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NOTE DEL TRASCRITTORE.
Il titolo del libro indica il nome "Nicolò Papadopoli Aldobrandini", assunto dall'autore nel 1905 utilizzato nei volumi successivi e/o nelle edizioni successive dell'opera.
Il sottotitolo "Parte prima. . .", assente nella edizione trascritta, è ripreso dalle edizioni successive dell'opera.
Le citazioni evidenziate nel testo originale con il segno di virgolette ripetuto ad ogni linea sono qui formattate come paragrafi rientrati e tra virgolette.
Nell'edizione qui trascritta, le iscrizioni delle monete sono stampate utilizzando caratteri non apaprtenenti alla tavola "Latino standard" Unicode: in questa trascrizione in formato testo, sono stati utilizzati i seguenti nomi per rappresentare i caratteri speciali utilizzati dall'autore per rappresentare lettere latine medievali, legature e/o segni della moneta.
CARATTERI SPECIALI UNICODE.
CON = Latin Extended D+A76E — Latin capital letter CON.
EPSILON LUNA = Greek and Coptic U+03F5 — Greek lunate epsilon symbol.
EZH = Latin Extended B+01B7 — Latin capital letter EZH.
H SEGNO = Latin Extended A+0127 — Latin small letter h with stroke.
OI = Latin Extended B+01A2 — Latin capital letter OI.
P SEGNO = Latin Extended D+A750 — Latin capital letter P with stroke through descender.
QUAM = Latin Extended D+A756 — Latin capital letter Q with stroke through descender.
RUM TONDA = Latin Extended D+A75C — Latin capital letter RUM rotunda.
CARATTERI SPECIALI NON UNICODE.
ALFA CEDILLA. Lettera alfa minuscola con cedilla.
C QUADRATA. Lettera C maiuscola scritta con tre segmenti di retta.
C QUADRATA SEGNO. Lettera C quadrata con segno diagonale.
C SEGNO. Lettera C maiuscola con segno diagonale.
D SEGNO. Lettera D maiuscola con segno diagonale.
EZH CODA. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
B+01BA — Latin small letter EZH with tail.
I SEGNO. Lettera I maiuscola con segno diagonale.
L SEGNO. Lettera L maiuscola con segno diagonale.
N SEGNO. Lettera N maiuscola con segno diagonale.
RUM. Versione maiuscola del carattere unicode Latin Extended
D+A776 — Latin letter small capital RUM.
T SEGNO. Lettera T maiuscola con segno diagonale.
LEGATURE.
Le legature di coppie di lettere latine vengono indicate con la parola "legatura" seguita dalla coppia di lettere tra loro legate. Le coppie usate nel testo sono:
AR, AV, HE, HL, HR, HT, MA, MP, MR, NE, NP, NR, TH, VA, VE.
Viene poi indicata con "legatura H, C QUADRATA SEGNO" la legatura tra i due caratteri H e C QUADRATA SEGNO.
PUNTEGGIATURA.
Con "un punto sopra due punti" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2234 — Therefore.
Con "due punti in verticale" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2236 — Ratio.
Con "quattro punti in quadrato" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere unicode U+2237 — Proportion.
Con "tre punti a destra" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere Unicode U+2234 — Therefore ruotato di 90 gradi in senso orario.
Con "tre punti a sinistra" si indica una punteggiatura latina medievale simile al carattere Unicode U+2235 — Because ruotato di 90 gradi in senso orario.
La parola "ruotata" nella descrizione delle iscrizioni significa una rotazione di 90 gradi in senso orario, se non indicato diversamente.
La parola "capovolta" nella descrizione delle iscrizioni significa una rotazione di 180 gradi.
La parola "simmetrica" nella descrizione delle iscrizioni significa una trasformazione speculare lungo l'asse verticale.
Le elencazioni delle monete sono state rese omogenee utilizzando lo standard dei primi capitoli: nome, titolo e peso di ogni moneta precedono l'elenco numerato delle varianti.
Le note a piè di pagina sono riportate a fine di ogni capitolo, e sono state rinumerate.
Le punteggiature delle citazioni bibliografiche sono state rese il più possibile omogenee.
Le punteggiature decimali sono state rese omogenee e coerenti con la notazione moderna: il punto separa le migliaia e la virgola separa i decimali.
Per la rappresentazione dei segni dei massari si è utilzzata la seguente notazione: - campo 1 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a sinistra; - campo 2 = segno posto sotto i gomiti del Redentore a destra; - campo 3 = segno posto presso le gambe a sinistra; - campo 4 = segno posto presso le gambe al centro; - campo 5 = segno posto presso le gambe a destra.
Per consentire l'uso di programmi di lettura digitale, sono state sciolte le abbreviazioni (ad esempio: "gr. ven." in "grani veneti").
Il testo è stato modificato come da "Errata . . . Corrige", che comprendono anche quelle originarie.
Le nuove pagine sono indicate con l'indicazione [Nuova pagina].
Le parole in greco sono precedute dalla notazione [Greco[, e seguite dalla notazione ]Greco].
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ERRATA . . . CORRIGE.
1. "Prefazione", nota (2):
grammi 238,4994 . . . grammi 233,4994.
2. Vari punti del testo:
oncie . . . once.
3. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Naturalmente fu uno scrittore. . .":
dipendenza dell'impero . . . dipendenza dall'impero.
4. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Indipendentemente da questo pregio. . .":
traccie incancellabili . . . tracce incancellabili.
5. "Origini della zecca e prime monete di Venezia", paragrafo che inizia con "Altra conferma. . .":
cominciô . . . cominciò.
6. Vari punti del testo:
Galliccioli . . . Gallicciolli.
Galliciolli . . . Gallicciolli.
7. Vari punti del testo:
Museo Brittanico . . . Museo Britannico.
8. "Lorenzo Tiepolo", paragrafo che inizia con "Da tutto ciò. . .":
è la regione . . . è la ragione.
9. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Questa monetina, . . .":
un'esame . . . un esame.
10. "Vitale Michiel", paragrafo che inizia con "Intanto sta il fatto che . . .":
un'aspetto . . . un aspetto.
11. "Giovanni Dandolo", ultimo paragrafo:
e precisamente nel 1352 . . . e precisamente nel 1354.
12. "Giovanni Soranzo", paragrafo che inizia con "Anche in questo periodo. . .":
grossis tondis . . . grossis tonsis.
13. "Antonio Venier", paragrafo che inizia con "Allo scopo di impedire. . .":
più di 61, né meno di 66 . . . meno di 61, né più di 66.
14. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):
Marin Sanudo . . . Marino Sanuto.
15. Vari punti del testo (accogliendo la lectio difficilior):
Quarantia . . . Quarantìa.
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LE MONETE DI VENEZIA DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA NICOLÒ PAPADOPOLI ALDOBRANDINI COI DISEGNI DI C. KUNZ.
Parte I.
Dalle origini a Cristoforo Moro.
1156-1471.
Venezia.
Ferdinando Ongania, editore.
1893.
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PREFAZIONE.
Allorquando dopo un lungo periodo di barbarie l'Europa poco a poco si ridestò come da un sonno penoso e cominciò a sentire il soffio benefico della nuova civiltà, assieme agli studî severi, sorse come per incanto l'amore per le arti ed il culto dell'antico e del bello.
In Italia fu ancor più sorprendente che altrove il rapido svolgersi di questa epoca gloriosa, nella quale un popolo povero, ma intraprendente, rozzo, ma sapiente, raccogliendo le tradizioni antiche e le aspirazioni novelle, creò quel rinascimento intellettuale ed artistico che forma l'ammirazione di tutti.
Anche le monete furono studiate e raccolte in tempi remoti. Troviamo già nel 1335 una memoria dove sono notati, da un appassionato cultore, libri, bronzi e monete esistenti a Venezia.
Ma ben presto i raccoglitori vennero insidiati da falsificatori e le monete dei tempi antichi furono imitate da artisti valenti, che più tardi si diedero a lavorare secondo il proprio sentimento e riprodussero i personaggi ed i fatti dei loro tempi. Questa nobile arte mandò i primi vagiti nella nostra regione: Padova, Venezia e Verona videro le prime opere di questi grandi, ricercatissime al giorno d'oggi dai musei e dai raccoglitori, studiate da italiani e forestieri, che formano una collana preziosa di piccoli capolavori, conosciuti col nome di medaglie artistiche italiane del rinascimento. La medaglia di Francesco Foscari che adorna il frontespizio del presente volume, opera di ANTONELLO DELLA MONETA intagliatore della zecca nostra, è la più antica riproduzione metallica della testa di un doge, e concorda per l'epoca e per le fattezze, col ritratto di Gentile Bellini e con una miniatura dell'epoca, esistenti entrambi nel Museo civico di Venezia.
Da prima ogni cura fu rivolta alle monete greche e romane, restando affatto neglette le antichità medioevali. Soltanto in epoca piuttosto recente si studiarono le monete delle città e dei principi italiani, che sono pure tanta parte della nostra gloria.
La zecca di Venezia fu tra le prime che attrassero l'attenzione dei dotti italiani e stranieri. Fu tosto veduta e trattata la questione più ardua e più interessante che la riguarda, perché già nel 1610 Petau (Petavius) pubblicava il disegno del denaro di Lodovico il Pio col nome di Venezia, e nel 1612 l'autore dello SQUITINIO DELLA LIBERTÀ VENETA se ne serviva come di arma principale ed invincibile contro la pretesa di indipendenza originale dei veneziani.
Nello scorso secolo alcuni studiosi, anche valenti, si occuparono della numismatica veneziana; ma i migliori superficialmente, e quelli che vollero addentrarsi nelle indagini sul valore della moneta, a Venezia ancora più importante che altrove, si smarrirono in supposizioni e fantasie, che complicarono maggiormente una materia già per sé non facile né semplice.
Si aggiunsero le insidie di alcuni impostori, che cercavano di sorprendere la buona fede dei raccoglitori, le idee preconcette e l'amore esagerato del luogo natìo, che non lasciavano vedere quant'era più naturale e più vero. Nell'epoca forte e serena, nella quale, mediante lo studio della storia e delle lettere, si preparava il risorgimento della patria, si formarono nuove raccolte, e vi applicarono la moderna critica storica i migliori cultori della numismatica veneziana Angelo Zon, Vincenzo Lazari e Carlo Kunz. Però il primo appena poté compiere un lavoro breve e succinto, gli altri due si occuparono di studî speciali, e per colmo di sventura Vincenzo Lazari fu rapito da morbo crudele in fresca età, prima di intraprendere quell'opera complessiva sulle monete veneziane, di cui aveva concepito il pensiero. Spariti questi valorosi, poiché a me la buona fortuna permise di trar profitto dalle annotazioni raccolte da Lazari e dai disegni e dalle note di Kunz, sebbene comprendessi la mia insufficienza di fronte a così grandioso soggetto, mi accinsi coraggiosamente all'opera. Ora dunque, dopo aver pubblicato alcune parti staccate di questo lavoro, presento al pubblico il primo volume della illustrazione delle monete di Venezia. A questo, col tempo, terranno dietro altri due, se il favore degli studiosi e degli intelligenti accoglierà con benevolenza un tentativo, che può essere superiore alle forze, non alla buona volontà che mi anima.
Ho trattato da prima la grande questione delle origini della zecca veneta e dei rapporti di Venezia cogli imperi d'Oriente e d'Occidente; indi ho diviso la materia in tanti capitoli quanti sono i dogi, da Vitale Michiel II sino a Cristoforo Moro, dove si arresta il còmpito prefisso alla prima parte dell'opera. Ogni capitolo comincia con brevi cenni sui fatti storici, e tratta poi con maggior dettaglio, quanto può interessare la parte numismatica ed economica, notando le monete coniate e citando i documenti che ordinano o che regolano la fabbricazione delle monete. Ciascun capitolo è seguito da un elenco dettagliato delle monete coniate da quel doge, poste in ordine secondo il metallo ed il valore. Ogni moneta, oltre la denominazione ed il valore_, reca l'indicazione del_ metallo_, del_ titolo e del peso_: la_ descrizione poi è completata dalle tavole_, che_ riproducono i bellissimi disegni di Carlo Kunz (1).
Speciale attenzione ho posto all'esattezza delle denominazioni e del titolo, che, se non ho potuto conoscere dai documenti contemporanei, ho rilevato con assaggi chimici. Solo quando trattavasi di monete assai rare, che non si potevano sacrificare, dovetti contentarmi dell'assaggio col tocco sulla pietra; ma in tal caso ho accompagnato la notizia colla parola circa_, essendo l'esattezza di tale prova_ soltanto approssimativa.
Nello stabilire quali monete si debbano chiamare di argento e quali di mistura_, non ho potuto seguire il sistema indicato da_ Domenico Promis, che classifica nell'argento solamente quelle che hanno più della metà di fino, né quello, ottimo per le romane, che annovera tra le monete d'argento tutte quelle che contengono anche una minima quantità di tale prezioso metallo. Questo modo regge soltanto dove le monete di mistura sono una degenerazione progressiva delle antiche migliori, ma non può essere scelto a Venezia, dove il denaro nei primi tempi era il tipo della moneta ed aveva l'intrinseco corrispondente al valore, contenendo appena un quarto del suo peso o poco più di argento. Ho preferito quindi collocare i denari nell'argento finché essi conservarono lo stesso titolo, ma quando il tipo o campione del valore fu trovato in altra moneta più perfetta, ed i denari discesero sotto al quarto del loro peso di fino, diventando così una specie inferiore, nella quale si teneva poco conto dell'intrinseco, perché serviva solo a compensare le frazioni dei pagamenti, allora ho creduto poter classificare i denari nelle monete di mistura tenendo il limite di 250 millesimi di fino, sotto il quale si devono considerare monete basse o divisionarie.
Per il peso, quando non ho potuto rilevarlo dai documenti, mi sono tenuto agli esemplari meglio conservati e più pesanti, avendo osservato che quasi mai le monete raggiungono il peso legale e ritenendo inferiore al vero il peso calcolato sulle medie anche di esemplari bene conservati.
Ho scelto l'antico peso veneziano, perché è quello usato nei documenti, mettendo fra parentesi la riduzione in grammi (2); invece nel titolo mi sono servito della divisione in millesimi, mettendo fra parentesi il modo veneziano di segnarlo, che è quello di indicare i carati di lega accompagnati dalla parola peggio_. Ciò_ vuol dire, che la composizione del metallo, da cui fu tratta la moneta, è formata di metallo fino, tranne i carati preceduti dalla parola peggio, i quali sono di lega, o, come dice elegantemente il poeta (3), di mondiglia_._
Ho citato le collezioni dove si trovano gli esemplari sicuri delle monete più rare, la maggior parte dei quali furono da me veduti, o furono esaminati da chi era competente ed esperto in tale materia. Ho trascurato tali note per le monete meno rare e per quelle che si trovano in quasi tutte le raccolte, non volendo moltiplicare inutilmente le citazioni. Invece, dopo ogni doge, ho posto i nomi degli autori e le opere che parlano o dànno disegni di monete, esaminando con diligenza, oltre le mie, le note del Lazari e del Kunz. Non oso sperare che l'elenco sia completo, potendo essere sfuggito alcun che nella farragine di autori forestieri e nostri che si sono occupati di Venezia e di tutto quello che la riguarda. In ogni caso spero col tempo di poter riparare gli errori e le ommissioni nella bibliografia, che sarà una futura appendice da porsi in fine dell'opera completa.
Nella terza appendice di questo volume ho notato la rarità delle monete veneziane ed i prezzi attuali per norma dei collettori e specialmente dei nuovi e dei giovani. Naturalmente questi dati sono soltanto approssimativi, perché variano in questa materia gli apprezzamenti, e di più possono variare per circostanze fortuite, come sarebbe qualche ritrovamento che facesse diventare comune ciò che prima era raro. I prezzi indicati sono relativi ad una conservazione perfetta, perché, quando manca tale qualità essenziale, conviene fare una proporzionata riduzione.
Avrei voluto dire qualche cosa anche sulle falsificazioni, che infestano alcune raccolte di monete venete, specialmente nei pezzi dei primi tempi e di minor mole, ma l'argomento è difficile a trattarsi e non può essere conosciuto completamente se non con una lunga pratica e col confronto di vari esemplari tanto falsi che genuini.
Non posso chiudere queste brevi parole senza ricordare almeno i principali fra quei benevoli amici, che mi hanno confortato, consigliato ed ajutato nei miei studi lunghi e minuziosi. Alcuni di essi sono già scesi nella tomba, e cioè Vincenzo Lazari, Rinaldo Fulin, Carlo Kunz e Bartolomeo Cecchetti, ai quali debbo tutto il poco che so. Agli altri, ai quali auguro lunga vita per conforto loro e degli studî storici, come il comm. Nicolò Barozzi, il cavalier Antonio Bertoldi, il cavalier abate Giuseppe Nicoletti, il professor Alberto Puschi, il signor Luigi Rizzoli e principalmente il cavalier Riccardo Predelli ed il comm. Alessandro Pascolato, che mi furono cortesi di benevolo ajuto, sono lieto di poter esprimere pubblicamente la mia perenne riconoscenza.
N. P.
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NOTE A "PREFAZIONE".
(1) Alcune poche monete, i sigilli dei dogi P. Ziani, G. Soranzo, M. Falier, M. Steno, F. Foscari, P. Malipiero e C. Moro, e la medaglia che figura nel frontespizio sono ottimi lavori del valente e diligentissimo disegnatore signor Vincenzo Scarpa.
(2) Il marco di Colonia era adoperato da tempo antichissimo a Venezia e si divideva in 8 once, ogni oncia in 141 carati, il carato in 4 grani. Il marco corrisponde a grammi 233,4994 e quindi il grano a grammi 0,05175.
(3) Dante. Inferno. Canto XXX.
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PARTE PRIMA.
DALLE ORIGINI A CRISTOFORO MORO.
1156-1471.
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ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA.
Arduo e spinoso riesce certamente ogni studio storico intorno ai tempi di remota antichità o a quelli che ci sembrano quasi più lontani per la distruzione barbarica di una civiltà già arrivata a mirabile altezza. Per ciò stesso sono più importanti e di maggior interesse quelle ricerche, che hanno il felice risultato di rischiarare epoche tenebrose, di cui mancano i documenti e le memorie scritte; e conviene far tesoro di ogni umile traccia, di ogni debole raggio di luce, che possa far intravedere un tratto del difficile cammino.
Interpretati da sapienti ricercatori molto hanno servito a questo nobile scopo gli avanzi dei monumenti religiosi e civili; molto hanno rivelato e più ancora promettono di rivelare i tesori che la terra conserva nel suo seno e che di tempo in tempo generosamente concede. Molto ancora possiamo sperare dalle amorose ricerche sopratutto sulle monete e medaglie, che fin ora non furono abbastanza studiate e che non sono ancora apprezzate da tutti al loro giusto valore. Sia per la molteplicità degli esemplari, sia per il piccolo volume e per l'intrinseco pregio, sia infine per lo scopo a cui sono destinate, che le rende preziose all'universalità, le monete possono più facilmente d'ogni altra cosa, nascondersi e sfuggire alle persecuzioni di tutti coloro, che per mille svariate ragioni distruggono le memorie del passato. Ed in vero il maggior numero di quelle che si conservano ed arricchiscono le nostre raccolte provengono da nascondigli spesso sotterranei, e l'abbondanza di queste scoperte in tutti i tempi è prova della quantità inesauribile di tesori grandi e piccini, che furono deposti in quel sicuro rifugio dal guerriero vinto, dal mercante timoroso, dall'avaro inquieto, e persino dal colpevole, che cercava nascondere il corpo del delitto.
Indipendentemente da questo pregio, la moneta ha sempre qualche dato sicuro per conoscere l'epoca ed il luogo dove fu coniata, ha il nome o gli emblemi della sovranità che le imprime il carattere. Ha poi la nota importantissima della contemporaneità per essere vissuta, si può dire, della vita del suo tempo, di cui porta le tracce incancellabili, ragioni per le quali essa ci fornisce non poche notizie politiche economiche ed artistiche, che spesso non si ritrovano in monumenti di maggior volume.
Anche sulla storia dei primi secoli della nostra Venezia le monete possono dare non pochi lumi. Esse vennero tirate in campo nella seria e già antica controversia fra gli storici veneziani, che sostenevano la assoluta indipendenza della loro città e repubblica sino dalla sua origine, e gli storici non veneziani, i quali invece credevano che il governo veneto per molti anni avesse riconosciuto l'alta sovranità dell'impero prima greco, poi occidentale.
Naturalmente fu uno scrittore straniero pagato dall'oro spagnuolo, che, nell'interesse di quella politica fatale all'Italia, citò le monete di Lodovico il pio, quali prove incontestabili di dipendenza dall'impero (1). Tali conclusioni furono accolte con entusiasmo da altri autori, nei quali invano si cercherebbero la imparzialità e la rigorosa critica storica: mentre gli scrittori veneziani, per amore di patria e per ragioni a cui non era estranea la preoccupazione politica e nazionale, respingevano vivamente una simile idea. Alcuni di essi, non sapendo fare di meglio, negarono che tali monete appartenessero a Venezia, attribuendole alla Venezia terrestre (2), ovvero alla città di Vannes nella Armorica, come il senatore D. Pasqualigo (3) e G. G. Liruti (4); ma la maggior parte sostennero semplicemente, che Venezia aveva avuto fino dalla sua origine il diritto di coniare moneta (5), ed alcuno come il Sandi (6), affermò perfino non esistere alcuna sua moneta, sebbene antichissima, colla immagine degli imperatori greci o latini, o con quella dei re d'Italia.
Più saggia critica storica usarono gli autori moderni nel trattare di questo periodo della moneta veneziana. Lo Zon non osa combattere il pregiudizio comune, ma trova vano e superfluo discutere su tradizioni incerte ed arbitrarie, se la moneta veneziana abbia cominciato prima o dopo del 911 e 938, ed in sostanza ammette timidamente che la zecca cominciasse a lavorare solo nel secolo nono o decimo (7). Il conte di San Quintino, discorrendo di questo argomento con profondità di dottrina e con abbondanza di critica acuta ed imparziale, dimostra che le monete di Lodovico e di Lotario col nome di Venezia sono battute nella zecca palatina, che esisteva nel palazzo imperiale o nella sede del governo, e cerca di conciliare gli opposti pareri, dimostrando che il nome di Venezia è posto per manifestare apertamente le vere o supposte ragioni di sovranità, che agli imperatori d'occidente erano sempre contrastate dai Bizantini e dai Veneziani (8). Cartier (9) e Barthelemy (10) riproducono le idee di San Quintino e credono potersi attribuire tali monete a Venezia senza ledere la sua indipendenza. Finalmente Vincenzo Promis, in una saggia ed erudita memoria (11), riassume la questione, riporta tutte le opinioni e determina l'attribuzione delle monete in un modo assai soddisfacente, e sul quale resta ben poco da dire.
Così la numismatica erasi purificata, è vero, dagli errori più grossolani, giungendo a stabilire con sufficiente esattezza l'età e l'attribuzione delle monete; ma non si erano tratte ancora dalle premesse tutte le conseguenze che la critica storica naturalmente poteva dedurne, per cui gli errori ripullulavano anche quando non vi era più la giustificazione di preoccupazioni politiche o nazionali.
