L’ITALIA NEL 1898


N. COLAJANNI

L’ITALIA NEL 1898

(TUMULTI E REAZIONE)

Il quarantotto italiano, compiuto poi nel ’60, non fu neppure politico, fu strettamente nazionale e meschinamente unitario e dinastico. L’Italia attende ancora il suo quarantotto politico, che le dia le condizioni essenziali della vita moderna, e permetta di studiare il passo sulla via già percorsa dalle nazioni sorelle.

FILIPPO TURATI

MILANO
SOCIETÀ EDITRICE LOMBARDA
Corso Venezia, 13


[INDICE]


A CHI LEGGE

Il lettore intelligente sa che non è cosa facile scrivere la storia contemporanea e dire tutta quanta la verità, o quella, che, in buona fede, tale si crede. Non si può dirla specialmente quando essa può procurare molestie e persecuzioni agli attori o ai testimoni; quando si può sospettare, che impedimenti verrebbero posti alla circolazione di un libro, che si proponesse di farla nota tutta intera.

Questa avvertenza serve per coloro, che mi hanno somministrati elementi preziosi sui fatti di Milano e che non li vedranno in queste pagine riprodotti, non ostante che essi si siano dichiarati pronti a sostenere la esattezza delle loro informazioni anche nei Tribunali.

La prudenza che mi ha suggerito di ometterli non ha spiegato la sua azione nello interesse mio personale; ma in quello del libro, che potrà compiere opera utile correggendo errori e pregiudizi, che hanno falsato la pubblica opinione. Il libro mira sopratutto a far breccia in quella che lo Zerboglio ha chiamato la reazione onesta e che costituisce la forza maggiore dei politici partigiani e disonesti.

Così è: nella massa degli avversari del socialismo e della democrazia in genere, in Italia e in questo quarto d’ora, per deficienza di cultura e di conoscenza degli uomini e delle cose, la grande maggioranza è composta di persone che, con tutta sincerità, credono che la reazione presente sia stata provocata dalle colpe e dagli errori dei socialisti e dei democratici di ogni gradazione; e che essa sia necessaria per salvare lo Stato e la società.

Questo libro si rivolge alla reazione onesta nella speranza di richiamarla alla realtà e di ricondurla sopra la retta via. Vi riuscirà? Lo ignoro; per riuscire, però, ho messo ogni studio — anzi si dirà che sono stato esagerato in questo studio — per esporre i fatti quali li presentarono i giornali conservatori o reazionari — Corriere della Sera, Perseveranza, ecc., di Milano; Nazione di Firenze, Corriere e Mattino di Napoli, ecc., ecc., e il periodico I Tribunali di Milano, che pubblicò i resoconti stenografici dei processi svoltisi innanzi ai Tribunali di guerra della stessa Milano col visto del Regio Commissario straordinario Generale Bava-Beccaris. In quanto ai giudizî sulle cause prossime, che generarono i fatti, del pari, ho messo la massima cura nel presentarne una specie di antologia ricavata da articoli e dai libri dei monarchici più autorevoli, più colti e più onesti.

Dai lettori invoco un benevolo compatimento per le deficienze dello stile e della esposizione, che in questo mio libro sono maggiori che nei miei precedenti. Per farmele perdonare dirò loro che scrissi in gran fretta i singoli capitoli e li mandai a stampare uno per uno nella speranza di poterli in ultimo rileggere in una volta per correggerli, coordinarli e completarli. Per ragioni da me indipendenti non potei compiere che assai incompletamente questo necessario lavoro di fusione e di revisione. Ad ogni modo, tale quale esso è rimasto, spero che verrà accolto come la espressione di chi non si è proposto che la ricerca della verità e il bene del proprio paese.

Castrogiovanni, 12 Dicembre 1898.

Dott. Napoleone Colajanni


I. SIAMO IN RITARDO

Imprendendo a dire, con tutta la prudenza imposta dalla reazione trionfante, dei casi che si svolsero in Italia nella primavera 1898 e che, per colpa del governo, assunsero proporzioni minacciose ed impronta speciale in Milano nelle giornate dal 6 al 9 Maggio, sento il bisogno di riprodurre le pagine colle quali posi termine al libro sugli Avvenimenti di Sicilia del 1893-94, che agli ultimi intimamente si connettono.

Scrivevo adunque nell’autunno del 1894: «I segni precursori del principio della demolizione di tutto ciò che esiste in politica in Italia non mancano e presentano una grande analogia con quelli che nel secolo scorso precedettero lo scoppio tremendo della rivoluzione francese».

«Si legga l’Ancien régime di Tocqueville e di Taine e si vedrà che in Francia prima del 1789, come a Napoli, nelle Puglie, in Sicilia nel 1893 e nel 1894, si sente che c’è un popolo in rivoluzione latente, che aspetta l’occasione per irrompere; che questo popolo manca ancora di organizzazione e di capi, non avendo più fiducia in quelli che hanno l’autorità legale. Anche allora si gridava: «Pane, non tasse, non cannoni! ch’è il grido del bisogno, dice Taine, e il bisogno esasperato irrompe e va avanti come un animale inferocito. E i magazzini, i convogli di cereali arrestati, i mercati saccheggiati. E si grida: Abbasso l’ufficio del dazio! E le barriere sono infrante, gl’impiegati vinti e scacciati... E si danno al fuoco i registri delle imposte, i libri dei conti, gli archivî dei comuni e si fa tutto al grido di: Viva il Re!»

«La scena descritta dal Taine per Bignolles e per altri siti non sembra la fotografia di ciò che è avvenuto a Valguanera, a Partinico, a Monreale, a Castelvetrano, a Ruvo, a Corato? Eppure i contadini di Sicilia e di Puglia non sanno o non conoscono cosa sia la rivoluzione francese, i cui preludî imitano e ripetono!»

«Non basta ancora; l’analogia continua più grande che mai sulle cause, che accelerano la catastrofe in Francia e che potranno accelerarla adesso in Italia. Si disse dei gravissimi imbarazzi finanziari in cui si dibatte il nostro paese; e Gomel ha messo stupendamente in evidenza le cause finanziarie della rivoluzione francese».

«Qualche piccola inversione nell’ordine degli avvenimenti vi potrebbe essere; quando Joly de Fleury si decise all’aumento delle imposte i Parlamenti di Francia protestarono e invocarono la riunione degli Stati Generali. Noi non abbiamo assemblee che per la loro storia si rassomiglino ai Parlamenti francesi, ma abbiamo una Camera dei Deputati, che dovrebbe equivalere agli Stati Generali, la quale sotto l’incubo dello scioglimento ha approvato le imposte proposte dall’onor. Sonnino e che potrà essere disciolta se non farà quell’ultimo sforzo, che si chiama ultimo per ischerzo, ma ch’è sempre seguito dalla domanda di un altro».

«Chi può garantire che in Italia non si cominci da uno scioglimento mentre in Francia si cominciò da una convocazione? E qualche altra differenza ci sarebbe ancora nei protagonisti del prologo. L’Italia da alcuni anni ha visti i Maurepas, i Vergennes, i Calonne, i Brienne, i Joly de Fleury ed anche i d’Ormesson; l’Italia potrà anche trovare il suo Neker; ma in tanta decadenza indarno cerca un Turgot! Dov’è il Ministro che dica coraggiosamente al Re ch’è impossibile ogni ulteriore accrescimento delle imposte; che prestiti non se ne possono fare più; che la salvezza è nelle economie e nelle riforme?»

«E tutto ciò disse Turgot al buon Luigi XVI; ma non fu ascoltato!»

«Lo sarebbe adesso in Italia?»

«Nessuno può dirlo; ma tutti devono riconoscere che gli avvenimenti incalzano e che la scintilla partita dalla Sicilia, che nell’arte, nella coltura, nella organizzazione sociale, in tutto, si trova — come direbbe Giuseppe Ferrari — in ritardo di fronte alle fasi di sviluppo percorse dalla Francia e da altre regioni dell’Alta Italia, che sentirono l’alito della rivoluzione francese: quella scintilla, ove non si provveda in tempo, potrà, varcando lo stretto, far divampare l’incendio nel resto d’Italia».

«Comunque, se insipienza di uomini di governo o fatalità di cose vorranno che gli avvenimenti non abbiano quel corso pacifico ed evolutivo, che dev’essere vagheggiato da quanti conoscono i danni e gli orrori delle cruenti rivoluzioni, io faccio voti ardenti pel bene del mio paese che il grido: «morte a li cappedda» non possa acquistare quella triste celebrità che al di là delle Alpi acquistò il grido: Les aristocrates à la lanterne!»[1]

Il riavvicinamento tra i prodromi della grande rivoluzione francese e gli avvenimenti di Sicilia, che riporta il nostro paese ad un secolo fa, può oggi essere completato con un altro riscontro storico che somministra l’Inghilterra.

Al di là della Manica l’evoluzione politico-sociale non fu tranquilla e pacifica sempre, come, nelle sue grandi linee, si è andata svolgendo nella seconda metà di questo secolo.

Vi furono due grandi periodi di sommosse, di tumulti, di repressioni sanguinose e di reazione, che ricordano la fase che attraversa l’Italia dal 1893 in poi. Il primo va dal 1799 al 1824; il secondo dal 1837 al 1848. Tra i due periodi non mancarono le agitazioni, che terminarono qualche volta in conflitti sanguinosi — specialmente nel 1819, nel 1831, nel 1832, nel 1839, ecc.; — e non fecero difetto completamente dopo il 1848: astraendo dall’Irlanda — dove gli avvenimenti presentarono sempre caratteri complessi non paragonabili mai con quelli italiani — per tutti basta ricordare la domenica sanguinosathe bloody Sunday — 13 novembre del 1887.

I due periodi storici inglesi, classici per le turbolenze, il secondo dei quali comprende il movimento cartista, vanno rievocati oggi in Italia per concludere dal confronto — da completarsi più tardi — che se in Inghilterra fossero stati adottati i criteri di governo che formano ormai la gloria non invidiabile della borghesia italiana, il boja avrebbe dovuto lavorare in permanenza; gli anni di galera distribuiti ai ribelli e ai sovversivi avrebbero dovuto contarsi non più a secoli, ma a migliaia di secoli; la costituzione anzichè svolgersi sempre più e continuamente nel senso democratico avrebbe dovuto essere soppressa; la reazione sfrenata, insomma, quale del resto la vagheggiò e consigliò in Inghilterra il partito dell’ultratorismo, vi si avrebbe dovuto insediare sovrana e incrollabile.

Qualcuno potrà obbiettare, che accennando al lavoro del boia si vien meno alle condizioni di una buona comparazione e che viene a mancare ogni analogia, perchè condanne a morte ci furono in Inghilterra — benchè non eseguite — ma non una — eccettuato il caso Barsanti, che non entra nel periodo in discussione — ne inflissero i mal giudicati Tribunali militari Italiani nel 1894 e nel 1898.

All’obbiezione si trova risposta nelle differenze tra i due paesi: nella natura degli avvenimenti, nella proporzione e durata delle repressioni, nella giustizia delle altre pene, nella serena imparzialità dei giudici ordinari — e non eccezionali — nella sapienza e moderazione delle classi dirigenti e dei governanti.

Le differenze ci sarà occasione di rilevarle, nella misura consentita dall’indole di questo scritto, man mano che procederà la narrazione; e le differenze eloquenti non potranno non richiamare alla realtà triste della nostra enorme inferiorità politica e morale, quanti leggeranno coll’animo intento alla ricerca del vero.

Per ora basta fermare questo: che i tumulti, le sommosse, i tentativi coscientemente insurrezionali che afflissero l’Inghilterra per cinquant’anni circa spesso tolsero a pretesto le riforme politiche; ma il fondo dei movimenti fu e rimase sempre economico. Non cade dubbio sulla natura del movente nel primo periodo dei torbidi inglesi; invece qualcuno vorrebbe negarla pel secondo. E in verità, guardando alla superficie e alle dichiarazioni di alcuni capi del cartismo, si potrebbe credere che questo movimento celebre, durato circa dieci anni, sia stato essenzialmente politico. Erano, infatti, d’indole politica i famosi sei articoli della Charta del popolo; ma nella intenzione dei cartisti delle due scuole, essi dovevano servire come mezzo per ottenere il miglioramento economico delle masse lavoratrici.

I promotori ed organizzatori del movimento trovarono grande seguito per lo appunto perchè tristissime erano le condizioni economiche degli operai nella grandissima maggioranza.

Ciò era a conoscenza dei capi del cartismo; tanto che il reverendo Stephens, uno dei più audaci e dei più infervorati, predicava che il cartismo era sopratutto una quistione di forchetta e di coltello!

Risalendo dal caso particolare all’indole generale dei movimenti politici inglesi, il Rise, ch’è uno degli scrittori che ha iniziato la illustrazione della cosidetta Era Vittoriana, ha scritto queste parole significative non per i soli inglesi ma per tutti i popoli che hanno coscienza delle proprie sofferenze: «John Bull al verde, egli osserva, è il più persistente dei malcontenti e svolge principî politici — ma sempre con un occhio volto agli affari futuri. Quando è sazio di carne e di birra ha poche idee e la sua soddisfazione è colossale». (Rise of democracy. London. Blackie et Son 1897 pag. 129). A provare l’esattezza del giudizio, un poco più oltre aggiunge: «Appena R. Peel risolvette la quistione tributaria, la stabilità fu assicurata alle industrie, alla società, alle istituzioni». (pag. 130).[2]

Il 1848 trovò disarmato il cartismo dalla precedente riforma; così l’eco della proclamazione della repubblica in Francia, invece di trascinarlo ad una rivoluzione trionfante, ne segnò la morte. La sua, però, non fu opera inutile: destò dal letargo le classi dirigenti, mise sotto i loro occhi i pericoli cui andavano incontro ostinandosi nella resistenza e contando sulla repressione e le costrinse alle trasformazioni economiche e politiche indicate dai tempi, reclamate dal popolo.

I sei articoli della Charta, dichiarati da principio irrealizzabili, incontrarono la sorte di molte utopie e in gran parte oggi sono stati tradotti in leggi; con questo in più: che ogni riforma politica fu seguita — più raramente preceduta — da una riforma economica. Così da questa lezione dei fatti svoltisi in Inghilterra emergono insegnamenti non solo per le classi dirigenti italiane, ma anche per una parte degli elementi avanzati, che — almeno sino a poco tempo fa — tenevano in grande dispregio la politica. La tenne anche in dispregio Roberto Owen, più di sessant’anni or sono, al di là della Manica e smarrì la diritta via per conseguire quelle riforme economiche e morali di cui fu apostolo geniale.

Ma è per le classi dirigenti italiane, che sopratutto sono ricchi di ammaestramento questi raffronti storici dell’Italia colla Francia da una parte e coll’Inghilterra dall’altra.

In Francia la cecità dei governanti nel secolo scorso condusse alla grande rivoluzione con tutti i suoi eccessi e con tutti i suoi orrori, che potranno ripetersi se la degenerata borghesia, che ha in mano le sorti della terza repubblica, non si libera dalle strette del militarismo. In Inghilterra le classi dirigenti, imitando gli esempi dei buoni tempi di Roma, seppero sempre cedere a tempo. Se ricorsero alla repressione, anche energica, non la resero sistematica, facendola assurgere ad esclusivo metodo di governo e risposero ai tumulti da disagio economico con riforme economiche; ai tumulti ed alle agitazioni politiche fecero seguire le riforme politiche. Sinanco quando i movimenti vi assunsero forme decisamente criminose le classi dirigenti inglesi guardarono al fondo e alla sostanza e pensarono di eliminare il delitto allontanandone le cause. Così la borghesia e l’aristocrazia, e sopratutto gli industriali, allarmati ed indignati pei famosi delitti di Sheffield, cominciano nel 1867 una grande inchiesta colla intenzione di riuscire alla repressione severa del fenomeno criminoso; ma appena constatatolo, anche per la confessione di qualche reo, si cambia rotta e si riesce alla sapiente prevenzione colle leggi del 1870 e del 1875, che accordarono agli operai la più ampia libertà di organizzazione, di sciopero e di quel picketing, che sembrerebbe anche una enormità a molti democratici italiani[3].

Di fronte ai tumulti, alle sommosse, alle insurrezioni, adunque, alle classi dirigenti italiane la storia addita due vie tracciate senza incertezze e quasi senza alcuna di quelle oscillazioni e deviazioni ordinarie nel corso degli avvenimenti sociali. Sull’una sta scritto al termine: rivoluzione; è la via battuta dai governanti francesi. Sull’altra, al principio risplende una insegna sulla quale si legge: riforme. È l’insegna antica di casa nostra — l’insegna di Roma; ma l’Inghilterra l’ha rimessa a nuovo e l’ha circondata di affascinante forza di persuasione[4].

L’Italia è in ritardo nella sua evoluzione rispetto alla Francia e all’Inghilterra; ma se questo ritardo sotto molti aspetti è deplorevole, esso ha almeno un lato buono: consente al nostro paese di trarre profitto dei risultati degli esperimenti politico-sociali che furono fatti altrove.

