POMPEI
E LE SUE ROVINE VOL. I


POMPEI
E LE
SUE ROVINE

PER L’AVVOCATO
PIER AMBROGIO CURTI

GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO NAZIONALE
DIRETTORE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA
E DI BELLE LETTERE DI MILANO

VOLUME PRIMO

1872
MILANO — F. SANVITO, EDITORE.
NAPOLI — DETKEN E ROCHOLL.


Proprietà letteraria.

Legge 25 Giugno 1865. Tip. Guglielmini.



[INDICE]


A
GIOACHIMO CURTI
FRATELLO SUO
NOBILE ECCEZIONE FRA I TANTI
CHE IN OGGI
I VINCOLI E GLI AFFETTI DEL SANGUE
SOMMETTONO ALLO INTERESSE
QUESTA OPERA
DI POMPEI E LE SUE ROVINE
CHE EBBE DA LUI PRIMA E GENEROSA OCCASIONE
L’AUTORE
INTITOLA E CONSACRA.

INTENDIMENTI DELL’OPERA

Le profonde commozioni che si destano in coloro che, forniti di cuore e di mente, visitano questa antica e interessante città di Pompei, esumata più dal caso che dalla sapienza degli uomini, si traducono in così facili entusiasmi, che il più spesso imperiosamente addomandano d’essere in qualunque modo estrinsecati. — E ciascuno allora opera secondo la propria inclinazione.

Vedesi quindi aperta la gara degli ingegni: l’archeologo va divinando l’uso de’ pubblici e privati edifizj, legge le iscrizioni osche e latine, le interpreta e ne escono quelle splendide monografie di Arditi e di Mazois, di Fiorelli e di Mommsen, di Garrucci e di Overbek, per non dir d’altri molti; lo storico ne ricostruisce le vicende politiche e civili e ne somministra i materiali a tutti quanti si accingono a scrivere degli scavi; l’artista nelle statue e nei bronzi, nelle pitture e ne’ mosaici, negli stili e nelle linee architettoniche tien conto delle condizioni dell’arte ne’ tempi dell’Impero e appajono quelle superbe illustrazioni de’ Nicolini, la Pompeja di Bréton e la terribile tela di Bruloff; la musica stessa si ispira e con Pacini vi delizia e fa fremere negli Ultimi giorni di Pompei, con Petrella nella melodiosa Jone; il letterato finalmente vi accende la fantasia e colla potenza di essa ripopola le deserte vie, rianima le diroccate case, risuscita i defunti uomini e vi trasporta e prima e al tempo della catastrofe e poi al romanzo di Bulwer, dall’egual titolo dello spartito di Pacini, al Pompei di Vecchi, al Curricolo di Dumas, all’Arria Marcella di Gauthier, vi commovete, palpitate, piangete. Altri vi dettano libri e guide, spesso copiandosi, a minoranza di fatica, gli uni e gli altri, e ottenete pure lavori non ispregievoli, come quelli del Romanelli e dello Jorio, del Bonucci e dell’Aloe, del Nobili e del Monnier e vie via di altri; comunque a tutti questi io metta innanzi la piccioletta Guida di Pompei anonima, uscita in Napoli dalla tipografia de’ Fratelli Testa e Compagni, a cui, dove mal non m’apponga, ha presieduto qualche ingegno che sta dappresso all’illustre dotto che ora è prescelto alla Direzione degli Scavi Pompejani.

Invaso io pure da quella febbre d’entusiasmo e questo volendo alla sua volta la propria pubblica manifestazione, io son venuto eseguendola, sotto l’aspetto d’un confronto della dissepolta città con Roma antica, quella parendomi, collo studiarla ne’ suoi avanzi, poter valere di supplimento o piuttosto di chiarimento alla vita publica e privata dell’immortale metropoli del mondo.

Oh, quante volte entrando nel Foro e nella Basilica di Pompei, nei templi e nelle taberne, nelle vie e nelle case e perfino ne’ ritrovi della procace Venere, ritrovai la spiegazione di passi prima incompresi di classici scrittori dell’aurea latinità, che riferivansi ad usi e costumi de’ Quiriti! Tali riscontri, siffatte tacite ma non meno eloquenti rivelazioni, mi suggerirono l’opera presente.

Veda il lettore la ragione allora delle frequenti citazioni che vi troverà, ma più ancora del soverchio intrattenermi ch’io fo di Roma. Non son primo ad affermarlo: presentare in piccolo Pompei ciò che in ampie proporzioni era la Roma dell’Impero, e scandagliare gli scavi di questa città, che si nomò pure Colonia Veneria Cornelia, per esservi stata dedotta una colonia Romana, costituisce il migliore commento agli storici e poeti di Roma.

Sotto questo punto di vista reputo aver compiuto cosa e nuova ed opportuna: oso dire non acconcia soltanto ad iniziare chi la vuol leggere a meglio intendere queste preziose reliquie che a migliaja ogni anno corrono nazionali e forestieri a visitare; ma a precisare eziandio nella mente dello studioso quella farragine di cognizioni che lo studio de’ classici esemplari, eseguito nelle scuole, gli ha messa per avventura disordinatamente nella testa.

Ho per altro pensato anche alla classe meno colta de’ lettori, ed alla testuale riproduzione dei brani che mi venivano a capello, ho soggiunto in calce ogni volta la versione relativa, spesso togliendola a prestanza dai volgarizzamenti più riputati e spesso ancora facendola io medesimo, quando non li avessi sotto mano, od a seconda di quegli intenti cui la mia opera mirava. E di libertà è facile accorgersi essermene prese a piene mani; perocchè io mi avessi ad arbitrare a conservare a frasi ed a parole il loro conio latino, come quello che rendesse più esatto il significato della storia. Mi parve infatti che certi nomi proprj speciali ad usi del tempo non si potessero, per aristocrazia e schifiltosità di linguaggio, camuffare alla moderna. Così, a mo’ d’esempio, il pilentum, il carpentum, l’essedum, il petoritum, e va dicendo, non potevansi per me ritenere sostituiti da tregge, carrette ed altrettali vocaboli di italiana fattura, senza tradire la storica verità. E vorrei così aver fatto un leggier cenno, o indicazion di condotta a’ futuri traduttori, sicuro d’aver reso alle lettere ed alla storia segnalato servizio.

Tali almeno sono stati i miei convincimenti: al publico il giudicare se essi fossero un cotal poco boriosi e fallaci.

Queste cose ad ogni modo volevo si sapessero; perocchè ne avrei altrimenti d’assai scapitato, se si fosse creduto che con questo lavoro mio avessi inteso d’aggiungere lume a quelle dotte e fortunate indagini alle quali incumbono di proposito e quell’eletto ingegno del comm. G. Fiorelli, che presiede agli scavi di Pompei, e quegli altri che gli fanno onorevole corona e che nel Giornale degli Scavi vengono mano mano sponendo illustrazioni e studi assai sapienti, ai quali nel corso dell’opera ho più d’una volta con buon frutto ricorso.