Infatti Romanin suppone (12) che i Veneziani stabilissero, col consenso degli imperatori, una zecca, da cui uscissero monete che avevano corso nelle terre italiane e greche, e crede che, quando Carlo Magno fece chiudere molte officine dell'impero per far coniare soltanto in Domo palatii, la zecca veneziana continuasse ad esistere. Anche Cecchetti e Padovan ritengono che prima delle monete ducali conosciute si battesse a Venezia moneta veneziana (13). Citando documenti del X ed XI secolo, che parlano di denari nostri o veneziani, Padovan (14) respinge l'idea, che le monete uscite dalla zecca veneta sino al 1156 fossero soltanto le imperiali, parendogli impossibile, che un governo così altiero della propria indipendenza, fondasse una zecca per battervi moneta straniera. In fondo è la solita tradizione degli storici veneziani; si crede alla zecca che battesse più qualità di monete ed alla indipendenza della repubblica fino dai primi tempi; il che, a mio avviso, ripugna alla critica storica, perché le nazioni e gli stati, come gli uomini, passano per le varie fasi della vita, dall'infanzia all'adolescenza, alla giovinezza, prima di arrivare alla virilità. Così Venezia cominciò ad esistere debole e piccina, studiandosi di sfuggire i pericoli che minacciavano la sua esistenza, cercando l'appoggio dei più potenti, e crebbe poi rigogliosa di forze e di vitalità; ma passo a passo, e solo col tempo, coll'attività e colle virtù dei suoi cittadini, raggiunse la forza bastante ad essere indipendente, ed a far sì che questa sua indipendenza fosse riconosciuta e rispettata dai vicini, che non furono sempre deboli, o benevoli verso di lei.
Non credo necessario di trattenermi lungamente sugli errori più evidenti degli antichi autori, che furono già dimostrati insussistenti dagli illustri scrittori di numismatica che mi hanno preceduto, in modo tale, da non lasciare più alcun dubbio. Per esempio, l'affermazione del Gallicciolli, che a Venezia siano state coniate monete d'oro dette redonde in un'epoca in cui non si coniava moneta d'oro in Europa, se non dai principi longobardi di Salerno e Benevento, è bastevolmente contrastata dal Promis (15), il quale (16) ha pure a sufficienza risposto al Sandi: imperocché, se è giusto alla lettera che non si trova sulle monete veneziane l'effigie e il ritratto degli imperatori, si trova però secondo l'uso del tempo, impresso su di esse il nome, che ha lo stesso valore ed eguale importanza.
Il Conte di San Quintino ha dimostrato, coll'approvazione di tutti gli studiosi, e così che nessuno potesse più tornare sull'argomento, essere affatto insussistente la supposizione che le monete col nome di "V E N E C I A S" fossero coniate a Vannes in Francia.
Così pure non occorre aggiungere molte parole a quelle già dette dal Promis (17) sopra il sistema architettato dal Carli (18) e seguito dal Filiasi (19), e cioè che i Veneziani avessero per i commerci coll'Occidente le monete di cui ora trattiamo coi nomi degli imperatori franchi e coniassero per l'Oriente bisanti dei tre metalli, mentre poi per l'interno si servissero di speciali denari, che sono quelli colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R A T". Una tale confusione non si è mai veduta in nessun paese, e non si comprende come potesse accogliersi da storici e critici di tanto valore. Infatti basta vedere i denari di Lodovico e di Lotario per assicurarsi che sono più antichi di quelli con "C R I S T V S spazio I M P E R A T", i quali invece per tipo e peso sono più vicini certo a quelli di Corrado e degli Enrici. Monete veneziane poi con tipo bizantino non se ne videro mai, nessun documento ne parla, e conviene quindi confinarle con altre fantasie che hanno infestato e continuano a rendere difficile la storia dei primi tempi della zecca veneta.
Mi tratterrò invece brevemente sull'errore più diffuso ed in cui cadono quasi tutti gli storici veneziani, cioè che Venezia, dai tempi immemorabili, abbia avuto diritto di zecca e lo abbia esercitato. Lo Zon ed il Lazari sono forse i soli che non credono anteriore al secolo nono la zecca di Venezia, ma, più che dirlo, lo pensano. Tutti gli altri ripetono, senza nemmeno l'ombra del dubbio, le stesse parole, e, sicuri della innata indipendenza di Venezia, suppongono che ne abbia ugualmente avuti tutti i diritti inerenti, fra i quali principalissimo quello della moneta: anzi taluno deplora che sieno stati già perduti quei nummi, dei quali ci porgono indubbia prova le memorie ufficiali (20).
Questo è giudicare di fatti antichi con idee moderne; il coniare moneta ed il porvi il proprio nome fu sempre considerato come indizio di sovranità, ma il coniare moneta per far prova dinanzi al mondo della propria sovranità è un'idea che comincia solo nell'epoca civile, e mostra la conoscenza del passato quale guida del presente. Laonde troveremo anche nella storia veneta un simile atto, ma più tardi solo quando il progresso civile sarà già alquanto avanzato, o quando Venezia, divenuta più forte, vedrà meno potenti i suoi vicini.
Il primo periodo storico di Venezia è quello che corrisponde alla dominazione dei Goti in Italia. È facile dimostrare e comprendere che in tale epoca, come in quella della invasione longobarda, i Veneziani non avevano né la potenza, né l'autorità di aprire una zecca, e questa verità è tanto evidente che ne conviene lo stesso Romanin (21).
Durante l'impero romano la facoltà di coniare moneta si esercitava esclusivamente dall'imperatore, e lo stato era così geloso di questa sua importante prerogativa, che a nessun altro l'accordò giammai, e persino nell'epoca della decadenza e della rovina dell'impero d'occidente, il prestigio dello stato romano e l'idea del potere imperiale erano ancora così grandi, che gli stessi barbari vincitori non osarono mettere iscrizioni nella propria lingua e la effigie del proprio re sulle monete, ma soltanto il monogramma o il nome in latino, lasciando sempre sul diritto l'effigie dell'imperatore romano residente in Costantinopoli, quasi che in nome suo esercitassero l'autorità regia. È ben naturale che, tale essendo il sentimento dei vincitori verso il vinto, non potesse essere inferiore il rispetto degli abitanti delle lagune verso il sovrano di Bisanzio, ch'era sempre il continuatore ed il rappresentante dell'impero romano.
Sia che la veneta laguna abbia dato ricetto a gran parte dei nobili e ricchi abitanti fuggenti le invasioni barbariche, sia che i poveri pescatori e modesti naviganti sfuggissero all'invasione per le difese naturali e per la loro pochezza, il fatto è che in quell'epoca sola le nostre isole cominciarono ad avere un'importanza e ad organizzare un governo proprio. Qualunque delle due ipotesi si debba accogliere, gli abitanti delle isole dovevano riguardare come nemici i barbari, ed avere i loro sguardi rivolti verso l'imperatore, trovando la naturale protezione nel sovrano di Bisanzio, che conservò il potere imperiale in tutte quelle parti d'Italia, che non furono invase dai barbari.
Pur troppo sono assai scarse le notizie storiche, e quasi nessun documento ci resta di quell'epoca interessante; la raccolta delle lettere di Cassiodoro, cancelliere di Teodorico, è uno dei pochissimi raggi di luce in queste tenebre. In varie lettere parla dei Veneziani, ma la XXIV del XII libro è diretta ai tribuni delle isole venete, e sebbene sia conosciuta da tutti gli studiosi della nostra storia, non sarà inutile rammentarla, perché è una descrizione così viva ed interessante, che mostra a qual punto erano giunte le industrie a Venezia, la forza rigogliosa del suo commercio e l'attività robusta dei suoi abitanti, che già si vedono destinati ad un grande avvenire.
"Con un comando già dato, ordinammo che l'Istria mandasse felicemente alla residenza di Ravenna i vini e gli olii di che ella gode abbondanza nel presente anno. Voi che nei confini di essa possedete numerosi navigli provvedete con pari atto di devozione, acciocché, quanto quella è pronta a dare, voi vi studiate di trasportare celermente. Sarà così pari e pieno il favore dell'adempimento, mentre l'una cosa dall'altra dissociata, non più si avrebbe l'effetto. Siate dunque prontissimi a tal viaggio vicino, voi che spesso varcate spazii infiniti. Voi, navigando tra la patria, scorrete, per così dire i vostri alberghi. Si aggiunge ai vostri comodi, che anche altra via vi si apre sempre sicura e tranquilla. Imperciocché quando per l'infuriare dei venti vi sia chiuso il mare, vi si offre altra via per amenissimi fiumi. Le vostre carene non temono aspri soffii, toccano terra con somma facilità e non sanno perire, esse che sì frequentemente si staccano dal lido. Non vedendone il corpo avviene, talora di credere che siano tratte per praterie, e camminano tirate dalle funi quelle che son solite starsi ferme alle gomene; cosicché, mutata condizione, gli uomini a piedi ajutano le barche. Queste già portatrici, sono invece tratte senza fatica, e in luogo delle vele si servono del passo più sicuro dei nocchieri. Ci piace riferire come abbiam vedute situate le vostre abitazioni. Le famose Venezie già piene di nobili, toccano verso mezzodì a Ravenna ed al Po; verso oriente godono della giocondità del lido jonio, dove l'alternante marea ora chiude, ora apre la faccia dei campi. Colà sono le case vostre quasi come di acquatici uccelli, ora terrestri, ora insulari: e quando vedi mutato l'aspetto dei luoghi, subitamente somigliano alle Cicladi quelle abitazioni ampiamente sparse e non prodotte dalla natura, ma fondate dall'industria degli uomini. Perciocché la solidità della terra colà viene aggregata con vimini flessibili legati insieme, e voi non dubitate opporre si fragile riparo alle onde del mare, quando il basso lido non basta a respingere la massa delle acque, non essendo riparato abbastanza dalla propria altezza. Gli abitatori poi hanno abbondanza soltanto di pesci; poveri e ricchi convivono colà eguaglianza in eguaglianza. Un solo cibo li nutre tutti; simile abitazione tutti raccoglie; non sanno invidiare gli altrui penati e, così dimorando, sfuggono il vizio cui va soggetto il mondo. Ogni emulazione sta nel lavorare le saline; voi usate i cilindri in luogo degli aratri e delle falci. Con ciò ottenete ogni prodotto, perché di là avete anche quel che non fate, e in certo modo battete una specie di moneta per il vitto. Dall'arte vostra ogni produzione deriva. Taluno può chiedere l'oro, ma non è chi non desideri di trovare il sale, e giustamente, perché a questo si deve che possa esser grato ogni cibo. Ancora una volta io vi raccomando, approntate al più presto possibile i navigli che stanno ne' vostri cantieri, come altrove la domestica armenta nella stalla del contadino".
Cassiodoro si rivolge ai tribuni marittimi delle isole venete e chiede un servizio, che essi certo non potevano rifiutare e che probabilmente avevano obbligo di prestare, ma lo chiede con tanta cortesia e con frasi così lusinghiere che non si possono attribuire soltanto allo stile enfatico e declamatorio dell'illustre retore. Il ministro di Teodorico non avrebbe adoperata una forma così umile e complimentosa con dei sudditi o vassalli, e siccome i veneti, anche se godevano di una certa autonomia o individualità, come appare dal senso di questa lettera, erano sempre troppo piccoli e troppo deboli per meritare tanti riguardi, dobbiamo concluderne che essi avevano la protezione dell'impero, col quale i Goti in quel momento desideravano conservare i buoni rapporti.
Questa lettera risolve anche la questione della zecca, perché
Cassiodoro dice ai Veneziani:
"Pro aratris, pro falcibus cilindros volvitis inde vobis fructus omnis enascitur, quando in ipsis et quae non facitis possidetis. Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis fructus addictus est. Potest aurum aliquis quaerere, nemo est qui salem non desideret invenire…".
Queste parole, che dobbiamo attribuire soltanto al solito stile figurato di Cassiodoro, non significano già che il sale servisse come mezzo di pagamento, né che a Venezia esistesse una speciale moneta denominata victualis, come fu creduto da alcuno; ma non occorre insistere su questo punto, concordando in tale opinione le autorità del Muratori (22) e di San Quintino (23).
Intanto però l'Imperatore Giustiniano cominciava a porre ad effetto i suoi progetti; nel 539 Belisario sconfigge gli Ostrogoti e conquista Ravenna, Treviso ed altri siti importanti nel Veneto; nel 550 Narsete prende il posto di Belisario, e, seguendo le coste del mare, riprende Ravenna e dà il tracollo alla potenza dei Goti. Tutta l'Italia ritorna in potere dell'imperatore romano d'oriente, ma per breve tempo, perché nel 568 i Longobardi, condotti da Alboino, conquistano quasi senza colpo ferire, la Venezia, e poco dopo presso che tutta l'Italia sino a Spoleto e Benevento.
Le possessioni dei Greci si restringono sino a poche coste che dipendono da' due centri di Ravenna e di Napoli; da questo momento tutti gli sforzi, prima dei Longobardi, poscia dei Franchi, sono rivolti a conquistare l'Esarcato, ciò che riuscì loro assai tardi, e ad impadronirsi delle Lagune e dello Stato veneto, il che non venne fatto né ai Longobardi né ai Franchi loro successori. È naturale però che i Veneti non potessero resistere soli e senza amici a potenti e ripetuti colpi; essi trovarono il naturale appoggio nei Bizantini, che avevano gli stessi avversari, e coi quali i Veneziani erano legati per tradizione, per interesse e per la comunanza del pericolo.
Già nell'epoca in cui Belisario e Narsete avevano respinto vittoriosamente i Goti, questi condottieri dell'esercito imperiale si tennero lungo la costa, ch'era per la massima parte dipendente dai Greci, e considerarono Venezia come sito amico. È naturale che da quell'epoca in poi il corso degli avvenimenti abbia stretto sempre più i legami di Venezia con Costantinopoli, e che essa sia stata considerata come parte dell'impero d'oriente. Invero qualche cronista forestiero (24) tratta i veneziani quali sudditi degli imperatori bizantini. Essi stessi tali si proclamano quando temono di cadere nelle mani di Pipino (25) ma tali di fatto non furono mai, perché nominarono sempre i loro magistrati e capi militari ed ebbero milizia propria. Però essi riconoscevano l'alto dominio dell'imperatore, ne ricevevano benefizi e gli prestavano ajuto, ciò che è conforme alle idee dell'epoca, mentre l'imperatore romano era riconosciuto come l'alto signore di diritto di tutti i popoli non barbari, conservator totius mundi, come si dice in un documento veneziano (26), e giudicherebbe colle idee del giorno d'oggi chi credesse differentemente.
Esisteva, è vero, a Venezia un partito insofferente dell'ingerenza dei Greci, che teneva per coloro che erano padroni della terraferma (27); ma la maggioranza dei cittadini preferiva un imperatore lontano e debole ad un vicino potente ed inquieto. Venezia intestava i suoi atti coi nomi e cogli anni degl'imperatori (28), pregava nelle chiese per la salute dell'imperatore (29): l'imperatore negoziava e stipulava i trattati per conto di Venezia (30). In fatti la posizione di Venezia non differiva da quella di molti altri piccoli stati, che nei loro primordî riconobbero la protezione di un qualche potente monarca, conservando intera l'autonomia della amministrazione interna e giovandosi delle circostanze per arrivare ad una completa indipendenza, meta e desiderio generale e costante. Insomma i legami con Costantinopoli non furono mai troppo stretti né troppo duri, e non incepparono i progressi civili e commerciali di Venezia, anzi bene spesso la dipendenza fu più di nome che di fatto, a seconda degli eventi e della vacillante potenza dei Bizantini.
L'organizzazione del governo dei Veneziani è precisamente quella stabilita dall'imperatore Giustiniano, quando ordinò l'amministrazione delle provincie liberate dai Goti colla pragmatica sanctio del 554 (31). I tribuni, i duci sono eletti dal clero, dai magistrati e dagli ottimati: nel raccontare le elezioni dei dogi anche i cronisti veneziani adoperano frasi, che possono lasciar supporre una conferma da Costantinopoli o dal rappresentante imperiale in Ravenna. Anche il magister militum è carica di origine greco-romana, e i dogi ricevono quasi sempre dei titoli di onore dalla corte bizantina, come ipati, spatari e protospatari ed altri, che talvolta nei documenti sono anteposti al titolo di doge di Venezia. Nelle lotte religiose fra l'oriente ed i papi, i Veneziani sono ordinariamente coll'imperatore, e per aver ragione contro il patriarca di Grado il papa si rivolge all'imperatore d'oriente, che fa arrestare il prelato e condurlo a Ravenna. Finalmente, nella celebre guerra di Pipino contro i Veneziani, questi dichiarano non voler essere sudditi dei Franchi, ma dell'imperatore romano di Costantinopoli (32). Anche Carlo Magno nell'803 riconosce che sopra Venezia e le città di Dalmazia, che avevano serbato fede e devozione all'impero, egli non ha alcun diritto (33), e promette di non molestarle, cose tutte confermate nel trattato di Aquisgrana nell'810 (34).
Il cumulo di tutte queste circostanze non può a meno di colpire chiunque non abbia il deliberato proposito di chiudere gli occhi; lo stesso Romanin, così tenero nel seguire la tradizione degli storici veneziani, conviene (35) che Venezia era sotto la protezione dell'impero d'oriente con proprie leggi e proprî magistrati, ed Agostino Sagredo con nobili parole proclama che si può ben confessare una mediata dipendenza antica, se l'indipendenza assoluta si acquista col sangue e colla vittoria.
Non è quindi strano che per tutta l'epoca in cui regnarono i Longobardi in Italia, e durante il regno di Carlo Magno, non si trovi moneta veneziana, e che, mentre abbiamo denari delle principali città italiane col monogramma o col nome di Carlo, manchino quelle di Venezia. Finché Venezia si considerò parte dell'impero romano d'oriente essa non poté battere moneta, perché tale diritto a nessuno fu mai concesso dall'imperatore, e non si trovano monete autonome delle città sottoposte ai Greci: se mai si potesse citare qualche eccezione, essa sarebbe evidentemente una usurpazione, dovuta ai tempi in cui l'imperatore non aveva la forza di far rispettare le sue prerogative.
Sino a quest'epoca nessuna prova diretta ci può venire dalle monete, ma la loro assenza conferma l'opinione esposta poc'anzi, e, benché debole, reca un raggio di luce. Ora invece entrano in lizza anche le monete, e al raccoglitore non è difficile di trovare i denari di Lodovico e di Lotario del peso e della bontà ordinati da Carlo Magno, perfettamente uguali a quelli di Pavia, di Milano, di Treviso e di Lucca, nei quali il nome di queste città è sostituto da quello di "V E N E C I A S".
Ho già riportato più sopra il parere del Conte di San Quintino, che cioè le monete tutte di Lodovico e di Lotario sieno uscite dalla zecca Palatina, e che quindi il nome di Venezia impresso su talune di esse non sia la prova di reale sovranità, ma solo della pretesa degli imperatori che questa città fosse ad essi legata da vincoli di sudditanza e di vassallaggio. Due quindi sono le questioni di cui dobbiamo occuparci, entrambe assai importanti e meritevoli di studio speciale. La prima è di sapere se effettivamente i denari di questa epoca sieno coniati tutti in una officina imperiale (in domo palatii) ovvero in varie zecche poste nelle città di cui portano i nomi: la seconda se il nome di una città come Venezia, che sino a Carlo Magno era stata considerata non appartenente all'impero d'occidente, sia stato segnato sulle monete solo per pretensione ossia per far mostra di un diritto contestato, ovvero, secondo le giuste regole internazionali, perché Venezia avesse riconosciuto l'alto dominio imperiale e sovra di essa gli imperatori d'occidente avessero un diritto accettato da tutti, e dagli stessi Veneziani non impugnato.
Quanto alla prima di queste ricerche, l'opinione sostenuta con tanta acutezza di critica storica, con tanta delicata circospezione dal San Quintino, fu oggetto di discussioni fra i numismatici italiani e forestieri, ebbe difensori valenti, ma fu combattuta da quelli che desideravano assicurare una origine così illustre alle zecche dei loro prediletti, e di cui distruggeva i sistemi architettati con tanta cura. Ora questi naturali avversarî hanno trovato un ajuto tanto poderoso quanto insperato nel dotto illustratore della zecca di Pavia, il quale ritiene che i denari di Lodovico e di Lotario sieno battuti nelle città di cui portano i nomi (36). Sono perfettamente d'accordo col Cavalier Camillo Brambilla, che il rinvenimento in Francia di monete carolingie null'altro prova se non che ivi avevano corso e forse più tardi che in Italia, come oggi si troverebbero più facilmente in Austria che fra noi quelle monete che furono coniate nelle zecche di Milano e di Venezia secondo la monetazione austriaca. Convengo con lui nel ritenere opera di officine italiane, piuttosto che francesi, i nummi di cui parliamo; ma credo in pari tempo che non si possano trascurare gli altri argomenti di somma importanza addotti dal San Quintino.
I capitolari di Carlo Magno dell'805 e dell'808, hanno lo scopo evidente di impedire gli abusi e le irregolarità nella fabbricazione della moneta e stabiliscono saggiamente ut nullo loco percutiatur nisi ad curtem, ovvero nisi in palatio nostro (37): nessuna circostanza ci autorizza a credere che essi sieno rimasti senza effetto, anzi sono confermati da un altro capitolare emanato da Carlo il Calvo in Pistes nel 854 (38), il quale dimostra che i sovrani carolingi, anche in questa materia, seguirono le tradizioni del loro grande avo. Non si può certo da tali disposizioni trarre la conseguenza che, per un così vasto regno, una sola fosse la zecca palatina, e che tutte le monete si coniassero in Francia; si deve anzi supporre che almeno nella città capitale di Pavia, ove risiedeva di spesso il sovrano, esistesse un'altra officina che fabbricasse le monete occorrenti per il regno d'Italia. Non sono lontano dall'ammettere che più di una zecca esistesse tanto in Francia che in Italia, ma tutte dove il sovrano aveva corte e palazzo, e solo per autorità regia. Si può anche supporre che la zecca palatina seguisse l'imperatore nelle sue peregrinazioni, e di queste officine ambulanti parlano il nostro autore ed altri del pari autorevolissimi, ma non credo che il nome di una città posta in questa epoca sulle monete imperiali sia ragione sufficiente per essere sicuri che in essa sia stata coniata. La prova più convincente sta nel trovarvi precisamente il nome di Venezia, città che, a quanto sembra, riconobbe l'alta sovranità imperiale, ma dove l'imperatore non ebbe mai potere diretto, né tenne corte o palazzo, di cui sarebbe rimasta traccia o memoria.
Altra conferma di questa opinione si trova nel fatto che Lodovico II, abolito il nome delle varie città sulle monete, vi sostituì il tempio tetrastilo coll'iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O". In ciò si riconosce l'evoluzione storica e naturale: dapprima gli inconvenienti e gli abusi fecero restringere a poche e sorvegliate officine il lavoro di tante zecche, conservando il nome delle più illustri città che vantavano questo diritto per antica consuetudine, poi si soppresse anche il nome in epoca in cui l'autorità regia non era maggiore che nei tempi di Carlomagno, e ciò perché l'onore aveva perduta ogni importanza non corrispondendo più alla realtà delle cose. Finalmente, quando cominciò la decadenza e diminuì la potestà degli imperatori, le città chiesero ed ottennero gli antichi privilegi e misero nuovamente i nomi sulle monete, che da quel giorno non ebbero più uniformità di tipo, e più tardi nemmeno uguaglianza di intrinseco.
