I PRIMI DUE SECOLI DELLA STORIA DI FIRENZE


I PRIMI DUE SECOLI
DELLA
STORIA DI FIRENZE

RICERCHE

DI

PASQUALE VILLARI


Vol. Secondo
ED ULTIMO


IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE

1894


PROPRIETÀ LETTERARIA

Firenze — Tip. G. Carnesecchi e figli, Piazza d'Arno, 1



[INDICE]


Capitolo VII[1] LA FAMIGLIA E LO STATO NEI COMUNI ITALIANI[2]

I

È certo che non si potrà mai scrivere una vera storia nazionale d'Italia, se prima non saranno pubblicati, esaminati, studiati, con dottrina storica e giuridica ad un tempo, gli Statuti e le leggi dei nostri Comuni. Questo fu un desiderio espresso prima dall'illustre Savigny, e dopo di lui da molti Italiani, senza essere stato ancora pienamente soddisfatto. Lo studio degli Statuti e delle leggi ci farebbe conoscere il diritto pubblico dei Comuni, e porrebbe sotto i nostri occhi un quadro chiaro e preciso delle loro politiche istituzioni, che noi ancora intendiamo assai poco. Ma, quello che non è di certo meno importante, ci farebbe conoscere del pari il nostro antico diritto civile, nel quale, secondo la opinione di molti dotti, fra cui citerò Francesco Forti, si trovano le origini del moderno diritto, i germi di molte disposizioni giuridiche, che noi accettammo piú tardi dal Codice francese, come cosa nuova.

Il diritto pubblico e privato hanno fra loro un'attinenza maggiore assai di quel che molti sembrano credere; l'uno ci apre a vicenda la piú chiara e precisa intelligenza dell'altro. La società, lo Stato nascono dalla famiglia, e a lor volta agiscono su di essa e la modificano. Chi vuol trovare adunque la vera chiave delle istituzioni politiche, quando esse spontaneamente si svolgono in un paese, non deve dimenticare la costituzione della famiglia, nella quale sono le prime origini del diritto civile, a cui si collega piú o meno anche il diritto pubblico. Spesso, è vero, noi vediamo un popolo accettar da un altro le leggi civili, senza mutare le proprie istituzioni politiche, o viceversa; spesso anche la forza straniera impone d'un tratto le une o le altre. Ciò ha fatto credere a molti che esse non abbiano fra loro il legame che veramente hanno. Ma questi casi non risguardano quello svolgimento naturale e spontaneo del diritto, del quale ora parliamo. In esso la politica e la giurisprudenza, lo Stato e la famiglia sono strettamente connessi.

Piú volte noi vediamo nella storia fiorentina scoppiare ad un tratto rivoluzioni politiche, che sembrano inaspettate; studiandole però da vicino, ci accorgiamo che esse accusano profondi mutamenti sociali, già di lunga mano apparecchiati, i quali, invisibili dapprima, sono poi divenuti cosí generali, da apparire come improvvisi agli occhi di tutti, ed esser causa di riforme politiche. Cosí è che il diritto privato, il quale accompagna sempre i movimenti sociali, e muta con essi, ci fa non di rado scoprire le origini, spiegare l'indole propria e la necessità inesorabile delle rivoluzioni, prima ancora che avvengano. L'averne generalmente trascurato lo studio nella storia d'Italia, è stato perciò un gran danno. Niuno crederebbe oggi di poter fare la storia politica di Roma, senza punto occuparsi della sua giurisprudenza. Eppure abbiamo mille volte scritto e riscritto la storia delle nostre repubbliche, senza occuparci della loro legislazione civile e penale.

Un tale lavoro presenta, in vero, grandissime difficoltà, perché la nostra storia è soggetta, nel Medio Evo, ad una serie di vicende sempre rapide, sempre diverse. Le repubbliche sono per numero infinite; ogni provincia italiana, ogni brano di terra si divide e suddivide in Comuni, ciascuno dei quali ha la sua propria storia, ed una forma politica che di continuo muta. E gli Statuti rendono fedele immagine di questa perenne mutazione. Nei loro margini troviamo le varianti e correzioni d'anno in anno registrate, spesso formulate dopo che furon prima insanguinate le strade della città. Quando le postille o correzioni sono arrivate ad un certo numero, si fa una nuova compilazione dello Statuto, e anche di queste se ne trova un gran numero. Gli ufficiali statutarî hanno incarico di apparecchiare, di tempo in tempo, le nuove e continue modificazioni, che vengono poi approvate nei Consigli del popolo. Cosí ci segue qualche volta, che apriamo lo Statuto compilato in un dato anno, e vi troviamo minutissimamente descritte le attribuzioni d'uno dei primi magistrati della Repubblica; guardiamo alle postille, e queste attribuzioni sono già mutate; pigliamo la nuova compilazione dello Statuto, ed il magistrato stesso piú non esiste. Come fare allora, per dare una giusta idea della forma politica d'un tal municipio? Non v'è altro modo che raccogliere da tutti i suoi Statuti, la storia della costituzione nelle sue forme successive. Bisogna, in una parola, riconoscere che non siamo in presenza d'una istituzione cristallizzata, immobile, immutabile; ma che sotto i nostri occhi è invece un organismo vivente, il quale si svolge secondo una legge determinata. Questa legge sola è costante; è dessa che dobbiamo cercare, perché essa sola ci può svelare il mistero, e darci idee precise.

Se ci rivolgiamo poi dal pubblico al privato diritto, le difficoltà crescono invece di scemare. Quando noi leggiamo questa parte, che non è certo la meno importante dello Statuto, ci accorgiamo che in essa sono unite molte legislazioni diverse, spesso anche contradittorie, le quali s'intrecciano e si combattono. La mèta e la dote, il mundio e la tutela, il testamento ed il patto successorio, il guidrigildo, il morgengab; diritto longobardo, romano, feudale, canonico, sono in presenza, coesistono in proporzioni sempre diverse. E queste varie legislazioni agiscono l'una sull'altra, alterandosi a vicenda: nel diritto romano filtrano continuamente disposizioni, che dobbiamo attribuire al diritto longobardo, il quale poi è profondamente alterato, mutilato, castrato, come dice il Gans, dal romano. Quale è dunque il concetto che domina in siffatto impasto di leggi diverse? V'è egli un principio nuovo, originale, che assimila gli elementi eterogenei e costituisce un nuovo diritto? Quale è desso? Ecco il difficile problema, che il Savigny c'incoraggiava a risolvere, e che noi ancora non abbiamo risoluto. Se però il problema non è risoluto, la sua importanza è oggi ammessa da tutti; molti lavori, molte pubblicazioni, alcune delle quali importantissime, si sono fatte. Qualche osservazione si può finalmente esporre.

La costituzione della famiglia e le sue relazioni con lo Stato, sono come il centro principale intorno a cui si debbono aggirare le nuove ricerche, e formano anche il soggetto di questo breve e sommario lavoro. La soluzione d'un tale problema richiede, innanzi tutto, un esame accurato delle varie forme che assunse la famiglia nelle diverse legislazioni che si successero in Italia, per venir poi a vedere come dalla riunione di queste varie forme ne risultò un'altra non poco diversa. La prima questione che si presenta, risguarda perciò le condizioni in cui erano il diritto e la famiglia romana, quando vennero fra noi i barbari. Trattandosi di Comuni italiani, è ben naturale che la giurisprudenza di Roma sia quella che mise piú tenaci e profonde radici nella società, e che la storia delle nostre leggi trovi in essa la sua prima origine. Noi siamo quindi costretti a fare una digressione, che parrà in sul principio oziosa, ma ci aiuterà poi a meglio comprendere la società nuova, che si anderà formando. Oltre di che lo studio del diritto romano fu soggetto di tante e cosí dotte ricerche, che possiamo venire a conclusioni certe, le quali, ponendo in evidenza lo stretto legame della famiglia romana con la società politica che ne derivava, ci aiuteranno a trovare la via da seguire, per ritrovare questo medesimo legame nella storia italiana.

II

Chi dice diritto romano, dice due parole solamente; ma chi studia le Pandette s'accorge che esse sono la sintesi d'un lungo lavoro precedente, un'ultima forma di giurisprudenza, che non si può ben capire, senza l'analisi di tutti gli elementi storici che la prepararono e la costituirono. E allora subito la storia del diritto romano si trasforma come in una storia di molte legislazioni diverse, le quali si succedono di tempo in tempo. Dalle XII Tavole fino a Giustiniano, questo diritto non s'arresta un'ora sola nel suo continuo svolgimento. Anche nel Medio Evo, quando glossatori e commentatori lo studiavano con religiosa devozione, nelle raccolte compilate a Costantinopoli, e non volevano far altro che riprodurlo fedelmente e diffonderlo; anche allora esso si trova nelle loro mani alterato, senza che se ne avvedano, trascinati come sono dai tempi mutati e dai nuovi bisogni sociali. Solo nel secolo XV si può dire che questo storico svolgimento cessi del tutto fra noi, e che il diritto romano divenga piú che altro un soggetto di erudite ricerche. Apparisce allora manifesta la storia e la vita propria d'un nuovo diritto moderno, il quale ha già una sua forma indipendente, sebbene anch'esso, in parte non piccola, derivi dal romano, che perciò continua ad avere un grandissimo valore e si studia anche oggi da noi con ardore, ma con uno scopo assai diverso da quello che si aveva nel Medio Evo. Si tratta ora di conoscere un monumento immortale dell'antica sapienza, di formare con esso la nostra educazione giuridica, di meglio intendere i nostri codici, di contemplarlo nelle sue successive manifestazioni, ricercando la legge che le regola. Questa legge infatti, appena che fu trovata, gettò una luce nuova sulla storia di tutto il diritto romano; perché si vide che essa lo dominò sempre, senza interruzione, in maniera da fargli prendere un carattere cosí costante e continuo nelle sue varie trasformazioni, che quella apparente successione di legislazioni diverse si mutò di nuovo ai nostri occhi, sí che ci sembra ora di assistere come all'evoluzione d'una stessa idea, allo svolgimento progressivo d'un'opera della natura.

Tutto questo cammino, questa evoluzione fu il risultato di due forze, di due elementi diversi. A Roma v'era stato in origine un diritto, il vero e proprio diritto dei Quiriti, del quale troviamo gli avanzi nelle XII Tavole, severo, ristretto, pieno di formole, la cui osservanza, tenuta come sacra, era affidata ad un piccolo numero di cittadini, di cui la scienza era occulta e l'autorità era sanzionata dalla religione. Il piú piccolo errore nella forma annullava il piú giusto diritto, e quando la legge non determinava la formola da osservare, mancava ogni efficace azione giuridica. Il dolo, l'inganno non potevano sciogliere un contratto, se la formola che doveva legare era stata una volta pronunziata: Ut lingua nuncupassit ita ius esto. Schiavo delle forme, il giudice non poteva ascoltare la voce della morale e della buona fede; il piú giusto lamento lo trovava indifferente, se non era appoggiato ad un testo di legge. Il difensore non osava muovere un passo, se non era continuamente guidato dal legislatore, perché ogni forma giuridica era inviolabile e sacra, e la scienza del diritto, fatta monopolio del Collegio dei Pontefici, il corpo piú aristocratico e conservatore che fosse in Roma, divenne una specie di scienza occulta. Eppure questo carattere, in apparenza cosí ristretto e pedantesco, fu quello appunto che dette la sua gran forza alla legge in Roma. Liberato per la prima volta il diritto da ogni elemento estraneo, proprio della morale o della buona fede, esso divenne fermo ed inesorabile. Chi aveva in suo favore la legge, era sicuro di vederla prontamente eseguita: nella storia non s'incontra mai una sanzione e riparazione legale cosí pronta e sicura come quella che aveva luogo a Roma. Ad Atene, infatti, dove le leggi erano piú filosofiche, e la coscienza popolare giudicava, ricercando le intenzioni, disprezzando le formule, mirando alla sostanza, l'arbitrio facilmente signoreggiava, e il diritto non ebbe mai la fibra ferrea e tenace della romana giurisprudenza.

Se non che, col mutare dei tempi, ogni cosa mutava in Roma. Questa giurisprudenza, rispettata come sacra, che il Vico chiamò tutta di formole, tutta di umani parlari, era propria d'un popolo rozzo e primitivo. Ai tempi di Cicerone le idee erano già tanto mutate, che egli, nella sua orazione pro Murena, fece la piú amara satira d'una scienza divenuta ai suoi occhi ridicola: res enim sunt parvae, prope in singulis literis atque interpunctionibus occupatae. Egli la riteneva perciò un'impostura dei sacerdoti, i quali ne volevano soli far monopolio. Aveva ragione o torto? Il Vico, esaminando una tal questione, dimostrò come Cicerone si fosse ingannato. Questi ed i suoi contemporanei, egli disse, vivevano in tempi troppo culti, per comprendere la primitiva e rozza giurisprudenza; essi non ne intendevano piú il vero significato, e giudicavano le leggi antiche colle idee e i principi d'una età nuova. Un tale concetto, messo in luce la prima volta nella Scienza Nuova, fu poi da molti altri accolto, e venne sempre piú confermato che il primitivo diritto di Roma non fu un artificio di pochi dotti, ma un prodotto spontaneo e necessario del popolo in mezzo a cui nacque.

Dapprima il costume, chiaramente distinto dal diritto già formulato e scritto, ne temperò la troppo dura rigidezza. La buona fede e l'equità, non curate, respinte dalle leggi, trovarono la loro sanzione nei costumi; ebbero i loro tribunali propri, e furono sempre rispettate, perché il magistrato, a cui ne era affidata la tutela, pronunziava una sentenza, non legale, ma morale, che aveva però la sua grande efficacia, come genuina espressione della pubblica opinione. La sua condanna non costringeva, è vero, colla forza, ma portava l'infamia, ed egli poteva da ultimo menar l'accusato dinanzi al popolo, giudice e legislatore supremo. Piú tardi però i costumi si corruppero, e non bastarono piú a tutelare la pubblica fede e la morale, che furono costrette a cercare un asilo ed una sanzione nel diritto, cominciando cosí, a poco a poco, ad alterarne il primitivo carattere. La sostanza prevalse allora sulla forma, l'equità sull'antico testo di legge, la intenzione dei contraenti sulle parole pronunziate per errore: il diritto divenne piú morale, a misura che i costumi furono piú corrotti. Questa trasformazione, cominciata assai lentamente, fu poi accelerata dalle nuove condizioni della Repubblica, nella quale avvenne qualche cosa che si può paragonare a ciò che seguí nella storia della scienza, verso il principio del secolo XVII. I vari Stati d'Europa, colle loro diverse leggi, avendo stretto nuove relazioni, si videro allora nella necessità di ritrovare alcune norme di diritto comune, e cosí sorse con Ugo Grozio, quella che si chiamò la scuola del Diritto Naturale. Non nella scienza, ma nella pratica del diritto, seguí lo stesso a Roma. A misura che il dominio della Repubblica si stendeva nell'Italia, aumentavano le sue relazioni coi popoli vicini, nelle cui leggi prevalevano i principi piú filosofici e meno severi della giurisprudenza greca. Non era possibile imporre a tutti, senza alterarlo, il rigido diritto dei Patrizi romani. Si formò quindi e crebbe rapidamente un nuovo diritto, comune, naturale, piú largo, che si chiamò delle genti, a differenza dell'altro, che fu detto civile. Ius gentium est quod naturalis ratio inter omnes homines constituit. Esso non veniva però dedotto da principi filosofici sull'umana natura, come nel secolo XVII il diritto naturale propriamente detto; nasceva invece, per necessità pratica, dalle nuove relazioni dei Romani coi popoli italici; era alimentato dai principî della greca giurisprudenza filtrata nell'Italia meridionale; rispondeva ai nuovi bisogni di Roma stessa, e pigliando il posto che prima tenevano i costumi nei giudizî romani, crebbe accanto al diritto dei Patrizi, e continuò lungamente insieme con esso. Cosí vi furono a Roma due diritti. E quindi si ebbero da un lato giudici e giudizî che restarono fedeli al vecchio formalismo; dall'altro giudici e giudizî che tennero conto dell'equità, della buona fede, sostituendo quasi l'ufficio del Censore. Il continuo e progressivo avanzarsi del diritto delle genti, l'azione che le due giurisprudenze esercitarono l'una sull'altra, per confondersi finalmente in una sola, nella quale il vecchio formalismo romano andò perdendo la sua rigidezza, e il diritto d'equità, incorporandosi col civile, andò pigliando forme piú regolari e determinate, sono conseguenza della legge che domina la vita e la storia del diritto romano, si può dire anzi che la costituiscano. Esso si è formato e diffuso nel mondo, ereditando dagli antichi Quiriti uno scheletro di ferro, e dal contatto cogli altri popoli, dai germi che cosí poté assimilarsi della cultura greca, ereditando uno spirito piú generale, piú largo, piú umano. In tal modo raggiunse quella sua forma matematica e filosofica ad un tempo, e sembrò che divenisse il diritto universale per eccellenza, quasi il fondamento necessario di tutte le legislazioni. Il Pretore fu colui che promosse questo giuridico connubio; rappresentò lo spirito nuovo e lo spirito vecchio, allargando l'antico diritto con le eccezioni di equità, la quale egli rese piú severa, sottoponendola alla procedura tradizionale. Questo in sostanza è ciò che ebbe luogo nei costumi, nelle lettere, in ogni cosa. La fusione della cultura greca e della romana è la storia del mondo antico.

III

E ciò, come è naturale, si riscontra anche nella storia della famiglia, dalla quale scaturisce in gran parte il diritto civile. Chi infatti guarda la primitiva famiglia romana, vi ritrova subito la base su cui si costituí poi la futura grandezza giuridica e politica di Roma. La famiglia è sacra; il padre è padrone dei beni, della libertà, della vita cosí della moglie, come dei figli. Egli è sacerdote, giudice, arbitro supremo: moglie, figli, nipoti formano con lui una stessa associazione, una sola persona giuridica, da esso rappresentata. La donna può essere venduta, uccisa, rivendicata in giudizio, come una schiava; libera appena dalla tirannia paterna, ricade sotto quella degli agnati, e la sua incapacità giuridica l'accompagna per tutta la vita. Ma i primitivi costumi temperano per modo questa dura legge, che non si trova nell'antichità un altro popolo, il quale abbia uguale ossequio alla santità della famiglia, uguale rispetto alla donna. Il matrimonio è chiamato: consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio. Il divorzio per parte del marito (repudium) non è proibito dalla legge; ma colui che ripudia la moglie, è disonorato dal Censore, scomunicato dal sacerdote, ed in cinque secoli di rado se ne trova qualche esempio. In Grecia si trovano ancora tracce della poligamia orientale, ma in Italia la monogamia è antica quanto Roma. I figli naturali non formano mai parte della famiglia, sebbene si possano legittimare. L'adozione è un atto solenne, la cui moralità è affidata alla sorveglianza del Pontefice, custode della santità della famiglia, ed è sottoposta alla sanzione del popolo. La donna non si vede in piazza, fra le riunioni popolari; ma nella casa è domina, e cosí la chiama il marito. L'atrium è il centro e santuario della casa. Ivi si radunano parenti, amici e stranieri; ivi è il focolare domestico, con l'altare degli Dei Lari, e gli oggetti piú sacri della famiglia; il letto nuziale; le immagini degli avi, calcate in cera sul volto degli estinti; la rócca; il fuso della matrona; il forziere in cui sono i registri e i denari della casa. E tutto ciò è affidato alla custodia e direzione della madre di famiglia, che sacrifica col marito, e con lui amministra il patrimonio comune: essa veglia ai lavori domestici, all'educazione dei figli. Negli annali e nelle leggende di Roma, il nome di una qualche eroina, come Virginia o Lucrezia, è sempre congiunto alle glorie maggiori della Città Eterna: non cosí in Grecia. Quando i Romani fondarono e santificarono la famiglia, essi posero la prima pietra del Campidoglio.

Ma per mantenere sempre stretto e compatto questo nucleo primitivo della società romana, la legge deve vegliar sempre con gelosa accortezza, e moltiplicare le sue prescrizioni. Bisogna tenere unita la proprietà di famiglia quanto piú lungamente e piú rigorosamente si può. Il padre ne è il padrone e l'arbitro; ma alla sua morte, il patrimonio si divide in parti uguali tra i figli e le figlie. L'unità della famiglia allora deve essere protetta, difesa dalla legge, perché il pericolo maggiore le viene dalla donna, che, andando a marito, porta fuori di casa la proprietà domestica. Essa viene quindi dalla legge sottoposta ad una continua tutela, che le impedisce di disporre ad arbitrio de' suoi beni. Morto il padre, la donna cade sotto la tutela degli agnati. I giureconsulti del tempo di Cicerone, quando s'era, come notò il Vico, perduto il vero significato del primitivo diritto romano, credevano che questa tutela fosse su di lei stabilita a cagione della sua fragilità, propter sexus infirmitatem. Ma Gaio notò l'errore d'una tale opinione, che egli chiama volgare e speciosa, dichiarando che la tutela era stabilita invece nell'interesse degli agnati; affinché la donna, di cui erano eredi presuntivi, non potesse alienare, diminuire l'eredità, o in qualunque modo defraudarli.[3]

Fino a che la donna restava sotto la tutela paterna, essa non aveva ereditato ancora, e la legge le permetteva perciò di assumere obblighi giuridici; ma alla morte del padre, ereditava, e cominciava quindi per la famiglia il pericolo; laonde allora appunto essa cadeva sotto la tutela degli agnati, suoi eredi, e non poteva piú obbligarsi senza il loro consenso. La tutela era dunque per gli agnati non solo un dovere, ma anche un diritto ed una proprietà. Se l'agnato era minore, incapace o alienato di mente, non perdeva il suo diritto, salvo a farlo esercitare da un terzo. Il tutore costituiva la dote, che era della donna; ma il resto del patrimonio di lei doveva restare intatto, per tornare poi agli agnati della famiglia. Essa non poteva testare, perché non doveva aver diritto di defraudare la famiglia. Venendo però sotto la manus del marito, la donna subiva una capitis deminutio, entrava quasi loco filiae in un'altra famiglia, e allora suoi eredi legittimi essendo i nuovi parenti, la legge le consentiva di testare, perché cosí poteva, non ostante la nuova parentela, far tornare il patrimonio alla sua originaria famiglia.

Quando la donna era nella manus del marito, usciva dalla patria potestà e dalla tutela degli agnati. Pure la gelosia della sua propria famiglia era tale, che si cominciò ben presto a fare un matrimonio per semplice consenso, secondo il quale la donna veniva personalmente sotto l'autorità del marito, senza che questi avesse su di lei la manus, il che gli veniva a togliere la potestà sui beni di lei. In tal modo essa restava ad un tempo sotto la potestà del padre o degli agnati, e sotto quella del marito, dal che nascevano collisioni inevitabili, le quali accelerarono quella che doveva essere, col tempo, la piú profonda alterazione della famiglia romana: la piena indipendenza della donna. Ma prima d'arrivare a ciò, i conflitti trovarono, per lungo tempo, un freno ed un efficace rimedio in un potere mediatore, in una istituzione di somma importanza: il tribunale domestico. Regolato dai costumi e non dalla legge, questo consiglio di famiglia si componeva degli agnati, cognati, propinqui, e qualche volta vi pigliavano parte anche gli amici. Esso presiedeva agli sponsali, al primo vestir della toga virile; proteggeva gli orfani; assisteva il capo della famiglia nei giudizî e nelle condanne, temperandone l'autorità. Secondo la legge, il padre poteva agire anche senza il Consiglio; ma si esponeva alla infamia ed alla pubblica disapprovazione del Censore, che, occorrendo, l'accusava dinanzi al popolo. La donna nubile era sottoposta e protetta da questo Consiglio. Maritata con la manus, usciva dalla sua famiglia, per far parte d'un'altra; maritata senza la manus, continuava invece ad essere sottoposta al Consiglio, in cui veniva ad aggiungersi il marito.

IV

Al tempo di Cesare la famiglia romana non è piú quella di prima. Tutto è mutato: leggi, costumi, idee ed ogni cosa s'avvia a sempre piú radicale trasformazione. Il diritto delle genti ed il diritto civile piú rigoroso sembrano divenuti una cosa sola. Il fide-commisso acquista quasi la forza del legato, e forma come parte del diritto civile; il contratto verbale, l'antica stipulatio, tanto schiava delle formole, diviene cosí pieghevole da somigliare ad un contratto di diritto delle genti. Ma piú di tutto è mutata la famiglia. Il focolare domestico non è piú il tempio della casa. L'atrium è trasformato in una corte aperta, rallegrata da fiori e limpide fontane, ornata di busti dorati e di statue, spesso oscene; in essa non si sacrifica piú agli Dei, nel silenzio e nella castità dei domestici e sacri affetti; l'arricchito e corrotto patrizio vi riceve i numerosi amici e clienti. L'antica famiglia, una volta quasi Stato nello Stato, è ora disciolta e come assorbita dal potere politico: gli agnati si separano; il tribunale domestico non ha piú forza, o è scomparso; l'autorità paterna, divenuta meno dispotica, pesa di piú, perché i mutati costumi non la sopportano. Se il padre disereda il figlio, il giudice cancella il testamento; se rifiuta il suo consenso al matrimonio di lui, lo Stato l'obbliga a darlo; se lo punisce con la morte, l'Imperatore lo esilia; egli non può neppure maltrattare gli schiavi senza essere punito dalla legge, che è divenuta morale in mezzo alla cresciuta corruzione dei costumi. La donna, a poco a poco, sfugge alla tutela ed alla manus; acquista finalmente la sua indipendenza. Ma essa, sempre piú libera dalla famiglia e dai suoi, si trova sempre piú sottomessa allo Stato, e nella nuova indipendenza, ritrova incapacità nuove, le quali non derivano piú dal suo essere moglie o figlia, ma dal suo essere donna, e non sono stabilite nell'interesse della famiglia, ma create a tutela della fragilità di lei. Ecco perché i nuovi giureconsulti s'ingannarono, nell'interpretare il significato dell'antica tutela sulla donna. La dote le è sempre piú garantita, e diviene finalmente quasi una proprietà inseparabile da lei: non può alienarla, né diminuirla; ne resta padrona se vedova, se divorziata, se torna nella casa paterna. Il marito che scopre la moglie in adulterio, non può piú giudicarla e punirla col consenso del tribunale domestico, nascondendo o soffocando la vergogna fra le pareti domestiche. Egli deve essere vendicato dallo Stato, e deve ricorrere al giudice anche per le pene minori. Il divorzio è divenuto un atto pubblico, assai frequente. La donna, insomma, non è piú sotto la mano del marito, né sotto la patria podestà, né sotto la tutela degli agnati, ma è protetta dallo Stato. Quando la legge richiede ancora un tutore o procuratore, essa può scegliere un estraneo, che diviene il suo servo, piuttosto che il suo padrone, fino a che anche quest'ultima ombra di soggezione scomparisce. Padrona di sé, ella possiede, si arricchisce, fa testamento, si corrompe; ma la sua dote, garantita e mantenuta intatta dalla legge, l'accompagna per tutta la vita.

Nondimeno la donna ancora non ha diritti uguali ai maschi, nella successione. Alla morte del padre, è vero, le viene ab intestato una parte della eredità, uguale a quella dei fratelli; ma in tutti gli altri casi, le agnate piú prossime vengono dopo gli agnati piú lontani. La donna non può ora fare per altri alcun atto in giudizio, il che prima non le era vietato; non può testimoniare; non può impegnarsi pei debiti altrui. Il Senato-consulto Velleiano stabilisce, con norme determinate, e in parte rispettate fino ai nostri giorni, che la donna non può intercedere o sia obbligarsi per altri. Può alienare in favore altrui, può prendere obbligo diretto, contrarre un debito e trasmettere il danaro ad altri; ma non può obbligarsi per un altro, né garantirlo. La sua fragilità, secondo la mente del legislatore, la lascia accorta abbastanza, per non farle con leggerezza assumere obblighi diretti, né alienare i suoi beni; ma la espone ad assumere facilmente obblighi lontani, indiretti, sebbene spesso non meno gravi.

Né con ciò le continue alterazioni della famiglia romana sono ancora finite. Alle mille cagioni di mutamento se ne aggiunge una nuova col Cristianesimo, che penetra nell'Impero, nella letteratura, nel diritto, ed altera ogni cosa. Per esso l'uomo e la donna sono uguali; il padre e la madre hanno diritti e doveri uguali verso i figli; tutto deve essere ordinato nell'interesse di questi, quando invece nell'antica legge, i diritti dei figli erano sottoposti all'interesse della famiglia. E cosí un nuovo elemento entra nel diritto romano, alterandone il carattere, già assai mutato dalla filosofia greca e dal dispotismo bizantino. Il diritto canonico accetta i principi del romano, riconosce l'assoluto regime dotale, e respinge l'unione dei beni. La donna rimane esclusa da tutti gli uffici, che gli antichi chiamavano virili; non può obbligarsi per altri, esercitare arbitrato, intentare un'accusa, né deporre in giudizio; la sua testimonianza non è valida. Ma dall'altro lato il diritto romano arriva inesorabilmente alla uguaglianza democratica, all'equità naturale, ed all'assoluta prevalenza dello Stato. Il potere pubblico toglie ogni avanzo d'autorità al potere domestico; la famiglia, direi quasi, politica scomparisce, per riordinarsi sul principio della reciproca affezione. L'ultimo suggello a queste alterazioni, è posto dalla celebre legge di successione (Nov. 118 e 127) fatta da Giustiniano, negli anni 543 e 547, la quale, respingendo ogni privilegio d'agnazione e di sesso, misura i diritti secondo il grado di parentela, e vuole che sieno reciproci. Inoltre aumenta la legittima, e alla dote corrisponde una donatio propter nuptias, fatta dal marito, l'una e l'altra inalienabili a vantaggio dei figli. Il marito non può toccar la dote, neppure col consenso della moglie; esso ne è un semplice amministratore, e la reciprocità deve essere perfetta. La moglie non solo è proprietaria della dote, ma ha ipoteca generale, privilegio d'azione e rivendicazione sui beni del marito. La madre ha col padre uguali diritti alla successione dei figli, dei quali è divenuta tutrice legale. Anche il Senato-consulto Velleiano, che impediva alla donna d'intercedere, viene modificato col medesimo intento. Giustiniano è molto piú severo contro la intercessione di lei a profitto del marito, per salvare cosí da ogni pericolo i beni della donna; ma è invece assai piú indulgente per la intercessione a favore dei terzi, la quale è valida, se dopo due anni viene rinnovata, se è fatta per una cagione manifestamente giusta. Questa è anzi la forma in cui troviamo quel Senato-consulto rispettato in tutto il Medio Evo. Cosí la reciproca uguaglianza s'è raggiunta; ma l'antica unità della famiglia s'è disciolta; il nucleo compatto, ferreo della società romana, è ridotto in frantumi sotto l'azione continua, crescente dello Stato. In tutte le sue istituzioni Roma poté giungere alla democrazia ed all'uguaglianza, sacrificando però la piena libertà individuale, lo svolgimento delle particolari associazioni e della vita locale all'unità dello Stato. Conciliare questi due elementi, senza distruggere l'uno a vantaggio dell'altro, sarà il problema d'un'era novella e d'una civiltà nuova.

Per quanto si possa esaltare la meravigliosa e indisputabile grandezza dell'opera dei legislatori e dei giureconsulti dell'Impero, raccolta nel Corpus iuris ai tempi di Giustiniano, è certo che l'antico e primitivo carattere del diritto romano s'è in essa profondamente alterato, e che il dispotismo dello Stato, sempre prevalente in Roma, è divenuto enorme. Il Tocqueville ed altri con lui credono anzi, appunto perciò, che la grande diffusione del diritto giustinianeo nei popoli latini, sia stata piú di una volta dannosa alla libertà politica. A molti una tale asserzione può parere assurda; ma, se è vero che tra il diritto privato e pubblico v'è uno stretto legame, se è vero che le ultime alterazioni nel diritto romano furono portate dall'azione del crescente dispotismo dello Stato, l'asserzione dello scrittore francese deve pure avere il suo valore.

V

Comunque sia di ciò, è certo che la famiglia, quale noi la troviamo costituita, anzi indebolita nel diritto giustinianeo, non è tale da potere, nei secoli di barbarie che si avvicinano, resistere all'urto violento delle germaniche popolazioni che si avanzano, e molto meno essere il nucleo ed il germe da cui potrà scaturire la nuova società del Comune italiano. Negli Statuti, infatti, noi la troviamo assai diversamente ordinata. L'agnazione ha ripreso il suo ascendente; la donna è sotto una nuova specie di tutela; e sebbene il regime dotale sia rigorosamente osservato, mille prescrizioni sono destinate a mantenere o a far tornare la proprietà nelle famiglie, per serbare intatta l'unità del patrimonio domestico. Sorge quindi una grave disputa: questa nuova costituzione della famiglia, che si trova in una stretta relazione col diritto pubblico dei Comuni, è dessa un ritorno al diritto anti-giustinianeo, o pure è una conseguenza delle istituzioni germaniche, del diritto longobardo, nel quale infatti noi troviamo del pari preferita l'agnazione, e la famiglia piú saldamente costituita? Gli scrittori italiani, massime gli antichi, seguirono generalmente la prima opinione; la piú parte dei Tedeschi, che trovarono imitatori recenti anche fra di noi, la seconda.[4] E cosí si sono da un lato e dall'altro formulate, sulla costituzione della famiglia italiana nel Medio Evo, teorie analoghe a quelle sulla origine dei Comuni.

La persistenza del diritto romano nel Medio Evo, anche quando la condizione degl'Italiani era piú misera, e tutto pareva sottoposto alla legge longobarda, fu sostenuta con maravigliosa dottrina ed acume nell'opera immortale del Savigny. Ed in vero il diritto pubblico, il diritto penale potevano con qualche facilità totalmente mutarsi, sotto il dominio dei conquistatori; ma il diritto civile, che era filtrato per tanti secoli nei costumi, nel sangue romano, che aveva regolato le molteplici relazioni d'un popolo civile, che soddisfaceva ai suoi mille bisogni, non sembra che potesse svanire del tutto sotto la spada dei barbari, che questi bisogni non conoscevano, che queste relazioni non sempre intendevano. Essi non avevano assai spesso neppur potuto menzionare nelle proprie leggi queste relazioni, le quali sfuggivano all'azione di coloro ai quali rimanevano in gran parte ignote o indifferenti. E quindi una parte di ciò che s'attiene ai matrimonî, alle successioni, ai contratti dovette assai di frequente continuare fra gl'Italiani, secondo le consuetudini antiche. E ciò riesce anche piú facile ad intendersi, quando si pensi che, se il diritto romano era stato il diritto di tutti nei paesi in cui la conquista romana aveva messo profonde radici; le leggi barbariche, invece, secondo l'uso germanico, serbarono sempre un carattere personale, procedevano cioè col popolo in mezzo a cui erano nate, e non si comunicavano facilmente agli altri. Infatti, quando per le successive invasioni, si trovarono in uno stesso paese unite diverse stirpi germaniche, fra di loro indipendenti, o anche le une sottoposte alle altre, ciascuna riteneva l'uso della sua propria legge. Pei Romani, invece, il loro diritto aveva un carattere universale, e però lo comunicavano, l'imponevano a tutti. Esso era quasi il primo germe della grandezza e civiltà di Roma, e il diffonderlo era perciò ritenuto come l'ufficio piú sacro del popolo-re. Quindi è che anche sotto la piú dura oppressione barbarica, il diritto privato degl'Italiani poteva continuare ad essere il diritto romano, in tutti quei casi, e non furon pochi, in cui il germanico non lo abrogò direttamente, non lo sostituí o non lo avvertí.

Ma la presenza di due legislazioni diverse, una imposta dalla forza, l'altra mantenuta dalla consuetudine; le condizioni profondamente mutate per la distruzione del vecchio Stato romano: la formazione di una società nuova dovevano cominciare di necessità una vita, una storia nuova del diritto italiano. Negli Statuti dei nostri Comuni noi troviamo in presenza, e quasi in lotta, il diritto romano e il diritto longobardo, ambedue alterati a vicenda l'uno dall'azione dell'altro. Ma sotto quale delle mille forme che ha subite, il diritto romano si trovava fra noi, quando venne come sopraffatto dal germanico? Era la forma letteraria e filosofica del Corpus iuris di Giustiniano, o pure la forma anti-giustinianea, meno sistematica, ma pur meno alterata dalle idee bizantine, e piú consuetudinaria?

Il Savigny dice chiaramente, che le Pandette furono subito mandate in Italia, e che non appena la potenza dei Goti fu dai Greci fiaccata, Giustiniano non tardò ad emanare la Prammatica Sanzione (554), con cui tutto il Corpus iuris venne legalmente proclamato in Italia. Quindi è, cosí egli prosegue, che le Pandette si trovavano allora in ogni angolo d'Italia, e da quel momento vi furono accolte con favore, il diritto giustinianeo essendo piú consentaneo ai bisogni di questa contrada. E cosí parimente si spiega, secondo lui, perché i primi comentatori o glossatori italiani si volsero tutti e solo allo studio del Corpus iuris. Ma il lettore si può avveder facilmente, che in questo punto il Savigny è andato troppo oltre nelle sue deduzioni. Piú d'una volta, infatti, i documenti l'obbligano ad una interpretazione forzata, per impedire che contraddicano alla sua tesi. Egli trova nei documenti ravennati la mancipazione, ma in termini che a lui sembrano esser solo la nuda e vuota terminologia d'una età trascorsa. Alcuni atti di vendita lo costringono però a dire, che in essi v'è realmente un qualche avanzo dell'antica mancipazione. La stipulatio, la fiducia, le forme antiche del testamento sembrano piú volte avvertirlo, che vi sono nel Medio Evo avanzi visibili d'un diritto antigiustinianeo; ma egli si studia sempre piú di trovare in tutto ciò solo i resti di forme antiquate. Molti nuovi documenti però vennero pubblicati piú tardi, e la questione si ripresentò sempre con la medesima insistenza. Tutto conduce a riconoscere, come di recente osservò uno scrittore tedesco assai dotto in queste materie, che la storia del diritto romano nel Medio Evo va divisa in due periodi ben distinti.[5] Nel primo esso continuò per consuetudine, e sopravvissero perciò molte forme anti-giustinianee; nel secondo, assai posteriore, prevalse invece il diritto giustinianeo, favorito piú tardi dallo studio letterario delle Pandette, per opera dei professori di Bologna, e solo allora le piú antiche forme scomparvero affatto. Questa opinione, che è confortata dai documenti, risponde anche all'indole dei tempi, ai bisogni della società, e viene confermata dai nostri antichi scrittori e dalle nostre tradizioni letterarie.

Invero, lo stesso Savigny esamina e riconosce tutta l'importanza delle varie fonti del diritto anti-giustinianeo, diffuse nel Medio Evo. Il Codice Teodosiano (438) che ebbe allora molta autorità, era appunto compilazione di giurisprudenza antica. L'editto di Teodorico ostrogoto (500) è anch'esso una compilazione di diritto romano anti-giustinianeo, fatta per ordine di quel principe. E se guardiamo in esso alla costituzione della famiglia, massime alla successione, la troviamo quale era prima che gli editti imperiali l'avessero intralciata.[6] Il Breviario di Alarico (Lex romana Visigothorum), e il cosí detto Papiano (Lex Romana Burgundionum), posteriori al 500, sono del pari compilazioni di diritto anti-giustinianeo, e si trovano diffusi in varie provincie dell'Impero. La famosa Lex Romana Utinensis, seu Curiensis, che sembra essere un rimpasto fatto col Breviario d'Alarico nel IX secolo, per uso degl'Italiani, nei paesi già dominati dai Longobardi, presenta i medesimi caratteri. È vero, che tutti questi monumenti del dritto medioevale sono anteriori a Giustiniano, ad eccezione della Lex Romana Utinensis, e che secondo l'ipotesi del Savigny, il Breviario d'Alarico sarebbe stato in uso presso i Franchi, che soli lo avrebbero portato in Italia, dopo la cacciata dei Longobardi. Cosí stando le cose, noi troveremmo l'antico diritto in uso fra di noi solamente prima e dopo dei Longobardi; sotto la loro feroce oppressione, invece, non ne troveremmo nessuna traccia sicura. Ma è assai difficile supporre, che l'antico diritto consuetudinario si spegnesse quando appunto la consuetudine poteva salvarlo, e che la legge romana pigliasse allora la forma piú letteraria giustinianea, per poi tornar di nuovo a forme piú antiche. Una volta che il diritto giustinianeo fosse stato davvero accettato nella sua forma genuina, esso avrebbe dovuto, col progredire della cultura e sotto il dominio assai meno duro dei Franchi, già piú vicini al viver dei Latini, andare guadagnando terreno. Il fatto è che, in tutto il Medio Evo, s'incontrano forme anti-giustinianee, ove piú ove meno alterate, anche nelle stesse leggi longobarde.[7] E quanto al vedere i glossatori ricorrere alle Pandette ed a tutto il Corpus iuris, ciò prova solamente che, col risorgere dei Comuni e delle lettere, essi si rivolsero, come era naturale, alla fonte piú letteraria e piú autorevole del diritto. Da quel tempo, infatti, non se ne ritrova piú altra.[8]

Si pensi poi che, quando i Greci vennero in Italia a combattere i Goti, vi trovarono l'antica consuetudine romana e l'Editto di Teodorico che la sanzionava; che i Goti furono definitivamente disfatti nel 553; che nel 568 al dominio dei Greci successe quello dei Longobardi; che questi ridussero i loro rivali nell'Italia meridionale, donde furono poi cacciati dai Normanni. Colà il corrotto dispotismo bizantino riuscí non meno funesto di quello dei barbari, e forse fu la prima cagione delle molte sventure e del lungo abbandono in cui caddero piú tardi quelle provincie. Ma poteva un cosí breve ed incerto dominio bastare a diffondere in Italia il diritto giustinianeo, in modo da farlo non solo universalmente accettare, ma anche entrare per modo nei costumi da poter continuare a vivere quando non era legalmente piú riconosciuto dai barbari? Una tale ipotesi parrà anche meno sostenibile in tutto ciò che s'attiene alla famiglia ed alla successione, se si pensa che le riforme fatte in questa parte del diritto da Giustiniano, a Costantinopoli, non rispondevano certo alle condizioni in cui si trovava allora l'Italia. Per quanto la filosofia greca si fosse diffusa tra di noi, lo spirito bizantino non era identico a quello di Roma, e molto meno erano identiche ora le condizioni delle due società. A Costantinopoli il dispotismo orientale corrompeva, soffocava la società nel lusso ed in una cultura troppo raffinata; lo Stato, sostituendosi a tutto, dava nuovo carattere alle leggi. In Italia, invece, la società, non meno corrotta, si andava decomponendo, e già cadeva a brani; l'antica unità, l'antica forza dello Stato s'infiacchivano sempre piú, e si cedeva sempre piú dinanzi alle aggressioni barbariche. Da un lato si aveva l'onnipotenza dello Stato, dall'altro invece cominciava a mancare in esso ogni forza. Fra noi adunque le donne, i deboli erano naturalmente spinti a cercare rifugio nelle private associazioni, sopra tutto nel seno della famiglia. E se la forza naturale delle cose doveva spingere da un qualche lato, determinare una qualche nuova tendenza, questa non poteva di certo mirare a sempre piú indebolire la famiglia, per sottometterla alla forza di uno Stato che andava crollando; ma piuttosto mirare a rafforzarla, perché essa era l'unica salvaguardia possibile, in mezzo alle rovine che da ogni lato s'andavano accumulando. È infatti ciò che segue sempre nelle società barbariche, nelle quali lo Stato non avendo forza, la difesa dei deboli e la vendetta delle ingiurie restano affidate ai parenti. E però tanto lo sgominarsi della società latina, quanto l'esempio dei barbari concorrevano a presentare una forte resistenza alla diffusione del diritto giustinianeo, massime quando le vecchie consuetudini romane si trovavano piú consone ai nuovi e crescenti bisogni della società, ed aiutavano a ricostituire con forza maggiore la famiglia, sempre piú necessaria al comune benessere. Era questo il solo modo, che potesse aprire una via a ricominciare da capo il lavoro sociale, avviare piú tardi ad ordini e ad istituzioni nuove.

