Il Lampionaio

Cummins

Il Lampionaio

Firenze
Adriano Salani, Editore
Viale dei Mille.


PROPRIETÀ LETTERARIA. **
RISERVATI TUTTI I DIRITTI
Tip. Adriano Salani, 1920.


IL LAMPIONAIO

I.

Oh pensare ad un povero

Bimbo che giorni infantili non ha,

Che non ruzza e folleggia allegro, indomito,

Che Dio pregare e lodare non sa!

Landon.

In città era già quasi buio. Fuori, nell'aperta campagna, la luce doveva indugiare forse un'altra mezz'ora; ma nelle strette vie dove mi conduce la mia storia, l'ombra s'addensava.

Davanti all'uscio d'una casa bassa, nerastra, dall'aria malsana, una ragazzetta sedeva sullo scalino di legno della soglia, guardando lontano nella strada, con occhi intenti. L'uscio s'apriva accosto al marciapiede e la soglia era poco elevata, sicchè i suoi piedini scalzi posavano sul gelido ammattonato. In quella fredda sera di novembre, una lieve nevicata che faceva tutte candide, tutte nitide le piazze ampie ed allegre, circondate da case signorili, rendeva ancor più triste e più lurido l'aspetto delle stradette anguste, dei vicoli tetri, dove la bella neve, mescolandosi alla mota e alle immondizie sempre abbondanti nei luoghi in cui vive agglomerata la povera gente, aveva presto perduto la sua purezza.

Non uno fra i numerosi passanti diretti alle varie mète dei loro affari o dei loro piaceri, notava la ragazzetta lì seduta, perchè non c'era anima al mondo che si curasse di lei. Ell'era scarsamente vestita, e di cenci dei più miseri. Aveva i capelli lunghi ed assai folti, ma così scarmigliati che non le donavano punto. Invero pareva che nulla potesse donare a quel visetto di bimba esile e malaticcia, i cui lineamenti, affilato com'era, e d'un colorito scialbo, non offrivano la minima attrattiva a chi per caso l'osservasse.

Belli erano certo i suoi occhioni neri; ma a contrasto con una faccia tanto minuta e sparuta sembravano smisuratamente grandi, e ne facevano risaltare la singolarità senza conferirle bellezza. Se qualcuno le avesse voluto bene (non gliene voleva nessuno), se avesse avuto la mamma (ahimè, non l'aveva), un'affettuosa parzialità avrebbe forse trovato in lei qualche cosa da lodare. Così invece la povera piccina si sentiva ripetere dieci volte il giorno ch'ella era la più brutta creatura dell'universo; e, purtroppo, era la più maltrattata. Nessuno l'amava ed ella non amava nessuno, nessuno le diceva mai una buona parola, nessuno si dava pensiero di farla contenta e nemmeno di sapere se non fosse infelice. Toccava appena gli otto anni ed era sola sulla terra.

Non aveva che un divertimento, uno unico: le piaceva spiare l'arrivo del vecchio che accendeva il lampione davanti alla casa, veder la fiaccola lucente apparire in fondo alla strada, oscillando al vento, e poi l'uomo salire di corsa su per la sua scala portatile e con gesto rapido e sicuro far sgorgare dall'oscurità la vivida fiamma che diffondeva tutt'intorno la gaiezza del suo chiarore. Un barlume di gioia scendeva allora nel piccolo cuore desolato che ignorava la giocondità. Il vecchio lampionaio non le parlava, non mostrava neanche d'accorgersi della sua presenza, eppure spiando la sua venuta ella provava quasi il sentimento con cui avrebbe atteso un amico.

— Gertrude, — gridò dall'interno una voce aspra — sei andata per il latte? —

La bambina non rispose. Lesta lesta, scivolò dallo scalino, sgattaiolò correndo rasente il muro, e, svoltato il canto della casa, si mise fuor di veduta.

La donna che l'aveva chiamata s'affacciò all'uscio.

— O dove sia quella figliolaccia? —

Passava un ragazzo che aveva visto la fuga di Gertrude, un ragazzo che sull'esempio dell'intero vicinato ostentava di considerare la piccina come una specie di folletto o spirito maligno. Rise forte, additò il canto dietro a cui ella si nascondeva, e, curioso di ciò che sarebbe seguito, continuò il suo cammino con la testa voltata sulla spalla, esclamando:

— Ora sì che ne busca!... Annetta Grant la concia per il dì delle feste! —

In meno che non si dica, Gertrude fu tratta dal suo nascondiglio, gratificata con un ceffone per la sua bruttezza e un altro per la sua impertinenza, poichè prodigava ad Annetta Grant sberleffi a tutta possa, e spedita in un viale vicino col bricco del latte. Ella correva a perdifiato, temendo che il lampionaio potesse venire e andarsene durante la sua assenza. Con grande allegrezza, al ritorno lo scòrse davanti alla casa, appunto nell'atto che saliva sulla sua scala. Si piantò appiè di questa, e rimase così assorta nella contemplazione della fiamma risplendente, che quando l'uomo cominciò a scendere non se n'avvide. Ne seguì che trovandosi ella in dirittura del suo slancio, egli, nel balzare a terra venne ad urtarla e la mandò ruzzoloni.

— Ohe, bimba! — esclamò, chinandosi a rialzarla. — Com'è successo? —

Gertrude si rizzò in un baleno. Era avvezza alle picchiate sode, e non si sgomentava per qualche ammaccatura. Ma il latte?... Ah, il latte s'era versato fino all'ultima gocciola!

— Uhm! Cotesto è un guaio! — riprese egli. — Che dirà la mamma? —

La guardò in viso per la prima volta, e s'interruppe.

— Affemmia, strano tipo, questa figliuola! Sembra una piccola strega!... —

Poi, vedendola mirare con apprensione il latte sparso e volgere uno sguardo ansioso verso la casa, soggiunse amorevolmente:

— Via, non vorrà mica infuriarsi contro uno scricciolo come te! Su, coraggio, mimmina! Se ti sgrida un po', abbi pazienza... Domani ti porterò qualche cosa che ti piacerà, credo.... M'hai l'aria d'esser tanto sola, poverina.... E se la tua vecchia strepita, dille pure che sono stato io.... Ma non t'ho mica fatto male, eh?... O che ci stavi a fare sotto la mia scala, tu?

— Vi guardavo accendere il lampione, — rispose Gertrude. — No, male non me ne sono fatta punto, ma vorrei non aver versato il latte.... —

In quella, Annetta Grant apparve sulla soglia, vide ciò ch'era accaduto, e principiò dal cacciare in casa la bambina, a spintoni, con accompagnamento di bòtte, minacce ed imprecazioni brutali e sacrileghe. Il lampionaio tentò di placarla, ma ella gli sbattè l'uscio in faccia. Gertrude, caricata di rimproveri e di busse, privata del tozzo di pane che soleva esser la sua cena, fu rinchiusa per la notte nella buia soffitta ove dormiva.

Povera creatura! Sua madre era morta in quella casa, cinque anni addietro, e da allora essa era quivi tollerata, non tanto perchè Ben Grant imbarcandosi aveva ordinato alla moglie di custodirla fino al suo ritorno (egli era partito da sì lungo tempo che nessuno l'aspettava più), quanto per certe ragioni particolari della stessa Annetta, la quale, sebbene la considerasse come un peso rimastole sulle braccia, non desiderava provocare inchieste cercando di collocarla altrove.

Gertrude aveva orrore e terrore delle tenebre. Quando si trovò sola, senza lume, chiusa sotto chiave in quel nero stambugio, stette un momento immobile e muta: poi, d'un tratto, cominciò a strillare, a pestare i piedi, a menar colpi furiosi contro l'uscio sforzandosi d'aprirlo.

— Vi odio, Annetta Grant! — urlava. — Vecchia Annetta, vi odio! —

Ma non venne nessuno. Dopo un poco la sua ira sbollì. Ella andò a buttarsi sul suo misero lettuccio, si coprì il viso con le scarne manine, e pianse e singhiozzò che pareva le si dovesse spezzare il cuore. Alfine, esausta, dopo alcuni singhiozzi ancora, sempre più sommessi e interrotti da profondi sospiri, a grado a grado si chetò. Rimosse le mani dal viso, e, torcendole convulsamente, alzò gli occhi alla finestrella, a lato del letto, solo adito che la luce avesse nella stanza: una finestrella con una vetrata di tre piccoli vetri disuguali, connessi rozzamente da un contorno di stucco. Non c'era la luna, però guardando in alto Gertrude vedeva, attraverso la vetrata, splendere incontro a lei un'unica fulgidissima stella, che, ella pensava, vinceva in bellezza ogni cosa al mondo. Spesso ell'era stata fuori la sera sotto un cielo tutto stellato senza riceverne alcuna particolare impressione; ma quella stella solitaria, così grande e sfolgorante, e pur d'aspetto così mite, così soave, sembrava sorriderle, sembrava dirle: «Gertrude, Gertrude, povera Gertrudina!» Non forse somigliava un volto benigno da lei veduto o sognato in un tempo lontano? D'improvviso le balenò un'idea.

— Chi l'accese?... Qualcuno di certo.... qualcuno che dev'essere molto buono, m'immagino.... O come avrà fatto per salire fin lassù? —

E Gertrude s'addormentò volgendo in mente questo problema: «Chi aveva acceso la stella?»

Povera animetta oscurata dall'ignoranza! Chi t'illuminerà? Tu sei una creatura di Dio, bambina! Cristo morì per te. Non manderà Egli qualcuno, uomo od angelo, a dissipare le tenebre che t'avvolgono, ad accendere in te la luce che mai non s'estingue, la luce che risplende in eterno?

II.

Chi lenirà i tuoi dolori o «scossa dalla tempesta»?

Parole chi avrà di conforto, o «sconsolata» per te?

Emilia Taylor.