II. LA MARCIA DELLA SOMMOSSA

La formula: riforme o rivoluzione, — formula adottata dal partito repubblicano parlamentare nel manifesto indirizzato al paese all’indomani della repressione dei tumulti di Aprile e Maggio 1898 (Rivista popolare. Anno III, 21) — sembrerebbe adatta a chiudere questo studio; invece la si è allogata nel proemio. Non a caso. Al lume del dilemma che la storia pone ai governanti d’Italia si può esaminare quali le tendenze che si possono constatare per prevedere, entro i limiti delle previsioni sociologiche, se si otterranno le riforme o se si arriverà alla rivoluzione.

Queste tendenze non si possono indurre dalla osservazione degli avvenimenti svoltisi nel corso di pochi anni; nè si può assicurare che le riforme non verranno più tardi solo perchè esse non vengono fatte immediatamente. Ogni riforma la quale vuole raggiungere lo scopo prefisso dev’essere preparata e maturata con intelletto e con amore, con conoscenza piena delle condizioni da modificare e delle altre, che alle medesime si spera sostituire.

Il malessere economico, politico e morale in Italia non data da pochi anni, perchè dal 1870 in poi è andato crescendo, quasi senza interruzione; i segni ne furono manifesti e indussero allo studio delle cause che lo generarono i privati e lo Stato.

Questi studî sono notissimi e non occorre enumerarli; tra i tanti basta ricordare l’Inchiesta parlamentare agraria, che se ha poco valore in alcune parti, ne ha uno sommo nel Proemio e nella conclusione magistralmente esposta da Stefano Jacini.

Dal volume breve di mole e ricco di contenuto dell’illustre senatore lombardo sono scorsi alcuni lustri e di rimedî adottati tra quelli indicati come necessari ed urgenti si ha scarsa notizia e magrissimi risultati. Sicchè da allora ad oggi i mali deplorati, anzicchè diminuire, andarono crescendo in guisa da rendere facile a qualunque osservatore mediocre la previsione di qualche catastrofe, per la innegabile persistenza delle classi dirigenti nel sistema di governo che era riuscito disastroso per tanti anni.

Se il periodo dell’osservazione in Italia fosse soltanto durato da Caltavuturo — 21 Gennaio 1893 — alla primavera del 1898, si potrebbe dire che esso sarebbe stato insufficiente per indurre le tendenze? Ciò potrebbe dirsi pel passato remoto; non più oggi. Nella esperienza sociale c’è acceleramento rapidissimo ch’è in ragione diretta del tempo trascorso e dell’esperienza aumentata in ragione composta dei mezzi di studio sempre più copiosi e perfezionati e degli altri per divulgare i risultati raccolti.

Infatti in Inghilterra non si comprende la lentezza delle nostre Inchieste e l’oblìo cui vengono condannate dopo compiute — condizioni tra noi divenute inseparabili e che destano un sorriso d’incredulità quando qualcuna nuova ne viene annunziata. Il pubblico, anzi, l’accetta come una indecente mistificazione; ed a giudicarne dalla ordinaria inutilità, non sbaglia.

Dell’Inghilterra, invece, si sa questo: che cominciato lo studio delle condizioni delle Trade-Unions nel 1867 in seguito ai delitti di Sheffield, si venne ai primi provvedimenti nel 1871; che constatata con una inchiesta nel 1868-69 la poca diffusione dell’istruzione, si ebbe il primo Education act nel 1870; che ripreso, con un’altra inchiesta lo studio dell’Irlanda nel 1879-80 il Gladstone dette il grande land act per l’isola Verde nel 1881. Gli esempi potrebbero continuare; e il significato di questa lodevole rapidità nel far seguire il rimedio alla diagnosi non può essere infirmato dalla relativa lentezza sui provvedimenti radicali per combattere la disoccupazione; a riguardo della quale, del resto, alcune misure parziali lenitive si sono prese. Ma qui conservatori, liberali, radicali e socialisti, che hanno rivolto le loro cure al grande problema, con pari ardore, si capisce che devono procedere coi piedi di piombo, perchè si tratta di una delle manifestazioni più salienti della questione sociale.

Quanto diversa corre la bisogna in Italia! Quel capitolo degli Avvenimenti di Sicilia che intitolai dalla desolante inazione del governo di fronte ai mali constatati — Nulla è mutato! — potrei ripeterlo oggi applicandolo all’Italia tutta, e potrebbesi rendere il titolo più espressivo e corrispondente alla verità affermando che da allora ad oggi: Molto s’è peggiorato! Al lume dei fatti si vedrà che questo pessimismo è giustificato.

La necessità e l’urgenza di opportuni provvedimenti che dalla Sicilia si estendessero a tutta la penisola ed alla infelicissima tra le sue regioni, la Sardegna, emergevano evidenti dalle discussioni parlamentari del 1894, continuate ed allargate successivamente.

Furono gli ardenti unitari come Fortunato, Imbriani, ecc., che insistettero nel dimostrare che il disagio che affliggeva le popolazioni al di là dello Stretto, imperversava del pari in tutto il resto del regno. Era vero; ed erravasi soltanto affermando che in Sicilia il malessere non avesse caratteri particolari, che lo rendevano più sensibile.

Qualche cosa si fece per la Sicilia — utilissima l’abolizione del dazio di uscita sui zolfi, che permise la costituzione dell’Anglo-Siciliana; e ciò, in parte, spiega la tranquillità del 1898 di alcune provincie. Ma le condizioni peggiorarono nella penisola, o almeno non furono sensibilmente alleviate. Era prevedibile quindi, e fu previsto, che le manifestazioni del disagio, dovunque non ne erano state rimosse o attenuate le cause, dovessero presentarsi o continuare. La scintilla, perciò, che nel 1892-93, poco mancò non divenisse grande incendio in Sicilia, varcò lo stretto negli anni successivi.

Dal 1894 a tutto il 1897, in corrispondenza della varietà delle condizioni economiche, politiche, morali e intellettuali, che è propria delle diverse regioni d’Italia — fatta federale dalla natura e dalla storia — i segni del malessere profondo sono differenti nel mezzogiorno, nel centro e nel settentrione.

Mentre in Sicilia, nel Napoletano, nel Lazio si tumultua, s’incendiano le case comunali, gli uffici daziari al grido Viva il Re e si continua ad eleggere quei deputati e quei consiglieri provinciali e comunali, cui si attribuiscono i malanni contro i quali si sollevano; nel Piemonte, in Lombardia, nella Emilia, ecc., — regioni dalla maggiore coltura intellettuale e politica e dall’industria maggiormente sviluppata — la protesta assume forme e caratteri moderni e civili: le sofferenze dei lavoratori si traducono in iscioperi, in elezioni di consiglieri e deputati repubblicani, socialisti ed anche conservatori nel senso buono — appartenenti, cioè, a quel gruppo, che fa capo all’onor. Colombo e che da anni domanda un mutamento d’indirizzo nella politica e nell’amministrazione dello Stato.

La storia di questi scioperi — parzialmente illustrati con metodo positivo dall’Einaudi — e di queste elezioni come prodotto del malcontento e del disagio è ancora da farsi e deve mettersi in chiaro l’anomalia del buon successo degli scioperi agricoli a preferenza di quelli industriali. È certo, però, che i governanti, di fronte a queste proteste civili e moderne, tennero un contegno incivile e disumano: non seppero che applicare l’art. 247 ed altri analoghi articoli del Codice penale — che in Italia stanno a fare le veci del picketing inglese! — ricorrere alla violenza ed organizzare la concorrenza nel lavoro dei soldati a benefizio dei capitalisti. Questi esempi, che venivano dall’alto dovevano consigliare i lavoratori dall’affidarsi ai mezzi legali e convincerli, al contrario, che essi non potevano sperare salvezza e miglioramento se non dall’uso della forza brutale.[5]

Si accenna appena a queste manifestazioni legali del disagio illegalmente represse dal governo che sotto Di Rudinì volle acquistare fama non bella a Molinella, come altri se l’aveva assicurata tristissima a Conselice; e si è anche costretti a sorvolare sulla inattesa agitazione agraria delli Castelli Romani — inframescata di violenze, di ferimenti, di arresti e di processi; ma tanto legittima nelle sue cause da accapparrarsi le simpatie e la benevolenza degli ufficiosi del tempo — l’està del 1897 — e di alcuni rappresentanti del potere politico: Bonerba ispettore di Pubblica Sicurezza e Marchese Cassis ispettore generale al ministero dell’interno. È tutto dire! Si fa una semplice menzione della grande manifestazione di Roma contro la ricchezza mobile, che ebbe il suo epilogo tragico in Piazza Navona; e la si ricorda particolarmente: da un lato perchè sintomatica del generale malcontento della borghesia; dall’altro perchè segna la sua illogica e contradditoria condotta. Questa borghesia, infatti, che fa le elezioni, che ha in mano le redini del governo e vuole la politica dispendiosa, ha perduto il diritto di protestare contro la soverchia gravezza delle imposte: se vuole gli obbiettivi dei megalomani deve somministrare i mezzi per conseguirli.

Si sorpassa su tutte queste manifestazioni che si svolsero dal gennaio 1894 al maggio 1898 che rappresentano gli anelli della catena interminabile del malcontento e che sono degnissime dello studio dello psicologo politico, per venire a quella che rimarrà lugubremente celebre negli annali nostri come la protesta dello stomaco.

La protesta dello stomaco per un momento ridà all’Italia una unità di sentimenti, che le mancava da anni parecchi; la protesta dello stomaco assegna al nostro paese un posto speciale, perchè vide riprodurre fenomeni che non si credevano più possibili nella civile Europa occidentale in questo scorcio di secolo. Infatti solo da noi si ebbero i tumulti per carestia, per fame, per cause che agirono egualmente presso gli Stati del vecchio continente, ma senza produrre gli effetti dolorosi, che rimangono propri ed esclusivi dell’Italia.

III. LA CRONACA SANGUINOSA

L’anno 1897 erasi chiuso per l’Italia sotto i più sinistri auspici. Nelle Marche, nella Romagna, in vari altri punti del regno, durante l’autunno, quasi per non interrompere la cronaca dei tumulti e delle sommosse, c’erano state delle manifestazioni, ora lievi, ora gravi che costituivano l’indice più eloquente del malessere generale.

A Forlì si assaltano le botteghe nelle quali si vende il pane; la sommossa dura alcuni giorni in Ancona dove si saccheggia la casa di un negoziante di grano; a Macerata gli affamati s’impadroniscono del frumento messo in vendita e si rompono i vetri della casa del Sindaco e del Municipio; a Senigallia si saccheggiano i magazzini di frumento del principe Ruspoli; a Chiaravalle vi sono colpi di revolver ed un carabiniere viene ferito; a Gallipoli si dà fuoco alla casa di un ricco cittadino; a Firenze — la mite e gentile Firenze — scene simili si ripetono e molti agenti di polizia vengono feriti; a Milano, a Napoli, a Palermo, a Ferrara, a Bologna, società operaie ed associazioni politiche protestano contro il rincaro del prezzo del pane e si moltiplicano le riunioni degl’infelici che domandano: pane e lavoro!

Non ci potevano essere e non ci furono equivoci sull’indole di siffatte dimostrazioni; erano la protesta dello stomaco. Tali vennero giudicate con singolare unanimità dalla stampa di ogni partito e dagli uomini politici, che le segnalarono in Parlamento e fuori, ed il giudizio non poteva essere modificato dal grido: Viva la Repubblica! Viva il Socialismo! echeggiato in quei giorni nella minuscola Subiaco. Era evidente l’urgenza di misure che attenuassero almeno le più crudeli sofferenze dei lavoratori e della borghesia magra. Qualche cosa fecero i Municipi specialmente in Sicilia, dove era fresca la memoria dei tumulti del 93-94: e con qualche sacrifizio ed anche con qualche strappo alla legge tennero il prezzo del pane entro limiti normali. Riuscirono con ciò a mantenere la calma. Nulla, o ben poco, fece il governo, su cui pesarono le maggiori responsabilità e che poteva prendere i più efficaci provvedimenti di sana prevenzione; esso non credeva allo spettacolo doloroso delle inaudite miserie, non sentiva il cupo muggito della tempesta che si avvicinava rapida e minacciosa.

Il timore manifestato nel 1894 era già una realtà nell’autunno del 1897: la sommossa aveva valicato lo stretto e dalla Sicilia si era propagata in tutto il continente. Sullo scorcio di quell’anno, però, essa non aveva assunto i caratteri che l’avevano distinta nell’isola. Il fenomeno si riprodusse in tutti i suoi dettagli nell’anno 1898, che rimarrà celebre nei nostri annali per la cronaca sanguinosa della sua primavera.

Ed è la Sicilia, dove sono i centri del dolore, che suona la diana: a Modica ed a Troina si tumultua per fame e rinnovansi le stragi del 1893-94. Sorpassano la decina gli affamati uccisi in Febbraio in quelle due città, e centinaia di feriti cercano salvezza nella fuga, perchè la polizia non contenta delle generose somministrazioni di piombo cerca vittime nuove per le patrie galere.

Passano due mesi in una calma relativa, che non inganna i veggenti, e quando verso la fine di Aprile si esauriscono le provviste locali di frumento e si eleva rapidamente il prezzo per la guerra ispano-americana, che rese più scarsa l’importazione, l’incendio divampa da un capo all’altro d’Italia con una rapidità prodigiosa spiegabile colla facilità e rapidità dei mezzi di comunicazioni di ogni genere; i tumulti e le sommosse assumono le proporzioni di una vera epidemia alla cui diffusione, oltre le cause economiche, politiche e morali persistenti, somministra un contributo considerevole il mimetismo, il contagio psico-sociale.

Ecco la cronaca sanguinosa fatta di date e di cifre; ed avverto che, pur troppo, essa non è completa[6].

I tumulti, le sommosse cominciarono il 26 Aprile a Faenza ed a Finale-Emilia. Si ripetono il 27 a Faenza e Bari; il 28 a Faenza, Foggia, S. Giovanni a Teduccio, Arzano, Benevento, Secondigliano; il 30 a Modugno, Aversa, Palermo, Piove, Pesaro, Ferrara, Rutigliano, Castelsanpietro, Forlì, Rimini, Camerino, Napoli; il 1.º Maggio a Monopoli, Molfetta, Minervino-Murge, Benevento, Ferrara, Napoli, Rimini, Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Resina, Ponticello, Giuliano, ecc.; il 2 a Bagnacavallo, Ascoli Piceno, Cesena, Piacenza, Parma, Ferrara, Ariano di Puglia, Salerno, Palermo, Pesaro; il 3 a Pesaro, Figline Valdarno, Avellino, Soresina; il 5 a Pavia, Livorno, Sesto Fiorentino; il 6 ad Avellino, Livorno, Firenze, Pisa, Padova, Palermo, Milano; il 7 a Livorno, Pistoia, Fermo, Porto Maurizio, Milano; l’8 a Firenze, Monza, Como, Padova, Pescia, Genzano di Roma; il 9 a Milano, Napoli, Pontedera, Monza, Saronno, Como, Brescia, Rovigo, Vicenza, Reggio-Calabria, Siracusa, Bologna, Monsummano, Tropea, Castelvetrano, Foggia, Matelica, Livorno, Pisa, Siena, Roccastrada, Bologna, Ferrara e dintorni, Ancona, Velletri, Messina, ecc., ecc.; il 10 a Napoli, Livorno, Genova, Porto-Maurizio, Chiavari, Ravenna, Castelferretti, Tropea, Velletri; l’11 a Caserta, Aversa, Cimitile, Novara, Luino, Messina, ecc.

Col giorno 11 Maggio si può dire che cessa il periodo acuto delle dimostrazioni. I governanti che per oltre quindici giorni sono stati in preda del terrore — altrettanto grande quanto era stata grande la loro precedente incosciente serenità — hanno compiuto la repressione, hanno consolidato lo stato di assedio in tre grandi regioni, delle quali due tra le più agiate e le più colte della penisola, la Toscana e la Lombardia — e possono trionfalmente annunziare che: l’ordine regna in Italia.

La gravità dei fatti non fu da per tutto uguale; ma fu identica la loro fisonomia da Messina a Luino. Per un momento le manifestazioni politico-sociali di questo regno d’Italia malconnesso, lo ripeto, assunsero impronta rigidamente unitaria: da Luino a Messina, unica fu la causa che sollevò la protesta ed uguale dappertutto la forma di questa protesta dello stomaco. Il primo grido che si sentì per ogni dove fu quello di pane e lavoro, cui successivamente e in varia misura si aggiunsero altri gridi sovversivi — altri evviva! ed altri abbasso! secondo il diverso temperamento locale. Ai gridi più spesso si aggiunsero minaccie contro le autorità, contro le persone invise; alle minaccie seguirono i fatti: rotture di fanali, di vetri delle case, devastazioni, incendi, saccheggi; ed a questi le repressioni ora miti ora feroci; gli arresti a migliaia e i massacri.

Una prima e necessaria constatazione: la ferocia della repressione non sta menomamente in rapporto colle gravità ed un poco anche coll’indole dei tumulti. A Bari ed a Foggia i fatti sono gravissimi e stante la importanza delle due città possono riuscire pericolosi; eppure non ci sono i morti di Molfetta e di Modugno. A Faenza, che inizia il movimento e dove sin dal primo giorno si concede il pane a 30 centesimi, si arriva alla costruzione di vere barricate; ma non si deplora un eccidio come a Bagnacavallo. Tra Prato e Sesto Fiorentino, tra Parma e Piacenza da un lato, Monza, Luino e Soresina dall’altro, in ambienti tanto diversi, intercedono le medesime differenze dianzi accennate e che si verificarono anche in Sicilia nel 1893-94. Ciò prova che dovunque le autorità furono longanimi e prudenti si evitò o si ridusse a ben poca cosa il versamento del sangue.