Né facciamo noi gran caso della Prammatica Sanzione, perché sappiamo che tra la promulgazione d'una legge, specialmente per opera di un governo temporaneo e debole, in una società che precipita nel disordine, e la pratica attuazione di essa, il suo entrar nei costumi, corre un grandissimo divario. Anche sotto la Repubblica romana o sotto l'Impero, bandite che erano le nuove leggi, non perciò le antiche sparivano a un tratto. E nelle stesse società moderne noi possiamo osservare la lunga persistenza delle antiche consuetudini, quando esse rispondono meglio alle condizioni dei tempi. I principî del Codice di Napoleone furono banditi nelle nostre provincie meridionali durante il dominio francese, riconfermati poi nelle legislazioni posteriori, e la eredità doveva perciò esser divisa in parti eguali tra i figli. Tuttavia nelle Calabrie ed in molte altre di quelle provincie, la proprietà continua a rimanere anche ora concentrata nelle famiglie, giacché, per mutuo consenso, uno solo dei maschi prende moglie, gli altri restano celibi. E per le stesse ragioni, alle donne si dà il meno possibile, né tutte si maritano, alcune di esse venendo spinte o forzate a chiudersi in convento. Solo il progresso sociale farà lentamente attuare davvero i principî della civile uguaglianza, sanzionata nei codici.

Tutto adunque ci permette di concludere, che il diritto romano sopravvisse fra di noi alla caduta dell'Impero d'Occidente, ritenendo per consuetudine molte delle forme che aveva prima della compilazione del Corpus iuris. In questo stato esso venne a contatto col diritto germanico, e cominciarono le loro mutue alterazioni, per le quali la famiglia italiana ne uscí costituita in una forma affatto nuova, insieme col Comune. Fu una lenta trasformazione, con la quale le idee e le tradizioni latine andarono sempre guadagnando terreno, e a poco a poco smaltirono o distrussero le leggi e le istituzioni barbariche. Proclamate finalmente le libertà comunali, incominciò una nuova coltura, e con essa anche un nuovo periodo nella storia del diritto romano. L'università di Bologna divenne il centro da cui partí la cognizione e la diffusione delle Pandette, ed il Corpus iuris fu ben presto ritenuto come la sorgente prima e perenne del diritto comune fra di noi. La tradizione che narra delle Pandette d'Amalfi, rapite dai Pisani, che le avrebbero scoperte e fatte conoscere la prima volta in Occidente, pone il fatto circa l'anno 1135, cioè nel secolo appunto in cui sorsero i Comuni, ed in cui Irnerio, secondo un'altra tradizione, per invito della contessa Matilde, fondò la scuola di Bologna.[9] Cosí la storia, la leggenda e la logica vengono a sostegno delle nostre conclusioni.

VI

Nel cominciare del Medio Evo, adunque, la famiglia dava in Italia preferenza agli agnati, e, pel continuo indebolirsi dello Stato, era costretta a cercare in sé stessa forza maggiore. Le irruzioni barbariche portarono una diversa costituzione della famiglia, che non poté gran fatto alterare la nostra, fino a quando i Longobardi non fermarono stabilmente il loro dominio su di noi. Allora cominciò una grande alterazione della società italiana, costretta dalla violenza a prendere forma piú o meno barbarica. Importa quindi studiare la famiglia longobarda, per vedere come e sino a qual punto essa poté alterare la nostra.

La società longobarda, al pari d'ogni altra società barbarica, aveva a suo fondamento la forza; essa era nella guerra strettamente unita sotto un capo, e nella pace si scioglieva in gruppi, per mancanza di forza nel potere centrale, e per eccesso d'indipendenza nei varî suoi capi. Infatti, appena che i regni barbarici cominciarono a costituirsi con qualche stabilità in Occidente, li troviamo subito divisi in Marche, Ducati, in gruppi diversi, piú tardi ancora in feudi. E se guardiamo i barbari nel loro stato primitivo, innanzi che vengano fra di noi, troviamo che sono sparsi per la campagna; manca la città vera e propria, manca il vero concetto dello Stato, che apparisce piuttosto come una confederazione di gruppi secondarî. L'unità sociale barbarica è nei villaggi, o anche nelle tribú, che sono associazioni derivate forse in origine da una stessa famiglia. Lo Stato prende ovunque forme famigliari; la forza sociale germanica apparisce piú visibile nei gruppi minori, e quindi nella famiglia. Non deve perciò maravigliarci il trovarla piú fortemente costituita che fra i Latini, i quali l'avevano, già per molti secoli, alterata, decomposta sotto l'azione crescente del potere politico.

In origine, la famiglia barbarica fu anch'essa, come era stata quella di Roma, un'associazione consacrata dalla religione. Una Dea presiedeva al focolare domestico, luogo sacro; il padre era sacerdote e protettore della famiglia. A Roma, il potere era nelle mani d'un solo, che stringeva il freno con ferrea autorità; in Germania, invece, era in mano di tutti i forti, di tutti i membri atti alle armi. A Roma la famiglia era una monarchia assoluta, ed il piú vecchio era sempre il piú autorevole; in Germania era quasi una repubblica di forti, e l'uomo incapace di portare le armi perdeva la sorgente principale della sua autorità. Il consiglio di famiglia aiutava il padre romano e ne temperava il duro dispotismo; in Germania il consiglio comandava e concentrava in sé stesso una gran parte del potere della famiglia. Il padre romano poteva spezzare a suo arbitrio ogni vincolo, mettere il figlio fuori della famiglia, venderlo, ucciderlo; il figlio germanico, invece, quando era atto alle armi e combatteva insieme col padre, poteva separarsi, volendo, dalla famiglia, per andare a far parte anche d'un'altra tribú. In Germania la forza, la proprietà comune e i vincoli naturali del sangue costituivano la famiglia; in Roma era il concetto stesso della famiglia quello che dominava su tutto, e la rendeva autorevole e sacra. In Roma l'individuo scompariva nello Stato, il figlio nel padre; nei popoli germanici, invece, la libertà individuale era assai maggiore, e se lo Stato ci apparisce come una confederazione, la famiglia sembra un'associazione di membri piú indipendenti, solidali fra di loro. La vendetta, la colpa, la proprietà erano comuni a tutti; se un membro della famiglia era offeso, toccava ai parenti vendicarlo e fargli giustizia riparatrice. Alle vendite, alle donazioni, come alle vendette, dovevano tutti consentire, perché la proprietà era di tutta la famiglia, e doveva restare in essa: di qui la inutilità del testamento, che i barbari non conoscevano. La proprietà era sacra, costituiva la famiglia, conferiva diritti e doveri sociali, restava principalmente nelle mani dei maschi.

In questa famiglia ed in questa società, che aveva a fondamento la forza, la donna, incapace di portare le armi, restava naturalmente, come tutti i deboli, affidata alla difesa dei parenti armati, e quindi sotto la loro perpetua protezione (manus, Munt), sotto il mundio. Questa tutela, costituita in conseguenza della debolezza e fragilità del sesso, non poteva cessare come a Roma, dove era stata, invece, costituita nel solo interesse della famiglia. Ma la donna germanica, sebbene oppressa, sebbene potesse essere venduta, espropriata e fatta schiava, trovavasi sotto un potere che, diviso fra molti, era piú debole e meno dispotico del romano. Nel consiglio di famiglia, da cui essa dipendeva, sedevano infatti il padre, i figli, i parenti del padre, della madre, del marito e della moglie. La donna trovava quindi assai facilmente un protettore. Incapace di fatto, per la sua debolezza, non era poi ugualmente incapace in diritto. Poteva presentarsi ai tribunali, o scegliere chi ve la rappresentasse; possedere; succedere, sebbene in parte minore dei maschi. Essa era religiosamente rispettata dall'uomo che ne seguiva i consigli; ma era un rispetto dovuto al sesso piú debole, mentre che a Roma era invece un rispetto dovuto alla madre, alla sposa, carattere sacro, che fu il fondamento della famiglia, della grandezza romana.

Il diritto longobardo, essenzialmente germanico, ebbe in Italia una lunghissima durata: anche nel secolo XIV si trovano tracce molto visibili della sua esistenza. Ma esso perdette ben presto la nativa e selvaggia sua originalità, piegandosi sotto l'azione piú forte del romano. Basti notare, dice il Gans nella sua Storia del diritto di successione, il fatto che, dopo la redazione storica di questo diritto, ne fu compilata un'altra, che è sistematica, per convincersi come il carattere piú disordinato, ma pure piú naturale, spontaneo e vigoroso del diritto germanico, dovette restare alterato, quasi cristallizzato in una forma, che è piú propria del romano. Pure questa forma appunto contribuí non poco alla sua diffusione fra di noi.

VII

Come in tutti i popoli germanici, cosí anche presso i Longobardi, la donna non era mai libera dal mundio, mai selb-mundia. Colui che la voleva sposare, doveva prima di tutto pagare il prezzo del mundio, che il matrimonio gli faceva acquistare sopra di essa; doveva inoltre prometterle la meta, o sia una specie di dote, come osserva anche Tacito, là dove dice che presso i Tedeschi, non la donna al marito, ma questi portava la dote alla moglie. Alla meta, chiamata poi anche dotalitium, dos, sponsalicium, ecc., si aggiungeva il faderfium, che il padre soleva donare, a suo beneplacito, alla figlia. Il giorno dopo le nozze, il marito faceva alla moglie un dono del mattino, morgengab, e questo, secondo una interpetrazione, che è però assai discutibile, in premio della verginità di lei. L'ammontare della meta e del morgengabio fu, sotto l'azione crescente del diritto romano, limitato. Anche il faderfio, che si trasformò piú tardi in dote, venne nell'età dei Comuni limitato.

La meta, il faderfio, il morgengabio erano proprietà della moglie, che poteva richiederli alla morte del marito. Ma, per un carattere proprio del diritto germanico, interamente serbato anche presso i Longobardi, non si ammetteva punto il regime dotale romano, col quale si costituisce una proprietà separata e indipendente della donna: ciò che è suo le viene invece dal marito. Il diritto germanico preferiva generalmente la comunione dei beni. La donna fra di noi, cosí dice il Gans, non ha bisogno, come presso i Romani, d'una proprietà, per affermare la sua giuridica personalità, e provare che è uguale al marito. Essa possiede ciò che il marito possiede, e la sua uguaglianza è costituita dall'amore, nel quale ogni differenza scomparisce. Il marito rappresentava in giudizio la moglie, che era sotto la protezione della sua spada, ed egli poteva anche ucciderla, quando l'avesse trovata in adulterio. Tutta la proprietà mobile e immobile di lei, non esclusi i doni nuziali fatti da qualche amico, erano proprietà del marito, il quale doveva solamente prevedere il caso in cui, per morte, cessasse il matrimonio, e di qui la necessità della meta e del donativo. Morendo la moglie senza figli, tutto ricadeva al marito; morendo il marito, la moglie aveva diritto di far prelevare la meta, e il donativo. In tutto il resto, essa era sottoposta alla libera generosità del marito, il quale poté piú tardi lasciarle metà dell'usufrutto delle proprie sostanze, e piú tardi ancora l'intero usufrutto.

Se il matrimonio dei Longobardi è tanto diverso dal romano, neppure il mundio può, come abbiam visto, andare confuso con la tutela, a cui era, presso i Romani, sottoposta la donna. Avendo esso la sua origine nella incapacità a portare le armi, era temporaneo sull'uomo, e cessava colla sua incapacità; in sul principio cessava a 12 anni, piú tardi cessò a 18. Sulla donna, invece, era perpetuo, perché essa era sempre incapace alle armi. Prima sotto il mundio del padre, passava poi col matrimonio sotto quello del marito, e colla morte del padre, se non aveva marito, cadeva sotto quello del figlio o degli agnati, i quali erano anche suoi eredi. In ultimo veniva protetta dalla Curtis Regia. Il carattere del mundio era però sempre lo stesso, cioè una protezione del debole. Infatti la donna, sotto il mundio del padre, del marito, del figlio, degli agnati o della Curtis Regia, era sotto una protezione che aveva sempre la medesima natura. Non potrebbe dirsi lo stesso della tutela romana, che aveva la sua origine nel concetto della famiglia. La tutela del padre romano sui figli durava tutta la sua vita, ma egli poteva disfarsene; il mundio che esercitava il padre longobardo durava finché durava la incapacità dei figli alle armi, e come logica conseguenza cessava con essa. Sebbene non possa dirsi che la emancipazione sia rimasta ignota ai Longobardi, essa può, secondo l'indole del loro diritto, ritenersi come un fatto eccezionale. Se la donna romana era sottoposta alla patria potestà, o alla manus del marito, o alla tutela degli agnati, queste erano tre protezioni assai diverse, appunto pel diverso carattere domestico di colui che le esercitava, e nulla avevano da fare col mundio. Il padre longobardo poteva vendere i figli, li rappresentava in giudizio, e ciò che essi acquistavano, era suo; ma il consiglio di famiglia temperava la sua autorità, nel modo che abbiamo accennato piú sopra, e i fratelli della madre, natural protettrice dei figli, vi pigliavano gran parte.

Né solamente nel matrimonio, ma ancora nella successione, il diritto di famiglia longobardo manifesta il suo proprio ed originale carattere. Prima di tutto bisogna però notare, che presso i Longobardi si trova il testamento, il che sembra contraddire all'uso dei popoli germanici, i quali non lo conoscevano: ma esso deriva dall'azione del diritto romano sul longobardo. Tuttavia la irrevocabilità della donazione e del testamento longobardo ci presenta il carattere o piuttosto un residuo del carattere germanico; giacché il concetto del testamento romano sta appunto nella sua revocabilità, ed i Longobardi non conobbero la testamenti factio romana.[10]

I piú prossimi eredi erano i figli legittimi, con i quali succedevano anche i naturali. Sebbene questi non facessero propriamente parte della famiglia, erano pure ammessi a succedere coi legittimi, ma in proporzioni minori, e potevano essere pareggiati mediante la legittimazione. Piú tardi questo carattere essenzialmente germanico della successione, si perdette per opera del diritto romano e del diritto canonico, i quali escludono i figli naturali. In origine, secondo la legge longobarda, un figlio legittimo pigliava due terzi dell'eredità, lasciando solamente il resto ai naturali. Se i figli legittimi erano due, i naturali prendevano la quinta parte; la settima se i legittimi erano tre. Ai figli naturali non si poteva lasciare piú di quello che era prescritto, né si poteva diseredare un figlio senza giuste e provate ragioni, le quali vennero prese in prestito dal diritto romano. Si poteva tuttavia vantaggiare un figlio a preferenza degli altri.

La preferenza dei maschi sulle femmine, ha una grande importanza, ed è un altro dei caratteri propri del diritto longobardo. Quando il testatore, morendo, lasciava un figlio ed una o piú figlie nubili, doveva a queste lasciare la quarta parte dell'eredità; quando v'erano piú figli, le figlie avevano solo la settima parte. Le maritate però non potevano pretendere a nessuna parte dell'eredità, dovendo contentarsi di ciò che avevano avuto nel giorno delle nozze, e piú non dimandare. In mancanza di figli maschi, i piú prossimi eredi erano le figlie, che succedevano come maschi, fossero o no maritate. Un altro carattere proprio del diritto longobardo è quello di essere molto favorevole alle figlie ed alle sorelle del testatore, quando erano nella casa paterna o fraterna (in capillo). Il fratello viene escluso dalla figlia e dalla nipote, ed in questo caso si vede una singolare e strana preferenza data alla donna. Cosí pure troviamo, che le figlie e le sorelle non passate a marito, prendono porzioni uguali, quando trovansi le une e le altre nella casa paterna o fraterna.

Noi abbiamo notato, che gli Statuti dei Comuni italiani danno, al pari del diritto longobardo, una decisa preferenza agli agnati sui cognati, e che ciò dette origine a vive discussioni. Infatti si volle da molti vedere in questa preferenza un carattere assolutamente germanico, dal diritto longobardo passato negli Statuti. Ma noi abbiamo notato del pari che anche il diritto romano, in tutta la sua storia preferí gli agnati, e solo negli ultimi tempi perdé questo carattere, che però, in parte almeno, esso riteneva ancora in Italia, quando vennero i barbari. E ci parrà sempre piú necessario concludere, che questa preferenza data agli agnati non sia negli Statuti venuta dal diritto longobardo, se rifletteremo alle diversità che, anche in tale preferenza, corrono fra le leggi germaniche e le italiane; ed al fatto non meno notevole, che essa andò crescendo sempre piú, nel tempo stesso che andavano negli Statuti aumentando l'azione e la importanza del diritto romano. In verità piú si esamina da vicino, e piú bisogna riconoscere che sono ragioni politiche, tutte proprie dei Comuni e della società italiana del Medio Evo, quelle che condussero ad un tale risultato. Ma anche in ciò l'azione vicendevole dell'uno sull'altro diritto, rimane evidente. Possiamo infatti osservare, che la successione degli agnati, nel diritto longobardo è anch'essa alterata dal romano, il quale l'ha resa indifferente alle cose, che compongono la eredità, mentre che è un carattere proprio e costante del diritto germanico l'essere intimamente connessa, legata a queste.

Per concludere adunque con una osservazione generale, ripetiamo che fra i Longobardi predominano i vincoli del sangue, che nella loro famiglia si trova una maggior libertà individuale, e che l'azione dello Stato su di essa è molto piú debole. A Roma, invece, il concetto della famiglia domina sui vincoli del sangue, e la sua unità è in origine costituita dall'assoluto dispotismo paterno, distrutto poi dal potere politico, che quasi si sostituisce ad esso. Lo Stato allora domina ogni cosa, riduce in frantumi la famiglia, conduce all'assoluta uguaglianza di tutti, senza avere la forza di tenere insieme una società, in cui né la libertà individuale, né l'attività locale, né le libere associazioni si poterono svolgere abbastanza. Ed esse erano pure necessarie a salvare l'immensa mole d'una società composta di popoli diversi, che non aveva perciò nessun carattere o unità nazionale, che la Repubblica e l'Impero avevano costituita. Questi nuovi elementi sono quelli appunto che vennero fra di noi coi barbari. Cosí fu che due popoli, due forme di famiglia e di società, quasi direi, due idee, due caratteri sociali affatto diversi s'incontrarono, l'uno dei quali era divenuto necessario a complemento dell'altro. I Tedeschi portarono dalle loro foreste la libertà individuale, la indipendenza personale, il vigore delle piccole associazioni; i Latini avevano già trovato l'unità dello Stato, un concetto piú generale e organico della società, l'idea politica della famiglia, quale noi la vedremo piú tardi trionfare nel Comune. Dall'impasto di queste due società diverse, dovrà nascere la società moderna, nella quale l'azione dell'una è di rado scompagnata da quella dell'altra, ed è perciò vano il presumere di farla derivare esclusivamente dall'una o dall'altra di esse.

VIII

Se però negli Statuti italiani, i due elementi giuridici che piú visibilmente coesistono e lottano fra di loro, sono il diritto romano ed il longobardo, ve ne ha ancora altri che non vogliono essere dimenticati, e fra questi noteremo il diritto feudale ed il diritto canonico. Il feudo è una delle istituzioni piú importanti nella storia del Medio Evo, è la prima forma che piglia la società, nell'uscire dal caos barbarico, ed ha un carattere prevalentemente germanico. Con esso la proprietà e la famiglia assumono una forma speciale e nuova affatto: può dirsi che sia la prima e principale manifestazione politica e sociale dell'individualismo germanico. La tribú barbarica tendeva di sua natura a sciogliersi in piccoli gruppi, nelle famiglie, che solo il pericolo teneva unite. Durante le invasioni, la tribú trasformavasi in banda armata, lasciava i deboli o impotenti, reclutava uomini anche dalle tribú vicine, e sotto un capo acquistava, per le necessità della guerra, ferma e forte unità. Gli assalti già prima dati dai Romani, avevano per le stesse ragioni contribuito a far nascere fra i barbari, colla riunione di diverse tribú, alcuni regni forti e potenti, ma sempre di breve durata, perché colla pace tendevano subito a sgretolarsi e decomporsi di nuovo. Appena che i barbari cominciarono a fermarsi in Occidente, fu subito visibile l'impotenza in cui essi erano di fondare l'unità dello Stato. I capi delle schiere, cominciata che era la pace, si dividevano le terre; si separavano, ed il loro re o duce supremo restava come isolato, con assai debole impero. Ognuno di essi cercava rafforzarsi in un castello, per esservi assoluto padrone, riconoscendo appena la sua dipendenza dal re. Nel feudo, che cosí nasceva, la proprietà e la sovranità si confondevano in uno, ed erano ambedue ricevute in benefizio da un signore piú potente, con oneri ed obblighi annessi. Dato per temporanea concessione, il benefizio o feudo divenne ereditario solo col tempo. In origine poteva essere ripreso da chi l'aveva dato, ed a lui tornava quando il feudatario moriva, per essere con nuova concessione trasmesso agli eredi di questo: a poco a poco venne, per uso o abuso o esplicita concessione, trasmesso in eredità. E finalmente tutta la proprietà, ogni possesso o dominio prese nel Medio Evo una forma feudale. La poca forza che aveva il supremo potere politico, obbligava i deboli a cercare altrove protezione; molti liberi possessori si rendevano volontariamente vassalli, e gli ostacoli che da un altro lato i grandi signori incontravano a mantenere la loro autorità sopra vasti dominî, li obbligavano a cedere in benefizio a minori vassalli parte delle loro terre. Cosí lo Stato, la Chiesa, ogni cosa prese una forma feudale. Quest'opera nell'XI secolo era compiuta, quando i Comuni sorsero in Italia a combatterla ed a disfarla.

Nel castello, come era naturale, i vincoli della famiglia divennero sempre piú forti; esso doveva bastare a sé stesso, era come il mondo proprio e indipendente del signore che l'abitava, e che divideva il suo tempo fra le pericolose avventure e la vita domestica. Tutti gli storici hanno notato che il feudalismo crebbe il rispetto, l'affetto e l'ossequio cavalleresco alla donna; educò nell'uomo l'energia personale e la forza della volontà. Il barone, salvo i casi di guerra, era quasi libero e indipendente signore nel suo piccolo regno, nel quale tutti da lui dipendevano. I suoi vassalli ricevevano da lui gli uffici di siniscalco, conte di palazzo, scudiero, ecc. Questi uffici, dati sotto una forma anch'essa piú meno feudale, a gente di nobile sangue, tendevano a divenire ereditari, e intanto popolavano alquanto la solitudine del castello. I figli dei nobili minori venivano nella corte del signore, per esservi educati alla gentilezza dei modi ed alle arti cavalleresche, per ricevere finalmente la spada dalle sue mani, ed essere proclamati cavalieri. Cosí da un lato si accresceva splendore al castello, e si manteneva al signore la fedeltà de' suoi vassalli; dall'altro si lusingava l'orgoglio dei minori.

La legge feudale longobarda si trova in relazione con le leggi romane, che spesso sono chiamate a venirle in aiuto, sebbene abbiano uno spirito assai diverso, spesso anzi sieno fra loro in opposizione. Certo è che il diritto romano fa vedere in Italia la sua persistente azione sul feudale. Il feudo non essendo, come è noto, una proprietà diretta e indipendente, ma una concessione condizionata e limitata, non può di sua natura essere sottoposto al principio ereditario. Il diritto dell'erede deve essere, invece, nuovamente riconosciuto nella sua persona, perché non deriva, come abbiamo già visto, da quello del testatore. E cosí continuò anche quando la consuetudine cominciò a renderlo ereditario. Il successore non rappresentava allora, secondo il diritto feudale, la persona da cui ereditava, ma in lui la prima concessione veniva da capo rinnovata. Inoltre tutta la famiglia ha diritto al feudo, quando è divenuto ereditario, e questo diritto non ha origine nella volontà del testatore, alla sua morte, ma esiste già lui vivente. V'è però bisogno di stabilire un ordine successorio, per determinare la preferenza, e quest'ordine si comincia a prendere in prestito dal diritto romano. Sebbene sia diverso dalla vera e propria successione, a poco a poco comincia a confondersi con essa, e finalmente altera e decompone il feudo. Cosí è che il diritto romano penetra nel feudale e lo modifica.

La discendenza femminile, per la natura stessa del feudo, è esclusa dall'eredità, e i discendenti maschi dei figli estinti, succedono insieme coi figli superstiti. Vi sono però dei feudi, per prima concessione, femminili, e questi naturalmente possono, in mancanza di maschi, ritornare alle femmine; ma una volta che maschi vi sono, hanno la preferenza. Gli ascendenti non possono succedere, perché la successione è regolata non dalla parentela, ma dalla prima concessione; e però il ritorno dovrebbe farsi non all'ascendente, ma a colui che primo concesse il feudo. I collaterali dell'ultimo possessore, che non siano discendenti del primo, non succedono; né i fratelli come tali possono succedere, se il padre non è stato possessore del feudo. Neppure il marito e la moglie si succedono. Ma tutto questo carattere primitivo scomparisce anch'esso sotto l'azione crescente del diritto comune. L'importanza del diritto feudale è assai poca negli Statuti italiani; ma grandissima invece è l'importanza politica e sociale del feudalismo nella storia dei Comuni. Esso rappresenta una società distinta per consuetudini e leggi proprie, che ricorre all'Imperatore, i cui giudici e giudizi preferisce sempre ai magistrati ed alle leggi della repubblica, che disprezza e non vorrebbe riconoscere. E questa perciò vede nei nobili un nemico da distruggere, il che le riuscirà solo dopo lotte sanguinose, non senza aver prima, in conseguenza di tali lotte, profondamente alterato sé stessa.

Il diritto canonico ha di certo una parte non trascurabile nella storia e nella formazione del diritto comunale, ma neppur'essa è proporzionata alla grande azione politica, sociale e religiosa della Chiesa. Compilato da frammenti di santi Padri, canoni di Concili, Costituzioni pontificie, con una parte non piccola di leggi romane, esso ricorre anche all'autorità della ragione e delle Sacre Scritture. E quindi si mostrò favorevole alla equità naturale contro il sofisma legale, temperò l'asprezza delle leggi barbariche, protesse i deboli, sostenne la santità della famiglia, secondò il trionfo del diritto romano sul longobardo. Ma cercò ancora di sottomettere l'autorità civile alla ecclesiastica; accrebbe il numero dei tribunali eccezionali; favorí il giudizio inquisitorio, la tortura, i giudizi di Dio. E la tendenza che esso ebbe sempre d'invadere il campo del diritto civile, trovò aperta una porta nell'uso del giuramento, che ogni magistrato, non escluso il Podestà, doveva dare, con la formola salva la coscienza, espressa o sottointesa. Siccome il clero deliberava appunto sui casi di coscienza, cosí ad esso spettava il giudicare la validità dei giuramenti. E ciò favoriva naturalmente la diffusione del diritto canonico. Esso contribuí non poco a sopprimere il divorzio, e ad escludere i figli naturali dalla successione. La sua azione è assai visibile negli Statuti, ma piú ancora nella lotta dell'autorità civile colla ecclesiastica, la quale vuol mantenere incrollabili i suoi privilegi, i suoi tribunali eccezionali, la sua supremazia anche nelle cause civili e politiche.

IX

Noi abbiamo adunque negli Statuti quattro legislazioni diverse, che sono come in lotta fra di loro: diritto longobardo, romano, feudale, canonico. Esse si possono però ridurre quasi a due, perché il diritto feudale è germanico, e il diritto canonico, per quella parte che penetra negli Statuti, è principalmente romano. Cosí anche qui si torna alla vecchia lotta del sangue germanico col latino. Sono due popoli che combattono, e con essi le loro istituzioni, le leggi, le idee; le loro anime sembrano sfidarsi dovunque s'incontrano, nella letteratura, nell'arte, nella politica. Eppure l'uno è necessario all'altro, e debbono scomparire ambedue, per dar luogo ad una nuova forma sociale, ad uno spirito piú vasto, che, nato dalla fusione dei due opposti elementi, sarà il solo trionfatore in questa lunga lotta. In Italia però il sangue latino predomina sempre, come si vede anche negli Statuti, nei quali il diritto romano è il tronco principale intorno a cui s'aggira tutto quanto questo lavorio giuridico. Il tempo in cui si cominciano a compilare gli Statuti, è quello stesso in cui comincia a diffondersi dalla Università di Bologna la cognizione del Corpus iuris in tutta Italia. D'allora in poi la legislazione giustinianea è ritenuta come il diritto per eccellenza, una specie di filosofia giuridica, ed è riconosciuta in tutte le nostre repubbliche come il diritto comune, quello che entra in vigore ogni volta che tace lo Statuto. Per questa ragione la parte che risguarda il diritto civile è negli Statuti svolta assai meno della parte politica. Ed è perciò ancora che i professori, dati principalmente allo studio del diritto civile, s'occuparono piú del diritto romano, canonico, feudale e longobardo, che degli Statuti. Questi erano da essi esaminati, massime nei primi tempi, piú come una conseguenza dello studio del diritto romano, che come un soggetto di vero e proprio studio; li ritenevano una consuetudine popolare scritta, a cui non si dava gran valore scientifico, perché quasi legge di eccezione all'unico diritto, che solo aveva ragione di essere universalmente ammirato. Assai piú tardi i professori cominciarono ad occuparsi anche degli Statuti, che ai nostri giorni acquistarono finalmente una grande importanza. Venezia è forse l'unico Comune nel quale, in mancanza dello Statuto, si soleva ricorrere alla ragione naturale; laonde il Bartolo diceva, che il magistrato veneto giudicava manu regia et arbitrio suo.[11] Questo non impediva però, che anche colà un tale arbitrio venisse regolato od ispirato dalla conoscenza e dall'ammirazione che s'aveva pel diritto romano.

Da tutto ciò risulta sempre piú chiara l'importanza straordinaria che ebbero le Università ed i professori di Bologna, i quali annotavano, glossavano il Corpus iuris, per renderlo intelligibile all'universale, e cosí preparavano, educavano i notai, i giudici, i Podestà, i Capitani del Popolo. Certo la loro dottrina non era storica; in questa anzi essi si dimostravano debolissimi. Era invece l'esposizione razionale d'un diritto ancora vivente, e però dicevano: «chi non sa cavalcare, tengasi a l'arzone; ita debet Iudex tenersi a la glossa». In questo modo l'Università di Bologna divenne come la depositaria d'un diritto quasi universale e sacro. Ad essa mandavano i Papi le loro decretali, e gl'Imperatori le costituzioni, per farle rivedere o raccogliere. L'Imperatore era però tenuto come la sorgente viva e universale del diritto, il solo che potesse osar di aggiungere nuove leggi alle romane. Chi lo bestemmiava, veniva severamente condannato; chi non credeva alla sua autorità universale, era dagli stessi giuristi dichiarato eretico. Questa autorità egli l'aveva come signore di tutti i popoli, e gli veniva dall'Impero romano, di cui era legittimo erede. Riusciva quindi naturale che, per determinare la estensione e i limiti d'una tale autorità, fosse necessario ricorrere di nuovo ai professori di Bologna, che erano i veri depositari della legge romana, ed acquistavano perciò importanza sempre maggiore. Quello che si cercava era sempre la scripta ratio; ed i Comuni, anche quando dicevano di voler serbare illese le loro vecchie libertà, non tralasciavano mai di promettere che avrebbero rilasciato all'Imperatore le veteres iustitias, le quali gli erano dovute, e che essi volevano rispettare. Si trattava solo di ricercarle, e quindi di nuovo il bisogno di consultare i professori di Bologna.

Prima della gran contesa dei Lombardi contro Federico Barbarossa, vi fu un vero e proprio giudizio, che finí con una condanna dei Milanesi, dichiarati ribelli, adstipulantibus iudicibus et primis de Italia. A Roncaglia Federico esercitò il potere giudiziario e legislativo, assistito da quattro professori di Bologna, che propugnarono i diritti dell'imperatore, non perché nemici della patria, ma perché professori di diritto romano, e quindi sostenitori del Sacro Romano Impero. Né i Comuni sostenevano una teoria diversa. Vinto Federico, essi continuarono infatti a scrivere i loro Statuti, le loro leggi, i pubblici strumenti, in nome suo. E ciò si può vedere anche nel secolo XV, quando i notai rogavano tuttavia i pubblici atti in nome dell'Impero. Nella pace di Costanza l'elezione dei magistrati civili e criminali, dei Consoli, Podestà e Notai fu espressamente riservata all'Imperatore, il cui diritto venne in tutto ciò riconosciuto, al pari di quello che esso aveva, in ultimo appello, nelle cause d'una certa gravità. E se i Milanesi di fatto non tennero di ciò nessun conto, il diritto non fu mai da essi negato. I Lombardi si riconoscevano legalmente sudditi, ma poi volevano agire come liberi e padroni di sé. Lo stesso Arrigo VII, quando venne in Italia, ai tempi di Dante, faceva ancora processi contro le città italiane, e le condannava; imponeva ad esse taglie d'uomini e di denari; citava dinanzi a sé il re Roberto di Napoli. Tutto ciò poteva a molti sembrare allora una commedia; ma era l'eco d'una età trascorsa, di un passato che la stessa mente immortale dell'Alighieri credeva di poter richiamare in vita, come provano le sue lettere ed il libro De Monarchia. La Chiesa, è ben vero, combatté sempre l'Impero, ma l'autorità politica e giuridica dell'Imperatore, in tutto quanto il Medio Evo, non fu mai messa in discussione, restò sempre riconosciuta.

In mezzo a questa lotta continua tra la Chiesa e l'Impero, tra i Comuni e i Feudi, tra i Guelfi ed i Ghibellini, si formarono gli Statuti, nei quali si scrivevano via via cosí le consuetudini nuove, che s'andavano formando, come le consuetudini vecchie alterate dalle nuove. E se poco importava ai giuristi di Bologna studiare un diritto allora assai noto, perché viveva nell'uso comune, e scaturiva da quel diritto romano, che formava l'occupazione di tutta la loro vita, molto invece importerebbe a noi studiarlo, per conoscere appunto quale era il valore e il carattere di questa vita comunale nel Medio Evo. Ma pur troppo bisogna ancora aspettar molto, prima di poter risolvere pienamente il problema. Nondimeno è sempre necessario cominciar coll'esaminare i vari Statuti, e paragonarli tra loro, paragonando anche le diverse redazioni d'ognuno di essi, per arrivare a vedere la evoluzione del diritto nuovo, scoprire e comprendere il principio che la regola.

X

Gli Statuti abbracciano tutta quanta la vita del Comune: la elezione e l'ufficio dei magistrati politici; il diritto pubblico, civile, criminale, amministrativo e commerciale. Piú ampiamente trattato è il diritto pubblico; il civile, invece, per le ragioni che abbiamo già dette, rimane assai incompiuto. Si occupano però, piú o meno largamente, dello stato delle persone, delle doti, dei contratti, delle forme di giudizio, delle successioni, dei testamenti, dei diritti nascenti dalle vicinanze dei fondi, sopra tutto della famiglia. Essi mirano ad una procedura semplice e sommaria, senza cavilli; cercano la buona fede e la speditezza negli affari; ma i vizi di redazione, un dissertare continuo, che è fuori di luogo nelle leggi, il frequente rimettersi ai giudici, raggiungono il piú delle volte un fine contrario. È strano veramente l'osservare come in secoli nei quali sorgeva una splendida letteratura; quando i piú modesti scrittori del tempo sono per noi esempio di bello stile; quando giudici, notai e professori di diritto avevano sempre dinanzi agli occhi il modello immortale del Corpus iuris, si scrivessero gli Statuti in una forma cosí inculta, che spesso può dirsi barbara, certo è sempre intricata e confusa. Essi costituiscono una legislazione consuetudinaria, mutabile, popolare, incerta ancora di sé, che, nata in mezzo alle guerre civili ne serbò l'immagine, e non raggiunse mai una forma classica, resa impossibile anche dal gergo scolastico che prevaleva sempre nelle nostre università e nei nostri giuristi. Le accuse che il Petrarca faceva sopra tutto alla forma usata dai professori di diritto al suo tempo, erano pienamente giustificate. L'umanesimo, che volle adoperare una lingua latina piú corretta ed elegante, dovette cominciare fuori delle università, spesso contro di esse; si diffuse largamente durante tutto il secolo XV, ma serbò sempre un carattere letterario e filosofico, assai piú che giuridico.

Da un altro lato il Comune italiano, non ostante i suoi grandi meriti e le sue grandi imprese, ha qualche cosa di transitorio, di medioevale; accenna sempre ad un periodo di passaggio. Esso fu il germe da cui doveva piú tardi uscire la società moderna; ma non poté generarla senza prima distruggere sé stesso, e quindi restò sempre in uno stato di continua trasformazione. Sorto dall'impasto di due società diverse, la romana e la germanica, ebbe dalla prima il concetto generale dello Stato, pigliando dalla seconda la libertà individuale, l'attività locale, la forza delle speciali associazioni. Il problema che dovette risolvere, quello che costituí la sua vita e la sua storia, sta appunto negli sforzi continui fatti per porre in armonia questi due elementi, i quali restarono lungamente, non solo separati, ma spesso anche in opposizione fra di loro. Fino a che la compiuta fusione non ebbe luogo, con la distruzione stessa del Comune, il conflitto continuò, ed il disordine fu inevitabile. Il governo e la politica hanno in esso una importanza grandissima, sconosciuta alla società barbarica; ma il Comune somiglia pur sempre ad una forte agglomerazione di piccole associazioni, piuttosto che ad una società sola, ad un vero e proprio Stato. La vita ferve anzi piú rigogliosa in questi mille gruppi, nell'attività dei quali si moltiplica; la forza sociale si trova principalmente nelle associazioni d'arti, di mestieri, di famiglie, di nobili, di popolani, le quali hanno leggi, statuti, magistrati e tribunali propri. Cosí ha luogo un intreccio straordinario di ordinamenti, di passioni, d'interessi diversi e fra loro cozzanti. La vera libertà individuale, la vera uguaglianza in faccia alla legge, non è conosciuta ancora; ma l'individuo è protetto, educato nella sua associazione, che gli comunica una forza e gli garantisce una libertà sempre maggiore. Questi gruppi secondari, però, a differenza di quelli da noi già incontrati nelle società germaniche, non possono separarsi, hanno bisogno di vivere nello Stato, fuori del quale perderebbero la loro ragione di essere. La moltiplicità loro infinita, le gelosie, l'urto e le collisioni continue, rendevano tanto piú necessaria, tanto piú desiderata e amata la repubblica, per la quale ognuno di quei mercanti era pronto a dare la vita, giacché da essa, nella pace e nella guerra, dipendeva la loro salvezza e quella delle varie associazioni. I capi ed i principali componenti di queste, entravano di diritto nei Consigli della repubblica, la governavano, ne erano padroni, e vi trovavano la sola valida difesa contro i mille rivali che ognuno di loro aveva. Cosí si poneva in armonia il particolare col generale interesse, ed il potere frazionato, diviso in mille mani, riesciva pure a tutelare la libertà di tutti, in un tempo nel quale ancora non era sorto il vero concetto dello Stato e della generale uguaglianza. Ma è ben facile immaginare, quanto poco ordinate e determinate dovessero essere le legislazioni di repubbliche in questo modo divise e suddivise, nelle quali, ad ogni piè sospinto, si trovava un nuovo Statuto speciale, un nuovo tribunale; in tempi nei quali il potere giudiziario e politico erano per modo confusi, che chi aveva una parte dell'uno, possedeva di necessità una parte dell'altro.

Il carattere che domina in tutto il diritto civile degli Statuti sembra essere la gelosia dei vicini Comuni, la paura che la proprietà possa, coi matrimonî, uscire dalla città, dalla consorteria o dalla famiglia. Ed a ciò le leggi e le consuetudini provvidero in modo, che noi vediamo in una repubblica democratica come quella di Firenze, nella quale ogni vestigio d'aristocrazia fu distrutto, e i Ciompi salirono al governo, la proprietà immobile conservarsi unita per modo, che fino ad oggi si trovano famiglie, le quali possiedono i fondi stessi che i loro antenati possedevano fin dal secolo XIV. Il bisogno di tenere strettamente unite le famiglie, le associazioni e le consorterie, obbligando in solido i vari membri di esse, si manifesta con tanta forza, che queste ragioni politiche e sociali son quelle appunto che determinano l'indirizzo del diritto civile, spesso ne impediscono il naturale svolgimento. E cosí, non ostante le debolezza dello Stato, noi ritroviamo anche qui la vecchia tradizione latina, che dà sempre un'eccessiva importanza alla politica, e quindi un'azione preponderante del pubblico sul privato diritto. Gli Statuti italiani perciò si spiegano e si comprendono solo con la storia dei Comuni, che a loro volta illustrano. E questa è un'altra ragione, per la quale i professori di Bologna, usati al carattere filosofico del diritto giustinianeo, e poco o punto pratici della interpretazione storica, trascurarono cosí lungamente gli Statuti.

L'azione predominante della politica, come è ben naturale, si manifesta chiarissima anche nella costituzione della famiglia, nella quale i diritti che derivano dal concetto che ha di essa il Comune, prevalgono sui vincoli del sangue, assai piú rispettati nel diritto germanico. Il regime dotale romano è pienamente accettato, ma la dote è assai limitata. I maschi hanno una grande precedenza sulle femmine e sui discendenti femminili. In ogni caso però la donna è sicura di ricevere gli alimenti. Non si vuole che sia ricca, non si vuole che divida il patrimonio domestico, portandolo in altra famiglia, e molto meno in altro Comune; ma, nel peggiore dei casi, deve essere sicura d'un vivere decoroso, secondo la propria condizione. Essa rimane sotto la perpetua protezione del mondualdo; ma il mundio prende negli Statuti il carattere della tutela romana degli ultimi tempi, e sembra quasi confondersi con essa. La donna, infatti, può chiedere al giudice il suo mondualdo; può sceglierlo, quando le occorra per un affare speciale. E per tutto si vede questa tendenza a trasformare in romane le istituzioni longobarde, di cui spesso riman solo il nome;

La proprietà immobile si trovava vincolata per modo, che alla morte del padre, la parte disponibile era minima; e cosí chi nasceva di agiata famiglia, poteva restar tranquillo sul suo avvenire. Ma, nello stesso tempo, questa proprietà immobile era cosí piccola, in proporzione della proprietà mobile, nei nostri Comuni, simili tutti a grosse case di commercio, che se da un lato si avevano tanti vincoli e tanta stabilità, dall'altro v'erano i subiti guadagni, le fortune improvvise ed una estrema mobilità di capitali.

