L'Ultima Primavera


MEMINI

L'Ultima Primavera

ROMANZO

MILANO
Casa Editrice BALDINI, CASTOLDI & C.º
Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80

1909


PROPRIETÀ LETTERARIA

MILANO — TIP. PIROLA & CELLA DI P. CELLA


I.

Ritta, immobile dinanzi al grande specchio a tre comparti, Marina Negroni aveva testè compiuta la sua elegante acconciatura di passeggio. Ma la giovane si indugiava, pensosa, dinanzi alla propria immagine.

Sul volto suo, nessuna traccia di vanità, nè di compiacenza intima, non il sorriso trionfante della bellezza che si ravvisa. Pure, ell'era bellissima, Marina Negroni.

Alta, di forme decise, tendenti alla maestà del tipo giunonico. Bionda, d'un biondo acceso, quasi fulvo. Fattezze armoniche, regolarissime, un bello palese, non mutevole, invariabilmente sereno. Se Marina avesse avuto dei nemici, questi, parlando di lei, avrebbero potuto insistere su quell'eccessiva immutabilità della sua bellezza. Avrebbero potuto dire altresì, che ella dimostrava tutti quanti i suoi venticinque anni. Ma non altro appunto avrebbero potuto movere all'aspetto di quella fanciulla. Nè maggiore appiglio avrebbero offerto alla loro critica il carattere ed il contegno di lei. Somigliavano, per l'appunto, alla sua formosa bellezza. Erano, al pari di questa, invariabilmente calmi e sereni.

Ella dunque non si ammirava, si studiava soltanto.

Era, non era ciò che doveva essere quel giorno, per quella data circostanza?

La circostanza era grave, e Marina lo sapeva. Si passò coscienziosamente in rivista. Qualche ritocco ancora, qua e là; una ciocchettina di capelli un po' ribelle da rimovere, più assestata sul fianco la falda della giacchettina, meglio stretta al collo la striscia di finissima trina che s'alzava oltre il goletto alto dell'abito.

Dopo un momento e stando sempre davanti allo specchio, Marina cominciò la sua esercitazione di sorrisi.

Ne eseguì parecchi, leggiadri tutti e discreti, una scala semitonata, progressiva di sorrisi per bene. Uno fra essi non riesciva a modo suo, lo ripetè pazientemente, sinchè riescì a fissarlo, determinato, sulla fisonomia. Doveva significare una serenità intima con un'ombra di meraviglia, quasi un accenno al destarsi di un vago interessamento. Poi susseguì il sorriso più palesemente animato e subito dopo, con una abile, rapida transazione di espressioni, il ritorno alla perfetta calma della fisonomia, quella calma grandiosa che dava all'aspetto di Marina Negroni qualcosa dell'immagine di una Dea che, assorta in divini pensieri, movesse a diporto sulle nubi di un Olimpo.

Un momento, tutto ciò venne meno. Marina tralasciò di esercitarsi. Aggrottò le ciglia e sorrise, ma sinceramente, involontariamente, per conto suo. E quel sorriso non narrava una lieta storia.

Un lampo di stanchezza, d'intimo disgusto passò nei grandi occhi azzurrini, tutta la persona ebbe una espressione accasciata e piena di sconforto.

— Ancora... sempre!... — mormorò la fanciulla. — E sempre per nulla. Son certa... lo sento che anche stavolta...

Ebbe un piccolo brivido. La lunga serie dei disappunti, dei tanti falliti tentativi, tornò, crudele, alla sua memoria.

Ma subito crollò le spalle.

— Sciocchezze, tutto ciò! E ad ogni modo bisogna tentare. Una volta o l'altra, oggi o domani, la cosa deve pur accadere!

Gettò sullo specchio un ultimo sguardo, si vide qual'era, bella, forte, risoluta. Ebbe un moto energico di approvazione. Prese un fine ombrello inglese (minacciava di piovere), il manicotto ed escì.

La cameretta di donna Marina Negroni era al terzo piano del palazzo d'Accorsi. Il duca d'Accorsi, uno straricco gentiluomo napoletano, aveva sposata la madre di donna Marina, vedova del conte Negroni, morto giovane e non ricco. Il secondo matrimonio della madre aveva fatto alla giovane Negroni, in casa d'Accorsi, una posizione speciale, non facile, ch'ella sosteneva con dignità, a dispetto di certe ardue complicazioni. Molti la invidiavano, ed ella non sconosceva i vantaggi materiali della sua posizione. Ma pensava risolutamente a farsene un'altra.

Donna Marina scese, per l'altezza di due piani, una stretta scala di servizio e giunse sul pianerottolo di un grande scalone di marmo bianco. Aprì uno dei grandi usci di noce riccamente intagliati, e si trovò in un'ampia e fastosa anticamera. Un piccolo crocchio di domestici avvertì il passaggio della fanciulla. S'alzarono, salutando rispettosamente, ma senza sperpero di umile ossequio. Ella rispose con un piccolo cenno del capo e passò, sollevando da sola la greve portiera di velluto che metteva alla sala vicina. Ne attraversò parecchie, ricchissime tutte, addobbate ed ornate colla più raffinata eleganza artistica. Celebre infatti, a Firenze, l'appartamento di gala della Duchessa d'Accorsi, splendide le feste da ballo che ella soleva dare e delle quali erano avidamente ricercati gli inviti. E così scelte... per l'appunto!

Donna Marina gettò, passando, uno sguardo su una pendolina in Vieux Sèvres, e affrettò il passo. Non percorse tutto l'appartamento, ma svoltando a destra, ed evitando la sala da ballo, riescì in una specie di salotto-serra, piena d'azalee in fiore e di piante esotiche. Giunta ad una porticina a vetri, quasi celata da uno splendido drappeggio di stoffa orientale, s'arrestò, e battè sul vetro, discretamente, due colpi.

Una voce non fresca, quasi roca, rispose: — Avanti.

Donna Marina entrò nel salotto ove stava sua madre.

Una strana fantasia quel salotto, la prima impressione n'era quasi funebre. Molto raso nero con un profluvio di trine bianche. E quasi a correttivo di quelle tinte macabre, un'invasione audace, pressochè brutale, di mobili e di tendaggi di damasco rosso, chiaro, splendido, un colore di sangue appena spicciato.

La Duchessa sedeva allo scrittoio, un mobile antico, di stile Luigi XIV. Lo spazio n'era quasi tutto ingombrato da gingilli e da ritratti.

Alzò il capo e depose la penna, interrompendo la lettera che stava scrivendo.

Una donna sui quarantacinque, forse più. Non bella, non simulante la bellezza, non mascheratrice della propria età. Grande, un busto stupendo, questo sì. Due occhi grigi saettanti, pieni di fuoco, forti della scienza della vita. La bocca grande, sensuale, potente, il naso lungo, arcuato, colle nari larghe, palpitanti dei cavalli di razza. Nulla di leggiadro, di dolce nella fisonomia, ma una strana forza d'espressione. Violenti, perversi, forse, ma certo irresistibili, i voleri di quella donna. E sulla fronte ampia, il riflesso di un diadema invisibile; il bacio della cieca fortuna!

Donna Marina venne lentamente a mettersi di fianco allo scrittoio della Duchessa e sostenne senza parlare, senza batter palpebra, l'esame che la Duchessa fece tosto, con un acuto, lungo sguardo, subire all'aspetto di lei.

— Non c'è male — disse finalmente la madre, con quella sua voce roca, che si faceva talvolta stridente, ma che possedeva una infinita varietà di eloquenze — non c'è male davvero, sei veramente ad hoc.

La giovane ebbe un freddo sorriso.

— Ti pare?

— Oserei persino dire una cosa. Come al solito, sei troppo bella.

Donna Marina alzò alquanto le spalle.

— Non è colpa mia — disse con lieve accento ironico — ed è il mio genere.

— Infatti. Ma pare che pel momento non sia quello degli altri.

La giovane non rispose, una piccola piega, duretta, anzi che no, si disegnò all'angolo destro della sua bocca.

— La tua sviscerata amica tarda alquanto a venire — osservò la madre dopo un istante.

— Oh! verrà! — disse Marina tranquillamente, essa non manca mai ad una promessa.

— E questa cosa le sta molto a cuore, nevvero?

— Pare.