Sarebbe diversamente stato davvero un portar vasi a Samo.

Aperti così tutti i miei intendimenti avuti in questi miei studj, ho più animo a presentare i miei volumi al Publico ed a sperarne l’indulgenza migliore.

E qui mi corre il dovere, prima di prender commiato da chi mi legge — poichè la dedica dell’opera ha già detto l’animo mio verso l’amatissimo fratello che me ne fu prima occasione — di sdebitarmi degli obblighi di riconoscenza verso quel mio antico amico e dotto uomo che è il chiarissimo Pietro Cominazzi, nestore del giornalismo letterario ed artistico, il quale non solo fu tanta parte negli incitamenti a condurre quest’opera, ma nella tema che sbolliti i primi empiti, m’avessi a fermar a mezzo della via, ad impegnarmi in certo modo verso il Publico, mi poneva a libera disposizione il suo giornale La Fama, perchè in esso mano mano stampando i miei capitoli, potessi poi, senza quasi avvedermi, compiere il lungo lavoro e poi sul medesimo, praticare quante aggiunte e pentimenti mi fossero piaciuti. Di tal guisa, egli, che giovinetto mi sorresse ne’ primi tentativi letterarj, con ogni maniera di incoraggimenti e del quale posso veramente dire con Ovidio:

Primus, ut auderem committere carmina Famæ

Impulit, ingenii dux fuit ille mei,[1]

volle essere auspice eziandio a questi nuovi studi, che si ponno dire la ripresa di quelli ai quali m’aveva con tanto amore informato quella perla di prete e di maestro che fu Antonio Daverio e dai quali usciva appena il giorno che facevo la prima conoscenza di lui, che mi aveva ad essere il mio migliore e impareggiabile amico.

POMPEI E LE SUE ROVINE

Tomba di Virgilio. Vol. I. Introduzione.

INTRODUZIONE

Sogliono dire gli Spagnuoli: Quien no ha visto Sevilla, — no ha visto maravilla. Penso che almeno altrettanto, dispensandosi dalla rima, si possa affermare del golfo di Napoli, o sottoscrivere al vecchio ma espressivo adagio: Vedi Napoli e poi mori; come all’incirca usava sclamare la gioventù d’Atene dinanzi alla bellezza dell’eteria famosa di Pericle: Una notte con Aspasia e poi morire. Nulla di più bello e ridente, nulla di più incantevole del suo gran panorama, sia che ti si presenti venendo per mare dal ponte di un battello a vapore, sia che a te si spieghi dinanzi, come a volo d’uccello e come io l’ho ammirato, prima dal terrazzo di San Martino, il più leggiadro chiostro ch’io m’abbia mai visto e che i seguaci di San Brunone hanno saputo procacciarsi, e poscia più su dal più alto ballatojo di Castel Sant’Elmo, che sovraggiudica la città.

Questo vaghissimo seno, a cui fanno tutt’intorno corona monti e colline verdeggianti, — fra cui il vecchio Vesuvio, che anche allorquando riposa o si cinge di nubi la testa, libera dalle sue fauci tremende bianchi buffi di fumo, sì che a que’ del paese ei fa dire che pipa, — si distende siccome anfiteatro, per una parte incominciando dal Capo Miseno e via via, seguendo que’ pittoreschi sobborghi di Pozzuoli, Posilipo e Mergellina, trova la popolosa città partenopea, che par di poi si prolunghi per San Giovanni e Portici, Resina e Torre del Greco, Torre dell’Annunziata e Pompei, e si chiude dall’altra con Sorrento, — il leggiadrissimo paese che già consolava gli affanni del Cantore della Gerusalemme Liberata, nella casa della sorella sposa a Marzio Sersale, — e col vicino promontorio di Minerva, sede un giorno delle Sirene, secondo l’antica mitologia[2].

Gli è tutto un miracolo dì terra e di mare; gli è tutto un sorriso di cielo.

Anche di cielo: perocchè se le pioggie incessanti che attristarono nel dicembre scorso il zaffiro del nostro firmamento, pur non graziarono Napoli in que’ giorni ch’io mi vi trattenni, colà chiamato dall’amore di un fratello, che testimonio mi voleva alla gioja più santa di sua casa — alle nozze, vuo’ dire, dell’unica figliuola; — nondimeno quattro o cinque di que’ giorni il sereno rifulse in tutto il più puro splendore ed ammirai taluno di que’ tramonti che io per lo addietro avevo scorto in qualche tela smagliante e giudicato traviamento di tavolozza, tanto calde e vaghe erano le tinte, tanto vaporose od accese, violacee e d’oro, sì che l’antica Caprea di Tiberio, che dal mio balcone di Chiatamone[3] vedevo sorgere in bella lontananza davanti, ne fosse tutta di quella luce circonfusa e splendente. Sotto quel cielo, con quell’aere così clemente anche nel verno, io compresi perchè le ubertose campagne che avevo attraversato avessero a quella terra meritato da’ Quiriti il nome di Campania Felice, e perchè il vecchio Plinio lasciasse scritto[4] che Bacco e Cerere si disputassero la gloria d’arricchirla, e i vini della quale producessero l’ebbrezza e fossero famosi per tutta la terra, siccome il falerno, il cecubo, il massico e quel di Celene cantati da Orazio. Con quegli spettacoli di natura io facilmente mi spiegai perchè in Pompei traesse Cicerone a riposarvi gli ozj consentiti dal foro, oppure da’ publici officj; perchè Sallustio vi venisse del pari a dettare le poco sincere, ma eleganti pagine della Guerra di Catilina; Ortensio riparasse nella sua villa di Bauli a trovare amena tranquillità[5]; e Virgilio soggiornasse in Posilipo e vi morisse; e Stazio e Silio Italico e altri illustri vi si ispirassero e le loro ville e le terme vi rizzassero, accorrendo dall’Urbe, i proconsoli a sfruttare le immense rapine fatte nell’Asia ai popoli trionfati, e i Cesari, sitibondi di voluttà e di libidine, quivi si conducessero siccome a più propizio teatro.

E Baja? E Nisida? E Procida? E Ischia? E Ventotene? E Ponza?... Luoghi od isole tutte vaghissime e lussureggianti pei colti e pei fiori e per naturali fenomeni che tengon del magico, che vi commovon la fantasia, che vi esilarano il cuore e le cui bellezze io non presumo nella povertà dello ingegno di pur accingermi a qui ritrarre.

E le altre terre dove lascio io mai, celebrate nelle immortali pagine degli storici e dei poeti antichi? E l’oppido Cimmerio, memorato da Omero nel Canto XI dell’Odissea[6]; e i Campi Flegrei visitati da Ercole, e la palude Acherusia vicina a Cuma, ove la Sibilla rendeva i suoi fatidici responsi, e i cui libri contenenti fata urbis Romæ come attesta Lattanzio[7], ella offerse a Tarquinio il Superbo, e il lago Lucrino e quello d’Averno ad esso congiunto, ed entrambi illustrati dal Mantovano in que’ versi, che non so dispensarmi dal riferire:

An memorem portus Lucrinoque addita claustra

Atque indignatum magnis stridoribus æquor:

Julia qua ponto longe sonat unda refuso

Tyrrenusque fretis immittitur æstus Avernis?[8].