Venerata era l'autorità paterna, e somma confidenza si aveva nei tutori da essa eletti; ma non si trova negli Statuti un grande svolgimento della patria potestà. Invece, il carattere predominante nella famiglia, come per tutto, è il fare ogni cosa in comune. Il Consiglio di famiglia, la riunione dei parenti deliberano ogni faccenda di qualche gravità. La legge e la consuetudine vanno sempre piú oltre per questa via. Vi è una tale comunanza d'interessi nella famiglia, nella consorteria e nell'associazione, che arriva qualche volta a prendere proporzioni stranissime. Non solo il padre o il fratello possono essere chiamati a pagare i debiti del figlio e del fratello; ma chi ha un credito verso una società, può agire contro i singoli membri di essa, e un consorte può essere tenuto a scontare persino i delitti dell'altro. Nel seno della famiglia o della consorteria, le cause si decidevano per mezzo di arbitri, le cui sentenze avevano tutto il valore di giudizi legali. Nel seno delle associazioni d'arti, v'erano, come abbiamo già detto, veri e propri tribunali speciali. Questi fatti, questi caratteri del diritto statutario non si possono certo attribuire al diritto romano; ma trovano la loro spiegazione nelle origini stesse della storia italiana, nelle quali certamente i popoli e le istituzioni germaniche hanno avuto una parte non piccola. L'indole propria del Comune è sempre la stessa. Da un lato le particolari associazioni hanno un grande svolgimento; da un altro l'azione del potere politico qualche volta è troppo debole, ma qualche altra è pur tale da sembrare anche ai nostri tempi eccessiva. È singolare certamente, in una società nella quale lo Stato è cosí debole da sembrar di continuo minacciato nella sua stessa esistenza, il vederlo esercitare una grandissima e diretta ingerenza negli affari privati dei cittadini. La emancipazione del figlio deve farsi solennemente nel Consiglio del popolo, radunato in maggioranza, presenti i capi della repubblica. Se un cittadino di qualche autorità vuol mutare abitazione, passando da uno in un altro Quartiere della città, l'affare è portato dinanzi ai medesimi Consigli del Popolo e del Comune, dai quali si richiede una speciale deliberazione.[12] Noi vediamo i Signori della repubblica fiorentina continuamente variare la divisione e le proporzioni che sono fra i Quartieri o Sestieri della Città, ingrossandone, impicciolendone ora l'uno ora l'altro, per mantenere l'equilibrio sempre minacciato dei partiti e delle consorterie; per impedire che uno dei Quartieri, divenuto troppo potente, predomini eccessivamente. Il portare la propria abitazione da uno in un altro di essi, poteva trascinare un cittadino in una diversa consorteria o partito, e divenire quindi un affare politico. Ma tutto ciò dimostra sempre piú, che la società non ha ancora trovato il suo naturale e definitivo assetto. I molteplici e nuovi e vari elementi che la compongono, si svolgono da ogni lato; ma quella sintesi che li riunisce ed assimila, non poté mai essere raggiunta dal Comune italiano.

XI

Venendo ora ad esaminare particolarmente le disposizioni statutarie, che risguardano da vicino il soggetto di cui ci occupiamo, volgeremo l'attenzione piú di tutto allo Statuto fiorentino, il quale ha per noi una doppia importanza. Noi abbiamo intrapreso questo studio, con lo scopo di aprirci la via a meglio comprendere alcune riforme politiche seguite in Firenze, che potevano trovare la loro spiegazione solamente nelle condizioni sociali della Repubblica. Ed inoltre, esaminando il Comune fiorentino, bisogna pure riconoscere che esso è quello in cui l'aristocrazia venne piú radicalmente distrutta, e la democrazia piú ampiamente trionfò. Ogni traccia di feudalismo, ogni elemento estraneo scomparisce dal suo Statuto, che perciò, in mezzo alle perenni mutazioni, serba un carattere piú uniforme e costante, ha una tendenza continua verso uno scopo che finalmente raggiunge. Negli altri Statuti, invece, la mutabilità non è minore; ma è prodotta da cause meno costanti, da elementi che sono assai piú spesso estranei alla vita del Comune, e quindi rendono sempre piú difficile il comprendere quali sono i veri principî che ne informano le leggi, e che determinano il carattere storico di esse.

Se cominciamo negli Statuti ad esaminare la patria podestà, vediamo subito l'incerto carattere che domina in questa legislazione. Dapprima troviamo il mundio longobardo; ma a poco a poco esso si trasforma nella patria potestà romana, secondo il diritto giustinianeo, che finalmente predomina, non mai però in modo assoluto. E nelle varie disposizioni, anche su questo argomento sempre monche degli Statuti, ora troviamo imposta al figlio una soggezione maggiore che nel diritto romano, ora esso gode d'una grandissima indipendenza, e predomina invece il diritto longobardo. Il piú delle volte sono particolari ragioni di politica o di commercio, che portano questa poco logica mutabilità. Secondo gli Statuti romani, il figlio di famiglia si può presentare ai giudizi criminali, senza permesso del padre, che non sopporta alcuna condanna pei delitti del figlio, il quale può anche essere arbitrariamente punito dai suoi genitori. I bastardi dei Magnati sono in una condizione inferiore, civilmente e politicamente, ai figli legittimi, giacché non possono salire ad alcuna dignità popolare.[13] Secondo gli Statuti di Pesaro, il figlio può disporre per testamento del peculio avventizio, lasciando il dovuto usufrutto al padre; tutte le emancipazioni, per riuscir valide, debbono esser fatte dinanzi al Consiglio generale; ma i figli che sposano senza il consenso del padre, possono essere diseredati.[14] Il padre è obbligato ad assegnare la sua parte di eredità al figlio condannato in danaro, acciò possa pagare. Se esso percuote i figli o nipoti o le loro mogli, in nihilo puniatur, nisi pro enormi delicto.[15] In Lucca il figlio di famiglia può a 18 anni obbligarsi per un prestito, se anche il padre non vi consente; a 25 anni il prestito, fatto in suo proprio nome, è valido. Il padre poi ha facoltà di mandare in prigione il figlio, emancipato o sotto tutela, che abbia dissipato i propri beni, viva senza rispetto al buon costume. Il magistrato è tenuto ad eseguire la volontà paterna, senza bisogno di alcuna prova.[16] Il figlio può cosí essere dal padre confinato in casa, legato, imprigionato a suo arbitrio, con obbligo solo di somministrare a lui gli alimenti. Lo stesso ha luogo ancora verso altri discendenti.

Se in tutta questa grande varietà di leggi, vogliamo trovare un qualche carattere piú proprio e speciale degli Statuti, dobbiamo cercarlo nella unitas personæ tra padre e figlio, che spesso è molto estesa. Ed anche ciò risulta dal concetto generale, che della famiglia hanno gli Statuti. Ad Urbino ed altrove il padre può essere punito per il figlio, il padrone pel servo.[17] Quanto poi alla responsabilità commerciale, non solo tra padre e figlio, ma fra i parenti in genere, questa la troviamo a Genova, a Firenze, in molte delle città piú commerciali. In Firenze il padre, l'avo, il proavo sono responsabili pel loro discendente, anche se figlio di famiglia, che si trovi nel commercio, come se lo avessero garentito. Non volendo a ciò sottostare, debbono farne pubblica e formale dichiarazione, ricusando ogni responsabilità.[18] Cosí se il figlio di famiglia è agente o fattore in una compagnia o casa di commercio, il padre è ritenuto responsabile, quando non abbia diffidato la società commerciale per mezzo di pubblico istrumento. E per la stessa ragione anche la emancipazione del figlio deve essere pubblica e denunciata alla Società dei mercanti.[19] Col matrimonio della donna, però cessa sopra di lei la patria potestà, ed ella non può piú, in nessun modo, essere chiamata a rispondere pel padre, sia che si tratti di obblighi civili o di delitti, quando egli siasi sottratto alla pena con la fuga.

La donna è in Firenze sotto la continua protezione del mondualdo. Questo nome dura ancora nel secolo XVIII, ma il mundio diviene negli Statuti ben presto simile affatto alla tutela romana. Essa può scegliere e chiedere al magistrato che le conceda un mondualdo, anche vivendo il padre o il marito.[20] Non può nelle cause civili agere, experiri vel defendere per se, ma solo per mezzo del procuratore o altro idoneo amministratore da lei scelto. Richiesta dall'avversario, può tuttavia rispondere positionibus, capitulis et interrogationibus da sé stessa, anche senza il consenso del suo mondualdo.[21] Questa disposizione però e propria degli ultimi tempi. Nello Statuto del 1355, il procuratore è ancora necessario.[22] E sebbene, cosí negli Statuti come nel diritto romano, la tutela della donna vada col tempo diminuendo, pure i suoi diritti non arrivano mai ad essere pareggiati a quelli dell'uomo.

Nel matrimonio è piú che altrove visibile la mescolanza delle varie giurisprudenze. Fu già notato dal Gans come i Pisani, trovando che il diritto romano vietava le seconde nozze, durante l'anno di lutto, mentre che il diritto canonico non faceva un uguale divieto, perché vedeva nella parola dell'Apostolo un permesso illimitato, e che il germanico si contentava del divieto di soli 30 giorni, essi limitarono nei loro Statuti il divieto a sei mesi. Ma con questa meccanica conciliazione, non si ottenne lo scopo voluto dal diritto romano, che cioè il secondo matrimonio non avesse mai luogo durante la gravidanza, che poteva essere conseguenza del primo, né si concesse la libertà data dal diritto canonico e dal longobardo. Piú spesso però la unione dei vari diritti ha luogo con la graduata trasformazione dell'uno nell'altro. Gli Statuti pisani, ad esempio, regolano il matrimonio secondo la legge romana. Vi è una dos portata dalla moglie, e una donatio propter nuptias, data dal marito, e detta anche antefactum perché fatta prima del matrimonio. Essa viene, per questo lato, a confondersi con la meta, e la parola stessa accenna ad un'origine longobarda. Cosí per l'una come per l'altra, v'era l'ipoteca privilegiata sui beni del marito, anche al di là di ciò che prescrive il diritto romano.[23] Ma l'antefactum deve corrispondere alla quarta parte della dote, e può esser maggiore, quando non superi la quarta parte dei beni del marito. Esso è piuttosto un assegnamento vedovile, un aumento della dote, e non può quindi paragonarsi alla meta vera e propria. Nei popoli germanici l'assegnamento vedovile e la donazione si confondono nella comunione dei beni, e la dote non è mai altro che un accessorio. Negli Statuti, invece, come nel diritto romano, questa è il principale, e tutto si riferisce ad essa. Quindi è che la meta e il dono germanico, non potendo svolgersi normalmente, si confondono con la donatio, la quale tende a divenire un augumentum dotis. Di rado infatti troviamo le due cose distinte negli Statuti; pure non ne mancano esempi, e uno trovasene in quello di Firenze, nel quale si parla continuamente di donatio e di augumentum. In questo modo la donazione non è piú una guarentigia della dote, ma tende a confondersi con essa, facendola supporre maggiore.

I Pisani, oltre la dote e la donazione o antefactum, aggiungono altri donativi, che chiamano corredo, e che appartengono alla donna, quando si scioglie il matrimonio; ma se allora fossero stati dissipati, ella avrebbe diritto ai due terzi del valore di essi. In generale poi i coniugi pisani vivono in una perfetta separazione di beni, tanto che il matrimonio sembra qualche volta una relazione ostile, piuttosto che una comunione d'interessi.[24]

Alcuni Statuti ammettono una dos e una donatio propter nuptias, con la meta e il donativo longobardo. Lo Statuto fiorentino parla di una dote, di una donazione che deve essere uguale alla metà della dote, purché non superi le 50 lire, e di un aumento. In mancanza di figli, di nipoti maschi o nipoti venuti da figli maschi, la donna ripigliava, a morte del marito, la dote con la donazione e l'aumento; in caso diverso aveva solo la dote, e ciò che piaceva al marito di lasciarle. Se questi moriva, senza ancora aver ricevuto la dote, la moglie prendeva la donazione promessa, che non doveva però superare un ottavo dei beni del marito. Sui beni di esso v'era per la dote ipoteca privilegiata, e l'avevano cosí la moglie come tutti coloro che, col marito o separatamente, si erano obbligati per la dote stessa. Né il consenso della moglie a far vendere o alienare i beni del marito, toglieva l'ipoteca sui beni venduti, sui quali v'era anche reversibilità: ma ciò solamente a cominciare dal 1388.[25] Questa data, che si legge nello Statuto fiorentino a stampa, che è del 1415, ci prova che il regime dotale e la separazione dei beni avevano col tempo fatto grande progresso, il che del resto è confermato anche dagli altri Statuti, nei quali l'avanzarsi del diritto romano è costante.

La moglie non poteva defendere bona viri contro i creditori del marito in genere; ma bensí contro quelli che si erano obbligati alla restituzione della dote, il che non indeboliva la garanzia che essa poteva avere sui beni di lui. Anche i beni dotali inestimati venivano difesi da lei contro qualunque creditore, e poteva, se il marito era caduto nella miseria, richieder sempre la restituzione della dote.[26] I beni che acquistava o ereditava, lui vivente, le appartenevano; ma non poteva alienarli senza il consenso del marito, al quale spettava l'usufrutto. Ciò che, a morte di lui o della moglie, rimaneva ancora intatto di tali frutti, poteva essere richiesto da lei o dai figli.[27] E poteva la moglie obbligarsi col consenso del marito, nel qual caso esso era il suo legittimo mondualdo.[28]

XII

Il regime dotale e la separazione dei beni, non solamente si trovano in tutti gli Statuti; ma spesso vengono ancora esagerati, come abbiam visto in quelli di Pisa. Cosí pure le donazioni fra coniugi sono vietate, e qualche volta anche quelle agli estranei, quando si possa temere che si voglia con esse mascherare una donazione fra coniugi. Questa cura gelosa, con la quale si cerca, in ogni modo, d'impedire che la proprietà esca dalla famiglia, e piú ancora dalla città, la troviamo in tutti gli Statuti. In Urbino, per esempio, nessuno straniero poteva ereditare ab intestato, se prima non prometteva di abitare nella Città o suo contado.[29] Una simile promessa doveva fare a Pesaro, se voleva sposare in quella città, ed aveva anche l'obbligo di chiedere il consenso del Podestà.

A Verona[30] le donne potevano, per testamento, aver parte uguale ai fratelli; ma ab intestato avevano solamente la dote. I fratelli e i loro figli non dividevano coi figli delle sorelle; i discendenti della donna non dotata avevano però diritto d'avere la dote dai fratelli della madre. A Pisa la successione era per testamento regolata secondo il diritto romano: de ultimis voluntatibus per legem romanam iudicetur. La legittima però s'avvicinava alla legge longobarda, e si poteva anche, secondo le prescrizioni di questa, vantaggiare un figlio a preferenza degli altri. Quanto poi alla successione intestata, i maschi erano, come sempre, di gran lunga preferiti. In difetto di discendenti maschili, ereditavano le donne; ma la preferenza dei primi era ammessa anche per la eredità materna, quando mancassero le figlie.[31] E ciò lo troviamo in tutti quanti gli Statuti, non escluse le Consuetudini di Napoli, di Amalfi e di Sorrento, città nelle quali si poté assai meno sentire l'azione del diritto longobardo.[32] Sulla ragione vera di tali disposizioni, gli Statuti stessi si spiegano chiaro. In quelli di Mantova è scritto: «ut familiarum dignitas, nomen et ordo serventur, et bona morientium in eorum agnatos et posteros transmittantur, per quos nomina generis conservantur, statuimus et ordinamus quod existentibus masculis et descendentibus per lineam transversalem et lineam mascolinam, coniunctis usque ad quartum gradum inclusive, secundum iuris canonici ordinem, computato (sic) qui ad successionem defunctae personae admitti vellint et possint, matres et ascendentes per lineam maternam, et femminae ascendentes etiam per lineam paternam, suis descendentibus non succedant, sed habeant et habere debeant, dumtaxat in bonis predictorum suorum descendentium debitum bonorum subsidium, videlicet tertiam partem portionis quae eisdem ab intestato obveniret».[33] A Ravenna sembra che il lungo dominio dei Greci riuscisse a sopprimere questa preferenza degli agnati, e la Novella di Giustiniano fu adottata. Lo stesso seguí pure ad Osimo.

L'adozione era assai poco frequente, ed i figli legittimati venivano posposti ai legittimi; i naturali, che per diritto longobardo erano favoriti nei primi Statuti, vennero piú tardi negletti, per l'azione crescente del diritto canonico e del romano. Tutta la successione statutaria è talmente dominata dal concetto politico, il quale invece di perdere va guadagnando terreno, che la volontà del testatore, sempre limitatissima, può arrivar solo ad un resultato alquanto piú equo e naturale, ma non giunge mai ad un vero e proprio arbitrio nel senso romano della parola. Lo Statuto fiorentino, al pari di tutti gli altri, in questa come in ogni parte del diritto civile, non ci presenta mai un trattato compiuto, ma solo frammenti; giacché gli Statuti si riferiscono continuamente al diritto romano.

Nessuna donna succede ab intestato ai figli o figlie, quando vi sieno discendenti o ascendenti diretti fino al terzo grado: zio, fratello, sorella o nipote di fratello sono a lei preferiti. Esclusa dalla successione, essa può chiedere però gli alimenti a coloro che per legge la escludono. Quando tali parenti non esistano, eredita ab intestato la quarta parte dei beni del figlio, purché non si tratti d'una somma maggiore di lire 500. In ogni modo, non avrà immobili, ma solo danaro. Se danari non vi sono, avrà diritto al prezzo dei fondi che le spetterebbero. Le medesime disposizioni hanno luogo per l'ava, proava, e discendenti in linea materna.

La donna non succedeva ab intestato al fratello, che avesse figli o nepoti o fratelli; ma anche in questo caso, esclusa dall'eredità, poteva chiedere gli alimenti. Non succedeva neppure al padre; aveva però diritto di ricevere dagli agnati la dote, e intanto le spettavano gli alimenti, anche se vedova.[34] Come si vede in tutte queste disposizioni, i diritti della donna alla successione erano assai limitati; ma le era assicurato un modo di vivere. Anzi negli Statuti fiorentini noi vediamo, che da un lato cresce col tempo la preferenza degli agnati, e dall'altro crescono i diritti della donna agli alimenti. Lo Statuto del 1355, le concede l'usufrutto della eredità paterna, in mancanza di figli maschi, e nel medesimo caso gli Statuti posteriori le negano un tal diritto, per sostituirvi gli alimenti.[35] Lo Statuto del 1324,[36] parlando di essi e di chi ha l'obbligo di concederli, dice: si filius, nepos vel pronepos facultatis abundarent, in modo che possano commode subvenire, etc.; lo stesso obbligo con le medesime condizioni impone lo Statuto del 1355. Invece quello a stampa, del 1415,[37] è assai piú esplicito: il padre, la madre, l'avo, proavo, ava, proava hanno diritto agli alimenti, e il Podestà è tenuto a fare eseguire la legge. La donna succede ab intestato alla madre o ad altri ascendenti femminili, se però non vi sono figli maschi. I fratelli uterini, come nati di linea femminile, non succedono fra loro, se vi sono parenti maschili del defunto, fino al quarto grado, i quali sono preferiti alla madre ed ai parenti femminili.[38] Lo Statuto fiorentino poi dice, che la moglie è preferita al fisco, uxor mariti defuncti praeferatur fisco, nelle quali parole si vede quanto poco conto si facesse de' diritti della donna, essendovi bisogno d'una espressa disposizione di legge, per impedire che il fisco le togliesse i beni del marito. Anche i figli naturali erano preferiti al fisco, il quale succedeva solo quando non v'erano parenti fino al quarto grado. Ai bastardi succedevano poi i loro parenti, come se i primi fossero legittimi.[39] E bisogna aggiungere, che l'uso fiorentino non permetteva di lasciare i figli naturali senza un qualche aiuto, e senza provvedere alla loro educazione, come si vede dai molti testamenti che ci restano. Soleva il padre cercar loro un ufficio, se maschi, o marito, se donne, e li raccomandava ai suoi legittimi eredi.

Il marito ereditava la dote, quando non v'erano figli o altri discendenti prossimi. Dei beni extra-dotali gli spettava un terzo; e la moglie non poteva, per testamento o donazione, disporre della dote a danno di lui o dei figli.[40]

XIII

Ma oltre la successione, v'è anche un'altra parte degli Statuti italiani, nella quale l'azione della politica sul diritto civile, si manifesta del pari, ed è quella che tratta dei diritti fra i vicini, dell'obbligo che hanno in solido fra di loro, non solamente i membri delle famiglie, ma quelli anche delle consorterie. Noi già notammo che essi arrivano fino a dover l'uno rispondere pei debiti o anche pei delitti dell'altro; e questa è una legge su cui dovremo tornare a fermarci piú di una volta. Nelle vendite dei fondi immobili, troviamo sempre che agnati e cognati hanno la preferenza. Nella Marca d'Ancona i consanguinei del condannato a morte possono essere obbligati a comperarne i beni.[41] A Bologna i parenti sono spesso tenuti a rispondere in giudizio l'uno per l'altro, e nella corporazione dei mercanti, i fratelli carnali che, un mese prima del fallimento, vivevano in comune, son tenuti a rispondere pel fallito, anche se poi s'erano divisi.[42]

Secondo lo Statuto fiorentino, il creditore d'un Comune o d'una Universitas poteva procedere contro di essi sicut procedi potest contra alias singulares personas debitrices, in persona. E la cosa andava tanto oltre, che si poteva agire contro ogni singolo individuo dell'associazione, e farlo anche arrestare: liceat ipsi creditori capi et detinere omnes et singulares personas dicti Communis vel Universitatis, quousque fuerit integre satisfactum.[43] Quando una terra, una casa era devastata o bruciata, il proprietario aveva diritto al risarcimento contro l'autore del misfatto; contro i consorti di esso, se si trattava di nobili, e contro i parenti sino al quarto grado, se di popolani. Ma ciò non basta: esso poteva procedere ancora contro il Comune, l'Università o il Plebato, in cui il danno aveva avuto luogo: era in suo arbitrio prendere l'una via o l'altra, e non riuscendo nella prima, pigliar la seconda, o viceversa.[44] Lo Statuto determinava la forma della procedura e i termini della condanna.[45] Il Comune, l'Università o il Plebato erano tenuti a star sempre pronti a levare il rumore, quando simili fatti succedevano; ad inseguire ed a prendere i colpevoli, perché,[46] non riuscendo, erano essi responsabili.

Una grande importanza si dava in tutto, anche nelle compre e vendite, alla qualità delle persone. In alcuni casi la legge obbligava, volendosi disfare d'una terra, a venderla al vicino; ma questa disposizione non era obbligatoria per il popolano verso il magnate.[47] E cosí non si poteva comperare, vendere, né acquistare usufrutto sopra terre possedute in comune, o fondo o casa che fosse appoggiata al muro di un altro, senza aver prima dato preferenza al comproprietario, al consorte o al vicino.[48]

Se nasceva controversia fra parenti o consorti, qui consortes sint de eadem stirpe, per lineam masculinam usque ad infinitum,[49] il giudice, a richiesta d'una delle parti, era tenuto a rimetter la cosa in arbitri eletti dalle parti stesse. La donna non doveva accettar compromessi in cose attinenti alla sua dote, né essere obbligato ad accettarli chi era padre di sei figli: un popolano non poteva essere arbitro fra nobili.[50] Lo Statuto del 1355, riproducendo una legge assai piú antica,[51] ci fa sapere che in questa si discorreva degli arbitri, come consanguinei. E da ciò si può indurre che siffatti compromessi erano cominciati da tempi assai remoti, per consuetudine, fra parenti e consorti, i quali volontariamente sceglievano fra di loro gli arbitri. Prima del 1324 la consuetudine era stata sanzionata per legge; piú tardi andò perdendo il suo primitivo carattere d'accordo volontario e domestico, per pigliar la forma di regolare e legale giudizio.

XIV

Se ora paragoniamo lo Statuto fiorentino cogli altri italiani, troveremo vari caratteri che lo distinguono, e che in gran parte dipendono dal fatto, che in esso le libertà democratiche raggiunsero l'estremo limite cui era possibile arrivare nel Medio Evo. Non solo ogni privilegio feudale, a poco a poco, scomparve in esso del tutto; ma i magnati finirono col trovarsi in una condizione inferiore a quella dei popolani. Firenze fu, come vedemmo, una delle prime città italiane che abolirono affatto la servitú nel contado, con la legge del 1289.[52] E sebbene trattasse gli abitanti della campagna peggio assai dei cittadini, pure è certo che essi si trovavano in condizioni di gran lunga migliori che in moltissimi altri Comuni. Prova ne è quel contratto di mezzeria, che fa del lavoratore della terra un vero socio del proprietario, e resta sempre un grande monumento di civiltà, ammirato dai moderni economisti, i quali non seppero mai escogitare nulla di meglio.[53] La libertà e la forza delle associazioni, la straordinaria facilità con cui si saliva al governo del Comune, tutto contribuiva al trionfo della piú larga democrazia. Ma un altro carattere generale dobbiamo pur notare in questo, come in quasi tutti gli Statuti italiani, ed è la mira costante a liberarsi dalla ingerenza dell'autorità ecclesiastica, la quale s'adopera, con una ostinazione incredibile, a mantenere intatti i suoi privilegi, e vuole aumentarli; ma li vede, invece, poco a poco ridotti quasi a nulla. Lo Statuto del 1415 dice: «nessuna persona. Università, Chiesa, luogo religioso o clericale, osi ricusare il fòro del Comune, sotto scusa di beneficio o privilegio, e quando operi in contrario, si proceda all'arresto, fino a che non rinunzia a tale privilegio.[54] Nessuna scomunica o interdizione potrà impedire, né diminuire l'azione dei magistrati, o l'effetto delle loro sentenze.[55] Ognuno può esercitare liberamente i suoi diritti su tutti i beni della Chiesa, che le vengano da laici».[56]

XV

Tornando ora a dare uno sguardo generale agli Statuti italiani, dobbiamo osservare, che se la storia del diritto statutario presenta molte difficoltà, pel numero infinito di disposizioni diverse che troviamo in essi, la diversità di siffatte disposizioni deriva principalmente da cagioni accidentali e temporanee, estranee allo svolgimento naturale e spontaneo del diritto, il quale, esaminato in sé stesso e nei suoi caratteri fondamentali, presenta invece una grandissima uniformità. Si può però notare che nelle repubbliche del nord predomina assai piú il diritto longobardo; in quelle del centro e del sud piglia pronto e rapido ascendente il romano, che finisce col dominare in tutto, con le alterazioni che abbiamo già notate. Questo progresso è d'anno in anno piú visibile, e cosí noi assistiamo, anche nell'esaminare gli Statuti, a quel medesimo contrasto di opposti elementi, che abbiamo notato in tutta quanta la storia dei Comuni e della cultura italiana: nelle guerre civili, nelle sanguinose lotte fra Guelfi e Ghibellini, nell'arte, nella letteratura, in ogni cosa. Negli Statuti si tratta, è vero, solamente d'idee e di disposizioni giuridiche; ma queste sembrano combattersi con uguale ardore, mirare al medesimo fine, che gli uomini governati da esse.

Verso il declinare del secolo XIV, il commercio incominciò a prendere un grandissimo slancio in Italia, il che portò un nuovo progresso nella legislazione. Abbiamo infatti una serie di disposizioni con le quali si raggiunge un'assai maggiore speditezza negli affari commerciali, si evitano i cavilli legali, si tolgono le ipoteche sui crediti del mercante, si puniscono severissimamente la frode e i fallimenti dolosi. In una parola, troviamo chiaramente le origini del moderno codice di commercio, con cui tali disposizioni assai spesso consuonano.

Ma in tutte queste leggi vediamo sempre le conseguenze d'un Comune diviso e frazionato in particolari associazioni, che hanno propri Statuti, propri giudici, vita rigogliosa, e troviamo un potere centrale che, sebbene veda da ogni lato minacciati, usurpati i suoi naturali diritti, esercita la sua azione, con poco ordine e senza uniformità, ma pure non senza forza, spesso anche con violenza. Ora par sopraffatto, ora invece riesce a sopraffare. Tutta la storia del Comune dimostra una tendenza continua a porre in armonia questi elementi politici, sociali, e legislativi, diversi e spesso fra loro cozzanti, problema che esso non riesce mai a risolvere pienamente, e finisce quindi col cadere nel dispotismo. Mancava un vero concetto della unità sociale, mancava nel fatto e nella mente degli uomini ogni idea della distinzione dei poteri; laonde chiunque assumeva una parte del potere esecutivo, assumeva ancora non solo una parte del giudiziario, ma dell'amministrativo e del legislativo, che vi erano necessariamente connessi. E però, a salvare la libertà pareva che unico mezzo fosse dividere il governo fra mille mani, facendo in modo che i partiti, le associazioni, le famiglie, i quartieri della città, le consorterie servissero le une di freno alle altre. In questa divisione e suddivisione tutti gli elementi che costituirono piú tardi la società moderna, furono apparecchiati; ma lo Stato vero e proprio non fu mai trovato. Ondeggiando in una continua tempesta, scossa da ogni lato, la nave della repubblica sembrava non aver mai posa né direzione determinata; non poter mai solcare le acque con fermezza, per mancanza di zavorra. Non s'arrivò giammai ad un chiaro e sicuro concetto del diritto, il quale, limitando e determinando la libertà garantita a ciascuno, assicura quella di tutti.

La vita politica dei Comuni inoltre fu sempre circoscritta nella cerchia delle città dominanti, restandone esclusi non solo il contado, ma anche le città vinte o annesse. Ogni forma di governo rappresentativo era allora ignota. Tutti quelli che godevano dei diritti politici, alternandosi fra di loro, entravano direttamente nei Consigli della repubblica, e la piú parte di essi, prima o poi, salivano al potere. Ciò rendeva necessario avere Stati con confini assai circoscritti, per non rendere impossibile addirittura il governarli in un modo qualunque. Solo la Rivoluzione francese, facendo per la nazione interna, quello che il Comune italiano aveva fatto per le città, poté proclamare l'uguaglianza civile e politica di tutti coloro che facevano parte della nazione, i quali finalmente furono perciò tutti cittadini. La democrazia divenne allora il carattere predominante delle società moderne, che col sistema rappresentativo, poterono assicurare la libertà anche nei grandi Stati, conciliando l'unità e la vigorosa azione del governo centrale con la indipendenza personale, con l'attività e le libertà locali. Ma il Comune restò sempre incerto fra gli opposti elementi di cui era composto, e che non seppe mai comporre in un vero organismo politico.

La storia delle nostre repubbliche si potrebbe infatti ridurre tutta al diverso predominio che ebbero in esse ora l'una, ora l'altra delle grandi associazioni che le costituivano. A Firenze dapprima lottarono fra loro, con varia fortuna, nobili e popolani. Quando le consorterie dei magnati presero tale ascendente da minacciare le libertà popolari, e distruggere ogni equilibrio sociale, allora ebbe luogo una grande riforma degli Statuti, una vera trasformazione del Comune, e con gli Ordinamenti di Giustizia, di cui ora dobbiamo parlare, furono abbattuti i nobili e disfatte le loro consorterie. Ma esse erano parte integrante dello Stato, e però quando vennero sgominate, vi fu un momento di rapida corruzione e decadenza. Alle passioni, agl'interessi della casta, succedettero le passioni, gli odi, le ambizioni personali, anche piú pericolose. Le famiglie cominciarono a combattersi fra loro, sorsero i potenti ambiziosi, e Corso Donati o qualche altro simile a lui, sarebbe divenuto subito padrone e tiranno della Repubblica, se non vi fosse stato un popolo potente, arricchito dai rapidi guadagni del cresciuto commercio, amico della libertà, nemico dei Grandi. Al dominio delle consorterie successe perciò il dominio delle Arti Maggiori, e cominciò la loro lotta con le Minori, che finalmente arrivarono anch'esse al potere. Piú tardi s'avanzò la gran massa dei Ciompi, i quali minacciarono di decomporre del tutto la vecchia forma sociale della Repubblica; e vennero sulla scena nuove ambizioni personali, anche piú funeste alla libertà, perché piú fortunate. Lottarono fra loro Albizzi, Pitti e Medici, i quali ultimi trionfarono con Cosimo il Vecchio, che uccise la Repubblica. Ma tutto questo non ci deve gran fatto maravigliare, perché una volta che si tengano presenti le origini del Comune, e gli elementi che lo composero, si vede assai chiaro, che in sostanza avvenne quello che doveva inevitabilmente avvenire.

Capitolo VIII GLI ORDINAMENTI DELLA GIUSTIZIA[57]

I

La storia di Firenze negli ultimi anni del secolo XIII, richiama tutta la nostra attenzione per molte ragioni. In quel tempo seguiva una delle rivoluzioni politiche piú importanti, che ebbe per resultato quegli Ordinamenti della Giustizia, di cui è tenuto autore Giano della Bella, e che il Bonaini chiamò la Magna Carta della repubblica fiorentina. Quando anche il paragone sembri esagerato, è pur certo che questi Ordinamenti noi li vediamo, ora afforzati, ora modificati, qualche volta sospesi, restar nondimeno in vigore per piú di un secolo, cosa che non è di piccolo momento in una repubblica mutabile come quella di Firenze. Molte delle vicine città prima o poi li imitarono, ed i Romani mandarono nel 1338 a chiederne una copia, per riordinare con essi la loro città. Al quale proposito scrisse il Villani: «e nota come si mutano le condizioni e gli stati de' secoli, che i Romani feciono anticamente la città di Firenze, e dierono loro legge, e in questi nostri tempi mandaro per le leggi a' Fiorentini».[58] Da un altro lato, in quegli anni appunto, si vede sorgere a un tratto, nel seno della Repubblica, il piú splendido fiore delle arti e delle lettere. La lingua, la poesia, la pittura, l'architettura, la scultura avevano già fatto le loro prime prove in varie città d'Italia; ma ora si raccolgono stabilmente in Firenze, iniziano un'èra nuova nella storia del pensiero nazionale, sono come una luce che sorge improvvisa ad illuminare non solo l'Italia ma l'Europa. Importa quindi conoscere, in tutti i loro particolari, quali furono le fortunate condizioni politiche e sociali, che fecero di Firenze il centro di cosí maravigliosa attività, il foco in cui questi raggi vennero a concentrarsi.

Si potrebbe, è vero, osservare che se quei tempi sono per tante ragioni meritevoli della nostra attenzione, la storia ne è pure notissima. Narrata da contemporanei come il Compagni ed il Villani, che furono non solo testimoni oculari, ma spesso anche parte dei fatti che descrissero, essa venne illustrata con molti documenti originali, e nuovamente esposta da alcuni dei piú chiari storici moderni. Ma pure, chi bene la esamina, deve accorgersi che quei tempi non sono poi cosí noti come pare. Basta infatti leggere gli storici anche piú moderni, perché mille difficoltà e mille dubbi sorgano nella nostra mente. Che cosa in vero ci dicono, non solo il Machiavelli, l'Ammirato, il Sismondi, il Napier; ma il Vannucci, il Giudici, il Trollope, che scrissero quando era già seguita la pubblicazione di molti e nuovi documenti originali? — Dopo la battaglia di Campaldino, l'insolenza dei Grandi era trascorsa in Firenze oltre ogni limite. Ingiuriavano, opprimevano, calpestavano il popolo. Si levò allora un uomo ardito e generoso, Giano della Bella, nobile dato al partito popolare, il quale, essendo dei Priori, propose una nuova legge, che doveva rimediare per sempre a questi mali, e che fu accettata, sanzionata col nome di Ordinamenti della Giustizia. Questa legge escludeva i Grandi o sia i magnati da ogni ufficio politico; permetteva di salire al governo della Repubblica solo a quelli che effettivamente esercitavano un'Arte; puniva ogni grave offesa dei Grandi contro i popolani, con giudizi e con pene eccezionali e crudeli: il taglio della mano, la morte, piú spesso la confisca. Per le offese minori, v'erano solo pene pecuniarie. I magistrati avevano facoltà di punire un popolano, che si mostrasse avverso alla Repubblica o ne violasse le leggi, col dichiararlo Grande, il che lo escludeva subito dal governo e lo sottoponeva alle stesse angherie. Ma quello che è piú, quando uno dei magnati, commessa l'offesa, sfuggiva alla giustizia, doveva in sua vece pagar la pena il suo parente o consorto.[59] — Cosa unica nella storia del mondo! esclama, a questo proposito, il Giudici. E chi non vede, infatti, come questa, che è pure una legge fondamentale nella storia della Repubblica, sembra invece una vendetta ispirata solo dalle piú cieche passioni di parte? I dubbî perciò sorgono quasi ad ogni parola di essa. Come spiegare che Dante si trovava dei Priori, e con lui altri, che certo non erano artigiani, o solo di nome, se è vero che gli Ordinamenti escludevano tutti coloro che non esercitavano effettivamente una delle Arti? Ma, lasciando da parte mille altri dubbi minori, egli è certo che il sentire che allora si condannava alla morte un innocente, solo perché parente o consorto d'un colpevole sfuggito alla giustizia, è cosa che non si può assolutamente capire. Potremmo intenderla appena in mezzo alla piú oscura barbarie; resta un mistero ed una contraddizione nel secolo di Dante; confonde tutte le nostre idee intorno a quei tempi. Il riesaminare adunque un tale soggetto non può essere senza qualche utilità. Si tratta di determinare il vero carattere della rivoluzione seguita allora, e della legge che ne fu conseguenza; di metterle in armonia coi tempi e colla storia di Firenze.

II

In sul finire del secolo XIII, la Repubblica aveva acquistato in Toscana ed in tutta Italia una importanza grandissima. La caduta degli Svevi, la venuta degli Angioini, la vacanza dell'Impero avevano dato al partito guelfo, che in Firenze era quello della democrazia, un grandissimo ascendente. Pisa, Siena ed Arezzo, le sue tre grandi rivali ghibelline, erano state dai Fiorentini, con una diplomazia accortissima e con la forza delle armi, umiliate e vinte, il che non solo aveva rialzato in Toscana l'autorità politica della loro Repubblica, ma le aveva aperto ed assicurato tutte le grandi vie del commercio. Al mare s'andava per Pisa; a Roma, nell'Umbria, nell'Italia meridionale per Siena ed Arezzo; al settentrione s'andava per Bologna, città lontana, guelfa ed amica. Quindi è che il commercio di Firenze prese allora un rapido incremento, ed essa, che era una repubblica di mercanti, in mezzo a repubbliche date del pari all'industria ed al commercio, si trovò a capo di tutta Toscana. Da un altro lato però la cresciuta potenza degli Angioini cominciava già ad ingelosire i Papi stessi, che li avevano chiamati, e che ora volgevano l'occhio alla Germania, per farvi risorgere le pretese imperiali, e cosí mettere un freno alla crescente ambizione di Carlo d'Angiò, il quale, fatto da essi Senatore di Roma e Vicario imperiale in Toscana, sembrava volesse seguire l'audace politica degli Svevi, aspirando alla signoria d'Italia.

In un tale stato di cose, i Fiorentini seppero destreggiarsi con un'accortezza maravigliosa, ed inclinando ora a destra ora a sinistra, fecero piú volte piegar la bilancia dal lato che volevano. Si servivano dei soldati di Carlo, per abbassare le città e i nobili ghibellini; s'appoggiavano al Papa, per frenare l'albagía di Carlo; e mostravano di voler favorire l'Impero, quando il Papa parlava da supremo signore temporale, quasi, nel presente interregno, fosse lui l'erede naturale dei diritti imperiali. In questo modo la Repubblica, non solo mantenne salva la sua indipendenza, ma divenne uno Stato rispettato e temuto in Italia.[60] Tutto ciò era conseguenza dell'attività, dell'accortezza e intelligenza de' suoi popolani, i quali governavano con una tale parsimonia nelle spese, con tanta prudenza, che si giunse ad una prosperità inaudita. «E nota (dice il Villani), che infino a questo tempo e piú addietro, era tanto il tranquillo stato di Firenze, che di notte non si serravano le porte alla Città, né avea gabelle[61] in Firenze; e per bisogno di moneta, per non fare libbra,[62] si venderono mura vecchie, e' terreni d'entro e di fuori a chi v'era accostato».[63] Con poche tasse e senza debiti, l'amministrazione procedeva mirabilmente; non gravava i cittadini, ed aumentava il benessere comune.

III

Pure, al disotto di questa apparente tranquillità, v'era nel seno della Repubblica il germe d'una profonda discordia, che di tanto in tanto scoppiava in sanguinosi conflitti, dei quali era causa principale il malcontento dei Grandi. È un grave errore il credere, che gli Ordinamenti di Giustizia li escludessero per la prima volta dal governo. Questo era una disposizione di lunga mano apparecchiata, e che, sebbene non fosse ancora rigorosamente eseguita, poteva dirsi già sanzionata nel 1282, con la istituzione dei Priori delle Arti, posti a capo della Repubblica. Ma non bisogna credere per questo, che allora i Grandi avessero di fatto perduto nella Città ogni potere. Prima di tutto, il nuovo modo di guerreggiare, pel quale gli eserciti municipali d'artigiani, senza cavalieri, senza uomini d'arme, facevano pessima prova, aveva reso inevitabile l'aiuto dei nobili, e cominciava anche a rendere necessario il ricorrere a gente forestiera: Tedeschi, Francesi e Spagnuoli, soldati di ventura che vivevano per la guerra e della guerra. A Montaperti (1260) erano stati i Tedeschi di Manfredi e i nobili ghibellini, esiliati da Firenze, che avevano inflitto una terribile rotta all'esercito guelfo della Repubblica. A Campaldino (1289) erano stati Corso Donati, Vieri dei Cerchi e altri Grandi o potenti di Firenze, che avevano deciso la giornata. Questi lo sapevano e lo ripetevano di continuo, sprezzando gli artigiani ed il popolo. Educati alle armi, non distratti dal commercio, erano irritatissimi, vedendosi esclusi dal governo da gente piú rozza e assai meno di loro atta alla guerra. Le passioni politiche s'accendevano perciò sempre di piú, ed essi non avevano né davano pace.