La mattina seguente Gertrude non fu svegliata da un gaio cinguettìo di fratellini e sorelline, o dal bacio della mamma, come i bimbi felici, i bimbi che mani amorose aiutano a vestirsi e che sanno che una buona colazione li aspetta. Ma un suono di voci rudi, giungendole dal piano di sotto, l'avvertì che gli uomini d'Annetta Grant, cioè suo figlio e due o tre dozzinanti, si mettevano a tavola per il pasto mattutino, del quale ella non poteva sperare una qualche parte se non trovandosi presente quando essi avevano finito, per prendere quella porzione d'avanzi che alla padrona piacesse di gettarle o spingerle davanti. Scese furtivamente, e si tenne nascosta, finchè non sentì l'odore delle pipe ed i passi degli uomini nel corridoio. Tosto che tutti se ne furono andati, schiamazzando, ella entrò quatta quatta nella stanza, volgendo in giro uno sguardo pieno di paura e di sospetto. Annetta Grant l'accolse male:

— Ah, sei qui?... Faresti meglio a non mostrarla, quella brutta faccia agra.... Se hai fame, mangia un boccone, e poi levati di tra i piedi. Bada bene di non venir a gironzare intorno al fuoco e a seccarmi mentre lavoro, se non vuoi toccarne di nuovo, e peggio di iersera.... —

Gertrude non s'aspettava un'accoglienza migliore, sicchè non ebbe a soffrire un disinganno. Contenta di trovare il meschino cibo lasciato sulla tavola per lei, lo trangugiò avidamente, e senza provocar una seconda intimazione di tenersi al largo, prese il suo vecchio cappuccetto, s'avvolse in uno scialle sbrindellato, già di sua madre, il quale da anni era l'unico indumento che servisse a ripararla dal freddo, e quantunque l'aria frizzante del mattino le gelasse le manine e i piedini nudi, scappò di corsa per la strada.

Dietro la casa dove abitava Annetta Grant c'era un cantiere di legname e carbone, e di là da questo uno scalo, e l'acqua densa e melmosa d'un bacino. In quei paraggi la piccola Gertrude avrebbe potuto trovare numerosi compagni per fare il chiasso. Qualche volta infatti si mescolava ai branchi di monelli dei due sessi, cenciosi come lei, che si trastullavano nel cantiere; ma di rado, perchè fra i ragazzi del vicinato c'era una lega contro la disgraziata creatura. Poveri essi pure, e, la maggior parte, tenuti male, la sapevano però più negletta ancora, e assai più maltrattata che qualunque di loro. Spesso avevano veduto menarle bòtte spietate, spesso avevano udito chiamarla brutta e maligna, e dirle ch'ella non apparteneva a nessuno, che nessuna casa era la sua. Bambini com'erano, sentivano nondimeno il proprio vantaggio, e disprezzavano la reietta. Forse non sarebbe stato così se Gertrude si fosse messa fra loro francamente e avesse cercato di farseli amici. Ma sua madre nel breve tempo ch'era vissuta in casa d'Annetta Grant aveva avuto cura di tenerla lontana da quella marmaglia; e, morta lei, la bimba resa schiava, forse un po' dall'abitudine ma più dalla sua stessa natura, continuava ad astenersi dal partecipare ai rozzi loro spassi, benchè nulla glielo impedisse. Non aveva dunque dimestichezza co' suoi coetanei. Nè essi s'arrischiavano a dimostrarle la loro ostilità se non a parole, perchè non uno avrebbe osato affrontare da solo la piccola Gertrude che, animosa, impulsiva, violenta, si faceva temere quanto odiare. Una volta, tutta una banda di maschi e femmine s'era accordata per darle noia e soverchiarla; ma appunto nell'atto che una delle ragazzette lanciava nel bacino le scarpe tratte a forza dai piedi della vittima, era sopraggiunta Annetta Grant, la quale aveva picchiato di santa ragione la monella e posto in fuga i suoi compagni. Da quel giorno Gertrude andava scalza; però, caso unico, doveva alla megera un benefizio: la ragazzaglia la lasciava in pace.

Era freddo ma splendeva il sole, quando la bambina, cacciata, corse a cercare un ricovero nel cantiere. In un angolo che dalle case vicine rimaneva quasi fuori della visuale, s'inalzava un'enorme catasta di legname da costruzione. Le assi, di lunghezze diverse ed irregolarmente collocate, offrivano da una parte una serie di scalini grazie ai quali riusciva agevole arrampicarsi fino su in cima, dove alcune delle più lunghe sporgevano in guisa da formare una specie di nicchia ben riparata, che dal lato aperto dominava il bacino.

Quel recesso era per Gertrude il porto di sicurezza, l'asilo di pace, il solo luogo donde non venisse mai espulsa. Là, durante le giornate estive la povera creatura solitaria sedeva meditando sulle sue afflizioni, le sue malefatte, la sua bruttezza, e talvolta piangendo ore ed ore. Quando, di tanto in tanto, accadeva che per alcuni giorni consecutivi avesse avuto la fortuna di non irritare nessuno, di non attirarsi gravi castighi come l'essere picchiata o rinchiusa al buio, l'animo suo in quella tregua si rasserenava alquanto, ed ella si divertiva a guardare gli uomini d'una goletta ancorata lì presso, mentre lavoravano a bordo, o vogavano di qua e di là, in una barchetta. La calda luce del sole infondeva nelle vene un tale benessere, le voci dei marinari erano tanto allegre, che la piccola derelitta obliava per un poco i suoi dolori.

Ma l'estate se n'era ita; la goletta col suo equipaggio che serviva a Gertrude di così piacevole compagnia, se n'era ita anch'essa. Era venuta la cattiva stagione, e ultimamente il tempo burrascoso aveva costretto la bimba a rimanersene tappata in casa. Non le pareva dunque vero quella mattina di poter tornare al suo caro nascondiglio. Con viva gioia trovò che il sole c'era arrivato prima di lei e aveva asciugato le travi per modo ch'ella se le sentiva tutte calde sotto i piedini nudi, il sole che splendeva sempre fulgido e gaio anche nel cielo di novembre e le faceva dimenticare Annetta Grant, e il freddo sofferto, e il terrore del lungo inverno!

I suoi pensieri vagarono un po' senza mèta, poi si raccolsero sullo sguardo benevolo e sulla voce del vecchio lampionaio; infine le si affacciò, per la prima volta, alla mente la promessa da lui fatta di portarle qualche cosa quando sarebbe venuto la sera prossima. Se ne ricorderebbe? Ella non credeva.... Eppure, forse sì, perchè quell'uomo aveva l'aria d'esser tanto buono, e tanto s'era rammaricato della sua caduta....

Che mai le porterebbe allora? Qualche cosa da mangiare? Oh, fosse piuttosto un paio di scarpe! Ma no, egli non poteva aver pensato a questo.... Forse non s'era nemmeno accorto che ella non ne aveva....

Gertrude risolse d'andare in ogni caso per il latte prima dell'ora d'accendere il lampione, al fine d'esser di ritorno in tempo, senza che nulla dovesse impedirle di vederlo.

La giornata le sembrò lunghissima; ma, quando Dio volle, la notte venne, e con la notte, True, o meglio, Trueman Flint: così si chiamava il lampionaio.

Ella si trovava sul posto ad aspettarlo, badando però di non dar nell'occhio ad Annetta Grant.

True era in ritardo quella sera, e aveva gran fretta. Potè appena dire alla bambina poche parole, nel suo linguaggio semplice e rozzo, ma erano parole che venivano dall'intimo del cuore più generoso ed onesto che mai palpitasse nel petto d'un uomo. Le ripetè, posandole sul capo con atto benevolo la mano grande e tutta nera di fumo, che gli dispiaceva assai ch'ella si fosse fatta male, poi soggiunse:

— E per soprassalto ne buscasti, poverina.... Vergognaccia! Gran danno, un po' di latte versato! Era una disgrazia, mica un delitto.... —

Levò la mano dal capo di Gertrude, per isprofondarla in una delle vastissime sue tasche.

— Ma eccoti — proseguì — la creaturina che ti promisi ieri. Abbine cura e non tormentarlo.... Scommetto che se è come la sua mamma che ho io a casa, ti piacerà, e presto presto gli vorrai bene. Addio, mimma! —

E presa in ispalla la sua scala portatile, se n'andò lasciando nelle mani della ragazzina un gattino bianco e grigio.

Ella fu così sbalordita nel trovarsi tra le braccia quella cosa viva, tanto diversa da tutte le cose da lei immaginate, che per un minuto rimase irresoluta, non sapendo che avesse a farne.

C'erano molti gatti, d'ogni grandezza e d'ogni colore, là nel vicinato, sia appartenenti ad inquilini delle case, sia rifugiati nel cantiere: povere bestie spaurite le quali, come Gertrude, solevano andare attorno a passi furtivi o scappando, a gambe levate, e spesso si nascondevano tra il legname e il carbone, quasi si sentissero al pari di lei malsicuri del diritto di stare in un qualche luogo. Ed ella aveva anche provato più volte una certa simpatia per loro, ma non le era mai venuta la voglia di pigliarne uno, portarselo a casa e addomesticarlo, perchè essendo il nutrimento e il ricovero tanto avaramente concessi a lei stessa, ben sapeva di non poterli ottenere per un suo beniamino a quattro zampe.

La sua prima idea fu pertanto di deporre il gattino a terra, e lasciarlo andare. Ma la bestiola si raccomandò in maniera tale, che ella non fu capace di resistere. Dalle braccia le salì fino al collo, vi si aggrappò, e spaventato com'era dall'imprigionamento e dal lungo viaggio nella tasca del lampionaio, prese a miagolare con una voce sommessa e flebile che sembrava implorare la compassione. L'eloquenza di quella vocina vinse la paura della collera d'Annetta Grant. E Gertrude; stringendosi al seno il micio, risolse, nel suo cuore di bimba, d'amarlo, di nutrirlo, e di tenerlo ben lontano dagli occhi della vecchia.

A qual punto giungesse in breve il suo amore per quell'animaletto le parole non potrebbero dire. La sua natura fiera, indomita, impetuosa, non aveva fino allora avuto occasione di manifestarsi che in accessi di risentimento appassionato, di torva ostinazione, d'odio perfino. Ma v'erano in quella piccola anima sorgenti di caldi affetti ancor chiuse, una profondità di tenerezza mai evocata, un ardore di devozione al quale non mancava che un oggetto su cui espandersi.