Sono quindi fermo nel ritenere che i denari di Lodovico e di Lotario, i quali portano il nome di Venezia sieno coniati a Pavia od in altra zecca imperiale: né la osservazione del cavalier Brambilla (39) sulla croce patente, che precede il nome di Venezia nelle monete di Lodovico e non si trova nelle altre di questo principe, basta a farmi credere che esse sieno lavorate in una zecca particolare differente dalla palatina. In tali denari troviamo due rovesci affatto diversi: gli uni rarissimi hanno scritto "V E N E C I A S spazio M O N E T A", gli altri, più facili a ritrovarsi, hanno semplicemente "V E N E C I A S", e tutte e due le iscrizioni sono precedute da una croce patente. Io ritengo le prime più antiche fatte ad imitazione di quelle che portano l'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", e la croce mi fa credere, più che a una differenza di zecca, a una differenza di epoca fra i denari coi nomi di "P A P I A", "M E D I O L A N V M", "L V C A", "T A R V I S I V M" e quelli portanti per la prima volta il nome di una città, che si voleva far sapere a tutti aver dovuto riconoscere l'alta sovranità imperiale.
Resta ora da vedere se il diritto vantato dagli imperatori era incontestabile e riconosciuto dagli stessi Veneziani, o se era soltanto una pretesa, come suppone il Conte di San Quintino. Gli storici che discussero nei tempi passati tale questione erano troppo occupati della politica del momento per essere imparziali, ed anche i moderni scrittori veneziani vi dedicano poche parole, accettando con qualche restrizione la supremazia dell'impero greco, e respingendo o sottacendo affatto l'alta sovranità degli imperatori d'occidente, che a me sembra quasi più evidente.
Dal trattato di Aquisgrana (810) in poi la situazione politica dei Veneziani cambia sensibilmente: mediante gli estesi traffici essi crescono in ricchezza ed in prosperità, e con una prudente politica guadagnano di autorità e di forza. Il governo da Malamocco si trasporta a Rialto, sede più quieta e più sicura, come lo aveva dimostrato la resistenza ai Franchi condotti da Pipino, per la quale si erano sviluppati nei Veneziani la confidenza nelle proprie forze ed il sentimento della dignità nazionale.
Noi non abbiamo il testo del trattato di Aquisgrana, ma è certo che, dopo il riconoscimento dell'impero d'occidente per parte dei Bizantini, Venezia fu il principale argomento delle discussioni. A me sembra che entrambi gli imperî si sieno serviti di questo giovane stato allo scopo di non aver conflitti e contatti pericolosi fra loro. Venezia fu posta come un cuscinetto fra l'Oriente e l'Occidente, per fare quell'ufficio che oggi adempiono le potenze neutrali fra gli stati belligeri e turbolenti, e si dice che in allora i Greci inventassero il proverbio (40): Noi vogliamo il Franco per amico, ma per vicino non mai in eterno, proverbio che non manca d'opportunità, nemmeno al dì d'oggi.
Per le affermazioni concordi dei cronisti più autorevoli (41), sembra che Venezia rimanesse sotto la protezione dell'impero d'Oriente, sebbene non manchino quelli che raccontano Venezia esser stata ceduta all'imperatore carolingio (42). Taluno, per conciliare le opposte opinioni, credette che Venezia, restando sotto la protezione dell'impero d'Oriente, riconoscesse l'alto dominio dell'impero latino per quelle possessioni in terraferma, sul lembo della laguna, ch'erano di ragione del regno d'Italia. Qualunque però fosse la loro posizione legale, è chiaro che da quel giorno in poi i Veneziani non ebbero che una sola idea, un solo scopo, tanto nella loro interna sistemazione, quanto nella loro politica coi potenti vicini, quello di scuotere ogni legame di soggezione e diventare indipendenti non solo di fatto, ma anche di diritto.
Talvolta i dogi per ambizione cercarono l'appoggio dell'uno o dell'altro impero, ed allo scopo di rendere ereditario il potere nella loro famiglia fecero dei tentativi di infeudare Venezia; ma i cittadini e l'aristocrazia dominante opposero ogni sforzo a questi progetti, limitando l'autorità personale del principe coi consigli. Come avviene negli stati giovani, i Veneziani sentirono la loro forza, indovinarono l'avvenire ed approfittarono di tutte le circostanze per ottenere la completa indipendenza, sapendo talvolta cedere nelle apparenze, senza abbandonare mai la meta delle loro aspirazioni. La politica loro in questo periodo fu di appoggiarsi ora all'uno ora all'altro dei due imperi, traendo profitto dalle difficoltà e dalla debolezza di entrambi per migliorare la propria posizione; dando appoggio a chi ne aveva più bisogno per guadagnare terreno, consolidando i vantaggi ottenuti, senza perdere di vista lo scopo principale; insomma tenendo quella politica che seguirono sempre tutti gli Stati, che da piccoli inizî giunsero a grande altezza.
Manca ogni dato per sapere in quale momento i Veneziani abbandonassero l'impero d'Oriente per legarsi più strettamente a quello d'Occidente; ma è un fatto che al tempo degli imperatori germanici questo cambiamento era già avvenuto. Gfrörer crede che, durante gran parte del tempo in cui regnarono in Italia i Carolingi, Venezia sia rimasta legata all'impero d'Oriente (43). Il professor G. B. Monticolo, nel suo pregiato e dotto lavoro sulla cronaca del Diacono Giovanni, ritiene che la dipendenza dei greci continuasse sino al principio dell'XI secolo (44), che mutassero soltanto poco a poco le condizioni politiche di Venezia di fronte a Bisanzio, di mano in mano che i Greci decadevano e Venezia acquistava nuove forze (45); egli crede però che l'annuo tributo alla corte di Pavia non rappresentasse alcuna soggezione nemmeno di forma all'impero d'Occidente, ma che i favori accordati pel territorio d'Eraclea, pel taglio della legna, per l'amministrazione della giustizia, pel possesso dei beni e pei commerci nelle terre imperiali venissero compensati da quella contribuzione, la quale per nulla limitava la libertà di Venezia (46).
Ciò dimostra che l'illustre storico tedesco ed il dotto critico italiano non tennero il dovuto conto delle monete, e che nel discutere e cribrare con sottile analisi le più recondite ragioni di un passo dubbio o scorretto, non credettero far tesoro delle indicazioni sicure e contemporanee conservate all'argento monetato, dove non v'è pericolo di essere ingannati dalla incapacità o dalla negligenza di un amanuense che in epoche di ignoranza riporta un documento oggi scomparso.
Gfrörer crede che Giovanni Partecipazio II, mettendo sotto la protezione dell'imperatore anche i suoi possessi in Venezia nel trattato con Carlo il Grosso (883), abbia riconosciuto Venezia quale vassalla dell'impero (47). Lo storico ne trae la conseguenza che il doge abbia giurato fedeltà all'imperatore (48), notizia che avrebbe bisogno di essere confermata e che non si può dedurre dalle sole parole del trattato. Io penso che la protezione dell'imperatore fu accordata alla proprietà ed alla persona di Giovanni Partecipazio II, dietro domanda dello stesso doge, che non aveva molta fiducia nei suoi sudditi; ma del resto il trattato è la solita conferma usata dai suoi predecessori, e non credo che sieno stati alterati i rapporti che esistevano fra i due Stati. Si dovrebbe quindi anticipare di alcuni lustri l'epoca, in cui Venezia fu costretta a cercare il suo appoggio nell'Occidente, ed esaminando con attenzione la storia di quest'epoca, e cercando d'indovinare ciò che i cronisti non conoscono interamente, o non vogliono dire, crederei conforme al vero, l'attribuire i primi passi di questo nuovo indirizzo della politica veneziana a quel figlio di Agnello Partecipazio, Giovanni I, innalzato alla ducale dignità nei primi anni del regno del padre, e poscia deposto per l'influenza dei Bizantini (49). Da Costantinopoli, ove si trovava quasi in ostaggio, fu richiamato dal fratello, che, prima di morire, lo associò al ducato. Tutto l'insieme della sua storia lo dimostra avversario della politica greca. Rimasto solo principe dopo la morte del fratello e scacciato per una congiura, cerca rifugio presso l'imperatore franco; tornato poscia a Venezia, viene nuovamente deposto dal partito avverso e chiuso in un convento, tagliandoglisi la barba ed i capelli, come usavano i Franchi, mentre invece a Caruso, che nel frattempo usurpa il potere e probabilmente rappresenta gli amici dei Greci, vengono tolti gli occhi, secondo il barbaro costume bizantino.
Oltre a questo abbiamo altri dati che ci confermano nelle nostre idee, e prima di tutto le monete coi nomi di Lodovico e Lotario, che, sino a prova contraria, dobbiamo ritenere testimonianze di sovranità legittima. Abbiamo il tentativo fatto dal concilio di Mantova (827) di sopprimere il patriarcato di Grado (50), e di far diventare questa sede suffraganea di quella di Aquileja; ma l'argomento più importante è quello del concilio di Roma, che diede origine allo scisma d'Oriente, in cui si scomunicò il patriarca Fozio; concilio al quale fu invitato ed intervenne il patriarca di Grado (51). Ora è certo che gl'imperatori d'Oriente, che prendevano tanta parte alle questioni religiose, non avrebbero mai permesso ai loro sudditi d'intervenire ad un concilio fatto contro di loro, ed i Veneziani, se fossero stati in quell'epoca sotto la protezione di Costantinopoli, avrebbero preso partito coi Greci, come avvenne all'epoca dello scisma dei tre capitoli. D'altra parte invece non trovasi nei rapporti coll'Oriente nessun fatto, dall'830 in poi, che dimostri un riconoscimento formale, e che non possa interpretarsi come inspirato dai rapporti di amicizia e di relazioni commerciali. Più tardi forse, e precisamente nell'epoca che segue la caduta di Carlo il Grosso, i Veneziani sembrano avere rapporti più stretti coll'Oriente, ma questo corrisponde a ciò che più sopra abbiamo detto sulle alternative della politica veneziana, e non contraddice punto all'idea che ci siamo fatta di questo periodo.
Lasciando da parte le altre fonti e restringendoci alle sole monete, abbiamo un documento assai valido, che dà un concetto abbastanza chiaro della posizione dei Veneziani verso l'impero. La migliore conferma del nostro assunto sta nel denaro coll'iscrizione "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che nessuno ha mai dubitato sia stato coniato a Venezia (52), e che nella sua piccola mole è assai eloquente.
Esaminiamolo con un po' di attenzione. Il suo aspetto afferma apertamente la nazionalità franca, perché ha il titolo, il peso e l'aspetto dei denari coniati secondo il sistema carolingio da Lodovico II, ed è talmente simile nella forma ed apparenza alle monete di questo imperatore, che chi non legge la iscrizione può facilmente esser tratto in errore come dimostra il disegno delle due monete.
Questa somiglianza non lascia alcun dubbio, che la moneta fosse coniata in quell'epoca e che l'imitazione avvenisse ad arte, perché in un secolo in cui il leggere non era comune non lo si distinguesse facilmente dalle monete dell'imperatore. Nel diritto vi è la croce accantonata di quattro punti, e l'iscrizione "D S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I M P" (53), che somiglia e finisce esattamente come quella dei denari di Lodovico II. Il rovescio poi attorno al tempietto carolingio ha le parole "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", che sono combinate a bella posta per fingere le parole "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O", introdotte in tale epoca, a differenza del nome delle varie città che esisteva precedentemente.
Messo in chiaro che il tipo è franco e che la imitazione è fatta allo scopo di trarre in errore e non per lucro, avendo la moneta lo stesso valore di quelle che si vogliono imitare, ne viene per logica conseguenza, ch'essa è un tentativo d'indipendenza fatto dai Veneziani nell'epoca fra l'855 e l'880, e tradisce apertamente la politica degli abitanti delle lagune in quel tempo. Essa porta il nome di Venezia, mentre sulle altre monete si era soppresso quello delle altre città, ed invece del nome del sovrano vi è semplicemente una invocazione a suo favore. Il tentativo, timido come conviene a un primo passo, è però chiaro, e mostra che i Veneziani non volevano inimicarsi quel principe, col quale erano in ottimi rapporti, ma nello stesso tempo non lo temevano, perché troppo occupato in altri affari e non molto potente nemmeno nel centro del suo Stato.
Se i Veneziani avessero avuto la coscienza del loro diritto, non avrebbero usato un simile artificio: il tentativo prova che le monete di Lodovico I e di Lotario non sono state battute per semplice ostentazione, ma con vera autorità riconosciuta; autorità cui i Veneziani tentarono di sottrarsi appena fu loro possibile, e che non ebbe influenza sull'autonomia interna, essendo spesso più di nome che di fatto.
Nello stesso tempo questa moneta e questo tentativo mi confermano nell'idea, che da lungo tempo professo in tale materia, che il diritto di zecca non sia stato in origine conceduto dagli imperatori a nessuno, e che solo quando essi lo videro usurpato dalle città e dai principi ne abbiano fatta la concessione per conservare almeno il diritto astratto; da ciò in origine il passaggio di questo sovrano privilegio dalle mani dell'imperatore in quelle di coloro, che, riconoscendone l'autorità suprema, andavano mano mano spogliandolo della potenza reale.
Gli esemplari di questo bel denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S" non sono molto comuni nelle raccolte e si trovano difficilmente in commercio, sebbene se ne conoscano più varietà: queste però hanno poca importanza, e sono più che altro varietà di conio, dove l'incisore, per non aver preso bene la misura dello spazio, dovette fare qualche nesso fra le lettere dell'iscrizione. Però l'aspetto ed il carattere assai somiglianti dimostrano che probabilmente furono coniate a breve distanza di tempo. Io inclino a credere che tali monete appartengano all'epoca che seguì la morte di Lodovico II (875), ed in cui i suoi successori si disputarono colle armi alla mano le provincie dello Stato, e siano probabilmente anteriori all'ultima riunione dell'impero nelle mani di Carlo il Grosso, il quale avrà forse fatto comprendere che tale velleità d'indipendenza non gli era gradita. Infatti non troviamo traccia di moneta veneziana, né autonoma né coi nomi degli imperatori, per lungo tempo. Anni tristi furono quelli per l'Italia e per tutta l'Europa, che ripiombò in una nuova barbarie, quasi più completa di quella che aveva seguìto le invasioni dei Goti e dei Longobardi. Il grande impero, fondato da Carlo Magno e riunito per breve tempo nelle mani di Carlo il Grosso, crollava da tutte le parti. In Italia i duchi, parenti od affini del morto imperatore, si disputavano gli avanzi del suo Stato, spargendo le stragi e la desolazione per tutta la penisola e chiamando in aiuto le armi straniere, finché l'Italia tutta intera cadde nelle mani di Ottone. Anche i Veneziani, sebbene meno legati agli avvenimenti che turbarono così gravemente il nostro paese, furono costretti a difendersi colle armi dai pirati e dalle invasioni degli Slavi, dei Saraceni e degli Ungari; ebbero gravissime divisioni interne, di cui ci restano memorie nelle lotte fra Morosini e Caloprini, nella rivolta del figlio di Pietro Candiano contro il padre, ed in quella contro l'ultimo Candiano, che finì coll'incendio del palazzo ducale e coll'eccidio del doge e del figlio bambino. Tutte queste discordie davano tema a ricorsi all'imperatore e all'intromissione sua negli affari interni della Repubblica, certo con poco vantaggio della indipendenza di questa. Però il più grave pericolo per Venezia fu quello di cadere nelle mani dell'una o dell'altra delle potenti famiglie che tenevano il ducato e si studiavano di conservarlo nei propri discendenti, cercando di rendere ereditario il potere coll'appoggio dei sovrani stranieri dominatori d'Italia.
Salvarono Venezia la maggiore civiltà e la speciale configurazione delle isole, che mettevano i cittadini al sicuro dalle invasioni delle orde armate, la potenza e le ricchezze che i principali cittadini avevano acquistato nei commerci e che davano loro la forza di resistere ai dogi nei consigli ed anche colle armi alla mano.
Solo verso la fine del secolo X la posizione di Venezia divenne più stabile e più forte, per opera del doge Pietro Orseolo II. Questo principe saggio strinse i legami coll'Oriente, ed ottenne grandi vantaggi commerciali col crisobolo dell'anno 992 (54); né dimenticò le buone relazioni coll'Occidente, siffattamente che dell'imperatore Ottone III egli fu amico più che alleato: conquistò la Dalmazia, aggiungendo, primo, al nome di doge di Venezia quello di duce della Dalmazia, e preparò con politica sagace e fortunata la grandezza della Repubblica e il predominio sui mari.
Prima però di proseguire e di varcare il mille, bisogna soffermarsi alquanto sui celebri trattati tra i dogi di Venezia e gli imperatori, tanto discussi da tutti coloro che si occuparono della moneta veneziana. Essi furono tirati in campo dal Liruti, che li trovò in un manoscritto della biblioteca di San Daniele in Friuli, e largamente commentati dallo stesso autore (55), da Girolamo Zanetti (56) e dal conte Carli (57), che vollero con ciò provare, essere il diritto di zecca pressoché contemporaneo alle origini della Repubblica.
Il più antico di tali documenti è quello attribuito all'imperatore Lotario I colla data del febbraio 840, nel quale non fa parola del diritto di zecca, ma si parla dei denari mancosi e della lira veneziana (58). Questo diploma fu impugnato dal San Quintino (59) che volle dimostrarlo apocrifo od almeno interpolato; ma l'illustre numismatico piemontese doveva ignorare che il manoscritto di San Daniele fosse una copia antica di documenti esistenti nella raccolta dei Patti e precisamente del Liber Blancus, ove sono raccolti i diplomi che risguardano i rapporti coll'Italia e coll'Occidente (60), altrimenti egli non avrebbe supposto che quel trattato fosse opera di un falsario, caldo oltre il bisogno di patrio amore (61).
Il Liber Blancus giaceva quasi dimenticato dagli studiosi nell'I. R. Archivio di Casa, Corte e Stato a Vienna, ove lo vide e lo studiò Samuele Romanin, che nel primo volume della sua storia documentata riporta la bellissima Patente del Doge Andrea Dandolo, con cui ordina la compilazione della raccolta e lo stesso diploma di Lotario preceduto da una difesa della autenticità dello stesso documento (62). Non persuadono completamente le ragioni del San Quintino né quelle del Romanin, giacché non si può credere che un documento riportato nella celebre raccolta dei patti compilata dal doge Andrea Dandolo fosse ad arte alterato e nemmeno sembrano accettabili le ragioni addotte dal Romanin, che si appoggia principalmente sugli argomenti di Girolamo Zanetti. Entrambi però sono d'accordo che la data è inesatta e che gli anni del regno di Lotario non corrispondono al febbraio 840. Trovando tale convinzione anche nel più strenuo difensore del trattato, mi occorse il dubbio ch'esso fosse bensì genuino, ma copiato male e messo fuori di posto. La raccolta ordinata dal Dandolo è del 1344, e perciò di oltre cinquecento anni posteriore alla data presunta del diploma in questione, epoca sempre lontana ma per quei tempi lontanissima. La raccolta fu ordinata per impedire le dispersioni e per conservare quei documenti che probabilmente cominciavano a deperire. Non è quindi difficile supporre che alcuno di quei preziosi manoscritti fosse già guasto e danneggiato dal tempo e dagli incendi del palazzo ducale, e ciò è tanto più probabile per il documento di cui parliamo, che manca dell'ultima parte, che è scorretto in tutta la dizione, e che ha gli errori più importanti nei primi versi: ora ciascuno sa che il principio ed il fine un foglio sono più facili ad essere guastati. Vedendo che anche a San Quintino non era sfuggita la somiglianza di questo diploma con quello di Ottone II (983), studiai, confrontando tra loro i documenti di quel secolo, se, indipendentemente dalla data, si potesse argomentare l'epoca col confronto delle diverse diciture. Mi accorsi allora che il documento attribuito a Lotario I somiglia intieramente, e quasi direi letteralmente, ad altri simili patti del secolo decimo, e principalmente a quelli stipulati dai Veneziani con Berengario II nell'anno 953 (63), e con Ottone I nel 967, mentre non ha alcuna somiglianza coi diplomi firmati dagli imperatori Lotario I, Lodovico II, Carlo il Grosso, Guido ecc. ecc. sino alla metà del secolo decimo. Tutti questi documenti, che si seguono dal numero II in poi della raccolta del Liber Blancus, non hanno il carattere d'un trattato fra potenze uguali, ma bensì quello di una concessione dell'imperatore, quale supremo monarca, e si copiano letteralmente, conservando quasi le stesse parole. La parte più importante è la conferma dei privilegi dei Veneziani convenuti in Aquisgrana da Carlo Magno coi Greci, aggiungendosi soltanto di tempo in tempo un nuovo paragrafo, una nuova convenzione, che meno rare eccezioni, si ripete in tutte le rinnovazioni posteriori.
Berengario II nel 953 (64) stringe un nuovo patto coi Veneziani, che, nonostante le forme umili dell'introduzione, ha il carattere della reciprocità e risguarda i rapporti dei popoli del regno d'Italia confinanti cogli abitanti del territorio veneziano, che vengono stabiliti d'accordo fra l'imperatore ed il doge. Anche nella intestazione di questi documenti, che non è sempre contemporanea, ma che per la maggior parte dev'essere copiata dall'intestazione dell'epoca, vi è grave diversità, perché i diplomi del primo genere sono chiamati privilegium confirmationis imperatoris, mentre quelli di Berengario, di Ottone e anche il controverso di Lotario sono intitolati pactum inter. . . ecc, il che assai bene definisce la loro diversità essenziale.
I diplomi del primo tipo continuano da Lotario I nell'841, senza interruzione, sino ad Ugo re, e si ripetono ad ogni cambiamento di sovrano. L'ultima rinnovazione è di Ottone I nel 964 sul testo originario del primo Lotario senza tener conto delle aggiunte fatte posteriormente. Il patto invece di Berengario si riproduce per un'epoca assai lunga con quelle modificazioni ed aggiunte che vengono suggerite dalla politica del momento, ma continua per molti sovrani, anche quando Venezia aveva raggiunto una completa indipendenza ed una potenza ragguardevole. È dunque assai probabile che il documento in questione appartenga al tempo dei documenti che gli sono consimili, piuttosto che a quelli di un secolo prima, e precisamente non più tardi del 980, perché somiglia interamente ai due trattati del 953 e 967, e non ha quelle modificazioni che furono aggiunte al testo originario, e particolarmente una specie di proemio che fu introdotto nel trattato con Ottone II (983) quando vennero sopite le dissensioni fra i Veneziani e l'impero per causa dell'uccisione di Candiano. Esaminiamo dunque tranquillamente i punti controversi del trattato contestato attribuito a Lotario I.