Bisogna poi notare che i Grandi d'allora non erano piú i nobili feudatari d'una volta, isolati e chiusi nei loro castelli, come tanti sovrani, dipendenti solo dall'Impero, e nemici della Repubblica. Vinti nel contado, ed obbligati già da un pezzo ad entrare ed abitare in Città, le si erano adesso affezionati, ma avrebbero in essa voluto comandare. Trovandosi circondati per ogni lato da un popolo potente, associato in Arti, e padrone del governo; sottomessi per forza alle leggi repubblicane, che non riconoscevano i diritti feudali, s'erano dovuti, a legittima difesa, associare nelle consorterie o società delle Torri, regolate meno da leggi che da consuetudini, e però tanto piú fortemente unite. Questi erano stati in origine, quasi esclusivamente, vincoli di sangue, che s'andarono sempre piú stringendo collo scomporsi dell'ordinamento feudale, quando le parentele, per non perdere la loro forza, si formarono in caste o associazioni separate, che accoglievano un numero sempre maggiore di soci. Abitavano gli uni vicino agli altri nei loro palazzi, che stavano accosto ed occupavano spesso una o piú vie della Città; vivevano insieme co' loro aderenti, uomini d'arme, palafrenieri, servitori, stallieri, e nei momenti di pericolo chiamavano anche i contadini dai loro ricchi possessi nella campagna. Non solamente le loro proprietà restavano sempre nella famiglia o nella consorteria, e le liti si componevano per mezzo di arbitri;[64] ma le vendette si deliberavano in comune, e colui che le eseguiva era sempre messo in salvo dagli amici, ritenendosi tutta la consorteria responsabile del fatto. Spesso avevano tra casa e casa, o nelle Corti dei loro palazzi, un arco sotto cui davano la corda a chi loro piaceva. Della famiglia Bostichi, infatti, dice il Compagni: «Feciono moltissimi mali e continuoronli molto. Collavano gli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo, nel mezzo della Città, e di mezzodí gli metteano al tormento. E volgarmente si dicea per la terra: molte corti ci sono; e annoverando i luoghi dove si dava tormento, si diceva: a casa i Bostichi, in Mercato».[65] Tuttociò continuava sempre, quantunque si fossero già pubblicate severissime leggi contro i Grandi. Un popolano era bastonato, ferito o messo alla corda, senza che l'autore dell'offesa si potesse mai legalmente ritrovare. In campagna questi medesimi Grandi s'adoperavano in mille modi a tener viva la servitú, che pure era stata per legge abolita da piú anni, inducendo i contadini, con la forza o le minacce, a riconoscere, mediante contratti fittizî, obblighi che non avevano.[66]

E cosí fu che questi cittadini, già potenti per le loro condizioni sociali, avevano sempre molta forza ed autorità politica nella Repubblica, non ostante le leggi fatte contro di loro. Esclusi dalla Signoria, non potevano entrare nel Consiglio dei Cento, e neppure in quelli del Capitano, nei quali le cose piú importanti si trattavano. Entravano però in quelli del Podestà, che doveva esser cavaliere, e però spesso favoriva i nobili ne' suoi giudizî. Nelle ambascerie erano di continuo adoperati, e nelle guerre pigliavano i primi posti; ma sopra tutto prevalevano in quella istituzione che dicevasi la Parte Guelfa, i cui principali ufficî erano ad essi piú specialmente affidati. Fondata, come abbiamo già visto, nel 1267, dopo la cacciata del conte Guido Novello, essa doveva amministrare tutti i beni confiscati ai Ghibellini, dei quali s'era fatto monte o mobile, o come diremmo noi capitale. Questi beni dovevano essere adoperati ad abbassare i Ghibellini ed a sostenere i Guelfi, dei quali Firenze era capo in Toscana. Fu a questo proposito, che il cardinale Ottavio degli Ubaldini esclamò: Dappoi che i Guelfi di Firenze fanno mobile, giammai non vi torneranno i Ghibellini; e la sua profezia s'avverò.[67] Difatti il partito ghibellino a poco a poco scomparve, per le continue persecuzioni subite dopo il rovescio generale degli Svevi; e la Città, divenuta allora affatto guelfa, si divise in popolani da un lato, nobili, potenti o Grandi dall'altro. Questi, esclusi dal governo o dagli onori, come dicevano allora, non poterono mai essere esclusi dalla Parte, di cui continuarono invece ad amministrare le ricche entrate. Essa era ordinata come una piccola repubblica, e nonostante i molti tentativi fatti per introdurvi, in proporzione sempre maggiore, i popolani, non vi si poté mai riuscire, e furono invece sempre sopraffatti, tanto che nello statuto, che ne abbiamo a stampa, compilato nel 1335, si trova incoraggiata, con premî in danaro, la nomina di nuovi cavalieri. Ad ognuno di essi, fino a sei per anno, davasi la somma di cinquanta fiorini in oro, «conciosiacosaché a cosí magnifica Città si confaccia risplendere per quantità di cavalieri». E cosí da un lato s'abbassavano i Grandi, e quasi pareva che si volessero sterminare: da un altro invece essi trovavano sempre forza ed aiuto.[68]

IV

Con tutti questi vantaggi, se i nobili fossero stati uniti, anche dopo le battiture avute nel '66 e nell'82, avrebbero potuto ottenere una rivincita, e dominare il popolo. Ma erano invece divisi e si combattevano aspramente anche fra di loro. «Aveva grande guerra (dice il Villani) tra gli Adimari e' Tosinghi, e tra' Rossi e' Tornaquinci, e tra i Bardi e' Mozzi, e tra i Gherardini e' Manieri, e tra i Cavalcanti e' Buondelmonti, e tra certi de' Buondelmonti e' Giandonati, e tra' Visdomini e' Falconieri, e tra i Bostichi e' Foraboschi, e tra' Foraboschi e' Malespini, e tra' Frescobaldi insieme, e tra la casa de' Donati insieme e piú altri casati».[69] Né deve recar maraviglia, che le consorterie cosí forti e potenti fossero gelose le une delle altre. S'aggiungeva poi, che fra questi nobili guelfi c'erano gli avanzi del partito ghibellino, con le loro simpatie imperiali, il che costituiva un altro germe di discordia, e dava animo, eccitava il popolo a procedere sempre piú oltre nella guerra di sterminio, che aveva incominciata. Assai meglio ordinato e piú unito; associato nelle varie Arti, che formavano parte della generale costituzione dello Stato, esso dimostrava, in ogni occasione, una forza ed unità di azione, che i Grandi non avevano mai. Cominciava, è vero, a scorgersi già sin d'allora il germe di qualche gelosia tra le Arti maggiori, le minori e la plebe; ma questa discordia scoppiò assai piú tardi. Per ora non se ne vedeva neppure il principio. S'erano formate, tra i membri d'una stessa Arte o di varie Arti, quelle che allora chiamavansi Leghe, Posture, Convegni, ossieno accordi speciali, fatti anche per mezzo di regolari scritture. Ma avevano uno scopo piú che altro commerciale, mirando a tenere abusivamente alti certi prezzi, a fare monopolî poco legittimi: solo in piccola parte nascevano da passioni o interessi politici. Non erano permessi dalle leggi, né certo favorivano la concordia, ma avevano poca importanza.

La Città si trovava cosí sempre piú divisa e suddivisa in gruppi, e pareva che minacciasse d'andare in frantumi. I popolani erano di certo sempre i padroni del governo; ma i nobili, sebbene in diverso modo, erano anch'essi potenti; quindi l'unità e la concordia dovevano di continuo correre grave pericolo. L'ottenere una maggiore uguaglianza fra i cittadini, una maggiore unione e forza cosí nella società come nel governo, doveva essere perciò lo scopo cui, per necessità delle cose, bisognava mirare, se non si voleva restar sempre sull'orlo di un precipizio. Da gran tempo infatti la legislazione fiorentina e le continue rivoluzioni si erano indirizzate a questo fine. La legge del 6 agosto 1289, con la quale si aboliva la servitú, per dare la libertà ai contadini, fu anch'essa un nuovo passo verso l'uguaglianza. Quelle del 30 giugno e 3 luglio 1290 proibirono ogni accordo, che in qualunque modo s'allontanasse dalla costituzione legale delle Arti. La legge del 31 gennaio 1291 pose un altro freno ai nobili, obbligando tutti i cittadini, senza alcuna distinzione, a sottostare ai giudici ordinarî, minacciando pene severissime a chiunque pretendesse d'avere o di volere impetrare il privilegio di tribunali eccezionali.[70]

Ma ciò che è ancora piú, la pena pecuniaria minacciata in tali casi, ricadeva sul consorto o parente del colpevole, se esso riusciva a sfuggire alla giustizia. È questa una legge che deve a noi sembrare molto strana; ma che pur trova la sua spiegazione in quello che abbiamo già detto sull'ordinamento che aveva allora la proprietà, sulla costituzione delle famiglie e delle consorterie. Il patrimonio domestico rimanendo, in massima parte, indiviso nella famiglia, l'imporre pena pecuniaria ad uno solo de' suoi membri, senza colpire gli altri, doveva riuscire di certo non solo assai difficile, ma anche pericoloso, e per questa ragione la legge tendeva sempre ad obbligarli tutti in solido. Un tal principio sembrava piú logico ancora quando trattavasi di pene imposte ai Grandi, che vivevano strettamente uniti fra di loro nelle consorterie; che in comune trattavano i loro interessi, deliberavano le vendette, mostrando di volere in ogni cosa vivere ed essere insieme responsabili. Se la proprietà apparteneva a tutta la famiglia, ed era perciò sempre questa che pagava; se comune era anche la vendetta, e le piú gravi offese erano fatte in nome e per volontà di tutti i parenti, non pareva che vi fosse nulla di strano nella legge che obbligava l'un consorto o parente a pagare per l'altro, cominciando dai piú prossimi. E già da lungo tempo, per queste ragioni appunto, le leggi, dopo aver ordinato l'elenco dei Grandi, li obbligavano a sodare, cioè a dare, ciascuno, malleveria non solo direttamente per sé, ma anche l'uno per l'altro parente, mediante la somma di lire due mila, che a questo fine si depositava. In tal modo, quando le pene pecuniarie, che generalmente non passavano mai tale somma, ricadevano sopra un Grande, v'era già il danaro da lui stesso depositato, o il parente in simil modo vincolato a pagare per lui, nel caso in cui questi fosse fuggito o avesse con qualche indebito artifizio saputo eludere la legge.[71] Tali precisamente e non altri sono i principi sui quali si fondano anche gli Ordinamenti di Giustizia, che non si possono perciò in nessun caso ritenere opera personale di Giano della Bella, essendo invece una conseguenza logica, un resultato naturale, inevitabile delle rivoluzioni, delle istituzioni e delle leggi precedenti. In gran parte anzi essi non fanno altro che raccoglierle ed ordinarle, rendendo piú chiaro e visibile il loro scopo antico e costante.

V

Giano della Bella era un uomo d'azione, non un legislatore né un politico. Nobile di origine, aveva combattuto a Campaldino, dove ebbe ucciso il suo cavallo; s'era poi dato al partito popolare, secondo che si diceva, per una contesa avuta in san Piero Scheraggio con Piero Frescobaldi, il quale sarebbe giunto a mettergli le mani sul viso, minacciando di tagliargli il naso.[72] Vero o no che sia il fatto, certo egli era di carattere violento, di molto ardire, di poca prudenza, e disinteressato amico della libertà; ma non punto scevro dalla passione della vendetta, di che anzi veniva accusato dagli stessi suoi ammiratori. «Uomo virile e di grande animo (dice il Compagni) era tanto ardito, che lui difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, e tutto faceva in favore della giustizia contro ai colpevoli, e tanto era temuto dai rettori, che temeano nascondere i maleficî».[73] — «Egli era (dice il Villani) il piú leale e diritto popolano e amatore del bene comune, che uomo di Firenze, e quegli che mettea in Comune e non ne traeva. Era presuntuoso e voleva le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli Abati suoi vicini, col braccio del Comune»,[74] di che il buon cronista gravemente lo biasima. Mandato Podestà a Pistoia, s'era subito gettato in mezzo ai partiti, perseguitando alcuni e favorendo altri, con tanto ardore, che invece di calmarli, come era suo debito, li accese maggiormente, tanto che non potette neppur compiere il tempo dell'ufficio suo.[75] Tutta la condotta di lui in Firenze, noi lo vedremo, dimostra che esso era un uomo di poca prudenza e di grande impeto. Furono anzi queste passioni appunto, che ne fecero non già un legislatore, ma un capopopolo, un implacabile nemico dei Grandi.

Dopo la battaglia di Campaldino, questi dimostravano una maggiore audacia ed una superbia crescente. — Siamo noi, essi dicevano continuamente, che demmo la sconfitta in Campaldino, e voi ci volete ora disfare. — Volevano invece primeggiare e comandare, ed ogni giorno ingiuriavano o ferivano qualche popolano. Né le leggi bastavano, a punirli, perché gli offensori non si trovavano mai; venivano nascosti, e nessuno voleva o osava fare testimonianza contro di essi. Un popolano era circondato, assalito, riceveva una pugnalata, e l'autore del delitto non era visto da nessuno. Un altro era tirato in mezzo alle case d'una consorteria, malmenato, picchiato, collato alla fune, e tutto quello che ivi seguiva rimaneva un mistero. Si condannava ad una multa qualche Grande, e subito egli dichiarava di non aver nessuna proprietà individuale, di non aver sodato per negligenza sua o dei magistrati,[76] ed i parenti facevano lo stesso discorso. Bisognava dunque richiamare in vigore, rafforzare le antiche leggi, venire a nuovi e piú duri provvedimenti. Cosí finalmente i Priori, che si trovavano in ufficio dal 15 dicembre '92 al 15 febbraio '93, spinti dalla opinione popolare, che era guidata da Giano, dettero commissione a tre cittadini, Donato Ristori, Ubertino della Strozza e Baldo Aguglioni di stendere una nuova legge, la quale, provvedendo ai pericoli presenti, desse per l'avvenire un piú stabile assetto alla Repubblica. Il 10 gennaio, essendo già pronta la legge, il Capitano del popolo radunava il Consiglio dei Cento, proponendo che si chiedesse agli opportuni Consigli la balía[77] di proclamarla, quando fosse stata approvata dai magistrati e da alcuni savî cittadini. Vi fu chi propose invece che si leggesse e discutesse prima nei Consigli; ma cosí si correva rischio di non venir mai a capo di nulla. Prevalse quindi il partito piú pratico, e fu con 72 voti contro soli 2, deciso di concedere la chiesta balía. Il 18 gennaio la nuova legge, chiamata Ordinamenti o Ordini della Giustizia, fu promulgata in nome del Podestà, del Capitano e dei Priori, sentite prima le Capitudini delle 21 Arti,[78] ed alcuni savi cittadini. Tutto fa credere che fra questi fosse anche Giano della Bella; ma, sebbene gli storici lo dieno come autore e promotore della legge, perché fu esso che guidò il popolo e costrinse la Signoria, pure non si trovava allora al governo, né il suo nome apparisce negli atti ufficiali in modo alcuno.[79] Tanto fu lontano dall'essere il vero e solo autore o compilatore della legge.

VI

Ma che cosa sono dunque questi Ordinamenti? Per rispondere a una tale domanda, bisogna mettere da parte gli storici ed esaminare la legge stessa. Se non che, noi ne abbiamo molte compilazioni antiche, le quali sono tra loro cosí diverse, che in una trovansi solo 22 rubriche, in altre piú di cento. È necessario quindi, prima di tutto, determinare quale di esse è la primitiva e genuina, fatta il 18 gennaio '93, perché solamente su questa possiamo fondare un giudizio sicuro, e però solamente da essa dobbiamo prender le mosse.

Queste compilazioni cosí diverse arrivano al numero di sei, quattro a stampa, e due ancora inedite. Noi possiamo subito metterne da banda due, perché non fanno al nostro scopo. Una è quella che si trova nella compilazione generale degli Statuti fiorentini, fatta nel 1415 per opera di Bartolommeo Volpi e Paolo de Castro, pubblicata per le stampe verso la fine del secolo XVIII, colla falsa data di Friburgo (1778-83). In essa sono riunite leggi di tempi diversissimi, senza ordine cronologico, e gli Ordinamenti vi si trovano, ma alterati da tutte le modificazioni posteriori, accumulate anch'esse alla rinfusa. Per lo storico dei tempi di Giano della Bella, una tale raccolta non può essere utile, perché non dà nessuna sicura garanzia. E cosí anche dobbiamo porre da banda una miscellanea, che si trova nell'Archivio fiorentino, e che, come dice il Bonaini, è un grosso zibaldone, in cui sono leggi disparate, di varî tempi e di varia indole, qualcuna delle quali afforza o modifica gli Ordinamenti di giustizia. Essa può quindi avere importanza per la storia degli Ordinamenti, ma non dà nessun aiuto a trovarne la forma primitiva.

Restano cosí quattro compilazioni, delle quali una sola è inedita. Esaminandole, si vede subito che quella pubblicata dal Bonaini, non ha che 22 rubriche, l'ultima delle quali, la conclusione generale, è mutila; le altre compilazioni ne hanno assai piú, ma in esse i veri e proprî Ordinamenti del gennaio 93 sono contenuti sempre nelle prime 28 rubriche.[80] Infatti dalla ventinovesima in poi cominciano giunte e leggi posteriori, che portano assai spesso la loro propria data, e furono unite agli Ordinamenti, perché li modificano, li rafforzano, li rendono piú miti o trattano materie affini. È la vicenda che piú o meno subirono tutte quante le leggi, tutti gli Statuti della Repubblica. In questo modo adunque le grandi divergenze delle diverse compilazioni si riducono in assai ristretti confini, per ciò che s'attiene ai primi Ordinamenti. Restano tuttavia de' dubbî, perché non solo abbiamo da un lato 22 rubriche, e da un altro 28; ma esse differiscono fra di loro in varî punti. Cominciamo dunque dal notare, come la piú antica compilazione è senza dubbio quella che il Bonaini pubblicò nel 1855, da un codice originale dell'Archivio di Stato. Egli credette d'aver trovato la redazione primitiva degli Ordinamenti; ma pure, diligente com'è, preferí chiamarla prima bozza, perché non è veramente la legge stessa, approvata e promulgata dai Magistrati, secondo che l'Hegel ha poi dimostrato.[81] Il codice è antichissimo; si può anzi ritenere dei tempi di Giano della Bella. Infatti, in una intestazione, che fu prima messa, poi cancellata, trovasi la data, 1292 de mense ianuarii.[82] (s. n. 1293). Vi manca la formula con cui s'intestavano tutte le provvisioni della Repubblica, e nella quale si ponevano, non solo la data e il titolo, ma qualche volta anche i nomi dei magistrati, che promulgavano la legge. Il codice, in piccolo formato, è pieno di cancellature, pentimenti, aggiunte scritte da mani diverse; e spesso tra una rubrica e l'altra sono spazî vuoti, lasciati per dar luogo appunto alle aggiunte o correzioni possibili. Tutto fa chiaramente vedere che in questo antico Codice abbiamo solo la bozza della legge, quale fu compilata, per ordine dei magistrati, dai tre cittadini piú sopra nominati, senza che questa avesse ancora ricevuto la sua forma definitiva, né la sanzione legale di coloro che dovevano discuterla ed approvarla, prima che potesse essere promulgata. Non possiamo perciò dire con certezza, se e quali modificazioni essa poté subire.

Ma se questa bozza è alquanto anteriore alla vera e propria legge, le altre compilazioni che abbiamo di essa son tutte posteriori, e quindi possono avere giunte e modificazioni fatte piú tardi. Esaminando cosí la compilazione latina, pubblicata dal Fineschi nel 1790, come quella italiana che fu pubblicata dal Giudici nel 1853, cavate ambedue da codici antichi ed autentici, troviamo nell'una e nell'altra tutti quanti i caratteri d'una legge legalmente promulgata. Ambedue cominciano con la formula ufficiale, e hanno la data del 18 gennaio 92 (s. n. 93). Guardando alle rubriche aggiunte nella seconda di esse (italiana), che è molto piú lunga, si trovano diverse date, una delle quali del 1324; la prima invece (latina) non ha nessuna data posteriore al 6 luglio 1295. Questa è dunque la piú antica delle due, e le poche divergenze che osserviamo anche fra le sue prime 28 rubriche, e quelle della compilazione italiana, debbono di certo derivare da modificazioni posteriormente introdotte in questa. Tuttavia anche le prime rubriche della compilazione latina han dovuto subire modificazioni, anteriori però al 6 luglio '95. Nella rubrica VI troviamo infatti che il numero dei testimoni, il quale restava indeterminato nella bozza (rub. V), è portato a tre nelle due compilazioni posteriori, il che (come vedremo) si può coi documenti provare che fu deliberato nel luglio '95. Possiamo dunque in conclusione affermare, che di queste due compilazioni degli Ordinamenti, la latina, cioè la piú antica, ce li presenta nella forma che ebbero nel luglio '95; l'italiana, invece, sebbene sia una traduzione, che dall'esame del codice può dirsi ufficiale, ha in qualche punto subito modificazioni anche posteriori al '95. Se poi, tenendo conto solamente delle loro prime 28 rubriche, le paragoniamo con la bozza del Bonaini, troveremo che, salvo la mancanza in questa di sei rubriche, quasi tutte di assai poca importanza, le altre divergenze sono piú di forma che di sostanza. In ogni modo, quando le tre redazioni vanno fra loro d'accordo, possiamo essere certi d'avere la legge sanzionata il 18 gennaio '93, nella forma stessa che ebbe allora; quando invece troviamo delle divergenze, bisogna, prima di poter arrivare a qualche conclusione certa, aiutarsi col soccorso dei cronisti e di nuovi documenti, se ve ne sono. Con queste norme procediamo dunque all'esame della legge.[83]

VII

Che cosa dunque ci dicono, che cosa sono questi Ordinamenti di giustizia nella loro forma originale? Essi portano nella Repubblica un mutamento politico e sociale, col manifesto intento di promuovere l'uguaglianza civile, dare maggiore unità al governo, maggior forza alle Arti; assicurare l'unione e la concordia del popolo; metter freno all'albagia dei Grandi. La riforma piú propriamente politica si restringe a dare norme sicure per la elezione dei Priori, ai quali è aggiunto un nuovo e piú autorevole magistrato, il Gonfaloniere di giustizia, che siede con essi.

I sei Priori in ufficio, invitati dal Capitano del popolo, radunavano per mezzo suo le Capitudini, ossia i Consoli delle 12 Arti maggiori, e i savi cittadini, che credevano richiedere, per deliberare con loro sul piú opportuno e sicuro modo di scegliere i propri successori. I quali dovevano essere ascritti nella matricola di un'Arte ed esercitarla, questo essendo il modo piú sicuro di provare, che non appartenevano a famiglie di Grandi, che era sempre il punto essenziale. Infatti chi fosse rimasto ancora dei Grandi, sebbene esercitasse l'Arte, non poteva entrare nella Signoria.[84] Si poteva, con sottili ed anche sofistiche interpetrazioni, transigere sull'esercizio effettivo dell'Arte, non mai però sull'essere realmente fuori dell'aristocrazia.[85] Lo stesso Giano della Bella, che aveva appena, come dice il Villani, qualche interesse commerciale in Francia, di nobile fattosi popolano, poté nel febbraio '93 essere dei Signori. Nel luglio del '95, come vedremo, furono modificati gli Ordinamenti, e bastò addirittura essere ascritto all'Arte, senza di fatto esercitarla, richiedendosi però sempre che non si fosse dei nobili. Seguivano molte prescrizioni destinate a dare equa parte negli uffici a tutti quanti i Sesti della Città, a tutte le Arti, vietandosi che vi fossero piú Priori d'un medesimo Sesto, d'una medesima Arte o famiglia. Chi usciva d'ufficio aveva divieto a tornarvi per due anni, e cosí pure avevano divieto i suoi parenti. L'ufficio dei Priori durava due mesi; non si poteva chiedere né brigare, e non si poteva neppure ricusare. Essi sceglievano, per abitarvi, una casa nella quale vivevano e mangiavano insieme, senza potere accettare inviti o dare udienze private.[86]

Si veniva poi alla elezione del nuovo magistrato, cioè il Gonfaloniere della Giustizia. Esso era eletto ogni due mesi, d'un Sesto sempre diverso della Città, dai nuovi Priori, dal Capitano e dalle Capitudini, piú due Savi per Sesto. Era in tutto pareggiato ai Priori, salvo che aveva divieto d'un anno invece di due; viveva con essi qual primus inter pares; aveva, come essi, l'onorario di dieci soldi al giorno, comprese anche le spese, per il che si poteva dire un ufficio gratuito. Avendo però dalla legge maggiori attribuzioni, ben presto divennero di necessità il capo della Signoria.[87] A lui si consegnava, in pubblico Parlamento, il Gonfalone del Popolo, donde veniva il nome di Gonfaloniere, ed aveva a propria disposizione 100 pavesi o scudi, 25 balestre con quadrella, i quali servivano a meglio armare alcuni dei 1000 popolani scelti ogni anno, per essere agli ordini suoi, del Capitano e del Podestà, e provvedere cosí al buon ordine ed alla esecuzione delle nuove leggi.[88] Non poteva esser parente dei Priori in ufficio. La creazione di questo nuovo magistrato viene di certo a provare chiaramente, che si sentiva già il bisogno di dare maggiore unità e capo al governo. La gelosia repubblicana però non permise allora d'andar oltre una semplice apparenza. E quindi il Gonfaloniere non fu che il piú autorevole fra i Priori, mutabile al pari di essi; ma in certe occasioni poteva direttamente disporre de' popolani armati, il che aumentava di certo la sua autorità.

Venendo ora a quella parte degli Ordinamenti, che aveva un carattere assai piú sociale che politico, noteremo innanzi tutto, che da essi ha origine la definitiva costituzione delle Arti in Firenze, le quali ben presto formarono o rinnovarono i propri statuti; ed essi ancora ne fissarono il numero normale, il quale d'allora in poi rimase sempre fermo a 21.[89] La prima rubrica infatti ordinava che le Arti facessero solenne giuramento di mantenere l'unione e la concordia del popolo. La seconda annullava e proibiva severamente tutte quante le compagnie, leghe, promesse, convegne, obbligazioni e sacramenti, ossia tutti gli accordi fra i popolani, non preveduti o permessi dalle leggi, contrari o estranei alla costituzione delle Arti stesse. Al procuratore ed agli stipulatori di simili accordi si minacciava perfino la pena del capo; e l'Arte in cui l'accordo avesse avuto luogo, doveva pagare mille lire; cinquecento dovevano pagarne i suoi Consoli ed il notaio che avesse compilato l'atto.[90] Da tutto ciò si vede chiaro che non si trattava solo, come fu affermato e creduto, d'una legge di vendetta contro i nobili; ma si voleva anche riordinare la Città ed il governo, costituendo fortemente le Arti, dando ad esse nuova importanza politica. L'abbassamento dei Grandi formava tuttavia uno degli scopi principali della legge. Vediamo dunque quali erano le disposizioni a ciò destinate.

VIII

Prima di tutto, era necessario, per punire i Grandi delle loro continue offese contro i popolani, obbligarli a sodare, cosa che molti di essi avevano saputo, in onta alle leggi, evitare. Le pene per la maggior parte dei delitti erano pecuniarie, e chi non aveva sodato, facilmente poteva trovar modo di sfuggirle con una o un'altra scusa: ciò si voleva con gli Ordinamenti impedire.[91] Essi richiamavano quindi in vigore le antiche leggi, già troppo spesso violate. «Ancora, per ischifare molti inganni, li quali per alquanti piú Grandi e nobili de la Cittade e del contado di Firenze, sono commessi cotidianamente intorno a' sodamenti li quali per loro si fanno o debbonsi fare, per la forma e secondo la forma del Costituto del Comune di Firenze, posto sotto la rubrica: De le securtadi che si debbono fare da' Grandi de la città di Firenze, e comincia quello capitolo: Acciò che la isfrenata specialmente de' Grandi, etc. proveduto e ordinato è,[92] etc.» Tutti i Grandi, adunque, i quali erano già notati nel sopradetto Costituto, e dei quali si fece allora nuova lista, dovevano dai 15 ai 70 anni, senza eccezione, sodare per lire duemila, somma a cui vediamo generalmente ammontare le piú gravi pene pecuniarie, oltre la confisca di cui soleva allora farsi uso ed abuso. Se qualcuno di essi era dell'Arte, ciò non bastava ad esentarlo dall'obbligo del sodare; ad ottenere un tale vantaggio era necessario, che a tutta la famiglia, per una qualche ragione, anche per sola tolleranza, fosse stato concesso, durante cinque anni almeno, di non sodare, o che l'avessero dichiarata addirittura francata. In questi casi essa era ritenuta come davvero popolare, con tutti quanti i vantaggi che ne derivavano. Ai piú poveri si poteva dai Signori alleviare il sodamente, ma questo era ciò che dava poi occasione a parzialità ed a frodi.[93] I sodamenti, continuava la legge, saranno fatti nel mese di gennaio, o al piú nel febbraio; se qualcuno si ricusa o ritarda in qualunque modo, verrà bandito, ed in sua vece saranno obbligati i parenti piú prossimi in linea maschile. Commettendosi il maleficio da chi non ha sodato, la pena ricadrà sui parenti. Se poi si tratta di pena capitale, ed il colpevole fugge, i parenti allora, invece delle duemila lire del sodamento, ne pagheranno tremila. Quando però fra questi parenti vi siano nimicizie di sangue, cesserà l'obbligo di sodare l'uno per l'altro. Ciò prova chiaro che, cessando la comunanza degl'interessi e l'alleanza delle passioni, la legge non richiedeva piú la responsabilità collettiva dei parenti o consorti, il che fa sempre meglio vedere quale era lo scopo cui essa mirava.[94]

Solamente quando i membri delle consorterie agivano in comune, come se formassero davvero una persona sola, la legge, che voleva disfar le consorterie, dichiarava gli uni responsabili degli altri, ed obbligava l'un socio a sodare ed a pagare per l'altro. Ma è sempre una pena pecuniaria, ed anche questa tra certi limiti, quella che ricade sui parenti, perché essa sola è come imposta alla consorteria collettivamente. Ciò spiega che cosa significassero le parole del Compagni e del Villani, quando dicevano che, secondo gli Ordinamenti, «l'un consorto era tenuto per l'altro».[95] E si vede come erroneamente, o almeno assai esageratamente le interpretasse il Machiavelli, quando disse in termini generali: «obbligavansi i consorti del reo alla medesima pena che quello»;[96] e come s'ingannassero i moderni nel ripetere una interpretazione, che si trova contraddetta dagli Ordinamenti stessi, i quali altrimenti sarebbero in opposizione con la cultura dei tempi, e con i piú fondamentali principî d'ogni diritto. Ciò che essi fecero davvero contro i Grandi, si può ridurre a due punti principali: richiamare in vigore e rendere piú severe le leggi, che li escludevano dagli uffici, e li obbligavano a sodare ed a pagare l'uno per l'altro; aggravare le pene contro di loro, «raddoppiando le pene comuni diversamente», dice il Villani.[97] Vediamo ora quali erano queste pene cosí aggravate.

Se un Grande, dicono gli Ordinamenti, uccide o fa uccidere un popolano, tanto il Grande come l'esecutore del delitto saranno dal Podestà condannati a morte; i loro beni disfatti e confiscati.[98] Se fuggono, saranno condannati in contumacia, oltre la confisca; il mallevadore pagherà, nonostante, la somma per cui ha sodato, con diritto di rivalersene poi sui beni confiscati e disfatti del contumace. Tutti gli altri Grandi i quali, senza essere direttamente autori del maleficio, vi avevano preso parte, venivano condannati in lire duemila; non pagandole, si confiscavano loro i beni, e s'obbligavano i parenti o mallevadori a pagare. Quando si trattava invece d'una grave ferita, l'esecutore del delitto e colui che aveva istigato a commetterlo, venivano condannati in lire duemila. Ricusando di pagar la pena, era ad essi mozza la mano; sfuggendo alla giustizia, i loro beni venivano disfatti e confiscati, i mallevadori costretti a pagare, potendo al solito rivalersi sui beni confiscati. Scemando la gravità dell'offesa, scemava la pena. In ogni modo, i colpevoli avevano per cinque anni divieto da ogni pubblico ufficio. A provare il delitto, se si trattava di morte, bastavano il giuramento dell'offeso o del suo prossimo parente, e due testimonî di pubblica fama; non era cioè necessario che fossero testimonî oculari. Questa era la parte della legge che piú offendeva i Grandi. In generale essi si curavano poco della minaccia di pene anche severissime, sperando sempre di poterle sfuggire. Invece molto s'impensierivano, andavano anzi in furore, quando si provvedeva ai modi di eseguire rigorosamente le condanne. E tale era appunto il principale scopo, il carattere vero degli Ordinamenti. Tutto il giudizio da essi ordinato procedeva in modo sommario, quasi di legge stataria, dando molto peso alla voce pubblica, che in mezzo alle passioni dei partiti non era certo guida sicura. La stretta unione delle consorterie, aveva reso assai difficili, se non impossibili, i procedimenti legali. E quindi si ordinava che, commesso una volta il delitto, il Podestà dovesse, nel termine di cinque o al piú otto giorni, secondo la maggiore o minore gravità di esso, scoprirne l'autore, sotto pena, ove trascurasse, di perdere l'ufficio, e di 500 lire per le offese minori. Allora però doveva provvedere il Capitano, sotto minaccia delle medesime pene. Le botteghe si chiudevano, gli artigiani s'armavano, il Gonfaloniere vegliava, punendo chi non era pronto all'obbedienza. Quando invece il Podestà scopriva il reo, e si trattava d'omicidio, esso d'accordo col Gonfaloniere faceva, senza neppure aspettare il resultato del giudizio, sonare la campana a martello, e, radunati i mille uomini armati, andavano a disfar le case del colpevole. I capi delle Arti si tenevano pronti ad ogni chiamata del Capitano. Se si trattava invece di minori delitti, il disfacimento aveva luogo dopo il giudizio.[99] Ed è qui da notare che questi disfacimenti non solevano mai arrivare ad una totale distruzione, giacchè Gonfaloniere e Podestà, massime pei delitti minori, si ponevano d'accordo sulle proporzioni che credevano darvi.[100]

Erano minacciate pene assai severe cosí agli offesi che non denunziavano il maleficio,[101] come a coloro che facevano false denunzie.[102] Quando un popolano s'intrometteva nelle zuffe dei Grandi, e ne toccava, o quando si trattava di contese tra servitore e padrone, allora non avevano esecuzione gli Ordinamenti, ma tornava in vigore la legge comune.[103] Seguivano altre disposizioni circa le ingiuste occupazioni, che i Grandi facevano dei beni dei popolani, gli ostacoli che ponevano alla riscossione delle loro rendite, e si determinavano le pene pecuniarie in 1000 o 500 lire, con le norme consuete.[104] Al Grande condannato era vietato di fare accatto o colletta per trovare il danaro, giacché allora sarebbe stato piú facile far le vendette in comune, e poi sottoscriversi fra molti per pagare. E però il Grande che faceva l'accatto, veniva condannato in lire 500; quelli che andavano raccogliendo per lui il denaro, e quelli che lo davano, erano condannati in lire 100.[105]

Non si concedeva appello di sorta contro i giudizi dati in forza degli Ordinamenti,[106] perché questi erano superiori ad ogni statuto, e non potevano essere prorogati, né sospesi o alterati, sotto gravi pene, determinate nella Conclusione generale.[107]

IX

Tali furono dunque gli Ordinamenti di giustizia. Essi cercavano, come già dicemmo, di rafforzare le Arti, dare maggiore unità al governo ed al popolo, abbassare i Grandi, affrettare la dissoluzione delle consorterie. Solo era a dubitarsi che una legge siffatta riuscisse ad avere la sua piena esecuzione, e non fosse invece violata dai Grandi, come tante altre già promulgate coi medesimi intendimenti. Ed a questo appunto Giano della Bella cercò provvedere. Egli non era stato compilatore degli Ordinamenti, né si trovava in ufficio quando furono discussi e sanzionati; ma ne fu certo promotore. Poco dopo la loro proclamazione, il 15 febbraio '93, venne eletto dei Priori; ed il 10 aprile, o sia cinque giorni prima che uscisse d'ufficio, troviamo letta, discussa ed approvata in tutti i Consigli della Repubblica, una nuova provvisione, intesa a fortificare gli Ordinamenti dei quali poi fece parte.

Questa legge, che risponde assai bene al carattere di Giano, uomo d'azione e non di discussione, era semplicissima. Ai mille popolani, posti a disposizione del Gonfaloniere di giustizia, del Capitano e del Podestà, se ne aggiungevano altri mille, piú centocinquanta magistri de lapide et lignamine e cinquanta piconarii fortes et robusti, cum bonis picconibus.[108] Lo scopo di tutto ciò era ben chiaro: si voleva davvero punire; venire in ogni modo alle confische, al disfacimento delle case dei Grandi, che offendevano i popolani. L'irritazione dei nobili fu quindi grandissima, ed il loro odio contro Giano non ebbe piú limiti. Ma egli non si spaventava; voleva anzi andare sempre piú oltre, e mirava ad un nuovo provvedimento, che se fosse stato davvero attuato, i Grandi eran di certo spacciati per sempre. La loro forza, come abbiamo visto, rimaneva ancora intatta nei magistrati della Parte Guelfa, e Giano, per abbassarli, voleva appunto torre ai Capitani di essa «il suggello e 'l mobile della Parte, ch'era assai, e recarlo in Comune, non perché egli non fosse guelfo e di nazione guelfa, ma per abbassare la potenza dei Grandi».[109] Infatti, tolto che le fosse stato il suggello, che era come il segno della propria personalità; toltole il mobile o sia il danaro, per darlo al Comune, essa sarebbe stata disfatta, o almeno assai indebolita, e i Grandi avrebbero perduto cosí l'ultima fortezza in cui s'erano ricoverati. La proposta di Giano trovava poi un giusto appiglio nella legge che aveva istituito la Parte, secondo la quale a questa spettava un terzo solamente dei beni confiscati ai Ghibellini: non avrebbe dovuto prender tutto, come aveva fatto. Quindi si poteva con qualche giustizia obbligarla alla restituzione dei due terzi almeno, che aveva indebitamente usurpati. Fino a che punto Giano riuscisse nell'intento non sappiamo, perché mancano i documenti. Da un lato gli storici accennano al fatto,[110] dall'altro la Parte Guelfa continuò per lungo tempo ancora a spadroneggiare. Certo il solo tentativo basta a spiegarci l'odio crescente che s'accumulò contro di lui, e i segni che si videro subito d'una vicina catastrofe nella Città.

X

I popolani s'accorsero allora del pericolo che minacciava, e per esser parati agli eventi, cercarono di liberarsi subito da ogni minaccia di guerra esterna, concludendo la pace coi Pisani, sebbene questi fossero già ridotti agli estremi, sicché il continuare la guerra li avrebbe sottomessi ed umiliati sempre di piú. Ma i Fiorentini vollero cosí «fortificare loro stato di popolo, e affiebolire il podere de' Grandi e de' possenti, i quali molte volte accrescono e vivono delle guerre».[111] Le trattative cominciarono sotto il gonfalonierato di Migliore Guadagni (15 aprile a 15 giugno 93), e furono concluse sotto quello di Dino Compagni, che venne eletto subito dopo. I patti furono: restituzione dei prigionieri; esenzione da ogni gabella sulle mercanzie dei Comuni della Lega toscana, che passavano per Pisa, con reciproco privilegio ai Pisani. Per quattro anni questi dovevano eleggere il Podestà ed il Capitano, in modo che uno dei due venisse dai Comuni della Lega, l'altro da gente non ribelle ad essa, e non mai fra i conti di Montefeltro. Di questi era appunto il conte Guido, che aveva sino allora comandato con gran valore la difesa di Pisa, tenendovi l'ufficio di Podestà, di Capitano del popolo e di guerra. Egli doveva ora, secondo i patti della pace, abbandonare la città insieme con tutti i Ghibellini forestieri, in fede di che si dovettero dare in ostaggio 25 dei migliori cittadini. Tutto ciò fu un obbligare i Pisani alla piú dura ingratitudine, che il Conte avrebbe potuto far loro pagar cara, trovandosi esso alla testa d'un esercito ancora numeroso e a lui devoto; pure volle invece sopportare l'ingiuria dignitosamente. Entrato in Consiglio, ricordò loro i servigi resi, la ingratitudine con cui veniva pagato, e, ricevuto il suo soldo, se ne parti senza indugio. Ai Fiorentini fu anche promesso, che le mura del castello di Pontedera verrebbero disfatte, e i fossati riempiti; che i piú potenti esuli guelfi sarebbero stati rimessi in città. Ai Pisani però si doveva la restituzione del castello di Monte-Cuccoli e di ogni altra loro terra in Val d'Era.[112]

Posto cosí termine ad un'impresa, che sembrava allora la piú grave di tutte, il popolo procedette con piú ardire ad altre di minore momento. Furono sottomesse varie terre o castelli, come Poggibonsi, Certaldo, Gambassi, Cutignano. Ai conti Guidi si tolse la giurisdizione d'un assai gran numero di terre nel Val d'Arno di sopra. In Mugello furono riacquistati molti possessi ingiustamente occupati dagli stessi conti Guidi, dagli Ubaldini e da altri potenti. Fu poi formata una commissione di tre popolani, per allibrare, cioè fare un censimento dei beni della Città e del contado. La stessa commissione liberò anche le terre dell'Ospedale di Sant'Eustachio presso Firenze, che ingiustamente erano state occupate da molti, e le fece porre sotto la protezione diretta dei Consoli di Calimala.[113] Merita poi d'essere accennato un altro fatto, che dimostra con quanta energia procedesse allora in ogni cosa il popolo di Firenze, il quale, secondo l'espressione del Villani, «era fiero e in caldo e signoria». Un tale, avendo commesso un maleficio, fuggí a Prato, e vi fu accolto. La Repubblica subito lo richiese, e non essendo stato rimandato, condannò il Comune di Prato a pagare diecimila lire, ed a rendere il malfattore, inviando a tal fine un solo messo con lettera. I Pratesi non obbedirono, ed allora, senza indugio, fu intimata la guerra, chiamando sotto le armi fanti e cavalieri, il che finalmente li costrinse a cedere. «E cosí di fatto facea le cose, l'acceso popolo di Firenze».[114]

XI

Tutto era dunque tranquillo e sicuro fuori della Città, quando appunto i maggiori pericoli cominciarono dentro. I Grandi erano decisi a non volere che avessero esecuzione gli Ordini della giustizia, e però s'adoperavano in maniera che, quando seguivano offese contro i popolani, gli offensori venissero condotti dinanzi a giudici del loro medesimo partito, i quali stendevano il processo a loro favore, e cosí il Podestà, senza saperlo, era spinto a colpire gl'innocenti. Nascondevano i malfattori, difendevano i consorti, e quando si poneva mano all'esecuzione della legge, tentavano di far nascere tumulti. Contro tutto ciò appunto reagiva ora fieramente il popolo, guidato da Giano della Bella, il quale soleva ripetere sempre: perisca piuttosto la Città che la giustizia. Le passioni perciò s'esaltarono in modo, che già si minacciava di voler trascorrere a gravi eccessi contra i Grandi. Primi a cader sotto le piú severe pene degli Ordinamenti furono i Galli. Avendo uno di essi ferito in Francia un mercante fiorentino, che poi ne morí, le case loro furono disfatte in Firenze.[115] Dopo questo esempio, facilmente s'andò oltre. Il popolo chiedeva nuove e sempre piú severe esecuzioni: si temeva perciò, dice il Compagni, «se l'uomo accusato non fosse punito, che il rettore non avesse difensione né scusa, il perché niuno accusato rimaneva impunito». I Grandi erano al colmo del loro furore, ed esclamavano, non senza qualche apparenza di ragione: «Un caval corre e dà della coda nel viso a un popolano, o in una calca uno darà di petto senza malizia a un altro, o piú fanciulli di piccola età vengono a quistione; debbono però costoro, per sí piccole cose, essere disfatti?»[116]

In questo modo sorse fra di loro il pensiero di cospirare contro la persona di Giano, capo e istigatore del popolo, e cosí farla finita una volta per sempre. La cosa non doveva esser di difficile riuscita, a cagione del carattere impetuoso, aperto, imprudente di lui. Il suo predominio sul popolo minuto era grandissimo, ma anche qui v'era un'altra cagione di debolezza. La plebe e le Arti minori vivevano, come vedemmo, colla piccola industria, col piccolo commercio nell'interno della Città, e facevano i loro maggiori guadagni coi nobili, i quali perciò avevano su di esse molta autorità, e fra di esse trovavano parecchi seguaci. Da un altro lato non mancava sin d'allora una qualche gelosia tra il popolo minuto ed il popolo grasso, il quale viveva, invece, principalmente col commercio d'esportazione e d'importazione,[117] ed era indipendente dai Grandi, che odiava e voleva abbattere. Non per questo però il popolo grasso poteva veder con piacere che Giano sollevasse l'ambizione e la potenza della plebe, la quale era scontenta perché si trovava esclusa dal governo, e cominciava a desiderare di prendervi parte.