Ella prodigò quindi alla creaturina che dipendeva da lei per il suo sostentamento tutta la dovizia d'amore accumulata nel suo povero coricino desolato. E tanto più l'amava quanto più era obbligata a darsene pensiero, quanto più grandi, erano i disturbi e le ansie che le cagionava. Teneva la bestiola quasi sempre fuori, fra il legname del cantiere, nel suo rifugio favorito. Trovò un vecchio cappello nel quale mise il proprio cappuccetto, e fece così una cuccettina per il micio. Gli portava una parte, degli scarsi suoi pasti, osava per lui ciò che non avrebbe osato per sè medesima, procacciandogli la cena col sottrarre tutti i giorni dal bricco un po' del latte che Annetta Grant la mandava a prendere, ed esponendosi al rischio d'essere scoperta e punita: solo rischio, solo danno, di cui il furto e la frode potessero destare il timore nell'animo della misera bambina ignorante, perchè nessuno s'occupava di sviluppare le sue idee del bene e del male in senso astratto. Ella si divertiva ore intere a trastullarsi col suo gattino fra le cataste di legname, a parlargli, a dirgli quanto le fosse caro. Ma nelle giornate più rigide, non avendo modo di ripararsi dal freddo all'aperto, ed essendo assai pericoloso portare il suo protetto in casa, si trovava in un serio impiccio. Nondimeno, coraggiosamente nascondeva il micino in seno, e correva a rifugiarsi con lui nella soffittuccia ch'era la sua camera. Là, badando di tener l'uscio chiuso, riesciva a far sì che la presenza del suo compagno sfuggisse agli occhi ed agli orecchi della terribile Annetta. Due o tre volte invero, per sua momentanea distrazione, accadde che la vispa bestiola scappasse al piano di sotto, nel corridoio e nella cucina, anzi una volta la donna lo vide e lo cacciò con la granata; ma in quel popoloso quartiere dove i gatti vagabondi erano tutt'altro che rari, il caso non poteva parere così straordinario da provocare un'inchiesta.

Sembrerà strano che Gertrude fosse libera di star fuori a baloccarsi dalla mattina alla sera. I fanciulli delle classi povere sogliono imparare per tempo a rendersi utili. Sono numerose le creature di tenera età che, per le strade, davanti alle porte e nelle corti delle case, vediamo andar curve sotto il peso d'una voluminosa fascina, o d'un paniere di trucioli, o, più spesso, d'un grosso marmocchio al quale si deve badare e prestare ogni sorta di cure. E noi compiangiamo un'infanzia soggetta a cotali fatiche, e giudichiamo troppo dura la sua sorte. Eppure non è quella, alla perfine, la maggiore delle disgrazie: stava per tutti i conti assai peggio la piccola Gertrude, che non era costretta a far nulla, e ignorava la sodisfazione d'aiutare qualcuno. Annetta Grant non aveva marmocchi, e stimava poco i servigi dei ragazzi. Donna attivissima, non sentiva punto il bisogno d'impiegare l'orfanella in qualche faccenda domestica; al contrario, desiderava di levarsela d'attorno. Sicchè, tolta la corsa quotidiana per il latte, Gertrude era sempre in ozio: causa feconda d'infelicità e di scontento, se anche non avesse avuto a soffrire per alcun'altra.

Annetta, una scozzese non più giovane, aveva sortito da natura un cattivo temperamento, che, con gli anni, era divenuto pessimo. Conosceva la vita dal suo lato più rude, era gran lavoratora, e godeva la reputazione di femmina sveglia, ardita, e dominatrice. Ell'aveva reso al marito così disamena la casa coniugale, che egli, lasciando il suo mestiere di falegname, era andato piuttosto per mare. Faceva la lavandaia e teneva alcuni dozzinanti. I suoi proventi sarebbero bastati a sbarcare comodamente il lunario, se non fosse stata la sregolatezza del suo figliuolo, giovinastro turbolento, guastato da lei stessa nella prima età con le intemperanze e le ineguaglianze del suo carattere. Era un valente operaio quando aveva voglia di lavorare, ma scialacquava tutti i propri guadagni e buona parte di quelli della madre. Per certe sue ragioni particolari ella seguitava a tenersi seco la bambina: non erano però tanto gravi che non pensasse talvolta a liberarsi da quel peso.

III.

Misericordia e amor sul tuo cammino

T'hanno incontrata, o misera reietta.

Wordsworth.

Gertrude aveva il suo gattino da circa un mese, quando in conseguenza del rimanere esposta alle intemperie si buscò una fortissima infreddatura. Allora Annetta, per tema delle noie che una seria malattia della bambina avrebbe cagionato a lei, le ingiunse di non uscire all'aperto, e perfino di starsene nella stanza riscaldata dov'essa lavorava.

Certo, con quella tosse terribile, sarebbe stato buono sedere tutto il giorno accanto alla stufa, e tenersi calduccina, se non l'avesse tormentata il pensiero del micio, che innanzi ch'ella fosse in grado di ritornare nel cantiere a custodirlo poteva sperdersi, o perire d'inedia, o, pericolo non meno grave, dare una corsa nella casa in cerca della sua padrona.

Passò la giornata, senza che la bestiola si facesse vedere. Ma verso sera, proprio nel momento che gli uomini venivano a cena, capitò tra i piedi d'uno di essi, là, sulla soglia della stanza dove Gertrude si trovava con la vecchia Grant ed era preparato il grossolano loro pasto.

— Accidenti! — esclamò l'uomo che tutti chiamavano Iacopino. — È un gatto! O Annetta! Credevo che li odiaste i gatti, voi.

— Non è mica mio, — disse ella. — Cacciatelo fuori. —

Iacopino s'accinse a farlo. Il micio balzò indietro e, girando largo, andò a precipitarsi tra le braccia di Gertrude, la quale trepidante per il suo fato spiava con ansia gli eventi.

Annetta gli domandò:

— O cotesto gatto, di chi è?

— Mio, — rispose coraggiosamente la bambina.

— Tuo? E da quando tieni gatti? Come l'hai avuto? Parla! —

Gli uomini le guardavano. Gertrude aveva paura degli uomini. Essi qualche volta le facevano dispetti e sempre erano per lei una sorgente d'apprensioni. Ella non osava dire a chi dovesse quel regalo, ben sapendo di peggiorare le cose, perchè Annetta Grant non aveva mai perdonato al lampionaio le sue dure rimostranze contro la crudeltà di picchiare una bimba per aver avuto la disgrazia di versare un bricco di latte; nè la soccorreva in quel momento tanta prontezza d'animo da inventare qualche fandonia che spiegasse altrimenti la presenza del gattino. Del resto non avrebbe esitato punto a mentire. La sua deficiente educazione non le aveva inculcato l'amore e l'abitudine della verità a segno ch'ella potesse preferirla quando la menzogna le faceva più comodo o la salvava da un castigo. Tacque e ruppe in lacrime.

— Via, Annetta, — disse Iacopino — dateci la cena e lasciate stare cotesta mocciosa fino a poi. —

La donna accondiscese, non però senza brontolare minacciosamente.

La cena fu presto finita. In quella un sonatore d'organetto venne a fermarsi davanti alla casa e intonò un'aria popolare. I pigionali scendevano e gli si affollavano intorno, attratti dalla scimmietta che ballava in cadenza con la musica. Gli uomini andarono a raggiungerli. Gertrude impedita di uscire corse alla finestra. I grotteschi sgambetti dell'animale la divertivano un mondo; finchè sonatore e scimmia non si furono allontanati, ella stette a guardare intensamente assorta nello spettacolo, così intensamente da non accorgersi che non teneva più il micio, il quale, sfuggitole dalle braccia, era saltato sulla tavola e cominciava a divorare gli avanzi del pasto. Ella seguiva ancora con gli occhi l'uomo dall'organetto, quando vide apparire in fondo alla strada il vecchio lampionaio. Mentre si proponeva di trattenersi finch'egli avesse acceso il lampione, un urlo di rabbia la fece sobbalzare. Spaventata si volse giusto in tempo per vedere Annetta abbrancare il suo caro gattino. Si slanciò alla riscossa, balzò sopra una seggiola, afferrò un braccio della donna; ma costei la respinse vigorosamente con una mano e con l'altra scaraventò la bestiola attraverso la stanza. Gertrude udì un tonfo in un liquido, e un grido straziante. Annetta aveva gettato il povero micio in un gran catino pieno d'acqua calda a bollore pronta per qualche uso domestico. La piccola vittima si contorse un momento e morì in uno spasimo.

Tutto il furore di cui l'impetuosa natura della bambina era capace, divampò. Senza titubare, ella raccolse un pezzo di legno che giaceva lì presso, e lo scagliò contro la megera. Aveva mirato bene. La vecchia Grant era stata colpita alla testa e il sangue grondava dalla ferita; ma ella quasi non sentiva il colpo tanto era eccitata dall'ira dinanzi all'audacia di Gertrude. Fremente, s'avventò su lei, la pigliò per le spalle, aperse l'uscio di strada e la spinse sul marciapiede dicendo:

— Fuori, spirito maligno, e guai a te s'io veggo la tua ombra sulla soglia della mia casa! —

Poi rientrò a precipizio abbandonando l'orfanella sola in mezzo alla notte fredda e buia.

Quando Gertrude era adirata o afflitta piangeva forte, ma di rado singhiozzava come gli altri bambini; invece emetteva a brevi intervalli strilli acutissimi fino a rimanere qualche volta esausta di forze. Ella prese a strillare così, tosto che Annetta Grant l'ebbe lasciata là sulla strada; ma non già per la paura d'essere irremissibilmente espulsa dal suo unico ricovero e di doversene andare, sola sola e di notte, errando per la città, a rischio di cadere assiderata, innanzi l'alba, con quel gran freddo: no, non pensava affatto a sè stessa. L'orrore e il dolore della tragica morte inflitta all'unico essere ch'ella amasse al mondo empivano tutta la sua piccola anima. Ella s'accosciò contro il muro della casa, e si coperse la faccia con le mani, inconsapevole del chiasso che faceva, e del trionfo di quella monellaccia che le aveva un giorno tratto le scarpe dai piedi, e che ora stava spiandola dall'uscio dirimpetto. D'improvviso si sentì sollevare da terra, e si trovò seduta su una delle traverse della scala di True appoggiata ancora sotto il lampione. Il buon uomo che, reggendola saldamente, l'aveva collocata giusto tant'alto da trovarsi con lei a viso a viso, riconobbe la sua piccola amica, e con la stessa benevolenza dell'altra volta le domandò che le fosse successo.

