MATILDE SERAO
FIOR DI PASSIONE
NOVELLE.
MILANO
GIUSEPPE GALLI, EDITORE
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
1888.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. Filippo Poncelletti--Via Broletto 13
Novella d'amore.
Fulvio s'inchinò, prese dalla mano di Paola il gelato che ella, sorridendo dolcissimamente, gli porgeva, e le disse, guardandola negli occhi:
--Vi amo.
--Non dovete amarmi--mormorò lei, senza scomporsi, seguitando a sorridere.
--E perchè?
--Perchè ho marito--ribattè ella, ma placidamente.
--Non importa!
E gli occhi di Fulvio, di un tetro azzurro, lampeggiarono di passione. Ella restava innanzi a lui, senza mostrare alcun turbamento, sorridendo ancora, tutta rossa, con le belle braccia bianche e prosciolte sotto il merletto nero delle maniche. Sul merletto nero e sulle bianche braccia scintillavano i braccialetti gemmati: erano ricaduti sui polsi, ella si occupò a risollevarsi verso il gomito, con molta cura, giocherellando con le catenine d'oro, coi cerchiolini sottilissimi. Irritato, Fulvio batteva col cucchiaino sul piattello del gelato:
--Andatevene--mormorò a un tratto, soffocando di collera--siete una donna odiosa, io vi detesto.
Paola crollò lievemente il capo, come si fa per un malato incurabile, e si allontanò da Fulvio. La brigata si aggruppava attorno al pianoforte, dove un maestro giovane, pallido, con un grosso ciuffo di capelli neri sulla fronte, accompagnava il canto di una fanciulla gracile, biancovestita, con un filo di voce simpatica, che cantava una romanza di Bizet. La romanza era di carattere orientale, una nenia bizzarra, a volte piena di trilli allegri, a volte piena di lunghi singulti: e due o tre signore s'illanguidivano, lasciavano liquefare il gelato nel piattello, prese dal delicato lamento della fanciulla orientale: il marito di Paola si dondolava in una poltrona, fumando, tranquillo, guardando con occhio distratto la svelta figura di sua moglie, tutta vestita di nero, tutta scintillante di perline nere. La freschissima brezza marina entrava dalle quattro finestre di quel lungo salone: appoggiato alla finestra, Fulvio guardava il mare, come assorbito. Ora Paola offriva le sigarette ai giovanotti e alle signore che osavano fumare. E la mano che porgeva il porta sigarette era così bianca, così pura di linee, che Fulvio sentì struggersi di tenerezza.
--Perdonatemi--fece lui, levandole in faccia gli occhi supplichevoli.
--Amico, non ho nulla da perdonarvi--disse Paola, soavemente.
--Sono un brutale: voi siete buona.
--No, no--e fece per ritirarsi.
--Non restate mai un momento accanto a me--mormorò lui con voce di pianto.
--Non posso, amico: questi signori hanno bisogno di fumare. Ecco il mio marito senza sigarette....
S'involò, leggiadra, offrì le sigarette a suo marito, sorridendogli. Il marito la guardava quietamente, con un'aria soddisfatta di uomo dalla felicità imperturbabile e sceglieva la sigaretta, a lungo scherzando con le dita della moglie. Pareva che si dicessero tante cose, marito e moglie, tante cose d'amore: ed erano così giovani, così belli, così bene accoppiati, che i loro amici li consideravano con compiacenza, come si guardano due fidanzati. Tutto solo appoggiato alla finestra, Fulvio fissava la scena e impallidiva: fece due o tre passi avanti. Ma, ecco, ella veniva di nuovo a lui, snella, leggiera:
--La sigaretta è spenta: volete del fuoco?
--Non temete voi--fece lui, a denti stretti, ma col più amabile fra i sorrisi--non temete voi che io uccida vostro marito?
--La spagnoletta è spenta....
--Vedrete che lo uccido, signora.
Senza più dirgli nulla, fattasi un po' seria nella faccia, Paola si allontanò da lui, a rilento, come se l'avesse colpita una parola dolorosa. Ora tutti complimentavano la signorina Sofia che aveva cantato così bene les adieux de l'hôtesse arabe: e la gracile fanciulla, tutta malinconia, sorrideva modestamente.
--Vi piace Bizet? chiese Sofia a Fulvio, che si era accostato al resto della brigata.
--Bizet?--fece lui come trasognato.
--Sì: vi domandavo se vi piace.
--Assai--mormorò lui, distratto.
La fanciulla gracile e mesta lo guardò e ripetette, come fra sè, le prime parole della romanza francese:
--Puisque rien ne t'arrête....
Ma egli non udì, concentrato nei suoi pensieri.
--.... adieu bel étranger--finì Sofia pianissimamente.
Attorno al pianoforte, ora, si rideva. Il maestro giovanetto, pallido, col grosso ciuffo di capelli neri sulla fronte, arrivato da poco da Londra, raccontava a quei suoi amici napoletani l'ostinazione delle misses e delle mistresses inglesi a volere imparare le patetiche romanze italiane: ne rifaceva le smorfie e le contorsioni, vivacemente col brio del napoletano che si vendica della lunga stagione di nebbia sopportata a malincuore. Tatti ridevano, specialmente il marito di Paola: Paola, ritta in piedi, si sventolava col grande ventaglio di raso nero, dove un pittore fantastico aveva dipinto un paesaggio lunare. E Fulvio, non potendo parlare, guardava Paola: la guardava con tanta intensità, con una fissità così ardente, che a lei le palpebre batterono, due o tre volte, quasi per fastidio. Ma lui non si scosse, avvinto, ipnotizzato, bevendo dagli occhi di lei, che non lo guardavano, il fascino invincibile: ed ella, naturalmente, come se la luce soverchia la infastidisse, levò l'ampio ventaglio di raso nero e si nascose il volto. Ora Fulvio non vedeva che il busto scintillante di perline nere e la mano sottile levata, premente le stecche nere del ventaglio: una vela di raso nero gli celava la faccia di Paola: tutti ridevano per le caricature del maestro di musica: Fulvio aveva gli occhi pieni di lacrime. Sofia lo guardava, con un lievissimo, malinconico sorriso.
Ma un delicato suono di mandolino entrò dalle finestre che davano sul mare: le risa tacquero, tutti tesero gli orecchi. Il suono si avvicinava: e la brigata, come attratta, si affollò alla porta che dava sul terrazzo. Nero era il mare, nella notte nera: altissime, tremolavano le stelle, sul cielo nero. Attraverso l'oscurità del mare una barchetta passava, portando a prora una fiaccola sanguigna che si rifletteva nell'acqua e vi metteva una vampa: sulla barchetta qualcuno suonava il mandolino, ma non si distingueva chi fosse; qualche cosa biancheggiava, come il vestito d'una donna, E la facella sanguigna rifletteva la sua luce nel mare, e il mandolino invisibile si lamentava e l'ombra bianca era immobile, e la barchetta filava; un silenzio aveva colto la lieta brigata.
--È una romanza in azione--disse il maestro di musica rompendo il silenzio.
--Duetto d'amore--strillò un giovanotto.
--Non li disturbiamo--disse soavemente Paola.
--Ehi, dalla barca!--urlò il marito di Paola, come per contraddire sua moglie--buonasera, buonasera, divertitevi!
Tutta la brigata ripetette:
--Buonasera, buonasera, divertitevi!
Subito, immergendosi nell'acqua marina, la fiaccola sanguigna si spense, il mandolino tacque, la barchetta vogò nella tenebra e nel silenzio.
--Troppa superbia, o innamorati!--strillò il marito di Paola.
--Beati, loro--disse Fulvio,
--Perchè li invidii?--chiese il maestro di musica.--Napoli ha le sue spiagge piene di barchette e le sue case piene di vestiti bianchi.
--Nè vi è scarsezza di mandolini--aggiunse il marito di Paola.
--Che m'importa della barchetta e della musica e del vestito bianco! Quelli si amano: io li invidio.
--Oh il sentimentale, il sentimentale!--esclamarono duo o tre.
--L'amore è una bellissima cosa--disse Fulvio, con una convinzione profonda.
--Che scoperta, perdio!--gridò il marito di Paola.
--Bisogna ammogliarsi--disse il maestro di musica.--Fulvio, guarda la signora Paola e suo marito: bisogna ammogliarsi.