Se in questa diversità di risultati c’entrano le differenze individuali delle autorità locali, c’entra in misura maggiore la mancanza di savia ed uniforme direzione dal centro.

Ho enumerato senza alcun ordine le città, i paesi, i villaggi che somministrano elementi alla cronaca sanguinosa perchè l’apparente disordine si presta a considerazioni d’indole apparentemente geografica che assurgeranno più tardi ad importanza maggiore per giudicarne l’indole. Anzitutto, se in generale si può affermare che i tumulti cominciano nel mezzogiorno per propagarsi gradatamente al settentrione, non è meno vero, però, che la prima scintilla si parte dal centro e dal nord della penisola — Faenza e Finale Emilia — e divampa più qua e più là, mostrando che le cause determinanti esistono in tutta la penisola ed agiscono disordinatamente e contemporaneamente sui grandi e sui piccoli centri, senza che possa affermarsi esservi una prevalenza decisa dei primi o degli ultimi in guisa che possano stabilirsi i primitivi centri d’irradiazione. Solo può rilevarsi che i casi di Milano esercitarono maggiore influenza degli altri se si deve giudicarne dal numero delle località che furono tumultuanti il giorno nove Maggio.

Il fenomeno è naturale ed ha la sua ragione di essere in quella specie di egemonia, che la capitale morale esercitava ed esercita in gran parte d’Italia ed a cui si sottraggono l’estremo mezzogiorno e la Sicilia. Si noti intanto che Firenze non ricordava forse da secoli tumulti quali quelli del 1898; che Napoli abbandona la sua proverbiale indifferenza apatica e memore delle prime prove dell’agosto 1893, persiste per più giorni nei tumulti senza lasciarsi intimidire dagli apparecchi micidiali di guerra teatralmente allineati nelle sue piazze e vede le sue donne smunte, i suoi fanciulli laceri, le sue larve di lavoratori sfidare la forza pubblica ed in qualche momento affrontare serenamente la morte. Il contegno di queste due città da solo somministra all’osservatore politico qualche indicazione, che non dovrebbe andare perduta per valutare al giusto lo intervento delle cause, che riuscirono ai tumulti.

Un’ultima constatazione mercè la quale la geografia e la cronologia alleate rivelano l’indole dei luttuosi avvenimenti in discorso.

Il 1º Maggio, giorno sacro pei socialisti e che avrebbe potuto fornire occasione a dimostrazioni facilmente degeneranti, passa tranquillo dove i socialisti sono forti per numero e per organizzazione. Solo a Rimini, a Bagnacavallo ed un poco a Ferrara, contrade pervase discretamente dalla corrente delle nuove idee, nel giorno della festa del lavoro vi furono tumulti; prevalsero questi nel mezzogiorno — Napoli, Monopoli, Minervino Murge, Molfetta, Benevento, Resina, Ponticello, Giuliano, ecc. — dove possono esservi socialisti, ma non esiste affatto un partito socialista, nemmeno in embrione.

E chiudo questa cronaca sanguinosa con cifre, che, per quanto incomplete, riescono dolorose ed eloquentemente rivelatrici.

Bisogna rinunziare ad enumerare gli arresti. In un giorno c’erano oltre 500 detenuti per causa dei tumulti nelle carceri giudiziarie della sola Bari; 300 cittadini in una volta furono imprigionati a Livorno; un migliaio circa in più volte in Napoli. In Italia gli arresti, senza timore di esagerare, si può affermare, che nel periodo dei tumulti dovettero contarsi a decine di migliaia.

La statistica dei ferimenti tra i cittadini è ancora più incerta; chi è ferito nei tumulti si presume che abbiavi preso parte. Non si ammette che sul luogo ci si sia trovato accidentalmente o trascinato dalla marea; perciò se fa noto il suo stato è sicuro che egli verrà sottoposto a processo. In questo caso sarà fortuna se uscirà assolto; ma nessuno lo risarcirà mai dai parecchi mesi di carcere preventivo sofferto. Si comprende perciò che il numero dei feriti tra i cittadini denunziati dai giornali dal 26 Aprile alli 11 Maggio debba essere molto al disotto del vero; riuscii a raccoglierne circa duecento, ma con molta probabilità avranno passato il migliaio.

Più sicuro è il numero dei morti e ce ne furono cinquantuno oltre quelli di Milano. La forza pubblica non ebbe che un morto e ventisette feriti; e tra le ferite furono calcolate le leggere contusioni. Nella forza pubblica le lesioni furono quasi tutte lacero-contuse. Il popolo in armi, che movevasi in seguito a complotto preordinato da lunga mano, non possedeva che sassi e bastoni!

IV. A MILANO

Le notizie delle sommosse e dei tumulti che il telegrafo comunicava ai giornali e che questi diffondevano in ogni angolo d’Italia avevano eccitato la opinione pubblica nella misura consentita dalla inerzia morale e intellettuale, da cui è afflitto il nostro paese; l’eccitamento raggiunse il colmo suo in tutte le classi sociali, nelle sfere politiche, nei rappresentanti del governo, quando corse la prima voce che la sommossa incomposta per fame del mezzogiorno si era trasformata in rivolta a Milano e che la rivolta poteva divenire rivoluzione. Un pubblicista, conservatore di merito in Napoli, non esitò a ricordare la famosa risposta del Liancourt a Luigi XVI. (Corriere di Napoli).

Non poteva essere diversamente. L’importanza della città di Milano e le sue condizioni, note ed in parte esagerate, facevano presumere che i moti del resto d’Italia dovevano assumere carattere diverso riproducendosi nella capitale morale; sicchè appena si seppe delle prime dimostrazioni del giorno 6 maggio osservossi un notevole mutamento nel linguaggio dei giornali conservatori e degli altri, che rispecchiavano le opinioni delle sfere governative.

Si cominciò a tacere delle cause economiche, che avevano determinato i primi tumulti, e si segnalò con accenni vaghi e timidi da principio, più recisi e chiari in appresso, l’azione dei partiti sovversivi — repubblicani, clericali e socialisti, — il complotto, la preordinazione voluta e cosciente di tutti quei movimenti che erano stati considerati con singolare unanimità spontanei, improvvisi, e sottratti all’influenza di qualsiasi partito politico. In questa guisa tutto l’interesse e tutta l’attenzione della frazione della nazione che pensa e partecipa alla vita politica concentrossi su Milano, da cui possono prender nome tutti gli avvenimenti luttuosi della primavera del 1898. E dal carattere reale o artificiosamente attribuito agli avvenimenti di Milano presero l’intonazione tutti i provvedimenti politici, che costituiscono uno dei periodi della più stolta e ingiustificata reazione, che abbia attraversato l’Italia nuova.

A Milano, perciò, si assomma la storia dei tumulti di cui c’intratteniamo ed è indispensabile esporre colla maggiore esattezza possibile quali furono i fatti che vi si svolsero dal 6 al 9 maggio, onde assegnare le rispettive responsabilità agli attori del dramma e riuscire al giudizio complessivo equanime sull’opera del governo.

Non è facile fare la cronaca imparziale, obbiettiva, degli avvenimenti ai quali si ha assistito o si ha preso parte diretta o indiretta; l’impresa è più ardua quando chi scrive è uomo di parte. È bene, però, che chiunque desidera che la luce si faccia intera, a tale impresa si accinga, perchè su ciò che può esservi di errato nella narrazione, dai viventi possa venire la rettifica o la smentita opportuna.

Comincio, adunque, sereno la cronaca dei fatti di Milano; per la quale si ha un documento importante nei resoconti stenografici dei processi, che si svolsero innanzi ai Tribunali militari. A proposito dei quali non si deplorerà abbastanza la condotta insana del Generale Bava-Beccaris, che sottrasse elementi preziosi per la storia colla censura esercitata sulla stampa e coi tagli fatti eseguire negli stessi resoconti stenografici dei processi[7].

I tumulti di Milano prendono le mosse da un manifesto che i socialisti indirizzarono il giorno 6 ai cittadini. In esso si domandava la restaurazione della libertà e della giustizia, l’abolizione dei privilegi, la guerra al militarismo, il suffragio universale e si concludeva chiamando il paese a salvare se stesso per evitare nuove stragi.

Si può discutere sulle opportunità di questo appello; è indubitabile, però, che il suo contenuto non era criminoso: ogni singolo punto del medesimo era stato impunemente più volte e in vario modo discusso ed affermato. Pensarono diversamente le guardie di Pubblica Sicurezza pel malvezzo prevalso d’intervenire sempre e passarono all’arresto di un distributore presso Ponte Seveso.

L’arbitrio era reso pericoloso dall’eccitamento degli animi ed ebbe quelle conseguenze dolorose che la più elementare prudenza doveva far prevedere. Gli operai, in gran parte appartenenti allo stabilimento Pirelli, in via Galilei, protestarono e chiesero la liberazione degli arrestati accompagnando la richiesta con urli e fischi contro gli agenti della forza, il cui contegno fu provocante oltre misura. I sassi volarono contro la delegazione della questura in Via Napo Torriani; e sassi furono lanciati contro lo stabilimento Stigler perchè gli operai non vi lasciavano il lavoro. In questi episodi vennero operati altri arresti.

Una commissione di operai con a capo il socialista Dell’Avalle si portò dalle autorità di pubblica sicurezza scongiurando che si lasciassero in libertà gli arrestati per disarmare l’ira popolare. La preghiera fu ascoltata per metà: due furono rilasciati ed un terzo, Amadio Angelo, venne trattenuto col pretesto che era stato colto coi sassi in mano. L’ottenuta parziale liberazione incoraggiava nella insistenza da un lato, mentre la negata liberazione dell’altro esasperava gli animi maggiormente.

In questo primo tafferuglio non vi furono che delle contusioni, per colpi di pietra; ma non doveva tardare l’intervento della truppa invocato insistentemente dalla questura e che doveva riuscire micidiale. Il primo picchetto, del 47 fanteria alle 15,30 fu schierato verso la fronte dello stabilimento Pirelli, dove lavoravano 2400 persone. Altra truppa arriva un poco più tardi e si dispone sempre nei pressi dello stabilimento suddetto. Alle 16,30 un battaglione del 57 fanteria prese posto nell’Ippodromo del Trotter. Così si trovano di fronte gli elementi dell’incendio e non occorre che una scintilla perchè esso divampi.

Quando più viva era la dimostrazione e gli operai evocano indignati l’uccisione di Muzio Mussi, i deputati Turati e Rondani sovraggiungono sul luogo e si rinnovano i consigli di calma dati prima dal Dell’Avalle; il consiglio avvalorano colla promessa della liberazione dell’Amadio, coll’annunzio dell’abolizione del dazio comunale sulle farine e sui cereali.

Alle ore 18 comincia per gruppi l’uscita degli operai dello stabilimento Pirelli e la gente sulla via Galilei si sfoga gridando: Evviva Turati! Evviva Rondani! Abbasso il governo provocatore! Parlano di nuovo i due deputati socialisti e pare che ogni pericolo di conflitto sia scongiurato.

Ma un gruppo di persone, da 200 a 300 — in gran parte donne e fanciulli — si avviò, cantando l’Inno dei Lavoratori, verso via Ponte Seveso e Andrea Doria e fischiando gli agenti di polizia, tra i quali un certo Viola, el calabres, assai inviso perchè tra i più petulanti nelle provocazioni. Si torna a domandare la liberazione dell’Amadio e si scagliano di nuovo sassi contro l’ufficio della Questura in via Napo Torriani. Alle 19 circa esce dal Trotter una compagnia di fanteria che viene accolta anche essa a fischi ed a sassate. Una pietra, dice il Corriere della Sera, colpì in fronte un soldato. «Questo fatto, continua lo stesso giornale, le cui parole riproduco testualmente, parve l’ordine di reagire con la forza alla forza; e dalla truppa partirono otto o dieci colpi di moschetto, pare, sparati in aria. Fu quello un momento di panico e di confusione. Molti dei dimostranti parevano disposti a resistere anche di fronte alle schioppettate e seguitavano a lanciar sassi; ma i più spaventati fuggivano a rompicollo, spingendo, rovesciando quelli che si trovavano di ostacolo sui loro passi. Le guardie della sotto brigata uscivano con le rivoltelle in pugno, sparando esse pure, mentre altri colpi partivano dalla truppa. Il parapiglia durò pochi minuti, ma ebbe esito letale» (N. 124).

Infatti vi lasciarono la vita nello stesso giorno un certo Savoldi e l’odiata guardia di Pubblica Sicurezza, il Viola, ch’era in borghese e che per dare da vicino la caccia ai dimostranti trovossi insieme a loro fatto bersaglio alle scariche dei soldati. Affermasi, anzi, che fu proprio il Viola che uccise il Savoldi. All’indomani cessò di vivere uno dei feriti più gravi, l’Abbiati. Numerosissimi i feriti. La giornata lugubre ebbe uno di quegli epiloghi di una spontanea teatralità, che impressionano le menti le meno eccitabili. Il Savoldi, raccolto da pietosi operai, fu messo sul tram elettrico per essere condotto all’ospedale dei Fatebenefratelli. Ma durante il tragitto morì. Fu ricondotto, sempre in tram, ed accompagnato da operai in Piazza del Duomo, dove formossi un assembramento di circa 500 persone. La polizia voleva impossessarsene; ma i compagni di lavoro non se lo lasciarono strappare dalle mani e lo condussero al Cimitero Monumentale.

La passeggiata di quel cadavere pareva invocasse vendetta; e vendetta chiedevano gli operai. L’ucciso la meritava. Dalla testimonianza del Commendator Pirelli innanzi al Tribunale Militare si seppe che il Savoldi era un operaio che aveva lavorato tutto il giorno nel suo stabilimento e che si trovava nella folla per curiosità. (Udienza del 28 Luglio).

Qualche cosa di grave sarebbe avvenuto in Milano la sera del 6; ma un provvidenziale acquazzone alle 20 sciolse l’assembramento di Piazza del Duomo. Più tardi la Galleria, i Portici settentrionali e la Piazza del Duomo furono affollatissimi e si cantò l’Inno dei Lavoratori; ma riuscì agevolmente alla forza di fare sgombrare. Vi fu qualche arresto e qualche spiacevole incidente; ma a mezzanotte tutto era finito.

È necessario assodare la responsabilità di questa prima giornata; ciò che avvenne dopo non fu che la conseguenza fatale.

È innegabile l’illegalità dei primi arresti, che procurarono le dimostrazioni e la sassaiuola per ottenere la liberazione degli arrestati. A parte ogni altra considerazione di ordine politico e sentimentale, è del pari innegabile che si continuò nella illegalità nel momento in cui si arriva alla catastrofe. Mancarono infatti i tre squilli di tromba voluti dalla legge per intimare lo scioglimento di una dimostrazione. Il Corriere della sera, la cui narrazione dei fatti pare tutta intesa ad attenuare la responsabilità della forza pubblica e delle autorità, parla di un solo squillo di tromba dato dalle guardie di pubblica sicurezza; ma non fa menzione di alcun squillo al momento in cui la truppa fa la sua scarica micidiale.

I tentativi di resistenza dei dimostranti sono una semplice ipotesi non avvalorata da alcun elemento di fatto; le scariche sin dalle prime dovettero mirare a colpire, perchè la fuga precipitosa cui si dettero gli operai non consentiva, se non come espressione di ferocia, la continuazione del fuoco; e i morti e i feriti caddero colla prima scarica, tanto improvvisa, che non dette tempo alla guardia Viola di ritirarsi.

L’illegalità fu aggravata dalla mancanza assoluta di tatto politico. Anche se l’Amodio fosse stato un pericoloso delinquente — ed era un inerme ragazzo; anche se avesse confessato il grave reato di avere scagliato delle pietre, in quell’ora di grande eccitamento, dinanzi ad una folla numerosa e tumultuante, sarebbe stato atto savio lasciarlo in libertà — salvo a riprenderlo e processarlo più tardi, se di processo e di pena, ritornata la calma, lo si fosse ritenuto meritevole.

Che la prudenza consigliasse la liberazione lo riconobbe il comm. Pirelli, uomo d’ordine per eccellenza e tanto alieno dalla sovversione che non volle contaminato il balcone del proprio stabilimento permettendo che l’on. Turati facesse opera di pace colla sua valida ed ascoltata parola. Fu il Pirelli, che sin dal primo momento chiese telefonicamente alla Questura la liberazione dell’Amodio; e fu il Pirelli che da buon politico avvertiva il Questore dei pericoli cui si andava incontro ostinandosi nel rifiuto, che poscia confessava al Turati — che richiedevalo di notizie delle pratiche fatte inutilmente presso la Questura per rimuovere la causa occasionale del disordine. Quando le pratiche furono rinnovate con insistenza dai deputati Turati e Rondani, il signor Questore all’imprudenza volle aggiungere il mendacio; in un momento insolito di tenerezza per la legalità scusossi di non potere liberare l’Amodio perchè non era più in sua facoltà il farlo, avendolo deferito all’autorità giudiziaria. E non era vero; e la falsità del pretesto venne subito dimostrata dalla risposta data dal Procuratore del Re allo stesso Turati, che rapido era corso da lui per ottenere dall’autorità giudiziaria ciò che era stato negato dalla autorità di Pubblica Sicurezza[8].