— Veramente è curiosa... Non so affatto comprendere la cagione di queste sue manie matrimoniali.

— No? — ribattè Marina con una singolare, pacata ironia. — E se fosse semplicemente perchè mi vuol bene? La cosa sarebbe strana, lo ammetto. Pure...

— Un affetto gratis... vuoi dire? Ebbene, infatti, perchè no? È capace di tutto quella contessa Elisa. Ti accerto che le sono riconoscentissima. E lo sarò più ancora se riesce nel suo pietoso intento, trovandoti cioè un marito. Il che dovrebbe esser fatto da parecchio tempo. Hai venticinque anni, mia cara figliuola.

— Lo so — disse Marina con quella pacatezza sforzata che torna talvolta, nei giovani, sì penosa a vedersi. — Comprendo di esser molto indiscreta. Dovrei essere maritata da parecchio tempo, come dici. Mi par equo però l'aggiungere che, se non lo sono, non è tutta colpa mia.

Mentre Marina diceva questo, il suo sguardo aveva errato di volo pei recessi del salotto. Ma, ad un tratto, s'arrestò sul ritratto fotografico di un bellissimo giovane. Il ritratto, incorniciato in una piccola quadratura di rose d'Olanda, stava su un tavolino di peluscio color fuoco, collocato assai presso allo scrittoio della Duchessa.

Sul volto di questa passò rapidissima, appena visibile, una contrazione nervosa. Ci fu nel colloquio un momento di sosta, grave, penoso, pieno di minaccie d'uragano.

Ma l'uragano non venne.

La Duchessa appoggiò il capo alla spalliera della sua poltroncina ed osservò a lungo, con una specie di curiosità umoristica, la giovane che teneva chinati gli sguardi.

— Marina, sta attenta — disse poscia Ginevra — tu diventi mordace, e questo è per l'appunto un difetto da zitellona. Non va, credimi. Ritorna al tuo sistema di amenità, ti sarà più giovevole.... per intenderci.

Madre e figlia scambiarono uno sguardo, pieno di amara ironìa.

— Hai ragione — disse Marina lentamente.

Socchiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaperse, era calma, padrona di sè stessa.

— Dicevi, mamma?...

— Dicevo, mia cara Marina, che non è il caso di perder tempo. Eccoci dinnanzi ad una nuova occasione. Speriamo che tutto andrà bene, che il giovane ti piacerà...

— Mi piacerà — interruppe freddamente Marina.

— Davvero?... Allora tanto meglio. Voglio sperare ch'egli non sarà meno determinato di te. Il partito è eccellente. Sono però, te ne avverto, gente dell'altro mondo. Vivono in provincia e hanno delle idee... Ti senti di adottarle?

— O di farle mutare, — rispose Marina, dopo un istante di riflessione.

La Duchessa guardò sua figlia con un sorriso enigmatico. — Tanto meglio — disse poscia — sarà un bene per loro. Ora, solo resta ad augurarsi che la cosa si faccia. Ti confesso però che vorrei vederla in altre mani. La contessa Elisa è un angiolo di donnina. Non sa come ammazzare il tempo, sa che non sei felice e...

Un rossore passò sul volto di Marina.

La Duchessa rideva.

— Ma sì, cara, cosa importa? Tanto meglio se hai rappresentata bene la tua parte, muta s'intende, di vittima interessante. D'altronde, hai sempre avuta la manìa della brava gente. Te la contrasto forse? Anzi, può essere che abbi tutte le ragioni. A proposito, spero che avrai data un'occhiata alla Guida e che non ti lascerai prendere alla sprovvista in fatto di nozioni artistiche. Ed è inteso che ignori tutto, nevvero? che il vostro incontro è dovuto alla più fortuita delle coincidenze?

Marina assentì con un cenno del capo.

— Benissimo! Sta attenta, non perder mai di vista il tuo scopo. Non tradirti. Credo che potrai agevolmente condur lei, ma bada a quel suo amico milanese, mi pare di tutt'altra pasta. E comincia subito, se ti piace; ecco la tua utilissima protettrice.

Un lieve strepito di passi veniva infatti dalle sale vicine. Poco dopo, un domestico annunziò la contessa di Serramonte.

La Duchessa mosse ad incontrare e salutò la sopraggiunta, colla massima cordialità.

Elisa Nardi, vedova Serramonte, era più bella e più giovane di donna Ginevra. Non toccava per anco la quarantina. Una figuretta fine, delicata, poco appariscente, distintissima d'aspetto e di modi. Il suo contegno era grave, riserbatissimo, privo di quella scioltezza un po' sprezzante che alle signore di oggidì sembra rappresentare l'ideale dell'effetto.

Ella era timida, di una timidità singolare, di sensitiva, che cercava nascondere, senza punto riuscirvi e che molti battezzavano per orgoglio. Ma non era orgoglio. Viveva molto per conto proprio, in tutto fedele a' suoi principii ed ai proprii istinti, e non aveva ancora potuto riescire a non soffrire quando li sentiva urtati o quando si sentiva costretta a sopprimere, esternamente, l'effetto di quell'urto. Quando, per esempio, ella doveva dare una stretta di mano a Ginevra d'Accorsi, provava una curiosa sensazione di sforzo intimo!

Pure, come non dargliela quella solita, superficiale stretta di mano? Il mondo diceva della Duchessa tutto ciò che si può dire di poco lusinghiero sul conto di una donna, ma perciò forse il mondo ristava dall'accoglierla, dal festeggiarla, dal correre alle sue feste?... Non era ella bene spesso chiamata a dare il suo verdetto (e un verdetto senza appello) sull'expedit, o meno, di ricevere una nuova arrivata, aspirante a penetrare nella migliore società fiorentina? Si scambiavano qualche visita, quelle due care signore, e ora la contessa Elisa di Serramonte non veniva forse a prendere la figlia di Ginevra d'Accorsi per condurla a passeggio?

La Duchessa aveva talvolta avvertita la piccola nube rosea che passava sul volto della Serramonte, quando le loro destre s'incontravano.

Ciò la divertiva... diceva ridendo a sè stessa. Ma in realtà... no. Quel piccolo rossore le dava noia.

Aveva adottato, per vendicarsene, un curioso sistema. Quella donna che, senza volerlo, la condannava, ella la affascinava. Ginevra aveva per lei una cortesia speciale, piena di delicati sottintesi, di deferenza, non scevra d'una tinta di malinconia. La Contessa resisteva, non sempre però, e col segreto malessere di chi si sente strascinato. C'era bensì, fra quelle due donne, qualcosa d'indefinito e di latente, il germe forse di un'aspra lotta futura.

La Duchessa era proprio desolata di non poter andare anche lei a visitare quella bella cappelletta. Marina si riprometteva un sì squisito godimento artistico!

La contessa Elisa fu lì lì per arrossire come una colpevole, pensando al tranello che aveva preparato per quella povera Marina.

La madre lanciò all'amica di sua figlia una rapida occhiata d'intesa e le strinse di soppiatto la mano. La faccia di Marina ignorava tutto, serenamente.

La conversazione durava, tenuta viva dalla Duchessa. Quella donna sapeva parlar d'arte, quando voleva. E lo voleva ora, e riesciva a tener Elisa sotto il giogo della sua parola viva, smagliante, originale... Subito, entrò nel campo personale:

Certo, ella invidiava profondamente la Contessa, che aveva il coraggio, l'indipendenza dei propri gusti. Che nobile esistenza aveva saputo creare a se stessa non immolandosi alla vita mondana che esige tanto e rende sì poco!

Elisa guardava attonita la Duchessa. Ell'era già quasi impressionata da quelle parole inattese, che parevano quasi involontariamente sfuggire dalle labbra di quella donna.

La Duchessa ebbe un lieve sospiro.

— Ah!... perchè non tutte possono fare come lei! A volte, creda, siamo trascinate nostro malgrado nel vortice di questa esistenza. Si ha bisogno di stordirci... di scordare... Si sente il vuoto, la stanchezza di tutto ciò. E poi, col passar degli anni...