--Bisogna ammogliarsi--ripetette soavemente Paola.
--Bisogna morire--mormorò Fulvio.
Ma gli amici e le amiche rientravano nel salone: si combinava, per la sera seguente, una gita per mare, con due barchette, con musica. Non era meglio aspettare che venisse la luna? Ma no, le gite con la luna sono volgari, non si ha paura di nulla, ci si vede troppo chiaro: è meglio andare nella notte, come la barchetta degli amanti. Questo dicevano le signore: i signori proponevano di portare la cena. Sulla soglia della porta, verso il terrazzo, Paola disse a Fulvio, da lontano:
--Siete anche voi della gita?
--No, no, sentite...--disse lui, con voce soffocata.
Ma ella non uscì sul terrazzo. Qualche signora parlava di andar via: ma per trattenere gli invitati ancora un poco, Sofia si mise a cantare il waltzer dell'Ombra, nella Dinorah. La gente, in piedi, ascoltava: ma la breve voce simpatica della fanciulla non arrivava a eseguire quei trilli complicati, quelle risposte dell'eco. Sibbene ella cantava quel waltzer come se piangesse: e invero quella musica, che è il pianto di una illusione, pareva un singulto di dolcissima follìa.
--Datemi il mio ventaglio--disse Paola, dolcemente, a Fulvio, che se ne stava solo solo sul terrazzo.
--No, se non mi sentite--disse lui, tenendosi il ventaglio stretto alle labbra.
--Datemi il mio ventaglio--ripetette ella, con fermezza e con dolcezza.
--Sentitemi, sentitemi, ve ne scongiuro, è una cosa gravissima....
Paola non gli dette più retta, rientrò nel salone: ora il cameriere portava attorno dei bicchieri pieni di malaga dove un pezzo di ghiaccio galleggiava, ed ella girava premurosa, sorridente, serena. Quando ebbe compiuto il suo giro, naturalmente si rammentò dell'altro suo ospite che stava solo, nell'ombra, sul terrazzo, fra la nerezza del cielo e quella del mare.
--Datemi il ventaglio, amico.
--Sentitemi....--disse lui, ancora.
E la voce era così piena di dolore, che ella si arrestò. Nella sala, adesso, con la nova allegria del vino, cantavano un coro napoletano. Ella ascoltava le parole di Fulvio.
--Sentite. Io debbo parlarvi. Debbo dirvi delle cose gravissime. Non m'interrompete, Paola, ve ne prego, Ascoltate: ho da dirvi, da dirvi, tante cose. Ma le dico presto, non dubitate. Ora non posso dirle. Vi è gente di là, gente felice: io sono infelicissimo, Paola, se voi non ascoltate quello che ho a dirvi. Siate paziente, ve ne prego. Io soffro assai. Voi non soffrite, lo so: ma siete assai compassionevole. Ho da parlarvi, dunque. Dobbiamo esser soli. Sentite. Io non lascio questo terrazzo. Chiudete la porta, crederanno che io sia andato via. Ve ne prego, chiudetela. Vostro marito andrà a letto.... e io voglio parlarvi. Aspetterò qui fuori, quanto vorrete. Quando egli dorme, venite.
--Non verrò--disse lei, soavemente.
--Sentite, Paola, io sono come in punto di morte. Di là cantano e ridono: qui vi è un agonizzante.
--Io non verrò,--ripetette lei, senza turbarsi.
--Sentite ancora. Ve ne scongiuro, in nome della vostra coscienza di donna onesta, per la vostra virtù di fanciulla e di sposa, per la vostra dolcezza e per la vostra pietà, non mi negate quest'ultimo favore....
--Non verrò.
--Se non venite, io mi ammazzo, Paola.
Ella lo guardò un minuto secondo.
--Io mi ammazzo, Paola, se non venite. Siete una cristiana. Non lascerete morire un uomo così.
--Verrò--disse lei.
II.
E venne. La notte era alta, oramai, sul golfo napoletano, e lontanissime, scintillavano le tremolanti stelle: sulla deserta strada di Posillipo, che sovrastava alla terrazza della villa, una fila di lumi correva sino a Napoli: alta la solitudine, alto il silenzio. Le imposte del balcone che davano sul terrazzo si schiusero pianissimamente e un'ombra bianca, lieve lieve, scivolò sino a Fulvio che aspettava da tre ore.
--Grazie--disse lui, cercando vedere il volto di Paola, all'oscuro.
--Noi siamo in fiero pericolo di morte--rispose lei, con molta dolcezza.
--Lo so--e chinò il capo.
Egli non parlava. Invece, nel momento che aveva strappato a Paola la fatale promessa, la sua passione era in uno stato di esaltamento. Nella prima ora di aspettativa, egli non aveva fatto altro che ripetere a sè stesso, affannosamente, turbinosamente, quello che voleva dire a Paola: e certe parole, certe frasi, mormorate sottovoce a sè stesso, lo avevano affogato di emozione. Ella non veniva ancora. Sentiva che andavano e venivano, per casa, i servi, riordinando le stanze, chiudendo le finestre: sentiva le voci tranquille di Paola e di suo marito, che discorrevano; ma non poteva udire le parole. Poi tutto fu chiuso, si spensero i lumi, un grande silenzio regnò. Egli cominciò a tremare d'impazienza, non osando muoversi, raggricchiato al suo posto, coi nervi che vibravano, ripetendo confusamente, a brani, quello che voleva dire a Paola, come un bimbo disperato cerca invano di raccapezzarsi nella lezione imparata a mente. Paola non veniva. Egli aveva contato cento volte i lampioni a gas, sulla via di Posillipo: erano trentatrè, gli altri si perdevano in una fila di luce. Per ingannare il tempo, pensò di contare le stelle; ma ci si perdette. Quante ore erano passate? Quella notte era dunque eterna? E una disperazione rassegnata lo colse, lo abbattè: forse Paola non sarebbe mai venuta. A lui non restava che buttarsi di sotto, nel mare: giammai si sarebbe fatto cogliere dal giorno, dal sole, su quella terrazza. E tale idea, tale soluzione lo quietò. Un accasciamento profondo lo vinse e non seppe più nulla del tempo e del luogo. Tanto che lo schiudersi del balcone e l'ombra di Paola lo fecero appena trasalire. Ora, non trovava più nulla da dirle. Tutto era finito, egli poteva buttarsi di sotto, nel mare nero.
--Che avete a dirmi, amico?
--Che vi amo.
--Me lo avete già detto. Null'altro?--e fece per andarsene.
--Vi amo, vi amo, vi amo!
--Amico, mio marito è di là che dorme. Se una zanzara gli fa udire la sua canzoncina, se un mobile scricchiola, se la vostra voce o la mia si levano un poco, egli si sveglia. Egli verrà qui: e noi moriremo.
--Questo cerco--mormorò con voce cupa.
--Morirei per voi, se vi amassi. Ma non vi amo.
--E perchè vi esponete alla morte?
--Per pietà.
--Non sentite altro, per me?
--Amicizia e pietà.
--Voi altre donne siete infami.
--Povero Fulvio!--fece ella, con molta dolcezza.
--Vi proibisco di compatirmi. Dovete amarmi, capite? Questo sono venuto a dirvi.
--Non posso amarvi.
--Dovete. Ho il diritto di esser amato. Ah voi credete che sia nulla la esistenza di un uomo? Credete che sia nulla passare accanto a un uomo e togliergli tutto? Credete che sia, nulla farlo agghiacciare di freddo e farlo avvampare, dandogli una febbre che mai non si placa? Credete che una donna possa impunemente guardare con dolcezza, sorridere con dolcezza, parlare con dolcezza, come voi guardate, sorridete, parlate? O maledetta dolcezza, maledetta dolcezza!
Malgrado che le fosse molto vicino e quasi intuisse l'espressione del volto di Paola, egli non vide le lagrime che le salivano agli occhi.
--Perchè, infine, io era una creatura felice. Io godeva la giovinezza e il sole e la lietezza del mio paese e la giocondità dei miei amici! Io aveva la serena indifferenza, la più grande felicità umana. Io era egoista, ma tranquillo: io mi lasciavo amare, o non cercavo che mi amassero. Sereno, sereno come Giove!
--Dio vi possa ridare la serenità--susurrò lei, con dolcezza.