Ma Gertrude, tutt'ansimante, potè rispondere soltanto:

— Oh, il mio gattino! Il mio gattino!

— Come? Il gattino ch'io ti diedi? L'hai smarrito?... Non piangere, via, non piangere.

— Oh no, non l'ho smarrito!... Ah, povero micino mio! —

E la bimba ruppe in un pianto più clamoroso che mai, tossendo nel medesimo tempo con tale violenza che il lampionaio ne fu spaventato. Egli si sforzò di calmarla, e riuscitovi in parte le disse:

— A star qui fuori tu t'infreddi a morte.... Bisogna rientrare in casa....

— Oh, non mi lascerà rientrare! — ella rispose. — E se anche volesse lei, non vorrei io....

— Chi non ti lascerà rientrare?... Tua madre?

— No.... Annetta Grant....

— Chi è Annetta Grant?

— Un'orrida, una perfida donna, che ha affogato il mio gattino nell'acqua bollente!

— Ma la tua mamma dov'è?

— Io non ce l'ho, la mamma.

— A chi appartieni tu, povera creatura?

— A nessuno, e nessuna casa è la mia.

— Con chi vivi dunque? Chi ha cura di te?

— Vivevo finora con Annetta Grant, ma è troppo cattiva, e io l'odio.... Le ho scagliato dianzi un pezzo di legno nella testa.... Magari l'avessi accoppata, l'avessi....

— Zitta, zitta! Non devi dire di coteste cose.... Ora vo a parlarle io.... —

True mosse verso l'uscio della casa cercando di tirarsi dietro Gertrude; ma questa resisteva così energicamente ch'egli la lasciò fuori. Andò difilato nella stanza dove Annetta stava fasciandosi la testa con un vecchio fazzoletto, e senza preamboli le disse che doveva richiamar dentro la bambina perchè lasciandola in istrada rischiava di farla morire assiderata.

— Non è mia, — rispose la donna — e qui c'è rimasta abbastanza. Non esiste al mondo una creatura malvagia come quella: mi maraviglio io stessa d'aver trovato la pazienza di tenerla tanto tempo. Spero che non mi venga mai più sotto gli occhi, o per meglio dire non voglio. M'ha rotto la testa.... meriterebbe d'essere impiccata, meriterebbe! Se mai qualcuno ha avuto in corpo uno spirito maligno è di certo lei!

— Ma che sarà della povera piccina? — insistette il buon True. — La notte è fredda, terribilmente.... Che vi sentireste in cuore se domattina la trovassero morta gelata sulla soglia della vostra casa?

— Che mi sentirei? È forse cosa che vi riguardi? Incaricatevi piuttosto di lei voi stesso. Tanto scalpore menate per quell'insettucciaccio? Portatevela a casa e provatela un po'.... È la seconda volta che venite a parlarmene, e basta.... non voglio ascoltare una parola di più. Ci pensi qualcun altro, oramai; io per me n'ho avuto più che la mia parte.... Quanto al rischiare che muoia gelata o non gelata, lo rischierò.... Eh, i bambini ch'entrano nel mondo di soppiatto sono i meno pronti ad uscirne! Quella lì appartiene al comune. Se ne occupi chi deve. E voi andatevene per i fatti vostri e non v'immischiate in quello che non vi concerne. —

True non se lo fece ripetere. Egli non era uso a trattare con donne, e nulla gli pareva più formidabile d'una femmina irata. Ora gli occhi fiammeggianti e il minaccioso atteggiamento d'Annetta erano forieri d'una tale tempesta che il buon uomo s'affrettò saviamente a ritirarsi prima che scoppiasse sul suo capo.

Gertrude, la quale aveva intanto cessato di piangere, gli alzò gli occhi in faccia con curiosità ansiosa.

— Ebbene, — egli disse — non vuol riprenderti.

— Oh, che piacere! — ella esclamò ingenuamente.

— Sì, ma dove andrai?

— Non so.... Forse con voi, a veder accendere i lampioni.

— E dove dormirai stanotte?

— Non so.... Io, non ho casa. Bisognerà che dorma fuori, ma così avrò il lume delle stelle. Non posso soffrire l'oscurità, io.... Sarà freddò però, non è vero?

— Corbezzoli! Freddo da morirne, bambina....

— E allora che succederà di me?

— Dio soltanto potrebbe dirlo! —

Il lampionaio guardò Gertrude, tutto perplesso ed angustiato. Egli, punto pratico di bambini, stupiva della sua semplicità. Lasciarla lì, esposta, al rigore di quella gelida notte, non poteva; e dall'altro canto non sapeva come se la sarebbe cavata se l'avesse portata a casa sua, perchè viveva solo ed era povero. Ma un altro violento insulto di tosse da cui fu còlta lo fece risolvere a un tratto di dividere con lei il suo ricovero, il suo fuoco e il suo pane, per una notte almeno. La prese per mano e disse:

— Vieni con me. —

Gertrude si mise a correre al suo fianco, fiduciosa, senza domandare dove la conducesse.

True doveva accendere ancora una dozzina di lampioni prima di giungere all'estremità della strada dove il suo giro finiva. La bambina stette a contemplare l'accensione di ciascuna fiammella con un piacere altrettanto vivo e schietto che se si fosse trovata in compagnia del lampionaio unicamente per questo. Appena quando, svoltato il canto, ebbero camminato un pezzo senza fermarsi, domandò:

— E ora dove si va?

— A casa, — rispose True.

— A casa vostra? Anch'io?

— Sicuro. Eccoci arrivati. —

Egli aperse una porticina che metteva in una stretta corticella estesa per tutta la lunghezza d'una decente casa di due piani, dove abitava nella parte posteriore. Attraversarono la corte, passarono davanti a parecchie finestre e all'ingresso principale, ed entrarono da un piccolo uscio sul di dietro. Gertrude tremava dal freddo. Aveva i piedini tutti azzurrognoli a forza di camminare scalza sul lastrico diaccio. V'era una stufa, nella camera in cui erano entrati, ma senza fuoco. La camera era spaziosa e abbastanza ben fornita, ma tenuta male. Il lampionaio s'affrettò a deporre in uno sgabuzzino adiacente la scala portatile, l'accenditoio e il resto, poi tornò con un fastelletto di legna ed accese la stufa. In pochi minuti un'allegra fiammata brillando e scoppiettando diffuse intorno un gradevole tepore. Egli trasse accanto al fuoco un antico seggiolone di legno, vi stese sopra il suo grosso e peloso gabbano che lo trasformò in una comoda poltrona, e sollevata delicatamente la bimba ve la pose a sedere. Dopo di che, allestì la cena. True era un vecchio scapolo uso a farsi ogni cosa da solo. Preparò il tè, poi mesciutolo per Gertrude in una gran ciotola, con zucchero a profusione e tutti i suoi venticinque centesimi di latte, prese da una credenzina una pagnotta, ne tagliò una bella fetta, e invitò la sua piccola ospite a mangiare e bere quanto più potesse, giudicando dal suo aspetto ch'ella non doveva essere stata sempre ben nutrita. E nel vederla assaporare con sì evidente godimento la miglior cenetta che mai le fosse toccata, la sua sodisfazione fu tale, da farlo rimanere a contemplarla intenerito dimenticandosi di prendere la propria parte.

L'infallibile istinto dell'infanzia aveva guidato Gertrude quand'ella, osservando l'uomo che accendeva il lampione, s'era sentita indotta, già assai prima ch'egli le parlasse, a considerarlo come un buon amico di tutti, perfino della più derelitta bambina di questo mondo!

Trueman Flint, nato e cresciuto nel Nuovo Hampshire, essendo rimasto orfano quindicenne appena, era venuto a Boston dove per molti anni s'era guadagnato la vita esercitando qualsiasi mestiere in cui potesse trovar lavoro; così aveva fatto a vicenda il giornalaio, il facchino, il fiaccheraio, lo spaccalegna, insomma di tutto un po'! In alcuni de' suoi impieghi era anche durato a lungo perchè s'acquistava sempre stima e benevolenza tanto si mostrava onesto, capace e di buona indole. Prima di diventare lampionaio aveva servito qualche tempo come facchino nei vasti magazzini d'un negoziante ricco e generoso. Un giorno, mentre rimoveva certi pesanti barili, uno di questi, per disgrazia, venne a cadergli sul petto lasciandolo gravemente malconcio. Il suo stato dapprima quasi escludeva ogni speranza di salvezza; e quando alfine egli cominciò a migliorare, la guarigione fu lenta a segno, che dovette starsene disoccupato un anno intero. La malattia esaurì tutti i suoi risparmi, ma il negoziante al cui servizio gli era accaduto quell'infortunio, volle che nessun comodo gli mancasse, lo fece curare da un medico valentissimo, e gli assicurò una buona assistenza.

Nondimeno da allora True non fu più quello. Quando si levò dal letto la sua costituzione fisica era invecchiata di dieci anni, sicchè l'indebolimento delle forze lo rendeva inabile oramai a lavori faticosi. Il suo antico padrone e benefico amico s'adoperò quindi a trovargliene uno relativamente leggero, ed ottenne per lui l'impiego di lampionaio, al quale egli di frequente aggiungeva altri discreti proventi segando legna o spalando la neve.

Era adesso tra i cinquanta e i sessanta. Alto e membruto, aveva fattezze delle più rozzamente modellate da madre natura, ma esprimenti una grande bontà d'animo. Viveva molto appartato, essendo per temperamento taciturno e ritroso; pochissime persone lo conoscevano, e l'unica ch'egli frequentasse era un suo vecchio compare, sagrestano d'una chiesa vicina: uomo d'età assai avanzata e in voce d'essere oltremodo bisbetico e salvatico.