Cominciamo dalla data posta in principio del documento, come in quelli di Berengario in poi, e non in fine come nei documenti più antichi. Il documento dice:
"Hlotarius divina ordinante providentia imperator augustus. Anno imperij ejus vigesimosexto, octavo kalendas Marcij. Papiae civitatis palatio. Hoc pactum, suggerente ac supplicante pro gloriosissimo duce veneticorum, inter veneticos et vicinos eorum constituit ac describere iussit, ut ex utraque parte de observandis hijs constitutionibus sacramenta dentur, et postea, per observationem harum constitutionum, pax firma inter illos perseveret".
Ora San Quintino osserva giustamente che l'anno 840 non può essere il ventesimosesto, né contando dall'817, in cui Lotario fu associato all'impero dal padre, né dall'823 quando fu incoronato; di più Lotario non avrebbe potuto sanzionare questo trattato senza il concorso od almeno la menzione di Lodovico il Pio suo padre e collega. Inoltre, afferma San Quintino, Lotario nel febbraio di quell'anno era in Germania nella Turingia, e non venne in Italia se non dopo la morte del padre (65).
La seconda osservazione del San Quintino si è, che al doge non conveniva il titolo di gloriosissimo nel tempo stesso ch'egli supplicante implorava il favore degli imperatori, e ciò è tanto più giusto in un'epoca in cui non si faceva abuso di titoli, ed allo stesso imperatore non si dava altra onorevole qualifica che quella di augusto (66). D'altronde questo titolo di "gloriosissimo" non fu mai adoperato dai Veneziani né in epoche più antiche né in quelle più recenti: io inclinerei a credere che sia piuttosto un nuovo errore del copista, il quale abbia sostituito con quel titolo, o il nome di battesimo del doge che si trova nel diploma di Berengario, o meglio ancora quello di provinciarum dux che esiste in quello di Ottone, e che probabilmente era guasto ed indecifrabile nell'originale. È da avvertirsi anche che Pietro Tradonico, doge di Venezia nell'840, s'intitolava sempre dux et spatarius, e che in tal modo viene nominato nei trattati genuini ed incontrastati; per cui è probabile che il doge nominato nel trattato in questione sia uno dei tanti Pietri che coprirono il soglio ducale, ma non Pietro Tradonico.
La terza osservazione poi, per me più importante, sta nel fatto che si parla del documento sospetto di soldi mancosi e di lira veneziana (67). Ora i soldi mancosi non sono nominati prima del secolo decimo, e quanto a lire veneziane nessun documento ne fa parola prima del trattato di Berengario ove esiste lo stesso paragrafo; ma il contributo dovuto da Venezia all'impero, viene stabilito in denari pavesi: solo in quello di Ottone II dell'anno 983 anche la contribuzione è fissata in denari veneziani. Così pure nelle carte private degli antichi tempi, che esistono nei nostri archivi, si parla di libbre d'argento, di libbre d'oro, di denari imperiali; ma solo negli ultimi trenta anni del secolo decimo si comincia a trattare in denari veneziani. In mezzo a tale armonia trovare un documento solo che parli di moneta veneziana, un secolo prima degli altri, non sembra dunque un argomento per credere, che tale moneta abbia esistito più anticamente, ma piuttosto per supporre che il trattato in questione appartenga a un'epoca più recente, tanto più quando questa supposizione sia suffragata da altri non ispregevoli argomenti, come nel caso nostro.
Io voglio anzi esprimere nettamente il mio pensiero e formare un'altra ipotesi che varrebbe ad appianare tutte le difficoltà. Nel secolo decimo abbiamo appunto un altro sovrano di nome Lotario, ed è il figlio di quell'Ugo di Provenza che venne in Italia nel 926 e fu dal padre associato al potere nel 931. Cacciato da Ottone, Ugo ritorna fuggiasco in Provenza e lascia in Italia il figlio Lotario, che regna fino alla sua morte, e cioè fino al 950. Lotario II ebbe assai poca autorità, ma per ciò appunto non è improbabile che i Veneziani stringessero con lui un trattato più vantaggioso di quello che avevano coi suoi predecessori, e siccome egli regnò immediatamente prima di Berengario II, la somiglianza dei due trattati mi conduce naturalmente alla supposizione che si tratti di questo Lotario, tanto più che sul seggio ducale era anche allora un Pietro (Candiano III, 942-59), e che quindi facilmente il copista poteva far confusione per l'uguaglianza dei nomi dei due sovrani contraenti, riportando all'imperatore Lotario, più conosciuto e più antico, quel documento che egli aveva più difficoltà a decifrare, e che essendo forse più guasto degli altri, gli sembrò per ciò solo più vecchio.
Romanin suppone che l'amanuense abbia unito le due penultime linee del XXIII per averne un XXVI, si può invece credere che abbia letto XXVI dove era scritto XVI, perché l'anno sedicesimo di Lotario II corrisponderebbe all'anno 947, nel quale egli regnava senza il padre, tenendo la sua abituale residenza in Pavia (68) e battendo moneta col solo suo nome in Pavia, Milano e Verona. Aggiungo anche che mentre la lettura del trattato in questione e di quello di Berengario II fa subito venire l'idea che i due diplomi sieno di data assai vicina, quello col nome di Lotario ha la frase: hoc pactum. . . constituit ac describere jussit, ut etc.; mentre quello di Berengario dice: hoc pactum constituit ac renovandum describi et competenter ordinari jussit etc., per cui è evidente che il primo diploma è più antico, e l'altro non è che una rinnovazione del primo, tanto più probabile che la distanza fra il 947 e il 953 è di poco maggiore del periodo di cinque anni convenuto per la durata del trattato.
Gli altri trattati ritrovati dal Liruti (69) e discussi dallo Zanetti (70) e dal Carli (71) sono quelli di Rodolfo di Borgogna (72) e del suo successore Ugo di Provenza (73), nei quali si concede a Venezia il diritto di usare moneta propria. Non ostante le obbiezioni di Vincenzo Promis (74), non ho dubbio che tali documenti sieno perfettamente autentici, e che la copia esistente nel Liber Blancus del nostro archivio sia tratta dall'originale che ora più non esiste. Non saprei anzi come si potrebbe dubitarne, perché in tal caso converrebbe rifiutare l'opera del doge Dandolo, e credere la raccolta dei patti un'invenzione moderna. D'altronde abbiamo un fatto importante che conferma le parole dei diplomi, e cioè che, mentre nessun documento né pubblico né privato parla di moneta veneziana prima di quell'epoca, dalla metà del secolo decimo in poi si comincia a farne menzione e con una progressione che dimostra il nascere ed il crescere di una novella istituzione.
Il primo documento in cui si parli di denari veneziani è il trattato di Berengario II del 953 (75), e precisamente quel passo dove si tratta del giuramento da prestarsi a seconda della somma che viene espressa in soldi mancosi od in lire veneziane. Questo passo, che abbiamo già citato (76), si riproduce anche nel trattato di Ottone I nel 967 ed in quello di Ottone II nel 983, invece il pagamento della contribuzione dovuta dai Veneziani è fissato in 25 lire di denari pavesi od imperiali nei due sopradescritti trattati 953 e 967, mentre in quello del 983 esso tributo è determinato in 50 lire di denari veneziani, variazione che deve interpretarsi nel senso che il denaro veneziano fosse uguale a metà del denaro imperiale (pavese, o milanese), e non già che la contribuzione fosse aumentata.
Oltre a ciò nelle carte private dei Veneziani troviamo nominati denari nostri o veneziani solo verso la fine del secolo decimo, ed il più antico ricordo sarebbe la locazione fatta nell'anno 972, da Rodoaldo patriarca d'Aquileja ad Ambrogio vescovo di Bergamo, di alcune terre fra l'Adda e l'Oglio, pubblicata per la prima volta dal De Rubeis (77). In essa leggesi: . . . et persolvere ei inde debeant singulis annis per omnem missam sancti Martini argenteos denarios bonos mediolanenses solum quinque, aut de Venecia solum decem (78).
Altro documento è la locazione fatta dal vescovo di Treviso Rozo o Rozone al doge Pietro Orseolo II della terza parte del teloneo e del ripatico, per cui il doge promette di dare ciaschedun anno quattro bisanti d'oro, ovvero libras duas denariorum suorum (79). Più chiaramente ancor si parla di moneta veneziana nel testamento di Pietro Orseolo II, che lascia al suo popolo mille ducentarum quinquaginta librarum nostrae monetae denariorum parvorum (80).
Osserva Padovan (81), che la frase del trattato non dà realmente facoltà ai Veneziani di coniar moneta, ma accorda loro soltanto di adoprare la moneta di cui sono usi valersi da tempo antico: . . . simulque eis nummorum monetam concedimus, secundum quod eorum provintie duces a priscis temporibus consueto more habuerunt; ma io non saprei vedere una moneta ideale che potesse crearsi senza che nei tempi precedenti o contemporaneamente essa fosse stata realmente in circolazione. Per solito la moneta ideale è la tradizione di una moneta che ha veramente esistito ed avuto corso nel paese, ma che poi è scomparsa per le vicissitudini politiche, od ha cambiato valore per le circostanze economiche.
Anche Dandolo interpreta il passo del trattato di Rodolfo, che egli perfettamente conosceva, in questo modo e nella sua cronaca dice (82): Hic Rodulfus sui regni anno IV. . . declaravit ducem Venetiarum potestatem habere fabricandi monetam, quia ei constitit antiquos duces hoc continuatis temporibus perfecisse. Per me la cosa non è dubbia; i Veneziani, visto il momento favorevole, vantarono antichi diritti di batter moneta, e forse in prova mostrarono i denari col "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S", stampati cinquant'anni prima. La dimostrazione fatta da noi ora, che essi non avevano questo diritto e che lo stampo di tali denari era arbitrario, non vale in casi di questo genere, perché quando il sovrano è deciso o costretto a concedere, ogni ragione è buona e viene riconosciuto per antico quel diritto che si è disposti a concedere nel momento.
Anche la tradizione attribuisce a quest'epoca la concessione del diritto di zecca a Venezia. Sanuto (83) e Sansovino (84) raccontano, che sotto il ritratto di Pietro Partecipazio si trova l'iscrizione:
Multa Berengarius mihi privilegia fecit,
Is quoque monetam cudere posse dedit.
Non è necessario discutere se Pietro Partecipazio era contemporaneo di Berengario, e cercare la perfetta concordanza storica, perché non si tratta di un documento, ma solo di una memoria conservata per tradizione, e riportata da un dipinto ad un altro dopo un incendio.
Ma abbiamo di più: le monete stesse, cioè coniate a Venezia, coi nomi di Enrico, di Corrado, e colla iscrizione "C R I S T V S spazio I M P E R", le quali sono evidentemente quelle chiamate nei documenti nostrae monetae denariorum parvorum (85), monetae Venetiarum (86), libras nostrorum denariorum. Per monete nostre non bisogna credere s'intendessero quelle improntate coi nomi e con le effigie dei dogi, ma bensì quelle coniate nella nostra città e col nome di Venezia e dell'imperatore, come ne troviamo anche nei tempi posteriori coi nomi degli imperatori battute in città che si reggevano a comune, con una completa indipendenza, solo riconoscendo l'alta sovranità imperiale. In quell'epoca il diritto di moneta si considerava più che altro dal punto di vista economico e per l'utile che ne poteva ridondare all'erario; l'imperatore concedeva questo diritto regale a chi glielo compensava con una conveniente somma di denaro. Né mi conturba l'idea che queste monete siano posteriori di cinquanta o sessant'anni al diploma di Rodolfo, perché i Veneziani possono aver tardato a far uso del loro privilegio, e può essere anche avvenuto che qualche nummo coniato in questo periodo non sia giunto sino a noi. Un indizio di ciò sarebbe, che il tipo delle monete sovracitate non è quello usato da quegli stessi imperatori nelle altre loro zecche, ma bensì uno più antico. Il rovescio di queste monete ha il tempietto carolingio, nel quale le colonne sono sostituite dalle lettere "V E N E C I", ed invece della iscrizione "X P I S T I A N A spazio R E L I G I O" vi è un ornato composto di lettere che non hanno alcun significato.
Ora il primo che abbia abbandonato quell'iscrizione nelle sue monete fu l'imperatore Ottone, e si può ragionevolmente supporre che i Veneziani abbiano approfittato della concessione di Rodolfo almeno al tempo di Ottone, copiando il tipo dei denari imperiali dell'epoca, colla sola aggiunta del nome di Venezia. In tal modo sarebbe rimasto per tradizione lo stesso tipo sulle monete coniate dai Veneziani coi nomi dei successori di Ottone, mentre non sarebbe naturale che ai tempi di Corrado e di Enrico si scegliesse un tipo già antiquato. Osservo ancora che in quell'epoca ogni zecca continuò collo stesso suo tipo le monete degli imperatori che si succedevano, per cui di ogni sovrano abbiamo tipi diversi secondo le zecche, onde la probabilità che anche Venezia abbia continuato la propria tradizione nel tipo delle sue monete.
Le monete coniate in questo periodo, e cioè dalla fine del secolo X fino a quando Venezia impresse il nome dei dogi sopra i suoi denari, furono interpretate diversamente da' numismatici; per maggior facilità di descrizione, li divideremo in due gruppi: il primo composto dei nummi stampati nell'ultimo quarto del secolo X e nei primi anni dell'XI, il secondo di quelli che, portando il nome dell'imperatore Enrico, hanno la effigie di San Marco e si devono giudicare posteriori al 1094, ma comprendono un tempo più lungo di quello del regno del terzo Enrico.
Il primo gruppo si compone di tre monete che hanno lo stesso rovescio e sono talmente somiglianti per il tipo, per il peso e per la forma delle lettere, che bisogna conchiudere essere state coniate in un'epoca assai vicina. Quella che porta il nome di Corrado fu per la prima volta descritta dal Bianchi di Rimini nelle Novelle letterarie del Lami (87) nel 1757, e fu da tutti i numismatici attribuita all'imperatore Corrado il Salico, che regnò dal 1027 al 1039, perché il primo Corrado fu solo re di Germania e non si occupò mai delle cose d'Italia. Quella di Enrico fu attribuita ad Enrico il Santo primo imperatore di tal nome (88) dal San Quintino (89), dallo Zon (90), dal Padovan (91), ed anche dal Lazari nelle sue schede. Promis invece vuole che tali denari appartengano ai tre imperatori dello stesso nome, che succedettero a Corrado, (92), senza distinguere quali spettano al II e quali al III ed al IV; ma io non posso convenire con lui, perché tutti i denari col nome di Enrico hanno fra loro differenze minime, e somigliano in tal modo al denaro di Corrado, che non possono appartenere se non ad Enrico I suo predecessore, o ad Enrico II suo immediato successore. Io crederei che essi possano più ragionevolmente essere attribuiti ad Enrico II, mentre i denari coniati da Enrico III, oltre all'effigie di San Marco, hanno qualche modificazione nella forma delle lettere e peso più scarso.
Quanto poi alle monete colla leggenda "C R I S T V S spazio I M P E R", molte e svariate furono le opinioni esposte dai diversi autori che vollero spiegarle; non si può convenire col Liruti (93) e collo Zanetti Girolamo (94), che le ritengono di un'epoca più antica di Carlo Magno, e nemmeno col Carli (95), che le riporta ai primi anni del secolo IX, perché il loro tipo ed i loro caratteri sono quelli della fine del secolo X e del principio dell'XI, come bene avvertì l'illustre Muratori (96).
Né posso accordarmi con Vincenzo Promis (97), che crede tali monete coniate nell'epoca tra la morte di Enrico V e la elevazione al trono imperiale di Federico I di Svevia, perché in quell'epoca il denaro era assai diminuito di peso e di valore. La somiglianza poi del tipo e del peso indica certo che tali monete sono assai vicine per tempo alle due coi nomi di Corrado e di Enrico, restando solo a decidere se si debba collocarle prima o dopo di questi imperatori. L'opinione più naturale sarebbe quella dell'illustre maestro Guidantonio Zanetti (98), e cioè che sieno state battute posteriormente alle imperiali e non già anteriormente; e ciò perché è più facile ad immaginare che sia stata sostituita la divinità al nome dell'imperatore da un popolo che amava la propria indipendenza, ed anche perché il nome di Cristus è scritto in modo da confondersi assai facilmente con quello di Enricus. Ma altre circostanze di non lieve importanza mi conducono ad opposto avviso, e cioè mi fanno credere le monete col nome di Cristo anteriori a Corrado ed Enrico. La prima è che le monete di questi due sovrani sono meno pesanti di quelle col nome di Cristo (99), mentre le prime pesano ordinariamente da 16 a 18 grani e solo raramente 20 grani; quelle col nome di Cristo pesano invece fra i 19 e 20 grani, e talvolta persino 22: ora in questi tempi, in cui la moneta andava progressivamente diminuendo di peso e di intrinseco, è da credersi che le monete più pesanti siano più antiche, e le meno pesanti più recenti.
La seconda ragione si è, che assegnando alle monete col nome di Cristo l'epoca precedente al regno di Corrado, si trova facilmente il momento ove collocarle, quando il potere imperiale aveva perduto quasi ogni valore in Italia, e si capisce facilmente che negli ultimi anni dell'imperatore Ottone III e durante le lotte fra Arduino ed Enrico I, i Veneziani abbiano potuto tentare nuovamente di sopprimere il nome degli imperatori sulle monete, e che poi sotto il vittorioso Corrado, tanto avverso agl'Italiani e che non volle nemmeno accordare i soliti privilegi a Venezia, si conformassero alle prescrizioni ed agli usi comuni, ponendo sulle monete il nome del temuto sovrano.
Non saprei vedere nella storia fra Enrico II ed Enrico III un'epoca favorevole ad un ritorno di tal genere, e siccome i denari attribuiti ad Enrico III gli appartengono indubbiamente, e per le ragioni anzidette non posso assegnare il denaro con "C R I S T V S" ai tempi posteriori ad Enrico III, conviene per forza ammettere, che il nome dell'imperatore fu rimesso sulle monete veneziane dopo di averlo tolto, e non vi è nessun'altra epoca meglio corrispondente a questa incertezza, a questo cambiamento repentino, che quella precedente il regno di Corrado; e l'essere poi ammessa questa ipotesi da uno storico così acuto come il San Quintino (100), mi fa coraggio a perseverare in questo convincimento.
Io reputo quindi di assegnare alle monete con "C R I S T V S spazio I M P E R A T" gli ultimi lustri del secolo X, di collocare poi i denari di Corrado, e finalmente di attribuire quelli col nome di Enrico all'epoca dell'imperatore Enrico II. Può essere poi che il tempo dimostri che il ragionamento di Guidantonio Zanetti era giusto, e che si trovino delle monete veneziane col nome di Ottone, ed in tal caso il sospetto che ho già fatto conoscere, si troverebbe completamente confermato.
Il secondo gruppo comprende le ultime monete veneziane del periodo imperiale. Queste hanno un solo tipo, sebbene siano coniate durante un numero abbastanza lungo di anni, perché ce lo accusano le varietà di conio, le differenti forme di lettere e sopratutto il peso vario e decrescente. I primi di questi denari furono certamente coniati nel tempo in cui, trovato il corpo di San Marco, questo santo fu riconosciuto come protettore della repubblica e l'imperatore Enrico III si recò a Venezia per venerarne le reliquie. Oltre alle altre circostanze, lo prova la esistenza di alcuni esemplari nella cassa in cui fu deposto allora il corpo del santo, i quali furono rinvenuti nel 1811, scoprendosi per la prima volta quella cassa. Infatti è stato sempre costume in tali occasioni di seppellire monete contemporanee, per conservare memoria esatta del tempo. Il tipo però fu continuato anche dopo la morte di Enrico III, e probabilmente durante tutto il regno di Enrico IV, come crede anche Promis (101).
Non posso invece accettare il parere di San Quintino, che alcuni di tali pezzi sieno mezzi denari, opinione alla quale sembra accostarsi anche il Promis (102), mentre non credo che collo stesso tipo e fisonomia possa essere stata coniata una moneta ed il suo spezzato. Penso invece che la differenza notevole di peso che s'incontra in tali monetine non sia che la prova del peggioramento della moneta, che è caratteristica di quest'epoca. Infatti i nummi senza aureola, e colla croce simile alla croce dei denari di Enrico II, pesano 15 e 16 grani, ed invece quelli colle leggende scorrette e colla croce ancorata, che sono i meno antichi, pesano appena 8 a 9 grani, anche bene conservati. È però da osservarsi che i più gravi pesano meno sempre dei denari di Enrico II, e che i più leggeri hanno sempre un maggiore intrinseco dei denari coniati posteriormente coi nomi dei dogi.
Dopo questo tempo non troviamo più monete col nome degli imperatori, ed è probabile che la zecca veneta rimanesse inoperosa per qualche anno, sinché il sentimento di indipendenza e di nazionalità, risvegliato nelle lotte con Federico Barbarossa, e la coscienza della propria forza persuasero i Veneziani a porre sulle monete i nomi dei loro dogi, cominciando da Vitale Michiel II.
Queste idee già da qualche anno io aveva esposto in una lettura al Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, ed il non vederle combattute finora mi dà a sperare che esse abbiano ottenuto il consenso degli studiosi, i quali non avrebbero facilmente lasciato libero il passo ad errori in questione di tanta importanza.
In ogni caso mi conforta il pensiero, che il modo da me adottato per isciogliere le gravi difficoltà del quesito, concorda assai bene coi risultati della storia di Venezia e dei paesi vicini sino al secolo XII. Mentre infatti Venezia era nei suoi primordi debole e piccina, e le sue aspirazioni erano pur esse modeste, noi non troviamo moneta veneziana. Dopo la morte di Carlo Magno vengono i tempi più oscuri, e non ostante le parole dei cronisti, non si riesce a comprendere con esattezza i rapporti tra Venezia e gli imperatori. Solo le monete ci avvertono che Lodovico e Lotario avevano pretensioni di sovranità anche sulle Lagune, e il denaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S" conferma la supremazia degli imperatori latini e l'aspirazione dei Veneziani a liberarsene.
Dopo vengono le monete coniate a Venezia coi nomi degli imperatori germanici, ed un nuovo tentativo d'indipendenza non coronato da completo successo; finalmente all'epoca in cui in Italia si costituiscono i Comuni, in cui si prepara una lotta giustamente gloriosa, Venezia si astiene dal porre i nomi degli imperatori, e soltanto dopo di essersi unita colla Lega lombarda, adotta un sistema conforme alla sua completa indipendenza. Ma i tempi erano maturi: Venezia non riconosceva più la supremazia di nessuno, anzi era giunta a tale grado di potenza e di forza, che dopo aver regolato con onore e vantaggio le questioni coll'Occidente, ebbe l'ardire di misurarsi anche coll'impero greco, riuscendo a piantare lo stendardo di San Marco vittorioso sulle vecchie torri della metropoli bizantina.
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NOTE A "ORIGINI DELLA ZECCA E PRIME MONETE DI VENEZIA".
(1) Squittinio della libertà veneta. Mirandola, 1612, pagina 43 e seguenti.
(2) Fontanini G. De sancto Petro Urseolo duce venetorum etc. Romæ, 1730, pagine 81-83.
(3) Spiegazione di tre antichissime monete veneziane. Venezia, 1737; e nella Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici. (Calogerà), Tomo XXVIII, pagine 506-507.
(4) Liruti G. G. Della moneta propria e forestiera ch'ebbe corso nel Ducato di Friuli etc. Venezia, 1749, pagine 132-133; ed in Argelati F. De monetis Italiæ etc. Parte II, pagine 144-145.