--Dio.... io non lo prego!
--Lo prego io, sempre, perchè vi dia la pace.
--O femmina ipocrita! Non vi burlate anche del Signore, come vi burlate di me. Sentite. Voi dovete amarmi, per forza. Vi amo troppo, per non essere amato. Sarebbe una enorme ingiustizia. Non vi sono queste ingiustizie, nel mondo. Il mondo è equilibrato, tutto si pareggia. La mia fiamma è troppo viva, perchè non v'infiammi. Dovete amarmi. Lascerete vostro marito, vostra madre, la vostra casa, i vostri servi, tutto quello che avete amato, tutto quello che avete adorato: e verrete con me. Andremo lontano. Saremo assai felici, assai felici, vedrete. Saremo anche infelici, lo so; ma non importa, così è la vita. La passione è più forte di noi. Io vi adoro, Paola, andiamo via.
--Voi siete pazzo, amico--disse lei, appoggiando il gomito sul parapetto e guardando il mare, sotto.
--No, o se vi piace, sono pazzo. Questo non importa. Sta che non posso vivere senza voi. Sta che ho bisogno di voi. Sta che vi voglio. Nessuno vi vuole come me: ora nulla resiste al magnetismo della volontà, essa liquefarebbe il diamante e spezzerebbe il ferro. Siete una donna, avete viscere umane, sentite, amate, odiate, sentirete il magnetismo dell'anima mia che vi vuole. Vostro marito vi ha, ma non vi vuole: è una bestia. Io l'odio ferocemente. Volevo ucciderlo stasera: lo ucciderò domani, se non venite via con me. Ma voi verrete. Siete venuta sul terrazzo, verrete via con me. Andiamo.
E le prese la mano, risolutamente, per portarla via.
--No--disse lei.
--Venite via.
--No.
--Perchè?
--Perchè non vi amo.
--O Paola, o Paola, non parlate così--proruppe Fulvio, con voce di pianto.
--Come volete che io parli?
--Tacete piuttosto. Il suono della vostra voce, così dolce e così fredda, mi fa disperare. Tacete, ve ne prego.
Ella tacque. Fulvio si era buttato con le braccia e col capo sul parapetto, soffocando i singhiozzi. Ella aveva chinato la testa sul petto, come se pensasse profondamente. Una carrozza passò sulla via di Posillipo, al trotto, un suono di risa squillanti arrivò. Paola levò il capo.
--Non piangete, Fulvio.
--Non piango--disse lui, disperatamente,
--Siate forte.
--Sono assai forte.
--Sentite, sentite quello che vi dice l'amica. Voi guarirete facilmente.
--No, mai.
--Guarirete. Siete onesto, voi?
--Sono onesto.
--Ebbene, guarirete. La passione è una cosa disonesta. Io ho marito, vedete. Questa sembra una risposta volgare: è onesta, invece. Quando siamo giovanette, la madre ci dice: l'uomo che sposate dovete amarlo. Se non potete amarlo, dovete almeno rispettarlo, dovete essergli fedeli e obbedienti, conservargli il vostro corpo e la vostra anima, anche a costo di morire di dolore. E queste parole non solo le dice la madre, ma ce ne dà l'esempio quotidiano. Questo dovere di onestà, questa tradizione di fedeltà, questa eredità di virtù, ci si trasmette nel sangue, di madre in figlia. Non vi è nulla di sublime, vedete: è un dovere, si compie.
--E si muore, Paola.
--Non si muore. La passione, cieca, insulta il marito, il buon marito che dorme di là, calmo, fidente, senza un sospetto. Questa è la grande ingiustizia. Perchè, infine, l'uomo che si sposa, anche quando fa un matrimonio d'interesse o di ambizione, fa un sacrificio grave. Egli ci affida il suo nome e il suo cuore: egli ci dà la sua fede e la sua libertà: egli si lega a un vincolo indissolubile: egli si mette a lavorare per noi e per i nostri figli, umilmente e gloriosamente. Noi siamo la sua consolazione e la sua gloria: noi rappresentiamo per lui le più dolci e più sicure soddisfazioni: la sua giornata passa nel desiderio di ritrovarci, di vederci: le sue ore più care sono nella casa, nelle nostre braccia. O che tesoro di piccoli e grandi sacrifici è l'amore di un marito! Voi li ignorate. La passione ignora tutto: non conosce neppure sè stessa.
--I mariti tradiscono le mogli--mormorò lui, come trasognato.
--Le tradiscono, ma le amano. Nulla vale a vincere quel legame profondo, intimo, fatto di parole e fatto di lacrime, fatto di baci e fatto di sospiri: nulla, vale a spezzare questo vincolo penetrato nel cuore e nei sensi. Ma, ecco la passione: vuol vincere il sacro legame, vuol spezzare il sacro vincolo. Chi siete voi? Un giovanotto, un uomo, un essere qualunque, della infinita umanità: lontano da me, estraneo a me. Passate per la mia strada: io, forse, passo per la vostra. E subito mi amate. Che avete fatto per me? Nulla. Che potete fare? Nulla. Cioè, molto. Ho un nome, volete togliermelo: ho un onore, voi volete che lo butti via, come un cencio: ho la stima degli amici, debbo disdegnarla: ho la fede del mio sposo, debbo tradirla: ho la pace della mia coscienza, debbo perderla per sempre. Perchè? Perchè voi mi amate? Anche colui che dorme di là, così tranquillo, mi ama.
--Non è vero.
--Che ne sapete, voi? Noi sole donne conosciamo chi ci ama. Parlate di diritti, voi? O povero uomo che dormi, va, adora una donna, sino a sposarla: dà a costei la miglior parte della tua vita: riponi in costei tutta la sua speranza: siile fratello, padre, marito, amante, amico, consigliere, infermiere: soffri per lei, nel corpo e nell'anima! Ecco che un estraneo, un bell'egoista avvampante di capriccio, un uomo che non ha fatto nulla, che offre alla tua donna una vita di disonore, ecco che costui, per forza di violenza vuol toglierti tutto! Parlate d'ingiustizia voi? Che fate qua? Perchè mi degno di ascoltarvi, di difendermi, di darvi delle spiegazioni? Non so chi siate: non vi conosco. Levatevi dalla mia strada. Andatevene.
--Voi non mi amate, Paola, ecco tutto.
--Questa è la verità, non vi amo.
Ma una fuggevolissima luce venuta dalla stanza del marito li colpì entrambi. Un lampo brevissimo: poi l'ombra, di nuovo. Fulvio e Paola, si guardarono, s'intesero. E quietamente, dolcemente, come se fosse sul punto di morire, ella disse:
--Madonna benedetta, vi raccomando l'anima mia.
Sottovoce, orò. Fulvio taceva, aspettando. Ma nessun rumore si fece udire, nessuna luce comparve, nessuno venne. Era stato un inganno. Restarono così, per del tempo. Egli non osava interrompere quel silenzio, non osava dire l'ultima parola. Tutto gli sembrava crollato, intorno, nella notte nera: e non poteva camminare fra le rovine. Pure, levando gli occhi, sentì che gli occhi di lei lo interrogavano desiderosi della fine.
--Che debbo fare?--egli domandò glacialmente.
--Andarvene--fece lei, con dolcezza imperturbabile.
--Andar dove?
--Dove volete: non qui, insomma.
--Assai lontano?
--Assai lontano.
--Posso ritornare?
--No.
--Fra qualche anno?
--No, mai.
--Che farete, voi, qui?
--Passeranno gli anni: poi, morirò.
--Non vi vedrò mai più, Paola?
--Mai più.
--È la morte, questa, per me.
Ella aprì le braccia, come se nulla avesse ad aggiungere.
--Addio, dunque.
--Addio.
Non si diedero la mano. Egli voltò le spalle, rientrò nel salone oscuro, camminando come un sonnambulo. Ella tendeva l'orecchio, come a sentirne il passo attraverso la casa: e restava immobile, bianca. Poi lo vide, dalla terrazza, camminare solo, sulla via di Posillipo, perdersi solo, nella notte, nell'ombra, come un morto. Allora solo Paola si volse. Una voce alle sue spalle le aveva detto:
--Paola, tu ami Fulvio.
Ella rispose al marito:
--Sì.
E le due disperazioni si guardarono in faccia.
Paolo Spada.