S'aggiunse piú tardi l'elezione di Bonifazio VIII (dicembre 1294), il quale aveva un'ambizione smodata di temporale dominio, e credeva che, per la vacanza dell'Impero, il Papato potesse ora assumerne in Italia ed in Europa i diritti. Voleva perciò specialmente in Firenze, che era capo di Toscana, e dove già i suoi predecessori avevano nominato Carlo d'Angiò vicario imperiale, accrescere la propria autorità. Cominciò quindi a intendersela subito coi Grandi, coi quali era molto piú facile venire ad accordi, perché, trovandosi essi già indeboliti, avrebbero ben volentieri ripreso il governo della Città in nome suo, come i loro antenati ghibellini lo avevano piú volte tenuto in nome dell'Imperatore. Ma a ciò naturalmente si opponeva il popolo grasso, il quale, volendo invece mantenere la Repubblica libera e indipendente, non poteva, sebbene guelfo, intendersi ora col Papa.

I segreti maneggi fra i Grandi e Bonifazio VIII cominciarono subito, per mezzo degli Spini, ricchi mercanti fiorentini, che, essendo banchieri della Curia, avevano agenti a Roma. Il primo risultato di ciò fu l'invito di venire in Toscana, fatto a un tal Giovan di Celona,[118] che già con alcune centinaia d'uomini armati s'avanzava ora verso l'Italia, chiamato dal Papa e dai Grandi, i quali ultimi volendo giovarsene ai loro propri fini, gli avevano fatto molte promesse, a quanto pare, d'accordo anche con alcuni dei popolani. Ma tutto ciò andava per le lunghe, e le passioni correvano ora piú rapide dei maneggi politici, che servivano però a tenerle sempre accese. Si pensò quindi ad ordire senz'altro indugio una trama, per uccidere addirittura Giano della Bella. Percosso il pastore, fiano disperse le pecore, dicevano i Grandi.

Se non che, su coloro che desideravano pronta violenza, prevalsero quelli che consigliarono invece l'astuzia. Nel popolo seguivano allora molti eccessi, che restavano impuniti per la debolezza dei giudici. I beccai soprattutto, guidati da un tal Pecora, pessimo e audace, che pubblicamente minacciava i Signori, trascorrevano ogni giorno di piú. E però, sapendo l'amore che Giano aveva alla giustizia, i Grandi, nelle riunioni che avevano spesso con lui e coi popolani, gli dissero: «Non vedi tu la violenza dei beccai; non vedi l'insolenza dei giudici, che, minacciando di punire i Rettori, al tempo del sindacato, ottengono ingiusti favori? Si lasciano sospesi i piati tre o quattro anni, e non si pronunziano mai le sentenze.[119]» Giano, nella sua lealtà, subito rispondeva: «Perisca piuttosto la Città, che ciò si sostenga. Facciansi leggi che siano freno a tanta malizia». E i Grandi correvano allora malignamente a dire ai giudici ed ai beccai, che esso voleva rovinarli con nuove leggi.[120] Continuando poi l'astuta trama, consigliavano una legge contro gli sbanditi, colla speranza di poterla presto applicare a lui stesso. Pare che egli fosse per cader nella rete, ma ne fu avvertito in tempo. E allora, senza piú volere ascoltare né amici né nemici, non consentí che nessuna legge si proponesse, minacciando di farli uccidere tutti. Cosí si sciolse l'adunanza, senza concludere altro che irritar sempre piú gli animi.[121]

Ma i Grandi non perciò s'arrestavano. Vedendo che Giano aveva sempre molti amici, e non era sperabile di vincerlo con quelle astuzie, si radunarono soli in S. Iacopo Oltrarno, per discutere sul da fare, e tornarono allora in campo i consigli violenti. Betto Frescobaldi, suo nemico personale, colui che gli aveva già posto le mani sul viso in S. Piero Scheraggio, disse: «Usciamo di questa servitú; prendiamo l'arme e corriamo sulla Piazza; uccidiamo amici e nemici di popolo, quanti noi ne troviamo, sicché giammai noi né i nostri figliuoli non siamo da loro soggiogati». Ma di nuovo si opposero i fautori dell'astuzia, e Baldo della Tosa, con molta calma, disse: «Il consiglio del savio cavaliere è buono, se non fosse di troppo rischio, perché se il nostro pensiero venisse manco, noi saremmo tutti morti. Vinciamgli prima con ingegno, e scomuniamgli con parole pietose.... E cosí scomunati, cacciamgli per modo che piú non si rilevino».[122]

Se non che a un tratto, l'occasione opportuna alla violenza si presentò da se stessa. Corso Donati, uno dei piú potenti e prepotenti nella Città, spinse alcuni suoi uomini a ferire messer Simone Galastroni, e ne seguí una zuffa, nella quale vi furono un morto e due feriti. Le parti presentarono querela; ma quando si fu dinanzi ai giudici che stendevano il processo, uno di essi, dominato dal solito spirito di parte, fece sí che il notaio scrivesse a rovescio le deposizioni dei testimoni. E venuta la cosa in questi termini dinanzi al Podestà Gian di Lucino, egli assolvette il Donati e condannò il Galastroni. Il popolo allora, che s'era trovato presente alla zuffa e sapeva come era andata la cosa, levatosi a tumulto, gridava per le strade: Muoia il Podestà; al fuoco, al fuoco! E corse subito al Palazzo con la stipa in mano, per bruciarne la porta, sperando d'avere a guida e sostegno Giano della Bella, il quale invece prese le parti dei magistrati, che voleva sempre rispettati. La porta del Palazzo del Podestà fu nonostante arsa, i suoi cavalli e gli arnesi rubati, i suoi uomini presi, gli atti stracciati; e molti che sapevano trovarsi presso di lui carte e processi a loro carico, riuscirono a distruggerli. Egli, che aveva seco la moglie, fuggí con essa nelle case vicine, dove furono ricoverati. Corso Donati, che era allora nel Palazzo, si salvò fuggendo su per i tetti.

Il giorno seguente furono radunati i Consigli, e per onore della Repubblica si deliberò di restituire al Podestà ogni cosa indebitamente a lui tolta, pagandolo e lasciandolo partire. Cosí fu subito rimesso l'ordine; ma gli animi erano sempre assai eccitati, ed i Grandi s'avvidero che il momento della vendetta contro Giano era finalmente arrivato. Infatti alcuni del popolo gli erano avversi, per le mille calunnie sparse ad arte contro di lui, fra cui quella d'aver egli promosso leggi a danno dei giudici e dei beccai; altri erano sdegnati, per aver egli preso le parti del Podestà; ed altri finalmente lo accusavano d'essere stato cagione del tumulto. In tanta incertezza e confusione di animi, i suoi nemici riuscirono a far eleggere prima del tempo una Signoria a lui avversa, che subito lo fece richiedere come autore dei disordini. Tutta la Città si trovò allora sollevata. Alcuni lo volevano condannare; ma il popolo minuto correva invece a difenderlo. Allora egli giudicò bene allontanarsi, ed il 5 marzo 1295 se ne usci di Firenze, per evitare una guerra civile, sperando che la sua partenza aprirebbe gli occhi ai piú savi, e che questi lo avrebbero perciò richiamato. I suoi calcoli però andarono falliti, avendo egli molti piú nemici che non credeva. E cosí fu condannato in contumacia, in nome di quegli stessi Ordini della giustizia, che aveva promossi, e dei quali era tenuto autore. Il Papa allora mandò subito a rallegrarsi coi Fiorentini, e Giano capi che la sua stella era ormai tramontata. Senza perciò esitare, come portava la sua indole sdegnosa e pronta, andossene in Francia, dove aveva alcuni interessi nella casa dei Pazzi, e quivi morí esule. Le sue case vennero disfatte, i suoi amici e parenti furono condannati, ma gli Ordinamenti della Giustizia restarono fermi per lungo tempo ancora.[123] Il Villani, a questo proposito, nota come chiunque in Firenze «s'è fatto caporale di popolo o d'università, è stato sempre abbandonato». E aggiunge che «di questa novitade ebbe grande turbazione e mutazione il popolo e la cittade di Firenze, e d'allora innanzi gli artefici e' popolani minuti poco potere ebbono in Comune; ma rimase al governo dei popolani grassi e possenti».[124]

XII

Queste ultime parole d'un cronista e di un osservatore assai accorto ci aprono la via a comprendere anche meglio il carattere generale della rivoluzione cui abbiamo assistito, la quale fu conseguenza necessaria delle molte altre che l'avevano preceduta, e che perciò dallo studio di essa ricevono nuova luce. Quando i Fiorentini riuscirono a disfare nel contado i castelli dei nobili feudali e ghibellini, obbligandoli a venire in Città, la Repubblica si trovò, come abbiam visto, divisa in due partiti, che fieramente si lacerarono fra loro: nobili ghibellini da un lato, popolani guelfi dall'altro. Quando gli Svevi da Napoli e Palermo sollevarono in tutta Italia il partito ghibellino, quei nobili primeggiarono in Toscana, e coll'aiuto di Federico e di Manfredi dominarono ancora in Firenze, opprimendo e cacciando i Guelfi. Ma quando caddero gli Svevi e vennero gli Angioini, allora l'Impero ne fu indebolito, e la politica italiana mutò di nuovo: i Guelfi si rialzarono in Firenze, e la democrazia, che da un pezzo costituiva la vera forza della Repubblica, fece le sue vendette contro i Ghibellini, che parvero quasi scomparsi. Se non che, in quel momento appunto i Guelfi si trovarono divisi in Grandi da una parte, popolani dall'altra, e ne seguí una nuova e non meno aspra lotta, nella quale si trattava di fare scomparire del tutto i magnati. Questi perciò si videro costretti a chieder d'essere ascritti alle Arti, ad affettare modi popolari, a mutare perfino i loro antichi nomi di famiglia, se non volevano restare esclusi dal governo. Gli Ordinamenti di Giustizia furono lo statuto che, dopo una lunga serie di leggi e di rivoluzioni, assicurò per sempre il trionfo della democrazia, verso cui da lungo tempo, anzi fin dalla sua origine, mirava la repubblica fiorentina.

Se non che in essa v'era il popolo, ma v'era anche la plebe, e s'eran trovati fra di loro uniti finché si trattò di combattere insieme i Grandi; ma si divisero appena che ebbero ottenuto il comune trionfo. Cosí a poco a poco s'andò formando il partito dei popolani grassi o delle Arti maggiori. Queste dapprima eran dodici, e pareva che andassero d'accordo con le nove minori, le quali piú tardi divennero quattordici e si andarono separando sempre piú dalle altre sette, che furon veramente le maggiori, con le quali si posero in lotta; e fu costituito cosí il popolo grasso. La formazione ed il trionfo di un tal partito, che per lungo tempo governò la Repubblica, cominciò appunto, come osserva il Villani, subito dopo la caduta di Giano della Bella, vinto dalla unione temporanea dei Grandi con i popolani piú potenti. Questi si separarono allora cosí dai Grandi come dai popolani minori, vincendo gli uni e gli altri, formando una delle democrazie piú attive, accorte ed intelligenti che si conoscano nella storia. Essa fu costituita dalla parte piú vigorosa e ricca del popolo, che perciò si chiamò grasso, ed a poco a poco divenne padrona della Città; e tutto ciò fu una conseguenza inevitabile delle passate rivoluzioni, ma venne ora affrettato dagli Ordinamenti. Essi erano stati promossi da Giano coll'aiuto del popolo contro i Grandi. Di questi egli fu vittima, quando riuscirono ad ingannare i popolani, ai quali per un momento sembrarono unirsi. E certo fu contro ogni sua voglia, se si trovò cosí a favorire la formazione d'un partito che, sorgendo sulle rovine dei Grandi e della plebe, finí coll'escluderli ambedue del tutto dal governo della Città.

Questo partito, in ogni modo, fece per lungo tempo salire a grandissima altezza la potenza della Repubblica, e ne diresse per piú d'un secolo la politica. Il momento in cui riuscí a formarsi, è quello stesso in cui Firenze divenne il centro della cultura italiana, e quindi anche della cultura in Europa. Né è da meravigliarsi punto d'un cosí grande trionfo intellettuale, politico e morale della democrazia commerciale in Firenze. L'aristocrazia, al tempo degli Svevi, era stata di certo la parte piú culta e civile della nazione italiana; le grandi questioni politiche, le grandi lotte fra il Papato e l'Impero, nelle quali tutta l'Europa prese vivissima parte, furono da essa sostenute. La reggia di Federico II era stata il centro principale di tali lotte, il punto allora piú luminoso di luce intellettuale nel mondo. La lingua fu cortigiana; la Corte, scettica, ed i primi poeti furono principi o baroni. Lo stesso imperatore Federico, il suo figlio Enzo, il suo segretario Pier della Vigna fecero udire i primi accenti della musa italiana. Era un ordine privilegiato e ristretto, in cui la letteratura e la scienza serbarono sempre il carattere della cavalleria e della scolastica. Al pari dei Provenzali e dei Francesi, che imitarono, essi cantavano in versi sempre artificiosi una donna immaginaria, un amore fantastico e non sentito. Non si riuscí mai ad abbandonare le forme medievali e convenzionali. In quello stesso tempo, invece, i mercanti, i popolani delle nostre repubbliche, massime di Firenze, correvano il mondo, fondando banche, case di commercio in Oriente ed in Occidente; studiando il diritto; dimostrando sempre e per tutto una singolare attitudine a far leggi, a creare istituzioni nuove, a regolare grandi interessi. E cosí acquistarono quella conoscenza pratica degli uomini e del mondo, quel senso del vero e del reale, che era appunto ciò che sostanzialmente mancava alle letterature preesistenti, ciò che era necessario per dar finalmente origine alla prima fra le letterature moderne.

Questi mercanti, educati solo al commercio ed alla piccola politica municipale, non potevano di certo avere le idee, né lo spirito abbastanza elevato e largo, l'intelletto abbastanza culto ed ingentilito, per risolvere essi soli il difficile problema. Ed allora appunto, nella piú operosa ed intelligente delle nostre repubbliche, seguiva quella serie di grandi e radicali mutamenti, che abbiamo esposti, i quali, attraverso lotte sanguinose, dopo una nuova ricomposizione degli ordini sociali, la posero a un tratto in una condizione fortunata davvero. In conseguenza delle guerre già fatte, Firenze aveva adesso aperto tutte quante le vie al suo commercio, che prese perciò un rapido, maraviglioso incremento; e poté cosí acquistare una grande, né piú contestata preponderanza in tutta Toscana, di cui era stato il centro e divenne il capo. L'antagonismo sorto tra il Papa e gli Angioini, le mutate condizioni dell'Impero le permisero di destreggiarsi abilmente fra di essi, assumendo per la prima volta una vera, una grande importanza politica e storica in Italia. Cosí si estesero in un medesimo tempo il giro dei suoi affari, e la cerchia delle sue idee. I due ordini di cittadini piú intelligenti e piú avversi, i mercanti cioè divenuti potenti, e i nobili costretti ad accomunarsi con essi, furono nella loro aspra lotta trasformati, fusi finalmente in un ordine solo, lasciando da una parte la plebe piú rozza, e dall'altra quei Grandi, che aspiravano a signoria assoluta, o restavano sempre troppo tenaci fautori delle consuetudini feudali, e dell'autorità imperiale, ciechi avversari delle istituzioni comunali, che pure erano destinate inevitabilmente a trionfare. C'è egli da maravigliarsi, se si vide allora appunto sorgere il fiore piú bello delle lettere e delle arti, e sotto il benefico soffio della nuova libertà, della cresciuta uguaglianza, aprire le sue foglie, diffondere i suoi effluvî nel mondo? Basta leggere le storie, basta svolgere le leggi della Repubblica, per vedere come un nuovo spirito animi il popolo, e quasi un nuovo sole sorga sull'orizzonte, in questi ultimi anni del secolo XIV.

Ogni paragrafo dei cronisti ci annunzia nuove opere pubbliche di grande importanza: piazze, canali, ponti, mura della Città. E insieme con essi si vedono sorgere i piú immortali monumenti dell'arte moderna. In questi anni Arnolfo di Cambio lavorò al Battistero, cominciò la Chiesa di Santa Croce, e, secondo che scrivono, ebbe dalla Signoria, con solenni parole, l'ordine di rinnovare affatto il vecchio duomo, costruendone uno nuovo, «innalzandolo con la maggiore magnificenza possibile alla mente dell'uomo, facendolo degno d'un cuore divenuto grandissimo, per la unione di piú animi in uno solo».[125] Certo è che allora egli pose la prima pietra di questa, che non pochi giudicano la piú bella chiesa del mondo. E nello stesso tempo si conduceva innanzi un altro grandissimo numero di monumenti e di opere pubbliche: S. Spirito, Orsammichele, S. M. Novella. Nel 1299 lo stesso Arnolfo pose mano anche al Palazzo dei Signori, un altro dei piú grandi monumenti dell'arte moderna, nel quale sembrano impressi tutto il carattere repubblicano, tutto il giovanile vigore, che animava il popolo fiorentino in quei giorni. Nel medesimo anno si ripigliò la costruzione delle nuove mura, abbandonata nell'85. E mentre che per tutto sorgevano chiese, palazzi pubblici e privati, la mano di Giotto veniva con profusa ricchezza a stendere sulle loro mura le sue immortali e solenni composizioni; la scultura, emulando la pittura, ornava i templi colle sue creazioni immortali, ed iniziava quella scuola toscana, che doveva poi arrivare a Donatello, al Ghiberti, ai Della Robbia, a Michelangiolo. E quali sono i nomi che piú di frequente troviamo nella storia di questi anni, in mezzo alle lotte che promossero o che seguirono gli Ordinamenti di Giustizia? Ad ogni piè sospinto, fra i Priori, fra i Gonfalonieri e gli ambasciatori, in mezzo alle tumultuose discussioni dei Consigli, incontriamo Dante Alighieri, Brunetto Latini, Giovanni Villani, Dino Compagni, Guido Cavalcanti, i creatori della poesia e della prosa italiana. La Divina Commedia è piena d'allusioni continue a questi eventi, tra i quali è nata, e nei quali si direbbe che vive un solo e medesimo spirito, perché, sotto mille forme diverse, apparisce sempre uguale a se stesso. Gli Ordinamenti di Giustizia adunque non sono l'opera d'un uomo solo, quasi capriccio improvviso di Giano della Bella; ma sono il risultato di molte rivoluzioni, uno Statuto che ci dimostra e ci spiega quale era la forma definitiva che prese, quale il carattere che ebbe la repubblica fiorentina, carattere che, in una forma assai meno splendida, ove piú ove meno, ebbero anche gli altri Comuni italiani, dei quali essa restò sempre il tipo piú originale o luminoso.

NOTA

Dobbiamo qui accennare ad una questione recentemente sollevata a proposito degli Ordinamenti di Giustizia. Il Salvioli ed il prof. Pertile, ricordando alcuni Statuti bolognesi del 1271 contro i Grandi, facevano supporre che da essi fossero stati imitati gli Ordinamenti fiorentini del 1293. Questi Statuti del 1271, non essendo però stati mai ritrovati, l'ipotesi fece poco cammino. Il prof. Gaudenzi, pubblicando nel 1888 (Bologna, Tipografia fratelli Merlani) gli Ordinamenta sacrata et sacratissima di Bologna del 1282 e 84, notò la grande somiglianza che essi avevano cogli Ordinamenti di Giustizia del 1293, e credette non potervi essere piú dubbio, che questi fossero imitati da quelli. Anzi andò piú oltre, affermando addirittura «che in genere i rivolgimenti e gli ordini di Firenze non furono che l'imitazione di quelli di Bologna». (Prefazione, pag. v).

Che questa ultima affermazione vada assai oltre i limiti del giusto, fu già notato dal Dott. Hartwig nel suo ultimo e pregevole lavoro sulla storia fiorentina (Ein menschenalter florentinische Geschichte — 1250-1293 — (Freiburg, 1889-91), estratto dai volumi 1, 2 e 5 della Deutsche Zeitschrift für Geschichtwissenschaft). Ed invero le leggi e le istituzioni di Firenze scaturiscono assai direttamente dalla storia della società e delle rivoluzioni fiorentine, che sono molto diverse da quelle di Bologna.

Quanto all'altra questione, se cioè gli Ordinamenti fiorentini del 1293, derivino veramente da quelli bolognesi del 1282, io ne dubito assai, e credo in ogni modo che a risolverla definitivamente siano necessarie ancora nuove ricerche speciali negli Archivi di Firenze, le quali diano compimento a quelle già fatte dal prof. Gaudenzi in Bologna. Mi limito intanto ad osservare: 1º Che la lotta del popolo contro i Magnati, e le leggi severe, spesso crudeli, contro di essi, non sono un fatto proprio esclusivamente di Firenze, ma un fatto invece assai generale nella storia dei nostri comuni. Ciò non esclude le molte diversità di queste lotte e di queste leggi nei vari Comuni, non ostante le non poche somiglianze. E quindi per dimostrare se e fino a qual punto gli Ordinamenti di Bologna siano stati il modello di quelli di Firenze, non basta paragonare gli uni cogli altri, e notare le rispettive loro date. Risulta certamente provato da quanto noi abbiam detto qui sopra, e fu poi nuovamente confermato da tutte le ricerche posteriori dell'Hartwig, del Del Lungo, del Perrens, che gli Ordinamenti fiorentini sono la sintesi di altre leggi molto piú antiche contro i Grandi, leggi che qualche volta letteralmente riproducono. Essi stessi ne citano una del 1286, piú volte ricordata dagli storici, e noi vedemmo che le Consulte del 1282 ricordano già un'altra legge piú antica contro i Grandi. Queste leggi anteriori sono le fonti vere degli Ordinamenti fiorentini, i quali però non solo abbattono i Grandi, come fanno anche gli Ordinamenti di Bologna; ma danno il governo in mano alle Arti maggiori, il che a Firenze era già cominciato nel 1250. In questo doppio fatto si ritrova il loro vero e proprio carattere. Bisogna continuare a ricercar queste leggi negli Archivi fiorentini e paragonarle con quelle di Bologna, prima di potere affermare con sicurezza che gli Ordinamenti di Giustizia, cosí connessi con tutta la storia fiorentina, siano copiati da quelli di Bologna. Il prof. Gaudenzi è stato con la sua pubblicazione assai benemerito degli studi storici. Ma ripeto che, a mio avviso, per risolvere davvero la questione, occorrono nuove indagini in Firenze. A questo lavoro attende ora il sig. Salvemini, ed io gli auguro che possa arrivare a qualche nuovo ed utile resultato. Il problema è tale che merita una soluzione definitiva.

DOCUMENTO[126]

([V. pag. 83])

In nomine domini amen. Liber defensionum et excusationum Magnatum Civitatis et comitatus Florentie, qui se excusare volunt a satisdationibus Magnatum non prestandis, receptarum per me Bax. de Amgnetello notarium nobilis Militis domini Amtonii de Fuxiraga de Laude, potestatis Florentie.

In anno currente Millesimo ducentesimo ottuagesimo septimo.

Ad defensionem

Absoluti Dardoccii quondam domini Uguicionis de Sachettis
Manni fratris sui producta fuit
intentio singnata per Credo (sic), et ad ipsam probandam producti fuerunt infradicti testes.

Baldus Brode populi sancti Stephani de Abatia, iuratus die suprascripta de veritate dicenda. et lecta sibi intentione per me Bax., dixit quod bene vidit dictum Dardocium et Mannum eius fratrem facere artem cambii in Civitate Florentie, iam sunt XX anni, et ab eo tempore citra, et credit eos fecisse. Set propter guerram et brigam quam nunc habent, predicti fratres Dardocci non tenent tabulam in mercato, set stat in domo sua, et ibi facet (sic) artem canbii. Interrogatus si ipsi palam tenent banchum et tapetum ante dischum domus sue sicut faciunt alii campsores, respondit non, quia est consuetudo prestatorum et non campsorum tenere tapetum. Interrogatus, dixit quod predictus senper cotidie exercuit.

Lapus Benvenuti qui vocatur Borrectus populi sancti Petri Maioris iuratus die suprascripta (?) ut supra, lecta sibi intentione per Be., dixit quod ipse testis est consocius predictorom. Dardoccii et fratris in arte canbii; et vidit dictum Dardoccium et fratrem dictam artem in civitate Florentie continue [exercere], et predictum Mannum vidit in Borgongna facere dictam artem per decem annos et plus, quibus stetit in Borgongna; set dixit quod predictus Dardocius[127] propter guerram quam ad presens habet, non audet uti ipsa arte in mercato sive in pubblico, set ea continue utitur in domo sua, et vidit ipso testis; et vox et fama est in populo dictorum fratrum et in civitate Florentie, quod ipsi fratres fuerunt et sunt campsores.

L. S. Ego Ruffus Guidi notarius predicta ex

actibus Communis Florentie exemplando

transcripsi, pubblicavi rogatus.

Capitolo IX[128] LA REPUBBLICA FIORENTINA AI TEMPI DI DANTE

I

La Repubblica Fiorentina, dopo gli Ordinamenti di giustizia (1293) e la cacciata di Giano della Bella, entra in un periodo di straordinaria, quasi vertiginosa confusione. I fatti sono assai noti, perché questo è il momento in cui comincia quella splendida serie di cronisti e di storici fiorentini, i quali raccontano, coi piú minuti particolari, tutto ciò che hanno essi stessi veduto. E i moderni vi sono tornati sopra, rovistando gli archivi, massime il professor Del Lungo, il quale recentemente ha dato prova d'una diligenza e di una dottrina che non si potrebbero lodare abbastanza. Pure io credo che non sia inutile provarsi a raccogliere questi fatti, ricercandone l'unità organica, per vedere donde essi muovano, dove vadano, e cosí spiegare, se è possibile, la causa di tanta confusione ed il significato vero delle nuove rivoluzioni. Aggiungerò anzi che questa ricerca può avere una grande importanza storica, perché noi siamo al tempo in cui non solo incominciano un'arte, una letteratura ed una civiltà nuova; ma la vecchia società medioevale si decompone e sparisce, la società del Rinascimento incomincia a formarsi. Ed in mezzo a questi avvenimenti sorge gigantesca la figura di Dante, che ridesta subito una straordinaria attenzione, dà un grande valore a tutto ciò che lo circonda.

La storia di Firenze fino al 1293, noi lo abbiamo visto e ripetuto piú volte, è assai chiara: una serie di guerre e di rivoluzioni, con le quali il popolo guelfo della Città, prima assale i baroni feudali e ghibellini, che incastellavano tutte le colline d'intorno, impedivano il suo commercio, e, dopo averli vinti, demolisce i loro castelli, obbligandoli ad abitare dentro la cerchia delle mura, sotto le leggi del Comune. Ma allora il popolo è costretto a combattere ed abbattere gli avanzi del feudalismo, che tentava di ricostituirsi dentro la Città. Esso era stato già distrutto prima del 1293, lasciando dietro di sé i Grandi, cioè nobili che erano rimasti senza titoli e senza i loro antichi privilegi feudali. Gli Ordinamenti di giustizia che disciolsero le loro consorterie e li esclusero addirittura dal governo, avevano rafforzato invece le Arti ed il popolo, che fu allora padrone di Firenze, e colla nuova legge ebbe in mano un'arme efficacissima per continuare a perseguitare e battere i Grandi dinanzi ai magistrati. I nomi di Guelfi e di Ghibellini duravano ancora, ma avevano perduto il loro antico significato. La vecchia aristocrazia che aveva formato il nucleo vero del partito ghibellino, essendo ora scomparsa, la Città era divenuta tutta guelfa. Anche le condizioni generali d'Italia favorivano un tale stato di cose. Infatti, con la caduta degli Svevi, col trionfo degli Angioini, chiamati in Italia dai Papi, il partito guelfo aveva vinto in tutta la Penisola. La morte di Corradino (1268) era stata il funerale dei Ghibellini. La Francia trionfava sempre piú, e durante l'interregno imperiale, Filippo il Bello assumeva quasi le parti d'imperatore. Nello stesso tempo Bonifazio VIII dichiarava altamente, che il Papa era superiore a tutti i principi e re della terra, i quali dovevano, esso diceva, prestargli obbedienza.

Ma non perciò le divisioni cessavano in Firenze. E prima di tutto v'erano nel popolo stesso germi di future discordie, perché esso trovavasi diviso in popolo grasso o delle Arti maggiori, e popolo minuto o delle Arti minori, alle quali teneva dietro la plebe. Le maggiori, che facevano la grande industria, il grande commercio d'esportazione e d'importazione, erano sempre pronte ad intraprendere nuove guerre, le quali, opprimendo di tasse la Città, rendevano, se non impossibile, assai difficile quel lusso interno, di cui vivevano invece le Arti minori, che esercitavano in essa le piccole industrie. Ci voleva poco a mutare questo conflitto d'interessi economici in un conflitto politico, specialmente se si riflette, che le Arti maggiori s'erano impadronite del governo, e le minori ne erano escluse. Tuttavia, per ora almeno, il popolo minuto, sebbene numeroso e tumultuoso, non aveva coesione, né esperienza, né capi. Ma se mancava d'ogni vera forza politica, e non poteva ancora formare un partito, era tuttavia materia attissima a dar forza ai partiti che si fossero formati, che avessero saputo profittare del suo aiuto, cercando cosí di salire al governo.

I Grandi dall'altra parte, quantunque perseguitati, oppressi, battuti, non erano certo scomparsi, né erano senza autorità o senza accortezza. Un esempio se n'era avuto nella cacciata di Giano della Bella, che essi seppero riuscire un momento a far credere nemico del popolo, che di fatti lo abbandonò, ed a sollevargli contro la plebe. Se i Grandi non avevano piú la forza legale, avevano ancora la forza reale. Essi che si vantavano sempre d'aver vinto a Campaldino, erano veramente quelli che avevano in passato capitanato tutte le piú grosse guerre della Repubblica, ed anche ora si trovano piú assai dei popolani educati alle armi. Ricchi, nella città e nella campagna, di case, castelli e poderi, non erano distratti dal commercio; potevano piú facilmente darsi agli esercizi militari; e la materiale indipendenza di cui godevano, faceva loro piú vivamente sentire l'aculeo delle passioni politiche. A combattere il popolo grasso, era naturale che cercassero e trovassero favore nel popolo minuto. E cosí, riuniti insieme con questo formarono una gran massa di gente irrequieta e pericolosa; ma poco organica e tenuta fuori del governo, perché gli uni n'erano stati cacciati nel '93, gli altri non v'erano mai stati ammessi.

II

E qui si cominciò a vedere di che cosa fosse capace la sottile astuzia dei Fiorentini. Quell'arte d'essere padroni dello Stato senza parere, che piú tardi dètte, con sí grande fortuna la Repubblica in mano di Cosimo e Lorenzo dei Medici, i quali di fatto furon principi, sebbene restassero sempre legalmente privati cittadini; quell'arte fu trovata ora dai Grandi. Essa consisteva nel lasciare intatte le istituzioni repubblicane, non curandosi neppure di farne parte, cercando però che v'entrassero solo i propri amici. Mezzo principale a ciò erano gli uffici della Parte Guelfa, nei quali, come è noto, i Grandi erano ammessi, e cosí potevano, col dichiarar ghibellino un cittadino, farne confiscare i beni, ed escluderlo dal governo ogni volta che volevano. Se dunque non entravano nella Signoria, avevano pure un modo, piú o meno legale, per impedire che v'entrassero gli avversari piú odiati. Giano della Bella s'era bene avvisto del pericolo, e aveva cercato di porvi riparo; ma non arrivò in tempo, perché i Grandi riuscirono prima a farlo cacciare.

Un altro mezzo efficace per riafferrare il potere perduto, i Grandi lo trovavano nel cercare di riuscire ad esser padroni della scelta dei giudici, per poi agire sopra di essi personalmente. Molti di questi giudici, come il Podestà ed il Capitano del popolo, che dovevano essere anche cavalieri, cioè nobili, erano forestieri insieme coi loro notai, cancellieri e giudici subalterni. Essi decidevano non solo le cause civili e criminali, ma le politiche ancora. Al Podestà ed al Capitano, insieme col Gonfaloniere, spettava infatti l'applicazione degli Ordinamenti; ed inoltre il diritto pubblico si trovava allora talmente mescolato col privato, che non era possibile separar l'uno dall'altro. In origine anzi il Podestà, come abbiam visto, era stato poco meno che il capo del Comune. Comandava l'esercito, firmava i trattati di pace; e come gli storici antichi ricordavano gli avvenimenti di Roma sotto il nome dei Consoli, cosí i cronisti fiorentini registrarono quelli di Firenze prima sotto il nome de' suoi Consoli, poi sotto quelli dei Podestà. In sul finire del secolo XIII le cose erano però mutate. Colla distruzione del feudalismo, col progresso della civile eguaglianza e della cognizione del diritto romano, scemò la importanza politica di quei magistrati. Podestà e Capitano del popolo andarono sempre piú divenendo semplici giudici superiori. E però, tanto essi quanto i loro dipendenti, ebbero sempre minore autorità, minor forza; furono peggio pagati e meno rispettati, il che li rendeva piú facili alla corruzione ed a cadere sotto il dominio dei Grandi. Molti di essi venivano dalla Romagna, dalle Marche, moltissimi da Gubbio. Vissuti sotto le tirannidi, educati col diritto romano nello Studio di Bologna, ignoravano affatto, e spesso non riuscivano mai a capire il significato vero della lotta dei partiti in Firenze, e quindi neppure quello di leggi come gli Ordinamenti di giustizia, che erano sopra tutto leggi politiche. Ciò contribuiva non poco a renderli piú facilmente ciechi istrumenti di coloro che volevano impadronirsene. Tutta la letteratura di questo periodo infatti è piena di sanguinose imprecazioni contro «i tristi, i maledetti, i perversi giudici, rovina delle città».[129]

Cosí, col favore del popolo minuto e della plebe, con le ingiuste sentenze dei Capitani di Parte guelfa, con la corruzione dei giudici forestieri, i Grandi cercavano riguadagnare il terreno perduto, e impadronirsi nuovamente del governo. Né era del tutto impossibile riuscirvi, tanto piú che (come vedremo fra poco) essi avevano appunto allora potenti aiuti di fuori. Ma occorreva che fossero uniti, quello appunto che non era sperabile, perché essi erano composti d'elementi non solo diversi, ma anche eterogenei. Si poteva quindi fin d'ora prevedere che, prima o poi, la discordia sarebbe inevitabilmente e sanguinosamente scoppiata anche nel loro seno.

Dino Compagni osserva nella sua Cronica, che «i potenti cittadini non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti Grandi».[130] Essi infatti si componevano di antiche famiglie nobili, spogliate dei loro titoli e privilegi feudali; di antichi popolani, per moltiplicate ricchezze, saliti in alto; di coloro che il popolo dichiarava Grandi, a solo fine di punirli, escludendoli dal governo. E gli antichi nobili, come è naturale, guardavano con diffidenza e disprezzo questi nuovi venuti, che assai spesso (se non essi, i loro parenti) continuavano nei traffici e nelle industrie, il che li teneva in continue relazioni col popolo grasso, avverso al minuto, che perciò s'avvicinava invece alla parte piú potente e aristocratica dei Grandi. Né questo è tutto. V'erano fra di essi anche i nobili di contado, come gli Ubertini, i Pazzi del Valdarno, specialmente poi gli Ubaldini, che possedevano quasi tutto il Mugello, e l'occupavano coi loro forti castelli. Fortissimo era tra gli altri quello di Montaccenico, circondato da tre cerchi di mura, e fondato già da quel cardinale Ottavio degli Ubaldini, che Dante pone nell'inferno, e che disse un giorno: «Se anima è, per li Ghibellini io l'ho perduta». Tutti questi nobili di contado serbavano assai piú vivo l'antico carattere feudale, ed erano avversissimi al popolo, quindi alla Repubblica, che di continuo li combatteva. Se venivano in Città, dovevano certo al pari degli altri sottostare alle leggi comuni; ma i loro parenti ed essi stessi, quando tornavano nei propri castelli, restavano sempre baroni feudali.

Nel 1296 i Fiorentini, per indebolire i Pazzi e gli Ubertini, fondarono nel Valdarno di sopra, tra Figline e Montevarchi, le due terre di S. Giovanni e Castelfranco, nelle quali esentarono per dieci anni dalle tasse, e liberarono dal vassallaggio tutti i fedeli dei nobili, che vi andavano ad abitare.[131] Contro gli Ubaldini però simili provvedimenti sarebbero stati inefficaci, e fu quindi necessaria una guerra prolungata e sanguinosa. Questi baroni del contado avrebbero dovuto logicamente essere imperiali e ghibellini; ma l'Impero era omai debole e lontano, il Papa e la Francia vicini e forti. Laonde essi s'avvicinarono invece ai Grandi guelfi di Firenze, piú specialmente a quelli di antiche famiglie, venendo cosí a formare un nuovo elemento in quello strano agglomerato di forze diverse. Se a ciò s'aggiungano le gelosie private e gli odi sempre piú pronti ad infiammarsi e a divenire irrefrenabili là dove mancano l'unità organica e l'interesse comune di un partito bene ordinato, si capirà facilmente quanta dovesse essere la confusione, quale il disordine.

III

Per validi che fossero gli aiuti che i Grandi, in uno o in un altro modo, ricevevan di fuori; per minacciosi che allora divenissero, rimaneva però sempre vero un fatto, che non bisogna mai perder di vista, perché è quello che meglio può spiegarci la storia fiorentina di quel tempo. Che essi cioè erano un partito destinato a scindersi, a decomporsi ed a sparire, che aveva di fronte a sé, nelle Arti maggiori, un partito giovane, vigoroso, unito da comuni interessi, nel quale risiedevano invece la forza vera e l'avvenire del Comune. La storia di questi tempi non è infatti altro, che la storia del modo in cui le Arti Maggiori riescono, fra mille ostacoli, a divenire la Repubblica stessa, eliminandone gli altri elementi ostili o estranei. Già da un pezzo queste Arti, massime le prime cinque,[132] da cui le altre piú o meno dipendevano, erano in uno straordinario incremento. E quando gli Ordini della giustizia vennero a rafforzarle, esse nei loro Statuti, che in quegli anni rinnovarono, espressero molto chiaramente lo scopo commerciale e politico che avevano nell'aumentare la propria fortuna, rendendo non solo piú ricca, ma ancora piú potente la Repubblica. Ben presto le cinque Arti principali si collegarono in una Universitas Mercatorum, che nel 1308 ebbe l'autorità di un vero tribunale di commercio, e nel 1312 compilò definitivamente i suoi statuti. Tutto ciò si deve anzi ritenere che fu una parte principale dell'opera promossa da Giano della Bella,[133] quella in cui, secondato dalle condizioni dei tempi, esso riuscí meglio, come ne fece prova la prosperità di Firenze, divenuta in quei giorni, non ostante le continue lotte dei partiti, prodigiosa davvero. Di tale prosperità e felicità il Villani parla ripetutamente, aggiungendo che le feste erano allora continue, che la Repubblica poteva mettere in armi 30,000 uomini nella Città, e 70,000 nel contado.[134] Ma quello che è ancora piú, i suoi banchieri tenevano in mano il commercio principale del mondo, che venne inondato dalle manifatture fiorentine. Essi facevano gli affari della Curia romana; essi facevano quasi tutto il commercio della Francia e dell'Italia meridionale; ad essi ricorrevano i sovrani d'Europa, che nelle loro zecche, nelle loro amministrazioni ed ambascerie adoperavano assai spesso qualche accorto e intraprendente Fiorentino. Cosí il danaro d'ogni parte affluiva nella Città; ed è questo il momento in cui si narra che Bonifazio VIII, ricevendo gli ambasciatori delle varie potenze, e vedendo con maraviglia che erano tutti Fiorentini, esclamò: «Voi siete dunque il quinto elemento!». La conseguenza naturale di tutto ciò fu che la piccola repubblica divenne una potenza di primo ordine, la quale esercitava dovunque, specialmente in Italia, un'azione preponderante. Tutte le vicine città volevano imitare le sue leggi, le sue istituzioni, in cui vedevano la causa di cosí mirabile prosperità; né solo le piccole, ma anche le grandi, Roma stessa sembra ora intenta a modellare i suoi magistrati, i suoi Consigli, il suo Comune su quello di Firenze.[135]

E questo appunto era ciò che piú irritava i Papi, sempre in lotta col municipio di Roma; sopra tutto poi irritava adesso Bonifazio VIII, che sembrava deliberato a schiacciarlo, ma trovava vivissima opposizione nella nobiltà e nel popolo, i quali non gli davano mai pace, lo facevano andare quasi ramingo di città in città. Di un'indole impetuosa, di un'ambizione sconfinata, egli aveva dell'autorità papale un cosí alto concetto, che voleva dominare il mondo. Non poteva quindi rassegnarsi alla resistenza dei Romani, e molto meno all'esempio ed all'incoraggiamento che essi ricevevano da Firenze. Concepí quindi il disegno di sottometterla, per farne come un feudo della Chiesa, con un capo di sua elezione. Una volta concepito questo disegno, ci si volse con tutto il suo solito ardore. Non mancava di certo qualche probabilità di riuscita; ma s'urtava contro un ostacolo insuperabile, del quale egli non si rendeva conto. La probabilità nasceva da ciò, che Firenze, divenuta ora come una repubblica di mercanti, si trovava poco atta alle armi. I suoi 100,000 soldati, che vantava il Villani, erano una specie di guardia nazionale d'artigiani e contadini, poco o punto educati alla vita militare, senza ufficiali, senza generali che sapessero comandarli. Mancava quella cavalleria d'uomini d'arme, della quale solo i nobili potevano avere il tempo d'educarsi a farne parte. Ma il Comune diffidava dei nobili di città, e quelli del contado gli erano addirittura nemici. Le compagnie di ventura, che piú tardi s'ebbero per danaro, non si erano ancora cominciate a formare. Pure un esercito occorreva, e sopra tutto capi i quali sapessero comandarlo, se la Repubblica voleva mantenere in Italia la propria autorità, tutelare il suo commercio contro la gelosia crescente dei vicini. Questa era la ragione per la quale in passato essa aveva, a un tratto, accettato Vicari nominati dai Papi, ed era giunta sino a dare, per dieci anni, il supremo dominio a Carlo d'Angiò, che le mandava in fatti capitani e soldati. Perché non poteva ora Bonifazio indurla ad un simile accordo, in modo anche piú efficace e permanente? Il bisogno d'un capo militare v'era oggi, come e piú che in passato; il consenso e favore dei Grandi si potevano ritenere sicurissimi. Ma l'ostacolo insuperabile, di cui il Papa non si rendeva conto, era che i Fiorentini avevano sempre voluto e volevano chi li difendesse, non chi li comandasse, né in questo sarebbe stato facile ingannarli o piegarli. Ciò a cui essi piú tenevano, a cui non avrebbero mai rinunziato, era il governo popolare delle Arti, quello appunto che il Papa avrebbe dovuto distruggere o sottomettere, se voleva riuscire nel suo intento. E questo non era facile di certo.

