essere uscita da Vittichindo, quella fu di Capeto, recando infatti le cronache che Roberto il Forte, il poderoso conte di Parigi, fu pronipote del Sassone glorioso[171]; chè fra que' battagliatori v'era sempre, come a dire, una misteriosa catena, che univa gli uni cogli altri, di gloria in gloria, di forza in forza, e bello certamente era l'aver principio da Vittichindo. Il quale, fatto quindi piissimo, fu onorato per santo e nominato nelle antifone, cantico d'onore e panteone del medio evo. Ad esempio di lui, gli altri Sassoni convertiti, si danno sinceramente al cristianesimo.

La rinomanza di Vittichindo, e la gloria della spedizione di Sassonia, doveano naturalmente somministrare ampio soggetto alle canzoni eroiche; infatti sotto il titolo della canzone di Guiteclino di Sassonia, un trovatore di nome Giovanni Bodel, nativo di Arras, compose in sull'entrar del secolo XIII un intero poema epico sopra Guiteclino ed i Sassoni, che ritrae de' tempi feudali, i più vivi e coloriti di quel periodo di confusione in cui i tracotanti baroni comandavano ai re. Eccovi lo spirito di questa canzone eroica. «I Sassoni minacciano l'impero de' Franchi, ci vogliono dunque aiuti, sussidii, modi a far la guerra, onde Carlomagno dimanda quattro denari ai suoi baroni urepi o urepedi (hurepés)[172] dell'Angiò, della Bretagna e della Neustria; gli Scozzesi, gl'Inglesi, gli Alemanni e i Bavari pagano questo tributo, e togli qua che i baroni urepi di Carlomagno non vogliono pagare, dicendo che si fa per avvilirli, che addio alle immunità loro se fossero sottoposti a un tributo. Che fanno dunque i superbi feudatari? Pigliano il partito di chiudere quattro denari nel pennone d'ogni lancia, poi vengono così innanzi a Carlomagno, alla sua corte plenaria d'Aquisgrana, e gli dicono: «Imperatore, vien tu stesso a prendere, se tanto ardisci, il tributo». Qui il poeta gode di abbassar Carlomagno, e segue a raccontar come al sopravvenir dei suoi baroni, ei si fa incontro ad essi a piè nudi, senza corona in fronte, e rinunzia all'imposta promettendo di non mai più dimandar loro tributo alcuno. Ecco pertanto la libertà feudale in tutta l'ampiezza sua; il barone deve il suo corpo, ma non il danaro mai; il pagamento del denaro è solo un dovere pel villano, e per l'uomo di podestà, cioè in poter d'altrui.

Carlomagno ed i suoi baroni muovono indi da Aquisgrana per la guerra di Sassonia, e qui mille descrizioni di combattimenti; un abbassar di lance, un mescolarsi di pennoni e il duca Guiteclino è ucciso in battaglia. Qui pure s'intrecciano gli amori di Berardo e d'Elisandra, di Baldovino e della regina Sibilla; le crociate hanno siffattamente riscaldate le fantasie, che si trovan per ogni dove le rimembranze di Gerusalemme. Ma ecco i fratelli di Guiteclino che insorgono a vendicar la sua morte, e atterrano Berardo e Baldovino, niuno resiste ai colpi loro, e qui un'altra rimembranza viene a collocarsi nella mente del poeta; quella dell'invasion dei Normanni e degli Ungri al secolo decimo: la stessa confusione, solo che vi è in ogni parte celebrato il nome di Vittichindo. La guerra dei Sassoni, fu la grande impresa del regno di Carlomagno, ed ebbe ad esser soggetto di poema come Roncisvalle, e come ogn'altro tema che ricordasse le grandi gesta militari.

Il modo che tenne Carlomagno nel terzo periodo delle sue guerre sassoniche, fu più efficace che non il suo primo ordinamento del vassallaggio. Veduto che le popolazioni erranti non si affezionano al suolo, ei fa trasportar le principali famiglie sassoni nell'interno della Francia, e il paese loro fu dato ad altri popoli (gli Obotriti) a Carlomagno più ubbidienti e fedeli. Così le famiglie sassoni più riottose ed audaci, tramutate in Francia, ebbero in retaggio le terre del fisco, o furono cacciate nei monasteri e condannate alle solitudini del deserto; ond'è che sotto Lodovico Pio troviam di queste cotali famiglie nelle badie, e ardenti religiosi ed eziandio santi di origine sassone[173], e cronisti e poeti che attendono a scriver gli annali del paese.