L'uomo di cui leggete il nome--nome poetico e predestinato--qui sopra, era uno scrittore di novelle e di romanzi. Aveva trent'anni, era basso, robusto, tarchiato, la fronte breve, gli occhi neri e lividi, le guancie rosse, le labbra grosse e sensuali. Se pel romanziere vi è un tipo stabilito che le fanciulle isteriche e le donne nervose hanno immaginato--capelli neri e ondulati, fronte nobile, pallore arabo, occhi pensosi, mustacchio soave, corpo snello--Paolo Spada non realizzava questo ideale fantasioso. Egli dormiva profondamente per sette ore ogni notte, faceva colazione con uova, bistecche, formaggio e vino, passeggiava su e giù per le vie al sole, pranzava benissimo, ballava, suonava il pianoforte, andava alla sala d'armi, pattinava, corteggiava le signore--come ogni eccellente, forte e compito giovanotto può fare. In quanto al suo umore, era quasi sempre allegro, con brevi accessi di malinconia. Amava la buona compagnia, la conversazione arguta, la musica di camera, le belle donne dalla testa greca; non aveva nè fedi, nè dubbi: era indifferente. Ogni tanto cambiava d'innamorata.
Questo bravo galantuomo così somigliante ad un altro qualunque galantuomo, era anche un novelliere, un romanziere. Aveva ingegno; non quello che comunemente si chiama così in Italia e che tutti hanno a ventidue anni, e per cui si scrivono odi libere d'ogni legge grammaticale, novelle senza soggetto e tentativi di commedie senza intreccio. Un ingegno vero, pulito, lucido, preciso, qualche cosa che rassomigliasse naturalmente all'acciaio. Nessuna morbosità nella sua intelligenza, nessuna nervosità malaticcia nella fantasia: una sanità austera e franca, una robustezza quasi muscolare nella sostanza e nella forma. Egli ammirava tutti gli scrittori il cui ingegno, per cause misteriose, quasi sempre fisiologiche, diventa una malattia; egli era pieno d'entusiasmo per le visioni paurose, lugubri, sanguinanti, desolanti, che escono dai cervelli alcoolizzati per l'amore, per l'acquavite o per l'arte. Ma era l'ammirazione di contrasto, di opposizione, quella che l'avversario dà all'avversario, il saluto di scherma, l'omaggio di giustizia reso al nemico. Poichè egli era sano di mente e sano di corpo.
Così la sua qualità più alta era l'osservazione. Questo giovanotto allegro e spensierato, che respirava l'aria ed i profumi dalle nari frementi, che aveva la distrazione della gaiezza che passava da un piacere ad un altro, da una impressione ad un'altra con una rapidità giovanile, aveva il senso o l'intuito dell'osservazione. Quando scriveva, pareva che ricordasse scene vissute o paesaggi visti. Nulla di fantastico, nulla di creato, nulla che rassomigliasse ad uno sforzo d'immaginazione. L'arte sua era potente, nella verità e nella espressione. Ma non vi era poesia in quello che scriveva.
Eppure questo Paolo Spada era il più grande sognatore che io abbia mai conosciuto. Egli sapeva le segrete voluttà di quelle ore solitarie, passate sopra una poltrona, lungo disteso, contemplando il soffitto bianco su cui è dipinta una corona di rose. Sapeva le ondulazioni molli di quelle lente passeggiate per la casa, innanzi ad un quadro, ad un ritratto, presso il caminetto, dietro i vetri del balcone. Sapeva il segreto di quelle passeggiate concitate, su e giù per le stanze, la testa china, i pugni stretti nelle tasche, senza veder nulla, urtando nei mobili, dicendo qualche parola ad alta voce. In quelle ore la sua porta era chiusa: nè amico, nè donna, potevano entrare. Egli sognava! ed era un sogno così poco vago, così poco fluttuante, così vivo, così vero, così afferrabile che quasi stendeva le mani per pigliarlo. Tutti i contorni di un sogno erano definiti, precisi, con una nettezza di linee quasi troppo forte, con un risalto energico sul fondo. Il paesaggio gli si rivelava nelle parti più intime, nei recessi più oscuri, nelle vastità più sconfinate; egli lo vedeva come in un quadro, meglio che in un quadro, come è la natura. La scena della novella egli la vedeva svolgersi innanzi ai suoi occhi, coi personaggi che discorrevano, agivano, si muovevano, si abbracciavano, si uccidevano, meglio che sul palco scenico, come nella vita. Egli palpitava, fremeva, non osava muoversi, non osava respirare; era commosso, febbricitante innanzi al suo sogno che era vita.
Ma dove il suo sogno arrivava al suo più alto punto di sogno e di realtà, era nella creazione dei personaggi. Egli li vedeva; gli apparivano, non come fantasmi, ma come persone vive, lo guardavano, gli parlavano, vivevano con lui, col viso che lui aveva dato loro, con quel corpo, con quei vestiti, con quello sguardo, con quella voce. Le donne specialmente. Venivano a trovarlo, nelle sue ore di sogno, fanciulle castane, dagli occhi pieni di luce e di bontà, dai sorrisi semplici, donnine bionde e delicate, dalle movenze aggraziate, dalle labbra di carminio, donne brune e splendide, dagli occhioni di baiadera, dalle bocche provocanti e voluttuose, verginelle pallide e mistiche, dai volti esangui e dai corpi magri, peccatrici dagli occhi tinti e dalle guance biaccose. Venivano nei loro abiti di raso, di lana, di broccato, di cenci, di teletta, di trine, tutte sfolgoranti di bellezza, sorridenti di bontà, traspiranti malinconia, emanando il profumo del cielo o il profumo della colpa. Esse venivano a lui, sedevano, gli narravano la propria vita, piangevano, ridevano appoggiavano il capo sulle sue ginocchia, canticchiavano una canzoncina, mormoravano dei versi pieni di dolore, suonavano sopra l'arpa una tarantella, sfogliavano dei fiori, poi, come Ophelia, partivano per ritornare. Lui le conosceva, le chiamava per nome, sapeva la loro vita, Qualcuna, la più stranamente bella, la più misteriosamente incantatrice, la più gaia o la più triste, lo abbracciava e lo baciava, lievemente, sulla fronte, poichè egli l'amava.
Il suo primo libro di novelle, tutte inedite, che egli non aveva voluto pubblicare prima pei giornali come è l'uso, fecero grande rumore e sollevarono molte discussioni. Nessuno però poteva negare la potenza dello scrittore, la forte virilità dell'arte sua, la purezza e la semplicità dei mezzi artistici. Come in tutti i primi libri, vi era un rigoglio d'idee, un bosco folto ed intralciato, tutto cespugli, tutto farre, una condensazione di pensiero nutrita, polposa. Come in tutti i primi libri, tutti i difetti di forma erano salvati dall'impeto che trascina via tutto, dal calore che si comunica al lettore. Questo libro robusto e virginale ebbe per sè il pubblico. Pure verso la fine di ogni novella si notava nello scrittore, e si comunicava al lettore, un senso di malessere, come un imbarazzo penoso, come un pensiero latente che arriva a distrarre dai pensieri attivi. Poi le novelle finivano, come troncate, senza conclusione, quasi gettate via con disdegno. Una specialmente, sovra una monachella innamorata, terminava così bruscamente, così male, che la critica nemica la notò come un difetto serio. La critica amica rispose che quella era sprezzatura artistica--e parve a molti così e tutti si tranquillarono, aspettando il primo romanzo di Paolo Spada.
Fu invece un racconto di cent'ottanta pagine, interessante, acuto, scritto con una profonda coscienza di novelliere. Mai s'era vista unita tanta intensità e tanta leggiadria. Era un'opera pensata, ma fresca. Verso il penultimo capitolo tutte queste qualità si perdevano miseramente, svanivano. Regnava l'impaccio di un principiante che non sa come liberarsi; nell'ultimo capitolo la protagonista doveva assolutamente morire: invece, non si sa come, non si sa perchè, non moriva, stava bene e si sposava un personaggio qualunque. Era una volgarità indegna di un artista. Dopo molte lodi al principio del racconto, tutti biasimarono vivamente la fine.