Forma un contrasto stridente colla condotta inqualificabile della Questura quella ammirevole e pacificatrice dei socialisti più noti. Il Dell’Avalle sin dai primi momenti fu sul luogo e consigliò vivamente la calma e s’intese col Pirelli nel consigliare a chiedere la liberazione del detenuto. A lui si unirono tosto gli onorevoli Turati e Rondani per tale intento.

Due volte parlò nelle strade il Turati e parlò pure il Rondani e fece pena il vedere innanzi al Tribunale Militare come si accanisse l’Avvocato Fiscale nel contorcere il senso delle loro parole, astraendo completamente dalla gravità del momento in cui furono pronunziate, dalle intenzioni chiare univoche di coloro che le pronunziavano, dall’effetto prodotto e dallo scopo raggiunto.

Si ammetta pure la versione più rivoluzionaria dei discorsi dei due deputati socialisti e si riconosca pure che essi abbiano voluto scongiurare il pericolo presente promettendo una futura levata di scudi: non è evidente che essi in tal modo soltanto potevano esercitare un’azione moderatrice sulla folla esaltata? Ogni altro linguaggio avrebbe fatto perdere la popolarità agli oratori senza ammansare gli esaltati.

L’intenzione del Turati era tanto retta e pacificatrice che ai tumultuanti annunzia e promette anche ciò che non aveva ancora ottenuto: la liberazione di Amodio; egli era tanto sicuro nel tentativo di disarmare i tumultuanti che si affretta a dare la buona novella della deliberazione della Giunta sul dazio comunale sulle farine e sui cereali; e la opera sua fu così efficace, che dove essa spiegossi raggiunse l’intento. Lo riconobbe il Corriere della Sera.

Erano dunque ben strani rivoluzionari questi socialisti che nel momento del massimo fermento, quando la loro parola può trasformare il tumulto in rivolta, consigliano ed ottengono la calma! E non è una delle minori enormità di questo periodo tristissimo di reazione l’insano tentativo di attribuire a colpa degli accusati ciò che costituiva il loro migliore titolo per ricevere azione di grazie anzichè punizione[9].

V. DAL SACCHEGGIO DI CASA SAPORITI ALLA BRECCIA DEI CAPPUCCINI

Il sangue corso nelle vie di Milano nella sera del 6 maggio doveva farne versare dell’altro nei giorni successivi. Era facile prevedere che qualche cosa di più grave poteva avvenire e all’indomani le autorità politiche, militari e amministrative avrebbero dovuto prendere provvedimenti adatti per calmare gli animi e prevenire i disordini.

Nulla di tutto ciò; le misure adottate, intese ad intimidire, non potevano che sovreccitare gli animi ancora di più. Solo nel pomeriggio del giorno 7 comparve un manifesto a firma del sindaco Vigoni, che invitava alla calma!

In quel manifesto mancava il calore sincero, che occorreva in quei momenti; era scialbo e rispecchiava lo stato di animo di coloro che lo avevano redatto — coscienti che non c’era corrispondenza di sentimenti tra l’anima del popolo e quella dei suoi rappresentanti legali; ed armonia d’intenti non poteva esservi tra un sindaco e i suoi rappresentati, quando il primo potè proclamare la sua città travolta da un’onda di barbarie e potè invocare in nome della paura lo stato d’assedio, che non avevano potuto ottenere prima i telegrammi del Generale Bava e del prefetto Winspeare (Secolo, 8 Settembre 98). Mai come in questa circostanza fu avvertito il danno e il pericolo di questa dissonanza!

In quanto alle parole di pace del Comandante del corpo di armata e del Prefetto, si comprende che non potevano essere ascoltate, perchè erano ritenuti — a torto o a ragione — responsabili dei fatti del giorno precedente. A loro non restava che far sentire la voce della minaccia e la fecero sentire nelle ore pomeridiane — poco dopo che avevano fatto appello al patriottismo di Milano — colla proclamazione dello Stato d’assedio.

Intanto era dato l’impulso sin dalle prime ore del mattino al movimento, che doveva più tardi terminare tragicamente. Gli operai, addolorati e indignati pei fatti del giorno precedente, volevano manifestare i loro sentimenti astenendosi dal lavoro. La decisione fu presa in principio da quelli dello stabilimento Pirelli; gradatamente venne comunicata ed accettata da quelli di quasi tutti gli altri stabilimenti della città e dei sobborghi.

Si è scritto e detto che gli operai in grandissima maggioranza erano contrari alla cessazione del lavoro: ma la facilità colla quale venne eseguita dapertutto, anche se chiesta da sole donne — come constatano i rapporti ufficiali — prova che ciò non è esatto. Mancarono i segni di un qualsiasi dissenso.

In questa guisa la valanga dei dimostranti partita dallo stabilimento Pirelli andava ingrossandosi e verso mezzogiorno era composta di parecchie migliaia di persone. Il Corriere della Sera osserva che «all’avanzarsi di quella minacciosa marea si chiudevano precipitosamente i portoni delle case ed i negozi; e quanti ne uscivano andavano ad aumentare la folla dei curiosi.» (N. 125). E che si trattasse di curiosi lo stesso giornale ripete più esplicitamente più oltre in un appello intitolato: A casa, a casa! nel quale deplorava che «quando più grave e penoso si fa il dovere dell’Autorità militare, proprio nei punti ove il tumulto facilmente degenera in tragedia, si affolla una moltitudine di curiosi, quasi fossero devoti ad un nuovo genere di sport».

In questa constatazione preziosa c’è tutto lo spirito che animava la massa dei dimostranti; era composta di curiosi! E mi piace ripetere il punto ammirativo dello stesso Corriere. Che fossero curiosi verrà confermato più in là. Era minacciosa la folla? È una gratuita supposizione non corredata da alcuna prova. Se tra migliaia di persone se ne trova una — dato che il fatto sia vero — che dice ad un grande industriale, il Grondona: È venuta l’ora per noi di non lavorare più e di vedere sgobbare voi altri! ciò dimostra che non mancava qualche esaltato.

Mancò qualunque violenza, qualunque aggressione contro gl’industriali; e se questi furono previdenti ed avveduti, specialmente il Pirelli, gli operai, si potrebbe soggiungere — tenendo conto dei fatti — si mostrarono pieni di benevolenza verso i padroni. Il grido: Morte ai signori! se realmente fu emesso da qualche pazzo, non rispecchiava le intenzioni dei lavoratori.

Ma delle intenzioni pacifiche della immensa massa si ha la irrefragabile testimonianza nei fatti, che valgono più delle insinuazioni. Non c’erano armi tra i dimostranti — e in buona parte erano donne e fanciulli — e non commisero alcun atto che potesse far fede delle loro intenzioni ostili.

In quel giorno malaugurato sarebbe bastato che — come in Roma per la dimostrazione Frezzi — la forza avesse brillato per la sua assenza e Milano dopo poche ore avrebbe ripreso la fisonomia ordinaria di città colta, tranquilla e industriosa. Invece chi stava a capo del governo — invido degli allori raccolti da altri in Sicilia; forse spronato da volontà diverse — volle mostrarsi forte e dette istruzioni conformi ai propositi. Perciò, sin dalle prime ore del giorno, uno squadrone di cavalleria fece una perlustrazione nelle adiacenze degli stabilimenti industriali: adiacenze che presentavano la tranquillità abituale (Corriere della Sera).

La piazza del Duomo venne occupata militarmente da fanteria, cavalleria e artiglieria sotto il comando di Bava Beccaris. Chiuso dai bersaglieri lo sbocco della Galleria verso la Piazza del Duomo; dalla cavalleria lo sbocco della piazza verso il Corso; da alpini e fanteria via Mercanti, via Torino, via Carlo Alberto, via Rastrelli: militarmente occupate tutte le porte della città. Era evidente che l’autorità militare aveva preso tutte le disposizioni strategiche contro una rivolta di là da venire e di cui mancavano i segni precursori. Queste disposizioni, intanto come avviene sempre in casi simili, non potevano esse stesse che provocare la rivolta.

I dimostranti, rei di cantare l’inno dei lavoratori, ebbero le prime cariche della cavalleria nel Corso di Porta nuova e nelle vie adiacenti e fuggirono. «L’intero reggimento di cavalleria, lascio la parola al Corriere della Sera, percorreva di continuo al trotto in colonne serrate e sparse, le vie Principe Umberto, i viali Venezia, Porta Nuova e Garibaldi, via Moscova, corso Porta Nuova ed i bastioni. Tutti i negozi erano chiusi; molte finestre sbarrate; i curiosi si ritiravano spaventati. Ma un residuo del grosso della dimostrazione si ridusse in via Melchiorre Gioia, presso la Dogana. Dinanzi alla cooperativa ferroviaria tennero un conciliabolo, emettendo di quando in quando grida ed agitando in alto i bastoni, i cappelli ed i fazzoletti. Arrivò, dopo poco, una compagnia di fanteria, che venne fermata a spall-arm di fronte ai dimostranti, colla cavalleria alle spalle. Venne ordinato il pied-arm e ciò contribuì alquanto a far allontanare l’attruppamento, che si frazionò poi in gruppi e si disperse. Verso mezzogiorno le vie sunnominate, percorse incessantemente dalla cavalleria, erano quasi sgombre».

Dunque, nel conciliabolo improvvisato su una strada, si scoprono le armi dei rivoltosi: bastoni, cappelli.... e fazzoletti. I rivoltosi erano tanto decisi alla lotta, che si disperdono al semplice comando di pied-arm....

Testimoni oculari, invece, narrano di modi straordinariamente provocatori adoperati da ufficiali e sott’ufficiali, da guardie di pubblica sicurezza e da carabinieri e che contribuirono ad invelenire gli animi.

Si può ammettere che ci siano delle esagerazioni; comunque, i fatti reali ed un certo cinismo mostrato da militari in via Carlo Alberto e altrove, nulla prova contro l’insieme dell’esercito. Gli esempi contrari e belli non mancarono; ed una nobile esortazione di un ufficiale ai soldati perchè non facessero uso delle armi senza l’esplicito comando, venne narrata dal Secolo; di soldati che spesso sparavano in aria narrano gli stessi testimoni oculari più corrivi ad accusare i militari. Il vero è che in questi casi, ponendo a contatto truppe armate e dimostranti inermi, devono avvenire fatalmente dei conflitti, che si risolvono in massacri; come una miccia accesa accanto alla polvere deve determinare un’esplosione. L’esperimento venne fatto in Sicilia su larga scala nel 1893; ed era stato fatto a San Luri, a Calatabiano, a Ruvo, a Corato, ecc. Ed è istruttivo che le stesse condizioni spesso riescirono agli stessi risultati anche in Inghilterra.

Queste condizioni fecero sì che il giorno 7 in più punti della città, a Porta Venezia, a Porta Vittoria, a Porta Ticinese, a Porta Sempione, in via Torino il fuoco della truppa sia stato più o meno vivo nelle ore pomeridiane e che abbia tuonato anche il cannone.

La narrazione di questi luttuosi avvenimenti che hanno dato i giornali conservatori e reazionari di Milano, lascia intendere chiaramente che mancarono i fatti provocatori degli eccidi da parte dei dimostranti, e che le fucilate vennero sempre determinate dalle insolenze e dalle sguaiataggini delle donne e dei monelli, che rappresentarono la parte più ardita e più persistente dei tumultuanti: molte donne portavano in collo i figlioletti.

È chiaro dallo insieme delle testimonianze raccolte dai resoconti dei giornali e dalle risultanze processuali, che la costruzione delle poco serie barricate — che non ebbero in verun punto veri difensori — e le deboli offese dei cittadini furono la conseguenza diretta ed immediata delle fucilate dei soldati, che stesero sul terreno parecchi morti e moltissimi feriti. E le offese non furono che quelle, che potevano venire da sassi e da tegole lanciate da mani deboli — da donne e da fanciulli — e da tetti dai quali non scorgevansi nemmeno coloro che avrebbero dovuto essere presi di mira. Ma sulle barricate e sulle armi dei rivoltosi avrò agio di ritornare.

Un testimonio oculare, che assistette a molti incidenti e ad una continuata serie di provocazioni da parte delle truppe, con maggiore precisione accorda una importanza decisiva alla scarica micidiale fatta da un plotone di bersaglieri in via Torino senza che ci fosse stato alcun squillo di tromba. Questo stesso cittadino immediatamente, in una a due altri, raccolsero un bambino di circa otto anni colpito mortalmente e lo portarono davanti al generale Bava Beccaris apostrofandolo vivacemente. Il generale dette ordine di arrestarli; ma non fu ubbidito, perchè il caso pietoso s’imponeva anche ai cervelli ubbriacati dal fumo della polvere. I tentativi di offesa che erroneamente vengono chiamati tentativi di resistenza e le barricate sarebbero stati la conseguenza del sangue versato in via Torino. Questo eccidio non trova alcuna giustificazione: tale non può menomamente considerarsi il fatto dei ragazzi arrampicati su di una scala Porta, che costretti, con cattivi modi a discendere, lanciarono dei pezzi di legno, che non offesero alcuno.

In questa triste giornata, durante la quale fu commesso il cosidetto saccheggio del Palazzo Saporiti, sul quale ritornerò, all’Ospedale Maggiore e in quello dei Fate bene fratelli furono portati dodici morti e quarantanove feriti gravemente. Ma queste cifre non danno che un’idea lontana del sangue versato.

Da ogni parte della Lombardia, dal Piemonte e da Piacenza, nelle varie ore arrivarono rinforzi di truppe: fanteria, alpini e cavalleria; e in ogni punto della città si procedette alle perquisizioni e agli scioglimenti dei circoli, e delle associazioni repubblicane e socialiste e della Camera del Lavoro, con sequestro di carte innocue e di registri.

Alle 17 e mezza tutta la redazione dell’Italia del Popolo, in una a quanti si trovavano nel giornale di Via S. Pietro all’Orto per puro accidente o per doveri professionali — come il moderato avvocato Valentini — e in una all’on. De Andreis, che volle essere condotto in questura per protesta o per atto di solidarietà, viene arrestata e sospeso il giornale.

Alle 22,30 al Comando si apprende che le numerose barricate sono state tutte espugnate.

La giornata si chiude con una grande vittoria del partito moderato lombardo: alle 23 l’ispettore Latini comunica che viene anche sospeso il Secolo. L’avv. Carlo Romussi suo direttore e il suo redattore Emilio Girardi vengono trattenuti in questura.

Il fatto culminante del giorno 7 Maggio fu il saccheggio annunziato e strombazzato del Palazzo Saporiti; attorno al quale saccheggio figurano gli annunziati conflitti in diversi punti della città, la resistenza degli insorti e le facili espugnazioni delle barricate sorte qua e là come segno di protesta e d’indignazione anzichè come vero mezzo di organizzare una insurrezione.

L’alba del giorno 8, in conseguenza, sorgeva in mezzo alla generale preoccupazione ed un certo squallore poteva notarsi sin dalle prime ore nella popolosa, ricca ed allegra città.

La preoccupazione non era fuori proposito. Se realmente nella popolazione ci fosse stata l’intenzione di venire ad una rivoluzione, il giorno 8, perchè festivo, si prestava benissimo; ma la giornata non fu delle più calde.

In Piazza del Duomo, occupata da cavalleria, fanteria e artiglieria, mantiene il suo quartier generale Bava Beccaris, quasi a dirigere le operazioni di guerra; operazioni nelle quali non si potè ammirare l’unità e la intelligenza della direzione, ma che spiccano per la facile e disumana energia.

In molti punti si assicura che sorgono barricate e da molte finestre si afferma che partono colpi di fucile e di rivoltella contro le truppe. Quanto valgano le prime e quanto veri i secondi si vedrà in appresso; rimane certo che la ragazzaglia e molte donne ostentano la loro antipatia all’esercito con qualche insolenza, con qualche innocuo sasso e con molti fischi.

Ufficiali e soldati ricambiano queste manifestazioni con fucilate e puntate di baionetta, che ammazzano e feriscono; e la cavalleria ce l’ha specialmente contro le donne, che contando sulla generosità dei cavalieri, in qualche punto sperarono sbarrare la strada coi loro corpi: furono calpestate inesorabilmente. A Porta Ticinese, in Piazza Sant’Eustorgio, nel Corso e nel Sobborgo San Gottardo, a Porta Ludovica, a Porta Tenaglia, a Porta Sempione, a Porta Romana, ecc., vi furono i soliti incidenti luttuosi cominciati colle rincorse tra soldati armati e ragazzi che urlano e fischiano e terminati colla uccisione e col ferimento di molti cittadini.