Venitemi ora a dire del Sannazzaro, del Marino, della Vittoria Colonna, del Di Costanzo e del Rota; venitemi a parlare ora della Guacci, della Milli, della Oliva-Mancini; venitemi a ripetere che più d’un bifolco persino registrarono le storie della italiana letteratura aver nel mezzogiorno della penisola ben poetato all’improvviso: ma e chi in mezzo a così fatti prodigi di natura, ricinto da così classiche memorie, non si sentirebbe poeta? Come non vi troverebbe ispirazione e canto?... Où sourit le ciel, ben sentenziò il Lamartine, l’homme est tenté de sourire aussi.

Ebbene, o Lettore, allorchè ho dovuto togliermi all’amplesso fraterno per ritornarmene alla mia natale città; quando dallo sportello del mio vagone io vidi poco a poco dileguarsi al mio sguardo e la piana superficie del Tirreno, e i palagi di Napoli, e i monumenti del suo gran Cimitero, distribuiti per la china del monte, che la locomotiva rasenta, e la vetta fumigante del Vesuvio, e via rapidamente portato frammezzo i colli della Terra di Lavoro, io mi ritrassi nel mio posto, brulicante il capo di memorie, e quasi a forza io mi voleva soffermare col pensiero in qualche cosa di più incantevole che avevo veduto, mi trovavo invece sospinto....

— Dove? — domanderete voi.

Fra le Rovine di Pompei.

Tra quelle rovine che qualche dì prima avevo visitato, fra cui ero rimasto una intiera giornata, e che di poi lasciate, non m’erano uscite più dalla memoria, in cui credo vi rimarranno tutta la vita, tanto malinconica e sublime era stata l’impressione che ne avevo ritratta.

In quella mia peregrinazione io avevo sperato d’avere a guida quel dottissimo uomo e fior di cortesia che è il commendatore Giuseppe Fiorelli, soprintendente agli scavi dell’antica e sventurata città, che si va disseppellendo, e direttore del Museo Nazionale in Napoli, e certo allora mi sarebbe stata più profittevole, come quegli che degli scavi ebbe inoltre a donare all’Italia un’opera, alla quale in un con altri suoi meriti legherà perpetuamente il suo nome. Ma il caso aveva voluto che il dì innanzi avesse egli dovuto accompagnare colà S. A. il Principe Ereditario d’Italia e S. A. il Principe Ereditario di Prussia: epperò mi fu forza acconciarmi d’altro de’ guardiani, organizzati militarmente dal Fiorelli, abbastanza istrutto della località, facendo nel resto richiamo per me medesimo a quanto già nella memoria serbavo della lettura di peculiari monografie, e più che tutto, ajutato dal ricordo de’ classici scrittori della latinità, di cui piacevami ad ogni tratto porre a raffaccio le citazioni coi luoghi.

L’artista che pinge il paesaggio, se avviene che percorrendo vallate e monti, campagne e selve, ritrovi nuovi orizzonti pittoreschi, punti vaghi di vista, rupi o cascate, macchie d’alberi o frondeggi di bell’effetto, ecco arrestarsi sollecito e sul cartone schizzare studj dal vero, e porre mano ai pennelli per ritrarne le curiose gradazioni della luce e dei colori: io adoperai alla mia volta egualmente in Pompei. Presi note alla matita, sgorbiai ricordi a me solo intelligibili e passeggiandone tutte le silenziose vie, entrando nel foro, rovistando la basilica, esaminando le mura e gli archi, i templi e le terme, le tabernæ e le case, le fontane e le porte, il lupanare e i teatri, così venni il tutto stereotipando nella mia mente, che mi è di presente concesso dare ordine alquanto a’ quei Ricordi e confidarli a queste pagine meno labili della mia memoria.

Bartolo, insigne professore di diritto del secolo decimoquarto nella pisana Università, un dì scrivendo di Paolo, giureconsulto romano, così lagnavasi della costui oscurità da sclamare nel suo grosso latino: iste maledictus Paulus ita obscure loquitur ut vix intelligi possit et si præsentem haberem, per capillos interrogarem: or bene minor fatica accadrà certamente che compia chi vorrà interrogare le Rovine interessanti di Pompei, e renderanno anco una volta ragione a quello straniero scrittore che, rapito di entusiasmo dinanzi ai monumenti disseminati per tutta Italia, ebbe a dire non avere gli Italiani bisogno ch’altri scriva la storia del loro paese; perocchè ad essi l’apprenda ogni reliquia dell’antico e perfino quasi ogni sasso.

Esse diranno la storia e i costumi d’un popolo con bastevole chiarezza, riveleranno la vita publica e quella del domestico focolare, e ripeteranno quasi le intime parole di cittadini, cui nel vigore dell’esistenza sopravvenne il novissimo giorno accompagnato dai terrori di un cataclisma, per il quale sembrò vero ai loro occhi quel che il Poeta aveva pochi anni innanzi cantato, enumerando i gravi avvenimenti futuri, de’ quali il sole ha costume ammonire gli uomini, che, cioè, l’universo creduto avesse omai a sè giunta la suprema rovina:

Impiaque æternam timuerunt sæcula noctem[9].

E la succitata opera del chiarissimo commendatore Fiorelli[10], e l’altra colossale del pari, dei fratelli Fausto e Felice Niccolini[11], successori al loro padre cav. Antonio, architetto di Casa Reale e Direttore dell’Istituto delle Belle Arti che la iniziò e il Giornale degli Scavi, che si vien publicando del pari in Napoli, e il buon libro di C. Augusto Vecchi[12], troppo presto rapito alla Patria, cui ebbe il suo braccio e gli studj suoi consacrati; e Garrucci che illustrò le iscrizioni graffite sui muri di Pompei[13], ed altre monografie ed articoli e persino romanzi, come quello del Bulwer, sono là per attestarlo.

Io non ho l’ardimento di portar una luce qualunque nel rendermi interprete alla mia volta di quegli avanzi eloquenti: solo scrivendo questi Ricordi ho voluto soddisfare ad un desiderio del mio cuore e alla preghiera di un amico, a me provatissimo, l’egregio publicista e letterato Pietro Cominazzi, il quale mi fu all’opera maggiore incitamento.

Milano, addì 1.º Gennajo 1870.


Strada all’Eremitaggio del Vesuvio. Vol. I. Cap. 1. Il Vesuvio.

CAPITOLO PRIMO Il Vesuvio.