Ritorniamo a Gertrude. Ella ha terminato la sua cenetta, e ora dorme profondamente, adagiata nell'ampio seggiolone, tutta ravvolta in una calda coperta di lana, con la testa sorretta da un guanciale. True siede accanto a lei, e una delle scarne manine posa sulla sua larga palma. Ogni poco, quand'ella si muove, le riaccomoda intorno la coperta. Ma ecco che il respiro della bambina diviene affannoso: ella dà un sobbalzo, poi parla con rapidità. Che mai turba i suoi sogni? Egli ascolta, attento. Prima, è una supplicazione ardente:

— Oh, no, no! Non lo affogate il mio micino! —

Poi un grido di terrore:

— Ah, la viene a ripigliarmi!... Ohimè, mi ripiglia! —

Infine, con accento commovente di flebile e tenera preghiera, ella si raccomanda:

— O buon vecchio, caro, caro, lasciatemi rimanere con voi! Per pietà, lasciatemi rimanere! —

Grosse lacrime luccicano negli occhi di Trueman Flint, e scorrono nei solchi delle sue ruvide gote. Egli posa il capo sul guanciale, accosta la faccina di Gertrude alla sua faccia e, lisciandole i lunghi capelli scarmigliati, pensa anch'egli ad alta voce.... E che dice?

— Ripigliarti?... No, mai, sta' pur tranquilla.... Vuoi rimanere con me? Ci rimani, sì, te lo prometto, povera mimmina mia!... Sola in questo immenso mondo, come son io! Se piace al Signore, noi due si starà bene insieme.... —

IV.

Per il vegliardo e per il bimbo l'unica

Speranza è nell'altrui tenera cura.

Con questa all'uom prima lezione ed ultima

Insegnar la pietà volle Natura.

Young.

La piccola Gertrude aveva trovato un amico e un protettore; ed era tempo, perchè le privazioni che soffriva e l'abbandono in cui veniva lasciata stavano per troncare la triste sua vita, ponendo fine così alle sue pene.

La mattina dopo che True Flint l'ebbe raccolta, ella si destò con febbre alta, dolori al capo e alle membra, insomma tutti i sintomi d'una malattia grave. Guardò intorno e si vide sola; ma nella stufa ardeva un bel fuoco, e la tavola era apparecchiata per la colazione. Rimase un momento stupita ed incerta, domandando a sè stessa dove si trovasse, e che le fosse accaduto; non riconosceva su quel subito la camera, vedendola per la prima volta alla luce del giorno. Ma il suo visino sparuto brillò di gioia quando gli avvenimenti della sera innanzi le si riaffacciarono alla memoria, ed ella pensò al vecchio lampionaio, tanto buono, ed alla nuova casa che sarebbe stata la sua, dove sarebbe vissuta con lui. Si levò e andò alla finestra per guardare fuori, sebbene le girasse stranamente la testa e le vacillassero le gambe a segno che appena poteva camminare! Il suolo era tutto bianco di neve, e il tempo ancora burrascoso. Sembrò a Gertrude che il candore di quella neve l'abbarbagliasse. D'improvviso la vista le mancò, una vertigine la travolse. Barcollò e cadde.

Trueman, rientrato di lì a due minuti, fu spaventatissimo trovandola lunga distesa sul pavimento; ma tosto comprese che doveva essere svenuta nel tentare di dar qualche passo per la camera, e non se ne maravigliò punto, poichè durante la notte s'era avveduto che la bambina stava assai male. Portatala sul suo letto, riuscì presto a farle ricuperare i sensi; passarono però tre settimane prima ch'ella potesse levarsi, salvo quando True la prendeva in collo. True si mostrava ruvido e goffo nel maggior numero dei casi, ma non già quando assisteva la sua piccola protetta. Egli sapeva molte cose nel fatto di malattie: era un po' infermiere, un po' medico, alla sua semplice maniera, e quantunque di bambini avesse poca esperienza, il suo cuore affettuoso gli suggeriva tutte le cure necessarie a Gertrude, e lo rendeva prodigo d'una bontà, d'una tenerezza, di cui nessuno aveva mai dato alla poveretta neppure una pallida idea.

Ella, dal canto suo, era molto paziente. Spesso le sofferenze e l'estrema stanchezza del giacere da tanto tempo allettata, la tenevano sveglia la notte intera senza ch'ella mandasse un gemito o facesse il minimo rumore, perchè temeva di destare il buon vecchio il quale dormiva per terra, accanto al suo letto, quando la grande ansietà per lei non gl'impediva di pigliar sonno. A volte, essendo la bimba più fieramente travagliata dal male, egli la reggeva sulle braccia ore ed ore, ed anche allora ella si sforzava d'apparir sollevata, benchè in realtà non fosse, o fingeva perfino d'addormentarsi per indurlo a ricoricarla e prendere anch'egli un po' di riposo. Il suo coricino riboccava d'amore e di gratitudine. Un pensiero l'occupava quasi unicamente: che avrebbe ella potuto fare per il suo caro benefattore quando sarebbe guarita? ma era poi capace d'imparar a fare qualche cosa di utile?

True era tuttavia costretto a lasciarla per attendere al suo lavoro. Durante la prima settimana della malattia Gertrude restò dunque parecchio sola. Egli nell'andarsene le raccomandava con calore di stare ben tranquilla sotto le coperte fino al suo ritorno; e intanto ogni oggetto di cui ella potesse mai aver bisogno si trovava preparato a portata della sua mano. Ma venne il momento che, aumentando la febbre, fu presa da delirio, e per alcuni giorni non seppe più come nè da chi fosse assistita. Alfine un pomeriggio si destò da un sonno lungo e calmo, in pieno possesso del senso e della coscienza, e vide seduta al suo capezzale una donna che cuciva.

Ella si rizzò nel letto per guardare la sconosciuta, la quale non l'aveva vista aprire gli occhi. Ma, sentitala muoversi, questa dette un sobbalzo, e subito esclamò:

— O bambina mia, rimettiti a giacere! —

Così dicendo le pose dolcemente una mano sulla spalla per corroborare la sua ingiunzione.

— Non vi conosco, — fece Gertrude. — Dov'è lo zio True? —

Con questo nome il lampionaio le aveva detto di chiamarlo.

— È uscito, cara, ma tornerà presto. Come ti senti? Meglio?

— Oh sì! Molto meglio! Ho dormito un pezzo?

— A sufficienza. Suvvia, sta' giù. Ora ti porto una scodella di semolino. Ti farà bene.

— Sa lo zio True che siete qui?

— Sicuro. Sono venuta a tenerti compagnia mentre lui è fuori.

— O di dove siete venuta?

— Dalla mia camera. Io abito nell'altra parte di questa casa.

— Mi pare che siate buona, voi. Davvero, mi piacete. Ma mi fa maraviglia di non avervi veduta entrare....

— Non ci hai badato perchè stavi troppo male, poverina.... Basta, adesso spero che non tarderai a guarire. —

La donna preparò il semolino, e quando Gertrude l'ebbe preso, si rimise al suo lavoro. Coricata con la faccia rivolta verso la sua nuova amica, la bambina fissava su lei i suoi occhioni. Stette così a guardarla cucire finchè quella a sua volta la guardò, e disse:

— Che pensi tu ch'io stia facendo?

— Non so, io.... — ella rispose. — Che cos'è? —

L'altra alzò la roba che cuciva, di maniera che Gertrude potè vedere ch'era una vestina di cotone scuro, per una ragazzetta.

— O che bella veste! — esclamò. — Per chi la fate? Per la vostra figliuola?

— No, io non ho figliuole. Ho un figliuolo invece, uno unico: il mio Guglielmo.

— Guglielmo? Che bel nome! E lui è un buon ragazzo?

— Buono? Il migliore che ci sia al mondo, ed il più bello! —

Nel proferir queste parole la donna ergeva il capo, e il suo pallido viso estenuato raggiava tutto d'orgoglio materno.

Gertrude torse lo sguardo con un'espressione triste, così strana in una creatura di quell'età, ch'ella temette che la stanchezza cominciasse ad opprimerla, e stimò necessario farla stare in assoluta quiete. Glielo disse e le impose di chiudere gli occhi e dormire. La bambina li chiuse. Mentre giaceva tranquilla come se avesse obbedito anche alla seconda ingiunzione, l'uscio s'aperse e qualcuno entrò pian piano. Era True.

— Oh signora Sullivan, — egli fece — siete ancora qui! Vi ringrazio tanto d'esservi trattenuta.... Avevo contato di tornare più presto.... E della bimba che vi sembra?

— Sta meglio, signor Flint, molto meglio. È in sè, ragiona.... Io credo che, pur d'avere certi riguardi, oramai tutto andrà bene.... To', è desta! —

True s'accostò alla piccola malata, le posò una mano sulla fronte mandando indietro i capelli, che erano adesso tagliati corti e accuratamente pettinati, poi le toccò il polso, e manifestò con un cenno del capo la sua sodisfazione. Gertrude gli afferrò la mano e la tenne stretta tra le sue. Egli sedette accanto al letto, gettando un'occhiata sul lavoro della signora Sullivan:

— Non mi maraviglierei, signora mia, se ci fosse bisogno de' suoi vestiti nuovi prima che non si credesse.... Tra alcuni giorni, secondo me, sarà in piedi....

— Lo credo anch'io, ma non siate troppo impaziente. La sua malattia è stata grave, e la non può guarire d'un tratto. Avete veduto oggi la signorina Graham?

— Sì, l'ho veduta, pover'anima. Che il Signore benedica la sua cara faccia! M'ha fatto un visibilio di domande su Gertrudina, e m'ha dato questo pacchetto d'ararutte.... mi pare almeno che lo chiamasse così. Dice ch'è una minestrina eccellente per ammalati. Se voi la conoscete, signora Sullivan, siate tanto buona, mostratemi come si fa, perch'io confesso non me lo rammento, quantunque la signorina si sia data la briga di spiegarmelo....

— Sì, volentieri. È facilissimo. Ve ne preparerò una porzione quando ritorno, tra poco. Per ora Gertrude non ne ha bisogno, ha preso dianzi un semolino. Ma il babbo è già in casa, e devo apparecchiare il nostro tè. Arrivederci a stasera, signor Flint.