Ma dopo fu sempre così nei romanzi di Paolo Spada: le sue protagoniste belle, buone, cattive, umane, simpatiche durante tutto il romanzo, alla fine diventavano triviali e ridicole. Colei che si suicidava, non sapeva suicidarsi abbastanza bene per morirne; quella che era distrutta da una tisi al terzo grado, trovava una medicina miracolosa che la salvava, e sposava il medico; quella che era presa dalla meningite, faceva una cura violenta di chinino e si guariva; quella che per un amor tradito era ridotta all'ultima disperazione ed al desiderio della morte, si consolava senza una ragiono al mondo, borghesemente. Qualcuna poi, come nelle prime novelle, scompariva improvvisamente e non se ne aveva più notizia. Così un intiero e spasimante dramma psicologico si risolveva in un matrimonio ed in una scampagnata. Così tutta l'opera d'arte era guastata, rovinata da quella fine illogica, assurda, borghese. Così quel tratto finale in cui tutta la valentìa dell'artista era perduta, perdeva il libro. Fu detto di lui che era debole, che il suo ingegno aveva dei lucidi intervalli, con alternative di tenebra. Fu detto di lui che sapeva cominciare i suoi libri, ma non finirli. La leggenda rimase. E la reputazione di romanziere di Paolo Spada si smarrì fra le infinite mediocrità che affliggono l'arte.
Io seppi il suo segreto. Una sera, in un'ora di espansione amichevole, mentre io lo interrogava con gli occhi senza parlare, egli mi narrò, lungamente e con frasi entusiaste, tutto un suo nuovo romanzo. Lo lasciai dire, ammirando quella robusta fisonomia di uomo gagliardo che si rischiarava.
--E la protagonista, come finisce?--domandai.
Ma mi pentii subito, poichè lo vidi impallidire.
--Non so,--rispose vagamente,--non so.
--Ascolta,--riprese dopo un silenzio penoso,--ascoltami, poichè ti dirò quello che non dissi a nessuno. Ti spiegherò quale è il cruccio della mia esistenza; quale è la rovina del mio ideale d'artista. Senti. Per me il sogno di quello che scrivo, è così vero che è come la vita. Attorno a me i miei eroi esistono. In me, con me, per me, esistono le mie donne. Io le evoco, esse vengono. Le ho create io, sono vita mia, forma mia, mi appartengono, mi vogliono bene, lo le amo senza confine, senza misura, con la più cieca passione, io le amo. La mia innamorata non è Rosina che tu conosci, è Fulvia di cui io sono il creatore ed io l'amante. Fulvia figura ideale, più donna per me di Rosina. Io scrivo la loro storia, preso da una emozione che mi affoga, come se narrassi la vita dell'essere che adoro. Scrivo, scrivo, felice, entusiasmato di far sapere al pubblico la loro bellezza ed il loro amore, esaltato all'idea che queste divine creature faranno palpitare altri cuori. Altri come me le ameranno, queste fanciulle celestiali ed amorose, queste donne passionate. Io provo il piacere più profondo che sia dato provare allo spirito umano. Ma quando la loro vita declina, un'angoscia sottile mi vince; io le amo, non posso vederle declinare; quando sono prese dalla malattia per cui debbono morire, io le amo e mi lascio invadere dalla malinconia; quando esse precipitano alla catastrofe in cui debbono perire, io sono assalito dalla disperazione, perchè le amo. Poi, dovrebbero morire, mentre io le amo. Io, che le amo, dovrei ucciderle. Brevemente o lungamente dovrei descrivere la loro agonia e poi ammazzarle. Non posso. Il cuore mi si strazia e non posso. Mi par di uccidere, a tradimento, una persona viva e sana; mi pare di affogare, in un cantuccio oscuro, una donna senza difesa: mi pare di scannare, di notte, un bambino. Non posso ucciderle. Perchè dovrei uccidere l'amante che è bella, che è buona, che non m'ha tradito? Io non posso. Ho orrore di me e non posso. Aspetto, penso, rifletto, mi torturo. L'arte mi dice: Fulvia deve morire. Ed io le grido, piangendo: Non voglio che essa muoia! L'arte mi dice: Uccidila. Ed io mi consumo di dolore, gridando: Non posso, perchè l'amo. Io aspetto: aspettazione tormentosa. Nulla appare. Allora io salvo la mia creatura agonizzante nel modo meno artistico, più volgare che sia. Ella vive, io moro. Non è ridicolo ciò? Ma è straziante. Queste adorate figure che io non so uccidere, uccidono in me tutto: la felicità e la gloria. Io muoio della loro vita.
Sulla Tomba.
Quel pittore singolare faceva dei singolari quadri. Il suo grande pregio era l'energia del concetto vivamente spiegato nella forza del colore. Non piacevano a tutti i suoi quadri; specialmente a coloro che si compiacciono dei lavori leccati, verniciati e dipinti sino all'ultima linea; specialmente non piacevano ai cultori delle figure eleganti e pallide da acquarello, a quelli che vanno in estasi dinanzi ai toni delicati di una oleografia. Coloro che avevano questi gusti graziosi, gentili e meschini, trovavano i suoi quadri duri, troppo forti, troppo pieni di cose: vi si respirava un'aria troppo carica di ossigeno pei loro deboli polmoni. I paesaggi del pittore erano sempre contorti e violenti, dalle linee spezzate; i suoi Tramonti erano tragici, quasi un carattere di passione si mettesse nel sangue aggrumato del sole senza raggi. I suoi Interni erano cupi, un fondo unito, senza concessioni di forma, senza lenocinii d'artista poco coscenzioso che mette più in luce un seggiolone intagliato, un grande caminetto che le figure del suo quadro. Gli si addebitava anche una certa sprezzatura del disegno, un bizzarro modo di contorcere lo scorcio dei suoi personaggi, una ricerca dei soggetti gravi, e che fanno pensare. I suoi quadri avevano carattere.
Il pittore era ancora giovane e robusto, malgrado otto o dieci anni di travaglio continuo per farsi accettare in questa società in cui pare che non tutti godano il diritto di vivere. Egli non aveva fatto che lavorare, lavorare sempre, ed il successo era venuto lentamente, ma era venuto. Aveva trentasei anni, ed era alto, fortissimo, con una testa poderosa e leonina, un po' rigida di contorni, con certe spalle erculee che reggevano ad ogni fatica. Quando la foga del dipingere se lo prendeva, allora rimaneva dodici ore in piedi, innanzi al cavalletto, senza provare un minuto di stanchezza, senza impallidire. Per ritrovare un paesaggio camminava per ore ed ore, inerpicandosi sulle roccie, scendendo nei burroni, salendo sugli alberi, scavalcando muri, nell'idea ostinata di vedere quello che doveva dipingere. Era costante, tenace, ferreo nella sua volontà.
A trent'anni aveva sposato una creatura piccola, bianca, snella e bionda, quasi una bambina, tanto era gentilina, tutta graziette, tutta soavità. In realtà, lui non avrebbe osato chiedere quella poesia bionda e delicata, lui rude e colossale pittore. Gli pareva quasi di dovere spezzare quel fiorellino gracile. Ma lei lo avvinse così bene con le sue arie infantili e i trilli da uccellino della sua voce che lui ardì chiederla. Gliela dettero. Era già un pittore eccellente, la critica si occupava seriamente di lui, i suoi quadri si vendevano subito, non ad un altissimo prezzo, ma tanto da procurargli una bella agiatezza. Lui si sposò il suo bottoncino d'oro.
Egli era felicissimo in casa, poichè Bianca, la moglie, gliela faceva trovare elegante, profumata dai fiori, ben calda l'inverno, ben fresca l'estate: poichè egli nulla sapeva dell'amministrazione, delle seccature mortali che affliggono la mente di un artista. Ma l'amore, il profondo ed unico amore della sua vita era quella giovanetta svelta che girava per la casa con la sua testa luminosa, coi grandi occhi sereni ed innocenti. Lui l'amava come un amante, come un marito, come un fratello, con un amore fatto di protezione e di adorazione.
Non si sa se lei avesse o no amato mai il pittore. Lo aveva sposato. Tutte le lodi date al suo grand'artista l'avevano esaltata forse sino all'amore; ma, dopo il matrimonio, ci si era abituata e le venivano indifferenti. Naturalmente, come moltissime donne, non comprendeva punto l'arte. Le sembrava una cosa di lusso ed inutile. Quando vedeva il marito pensieroso, agitato, lei si stringeva nelle spalle con un piccolo atto di disdegno. Lei comprendeva che i quadri davano denaro, ma le parevano un po' folli coloro che li compravano. Quando il marito le narrava un progetto di un quadro, lei ascoltava, nascondendo uno sbadiglio dietro la manina. In ultimo, in mezzo all'entusiasmo dell'artista creatore ella gettava queste domande inquiete:
--Credi che piacerà? E si venderà poi?