La Carrozzella napoletana — La scommessa d’un Inglese — Il valore di uno schiaffo — Pompei! — Prime impressioni — Il Vesuvio — Temerità giustificata — Topografia del Vesuvio — La storia delle sue principali eruzioni — Ercole nella Campania — Vi fonda Ercolano — Se questa città venisse distrutta contemporaneamente a Pompei — I popoli dell’Italia Centrale al Vesuvio — Combattimento di Spartaco — L’eruzione del 79 — Le posteriori — L’eruzione del 1631 e quella del 1632 — L’eruzione del 1861 e un’iscrizione di V. Fornari — L’eruzione del 1868 — Il Vesuvio ministro di morte e rovina, di vita e ricchezza — Mineralogia — Minuterie — Ascensioni sul Vesuvio — Temerità punita — Pompejorama.

Il mattino era bello ed io l’avevo salutato coll’inno migliore del cuore; perocchè avessi divisato d’irmene in qualunque modo a visitare la Rovine Pompejane.

Un egregio giovane, che vorrei nominare, mi dovea essere compagno nella vagheggiata escursione; e puntuale infatti egli venne colla carrozzella a levarmi dall’albergo.

Alla carrozzella napolitana, permetta il lettore che io dedichi qualche riga: essa è tanta parte dell’esistenza di laggiù, essa è anche un gradevole ricordo per me che me ne sono tanto servito. Le vie della grande città sono ogni ora, di giorno e di notte, percorse, attraversate da migliaja di carrozzelle; i forestieri e la gente del paese se ne valgono egualmente per accorciare le distanze e ne è incentivo la poca spesa; tanto gli è vero il proverbio dei nostri vicini: rien qui ruine plus que le bon marché.

La carrozzella è il brougham di Milano, la cittadina di Firenze: con questo di divario che essa è sempre scoperta, come il più spesso domandi la mitezza del clima: è insomma un calessino ad un cavallo, leggiero e d’uniforme modello. È più che decente veicolo, e di ciò vuolsi dar ampia lode a quel solerte Municipio che, a bandir la vecchia e incommoda carrozzella, privilegiò la nuova di un aumento di prezzo, portando la corsa da quaranta a sessanta centesimi.

La carrozzella va, vola, guizza fra la vettura blasonata e l’omnibus, fra i carri e il curricolo campestre, sbiadita immagine del pittoresco curricolo antico messo omai in abbandono, fra un gruppo di persone ed un altro impedimento, senza che mai urti od offenda, perocchè i cocchieri di Napoli, a parte la foggia del loro vario vestire, che talvolta accusa l’avanzo del lazzarone, sono i primi cocchieri del mondo.

Essi han per altro una caratteristica tutta propria: rado o mai avverrà ch’essi, come i cocchieri d’altrove e come ne sarebbe il dovere, si accontentino della mercede che loro si dà. Avreste voi generosamente a pagar quattro volte quella portata dalla tariffa, che vi direbbero egualmente, sporgendo la mano e come un ritornello:

Uscellenza, per la bottiglia?

Un inglese faceva un giorno l’eguale rilievo davanti a’ suoi amici napoletani, i quali forse per pudore municipale, richiamavanlo in dubbio. L’inglese fido al vezzo del suo paese, propose, a prova del proprio assunto, una scommessa e fu accettata. Entrò adunque nella prima carrozzella che gli occorse, ed al suo fianco sedette uno di quegli amici. Tennero breve la corsa: l’inglese, giunto al luogo che aveva designato, scendendo, porgeva cinque franchi al cocchiere, cioè più di otto volte quel che doveva secondo la tariffa; ma non per questo il cocchiere, portando la mano al cappello, ristava dall’abituale domanda:

— Uscellenza! per la bottiglia! — e la scommessa fu vinta dall’inglese.

In ricambio questi valenti automedonti, come tutti i buoni figli di quel popolo, sono passivi ai più acerbi rimbrotti, anche se talvolta essi vengano commentati col rovescio della mano. Esempio. Un forestiero, al par di me, si era fatto accompagnare in carrozzella alla stazione della strada di ferro per andare a Pompei. Là venuto a contesa col cocchiere, che pretendeva essere stato impiegato a servizio d’ora e non di corsa, si era lasciato andare ad applicargli uno schiaffo, quasi a perorazione della sua filippica: il cocchiere si tenne allora per pago e se ne andò. All’ora del ritorno, alla ferrovia le carrozzelle attendevano numerose gli arrivati, i cocchieri facevano chioccare la scuriada, urlavano le loro proferte. Fra di essi vi era pure il cocchiere della contesa del mattino, il quale vista la sua pratica vivace, lieto del rivederla, come fosse una conoscenza amica, per adescarlo ad entrare di nuovo nella sua carrozzella,

— Signorino, gridò; uscellenza, venite qui! Io sto quello quaglione (ragazzo) de lo schiaffo di stamattina.

Il richiamo non riuscì vano: il forestiere sorrise a quel nuovo genere di raccomandazione, lui preferì e riparò così il troppo lesto suo procedimento del mattino.

Ora ritorno alla mia carrozzella.

Percorremmo con essa Santa Lucia, passammo dinanzi il Real Palazzo e il Gran Teatro e per la Porta del Carmine, famosa un dì per l’insurrezione di Masaniello, uscimmo alla stazione della ferrovia che da Napoli, passando per Pompei, mette capo ad Eboli.

Non s’era posto in movimento ancora il traino, che già una pioggerella veniva, come una beffa al mio inno di un’ora prima, inopinatamente a sbattere nei vetri del vagone; ma non fu infatti che una celia, perchè non eravamo ai Granili, che già essa con mia grande soddisfazione aveva cessato.

Dopo tre quarti d’ora all’incirca, s’arrestò il convoglio, e scendemmo al grido propagato dei conduttori:

Pompei!

Provai un palpito più frequente a quel nome, come l’avrà a un di presso provato il fido Acate, quando dalla prora del suo naviglio che recava il pio Enea e i penati profughi da Ilio, vide e salutò Italiam! Italiam! e posto piede in terra, diedi collo sguardo una buona ricercata allo intorno, a riconoscere il luogo, e innanzi tutto lo tenni fisso al monte che, sogguardando la sua vittima antica, tranquillamente fumigava, come un indolente marinajo che sulla tolda sdrajato della sua paranzella mandi fuori spessi nembi di fumo dalla sua pipa bruciata.

Il Vesuvio è ben più di sette chilometri discosto da Pompei: or come avvenne, mi chiedeva io maravigliato, che potesse un dì eruttar sì gagliardo da seppellire sotto le sue ceneri e le sue pomici e quella città e Stabia? Che ciò accadesse ad Ercolano, ad Oplonte, a Retina; che Torre del Greco venisse per nove volte distrutta dalle lave invaditrici, si poteva benissimo capire, perchè disotto o poco meno; ma doveva essere stato un ben fiero cataclisma se il disastro aveva potuto raggiungere quelle due lontane città.

Prima ora d’introdurre meco il lettore nelle Rovine, soffra ch’io apra qui una parentesi e che favelli alcun poco di questo ignivomo monte, cagione sola di esse, e che costituisce anche in oggi una delle più curiose ragioni di intrattenimento a chi visita Napoli, come alle terre medesime che assai spesso visita e devasta reca fecondità e ricchezza.