Il cannone tuonò lugubremente in diversi punti e in più volte, specialmente al Corso San Gottardo e in Piazza S. Eustorgio. L’affare dovette essere grave in Corso S. Gottardo, perchè c’era da fare contro i 2000 studenti venuti da Pavia e armati di rivoltella: tanto risoluti che i pattuglioni di cavalleria non poterono disperderli e n’ebbe ragione soltanto il cannone! (Perseveranza 9 Maggio).

Nell’insieme la giornata passò in modo migliore di quello temuto: l’avvenimento più caratteristico fu l’arresto dell’on. Turati e della dottoressa Koulichoff e degli on. Costa e Bissolati, ch’erano corsi a Milano alla notizia divulgatasi in Italia della morte del primo.

Tutti i prigionieri furono condotti al cellulare scortati dalla cavalleria e dalla fanteria in piena disposizione di battaglia.

Colla ripresa del lavoro il lunedì, giorno 9, avrebbe dovuto ritornare completamente la calma; così non piacque allo zelo repressivo delle autorità politiche e militari che il lavoro proibirono e che scovrirono il maggior pericolo di rivoluzione che abbia corso Milano e lo distrussero con l’usata energia.

Lasciando da parte i minori incidenti, il pericolo in discorso fu visto nella zona da Porta Vittoria a Porta Venezia che ebbe per centro Porta Monforte. Qui, secondo la fervida immaginazione del Generale Bava Beccaris e della stampa moderata, nel convento dei Cappuccini si asserragliarono gl’insorti ed organizzarono vigorosa resistenza, coadiuvati dalle fucilate delle case adiacenti; ma superata valorosamente dai bersaglieri, che rinnovarono le prodezze della Cernaia, prendendo di assalto la improvvisata fortezza, sulla quale il cannone aveva aperta una breccia superiore nell’importanza a quella di Porta Pia....

I soldati arrestarono gl’insorti, i cappuccini loro complici e gli studenti travestiti da cappuccini e li condussero nell’atrio della Prefettura prima, e al cellulare dopo....

Di questo movimento i giornali di Milano del 9 e 10 — compresa La Lombardia — dettero una narrazione paurosa; e fortunatamente fu l’ultimo atto dell’insurrezione di cui ebbero ad occuparsi.

Qui si pone termine alla sintetica esposizione dei tumulti della capitale lombarda: cominciati per imprudenza e testardaggine dell’autorità politica il giorno sei; continuati per la fretta d’intervenire e di mettere in contatto truppe e cittadini eccitati il giorno sette — quando si denunzia il preteso attentato contro la civiltà coi saccheggi e colle devastazioni; — il giorno 8 — quando si crede completare la eliminazione delle menti direttive coll’arresto dei deputati socialisti; — e il 9 — quando si pensa di schiacciare la testa all’idra insurrezionale colla espugnazione del convento di via Monforte.

In due successivi capitoli si troveranno dettagli e schiarimenti, che metteranno il lettore in condizione di potere apprezzare equamente l’entità dei fatti sin qui sommariamente enunziati. Ora mi limito a notare con tristezza le voci corse e i fatti assodati, che possono in modo complessivo fare giudicare il carattere dell’azione militare.

Non raccoglierò le voci che narrano del cinismo di alcuni ufficiali di cavalleria, che parlarono del poco numero dei morti come se si fosse trattato di una battaglia contro nemici stranieri; nè le altre, di ufficiali di fanteria e dei bersaglieri, che sciabolarono i soldati che non volevano sparare o miravano male. Non le raccolgo, quantunque corrano ancora in Milano dopo sei mesi, perchè le credo messe in giro in momenti di eccitamento e di passione, che fanno travedere uomini abitualmente calmi e che pur serbandosi in buona fede inventano o esagerano. Mi piace, invece, insistere sulla condotta umana e prudente di molti ufficiali, che raccomandavano ai soldati di non reagire contro le provocazioni dei ragazzi e delle donne, mostrandosi longanimi e pazienti.

Per quanto si sia intenzionati di gettare un velo sul passato, pure giustizia vuole che si rilevino alcune particolarità innegabili, che indicano la via per trovare i veri responsabili del massacro di Milano.

È innegabile, infatti, che la repressione assunse talvolta un carattere individuale odioso: si sparava ai singoli individui che si affacciavano alle finestre, che attraversavano una strada in fretta per condursi alle loro abitazioni.

Si fecero scariche in punti deserti — come in via Pioppette il giorno 7, dove rimase ucciso un cittadino che transitava. Si sparò quasi sempre sulla folla, che fuggiva. Si sparò dai bastioni contro le case le cui imposte delle finestre erano chiuse e vi furono freddati individui che si portavano da una stanza all’altra[10]. Si dette la caccia ai ragazzi che occupavano i tetti; caccia descritta dalla Perseveranza nei termini seguenti: «Allora i carabinieri salgono colla consegna o di fermare i ragazzi sui tetti o di sparare.... Avviene una caccia sui tetti. Qualcuno si ferma, altri non odono ragione e vengono freddati a colpi di revolver. Sul tetto di casa Saporiti in breve vi sono due morti e quattro feriti gravemente». (Numero del giorno 8 Maggio). E tra quei ragazzi alcuni erano di dodici e tredici anni; ed erano tutti inermi; e nella peggiore delle ipotesi non potevano che scappare senza poter nuocere ad alcuno....

Questi fatti resero credibili alcuni altri insistentemente smentiti; e fu smentito solennemente dall’Avvocato fiscale Bacci l’uccisione di un fanciullo di dieci anni con un colpo di revolver per parte di un carabiniere; alcuni non negano, ma rettificano affermando che la vittima vi perdette soltanto un occhio. Furono riferiti dai giornali e non smentiti questi casi pietosi e raccapriccianti — di cui qualcuno olezzante poesia rivoluzionaria.

Il giorno 7 un gruppo di giovani seguiva un operaio nel Corso Garibaldi, che portava, mostrandolo ai passanti, un berretto contenente materia molle biancastra; diceva che fosse il prodotto dei cervelli di sette ragazzi. La Perseveranza corregge sulla fede di un medico: Nel berretto c’era il cervello di un solo uomo. (N. del giorno 8 maggio). Nello stesso giorno 7, nei giardini pubblici, di fronte al Palazzo Rocca-Saporiti e precisamente nel punto indicato da una pozza di sangue, ove nella mattinata era rimasto ucciso da un colpo di revolver un ragazzo undicenne, fu piantato un palo sormontato da una corona intrecciata di foglie verdi e margherite, e da un cartello con frasi di pietà per la vittima e di sdegno contro gli strumenti crudeli della borghesia (Lombardia N. 125).

Non accordo realtà alla leggenda, che si forma in tutte le guerre civili, del soldato che uccide la sorella che si trova nelle fila degli insorti e che si è ripetuta per Milano; ma non si può negar fede a questo episodio, che per ultimo narro.

Nel settembre, alla redazione del Secolo risorto, presentossi un vecchio abbonato, che consegnò al cronista due lire perchè le destinasse a qualcuno delle famiglie delle vittime dei tumulti di Maggio e narrò: «Sono i risparmi della mia povera nipotina novenne, anch’essa curiosa, ed uccisa nei moti dello scorso maggio». Il giorno era uscita insieme a suo zio per impostare una lettera al padre lontano; nella quale, dati i pericoli del momento, lo si pregava di non ritornare subito in patria. Per via la scheggia di una cannonata — la prima sparata — le squarciò lo stomaco. Fu portata a casa informe cadavere «Oggi, continuò il vecchio, frugando tra i suoi abitini che mi erano venuti tra le mani, in una borsa trovai due lire: erano i suoi piccoli risparmi; a nessun miglior uso possono servire che a beneficare l’orfanello di chi, come lei, cadde vittima della reazione». Il povero vecchio andò via piangendo!

Il dolore suscitato da questi incidenti caratteristicamente tristi delle lotte civili non può essere lenito che dal ricordo degli atti umanitari; e la stampa di quei giorni, con giusta ragione, dette lodi al Senatore Negri, che affaticossi nel fare preparare bende e barelle.... Egli — il capo incontestato degli uomini politici che avevano voluto la reazione e che dalla reazione speravano trarne i maggiori profitti — adempiva scrupolosamente al suo dovere di capo della Croce Rossa!...

VI. LA MENZOGNA AL SERVIZIO DELLA REAZIONE

Il movimento politico sociale che in quest’ultimo quarto di secolo si è svolto con meravigliosa rapidità ed intensità tra i popoli civili era stato lento e stentato in Italia. Le cause di questo ritardo nella sua evoluzione sono parecchie e degne tutte di uno studio speciale; qui basta enumerarle: mancanza di uno sviluppo industriale e di relativa concentrazione ed organizzazione delle classi lavoratrici, analfabetismo, miseria, deficiente libertà ed educazione politica rudimentale, esaurimento derivante da un lungo periodo di cospirazioni, di rivolte e di guerre per conseguire l’unità e l’indipendenza dallo straniero, servilismo infiltrato nelle ossa delle popolazioni per la servitù per secoli durata, differenze ed antagonismi regionali che paralizzano molte forze ed energie locali e che, abilmente sfruttate, servono a comprimere le une per mezzo delle altre, ecc.

Di questo ritardo nella evoluzione politico-sociale si risentono tutte le classi: le dirigenti come le cosidette classi inferiori. Ond’è che mentre nelle ultime manca la coscienza dei propri diritti e l’aspirazione generale ad un tenore di vita più umano — mancanza contrassegnata dalle alternative tra la rassegnazione ignominiosa e le esplosioni selvagge — nelle classi dirigenti, invece, c’è l’avversione verso le innovazioni e la credenza in diritti propri, che rappresentano una sopravvivenza del tramontato regime feudale. Queste condizioni, si sa che sono più vive nel mezzogiorno e nelle isole; il settentrione è stato maggiormente penetrato dalla corrente della vita moderna. Non tanto, però, da aver modificato sensibilmente la costituzione politica e intellettuale della maggioranza delle classi dirigenti, rimaste più reazionarie che sanamente conservatrici. Se n’ebbe la prova, con una certa sorpresa in molti, in occasione dei moti di Maggio.

Per quanto lento il movimento politico sociale elevante le classi lavoratrici, esso allarmava già le classi dirigenti che da un pezzo manifestavano il rammarico profondo e il pentimento per le meschine riforme concesse — e specialmente per la riforma elettorale politica del 1882 ed amministrativa del 1889.

I moti di Sicilia del 1893-94 manifestarono lo stato d’animo delle classi dirigenti, le quali perdonarono a Crispi le brutture di cui era macchiato, in grazia della repressione pronta e severa. Tutto perdonarono col proprio disdoro a chi aveva iniziato con fortunati auspici la reazione.

Venne Abba Garima e fatalmente produsse la Caduta di Crispi; ma caduto il vessillifero, la reazione dava segni d’impazienza per riprendere la marcia trionfale interrotta dal disastro africano, nel quale c’era la complicità innegabile delle classi dirigenti.

I moti del 1898, perfettamente analoghi, e solo più generali e più vasti nelle proporzioni di quelli del 1893-94, somministrarono propizia l’occasione per riprendere l’interrotto movimento reazionario.

Questi moti da principio furono talmente violenti e si propagarono con tanta rapidità, che le classi dirigenti ne provarono paura e sbalordimento, ma rinfrancatesi man mano che il telegrafo dava notizia delle repressioni riuscite e della buona prova fatta dall’organizzazione dell’esercito — per la quale trepidarono fortemente nel momento del richiamo delle classi in congedo — ripresero con energia compensatrice della breve sosta l’opera malvagiamente reazionaria interrotta nel 1896.

Intanto nel mezzogiorno, dove queste classi dirigenti sono meno colte ed hanno minore coscienza collettiva dei propri interessi e delle proprie aspirazioni, si applaudiva al governo per la repressione ed anche la s’invocava più feroce e più continuata, ma venne meno la loro azione diretta; in Toscana e nella Lombardia, dove supponevasi che le classi dirigenti dovessero essere più illuminate e più modernamente conservatrici, invece furono esse gli elementi attivi che presero la mano al governo centrale e quasi gli imposero la reazione. La loro attività in tale senso fu in ragione diretta del pericolo da cui si sentivano minacciate: la perdita del dominio e dell’influenza a causa dei progressi rapidi della democrazia repubblicana e socialista.

La reazione, per colorire i propri disegni, si servì della menzogna e della esagerazione, che le avevano reso eccellenti servizi nel 1893-94. Allora ai buoni italiani del continente si fece comprendere che in Sicilia non erano i lavoratori che si movevano, stanchi di vessazioni e di soprusi e di spogliazione, che non erano i contadini che reclamavano la terra loro o patti agrari tollerabili se non equi del tutto; ma che l’isola fosse in aperta insurrezione per attentare all’unità della nazione ed erigersi a stato indipendente o porsi sotto la protezione non si sa bene se della Francia, o della Russia: il trattato di Bisacquino non lo definiva chiaramente.

Il giuoco riuscito allora fu ripetuto nel 1898; e sino ad un certo punto con ugual fortuna. Si scrisse che a Napoli si gridava: Vulimme ò re nusto! cioè il Borbone. Si ripetè che in Lombardia si volesse costituire lo Stato di Milano.

Di vero c’era questo solo: che a Napoli, come à Milano, il malcontento era generale e profondo e correvano per la bocca di tutti certi confronti odiosi. Ma era una menzogna che a Napoli e a Milano il tumulto avesse una bandiera politica qualsiasi.

La menzogna poi divenne gigantesca nelle proporzioni date agli avvenimenti dalle classi dirigenti che volevano sfruttarli disonestamente; ciò specialmente in Toscana e in Lombardia. Nella mite e gentile Toscana l’opera dei reazionari sorpassò tutto ciò che era da attendersi dalla paura folle che imperava sovrana a Palazzo Braschi; e i reazionari ottennero lo Stato di assedio, in tutte le provincie, di cui non sentiva il bisogno il Prefetto di Firenze, ch’era pure un avveduto uomo d’ordine e per soprammercato un generale — l’ex deputato Sani. Ed a Pisa il Regio Commissario straordinario per la Toscana arriva a scorgere pericoli dove non ne vedeva il Prefetto Minervini. Sicchè si ebbe in quei momenti: un Prefetto dimissionario perchè seppe proclamate misure non chieste dalla salute pubblica; ed un altro Prefetto punito coll’aspettativa perchè non volle sciogliere delle associazioni non pericolose e non sovversive!

I disordini repressi facilmente e rapidamente nel mezzogiorno e nel centro della penisola non potevano esercitare valida influenza sull’indirizzo politico dello Stato; l’esercitarono invece e vigorosa quelli di Milano, esagerati e falsati con impudenza pari alla persistenza.

E questi uomini non esitarono a spargere in Italia, per ottenere le invocate misure, notizie tali, che fecero rinvigorire i tumulti e le sommosse e crearono pericoli reali non sospettati dagli imprudenti loro inventori e propalatori! Poco mancò che l’annunzio telegrafico: il cannone tuona da otto ore in Milano! non provocasse una vera insurrezione altrove....

«I moti di Milano, si affermò nei giornali e nei corridoi allarmati di Montecitorio, nelle sale di Palazzo Braschi, e in altre più auguste, non solo mirano ad abbattere le istituzioni, a rompere l’unità d’Italia; ma costituiscono un attentato contro la stessa civiltà».

I singoli elementi dovevano essere adeguati al giudizio complessivo e finale; perciò da un lato si ingigantirono tutti gli episodi che facevano fede della forza e della organizzazione dell’insurrezione e dei pericoli conseguenti per lo Stato; dall’altro si somministrarono altri dettagli paurosi dai quali dovevasi argomentare di che cosa fossero capaci i barbari moderni, padroni di una città civile e ricca.

In tal guisa si sospingeva il governo ad una repressione pronta ed energica sino alla ferocia; e non solo si mirava alla repressione, che deve durare sintanto che c’è l’imminenza o l’immanenza del pericolo, come espressione della legittima difesa dello Stato, ma si mirava a giustificare la reazione permanente come mezzo adatto per distrurre le cause, che avevano generato i barbari moderni.

Così si diffusero con amorevole sollecitudine notizie sulle barricate, sul complotto, sulla uccisione degli alpini, sulle bande svizzere, sulla resistenza fiera — anche eroica — degli insorti, sulla impedita partenza dei treni, sulla necessità del cannoneggiamento, sulle case designate al saccheggio e alla distruzione, sul saccheggio avvenuto di Palazzo Saporiti, della Cassa di Risparmio, sulla distruzione della Villa reale di Monza; sui contadini di Corbetta che marciavano su Milano per vendicare Muzio Mussi; sui contadini bolognesi concentrati sulle sponde del Po, ecc., ecc.

Di ciascuno di questi elementi giustificatori della repressione e della reazione dirò qui rapidamente col vivo rammarico di non poterne trattare più ampiamente e di non saperne dire in forma artistica, mescolando il ridicolo colla rampogna, per flagellare gli eroi della menzogna e della calunnia.

Comincio cogli atti che dovevano far designare gl’insorti come i nuovi vandali; e perciò come tanti salvatori della civiltà gli uomini della reazione.

