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NOTE DEL TRASCRITTORE.

Il titolo del libro indica il nome "Nicolò Papadopoli Aldobrandini", assunto dall'autore nel 1905 utilizzato nei volumi successivi e/o nelle edizioni successive dell'opera.

Il sottotitolo "Parte prima. . .", assente nella edizione trascritta, è ripreso dalle edizioni successive dell'opera.

Le citazioni evidenziate nel testo originale con il segno di virgolette ripetuto ad ogni linea sono qui formattate come paragrafi rientrati e tra virgolette.

Nell'edizione qui trascritta, le iscrizioni delle monete sono stampate utilizzando caratteri non apaprtenenti alla tavola "Latino standard" Unicode: in questa trascrizione in formato testo, sono stati utilizzati i seguenti nomi per rappresentare i caratteri speciali utilizzati dall'autore per rappresentare lettere latine medievali, legature e/o segni della moneta.

CARATTERI SPECIALI UNICODE.

CON = Latin Extended D+A76E — Latin capital letter CON.

EPSILON LUNA = Greek and Coptic U+03F5 — Greek lunate epsilon symbol.

EZH = Latin Extended B+01B7 — Latin capital letter EZH.

H SEGNO = Latin Extended A+0127 — Latin small letter h with stroke.

OI = Latin Extended B+01A2 — Latin capital letter OI.

P SEGNO = Latin Extended D+A750 — Latin capital letter P with stroke through descender.

QUAM = Latin Extended D+A756 — Latin capital letter Q with stroke through descender.

RUM TONDA = Latin Extended D+A75C — Latin capital letter RUM rotunda.

CARATTERI SPECIALI NON UNICODE.

ALFA CEDILLA. Lettera alfa minuscola con cedilla.

C QUADRATA. Lettera C maiuscola scritta con tre segmenti di retta.

C QUADRATA SEGNO. Lettera C quadrata con segno diagonale.

C SEGNO. Lettera C maiuscola con segno diagonale.

D SEGNO. Lettera D maiuscola con segno diagonale.

EZH CODA. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
B+01BA — Latin small letter EZH with tail.

I SEGNO. Lettera I maiuscola con segno diagonale.

L SEGNO. Lettera L maiuscola con segno diagonale.

N SEGNO. Lettera N maiuscola con segno diagonale.

RUM. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
D+A776 — Latin letter small capital RUM.

T SEGNO. Lettera T maiuscola con segno diagonale.

LEGATURE.

Le legature di coppie di lettere latine vengono indicate con la parola "legatura" seguita dalla coppia di lettere tra loro legate. Le coppie usate nel testo sono:

AR, AV, HE, HL, HR, HT, MA, MP, MR, NE, NP, NR, TH, VA, VE.

Viene poi indicata con "legatura H, C QUADRATA SEGNO" la legatura tra i due caratteri H e C QUADRATA SEGNO.

PUNTEGGIATURA.

Con "un punto sopra due punti" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2234 — Therefore.

Con "due punti in verticale" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2236 — Ratio.

Con "quattro punti in quadrato" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2237 — Proportion.

Con "tre punti a destra" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere Unicode U+2234 — Therefore ruotato di 90 gradi in senso orario.

Con "tre punti a sinistra" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere Unicode U+2235 — Because ruotato di 90 gradi in senso orario.

La parola "ruotata" nella descrizione delle iscrizioni significa una rotazione di 90 gradi in senso orario, se non indicato diversamente.

La parola "capovolta" nella descrizione delle iscrizioni significa una rotazione di 180 gradi.

La parola "simmetrica" nella descrizione delle iscrizioni significa una trasformazione speculare lungo l'asse verticale.

Le elencazioni delle monete sono state rese omogenee utilizzando lo standard dei primi capitoli: nome, titolo e peso di ogni moneta precedono l'elenco numerato delle varianti.

Le note a piè di pagina sono riportate a fine di ogni capitolo, e sono state rinumerate.

Le punteggiature delle citazioni bibliografiche sono state rese il più possibile omogenee.

Le punteggiature decimali sono state rese omogenee e coerenti con la notazione moderna: il punto separa le migliaia e la virgola separa i decimali.

Per la rappresentazione dei segni dei massari si è utilzzata la seguente notazione: - campo 1 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a sinistra; - campo 2 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a destra; - campo 3 = segno posto presso le gambe a sinistra; - campo 4 = segno posto presso le gambe al centro; - campo 5 = segno posto presso le gambe a destra.

Per consentire l'uso di programmi di lettura digitale, sono state sciolte le abbreviazioni (ad esempio: "gr. ven." in "grani veneti").

Il testo è stato modificato come da "Errata . . . Corrige", che comprendono anche quelle originarie.

Le nuove pagine sono indicate con l'indicazione [Nuova pagina].

Le parole in greco sono precedute dalla notazione [Greco[, e seguite dalla notazione ]Greco].

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ERRATA . . . CORRIGE.

1. "Prefazione", nota (2):

grammi 238,4994 . . . grammi 233,4994.

2. Vari punti del testo:

oncie . . . once.

3. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Naturalmente fu uno scrittore. . .":

dipendenza dell'impero . . . dipendenza dall'impero.

4. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Indipendentemente da questo pregio. . .":

traccie incancellabili . . . tracce incancellabili.

5. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Altra conferma. . .":

cominciô . . . cominciò.

6. Vari punti del testo:

Galliccioli . . . Gallicciolli.

Galliciolli . . . Gallicciolli.

7. Vari punti del testo:

Museo Brittanico . . . Museo Britannico.

8. "Lorenzo Tiepolo", paragrafo che inizia con "Da tutto ciò. . .":

è la regione . . . è la ragione.

9. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Questa monetina, . . .":

un'esame . . . un esame.

10. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Intanto sta il fatto che . . .":

un'aspetto . . . un aspetto.

11. "Giovanni Dandolo", ultimo paragrafo:

e precisamente nel 1352 . . . e precisamente nel 1354.

12. "Giovanni Soranzo", paragrafo che inizia con "Anche in questo periodo. . .":

grossis tondis . . . grossis tonsis.

13. "Antonio Venier", paragrafo che inizia con "Allo scopo di impedire. . .":

più di 61, né meno di 66 . . . meno di 61, né più di 66.

14. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):

Marin Sanudo . . . Marino Sanuto.

15. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):

Quarantia . . . Quarantìa.

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LE MONETE DI VENEZIA DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA NICOLÒ PAPADOPOLI ALDOBRANDINI COI DISEGNI DI C. KUNZ.

Parte I.

Dalle origini a Cristoforo Moro.

1156-1471.

Venezia.

Ferdinando Ongania, editore.

1893.

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PREFAZIONE.

Allorquando dopo un lungo periodo di barbarie l'Europa poco a poco si ridestò come da un sonno penoso e cominciò a sentire il soffio benefico della nuova civiltà, assieme agli studî severi, sorse come per incanto l'amore per le arti ed il culto dell'antico e del bello.

In Italia fu ancor più sorprendente che altrove il rapido svolgersi di questa epoca gloriosa, nella quale un popolo povero, ma intraprendente, rozzo, ma sapiente, raccogliendo le tradizioni antiche e le aspirazioni novelle, creò quel rinascimento intellettuale ed artistico che forma l'ammirazione di tutti.

Anche le monete furono studiate e raccolte in tempi remoti. Troviamo già nel 1335 una memoria dove sono notati, da un appassionato cultore, libri, bronzi e monete esistenti a Venezia.

Ma ben presto i raccoglitori vennero insidiati da falsificatori e le monete dei tempi antichi furono imitate da artisti valenti, che più tardi si diedero a lavorare secondo il proprio sentimento e riprodussero i personaggi ed i fatti dei loro tempi. Questa nobile arte mandò i primi vagiti nella nostra regione: Padova, Venezia e Verona videro le prime opere di questi grandi, ricercatissime al giorno d'oggi dai musei e dai raccoglitori, studiate da italiani e forestieri, che formano una collana preziosa di piccoli capolavori, conosciuti col nome di medaglie artistiche italiane del rinascimento. La medaglia di Francesco Foscari che adorna il frontespizio del presente volume, opera di ANTONELLO DELLA MONETA intagliatore della zecca nostra, è la più antica riproduzione metallica della testa di un doge, e concorda per l'epoca e per le fattezze, col ritratto di Gentile Bellini e con una miniatura dell'epoca, esistenti entrambi nel Museo civico di Venezia.

Da prima ogni cura fu rivolta alle monete greche e romane, restando affatto neglette le antichità medioevali. Soltanto in epoca piuttosto recente si studiarono le monete delle città e dei principi italiani, che sono pure tanta parte della nostra gloria.

La zecca di Venezia fu tra le prime che attrassero l'attenzione dei dotti italiani e stranieri. Fu tosto veduta e trattata la questione più ardua e più interessante che la riguarda, perché già nel 1610 Petau (Petavius) pubblicava il disegno del denaro di Lodovico il Pio col nome di Venezia, e nel 1612 l'autore dello SQUITINIO DELLA LIBERTÀ VENETA se ne serviva come di arma principale ed invincibile contro la pretesa di indipendenza originale dei veneziani.

Nello scorso secolo alcuni studiosi, anche valenti, si occuparono della numismatica veneziana; ma i migliori superficialmente, e quelli che vollero addentrarsi nelle indagini sul valore della moneta, a Venezia ancora più importante che altrove, si smarrirono in supposizioni e fantasie, che complicarono maggiormente una materia già per sé non facile né semplice.