Lui si sgomentava. Sua moglie non capiva, ma egli l'adorava. Quando comprese che la seccava, narrandole le sue idee, non gliene parlò più. Si tenne per sè i suoi sogni. Lei sola, a casa cominciava ad annoiarsi. Voleva uscire; lui non poteva accompagnarla. Orribilmente e taciturnamente geloso, la lasciò uscire sola. Fremeva dinanzi al quadro che dipingeva, pensando a coloro che nella via guardavano sua moglie, le dicevano qualche parolina di complimento, la seguivano forse. Sulla tela, la sprazzata del colore diventava efficace e passionata; ma in casa egli non domandava nulla, non faceva rimostranze. Le permise di avere il suo giorno di ricevimento, come una gran dama; cioè il permesso se lo prese lei, senza chiederlo. Lui vi faceva delle rapide comparse, un po' distratto, impacciato. Lei, in collera per vedergli la cravatta di traverso o le mani tinte di colore, mormorava, scuotendo la sua soave testolina bionda:
--Questi artisti!
Poi la condusse anche al ballo. Lui ci si trovava disorientato, con le sue spalle quadrate che sformavano la marsina, con la sua seria figura su cui erano così scarsi i sorrisi. Lei restava sino all'alba, ballando come solo le donnine gracili e delicate possono ballare. Lui la vedeva passare dalle braccia di un elegante sciocco a quelle di un brutto e cattivo soggetto, piena di buonumore, prodigando il suo spirito ed i suoi vezzi ad una folla di indifferenti; ma non le diceva nulla, molto felice quando poteva ravvolgerla nel bianco mantello ornato di piume e portarsela. In carrozza lei sbadigliava, sonnecchiando. Se il marito le dava un bacio timido e leggiero, lei rimaneva immobile, fingendo non averlo inteso, per non renderlo. Sulle prime lei era andata ogni tanto a fargli una gaia sorpresa allo studio, e lui era beato di queste visite che gli irradiavano d'amore quello stanzone un po' cupo: ma la scala era alta, lei si stancava, non andò più. Erano tanto lente le lunghe ore del lavoro; lei non veniva mai a farle parere più brevi. Quell'uomo fortissimo, quel grande artista, curvava il capo e pensava.
Un giorno o l'altro, non si sa bene quale, la moglie del pittore prese un amante. Era quasi sempre sola, disoccupata, trascurata per quei quattro palmi di tela dipinta--diceva lei. Poi questi grandi artisti non sono nati per essere buoni mariti--soggiungeva lei. E lo tradiva tranquillamente. L'amante veniva in casa, come tanti altri, sedeva al desco di famiglia, s'interessava alle cose di casa. Il marito non aveva sospetti. Stringeva la mano amichevolmente di colui che gli rubava la moglie. Tutti lo sapevano, fuorchè lui. È la regola; è nell'ordine delle cose. Lui, veramente solitario, veramente abbandonato, d'istinto dipingeva quadri stupendi. Uno anzi, bellissimo, lo comprò l'amante per dodicimila franchi. Questa vergogna si seppe; solo il marito non la seppe. Quando il marito parlava della bontà del suo quadro, la moglie sorrideva stranamente, quasi volesse dire:
--Se Carlo non mi amasse, non avrebbe comperata mai la sua tela dipinta.
Poi, il marito cominciò ad accorgersi di qualche cosa. La moglie usciva ad ore indebite. Era stata vista entrare in una casa dove Carlo, l'amante, aveva una zia. Il marito, malgrado la sua cieca fiducia, fu scosso. Ne parlò a sua moglie. Lei gli rispose alteramente. Gli disse che non tollerava osservazioni. Egli tacque. Un'altra volta, come crescevano i sospetti, ella gli rispose piangendo. Egli tacque. Finalmente quando il sospetto tremolava sulla soglia della certezza, ella non gli rispose che questo: Se continui ad ingiuriarmi, ti lascio per sempre, non mi vedrai più. Egli tacque. Mai più, mai più su questo soggetto fu detta una parola fra loro. Egli temeva troppo vederla andar via.
Fu allora che egli fece il suo maggior quadro di Paolo e Francesca. La scena è bruna, è una stanza tappezzata di cordovano oscuro, senza ornamenti, senza galanterie di tavole scolpite o di finestre binate. Un lettuccio di velluto nero è in mezzo al quadro. Sul lettuccio distesa, morta, con la faccia bianca e sorridente, che fa macchia sul velluto nero, con le mani raggrinchiate, giace Francesca. Stramazzato a terra, bianco, morto, con le spalle appoggiate al lettuccio, con la testa vicina a quella di Francesca, è Paolo. Vi è sangue sulla veste di Francesca, sangue sul giustacuore di Paolo, una pozza di sangue per terra. Le due teste, ravvicinate, pare che si bacino ancora. Lanciotto non vi è, ma è dappertutto. Quell'assenza è di un effetto artistico eccezionale. Tutto è sobrio, tutto è severo, tutto è tragico, anche il bacio, specialmente il bacio. Nessuna mimica, nessuna coreografia. Aleggia nel quadro una fatalità greca, eschiliana.
Era la migliore sua opera. Il pubblico andò in estasi per l'artista; la moglie sorrise, guardò bene, le piacque l'abito di Francesca e non altro. Il pittore manifestò l'intenzione di non vendere il quadro. Ma la volontà della moglie era che si vendesse. E fu venduto.
Nello stesso anno il pittore morì di una malattia di languore, come ne muoiono gli uomini troppo robusti.
Ieri l'altro sono passato presso la sua tomba. Un monumento candido, nuovo, carico di corone. Sulla pietra, in versetti addolorati, due nomi, due persone si dolgono ancora dell'immatura morte. E sono la moglie e l'amante--e il tradimento è ancora là, scritto nel marmo, sotto la luce del sole, sotto i cieli azzurri, tra i fiori; il tradimento pomposo e sfacciato è sulle ossa dell'artista.
La Settimana delle Novelle.
(ANNIVERSARIO)
Francesco II, Francischiello, aveva data l'amnistia: gli emigrati napoletani, a cui l'esilio era duplice dolore, ritornavano in patria, incerti, dubbiosi della parola malfida di questo Borbone, ma vinti da una irresistibile nostalgia. Il quindici di agosto, giorno dell'Assunzione, era tornato in Napoli un emigrato di Terra di Lavoro, partito studente, nel quarantotto; e da paesi assai lontani portava seco la moglie giovane, straniera e una figliuolina di quattro anni. Ora, a Napoli, egli prevedeva rivolgimenti, tumulti e sangue; e pensò a mettere in sicuro la moglie e la bambina. Così le condusse in Terra di Lavoro, a Ventaroli, nella casa paterna, le raccomandò ai suoi parenti e ripartì per Napoli.
Nè voi troverete Ventaroli sulla carta geografica: Ventaroli è anche meno di un villaggio, è un piccoletto borgo sulla collina, più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca e un cimitero tutto verde: vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia, nella campagna: il nome del paese è inciso grossolanamente sopra una pietra: i protettori sono i SS. Filippo e Giacomo, la cui festa ricorre ai due di maggio: la protettrice è la Madonna della Libera, che sta nella cappelluccia dell'eremita. A Ventaroli ci si alza alle sei del mattino, si mangia a mezzogiorno, si dorme, si passeggia, si cena alle sette e si ridorme alle otto. Alla mattina vi è la messa; alla sera il vespro e il rosario. Verso l'imbrunire è un gran grugnito di maialetti che ritornano dal pascolo; e un mormorio di voci umane, strilli di donna e pianti di fanciullietti. Il parroco, don Ottaviano, uomo bruno e segaligno, era propriamente cugino dell'esiliato, e capo della prima famiglia del paese.