Il problema poteva essere risoluto solamente dalla forza, ed il Papa non era uomo da indietreggiare per ciò: una collisione diveniva quindi inevitabile. A rendere poi sempre piú intricato un tale stato di cose, s'aggiungeva che questa Repubblica, contro cui Bonifazio VIII assai irritato ora si volgeva, era guelfa e voleva restar tale, né solo per sentimento o antica tradizione, ma piú ancora per interesse. Essa infatti s'era costituita combattendo per secoli i nobili e potenti ghibellini, sulle cui rovine aveva finalmente fondato il governo delle Arti, ed a ciò aveva contribuito non poco il trionfo degli Angioini chiamati dai Papi. Il suo principale commercio, quello da cui venivano la sua forza e la sua potenza, era colla Francia, coll'Italia meridionale dove erano gli Angioini, e con Roma. Non poteva quindi, in nessun modo, pensare a farsi nemici il re di Francia, il Papa e gli Angioini, che erano allora uniti. Il partito ghibellino si trovava poi in Toscana rappresentato da tutte le città nemiche di Firenze. Siena, Arezzo, Pistoia v'inclinavano piú o meno apertamente. La repubblica di Pisa, che con tanto ardore aveva aiutato l'impresa di Corradino, teneva sempre alta e spiegata la bandiera di quel partito. Ed essa era l'eterna rivale di Firenze, alla quale voleva chiudere il mare, di cui questa aveva piú che mai urgente bisogno. La guerra fra loro era tale che doveva assolutamente finire con la distruzione dell'una o dell'altra repubblica. E cosí i Fiorentini si trovano costretti ad essere amici del Papa, ed a combatterlo nello stesso tempo. Che la loro storia riesca, in tali condizioni, complicata e difficile, può capirlo ognuno.

IV

Dopo la cacciata di Giano della Bella i Grandi parvero un momento tornati padroni della Città; ed il loro animo crebbe a dismisura, quando il 16 giugno del '96 riuscirono a fare eleggere una Signoria composta tutta di loro amici. Ai primi di luglio essi già s'erano messi fra loro d'accordo, e scesero addirittura armati in piazza. Ma il popolo fece lo stesso, ed in numero anche maggiore, sicché si era già sul punto di venire alla guerra civile, quando fortunatamente alcuni frati ed alcuni cittadini, messisi di mezzo, riuscirono a pacificare gli animi. Nondimeno la Signoria, che era amica dei Grandi, volle profittare della occasione, e fece vincere il 6 luglio '95 quella provvisione cui abbiamo piú sopra accennato, la quale fece parte degli Ordinamenti, che modificava, attenuandoli non poco.[136]

Alcune di queste attenuazioni erano di pura forma, altre erano però di sostanza. Autori principali dei delitti puniti dagli Ordinamenti, non furono piú come nel passato tutti coloro che v'avevano preso parte; ma si riconosceva un solo Capitaneus homicidii. A provare il delitto non bastavano piú due testimoni di pubblica fama, ma ne occorrevano invece tre. E finalmente, per entrare a far parte della Signoria, non era piú necessario che i candidati esercitassero effettivamente l'arte, continue artem exercentes; bastava che fossero semplicemente ascritti ad essa, qui scripti sint in libro seu matricola alicuius artis. Questa ultima concessione era in realtà minore che non pareva, perché anche prima l'esercizio effettivo dell'arte era stato assai spesso piú apparente che reale. Ma il principio per cui s'era combattuto veniva abbandonato, e se si pongono insieme le varie concessioni fatte nel '95, si vedrà chiaro che la nuova legge fu veramente una vittoria dei Grandi. Infatti grandissimo si dimostrò per essa lo scontento del popolo, ed il Villani ci dice, che i Signori i quali la proposero e la fecero vincere, vennero, nell'uscire d'ufficio, derisi, insultati, col tirar loro persino delle sassate nella pubblica via.[137] E ne seguí addirittura una reazione popolare, che fu il germe di nuove e gravi discordie cittadine. Si cominciò col levare ai Grandi alcune delle loro armi; e poi quelli fra di essi che erano tenuti meno faziosi, vennero dichiarati di popolo, per indebolire cosí il loro partito.[138] Inoltre si cominciarono ben presto a fare altre leggi, che rafforzarono da capo gli Ordinamenti, procedendo sempre piú oltre per questa via, fino alla creazione d'un nuovo magistrato, che, come vedremo, fu esclusivamente destinato ad assicurarne la rigorosa esecuzione. Ma tutto ciò non poté seguir senza nuove divisioni e senza spargimento di sangue cittadino.

Questo infatti è il momento in cui non solo s'inasprí la divisione fra Grandi e popolo, ma i primi si divisero in due partiti, quelli cioè che persistevano a voler distruggere gli Ordinamenti, e quelli che di ciò abbandonavano il pensiero. I due nuovi partiti presero nome da due famiglie che li capitanarono, i Donati cioè ed i Cerchi. Questi ultimi erano gente venuta su di piccolo stato, ma fra i piú ricchi mercanti del mondo. Vantavano numerosa parentela, molte amicizie, vasti possessi in campagna ed in città, e menavano gran vita. Avevano recentemente comprato i molti palazzi dei conti Guidi, stati già fra i piú antichi nobili di Firenze; nelle proprie case, in S. Procolo, alloggiavano la Signoria stessa, che ancora non aveva un suo palazzo, e cosí restava ad essi piú facilmente tenuta ed amica. Il Villani, che era del partito avverso, li chiama «morbidi, innocenti e salvatichi». Non erano infatti gente data alle armi, ma al commercio, né molto rotta ai maneggi politici. Il nome di salvatichi veniva loro dalla modesta origine, e lo stesso Dante chiama selvaggia la loro parte, che fu anche la sua. Questa origine ed il continuare essi nell'esercizio della mercatura, faceva loro incontrar simpatia e favore nel popolo, favore che crebbe sempre piú quando si dimostrarono avversi ai Donati.[139] Né meno delle ricchezze e della larga parentela giovavano ad essi i modi cortesi.

I Donati, invece, che il Villani chiama «gentili e guerrieri», erano di antica origine feudale. E Messer Corso loro capo era un uomo audace, manesco, accorto, non molto ricco, ma pure ambizioso e superbo in modo, che non sapeva tollerare uguali, massime poi fra i mercatanti arricchiti. Lo chiamavano il Barone, ed il Compagni, che parteggiava pei Cerchi, dice che, quando passava per le vie a cavallo, pareva «che la terra fosse sua». A lui facevano capo molti Grandi della città e nobili del contado, principali fra di essi i Pazzi del Valdarno di sopra. Né mancavano anche mercatanti, fra i quali sono da annoverare gli Spini, che avevano banco a Roma, dove facevano gli affari della Curia e del Papa, col quale avevano perciò grande entratura. Dal popolo grasso erano odiati, ma trovavano invece favore nel minuto, che acclamava per le vie il Barone. Al quale, se assai giovavano, nella lotta cui già s'apparecchiava, l'audacia e l'accortezza, noceva non poco la sua superbia, che allontanava molti da lui, respingendoli verso i Cerchi. Lo detestavano fra gli altri i Cavalcanti, e sopra tutti il giovane Guido, gentile poeta, ardito cavaliere, che gli era divenuto mortale nemico, a segno tale che non si potevano scontrare per via senza metter mano ai ferri. I Donati si facevano valere in città piú specialmente col favore dei Capitani di Parte; i Cerchi invece col favore della Signoria. Cosí il Palazzo della Parte e quello dei Priori erano come i quartieri generali dei due campi avversi. Le due famiglie si trovavano inoltre vicine nei loro possessi in campagna ed in città. Ambedue avevano case nel sesto di S. Piero, che per le continue zuffe fu chiamato allora il Sesto dello Scandalo. Tutto dava esca al fuoco. Le parole venivano da una parte all'altra riferite, esagerate. Quando Corso alludeva a Guido Cavalcanti, lo chiamava Guido Cavicchia; quando alludeva a Vieri de' Cerchi, che era il capo della famiglia e della parte, domandava: Ha oggi ragghiato l'asino di Porta? I Donati invece erano dai loro avversari chiamati Malefami, quasi di mala fama, autori di malefici.

Come e quando questi partiti assumessero il nome di Bianchi e di Neri, non è facile dirlo con precisione, perché i cronisti non sono in ciò molto chiari, né vanno tra loro sempre d'accordo. I due nomi erano antichi in Firenze, come distintivi di famiglia; v'erano infatti già prima i Cerchi bianchi ed i Cerchi neri, ma questi ultimi erano quelli che poi divennero i capi della parte bianca.[140] I medesimi nomi avevano allora diviso in due avverse fazioni la famiglia dei Cancellieri in Pistoia, dove fieramente si laceravano. I Fiorentini, che vi esercitavano molta autorità, s'intromisero fra quelle parti, per pacificarle; ed a tal fine mandarono da quella città alcuni dei Bianchi ed alcuni dei Neri a Firenze. I primi alloggiarono in casa Frescobaldi, i secondi in casa d'alcuni dei Cerchi, loro parenti. Ma avvenne il contrario di ciò che si sperava, giacché, osserva il Villani:[141] come una pecora malata corrompe l'altra, cosí i Pistoiesi comunicarono i loro odi partigiani ai Fiorentini, che sempre piú si divisero. Certo è che d'ora in poi i Donati sono Neri ed i Cerchi sono Bianchi.

Questa divisione, come chiaro apparisce da quanto abbiam detto, non ha piú nulla che fare con quella di Guelfi e di Ghibellini. Ai principi si vanno ora sostituendo sempre piú gli odî, le passioni personali. Se però, stando alla natura delle cose, si fosse voluto dare a qualcuno il nome di ghibellino, questo in Firenze sarebbe di certo toccato ora ai Donati, famiglia di origine feudale, alleata coi nobili piú antichi nella città e nel contado. Essi avevano a loro capo Messer Corso, il quale, morta la prima moglie, aveva condotto in seconde nozze una giovane degli Ubertini, antica famiglia ghibellina, stata sempre avversa al governo popolare, e pareva che egli avesse nelle vene il sangue stesso dei tiranni di Romagna e di Lombardia. Pure fu principalmente per opera sua, che anche ora avvenne il contrario di quel che si poteva supporre. Divorato dall'ambizione, egli iniziò a Roma, per mezzo degli Spini, segrete pratiche con Bonifacio VIII, il quale credette d'avere in lui trovato finalmente il suo uomo.[142] E tutto ciò non tardò molto a rendersi palese.

V

Che il Papa volesse allora assumere una indebita ingerenza nelle cose di Firenze, si vide chiaro quando si cominciò in essa a parlar di revocare l'esilio di Giano della Bella. Non solo, senza avervi diritto di sorta, egli vi si oppose con violenza; ma il 23 di gennaio 1296, scrisse ai Fiorentini, minacciandoli addirittura d'interdetto, se non ne abbandonavano il pensiero.[143] Allora non si sapeva però che egli avesse già formato un disegno, e tramasse in segreto per attuarlo; non si supponeva, che Papa Bonifacius volebat sibi dari totam Tusciam,[144] come si vide piú tardi, e come si trova scritto sopra un antico documento, che ci fa conoscere assai bene quali erano veramente le sue mire.[145] Queste però furono abbastanza chiaramente espresse dal cronista Ferreto, quando scrisse che Bonifazio meditava: «faesulanum popolum iugo supprimere, et sic Thusciam ipsam, servire desuetam, tyrannico more comprehendere».[146] Infatti già nel maggio del 1300 il Papa aveva mandato al Duca di Sassonia, per esporgli come le parti di Toscana si diffondessero ne' suoi Stati, e gli rendessero impossibile andare innanzi senza sottomettere questa provincia. Sebbene potesse farlo di sua autorità, cosí egli scriveva, pure desiderava avere l'assenso dei principi elettori, e d'Alberto d'Austria, re dei Romani, al quale mandava addirittura la minuta dell'atto di rinunzia.[147] Il Donati era a parte di tali disegni, e però aveva subito cominciato ad assumere l'attitudine di guelfissimo tra i Guelfi, e dava nome di Ghibellini ai Cerchi, ai quali, come era naturale, sempre piú s'andavano accostando tutti coloro che diffidavano di Bonifazio.

Ad un tratto s'ebbe in Firenze notizia abbastanza certa delle trame, che in segreto venivano condotte dal Donati in Roma, per mezzo degli Spini. Messer Lapo Salterelli, un avvocato assai accorto, ma di dubbia fede, pronto a seguire sempre il vento che tirava, si presentò con due suoi amici[148] ai magistrati, e pubblicamente accusarono di attentato contro lo Stato tre Fiorentini residenti a Roma, nel banco degli Spini, tre «mercatores romanam Curiam sequentes».[149] In quel momento Corso Donati non era a Firenze, perché si trovava a Massa Trabaria, città dello Stato romano, ai confini di Toscana, e nella quale appunto allora egli era stato nominato rettore dal Papa, il che aumentava i sospetti, e faceva credere il pericolo ancora piú grave ed imminente. Non volendo chiudere un occhio, né troppo irritare Bonifazio VIII, i magistrati condannarono subito a gravissime multe quei tre cittadini, aspettando nuove indagini, per procedere contro tutti gli altri, che pure dovevano aver avuto parte nella congiura. A sopire i sospetti contro di sé, il Papa avrebbe dovuto ora con prudenza tacere, ma la sua impetuosa natura non gli permetteva riguardi. Andò quindi sulle furie, e con lettera del 24 aprile 1300, minacciò di scomunicare la Città, che osava condannare i suoi familiari, e intimò ai tre accusatori di recarsi subito a Roma.[150] Naturalmente non ottenne nulla, anzi Lapo Salterelli, che era appunto allora stato eletto dei Priori, negandogli il diritto d'ingerirsi nei fatti interni di Firenze, sollevò il conflitto di giurisdizione. Il Papa intanto aveva fatto chiamare a Roma Vieri dei Cerchi, per indurlo a pacificarsi col Donati, che già si trovava colà. Ma il Cerchi, senza mostrarsi consapevole del processo, affermando di non avere odio contro alcuno, ed adducendo altri vaghi pretesti, ricusò di far la pace, cosa che portò al colmo l'ira di Bonifazio.[151] Era naturale che a lui importasse molto pacificare i Grandi, essendo il solo mezzo possibile a sottomettere il popolo. Ma appunto perciò a questo premeva invece che stessero divisi, e quindi piú che mai favoriva i Cerchi, e li aizzava a tutta possa contro i Donati.

VI

In tale disposizione d'animi venne quello che fu da alcuni chiamato il fatale Calen di Maggio. A festeggiare l'entrata della primavera del 1300, le giovani fiorentine, secondo il costume, ballavano in Piazza Santa Trinita. La gente s'affollava e stringeva a guardare da una parte e dall'altra. V'erano giovani a cavallo, cosí dei Bianchi come dei Neri, che si spingevano innanzi e si urtavano. Dalle parole si venne ai fatti, le armi balenarono, e vi furono molti feriti. A Ricoverino dei Cerchi fu addirittura staccato il naso dal volto, ferita che non poteva restare senza sanguinosa vendetta. E come il fatto del Buondelmonti fu dai cronisti dichiarato causa della divisione dei Guelfi e dei Ghibellini, cosí questo del Calen di Maggio venne da altri ritenuto origine e causa delle parti Bianca e Nera.[152] Ma anche esso non fu che lo scoppio improvviso di passioni da lungo tempo represse, le quali erano state ora dalle trame del Papa riaccese. In conseguenza di questi tumulti, si deliberò subito nei Consigli una provvisione (4 maggio), che dava alla Signoria piena balía, per far tornare la Città tranquilla; tener fermi gli Ordini della giustizia; tutelare «l'antica, consueta e continua libertà del Comune e Popolo fiorentino, la quale correva pericolo d'essere mutata in servitú, per le molte e pericolose novità tam introrsum, quam etiam de foris venientes».[153] E con queste ultime parole s'alludeva chiaramente al Papa, il quale perciò scrisse da Anagni, il 15 maggio, al vescovo ed all'Inquisitore in Firenze, una lettera violentissima. In essa si doleva che quei «figli d'iniquità, per ritrarre il popolo dalla obbedienza alle Somme Chiavi, andassero spargendo che egli voleva togliere alla città le sue giurisdizioni, e scemarne le libertà, quando invece voleva accrescerle». Ma poi scattava: «Non è il Papa supremo signore di tutti, e specialmente di Firenze a lui per speciali ragioni soggetta? Gl'Imperatori e Re dei Romani non si sottomettono forse a noi, e non sono essi qualche cosa piú di Firenze? La Santa Sede non nominò forse, vacando l'Impero, re Carlo d'Angiò vicario generale in Toscana? E non fu da voi stessi riconosciuto? L'Impero è adesso vacante, perché la Santa Sede non ha ancora approvato l'elezione del nobile Alberto d'Austria». E cosí, con un crescendo continuo, minacciava i Fiorentini, che se non obbedivano, «avrebbe non solo contro di essi scagliato l'interdetto e la scomunica, ma esposto i loro cittadini e mercanti ad ogni ingiuria; i loro beni ad essere rubati, confiscati in ogni parte del mondo; sciolto i loro debitori dall'obbligo di pagare». Tornava ad inveire contro i tre audaci accusatori, che egli avrebbe trattati e puniti come eretici, scagliandosi con particolare acrimonia contro Lapo Salterelli, il quale aveva osato sostenere, che il Papa non poteva mescolarsi nei giudizî del Comune. E di nuovo imponeva che fosse annullata la sentenza contro i tre suoi familiari.[154]

I Fiorentini non dierono retta, ed i Neri allora cominciarono a pensare ai casi loro, perché temevano che la parte bianca o, come essi già la chiamavano, ghibellina, «non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di buono reggimento già ne faceva il sembiante».[155] E però indussero il

Papa a mandare il Cardinale d'Acquasparta, perché si provasse a far pace tra i Grandi. Il Cardinale venne ai primi di giugno, e chiese balía per fare gli accordi, proponendo che i Signori si traessero a sorte, per evitare cosí i continui tumulti che seguivano ad ogni elezione.[156] I Fiorentini gli fecero a parole grandi profferte, ma non gli dettero poi la balía che chiedeva. Si sapeva da un pezzo, per esperienza, che accordo fra i Grandi voleva dire «frangere il popolo», e se ne ebbe un'altra prova in questi giorni medesimi. Non aveva infatti il Cardinale cominciato appena a riavvicinare fra loro i Grandi, che già essi si sollevavano, e quasi sotto i suoi medesimi occhi, la vigilia di S. Giovanni (23 giugno), assalirono i Consoli delle Arti, che andavano a fare offerta nel tempio del Santo, e li percossero, dicendo: «Noi siamo quelli che demmo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli ufficî e onori della nostra città».[157] La enormità della cosa era tale, che non poteva passare senza qualche grave provvedimento, e la Signoria, composta allora di popolani Bianchi, tra i quali trovavasi anche Dante Alighieri, esiliò il giorno dopo alcuni Grandi dell'una e dell'altra parte.[158]

I Bianchi obbedirono subito, andando a Sarzana; i Neri invece ricalcitravano, e solo cedendo alle minacce di piú severo castigo, andarono a Castel della Pieve, nel Perugino. Si disse che avevano osato resistere perché, d'accordo col Cardinale, aspettavano dai Lucchesi aiuti che poi non vennero. E questi aiuti sarebbero mancati, perché i Fiorentini, già insospettiti di ciò, s'erano parati alla difesa, e ne avevano mandato avviso a Lucca. Vero o non vero che sia, certo è che lo sdegno contro il Cardinale arrivò a tale, che il popolo tirò colpi di balestra alle finestre del vescovado, dove egli alloggiava. Uno dei quadrelli restò infisso nell'asse del soffitto, di che egli si spaventò per modo, che prima alloggiò altrove, poi se ne partí, lasciando la città interdetta e scomunicata.[159] Ma gli odî e le zuffe continuarono; e presto anche si lasciarono tornare dall'esilio i Bianchi. Si usò loro questa indulgenza, in parte perché il clima di Sarzana era malsano, tanto che si ammalò Guido Cavalcanti, il quale poco dopo ne morí; ma in parte ancora perché essi erano in assai migliori termini col popolo. I Neri invece tramavano piú che mai col Papa, e secondati dai Capitani di Parte, cospiravano con animo di venire addirittura alle armi,

Bonifazio intanto sollecitava vivamente a muoversi di Francia in Toscana Carlo di Valois, fratello del Re, e già chiamato in aiuto anche da Carlo II d'Angiò, per la lotta che sosteneva contro i Siciliani. Esso era un audace e crudele soldato. Nella guerra di Guascogna aveva, l'anno 1294, fatto appiccare 60 cittadini, e trucidare gli abitanti di Réole, quando già avevano deposto le armi. Nei primi del 1300 aveva guerreggiato in Fiandra, e dopo la presa di varie città, costretto quel Conte ad aprirgli le porte di Gand. Giurò allora, in nome del Re, di restituirlo ne' suoi Stati; ma poi lo mandò invece a Parigi, e, spergiurando, annesse la contea alla Francia.[160] Questi era l'uomo che il Papa mandava adesso a Firenze. Per indurlo a venir subito e di buon animo, gli faceva balenare perfino la speranza della corona imperiale. In ogni caso, valendosi dell'autorità che presumeva d'avere durante l'interregno, lo avrebbe nominato vicario imperiale e paciaro in Toscana, «per recarla colla forza a suo intendimento».[161] Quale fosse questo intendimento, lo dice il Villani stesso che parteggiava per lui: «abbattere il popolo e parte bianca».[162]

I Neri perciò si davano ora un gran da fare, con l'aiuto dei loro amici in città e nel contado. Ebbero varie adunanze; ma piú celebre e piú tumultuosa fra tutte, fu quella tenuta il giugno del 1301 in S. Trinita, per sollecitare il Papa a far venire Carlo di Valois a rimetterli in istato, dichiarandosi essi, per parte loro, pronti a cooperare con qualunque sacrifizio.[163] Tutto ciò non poteva certo restare segreto; ed infatti la Signoria pronunziò subito varie condanne contro i cospiratori. Messer Corso, assente, fu condannato nell'avere e nella persona; alcuni dei Neri furono confinati; altri dovettero pagare 2000 lire, ed anche da Pistoia furono cacciati i loro amici, per sempre piú indebolire la Parte.

Intanto Carlo si mosse di Francia, ed in quell'anno stesso era già a Parma «cum magno arnese equorum et somariorum;»[164] nei primi d'agosto giungeva a Bologna, dove trovò ambasciatori dei Bianchi e dei Neri, i quali ultimi già avevano in «curia domini Papae» versato la grossa somma di 70,000 fiorini, per aiutare l'impresa,[165] che ormai era certa. Egli andò prima con 500 cavalieri ad Anagni, dove vide re Carlo di Napoli, e s'accordarono insieme per la guerra di Sicilia. Il Papa lo nominò subito Conte di Romagna, e poi, in nome dell'Impero vacante, Paciaro in Toscana.[166] Dopo di che, senz'altro esso partí per Firenze, accogliendo per via gli esuli che venivano ad ingrossare le sue schiere. Il mandato era: abbattere i Bianchi ed il popolo, esaltare i Neri. E Carlo lo aveva accettato con animo deliberato; ma in verità piú per compiacere al Papa, del cui favore gli Angioini avevano ora gran bisogno in Sicilia, che per suo interesse personale. A lui, infatti, che sapeva di non poter pensare a farsi signore di Firenze, la cosa importava assai mediocremente. Sperava tuttavia di poter cavare dalla città buona somma di danaro, ed a questo fine menava seco per suo pedotto, come dice il Villani, Messer Musciatto Franzesi. Costui era un notissimo mercante del contado fiorentino, che in Francia s'era arricchito con leciti ed illeciti guadagni; era stato nominato cavaliere da quel Re, che molto lo aveva adoperato, ed al quale, nella guerra di Fiandra, aveva suggerito il modo di far danaro, falsificando la moneta.[167] In questo suo pedotto molto sperava Carlo di Valois; molto invece ne diffidavano i Fiorentini.

Il 13 settembre s'adunarono nel Palazzo del Podestà tutti i Consigli, nei quali sedeva in quel giorno anche Dante Alighieri, per deliberare «quid sit providendum et faciendum super conservatione Ordiuamentorum lustitiae et Statutorum Populi».[168] Questa e non la lotta fra i Bianchi ed i Neri, era sempre pei Fiorentini la questione sostanziale. Fu quindi concluso, che per ora rimanesse tutto affidato alla cura dei magistrati repubblicani, non tralasciando l'invio d'una ambasceria al Papa. Sulla parte che, secondo gli storici, prese Dante Alighieri a questa ambasceria, s'è molto disputato, come su tutta la vita del sommo poeta. In quel tempo egli era con grande ardore entrato nella vita politica, e sebbene d'antica famiglia, non solo si trovava scritto alle Arti, e parteggiava pei Bianchi, ma era d'un animo solo col popolo, favoriva gli Ordini della giustizia, ed avversava le mire di Bonifazio. Dal 15 giugno al 15 agosto 1300, era stato dei Priori che avevano esiliato i capi dei Bianchi e dei Neri. Nelle Consulte del 1296 e 97 lo vediamo opporsi a coloro che volevano inviare danari a Carlo d'Angiò, per aiutarlo nella impresa di Sicilia. Nel 1301 pigliò parte anche maggiore alle discussioni nei Consigli, manifestando sempre i medesimi sentimenti. Infatti, nelle Consulte del 14 aprile, per ben due volte, alla proposta di mantenere a servizio del Papa, ed a spese del Comune, cento militi, egli rispondeva: Quod de servitio faciendo domino Papae nihil fiat.[169] Era stato piú volte adoperato anche in altri uffici dalla Repubblica, e non è impossibile che lo mandassero ora a Roma, come affermano molti biografi. Che cosa si poteva dire al Papa? Certo era inutile sperare che egli ora sospendesse l'invio di Carlo di Valois; ma oltre alle buone parole per calmarlo, non era affatto inopportuno o inutile provarsi a fargli capire, che, col cacciare i Bianchi ed esaltare i Neri, non avrebbe ottenuto lo scopo cui mirava, perché il governo della Città sarebbe rimasto sempre in mano delle Arti. Meglio valeva mettersi d'accordo col popolo, che era rimasto sempre guelfo, e che, come in passato, cosí, calmati gli animi, avrebbe anche per l'avvenire potuto accettare da lui un vicario temporaneo, salva però sempre la libertà del governo popolare, gli Statuti e gli Ordinamenti. Ma questo governo era quello appunto che il Papa s'era omai deciso a non volere assolutamente. E però, senza far molte parole, senza quasi dare ascolto agli ambasciatori, esso, secondo il Compagni, a tutti i loro discorsi rispose solamente: — Umiliatevi a noi. — Due di loro sarebbero, secondo lo stesso cronista, tornati subito a Firenze, e Dante, che era il terzo, sarebbe invece rimasto ancora per poco a Roma.[170]

VII

E intanto Carlo di Valois, con la solita mala fede, per sempre piú ingannare tutti, scriveva il giorno 20 settembre, al comune di San Gimignano: «Siate pur certi che non è punto intenzione del Papa né mia de iuribus iurisdictionihus seu libertatibus, quae per comunitatis Tusciae fenentur et possidentur, in aliquo nos intromictere, sed potias... favorare».[171] Ma i Fiorentini non si lasciarono illudere da queste mendaci promesse, ed il 7 di ottobre elessero, con anticipazione, la nuova Signoria, cercando di accomunarla fra le due parti, sperando cosí di calmare alquanto i rancori. Ormai però, come osserva giustamente il Compagni, era tempo piuttosto «da arrotare i ferri». Carlo giunto il 14 a Siena, mandava ad annunziare la sua venuta per mezzo d'ambasciatori, che furono accolti nei Consigli radunati insieme, non esclusi quelli della Parte Guelfa. Vi si trovavano perciò non pochi dei Neri e dei Grandi, i quali, uniti a coloro che dovunque e sempre sogliono andare con la fortuna che trionfa, fecero a chi parlava piú calorosamente in favore della buona accoglienza da farsi allo straniero.[172] In sostanza nessuno voleva ora opporsi a quella che era divenuta necessità inevitabile, tanto piú che Carlo non solo ripeteva a voce, ma scriveva agli ambasciatori fiorentini in Siena, che voleva rispettare le leggi e giurisdizioni della città.[173] Cosí il dí d'Ognissanti, 1º novembre, accolto con gran festa ed armeggiamenti, egli entrava come paciero, «disarmata sua gente», dice il Villani. Dante Alighieri però scrisse nella Commedia:

Per far conoscer meglio sé e i suoi,

Senz'armi n'esce solo con la lancia

Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

Sí che a Fiorenza fa scoppiar la pancia.[174]

Le sue genti s'erano per via accresciute in modo che arrivavano a circa 800 cavalieri forestieri e 400 italiani. Certo non erano abbastanza né per assediare, né per tener sottomessa Firenze; ma egli aveva con sé il favore di Roma e quello di Francia, e i Neri erano pronti a pigliare le armi. Andò quindi sicuro ad alloggiare Oltrarno, in casa Frescobaldi, una volta amici, ora nemici dei Cerchi. Ivi riposò alcuni giorni, per meglio apparecchiare il terreno; poi chiese la signoria e guardia della Città, per pacificarla. Il 5 di novembre si tenne per ciò solenne adunanza in S. Maria Novella, dove intervennero tutti i primi cittadini e magistrati fiorentini. La sua domanda fu accolta, avendo egli giurato come figlio di re, di conservare la città in buono, pacifico e libero stato. Il Villani che si trovò al giuramento di Carlo, e lo favoriva, aggiunge, «che incontanente per lui e per sua gente fu fatto il contrario». Di fatti, per consiglio di Musciatto Franzesi, in ciò d'accordo coi Neri, si pose subito mano alle armi, il che fece andare in subbuglio tutta Firenze, essendosi capito che l'ora dell'assalto e del tradimento era sonata.

La Signoria, combattuta dai Neri, tradita da Carlo, abbandonata dai Bianchi, che l'accusavano d'essersi fatta sorprendere impreparata a resistere, si trovò impotente, e la Repubblica restò senza governo. Il nuovo podestà era Messer Cante dei Gabrielli di Gubbio; venuto con Carlo, si può bene intendere a qual fine. Ed in questo momento, alla Porta a Pinti si presentava, armato co' suoi. Corso Donati. Trovatala chiusa, poté, col favore degli amici di dentro, sfondare la postierla, ed entrare in Città, dove la plebe l'accolse al solito grido: Viva Messer Corso, viva il Barone. Senza indugio egli s'affrettò ad aprire le prigioni, poi andò al Palazzo dei Signori, che costrinse a tornarsene alle case loro. E in «tutto questo stracciamento di cittade,» dice il Villani, Carlo, violando i patti appena che li aveva giurati, non impedí nulla, ma stava a guardare».[175] Cominciarono subito i saccheggi, le ferite, le uccisioni contro i Bianchi. Questa «pestilenza» durò cinque giorni in Firenze, otto nel contado, dove le masnade scorrazzavano, ponendo fuoco alle ville, dopo di avere rubato e ferito. I Medici furon tra coloro che commisero maggiori eccessi e piú crudeli.[176] Il giorno 7 i Signori, ormai sgomenti, proposero essi stessi una legge che permetteva loro di abbandonare il potere prima del tempo legale, e cosí il dí 8 novembre entrò in ufficio la nuova Signoria, che doveva durare sino al 14 dicembre, quando, secondo la legge, sarebbe stato necessario procedere alla consueta elezione. Essa annunziò subito a tutti il felice trionfo della parte della Chiesa, sotto gli auspicî del Papa e di Carlo, per mezzo dei quali Populus roboratus, Status et Ordinamenta Iustitiae, iurisdictiones, honores et possessiones Populi et Comunis Florentiae suorumque civium observata.[177] Per quanta ipocrisia vi fosse in questo linguaggio, era pur certo che neppure ora si osava annullare gli Ordinamenti, e levare il governo di mano al popolo, come era vero del pari che, con questa Signoria di Neri, con un Podestà quale Cante dei Gabrielli, con Carlo circondato da Musciatto Franzesi e da Corso Donati, i Bianchi erano spacciati. I rubamenti infatti continuarono, gli esuli amici furono richiamati, venne confermato il bando degli avversarî,[178] e Carlo cominciò colle minacce a cavar danari dai cittadini. Prima di tutto ne richiese ai Signori usciti d'ufficio, ai quali propose di pagare o andar prigionieri in Puglia, il che si sapeva che cosa volesse dire.[179]

Il Papa intanto, non fidandosi molto di Carlo di Valois, né della poca conoscenza che questi aveva di Firenze, e persistendo sempre nella sua idea di pacificare tra loro i Grandi, per sottomettere il popolo, mandò di nuovo il Cardinale d'Acquasparta «a secondare», cosí diceva la lettera del 2 dicembre 1301, «i provvedimenti di Carlo, sostituendo alle dissensioni cittadine l'opera di carità e di pace».[180] Erano però vane speranze. Il Cardinale s'adoperò a tutt'uomo, e concluse qualche accordo, anche qualche matrimonio fra Bianchi e Neri; ma quando fece la proposta d'accomunare gli ufficî, i Neri, sostenuti da Carlo, vivissimamente s'opposero. E quando il Cardinale continuava ne' suoi vani sforzi, Messer Niccolò dei Cerchi, andando cogli amici a diporto in campagna, arrivato in Piazza Santa Croce, fu, di pieno giorno, inseguito da Simone di Messer Corso Donati, che lo uccise in sul ponte dell'Africo. Simone ricevette però dall'avversario che si difese, una tale ferita che poco dopo ne morí. E come egli era il figlio prediletto di Messer Corso, cosí si può bene immaginare se tutto ciò doveva favorire la pace promessa dal Papa per mezzo del Cardinale. Intanto già Messer Cante dei Gabrielli aveva cominciato a pronunziare le condanne dei Bianchi, le quali vennero poi trascritte in quel Libro del Chiodo, che è pervenuto sino a noi, e che con esse appunto incomincia. Quattro dei Bianchi vennero esiliati il 18 gennaio 1302; cinque, fra i quali Dante Alighieri, il 27. Nel febbraio furono pronunziate altre quattro sentenze, che mandarono in esilio piú di cento tra popolani e Grandi di città e di contado.[181] Per tutto ciò il Cardinale adirato se ne partí, lasciando Firenze da capo interdetta, non senza aver prima riscosso 1100 fiorini, che vennero per lui stanziati il 26 febbraio 1302, come remunerazione della sua vana opera.

Carlo di Valois era in questo mezzo andato a Roma, non si sa bene a che fare. Il Compagni dice che v'andò per cercar danari al Papa, il quale gli avrebbe risposto: «Io t'ho messo nella fonte dell'oro, tocca adesso a te pensare di trovar modo». È però molto probabile che egli andasse a persuaderlo, che la pace sognata da Sua Santità non era possibile, e che non c'era da far altro che sollevare i Neri, ed abbattere i Bianchi insieme col popolo, il quale li favoriva. Poco pratico dei Comuni italiani e di Firenze, neppur egli s'avvedeva che si potevano abbattere i Bianchi, non però il popolo. A ciò infatti sarebbe stata necessaria una vera strage, e non vi si sarebbe poi riuscito. Comunque sia, egli fu di ritorno il 19 marzo, e subito si pretese d'avere scoperto una congiura, tramata contro di lui dai Bianchi, d'intesa con un suo barone, Pietro Ferrando, provenzale; e si trovò perfino l'accordo messo in iscritto e suggellato dai congiurati. I cronisti, fra i quali il Villani,[182] dicono che fu tutta una finzione; ma il trattato, che è del 26 marzo, esiste anche oggi nell'Archivio fiorentino.[183] O dunque fu sin d'allora falsificato, per averne pretesto ad altre condanne, o Pietro Ferrando lo fece per ingannare i Bianchi, e cosí dare contro di essi una nuova arme in mano a Carlo, che infatti ricominciò subito a perseguitarli. I capi furono citati a comparire; ma invece emigrarono subito a Pistoia, Arezzo, Pisa, dove s'allearono coi Ghibellini, con tutti i nemici di Firenze. Undici di essi vennero condannati come ribelli; le loro case, i loro beni furono confiscati e disfatti.

Dopo questo nuovo colpo dato ai Bianchi, e dopo avere assicurato il trionfo dei Neri, Carlo di Valois se ne partí, non senza aver prima avuto dagli amici promessa di nuovo danaro. Nel dicembre infatti ebbe 20,000 fiorini, e nell'ottobre del 1303 gliene furono mandati altri 5000.[184] Il Podestà Messer Cante continuava intanto le condanne, che nel maggio erano arrivate a 250, e furono continuate poi dal suo successore; sicché in quel solo anno 1302 ascesero a piú di 600, tra confische, esilî e sentenze capitali.[185] «Così», conclude il Villani, «fu disfatta e cacciata l'ingrata parte dei Bianchi, per opera di Carlo, e commissione di Bonifazio VIII, di che seguirono poi molte rovine».[186] E fin qui la successione dei fatti è ormai chiara abbastanza. Ma dal momento in cui gli esuli cercarono amici di fuori, e si posero in guerra con la loro città natale, il disordine dei partiti e la difficoltà d'intendere il significato vero dei fatti divengono sempre maggiori. È quindi il momento di provare se le osservazioni finora esposte possono gettare qualche nuova luce sopra un periodo storico, che non riesce interamente chiaro, sebbene sia stato già da molti studiato con grande acume e con profonda dottrina.

Capitolo X[187] DANTE, GLI ESULI FIORENTINI E ARRIGO VII

I

Dopo la partenza di Carlo di Valois, e le vicende che ne seguirono, la storia di Firenze entra in un nuovo periodo. Gli esuli si unirono ai nobili di contado, alle città ghibelline, per ribellarle contro la Repubblica, ed aprirsi cosí la via a tornare in patria. Questo naturalmente tenne, per qualche tempo, dentro la città riuniti e concordi i Grandi della parte nera, i quali sempre piú si vantavano d'essere i veri, i soli Guelfi, e davano nome di Ghibellini agli esuli. Pistoia ed il castello di Piantravigne furono primi a sollevarsi, ma vennero subito sottomessi. E allora, il dí 8 giugno 1302, i capi degli esuli, fra i quali era anche Dante Alighieri, s'adunarono nella Chiesa di S. Godenzio sull'Appennino, e fecero esplicita alleanza cogli Ubaldini, obbligandosi a risarcirli colle proprie fortune, dei danni che avessero risentito dalla guerra, nelle loro terre in Mugello, dove il forte castello di Montaccenico doveva essere come il quartier generale dei nemici di Firenze. E i Fiorentini, senza punto aspettare, vennero subito a dare il guasto alle terre degli Ubaldini di qua e di là dall'Appennino.[188] Gli esuli, adoperandosi a tutt'uomo, riuscirono col favore di Pisa e di Bologna, a mettere insieme un esercito di 800 cavalli e 6000 fanti, e nella primavera del 1303 posero l'assedio al Castello di Pulicciano, ch'era dei Fiorentini. Ma anche qui furono poco fortunati. Da Firenze uscirono subito armati «popolo e cavalieri», e li assalirono. I Pisani non mandarono gli aiuti promessi, gli Ubaldini non si mossero, i Bolognesi si dissero traditi e si ritirarono; e cosí i Bianchi, rimasti soli, si dierono alla fuga vergognosamente. I Neri poterono allora tornare in città vittoriosi, menando seco molti prigionieri, alcuni de' quali uccisero per via, altri fecero decapitare dal Podestà. Poi presero improvvisamente il castello di Montale presso Pistoia, e disfecero quel contado. Cosí pareva che la guerra fosse finita, e le speranze degli esuli cadute a terra.

Ma fu questo il momento in cui scoppiò da capo la discordia in Firenze. Già prima v'erano stati segni di malumore e tumulto, per il che s'era dovuto venire a qualche nuovo esilio, a qualche nuova sentenza di morte. Ora però le cose pigliarono piú grave aspetto. L'arrogante superbia di Corso Donati ricominciava a portare i suoi frutti. Disgustando gli amici, li spingeva a gettarsi verso il popolo grasso, che essi odiavano. Separato dai nobili di contado, che stavano cogli esuli, tentava farsi di nuovo capo dei Grandi piú intolleranti, e cercava favore nel popolo minuto, dicendogli che lo spogliavano colle imposte, con le quali alcuni dei popolani grassi s'empievano le tasche. «Veggasi dove sí gran somma n'è ita, che non se ne può esser tanta consumata nella guerra». E voleva un'inchiesta, cominciando cosí, come dice il Villani, «a seminare discordia sotto colore di giustizia e di pietà».[189] Si parlò, si strepitò molto, ma non si concluse nulla, sebbene s'arrivasse a votare una provvisione (24 luglio 1303), che dava al Podestà ed al Capitano piena balía d'indagare e di provvedere. Ma i popolani grassi contro cui l'accusa era diretta, cominciarono ad irritarsene molto, e per dare un nuovo colpo ai Grandi, fecero rimpatriare alcuni degli esuli che erano di popolo, e che non avevano rotto il confine. Poi richiamarono qualcuno dei Cerchi, avendo in ciò l'approvazione dello stesso Bonifazio VIII, il quale era molto impensierito dei tumulti che i Bianchi sollevavano per tutto, anche nelle città della Chiesa.[190] E cosí Corso Donati, «ripescando», secondo la felice espressione del Del Lungo, «i Grandi dal crogiuolo»,[191] poté accogliere intorno a sé piú di trenta famiglie, fra le quali alcune anche di popolani, e qualche ribandito. V'erano parecchi dei Tosinghi, i quali tenevano pei Bianchi, e uno di loro, il valoroso Baschiera della Tosa, si trovava fra gli esuli. V'erano i Cavalcanti, stati suoi antichi nemici, famiglia ricchissima e numerosissima, che aveva perciò gente di tutti i partiti, piú assai dei Bianchi che dei Neri, e possedeva nel centro di Firenze uno sterminato numero di case, botteghe, fondachi, dati in affitto ai mercanti, coi quali si trovava quindi in buone relazioni. Cosí questo dei Donati non era piú un partito; si poteva piuttosto dire un'accozzaglia di gente, che Messer Corso teneva unita coll'odio contro il popolo. Infatti egli andava ora ripetendo, che essi «erano prigioni e in servitú d'una gente di popolani grassi, anzi cani, che gli signoreggiavano, e toglieansi gli onori per loro».[192] In sostanza però i veri Grandi, quelli cioè che di nome e di animo eran tali, s'accostavano quasi tutti a lui, e quelli che non potevano tollerare i suoi modi insolenti, preferivano piuttosto starsene di mezzo a guardare. Con lui era anche l'arcivescovo Mess. Lottieri della Tosa, che s'armava nel suo palazzo. Di fronte a costoro era sorto però un gruppo di famiglie come gli Spini, i Pazzi, qualcuno dei Frescobaldi, i Gherardini, ed alla loro testa si trovava Mess. Rosso della Tosa, ambiziosissimo anch'egli, il quale, pigliando l'attitudine stessa già tenuta da Vieri dei Cerchi, s'accostava al popolo grasso. E valendosi dei piú arditi suoi seguaci, specialmente dei Bordoni, popolani Neri, che nelle sue mani divenivano, come dice il Compagni, «tanaglie par pigliare il ferro caldo»,[193] faceva ogni giorno attaccare il Donati nei Consigli.