Si aggiunsero le insidie di alcuni impostori, che cercavano di sorprendere la buona fede dei raccoglitori, le idee preconcette e l'amore esagerato del luogo natìo, che non lasciavano vedere quant'era più naturale e più vero. Nell'epoca forte e serena, nella quale, mediante lo studio della storia e delle lettere, si preparava il risorgimento della patria, si formarono nuove raccolte, e vi applicarono la moderna critica storica i migliori cultori della numismatica veneziana Angelo Zon, Vincenzo Lazari e Carlo Kunz. Però il primo appena poté compiere un lavoro breve e succinto, gli altri due si occuparono di studî speciali, e per colmo di sventura Vincenzo Lazari fu rapito da morbo crudele in fresca età, prima di intraprendere quell'opera complessiva sulle monete veneziane, di cui aveva concepito il pensiero. Spariti questi valorosi, poiché a me la buona fortuna permise di trar profitto dalle annotazioni raccolte da Lazari e dai disegni e dalle note di Kunz, sebbene comprendessi la mia insufficienza di fronte a così grandioso soggetto, mi accinsi coraggiosamente all'opera. Ora dunque, dopo aver pubblicato alcune parti staccate di questo lavoro, presento al pubblico il primo volume della illustrazione delle monete di Venezia. A questo, col tempo, terranno dietro altri due, se il favore degli studiosi e degli intelligenti accoglierà con benevolenza un tentativo, che può essere superiore alle forze, non alla buona volontà che mi anima.

Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d'Oriente e d'Occidente; indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da Vitale Michiel II sino a Cristoforo Moro, dove si arresta il còmpito prefisso alla prima parte dell'opera. Ogni capitolo comincia con brevi cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la denominazione ed il valore_, reca l'indicazione del_ metallo_, del_ titolo e del peso_: la_ descrizione poi è completata dalle tavole_, che_ riproducono i bellissimi disegni di Carlo Kunz (1).

Speciale attenzione ho posto all'esattezza delle denominazioni e del titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei, ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi dell'assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato la notizia colla parola circa_, essendo l'esattezza di tale prova_ soltanto approssimativa.

Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di argento e quali di mistura_, non ho potuto seguire il sistema indicato da_ Domenico Promis, che classifica nell'argento solamente quelle che hanno più della metà di fino, né quello, ottimo per le romane, che annovera tra le monete d'argento tutte quelle che contengono anche una minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l'intrinseco corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari nell'argento finché essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto dell'intrinseco, perché serviva solo a compensare le frazioni dei pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete di mistura tenendo il limite di 250 millesimi di fino, sotto il quale si devono considerare monete basse o divisionarie.

Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di esemplari bene conservati.

Ho scelto l'antico peso veneziano, perché è quello usato nei documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi (2); invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi, mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di indicare i carati di lega accompagnati dalla parola peggio_. Ciò_ vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il poeta (3), di mondiglia_._

Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi degli autori e le opere che parlano o dànno disegni di monete, esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del Lazari e del Kunz. Non oso sperare che l'elenco sia completo, potendo essere sfuggito alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine dell'opera completa.

Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono soltanto approssimativi, perché variano in questa materia gli apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione perfetta, perché, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare una proporzionata riduzione.

Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei primi tempi e di minor mole, ma l'argomento è difficile a trattarsi e non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini.

Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato, consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di essi sono già scesi nella tomba, e cioè Vincenzo Lazari, Rinaldo Fulin, Carlo Kunz e Bartolomeo Cecchetti, ai quali debbo tutto il poco che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e degli studî storici, come il comm. Nicolò Barozzi, il cavalier Antonio Bertoldi, il cavalier abate Giuseppe Nicoletti, il professor Alberto Puschi, il signor Luigi Rizzoli e principalmente il cavalier Riccardo Predelli ed il comm. Alessandro Pascolato, che mi furono cortesi di benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia perenne riconoscenza.

N. P.

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NOTE A "PREFAZIONE".

(1) Alcune poche monete, i sigilli dei dogi P. Ziani, G. Soranzo, M. Falier, M. Steno, F. Foscari, P. Malipiero e C. Moro, e la medaglia che figura nel frontespizio sono ottimi lavori del valente e diligentissimo disegnatore signor Vincenzo Scarpa.

(2) Il marco di Colonia era adoperato da tempo antichissimo a Venezia e si divideva in 8 once, ogni oncia in 141 carati, il carato in 4 grani. Il marco corrisponde a grammi 233,4994 e quindi il grano a grammi 0,05175.

(3) Dante. Inferno. Canto XXX.

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PARTE PRIMA.
DALLE ORIGINI A CRISTOFORO MORO.

1156-1471.

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ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA.

Arduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che possa far intravedere un tratto del difficile cammino.

Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede. Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per l'intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che le rende preziose all'universalità, le monete possono più facilmente d'ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed arricchiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso sotterranei, e l'abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal mercante timoroso, dall'avaro inquieto, e persino dal colpevole, che cercava nascondere il corpo del delitto.

Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato sicuro per conoscere l'epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può dire, della vita del suo tempo, di cui porta le tracce incancellabili, ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di maggior volume.

Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano la assoluta indipendenza della loro città e repubblica sino dalla sua origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l'alta sovranità dell'impero prima greco, poi occidentale.

Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall'oro spagnuolo, che, nell'interesse di quella politica fatale all'Italia, citò le monete di Lodovico il pio, quali prove incontestabili di dipendenza dall'impero (1). Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi, non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre (2), ovvero alla città di Vannes nella Armorica, come il senatore D. Pasqualigo (3) e G. G. Liruti (4); ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta (5), ed alcuno come il Sandi (6), affermò perfino non esistere alcuna sua moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o latini, o con quella dei re d'Italia.

Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di questo periodo della moneta veneziana. Lo Zon non osa combattere il pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca cominciasse a lavorare solo nel secolo nono o decimo (7). Il conte di San Quintino, discorrendo di questo argomento con profondità di dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d'occidente erano sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani (8). Cartier (9) e Barthelemy (10) riproducono le idee di San Quintino e credono potersi attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza. Finalmente Vincenzo Promis, in una saggia ed erudita memoria (11), riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina l'attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente, e sul quale resta ben poco da dire.

Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l'età e l'attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.

Infatti Romanin suppone (12) che i Veneziani stabilissero, col consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo Magno fece chiudere molte officine dell'impero per far coniare soltanto in Domo palatii, la zecca veneziana continuasse ad esistere. Anche Cecchetti e Padovan ritengono che prima delle monete ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana (13). Citando documenti del X ed XI secolo, che parlano di denari nostri o veneziani, Padovan (14) respinge l'idea, che le monete uscite dalla zecca veneta sino al 1156 fossero soltanto le imperiali, parendogli impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza, fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solita tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica, perché le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie fasi della vita, dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza, prima di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua esistenza, cercando l'appoggio dei più potenti, e crebbe poi rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo, coll'attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.

Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio, l'affermazione del Gallicciolli, che a Venezia siano state coniate monete d'oro dette redonde in un'epoca in cui non si coniava moneta d'oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e Benevento, è bastevolmente contrastata dal Promis (15), il quale (16) ha pure a sufficienza risposto al Sandi: imperocché, se è giusto alla lettera che non si trova sulle monete veneziane l'effigie e il ritratto degli imperatori, si trova però secondo l'uso del tempo, impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale importanza.

Il Conte di San Quintino ha dimostrato, coll'approvazione di tutti gli studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull'argomento, essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di "V E N E C I A S" fossero coniate a Vannes in Francia.

Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal Promis (17) sopra il sistema architettato dal Carli (18) e seguito dal Filiasi (19), e cioè che i Veneziani avessero per i commerci coll'Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli imperatori franchi e coniassero per l'Oriente bisanti dei tre metalli, mentre poi per l'interno si servissero di speciali denari, che sono quelli colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R A T". Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per assicurarsi che sono più antichi di quelli con "C R I S T V S spazio I M P E R A T", i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.

Mi tratterrò invece brevemente sull'errore più diffuso ed in cui cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo Zon ed il Lazari sono forse i soli che non credono anteriore al secolo nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli altri ripetono, senza nemmeno l'ombra del dubbio, le stesse parole, e, sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali (20).

Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il coniare moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo della propria sovranità è un'idea che comincia solo nell'epoca civile, e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.

Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani non avevano né la potenza, né l'autorità di aprire una zecca, e questa verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso Romanin (21).

Durante l'impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava esclusivamente dall'imperatore, e lo stato era così geloso di questa sua importante prerogativa, che a nessun altro l'accordò giammai, e persino nell'epoca della decadenza e della rovina dell'impero d'occidente, il prestigio dello stato romano e l'idea del potere imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in latino, lasciando sempre sul diritto l'effigie dell'imperatore romano residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero l'autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch'era sempre il continuatore ed il rappresentante dell'impero romano.

Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri pescatori e modesti naviganti sfuggissero all'invasione per le difese naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell'epoca sola le nostre isole cominciarono ad avere un'importanza e ad organizzare un governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed avere i loro sguardi rivolti verso l'imperatore, trovando la naturale protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale in tutte quelle parti d'Italia, che non furono invase dai barbari.

Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun documento ci resta di quell'epoca interessante; la raccolta delle lettere di Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, è uno dei pochissimi raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani, ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non sarà inutile rammentarla, perché è una descrizione così viva ed interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l'attività robusta dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.

"Con un comando già dato, ordinammo che l'Istria mandasse felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il favore dell'adempimento, mentre l'una cosa dall'altra dissociata, non più si avrebbe l'effetto. Siate dunque prontissimi a tal viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi, navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii, toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme alle gomene; cosicché, mutata condizione, gli uomini a piedi ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza fatica, e in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità del lido jonio, dove l'alternante marea ora chiude, ora apre la faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma fondate dall'industria degli uomini. Perciocché la solidità della terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare, quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque, non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete ogni prodotto, perché di là avete anche quel che non fate, e in certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall'arte vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l'oro, ma non è chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perché a questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che stanno ne' vostri cantieri, come altrove la domestica armenta nella stalla del contadino".