È questo solo il motivo per il quale è dato coonestare quella incredibile temerità che spinge la gente di questo suolo ad abitarne in paesi le falde, come Bosco Reale e Bosco Tre Case; e più d’un signore a tenervi amena abitazione di campagna perfino a qualche miglio al disotto del cratere, sicchè appena il suo cono si possa dire disabitato, perchè scosceso affatto ed arenoso.

Non parrà vero infatti, ma sta che dentro un perimetro di quattro miglia allo intorno del Vesuvio si adagino spensierate altre undici popolose borgate: esse sono Portici, Resina, San Giorgio a Cremano, Torre del Greco, Torre dell’Annunziata, che fornisce da secoli i più animosi ed abili corallari[14], Ottajano, Somma, Sant’Anastasia, Pollena, Massa e San Sebastiano, con una popolazione complessiva di centoventimila persone, ricadendone così duemila per ogni miglio quadrato.

Il Vesuvio, che sin da’ tempi di Roma pagana appellavasi Vesuvius, o Vesvius e Vesevus più anticamente, è l’unico vulcano che abbia il continente europeo — poichè l’Etna sta nell’isola Sicula — e dista di sette miglia, ad oriente, da Napoli. La sua elevazione è di 1292 metri[15]; la base, alla distanza di 4 miglia in linea retta dal suo cratere, ha una periferia di 24 miglia. Le falde di sud-ovest si tuffano nelle onde del golfo di Napoli, e sono quelle che sostengono i territorj più soggetti alle lave, come lo sono quelle dell’est che sfumano per la pianura della Campania; le falde invece del nord, che degradano pur nella stessa, difese dalle creste del Monte di Somma che si elevano a guisa di un ferro di cavallo, e che un giorno non formavano col Vesuvio che una sola montagna, vanno immuni dalle eruzioni e dai loro guasti.

Se si pon mente così a’ vulcani del Puebla, dell’Orizaba, del Pichinca, dell’Artisana, dell’Arequipa, del Picco di Teneriffa ed anche del nostro Mongibello, esso non è certo fra’ più giganti; ma le sue eruzioni son nondimeno e terribili e frequenti; forse perchè, scrive Giuseppe Rudini in un suo cenno compendioso sul Vesuvio, intorno ad esso non ve ne sono altri, come avviene nelle Americhe e nella Oceania; l’isola di Giava essa sola contandone più di trenta, quantunque abbia una superficie inferiore all’Italia.

Ho detto frequenti le eruzioni del Vesuvio e qui, toccando appena di quegli incendj che qualche scrittore avvisa avvenuti molti secoli prima della presa di Troja, e di quell’altro ch’ebbe luogo, secondo Aurelio Alessio Pelliccia[16], dopo l’eruzione della Solfatara, negli anni 1000 avanti l’Era Volgare, e da cui egli opina abbia avuto origine il territorio Nolano, Sarnese e Nocerino, mi piace citare, poichè mi cade in taglio, un brano di Diodoro Siculo, il qual viveva al tempo d’Augusto, spiccandolo al libro quinto delle Antiquitates Historicæ, acciò sia prova che le eruzioni di questo Monte risalgono nella antichità sino ai tempi favolosi. Perocchè insino al secolo scorso i più dotti uomini di lettere, copiandosi l’un l’altro, avessero ripetuto che la prima eruzione del Vesuvio quella fosse stata in cui era seguìta la morte di Cajo Plinio Secondo il vecchio; errore codesto che divise altresì quel padre Della Torre, che pure una dotta dissertazione lasciò scritta nell’argomento:

«Hercules deinde a Tiberi profectus, per littus Italiæ ad Cumæum venit Campum: in quo tradunt fuisse homines admodum fortes et ob eorum scelera Gigantes appellatos. Campus quoque ipse, dictus Phlegræus, a colle qui olim plurimum ignis instar Æthnæ Siculi evomens, nunc Vesuvius vocatur, multa servans ignis antiqui vestigia[17]

La presenza in questi luoghi di Ercole, ai quali egli recava, giusta la storia, la fiaccola della civiltà, fu segnalata a’ posteri eziandio dalla fondazione di quella illustre ed infelice città che da lui tolse gli auspicj ed il nome, e però fu chiamata Ercolano. Ivi ebbe l’invitto semidio e culto ed altare dai grati abitatori e da quanti, come Giulio Cesare e i Fabii, rapiti dalla superba leggiadria del luogo, vi eressero ville e palagi, infino al nefastissimo giorno in cui la travolsero prima i tremuoti e poi le lave irruenti senza posa del Vulcano che le incombeva, e fu quel giorno — secondo la fede dei più — che non dissimile sorte toccava a Pompei, a Stabia e ad altri borghi minori.

E dissi fosse il medesimo giorno, cioè il nono delle calende di dicembre (23 novembre) dell’anno 79 di Cristo; abbenchè non manchino argomenti a credere che Ercolano non venisse sepolta che anni dopo, se Plinio il giovane nelle due lettere in cui narra a Tacito l’eccidio pompejano, e che in altro capitolo riferirò, non fa menzione che ad Ercolano arrivasse la sventura medesima, e se Lucio Floro vent’anni dopo parlasse ancora di Ercolano come di città tuttavia sussistente. Dell’autorità di Seneca non m’avvaloro io qui a sostegno di tale congettura, come qualcuno ebbe a fare, perocchè non ignorasi come quello scrittore fosse morto molt’anni prima del 79.

Io non ho a scopo di sollevare e discutere questioni storiche ed archeologiche, nè mi vorrei misurare con chicchessia che altri studj ed altro tempo mi occorrerebbero: noterò quindi ora solo che se Ercolano e Pompei toccavano a un tempo stesso la tomba, quasi a un tempo stesso del pari gittavano il primo lembo del pesante coperchio, a mezzo il secolo scorso.

Fu a mezzo del quarto secolo di Roma che alle falde del Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale, quando i Romani, a sventare le cospirazioni del Lazio a danno della loro sicurtà, sospinsero Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, e fu quella, dice il Cantù[18], guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità dei patrizj conservatori e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe. Ma su di ciò sorvolo adesso, chè m’avverrà di ritornarvi nel capitolo seguente.

È a questo punto che a ricordar altro fatto famoso, il quale si lega ai fasti vesuviani, debbo registrare altro combattimento che vi ebbe luogo e fu glorioso a Spartaco, il trace gladiatore.

Era l’anno 682 dalla fondazione di Roma.