II

Parevano cosí nuovamente tornati quei tempi che avevano preceduto la venuta di Carlo di Valois. Da un lato infatti Rosso della Tosa, unito co' suoi al popolo, difendeva la Signoria; da un'altra il Donati, favorito dai Capitani di Parte, di continuo la minacciava ed assaliva. Da capo i cittadini s'armavano e s'azzuffavano ogni giorno; da capo seguivano rubamenti, ferite, omicidi, incendi nella città e nel contado. Perfino dalla torre del vescovado una manganella tirava contro gli avversari di Corso Donati. La Signoria ed il Podestà erano ridotti all'impotenza. E la cosa arrivò a tale, che si ricorse allo stranissimo partito di dare per sedici giorni il governo in mano dei Lucchesi, acciò si provassero a ricondurre la quiete in città. Essi ristabilirono l'ordine, senza però punire alcuno, sicché quando furono partiti, le cose tornarono come prima. Si cercò anche di nominare una Signoria (sempre ben inteso di popolani), d'accordo fra le due parti; ma erano tentativi che non menavano a nulla.[194] Ciò che portava la confusione al colmo, e la rendeva permanente, era che, se la divisione tra Grandi e Popolani aveva costituito davvero due partiti, quella fra i Grandi, che ora agitava la città, era promossa dalla sola ambizione di Corso Donati e di qualche altro; non aveva nessuna ragione politica; non era guidata da nessun principio e da nessun interesse generale. Col Donati infatti v'erano, come vedemmo. Grandi di tutti i colori, v'erano anche ribanditi che avevano amici o parenti fra gli esuli, né mancavano alcuni popolani. E nel partito avverso, che difendeva la Signoria, non poteva neppure esservi molta coesione, perché v'erano potenti e popolani, tra i quali l'accordo non fu mai sicuro. Se gli avversari della Signoria erano uniti dalla volontà e dall'ambizione di messer Corso, i fautori erano piú che altro uniti dall'odio contro di lui. E però, a cagione di questo carattere personale dei partiti, ne seguivano divisioni e suddivisioni sempre mutabili, sempre crescenti; passaggio irrequieto, perpetuo, da un gruppo all'altro.

A tutto ciò s'aggiungeva ora la morte di Bonifazio VIII (11 ottobre 1303), cui successe Benedetto XI, assai piú mite e di carattere incerto. Questi avrebbe voluto ad ogni costo ristabilire la pace in Firenze, e farvi tornare gli esuli, perché essi tenevano agitato il suo Stato, ed egli era già in Roma stessa talmente avversato dal popolo e dall'aristocrazia, che subito dopo l'elezione aveva dovuto rifugiarsi a Perugia, sui confini cioè dell'agitata ed irrequieta Toscana. Né poteva, in mezzo a tante calamità, aspettarsi ora alcun aiuto dalla Francia, perché aveva iniziato un processo contro gli autori dell'attentato d'Anagni, che, tramato appunto da quel Re, era stato causa della morte di Bonifazio VIII. Per tutte queste ragioni, sollecitato dai Bianchi dentro e fuori di Firenze, il 31 gennaio 1304, vi mandò a far la pace il Cardinale da Prato, che era in voce di ghibellino. Questi arrivò il 10 marzo, e voleva contentar tutti: Grandi, popolani, esuli. Bianchi, Neri di Corso Donati e Neri di Rosso della Tosa. Ma quello che piú commosse gli animi e portò la confusione al colmo, fu il suo pensiero di far tornare gli esuli e pacificarli con la città. Tuttavia coloro che meno vi si opposero erano i popolani, i quali vedevano in ciò un modo d'indebolire i Grandi, tenendoli fra loro sempre piú divisi. Invece Rosso della Tosa, con parecchi de' suoi, era avversissimo al ritorno degli esuli, perché gli pareva che ne verrebbe rafforzata la parte degli avversari, i quali già a molti di essi s'andavano avvicinando. Corso Donati, pigliando pretesto dal male della gotta che lo aggravava, stavasene per ora di mezzo a guardare. Ma i Cavalcanti favorivano con ardore l'accordo, anzi sembravano esserne i promotori.

Il Cardinale, avuta piena balía dal popolo, si provò subito a concludere paci, e riuscí a farne una tra il Vescovo e Mess. Rosso della Tosa, che ne era consorto. Fece poi nominare Mess. Corso Capitano di Parte Guelfa, e riordinò le antiche milizie del popolo, sotto 19 gonfalonieri delle compagnie, secondo l'antica usanza. Ma sebbene a comandarle avesse fatto nominare alcuni dei Grandi, questi molto si dolsero della riforma, dicendo che egli dava cosí nuova forza al popolo, e che era ghibellino, ed avrebbe finito coll'abbandonare la città in mano dei Bianchi, i quali richiederebbero i beni che loro erano stati confiscati, per essere amministrati a benefizio della Parte Guelfa. Ma il Cardinale non si curava di questi lamenti, e si ostinava a tenere adunanze per venire ad accordi. Il 26 aprile infatti si fecero in piazza S. Maria Novella parecchie paci tra Neri donateschi e Neri tosinghi. E furono celebrate con molte feste, fra le quali una assai solenne ne apparecchiò la Compagnia del Borgo S. Frediano, annunziando per tutta la Città, che chi voleva aver nuove dell'altro mondo, poteva venire la sera del 1º maggio sull'Arno, dove le avrebbe avute. E mediante fuochi d'artifizio, s'apparecchiò una rappresentazione dell'Inferno, con barche piene di gente, che dovevano figurare i condannati alle varie pene. La folla accorse numerosissima lungo il fiume, e sul ponte alla Carraia, il quale, essendo allora di legno, sprofondò con danno gravissimo di molti feriti e morti, che andaron davvero nell'altro mondo. Questo parve a tutti un funesto augurio di nuove calamità, e cosí fu.

III

Intanto coloro che piú erano avversi al ritorno degli esuli, con sottile astuzia consigliarono al Cardinale d'andar prima a pacificare Pistoia, dicendogli che, se essa rimaneva come ora in mano dei Bianchi, la pace in Firenze sarebbe stata sempre fittizia. E quando egli andò, avversarono l'opera sua in modo che, non solamente dove tornarsene senza nulla aver concluso, ma volendo entrare in Prato, si vide dalla sua stessa città natale chiudere le porte in viso. Di tutto ciò il Papa fu adiratissimo, ed il 29 maggio scriveva ai Fiorentini una lettera piena di sdegno.[195] Ma essi erano in tale disordine e tumulto che, avendolo pregato di trovar loro un Podestà, di quattro che ne propose, non uno volle accettare. Pure il Cardinale persisteva impassibile nella sua idea d'accordo, e fece, sotto sicurtà, venire a Firenze dodici sindachi dei fuorusciti, sei dei Bianchi e sei dei Ghibellini, perché s'intendessero con dodici eletti in città, due per Sesto, uno dei donateschi, l'altro dei loro avversari.[196] Questi ventiquattro cittadini erano tutti dei Grandi, e diffidavano tanto gli uni degli altri, che i dodici fuorusciti, sebbene avessero avuto dal popolo buona accoglienza, e fossero, sotto la pubblica fede, alloggiati in casa Mozzi, dove abitava il Cardinale stesso, pure, temendo d'essere da un momento all'altro tagliati a pezzi, volevano andarsene via. Ma furono dagli amici consigliati, invece, ad armarsi ed asserragliarsi nelle case dei Cavalcanti, con l'aiuto dei quali avrebbero potuto, occorrendo, respingere e domare gli avversarî colle armi. I Cavalcanti parevano a ciò assai ben disposti, e cominciarono a trattare. Ma dopo avere cosí sollevato un sospetto e un odio infinito nei loro nemici, si ritrassero a un tratto, scontentando fieramente anche gli amici. I fuorusciti allora partirono, il dí 8 giugno 1304, piú che in fretta.[197] E subito s'andava ad alte voci gridando contro il Cardinale, che egli aveva tradito la città con questi suoi oscuri maneggi, e s'aggiungeva ancora che aveva incitato i fuorusciti ad accostarsi alle mura, armata mano. Si mostravano le lettere col suo suggello, e s'affermava che i fuorusciti erano pel Mugello venuti fino a Trespiano, tornandosene indietro solamente quando seppero che i meditati disegni erano andati in fumo. Il Villani dice che queste erano calunnie;[198] ma anche dalle Epistole attribuite a Dante Alighieri si deduce che il Cardinale voleva davvero il ritorno dei fuorusciti, ed aveva perciò trattato con loro.[199] Adesso però egli era finalmente stanco, e partissene il 10 giugno, lasciando al solito la Città interdetta, ed esclamando: «Dappoiché volete essere in guerra e in maledizione, e non volete udire né ubbidire il messo del Vicario di Dio, né avere riposo né pace tra voi, rimanete con la maledizione di Dio, e con quella di Santa Chiesa».[200]

La condizione dei Cavalcanti e dei loro amici divenne in questo momento terribile davvero. La loro presente unione coi Donati non bastava a far dimenticare l'odio antico, che si era sopito un momento, ma solo per favorire il ritorno dei Bianchi, a danno dei Tosinghi. I quali infatti restarono isolati, perché abbandonati anche dal popolo grasso, che, stanco delle continue guerre civili, e persuaso dal Cardinale, aveva favorito l'accordo fra Donati e Cavalcanti. Ma quando questi, giunti al punto di concluderlo, s'erano inaspettatamente tirati indietro, allora risorse subito l'odio antico, ed essi si trovarono fra due fuochi. Messer Corso frenava per ora lo sdegno, non volendo troppo avvicinarsi ai Tosinghi, e col pretesto della gotta se ne stava ancora da parte, lasciando fare ai suoi. Ma l'odio di Rosso della Tosa era irrefrenabile, addirittura feroce contro i Cavalcanti, i quali lo avevano veramente messo sull'orlo della totale rovina. Laonde non era appena partito il Cardinale, che già Firenze pareva alla vigilia d'una catastrofe. I Cavalcanti videro il pericolo in cui si trovavano; ma erano numerosi, arditi e potenti. I Gherardini, i Pulci, i Cerchi del Garbo stavano con essi; molti amici avevano anche nel contado e fra gli esuli bianchi; né mancavano d'aderenze fra i popolani grassi, non pochi dei quali abitavano nel centro di Firenze le loro case. Quelli però che ora s'armavano contro i Cavalcanti, non erano i popolani, ma i Grandi. I Cerchi del Garbo cominciarono ad azzuffarsi di giorno e di notte coi Giugni. In aiuto dei primi vennero subito i Cavalcanti cogli amici loro, e furono vittoriosi, tanto che poterono da Or S. Michele arrivare, senza quasi trovar resistenza, fino alla piazza di San Giovanni. Ma quando s'erano cosí allontanati dalle proprie case, si manifestò in queste un grave incendio. I nemici v'avevano appiccato un fuoco lavorato, che da piú giorni a questo fine andavano apparecchiando. Il primo a metterlo, cominciando dalle abitazioni dei suoi propri consorti, fu Neri degli Abati, priore di San Piero Scheraggio; poi lo vennero saettando molti altri, fra i quali troviamo lo stesso Simone della Tosa e Sinibaldo di Mess. Corso Donati.[201] Era il 10 giugno del 1304, e soffiava un forte vento di tramontana; l'incendio si diffuse perciò rapidissimamente in Calimala, Mercato Vecchio, Or S. Michele; e cosí arse, con le case dei Cavalcanti, tutto il centro, «tutto il midollo e tuorlo e cari luoghi della città di Firenze»,[202] come dice il Villani. Esso aggiunge che, tra palazzi, case e torri, ne andarono in rovina piú di millesettecento, con infinita rovina delle mercanzie ivi raccolte, giacché quelle che non arsero, vennero, nello sgomberarle, rubate, continuandosi a combattere ed a saccheggiare anche in mezzo alle fiamme.[203] Paolino Pieri dice nella sua Cronica, che fu distrutto un decimo della Città, il sesto per valore. Molte famiglie, molte compagnie furono disfatte; ma piú degli altri soffrirono i Cavalcanti, i quali rimasero come esterrefatti dinanzi al fuoco, che bruciava tutto quello che avevano. Eppure tale era l'odio concepito contro di essi, che anche dopo aver subito cosí crudeli calamità, vennero come ribelli cacciati di Firenze.

IV

Ma quale fu la conseguenza politica di questi fatti? In sui primi, essendosi i Donati e i della Tosa uniti a disfare i Cavalcanti e loro amici, si temette che i Grandi, rafforzati dalla unione e dalla vittoria, volessero tentar di disfare gli Ordini della Giustizia, e prendere in mano il governo. Né, secondo il Villani, sarebbe stato impossibile riuscirvi in mezzo a quel generale sgomento. Ma avrebbero dovuto essere concordi davvero, e si vide che erano invece, «per le loro sette divisi e in discordia, e però ciascuna parte s'abbracciò col popolo, per non perdere stato».[204] La divisione dei partiti rimase in sostanza la stessa. Da una parte, cioè, Grandi in guerra fra loro, che cercavano nel popolo aiuto contro i propri nemici, e dall'altra il popolo, che dalla discordia dei Grandi cercava trarre vantaggio. Gravissime perdite di certo avevano nell'incendio subito anche i mercatanti; ma la loro ricchezza era di sua natura tale, che rapidamente si riproduceva, mentre che quella dei Grandi non si poteva rifare dei danni assai maggiori che aveva sostenuti. Tale infatti era allora la prodigiosa prosperità del popolo fiorentino, che, anche dopo tanta distruzione, noi non vediamo segno alcuno che faccia apparire diminuita la sua ricchezza. Troviamo invece assai decaduta la potenza dei Grandi, i quali nel primo cerchio, cioè nel centro della città, là dove erano le antiche famiglie, scomparvero quasi del tutto. E però non senza ragione il Capponi afferma nella sua Storia, che «d'ora in poi ogni signoria di nobili può dirsi interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati».[205] E cosí anche questa sventura riuscí, come era sempre seguito in Firenze, a vantaggio del popolo.

Per tutti questi dolorosi fatti, e per ciò che il Cardinale da Prato aveva riferito al Papa in Perugia, vennero colà chiamati alla sua presenza dodici dei Grandi piú autorevoli in Firenze; e fra di essi erano Mess. Corso Donati e Mess. Rosso della Tosa, una volta nemici, ora divenuti amici d'un giorno. Andarono con gran seguito, formando una compagnia in tutto di cinquecento uomini a cavallo. E questo parve agli esuli il momento piú opportuno per ripetere il tentativo di tornare in patria. Si disse, al solito, che il Cardinale li aveva incoraggiati, assicurando che avrebbero trovato favore; si aggiunse ancora che aveva istigato Pisa, Bologna, Arezzo, Pistoia, la Romagna tutta ad aiutarli. Ma se da un lato alcuni dei piú fieri avversari degli esuli s'erano per un momento dovuti allontanare da Firenze, è certo da un altro lato che la forza dei loro nemici doveva essere non poco cresciuta per la strage dei Cavalcanti e dei Gherardini. E se le Arti Maggiori si erano prima indotte a favorire il ritorno degli esuli, massime di quelli che erano popolani, non si poteva sperare che volessero continuare a favorirli ora che essi si avanzavano col favore dei Pisani, dei Ghibellini di Toscana e di Romagna. La loro alleanza coi nemici della Repubblica, la riuniva naturalmente contro di essi.

Pure gli esuli parevano ora pieni di speranza, perché coi nuovi aiuti erano riusciti a formare un esercito di 9000 fanti e 1600 cavalieri, coi quali s'avanzarono il 19 luglio sino alla Lastra, dove ne aspettavano altri, che dovevano venire da Pistoia, sotto il comando di Tolosato degli Uberti, valoroso capitano ghibellino, d'un'antica famiglia fiorentina sempre odiata dai Guelfi, ai quali ricordava la disfatta di Montaperti. Non vedendolo arrivare, gli esuli si decisero non ostante ad avanzare; ma l'indugio d'un giorno era bastato a far sí che non fosse piú possibile pigliar Firenze alla sprovvista. Si presentarono infatti solo 1200 cavalieri, in attitudine pacifica, con rami d'olivo in mano; e passato il cerchio non ancora finito delle nuove mura, si fermarono dinanzi alle antiche, nel podere detto di Cafaggio, tra San Marco e i Servi. Ivi, trafelati, senz'acqua, esposti al sole del 20 luglio, aspettarono invano che le porte s'aprissero. Alcuni altri di loro, riuscendo a sforzare la porta degli Spadai, entrarono in Città, e s'avanzarono sino a S. Giovanni, dove invece d'amici trovarono 200 cavalieri e 500 fanti, che li respinsero, facendo alcuni prigionieri, oltre parecchi morti e feriti. E questo fu il segnale d'una ritirata, che si mutò presto in fuga generale. Infatti quelli che erano in Cafaggio, già estenuati dal caldo e dalla sete, gettarono a terra le armi, e si ritirarono inseguiti da «masnadieri di volontà». Molti ne morirono di ferro o trafelati; altri furono derubati, presi e poi appiccati agli alberi. Prima dei fuggiaschi arrivò alla Lastra la notizia della rotta, e cosí anche quelli che s'erano colà fermati, si dettero alla fuga, né poté per via trattenerli Tolosato degli Uberti, il quale, avendoli incontrati, tentò invano di ricondurli all'assalto. Tutto questo è, fra gli altri, narrato dal Villani, il quale si trovò presente ai fatti seguiti in Città.[206] Dante Alighieri non venne alla Lastra, perché s'era poco prima separato quasi con violenza dai suoi compagni d'esilio, disgustato probabilmente delle loro ibride alleanze con tutti i nemici di Firenze, dei segreti accordi iniziati con Corso Donati e i Cavalcanti, addolorato dalle stragi cittadine, che per la vana speranza di far tornare alcuni degli esuli, erano state cosí ciecamente provocate.[207]

La vittoria della Lastra dové certo dar nuovo ardimento e nuovo potere ai Grandi. Cosí forse si spiega come è che appunto ora alcuni di essi chiedano d'essere cancellati dalle Arti,[208] cosa affatto nuova in Firenze, dove era stato solito invece vederli spogliarsi dei loro titoli, mutar casato, chieder d'essere scritti alle Arti. E se ne ha conferma ancora in un altro fatto assai grave, che seguí il 5 di agosto 1304. Uno degli Adimari commise un maleficio, e fu menato nel palagio del Podestà, per essere condannato. Ma i suoi consorti, armata mano, assalirono quel magistrato, mentre che con i suoi famigli tornava dai Priori, e dopo averne ferito o ucciso parecchi, trassero dalle prigioni il colpevole. Laonde Mess. Gigliolo da Prato, Capitano del popolo, che allora faceva anche da Podestà, perché, a cagione dei continui tumulti, nessuno aveva voluto ancora accettare quest'ufficio in Firenze, se ne andò via sdegnato. E i Fiorentini, se vollero amministrar la giustizia, dovettero contentarsi d'eleggere dodici cittadini, due per Sesto, uno dei Grandi ed uno dei popolani, che facessero le veci del Podestà.[209] Tuttavia la guerra di fuori, ben presto ricominciata, fece tornare una momentanea calma in Firenze.

V

Gli esuli ritornarono a scorrere la campagna, sollevando i vicini castelli; e i Fiorentini si mossero subito per sottometterli. Fra questi castelli primo fu quello delle Stinche, ribellatosi per opera dei Cavalcanti. Esso venne facilmente preso (agosto 1304), e i prigionieri furono condotti nelle carceri nuove, che d'allora in poi si chiamarono le Stinche. Piú grossa guerra si dové fare contro Pistoia, che si ribellò nel 1305 in favore di parte bianca, con l'aiuto degli Aretini e dei Pisani, ed era comandata da Tolosato degli Uberti. Ne seguí un lungo e rigoroso assedio, posto dai Lucchesi e dai Fiorentini, sotto gli ordini di Roberto duca di Calabria, il quale, chiamato come capitano della lega, era venuto con molti fanti e 300 cavalieri catalani.[210] L'assedio durò tutto l'inverno, e nell'aprile del 1306 i Pistoiesi, estenuati dalla fame, dovettero arrendersi. Le loro torri e e le mura furono disfatte, il loro territorio diviso tra i Fiorentini ed i Lucchesi. Invano Clemente V s'era adoperato a far cessare questa guerra, che portò un altro duro colpo ai Ghibellini di Toscana. Egli era francese, aveva trasferito ad Avignone la sede pontificia, e non conosceva l'Italia, che non poteva amare un Papa straniero, il quale abbandonava Roma. Infatti ai suoi messi di pace, venuti al campo, i Fiorentini non dierono ascolto, né si curarono dell'interdetto contro di loro pronunziato. Il duca di Calabria si ritirò; ma fu solo per gettar polvere negli occhi, avendo lasciato al campo le sue genti col capitano Pietro de la Rat. E cosí la guerra venne condotta a termine.

Né fu piú fortunato l'altro legato di pace, il cardinal Napoleone Orsini, che in Toscana e nella Romagna non solamente fu male ricevuto, ma venne derubato, e si trovò anche in pericolo della vita. Delle sue scomuniche, de' suoi interdetti, dei suoi consigli di pace ridevano tutti. I Fiorentini ormai volevano andar fino in fondo, e non avevano finito la guerra di Pistoia, che incominciarono quella contro il forte castello di Montaccenico, rocca principale degli Ubaldini, da cui dominavano tutto il Mugello, e dove era il quartier generale degli esuli. Il castello finalmente fu preso a tradimento, provocato con danaro sparso fra gli Ubaldini stessi, e venne demolito dai Fiorentini, che subito deliberarono di fondare colà le due terre di Scarperia e di Firenzuola, «per fare battifolle agli Ubaldini, e torre i loro fedeli», rendendo liberi da ogni vassallaggio tutti coloro che entravano in quelle due piccole città, a tale scopo fondate. La prima pietra di Scarperia fu messa subito, il 7 settembre 1307; la costruzione di Firenzuola cominciò invece assai piú tardi (1332).

Ma a che cosa s'arrivava, qual fine raggiungeva la Repubblica con queste continue guerre, cui anche i Grandi pigliavano parte; con questa sottomissione delle città ghibelline; con questa demolizione di castelli in tutto il territorio? Da una parte cresceva rapidamente il suo predominio politico in Toscana, e si aprivano nuove vie al suo commercio; da un'altra la potenza dei Grandi fuori di Firenze veniva distrutta con l'aiuto di quelli che erano dentro, e che, accecati dall'odio contro gli esuli, non sapevano quel che si facevano. Gli antichi popolani avevano demolito i castelli, che una volta arrivavano fin quasi alle mura di Firenze; avevano costretto i baroni a venire in città, sottoponendoli alle leggi repubblicane, fiaccando il loro orgoglio, escludendoli dal governo. Valendosi delle loro discordie, li spinsero piú tardi a distruggersi fra di loro; e finalmente si facevano ora da essi aiutare per combattere i nobili piú lontani, e demolirne i castelli nel Casentino, nel Valdarno, in Mugello, il che tutto ritornava sempre a vantaggio del popolo e delle Arti. Infatti nel 1306, quando continuava ancora la guerra contro Pistoia, i Fiorentini rinnovarono le compagnie del popolo armato sotto 19 gonfalonieri. E questa fu la costituzione del «buon popolo guelfo», riforma, secondo il Villani, fatta perché «i Grandi e possenti non presumessero di pigliare forza e baldanza, per le molte vittorie ottenute contro i Bianchi ed i Ghibellini».[211]

Ma ciò, non era tutto, che anzi la parte sostanziale della nuova riforma fu la legge del 23 dicembre 1306, con la quale vennero rafforzati gli Ordinamenti, e fu creato l'Esecutore di Giustizia, che doveva curarne una piú rigorosa applicazione. Il fine della legge era chiaramente espresso nelle sue prime parole, che la dicevano fatta «a conservare la libertà del Popolo di Firenze, ed a rompere la superbia de li iniqui, la quale tanto è cresciuta che piú oltre, con gli occhi riguardando, non si puote passare». Le Arti, in sostanza, non davano quartiere ai Grandi, neppure quando combattevano insieme con essi i nemici comuni. L'Esecutore doveva essere popolare e guelfo, forestiere, cioè non toscano, e di luogo lontano almeno 80 miglia da Firenze, di città o terra non sottoposta ad alcun signore. Non poteva essere cavaliere né giudice di legge, e ciò per l'odio sempre crescente contro i perversi giudici, e per la funesta esperienza che, negli ultimi anni, s'era fatta del Podestà. Durava in ufficio sei mesi, e doveva menar seco un giudice, due notai, 20 masnadieri o berrovieri, tutti guelfi e forestieri, due cavalli armigeri. Il suo ufficio era: difendere il popolo e i deboli contro i potenti, ad ogni maleficio che occorresse chiamando le compagnie sotto le armi, per venire subito all'applicazione delle pene. Toccava ora a lui principalmente provvedere all'esecuzione degli Ordini della giustizia, ed ogni volta che il Podestà o il Capitano non facevano la parte che loro era imposta, doveva subito assumerne le veci, secondo le norme minutamente prescritte dalla nuova legge, che fece d'ora innanzi parte integrante degli Ordinamenti.[212] Toccava inoltre a lui punire le falsità e baratterie commesse negli uffici del Comune. E quando il Podestà non disfaceva i luoghi (salvo sempre le chiese), in cui s'erano tenute conventicole o adunanze senza legale permesso, doveva egli provvedere subito, e multare il Podestà stesso in 500 lire. Se le adunanze si erano tenute contro la libertà ed il governo popolare, allora c'era addirittura la pena di morte. E questa, trattandosi di Grandi, veniva inflitta dal Podestà, il quale se non procedeva subito, era al solito punito dall'Esecutore, che doveva farne le veci. Quando i colpevoli erano popolani, spettava al solo Esecutore condannarli a morte, dichiarando Grandi i loro discendenti. E cosí pure i popolani che aiutavano i Grandi nel commettere maleficî, dovevano dall'Esecutore essere condannati ad una pena doppia di quella richiesta dalle leggi comuni. Il sindacato del Podestà e del Capitano che uscivano d'ufficio, spettava all'Esecutore, il quale, a sua volta, era sottomesso al sindacato di persone elette dai Priori e dai Gonfalonieri delle Compagnie.[213]

VI

Intanto il Papa, inquieto nel vedere come gli esuli fiorentini tenessero sempre piú agitata non solo tutta Toscana, ma la Romagna e le Marche, insisteva da capo per la pace. Delle nuove trattative era però incaricato il Cardinal Orsini, uomo egli stesso partigiano e di dubbia fede. Infatti, andato nel 1307 ad Arezzo, ivi chiamò a raccolta, oltre gli esuli fiorentini, anche parecchi suoi amici dalle vicine terre della Chiesa, ponendo cosí insieme 1700 cavalieri ed un gran numero di fanti. Pare che avesse fatto accordo con Mess. Corso Donati e ricevuto da lui danaro per l'impresa che meditava. Questi, divorato sempre dalla sua ambizione, s'era imparentato in terze nozze col ghibellino Uguccione della Faggiuola, il che lo rendeva ora assai sospetto ai Guelfi, e però egli, piú che mai scontento ed irritato, era tornato da capo nimicissimo di Mess. Rosso della Tosa e dei suoi seguaci, i quali, per naturale conseguenza, s'erano di nuovo stretti coi popolani grassi. E questi, veduti gli apparecchi che faceva ora il Cardinale, e il nuovo agitarsi del Donati, raccolsero un esercito di 3,000 cavalieri, 15,000 pedoni, e, senza mettere altro tempo in mezzo, corsero ad Arezzo, dando per via il guasto alle terre nemiche. Il Cardinale allora, credendo d'usare un'astuzia di guerra, invece d'affrontare il nemico, si diresse pel Casentino verso Firenze; ma i Fiorentini, tornando sui loro passi, arrivarono in città prima di lui. Ed egli, con grande sua vergogna, rientrò in Arezzo, di dove cominciò a trattare coi Fiorentini, i quali, mostrando d'accogliere le sue proposte, gli mandarono due ambasciatori con incarico di trattenerlo a parole, e canzonarlo. «Né fu mai», dice il Compagni, «femina da ruffiani incantata e poi vituperata, come costui da quelli due cavalieri».[214] Sicché non gli restò altro che andarsene con le pive nel sacco, lasciando al solito la Città scomunicata,[215] di che i Fiorentini si vendicarono col gravare di nuove tasse i preti, punendo quelli che resistevano.[216]

Piú scontento di tutti rimase allora Mess. Corso Donati, da cui il Cardinale aveva cavato danari con la promessa di venire in Firenze, per abbattere il della Tosa ed i suoi amici Neri, senza poi osare neppur d'appressarsi alle mura. Ma non perciò si dette per vinto, che meditava anzi nuove e piú audaci cospirazioni. Allontanatosi per poco da Firenze, forse a cercare danari ed aiuti, vi tornava nel 1308. E sempre piú accecato dalla rabbia, sperando soccorso cosí dal suocero Uguccione della Faggiuola, che in quel momento era signore d'Arezzo, come da Prato e da Pistoia, raccoglieva i suoi partigiani in Firenze. Ad essi esponeva le sue speranze, giurando di voler rompere gli Ordinamenti della Giustizia, e li incitava a prendere le armi, per farla una volta finita con quei Neri, ai quali esso aveva dato tanta forza, che a lui dovevano la vittoria ottenuta, e che ora cosí iniquamente lo trattavano. Ma non meno grande era contro di lui l'irritazione del popolo, per la voce già diffusa, che Egli aspettasse aiuti da Uguccione, valoroso capitano e nemicissimo di Firenze.[217] E quest'odio per qualche tempo represso, scoppiò improvvisamente, prima ch'ei si movesse o se ne accorgesse. Il 6 di ottobre 1308, a un tratto, i Signori sonarono le campane; il popolo si levò a romore, e corse alle armi coi della Tosa, con gli altri Grandi loro amici, coi soldati catalani del De la Rat. L'accusa di traditore della patria fu contro il Donati portata al Podestà Piero della Branca di Gubbio, e in meno d'un'ora, accusa, bando e condanna erano sanzionati. Subito dopo i Signori, il Podestà, il Capitano, l'Esecutore, con la loro famiglia, coi Catalani, le compagnie del popolo e i cavalieri, corsero a S. Piero Maggiore, ed ivi assalirono le case del Donati. Esso si difese allora cogli amici cosí gagliardamente, che se Uguccione e gli altri fossero, come avevano promesso, venuti in tempo, vi sarebbe stato veramente assai da fare. Sembra che da Arezzo si fossero mossi; ma che, sentito come già tutta la città s'era levata a tumulto contro di lui, se ne tornassero indietro. Certo è che nessuno venne, e che Mess. Corso ben presto si vide abbandonato anche da molti degli amici fiorentini, che, allontanandosi dai serragli, disertarono la zuffa. Allora il popolo irruppe, ed egli dové abbandonare le sue case, che furono subito disfatte. Con pochi dei piú fidi, prese, fuggendo, la via di Porta alla Croce, inseguito da' cittadini e da' Catalani. Il primo ad essere raggiunto in sull'Africo, fu Gherardo dei Bordoni, che venne subito ucciso. Poi gli tagliarono la mano, che andarono ad affiggere alla porta di Tedici degli Adimari, perché questi era stato colui che lo aveva indotto ad unirsi col Donati. Pochi momenti dopo il Donati stesso fu raggiunto a San Salvi dai Catalani, che subito lo uccisero, come loro era stato ordinato. Altri dicono, invece, che egli tentò prima di corromperli con promesse di danaro, e non essendovi riuscito, si lasciò, per non venire nelle mani dei suoi nemici fiorentini, cadere a terra, dove fu, con un colpo di lancia alla gola, finito. I monaci di San Salvi ne raccolsero il corpo, ed il giorno seguente lo seppellirono nella Badia assai modestamente, per non incorrere in odio.[218]

Quale fosse la causa di questo improvviso e irrefrenabile furore di popolo, è chiaramente espresso nelle lettere che il Comune scrisse poco dopo ai Lucchesi, presso i quali s'erano rifugiati i Bordoni. «Sapersi per tutta Toscana, che questa dei Donati era stata una guerra a morte per consegnare la città di Firenze e la parte guelfa in mano dei Ghibellini, e sottoporla al loro giogo, con perpetuo esterminio e morte ultima dello Stato guelfo. Costoro volevano rompere tutti i confini, e sottoporre la Città al loro dominio, sebbene Mess. Corso e i suoi sfacciatamente chiamassero invece ghibellina la Signoria».[219] Cosí questa scriveva nel marzo del 1309. E veramente una volta che i Neri s'erano divisi fra Donati e Tosinghi, e questi s'erano uniti ai popolani grassi, dove potevano i Donati trovare aiuto, se non fra i Ghibellini? Il popolo minuto era debole, e il Papa lontano insisteva sempre piú pel ritorno degli esuli. Questi si erano uniti ai nobili di contado, antichi amici del Donati, separandosi da molti di quei popolani bianchi, che erano stati cacciati insieme con loro, ma che, a poco a poco, erano ritornati in città; s'erano separati anche dagli uomini indipendenti come l'Alighieri, il quale, nemico di messer Corso e fautore degli Ordinamenti di giustizia, era stato finalmente costretto a far parte da sé. E cosí i Bianchi, esiliati perché amici del popolo, si trovavano ora amici dei Grandi, d'Uguccione, dei Ghibellini e del Donati, il quale solo da questa ibrida unione aveva potuto sperare valido aiuto. E quale fu infatti l'immediata conseguenza della sua morte? Un altro terribile colpo agli esuli ed alla potenza dei Grandi, cosí dentro come fuori della città. Ne abbiamo subito, ai primi del 1309, una prova, vedendo che i fieri e superbi Ubaldini vennero in Firenze a sottomettersi al Comune, e promisero di guardare i passi dell'Appennino, dando perciò idonei mallevadori. In conseguenza di che furono accettati come amici con la condizione «che, in ogni atto e fazione, dovessero fare come distrettuali e cittadini».[220]

Questo fu il processo con cui dal principio alla fine della sua storia, il Comune di Firenze andò accogliendo i nobili nel proprio seno. Ma fu anche il modo col quale i Grandi, quantunque vinti e sottomessi, ritrovavano in città sempre nuove forze. Essi perciò non tralasciarono di combattere il popolo e la Repubblica, prima fuori, poi dentro le mura, se non quando furono da essa distrutti, dal che non siamo ora molto lontani. E se in mezzo a questa lotta cosí sanguinosa, la prosperità di Firenze non accenna ancora a diminuire punto, occorre tener presente due cose. I continui conflitti da noi esposti nascevano dal bisogno costante d'escludere dal seno d'una repubblica di mercanti, il corpo estraneo del feudalismo, che minacciava di impedirne il naturale incremento. Ma queste guerre civili si combattevano fra un numero comparativamente piccolo di cittadini, che volevano impadronirsi d'un governo, il quale esercitava allora sulla società un'azione assai minore di quello che generalmente si suppone. La forza, la direzione vera della Repubblica stavano assai meno nella Signoria, mutabile ogni due mesi, che nella costituzione economico-politica delle Arti, fortemente ordinate e finora almeno sempre concordi fra loro. Lo Stato moderno che ogni cosa assorbe, le cui scosse scuotono perciò tutta la società, ancora non esisteva nel Medio Evo. Le repubbliche italiane erano piccole confederazioni di associazioni, alla cui testa si trovava un governo centrale cosí debole, che qualche volta poteva essere per un momento anche soppresso, senza che se ne risentisse gran danno.

VII

La morte di Corso Donati pose fine alla tragedia cominciata con la cacciata dei Bianchi; ed un nuovo avvenimento mutò ora le condizioni, non solo di Firenze, ma di tutta Italia. Alberto d'Absburgo era stato ucciso da suo nipote, il 1 maggio 1308. Si trattava quindi di eleggere il nuovo re dei Romani, il futuro imperatore. Filippo il Bello sperava con l'aiuto di Clemente V, d'avere, quando non fosse per sé, almeno pel fratello Carlo di Valois, la corona imperiale. Ma il Papa che, trovandosi in Francia, non poteva opporsi direttamente ad un tale disegno, non voleva di certo neppure favorirlo. Cogli Angioini in Napoli, con la sede in Avignone, con Roma a lui ribelle, egli sarebbe restato addirittura in balía di Filippo, quando un Francese fosse divenuto imperatore. E però favoriva segretamente Arrigo di Lussemburgo, che risultò eletto il 27 di novembre 1308, pigliando il nome di Arrigo VII. Nato sulle frontiere della Francia, nella quale era stato educato, egli serbava in sé qualche cosa di germanico e di latino ad un tempo. Non aveva veramente nessuna forza e potenza propria, i suoi stati essendo poca cosa; ma d'un animo nobilissimo e fantastico, quasi mistico, era tutto pieno d'un alto concetto della dignità e grandezza dell'Impero universale, che voleva restaurare in Roma. Non sembrava comprendere punto, che l'unione feudale della Germania coll'Italia, non riuscita neppure nel primo Medio Evo, era divenuta impossibile ora che l'Italia aveva quasi distrutto il feudalismo, base principale del sacro-romano Impero. Nondimeno le speranze che Arrigo destò nel partito ghibellino, quando cominciò a spiegare la sua bandiera, furono infinite, e si diffusero con grandissima rapidità nella Penisola. Pareva che improvvisamente un vero entusiasmo s'impadronisse di tutti gli animi.

I Ghibellini adesso non erano piú quelli d'una volta, l'idea dell'Impero s'era in Italia trasformata. L'attitudine presa dai Papi contro la libertà e l'indipendenza delle repubbliche; la loro lotta continua contro il Comune di Roma; la lontananza, la debolezza, la dipendenza di Clemente V dalla Francia; il bisogno già cominciato a sentirsi per tutto, di creare sulle rovine degli antichi municipi un nuovo Stato, quale già di fatto si vedeva sorgere in Francia ed altrove; il risorgimento degli studi classici, che nella Repubblica e nell'Impero di Roma antica facevano letterariamente intravedere l'unità e la forza di quello Stato laico, che la realtà delle cose rendeva necessario; tutto ciò aveva, nella mente degli uomini, alterato affatto l'idea dell'Impero medioevale. Ora che la Francia ed altre regioni se n'erano separate, esso non era piú universale, ma solamente romano-germanico, eppure agli occhi degl'Italiani cominciava ad apparire, sebbene assai confusamente, come se fosse la resurrezione dell'antica Roma, che era sempre capo morale del mondo civile, e poteva divenire centro d'uno Stato italiano confederato. Questa idea fu prima di tutti formulata chiaramente dall'Alighieri nella sua Monarchia, che divenne allora il programma del partito ghibellino. Trovò di poi piú largo svolgimento nel Defensor Pacis di Marsilio da Padova, e piú tardi ancora la vediamo riempire di fantastico entusiasmo Cola di Rienzo. Il suo tentativo d'una nuova Repubblica romana, italiana, imperiale, tanto lodato dal Petrarca, fu un sogno, parte scolastico, parte classico-umanistico, parte feudale e medioevale, che però conteneva in germe un oscuro presentimento del futuro stato italiano, che si presentiva, senza ancora capirne la natura. In ogni modo, questo incomposto amalgama d'idee divenne allora la bandiera dei Ghibellini in Italia.

A tutto ciò i Guelfi non opposero un altro programma filosofico. La realtà presente delle cose, il bisogno, l'interesse che c'era a sostenere la indipendenza delle città italiane dal Papa e dall'Imperatore, questa fu la bandiera sollevata allora da Firenze in nome dei Guelfi. La venuta dell'Imperatore rappresentava per essa il risorgimento del vecchio partito ghibellino, quindi d'Arezzo, di Pistoia, di Pisa, di tutte le città nemiche, che l'avrebbero circondata d'un cerchio di ferro, fermando il suo commercio. E però essa chiamava a raccolta le città guelfe, tutti coloro che volevano difendere la propria libertà, e non si volevano rendere schiavi dello straniero, proponendo una confederazione italiana, alla cui testa si pose. Questo è, infatti, il momento in cui la piccola repubblica di mercanti inizia una vera politica nazionale, diviene una grande potenza italiana. E cosí, sotto la forma medioevale d'Impero feudale, universale da una parte, e sotto quella di confederazione municipale dall'altra, il concetto nazionale, per la prima volta, cominciava a balenare, sebbene ancora in nube e da lontano. I due partiti combattevano con ardore pei loro interessi del momento, e pel giusto presentimento che avevano d'un nuovo avvenire, senza però avvedersi, che questo avvenire era possibile solo colla distruzione dell'uno e dell'altro.

Il Papa sembrava adesso favorire Arrigo VII; lo incoraggiava infatti all'impresa d'andare a Roma a prendere la corona imperiale; raccomandava agl'Italiani che gli facessero buona accoglienza. Ma egli (e i Fiorentini lo avevano sin da principio capito) non poteva desiderare che l'Italia fosse sottomessa all'Imperatore: ricordava bene ciò che Federico II aveva fatto soffrire alla Chiesa. E però, seguendo la vecchia politica della Corte di Roma, favoriva nello stesso tempo Roberto di Napoli, il già Duca di Calabria, per la morte di Carlo II, divenuto re di Napoli (3 maggio 1309), il quale naturalmente s'apparecchiava per resistere a tutt'uomo alle pretese d'Arrigo. I Fiorentini sembravano dapprima stare a guardare; non prestavano però nessuna fede agl'incoraggiamenti che il Papa mostrava di dare ad Arrigo. Volevano fare con Clemente piú stretta alleanza, ma questi era irritatissimo anch'egli dalla loro passata condotta, e ripeteva in cuor suo, non senza ragione, le parole di Benedetto XI: «Chi potrebbe mai credere che costoro, combattendo la Chiesa, presumano d'essere suoi figli?» Nondimeno essi, punto sgomenti di ciò, trattarono con re Roberto, il quale teneva sempre presso di loro il De la Rat coi cavalieri catalani, anzi mandava ora anche la sua bandiera. E con questi aiuti i Fiorentini andarono ripetutamente contro Arezzo; né si fermarono quando Arrigo intimò loro di rispettarla come terra d'impero. Ebbero sempre il vantaggio, penetrarono fin dentro la città; ma non poterono restarvi, si disse allora, per tradimento dei Grandi.[221] In fronte a tutti gli atti e bandi del Comune scrivevano: — A onore di Santa Chiesa e della Maestà di Re Roberto, ad abbassamento del Re della Magna.[222]

VIII

Nel 1310, lasciata al figlio la cura delle cose di Germania, Arrigo si mosse per l'Italia. Aveva mandato innanzi Luigi di Savoia, eletto Senatore di Roma, che il 3 di luglio era in Firenze, con due prelati tedeschi. Questi furono ricevuti in Consiglio; ma alla loro domanda, che s'apparecchiassero a ricevere con onore l'Imperatore, Betto Brunelleschi rispose: «Che i Fiorentini mai per niuno signore inchinaro le corna»; risposta che era certo poco conveniente, ma che in sostanza esprimeva il sentimento comune. Infatti i messi imperiali, bene accolti dovunque, nulla poterono ottenere in Firenze, neppure far sospendere la guerra contro Arezzo. Ed a Losanna, Arrigo ricevette gli ambasciatori di quasi tutte le città italiane; ma quelli di Firenze non v'erano. Essa, con grande operosità, si apparecchiava invece alla difesa; rialzava le nuove mura per altre otto braccia, e circondavale di fossati da Porta al Prato fino a Porta San Gallo, e da questa fino all'Arno.[223] Il 30 di settembre Roberto venne da Avignone, dove il Papa lo aveva coronato re di Napoli, e nominato anche vicario di Romagna, per tema che Arrigo volesse impadronirsi di quella provincia da poco alienatasi dall'Impero. Ben presto s'intese coi Fiorentini, e fece con essi gli accordi per la comune difesa. Ciò non ostante, Arrigo s'avanzava, intitolando sempre i suoi atti, in nomine regis pacifici, ed assumendo la persona di giudice imparziale e giusto. Invitava a sé Guelfi e Ghibellini, che tutti voleva ricevere con uguale amplesso. Il 24 di ottobre era a Susa, ed il 6 gennaio 1311, giorno dell'Epifania, prese la corona di ferro nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano.