Cassiodoro si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo stile enfatico e declamatorio dell'illustre retore. Il ministro di Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione dell'impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare i buoni rapporti.

Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perché
Cassiodoro dice ai Veneziani:

"Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis. Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui salem non desideret invenire…".

Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come mezzo di pagamento, né che a Venezia esistesse una speciale moneta denominata victualis, come fu creduto da alcuno; ma non occorre insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità del Muratori (22) e di San Quintino (23).

Intanto però l'Imperatore Giustiniano cominciava a porre ad effetto i suoi progetti; nel 539 Belisario sconfigge gli Ostrogoti e conquista Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 Narsete prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l'Italia ritorna in potere dell'imperatore romano d'oriente, ma per breve tempo, perché nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, conquistano quasi senza colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l'Italia sino a Spoleto e Benevento.

Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che dipendono da' due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono rivolti a conquistare l'Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne fatto né ai Longobardi né ai Franchi loro successori. È naturale però che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.

Già nell'epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell'esercito imperiale si tennero lungo la costa, ch'era per la massima parte dipendente dai Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da quell'epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata considerata come parte dell'impero d'oriente. Invero qualche cronista forestiero (24) tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere nelle mani di Pipino (25) ma tali di fatto non furono mai, perché nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia propria. Però essi riconoscevano l'alto dominio dell'imperatore, ne ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle idee dell'epoca, mentre l'imperatore romano era riconosciuto come l'alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, conservator totius mundi, come si dice in un documento veneziano (26), e giudicherebbe colle idee del giorno d'oggi chi credesse differentemente.

Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell'ingerenza dei Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma (27); ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti coi nomi e cogli anni degl'imperatori (28), pregava nelle chiese per la salute dell'imperatore (29): l'imperatore negoziava e stipulava i trattati per conto di Venezia (30). In fatti la posizione di Venezia non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro primordî riconobbero la protezione di un qualche potente monarca, conservando intera l'autonomia della amministrazione interna e giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami con Costantinopoli non furono mai troppo stretti né troppo duri, e non incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.

L'organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella stabilita dall'imperatore Giustiniano, quando ordinò l'amministrazione delle provincie liberate dai Goti colla pragmatica sanctio del 554 (31). I tribuni, i duci sono eletti dal clero, dai magistrati e dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il magister militum è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come ipati, spatari e protospatari ed altri, che talvolta nei documenti sono anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra l'oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll'imperatore, e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge all'imperatore d'oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma dell'imperatore romano di Costantinopoli (32). Anche Carlo Magno nell'803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che avevano serbato fede e devozione all'impero, egli non ha alcun diritto (33), e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato di Aquisgrana nell'810 (34).

Il cumulo di tutte queste circostanze non può a meno di colpire chiunque non abbia il deliberato proposito di chiudere gli occhi; lo stesso Romanin, così tenero nel seguire la tradizione degli storici veneziani, conviene (35) che Venezia era sotto la protezione dell'impero d'oriente con proprie leggi e proprî magistrati, ed Agostino Sagredo con nobili parole proclama che si può ben confessare una mediata dipendenza antica, se l'indipendenza assoluta si acquista col sangue e colla vittoria.

Non è quindi strano che per tutta l'epoca in cui regnarono i Longobardi in Italia, e durante il regno di Carlo Magno, non si trovi moneta veneziana, e che, mentre abbiamo denari delle principali città italiane col monogramma o col nome di Carlo, manchino quelle di Venezia. Finché Venezia si considerò parte dell'impero romano d'oriente essa non poté battere moneta, perché tale diritto a nessuno fu mai concesso dall'imperatore, e non si trovano monete autonome delle città sottoposte ai Greci: se mai si potesse citare qualche eccezione, essa sarebbe evidentemente una usurpazione, dovuta ai tempi in cui l'imperatore non aveva la forza di far rispettare le sue prerogative.

Sino a quest'epoca nessuna prova diretta ci può venire dalle monete, ma la loro assenza conferma l'opinione esposta poc'anzi, e, benché debole, reca un raggio di luce. Ora invece entrano in lizza anche le monete, e al raccoglitore non è difficile di trovare i denari di Lodovico e di Lotario del peso e della bontà ordinati da Carlo Magno, perfettamente uguali a quelli di Pavia, di Milano, di Treviso e di Lucca, nei quali il nome di queste città è sostituto da quello di "V E N E C I A S".

Ho già riportato più sopra il parere del Conte di San Quintino, che cioè le monete tutte di Lodovico e di Lotario sieno uscite dalla zecca Palatina, e che quindi il nome di Venezia impresso su talune di esse non sia la prova di reale sovranità, ma solo della pretesa degli imperatori che questa città fosse ad essi legata da vincoli di sudditanza e di vassallaggio. Due quindi sono le questioni di cui dobbiamo occuparci, entrambe assai importanti e meritevoli di studio speciale. La prima è di sapere se effettivamente i denari di questa epoca sieno coniati tutti in una officina imperiale (in domo palatii) ovvero in varie zecche poste nelle città di cui portano i nomi: la seconda se il nome di una città come Venezia, che sino a Carlo Magno era stata considerata non appartenente all'impero d'occidente, sia stato segnato sulle monete solo per pretensione ossia per far mostra di un diritto contestato, ovvero, secondo le giuste regole internazionali, perché Venezia avesse riconosciuto l'alto dominio imperiale e sovra di essa gli imperatori d'occidente avessero un diritto accettato da tutti, e dagli stessi Veneziani non impugnato.

Quanto alla prima di queste ricerche, l'opinione sostenuta con tanta acutezza di critica storica, con tanta delicata circospezione dal San Quintino, fu oggetto di discussioni fra i numismatici italiani e forestieri, ebbe difensori valenti, ma fu combattuta da quelli che desideravano assicurare una origine così illustre alle zecche dei loro prediletti, e di cui distruggeva i sistemi architettati con tanta cura. Ora questi naturali avversarî hanno trovato un ajuto tanto poderoso quanto insperato nel dotto illustratore della zecca di Pavia, il quale ritiene che i denari di Lodovico e di Lotario sieno battuti nelle città di cui portano i nomi (36). Sono perfettamente d'accordo col Cavalier Camillo Brambilla, che il rinvenimento in Francia di monete carolingie null'altro prova se non che ivi avevano corso e forse più tardi che in Italia, come oggi si troverebbero più facilmente in Austria che fra noi quelle monete che furono coniate nelle zecche di Milano e di Venezia secondo la monetazione austriaca. Convengo con lui nel ritenere opera di officine italiane, piuttosto che francesi, i nummi di cui parliamo; ma credo in pari tempo che non si possano trascurare gli altri argomenti di somma importanza addotti dal San Quintino.

I capitolari di Carlo Magno dell'805 e dell'808, hanno lo scopo evidente di impedire gli abusi e le irregolarità nella fabbricazione della moneta e stabiliscono saggiamente ut nullo loco percutiatur nisi ad curtem, ovvero nisi in palatio nostro (37): nessuna circostanza ci autorizza a credere che essi sieno rimasti senza effetto, anzi sono confermati da un altro capitolare emanato da Carlo il Calvo in Pistes nel 854 (38), il quale dimostra che i sovrani carolingi, anche in questa materia, seguirono le tradizioni del loro grande avo. Non si può certo da tali disposizioni trarre la conseguenza che, per un così vasto regno, una sola fosse la zecca palatina, e che tutte le monete si coniassero in Francia; si deve anzi supporre che almeno nella città capitale di Pavia, ove risiedeva di spesso il sovrano, esistesse un'altra officina che fabbricasse le monete occorrenti per il regno d'Italia. Non sono lontano dall'ammettere che più di una zecca esistesse tanto in Francia che in Italia, ma tutte dove il sovrano aveva corte e palazzo, e solo per autorità regia. Si può anche supporre che la zecca palatina seguisse l'imperatore nelle sue peregrinazioni, e di queste officine ambulanti parlano il nostro autore ed altri del pari autorevolissimi, ma non credo che il nome di una città posta in questa epoca sulle monete imperiali sia ragione sufficiente per essere sicuri che in essa sia stata coniata. La prova più convincente sta nel trovarvi precisamente il nome di Venezia, città che, a quanto sembra, riconobbe l'alta sovranità imperiale, ma dove l'imperatore non ebbe mai potere diretto, né tenne corte o palazzo, di cui sarebbe rimasta traccia o memoria.

Altra conferma di questa opinione si trova nel fatto che Lodovico II, abolito il nome delle varie città sulle monete, vi sostituì il tempio tetrastilo coll'iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O". In ciò si riconosce l'evoluzione storica e naturale: dapprima gli inconvenienti e gli abusi fecero restringere a poche e sorvegliate officine il lavoro di tante zecche, conservando il nome delle più illustri città che vantavano questo diritto per antica consuetudine, poi si soppresse anche il nome in epoca in cui l'autorità regia non era maggiore che nei tempi di Carlomagno, e ciò perché l'onore aveva perduta ogni importanza non corrispondendo più alla realtà delle cose. Finalmente, quando cominciò la decadenza e diminuì la potestà degli imperatori, le città chiesero ed ottennero gli antichi privilegi e misero nuovamente i nomi sulle monete, che da quel giorno non ebbero più uniformità di tipo, e più tardi nemmeno uguaglianza di intrinseco.