Un bello spirito fiorentino aveva detto un giorno, della Duchessa Ginevra d'Accorsi, ch'ella aveva tutto canzonato nella vita, cominciando dal tempo. Ma con tutto ciò, Elisa sentiva levarsi in cuore un'insidiosa pietà di lei, del possibile stato d'animo che le strappava, in quel momento, quei lembi di confessione. Poichè, dopo tutto, il suo ingegno doveva pur qualche volta palesarle il vero, qualche buon sentimento doveva pur destarsi ogni tanto nell'animo di quella donna! E forse, coltivato, sorretto da un'amicizia sincera...

— Duchessa, — disse timidamente, commossa, con una dubbiosità che faceva un po' tremula la sua voce, — la comprendo. So che non è sempre in poter nostro...

Non finì la frase suggestiva e pietosa.

Un uscio laterale, quello che metteva all'appartamento privato della Duchessa, s'aperse a un tratto con impeto e un bellissimo giovane entrò senza preamboli, seguito da un mops corpulento.

S'arrestò sulla soglia, perplesso, evidentemente confuso. Non si aspettava di trovar visite, a quell'ora, nel salotto della Duchessa. Quel giovane somigliava molto al ritratto sul quale lo sguardo di Marina Negroni si era posato sì efficacemente, nel colloquio di poc'anzi, colla madre sua. E davvero egli poteva somigliare a quel ritratto, n'era semplicemente l'originale.

La contessa Elisa tacque ed arrossì. Sapeva... La sua testina ebbe un involontario moto di alterigia, ed ella s'alzò di scatto. Marina si abbottonava i guanti. La Duchessa aveva per un secondo fulminato il giovane collo sguardo. Ma già ella rideva, il più normale, schietto riso del mondo.

— Ma bravo, Dino, che bella maniera di capitare così, come una bomba, con quel vostro orribile Brusco! Venite dalla scuderia, scommetto. Come sta Rudygore?

— Rudygore?... Ah!... sicuro. Meglio, oh bene... bene — rispose il giovane, cercando di rimettersi in carreggiata, ed avanzandosi per salutare la Contessa, che pareva restringersi nella persona, con un moto involontario.

— Ah! — sclamò la Duchessa con un sospiro di sollievo. — S'immagini — continuò vivacemente, rivolgendosi ad Elisa — uno dei nuovi cavalli da corsa, testè giunti da Londra, e che si era ammalato, ma sul serio, sa? Siamo stati tanto in pena! Pippo non si muove dalla scuderia, e ogni tanto mi manda le notizie. Bene dunque, Dino, proprio bene? Il veterinario è contento?

Il giovane afferrò la pertica e si tenne a galla con bastante disinvoltura. Incominciò, infiorandola di termini tecnici, una confortante relazione sul verdetto del veterinario.

Ma alla prima pausa, Elisa, che non si era rimessa a sedere, si rivolse quietamente a Marina.

— Si fa tardi, cara, vogliamo andare?

La giovane assentì, colla sua calma imperturbabile e le due signore si congedarono dalla Duchessa.

— Ebbene... mie care, divertitevi, — disse questa maternamente — spero che il tempo non vi farà dei brutti scherzi. No, Dino, non vi lasciate venir la tentazione. Si tratta di arte, non ci capireste nulla, mio caro. Marina invece e la Contessa se la godranno un mezzo mondo.

Le due signore si strinsero la mano, naturalmente. Ma forse più delle altre volte, quella di Elisa rimase fredda ed inerte nel momentaneo contatto. E la Duchessa se ne avvide.

Fe' cenno a Dino che accompagnasse le due signore sino all'anticamera. Poi queste scesero sole, in silenzio, il grande scalone di marmo.

Marina era alquanto pallida.

L'elegante vittoria della Contessa attendeva dinanzi al portone. Presso i cavalli e tutto immerso nella sapiente contemplazione di essi, stava un uomo piccolo, d'aspetto triviale, vestito d'un tout-de-même a larghi scacchi bianchi e neri e col volto ornato di due classiche fedine da cocchiere. Quell'uomo non era un cocchiere, era il duca Pippo d'Accorsi, il marito di Ginevra.

Si scosse al sopraggiungere delle due signore, e le aiutò ad entrare in carrozza, con qualche frase di circostanza. Aveva, con un forte accento napoletano, l'abitudine dell'imitazione secca, concisa dell'accento inglese.

— Dembo cattivo... ehm... pista rovinata... Omaggi, Condessa.

La Contessa rispose in fretta con un cenno di capo. Marina si acconciava con garbo nel suo cantuccio.

Dino, frattanto, tornava lentamente, trascinando il passo, verso il salotto della Duchessa, e il suo volto recava palese l'espressione di un intimo turbamento. — Ah! la Duchessa! Ora, bisognava sentirla! Capiva d'aver commesso un grosso marrone capitando così, poc'anzi, nel salotto. Temeva, più del fuoco, la collera imperiosa di quella donna ch'egli amava, poveretto. A modo suo s'intende, ma sinceramente, l'amava.

Entrò adagino, procurando di non far strepito.

Ella non parve avvertirlo. Continuò a scrivere senza degnare il giovane d'uno sguardo. Si udiva, sulla superficie della carta inglese, lo stridere della penna che correva, mossa da una mano irritata. Sulla fronte di quella donna stava una nube di scontento.

Dino era più che mai sgomentato. Quel silenzio non prometteva nulla di buono ed egli avrebbe preferito di sentirla addirittura. Ma non osava parlare pel primo.

Mutò più volte sedile, tentò la lettura d'un giornale. Finalmente si recò presso al caminetto e prese a considerare, come se li vedesse per la prima volta, gl'innumeri gingilli che ne ornavano il davanzale. Tolse in mano un aereo calice del Salviati, e nel riporlo a posto, l'urtò alquanto contro una bomboniera di Vieux-Vienne.

La Duchessa alzò il capo, per muovere un acerbo rimbrotto a quel malaccorto. Ma Dino la guardava sì impensierito, la sua bella e stupida faccia recava un'espressione sì comica di timore, che la Duchessa si sentì quasi disarmata.

— Ebbene, — disse bruscamente, — cosa fate costì?...

— Non s'è sciupato niente... — s'affrettò a rispondere Dino, — tutto incolume... guardi.

— Meno male. Mi pare che ne abbiate fatti abbastanza, oggi, dei guai!

La Duchessa non era più adirata, internamente, con Dino, ma pensava che una lezione non sarebbe inutile.

— Sì, davvero! Avete dimostrato un tatto... una delicatezza! Capitare a quel modo e da quella parte, con quel fare da ragazzaccio, col vostro cane alle calcagna. E cavarsela così bene, poi, con tanta destrezza!...

Sferzato da quell'ironia, il giovane tentò un briciolo di difesa.

— Non sapevo che aveste gente, così di buon'ora. So che siete sempre sola prima del mezzodì, o non vedete che le vostre amiche intime, quelle solite.

— Non importa, bisognava sapere. È curioso, non ne azzeccate mai una, neppure per isbaglio.

Egli chinò il capo, sospirando, e cercò un conforto nell'estremo splendore della vernice de' suoi stivaletti. La Duchessa si divertiva.

— Le mie amiche, — continuò con quel suo accento stridente. — E che sapete voi delle mie amiche? E se per l'appunto volessi farmi un'amica intima di Elisa Serramonte?

Colto all'improvviso, Dino non pensò a dissimulare la sua meraviglia e questa fu sì palese, sì schietta, che la Duchessa cessò affatto di divertirsi ed aggrottò le ciglia.

— Ebbene, — disse duramente, con un'intima collera — perchè fate quell'aria grulla? Vi par forse impossibile la cosa?

— Io? Oh no, no... anzi! — s'affrettò a rispondere Dino. — È solo perchè so ch'ella conduce una vita tanto... ritirata, e si vede pochissimo e mi pareva d'avervi sentito dire ch'ella è terribilmente noiosa. Solo per questo... e poi... già; insomma, non capisco.

La Duchessa si mise a ridere, poichè la sua collera era già svaporata.

— Oh! mio caro Dino, ora siamo d'accordo. È il vostro forte, il non capire. Suvvia, non fate quel viso intontito. Un'altra volta, accertatevi se ho gente prima d'entrare.

— Ah! — diss'egli con trasporto — non siete più in collera?

Di nuovo ella rise, con uno sguardo enigmatico.

— No, non sono più in collera.