Ora, dopo tre giorni, la fortezza di Capua si chiuse e le comunicazioni fra Napoli e la Terra di Lavoro furono interrotte. L'emigrato non seppe più nulla della sua famiglia; e la moglie con la figliuolina restarono nel villaggio, straniere, parlanti male l'italiano, fra parenti non malevoli ma rustici. A Ventaroli arrivavano notizie vaghe, paurose: si avanzavano i Garibaldini, si avanzavano i Piemontesi, ma le truppe borboniche tenevano tutta la campagna. Il parroco, che era anche consigliere comunale, cominciò a intimidirsi; la moglie dell'emigrato, sua cognata, la dama straniera, Cariclea, dovette dargli coraggio, ogni sera, nelle conversazioni dopo cena; ma ogni mattina ricominciavano i terrori di don Ottaviano. Né aveva torto: verso i venti di settembre s'intese nella valle un gran rumore di trombe, di cavalli, di soldati, e un distaccamento di Svizzeri venne ad accamparsi in Ventaroli. Nel cortile dell'unico palazzo, quello di don Ottaviano, accamparono duecento fra soldati e ufficiali.
Furono ospiti terribili. Gli ufficiali svizzeri erano buoni e cortesi, assuefatti oramai alla dolcezza della vita napoletana, avendo lasciato a Napoli casa, famiglia, figliuoli, amici; addolorati di quella guerra che sentivano inutile, addolorati per quella causa che sentivano perduta: ma i soldati non tolleravano più freno di disciplina, erano diventati ribelli a ogni ordine, si abbandonavano alla ubbriachezza, al gioco. Dopo tre giorni avevan consumato tutto il vino, tutto l'olio, tutta la farina di don Ottaviano: e chiedevano ancora, insolentemente, bastonando i contadini, sgozzando le galline. Le vecchie zie, le donne antiche di casa stavano chiuse nello stanzone di famiglia; tacevano, non osando neppure di filare, pregando mentalmente. Le serve erano in cucina, intorno a certi caldaioni dove cuocevano i maccheroni, che non bastavano mai. Tutta la notte era un cantare, un urlare, un litigare: don Ottaviano, chiuso nella sua stanzetta, leggeva ad alta voce i salmi penitenziali, per quietarsi o per stordirsi, ma non poteva dormire, il poveretto. Ma la più forte, sebbene la più minacciata, era la signora Cariclea, la moglie dell'emigrato. Lo sapevano bene, i soldati, che era la moglie di un cospiratore, di un nemico, di uno che aveva tolto Napoli a Francischiello, e ogni volta che ella compariva sulla terrazza o attraversava il cortile, vi era un mormorìo crescente di ostilità. Ella passava, quieta, serena, come se niente fosse, e parea non udisse che la chiamavano moglie di brigante, moglie di assassino. Se ne lagnava, ella, con qualche ufficiale, specialmente con un maggiore, alto, biondo, robusto, un colosso:
--Signora mia.--le diceva costui, in francese--io non so che farvi. Badate alla vostra vita, io non posso garantirvela. Non garantisco neppure la mia.
Ella non temeva per sè, temeva per la sua creaturina. La bimba aveva un cappellino rotondo, chiamato allora alla Garibaldi, con un pompon tricolore: e la bimba voleva portarlo sempre, questo pericoloso cappellino. Quando i soldati la vedevano passare, tutta fiera di quel pomo di seta tricolore, era come una rivolta:
--Tagliamogli la testa, a questa razza di briganti, tagliamo la testa di questa creatura, così imparerà a portare il pomo tricolore!
La madre tirava un poco a sè la bambina e fingeva di sorridere, e quando era sola, in camera sua, soltanto allora, abbracciava la bimba, con una stretta frenetica. Don Ottaviano urlava:
--Ci farete ammazzar tutti, con quel vostro pomo tricolore!
Ma la bimba non voleva lasciarlo, gridava, gridava, glielo aveva dato il suo papà, quel cappellino col pomo tricolore. Infine, i viveri cominciando a mancare, i soldati diventarono più rabbiosi e chiesero quattrini: il maggiore portò la imbasciata a don Ottaviano. Costui un giorno dette ai soldati trenta ducati messi da parte per le feste di Natale: ma di notte, aiutato dalla cognata donna Cariclea, dalla zia Rachele e dalla serva Ottavia, seppellì, in un angolo dell'orto, il tesoro della Madonna, collane di oro, anelli, orecchini, ex-voto di argento, pissidi, calici, candelabri, altri arredi sacri. L'altare familiare, che era nel grande salone di famiglia, dedicato alla Vergine, restò spoglio di ogni ornamento. Il seppellimento fu fatto misteriosamente:
--Benedetto, benedetto--diceva don Ottaviano, baciando piamente ogni arnese sacro, prima di sotterrarlo. E singhiozzava, il povero prete.
Poi dette ai soldati altri venti ducati, che erano una dote da estrarsi, il primo di novembre, per far maritare una zitella del paese: ma non bastarono. Donna Cariclea dette loro venti marenghi d'oro che il marito le aveva lasciati: ma non bastarono. Zia Rachele dette a questi svizzeri furiosi quindici ducati di economie fatte, in molti anni, a grano a grano: ma non bastarono. Ottavia, la serva, aveva diciotto carlini: li dette. In breve, nel palazzo non ci fu più un soldo, nè un pizzico di farina, nè una goccia di vino. Gli ufficiali svizzeri si vergognavano: specialmente il maggiore, che era una persona assai gentile, chinava il capo, offeso nel suo orgoglio di militare. Ora i soldati volevano il tesoro della Madonna: lo volevano giuocare a carte.
--La Madonna non ha tesoro--diceva don Ottaviano.--Ditelo voi, donna Cariclea.
--La Madonna non ha tesoro--ripeteva la coraggiosa signora.
Il maggiore andava e veniva, parlamentando fra i soldati e la famiglia.
--Se non ci dànno il tesoro, ammazziamo la bimba--mandavano a dire i soldati.
--Raccomandiamoci alla Vergine, cognata mia--mormorava il prete.
Così, prevedendo imminente la morte, tutta la famiglia si raccolse nello stanzone, innanzi all'altare denudato, e si mise a pregare. Don Ottaviano aveva vestito i paramenti sacri, e stava inginocchiato sui gradini dell'altare. Era una settimana, dieci giorni di accampamento: nessuna notizia, nessun soccorso. Ora, l'umore degli Svizzeri era cambiato. Chiedevano un banchetto; volevano che nel cortile s'imbandisse una grande mensa, volevano li gnocchi, se no, mettevano fuoco alla casa. Il parroco giurava di non aver nulla, nulla da dare, neppure un tozzo di pane: il maggiore con le lagrime agli occhi lo scongiurava, che cercasse, che mandasse, per pietà della vita di tutte quelle donne, vecchie e giovani. Furono spediti corrieri a Carinola, a Casale, a Cascano, per trovar farina. Ma intanto i soldati andarono nella legnaia, ne cavarono fuori tutte le fascine e le disposero attorno alle mura del palazzo. I corrieri che erano andati per farina tardavano assai: forse erano stati arrestati, forse erano morti. Un mormorìo crescente saliva dal grande cortile. Nel salone le donne dicevano le litanie, salmodiando. L'ora passava, lenta.
--Se fra dieci minuti non arriva il corriere con la farina, i soldati dànno fuoco--venne a dire il maggiore.
--Non potete fare più nulla per noi?--chiese donna Cariclea.
--Più nulla, signora.
--Portar via questa piccolina? Io non mi dolgo di morire: vorrei salvare la bimba.
--Mi ucciderebbero con lei, signora,
--Che Dio ci assista dunque--mormorò donna Clariclea.
E Dio li assistette. Un corriere da Cascano ritornò. Portava farina: poca, insufficiente, ma ne portava. Così le serve lasciaron di pregare e scesero in cucina, a fare gli gnocchi per i soldati. Ma i soldati non vollero togliere le fascine: e la morte parve solo ritardata di qualche ora: si capiva che dopo il banchetto i soldati sarebbero diventati più feroci: non avrebbero conosciuto più ragione. Essi, nel cortile, tumultuavano: le povere serve, in cucina, manipolavano la pasta, instupidite: su, nello stanzone, il parroco aveva confessato e dato l'assoluzione a tutti i suoi parenti. La piccolina di donna Cariclea spalancava gli occhi, spaventata: ma non piangeva.