Sono quindi fermo nel ritenere che i denari di Lodovico e di Lotario, i quali portano il nome di Venezia sieno coniati a Pavia od in altra zecca imperiale: né la osservazione del cavalier Brambilla (39) sulla croce patente, che precede il nome di Venezia nelle monete di Lodovico e non si trova nelle altre di questo principe, basta a farmi credere che esse sieno lavorate in una zecca particolare differente dalla palatina. In tali denari troviamo due rovesci affatto diversi: gli uni rarissimi hanno scritto "V E N E C I A S spazio M O N E T A", gli altri, più facili a ritrovarsi, hanno semplicemente "V E N E C I A S", e tutte e due le iscrizioni sono precedute da una croce patente. Io ritengo le prime più antiche fatte ad imitazione di quelle che portano l'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", e la croce mi fa credere, più che a una differenza di zecca, a una differenza di epoca fra i denari coi nomi di "P A P I A", "M E D I O L A N V M", "L V C A", "T A R V I S I V M" e quelli portanti per la prima volta il nome di una città, che si voleva far sapere a tutti aver dovuto riconoscere l'alta sovranità imperiale.

Resta ora da vedere se il diritto vantato dagli imperatori era incontestabile e riconosciuto dagli stessi Veneziani, o se era soltanto una pretesa, come suppone il Conte di San Quintino. Gli storici che discussero nei tempi passati tale questione erano troppo occupati della politica del momento per essere imparziali, ed anche i moderni scrittori veneziani vi dedicano poche parole, accettando con qualche restrizione la supremazia dell'impero greco, e respingendo o sottacendo affatto l'alta sovranità degli imperatori d'occidente, che a me sembra quasi più evidente.

Dal trattato di Aquisgrana (810) in poi la situazione politica dei Veneziani cambia sensibilmente: mediante gli estesi traffici essi crescono in ricchezza ed in prosperità, e con una prudente politica guadagnano di autorità e di forza. Il governo da Malamocco si trasporta a Rialto, sede più quieta e più sicura, come lo aveva dimostrato la resistenza ai Franchi condotti da Pipino, per la quale si erano sviluppati nei Veneziani la confidenza nelle proprie forze ed il sentimento della dignità nazionale.

Noi non abbiamo il testo del trattato di Aquisgrana, ma è certo che, dopo il riconoscimento dell'impero d'occidente per parte dei Bizantini, Venezia fu il principale argomento delle discussioni. A me sembra che entrambi gli imperî si sieno serviti di questo giovane stato allo scopo di non aver conflitti e contatti pericolosi fra loro. Venezia fu posta come un cuscinetto fra l'Oriente e l'Occidente, per fare quell'ufficio che oggi adempiono le potenze neutrali fra gli stati belligeri e turbolenti, e si dice che in allora i Greci inventassero il proverbio (40): Noi vogliamo il Franco per amico, ma per vicino non mai in eterno, proverbio che non manca d'opportunità, nemmeno al dì d'oggi.

Per le affermazioni concordi dei cronisti più autorevoli (41), sembra che Venezia rimanesse sotto la protezione dell'impero d'Oriente, sebbene non manchino quelli che raccontano Venezia esser stata ceduta all'imperatore carolingio (42). Taluno, per conciliare le opposte opinioni, credette che Venezia, restando sotto la protezione dell'impero d'Oriente, riconoscesse l'alto dominio dell'impero latino per quelle possessioni in terraferma, sul lembo della laguna, ch'erano di ragione del regno d'Italia. Qualunque però fosse la loro posizione legale, è chiaro che da quel giorno in poi i Veneziani non ebbero che una sola idea, un solo scopo, tanto nella loro interna sistemazione, quanto nella loro politica coi potenti vicini, quello di scuotere ogni legame di soggezione e diventare indipendenti non solo di fatto, ma anche di diritto.

Talvolta i dogi per ambizione cercarono l'appoggio dell'uno o dell'altro impero, ed allo scopo di rendere ereditario il potere nella loro famiglia fecero dei tentativi di infeudare Venezia; ma i cittadini e l'aristocrazia dominante opposero ogni sforzo a questi progetti, limitando l'autorità personale del principe coi consigli. Come avviene negli stati giovani, i Veneziani sentirono la loro forza, indovinarono l'avvenire ed approfittarono di tutte le circostanze per ottenere la completa indipendenza, sapendo talvolta cedere nelle apparenze, senza abbandonare mai la meta delle loro aspirazioni. La politica loro in questo periodo fu di appoggiarsi ora all'uno ora all'altro dei due imperi, traendo profitto dalle difficoltà e dalla debolezza di entrambi per migliorare la propria posizione; dando appoggio a chi ne aveva più bisogno per guadagnare terreno, consolidando i vantaggi ottenuti, senza perdere di vista lo scopo principale; insomma tenendo quella politica che seguirono sempre tutti gli Stati, che da piccoli inizî giunsero a grande altezza.

Manca ogni dato per sapere in quale momento i Veneziani abbandonassero l'impero d'Oriente per legarsi più strettamente a quello d'Occidente; ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo cambiamento era già avvenuto. Gfrörer crede che, durante gran parte del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta legata all'impero d'Oriente (43). Il professor G. B. Monticolo, nel suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni, ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio dell'XI secolo (44), che mutassero soltanto poco a poco le condizioni politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci decadevano e Venezia acquistava nuove forze (45); egli crede però che l'annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna soggezione nemmeno di forma all'impero d'Occidente, ma che i favori accordati pel territorio d'Eraclea, pel taglio della legna, per l'amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia (46).

Ciò dimostra che l'illustre storico tedesco ed il dotto critico italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure e contemporanee conservate all'argento monetato, dove non v'è pericolo di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi scomparso.

Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la protezione dell'imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale vassalla dell'impero (47). Lo storico ne trae la conseguenza che il doge abbia giurato fedeltà all'imperatore (48), notizia che avrebbe bisogno di essere confermata e che non si può dedurre dalle sole parole del trattato. Io penso che la protezione dell'imperatore fu accordata alla proprietà ed alla persona di Giovanni Partecipazio II, dietro domanda dello stesso doge, che non aveva molta fiducia nei suoi sudditi; ma del resto il trattato è la solita conferma usata dai suoi predecessori, e non credo che sieno stati alterati i rapporti che esistevano fra i due Stati. Si dovrebbe quindi anticipare di alcuni lustri l'epoca, in cui Venezia fu costretta a cercare il suo appoggio nell'Occidente, ed esaminando con attenzione la storia di quest'epoca, e cercando d'indovinare ciò che i cronisti non conoscono interamente, o non vogliono dire, crederei conforme al vero, l'attribuire i primi passi di questo nuovo indirizzo della politica veneziana a quel figlio di Agnello Partecipazio, Giovanni I, innalzato alla ducale dignità nei primi anni del regno del padre, e poscia deposto per l'influenza dei Bizantini (49). Da Costantinopoli, ove si trovava quasi in ostaggio, fu richiamato dal fratello, che, prima di morire, lo associò al ducato. Tutto l'insieme della sua storia lo dimostra avversario della politica greca. Rimasto solo principe dopo la morte del fratello e scacciato per una congiura, cerca rifugio presso l'imperatore franco; tornato poscia a Venezia, viene nuovamente deposto dal partito avverso e chiuso in un convento, tagliandoglisi la barba ed i capelli, come usavano i Franchi, mentre invece a Caruso, che nel frattempo usurpa il potere e probabilmente rappresenta gli amici dei Greci, vengono tolti gli occhi, secondo il barbaro costume bizantino.

Oltre a questo abbiamo altri dati che ci confermano nelle nostre idee, e prima di tutto le monete coi nomi di Lodovico e Lotario, che, sino a prova contraria, dobbiamo ritenere testimonianze di sovranità legittima. Abbiamo il tentativo fatto dal concilio di Mantova (827) di sopprimere il patriarcato di Grado (50), e di far diventare questa sede suffraganea di quella di Aquileja; ma l'argomento più importante è quello del concilio di Roma, che diede origine allo scisma d'Oriente, in cui si scomunicò il patriarca Fozio; concilio al quale fu invitato ed intervenne il patriarca di Grado (51). Ora è certo che gl'imperatori d'Oriente, che prendevano tanta parte alle questioni religiose, non avrebbero mai permesso ai loro sudditi d'intervenire ad un concilio fatto contro di loro, ed i Veneziani, se fossero stati in quell'epoca sotto la protezione di Costantinopoli, avrebbero preso partito coi Greci, come avvenne all'epoca dello scisma dei tre capitoli. D'altra parte invece non trovasi nei rapporti coll'Oriente nessun fatto, dall'830 in poi, che dimostri un riconoscimento formale, e che non possa interpretarsi come inspirato dai rapporti di amicizia e di relazioni commerciali. Più tardi forse, e precisamente nell'epoca che segue la caduta di Carlo il Grosso, i Veneziani sembrano avere rapporti più stretti coll'Oriente, ma questo corrisponde a ciò che più sopra abbiamo detto sulle alternative della politica veneziana, e non contraddice punto all'idea che ci siamo fatta di questo periodo.

Lasciando da parte le altre fonti e restringendoci alle sole monete, abbiamo un documento assai valido, che dà un concetto abbastanza chiaro della posizione dei Veneziani verso l'impero. La migliore conferma del nostro assunto sta nel denaro coll'iscrizione "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che nessuno ha mai dubitato sia stato coniato a Venezia (52), e che nella sua piccola mole è assai eloquente.

Esaminiamolo con un po' di attenzione. Il suo aspetto afferma apertamente la nazionalità franca, perché ha il titolo, il peso e l'aspetto dei denari coniati secondo il sistema carolingio da Lodovico II, ed è talmente simile nella forma ed apparenza alle monete di questo imperatore, che chi non legge la iscrizione può facilmente esser tratto in errore come dimostra il disegno delle due monete.