Egli si mosse, coll'evidente intenzione di andarla a ringraziare più da vicino; ma ella aveva ripigliata la penna, ed il piccolo cric cric metallico ricominciava sul foglio che stava davanti alla Duchessa. Dino non osò disturbarla.

Solo dopo una buona diecina di minuti, essa gli rivolse la parola.

— Ordinate il mio landeau, per le quattro. E oggi venite a cavallo alle Cascine. L'americana, con Fitz Maurice. Badate meglio all'attacco. Ieri, sul Piazzone, Poniatowski ha osservato qualcosa. Almeno in questo, siate irreprensibile.

— Farò quanto potrò. Stasera, alla Pergola, nevvero?

— Non so se ci andrò. Passate in prima sera. Oggi ho la visita all'asilo, alle tre.

— Devo venirvi a prendere?

— Venite... se volete. Aspetterete; perchè non so quando riescirò a sbrigarmi dalle suore. Ora andate, mio caro, ho un monte di faccende.

Egli obbedì... A malincuore, ma obbedì. Se ne andò chiotto, chiotto, senza ch'ella lo accompagnasse col saluto dello sguardo. Non lo reclamò, non voleva irritarla. Trovava d'essersela cavata a buon mercato, a paragone delle altre volte. Avrebbe dovuto invece impensierirsi di quella nuova indulgenza.

Quando fu escito, la Duchessa depose la penna e rimase un istante inoperosa ed accigliata. Poi crollò irosamente le spalle.

Ah! cominciava ad annoiarla colui... Dino di Follemare!

II.

— Vedi, cara. È lassù.

La contessa Elisa accennava coll'ombrello ad una vecchia e semi diroccata chiesuola, eretta sulla vetta di un colle, dal quale poco distava ormai la carrozza. Il piccolo edificio era facilmente visibile, in mezzo alla boscaglia denudata dai recenti venti autunnali, ma, nell'estate, doveva a mala pena indicarsi nella ricchezza del frascato, nicchiandosi con un gentile aspetto di chiesetta idillica. Ma in quel giorno, sotto quel cielo triste, era triste anch'essa, la povera cappella abbandonata.

La carrozza si fermò sul sagrato mentre dalla porticina ogivale esciva ad incontrare le due signore un gentiluomo di nobilissimo aspetto, di volto ancor fresco e di belle fattezze, a cui davano strano rilievo una bella capigliatura affatto bianca, e due baffi grigiastri lunghi ed a punte. Alto di statura, aveva nell'assieme dell'esser suo un'imponenza geniale, simile a quella che fa dire a Calibano, quando s'imbatte con Prospero, nell'isola dove questi è approdato, dopo la tempesta: — Avete qualcosa, signore, ch'io chiamerei volentieri padrone.

Aiutò le signore a scendere di carrozza, complimentandole del loro coraggio a sfidar le minaccie della piova. Poi scambiò colla contessa Elisa un rapido sguardo d'intesa. Erano vecchi, eccellenti amici, quei due!

Si fermarono un momento sul piccolo atrio a guardare la vista fantastica, sotto il suo disuguale velame di nebbia, mentre Marina girava assiduamente le rotelline del suo cannocchiale. Don Marcello Plana alla Contessa:

— Mi sono presa una libertà. Ho condotto qui un mio amico. Mi permettete di presentarvelo?

— Perchè no, Don Marcello? È un vostro concittadino?

— No, è bresciano. Il marchese Maurizio Fedimari. — Conoscete la famiglia?

— Oh benissimo... Bonne souche, certamente... E che fa? si trattiene a Firenze?

L'abilità di quella donna, per recitar la commedia, era qualcosa di sublime; le tremava persin la voce.

Ma Don Marcello l'ascoltava serio serio, e Donna Marina, che avea finalmente trovata la giusta misura del cannocchiale, guardava... oh lontano, lontano assai nel paesaggio.

— Secondo, — rispose sagacemente Don Marcello. — È un tipo curioso quel mio amico. Forma la mia disperazione col volermi sempre obbligare a inventargli qualche nuova scoperta in fatto di arte. Si è divorato Firenze in un mese, colui! Ora, per dargli ancora un piccolo osso artistico da rodere, l'ho condotto qui. E, sentendomi al tutto esautorato, in fatto di musei e di gallerie, ho pensato egoisticamente di raccomandarlo a voi.

— Ma è un tradimento — disse la Contessa ridendo. — Come potrò?...

— Oh! con voi non c'è da sgomentarsi, in fatto d'arte. — Quando non ce n'è più, ce n'è ancora. Fatemi questa carità, lasciate che vi presenti il mio amico. E ora, entreremo in chiesa, se vi piace.

Entrarono in chiesa; una bizzarra vetusta cappelletta, le cui pareti serbavano ancora qualche vestigio di due distinti stili di antica dipintura.

Erano state evidentemente trattate a due riprese, e sotto la grossolana maniera di un mediocrissimo pittore del secolo scorso, emergeva l'austerità ideale ed ingenua di un pennello cinquecentista. Un tratto di processione sacra, coi suoi gruppi serrati, senza spazio, di profili bianchi, di testine rossiccie accatastate una a ridosso dell'altra, di bizzarre foggie medioevali d'abbigliamenti, era troncato bruscamente dai gonfi drappeggi del manto di una Giuditta, opera del pittore più recente, mentre la faccia apopletica di questa si perdeva alla sua volta in una nuvolaglia di salnitro del più nebuloso effetto. Ogni tanto il mistico stile antico tornava a far capolino, due delicatissimi nudi si rivelavano, nella loro squisita snellezza di forme, al disopra di una ondulatura verdognola che, nell'intenzione dell'autore, rappresentava le acque del Giordano, raffigurando così un battesimo di Cristo abbastanza riconoscibile. In una cappella laterale era alzata su un piedestallo una Madonna moderna, colla faccia di legno di grossa bambola fatticciona, vestita di broccato, con sei vezzi di granate al collo e con un paio di buccole a pendente, ma dietro all'altar maggiore, nel vecchio trittico dall'oro spento, azzurreggiava idealmente, cinta d'angioli esultanti, una Madonna di frate Angelico.

In un angolo della chiesetta, presso all'uscio della piccolissima sacristia, il sacrestano aveva accatastato la sua scarsa raccolta di patate, ma a sommo dell'uscio stesso, nella sua cornice intrecciata di fiori e frutti, si sporgeva dal fondo cilestrino, in terra cotta verniciata di bianco, uno di quei dolcissimi gruppi di madre e bimbo ai quali si collega tuttora il pensiero di un caro nome, quello di Luca della Robbia.

Tremolava lievemente, davanti all'altare, in un orribile lucernario d'ottone, la fiammella devota, ma il lucernario, era appeso ad una catena di leggerissimo fantastico lavoro in ferro battuto, una meraviglia di squisito disegno e di quasi aerea esecuzione.

Il marchese Fedimari contemplava per l'appunto la catena del lucernario quando la piccola comitiva fece irruzione nella chiesetta. Si voltò naturalmente, e chiamato con un cenno da Marcello Plana, venne presentato alle signore. Prima alla contessa Nardi, poi a Donna Marina Negroni.

Questa e lui si guardarono, rapidissimamente. Entrambi sapevano. Egli pensò: No. Ella pensò: Sì.

La contessa Elisa gli parlò tosto di Brescia, di un'amica sua bresciana che... combinazione strana, era per l'appunto cugina di casa Fedimari. Poi mossero tutti assieme a visitare la chiesetta.

Maurizio Fedimari era un giovane di aspetto fine e molto serio. Intelligente, studioso e di tempra eminentemente sensibile, aveva cercato, nell'assorbente influenza degli studi artistici, una distrazione benefica e quasi un rifugio contro l'eccessiva suscettività nervosa del suo temperamento ed il malessere continuo che formentavano in lui la coscienza di una quasi insana timidità. Appunto per reagire contro questa, si costringeva talvolta a prendere delle grandi risoluzioni. Così era venuto nel divisamento di prender moglie e aveva detto a Marcello Plana: — Trovamela tu — in una specie di accesso di coraggio disperato. Si riservava, naturalmente, la conferma della scelta dell'amico. Per tutte le circostanze secondarie, gli aveva data carta bianca.