L’invenzione più grottesca fu quella delle case designate al saccheggio e alla devastazione nella nuova San Barthelemy anarchica e socialista colle lettere rosse — il colore adatto! — B e F che indicavano: Bombe e Fuoco. La notizia corsa per la prima fu delle prime smentite come un prodotto di una morbosa immaginazione e furono gli stessi giornali conservatori a constatare l’esistenza delle famose lettere, che, però, non erano state scritte dai rivoluzionari, ma dagli agenti della autorità municipale; la B indicava che lì presso c’era una bocca di presa dell’acqua potabile; la F era un segno pei lavori di fognatura!

Ebbe sorte più prospera, dal punto di vista degli inventori, la notizia sul saccheggio della Cassa di Risparmio e del Palazzo Saporiti; la notizia fu accreditata a Roma e non fu delle minori nel determinare la proclamazione dello Stato di assedio. Mancava ogni base al saccheggio della Cassa di Risparmio e la notizia circolò per breve tempo; c’era qualche lieve indizio per la seconda ed ebbe la sua discussione innanzi al Tribunale Militare.

E dal Tribunale Militare si seppe ciò che c’era di vero in questo episodio disonorevole per gl’insorti di Milano.

Nel terzo processo il Tribunale Militare si occupò del saccheggio del Palazzo Saporiti. — Gli accusati erano nove: di due non fu indicata l’età; sette erano minorenni tra i 14 e i 18 anni; di uno la polizia dette cattive informazioni e non trova da dire sui precedenti degli altri. Ben terribili questi saccheggiatori e ben grave dovette essere la devastazione compiuta! Sentiamo dal processo.

Un testimonio oculare, il cocchiere di Casa Saporiti, dice che avevano preso della biancheria... per fare delle barricate. Ma se essi furono arrestati sui tetti! Palazzo Saporiti è tra i più ricchi di Milano; fu completamente in mano dei barbari devastatori per alcune ore; ma in tutto non si accusa che un danno di circa ottomila lire. E fosse vero! Ascoltiamo un testimonio che vale di più del cocchiere e dei portieri; per un caso strano, questo testimone è il difensore di ufficio dei vandali imberbi. Il Barone Di Loreto, capitano dei Lancieri di Firenze, colla ingenuità di chi non apprese nelle Università il diritto e nelle aule l’arte oratoria, dice: «Signori giudici! Basta guardare il fisico e l’aspetto di Molteni e degli altri imputati per convincersi che non potevano essere devastatori e saccheggiatori. E poi, il corpo del reato dov’è? L’atto d’accusa parla di gioielli e biancheria trafugata per il valore di otto e più mila lire, mentre gl’imputati al momento del loro arresto non possedevano un oggetto d’oro, un capo di biancheria, nè altro. Io presi parte alla repressione col mio squadrone, e stetti fermo presso una barricata per dieci minuti, quando fummo avvertiti che i tetti erano occupati dai dimostranti. Dopo i tre squilli molta gente si ritirò nei Giardini pubblici e molti altri entrarono in casa Saporiti...»

È chiaro, dunque, che i saccheggiatori e i devastatori entrarono in Casa Saporiti per paura; e vi rimasero in trappola. Tentarono fuggire dal palazzo Richard, ma vennero arrestati. Se vi avessero avuto seco la res furtiva non avrebbero avuto modo di nasconderla: dal luogo del saccheggio passarono al cellulare. Non importa: il Tribunale li condannava; e dà 8 anni di reclusione al Sormani e 2 anni e 6 mesi ad un Bianchi di quindici anni....

Il saccheggio di Casa Saporiti somministra materia per un altro processo. Si svolge il 26 Luglio e compariscono sullo sgabello.... tre donne. Su di una concentrasi l’accusa: la Ferrari, che piange e si dichiara innocente. Una compagna l’accusa di aver preso della biancheria; l’avv. fiscale è più preciso e tremendo: assicura che prese stoviglie, bicchieri ed altri oggetti che furono poi distrutti... La Ferrari insiste, sempre piangendo, di non aver raccolto che dei fiori....

La sventurata poteva essere creduta: fu proprio la Perseveranza del giorno 8 ad annunziare che le donne misero sossopra i giardini divellendo piante e fiori!

Ad ogni modo non prestiamole fede ed ammettiamo ch’essa abbia rubate tante stoviglie e bicchieri.... quanto ne poteva contenere il suo grembiale. Anche qui manca la res furtiva; ma si conceda che siano stati bene applicati i due anni e mezzo di reclusione appioppatile dal Tribunale Militare.

Si parlò, e ci fu il relativo processo, del saccheggio del gioielliere Amodeo. Ma il Corriere della Sera (N. 125) dà la spiegazione del fatto. Corse voce che l’Amodeo avesse ucciso un popolano con un colpo di revolver. Il colpo fu vero, e il Corriere deplorò l’imprudenza; ma non fu seguito da saccheggio a scopo di furto, sibbene da tentativo di devastazione per indignazione. Dei sei accusati, quattro erano minorenni, come risulta dal 56º processo.

Ebbene: questi fatti e questi processi autorizzano chicchessia ad atteggiarsi a salvatore della civiltà? In tutte le parti del mondo e in tutti i tempi si legge di tumulti e di sommosse che non siano stati accompagnati da reati più numerosi e più gravi? Vi sono operai, dice Louis Blanc, che la miseria tiene continuamente a disposizione dei casi imprevisti.

Per un momento, durante il perturbamento, da paura o da altro men lodevole motivo si arriva a comprendere che si creda alla menzogna ed alla esagerazione senza che si metta in dubbio la buona fede di chi la menzogna divulga; perciò si può essere disposti a perdonare la Perseveranza del giorno 8 che diceva essere quello degli insorti programma di rivoluzione, di saccheggio, di devastazione. Ma tornata la calma si può e si deve essere inesorabili verso chi continua nel mendacio e nella calunnia. Ed è dopo una settimana circa da che la repressione è compiuta e la verità si è fatta strada in tutti i giornali d’Italia che la Perseveranza scrive: «I nostri agitatori non sdegnano l’appoggio di quegli abbietti per costumi, rotti al vizio od al delitto, che continuamente escono e rientrano nelle carceri con fatale intermittenza di delitti e di castighi, e che, mentre non si mostrano nei momenti di calma, sbucano dall’ombra nei tempi di lotte cittadine; come non sdegnano l’appoggio di quegli anarchici dallo stampo francese qualificati per démolisseurs, ravageurs, barberes de la Société» (15 Maggio). E dire che la Perseveranza è l’organo del filosofo Negri!

VII. LE ISTITUZIONI IN PERICOLO!

Il saccheggio e la devastazione di Milano ricca e colta furono inventati per suscitare l’indignazione contro i barbari contemporanei; ma queste menzogne forse non erano sufficienti per determinare l’azione energica del governo.

Chi poteva assicurare che al Ministero stessero proprio a cuore gl’interessi delle civiltà! Bisognava creare il pericolo delle istituzioni; inventare, perciò, o esagerare le forze e la resistenza dei tumultuanti. Presto fatto: donne e bambini, uomini inermi furono tramutati in combattenti, cui onestamente accordossi anche l’eroismo, che faceva comodo.

Analizziamo le creazioni dei denunziatori della pericolosa insurrezione di Milano. Ecco un primo gruppo di notizie assolutamente fantastiche: gli alpini uccisi, una compagnia disarmata, gli studenti di Pavia in marcia sopra Milano, ecc., ecc.

Di alpini uccisi si seppe a Palazzo Braschi e nei corridoi di Montecitorio; ma, malauguratamente per coloro cui faceva comodo il grave fatto, nulla se ne seppe a Milano. I becchini non poterono trovare, tra i cadaveri dei cittadini massacrati, alcun soldato alpino ucciso dai tumultuanti, così del pari i superiori non poterono prender conoscenza di alcuna compagnia disarmata; come la cavalleria mandata in perlustrazione fuori Milano, le truppe appiattate nelle cascine non poterono sorprendere in marcia i duemila studenti armati di Pavia. Sperossi di trovarne qualcuno travestito da cappuccino; ma le barbe dei frati arrestati dopo la breccia erano barbe autentiche....

E si passi sopra ai diversi strombazzati assalti della stazione, alla complicità dei ferrovieri per impedire la partenza dei treni: in grazia della esagerazione della confusione, che doveva esservi in una stazione di città cannoneggiata, si ha almeno la soddisfazione di cogliere una preziosa confessione dalla bocca della Perseveranza. Eccola: «Insistente era la voce della sommossa alla stazione, con demolizione della tettoia, sciopero dei ferrovieri, arresti, fuoco, vittime. Quando ieri — il 9 — ci recammo alla stazione per assumere informazioni, trovammo l’ex onor. Zavattari che si affannava a persuadere gli increduli — increduli anche sul posto! — che nulla, nulla era succeduto. Tutti i treni andavano e venivano regolarmente, tranne, come era noto dal giorno precedente, quelli della linea Alessandria in seguito anche ai fatti di P. Genova e di P. Ticinese di ieri l’altro. Però la stazione e il difuori erano garantiti dalla truppa. Dobbiamo una parola di elogio ai facchini della stazione — il seguito dello Zavattari — che si prestarono coi migliori modi ad assistere i forestieri in arrivo, specialmente alla sera, quando non c’erano più nè vetture, nè omnibus. Non ostante l’ora tarda, parecchi accompagnarono i forestieri agli alberghi». (N. del 10 Maggio).

Pare, dunque, che Zavattari si sia adoperato efficacemente per il mantenimento dell’ordine; per ciò, forse, fu arrestato e condotto innanzi al Tribunale militare, che — incredibile dictu! — lo assolvette non ostante il suo riaffermato repubblicanesimo.

Ma se fin qui siamo di fronte al fantastico, entriamo nel campo della realtà colle Bande svizzere, colla complicità di Cipriani ed un po’ anche — come nel Trattato di Bisacquino — della Francia: l’ingrediente necessario per fare effetto sulla immaginazione dei patrioti.

A tumulti finiti — si badi bene — scrivono da Torino alla diligente e onesta Perseveranza. «Voci dall’estero assai esplicite. — Mi si afferma da persona autorevole che a Parigi si sapeva quanto doveva succedere a Milano, dove la preparazione alla sommossa era stata ideata e condotta abilmente da qualcuno di coloro i quali o vennero arrestati in flagrante, oppure presero il largo. Pare che anche il Cipriani non ignorasse ogni cosa, ma che egli abbia consigliato o sconsigliato, ignoro perchè non mi si volle, o non mi si seppe dir di più. Certo la miccia venne accesa a Bari e percorse tutta linea ascendente fino a Milano, lasciando nello scoppio parecchi strascichi e numerosi addentellati a nuovi incendi ovunque il malcontento, la miseria, la corruzione, la malvagità trovavano buona presa davanti il sonno delle cosidette Autorità di vigilanza e di tutela dell’ordine pubblico». (N. del 15 Maggio)[11].

Tutto questo sarebbe stato grave... se fosse stato vero. Non lo era; e a quali innocenti, anzi miserevoli proporzioni si riducesse la partecipazione dell’indispensabile Cipriani lo si apprese dal processo dei giornalisti: allo scambio di poche parole tra Carlo Romussi e il valoroso di Domokos nel passare da Milano per ritornare in Francia.

Ma chi può negare l’esistenza delle bande d’insorti italiani, che dovevano calare dalla Svizzera sopra Milano?

Le avevano organizzate l’on. Rondani e gli altri rifugiati in Lugano, Lausanne ecc; l’on Morgari aveva valicato il confine per condurle in Italia; l’Agenzia Stefani le aveva annunziate; tutta la stampa monarchica aveva protestato energicamente contro l’indegna repubblica elvetica, che non sapeva esercitare i suoi doveri di buon vicinato. È l’Opinione di Roma — l’ufficiosa di tutti i ministeri — che dà il monito alla Svizzera; e Visconti Venosta rincara la dose con una nota diplomatica.

Quanti erano gl’italiani delle bande? dove erano indirizzati? La stampa monarchica non esitò a valutarne le forze: da 500 a 5000; indicò la direzione o meglio la meta precisa: Milano. Questo è certo: le bande non penetrarono in Italia e non furono arrestate nemmeno dall’esercito, che in forza discreta venne scaglionato al confine per impedire l’entrata di questo pericoloso contrabbando.

In questa creazione delle bande svizzere c’era un nocciolo di verità, che fu ridotto alle sue giuste proporzioni sopratutto dalle risultanze processuali e dalle testimonianze delle autorità federali e cantonali — Camuzzi, Bernasconi, Primavesi e Rupa. — Le notizie false ed esagerate sugli avvenimenti di Milano avevano messo il fermento nella numerosa colonia italiana in Isvizzera; i primi esaltati socialisti — poco più di un centinaio — mossero verso il confine; vi arrivarono in dieci; non avevano nè armi nè denaro; mancavano di pane e di vestiti... (Deposizione del Consigliere di Appello Primavesi, giudice istruttore in Lugano. Udienza del 29 Luglio). Verso il confine potevano arrivare più numerosi; ma ciò fu impedito dai telegrammi, dalle lettere, dai consigli e dalle preghiere degli on. Morgari e Rondani e dell’avv. Tanzi. Rondani e Tanzi rimasero in Isvizzera. Morgari rientra in Italia, di nulla diffidando come chi ha coscienza di aver fatto doverosa opera di pace; ma n’è punito col carcere preventivo e col processo e dovette sentirsi ascrivere a colpa dal Tribunale Militare l’influenza esercitata nello scongiurare un tentativo d’invasione. Punito come Zavattari!

E siamo alle barricate. L’Italia e l’Europa seppero che a Milano i tumulti si erano trasformati in vera rivoluzione; tanto che vi erano sorte le barricate come a Palermo nel 1860 e 1866; come a Vienna, a Parigi, a Berlino, nella stessa Milano nel 1848 ecc.

La notizia, se anche vera nella sua essenza, non doveva lasciarsi circolare perchè non poteva non esercitare una influenza eccitatrice; e il governo che sopprimeva giornali e telegrammi che dicevano la verità poteva impedire la trasmissione dei dettagli di queste barricate; doveva almeno ridurle a quello che erano in realtà. Che fosse necessaria la riduzione è evidente.

Si sa dalla breve cronaca che barricate erano sorte in vari punti della città e nei tre giorni di conflitto. Stando al Corriere della Sera (N. 125) rinforzato dalla Perseveranza, queste barricate dovevano essere una cosa molto seria la cui espugnazione avrebbe dovuto costare molto sangue alla truppa, se fossero state il prodotto di una rivolta preparata con tutta la calma, mentre la truppa era impegnata in altri punti della città e non l’episodio di un tumulto improvviso. Queste barricate costituivano, secondo i giornali delle reazioni, una fortezza nel punto in cui s’incontrano corso Garibaldi, via Moscova e via Statuto; e ne avevano altre di rinforzo in altre vie collaterali. E la Perseveranza del giorno 8 scrisse che il giorno precedente soltanto a Porta Garibaldi vi furono tredici barricate sapientemente costrutte e tenacemente difese.

Chi conosce la storia delle barricate vere nelle varie rivoluzioni di Europa si attende uno svolgimento tragico. E ci fu la tragedia; molti cittadini lasciarono la vita o furono feriti presso le barricate; non ve la lasciò alcun soldato o ufficiale.

Un criterio veramente infallibile sulla entità di queste barricate l’abbiamo nei processi e nelle condanne del Tribunale Militare. Il 31º processo, ad esempio, per le barricate, per così dire premeditate — quelle del Corriere — di Corso Garibaldi e Via Moscova avrebbe dovuto presentare il maggiore interesse e i più gravi accusati. Invece tra i quindici condannati la maggiore pena inflitta fu di un anno e mezzo di reclusione. Una vera miseria per difensori di barricate, che si suppongono presi colle armi in mano; ai preparatori ideali della insurrezione si appiopparono sei, dieci, quindici anni di reclusione!

Non a Milano soltanto, ma dapertutto le risultanze processuali sono riuscite a smentire le menzogne della polizia sulla gravità dei fatti. Così i delitti dei cittadini di Sesto Fiorentino, che condussero ad altro piccolo massacro, furono così terribili, che le pene inflitte ai colpevoli dal Tribunale militare di Firenze non raggiunsero i sei mesi di carcere!

La verità è diversa da quella che si vorrebbe dare ad intendere per il decoro e per la serietà dei conservatori, dei generali e dei Ministri del regno d’Italia. Queste famose barricate non rappresentano che una specie di esercizio sportivo dei ragazzi e dei dimostranti; erano poco consistenti e mancavano del requisito principale: mancavano di difensori. Si espugnavano senza alcun pericolo, senza fucilate e senza cannonate: a colpi di scudiscio. Erano una parata da teatro che non meritava il sangue di cui furono bagnate. Se i processi e le pene non bastassero per giustificare questo giudizio, ci sarebbe una prova strana — in un certo senso anche umiliante: furono tranquillamente fotografate e dalla parte, naturalmente, nella quale stavano gli assalitori....

Veniamo all’ultima invenzione sbalorditoia: alla resistenza degli insorti ed alla breccia aperta nel Convento dei Cappuccini.

Per giustificare questo ignominioso episodio, s’inventarono rivoltosi e combattenti all’Acquabella e altrove. Nello stesso intento la Perseveranza del giorno 10 Maggio narrò che uno squadrone del reggimento cavalleria Milano, appena arrivato da Lodi, veniva lanciato fuori Porta Monforte e riusciva a prendere alle spalle un gruppo di riottosi, intimando la resa, minacciando la carica colle lance; e il gruppo si arrese: i 150 circa, che lo componevano, erano la più parte armati di rivoltella e altri di coltello; Falso, falso, falso!