Se la guerra sassonica fu la più crudele, la più sanguinosa che mai avesse a sostener Carlomagno, essa rende pur testimonio della grandezza e della fermezza sua, della forza e della destrezza ch'ei vi pose; ma era un'opera di conquista, che dovea col tempo trar seco la sua reazione. Avea Carlomagno rincacciate, stipate le popolazioni nel Nord, nella Danimarca, nel Giudland; e da chi fu rovesciato l'impero suo? Da quelle popolazioni medesime che vennero alla volta loro ad assalire i Franchi. La storia del mondo è azione e reazione; i conquistatori cacciano le nazioni, e queste ritornano più forti a spezzar trono e spada di coloro che sognaron l'impero universale del mondo!

CAPITOLO XI. CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE.

La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. — Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna, di Navarra e d'Aragona. — Gli antichi cristiani. — Discordie civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie — Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle. — I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. — La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne' Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada d'Orlando — Romanza spagnuola di Alda la bella, sposa di don Orlando.

732 — 778.

Le spedizioni di Carlomagno furono, sin qui, in Germania e in Lombardia; il Reno, l'Oder, le Alpi, il Po, avean veduto le lance dei Franchi, folte come le messi estive agitate dai venti[174]; la corona di ferro dei Longobardi ornava la fronte del re dei Franchi; le terre d'Italia erano partite fra i suoi duchi e conti e leudi, e la Germania acclamava il re dalla gigantesca statura che conduceva i Franchi d'Austrasia e di Neustria alla conquista e al dominio della Sassonia e della Baviera. Già fin dal primo istante della sua esaltazione avea Carlomagno compiuto il soggiogamento dell'Aquitania, e la Guascogna ubbidiva alla grande famiglia de' suoi vassalli; a' Pirenei il nome suo era in grido, com'esser dovea quello del pronipote di Carlo Martello, e formidate v'erano la potenza e la forza di questo coronato capitano, benchè ancor veduto non avessero sventolar colà le sue bandiere. Ma ben presto il suono del corno stava per assordar que' forri e quelle valli, e una spedizione già era pronta a varcar quelle alpi dirupate. Or qual cagione mai traeva tanta selva di lance in mezzo alle città della Spagna? Come avvien egli che i Saracini da conquistatori stanno per divenir conquistati? Qual memoria restava di quella sanguinosa irruzione, che Carlo Martello, l'avolo di Carlomagno, arrestava nelle pianure di Poitiers?

Questa terribil giornata di Tours o di Poitiers, fu termine alle conquiste degl'Infedeli al di là de' Pirenei: la vittoria di Carlo Martello, era venuta a raccendere l'invilito coraggio de' cristiani in mezzo all'abbattimento generale degli animi e alle paure sparse pel durare d'un secolo dalle rapide e maravigliose vittorie di quei Barbari, e tanto bastò a mutar la condizione rispettiva dei popoli. Quella sanguinosa disfatta dell'islamismo diede un irresistibile impulso ai conti, ai duchi, alle intiere popolazioni della Gallia meridionale, e i cristiani quasi tutti si levarono per una poderosa crociata nella Guienna e Settimania. Fin dal regno di Pipino più non v'erano se non alcune colonie spartate di Saracini nella Provenza e nell'Aquitania, e quando Abd-Almalek, o Addamelecco bandì la guerra santa, gl'Infedeli non aveano in mano più che la sola città di Narbona. Tutta la potenza degli emiri s'era concentrata in Spagna, e nei monti durava tuttavia un'antica schiatta di cristiani, maschia popolazione, che s'era già liberata del giogo de' Saracini. Coperta di pelli ferine o d'armature fabbricate negli antri delle rupi o in qualche solitaria borgata, quella valorosa schiatta di Leone e di Castiglia scendeva di quando in quando dall'inaccessibil suo ricetto per molestare i Saracini delle città e delle campagne. In mezzo a quella lunga giogaia di monti che si stende dalle Asturie fino alla Catalogna, viveva una maschia e forte nidiata, che dovea coll'andar del tempo cacciar i Mori dalla soggiogata Spagna, e piantar sulle francate città lo stendardo della croce.