Povera Marina... Ella faceva serenamente, correttamente, il dover suo. Ammirava con perfetta misura quanto c'era da ammirare nella cappella, ascoltava con doverosa simpatia le elaborate spiegazioni del giovane. La timidità naturale di Fedimari era sopraffatta colà dall'assoluto bisogno di un contegno sciolto e il terrore del ridicolo gli faceva trovare delle forze ignorate. Non parve nè impacciato, nè inferiore a sè stesso, benchè soffrisse alquanto nell'intimo suo.

Mentre egli parlava, Marina si ricordò della sua lezione di sorrisi. Uno dopo l'altro, con perfetta armonia di evoluzione, vennero sul suo volto e passarono. Ella ebbe un'attenzione sostenuta, una dignitosa personalità di apprezzamento. Non esagerò l'entusiasmo, ebbe solo alcune parole di fino commento. Quando credette giunto il momento opportuno, si rimosse alquanto dal gruppo e andò ad inginocchiarsi su un banco per farvi una breve preghiera. Ciò fece senza ostentazione di sorta, con una semplicità e una distinzione di mosse veramente mirabili. La figura spiccava, magnifica, sul banco isolato. La mossa, la posa, quella bella testina abbandonata per un istante fra le mani finemente inguantate, tutto fu artistico, nobile, riescito. E veramente in lui fu colpito l'artista. Ma Maurizio Fedimari restò freddo, ed egli ebbe degli strani pensieri d'indole curiosa e alquanto negativa, mentre la povera Marina diceva silenziosamente la sua piccola preghiera, appiè della Madonna bofficiona.

Ognuno, del resto, faceva doverosamente la sua piccola parte in quella piccola commedia crudele. Anche la Contessa fu all'altezza della situazione. Si era imposta una disinvoltura grande e bisognava sentire come parlava del più e del meno, di Luca della Robbia e di Mino da Fiesole... Citò Winckelmann tanto a proposito, quella cara donnina, che Maurizio Fedimari ne rimase incantato. Ma con tutto ciò il core le batteva forte e un momento, mentre Fedimari si trovava alquanto in disparte, con Marina, intento a farle osservare il delicato lavoro della catena, ella chiese in fretta, a bassa voce, a Marcello Plana:

— Ebbene, che vi pare?

Marcello si strinse alquanto nelle spalle.

— Eh! bisognerà sentire.

— Quando? Verrete stasera, nevvero? Mi direte... No, caro Plana, scusate, ma non sono del vostro parere. Della scuola, forse, di Luca. Ma sua, non credo.

Fedimari e Marina erano tornati lentamente indietro, giusto in tempo per udire l'opinione della Contessa su Luca della Robbia. Non avevano l'aria molto animata.

La visita continuò e si compì secondo il programma. I due signori accompagnarono alla carrozza la Contessa e la signorina. E lì, proprio all'ultimo, la contessa Elisa si fe' un coraggio da leone e annunziò al marchese Fedimari che riceveva il sabato, dopo le cinque. Se ne rammentasse, se rimaneva a Firenze.

Il giovane accolse l'invito colla più doverosa riconoscenza. Ma parlò vagamente di certi progetti per Napoli. Era indeciso. Certamente, se non partiva, approfitterebbe col massimo piacere.

Marina si nicchiava nel suo cantuccio del legno, disponendo con grazia infinita sulle sue ginocchia l'elegante copertina foderata di pelliccia. La persona era ben riparata, ma un subito freddolino si fece strada sino al suo cuore. Il più squisito dei sorrisi, il sorriso della fine, non lasciò le sue labbra. Scomparve a tempo debito, quando non occorreva più, ma si cacciò dietro una effulgenza di serenità mirabile, mentre la giovane parlava, con sentita compiacenza, delle bellissime cose che aveva testè vedute.

La Contessa invece non era niente affatto entusiasta. Sempre così, quel Plana. Credeva sempre di scovare dei tesori inediti... e poi... Quella Madonna?... Della scuola di Luca... se pure! E il Trittico! Ritoccato atrocemente, rovinato addirittura.

Marina scoteva il capo placidamente. — Ma no... non mi pare. Mi sono piaciuti tanto quegli affreschi. E il luogo era così originale!

— Originale davvero! — ribattè la Contessa con quanto malumore poteva tradire la sua dolce fisonomia.

Sospirò, poi tacque, e Marina rispettò il suo silenzio. Ella pure aveva voglia di tacere. Pensava che anche quella era andata male. Lo sentiva... n'era sicura. Quante?... Non le contava più!

Sulla discesa i cavalli trottavano, Marina abbandonava la bella persona alle lievi scosse della carrozza, e pensava che la china degli anni si scende così, ch'ell'era stanca, inesprimibilmente stanca di... tante cose. E ogni tanto si presentava una probabilità, qualche cosa che pareva la fine... ma, sul punto di concretarsi, spariva. E il tempo passava...

S'era levato un venticello malinconico che se la pigliava colle ultime foglie, scordate sugli alberi dal suo predecessore. Ella guardava, pensando ancora: Così! Ma aveva ripreso a chiacchierare quietamente colla Contessa.

Andarono alle Cascine, ma il tempo inclemente aveva trattenuti in città molti dei soliti frequentatori. Poche carrozze al Piazzone. Le due signore non si fermarono molto alla passeggiata. La Contessa aveva premura di essere a casa e di chiedere a Plana come fossero realmente andate le cose. Poichè ella era sinceramente affezionata a Marina, e avrebbe voluto vederla maritata e fuori di quella benedetta casa d'Accorsi!...

Ve la ricondusse, cionullameno, e la giovane, congedatasi affettuosamente dall'amica, scomparve nel vano del portone. Elisa le tenne dietro, sin che potè, collo sguardo.

— Povera ragazza! — sospirò.

— A casa! — disse poscia rapidamente al domestico che attendeva gli ordini.

III.

La casa della contessa Elisa non era un palazzone. Un bel fabbricato signorile di stile moderno, nicchiato, con una leggiadra modestia di villa, in mezzo ad un giardino tutto cintato, il che lo isolava piacevolmente dalla via e dalle case adiacenti. C'erano molti sempreverdi, molti fiori e le mura erano quasi tutte ammantate di edere, pareva d'essere in campagna. Ciò piaceva tanto alla contessa Elisa, e i suoi fedeli salivano volentieri quella piccola scalinata dell'atrio, coi grandi vasi bleu di maiolica di Ginori, cogli arum sì belli e sì alti e le macchie di begonie e le belle lampadine pensili coll'edere sì verdi, e il capilvenere sì minuto, per poi penetrare in quella piccola fuga di sale arredate semplicemente, ma con molto gusto, e andar finalmente a parare in quell'amore di salottino in broccatello antico; tutto mezze tinte e cose gentili, e tocchi femminilmente artistici di addobbo e d'adornamento.

Appena scesa di carrozza, Elisa chiese al cameriere: — È venuto don Marcello?... — E udito che sì, mosse frettolosa a incontrarlo dove sapeva che l'avrebbe trovato.

Egli era infatti nel salottino ultimo. Appena udì quel passetto frettoloso, depose il volume che stava leggendo e si alzò, appena in tempo per ricevere, in piedi, la buona stretta di mano dell'amica.

— Ebbene? — le chiese questa impetuosamente.

— Eh! che furia! — Toglietevi almeno il mantello. Vi sta così bene che è un peccato. Ma...

— Via, per carità! — rispose Elisa sbottonandosi nervosamente.

Egli la guardava, ridendo, ma subito fece una faccia lunga e contrita.

— Bastonate il vostro servitore, Contessa. Egli è reduce da un fiasco.

Ella rimase non sorpresa, ma accorata.

— Me l'immaginavo — sospirò. — Che disdetta! Un così buon partito... Ma cosa le trova poi... colui? Non gli par bella forse?

— Bellissima. Egli rende piena giustizia ai pregi fisici della vostra amica. Una sola cosa gli parve insufficiente in lei.

— E cosa?

— L'anima, cara Contessa.

Elisa buttò dispettosamente il guanto, testè toltosi, sul tavolino prossimo.

— E dàlli.... anche lui, con quest'anima! È una scusa così comoda, ora. Che anima volete che abbia una povera ragazza al giorno d'oggi, coll'educazione che le si dà, colle leggi assurde che ha fatto la società! Vi accerto che Marina è una giovane piena di cuore, e ha dei bellissimi sentimenti, e il vostro amico non capisce...