Questa somiglianza non lascia alcun dubbio, che la moneta fosse coniata in quell'epoca e che l'imitazione avvenisse ad arte, perché in un secolo in cui il leggere non era comune non lo si distinguesse facilmente dalle monete dell'imperatore. Nel diritto vi è la croce accantonata di quattro punti, e l'iscrizione "D S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I M P" (53), che somiglia e finisce esattamente come quella dei denari di Lodovico II. Il rovescio poi attorno al tempietto carolingio ha le parole "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che sono combinate a bella posta per fingere le parole "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O", introdotte in tale epoca, a differenza del nome delle varie città che esisteva precedentemente.

Messo in chiaro che il tipo è franco e che la imitazione è fatta allo scopo di trarre in errore e non per lucro, avendo la moneta lo stesso valore di quelle che si vogliono imitare, ne viene per logica conseguenza, ch'essa è un tentativo d'indipendenza fatto dai Veneziani nell'epoca fra l'855 e l'880, e tradisce apertamente la politica degli abitanti delle lagune in quel tempo. Essa porta il nome di Venezia, mentre sulle altre monete si era soppresso quello delle altre città, ed invece del nome del sovrano vi è semplicemente una invocazione a suo favore. Il tentativo, timido come conviene a un primo passo, è però chiaro, e mostra che i Veneziani non volevano inimicarsi quel principe, col quale erano in ottimi rapporti, ma nello stesso tempo non lo temevano, perché troppo occupato in altri affari e non molto potente nemmeno nel centro del suo Stato.

Se i Veneziani avessero avuto la coscienza del loro diritto, non avrebbero usato un simile artificio: il tentativo prova che le monete di Lodovico I e di Lotario non sono state battute per semplice ostentazione, ma con vera autorità riconosciuta; autorità cui i Veneziani tentarono di sottrarsi appena fu loro possibile, e che non ebbe influenza sull'autonomia interna, essendo spesso più di nome che di fatto.

Nello stesso tempo questa moneta e questo tentativo mi confermano nell'idea, che da lungo tempo professo in tale materia, che il diritto di zecca non sia stato in origine conceduto dagli imperatori a nessuno, e che solo quando essi lo videro usurpato dalle città e dai principi ne abbiano fatta la concessione per conservare almeno il diritto astratto; da ciò in origine il passaggio di questo sovrano privilegio dalle mani dell'imperatore in quelle di coloro, che, riconoscendone l'autorità suprema, andavano mano mano spogliandolo della potenza reale.

Gli esemplari di questo bel denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S" non sono molto comuni nelle raccolte e si trovano difficilmente in commercio, sebbene se ne conoscano più varietà: queste però hanno poca importanza, e sono più che altro varietà di conio, dove l'incisore, per non aver preso bene la misura dello spazio, dovette fare qualche nesso fra le lettere dell'iscrizione. Però l'aspetto ed il carattere assai somiglianti dimostrano che probabilmente furono coniate a breve distanza di tempo. Io inclino a credere che tali monete appartengano all'epoca che seguì la morte di Lodovico II (875), ed in cui i suoi successori si disputarono colle armi alla mano le provincie dello Stato, e siano probabilmente anteriori all'ultima riunione dell'impero nelle mani di Carlo il Grosso, il quale avrà forse fatto comprendere che tale velleità d'indipendenza non gli era gradita. Infatti non troviamo traccia di moneta veneziana, né autonoma né coi nomi degli imperatori, per lungo tempo. Anni tristi furono quelli per l'Italia e per tutta l'Europa, che ripiombò in una nuova barbarie, quasi più completa di quella che aveva seguìto le invasioni dei Goti e dei Longobardi. Il grande impero, fondato da Carlo Magno e riunito per breve tempo nelle mani di Carlo il Grosso, crollava da tutte le parti. In Italia i duchi, parenti od affini del morto imperatore, si disputavano gli avanzi del suo Stato, spargendo le stragi e la desolazione per tutta la penisola e chiamando in aiuto le armi straniere, finché l'Italia tutta intera cadde nelle mani di Ottone. Anche i Veneziani, sebbene meno legati agli avvenimenti che turbarono così gravemente il nostro paese, furono costretti a difendersi colle armi dai pirati e dalle invasioni degli Slavi, dei Saraceni e degli Ungari; ebbero gravissime divisioni interne, di cui ci restano memorie nelle lotte fra Morosini e Caloprini, nella rivolta del figlio di Pietro Candiano contro il padre, ed in quella contro l'ultimo Candiano, che finì coll'incendio del palazzo ducale e coll'eccidio del doge e del figlio bambino. Tutte queste discordie davano tema a ricorsi all'imperatore e all'intromissione sua negli affari interni della Repubblica, certo con poco vantaggio della indipendenza di questa. Però il più grave pericolo per Venezia fu quello di cadere nelle mani dell'una o dell'altra delle potenti famiglie che tenevano il ducato e si studiavano di conservarlo nei propri discendenti, cercando di rendere ereditario il potere coll'appoggio dei sovrani stranieri dominatori d'Italia.

Salvarono Venezia la maggiore civiltà e la speciale configurazione delle isole, che mettevano i cittadini al sicuro dalle invasioni delle orde armate, la potenza e le ricchezze che i principali cittadini avevano acquistato nei commerci e che davano loro la forza di resistere ai dogi nei consigli ed anche colle armi alla mano.

Solo verso la fine del secolo X la posizione di Venezia divenne più stabile e più forte, per opera del doge Pietro Orseolo II. Questo principe saggio strinse i legami coll'Oriente, ed ottenne grandi vantaggi commerciali col crisobolo dell'anno 992 (54); né dimenticò le buone relazioni coll'Occidente, siffattamente che dell'imperatore Ottone III egli fu amico più che alleato: conquistò la Dalmazia, aggiungendo, primo, al nome di doge di Venezia quello di duce della Dalmazia, e preparò con politica sagace e fortunata la grandezza della Repubblica e il predominio sui mari.

Prima però di proseguire e di varcare il mille, bisogna soffermarsi alquanto sui celebri trattati tra i dogi di Venezia e gli imperatori, tanto discussi da tutti coloro che si occuparono della moneta veneziana. Essi furono tirati in campo dal Liruti, che li trovò in un manoscritto della biblioteca di San Daniele in Friuli, e largamente commentati dallo stesso autore (55), da Girolamo Zanetti (56) e dal conte Carli (57), che vollero con ciò provare, essere il diritto di zecca pressoché contemporaneo alle origini della Repubblica.

Il più antico di tali documenti è quello attribuito all'imperatore Lotario I colla data del febbraio 840, nel quale non fa parola del diritto di zecca, ma si parla dei denari mancosi e della lira veneziana (58). Questo diploma fu impugnato dal San Quintino (59) che volle dimostrarlo apocrifo od almeno interpolato; ma l'illustre numismatico piemontese doveva ignorare che il manoscritto di San Daniele fosse una copia antica di documenti esistenti nella raccolta dei Patti e precisamente del Liber Blancus, ove sono raccolti i diplomi che risguardano i rapporti coll'Italia e coll'Occidente (60), altrimenti egli non avrebbe supposto che quel trattato fosse opera di un falsario, caldo oltre il bisogno di patrio amore (61).

Il Liber Blancus giaceva quasi dimenticato dagli studiosi nell'I. R. Archivio di Casa, Corte e Stato a Vienna, ove lo vide e lo studiò Samuele Romanin, che nel primo volume della sua storia documentata riporta la bellissima Patente del Doge Andrea Dandolo, con cui ordina la compilazione della raccolta e lo stesso diploma di Lotario preceduto da una difesa della autenticità dello stesso documento (62). Non persuadono completamente le ragioni del San Quintino né quelle del Romanin, giacché non si può credere che un documento riportato nella celebre raccolta dei patti compilata dal doge Andrea Dandolo fosse ad arte alterato e nemmeno sembrano accettabili le ragioni addotte dal Romanin, che si appoggia principalmente sugli argomenti di Girolamo Zanetti. Entrambi però sono d'accordo che la data è inesatta e che gli anni del regno di Lotario non corrispondono al febbraio 840. Trovando tale convinzione anche nel più strenuo difensore del trattato, mi occorse il dubbio ch'esso fosse bensì genuino, ma copiato male e messo fuori di posto. La raccolta ordinata dal Dandolo è del 1344, e perciò di oltre cinquecento anni posteriore alla data presunta del diploma in questione, epoca sempre lontana ma per quei tempi lontanissima. La raccolta fu ordinata per impedire le dispersioni e per conservare quei documenti che probabilmente cominciavano a deperire. Non è quindi difficile supporre che alcuno di quei preziosi manoscritti fosse già guasto e danneggiato dal tempo e dagli incendi del palazzo ducale, e ciò è tanto più probabile per il documento di cui parliamo, che manca dell'ultima parte, che è scorretto in tutta la dizione, e che ha gli errori più importanti nei primi versi: ora ciascuno sa che il principio ed il fine un foglio sono più facili ad essere guastati. Vedendo che anche a San Quintino non era sfuggita la somiglianza di questo diploma con quello di Ottone II (983), studiai, confrontando tra loro i documenti di quel secolo, se, indipendentemente dalla data, si potesse argomentare l'epoca col confronto delle diverse diciture. Mi accorsi allora che il documento attribuito a Lotario I somiglia intieramente, e quasi direi letteralmente, ad altri simili patti del secolo decimo, e principalmente a quelli stipulati dai Veneziani con Berengario II nell'anno 953 (63), e con Ottone I nel 967, mentre non ha alcuna somiglianza coi diplomi firmati dagli imperatori Lotario I, Lodovico II, Carlo il Grosso, Guido ecc. ecc. sino alla metà del secolo decimo. Tutti questi documenti, che si seguono dal numero II in poi della raccolta del Liber Blancus, non hanno il carattere d'un trattato fra potenze uguali, ma bensì quello di una concessione dell'imperatore, quale supremo monarca, e si copiano letteralmente, conservando quasi le stesse parole. La parte più importante è la conferma dei privilegi dei Veneziani convenuti in Aquisgrana da Carlo Magno coi Greci, aggiungendosi soltanto di tempo in tempo un nuovo paragrafo, una nuova convenzione, che meno rare eccezioni, si ripete in tutte le rinnovazioni posteriori.