— Grazie, signora.... avete un cuore d'oro voi! —

Durante alcuni giorni la signora Sullivan venne ancora ripetute volte a prestar le sue cure alla piccola convalescente ed a tenerle compagnia. Ell'era una donna dimessa per indole, gentile d'animo e di modi, il cui placido viso riconfortava la povera creatura ch'era vissuta nel terrore e aveva sofferto ogni sorta di maltrattamenti. Sempre portava con sè il suo lavoro di cucito: solitamente qualche indumento da ragazzina.

Una sera Gertrude, già quasi guarita della sua ostinata febbre, sedeva in grembo a Trueman Flint, vicino alla stufa, ben bene ravvolta in una coperta di lana, e parlava della sua nuova amica. A un tratto alzò gli occhi in faccia al buon uomo e uscì a dire:

— Zio True, conoscete voi la bambina per la quale fa un vestitino?

— È una bambina che ha bisogno di vestitini e di molte altre cose, perchè ch'io sappia, non ha panni da indossare, tranne pochi cenci.... E tu, Gertrude, non ne conosci nessuna che sia in questo caso?

— Direi di sì, — rispose ella piegando un po' la testa da un lato, e strizzando un occhio.

— Bene, chi è?

— Non vi sta seduta in grembo?

— Che? Tu stessa? Eh via, credi forse che la signora Sullivan voglia impiegare il suo tempo a cucire vestiti per te? —

Gertrude chinò il capo.

— Veramente, io non l'avrei creduto.... ma voi diceste....

— Sentiamo, che cosa dissi io?

— Qualche cosa di vestiti nuovi.... per me....

— Sì, cara, per te! — esclamò egli stringendola in un abbraccio rustico ma cordiale. — E sono due mute complete, con calze e scarpe per soprammercato! —

Ella spalancò i suoi occhioni, in atto di stupore, rise, battè le mani. True rise anche lui. Parevano tutti e due molto felici.

— E l'ha comperata lei cotesta roba? È dunque ricca? — domandò ella.

— La signora Sullivan?... Ahimè, punto!... La roba la comperò la signorina Graham, e pagherà alla signora Sullivan la fattura.

— Chi è la signorina Graham?

— È una signorina troppo buona per questo mondo.... si può affermarlo! Ti parlerò di lei un'altra volta,... Oggi no, perch'è tardi. Dovresti già essere a letto e dormire. —

Un sabato Gertrude, che oramai stava benino, era rimasta alzata tutto il giorno. Verso sera però si sentì stanca, e si coricò avanti buio. Destatasi dopo aver dormito profondamente due o tre ore, vide che True aveva compagnia. Accanto alla stufa, un altro vecchio, d'età molto più inoltrata della sua, sedeva di faccia a lui, fumando la pipa. Egli indossava un abito di foggia antiquata e di tessuto ordinario, ma assai lindo; le due sole ciocche di lunghi e candidissimi capelli che ancora gli crescevano, proprio dietro le orecchie, erano pettinate con cura all'insù, e annodate sul vertice del cranio calvo e lucido. Le sue fattezze avevano linee dure e taglienti, e Gertrude pensava che tali dovevano essere tutte le parole uscite dalla sua bocca, tanto le pareva inverosimile ch'egli potesse mai dire qualche cosa di gentile o di piacevole. Il sarcasmo ch'esprimevano gli angoli delle labbra, l'amaro scontento che traspariva da tutta la faccia, colpivano la bambina senza ch'ella sapesse definirli, e le facevano trarre le sue conclusioni sul carattere di quell'uomo. Ben s'apponeva figurandosi ch'egli fosse il signor Cooper, padre della signora Sullivan; e nell'opinione fattasi di lui alla prima occhiata non si scostava notevolmente dalla maggior parte di coloro che lo conoscevano.

Ma l'opinione pubblica e la sua propria faccia calunniavano un poco il vecchio sagrestano. Certo egli non era di un naturale allegro nè amabile. Sventure domestiche e lo sfavore della volubile fortuna lo avevano reso pessimista e portato a non considerare che i dolori della vita, a mostrarsi arcigno dinanzi alla gaiezza e alle baldanzose speranze dei giovani, i quali, soleva egli sentenziare scrollando il capo con un'aria misteriosa, ignorano che sia il mondo. Egli non l'ignorava, e diveniva tanto più severo per le sue follie ed inesorabile per le sue colpe, quanto più la vecchiezza lo allontanava da esso. Anche l'ufficio ch'esercitava da anni in qua, era dei meno atti a combattere una disposizione alla malinconia, tenendolo il suo servizio in chiesa quasi sempre solitario. Eppure in fondo al cuore quel misantropo nascondeva riserve di bontà e di benevolenza, e True Flint, che lo sapeva, si divertiva a trarle alla luce. Egli amava il vecchio per la sua onestà scrupolosa e il suo animo sincero. Da lungo tempo i due amici usavano sedere insieme il sabato sera, nel canto del fuoco, discutendo di politica, di istituzioni nazionali, di diritti individuali; questioni che ogni buon Americano si sente chiamato a sottoporre ai propri speciali criteri. Discorrevano inoltre dei loro sentimenti ed interessi privati. Ma qual si fosse il soggetto del discorso e per quanto la discussione s'accalorasse, mai la loro amicizia non ne aveva sofferto danni o pericoli: caso singolarmente notevole, essendo Trueman Flint, nel temperamento e nel carattere, la vera antitesi di Paolo Cooper. Animoso, fidente, egli era sempre disposto a pigliar le cose dal lato buono, e anche nelle peggiori avversità non si scoraggiava, non disperava, si teneva sicuro che alla fine tutto s'accomoderebbe.

Quella sera avevano conversato su parecchi dei soliti argomenti, ma nel momento che Gertrude si destò parlavano di lei, e s'intende che il loro dialogo attrasse vivamente la sua attenzione.

— Dove mi diceste d'averla raccattata? — domandava appunto il sagrestano.

— Da Annetta Grant, — rispose True. — Ve la rammentate? È quella donna contro il cui figliuolo foste citato come testimonio d'accusa, quando furono rotte le vetrate della chiesa la sera innanzi il quattro giugno. Eh, no, non potete averla scordata, Cooper.... sembrava una furia, al dibattimento, si vendicava non risparmiando nemmeno Suo Onore, il giudice! Bene, era inviperita a quel modo e maltrattava la povera creatura la prima volta ch'io la vidi: la seconda l'aveva cacciata di casa....

— Ah sì, me la rammento!... Un'orca!... Quella lì, m'immagino, non è mai stata amorosa neppure coi figliuoli propri, figuriamoci poi con gli altrui! Ma voi che ne farete della trovatella?

— Che ne farò?... La terrò meco, caspiteretta, e ne avrò cura. —

Cooper fece una risatina piuttosto sarcastica.

— Sì, capisco, caro vicino, voi giudicate avventata questa risoluzione d'adottare una bimba, all'età mia: e forse è. Ma ora vi spiego com'è stato. La notte di cui vi raccontai, la piccina sarebbe morta se io non l'avessi raccolta; e anche dopo ricoverata qui, fu sul punto di morire, più volte; soltanto la grande assistenza che le prestai con l'aiuto di vostra figlia, potè salvarla. Ebbene, quella prima notte, parlando nel sonno, gridò a me tutto il suo dolore, si raccomandò a me come all'unico amico che mai avesse avuto (e credo infatti che sia così), supplicandomi di lasciarla rimanere.... Allora deliberai in cuor mio di far che rimanesse, ad ogni costo di tenermela come una figliuola e dividere con lei il mio ultimo tozzo, avvenga che può.... Il Signore è stato misericordioso meco, signor Cooper, molto misericordioso.... Mi mandò buoni amici nella mia profonda infelicità. Seppi anch'io da ragazzo quanto sia triste l'essere solo al mondo, senza babbo nè mamma; e quando vidi i patimenti di quella disgraziata creaturina, sentii che appunto perchè non era di nessuno apparteneva più particolarmente al Signore, e ch'io non potevo fare di più per servirlo nè dovevo far meno, che spartire con la poveretta il bene ch'Egli m'ha dato.... Ah, voi guardate intorno come per dirmi che qui c'è poco da spartire con chicchessia, e, davvero, molto non c'è.... ma, una cosa sì.... e una gran cosa per chi non l'ha mai avuta: una casa. Io ho ancora le mie brave braccia, e cuore gagliardo, e buona volontà. Con l'aiuto di Dio sarò un padre per quell'orfanella, e forse verrà il tempo ch'ella sarà per me una benedizione incarnata.... —

Il signor Cooper scrollò il capo con aria di dubbio, e borbottò che i figliuoli, anche i veri, sogliono essere tutt'altro che benedizioni.

Ma non ebbe il potere di scuotere la ferma fede di True nella saviezza e nella bontà della propria risoluzione. Questi, trasportato dall'ardore con cui parlava, era sorto in piedi e camminava su e giù per la stanza, a passi rapidi, eccitatissimo. Ritornò a sedere, e riprese:

— D'altronde, caro Cooper, se anche non mi fossi determinato a tenere qui Gertrude la notte stessa che ce la portai, non l'avrei mandata via il giorno dopo perchè, io credo, il Signore mi parlò per bocca d'uno de' suoi santi angeli, e m'impose di perseverare nel mio proposito.

«Voi conoscete la signorina Graham: frequenta regolarmente la vostra chiesa con suo padre, un vecchio signore di bell'aspetto.... Tre settimane fa, dopo quel tempaccio, io mi trovavo da loro, a spalare la neve nel cortile, ed essa mi fece chiamare in cucina.... Ah, sia benedetta la sua angelica faccia! Povera creatura! Il mondo è buio per lei, ma essa lo rischiara per gli altri.... Non vede lo splendore del cielo con gli occhi, come noi, ma lo vede meglio, perchè lo ha dentro l'anima sua, e quando sorride le raggia tutto dal viso, e sembra l'arco celeste del buon Dio che appare tra le nubi... Quante cortesie m'ha usate da che, or saranno cinque anni, mi toccò quella disgrazia nel magazzino del padrone! Anche il giorno della neve, dunque, mi mandò a chiamare per domandar notizie della mia salute e sentire se avessi bisogno di qualche cosa che potesse chiedere al suo babbo per me. Io allora le raccontai il caso di Gertrude, e ve l'assicuro, non avevo ancora finito di dire, che si piangeva tutt'e due. Mi pose in mano una certa somma di denaro, e m'incaricò di far fare dalla signora Sullivan il necessario per vestire la bambina; ma fece ben più: promise di venirmi in aiuto se mai mi trovassi in qualche difficoltà a cagione dell'impegno assunto; poi quando la salutai mi disse: «Non c'è dubbio, True, avete fatto bene: il Signore vi benedirà e vi ricompenserà della vostra buona azione.» —

Egli era così commosso, così infervorato nel suo discorso, da non essersi avveduto di ciò che il sagrestano, per non interromperlo, aveva osservato in silenzio. Gertrude, uscita pian piano dal letto, gli stava accanto, e lo ascoltava con gli occhi fissi nel suo volto, e il respiro mozzo dall'intensa attenzione. Ella gli toccò una spalla; egli si volse, la vide, e le aperse le braccia.