Don Marcello incrociò le braccia sul petto in atto sì comicamente umile che la contessa dovette far bocca da ridere.

— No, no, vi assicuro..., sono contrariatissima. È un giovane simpatico, intelligente.

— Avete detto testè che non capisce niente.

— Un eccellente partito!... Mi rincresce all'anima. Fortuna che Marina non ne sapeva nulla.

— Uhm!...

— Ma no, vi accerto. Non le abbiamo fatto il più lieve cenno...!

— Tant'è.

— Dio, che ostinato!... Se vi dico che non ne sapeva nulla. E dopo tutto egli poteva non piacere a lei. Non è mica un Adone, il vostro amico. Scommetto ch'ella non lo avrebbe voluto.

— Perdereste la scommessa. — Ella sarebbe stata meno esigente di lui.

— Oh bella questa! Perchè?

— Perchè di sì... E se ci pensate un momento, converrete meco...

La Contessa pensò un momento, e in cuor suo convenne ch'egli non aveva torto. Ma scosse ancora il capo, dubbiosamente.

— Siete ingiusto per lei. Non l'avete mai potuta soffrire.

— Perdonatemi; non è esatto. Ho di lei molta stima, non avrei, se fosse altrimenti, pensato a proporla in moglie ad un mio amico. La benevolenza di cui l'onorate è la sua più valida commendatizia. Nelle sue speciali circostanze ella ha sempre dimostrato un tatto ed un senno commendevoli. Ma se fossi stato al posto di Fedimari...

— Avreste fatto come lui?

— Precisamente, Contessa.

Una pausa tenne dietro a questa schietta dichiarazione.

— Ebbene — disse la Contessa dopo un momento, tutto ciò è molto triste. Io, vedete... detesto tutte queste cose, questa forma di progetti di combinazioni. Mi pare che sia quasi una profanazione.

La sua bella fisonomia assunse inconsciamente un'espressione malinconica piena di sincerità e di sentimento. E continuò:

— Mi direte: ma a queste combinazioni, tu pure presti mano, mentre le critichi. Che volete!... Se ne vedono tutti i giorni, e a volte finiscono bene... meglio degli altri matrimoni. Ma è così triste, tutto ciò... sì dissimile dall'amore!

Modulò dolcemente, con dolcezza involontaria, l'arcana parola.

— Ma è la vita, Contessa. Due cose molto distinte, come vedete.

— Infatti. Si può vivere senza l'amore.

— Certo. Ad un patto però. Di non aver cominciato a provarlo.

— Non si comincia, ecco tutto; — rispose Elisa, sorridendo.

Egli ebbe un impercettibile moto delle sopracciglia. Ella sorrise ancora e soggiunse:

— E sopratutto non si comincia fuor di tempo.

Marcello Plana prese il libro che aveva testè deposto: Mad. Chrysanthème di Pierre Loti, e lo sfogliò un momento. Poi lo rimise sul tavolino.

— Insomma, questa volta abbiamo proprio fatto un buco nell'acqua! Me ne dispiace, credete.

— E a me pure, immensamente. Povera Marina!

— E contate rimettervi in campagna?

— Certo. In queste cose non bisogna mai fermarsi a contare i morti. Quella povera figliuola...

— Non la compiangete tanto. Anzitutto, ha un'amica come voi. Poi ha un'altra amica, pure tenerissima, di lei... lei stessa, cioè, colla tenacità del suo proposito. Vi assicuro che riescirà; col vostro concorso o senza.

— Dio lo voglia! Don Marcello. Vorrei vedere...

— Tutte le pecore sul monte? Che valida sostenitrice del matrimonio. Peccato che non vi ricordiate che, in certi casi, Cicero pro domo sua sarebbe il migliore degli argomenti.

Ella arrossì alquanto e scosse gravemente il capo.

— Oh! non si tratta di questo. Marina...

— Sì, lo so. Marina è abbastanza convinta, per conto suo, non siate in pena per ciò. Ma siete voi che...

Si arrestò; ella aveva lievemente aggrottate le ciglia e una espressione di tristezza passava sul suo volto.

— Voi... siete incorreggibile — completò Don Marcello. — Ed io pure, nel tormentarvi. Ma consolatevi, parto presto per Milano. Mi scriverete, nevvero, mi terrete a giorno dei vostri nuovi tentativi?

— Certamente. Benchè, a dir vero, in questo momento, non saprei proprio a che santo raccomandarmi per trovare...

— La rara avis? Il marito di Marina? Suvvia. Non v'inquietate. Verrà da sè... E ora rasserenate il vostro caro volto di missionario, e date un pensiero anche agli altri miseri mortali. Guardate la vostra posta che vi attende, chi sa da quanto.

— Infatti. Permettete?

Egli chinò il capo e tornò a recarsi fra le mani Mad. Chrysanthème, colle sue figurette birichine, mentre la Contessa andava rimestando in una piccola farraggine di carte, di giornali, di lettere che, giunte nella sua assenza, attendevano al posto solito, là dove il domestico aveva ordine di deporle, in una larga coppa di antico Giappone.

Una viva esclamazione, sfuggita alla Contessa, fece alzare il capo a Don Marcello. Essa leggeva frettolosamente, con evidente sorpresa e crescente soddisfazione una lettera abbastanza voluminosa. Quando ebbe finito, si lasciò andare sulla poltroncina e cominciò a ridere, ma di gusto... quel suo bel riso sonoro, che pareva tornarla sì giovane.

Egli la guardava, curioso, aspettando.

— Oh! — diss'ella finalmente, non appena le venne fatto, e sollevando trionfalmente la lettera — quando si dice il destino!

Guardate qui! Lo sapete voi cosa c'è in questa lettera?... Ebbene! Immaginate... C'è dentro nientemeno che... il marito di Marina!

Amen!... — disse gravemente Don Marcello Plana.

***

Era sola, oramai, e pensava!

Addietro, addietro negli anni, nei remoti recessi della memoria, ella trovava i ricordi dell'amica che le aveva scritto ora sì confidenzialmente e sì a lungo, dopo tanti anni di silenzio. Rivedeva i due giardini confinanti delle ville paterne, teatro dei loro giuochi, il pianoforte sul quale solevano assieme eseguire, con tanto impegno le sonatine, applaudite dagli amici indulgenti. Tecla d'Oppado era maggiore di lei, di parecchi anni, e le faceva da mammina all'occasione, con grande disinvoltura.

Ma la contessa Elisa rammentava senza rammarico alcuno, quella specie di amorosa supremazia esercitata su di lei; non solo per l'autorità di qualche anno di maggiore età ma anche per una speciale precocità del carattere di Tecla, precocità sì marcata, che pareva avere affrettato per lei il corso naturale del tempo e tutto arrecatole in anticipazione.

Tutto: l'amore, il matrimonio, la maternità.

A sedici anni, alla sua prima festa da ballo, Tecla d'Oppado era colpita in pieno cuore da una passione romantica ma sincera, per un brillante ufficiale, molto bello, molto nobile e molto rovinato. Pieno di spirito e di brio, disinvolto ed elegante come un moschettiere di Dumas, con un taglio d'occhi azzurri che metteva nelle loro orbite la profondità d'un mare, egli si accorse subito dell'impressione da lui esercitata su quel cuoricino. Tecla non era brutta ed egli la sapeva ricca, forse l'amò pure alquanto, a modo suo. Certo è che seppe convincerla ch'ella non poteva essere felice altrimenti che con lui e manovrò sì bene l'azzurro degli occhi suoi che la indusse a dire gravemente ai vecchi nonni, i quali sostituivano per Tecla i perduti genitori: O quello, o nessuno!

I buoni vecchietti provarono bensì a ridere di quell'ultimatum; ma dopo cinque o sei mesi d'indugio, davanti a quella faccetta pallida e risoluta, su cui parevano andar segnandosi certe stimmate, della famiglia di quelle ch'erano un tempo impresse sul volto della madre di Tecla, morta a ventott'anni di mal sottile, i nonni mutaron parere, e un bel giorno la fanciulla entrando in salotto, vi trovò il conte Aynardo Rescuati Melli. Otto giorni dopo, i giovani erano fidanzati.