Affare grosso quello dei Cappuccini! Infatti, dice la Perseveranza, gl’insorti, inseguiti lungo i bastioni, continuarono a sparare e ripararono nel Convento dei Cappuccini invadendolo e trincerandovisi fortemente. La truppa dovette snidarli mediante un vigoroso fuoco di fucileria. I soldati poterono accerchiare l’edifizio e la chiesa attigua. Furono circuiti e arrestati tutti i combattenti, che non riuscirono a salvarsi.

Qui siamo in piena e vergognosa menzogna. Qui, come alle barricate, mancarono gl’insorti e i difensori dell’improvvisata fortezza; in loro vece c’erano frati caritatevoli, che vennero arrestati in vent’otto, e vecchi e vecchie mendicanti che erano andati a prendere la loro scodella di minestra e vi trovarono la morte.

La menzogna vergognosa viene confessata a denti stretti dal Corriere della Sera (N. 128); più dettagliatamente dalla Perseveranza (giorno 11) che sente il rimorso delle precedenti affermazioni e, forse, voleva farsi perdonare dai suoi buoni amici di una volta, i clericali. La Perseveranza ci narra che la truppa ignorava (!?) l’esistenza del convento e che si allarmò del movimento attorno al cancello — ed erano i poveri che atterriti dalle fucilate cercavano riparo in luogo, che, scioccamente, ritenevano sacro — ed aprì la breccia a colpi di cannone; è la Perseveranza che ci narra che il Padre Isaia venne arrestato e ferito — avrà ricevuto una medaglia il valoroso che lo ferì? — mentre lavava una ferita ad una vecchia....; è la Perseveranza che riproduce dalla Lega Lombarda la notizia della sorpresa che fece allibire il Prefetto Winspeare quando si trovò dinanzi quegli strani prigionieri: i frati cappuccini e i vecchi mendicanti!

Questo episodio dei Cappuccini di Monforte fu tanto enorme che l’Autorità Militare ordinò un’inchiesta; la quale dovette spiegare l’errore di chi ordinò il fuoco e la breccia, ma non potè fare a meno di condurre alla liberazione dei poveri frati — avvenuta il 15 Maggio — che devono solo alle loro condizioni se non ricevettero i loro anni di reclusione anzichè le scuse umilianti di tutte le autorità. In questa liberazione sta, però, l’implicita condanna di autorità militari, che si mostrarono deficienti di tutto — specialmente di prudenza, di umanità e d’intelligenza — e che completarono i trofei raccolti nei giorni precedenti raccogliendo larga messe d’infamia e di ridicolo: infamia per avere ucciso dei poveri in cerca di pane; ridicolo per avere aperto la breccia in un inerme e pacifico convento, con cannonate che sono degne di essere messe alla pari con quelle contro i bovi del pozzo di Tata nella gloriosa campagna contro Re Giovanni nel 1887.

Riassumo. La cronaca e le poche considerazioni esposte in questo capitolo dimostrano che cosa fosse la pericolosa insurrezione di Milano. Ci sono ancora altre prove schiaccianti contro coloro che inventarono pericoli inesistenti o li centuplicarono.

Queste prove vengono somministrate: dal numero dei morti e dei feriti tra i combattenti; dalla natura della morte e delle ferite tra le truppe; dalla condizione delle vittime tra i cittadini.

Con insistenza meravigliosa, nella cronaca delle luttuose giornate di Maggio, dai giornali si narra di fucilate e di colpi di revolver partiti dalle barricate e dalle finestre delle case vicine. Ma da tutti i processi non si potè apprendere che nelle case immediatamente visitate dalla polizia e dai soldati si siano trovate armi da fuoco e combattenti. Se combattenti colle armi in mano si fossero trovati sarebbero stati certamente fucilati. E non mancava l’animo al generale Bava Beccaris di farli fucilare — a lui che avrebbe già voluto far passare per le armi l’onor. De Andreis, cui si trovò in tasca un terribile esplodente: un progetto per la illuminazione elettrica.

L’inchiesta sulla breccia dei Cappuccini avrebbe dovuto condurre alla scoperta di queste case, che davano asilo agli insorti omicidi — di queste case cui il Regio Commissario straordinario consacrò uno dei tanti suoi balordi proclami.

Ma guardate, fatalità: durante l’assalto dei Cappuccini si va ad esplorare una casa dalla quale si supponeva che si fosse sparato; e in quella stessa casa si conduce, per farlo curare, un ufficiale ferito in via Moscova! Almeno a Napoli trovarono da condannare la disgraziata complice di uno studente, che sparò da una casa, ma che fu assolto... per non provato reato. A Milano nulla!

Se gli insorti spararono per tre giorni di seguito in tanti punti, tra i soldati avrebbero dovuto essere numerosi i morti e i feriti per arma da fuoco. Ma la forza non ebbe che due morti; la guardia di Pubblica Sicurezza Viola e il soldato Grazia Antonio Tommazzetti. Il primo venne ucciso da una scarica della truppa; il secondo non si sa (?!) se venne ucciso per arma da fuoco o per una caduta di comignolo sul capo. Così il Corriere della Sera (N. 130). C’è anche chi afferma, che venne ucciso da un ufficiale perchè negavasi di far fuoco contro i cittadini; ma la voce non è accreditata.

Di più. Il Corriere dà nello stesso numero l’elenco nominativo dei soldati ed ufficiali raccolti negli ospedali militari; tra ventidue feriti, due soli lo furono per arma da fuoco; tre da coltello; gli altri presentano ferite lacero-contuse o semplici leggere contusioni. Le lesioni più gravi sono per rottura dei malleoli per caduta dal cavallo. E chi garantisce che i cinque non feriti da arma contundente non siano vittime dei colpi della forza, che sparava e caricava all’impazzata? C’è da sospettarlo: il Corriere (N. 132) infatti constata che il soldato Malinverni ferito da arma da taglio lo fu dalla bajonetta di un commilitone contro il quale urtò accidentalmente nel parapiglia!

Non ci potevano essere, come non ci furono, feriti d’arma da fuoco e da taglio tra i soldati perchè i terribili insorti di Milano — donne e fanciulli in massima parte — possedevano ben curiose e allegre armi. Il Corriere, la Perseveranza e gli altri giornali non videro che cappelli, fazzoletti, bastoni.... e sciabole di legno da bambini. Contro la forza furono scagliati sassi e — inorridite! — un pajo di scarpe.

E che in Milano ci fossero armi più serie lo si vide dal numero dei fucili che vennero portati al Comando Militare quando venne l’ordine del disarmo.

Ma siccome giornali ed autorità parlano con tanta insistenza di colpi di arma da fuoco.... che per tre giorni di seguito in molti punti non ammazzano nè feriscono, bisogna ricorrere ad una curiosa ipotesi: che gl’insorti sparassero a polvere, per intimorire la forza e costringerla a retrocedere amichevolmente. Ma non erano a polvere, però, i colpi di fucili e di cannone sparati dalle truppe; se ne ha la prova dolorosa nella loro micidialità. Intorno al numero dei morti corsero — anche sulla Tribuna — delle esagerazioni: si parlò di 800, di 300 morti. Accettiamo la cifra officiale, benchè ancora discussa: circa 80 morti e 450 feriti.

Se gli uccisi, se i feriti fossero stati insorti veri, anche se armati di scarpe o di sciabole di legno, avrebbero meritato la loro sorte; ma invece «alla statistica dei feriti e dei morti hanno dato una straordinaria percentuale i curiosi, gl’imprudenti, i disgraziati....» Questa la confessione del Corriere della Sera (N. 127). La Lombardia (N. 126) riferì il giudizio di un professionista indignato che nel sobborgo S. Gottardo si fosse sparato non contro bande di rivoltosi, ma contro casigliani endimanchés curiosi e che non sapevano stare in casa in un giorno di primavera. E le cannonate? Non è vero, dice lo stesso professionista, che quelle a mitraglia siano state precedute da quelle a polvere; o almeno l’intervallo di pochi minuti tra le une e le altre toglieva qualunque significato di avvertimento alle ultime. Che più? È la stessa Perseveranza che riconosce che sparasi contro le finestre dalle quali affacciavansi, curiosi; e aggiunge che a Porta Garibaldi, a Porta Ticinese, a Porta Genova, a Porta Vittoria, specialmente sul corso Loreto, tratto tratto le truppe dovevano far fuoco per disperdere i curiosi! (Numero del giorno 10 Maggio). La ferocia dei combattenti di cui ci dettero notizia gli organi del Regio Commissario era tale che.... assistevano i soldati caduti. Ce lo fece sapere la Perseveranza del giorno 8. In Italia, in questo triste quarto d’ora, non è lecito commentare come si dovrebbe l’insieme di queste note sull’insurrezione di Milano; sarà lecito almeno di rilevare che dalle medesime risulta non essere stato mai in pericolo nel maggio 1898, nè la civiltà, nè le istituzioni; se pericoli corsero, nella peggiore delle ipotesi, l’una e le altre lo devono ai rappresentanti dell’ordine, i quali vollero ed eseguirono una carneficina non necessaria; e in politica niente è così disastroso e deplorevole quanto ciò che è inutile.

In Parlamento e fuori, coloro che difesero l’uccisione di oltre centocinquanta cittadini ed il ferimento di oltre un paio di migliaia, dissero, per attenuare la responsabilità degli omicidi, che lo Stato aveva agito per legittima difesa; ora, pur essendo generosi, non si può accordare che l’eccesso di difesa, che va sempre punita. La punizione verrà; ma dal Tribunale della Storia.

VIII. L’OPERA DELLA REAZIONE

Qualunque sia stata l’importanza dei tumulti della primavera del 1898 e siano state anche semplicemente sportive le barricate costruite in Milano e tentate pure in Faenza, a nessuno verrà in mente di negare al governo il diritto e il dovere di ristabilire l’ordine, che — bene inteso — è condizione vera di progresso e di libertà ad un tempo. S’intende perciò la repressione immediata, anche se riesca a ferire interessi legittimi e sentimenti alti e rispettabili; ma se ne deve discutere la misura. E nessuno dei pari vorrà negare la convenienza, la necessità anzi, di questa discussione; poichè in politica l’assoluto non esiste e la misura è tutto.

Se la repressione si arresta appena cessata la sua urgente indicazione, quella troverà poche censure e solleverà poche e fiacche proteste. Se la repressione continua quando è cessato il pericolo che la impose allo Stato, in nome del preteso diritto di legittima difesa, diviene reazione, che toglie a pretesto le sommosse e non si propone soltanto il ristabilimento dell’ordine.

Ancora: Della misura, e perciò della legittimità della repressione, si potrà opportunamente giudicare in seguito alla esatta valutazione dei fatti che la determinarono e delle cause di ogni specie che suscitarono i fatti stessi.

Questa conoscenza è indispensabile non solo per assegnare le rispettive responsabilità, ma anche per giudicare e prevedere quale sarà la efficacia dei provvedimenti presi — se riusciranno a mantenere lungamente quell’ordine che sta, almeno in apparenza, in cima dei pensieri dei governanti; e ad impedire, a più o meno lunga scadenza, la ripresentazione dei tumulti.

La semplice cronaca ci ha fatto già conoscere quale sia stata la loro entità; meglio e più completamente l’apprezzeremo al lume delle risultanze dei processi. Le quali saranno tanto più significative inquantochè i processi furono istruiti col minimo di regolarità procedurale e di garanzia nella difesa dei presunti rei e col massimo di severità nei giudici eccezionali, che conobbero e giudicarono dei reati. Queste risultanze, quindi, potranno peccare per eccesso; ma non si potrà sospettare che presentino attenuata la gravità dei fatti. Si può presumere anche la esagerazione, perchè in questa sta il tentativo, l’unica speranza di giustificazione della condotta del governo e delle classi dirigenti che lo inspirarono e spronarono nell’azione repressiva[12].

Senza anticipare le risultanze processuali e il giudizio che potrà desumersi dalla conoscenza delle cause delle sommosse, per ora continueremo la cronaca della repressione, mettendone in evidenza alcuni dettagli che servono a gettare sprazzi di viva luce sull’indole dell’azione del governo e delle classi dirigenti.

Nelle Puglie, dove i tumulti assunsero gravi proporzioni e furono accompagnati da episodi selvaggi, come quelli di Minervino-Murge, la repressione fu breve e non uscì dai limiti del dovere e del diritto di ogni governo di garantire a tutti l’ordine. Fu in parte merito del Generale Pelloux di non avere trasmodato; in gran parte si deve alla mancanza di stimolo da parte delle classi dirigenti che non sentono alcun pericolo politico e si accontentano dell’ordine materiale.

Mancavano le ragioni di provvedimenti che uscissero dall’ordinario a Napoli e nella sua provincia; dove la repressione pronta ed energica e non duratura al di là della durata degli insignificanti tumulti sarebbe stata più che sufficiente. La proclamazione dello stato d’assedio e la istituzione dei tribunali di guerra, quindi, vennero giudicate intempestive, capricciose, suggerite da preconcetti politici e da ricordi recenti — dal ricordo delle scene dolorose dell’Agosto 1893. Il lusso di cannoni e di cavalleria nelle piazze e nelle strade di Napoli, anche prima che venisse proclamato lo stato d’assedio, venne interpretato come un espediente, pericoloso sempre, per mascherare l’intrinseca e reale debolezza militare del governo. I provvedimenti, infine, furono tanto sproporzionati al pericolo temuto, che fu possibile sospettare che essi siano stati presi in odio ad una persona e ad un giornale invisi all’onor. marchese Di Rudinì e che non si potevano colpire sotto l’impero delle leggi ordinarie. Enunzio l’ipotesi, perchè più volte e da più parti ripetuta, senza nascondere che per quanto poca stima si abbia e per quanto poco stimabili siano i governanti italiani, essa non sembra credibile. Comunque, mi piace constatare che a Napoli, come nelle Puglie, mancò sul governo la pressione delle classi dirigenti in favore di una repressione trasmodante ed a suo onore ricordo, che il sindaco di Napoli, Marchese di Campolattaro, insistette presso il Ministero affinchè lo stato d’assedio, innocuo ed inavvertito per la cittadinanza, dannoso a quanti vivono dei numerosi forestieri e pericoloso solo pei Tribunali militari, venisse tolto al più presto possibile.

Altrettanto ingiustificato fu lo stato d’assedio in Firenze e in tutta la Toscana; odioso perchè fatto nell’interesse di una classe, o meglio di una ristretta casta.

Della assoluta mancanza di necessità dello stato dì assedio nella Toscana si ha la prova nella narrazione e nei commenti ai fatti che dette la Nazione, l’organo massimo dei conservatori toscani e che combatteva il Ministero Di Rudinì, perchè fiacco verso i partiti sovversivi; dei quali anzi lo diceva complice più o meno cosciente. La prova irrefragabile sta poi in questo: l’autorità politica che doveva giudicare sulla convenienza del provvedimento, il Prefetto di Firenze, nulla ne seppe ed apprese il decreto che lo esautorava e gli sostituiva un Regio Commissario straordinario, dal proclama che lesse uscendo da Palazzo Riccardi. Ed il prefetto era un militare ed un accorto uomo politico: il generale Sani. Questo episodio, che non ha precedenti, viene completato dalla punizione inflitta al comm. Minervini, Prefetto di Pisa, perchè si era rifiutato di sciogliere alcune società innocue che mai erano uscite dall’orbita della legalità; scioglimento imposto dal Generale Heusch in un momento di morboso furore reazionario.

A Firenze e in Toscana lo stato d’assedio e i conseguenti Tribunali militari, non giudicati necessari dalle autorità politiche locali, le sole competenti sulle misure opportune e sconsigliati dagli onor. Nicolini e Brunicardi, vennero chiesti ed ottenuti, dalle consorterie politiche locali, verso le quali il Ministero Di Rudinì, nella folle preoccupazione di superare in energia Francesco Crispi, ebbe il torto imperdonabile di mostrarsi condiscendente[13].

Lo stesso avvenne a Milano ed in Lombardia; dove almeno il Prefetto ed il generale comandante la direzione chiesero il provvedimento eccezionale, ma non fu concesso se non in seguito a telegramma del sindaco della capitale morale ed alle pressioni esercitate sul governo da una frazione del partito conservatore lombardo. I fatti di via Napo Torriani del giorno sei, cagionati più che altro dalla imprudenza e dalla cocciutaggine della questura, non avrebbero mai potuto giustificare la proclamazione dello stato d’assedio in una città come Milano; e l’insieme degli avvenimenti autorizza a sospettare poscia che la continuazione dei tumulti, sino alla breccia tragicocomica aperta nel convento dei Cappuccini, furono se non voluti e provocati, come qualcuno si arrischia a dire, certo comodi e ben venuti per dare parvenza di opportunità a misure eccessive e deplorevoli.