Con la faccetta nascosta nel suo seno, la piccina mormorò ansando, in uno scoppio di lacrime che eran lacrime di gioia:

— Starò dunque con voi.... sempre?

— Sì, finchè Dio mi dà vita, — egli rispose — tu sarai la mia figliuola! —

V.

Sollecita movea con piè leggero

Per la piccola casa la massaia,

Nè mai nell'alveare ape fu tanto

Alacre e lieta all'opra....

Mitford.

Era una serata di vento. Gertrude, vestita decentemente, coi capelli lisci, con la faccia e le mani pulite, aspettava alla finestra il ritorno del lampionaio che finiva il suo giro. Stava benissimo adesso, meglio che non fosse stata, da anni, prima della sua malattia. Le cure e l'affetto avevano operato prodigi per lei. Ell'era sempre la bambina esile e palliduccia, dagli occhi e dalla bocca troppo grandi nel visetto minuto; ma la dolorosa espressione di sofferenza che le era consueta, aveva dato luogo a quella, piuttosto grave tuttavia, di un'intima felicità.

Di fronte a Gertrude sedeva sull'ampio davanzale una grossa e veneranda gatta, madre del suo perduto tesoro e quindi a lei molto cara. Amorosamente ella le andava passando la mano sul dorso, carezza gradita alla matrona, che dimostrava la sua sodisfazione facendo le fusa.

D'improvviso s'udirono rimbombare nel muro suoni tumultuosi. La casa era vecchia ed offriva un comodo soggiorno ai topi, i quali a giudicarne dalla strepitosa allegria cui s'abbandonavano ne avevano approfittato quella sera per dare un ballo. Pareva quasi che un camino rovinasse mattone per mattone. Gertrude non si spaventò punto. S'era tanto assuefatta ai muri abitati da quel genere d'inquilini quando dormiva nella soffitta d'Annetta Grant, che non faceva più caso di tali rumori. Non così però la veterana felina che subito rizzò le orecchie e manifestò con chiari segni la sua brama di correre a battaglia. Mai cavallo guerriero fu eccitato dagli squilli delle trombe come la brava micia dalle galoppate dell'orda nemica attraverso il solaio.

— Ferma, micina, — ammonì Gertrude — ferma, intendi! Non è tempo di dare la caccia ai topi, ora.... Devi sedere qui e star buona finchè tu non vegga arrivare lo zio True, per sentire che dirà della camera e di me! —

Ella si volse e girò gli occhi intorno con immenso compiacimento; poi, arrampicatasi sul davanzale ch'era larghissimo, all'uso antico, e di dove, rispondendo la finestra nella corte, poteva veder entrare il lampionaio, prese la gatta in collo, si spianò le pieghe del vestitino, gettò uno sguardo d'ammirazione e d'orgoglio sulla sua calzatura, ed assunse un atteggiamento composto col deliberato proposito d'esser paziente. Ma era inutile, non ci riesciva; le sembrava ch'egli non avesse mai tardato tanto; cominciava anzi a credere che non sarebbe venuto più, quando alfine lo vide svoltare entro il cancello. Benchè fosse già quasi buio ella notò che qualcuno lo accompagnava. Non le pareva il signor Cooper nè alla statura, meno alta, nè al passo; pure finì col concludere che doveva esser lui, perchè proseguì fino all'uscio suo ed entrò.

Per quanto avesse atteso Trueman con viva impazienza, Gertrude non gli corse incontro come di consueto. Stette in ascolto, e non appena lo sentì venire dallo stambugio dove soleva fermarsi per appendervi al muro la scala e l'accenditoio, e deporre il camiciotto macchiato e i larghi calzoni che portava sopra i vestiti durante il lavoro, lesta lesta si nascose dietro l'uscio donde egli doveva passare nella camera. Senza dubbio ella gli aveva preparato una grande improvvisata e intendeva di goderne pienamente l'effetto. Ma la gatta, che non era tanto compresa dell'importanza della cosa, non dimenticò le buone creanze; e andò secondo il suo costume a dargli il benvenuto strofinando il capo alle sue gambe.

— Ohe, mustacchiona! — fece True. — Dov'è la mia mimma? —

Così dicendo chiuse l'uscio dietro a sè, e scoperse Gertrude. Ella d'un balzo venne a piantarglisi di fronte, rise; guardò i propri vestiti, poi guardò lui, bene in faccia, per vedere che impressione gli facesse il suo aspetto.

— Corbezzoli, fa mai una figurona spanta la signorina! — esclamò egli sollevandola tra le braccia e portandola più presso al lume. — Tutta vestita di nuovo: abito, grembiule, scarpe! E chi t'ha pettinata? In verità, non dico che tu sia una bellezza, no, ma per carina sei carina!

— La signora Sullivan m'ha vestita da capo a piedi, e m'ha spazzolato i capelli.... Ma ha fatto anche più.... o non vedete che altro ha fatto? —

True seguì gli occhi di Gertrude, in giro per la camera. Lo stupore che il buon uomo andava manifestando era tale da corrispondere all'aspettazione della bimba quantunque grandissima: e si capiva. Uscito la mattina, trovava la sera la sua casa trasformata. Evidentemente mani di donna ci avevano lavorato, facendovi pulizia e mettendo ogni cosa in ordine.

Prima che Gertrude venisse ad abitare con lui egli s'era dispensato da qualsiasi ingerenza femminile nelle sue faccende domestiche. Viveva solo, visite non ne riceveva quasi punte; sicchè gli bastava fare il proprio comodo senza riguardo alle apparenze. Nel suo modesto quartierino la granata veniva adoperata di rado, l'acqua mai. Le due ampie finestre guardanti la corte erano trattate con grande ingiustizia, avendo i cristalli così appannati dalla polvere e dal fumo, che la gaia luce a cui davano adito nella stanza n'era mezzo offuscata. Festoni di ragnatele pendevano agli angoli del soffitto; intorno all'alta e vasta cappa del camino s'accumulava un curioso miscuglio d'oggetti utili e inutili; un visibilio di ciarpame stava raccolto sotto la stufa. I mobili, alcuni dei quali assai buoni, erano collocati a casaccio, in modo da ingombrare lo spazio invece di trarne partito. Durante la malattia della bambina poi, un letto preparato sul pavimento per uso di True, e tutte le diverse cose, necessarie all'assistenza della malata, avevano accresciuto la confusione a segno tale, che quasi ci sarebbe voluto un pilota per condurre i visitatori a salvamento attraverso la camera.

Ora, la signora Sullivan era la nettezza in persona. La sua casa poteva gareggiare con una casa olandese. I suoi vestiti, di un'estrema semplicità ma esenti da ogni più lieve frittella, da ogni più piccola macchia, la facevano sembrare una quacchera; in quelli, anche da lavoro, del suo vecchio padre e del suo figliuolo giovanetto si scorgeva alla prima occhiata la cura d'una figlia, d'una madre, attenta e diligente. A fine d'assistere Gertrude ell'aveva per la prima volta posto piede in una stanza che era a quel punto il contrario della sua: e non sarebbe agevole comprendere quanto meritoria fosse la sua opera di carità, senza considerare che il contrasto era per lei sommamente penoso, e che ella ci pativa a passare qualche volta l'intero pomeriggio in una casa dove, come soleva poi dire quando rientrava nella sua, avrebbe con piacere fatto un po' di pulizia e messo un po' d'ordine solo per vedere che figura farebbe e se qualcuno saprebbe riconoscerla. Ell'era un minuzzolo di donna mingherlina, piccolina, ma aveva più capacità ed energia che non si sarebbe potuto trovarne in una qualsiasi tra venti altre grandi e grosse il doppio di lei. Ella sentiva una sincera compassione della gente che vive in un caos domestico; era sicura che non può esser gente felice. E però non appena Gertrude fu ristabilita risolse in cuor suo d'adoperarsi con tutte le sue forze per la causa dell'ordine e della nettezza che a' suoi occhi era la causa della virtù e della felicità, perchè ella immedesimava la purità e la lindura con la pace dell'anima. Se non che, sensibilissima com'era su questo punto, s'immaginava che True dovesse provare qualche cosa di simile, ed essendo la piccola donnina altrettanto tenera di cuore quanto linda e accurata, non avrebbe voluto per nulla al mondo mortificarlo; perciò andava studiando come entrargli in materia e persuaderlo a una riforma del suo metodo di tenere la casa, quando Gertrude stessa le suggerì il modo d'attuare il suo disegno.

Il giorno innanzi quello del gran ripulimento, la signora Sullivan vide nel corridoio la bambina che stava timidamente presso l'uscio del suo quartierino guardando dentro con viva curiosità.

— Vieni, vieni Gertrude, — disse la donnina benevola — fammi una visita! — E notando ch'ella si peritava d'intrudersi così in casa d'altri, la incoraggiò: — Mettiti a sedere qui accanto alla tavola e guarda che cosa stiro. Gli è proprio il tuo vestitino! Stirato questo, i tuoi panni sono bell'e pronti. Sei contenta di rivestirti un po', non è vero?

— Oh, tanto contenta, signora! — rispose Gertrude. — Potrò portarmeli via, e tenerli tutti da me?

— Sicuro.