(5) Zanetti Girolamo. Dell'origine e della antichità della moneta viniziana, ragionamento. Venezia, 1750, pagine da 1 a 26; ed in Argelati. Parte III, Appendice, pagine 1-7.
Tentori C. Saggio sulla storia civile politica ecclesiastica etc. della repubblica di Venezia. Venezia, 1785-1790, Tomo II, pagine 25-36.
Gallicciolli G. B. Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche. Venezia, 1795, Tomo I, pagine 366-370.
Filiasi G. Memorie storiche de' Veneti primi e secondi. Padova, 1811-1814, volume VI, pagine 56-59.
Cappelletti G. Storia della repubblica di Venezia. Venezia, 1848- 1855, volume I, pagina 186.
(6) Sandi Vettor. Principj di storia civile della repubblica di Venezia etc. Venezia, 1755, volume I, pagine 307-308.
(7) Zon A. Cenni istorici intorno alla moneta veneziana. — Venezia e le sue lagune. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagine 6-8.
(8) Giulio di San Quintino. Osservazioni critiche intono all'origine ed antichità della moneta veneziana. Dalle memorie della Regia Accademia di scienze, Serie II, Tomo X, Torino, 1847.
(9) Cartier R. Observations sul les deniers Carlovingiens portant le nom de Venise. — Revue numismatique française. Blois, 1849, pagine 190-216.
(10) Barthelemy J. B. A. A. Nouveau manuel complet de numismatique du moyen âge et moderne. Paris, 1851, pagina 353.
(11) Promis Vincenzo. Sull'origine della zecca veneta. Torino, 1868.
(12) Romanin S. Storia documentata di Venezia. Venezia, 1853-1861, volume I, pagine 224-228.
(13) Padovan V. e Cecchetti B. Sommario della nummografia veneziana etc. Venezia, 1866, pagina VIII.
(14) Padovan V. _Le monete della repubblica veneta etc. _Venezia, 1879, Sommario, pagina 94.
(15) Promis. Opera citata, pagina 12.
(16) Promis. Opera citata, pagina 11.
(17) Promis. Opera citata, pagina 11.
(18) Carli Rubbi G. R. Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia etc. Aja, 1754, tomo I, pagine 124-127.
(19) Filiasi. Opera citata, volume VI, pagine 58-59.
(20) Archivio veneto, volume XII, pagina 81.
(21) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 225.
(22) Muratori. Antiq. med. aevi. Volume II, pagina 647.
(23) San Quintino. Opera citata, pagina 5.
(24) Eginardo. — Paolo Diacono. — Annales Laurissenses (all'anno 803, PERTZ MON: GERM: HIST: SCRIPT I.).
(25) Costantino Porfirogenito. De Amministratione imperii. Presso il Banduri, Imp. orientale, Volume I, 84, capitolo XXVIII.
(26) Atto di fondazione del Convento di San Zaccaria. Romanin. Opera citata, Volume I, pagina 347.
(27) Romanin. Opera citata, Volume I, pagine 132 e 140 e seguenti. — Gfrörer A. F. Storia di Venezia dalla sua fondazione fino all'anno 1084. Traduzione del professor Pinton, Venezia, Visentini, 1878.
(28) Gfrörer. Opera citata, pagina 87. — Monticolo, professor G. B. La cronaca del Diacono Giovanni etc. Pistoja, 1882, pagina 94.
(29) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 162, nota 2 (Cornaro).
(30) Romanin. Opera citata, volume I, pagina 149, nota 5.
(31) Gfrörer. Opera citata, pagina 24.
(32) Costantino Porfirogenito. De amministrando imperio. Capite XXVII, ed. bononiensis, III, 122.
(33) Dandolo. Nel Muratori, volume XII, pagina 151. — Romanin. Opera citata, I, 135. — Gfrörer. Opera citata, pagina 64.
(34) Gfrörer. Opera citata, pagina 73. — Romanin. Opera citata, pagina 149.
(35) Romanin. Opera citata, pagina 82 e seguenti.
(36) Brambilla. Monete di Pavia etc. Pavia, 1883, pagina 80.
(37) Le Blanc. Traité historique des monnaies de France. Paris, 1690, pagina 85.
(38) Le Blanc. Opera citata, pagina 111.
(39) Brambilla. Opera citata, pagina 80.
(40) Gfrörer. Pagine 78 e 86. — Eginardo. Vita di Carlo. Capitolo XVI.
(41) Dandolo. Nel Muratori, XII, 176. — Eginardo. Nel Pertz, I, 197.
(42) Adon (évêque de Vienne). Chron. in anno 810. Ediz. Basilea, pagina 224. — Abericus. Cronic. Pagina 153.
(43) Gfrörer. Opera citata, pagina 84.
(44) Monticolo. Opera citata, pagina 25.
(45) Monticolo. Opera citata, pagina 95.
(46) Monticolo. Opera citata, pagina 105.
(47) Gfrörer. Opera citata, pagina 133 e seguenti.
(48) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.
(49) Gfrörer. Opera citata, pagina 91.
(50) Gfrörer. Opera citata, pagina 99. — Romanin. Opera citata, volume I, pagina 167.
(51) Gfrörer. Opera citata, pagina 134.
(52) Il terreno in Parrocchia di San Bartolomeo venduto nel 1112, dove si lavorava la moneta, di cui parla Cecchetti (Padovan e Cecchetti. Sommario. Pagina VII) potrebbe essere quello in cui esisteva il fabbricato dove si coniò il danaro con "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".
(53) Girolamo Zanetti, che primo illustrò questa moneta, lesse: Domine cunserva Polano Imp. Questo granchio gli valse il nome di Zanetti Fiaba, come assicura nelle sue schede, da me possedute, il Lazari che lo seppe per memoria orale autorevolissima.
(54) Crisoboli (dalla bolla d'oro di cui erano fregiati) si chiamavano i diplomi concessi dagl'imperatori bizantini. Nel crisobolo dell'anno 992 gl'imperatori Basilio e Costantino accordavano ai Veneziani nuovi privilegi e favori specialissimi. — Romanin. Opera citata, volume I, pagina 267. — Gfrörer. Opera citata, pagina 228.
(55) Liruti. Opera citata, pagina 130 e seguenti.
(56) Zanetti Girolamo. Opera citata, Venezia, 1750.
(57) Carli. Opera citata, volume I, pagina 115 e seguenti.
(58) Il passo è il seguente: Volumus ut pro sex manc. sol'. ab uno homine sacramentum recipiatur, et si plus fuerit usque ad duodecim manc. duorum hominum juramentum sit satisfactum, et ita usque ad duodecim libras veneticorum semper addendum per duodecim electos juratores. Nam si ultra duodecim librarum quaestio fuerit, juratores ultra duodecim non excedant.
(59) San Quintino. Opera citata, pagina 27.
(60) I Registri originali del Liber Albus, Liber Blancus, Libri Pactorum furono pubblicati da Tafel et Thomas, Monaco, 1855.
(61) San Quintino. Opera citata, pagina 31.
(62) Romanin S. Opera citata, volume I, pagina 351.
(63) Romanin sostiene che la data deve essere 951: nel documento però è scritto 953.
(64) Romanin. Opera citata, volume 1, pagina 240.
(65) San Quintino. Opera citata, pagine 29 e 30.
(66) San Quintino. Opera citata, pagina 31.
(67) San Quintino. Opera citata, pagine 30 e 31.
(68) Nella grande opera Historiæ patriæ monumenta, Augusta Taurinorum, 1855, vi ha il diploma 27 Giugno 947 Actum Papiae, nel quale Lotario, per officio di Manasse Arcivescovo di Milano, fa una donazione all'amabile sua sposa Adelaide. Ivi Chart, tomo I, Doc. XCVII, colonna 159.
(69) Liruti. Opera citata, pagina 144.
(70) Zanetti G. Opera citata, pagina 3.
(71) Carli. Opera citata, pagina 113 e seguenti.
(72) Documento I.
(73) Documento II.
(74) Promis. Opera citata, pagina 21 e seguenti.
(75) Il passo citato esiste anche nel trattato che io attribuisco a Lotario II, e sarebbe quindi di pochi anni precedente quello di Berengario ed il più antico documento che parli di moneta veneziana.
(76) V. sopra, pagina 25.
(77) De Rubeis. Monumenta Ecclesiæ Aquil. etc. Pagina 474.
(78) Anche qui troviamo che il denaro veneziano è valutato per metà del denaro milanese od imperiale, come nel trattato con Ottone II.
(79) Liruti. Opera citata, pagina 142. — Zanetti G. Opera citata, pagina 6.
(80) Liruti. Opera citata, pagina 143. — Carli. Opera citata, volume I, pagina 399.
(81) Padovan. Le monete dei Veneziani. Pagina XVII, nota 2.
(82) Dandolo. Chronicon. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XII, colonna 200.
(83) Sanuto. Vitae Ducum Venetorum. In Muratori. Rer. Ital. Script. Tomo XXII, colonna 462.
(84) Sansovino F. Venetia città nobilissima et singolare. Venezia, 1604, pagina 367.
(85) Testamento del doge Pietro Orseolo II sopracitato.
(86) Brunacci. De re nummaria Patavinorum. Venetiis, Pasquali, 1744, pagine 5 e 6, cita due documenti in cui si parla di lire e soldi monetae Venetiarum.
(87) Lami. Novelle letterarie. Anno 1757, coll. 188.
(88) È comunemente chiamato Enrico II, perché tale come re di Germania, ma di fatto è il primo di questo nome che cinse la corona imperiale, mentre Enrico l'Uccellatore non l'ebbe mai.
(89) San Quintino. Opera citata, pagine 52 e 56.
(90) Zon. Opera citata, pagina 14.
(91) Padovan. Opera citata, pagine 2, 3.
(92) Promis. Opera citata, pagine 25 e 26.
(93) Liruti. Opera citata, pagina 136 e seguenti.
(94) Zanetti Girolamo. Opera citata, pagine 39 e 40.
(95) Carli. Opera citata, pagine da 121 a 123. All'autore non è sfuggito che il "C quadrata" fatto in questa forma si vede anche nelle monete di Corrado II.
(96) Muratori. Antiqu. Ital. Medii aevi. Tomo II, Dissertazione XXVII, colonna 648.
(97) Promis. Opera citata, pagina 27.
(98) Zanetti Guid'Antonio. Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia. Bologna, 1775-89, volume II, pagine 405 e 406.
(99) Questa circostanza non era sfuggita a G. A. Zanetti, volume II, pagina 406.
(100) San Quintino. Opera citata, pagina 52.
(101) Promis. Opera citata, pagina 27.
(102) Promis. Opera citata, pagina 26.
[Nuova pagina]
MONETE DI LODOVICO I. IL PIO.
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
814-840.
Denaro (un dodicesimo del soldo, un duecentoquarantesimo della lira). Argento, titolo 0,900 circa (1). Peso, grani veneti 34 (grammi 1,759) (2).
1. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M P".
Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M O spazio N E T A" (3).
Gabinetto numismatico di Sua Maestà in Torino (grani veneti 33 e mezzo).
Tavola I, numero 1.
Raccolta Papadopoli, Venezia (grani veneti 29).
2. Dritto. Come il precedente.
Rovescio. Su tre linee "croce V E, legatura NE, spazio C I A S M spazio O, legatura NE, T A".
Regio Museo di Parma (grani veneti 23).
Tavola I, numero 2.
3. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M P".
Rovescio. Su due linee "V E N spazio E C I A S", "C" più piccolo delle altre lettere.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 3.
4. Dritto. Come il precedente, "H" senza linea fra le due aste, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola I, numero 4.
5. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Museo Bottacin, Padova (grani veneti 29).
Tavola I, numero 5.
6. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, un punto in mezzo alla moneta, uno in mezzo al
"C".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola I, numero 6.
7. Dritto. Come sopra, quattro punti in croce dopo l'iscrizione.
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Regio Museo Britannico, Londra (grani veneti 27 e mezzo).
Disegnato nelle Osservazioni critiche intorno all'origine ed antichità della Moneta Veneziana di G. di San Quintino, Tavola I, numero 4.
8. Dritto. Come sopra, punto triangolare sopra l'"O".
Rovescio. Come sopra, "C" piccolo.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola I, numero 7.
9. Dritto. Come sopra, punto nel mezzo dell'"O".
Rovescio. Come sopra, punto dopo la "S".
Regia Biblioteca di San Marco, Venezia (grani veneti 28).
Tavola I, numero 8.
10. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I, legatura MP".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 33).
Disegnato nella tavola I, numero 6 dell'opera citata di San Quintino (grani veneti 29).
11. Dritto. Come il numero 10, punto sotto la linea che unisce le due aste della "M".
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola I, numero 9.
12. Dritto. Come sopra, "S" rovescia, punto nel mezzo della curva del "P".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 10.
13. Dritto. Come sopra, punto triangolare sull'"O".
Rovescio. Punto triangolare nel mezzo della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 11.
14. Dritto. Come sopra, un punto triangolare sotto l'"O".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola I, numero 12.
15. Dritto. Come sopra, due punti triangolari ai lati del secondo "V", un altro punto triangolare ai piedi del "P" ed un punto rotondo dopo l'iscrizione.
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 1.
16. Dritto. Come sopra, punto sotto la linea che unisce le due aste della "M".
Rovescio. Come sopra, punto fra le braccia della croce, e fra le aste della "A", punto nel centro della moneta.
Dalle schede del signor C. Kunz (grani veneti 34).
Tavola II, numero 2.
17. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D V V I C V S spazio I, legatura MP", punto triangolare sotto la linea che unisce le due aste della "M".
Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N", punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 31).
Tavola II, numero 3.
18. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio M P".
Rovescio. Come sopra.
Museo Correr, Venezia (grani veneti 29).
Tavola II, numero 4.
19. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio, legatura MP" (4).
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 5.
20. Dritto. Come sopra, "O" piccolo.
Rovescio. Come sopra, punto triangolare dopo la "N".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 24).
Tavola II, numero 6.
21. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I M".
Rovescio. Come sopra.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 32).
Tavola II, numero 7.
22. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I N".
Rovescio. Come sopra, punto nel centro della moneta.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 28).
Tavola II, numero 8.
23. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio M".
Rovescio. Come sopra.
Museo Bottacin (grani veneti 33).
Tavola II, numero 9.
24. Dritto. Croce nel mezzo, attorno "croce H L V D O V V I C V S spazio I N P".
Rovescio. L'inscrizione è in senso inverso.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29 e mezzo).
Tavola II, numero 10.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LODOVICO I.
PETAVIUS P. — Antiquariæ suppellectilis portiuncola veterum nummorum [Greco[Gnorìsma]Greco]. Parisis, 1610; ed in A. H. DE SALLENGRE. Novus thesaurus antiquitatum romanarum. Hagæ Comitum, 1718, Tomus II, pagina 1034.
(WELSER M.). — Squitinio della libertà veneta, nel quale si adducono anche le raggioni dell'Impero Romano sopra la Città e Signoria di Venezia. Mirandola, 1612, pagina 77.
WORMIUS O. — Danicorum monumentorum libri sex. Hafniæ, 1643, Libro
V, pagina 440.
Museum Wormianum. Amstelodami, 1655, Libro IV, Capitolo VI, pagina 361.
LE BLANC F. — Traité historique des monnoyes de France. Paris, 1690, Tavola a pagina 102 b, numero 33. — Amsterdam, 1692, tavola a pagina 108, numero 2, 33.
KÖHLER. — Historische Münz-Belustigung. Nürmberg, 1729-65, Tomo
VIII, pagina 193, numero 2.
FONTANINI J. — De Sancto Petro Urseolo etc., Romæ, 1730, pagine 81- 82.
HARDUINUS J. — Opera varia. Amstelodami, 1733, pagina 591, numero 22, Tavola XII, pagina 679, numero 22.
(PASQUALIGO D.). — Spiegazione di tre antichissimo monete veneziane. Venezia, 1737, pagina VIII; e nella Raccolta di opuscoli scientifici e filologici (CALOGERÀ). Tomo XXVIII, pagina 508.
(VETTORI). — Il fiorino d'oro antico illustrato. Firenze, 1738, pagine 13 e 170.
MURATORI L. A. — Antiquitates italicæ medii ævi. Mediolani, 1738-42, Tomo II, Dissertazione XXVII. De moneta sive jure condendi nummos, colonne 754, 761-762, numero V; ed in ARGELATI F. De monetis Italiæ etc. Mediolani, 1750-59, Parte I, pagina 93, tavola LXXX, numero V.
LIRUTI G. G. — Della moneta propria e forastiera ch'ebbe corso nel ducato di Friuli etc. Venezia, 1749, pagine 131-132; ed in ARGELATI, Parte II, pagina 144.
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità della moneta viniziana ragionamento. Venezia, 1750, pagina 36, numero IV della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero IV.
CARLI RUBBI G. R. — Delle monete e dell'istituzione delle zecche d'Italia etc. A l'Aja (Venezia), 1754, Tomo I, pagina 123, tavola III, numero 6.
GRADENIGO G. A. — Indice delle monete d'Italia raccolte ed illustrate, in ZANETTI G. A. Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia. Bologna, 1775-89, Tomo II, pagina 165, numeri II e III, nota (b).
BALUZIUS S. — Capitularia regum francorum. Parisiis, 1780, Tomus II, colonna 1272, numero I.
APPEL J. — Repertorium zur Münzkunde des Mittelalters und der neuern
Zeit. Wien, 1820-29, Tomo III, pagina 1116, numero 3900.
LELEWEL J. — Numismatique du Moyen Age etc. Paris, 1835, Parte I, pagine 121-122.
SAULCY F. (DE). — Deniers carlovingiens déterrés à Belzevet. — Revue de la Numismatique françoise. Blois, 1837, pagine 347-359.
FOUGÈRES G. e COMBROUSE F. — Description complète et raissonée des monnaies de la deuxième race royale de France. Paris, 1837, pagine 9 e 48, numero 105 e numero 480.
SAN QUINTINO G. (DI). — Osservazioni critiche intorno all'origine ed antichità della moneta veneziana. Torino, 1847, pagine 6-21 e 54, tavola I, numeri 1, 2, 3, 4, 5 e 6.
ZON A. — Cenni istorici intorno alla moneta Veneziana. — Venezia e le sue lagune. Venezia, 1847, Volume I, Parte II, pagina 12, tavola I, numero 1.
LONGPÉRIER A. (DE). — Notice des monnaies françaises composant la collection de M. J. Rousseau etc. Paris, 1848, pagina 246, numero 588.
SCHWEITZER F. — Serie delle monete e medaglie d'Aquileja e di Venezia. Trieste, 1848-52, Volume I, pagina 60 (82-83) e numero 1 della tavola.
CARTIER E. — Observations sur les deniers carlovingiens portant le nom de Venise. — Revue Numismatique. Blois, 1849, pagine 190-210, tavola VI, numeri 1, 2, 3, 4, e 9.
ROMANIN S. — Storia documentata di Venezia. Venezia, 1853-60, Tomo
I, pagina 226.
MORBIO C. — Quinto Catalogo dei duplicati. Milano, 1860, pagina 8.
PADOVAN V. e CECCHETTI B. — Sommario della Nummografia Veneziana.
Venezia, 1866, pagina 5.
PROMIS V. — Sull'origine della Zecca Veneta. Torino, 1868, pagina 16, numeri 1 e 2 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Versuch einer systematischen Beschreibung der
Venezianer Münzen nach ihren Typen. — Numismatische Zeitschrift,
Wien, 1870, Volume II, pagine 217-218.
PADOVAN V. — Le monete della Repubblica Veneta dal secolo IX al XVIII etc. Sommario. Venezia, 1879, pagina 1; — idem, Le monete dei Veneziani, Sommario, Archivio Veneto. Tomo XII, pagina 85; — idem, terza edizione, Venezia, 1881, pagina 1.
PAPADOPOLI N. — Sulle origini della Veneta Zecca e sulle antiche relazioni dei veneziani cogli imperatori etc. Atti del Regio Istituto di Scienze, Lettere ed Arti, Tomo VIII, serie V, Venezia, 1882, pagine 1507-1512, 1535-1539; — idem, edizione in ottavo, Venezia, 1883, pagine 16-19, 37-40, tavola I, numeri 1 a 12, tavola II, numeri 1 a 10.
GARIEL E. — Les monnaies royales de France sous la race carolingienne. Première partie, Strasbourg, 1883, pagine 64, 67, tavola V, numero 54 e tavola VI, numeri 55 e 56. Deuxième partie, Paris, 1885, pagina 187, tavola XIX, numero 140, 141, 142 e 143.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI LODOVICO I. IL PIO".
(1) Il saggio fatto a Parigi da valente artefice dà il seguente risultato: 0,898 d'argento e 0,0005 d'oro.
(2) Dall'esemplare di maggior peso descritto al numero 16.
(3) Ho collocati per primi questi denari, che ritengo più antichi, perché somigliano a quelli coll'iscrizione "P A L A T I N A spazio M O N E T A", nella quale Zecca sono a mio avviso battuti, e perché l'iscrizione loro è corretta e senza abbreviature: mentre i denari con "croce V E N E C I A S" presentano invece dei nessi fra le lettere, segno di coniazione abbondante ed affrettata e portano i punti e contrassegni con cui soleva indicarsi lo zecchiere responsabile del valore della moneta. Tutto ciò dimostra che questo nummo veniva coniato in quantità rispondente ai bisogni di una vera circolazione e non per semplice ostentazione di sovranità.
(4) È la stessa moneta da cui fu tratto il disegno della tavola I, numero 3 dell'opera citata di San Quintino; credo bene riprodurla, perché meglio disegnata.
[Nuova pagina]
MONETE DI LOTARIO I.
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
840-855.
Denaro. Argento, titolo 0,720 circa. Peso, grani veneti 29 (grammi 1,500) (1).
1. Dritto. Croce nel centro, attorno "croce H L O, legatura TH, A R I V S spazio I, legatura NP, spazio A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, N E C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).
Tavola II, numero 11.
2. Dritto. Croce come il precedente "croce, legatura HL, O, legatura HT, A R I V S spazio I M P A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 26).
Tavola II, numero 12.
Regio Museo Britannico (grani 25).
3. Dritto. Come sopra "croce, legatura HL, legatura HT, O A R I V S spazio I, legatura MP, spazio A V".
Rovescio. In una sola linea "legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 22), esemplare guasto.
Tavola III, numero 1.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI LOTARIO I. IMPERATORE.
LE BLANC F. — Opera citata, Paris, 1690, tavola a pagina 108, numero 3
— Amsterdam, 1692, tavola a pagina 113, numero 3.
FONTANINI J. — Opera citata, pagina 82.
HARDUINUS J. — Opera citata, pagina 592, numero 3, tavola XIII, pagina 681, numero 3.
(PASQUALIGO D.). — Opera citata, pagina IX, ed Opuscoli CALOGERÀ, Tomo
XXVIII, pagina 508.
ZANETTI GIROLAMO. — Opera citata, pagina 36, numero V; ed ARGELATI,
Parte III, Appendice, pagine 9 e 14, numero V.
ZANETTI GUID'ANTONIO. — Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, già citata, Tomo II, pagina 165, nota (c).
LELEWEL J. — Opera citata, Parte I, pagine 121-122.