Berengario II nel 953 (64) stringe un nuovo patto coi Veneziani, che, nonostante le forme umili dell'introduzione, ha il carattere della reciprocità e risguarda i rapporti dei popoli del regno d'Italia confinanti cogli abitanti del territorio veneziano, che vengono stabiliti d'accordo fra l'imperatore ed il doge. Anche nella intestazione di questi documenti, che non è sempre contemporanea, ma che per la maggior parte dev'essere copiata dall'intestazione dell'epoca, vi è grave diversità, perché i diplomi del primo genere sono chiamati privilegium confirmationis imperatoris, mentre quelli di Berengario, di Ottone e anche il controverso di Lotario sono intitolati pactum inter. . . ecc, il che assai bene definisce la loro diversità essenziale.

I diplomi del primo tipo continuano da Lotario I nell'841, senza interruzione, sino ad Ugo re, e si ripetono ad ogni cambiamento di sovrano. L'ultima rinnovazione è di Ottone I nel 964 sul testo originario del primo Lotario senza tener conto delle aggiunte fatte posteriormente. Il patto invece di Berengario si riproduce per un'epoca assai lunga con quelle modificazioni ed aggiunte che vengono suggerite dalla politica del momento, ma continua per molti sovrani, anche quando Venezia aveva raggiunto una completa indipendenza ed una potenza ragguardevole. È dunque assai probabile che il documento in questione appartenga al tempo dei documenti che gli sono consimili, piuttosto che a quelli di un secolo prima, e precisamente non più tardi del 980, perché somiglia interamente ai due trattati del 953 e 967, e non ha quelle modificazioni che furono aggiunte al testo originario, e particolarmente una specie di proemio che fu introdotto nel trattato con Ottone II (983) quando vennero sopite le dissensioni fra i Veneziani e l'impero per causa dell'uccisione di Candiano. Esaminiamo dunque tranquillamente i punti controversi del trattato contestato attribuito a Lotario I.

Cominciamo dalla data posta in principio del documento, come in quelli di Berengario in poi, e non in fine come nei documenti più antichi. Il documento dice:

"Hlotarius divina ordinante providentia imperator augustus. Anno imperij ejus vigesimosexto, octavo kalendas Marcij. Papiae civitatis palatio. Hoc pactum, suggerente ac supplicante pro gloriosissimo duce veneticorum, inter veneticos et vicinos eorum constituit ac describere iussit, ut ex utraque parte de observandis hijs constitutionibus sacramenta dentur, et postea, per observationem harum constitutionum, pax firma inter illos perseveret".

Ora San Quintino osserva giustamente che l'anno 840 non può essere il ventesimosesto, né contando dall'817, in cui Lotario fu associato all'impero dal padre, né dall'823 quando fu incoronato; di più Lotario non avrebbe potuto sanzionare questo trattato senza il concorso od almeno la menzione di Lodovico il Pio suo padre e collega. Inoltre, afferma San Quintino, Lotario nel febbraio di quell'anno era in Germania nella Turingia, e non venne in Italia se non dopo la morte del padre (65).

La seconda osservazione del San Quintino si è, che al doge non conveniva il titolo di gloriosissimo nel tempo stesso ch'egli supplicante implorava il favore degli imperatori, e ciò è tanto più giusto in un'epoca in cui non si faceva abuso di titoli, ed allo stesso imperatore non si dava altra onorevole qualifica che quella di augusto (66). D'altronde questo titolo di "gloriosissimo" non fu mai adoperato dai Veneziani né in epoche più antiche né in quelle più recenti: io inclinerei a credere che sia piuttosto un nuovo errore del copista, il quale abbia sostituito con quel titolo, o il nome di battesimo del doge che si trova nel diploma di Berengario, o meglio ancora quello di provinciarum dux che esiste in quello di Ottone, e che probabilmente era guasto ed indecifrabile nell'originale. È da avvertirsi anche che Pietro Tradonico, doge di Venezia nell'840, s'intitolava sempre dux et spatarius, e che in tal modo viene nominato nei trattati genuini ed incontrastati; per cui è probabile che il doge nominato nel trattato in questione sia uno dei tanti Pietri che coprirono il soglio ducale, ma non Pietro Tradonico.

La terza osservazione poi, per me più importante, sta nel fatto che si parla del documento sospetto di soldi mancosi e di lira veneziana (67). Ora i soldi mancosi non sono nominati prima del secolo decimo, e quanto a lire veneziane nessun documento ne fa parola prima del trattato di Berengario ove esiste lo stesso paragrafo; ma il contributo dovuto da Venezia all'impero, viene stabilito in denari pavesi: solo in quello di Ottone II dell'anno 983 anche la contribuzione è fissata in denari veneziani. Così pure nelle carte private degli antichi tempi, che esistono nei nostri archivi, si parla di libbre d'argento, di libbre d'oro, di denari imperiali; ma solo negli ultimi trenta anni del secolo decimo si comincia a trattare in denari veneziani. In mezzo a tale armonia trovare un documento solo che parli di moneta veneziana, un secolo prima degli altri, non sembra dunque un argomento per credere, che tale moneta abbia esistito più anticamente, ma piuttosto per supporre che il trattato in questione appartenga a un'epoca più recente, tanto più quando questa supposizione sia suffragata da altri non ispregevoli argomenti, come nel caso nostro.

Io voglio anzi esprimere nettamente il mio pensiero e formare un'altra ipotesi che varrebbe ad appianare tutte le difficoltà. Nel secolo decimo abbiamo appunto un altro sovrano di nome Lotario, ed è il figlio di quell'Ugo di Provenza che venne in Italia nel 926 e fu dal padre associato al potere nel 931. Cacciato da Ottone, Ugo ritorna fuggiasco in Provenza e lascia in Italia il figlio Lotario, che regna fino alla sua morte, e cioè fino al 950. Lotario II ebbe assai poca autorità, ma per ciò appunto non è improbabile che i Veneziani stringessero con lui un trattato più vantaggioso di quello che avevano coi suoi predecessori, e siccome egli regnò immediatamente prima di Berengario II, la somiglianza dei due trattati mi conduce naturalmente alla supposizione che si tratti di questo Lotario, tanto più che sul seggio ducale era anche allora un Pietro (Candiano III, 942-59), e che quindi facilmente il copista poteva far confusione per l'uguaglianza dei nomi dei due sovrani contraenti, riportando all'imperatore Lotario, più conosciuto e più antico, quel documento che egli aveva più difficoltà a decifrare, e che essendo forse più guasto degli altri, gli sembrò per ciò solo più vecchio.

Romanin suppone che l'amanuense abbia unito le due penultime linee del XXIII per averne un XXVI, si può invece credere che abbia letto XXVI dove era scritto XVI, perché l'anno sedicesimo di Lotario II corrisponderebbe all'anno 947, nel quale egli regnava senza il padre, tenendo la sua abituale residenza in Pavia (68) e battendo moneta col solo suo nome in Pavia, Milano e Verona. Aggiungo anche che mentre la lettura del trattato in questione e di quello di Berengario II fa subito venire l'idea che i due diplomi sieno di data assai vicina, quello col nome di Lotario ha la frase: hoc pactum. . . constituit ac describere jussit, ut etc.; mentre quello di Berengario dice: hoc pactum constituit ac renovandum describi et competenter ordinari jussit etc., per cui è evidente che il primo diploma è più antico, e l'altro non è che una rinnovazione del primo, tanto più probabile che la distanza fra il 947 e il 953 è di poco maggiore del periodo di cinque anni convenuto per la durata del trattato.

Gli altri trattati ritrovati dal Liruti (69) e discussi dallo Zanetti (70) e dal Carli (71) sono quelli di Rodolfo di Borgogna (72) e del suo successore Ugo di Provenza (73), nei quali si concede a Venezia il diritto di usare moneta propria. Non ostante le obbiezioni di Vincenzo Promis (74), non ho dubbio che tali documenti sieno perfettamente autentici, e che la copia esistente nel Liber Blancus del nostro archivio sia tratta dall'originale che ora più non esiste. Non saprei anzi come si potrebbe dubitarne, perché in tal caso converrebbe rifiutare l'opera del doge Dandolo, e credere la raccolta dei patti un'invenzione moderna. D'altronde abbiamo un fatto importante che conferma le parole dei diplomi, e cioè che, mentre nessun documento né pubblico né privato parla di moneta veneziana prima di quell'epoca, dalla metà del secolo decimo in poi si comincia a farne menzione e con una progressione che dimostra il nascere ed il crescere di una novella istituzione.

Il primo documento in cui si parli di denari veneziani è il trattato di Berengario II del 953 (75), e precisamente quel passo dove si tratta del giuramento da prestarsi a seconda della somma che viene espressa in soldi mancosi od in lire veneziane. Questo passo, che abbiamo già citato (76), si riproduce anche nel trattato di Ottone I nel 967 ed in quello di Ottone II nel 983, invece il pagamento della contribuzione dovuta dai Veneziani è fissato in 25 lire di denari pavesi od imperiali nei due sopradescritti trattati 953 e 967, mentre in quello del 983 esso tributo è determinato in 50 lire di denari veneziani, variazione che deve interpretarsi nel senso che il denaro veneziano fosse uguale a metà del denaro imperiale (pavese, o milanese), e non già che la contribuzione fosse aumentata.