— Non so veramente dove riporli.... non c'è posto nella nostra camera.... almeno non un posticino a modo.... — E così dicendo la bambina gettava un'occhiata ammirativa alla cassetta aperta del cassettone dove la signora Sullivan riponeva il vestitino che aveva finito di stirare, sopra una pila d'altri indumenti accuratamente piegati.

— Ma una parte, s'intende, ne indosserai, e per il resto bisognerà trovare un luogo adatto.

— Voi, sì, avete dove metterla la vostra roba, — riprese Gertrude girando gli occhi intorno. — Che bella stanza, questa!

— Non c'è mica molta differenza da quella del signor Flint. È circa della stessa grandezza e ha due finestre come la sua. Soltanto la mia dispensa è più comoda. La vostra non ha che tre angoli; ma quest'è tutto il vantaggio.

— Oh, non c'è paragone, per altro! Voi qui non avete letti, e le seggiole sono tutte in fila e la tavola è lustra che sembra uno specchio, e il pavimento è ben pulito, e la stufa è nuova, e dalle finestre c'entra un sole splendido che consola! Ah, magari fosse così la nostra camera! Avrei proprio scommesso che è anche più piccola della metà.... Figuratevi, lo zio True stamani ha inciampato nelle molle, e diceva che non c'è tanto spazio da far dondolare un gatto!

— Dov'erano le molle? — domandò la signora Sullivan.

— Per terra, signora, proprio nel mezzo....

— Vedi, io non tengo la roba per terra. E credo che se la vostra stanza fosse ripulita e ogni cosa ci avesse il suo posto, farebbe quasi la stessa figura della mia.

— Vorrei pure vederla messa tutta bene in ordine! — disse Gertrude. — Ma come fare coi letti?

— Appunto ci pensavo. C'è quella dispensina che doveva essere uno stanzino da bagno quando la casa era nuova e abitata da signori; è grande abbastanza da collocarvi un lettino e due seggiole; potrebb'essere una comoda cameretta per te. Ora non c'è dentro che ciarpame da buttar via: se mai ci si trovasse qualche cosa di servibile, si riporrebbe nello stambugio.

— Che bella idea! — esclamò la bambina. — Così lo zio True riavrebbe il suo letto.... Io dormirei là, sul pavimento.

— Ma no, non è punto necessario che tu dorma sul pavimento. Io ho una buona piccola branda dove dormiva il mio Guglielmo quando abitava con noi. Te la presterò se mi prometti d'averne cura, e non di quella soltanto, ma di tutto ciò che sarà messo nella tua camera.:

— Oh sì! — rispose Gertrude. — Ma — soggiunse esitando — credete che ne sarò capace? Non so far nulla io....

— Perchè nessuno t'ha mai insegnato nulla, povera figliuola: una ragazzetta d'otto anni può fare molte cose se ha pazienza e volontà d'imparare. Io te ne potrei insegnare parecchie che sarebbero utili e ti farebbero essere di grande aiuto allo zio True.

— Dite, dite, che cosa posso fare?

— Spazzar la camera tutti giorni, rifare i letti, dandoti qualcuno una mano per voltare le materasse, apparecchiare la tavola, tostare il pane, rigovernare. Forse da principio non ci riesciresti proprio bene bene, ma con la pratica t'andresti perfezionando, e a poco a poco finiresti col diventare una brava piccola massaia.

— Desidero tanto di poter fare qualche cosa per lo zio True! Ma di dove incominciare?

— Prima di tutto bisogna che la casa sia ripulita e messa in ordine da qualcuno. Se sapessi che il signor Flint ne sarebbe contento, chiamerei un giorno la Caterina McCarty ad aiutarci, e non dubito che egli poi si troverebbe assai meglio nella sua abitazione.

— Io sono sicura che sarebbe contentissimo! Si farebbe una cosa grande! Posso aiutare anch'io?

— Sì, farai quello che potrai; ma ci vuole Caterina. Quella è robusta e bravissima per la pulizia.

— E chi è Caterina?

— È la figliuola della signora McCarty che abita nella casa qui accanto. Il signor Flint rende loro vari servigi, come segar le legna e altri. Loro gli lavano la biancheria, ma non sono certo in grado di ripagarlo di tutto il bene che egli fece a quella famiglia. Caterina è una ragazza assai capace, e attiva. Verrà con molto piacere a lavorare per lui, quando che sia. Glielo chiederò.

— Verrà domani?

— Forse sì.

— Domani lo zio True starà fuori tutta la giornata. Va a portare il carbone dal signor Eustachio. Non vi pare che sarebbe il momento buono?

— A maraviglia! Procurerò che Caterina venga domani. —

Caterina venne. La stanza fu ripulita in ogni sua parte, vi fu messo ogni cosa in perfetto ordine. Gertrude ricevette in consegna i suoi vestiti nuovi. Una muta ne indossò, l'altra fu riposta in un armadino trovato nella dispensa che pareva proprio fatto per il suo piccolo corredo.

Quando Trueman ritornò dal lavoro rimase attonito dinanzi al risultato ottenuto col triplice concorso della Signora Sullivan, di Caterina e di Gertrude, per la quale il vivo piacere manifestato dal buon uomo rese memorabile quel giorno: un giorno ch'ella doveva ricordare per tutta la vita come il primo in cui aveva gustato la suprema forse tra le felicità terrene, quella d'essere datori di gioia ad altrui. Non già che la bambina avesse prestato un valido aiuto: le due vicine avrebbero sbrigato la faccenda altrettanto bene, e anzi meglio, s'ella fosse andata dove la mandava sempre Annetta Grant.... fuori dei piedi. Ma lei questo non lo vedeva; era una delle collaboratrici; aveva partecipato al lavoro con tutto il cuore, con tutta l'anima; dovunque le era stato permesso di metter mano s'era adoperata con tutte le sue forze. Poteva dire a buon dritto: «Lo abbiamo fatto noi: la signora Sullivan, Caterina ed io

Una donna che non fosse stata di cuor gentile ed affettuoso come la signora Sullivan non avrebbe compreso nè considerato con simpatia il sentimento che rendeva Gertrude così bramosa d'aiutarla. Ma ella sì: perciò le aveva assegnato parecchi piccoli servizi, e la bimba s'era applicata a disimpegnarsene, con un giubilo che nessun favore, nessun dono largitole avrebbe potuto farle provare.

Ella condusse True in giro per la camera, mostrandogli come la brava signora avesse giudiziosamente e ingegnosamente approfittato dello spazio nella disposizione dei mobili. Il letto, posto entro una nicchia del muro abbastanza larga e fonda da contenerlo, lasciava libera l'intera area quadrata della quale, dichiarò egli, era stato fatto un vero salotto. Stentava a credere che metà delle sue masserizie non fosse svanita in aria, così incomprensibile era per lui che si potesse avvantaggiarsi di tanto posto e tante comodità con un po' di sistema e d'ordine.

Ma il suo stupore e il gaudio di Gertrude salirono all'apice quando ella lo fece entrare nell'antico stanzino del ciarpame trasformato in una buona e bella cameretta.

— Affemmia! Affemmia!... —

Il vecchio True non trovava altre parole. Andò a sedere accanto alla stufa, lustra che pareva nuova come quella della signora Sullivan, affermava Gertrude, si stropicciò le mani, ghiacce dall'essere state lungamente esposte al gelo di quella sera invernale, le tese verso il fuoco, e abbracciò in un solo sguardo la sua casa rinnovellata e la sua piccola massaia, la quale, seguendo le accurate indicazioni datele dall'amorevole vicina, si preparava ad apparecchiare la tavola e arrostire il pane per la cena. Ritta sopra una seggiola prendeva le tazze e i piattini di fra le file regolari dei piatti rilucenti nella credenza a tre angoli, dopo aver deposto sul palchetto inferiore, a cui poteva arrivare dal suolo, il vassoio contenente le fette di pane fini e lisce che la signora Sullivan aveva avuto la previdenza di tagliare per lei.

Egli seguì con gli occhi le sue mosse, per due o tre minuti, poi s'abbandonò a un breve soliloquio:

— La signora Sullivan è una gran brava donna, quest'è certo, e la mia casa è adesso una vera casa, e Gertrude va diventando la pupilla de' miei occhi, e io sono felice come.... —

VI.

Sogna talun che quando la tempesta

Della passione irrompa, egli a sua voglia

Sedarla possa, e dir: Pace! T'acqueta!

Cowper.

Ma a questo punto Trueman fu interrotto. D'improvviso qualcuno, annunziato da un suono di passi rapidi e rumorosi, aveva aperto l'uscio, senza cerimonie.

— Zio True, — disse il nuovo venuto — eccovi il vostro pacco. Voi ve n'eravate dimenticato, ci scommetto, e non me ne sono rammentato neppur io se non quando la mamma l'ha veduto sulla tavola dove l'avevo posato. Che volete, ero tutto preso dal mio ritorno a casa....

— Sicuro, sicuro!... — rispose il lampionaio. — Ti ringrazio, Guglielmo, d'esserti dato la briga di portarlo tu.... È roba fragile, e probabilmente io l'avrei fatto andare in frantumi prima d'arrivar in porto.

— O che cos'è? Non ho potuto indovinare.

— È un gingillo che voglio regalare alla Gertrudina, qui....

— Guglielmo, Guglielmo! — chiamò la signora Sullivan dall'uscio dirimpetto. — Hai avuto il tè, caro?

— Veramente no, mamma. E voi?

— Noi, sì. Ma te ne preparo subito dell'altro.

— No, no! — fece Trueman. — Resta, e prendi il tè con noi.... resta, ragazzo mio, prendilo con noi, stasera! La mia piccola Gertrude sta appunto arrostendo il pane.... Sentirai che famosi crostini! Io intanto metto il tè....

— Resto, e con grande piacere! — disse Guglielmo. — Mamma, non occorre che mi prepariate nulla da cena: prendo il tè con lo zio True.... Bene, vediamo che c'è di bello nell'involto.... Ma no, prima voglio vedere cotesta Gertrudina. La mamma mi ha tanto parlato di lei. Dov'è? Sta bene, ora? È stata molto malata, non è vero?

— Sì, sta proprio benone. Gertrude, vieni qui! Gertrude!... O dove s'è cacciata?