I mezzi adoperati dai conservatori toscani e da quelli Lombardi per trascinare il governo, bendisposto a lasciarsi trascinare, furono identici: la calunnia e l’esagerazione. Ma quest’ultima può trovare scusa nella paura grande e nei minacciati interessi; non la prima. Nel calunniare gli avversari e nell’esagerare i fatti, alcuni e qualche giornale non conobbero limiti di decenza: si vide la Perseveranza farsi la denunziatrice sfacciata dei giornali democratici, fraintendendo, sino a disonorarlo, l’ufficio della stampa[14].

Per singolare coincidenza, in due scritti — l’uno pubblicato a Firenze ed attribuito al Generale Sani o per lo meno da lui inspirato; e l’altro a Ginevra da un profugo — dei gruppi, delle caste, se non delle classi che spinsero maggiormente il governo italiano ad oltrepassare la repressione per abbandonarsi nelle braccia di una reazione rabbiosa, si danno note psicologiche caratteristiche, che si rassomigliano meravigliosamente. Della consorteria di Firenze, che invocò ed ottenne lo stato di assedio, si dice: che manca d’ideale, che accetta la dinastia sabauda come accetterebbe qualunque altra; e che nella monarchia vede un mezzo per mantenere a se stessa il primato in tutte le faccende pubbliche, a scopo di lucro più che altro[15]. Il profugo di Ginevra scrive che i conservatori lombardi, in fondo, sono rimasti quello che erano gli aristocratici ai tempi di Parini e che pochi — nella Costituzionale di Milano non arrivarono che a novanta in circostanze solenni — ma arditi, sotto la guida del Senatore Negri, vollero non la repressione dei tumulti, ma la vera reazione per mantenersi al potere. In Toscana, come in Lombardia, questi gruppi di uomini, queste consorterie, agirono energicamente perchè si sentivano vicini a perdere ogni influenza ed ogni supremazia: la democrazia batteva alle porte e stava per entrare nelle loro cittadelle[16].

Si comprende perciò che questi interessati promotori della repressione energica al di là delle esigenze di una savia politica, abbiamo visto con favore i tumulti ed abbiano inventato essi stessi il complotto, di cui si dirà in appresso. Per loro, come ingenuamente confessò un giornale di Genova, la reazione non era temuta, ma sospirata[17].

Non spenderò parole per stigmatizzare gl’intenti e i mezzi adoperati da queste consorterie per conseguirli e i pericoli che creano pei popoli e pei governi; meglio delle parole servirà la esposizione dei fatti. La loro opera, sommariamente, la farò giudicare da Carlo Luigi Farini, che scrivendo delle sette dei suoi tempi — specialmente delle reazionarie — parve anticipare la fotografia e il giudizio sulle contemporanee. «I governi che istituiscono sette governative o ne accettano gli aiuti, scrisse il celebre moderato romagnolo, vengono a termine di quegli individui, i quali essendo istitutori o direttori delle sette di opposizione, invece di guidarle ne sono guidati, e costretti ad operare, buono o mal grado a posta di quelle. Nessuna idea è più autopetica all’idea di governo, quanto l’idea di sette. Governare vale ed importa moderare l’umana associazione a vantaggio dei più, secondo gli eterni principii della giustizia e della ragione: far setta vale ed importa imporre ai più le opinioni, le volontà, le passioni dei meno, cioè sragionare, scapestrare sovente, sgovernare sempre; le sette governative hanno poi questo peggiore sconcio, che trascinando il governo ad operare ingiustizia, attentano al principio morale dell’autorità, e la rendono così esosa, che gli uomini non la considerano altrimenti come una necessaria tutrice e moderatrice, ma come una nemica da invigilare con istudio e guerreggiare con perseveranza»[18].

È logico e naturale che dove più intensa fu l’opera delle sette per trascinare il governo alla reazione, ivi più clamorose siano state le manifestazioni e gli atti di grazia perchè scongiurati i pretesi pericoli corsi dalla patria e dalla civiltà — cioè dai loro interessi.

A Milano, perciò, non appena cessato il primo periodo della reazione — quello della repressione sanguinosa — si assiste ad un nauseante scambio di ringraziamenti e di congratulazioni che ricorda lo spettacolo vergognoso dei tempi peggiori del servilismo e della tirannide. La deputazione provinciale, il consiglio comunale di Milano, alcune associazioni politiche mandarono al generale Bava Beccaris indirizzi traboccanti di riconoscenza, nei quali l’esagerazione e la menzogna colle forme di rettorica sbilenca arrivano alle lodi smaccate per la energia, per la intelligenza, per gli elevati intendimenti civili e patriottici spiegati nel salvare Milano dal saccheggio e dall’anarchia, e nel conservare all’Italia le gloriose istituzioni vigenti[19].

Della sincerità e del valore delle manifestazioni di una parte delle classi dirigenti lombarde molti dubitano ricordando che rettoricume analogo venne adoperato sotto l’Austria e in favore dei generali che salvarono le istituzioni di allora contro coloro che, complessivamente, sono i governanti di oggi. La storia somministra parecchi esempi degradanti di questo invertimento di parti e di questi trapassi repentini dalla condanna all’apoteosi, e viceversa. Checchè ne sia della sincerità della riconoscenza manifestata è, però, assai probabile che un militare, ignorante le vicende della storia, l’abbia accettata come oro di coppella e si sia lasciato suggestionare sino a dirigere all’esercito quest’ordine del giorno, che costitusce l’esaltamento più caloroso dell’opera propria:

«Ufficiali, sott’ufficiali e soldati, funzionari ed agenti di Pubblica Sicurezza.

«In questi tristissimi giorni, non badando nè a fatiche nè a disagi, voi avete reso un grande servizio al Re, alla Patria, alla Civiltà.

«Per opera vostra la pace è restituita a questa grande Metropoli, la quale 50 anni or sono, per virtù, per valore e per concordia di tutti i suoi cittadini, seppe risorgere a libera vita.

«I malvagi di ogni partito, concordi nel folle intento di sovvertire le Istituzioni e disfare l’Italia, l’avrebbero ripiombata in una servitù peggiore della prima.

«Voi l’avete impedito: nel nome del Re e della Patria vi ringrazio.

«Milano, 11 Maggio 1898.

«Il regio Commissario Straordinario

Tenente generale F. Bava Beccaris.»

L’esagerazione interessata, la vera ubbriacatura locale, infine, spiega come e perchè si abbia perduto l’esatta percezione degli avvenimenti a Roma e fa anche supporre la buona fede nei Ministri, che distribuirono medaglie ed onorificenze in numero sbalorditivo e suggerirono al Re questo telegramma, di cui a loro resta tutta la responsabilità:

«Roma, addì 6 giugno 1898 — ore 21,20.

«Ho preso in esame la proposta delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A Lei poi personalmente volli conferire di motu proprio la Croce di Grand’ufficiale dell’ordine militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perchè Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della Patria.

«Umberto».

Dinanzi a questo lusso di ringraziamenti, di lodi e di ricompense, saremmo curiosi di conoscere quali severe parole dovrebbe adoperare l’onorevole Deputato Franchetti, che altra volta si scandalizzò — consenziente l’on. Pelloux allora ministro della Guerra — delle numerose ricompense accordate per la cosidetta battaglia di Coatit, e nelle quali non esitò a scorgere «sintomi, nei gradi supremi dell’esercito, di stanchezza, di rilassatezza nell’apprezzare l’ideale militare, di disinteressamento da quegli interessi alti, il cui complesso, costituisce appunto la forza militare della nazione»[20]. E molti che amano la monarchia e l’esercito, con uno sconforto indicibile, di fronte alla suprema onorificienza militare — il titolo di Grande uffiziale dell’ordine militare di Savoia — accordato al Generale Bava Beccaris, si domandano quale altra si dovrebbe e potrebbe concedere al fortunato soldato che salvasse l’Italia da un invasore straniero![21]

Se la vittoria ottenuta dall’esercito in Milano, dal punto di vista militare, per denominarla benevolmente, si deve dirla lillipuziana, dall’altro canto non si può dire che brillarono le doti politiche e civili del Regio Commissario Straordinario in guisa da compensare l’assoluta mancanza dei meriti guerreschi — mancanza aggravata da questo ingenuo appello ai cittadini di Milano:

Cittadini!

Da tre giorni la truppa del presidio, in continuo servizio di pubblica sicurezza, si trova talvolta nella impossibilità di provvedere alla confezione del rancio giornaliero.

Questo disagio aggiunto agli altri di questi giorni riesce assai penoso.

Faccio quindi appello al cuore della cittadinanza, fiducioso che essa vorrà concorrere volonterosamente ad eliminare questo inconveniente.

A tale scopo ho autorizzato i signori comandanti dei singoli riparti di truppa a rivolgersi ai privati, ai proprietari delle locande, dei ristoranti, degli alberghi per ottenere da essi la concessione temporanea delle cucine e di quanto occorra per la cottura del vitto.

Dai signori comandanti militari saranno rilasciati, a richiesta, buoni per ottenere, a suo tempo, il rimborso del prezzo delle somministrazioni fatte.

Milano, 10 maggio 1898.

Il tenente generale

R. Commissario Straordinario

F. Bava Beccaris.

Questo appello, fatto quando era cessato ogni simulacro di lotta, dove non c’erano nemici da respingere, dove i quartieri, i depositi, le vie di comunicazione erano in potere delle truppe, fa comprendere che in una vera guerra guerreggiata, i soldati italiani, in mancanza di cittadini che possano essere incitati a fornirli di rancio, devono morire di fame o provvedere all’esistenza col saccheggio barbarico e medioevale.

Questo appello, non abbastanza notato da coloro che si occupano della difesa dello Stato, dà la misura della organizzazione del servizio delle sussistenze e commenta e completa eloquentemente la guerra d’Africa coi pasti poco omerici forniti dalle cosce di muli morti per esaurimento.

La fantasia ariostesca trascinò il Generale Bava Beccaris, che confidava nei cittadini pel fornimento dei viveri alle truppe, a deplorare che gli stessi cittadini abbiano concesso ai rivoltosi di salire sui tetti per gettare tegole sulla via e di sparare dalle finestre sui soldati... (Manifesto del 10 maggio).

L’opera politica e civile del Regio Commissario Straordinario, infine, può desumersi dai consigli dati al clero, che non aveva preso la menoma parte nei tumulti; dai rimproveri altezzosi rivolti al cardinale-arcivescovo di Milano perchè era venuto meno ai suoi doveri; e dalle ipocrite e stravaganti risposte date agli onorevoli Mussi e De Cristoforis ed al signor Edoardo Sonzogno, che domandavano il permesso — alla fine del mese di maggio — di potere ripubblicare il Secolo. Il consiglio dato al Sonzogno di adibire gli operai, per dar loro lavoro, specialmente nelle pubblicazioni che hanno di mira l’istruzione e l’educazione della gioventù, venendo da un uomo di caserma, riesce un capolavoro di ironia grottesca. (Lettera al sig. E. Sonzogno del 27 Maggio 1898).

Ma tutte queste opere militari, politiche e civili non possono giustificare la dignità senatoria e il più alto grado nell’ordine militare di Savoia, accordati al Generale Bava Beccaris; il quale avrà creduto di ripagare il ministero di tanta generosità verso di lui dimostrata, col famoso rapporto del 29 Maggio.

In questo rapporto si fece strazio della verità con una impudenza non mai riscontrata per lo passato nei documenti ufficiali e non prevedibile neppure, forse, dallo stesso senatore Saracco quando consigliò il Presidente del Consiglio a far conoscere agli italiani una verità a scartamento ridotto. Fra le tante perle colate a getto continuo dalla penna dello espugnatore dei Cappuccini, segnalo queste: L’illustre generale vi afferma che in Borsa, durante le giornate di Maggio, vi era allarme e che molti intendevano sbarazzarsi dei titoli di rendita italiana; che l’Università di Pavia era un covo di rivoluzionarî e i suoi studenti erano venuti a Milano per prendere parte alla rivoluzione; che il legato Loria era divenuto il tesoro di guerra della rivoluzione; che tutte le precedenti autorità politiche erano state deboli, incostanti nella difesa contro i partiti sovversivi; che c’era apatia nel partito dell’ordine ed indifferenza nelle classi dirigenti ecc., ecc.

C’è un metro preciso per apprezzare il valore di questo rapporto: i giornali dell’ordine e delle classi dirigenti, quando il Secolo ne cominciò la pubblicazione a brani staccati, lo fecero supporre alterato o maliziosamente dimezzato. Il documento pubblicato nella sua interezza provò che il giornale democratico non era colpevole dei reati attribuitigli: il vero reo era il suo autore, ch’è stato ufficialmente invitato dal Rettore dell’Università di Pavia, Prof. Bellio, a rimangiarsi le menzogne spacciate — dopo oltre venti giorni dalla data dell’invenzione! — sul conto degli studenti e che potrebbe essere querelato per false notizie dagli agenti e frequentatori della Borsa di Milano!

Non si sa di provvedimenti presi dal governo contro le autorità denunziate come fiacche ed incostanti; ma al generale Bava Beccaris si può tenere conto della verità detta sulle classi dirigenti e della grande prudenza e della grande modestia dimostrata tacendo — eloquentissimo silenzio! — sulla breccia gloriosa dei Cappuccini....

Comunque, se poca gratitudine deve il governo al Regio Commissario Bava Beccaris; se nessuna gliene devono l’Italia, le istituzioni e la civiltà — molta, moltissima; gliene devono i moderati lombardi, o meglio di Milano.

Il Regio Commissario Straordinario consolidò il loro potere con una serie di misure, che avrà potuto illuderli sulla durata delle conseguenze, ma che pel momento, non frenò ma eliminò, soppresse, i loro avversari. Sciolti i circoli repubblicani e socialisti, radicali e clericali — quantunque gli ultimi li abbiano avuti alleati pel passato in quasi tutte le lotte amministrative; sciolta l’Umanitaria, fondata coi milioni lasciati da Mosè Loria, soppressi tutti i giornali e le riviste che potevano dare fastidio — la setta rimase padrona incontrastata del Municipio, della Provincia, della Congregazione di carità, di tutte le istituzioni, dalle quali si può esercitare una qualsiasi influenza economica, politica e morale.

Di tutti questi provvedimenti, i più mostruosi certamente rimarranno lo scioglimento dell’Umanitaria e la soppressione dei giornali, poichè collo scioglimento della prima si arrecò un colpo al Codice Civile e con la soppressione dei giornali si ferì a morte l’opinione pubblica.

Con ciò l’eccesso dell’arbitrio si rese dannoso a coloro che dovevano usufruirne; poichè, mentre si spera che l’indole dell’Umanitaria si sia permanentemente mutata, in guisa da farne strumento docilissimo nelle mani della Setta[22]; mentre ci vorrà del tempo per la ricostituzione dei Circoli disciolti; invece, appena cessato lo stato d’assedio, risorse più gagliardo di prima il Secolo, che rappresenta l’aculeo più doloroso confitto nelle carni dei conservatori lombardi[23].

Gl’interessi e le ambizioni di una setta, più direttamente feriti in Lombardia e in Toscana, dettero la spinta energica al governo verso lo stato di assedio e verso la trasformazione delle repressione, anche severa ma temporanea, in furiosa reazione duratura; ma la iniziativa dei conservatori dì Milano e di Firenze trovò un terreno ben preparato per attecchire in tutta Italia. Infatti la borghesia alta e gli avanzi dell’aristocrazia dappertutto sentivano che avanzavasi la marea democratica, che doveva sommergerli presto o tardi, quantunque del pericolo non avessero coscienza piena, perchè non lo avevano provato imminente come in Toscana e in Lombardia e in qualche altra regione dell’Italia settentrionale ed un poco della centrale. La reazione perciò, appena cominciata, perdette l’impronta locale e divenne nazionale, senza trovare serie resistenze nella opinione pubblica e molto meno nel Parlamento[24].

Degli uomini e degli organi della reazione bisogna esaminare le dichiarazioni, le leggi, gli atti, tenendo di mira che le dichiarazioni hanno preso il posto delle leggi ed hanno generato gli atti. Sotto questo aspetto e contro la comune opinione, il ministro Pelloux ha segnato un peggioramento su quello Di Rudinì; in quanto che l’ultimo voleva legalizzare la reazione; l’altro la mette in pratica senza sentire il bisogno di nuove leggi, anzi calpestando e consigliando apertamente a tutti i subordinati di calpestare le leggi vigenti.

Una reazione non tradotta in leggi potrebbe e dovrebbe considerarsi come un male minore, perchè lascerebbe sperare la brevità della durata, la limitazione al periodo eccezionale che la suscitò. Ma dove il sentimento della legalità è scarsissimo, per non dire insussistente, come in Italia, l’ostentata, continuata ed impunita violazione di ogni legge, riesce esiziale nei rapporti pubblici e privati, aggrava sino a renderli insanabili i mali esistenti e rappresenta l’inizio di una vera dissoluzione dell’organismo politico-sociale.

La presente reazione non data dalla primavera del 1898, ma rimonta al gennaio 1894 con una sosta notevolissima — è doveroso rendere giustizia ai caduti — dall’aprile 1896 all’aprile 1898. Agli estremi di vita sua il ministero Di Rudinì — cui devesi imputare come colpa grave l’abbandono del primitivo programma militare, — invaso dal demone della paura e dall’ardente desiderio di mantenersi la fiducia delle alte sfere, parve voler far dimenticare il bene fatto in senso legale e liberale e si dette a sfrenata reazione.