Oltre a ciò nelle carte private dei Veneziani troviamo nominati denari nostri o veneziani solo verso la fine del secolo decimo, ed il più antico ricordo sarebbe la locazione fatta nell'anno 972, da Rodoaldo patriarca d'Aquileja ad Ambrogio vescovo di Bergamo, di alcune terre fra l'Adda e l'Oglio, pubblicata per la prima volta dal De Rubeis (77). In essa leggesi: . . . et persolvere ei inde debeant singulis annis per omnem missam sancti Martini argenteos denarios bonos mediolanenses solum quinque, aut de Venecia solum decem (78).

Altro documento è la locazione fatta dal vescovo di Treviso Rozo o Rozone al doge Pietro Orseolo II della terza parte del teloneo e del ripatico, per cui il doge promette di dare ciaschedun anno quattro bisanti d'oro, ovvero libras duas denariorum suorum (79). Più chiaramente ancor si parla di moneta veneziana nel testamento di Pietro Orseolo II, che lascia al suo popolo mille ducentarum quinquaginta librarum nostrae monetae denariorum parvorum (80).

Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: . . . simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt; ma io non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per le circostanze economiche.

Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82): Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. Per me la cosa non è dubbia; i Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel diritto che si è disposti a concedere nel momento.

Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano, che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:

Multa Berengarius mihi privilegia fecit,

Is quoque monetam cudere posse dedit.

Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.

Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti nostrae monetae denariorum parvorum (85), monetae Venetiarum (86), libras nostrorum denariorum. Per monete nostre non bisogna credere s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi, ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale. In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.

Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca, colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato. Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo delle sue monete.

Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari, furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del terzo Enrico.

Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle Novelle letterarie del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.

Quanto poi alle monete colla leggenda "C R I S T V S spazio I M P E R", molte e svariate furono le opinioni esposte dai diversi autori che vollero spiegarle; non si può convenire col Liruti (93) e collo Zanetti Girolamo (94), che le ritengono di un'epoca più antica di Carlo Magno, e nemmeno col Carli (95), che le riporta ai primi anni del secolo IX, perché il loro tipo ed i loro caratteri sono quelli della fine del secolo X e del principio dell'XI, come bene avvertì l'illustre Muratori (96).

Né posso accordarmi con Vincenzo Promis (97), che crede tali monete coniate nell'epoca tra la morte di Enrico V e la elevazione al trono imperiale di Federico I di Svevia, perché in quell'epoca il denaro era assai diminuito di peso e di valore. La somiglianza poi del tipo e del peso indica certo che tali monete sono assai vicine per tempo alle due coi nomi di Corrado e di Enrico, restando solo a decidere se si debba collocarle prima o dopo di questi imperatori. L'opinione più naturale sarebbe quella dell'illustre maestro Guidantonio Zanetti (98), e cioè che sieno state battute posteriormente alle imperiali e non già anteriormente; e ciò perché è più facile ad immaginare che sia stata sostituita la divinità al nome dell'imperatore da un popolo che amava la propria indipendenza, ed anche perché il nome di Cristus è scritto in modo da confondersi assai facilmente con quello di Enricus. Ma altre circostanze di non lieve importanza mi conducono ad opposto avviso, e cioè mi fanno credere le monete col nome di Cristo anteriori a Corrado ed Enrico. La prima è che le monete di questi due sovrani sono meno pesanti di quelle col nome di Cristo (99), mentre le prime pesano ordinariamente da 16 a 18 grani e solo raramente 20 grani; quelle col nome di Cristo pesano invece fra i 19 e 20 grani, e talvolta persino 22: ora in questi tempi, in cui la moneta andava progressivamente diminuendo di peso e di intrinseco, è da credersi che le monete più pesanti siano più antiche, e le meno pesanti più recenti.

La seconda ragione si è, che assegnando alle monete col nome di Cristo l'epoca precedente al regno di Corrado, si trova facilmente il momento ove collocarle, quando il potere imperiale aveva perduto quasi ogni valore in Italia, e si capisce facilmente che negli ultimi anni dell'imperatore Ottone III e durante le lotte fra Arduino ed Enrico I, i Veneziani abbiano potuto tentare nuovamente di sopprimere il nome degli imperatori sulle monete, e che poi sotto il vittorioso Corrado, tanto avverso agl'Italiani e che non volle nemmeno accordare i soliti privilegi a Venezia, si conformassero alle prescrizioni ed agli usi comuni, ponendo sulle monete il nome del temuto sovrano.

Non saprei vedere nella storia fra Enrico II ed Enrico III un'epoca favorevole ad un ritorno di tal genere, e siccome i denari attribuiti ad Enrico III gli appartengono indubbiamente, e per le ragioni anzidette non posso assegnare il denaro con "C R I S T V S" ai tempi posteriori ad Enrico III, conviene per forza ammettere, che il nome dell'imperatore fu rimesso sulle monete veneziane dopo di averlo tolto, e non vi è nessun'altra epoca meglio corrispondente a questa incertezza, a questo cambiamento repentino, che quella precedente il regno di Corrado; e l'essere poi ammessa questa ipotesi da uno storico così acuto come il San Quintino (100), mi fa coraggio a perseverare in questo convincimento.

Io reputo quindi di assegnare alle monete con "C R I S T V S spazio I M P E R A T" gli ultimi lustri del secolo X, di collocare poi i denari di Corrado, e finalmente di attribuire quelli col nome di Enrico all'epoca dell'imperatore Enrico II. Può essere poi che il tempo dimostri che il ragionamento di Guidantonio Zanetti era giusto, e che si trovino delle monete veneziane col nome di Ottone, ed in tal caso il sospetto che ho già fatto conoscere, si troverebbe completamente confermato.

Il secondo gruppo comprende le ultime monete veneziane del periodo imperiale. Queste hanno un solo tipo, sebbene siano coniate durante un numero abbastanza lungo di anni, perché ce lo accusano le varietà di conio, le differenti forme di lettere e sopratutto il peso vario e decrescente. I primi di questi denari furono certamente coniati nel tempo in cui, trovato il corpo di San Marco, questo santo fu riconosciuto come protettore della repubblica e l'imperatore Enrico III si recò a Venezia per venerarne le reliquie. Oltre alle altre circostanze, lo prova la esistenza di alcuni esemplari nella cassa in cui fu deposto allora il corpo del santo, i quali furono rinvenuti nel 1811, scoprendosi per la prima volta quella cassa. Infatti è stato sempre costume in tali occasioni di seppellire monete contemporanee, per conservare memoria esatta del tempo. Il tipo però fu continuato anche dopo la morte di Enrico III, e probabilmente durante tutto il regno di Enrico IV, come crede anche Promis (101).

Non posso invece accettare il parere di San Quintino, che alcuni di tali pezzi sieno mezzi denari, opinione alla quale sembra accostarsi anche il Promis (102), mentre non credo che collo stesso tipo e fisonomia possa essere stata coniata una moneta ed il suo spezzato. Penso invece che la differenza notevole di peso che s'incontra in tali monetine non sia che la prova del peggioramento della moneta, che è caratteristica di quest'epoca. Infatti i nummi senza aureola, e colla croce simile alla croce dei denari di Enrico II, pesano 15 e 16 grani, ed invece quelli colle leggende scorrette e colla croce ancorata, che sono i meno antichi, pesano appena 8 a 9 grani, anche bene conservati. È però da osservarsi che i più gravi pesano meno sempre dei denari di Enrico II, e che i più leggeri hanno sempre un maggiore intrinseco dei denari coniati posteriormente coi nomi dei dogi.

Dopo questo tempo non troviamo più monete col nome degli imperatori, ed è probabile che la zecca veneta rimanesse inoperosa per qualche anno, sinché il sentimento di indipendenza e di nazionalità, risvegliato nelle lotte con Federico Barbarossa, e la coscienza della propria forza persuasero i Veneziani a porre sulle monete i nomi dei loro dogi, cominciando da Vitale Michiel II.

Queste idee già da qualche anno io aveva esposto in una lettura al Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, ed il non vederle combattute finora mi dà a sperare che esse abbiano ottenuto il consenso degli studiosi, i quali non avrebbero facilmente lasciato libero il passo ad errori in questione di tanta importanza.

In ogni caso mi conforta il pensiero, che il modo da me adottato per isciogliere le gravi difficoltà del quesito, concorda assai bene coi risultati della storia di Venezia e dei paesi vicini sino al secolo XII. Mentre infatti Venezia era nei suoi primordi debole e piccina, e le sue aspirazioni erano pur esse modeste, noi non troviamo moneta veneziana. Dopo la morte di Carlo Magno vengono i tempi più oscuri, e non ostante le parole dei cronisti, non si riesce a comprendere con esattezza i rapporti tra Venezia e gli imperatori. Solo le monete ci avvertono che Lodovico e Lotario avevano pretensioni di sovranità anche sulle Lagune, e il denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S" conferma la supremazia degli imperatori latini e l'aspirazione dei Veneziani a liberarsene.

Dopo vengono le monete coniate a Venezia coi nomi degli imperatori germanici, ed un nuovo tentativo d'indipendenza non coronato da completo successo; finalmente all'epoca in cui in Italia si costituiscono i Comuni, in cui si prepara una lotta giustamente gloriosa, Venezia si astiene dal porre i nomi degli imperatori, e soltanto dopo di essersi unita colla Lega lombarda, adotta un sistema conforme alla sua completa indipendenza. Ma i tempi erano maturi: Venezia non riconosceva più la supremazia di nessuno, anzi era giunta a tale grado di potenza e di forza, che dopo aver regolato con onore e vantaggio le questioni coll'Occidente, ebbe l'ardire di misurarsi anche coll'impero greco, riuscendo a piantare lo stendardo di San Marco vittorioso sulle vecchie torri della metropoli bizantina.