Ella fu felice, inenarrabilmente felice. Subito si riebbe. Ci sono di quelle donnine così fatte, per le quali l'amore è simile alla selvaggia canzone dello zingaro fattucchiero che attira specialmente i bambini. Li chiama dai palagi, dalle case, dagli abituri, li toglie ai giuochi, alle gonne delle madri, irresistibilmente! Ed essi vengono giulivi, danzando, battendo le mani in cadenza colla canzone che li guida, dove sa lei, nei labirinti ciechi, nelle solitudini misteriose di una foresta senza fine, nelle strade perse, senza sbocco, della vita.

Ella ubbidì a quell'appello e danzò, giuliva, correndo sulle traccie del fattucchiero!

Dapprima, sul sentiero misterioso fu un incomparabile fioritura di gioie, ed ella tanto ritrovò della sua vita da poterne dare ad un altro essere, dieci mesi soltanto dopo essersi sposata. E le parve allora di poter gettare al destino un osanna di completa, assoluta gratitudine.

Le parve.

Poichè non è nostra la felicità che ci dona esclusivamente l'amore. Noi, col nostro facciamo assai, ma a tutto non si arriva e l'amore è zingaro e frequenta le strade disagevoli che rasentano gli abissi. Il conte Aynardo Rescuati Melli cominciò a sbadigliare un poco, passata quella prima festa di felicità coniugale e paterna. E un giorno, ahimè! s'avvide d'esser molto giovane per un marito ed un papà!

Già... un po' lunghetta la storia! Le sue doti brillanti, l'acciaio terso del suo spirito si arrugginivano in quella cittaduzza di provincia, fra quelle due graziose foggie di bimbi che aveva in casa, la moglie cioè ed il figlio. Per non pensare a quelle malinconie cercava di distrarsi; poveretto! E per distrarsi, consumava molto della dote che gli aveva recato Tecla e sbocconcellava pure un poco di quella fede ch'egli aveva recato a Tecla. Il cambio non era generoso, Tecla se ne avvide e si destò ad un tratto, nel fitto della notte e della foresta. Sola, lo zingaro era scomparso! La canzone non aveva più che un ritornello; quello di Tecla.

Ella era molto giovane, molto inesperta, attorniata da persone vecchie che avevano scordata la scienza della vita. Fu bene, mal consigliata da esse o dal suo cuore? Fu saggia nel suo risentimento? Aggravò la scissura, coll'impetuosità appassionata del suo dolore? Certo; aveva ragione la poveretta. Ma quando mai, in amore, aver ragione fu una ragione valida?

Il conte rientrò al servizio militare ed ebbe la nomina di addetto ad un'ambasciata estera. Ella rimase nel suo vecchio palazzo, coi vecchi nonni e col bimbo. Non erano separati. Egli veniva ogni tanto in famiglia, e purchè non troppo prolungate, quelle visite erano piacevolissime per lui. Faceva un mondo di feste alla moglie e al bimbo, recava loro doni ricchissimi, di un gusto squisito, narrava dei piacevolissimi aneddoti ed alludeva volentieri al tempo in cui, stanco del servizio militare, verrebbe a casa a piantare i cavoli e far studiare quel birichino.

Ma invece, un brutto giorno, a Vienna, se ne morì, stupidamente, in duello per una donna, che non valeva un'ora sola della vita più inutile di questo mondo. A Tecla, dissero ch'era morto di bronchite fulminante!

Quando egli fu morto, ella seppe una cosa: che l'aveva sempre amato, anche offesa, anche lontana da lui. Ma di lui, ora non restava che Roberto. Ed ella amò Roberto per due, per lui e per il padre suo.

Ci sono due maniere di amare le persone: A modo loro e a modo nostro. Coll'idea del come vorremmo essere amati noi, o del come esse amano d'essere amate. Il primo metodo, Tecla lo aveva applicato al matrimonio e non era stato coronato da un brillante successo. Perciò volle, col figliuolo, fare un nuovo esperimento, amarlo cioè a modo suo, contentandolo in tutto. A dir vero, ella corteggiava un fiasco, più colossale del primo, ma il destino, per questa volta almeno, chiuse un occhio sulla sua imprudenza. Nè ella, nè i nonni furono capaci di rovinare Robertino.

Il ragazzo era nato col bernoccolo della resistenza ai metodi sperimentali. Profittava naturalmente di quella tempesta di amore, ma a dispetto di quella trinità d'idolatrie, cosa incredibile... non diventava un ragazzaccio!

Era un ragazzo come gli altri, un po' più birichino forse, con una passione speciale per fare il chiasso ma comodamente, a casa sua. Non diceva bugìe, forse perchè non aveva mai avuto bisogno di dirne, voleva quel che voleva; spiattellato, senza rigiri. Tiranneggiava la mamma, questo va da sè, trattava i nonni con una disinvoltura notevole e dimostrava a loro riguardo una estrema libertà di spirito, ma era loro affezionato e stava volontieri in casa.

Non era un'aquila d'ingegno e studiare gli parve sempre una cosa perfettamente inutile, ma egli strinse le più cordiali relazioni cogli innumeri maestri che la mamma, pur di non mandarlo a pervertirsi nelle scuole pubbliche, gli faceva pullulare in casa. Tutte queste brave e colte persone, egli finiva invariabilmente collo scoraggiarle come istruttori, ma se ne faceva degli eccellenti compagni di escursioni e di cavalcate, nonchè dei caldi amici personali. Andava a caccia col fattore, il quale lo adorava e lo derubava doverosamente e gli diceva sempre, accennando dei larghi tratti di paese: Vede, tutto questo è suo. Le piante, il grano, l'erba, i sassi, le bestie, tutto suo. E anche la roba dei vecchi, quelle belle tenute laggiù, sue anche quelle. Cosa vuol stare a rompersi il capo sui libri?... Lo lasci fare a noi, poveri disperati. E lei, stia allegro e se la goda.

E lui... sfido io, non dava torto al fattore, quel diavolo di ragazzo.

Elisa rammentava benissimo quel monello di Bertino. Doveva essere sugli otto anni quando ella e Tecla si separavano, ah! con quanto dolore di entrambe! Tecla, per andare a stabilirsi in un'orrenda cittaduzza delle Marche, ove uno zio canonico aveva testè lasciato una bella eredità a Bertino; Elisa per seguire il padre suo, in un giro scientifico in Sicilia.

Veramente fu un dolore, quella separazione. Erano amiche nel senso reale, sì raro della parola, malgrado la non lieve differenza d'età, malgrado la non pari posizione. Due anime proprio fatte per simpatizzare, quella vedovina malinconica, non ancora scevra di tutte le sue ubbie di fanciulla, e quella fanciulla grave, posata come una piccola matrona. Per tanti anni non s'erano più vedute, la corrispondenza erasi mantenuta per un tempo non breve, ma poi era venuta meno. Tecla era assorbita dalle sue cure per Berto, ed Elisa aveva ormai delle mansioni speciali presso il padre suo.

Afflitto da un inesorabile e progressivo indebolimento della vista, il barone Nardi, soffriva crudelmente di non potersi più dedicare ai severi studi storici, cui doveva la sua alta fama di scienziato. Ma questo dolore, la figlia alleviava quanto era in poter suo, prestando al padre i suoi begli occhi di Antigone, la sua armoniosa voce di lettrice e la chiara calligrafia, della quale la sua mano elegante rivestiva il dettato di lui sui fascicoli della sua grande opera: Le rivoluzioni dei Comuni Italiani. E una cosa soleva dire, serenamente, Elisa Nardi, (che le attirò un buon rabbuffo della zia Balbina, la testa forte della parentela): ch'ella, cioè, sposerebbe tanto volentieri un uomo che somigliasse al padre suo! E il bello è, che n'era proprio convinta, e aveva chiesto seria seria: perchè? quando la zia Balbina le aveva detto alzando le spalle:

— Per amor di Dio, figliuola mia, non farti sentire a dire di queste corbellerie. Già! l'ho sempre detto, che tu vivi sempre nel mondo della luna.

La zia Balbina, dal suo punto di vista non aveva tutti i torti; ma convien dire che nel mondo della luna non ci si stia poi tanto male, perchè Elisa, coi suoi bizzarri ideali e colle sue funzioni d'amanuense, pareva, ed era proprio felice, e in fatto di matrimonio non se la pigliava con quel fervore più o meno ben celato di molte fra le nostre belle signorine. In casa, la Signora era lei, suo padre l'adorava, attorno a loro s'era fatto un circolo, un po' esclusivo a dir vero, di vecchi amici di casa, quasi tutti assai colti.