Ma colà invece della pace da lui sognata, scoppiò subito la guerra civile. I Torriani che erano guelfi, furono cacciati dai Visconti sotto gli occhi stessi d'Arrigo; e da questo momento egli, trascinato con violenza in mezzo ai partiti, cessava d'essere il pacificatore, e tornava Imperatore tedesco, straniero, barbaro. Si disse che i Fiorentini avevano mandato danaro a Guido della Torre, per ribellarlo, il che sarebbe stato causa della sua cacciata. Questo non è certo, ma certo è invece che essi mandarono danari, lettere, ambasciatori a Cremona, Lodi, Brescia, Pavia, ad altre città lombarde, per sollevarle contro Arrigo, e vi riuscirono.[224] Inviarono inoltre ambasciatori a Napoli, in Francia, sopra tutto in Avignone, dove spendevano e spandevano per corrompere le genti della Curia, a fin di sapere quando il Papa diceva davvero e quando fingeva. La loro febbrile attività era tale per tutto, che il Cardinale da Prato esclamò un giorno, dinanzi al Re di Francia: «Quanto grande ardimento è quello dei Fiorentini, che con loro dieci lendini ardiscono tentare ogni signore».[225]

Ma neppure in cosí difficili momenti i Grandi sapevano smettere in Firenze i loro odi, e di tanto in tanto turbavano la città con qualche nuova zuffa. Nel febbraio del 1311 i Donati uccisero Betto Brunelleschi, che tenevano autore della morte di Mess. Corso, di cui andarono subito dopo a dissotterrare il cadavere a San Salvi, celebrandogli, ora che l'avevano vendicato, solenni esequie.[226] L'ordine però fu rimesso assai presto, perché non c'era tempo da perdere in gare private, e gli animi erano occupati di ben altro. Ai primi di giugno 1311 fu firmata la lega guelfa fra i Fiorentini, Pisani, Pistoiesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani, giurando tutti insieme di resistere con le armi ad Arrigo. Il 26 i Fiorentini mandarono a Bologna il De la Rat con 400 cavalieri catalani, mentre che i Senesi ed i Lucchesi mandavano altre genti in servizio del re Roberto in Romagna, dove esso perseguitava, imprigionava i Ghibellini e gli esuli Bianchi di Firenze, che allora cercavano ribellare le città della Chiesa.[227] Ed al re stesso, non appena corse la voce che egli cercava accordi con Arrigo, scrivevano, invitandolo ad entrar subito in Roma come aveva promesso, avvertendolo che se esitava, se tentava accordi coll'Imperatore, essi, che non volevano mezze misure, avrebbero ritirato le loro genti dalla Lega. «Piú volte la vostra regia potestà ci ha promesso che col re tedesco non voleva accordo nessuno, che avrebbe inviato lo sforzo delle sue armi, e personalmente sarebbe andato in Roma a sterminio del nemico comune».[228] E non fu senza effetto, perché ben presto Roberto mandò suo fratello Giovanni, il quale con 400 cavalieri e l'aiuto degli Orsini, cominciò ad occupare i giunti principali di Roma. Il Re fingeva ancora d'operare come amico dell'Impero; ma nessuno piú s'illudeva, ed i Fiorentini erano contenti.

Arrigo VII, fisso sempre nella sua idea, senza punto accorgersi dello straordinario mutamento che intorno a lui seguiva, dopo aver sottomesso Cremona, trovavasi ad assediar Brescia, che gli opponeva una piú viva resistenza. Il pacifico sovrano incrudeliva adesso contro i prigionieri, e faceva morire fra i piú atroci tormenti uno dei capi guelfi. Ma i Bresciani non cedevano per ciò, ed il fiore dell'esercito tedesco moriva di malattie o di ferite, e di ferite moriva lo stesso fratello d'Arrigo. In mezzo a queste stragi, i Fiorentini scrivevano ai Bresciani: «Ricordatevi che dalla vostra difesa dipende la salute d'Italia tutta e dei Guelfi. I Latini debbono in ogni modo aver per nemica la gente tedesca, d'opere, di costumi, d'animo e volere avversa; impossibile, non che servire ad essa, averla comecchessia compagna».[229] E nello stesso tempo scrivevano ad altre città, incuorandole alla difesa, alla rivolta. Invitavano i Perugini a «scuotere il vassallaggio sotto cui si trovavano, a proclamare la dolce libertà»; e a tutti ripetevano che essi non si sarebbero mai stancati di mandar contro Arrigo armi, uomini, danaro.[230] Nello stesso tempo, per dare maggior forza alla cittadinanza ed alla parte guelfa, levarono il bando a tutti gli esuli che si potevano credere amici dei Guelfi, lasciandolo solo contro quelli che ritenevano ghibellini, i quali arrivavano sempre a parecchie centinaia, e fra di essi era Dante Alighieri. Questo ribandimento di esuli fu chiamato la riforma di Baldo d'Aguglione, il quale era uno dei Priori che lo deliberarono il 2 di settembre 1311.[231]

Intanto Brescia, dopo un'eroica resistenza, s'era dovuta arrendere a patti, ed Arrigo s'avviò subito a Genova, dove era il 21 ottobre 1311. Ivi fu grandemente addolorato dalla perdita della moglie, ma non per questo rallentò punto i preparativi necessari a continuare il suo cammino per la via di Pisa a Roma. E a tali notizie i Fiorentini raddoppiarono i loro sforzi. Fornirono di genti S. Miniato al Tedesco; richiamarono da Bologna il De la Rat con i suoi; fecero provvedere d'uomini Lucca, Sarzana, Pietrasanta, i castelli di Lunigiana, il Valdarno di ponente.[232] Ma, quello che è assai notevole, neppure in questi cosí difficili momenti perdevano di vista il loro commercio. Infatti essi scrivevano allora appunto al Re di Francia, facendogli conoscere le gravi difficoltà, in cui la venuta d'Arrigo li aveva messi, e dolevansi che la presente guerra facesse pigliare al Re provvedimenti che danneggiavano il commercio dei loro mercanti, dai quali dipendeva in gran parte la prosperità di Firenze: «cum Civitas nostra ex predictis Florentinis ex maiori parte consistat. Voi,» essi concludevano, «li avete sempre protetti, e nella Maestà Vostra noi poniamo, dopo Dio, il fondamento principale della nostra speranza, massime ora che Arrigo minaccia di andare a Pisa, e venir contro di noi, qui firmavimus et parati sumus nostram quam a vobis et a vestris recognovimus, defendere libertatem». E chiedevano che il Re provvedesse in modo che, anche durante la guerra, il loro commercio potesse continuare in Francia senza interruzione.[233]

Intanto l'Imperatore aveva mandato a Firenze nuovi ambasciatori, Niccolò vescovo di Botrintò e Pandolfo Savelli; ma essi, dopo mille traversie, che incontrarono per via, arrivati alla Lastra, furono prima derubati, e poi messi anche a pericolo della vita. Le campane sonarono a stormo, la loro dimora venne invasa da gente armata, ed a fatica furono salvati dal Podestà e dal Capitano giunti da Firenze, i quali li consigliarono a partir subito, il che essi fecero piú che in fretta.[234] L'Imperatore allora citò (20 novembre 1311) i Fiorentini a comparire in Genova dinanzi a lui, per scusarsi e prestargli obbedienza. Ma, non avendo, come era da prevedere, obbedito, pronunziò (24 dicembre) contro la loro città il bando dall'Impero,[235] di che essi fecero il conto medesimo che avevano fatto degl'interdetti del Papa. Richiamarono però da Genova i loro mercanti, continuando ad armare.

E qui noi abbiamo un'altra fra le tante prove della condotta sempre turbolenta dei Grandi. In questi giorni appunto, senza curare i gravi pericoli nei quali la Repubblica si trovava, essi misero colle loro private vendette la città a soqquadro. Il dí 11 gennaio 1312, Pazzino dei Pazzi, assai amato dal popolo, e uno dei maggiorenti, andando a cavallo a caccia, fu raggiunto ed ucciso da Paffiera dei Cavalcanti, per vendicare la morte al Pazzi attribuita di Masino dei Cavalcanti e di Betto Brunelleschi. Il corpo dell'ucciso fu portato al Palazzo dei Priori, ed il popolo indignato, prese le armi, corse sotto il proprio gonfalone alle case dei Cavalcanti, che furono arse. La Signoria allora, per metter subito un freno a questi tumulti, esiliò i Cavalcanti, e nominò cavalieri quattro dei Pazzi, ai quali dette in premio alcuni beni e rendite del Comune.[236] Cosí anche ora l'ordine fu subito ristabilito.

IX

Arrigo s'apparecchiava intanto a partire per Roma; nel campo imperiale i menestrelli cantavano la morte pietosa di Corradino, e la musa popolare dei Ghibellini continuava a salutare ed esaltare il giusto giudice, il celeste paciaro. Poeti, letterati, giuristi, filosofi s'ostinavano a vedere in lui un nuovo redentore, che doveva restituire a Roma la corona imperiale, all'Italia dar pace e libertà. Cino da Pistoia esclamava: Nunc dimittis servum tuum, Domine, quia viderunt oculi mei salutare tuum.[237] Ma piú di tutti s'era esaltato Dante Alighieri, che in questo momento fu come il rappresentante principale del partito imperiale in Italia. Fin da quando Arrigo s'era avvicinato alle Alpi, egli aveva scritto una lettera ai principi e governi d'Italia, esclamando: «Osanna a te, misera Italia, che ormai sarai da tutti invidiata, perché Sponsus tuus et mundi solatium et gloria plebis tuae, clementissimus Henricus, Divus et Augustus et Caesar, ad nuptias properat. Si rallegrino gli oppressi, che la loro salute è vicina. Perdonino, perdonino coloro che come me hanno sofferto ingiurie, perché ora il Pastore, mandato da Dio, ci ricondurrà tutti all'ovile».[238] Ma piú tardi, quando Arrigo stava per andar contro Cremona, e i Fiorentini già gli si erano dichiarati aperti nemici, la gioia dell'Alighieri si mutò in ira, e dalle sorgenti dell'Arno, sui monti del Casentino, scriveva il 31 marzo 1311, una nuova Epistola indirizzata: Scelestissimis Florentinis. «Non sapete voi che Iddio ha ordinato il governo del genere umano sotto un solo Imperatore, a difesa della giustizia, della pace, della civiltà, e che l'Italia fu sempre in preda alle guerre civili ogni volta che l'Impero mancò? E osate, voi soli, ribellarvi al giogo della libertà, e cercare nuovi regni, come se alia sit florentina civitas, alia sit romana? Voi, vanissimi ed insensati, soccomberete all'aquila imperiale. Non sapete che la libertà vera sta nell'obbedire volontariamente alle leggi divine ed umane? E mentre che presumete di volere la libertà, cospirate contro tutte le leggi!»[239] Quando poi Arrigo, invece d'andare innanzi, si fermava in Lombardia a combattere le città sollevategli contro dai Fiorentini, lo sdegno di Dante arrivò al colmo, ed il 16 di aprile dello stesso anno gli scriveva nuovamente: «Si dice che tu esiti nella tua impresa, e che, scoraggiato, vuoi tornare indietro. Ma non sei tu dunque l'aspettato da tutti noi? Quando le mie mani toccarono i tuoi piedi, io esultai, esclamando: Ecce agnus Dei, ecce qui abstulit peccata mundi. Che indugi? Se non ti muove la tua propria gloria, ti muova quella almeno di tuo figlio:

Ascanium surgentem, et spes haeredis Iuli

Respice, cui regnum Italiae, romanaque tellus

Debetur...

(Aen, IV, 272).

A che ti giova fermarti a sottomettere Cremona? Insorgeranno Brescia, Bergamo, Pavia, altre città, fino a che non estirperai la radice del male. Ignori tu forse dove riposa e cova la fetida volpe? Essa s'abbevera nell'Arno, che avvelena con le sue labbra. Non sai che si chiama Firenze? Questa è la vipera che s'avventa al seno della madre, la pecora che corrompe il gregge, la Mirra incestuosa col padre. Infatti è dessa che dilania il seno della madre Roma, che la fece a sua similitudine, e viola gli ordini del Padre dei fedeli, che è teco d'accordo. E mentre che dispregia il proprio sovrano, parteggia con re non suo, diritti non suoi. Dunque non esitare, e colla frombola della tua sapienza, colla pietra della tua fortezza abbatti il nuovo Golia».[240]

Questo linguaggio scolastico, biblico e classico ad un tempo, spesso anche ampolloso, dipinge mirabilmente le idee del tempo, e dimostra quanto si fosse esaltato lo spirito di Dante. Egli è certo il primo che chiaramente esponga il nuovo concetto dei Ghibellini, che s'era andato svolgendo e maturando nella sua mente, quando egli si separò sdegnosamente dai compagni d'esilio, per chiudersi nello studio. Questo concetto che, come già dicemmo, trovasi ampiamente delineato nella Monarchia, era di certo piú teorico e letterario, che pratico; ma esso aveva profonde radici nelle idee del tempo, e nel libro che lo espone si vede già assai chiara la tendenza del secolo a trasformarsi. Leggendo, noi siamo assai spesso ricondotti nel Medio Evo, ma una nuova aurora biancheggia pure dinanzi ai nostri occhi. «L'Impero rappresenta il diritto, che è il saldo fondamento dell'umana società; deriva perciò da Dio, da cui l'Imperatore riceve il suo potere, non altrimenti che il Papa». Come si vede, è già la società laica, indipendente, emancipata dalla Chiesa, ed è la prima volta che l'idea d'uno Stato fondato sul diritto, idea ispirata dall'antica Roma, suggerita da nuove necessità pratiche, viene formolata in sull'uscire dal Medio Evo, che l'aveva negata. Dante però non s'accorge che il nuovo Stato deve di sua natura essere nazionale, e non vede che l'Impero universale, rappresentato da Arrigo VII, che egli invoca, è quello appunto che rende impossibile questo Stato. Cosí ciò che v'ha di nuovo, quasi di profetico, nel suo libro, è distrutto da ciò che vi ha di teorico e di scolastico. Lo Stato laico, indipendente, che egli già vede con la sua gran mente, deve trionfare; ma questo trionfo farà sparire l'Impero medioevale, di cui egli, col suo libro, voleva scrivere l'apoteosi, e scriveva invece l'epitaffio, come fu giustamente osservato. Eppure il concetto non solo dello Stato, ma dello Stato nazionale, sebbene in confuso e da lontano, piú d'una volta balena nel suo libro, svolgendosi faticosamente attraverso il classicismo che risorge. L'Impero infatti è inseparabile dalla Città Eterna, da cui deriva, di cui è l'erede. La venuta dell'Imperatore a Roma, sua sede naturale, permanente, dovrà ricondurla all'antica grandezza. E Roma e l'Italia non sono una sola e medesima cosa? Arrigo VII è il rappresentante non solamente del diritto, ma della pace, della libertà, della civiltà, e l'Italia troverà in lui la fine delle sue miserie, la garanzia delle sue libertà. Non è egli il padrone del mondo? Epperò nulla può desiderare di piú, e non potrà non essere a tutti giusto signore e padre, rispettando tutti i diritti e le giurisdizioni legalmente acquisite. Ma era appunto questo suo voler esser signore di tutto e di tutti, ciò che si opponeva a quello spirito nazionale, che già si cominciava a sentire da molti, e che, quasi a sua insaputa, veniva cosí vivamente esaltato dall'Alighieri, nel momento stesso che lo negava col chiedere la resurrezione dell'Impero.

Una tal contraddizione rendeva tragica davvero la condizione in cui lo spirito di Dante si trovava. Egli era profondamente sincero e convinto della verità delle sue idee. Pieno di santo sdegno contro coloro che aiutavano il Papa e gli Angioini, memore di ciò che aveva visto operare da Bonifazio VIII e da Carlo di Valois in Firenze, prevedeva, quasi vedeva le molte calamità che i suoi avversari avrebbero, colla loro ostinazione, fatto ripiombare su tutta Italia. Ma non vedeva che il suo concetto politico avrebbe ricondotto l'Italia al Medio Evo feudale, resa vana l'opera dei Comuni, e le loro lotte secolari, alle quali egli stesso non era stato estraneo. In mezzo a questo conflitto, che era nella sua mente, nacque la Divina Commedia, nella quale due mondi sono in presenza, spesso a contrasto, ed uno spirito nuovo, rianimando il passato, lo trasforma e ne fa sgorgare l'avvenire, un'arte, una letteratura, una civiltà nuova. Nel grande poema la realtà umana delle passioni e della vita, penetrando nelle mistiche nebbie del Medio Evo, le dissipa finalmente per sempre. Il filosofo, lo storico vi trovano quindi tutti gli elementi che costituirono quel secolo, in cui una società muore, ed un'altra, quasi sotto i nostri occhi, apparisce e si forma. Ma se da tale conflitto sgorgò una poesia immortale, non ne sgorgò, e non poteva, una politica pratica.

Ed era ciò che dava il vantaggio ai Fiorentini, i quali si tenevano invece stretti alla presente a prossima realtà. Essi contavano e pesavano le balle della seta e della lana; calcolavano di quanto sarebbero, col trionfo dell'Impero in Italia, diminuite la loro importazione e la loro esportazione; e vedevano in esso la rovina del loro commercio; il trionfo dei loro nemici, dei Grandi, di Pisa, dei molti piccoli tiranni italiani; la rovina delle loro libertà e del governo delle Arti. I fatti di Milano, di Cremona, di Brescia non davano loro ragione? E perciò essi chiamavano a raccolta le città guelfe, e nel nome d'Italia, della libertà e della comune indipendenza, le confederavano a difesa contro lo straniero. Ma s'alleavano anche con Roberto, e sposavano la causa della Francia e del Papa, il cui trionfo sarebbe stato a sua volta, come fu di fatto, funesto alla libertà ed alla indipendenza italiana. La nazione, noi lo abbiamo già detto, poteva cominciare a formarsi solo colla distruzione, sulle rovine dell'uno e dell'altro partito. Il lungo e faticoso processo di storica evoluzione, che doveva apparecchiare un avvenire lontano, era allora ignoto a tutti. I Fiorentini pensavano solo a salvare il presente, ed in ciò ebbero ragione e furono fortunati.

X

Intanto Arrigo VII, vittima coronata del proprio fato, come dice il Del Lungo, s'avanzava impassibile, fidente. Il dolore di avere egli, re pacifico, insanguinate le città italiane, e seminata la discordia; la perdita del fratello, e della moglie; la morte dei suoi migliori soldati; l'abbandono di molti amici; il sarcasmo sprezzante dei nemici non gli facevano perdere la sicurezza e la fede nella sua impresa. Il 6 marzo del 1312, tranquillo e sereno, entrava in Pisa, dove fu accolto con grandissima festa, e si trattenne fino al 23 d'aprile fra un popolo a lui veramente amico. I Pisani gli avevano già mandato 60,000 fiorini a Losanna, ed ora gli professavano sincera sottomissione, accettando da lui nuovi magistrati, e promettendogli altra uguale somma.[241] Né egli si sgomentò punto, quando seppe che le forze del principe Giovanni, fratello di Roberto, erano in Roma cresciute.

Il principe aveva seco piú di 600 cavalieri catalani e pugliesi, e già glie ne erano venuti altri 200 dei migliori cavalieri fiorentini, comandati dal De La Rat, che aveva menato anche mille pedoni, oltre i suoi Catalani. Da Lucca, da Siena, da altre città erano venute nuove genti. Il Campidoglio, S. Angelo, Trastevere, tutte le fortezze furono cosí occupate. E finalmente il re di Napoli, che aveva prima affermato d'aver occupato Roma come amico, si dichiarava adesso aperto nemico d'Arrigo. Questi nondimeno s'avanzava con soli 2000 cavalieri, oltre parecchi fanti, ed il 7 di maggio 1312 entrava nella Città Eterna. Il Campidoglio fu subito da lui assalito e preso con la forza; ma quando si provò ad aprirsi con le armi la via a S. Pietro, per pigliarvi la corona imperiale, vi fu allora nelle strade una vera battaglia; ed una sortita da Castel S. Angelo respinse le sue genti, che subirono gravi perdite. Né la coronazione avrebbe avuto mai luogo, se il popolo romano, che gli era favorevole, non avesse minacciosamente obbligato i prelati a compiere, contro l'usanza, in Laterano la solenne cerimonia (29 giugno). Ma ora dovette accorgersi che nemico gli era anche il Papa, il quale gli ordinava di non assalire Napoli, di far tregua d'un anno col Re, di lasciar Roma il giorno stesso della incoronazione, di rinunziare ad ogni diritto sulla Città Eterna, né piú tornarvi senza permesso. La maschera era finalmente caduta, e i Fiorentini erano stati i piú accorti profeti. Però in questo stesso momento, in cui la loro politica guelfa trionfava, e la rottura tra Papa e Imperatore era cosí manifesta, il popolo romano proclamava Roma città imperiale, ed il Campidoglio sede perenne dell'Imperatore, il quale solo dal popolo romano doveva riconoscere la sua autorità. «Dum sola tribunitia, exterminatis Patribus, potestas adolevisset illo sub magistratu.... omnia haec paravi Caesari, ipsum evocandum in Urbem, vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe recogniturum».[242] Era l'idea stessa di Dante proclamata ora dal popolo di Roma.

Arrigo finalmente, dopo molto esitare, si decise a seguire il consiglio, che l'immortale poeta già da un pezzo gli aveva suggerito, e andò ad assediar Firenze. Traversò nell'agosto la campagna romana, che con le febbri decimò le sue genti, e dopo aver preso Montevarchi e S. Giovanni, venne a Figline.[243] I Fiorentini accorsero in gran fretta, senza buoni capitani, quasi tumultuariamente, con molti fanti e 1800 cavalieri, al Castello dell'Incisa. Ma non vollero poi accettar battaglia, e l'Imperatore per altra via continuò il suo cammino, respingendo vigorosamente tutti coloro che dall'Incisa gli vennero incontro per fermarlo. Il 19 di settembre cinse d'assedio Firenze, ponendo a S. Salvi il suo quartier generale. E i cittadini, che non sapevano ancora nulla di ciò che era seguito del loro esercito, trovandosi come sorpresi, corsero subito alle armi, e sotto i gonfaloni del popolo andarono alle mura, dove venne anche il vescovo, armato coi suoi preti. Dopo due giorni, i militi che erano andati incontro all'Imperatore, per vie traverse tornarono in Firenze, dove arrivarono anche aiuti da Lucca, Siena, Pistoia, Bologna, dalla Romagna, da tutte insomma le città della Lega. E cosí, secondo il Villani, si mise insieme un esercito di 4000 cavalli, con numero infinito di fanti. L'Imperatore, che aveva solo 800 cavalieri tedeschi, mille italiani e buon numero di fanti non poté far altro che dare il guasto alla campagna. Fortunatamente per lui l'annata era stata assai fertile, e quindi non mancarono le vettovaglie ai suoi soldati. I Fiorentini, sebbene in numero tanto superiore, non osarono neppure adesso uscire a battaglia; ma nella città si sentivano tanto sicuri, che solo le porte di fronte all'Imperatore erano chiuse le altre restavano aperte, e i traffici procedevano come in tempo di pace. In tal modo si continuò sino al novembre, quando la notte d'Ognissanti Arrigo VII, ormai stanco ed esausto, se ne parti per Poggibonsi e Pisa. Lo seguirono i Fiorentini, e piú volte lo assalirono per via, ora con prospera, ora con avversa fortuna. A Poggibonsi restò fino al 6 marzo 1313, privo di denari e di vettovaglie, con l'esercito stremato in modo che non aveva piú di mille cavalieri. Pure continuò la sua via e, sebbene gli assalitori fossero, secondo il Villani, quattro contro uno, poté pur sempre resistere, arrivando a Pisa il 9 di marzo.

Era allora, pei travagli dell'animo e del corpo, rovinato in salute, senza danari, senza soldati, pure senza aver perduto la sua fede e la sua calma. Iniziò quivi molti processi contro i Fiorentini, che privò delle loro giurisdizioni; depose i loro giudici e notai; impose grosse taglie; condannò nell'avere e nella persona molti dei loro cittadini, sentenze che restarono tutte prive di effetto. Ma egli continuava senza darsene pensiero. Proibí loro di batter moneta, consentendo ad Ubizzo Spinola di Genova, ed al marchese di Monferrato di battere nelle loro terre fiorini falsi col conio fiorentino, cosa che fu molto biasimata, come contraria alla pubblica fede.[244] Condannò il re Roberto come traditore dell'Impero, e s'alleò con Federico di Sicilia, con i Genovesi. Voleva andare contro Napoli, non ostante che il Papa avesse minacciato la scomunica a chi assalisse quel regno, ritenuto feudo della Chiesa. Tutto pieno d'ardore e di fede nella nuova impresa, mandò in Lombardia ed in Germania, per avere uomini e danari. Raccolse cosí 2,500 cavalli oltramontani, 1,500 italiani, oltre le genti a piede. I Genovesi armarono 70 galere; Federico ne armò 50; i Pisani, che già per lui avevano fatto ogni sacrifizio, ne armarono 20; raccolse anche del danaro, e il dí 8 agosto 1313 parti, non senza ragionevole speranza di buona fortuna. Ma il 24, arrivato a Buonconvento, morí, e cosí tutto fu finito.

Il 27 dello stesso mese i Fiorentini, con grandissima gioia, annunziavano ai loro amici, che «Gesú Cristo aveva fatto morire quello fierissimo tiranno Arrigo, che i ribelli persecutori di S. Chiesa, cioè i Ghibellini vostri e nostri nemici, chiamavano Re dei Romani e Imperatore».[245] Già, lui vivente, essi avevano dato per cinque anni la signoria a Roberto; gliela rinnovarono ora per altri tre, a condizione, ben inteso, che il governo restasse libero, guelfo e popolare nelle loro mani. Si trattava solo d'avere da lui un capo militare che menasse, in nome e con la bandiera del Re, alcuni buoni uomini d'arme, e potesse comandare le forze cittadine, per difendere la Repubblica contro i possibili assalti di Genova e di Pisa, contro i capitani ghibellini, come Uguccione della Faggiuola ed altri. Di quest'ultimo soprattutto si temeva e di Pisa; che già aveva preso al suo soldo mille dei soldati d'Arrigo, i quali formarono la prima di quelle compagnie di ventura, destinate ad essere ben presto un vero flagello d'Italia.[246] Il Papa, schiavo ormai della Francia, si gettò nelle braccia di Roberto, che nominò Senatore di Roma, dove tornarono subito i vicari angioini. Egli presumeva di potere, durante la vacanza dell'Impero, assumerne tutta l'autorità, e quindi annullò il decreto d'Arrigo contro Roberto, che nominò vicario imperiale in Italia, sino a due mesi dopo la prossima elezione.

Non ostante la nuova potenza di Roberto, e la signoria a lui affidata della loro città, i Fiorentini ebbero allora un grande aumento di forza morale e materiale, poiché avevano meglio assai degli altri preveduto l'avvenire, erano stati gli autori principali di tutto ciò che era seguito, si trovavano amici ed alleati di coloro che insieme con essi avevano trionfato. Il popolo rimaneva in sostanza padrone; i Grandi erano disfatti; il commercio, non interrotto durante la guerra, pigliava colla pace nuovo vigore. Ma che cosa era divenuta la confederazione guelfa, e il nome d'Italia che essi avevano invocato nel formarla? Tutto era svanito in un attimo. Il fatto stesso che essi si sentivano appunto ora costretti a cercare un re che li proteggesse, dimostra chiaro che, non ostante cosí prospera fortuna, la loro repubblica, restando sola, non sentiva la fiducia e la forza necessarie a renderla davvero indipendente e padrona di sé. Ciò minacciava di necessità nuove complicazioni e nuovi pericoli, i quali pur troppo non potevano tardar molto. Il Comune italiano doveva morire; lo Stato moderno doveva nascere; ma per arrivarvi bisognava passar sotto la tirannide. Questo è il fato che da lontano pesa ora anche su Firenze.

Dopo la morte di Arrigo VII muta il carattere dell'Impero e delle sue relazioni con l'Italia. Dopo l'alleanza del Papa con la Francia mutano sostanzialmente anche le relazioni del Papato coi Comuni italiani, alla cui indipendenza e libertà esso si dimostra sempre piú avverso. Il Medio Evo si chiude, un'epoca affatto nuova incomincia ora nella storia di Firenze e dell'Italia.

AVVERTENZA

Della Cronica attribuita a Brunetto Latini, e di coloro che recentemente se ne occuparono, noi abbiamo già parlato piú sopra (Vol. I, pag. 42 e seg.); ora dobbiamo aggiunger poche parole a spiegare le ragioni e il modo della pubblicazione che ne facciamo. Questa Cronica degli ultimi del secolo XIII era nota da lungo tempo, e la sua importanza fu subito riconosciuta, perché vi si trova il piú antico e compiuto elenco di Consoli e Podestà fiorentini che si conosca. Esso infatti comincia coll'anno 1180, mentre l'altro, che fu pubblicato dal Fineschi (Memorie storiche ecc.: Firenze, 1790) incomincia solo col 1196. E senza la Cronica non sarebbe possibile colmar la lacuna neppure coi documenti, perché questi dal 1180 al 1196 sono ora scarsissimi. Il nostro autore ne vide certamente alcuni che poi andarono perduti.

Per tutto ciò questa Cronica doveva richiamare l'attenzione degli storici e degli eruditi. Del suo elenco di Consoli e Podestà si valsero, infatti, l'Ammirato (Storie fiorentine) ed il Padre Ildefonso (Delizie, VII, 137); l'infaticabile senatore Carlo Strozzi lo copiò insieme con alcuni brani della narrazione. Piú tardi, nel 1832, L. M. Rezzi, bibliotecario della Barberiniana di Roma, pubblicò da un codice del sec. XVII, ivi esistente, lo stesso elenco, con alcune notizie degli anni 1210,[247] 1213, e specialmente una narrazione del notissimo fatto del Buondelmonti (1215), assai diversa da quella lasciataci dal Villani. E a tutto ciò, seguendo l'indicazione del codice Barberiniano, dette il titolo di Storietta antica: credesi di S. Brunetto Latini. Anche nel manoscritto ora smarrito, di cui s'era servito il Padre Ildefonso, si leggeva: cuius auctor dicitur S. Brunettus Latini. Per qual ragione poi, e da chi la prima volta s'attribuisse a colui che fu tenuto maestro di Dante una cronica, la quale narra fatti posteriori alla morte del presunto autore di essa, noi non sappiam dire. L'averla però a lui attribuita dimostra che se ne riconosceva l'importanza e l'antichità.

Ma allora si potrebbe qui domandare: perché mai nessuno pensò finora a pubblicarla, come s'è pur fatto di tante altre croniche meno antiche e piú voluminose? La risposta può darsi solo esaminando la Cronica stessa nei codici che la contengono. Essi, come abbiam detto altrove, sono due: l'Autografo, che è mutilo ed incomincia con la carta 39, dove prima registra i Consoli del 1180, poi accenna al pontificato di Alessandro III, che fu eletto nel 1159; ed il Gaddiano, che è una copia del secolo XV, la quale ci dà tutta la Cronica, incominciando da Gesú Cristo primo e sommo pontefice, e da Ottaviano imperatore. In questo secondo codice, noi vediamo che essa procede, narrando le vite dei Papi ed Imperatori fino al 1249, dove fa un salto di 35 anni circa, per ripigliare il racconto al 1285, e continuarlo fino al 1303, o piú veramente al 1297, con una sola notizia (di mano posteriore) del 1303, cui s'aggiunge l'indicazione dell'anno 1316,[248] con le parole «Giovanni XXII...». E qui resta in tronco.

Si tratta evidentemente d'un lavoro abbozzato e non finito, con diverse lacune, una delle quali, come s'è detto, dal 1249 al 1285, un'altra dal 1220 al 1226, dove sono, nell'Autografo, tre carte bianche. Esso lavoro può dividersi in tre parti, ciascuna con un carattere suo proprio. La prima, che è piú lunga delle altre due insieme riunite, arriva fino al 1180 circa. Questa parte, che manca affatto nell'Autografo mutilo, non è altro che un sunto italiano del testo latino delle vite dei Papi ed Imperatori di Martin Polono, senza nessuna notizia su Firenze, salvo alcuni pochi paragrafi, privi affatto d'ogni valore storico, che riproduciamo in nota qui sotto.[249] La seconda parte, che va dal 1180[250] al 1249, continua il sunto di Martin Polono, aggiungendovi però molte notizie fiorentine. Se la esaminiamo nell'Autografo, dove si trova quasi tutta, a cominciare cioè dal 1181, vediamo chiaramente come essa fu dall'autore compilata. Nella colonna di mezzo egli continuò il sunto cominciato nella prima parte; ma nei due larghi margini, a destra ed a sinistra, andò, via via che poté raccoglierle, registrando notizie su Firenze. E si direbbe che, per aiuto della memoria, avesse voluto usare una diversa scrittura, secondo le fonti diverse cui attingeva. Nel codice Gaddiano, invece, tutto ciò venne riunito, fuso insieme, probabilmente per opera di chi in esso copiò l'Autografo. Ciò si può dedurre anche dal modo incerto e mal sicuro con cui furono qualche volta connessi fra loro i vari brani.

Per qual ragione poi il cronista, arrivato al 1249, saltasse all'anno 1285, noi non sappiam dirlo. È possibile che, vivendo nel 1293, come dice egli stesso, cominciasse dapprima la sua narrazione dall'anno 1285, con l'intendimento di scrivere solo una cronica di fatti contemporanei, sui quali era a lui agevole avere maggiori e piú esatte notizie. Arrivato però ai giorni in cui scriveva, si può credere, seguendo la nostra ipotesi, che gli venisse l'idea di rifarsi da capo, e cominciasse quindi dai tempi di Gesú Cristo, con l'intendimento di compilare un piú vasto lavoro. Ma non riuscendogli fino all'anno 1180 di trovare notizie su Firenze, si dove contentar di fare un sunto della storia generale di Martin Polono, aggiungendovi dal 1181 in poi quelle notizie fiorentine che gli riuscí di raccogliere. Arrivato al 1249, non poté forse, per morte o per altra ragione, continuare questa seconda parte del suo lavoro, la quale rimase perciò interrotta al pari della terza ed ultima, che era stata scritta prima, sebbene narrasse fatti posteriori. Ma in ogni modo, sia che s'accetti o no la nostra ipotesi, certo quest'ultima parte è di un genere affatto diverso da tutto ciò che la precede. Non solamente le notizie su Firenze in essa abbondano, e si vede, esaminando l'Autografo, che furono sin dal principio fuse col sunto di Martin Polono; ma il sunto è qui divenuto qualche cosa d'affatto secondario, ed in sostanza abbiamo una vera e propria cronica fiorentina. Chi piú tardi raccolse tutti questi fogli, li riuní con una numerazione sola, non interrotta neppure là dove si ha la lacuna di 35 anni.[251]

Da tutto quello che abbiam detto apparisce chiaro, che nessuno poteva sentirsi invogliato a pubblicare una cronica fiorentina, la quale per piú d'una metà non è che il sunto dell'opera di Martin Polono, notissima fra di noi, e già sin d'allora stata assai spesso copiata, tradotta, compendiata; una cronica che in tutto il resto appariva compilata in maniera da doversi ritenere piú che altro un abbozzo incompiuto, quasi una raccolta d'appunti. È ben vero che anche il Villani ed il pseudo Malespini cominciarono col copiare e compendiare Martin Polono; ma essi si valsero pure d'altre fonti storiche medioevali, e dettero al Polono una parte molto minore nell'opere loro, le quali perciò divennero ben presto vere e proprie croniche fiorentine, assai piú corrette e limate nella forma. Bisogna inoltre notare che, sin dalle prime pagine, essi aggiunsero tradizioni, leggende, favole sulle origini di Firenze, ed il Villani anche notizie cavate da antichi scrittori latini, specialmente da Sallustio.

Comunque sia di ciò, certo è che non solo la Cronica attribuita a Brunetto Latini non fu mai pubblicata, ma si finí ancora col perdere poco a poco ogni traccia dei codici che la contenevano. Restaron sempre noti l'elenco dei Consoli e Podestà, con quei brani di narrazione già dati alla luce dal Rezzi.[252] Piú tardi, col ricominciare delle indagini sulle origini di Firenze, si ricercarono di nuovo i manoscritti della Cronica. Noi abbiam detto altrove (Vol. I, pag. 42 e segg.) quale fu la parte che ebbero in queste ricerche l'Hartwig, il Santini e l'Alvisi. Il primo di essi, che ne fu il vero iniziatore, pubblicò nelle sue Quellen und Forschungen tutte le notizie fiorentine, che poté cavare da quella parte della Cronica, che si trova nell'Autografo da lui nuovamente scoperto. Il prof. Santini ed il bibliotecario Alvisi, unitisi al dott. Rödiger, fecero poi tutti gli studi necessari ad una compiuta pubblicazione della Cronica stessa, che trascrissero dai due codici, e andarono stampando con note, illustrazioni e confronti. È certo da deplorare che un tale lavoro, già da molti anni condotto quasi a termine, non abbia finora visto la luce. Né se ne è mai saputo altro.

Quindi è che, dopo aver lungamente invano aspettato ed anche sollecitato questa pubblicazione, pensai che, fino a quando non sarà compiuta un'edizione diplomatica ed illustrata della Cronica, poteva essere opportuno farla in qualche modo conoscere agli studiosi; e mi decisi perciò a stamparla in una forma assai piú modesta, come appendice ad un lavoro su Firenze. Essa va fino al 1297, e quindi abbraccia quasi tutto il medesimo periodo di storia fiorentina, di cui mi sono occupato in queste Ricerche, nelle quali ho dovuto spesso citarla. Di essa si è in questi ultimi anni molto e da molti continuamente parlato, e qualunque opinione si abbia del suo valore storico, certo è l'opera d'un precursore del Villani, a cui secondo alcuni serví anche di modello. Ci dà poi varie notizie che in lui non troviamo, e spesso narra i medesimi fatti con particolari nuovi o diversi. Anche la forma incompiuta ed imperfetta, in cui ci è rimasta, ha il vantaggio di farci meglio conoscere, quasi direi di metterci sotto gli occhi il modo preciso che tennero, il metodo che seguirono gli antichi cronisti fiorentini nel compilare le loro narrazioni. Certo una edizione diplomatica o una fototipia dell'Autografo renderebbero tutto ciò assai piú evidente; ma questo non poteva ora essere il nostro scopo. Noi abbiam voluto solo pubblicare un documento che ci pare importante, che illustra, spesso conferma la nostra narrazione. E perciò credemmo opportuno di sopprimere tutta quella prima e piú lunga parte della Cronica, che, dando solo un magro sunto di Martin Polono, poco diverso da quelli che si trovano in molti codici, o anche a stampa, nulla assolutamente dice di Firenze. Cominciammo di là dove si legge la prima notizia di storia fiorentina.

Ci siamo nella stampa attenuti fedelmente ai manoscritti. Ed essendoci necessariamente dovuti valere non solo dell'Autografo,[253] ma ancora, per quella parte che in esso manca affatto, della copia Gaddiana, che è assai posteriore, trovammo due ortografie assai diverse, delle quali riproducemmo non solo le singolarità, ma anche gli errori, quando erano facilmente riconoscibili e non generavano equivoco. Dove sembrò veramente necessario, li correggemmo, segnalandoli in nota. Le parole che mancano nell'originale per rottura della carta, supplimmo in parentesi quadre, col riscontro di Martin Polono (edizione d'Anversa del 1574); qualche volta ricorremmo ancora ad altri testi, dichiarandolo però sempre esplicitamente nelle note. Tutti gli spazi vuoti, che non ci fu possibile riempire, furono rappresentati da puntini.

Del merito che negli studi fatti sulla Cronica ebbero i signori Hartwig, Santini, Alvisi e Rödiger abbiamo piú volte discorso. Ora dobbiamo ringraziare il nostro amico A. Gherardi dell'Archivio fiorentino, pel valido aiuto che ci ha dato in questa pubblicazione. Colla sua grande perizia paleografica, col suo raro e ben noto acume, egli ha collazionato le stampe coi due codici della Cronica: aiutandoci non poco anche nelle note dichiarative ed illustrative del testo. Ci è quindi grato rendergli pubblica testimonianza della nostra riconoscenza.

CRONICA FIORENTINA COMPILATA NEL SECOLO XIII

Anni M....

Arrigo secondo imperò anni xvij. Questi fu figliuolo di Currado primo, ma secondo altra oppenione elli fue suo figliuolo adoctivo e fu suo genero. Questi, vegnendo in Italia, prese per forza Pandolfo prencipe di Capova e fecelo mectere in prigione; e un altro il quale avea nome Pandolfo, simigliante, il qual era conte,[254] sí 'l confermò principe in luogo di lui.

In questo tempo, del mese di giugnio all'entrante, il decto Arrigo venne ad hoste sopra la città di Firenze, e puose suo campo, actendato di loggie, trabacche e padiglioni, nel piano del Cafaggio, del Vescovado di Firenze, fuori delle mura di San Lorenzo,[255] con exercito grande di popolo e di cavalieri.[256] Allora i Fiorentini uscirono fuori armata mano e combacterono con lui e colla sua gente; e infine elli fue vinto e sconficto, e molti de' suoi vi rimasono morti, fediti e presi. Ma elli campò fuggendo innaverato.[257] E de' Fiorentini pochi morirono, ma gran quantità ne furono fediti: ma tucti sanavano per la virtú d'un bagno ch'era nel decto Cafaggio e presso alle mura; la quale acqua usciva per condocto del monte di Fiesole. E questo bagnio fu trovato e facto al tempo de' Romani, quando hedificarono la città di Firenze. La quale acqua guariva certe malactie e etiandio i lebrosi, e gli atracti stendeva, e li fediti sanava. E di questa victoria fare fu capitano messer Ugulino degli Ughi; i quali gentili huomini fondarono la chiesa di sancta Maria a Ughi in Firenze, e la chiesa di sancto Martino a Montughi: dov'elli fece la prigione di xxvij nobili huomini ch'elli prese nel predecto stormo, i quali molta moneta poi si ricomperarono.

Et allora nacque gran guerra tra loro e' Berteldi, di fedite e di morte, per una donna de' Lamberti che l'uno e l'altro guardava per amore; e finalmente ciascuno ne fu consumato d'avere e di persone.