Rinchiuso quel gagliardo con altri gladiatori schiavi nel ludo di Lentulo Batiato in Capua, secondo narra Plutarco[19], stanco omai dell’iniquissimo costume che sè e i compagni condannava a duellare nel circo, a spettacolo di tristi padroni e di stolta plebe, a farla finita con quella degradazione, aveva spezzata la catena della servitù e vendicato si era a libertà. Un carnajo aveva costato a Capua quella sollevazione di schiavi e uscitone libero, a capo di settantaquattro rivoltosi al pari di sè determinati, erasi ritratto su per i balzi del monte Vesuvio. Quivi lo accerchiava e incalzava Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, e così costui l’ebbe ridotto al sottile, sospingendolo fino alla aspera sommità, che una sola escita vi fosse e quella guardasse egli e i militi suoi, onde ogni adito precluso, si credesse omai certo d’averlo agevolmente nelle mani. Ma Spartaco ricorse allora ad astuto espediente. Aveva in buon numero raccolti i tralci delle viti selvatiche di lambrusco che inghirlandavan la montagna e quelli a vimini attorcigliati siccome corde, li accomandò forte ai crepacci delle rocce, e per tal guisa, egli ed i suoi scivolando per essi lungo i precipizj, potè inavvertito calare alla pianura, da dove poi soprarrivando alle spalle delle milizie pretoriane così le ruppe e sbaragliò da maravigliare ognuno e d’assodare di tal forma la propria fortuna e comparir quasi subito di fronte alle legioni romane con diecimila combattenti e poscia con centomila, e da far paventare per lungo tempo Roma, la possente Roma, di sua salute. La guerra degli schiavi, servile bellum, da lui iniziata, e che fu chiamata seconda, perchè altra sollevazione dei servi erasi molt’anni prima combattuta, occupò seriamente assai la Republica, molte pagine interessanti vi consacrò a buon diritto la storia.

Tace questa del formidabile monte per il corso di cencinquant’anni; ma innanzi ad esso ci guida il primo anno d’impero di Tito Vespasiano, per farci assistere al più crudele e spaventoso spettacolo; ond’io riprendo il filo dell’interrotto argomento.

L’anno 79 dopo l’Era Volgare, avvenne quella formidabile eruzione che Taurania e Oplonte, Retina ed Ercolano, Pompei e Stabia desolò e seppellì, e della quale recherò in un capitolo venturo la miseranda istoria, e le vie stesse di Ercolano e di Pompei discoperte, e le costruzioni loro, in cui tanto entrano i graniti usciti liquidi dalla bocca del vicino vulcano, ne chiariscono de’ precedenti commovimenti, a scaltrire dell’errore coloro che, come dissi, pretesero datar le furie vesuviane da solo quest’anno. Altri molti seguirono di poi, quelli più memorandi assegnandosi agli anni 203, 472, 512, 685, 993, 1036, 1049, 1138, 1139, 1308, 1500, 1557, 1538, 1631, 1632, 1660, 1682, 1694, 1701, 1704, 1712, 1717, 1730, 1737, 1751, 1754, 1755 a cui s’arresta l’enumerazione che ne fece il padre Della Torre.

Fu avvertito come importante pel riguardo geologico quello del 1036, perchè fosse il primo, che secondo i ricordi storici, mandasse la lava liquida dal nuovo cono, avendosi anzi ragioni per credere ch’essa fosse giunta infino al mare.

Uno straordinario fenomeno vulcanico rammenta nella sua Descrizione del Vesuvio l’inglese Logan Lobley, avvenuto nel 1538. «Negli ultimi tre giorni del settembre, dice egli, scorsi il Monte Nuovo, fra Barà e Pozzuoli. Questa collina è alta circa quattrocento piedi e contiene un vero cratere, quasi tanto profondo quanto è alto il monte. La formazione del Monte Nuovo è degna di particolare attenzione perchè offre una spiegazione probabile del modo con cui la parte più bassa del Vesuvio venne formata in origine, perchè dacchè vi ha una prova evidente che il Monte Nuovo è un cratere di eruzione, non sembra siavi molta inverosimiglianza nella nostra supposizione che il grande complesso del Vesuvio, come pure tante altre cime composte di materia vulcanica, abbiano avuto una cosiffatta origine.»

E di parecchi altri di essi commovimenti mi vennero alle mani non inopportune notizie, desunte le une dal Giornale dei letterati dell’abate Nazari[20], le altre da un interessante manoscritto esistente presso il signor Camillo Minieri Biccio dal titolo Historie Prodigiose. Nelle prime si attesta a quanta distanza venissero spinte le ceneri vesuviane nell’eruzione del 1631 e in quale quantità, onde non sia a maravigliare che potesse essere stata dalle medesime ravvolta e sepolta nel 79 Pompei; e nelle seconde l’eruzione del 1632 verrebbe segnalata come la più terribile e disastrosa, dopo quella dello stesso 79. Io vi spicco pertanto quel tratto da entrambi che ne porge i meglio importanti particolari.

«Il 6 dicembre 1631, dice il giornale del Nazari, riferendo una lettera del capitano Willelm Badily, essendo egli nel golfo di Volo (Macedonia) sopra l’àncora, la notte intorno alle dieci ore dell’orologio, cominciò a piovere rena e cenere, e continuò sino alle due ore della mattina seguente. Era intorno a due diti alta sopra il tavolato in modo che la gittarono fuora con pale, e come fecero la neve il giorno avanti, ne portarono in Inghilterra una buona quantità e ne diedero a diversi amici.» Antonio Bullfon[21] del resto affermò che in molti luoghi d’Italia e sino a due sole giornate da Costantinopoli, furono portate le ceneri, e fuori della voragine furono balzati per aria sassi, di peso intorno a cinquecento cantara, e taluno portato dodici miglia lontano dal monte per la violenza dell’impeto che lo spingeva assai più che una bomba non sia dalla polvere trasportata.

Secondo il detto scrittore inglese in questa catastrofe sarebbero perite non meno di diciottomila persone; ma forse una tanta rovina non si avverò che nell’anno dopo. Infatti ecco quanto è nel manoscritto del signor Minieri Riccio circa l’incendio avvenuto nell’anno susseguente.

«Ma che si dirà della spaventevole apertura che fece detto monte (il Vesuvio) l’anno 1632 intorno alle feste di Natale, il quale si aperse con tanti truoni et tanta quantità di ceneri, ciò che fu cosa compassionevole con la perdita di molte migliaja di persone et molti animali. Ruinò molte terre allo intorno come la Torre del Greco, la Torre dell’Annunziata, Massa, Somma, Sant’Anastasio, Ottajano, et altre terre allo intorno di detto monte con la lava grandissima di ceneri ardenti et acqua bollente che produceva detto monte, giettava pietre dalla sua vacua apertura della grandezza della pietra di molino, et si fece la apertura di quattro miglia di rotondità.»

Nella eruzione del 1737 vuolsi che scaturisse un ruscello di lava che conteneva oltre a 33,000,000 piedi di lava. Sir Carlo Lyell ne’ suoi Principles of Geology, allude alla lava di questa eruzione quando dice che si può osservarla presso Torre del Greco, ove ha una struttura a colonne.

Le eruzioni del 1766, 1767 e 1770 sono state geograficamente descritte da sir William Hamilton nelle sue Lettere alla Società Reale e massime dell’ultima reca curiose particolarità.