Fedele all'antica amicizia con Tecla, Elisa non ne aveva contratte altre, con giovani signore o signorine. Coi giovani era alquanto a disagio.

Essa passava per una signorina eccezionalmente colta, ed alcuni giovinotti, che se ne sarebbero facilmente invaghiti, conoscendola sotto un altro nome, trovavano spiritoso di simulare un piccolo brivido di paura, o una smorfia di riverente sgomento, quando si parlava di lei.

Fanciulletta ancora, aveva perduta la madre. Priva dei suoi consigli, entrata giovanissima nel gran mondo, non aveva saputo evitare qualcuno dei tanti scogli di quel mare infido. Non aveva toccato che delle piccole ferite, subito rimarginate dalla reazione del buon senso e dall'innata equità; ma di quelle che in certe anime ultra delicate, lasciano una traccia e anticipano di anni ed anni il segreto disgusto del mondo. Così: alle grandi riunioni, alle feste, Elisa preferiva di gran lunga la compagnia del padre e quella che gli chiamava d'attorno la sua larga ospitalità di scienziato gran signore. Intelligenza veramente eccezionale, coadiuvata da profonde cognizioni, il barone Nardi amava coltivare le serie doti mentali di sua figlia, addestrando lo spirito di questa al pregio tanto femminile della ricettività intellettuale.

In quell'ambiente ove nulla penetrava di frivolo, in mezzo a studii prediletti e a persone simpatiche ed omogenee, padre e figlia erano felici ed Elisa non si rammentava che alla sua età, a 24 anni, ella avrebbe potuto essere da tempo maritata. Non ci pensava, ecco tutto.

Ma qualcuno ci pensava per lei. La zia Balbina procurò un giorno di trovarsi sola col fratello e gli chiese, coll'intrepidità di chi sa di compiere un'opera meritoria, se contava di sacrificare definitivamente l'avvenire di sua figlia al piacere di averla a segretario dei suoi lavori storici.

L'autore delle Rivoluzioni dei Comuni Italiani cascò dalle nuvole.

Lui! sacrificare sua figlia!

Rimase senza parola, subitamente addolorato ed impensierito davanti alla categorica domanda di quella energica sorella. Il suo egoismo (se davvero n'era stato colpevole) era d'indole affatto inconscia, poichè gli era sempre parso che la figliuola fosse felice con lui, nè desiderasse di mutar vita. Così era infatti, per un assieme di circostanze affatto speciali; ma lo zelo della zia Balbina tanto seppe evocare l'immagine dell'avvenire e rammentare al barone quella tal legge di natura che sbarazza l'umanità della sua parte eccedente ed inutile (dei padri vecchi, per esempio) ch'egli cominciò a ricordarsi che infatti, da qualche tempo in qua, si sentiva alquanto deperire in salute. Già, veramente... era stato un grande egoista.

Osservò umilmente alla sorella ch'egli, però, non aveva mai contrariata la figliuola. Elisa era perfettamente libera di scegliere chi più le piacesse per compagno della vita.

Oh! come rise di cuore la zia Balbina quando udì queste parole! Come rivelavano lo scienziato, l'uomo che non aveva mai avuto, scusasse... un po' di senso pratico della vita. L'Elisa aveva avuta in retaggio da lui, la stessa assenza di sano positivismo; era una piccola marmotta che non sarebbe mai stata capace di pescarsi un marito, con tutte le sue doti trascendentali. Oltre a ciò, era una ragazza eccezionale, che uno dei soliti giovanotti mondani avrebbe resa infelicissima. Per Elisa ci voleva un uomo serio, coltissimo, di uno spirito superiore. Penserebbe lei, insomma, a trovarlo.

A ciò non si oppose il barone. La zia Balbina lo aveva destato come da un sogno; e ora egli si chiedeva come avesse potuto farlo sì quieto, sì prolungato!... E giacchè c'era questa terribile necessità che le figlie dovessero prender marito e i padri rimaner soli, dopo averle tanto amate, dopo essersele tenute a fianco, sì care, per tanto tempo, compagne del cuore e della mente, luce e vita della casa... ebbene... facesse pure, la zia Balbina!...

È d'uopo convenire che la zia Balbina, ispirata dal suo zelo, non operò per nulla colla testa nel sacco, e compì la sua missione coscienziosamente e secondo la sua più stretta idea del dovere e di ciò ch'ella giudicava più atto alle speciali esigenze di sua nipote. Non ebbe pace sicchè non ebbe trovato un uomo, che, a farlo apposta colle mani, non poteva esser più adatto a quella cara Elisa. Uno scienziato anche lui... come quel benedetto papà, meno che la sua malattia era la numismatica. Ricco, nobile, istruito, un pozzo di scienza! Sui quarant'anni, ma un bell'uomo ancora. E un carattere così solido... così calmo, una perla d'uomo.

Insomma quello doveva essere proprio l'ideale di Elisa, quello che meglio rispondeva a tutte le sue idee, le sue abitudini, le sue tendenze! Zia Balbina sfidava chicchessia a trovare per Elisa un marito più ad hoc del conte Emilio Serramonti!

Tutto ciò era molto vero in sostanza e il cuore di Elisa era come una bella casettina nuova che non ha ancora avuto inquilini. Ella accettò fiduciosamente quello sposo, le cui qualità erano indiscutibili, e che aveva comuni con lei e col padre suo tante idee e tante simpatie. E quando, pochi anni dopo il matrimonio della figlia, il barone Nardi si sentì presso la sua fine (immatura dopo tutto, poichè non toccava i 50 anni) benedì in cuor suo il gran dolore che gli aveva imposto la zia Balbina. Oh! sì! poteva chiuder gli occhi in pace, contento del suo sacrificio. Lasciava la sua Elisa nel pieno possesso di una calma, di una ragionevole felicità. Di una cosa soltanto si rammaricava: che ella non avesse figli. Da qualche tempo, più specialmente, questa circostanza lo impensieriva.

Ma zia Balbina, venuta in quei giorni dolorosi, a recare il conforto e l'aiuto della sua testa pratica, combattè colla più consolante energia quel rammarico del fratello.

Ma che! Ubbie! Una donna intellettuale, come Elisa, dotata di sì grandi risorse di spirito, con un marito, quale glielo aveva procurato lei stessa, poteva benissimo far senza della distrazione dei marmocchi. Suo marito amava ricevere, essa lo coadiuvava mirabilmente, avevano un salone letterario frequentato dalle più alte intelligenze. Che poteva desiderare di più, coi suoi gusti, quella povera cara Elisa!

***

Veramente, quando, in capo a poche settimane, quella povera cara Elisa perdette il padre suo, una cosa soltanto desiderò con intenso desiderio e fu che la lasciassero sola col suo dolore. Provò una violenta gratitudine pel marito, il quale la sottrasse alle consolazioni e ai ragionamenti pratici di zia Balbina, conducendola seco a fare un lungo viaggio durante il quale egli si occupò assai colle sue medaglie e lasciò ch'ella si occupasse colle sue lagrime e col suo immenso rimpianto.

Non mai, come in seguito a questo pietoso salvataggio, ella fu tentata di credersi ciò che tanto si applicava ad essere: una moglie felice. E quando suo marito ammalò alla sua volta d'una lunga e gravosa malattia che li trascinò per anni ed anni, in caldi e lontani paesi, unica infermiera del conte Emilio fu la moglie sua. Veramente affettuosa ed intima e dolcemente fraterna fu l'esistenza di quei due!

Quando egli morì, dopo solo sei anni di matrimonio, di una dolce morte, confortata da sincere lagrime, ella si sentì veramente sventurata. Le parve che colla nuova si riaprisse in lei l'antica ferita. Nella sua completa solitudine morale, quelle due care memorie ella confuse in un culto di indole quasi pari, e le parve di sentir compiuta e chiusa la vita del suo cuore, nella duplice tristezza del suo lutto di figlia e di sposa...

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A Costantinopoli ella aveva perduto suo marito, ed ella stessa ne ricondusse la salma in Europa.