FOUGÈRES e COMBROUSE. — Opera citata, pagina 17, numero 240.
ROMANIN S. — Opera citata, Tomo I, pagina 226.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 6-21 e 54, tavola I, numero 7.
ZON A. — Opera citata, pagina 12.
SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 60 (84) (85) e numero 2 della tavola.
CARTIER E. — Opera citata. — Revue Numismatique 1849, pagine 194 e 209, tavola VI, numero 5
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 5.
PROMIS VINCENZO. — Opera citata, pagina 17, numero 2 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 218-219.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2. — Archivio
Veneto, Tomo XII, pagina 86; — terza edizione, 1881, pagina 2.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1507-1512 e 1540; — edizione in ottavo, pagine 16-19 e 41, tavola II, numeri 11 e 12.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 324, tavola LX, numero 28.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI LOTARIO I".
(1) Il peso regolare dovrebbe essere almeno di 32 grani, ma tutti gli esemplari da me conosciuti sono deboli e consumati dall'uso.
[Nuova pagina]
DENARO ANONIMO CON XPE SALVA VENECIAS.
855-880?
Denaro. Argento, titolo 0,700 circa. Peso, grani veneti 32 (grammi 1,656).
1. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "D punto S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio con 4 colonne a base e capitello semplice, croce fra le colonne, sopra il tempio croce che divide l'iscrizione "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".
(grani veneti 29).
Disegnato nella tavola I, numero 9 dell'opera citata di San Quintino.
2. Dritto. Croce come sopra "croce D punto S spazio C V N S E R, legatura VA, spazio R O, legatura MA, N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
(grani veneti 32).
Disegnato nella tavola I, numero 8 dell'opera citata di San Quintino.
3. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio P O, legatura MA, N O spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 29).
Tavola III, numero 2.
4. Dritto. Croce come sopra "croce D S spazio C V S E R V A spazio R O M A N O spazio, legatura MP, punto".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S punto".
Regio Museo Britannico (grani veneti 24 e mezzo).
Tavola III, numero 3.
5. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V S E R V A spazio P O M A N O spazio, legatura MP, punto".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio
V E, legatura NE, C I A S".
Museo Bottacin (grani veneti 28 e mezzo).
Tavola III, numero 4.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro globuli, o bisanti, "croce D S C W S E R V A spazio R O M A N spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio come al numero 1, "X P E spazio S A L V A spazio V
E, legatura NE, C I A S".
Dalle schede del signor C. Kunz.
Tavola III, numero 5.
7. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C V N S E R V A spazio R O M A N O spazio M".
Rovescio. Tempio ed iscrizione come al numero 1.
Gabinetto numismatico di Sua Maestà. (grani veneti 31 e mezzo).
Tavola III, numero 6.
8. Dritto. Croce come sopra, "croce D S spazio C W S E R V A spazio P O I A N O spazio I, legatura MP".
Rovescio. Tempio come sopra con le colonne a base e capitelli doppî "X P E spazio S A L V A spazio V E N E C I A S".
Museo Correr (grani veneti 30).
Tavola III, numero 7.
9. Dritto. Croce come sopra, "croce D punto S spazio C W S E R, legatura VA, spazio R O M A N O spazio, legatura MP".
Rovescio. Tempio come al numero 8, "X P E spazio S A L, legatura VA, spazio V E N E C I A S".
(grani veneti 31).
Disegnato nella tavola 1, numero 10 dell'opera citata di San
Quintino.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DEI DENARI ANONIMI CON XPE SALVA VENECIAS.
(ZANETTI GIROLAMO). — Di una moneta antichissima, e ora per la prima volta pubblicata, del Doge di Venezia Pietro Polani, Dissertazione di G. F. Z. V. Venezia, 1769.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine 166-167, nota (a).
ZANETTI G. A. — Delle monete di Faenza, nel Tomo II, Nuova raccolta delle monete e zecche d'Italia, pagina 406.
(MENIZZI A.). — Delle monete de' veneziani dal principio al fine della loro Repubblica. Venezia, 1818, pagina 75.
CARTIER E. — Lettres sur l'histoire monétaire de France. Monnaies de la deuxième race. — Revue de la Numismatique françoise. Blois, 1837, pagina 273, tavola VIII, numero 20.
FOUGÈRES e COMBROUSE. — Opera citata, pagina 53.
ROMANIN S. — Opera citata, Tomo I, pagina 227.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 22-27, nota XIII, pagine 49 e 54, tavola I, numeri 8, 9 e 10.
ZON A. — Opera citata, pagina 12, Tavola I, numero 2.
LONGPÉRIER A. (DE). — Opera citata (Collection Rousseau), pagina 258, numero 607.
SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 64 (89) e tavola.
CARTIER E. — Opera citata. — Revue Numismatique 1849, pagine 211- 216, Tavola VI, numeri 6, 7 e 8.
FILLON B. — Considérations historiques et artistques sur les monnaies de France. Fontenay-Vendée, 1850, pagine 61 e 64.
CICOGNA E. ed altri. — Biografia dei Dogi di Venezia, con centoventi ritratti incisi in rame da A. Nani, Edizione seconda, corretta ed accresciuta colla serie incisa delle più pregievoli medaglie e monete per essi coniate. Venezia, Grimaldo, 1855 e 1857.
(PASINI professor PIETRO). — Numismatica Veneta, o serie di monete e medaglie dei Dogi di Venezia. Venezia, Grimaldo, 1854 e 1863. È la parte numismatica del precedente lavoro tirato separatamente. Due disegni al Doge X e due al Doge XXXVI.
DE COSTER. — Explications faisant suite aux précédentes notices sur l'attribution à Charlemagne de quelques types monétaires. — Revue de la Numismatique Belge, série III, tome I, Bruxelles, 1857, pagina 51.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagine 5-6.
PROMIS V. — Opera citata, pagina 17, numero 4 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 219-221.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2; — Archivio
Veneto, Tomo XII, pagina 86; — terza edizione, 1881, pagina 2.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1512-1515, 1540-1541; — edizione in ottavo, pagine 20-22, 41-42, tavola III, numeri 1, 2 e 3.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 334, tavola LXI, numero 14.
ENGEL A. e SERRURE R. — Traité de Numismatique du Moyen-Age. Paris, 1891, Tome I, pagina 283, figura 507.
[Nuova pagina]
DENARO ANONIMO CON CRISTVS IMPERAT.
970-1024?
Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 22 (grammi 1,139).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro globuli o bisanti "croce C R I S T V S spazio I M P E R apostrofo".
Dritto. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
In tutte le Raccolte.
Tavola III, numero 8.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DEL DENARO CON CRISTVS IMPER.
(PASQUALIGO D.). — Opera citata, pagina III; e negli Opuscoli
CALOGERÀ, Tomo XXVIII, pagina 495.
MURATORI L. A. — Opera citata, Tomo II, Dissertazione XXVII, colonne 648, 651-652, numero I; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero 1.
LIRUTI G. G. — Opera citata, pagine 136-142, tavola VI, numero 60; ed in ARGELATI, Parte II, pagine 146-149, tavola III, numero 60.
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità etc. Opera citata, pagine 32-33, numero 1 della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 8 e 14, numero 1.
ARGELATI F. — Opera citata, Parte III, Appendice. Editoris additiones ad nummos variarum Italiæ urbium, pagina 69, tavola VII, numero 1.
CARLI RUBBI G. R. — Dell'Origine e del Commercio della moneta etc.
Haja (Venezia), 1751, pagina 125, tavola I, numero 1.
CARLI RUBBI G. R. — Delle Monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 121-122, tavola I, numero 1.
BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini nelle Novelle
Letterarie. Firenze, Tomo VIII, anno 1757, colonne 76-77 e 188.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165, numero I, nota (a).
MADER J. — Kritische Beiträge zur Münzkunde des Mittelalters. Prag, 1803-1813, volume I, pagine 192-201.
SALVAGGI. — De nummo argenteo S. Zaccariæ P. M. aliisque vetustissimis. Romæ, 1807, pagina 495.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 54.
MANIN L. — Esame ragionato sul libro delle monete dei Veneziani, dal principio al fine della loro Repubblica; — nelle Esercitazioni scientifiche e letterarie dell'Ateneo di Venezia, Tomo I, 1827, pagine 172 e 174, numero 3 della tavola.
LELEWEL J. — Opera citata, Paris, 1835, Parte I, pagina 122, tavola
XIV, numero 38.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagina 52, nota XV, pagina 55, tavola II, numeri 1 e 2.
ZON A. — Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 3.
SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 58 (81) e tavola.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. — Opera citata, pagina 27, numero 8 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata, — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 224-225.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 4; — Archivio
Veneto, Tomo XII, pagina 88; — terza edizione, 1881, pagina 4.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, Atti dell'Istituto, pagine 1527-1532, 1542; — edizione in ottavo, pagine 31-35, 42, tavola III, numero 4.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 346, tavola LXV, numero 3
(Berengario).
ENGEL e SERRURE. — Opera citata, pagina 283, figura 508.
[Nuova pagina]
MONETE DI CORRADO I. (II.).
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
1024-1039.
Denaro. Argento, titolo 0,260 circa. Peso, grani veneti 20 (grammi 1,035).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce C O N R A D spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio simile a quello del precedente denaro, solo alle colonne è sostituita l'iscrizione "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
Museo Correr (grani veneti 15).
Tavola III, numero 9.
Museo Bottacin (grani veneti 20).
2. Dritto. Croce come sopra "C O R A D apostrofo spazio I M P E R apostrofo".
Rovescio. Tempio come sopra.
Gabinetto numismatico di Sua Maestà (grani veneti 19).
Tavola III, numero 10.
Raccolta Papadopoli (grani veneti 17 e mezzo).
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI CORRADO I.
BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini, nelle Novelle letterarie già citate, anno 1757, colonna 188.
GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., Tomo II, pagina 165, numero IV, nota (d).
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 3.
ZON A. — Opera citata, pagine 13 e 14.
SCHWEITZER. — Opera citata, pagina 60 (87).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. — Opera citata, pagina 24, numero 5 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 221-222.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. — Archivio
Veneto. Tomo XII, pagina 87; — terza edizione, 1881, pagina 3.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1529 e 1452; — edizione in ottavo, pagine 31-33 e 43, tavola III, numeri 5 e 6.
[Nuova pagina]
MONETE DI ENRICO II. (III.).
IMPERATORE E RE D'ITALIA.
1039-1056.
Denaro. Argento, titolo 0,250 circa (1). Peso, grani veneti 18 (grammi 0,931).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Tempio come nei due denari precedenti, invece di colonne le lettere "legatura VE, legatura NE, C I", sotto "A", attorno al tempio "I I O spazio O I I".
In tutte le Raccolte.
Tavola III, numero 11.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO II.
BIANCHI dottor GIOVANNI. — Lettera da Rimini, nelle Novelle
Letterarie già citate, anno 1757, colonne 75-76 e 188.
GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 165, numero V.
MADER J. — Opera citata, Tomo I, pagine 192-201, tavola VIII, numero 111; Tomo II, pagine 22-23.
APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numero 3902.
ZON A. — Opera citata, pagina 14, tavola I, numero 4.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, nota XV, pagine 52 e 55, tavola
II, numero 4.
SCHWEITZER. — Opera citata, Volume I, pagina 60 (88).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 6.
PROMIS V. — Opera citata, pagine 23-26, numero 6 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 222-223.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 2. — Archivio
Veneto. Tomo XII, pagine 86-87; — terza edizione, 1881, pagine 2-3.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1527-1531 e 1542-1543; — edizione in ottavo, pagine 31-35 e 43, tavola III, numero 7.
[Nuova pagina]
NOTE A "MONETE DI ENRICO II. (III.)".
(1) L'esame chimico fatto a Parigi dà il seguente risultato: 0,242 d'argento e 0,0019 d'oro.
[Nuova pagina]
MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.).
IMPERATORI E RE D'ITALIA.
1056-1125.
Denaro. Argento, titolo vario da 0,250 a 0,220 (1). Peso decrescente, secondo l'epoca, da grani veneti 16 ad 8 (grammi 0,828 a 0,414).
1. Dritto. Croce colle estremità trifogliate, accantonata da quattro globuli, o bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola e vestimenta riccamente decorate, al collo il pallio dei metropolitani "croce S spazio M A R C V S spazio V E, legatura NE, C I A".
Regio Museo Britannico (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola III, numero 12.
L'esemplare è bene conservato, ma manca di un pezzettino per cui rimane deficiente nel peso.
2. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto di faccia rozzamente disegnato, senza aureola, ma col pallio "croce M A D C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 1.
3. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R A".
Rovescio. Busto simile al numero 2, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15).
4. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di faccia, senza aureola né pallio, le due linee che formano l'ornamento del vestito s'intersecano a croce "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 15 e mezzo).
Tavola IV. numero 2.
5. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R apostrofo".
Rovescio. Busto come sopra, un punto sul vestito del Santo "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 13).
Tavola IV, numero 3.
6. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto come al numero 5, "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A punto".
Regia Biblioteca di San Marco (grani veneti 11) logoro.
Tavola IV, numero 4.
7. Dritto. Croce come sopra "croce E N R I C V S spazio I M P E R".
Rovescio. Busto di San Marco con punti stretti attorno alla testa, sul vestito tre punti "croce S spazio M A R C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Correr (grani veneti 16).
Tavola IV, numero 5.
8. Dritto. Croce patente sottile, accantonata da quattro bisanti "croce E N R I C V S spazio I M P E P apostrofo, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 7, "croce S spazio M A P C V S spazio, legatura VE, legatura NE, C I A".
Museo Bottacin (grani veneti 14 e mezzo).
Tavola IV, numero 6.
9. Dritto. Croce patente come sopra "croce E N P I C V S spazio I, legatura MP, un punto sopra due punti".
Rovescio. Busto del Santo come sopra, con aureola di stelle, ossia punti "croce S spazio M A D C V S spazio V E N".
Museo Correr (grani veneti 10 e mezzo).
Tavola IV, numero 7.
10. Dritto. Croce patente simile alle precedenti, ma più rozza "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura NP, un punto sopra due punti".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 8.
11. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I M P, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Museo Bottacin (grani veneti 8 e mezzo).
12. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C punto".
Dalle schede Kunz (grani veneti 8).
Tavola IV, numero 9.
13. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura MP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, legatura NE, C I".
Museo Bottacin (grani veneti 11).
14. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, punto".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio M, legatura AR, C V
S spazio, legatura VE, N punto".
Museo Bottacin (grani veneti 10).
15. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NP, I C V S spazio I, legatura MP".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio H H D C V S V C I I
I".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 10.
16. Dritto. Croce patente come sopra "croce E, legatura NR, I C V S spazio I, legatura NP, due punti in verticale".
Rovescio. Busto come al numero 9, "croce S spazio, legatura MR, C V S spazio, legatura VE, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 9).
Tavola IV, numero 11.
17. Dritto. Croce ancorata, accantonata da 4 bisanti "croce E I I R I C, legatura, MP N P".
Rovescio. Busto come al numero 9, leggenda scorretta "croce S spazio, legatura HR, I, C quadrata, legatura HE, M P, legatura NE".
Raccolta Papadopoli (grani veneti 8 e mezzo).
Tavola IV, numero 12.
[Nuova pagina]
OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO III. E IV.
CORNER FLAMINIO. — Ecclesiæ Venetæ antiquis monumentis nunc etiam primum editi illustratæ, etc. Venetiis, 1749, Decadis XIII, pagina 76.
LIRUTI G. G. — Opera citata, pagine 149-150, tavola X, numero 105; ed in ARGELATI, Parte II, pagina 153, tavola V, numero 105 (2).
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagine 32-33, numero III della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 8-9 e 14, numero III.
CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 123-126, tavola III, numeri 5, 7 e 8.
CORSINI O. — Relazione dello scuoprimento e ricognizione fatta in
Ancona dei Sacri corpi di San Ciriaco, Marcellino e Liberio, etc.
Roma, 1756, pagine 6-7 e 14.
BIANCHI D. GIOVANNI. — Lettera da Rimini nelle Novelle Letterarie già citate, colonne 76-78.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 166, numeri VI, VII, VIII e IX e nota (a).
TERZI B. — Osservazioni sopra alcune monete inedite d'Italia.
Padova, 1808, pagina 23, tavola 1, numero 9.
BECKER W. G. — Zweihundert seltene Münzen des Mittelalters etc.
Dresden, 1813, pagina 50, tavola III, numero 78.
MANIN L. — Memorie storico-critiche intorno la vita, traslazione e invenzione di San Marco. Venezia, 1815, pagina 32, tavola V, figura 4 A; — seconda edizione, Venezia, 1835, pagine 27-28, tavola V, figura 4 A.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagine 55 e 71.
MANIN L. — Esame ragionato, etc. Opera citata, pagine 172 e 174, numero 4 della tavola.
APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1117, numeri 3903 e 3904.
LELEWEL J. — Opera citata, Parte I, pagina 122, Parte III, pagina 17, tavola XIV, numero 49.
PFISTER J. G. — The coins of Venice. — J. Y. AKERMAN, The
Numismatic Journal, Volume II, 1837-1838, tavola a pagina 201.
WELZL VON WELLENHEIM L. — Verzeichniss der Münz - und Medaillen - Sammlung, Wien, 1844, Volume II, Parte I, pagina 168, numeri 2951- 2960.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 52-53 e 55, tavola II, numeri 5, 6, 7 e 8.
ZON A. — Opera citata, pagina 15, tavola I, numeri 5 e 6.
SCHWEITZER. — Opera citata, pagine 76 e 77 (105, 106 e 107), numeri 6, 7, 8 della tavola (3).
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 7.
PROMIS V. — Opera citata, pagine 26-27, numero 7 della tavola.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume II, 1870, pagine 223-225.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 3. — Archivio
Veneto. Tomo XII, pagine 87-88; — terza edizione, 1881, pagine 3-4.
PAPADOPOLI N. — Opera citata, pagine 1528, 1532-1533, 1543-1545; — edizione in ottavo, pagine 32, 35, 43-45, tavola III, numeri 8, 9, 10, 11, 12 e 13.
GARIEL E. — Opera citata, Parte II, pagina 269, tavola XLI, numero 30.
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NOTE A "MONETE DI ENRICO III. (IV.) ED ENRICO IV. (V.)".
(1) Questi denari sono posti nell'ordine di cui si crede sieno stati coniati, ritenendo più antichi quelli di maggior peso e più recenti i leggeri.
(2) Il Liruti avendo esaminato forse un esemplare di cattiva conservazione, invece di "E N R I C V S" lesse "K N D N V S spazio I M P E R A" che interpretò Kristus noster Dominus Imperat e fu seguito in tale lettura dal G. Zanetti, dal Carli, dal Menizzi, dal Lelewel e da altri, sebbene l'errore fosse stato rilevato dal Padre O. Corsini sino dal 1756.
(3) Lo Schweitzer attribuisce alcuni di tali denari ad Enrico Dandolo, dicendo che il titolo d'Imperatore poteva ben essergli lecito, quasi Maestà, dopo la conquista di Costantinopoli.
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VITALE MICHIEL II.
DOGE DI VENEZIA.
1156-1172.
Vitale Michiel II, trentaottesimo doge, tenne il supremo governo dello stato in un'epoca assai torbida e pericolosa. Dall'una parte la lotta grandiosa fra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda cui era intimamente legata Venezia; dall'altra i dissapori e la guerra coll'impero d'Oriente, che ebbe fine colla disfatta della flotta veneziana e portò la conseguenza della uccisione del doge in una sommossa popolare. Però non era esausta la giovane repubblica, anzi in tale momento sentì più vivamente le proprie forze e le proprie aspirazioni, per cui non è da sorprendersi che la prima moneta su cui è solennemente affermata la indipendenza porti il nome di Vitale Michiel.
Questa monetina, di poco volume e di poco valore, mostra da un lato la croce accantonata da quattro punti, con attorno il nome, cognome e titolo del principe; dall'altro il busto di San Marco visto di fronte e somiglia in tutto, tranne che nell'intrinseco, ai denari coniati a Venezia dagli ultimi imperatori del nome di Enrico. Monetine dello stesso tipo si trovano pure coi nomi dei dogi che successero a Vitale Michiel, e per il peso, per l'aspetto e la forma scodellata, somigliano assai ai denari colla croce, che furono coniati dalla zecca veneziana con tipo uniforme durante quasi tre secoli, da Sebastiano Ziani a Francesco Foscari. Questa somiglianza fu causa che molti raccoglitori ed anche valenti numismatici confondessero le due specie, chiamando gli uni denari colla croce e gli altri denari col busto di San Marco. Non è però credibile che un governo saggio ed illuminato avesse contemporaneamente delle monete dello stesso valore con diversa impronta, e siccome l'intrinseco dei pezzi colla protome di San Marco è di molto inferiore a quello dei denari, è naturale supporre che essi sieno una frazione del denaro. Potrebbero essere la metà od il terzo, ma la rarità degli esemplari non permettendo un esame chimico, conviene giudicare per analogia. Siccome in altri paesi dell'Italia superiore (1) si coniava nella stessa epoca l'obolo, o mezzo denaro, vi è tutta la probabilità, e quasi la certezza, che la nostra monetina sia la metà del piccolo o denaro. Pare che Venezia informando il sistema monetario proprio, abbia riprodotto nel suo denaro con poche modificazioni, il tipo dei primi imperatori, prendendo a modello del mezzo denaro quelli di Enrico III e IV, col busto dell'evangelista: questo rapporto di uno a due era quello che probabilmente correva fra le antiche monete che si trovavano ancora in circolazione.
Negli antichi documenti oltre alle denominazioni già note di lire, soldi e denari, di grossi e di piccoli per le monete d'Occidente e quelle di bisanti, iperperi e romanati per quelle di Oriente, troviamo talvolta adoperato anche il nome di bianco, come per esempio, in un atto di donazione (2) del vescovo Stefano Lolino al Sacerdote Cristoforo della Chiesa Torcellana di Sant'Antonio Abate nel mese di giugno 1225, ove si parla di quindecim blancos. Però non essendovi alcun altro dato di confronto, non è possibile rilevare quale moneta effettiva, quale valore potesse essere quello che corrispondeva al nome di bianco. Solo allora che le memorie scritte cominciano a farsi più frequenti e più dettagliate, e cioè nella prima metà del secolo XIV, troviamo occasione di illuminarci su tale proposito.
Primo in ordine di età è un documento riportato dal canonico Rambaldo degli Azzoni Avogaro (3), che si trova negli atti del rinnovamento della zecca trevigiana; in data 7 settembre 1317 un mercante di Treviso offre al Podestà ed ai Consoli della Città di coniare bagattini uguali nella bontà e migliori di quelli di Verona e di Brescia, per supplire alla deficienza di denari piccoli buoni, in forza della quale blanchi de Venetiis et alie pessime monete parve expenduntur pro bagatinis. Siccome noi sappiamo che in tutti i tempi la lira usata a Treviso era uguale a quella di Venezia, ne viene per conseguenza che il bianco di Venezia doveva essere una moneta che facilmente si confondeva col denaro, ma di minor valore ed intrinseco, se in Treviso si muove lagnanza perché essa viene spesa come denaro.
Vengono poscia tre documenti dei quali ebbi comunicazione dall'infaticabile e liberalissimo comm. B. Cecchetti, di cui tutti deploriamo la fine immatura.