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NOTE A "ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA".

(1) Squittinio della libertà veneta. Mirandola, 1612, pagina 43 e seguenti.

(2) Fontanini G. De sancto Petro Urseolo duce venetorum etc. Romæ, 1730, pagine 81-83.

(3) Spiegazione di tre antichissime monete veneziane. Venezia, 1737; e nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici. (Calogerà), Tomo XXVIII, pagine 506-507.

(4) Liruti G. G. Della moneta propria e forestiera ch'ebbe corso nel Ducato di Friuli etc. Venezia, 1749, pagine 132-133; ed in Argelati F. De monetis Italiæ etc. Parte II, pagine 144-145.

(5) Zanetti Girolamo. Dell'origine e della antichità della moneta viniziana, ragionamento. Venezia, 1750, pagine da 1 a 26; ed in Argelati. Parte III, Appendice, pagine 1-7.

Tentori C. Saggio sulla storia civile politica ecclesiastica etc. della repubblica di Venezia. Venezia, 1785-1790, Tomo II, pagine 25-36.

Gallicciolli G. B. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche. Venezia, 1795, Tomo I, pagine 366-370.

Filiasi G. Memorie storiche de' Veneti primi e secondi. Padova, 1811-1814, volume VI, pagine 56-59.

Cappelletti G. Storia della repubblica di Venezia. Venezia, 1848- 1855, volume I, pagina 186.

(6) Sandi Vettor. Principj di storia civile della repubblica di Venezia etc. Venezia, 1755, volume I, pagine 307-308.

(7) Zon A. Cenni istorici intorno alla moneta veneziana. — Venezia e le sue lagune. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagine 6-8.

(8) Giulio di San Quintino. Osservazioni critiche intono all'origine ed antichità della moneta veneziana. Dalle memorie della Regia Accademia di scienze, Serie II, Tomo X, Torino, 1847.

(9) Cartier R. Observations sul les deniers Carlovingiens portant le nom de Venise. — Revue numismatique française. Blois, 1849, pagine 190-216.

(10) Barthelemy J. B. A. A. Nouveau manuel complet de numismatique du moyen âge et moderne. Paris, 1851, pagina 353.

(11) Promis Vincenzo. Sull'origine della zecca veneta. Torino, 1868.

(12) Romanin S. Storia documentata di Venezia. Venezia, 1853-1861, volume I, pagine 224-228.

(13) Padovan V. e Cecchetti B. Sommario della nummografia veneziana etc. Venezia, 1866, pagina VIII.

(14) Padovan V. _Le monete della repubblica veneta etc. _Venezia, 1879, Sommario, pagina 94.

(15) Promis. Opera citata, pagina 12.

(16) Promis. Opera citata, pagina 11.

(17) Promis. Opera citata, pagina 11.

(18) Carli Rubbi G. R. Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia etc. Aja, 1754, tomo I, pagine 124-127.

(19) Filiasi. Opera citata, volume VI, pagine 58-59.

(20) Archivio veneto, volume XII, pagina 81.

(21) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 225.

(22) Muratori. Antiq. med. aevi. Volume II, pagina 647.

(23) San Quintino. Opera citata, pagina 5.

(24) Eginardo. — Paolo Diacono. — Annales Laurissenses (all'anno 803, PERTZ MON: GERM: HIST: SCRIPT I.).

(25) Costantino Porfirogenito. De Amministratione imperii. Presso il Banduri, Imp. orientale, Volume I, 84, capitolo XXVIII.

(26) Atto di fondazione del Convento di San Zaccaria. Romanin. Opera citata, Volume I, pagina 347.

(27) Romanin. Opera citata, Volume I, pagine 132 e 140 e seguenti. — Gfrörer A. F. Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084. Traduzione del professor Pinton, Venezia, Visentini, 1878.

(28) Gfrörer. Opera citata, pagina 87. — Monticolo, professor G. B. La cronaca del Diacono Giovanni etc. Pistoja, 1882, pagina 94.

(29) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 162, nota 2 (Cornaro).

(30) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 149, nota 5.

(31) Gfrörer. Opera citata, pagina 24.

(32) Costantino Porfirogenito. De amministrando imperio. Capite XXVII, ed. bononiensis, III, 122.

(33) Dandolo. Nel Muratori, volume XII, pagina 151. — Romanin. Opera citata, I, 135. — Gfrörer. Opera citata, pagina 64.

(34) Gfrörer. Opera citata, pagina 73. — Romanin. Opera citata, pagina 149.

(35) Romanin. Opera citata, pagina 82 e seguenti.

(36) Brambilla. Monete di Pavia etc. Pavia, 1883, pagina 80.

(37) Le Blanc. Traité historique des monnaies de France. Paris, 1690, pagina 85.

(38) Le Blanc. Opera citata, pagina 111.

(39) Brambilla. Opera citata, pagina 80.

(40) Gfrörer. Pagine 78 e 86. — Eginardo. Vita di Carlo. Capitolo XVI.

(41) Dandolo. Nel Muratori, XII, 176. — Eginardo. Nel Pertz, I, 197.

(42) Adon (évêque de Vienne). Chron. in anno 810. Ediz. Basilea, pagina 224. — Abericus. Cronic. Pagina 153.

(43) Gfrörer. Opera citata, pagina 84.

(44) Monticolo. Opera citata, pagina 25.

(45) Monticolo. Opera citata, pagina 95.

(46) Monticolo. Opera citata, pagina 105.

(47) Gfrörer. Opera citata, pagina 133 e seguenti.

(48) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.

(49) Gfrörer. Opera citata, pagina 91.

(50) Gfrörer. Opera citata, pagina 99. — Romanin. Opera citata, volume I, pagina 167.

(51) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.

(52) Il terreno in Parrocchia di San Bartolomeo venduto nel 1112, dove si lavorava la moneta, di cui parla Cecchetti (Padovan e Cecchetti. Sommario. Pagina VII) potrebbe essere quello in cui esisteva il fabbricato dove si coniò il danaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".

(53) Girolamo Zanetti, che primo illustrò questa moneta, lesse: Domine cunserva Polano Imp. Questo granchio gli valse il nome di Zanetti Fiaba, come assicura nelle sue schede, da me possedute, il Lazari che lo seppe per memoria orale autorevolissima.

(54) Crisoboli (dalla bolla d'oro di cui erano fregiati) si chiamavano i diplomi concessi dagl'imperatori bizantini. Nel crisobolo dell'anno 992 gl'imperatori Basilio e Costantino accordavano ai Veneziani nuovi privilegi e favori specialissimi. — Romanin. Opera citata, volume I, pagina 267. — Gfrörer. Opera citata, pagina 228.

(55) Liruti. Opera citata, pagina 130 e seguenti.

(56) Zanetti Girolamo. Opera citata, Venezia, 1750.

(57) Carli. Opera citata, volume I, pagina 115 e seguenti.

(58) Il passo è il seguente: Volumus ut pro sex manc. sol'. ab uno homine sacramentum recipiatur, et si plus fuerit usque ad duodecim manc. duorum hominum juramentum sit satisfactum, et ita usque ad duodecim libras veneticorum semper addendum per duodecim electos juratores. Nam si ultra duodecim librarum quaestio fuerit, juratores ultra duodecim non excedant.

(59) San Quintino. Opera citata, pagina 27.

(60) I Registri originali del Liber Albus, Liber Blancus, Libri Pactorum furono pubblicati da Tafel et Thomas, Monaco, 1855.

(61) San Quintino. Opera citata, pagina 31.

(62) Romanin S. Opera citata, volume I, pagina 351.

(63) Romanin sostiene che la data deve essere 951: nel documento però è scritto 953.

(64) Romanin. Opera citata, volume 1, pagina 240.

(65) San Quintino. Opera citata, pagine 29 e 30.

(66) San Quintino. Opera citata, pagina 31.

(67) San Quintino. Opera citata, pagine 30 e 31.

(68) Nella grande opera Historiæ patriæ monumenta, Augusta Taurinorum, 1855, vi ha il diploma 27 Giugno 947 Actum Papiae, nel quale Lotario, per officio di Manasse Arcivescovo di Milano, fa una donazione all'amabile sua sposa Adelaide. Ivi Chart, tomo I, Doc. XCVII, colonna 159.

(69) Liruti. Opera citata, pagina 144.

(70) Zanetti G. Opera citata, pagina 3.

(71) Carli. Opera citata, pagina 113 e seguenti.

(72) Documento I.

(73) Documento II.

(74) Promis. Opera citata, pagina 21 e seguenti.

(75) Il passo citato esiste anche nel trattato che io attribuisco a Lotario II, e sarebbe quindi di pochi anni precedente quello di Berengario ed il più antico documento che parli di moneta veneziana.

(76) V. sopra, pagina 25.

(77) De Rubeis. Monumenta Ecclesiæ Aquil. etc. Pagina 474.

(78) Anche qui troviamo che il denaro veneziano è valutato per metà del denaro milanese od imperiale, come nel trattato con Ottone II.

(79) Liruti. Opera citata, pagina 142. — Zanetti G. Opera citata, pagina 6.

(80) Liruti. Opera citata, pagina 143. — Carli. Opera citata, volume I, pagina 399.

(81) Padovan. Le monete dei Veneziani. Pagina XVII, nota 2.

(82) Dandolo. Chronicon. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XII, colonna 200.

(83) Sanuto. Vitae Ducum Venetorum. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XXII, colonna 462.