Quando avvenne il famoso terremoto delle Calabrie nel 1783, scrive l’illustre L. Palmieri, — cui si devono le più dotte elucubrazioni intorno ai fenomeni di questo vulcano e il trovato del sismografo che ne previene de’ medesimi —, esso finì con la grande eruzione dell’Etna dello stesso anno, seguita dal lungo eruttare del Vesuvio fino al 1788. Senza ricordarne altre eruzioni intermedie, quantunque terribile fosse quella del 1793 che durò dal febbrajo fino alla metà di giugno dell’anno susseguente, in cui secondo i calcoli di Breislak sarebbersi eruttati 46,098,766 piedi cubi di lava; quella non dimenticherò accaduta nel dicembre 1861, che tanto danno recò a Torre del Greco, perchè essa porse occasione a bell’esempio di patria carità, pel concorso di tutta Italia a temperarne la sciagura a quegli sgraziati terrieri. Il generoso fatto viene ai posteri rammentato da un’iscrizione dettata da V. Fornari, e scolpita in Torre del Greco stessa, la quale godo di riportare:

SARÀ PERPETUA LA GRATITUDINE
DI QUESTI ABITANTI
VERSO I FRATELLI DI TUTTA L’ITALIA
NE’ QUALI FU TANTO VIVA LA CARITÀ
DELLA COMUNE PATRIA
RECENTEMENTE UNITA
MDCCCLXI
UN CROLLO DEL SOPRASTANTE VESUVIO
RUINÒ QUANTO ERA MURATO
ACCORSERO DA OGNI PARTE
CON AJUTI SÌ GENEROSI
CHE NE FURONO ALLEVIATE LE MISERIE PRESENTI
E NE AVANZÒ DA FONDARE
UN ASILO D’INFANZIA
E IL RICOVERO PER DUE ORFANI.

Quasi continue arsioni vesuviane si vennero succedendo dal febbrajo 1865 fino al mese di maggio del 1868.

L’ultima fase della lunga attività del Vulcano, colla quale ha devastata la più amena e fertile contrada che ancor esisteva alle falde del monte, denominata delle Novelle, venne percorsa nel novembre di quello stesso anno 1868. Ad ammirarne i più formidabili fenomeni trassero a migliaja da ogni dove le genti, ed io, per la prossimità dell’epoca, sono eccitato a qui riprodurre quelle notizie che il sullodato signor Palmieri ha mandate per la stampa in una strenna apparsa il passato anno in Napoli, dal titolo appunto Il Vesuvio, edita a pro dei danneggiati dall’eruzione, e nella quale ebbi l’onore di essere collaboratore.

«Nel dì 15 del passato mese di novembre, scrive egli, il cono vesuviano mostrò dal lato di settentrione una linea di fumarole dalla cima alla base, e tosto alcune di queste si trasformarono in vere bocche di eruzione. Era quello il segno di una fenditura avvenuta, e quindi del cominciamento di una forte conflagrazione con la quale doveva fluire la lunga serie delle piccole eruzioni centrali che durava sino dal 1865.

«E veramente le lave apparvero ben presto copiose per tre fenditure alla base del cono, sulle quali si formarono tre serie di coni effimeri, i quali indicavano che la fenditura di eruzione partendo unica dalla cima del cono si tripartiva alla base. Questi coni mostravano una grande attività, imperciocchè con molto fumo cinereo gettavano in alto materie incandescenti, ed in mille guise strepitavano. Tre fiumi di fuoco con le loro sponde di scorie si vedevano scorrere nell’Atrio del cavallo, i quali precipitandosi per varie cascate nel fosso della Vetrana lo ricoprivano fino alle sponde ove ardevano alberi di querce e di castagni. Percorsa questa valle, che passa sotto le mura dell’Osservatorio, queste lave cadevano con nuove cascate di fuoco nel sottoposto burrone con grave spavento degli abitanti di Massa e di San Sebastiano, i quali ricordavano che le lave del 1855, venendo per la stessa via, aveano sepolta una parte delle loro case e delle loro vigne. Ma l’ignito torrente invece di spingersi innanzi pel Fosso di Faraone, si volge a sinistra sotto la coda di Apicella, dove nel 1855 erasi versato un rivolo di lava, ed invade furioso le campagne sottoposte accennando a San Giorgio. Nell’amena e fertile contrada detta delle Novelle per vini e per frutta molto rinomata, eravi una quantità di case coloniche ed abitazioni campestri con una piccola chiesa dedicata a San Michele; la maggior parte di questi edifizj furono coperti dal fuoco, e noi vedemmo le solite scene dolorose della gente che fuggiva trasportando chi il letto, chi la marra e la scure e chi cercava di mettere in salvo le botti col vino non ancora venduto. Fortuna volle che dopo sette giorni le lave dall’alto prontamente scemarono, e quindi il fronte minaccioso si fermò prima di giungere a San Giorgio cui erasi approssimato. La sera del dì 26 si videro gli ultimi residui di quel fuoco presso l’Osservatorio, ed il dì 27 un maestoso pino si appalesò sulla cima del Vesuvio[22]. Mentre le lave sgorgavano dalla base del cono, la cima di questo non solo non si quetò, ma mostrò anch’essa un’attività più considerevole senza dare per altro alcun rivolo di lava. Questa usciva solo dai coni surti nell’Atrio del cavallo.

«Il segnale della diminuzione dell’incendio fu la gran copia di cenere che dalla cima del monte fu menata in aria insieme col fumo nei giorni 20 e 21, e la sera alcune folgori si vedevano solcare quel pino, che maestoso e tetro si elevava dalla bocca centrale del Vesuvio. Ebbi occasione di ripetere i miei studj e di rifermare le mie scoperte sulla elettricità del fumo e della cenere. Finito l’incendio sono entrato nei coni di eruzione, ho raccolte le svariate sublimazioni, dalle quali sono rimasti vagamente tappezzati, ed ho raccolto eziandio molti prodotti dalle fumarole. Ora sto facendo le analisi chimiche, i cui risultamenti saranno comunicati all’Academia insieme ad altre indagini scientifiche da me istituite.

«Dico solo che in dieci giorni uscirono dalle bocche di eruzione oltre a sei milioni di metri cubici di lava, la quale presso i coni nel tempo di massima attività aveva una velocità di 180 metri a minuto primo. Il danno arrecato ascende a circa mezzo milione di lire.»

Ecco adunque come il Vesuvio, ministro di rovina e di morte, possa esserlo altresì, come più sopra avvertivo, di ricchezza e fortuna alle circostanti popolazioni: perocchè cui tocchi tanto materiale, convertibile in uso di fabbriche e di selciature, equivalga ad una fortuna, molto più se di quella più pregevole qualità che a determinati servigi si richiede.

«Il Vesuvio, scrisse l’ab. Luigi Galanti, è un monte d’oro pe’ suoi ricchi prodotti: distrugge e crea, toglie e ridona. La cenere che distrusse i frutti nel 1794, gli animò nell’anno seguente; e nel 1796 le uve rimasero in parte per l’immensa quantità invendemmiate. Lo stesso accadde coll’eruzione del 1822, e molti corsi di lave affatto sterili, diventarono coltivabili coll’essere stati da quella eruzione coperti di sabbia. Le frutta e le uve massime crescono di bontà a misura che si sale sulla vastissima pendice.»