Il primo di questi documenti, del 23 febbraio 1334 more veneto ossia 1335 (4), contiene copia di una attestazione di Pietro Pino del dicembre 1334, che, mentre l'8 od il 9 stesso, assieme a ser Andrea Marioni di Santa Maria Formosa, egli tornava dall'aver visitato ser Nicolò Marioni
"Dum. . . et intraremus porticum domus dicti ser Nicolai, superveniente domina Lavinia uxore dicti ser Nicolai, dictus ser Andreas dixit ser. . . Io voio che vui oldè certe parole che io voio dir a Lavinia. Et sic vocavit ipsam ad partem angulariam dicte porticus, et me presente dixit: Ve Lavinia, el me se stade dite certe parole, e per zo inchià che ser Nicolò è vivo et che tu li pos favelar, io te digo cossì che del so io non tanto che vaia _un _bianco".
Altri due documenti sono tolti dal libro delle Grazie, che riportiamo qui sotto:
1340, 27 gennajo m. v. v. (5).
"Quod fiat gratia Albuyno vendericulo sancti Luce, quem officiales tarnarie condempnaverunt in libris tribus, quas jam solvit. Et insuper quod non audeat vendere oleum pro eo quod ejus filia ut dicunt vendidit cuidam unum quarterium olei de quo dati sibi fuerunt parvi VIII, et dum ipsa non haberet unum blanchum pro refundendo emptori, dedit nucellas XVI de quibus emptor fuit contentus. Cum autem sit pauper homo absolvatur, et de cetero vendere valeat oleum sicut antea faciebat".
1349, 27 settembris (6).
"Quod fiat gratia Johanni spiciario Sancti Julliani condempnato per officiales tarnarie in libris decem parvorum quia, sicut dicit, quidam puer accipiens oleum ab eo quodam sero videlicet unum quarterium, dimissit blanchum quem sibi dederat dictus Johannes super disco stationis, ob quod per famulos dicti officii euntes inquirendo pro suo officio invenerunt dictum puerum, petentes ab eo quantum dederat de dicto quarterio olei, qui simpliciter respondit septem denarios, non habens blanchum quem habere debebat, considerata condictione facti et sua paupertate, solvendo soldos centum parvorum a reliquo misericorditer absolvatur".
Dal primo di questi documenti si rileva chiaramente che il bianco è un pezzo di infimo valore, giacché in dichiarazione di questo genere, quando uno vuoi asserire che nulla possiede di pertinenza di altra persona, sceglie sempre la moneta di minor prezzo.
Nel secondo e nel terzo documento, oltre al confermare il minimo valore della monetina, riconosciamo che il bianco non è la stessa cosa del piccolo, giacché tanto il venderigolo di San Luca, che lo spiciario di San Giuliano, adducono a loro discolpa di non possedere il bianco per dare il resto al compratore di un quarto d'olio, per il quale aveva pagato sette od otto piccoli.
Ogni giorno vediamo ripetersi lo stesso fatto, ed anche oggi il guardiano di un pedaggio, ovvero il venditore di frutta o di altre cose di poco prezzo, approfitta della scarsezza dei piccoli centesimi per farne illecito guadagno, che per la poca importanza si trascura dal passeggiero o dal compratore.
In quei tempi patriarcali gli ufficiali della Ternarìa erano severissimi per siffatti abusi ed i fanti sorvegliavano attentamente l'esecuzione dei durissimi editti, per cui i venditori colti in flagrante, erano puniti con multe e colla proibizione di vendere; ond'è che i colpevoli per ottenere una diminuzione di pena, si scusavano sia per la acquiescenza del compratore, sia per averlo indennizzato con altra merce.
Intanto sta il fatto che noi troviamo menzionata nei documenti veneziani del secolo XIV, un'altra moneta oltre a quelle già conosciute, e poiché sappiamo positivamente a quali monete si debbano attribuire i nomi di piccolo, di grosso, di mezzanino e di tornese, non possiamo concedere questo nome di bianco se non che a quella che n'era priva, tanto più che al minutissimo intrinseco corrisponde il minimo valore della monetina. Anche la scarsezza dei piccoli pezzi nei secoli in cui avevano corso, giustifica la loro estrema rarità al giorno d'oggi; piuttosto sembra strano che a una moneta, che conteneva piccolissima quantità di argento e facilmente anneriva, sia stato dato il nome di bianco. È bensì vero che le monete di mistura avevano, quando erano fresche di conio una patina argentea, come si può vedere in un esemplare a fior di conio del bianco di Renier Zeno nella raccolta del Museo Correr: e lo stesso nome di bianco fu dato a moneta di simile apparenza in altri paesi, anche in epoche più recenti. Pare che si volesse con ciò denotare, più che il colore permanente della moneta, quello che essa aveva quando era nuova, e che quindi volesse piuttosto riferirsi all'imbianchitura data, che al metallo dell'intrinseco. Non bisogna poi confondere tale minima frazione del denaro con altra moneta chiamata pure bianco nel principio del secolo XVI, perché questa ha maggior valore, ottimo intrinseco ed un aspetto veramente bianchissimo, ma è necessario riflettere che tra l'una e l'altra vi è oltre un secolo di distanza, e che si era già perduta la memoria del primo bianco, quando l'abitudine popolare impose questo nome al secondo.
Se ad alcuno poi rimanesse qualche dubbio, citerò un paragrafo del Capitolare dei Signori di notte (7) il quale nell'anno 1318, al 19 maggio dice:
"cum die secundo dicembris nuper elapsi captum fuerit in isto consilio, quod masarii monete habere debeant octo Ovrarios et octo monetharios pro faciendo monetam parvam, scilicet denarios parvos albos et quartarolos. . .".
Evidentemente si tratta di tre qualità di monete che vengono comprese sotto la comune denominazione di moneta parva e cioè denari parvi, albi e quartaroli; l'albo è la stessa cosa che il bianco o, per meglio dire, è la sua traduzione nel latino burocratico, giacché sarebbe stato inutile aggiungere un'altro aggettivo al denaro, ch'era già accompagnato da quello solitamente usato di parvus.
L'ultima volta che a Venezia, troviamo nominato il bianco è nel 26 agosto 1348, in una parte della Quarantìa (8) che autorizza il Massaro di quindicina a far fabbricare quella quantità di bianchi che credesse conveniente; dopo quel giorno non se ne trova più menzione e ciò corrisponde anche alle monete che si conservano nelle raccolte, dove l'ultimo bianco porta il nome del doge Andrea Dandolo.
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MONETE DI VITALE MICHIEL II.
Mezzo denaro, o Bianco (un ventiquattresimo del soldo). Mistura, titolo 0,070 circa. Peso (9), grani veneti 8, (grammi 0,414): scodellato.
1. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari entro due circoli di puntini, altri due circoli di puntini chiudono l'iscrizione "croce punto V punto M I C, legatura H, C quadrata segno, spazio D V X punto".
Rovescio. Busto di San Marco visto di faccia, con aureola di nove punti o stelle, due cerchi concentrici di puntini separano la figura dall'iscrizione, altri due chiudono l'iscrizione "croce punto S punto M, legatura AR, C V S spazio V, legatura NE".
Regio Museo, Parma.
Tavola V, numero 1.
Civico Museo, Trieste.
Dottor C. Gregorutti, Fiumicello presso Aquileja.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI VITALE MICHIEL II.
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 46, numero VII della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero VII (Il disegno della moneta, tolto da un'esemplare probabilmente di cattiva conservazione è diverso affatto da quello che dovrebbe essere, avendo la croce da entrambi i lati e l'iscrizione incompleta ed inesatta).
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 77 (Il disegno copiato da quello di G. Zanetti è completato in modo fantastico).
SCHWEITZER F. — Opera citata, Volume I, pagina 68 (91) e tavola. (La moneta non è disegnata bene e l'iscrizione non è fedele).
Biografia dei Dogi. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
Numismatica Veneta. Opera citata. Doge XXXVIII. (L'incisione è copiata dal fantastico disegno del Menizzi).
KUNZ CARLO pose il disegno di questa preziosa moneta sopra un suo viglietto d'indirizzo, allorché dimorava a Venezia.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 9.
WACHTER C. (VON). — Opera citata, — Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227 e 570-571. (Anche qui l'iscrizione non è esatta).
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 9. — Archivio
Veneto, Tomo XII, pagina 92, — terza edizione, 1881, pagina 8.
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NOTE A "VITALE MICHIEL".
(1) Promis D. Monete della zecca d'Asti. Torino, 1853, pagine 20-21.
(2) Ughelli F. Italia sacra. Venetiis, 1717, Tomo V, pagina 1383.
(3) Azzoni Avogaro R. Della zecca e delle monete ch'ebbero corso in Trivigi fin tutto il secolo XIV; in Zanetti Guid'Antonio. Nuova raccolta etc. Volume IV, pagine 138 e 165.
(4) Archivio di Stato. Petizion. Pergamena, busta III.
(5) Archivio di Stato. Grazie. Registro 8, carte 82.
(6) Archivio di Stato. Grazie. Registro 12, carte 49 tergo.
(7) Museo Correr. Manoscritti III, 349, carte 62 tergo.
(8) Archivio di Stato. Quarantia criminale, Parti. Registro II, carte 26 tergo.
(9) Il peso è rilevato dai due esemplari che si conservano nei Musei di Parma e Trieste, pur troppo alquanto sciupati; non avendo potuto conoscere il peso del Bianco del dottor Gregorutti, che è di migliore conservazione.
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SEBASTIANO ZIANI.
DOGE DI VENEZIA.
1172-1178.
Sebastiano Ziani, che successe al Michiel nel principato, resse saviamente la repubblica e rialzò le sorti di Venezia, ove ebbe luogo il memorabile incontro fra Alessandro III e Federico Barbarossa e fu segnata la tregua che condusse alla pace di Costanza.
Di questo doge abbiamo solamente il denaro o piccolo, bella monetina scodellata d'argento colla croce da entrambi i lati, che sul diritto ha il nome di battesimo del principe accompagnato dal titolo di Dux e sul rovescio quello di San Marco. Niun documento o memoria ci dice in che epoca siasi cominciato a coniare tale moneta, che è la base del sistema monetario veneziano, ma sappiamo che essa era perfettamente uguale al denaro di Verona e che nelle provincie vicine, come a Venezia, si trattava indifferentemente in denari veneziani o veronesi, come se fossero la stessa cosa. Sino dal secolo scorso Brunacci aveva mostrato, coll'appoggio di documenti, che i denari veronesi ed i veneziani avevano contemporaneamente corso in Padova ed erano considerati dello stesso valore (1); i più valenti eruditi di allora accettarono le sue conclusioni che sono confermate, oltreché dai documenti, anche dal fatto che i denari di Verona e di Venezia colla croce d'ambo i lati si trovano facilmente commisti quando viene alla luce qualche tesoretto di quell'epoca. La meta o calmiere dello stesso doge Sebastiano Ziani pubblicato nel 1862 dal fu commendatore Cecchetti (2) determina i prezzi delle derrate in denari veronesi, ed è una nuova prova della parità del valore delle due monete e del fatto che a somiglianza dei veronesi erano stati battuti i denari veneziani; tutt'al più si potrebbe inferirne che i veneziani erano in corso da poco tempo e che i veronesi avevano guadagnato quella reputazione che viene da un lungo ed onorato servizio. È bene anche osservare che in quella antichissima tariffa di commestibili, quando si parla di veronesi senz'altro, si intendono, i denari, mentre che le lire ed i soldi vengono chiamati libras veronenses, solidos veronenses (3).
La lira veronese, e conseguentemente anche la veneziana, derivano dalla lira di Carlo Magno, che è la sorgente ed il punto di partenza di tutte le monetazioni dell'Europa occidentale. Essa si divide in venti soldi, ognuno dei quali è composto di dodici denari e fu istituita dal grande imperatore riformando i precedenti sistemi dei Franchi, come ci viene narrato dalle cronache contemporanee. Carlo Magno ed i suoi successori non coniarono né la lira né il soldo, ma soltanto il denaro ossia un duecentoquarantesimo della lira, moneta che si trova facilmente nelle raccolte coi nomi delle principali città del vasto impero.
Sulla libbra, o lira di Carlo Magno dottamente scrissero illustri uomini che si dedicarono agli studi monetari ed economici in Italia ed in Francia, ma siccome il decreto o capitolare che la istituisce non è giunto fino a noi, e ci manca un campione, un modello fedele ed esatto di ciò ch'essa doveva essere, così le sapienti disquisizioni non sono riuscite a dimostrare con sicurezza l'origine storica ed il valore esatto di tale moneta. L'unico documento contemporaneo e sicuro sebbene non esattissimo, dal quale non si può allontanarsi, è il peso dei denari stessi, che essendosi conservato costante sotto i primi successori di Carlo Magno, è un freno sicuro contro i voli della fantasia.
Discussero, gli autori del secolo scorso, se Carlo Magno avesse repristinata la libbra romana (4) o sostituita la gallica (5). Chi volle che tale nuovo peso corrispondesse alla libbra di 16 once adoperata in Francia ed in Germania e formata dal doppio peso del marco (6), chi invece la cercò in un peso corrispondente a 12 once del marco (7), opinione alla quale sarei tentato di accostarmi, ritenendo probabile un legame fra il peso della moneta e dei metalli colle altre misure, considerando le molte libbre ed i molti marchi esistenti in Francia, in Germania ed in Italia, come degenerazioni di uno stesso sistema, di cui resta traccia nell'analoga divisione.
Fra i moderni che si occuparono di questo interessante argomento merita una speciale menzione la memoria presentata nel 1837 all'Accademia reale di Francia dall'eruditissimo signor Guérard (8), nella quale egli sostiene, dopo ricerche coscienziose, che la nuova libbra introdotta da Carlo Magno non fosse se non l'antica romana aumentata d'un quarto, fissando la prima in grammi 326 e 337 millesimi e la seconda in grammi 407 e 92 centesimi.
Il Fossati invece in altra dotta memoria (9) presentata all'Accademia delle scienze di Torino, attribuisce un maggior peso alla lira di Carlo Magno, e la crede equivalente a grammi 434 e 416 millesimi, ed il cavalier C. Desimoni (10) in un recente lavoro sulla decrescenza graduale del denaro dalla fine dell'XI, sino al principio del XIII secolo, lo porta fino a grammi 467 e 724 millesimi. In Italia due grandi autorità si sono pronunciate in favore del peso proposto dal Guérard e cioè Domenico Promis (11) e Camillo Brambilla (12), ed io piegandomi a sì illustri maestri ho seguito il loro esempio in un saggio sul valore della moneta veneziana che ho letto all'Istituto Veneto (13).
L'indole e lo scopo del presente lavoro non mi permettono di dilungarmi su questo importante argomento; osserverò solo che il Guérard ha preso per base del suo sistema il peso medio dei denari di Lodovico il Pio, da lui valutato a 32 grani del marco di Troyes. Ora a me sembra che il peso medio degli esemplari di una moneta, dopo tanti secoli, non possa dare un'idea esatta di quello fissato dalle leggi. Anche oggi noi vediamo che le monete appena uscite dalle officine raggiungono assai raramente il peso normale, perché la zecca cerca di aumentare i suoi utili colla tolleranza, e se per caso qualche esemplare eccedesse il peso legale, esso sarebbe subito tolto dalla circolazione e fuso dagli speculatori.
Lo stesso diligentissimo signor Guérard ci dà il peso di 69 denari di Lodovico dei quali 16 oltrepassano i 32 grani ed alcuni raggiungono i 35 e 36, e saviamente egli fece a scegliere quell'imperatore che mostrò esattamente mantenuto il peso della moneta, ma tenendo conto del consumo per la circolazione e della ineguaglianza del peso naturale in tutti i tempi e più comune in quell'epoca, io ritengo che il peso normale del denaro dovesse essere tra i 34 ed i 35 grani di Troyes, e quindi più vicina al vero la lira di grammi 434,416 proposta dal Fossati.
Il denaro, sola moneta coniata nei primi secoli, conservò il suo peso quasi completamente durante il regno dei sovrani carolingi; ma decrebbe sensibilmente durante quello degli imperatori germanici, per cui i denari coniati a Venezia nel secolo XI coi nomi di Corrado e di Enrico, pesano circa la metà di quelli di Carlo Magno e sono di titolo inferiore. Nelle più antiche carte che parlano di moneta veneziana, essa viene calcolata la metà (14) di quella milanese, pavese od imperiale, che è quindi quella che più si accosta alla originaria.
Assai più rapido fu il deterioramento della moneta nel secolo XII, ed infatti i denari Veneziani coi nomi di Sebastiano (Ziani), Aurio (Malipiero) ed Enrico (Dandolo) pesano meno del quarto dei denari di Carlo Magno, sebbene contengano tre quarte parti di lega ed una sola di fino. Gli assaggi che ho fatto fare su tali monetine danno il titolo di 0,250 a 0,270 ossia, relativamente al peso di oltre sei grani veneti, essi contengono qualche cosa di più di un grano veneto e mezzo di buon argento, peso ed intrinseco che stanno in armonia con quelli del grosso istituito da Enrico Dandolo e di cui parleremo più tardi.
Siamo già abbastanza lontani dal valore e dal peso del primo denaro, ma la scala discendente non è ancora finita e si può anzi dire che non finisce mai, perché il deterioramento della moneta è legge generale e costante. I tempi antichi e quelli del medio evo, ce lo provano cogli esempi di tutti i paesi, ed attualmente solo i freni artificiali ed i legami internazionali possono trattenere la moneta da questa china fatale. Il confronto col vecchio denaro imperiale e la esiguità del volume fecero dare il nome di piccolo al denaro veneziano, e poco a poco l'aggettivo sostituì il nome originario in modo da farlo dimenticare. Col tempo il nome di piccolo od il suo equivalente latino di parvus divenne ufficiale e rimase nelle scritture anche quando l'uso popolare diede al denaro altri appellativi.
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NOTE A "SEBASTIANO ZIANI".
(1) Brunacci J. De re nummaria patavinorum. Venetiis, 1744, pagine 31-42. — Brunacci J. Della beata Beatrice d'Este. Padova, 1767, pagina 51.
(2) Cecchetti B. Programma dell'i. r. Scuola di Paleografia in Venezia, 1862. Pagina 48 e seguenti.
(3) Documento III.
(4) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata. Tomo I, pagina 248.
(5) Le Blanc F. Opera citata. Paris, 1690, pagina 83.
(6) Carli Rubbi G. R. Opera citata. Tomo I, pagine 249-251.
(7) Le Blanc F. Opera citata. Pagina 83.
(8) Guérard B. De système monétaire des Francs sous les deux premières races, Revue Numismatique française, Blois, 1837, pagina 406.
(9) Fossati. De ratione nummorum ponderum et mensurarum in Gallis sub primæ et secundæ strpis regibus. Atti della Regia Accademia delle Scienze. Torino, 1842.
(10) Mélanges de Numismatique. Paris, 1882, pagina 52.
(11) Promis D. Monete dei romani Pontefici avanti il mille. Torino, 1858, pagina 47.
(12) Brambilla C. Opera citata, pagina 56.
(13) Atti del Regio Istituto Veneto. Tomo III, serie VI, 1885.
(14) Papadopoli N. Sulla origine etc. Opera citata, pagina 29.
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ORIO MALIPIERO.
DOGE DI VENEZIA.
1178-1192.
Orio Malipiero, che aveva rinunciato una prima volta alla suprema dignità in favore di Sebastiano Ziani, fu chiamato a succedergli quando questi si ritirò in un monastero. Il nuovo doge dimostrò saviezza ed accorgimento politico nelle relazioni coll'impero bizantino, e così pure durante gli avvenimenti disgraziati dei Crociati in Palestina, in modo che se ne avvantaggiarono l'influenza ed il commercio dei veneziani in Oriente.
Il Carli (1), il Gallicciolli (2) ed altri scrittori di cose veneziane riproducono nelle loro opere la notizia di una nuova moneta di Orio Malipiero chiamata Aureola, dal nome del doge, la quale era adoperata dai notaj allorché minacciavano la pena di quinque libras auri. Non sono concordi i cronisti ivi citati sulla natura della specie metallica, perché alcuni parlano di moneta bianca o di argento, altri di moneta d'oro e finalmente le Memorie di Zecca notano all'anno 1178:
"Prencipe D. D. Aureo Mastropetro fu stampada moneta d'argento nominada Aurelij quali pesavansi Carati 10 per uno, Valeva Soldi due L'uno".
Qualunque sia la lezione che si voglia preferire non è facile interpretare le parole di questi antichi storici, tanto in quelle parti in cui sono concordi, quanto in quelle in cui differiscono, perché l'oro non fu ridotto in moneta nella zecca veneziana prima del 1284; i piccoli ed i bianchi esistevano anche prima del doge Malipiero ed il grosso, che pesa poco più di 10 carati, fu coniato per la prima volta da Enrico Dandolo, come ci assicurano i cronisti più autorevoli e ci provano quei documenti palpabili che sono le monete esistenti nei nostri Musei.
Ricercando quale sia la moneta nominata dai vecchi notai troveremo che la multa di quinque libras auri era imposta ai prevaricatori dei contratti e dei testamenti da antichissimo tempo e ben prima del Malipiero, come in un sinodo tenuto in San Marco nel 960 (3) per vietare il commercio degli schiavi, nel quale il doge ordinava, che chi violasse la legge componat in palatio nostro auri obrizi libras quinque, e nell'atto di donazione di Entesema, figlia di Domenico Orseolo al fratello Pietro nel 1.° dicembre 1061, che termina con queste parole:
"Quod si unquam tempore contra hanc meæ donationis cartam ire temptavero. . . solvere promitto cum meis heredibus tibi et tuis heredibus auri libras quinque, et hec donacio maneat in sua firmitate" (4).
È chiaro adunque che si tratta non di nuove e speciali monete, ma bensì delle libbre d'oro con cui si facevano molte contrattazioni nei secoli X e XI, che troviamo segnate nei documenti colle parole auri libras, auri obrizi libras, auri optimi libras, auri purissimi libras, auri cocti libras, e che continuarono ad essere usate anche più tardi, particolarmente nei testamenti ed altri simili atti dove le formole si conservano per tradizione anche quando il vero motivo di usarle è scomparso. L'errore proviene da una confusione ingenua fatta col nome del doge che latinamente si diceva Aurio, e di ciò sono persuasi anche il Carli ed il Gallicciolli, il quale però si affatica a cercare il rapporto di valore fra queste libbre, la lira grossa e la fantastica Redonda d'oro.
Per togliere ogni incertezza e comprendere come l'errore si sia formato, osserviamo da prima che non è giunta sino a noi alcuna cronaca o memoria storica scritta al tempo di Orio Malipiero od in epoca tanto vicina da considerarsi quasi contemporanea. Martino da Canal, che scrisse circa un secolo dopo, non parla di alcuna moneta nuova istituita da quel doge, e nemmeno Andrea Dandolo, giacché la postilla che ricorda il fatto nel Codice Ambrosiano, fu aggiunta in epoca posteriore. Il primo a parlarne è un manoscritto del secolo XIV intitolato Chronicum venetum ab U. C. ad annum 1360, che si conserva nella Regia Biblioteca Marciana (5), dove si legge:
"Iste Dux quandam monetam vocatam aureolus ut suo congrueret nomini cudi fecit de qua etiam hodierna die in cartis ubi pena apponitur V libre auri fit mentio singularis".