A un tratto, il pesante martello del portone risuonò, tre volte, sonoramente. Un silenzio profondo. Ma nessuno aprì. Tre altri colpi: e il battito del piede ferrato di un cavallo risuonò, innanzi al portone.
--Chi va là?--chiese la sentinella, senz'aprire.
--Viva Francesco II!--gridò una voce affannosa.
--Viva, viva!--urlarono i soldati.
Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del colonnello, del maggiore, di un capo: non aveva che due parole da dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosseo affettuoso e fiero, accorse: la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore restò imperterrito, assentì col capo: la staffetta ripartì, precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul cortile, fece suonare la tromba, due volte:
--Soldati--disse, con voce tonante--abbiamo innanzi a noi Garibaldi, alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva Francesco II!
--Viva--disse qualche voce.
E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti, molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non poter mangiare gli gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli ufficiali andavano, venivano, gridavano: ma inutilmente.
--Consolatevi, signora--disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel salone--ora vengono i Garibaldini.
Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava. Il parroco non levava la testa.
--Addio, signora, non ci vedremo più--disse il maggiore.--Noi andiamo alla morte.
E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati, marziale, bellissimo a cavallo, camminando serenamente alla battaglia: dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti, taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto, devastato: per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora l'incubo di quell'assedio.
--Ora vengono i Garibaldini--disse, a un tratto, la bambina.
E vennero. Portavano la camicia rossa, ma erano coperti di polvere, con le scarpe rotte, stanchi, sfiniti: volevano bere, volevano mangiare, non ne potevano più.
--Che daremo loro?--diceva don Ottaviano, disperandosi.
I Garibaldini non credevano che non ci fosse nulla. Erano una quarantina, estenuati: avevano trovato la devastazione dappertutto. Dappertutto i Borbonici avevano mangiato tutto, bevuto tutto, non vi era più nulla; come potevano dunque battersi? Un ufficiale, buonissimo, parlamentava con donna Cariclea e col parroco: e era inutile, non vi era nulla, nulla. Ma un clamore venne dal cortile: i Garibaldini avevano scoperto la cucina e il caldaione degli gnocchi.
--Ah, Borbonici, canaglia! Avevate da mangiare e ce lo negavate! Borbonici della malora, che vi porti via il diavolo!
Ma fra quelle voci irritate, furiose, una vocina sorse:
--Viva Garibaldi!
La piccolina, in mezzo ai Garibaldini, agitava il suo cappelluccio col pomo di seta tricolore. Mentre la baciavano, levandola su, in trionfo, ella strillava sempre. La madre piangeva.
Il cannoneggiamento cominciò alle tre del pomeriggio. Ventaroli è sulla collina, l'eco dei cannoni vi si ripercuoteva fortemente. Donna Cariclea era salita sopra una torricella, donde si vedeva tutta la valle: ma nulla si scorgeva. Dove si battevano? Con che esito? Era impossibile saper nulla, I quaranta Garibaldini erano andati via, allegramente, dopo aver pranzato, coi loro scarponi rotti, coi loro vecchi fucili: e tutte le case di Ventaroli si erano chiuse, i portoni erano sbarrati. Quando cominciò il cannone, Pasqualina Cresce, che aveva paura dei tuoni, si era ficcata col capo sotto i cuscini; il vecchio Nicola Bonelli, che era stato al fuoco, tendeva l'orecchio per sentire onde venisse: e la sorella dell'emigrato, Rosina, una fiera donna, era venuta nello stanzone e aveva accese due altre candele alla Vergine, per conto suo, perchè vincessero i Garibaldini. Donna Cariclea fremeva: invano aguzzava gli occhi, sulla torricella, ma non un'anima passava nella valle, non un carro, non un contadino, un deserto, un paese morto. Il cannone si arrestava, talvolta, per cinque minuti, ma dopo riprendeva con più vigore. Stette tre ore, lassù, sino all'imbrunire. E sempre il cannone: talvolta allegro, talvolta lungo e lugubre. Poi tacque. Era notte. Nessuna notizia. Era perduta o salvata la patria?
Ma don Ottaviano, le vecchie zie, le giovani spose, le serve erano stanche di quella tremenda giornata; e malgrado il terrore dell'indomani, malgrado la suprema incertezza, che era anche un supremo pericolo, andarono a dormire. Donna Cariclea si ritirò nella sua stanzuccia, che era proprio sopra l'arco del portone. Aveva appena appena congiunte le mani della piccolina per la preghiera della sera, quando, nel silenzio profondo del villaggio, si udì un galoppo di cavallo: veniva verso la casa. E subito dopo un fievole colpo di martello risuonò. Donna Cariclea trasalì. Che doveva fare? Si affacciò senza far rumore alla finestra: nell'ombra si vedeva un cavallo e un cavaliere, ma non si distingueva altro. Erano immobili, aspettavano. Ma passò qualche minuto: il cavaliere non suonò di nuovo, aspettando, pazientemente.
--Chi sarà mai?--pensava donna Cariclea, tutta trepidante.
E richiuse la finestra, senza far rumore. Ma quel cavaliere, là, innanzi al portone, nella notte, le dava tormento. Riaprì, domandò, sottovoce:
--Chi è?
--Sono io--disse una nota voce.
--Voi, maggiore?
--Aprite, signora, per carità!
Ella prese un lume, attraversò due o tre stanze, scese por le scale, andò a tirare i grossi catenacci. Silenziosamente, il maggiore era disceso da cavallo e se lo trasse dietro, nel cortile: lo legò a un anello di ferro. La signora andava innanzi e il maggiore dietro: quando furono nella stanzetta, il maggiore le fece cenno di chiudere la porta, a chiave. La bimba, già a letto, guardava tutto questo con un par d'occhioni spaventati.
--Signora--disse il maggiore--io sono nelle vostre mani.
Ella lo guardò, sgomenta. L'ufficiale svizzero era in uniforme, tutto gallonato, tutto scintillante di oro: ma teneva il capo abbassato sul petto.
--Che avete fatto?--chiese ella, duramente.
--Sono scappato, signora. Fuggo da tre ore: due ore siamo stati nascosti in una macchia, il mio cavallo e io.
--Non avete preso parte alla battaglia?
--No, signora, vi dico che sono scappato.
--E perchè?--chiese ella a quel colosso.
--Perchè avevo paura--disse lui, semplicemente.
--Oh!--fece soltanto lei, celandosi il volto per ribrezzo.
--Avete ragione--disse lui, umilmente.--Ma la paura non si vince: sono fuggito.
--Non vi vergognate, non vi vergognate?--chiese ella, tremando di emozione.
Egli non rispose. Si vergognava, forse. Stava buttato sulla sedia, grande corpo accasciato dalla viltà.
--E i vostri soldati?
--Chissà!--disse il maggiore, levando le spalle.
--Chi ha vinto, dunque?
--Non lo so. Avranno vinto gli Italiani, forse.
--E siete fuggito?
--Già. Vi ripeto, avevo paura. Che m'importa della battaglia? Voi dovete salvarmi, signora.
--Io?
--Sì. Dovete farmi fuggire. Voglio ritornare a Napoli, in sicurezza. Ho famiglia, io: ho figli io, che me ne importa di Francesco II? Salvatemi, signora, ve ne scongiuro.
--E perchè dovrei farlo?
--Perchè siete donna, perchè siete buona, perchè anche voi avete una figlia.... e capite...
--Siete un nemico, voi.
--V'ingannate, sono un disertore.
--Ebbene?
--Significa che io temo egualmente i Borbonici, come i Garibaldini. Se mi trovano i vostri, sono un nemico, e mi fucilano: se mi trovano i Borbonici, sono un disertore, e mi fucilano. Ecco perchè vi chieggo di salvarmi.
--Se rientrate a Napoli, vi fucileranno.
--Garibaldi è buono--disse umilmente il maggiore svizzero.
--È una vergogna--ripetette lei, duramente.
--Lo so: ma che posso farci? Salvatemi voi.
--Stamane avreste lasciato morire la mia bambina.
--Che potevo fare?
--Eppure il re contava su voialtri! Che uomini siete, dunque?
--O signora mia, per carità, non ne parliamo: se avete viscere di madre, trovatemi un mezzo per fuggire.
--Io non ne ho.
--Lasciatemi stare qua, in questa stanza.
--Se vi ci trovano, siamo perduti tutti.