I cronisti posteriori riproducono la notizia quasi colle stesse parole, e finalmente Marino Sanuto nelle vite dei Dogi (6) racconta:
"Ancora fu fata una moneda d'arzento che si chiamava aureola per la chasada dil doxe: et è quella moneda che li nodari di Veniexia metevano in pena soto i lhoro instrumenti".
Possiamo dunque essere tranquilli che nessuna moneta nuova fu fabbricata al tempo di Orio Malipiero, il quale continuò soltanto a coniare nummi scodellati delle stesse specie usate dai suoi predecessori.
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MONETE DI ORIO MALIPIERO.
Denaro, o Piccolo. Argento, titolo 0,270 circa (7). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
1. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce A V R I O spazio D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce punto, S ruotata, punto
M A R C V, S ruotata".
2. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata, punto".
3. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 3.
4. Varietà nel Rovescio. "croce, S ruotata, spazio M A R C V, S ruotata".
5. Varietà nel Dritto. "croce A V R punto D V X punto".
Rovescio. "croce punto, S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Tavola V, numero 4.
Mezzo denaro, o Bianco. Mistura, titolo 0,070 circa. Peso, grani veneti 9 (grammi 0,465): scodellato.
6. Dritto. Croce accantonata da quattro punti triangolari "croce A V R I O punto D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce S spazio M A R C V punto punto".
Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Tavola V, numero 5.
(Il rovescio della moneta è ribattuto, per cui la croce incusa copre quasi interamente l'immagine del Santo).
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ORLO MALIPIERO.
LIRUTI G. G. — Opera citata, pagina 142, tavola VII, numero 61; ed
ARGELATI, Parte II, pagina 149, tavola III, numero 61.
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine, etc. Opera citata, pagina 47, numero IX e X della tavola; ed ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 11 e 14, numero IX e X.
CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 401-402, tavola VI, numero II.
GRADENIGO G. A. — Indice citato in ZANETTI G. A., TOMO II, pagina 167, numero XI. e XII.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagina 79.
APPEL J. — Opera citata, pagina 1118, numero 3906.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagina 53 e 55, tavola II, numero 10.
ZON A. — Opera citata, pagina 17.
SCHWEITZER F. — Opera citata, pagina 73 (94) (95) (96) (97) (98) (99) e tavola.
Biografia dei Dogi. Opera citata, Doge XL.
Numismatica Veneta. Opera citata, Doge XL.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift,
Volume III, 1871, pagine 227-228, 572-576.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagina 10. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 93, — terza edizione, 1881, pagina 9.
Bolla in piombo di Orlo Malipiero conservata nella Raccolta
Papadopoli.
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NOTE A "ORIO MALIPIERO".
(1) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata, pagina 404, Volume I.
(2) Gallicciolli. Delle memorie etc. Opera citata, Volume II, pagine 14-16.
(3) Romanin S. Opera citata, Tomo I, pagina 370.
(4) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 48, Classe VII, ital.
(5) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 36, Classe X, lat.
(6) Regia Biblioteca di San Marco. Codice 800 (autografo), Classe VII, ital.
(7) L'esame chimico fatto dall'ufficio del saggio di Venezia dà il titolo di 0,268.
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ENRICO DANDOLO.
DOGE DI VENEZIA.
1192-1205.
Quando Enrico Dandolo fu assunto al principato, Venezia era prospera e rigogliosa, le sue flotte varcavano i mari, la sua alleanza era cercata dai maggiori potentati d'Europa. La modesta città sorta dalle lagune aveva fatto rapidi progressi nel secolo fra Pietro Orseolo ed Enrico Dandolo. Quest'ultimo doge, ottuagenario e quasi cieco, conquistò Trieste, Zara e finalmente portò l'ultimo colpo all'Impero d'Oriente, entrando assieme ai crociati nella superba Bisanzio, altre volte padrona del mondo. Baldovino di Fiandra ebbe la corona imperiale, ma nella divisione delle spoglie, Venezia ebbe la parte migliore e conservò il predominio commerciale su tutto l'Oriente, che fu la sorgente della prosperità e della grandezza della repubblica.
In quest'epoca remota, in cui l'Europa usciva appena dalla barbarie, Venezia primeggiava per la sua civiltà: non vi è quindi da sorprendersi che nella sua zecca si iniziasse una delle più importanti riforme monetarie del secolo, qual è la istituzione del grosso. Sino allora non esistevano in circolazione se non i denari, assai deteriorati dall'originario valore, differenti di peso e di bontà, incomodi a maneggiarsi; la varietà e l'incertezza del valore, aggravate da molte falsificazioni, recavano non poco danno al commercio, per cui la istituzione di una moneta più pesante, di ottimo argento, mantenuta sempre fedelmente dalla zecca nel peso e nel titolo stabiliti, fu un vero progresso, nel quale Venezia ebbe il vanto di precedere gli altri stati. Tale progresso fu accolto con immenso favore in Italia ed in Oriente, ed il grosso ebbe dovunque una grandissima diffusione: lo provano le molteplici imitazioni del concetto ed anche del tipo, lo provano le memorie che il grosso ha lasciato e che durano ancora dopo tanti secoli, cosicché in Oriente si sente parlare di grossi ed a Venezia il popolo continua a valersi del nome di questa moneta in molte contrattazioni.
Non sono concordi gli antichi cronisti sull'epoca della prima coniazione del grosso. Andrea Dandolo la fissa all'anno 1194 colle parole:
"Subsequenter Dux argenteam monetam vulgariter dictam grossi Veneziani vel Matapani cum imagine Jesu Christi in Throno ab uno latere, et ab alio cum figura Sancti Marci, et Ducis, valoris vigenti sex parvulorum primo fieri decrevit" (1).
Marino Sanuto antecipa l'epoca della fabbricazione al 1192 (2); invece Martino da Canale, cronista quasi contemporaneo, asserisce che questa moneta fu coniata dai Veneziani solo nell'anno 1202, quando si preparavano all'impresa della conquista di Costantinopoli, colle parole
"Mesire Henric Dandle, li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et fist erraument faire mehailles d'argent por doner as maistres la sodee (soldo, salario) et ce que il deservoient: que les petites que il avoient, (intendi i denari o piccoli) ne lor venoient enci a eise. Et dou tens de Monseignor Henric Dandle en sa, fu comencie en Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apele ducat, qui cort parmi le monde por sa bonte" (3).
Senza discutere quale di queste date sia veramente la giusta, a noi basta sapere che a Venezia, prima della partenza dei crociati, e non a Costantinopoli, o durante il viaggio, come taluno sospettò, fu iniziata la coniazione del grosso, nel che sono concordi questi autorevolissimi cronisti. Anche il tipo e l'aspetto della moneta, attentamente esaminati, confermano quest'opinione. Ogni moneta, per quanto nuova, ha pure alcuni legami intimi ed apparenti con quelle coniate nelle epoche precedenti, per cui, non riuscendo a scoprirli subito nella stessa zecca, è necessario indagare nei paesi vicini od in quelli avvicinati da rapporti commerciali. Ora il grosso non ha alcuna affinità colle monete d'Occidente né per il peso né per l'aspetto, e conviene cercare i suoi legami in quell'Oriente con cui Venezia aveva florido commercio; infatti colà esistevano monete d'argento di maggior peso che in Occidente, colà si conservavano le tradizioni dell'arte e della civiltà antica. Studiando i pezzi che hanno qualche affinità col grosso, si riconosce facilmente ch'esso ha per base e per prototipo l'arte greca, ma passata per il sentimento e per la mano degli antichi veneziani. Sul rovescio vediamo disegnato il Redentore seduto sopra un trono, che tiene il libro appoggiato sul ginocchio e la destra alzata in atto di benedire. Questa sacra immagine si vede in tutte le antiche chiese di origine greca e si trova nel soldo d'oro bizantino dei secoli X, XI e XII, da cui fu copiata con fedeltà religiosa. Sul diritto della moneta sono disegnati due personaggi, che tengono insieme una lunga asta, la quale divide in due parti eguali il disco della moneta. Anche da questo lato il grosso ricorda i nummi bizantini di quei tempi, dove talora sono disegnati due o tre principi della casa imperiale, il Redentore o la Vergine pongono sul capo la corona al sovrano, ovvero l'Arcangelo Michele consegna il labaro all'imperatore, od altre analoghe rappresentazioni allegoriche e religiose. Questo concetto non è però copiato direttamente ed in modo servile dalle monete bizantine, ma adottato con qualche modificazione e diventato veneziano per l'uso fattone durante un lungo corso d'anni. San Marco che rappresenta e, per così dire, personifica l'idea del Comune indipendente di Venezia, consegna al capo dello stato lo stendardo, sul quale è disegnata la Croce, ricordo del tempo in cui tutti si decoravano di questo simbolo sacro; entrambi sono vestiti di lunghi paludamenti di foggia orientale con pietre preziose; la testa però non è coperta dalle bende e dai diademi gemmati dei sovrani orientali, bensì i capelli lunghi sono la sola decorazione del capo e ricordano gli usi franchi e longobardi, presso i quali questo distintivo era quello dei principi e dei grandi personaggi. Questa composizione caratteristica, che fu conservata con lievi modificazioni di forma nella moneta veneziana di tutti i tempi, è tolta di pianta dalle bolle di piombo che i dogi usavano attaccare ai diplomi per antichissima consuetudine. Basta vedere le poche bolle che esistono anteriori all'istituzione del grosso, e cioè quelle di Pietro Polani, di Sebastiano Ziani, di Orio Malipiero e quella dello stesso Enrico Dandolo, per riconoscere che l'intagliatore dei conî copiò le due figure rappresentate sul sigillo facendovi un leggiero cambiamento, che è la soppressione della sedia o cattedra del Santo, raffigurandolo in piedi anziché seduto. Non è un fatto nuovo né isolato nella storia numismatica del medio evo, che le monete traggano il concetto ed il disegno dai sigilli, e lo dimostra il dotto signor C. Piot in una notevole monografia intitolata: "Etude sur les Types" pubblicata nella Revue de la Numismatique Belge (4), con esempî tolti dalle monete della Francia e dei Paesi Bassi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri di altri paesi. Per rimuovere ogni dubbio, basta osservare la bolla in piombo del doge Orio Malipiero, che ho la fortuna di possedere nella mia raccolta, e il disegno esattissimo che si trova alla fine del capitolo dedicato al doge Malipiero servirà meglio delle parole a dimostrare la giustezza del mio assunto.
È degno di essere notato il modo insolito con cui sono disposte le iscrizioni su questo sigillo. Presso al Santo ed al doge sta scritto il nome e la qualifica di ognuno dei due personaggi, ma parte dell'iscrizione è posta a destra, parte a sinistra della stessa figura, ciocché lascia supporre che in tempi più antichi essa dovesse correre tutt'attorno la testa come si vede in alcune immagini di santi bizantini. Nel grosso e nei sigilli posteriori fu ancora modificata la forma delle iscrizioni, ma lungo l'asta dello stendardo restarono le tre lettere "D V X", l'una sotto l'altra, in una posizione che non ha altri esempi e tale che non si saprebbe indovinarne l'origine, se non si conoscessero questa ed altre bolle, che mostrano la genesi e le successive modificazioni di tale scritta.
Come abbiamo visto, la nuova moneta istituita da Enrico Dandolo ebbe i nomi di Ducato e di Matapan, ma il suo nome proprio usato in tutti i tempi ed in tutti i luoghi e che riscontrasi esclusivamente nei documenti, fu quello di Grosso: onde mi par bene conservarlo a preferenza di tutti gli altri, avendo esso attraversato, senza alterazioni, tanti secoli nella bocca del nostro popolo.
Il valore originario del grosso fu di ventisei piccoli o denari, come affermano i cronisti Andrea Dandolo e Marino Sanuto e come ci vien confermato dall'esame del peso e dell'intrinseco della moneta. Possiamo esattamente rilevare il peso del grosso da un documento autentico ed ufficiale, quale è il Capitolare dei Massari della moneta, compilato nel 1278 (5), dove sono raccolte le deliberazioni dei Magistrati che si riferiscono alla zecca. Alla fine del primo capitolo troviamo indicato il numero dei pezzi, che si dovevano tagliare da ogni marco d'argento, colle seguenti parole:
"item faciam fieri istam monetam taliter quod erit a soldis novem et uno denario et tercia, usque ad medium denarium pro marca".
e cioè se ne devono trarre soldi (di grossi) nove e denari 1 e un terzo sino a denari 1 e e mezzo ossia denari (grossi) 109 e un terzo sino a 109 e mezzo, il che dà per ogni grosso un peso, che oscilla fra grani veneti 42 e 14 centesimi e 42 e 8 centesimi e può ridursi alla media di grani veneti 42 e un decimo, peso assai vicino a quello rilevato da Lambros (6) dall'autorevole volume del Pegolotti: La pratica della Mercatura.
Lo stesso prezioso documento ci dà anche il fino del grosso e dell'argento veneziano colle seguenti parole del Capitolo 73:
"Preterea tenor et debeo ligare et bullare vel facere bullare totum argentum quod mihi per mercatores presentabitur ad ligam de sterlino, etc".
Da ciò rileviamo che la lega del grosso era quella dello sterlino, la migliore del medio evo, istituita dai mercanti tedeschi dell'Hansa. Pegolotti nel Capitolo LXXIII (7), intitolato A che leghe di monete, assegna ai viniziani grossi once 11 denari 14, titolo che colla formula usata nella zecca di Venezia, si diceva a peggio 40, ciocché vuol dire che dei 1152 carati componenti una marca, 40 soli erano rame o lega, il resto argento fino. A sistema decimale questo titolo corrisponde a 0,965 e quindi sulla media di grani veneti 42 e un decimo, il fino del grosso rimane grani veneti 40 e 62 centesimi di buon argento, che diviso per 26 dà per ogni denaro o piccolo un peso d'argento puro di grani veneti 1 e 56 centesimi, che è approssimativamente la quantità di metallo che si è ritrovata nelle analisi da me istituite su tali monetine.
Altra moneta coniata per la prima volta da Enrico Dandolo è il Quartarolo o quarto di denaro, pezzo di rame con poco argento, creato per servire alle minute contrattazioni. Così ne parla Andrea Dandolo nella sua cronaca dell'anno 1264 (8), narrando la prima costruzione del ponte di Rialto in legno;
"Civitas quoque Rivoaltina, quae mediatione Canalis hactenus divisa fuerat, nunc ex lignei pontis constructione unita est, et appellatus est Pons ille de Moneta, quia priùsquàm factus esset transeuntes monetam unam vocatam Quartarolus valoris quartæ partis unius denarii Veneti nautis exsolvebant".
Carli (9), che riporta questo passo, incorse, traducendolo, in una di quelle sviste non impossibili anche ad un uomo dotto, e prendendo il denaro per soldo, diede al quartarolo il valore di un quarto di soldo. Meno scusabili sono invece tutti gli altri, i quali, dopo di lui trattando del quartarolo, copiarono religiosamente l'errore, senza accorgersi mai di una differenza tanto rilevante, che dà al quartarolo un valore di tre piccoli, cioè dodici volte maggiore del reale.
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MONETE DI ENRICO DANDOLO.
Grosso (26 denari, o piccoli). Argento, titolo 0,965 (peggio 40).
Peso, grani veneti 42 e un decimo (grammi 2,178).
1. Dritto. San Marco a destra ritto in piedi, cinto il capo di aureola, col libro dei Vangeli nella mano sinistra, consegna colla destra al Doge un vessillo con asta lunghissima, che divide la moneta in due parti pressoché eguali. A sinistra il Doge, vestito di ricco manto ornato di gemme, tiene colla sinistra un rotolo (volumen), che rappresenta la promissione ducale, e colla destra regge il vessillo, la cui banderuola colla croce è volta a sinistra. Entrambe le figure sono di faccia, le teste colla barba sono scoperte; quella del Doge ha i capelli lunghi che si arricciano al basso; a sinistra "croce punto H punto D A N D O L apostrofo", lungo l'asta sotto l'orifiamma "D V X" in senso verticale colle lettere sottoposte l'una a l'altra; a destra "punto S punto M punto V E N E T I".
Rovescio. Gesù Cristo seduto in trono col libro appoggiato sul ginocchio sinistro. Il Redentore ha il capo avvolto da largo nimbo colla croce, a destra e a sinistra della testa "I C sopralineati, spazio, XC sopralineati".
Tavola V, numero 6.
Denaro, o piccolo. Argento, titolo 0,250 circa (10). Peso, grani veneti 7 (grammi 0,362): scodellato.
2. Dritto. Croce patente in un cerchio "croce E N R I C apostrofo punto D V X".
Rovescio. Croce patente in un cerchio "croce, S ruotata, spazio M A R
C V, S ruotata".
Tavola V, numero 7.
3. Varietà nel Dritto. "croce E N R I C punto D V X".
4. Varietà nel Dritto. "croce, H minuscola, N R I C punto D V X".
Tavola V, numero 8.
Mezzo denaro, o bianco. Mistura, titolo 0,050 circa. Peso, grani veneti 10 (grammi 0,517): scodellato.
5. Dritto. Croce patente accantonata da quattro punti triangolari "croce E N R I C O spazio D V X".
Rovescio. Busto in faccia di San Marco "croce punto, S ruotata, M
A R C V, S ruotata, punto V punto N punto".
Museo Correr, Venezia.
Tavola V, numero 9.
Dott. C. Gregorutti, Fiumicino.
Quartarolo (un quarto di denaro). Mistura, titolo 0,003 circa.
Peso, grani veneti 15 (grammi 0,776).
6. Dritto. Nel campo "V punto N punto C punto E punto" poste in croce con un punto nel mezzo, un cerchio divide l'iscrizione "croce punto E punto D, omega scritto in alto, A D V L O spazio D V X".
Rovescio. Croce accantonata da quattro gigli in un cerchio "croce,
S ruotata, punto M A R C V, S ruotata".
Regia Biblioteca di San Marco, Venezia.
Regio Gabinetto numismatico di Sua Maestà, Torino.
Regio Museo Britannico, Londra.
Tavola V, numero 10.
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OPERE CHE TRATTANO DELLE MONETE DI ENRICO DANDOLO.
SANTINELLI S. — Dissertationes, orationes, epistolæ et carmina. Venetiis, 1734. Epistolæ VII, De vetere moneta veneta vulgo mattapana vocata, pagine 269-280; ed in ARGELATI, Parte I, pagine 299-302.
MURATORI L. A. — Opera citata, Dissertazione XXVII, colonne 648, 651- 652, numero II; ed ARGELATI, Parte I, pagina 47, tavola XXXVII, numero II. (la leggenda è invertita).
SCHIAVINI F. — Observationes in venetos nummos, etc., in ARGELATI,
Parte I, pagine 271-273.
ZANETTI GIROLAMO. — Dell'origine e della antichità, etc. Opera citata, pagina 47, numero VI della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagine 12 e 14, numero VI.
ZANETTI GIROLAMO. — De nummis regum Mysiæ seu Rasciæ ad venetos tipos percussis. Venetiis, 1750, numero I della tavola; ed in ARGELATI, Parte III, Appendice, pagina 22, numero I.
CARLI RUBBI G. R. — Delle monete etc. Opera citata, Tomo I, pagine 406-407, tavola VI, numero V.
BELLINI V. — Dell'antica lira ferrarese di marchesini, etc. Ferrara, 1754, pagina 5.
BELLINI V. — De monetis Italiæ medii ævi etc. Dissertatio I. Ferraræ, 1755, pagine 99 e 107, numero II; ed in ARGELATI, pagine 29 e 31, tavola numero II.
BELLINI V. — Delle monete di Ferrara. Ferrara, 1761, pagina 43.
GRADENIGO G. A. — Indice citato, in ZANETTI G. A., TOMO II, pagine 167, 168, numeri XIII, XIV e XV.
TENTORI C. — Saggio sulla storia civile, politica, ecclesiastica, etc. Venezia, 1874, Tomo II, pagine 45-46.
GALLICCIOLLI G. B. — Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche. Venezia, 1795, Tomo II, pagine 33-36.
BECKER W. G. — Opera citata, pagina 50.
(MENIZZI A.). — Opera citata, pagine 81, 85.
APPEL J. — Opera citata, Volume III, pagina 1118, numero 3907.
PFISTER J. G. — Opera citata. — The Numismatic Journal, Volume II, 1837-38, pagine 210-211, tavola a pagina 201.
SAN QUINTINO G. (DI). — Opera citata, pagine 3, 33, 55, tavola II, numero 11.
ZON A. — Opera citata, pagine 17 e 21-23, tavola I, numero 8.
SCHWEITZER. — Opera citata, Volume I, pagina 76 (100) (101) (102) (103) e (104), numeri 1, 2, 3, 4 e 5 della tavola.
ROMANIN S. — Opera citata, Tomo II, pagina 320.
ORLANDINI G. — Opera citata, pagina 2.
Biografia dei Dogi. — Opera citata, Doge XLI.
Numismatica Veneta. — Opera citata, Doge XLI.
PADOVAN e CECCHETTI. — Opera citata, pagina 10.
WACHTER C. (VON). — Opera citata. — Numismatische Zeitschrift, Volume III, 1871, pagine 227-228, 230 e 577, Volume V, 1873, pagina 191.
PADOVAN V. — Opera citata, edizione 1879, pagine 10-11. — Archivio Veneto, Tomo XII, pagina 93, — terza edizione, 1881, pagina 9.
Bolla in piombo di Enrico Dandolo conservata nella Raccolta
Papadopoli.
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NOTE A "ENRICO DANDOLO".
(1) Andrea Danduli Chronicon, in Muratori, Rerum Ital. Script. Tomo XII, pagina 316.
(2) Sanuto M. Vitæ Ducum Venetorum, in Muratori, Rer. Ital. Script. Tomo XXII, pagina 527.
(3) Archivio storico italiano. Volume VIII, pagina 320.
(4) Revue de la Numismatique Belge, Tome IV, Bruxelles, 1848.
(5) Documento IV.
(6) Lambros. Le Monete inedite dei Gran Maestri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme in Rodi. Traduzione dal greco di C. Kunz, Venezia, 1865, pagina 20.
(7) Pegolotti. La pratica della Mercatura. Lisbona e Lucca, 1766, pagina 292.
(8) Andrea Danduli Chronicon, in Muratori, Rerum Ital. Script. Tomo XII, pagina 372.
(9) Carli Rubbi G. R. Delle monete etc. Opera citata, Volume I, pagina 401.
(10) L'esame chimico fatto all'ufficio del Saggio di Venezia, dà il fino di 0,247.
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PIETRO ZIANI.
DOGE DI VENEZIA.
1205-1229.
Morto a Costantinopoli Enrico Dandolo, fu chiamato a succedergli Pietro Ziani, figlio di Sebastiano, prudente e valoroso, che ebbe il compito di consolidare i possessi ottenuti in Oriente, di sedare i torbidi dei nuovi sudditi e le scorrerie dei pirati, aggiungendo nuovi territori allo stato, fra cui la vasta isola di Negroponte. Depose il principato dopo averlo tenuto ventitré anni e morì pochi giorni dopo essersi ritirato a vita privata.