Nelle rocce inoltre componenti il cratere della Solfatara si aduna considerevole quantità di allume, da cui la chimica moderna estrae un metallo più pregiato dell’argento, di color bianco turchiniccio, che si destina a lavoro di spilli, vezzi, smanigli ed altrettali minuterie del mondo elegante.

Incontrasi del pari in queste medesime roccie e nelle materie eruttate dal Vesuvio quell’altro minerale che appellasi idocraso, che i mineraloghi collocano tra i silicati, e da’ gioiellieri è nominato gemma o crisolito del Vesuvio.

È cosa maravigliosa — notano finalmente gli academici Monticelli e Corelli — che circa un terzo delle specie cristalline conosciute e le roccie di ogni formazione trovinsi riunite nel breve spazio occupato da questo vulcano[23].

Fu poi notato come nelle eruzioni posteriori a quella del 1834 — e sono state anzichenò frequenti — la molta lava uscita contenesse gran copia di leucite più che fosse accaduto nelle precedenti e in conseguenza riuscisse molto più somigliante alle antiche lave del monte Somma in cui questo minerale è abbondantissimo. Il prof. Pilla attestò che, incorporati nella lava del 1845, si trovarono cristalli di leucite grossi come noci; lo che stabilirebbe essere stati formati entro lo spiraglio precedentemente alla eruzione.

Ma queste cose attinenti la mineralogia vesuviana io discorro rapidamente: chi ne voglia sapere di più, ricorra alle speciali monografie e farà bene.

E qui pongo per altro sull’avviso contro tutta quella minuteria di medaglioni, orecchini, spilloni, monili e braccialetti che si spacciano, singolarmente in Napoli, ai forestieri che vogliono a buon mercato, via portarsi alcuna memoria del paese, come materia di lava del Vesuvio e non è che di pietre litografiche già usate e smesse.

Ora, a compiere questo cenno descrittivo dell’ignivoma Montagna, restami a dire come essa sia pressochè indeclinabile scopo, in ogni tempo, a pellegrinaggi di dotti ed indotti.

Ma la più parte delle frequentissime ascensioni che ogni dì si fanno sul vertice di questo monte, da’ curiosi indigeni e da quanti visitano la Sirena Partenopea, compionsi eziandio per godervi dei mirabili panorama che si presentano d’ogni parte alla vista quasi altrettante faccette di una risplendentissima gemma dodecaedra. Ivi, a settentrione, si vede distendersi l’ubertosissima Campania e sfilare le vette dei monti dell’Abruzzo; a manca quelle degli Appennini; dall’opposto lato il ridente golfo napolitano e il mar Tirreno colle sue vaghe isolette che fan corona alla superba città, e al sud finalmente il golfo di Salerno e la costiera che assume il nome da Amalfi, già famosa nei fasti delle città marinare, massime per la parte presa alle crociate dell’XI e XII secolo, chiara nella giureprudenza per le Tavole che da lei si denominarono e per le Pandette, rapite dai Pisani nel sacco del 1133, e per essere stata la patria all’inventore della bussola, Flavio Gioja, e al pescatore Masaniello.

Talvolta l’eccentricità di John Bull non s’accontenta di queste, che son pure gradevoli commozioni, e trascorre ad ardimenti ed alla temerità, inerpicandosi perfino tra’ crepacci della sommità e spingendo lo sguardo per entro lo stesso fumante cratere, quasi a sorprendere il segreto del misterioso fenomeno. Prima dell’eruzione avvenuta nel 1822, potevasi, è vero, per qualche tratto discendere dentro la bocca: anzi, stando a quanto ne scrisse Bracini, prima della grande eruzione del 1651, che ho ricordato più sopra, dentro il cratere del Vesuvio eravi uno stretto passaggio, attraverso il quale un sentiero serpeggiante dava modo di scendere per un miglio in mezzo alle roccie ed alle pietre, finchè giungevasi ad un’altra pianura più spaziosa coperta di ceneri. In essa vi erano tre pozzanghere poste a foggia di triangolo, una verso oriente, di acqua calda, corrosiva ed amara oltre misura; l’altra verso ponente di acqua più salata di quella del mare; la terza d’acqua calda, senza alcun particolare sapore. Entro lo stesso cratere allignava poi tanta vegetazione che fosse divenuto il dominio dei cinghiali e sulla pianura del fondo pascolasse il bestiame. Or si comprende così come v’abbian di coloro che, riferendo il fatto di Spartaco che io ho più sopra mentovato, di essersi su questo monte battuto colle legioni romane, giungessero ad asseverare ch’egli ed i suoi si accampassero fin dentro il cratere.

Ma le successive combustioni alterarono tutto ciò, e quella poi che ebbe principio il 22 ottobre 1822 venne segnalata il dì innanzi col cadere della punta del cono dentro il cratere, sì che lo scendervi oggi sarebbe difficile non solo, ma assai pericoloso, massime se vi si voglia calare senza l’assistenza di qualche esperto montanaro e senza essere sorretto da corregge; e le guide rammentano sempre all’audace visitatore come un Inglese appunto rovinasse per entro quello spaventoso baratro, col quale aveva voluto far troppo a sicurtà. Il Venosino Poeta aveva già deplorata, e con ragione, codesta cieca e irrefrenabile smania della umana razza d’avventarsi contro il conteso e l’impossibile, in que’ suoi versi:

Audax omnia perpeti

Gens humana ruit per vetitum nefas[24].

In quanto a me che mattina e sera non ero ristato giammai di volgere lo sguardo al Vesuvio, onde vedere se fosse per risolversi a darmi una propria rappresentazione, massime che il chiarissimo signor Palmieri, proprio in que’ giorni, avvertisse che il sismografo dell’Osservatorio avesse segnalato agitazione, fui frustrato nella mia aspettazione. L’agitazione dello strumento del signor Palmieri era precorritrice unicamente di quelle sotterranee commozioni che si tradussero in iscosse di tremuoto in qualche città italiana, e nella catastrofe toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leocadia, la cui capitale Amaxichi annunziarono i giornali dello scorso dicembre interamente rovinata[25]. Imperocchè siavi opinione che tutte le bocche vulcaniche dell’Italia, ed io penso anche di altri vulcani dalla penisola non discosti e massime dell’Jonio e di Grecia, abbiano origine dalla stessa sorgente; che la bocca del Vesuvio somministri nei tempi ordinarii sfogo sufficiente e faccia, per dir così, da valvola di sicurezza alle forze generate nel grande serbatojo interno, e che quando questa apertura si chiude quelle forze aprano altri canali di comunicazione coll’interno della terra[26]. L’esperienza ha suggellato siffatta supposizione, e — indipendentemente dalla sovraccennata coincidenza fra l’agitazione del sismografo dell’Osservatorio del Vesuvio e la catastrofe di Amaxichi, — massime dopo l’eruzione del 1036, per cinque secoli susseguenti l’azione vulcanica fu violentissima pel paese circonvicino, constatate essendosi parecchie eruzioni dell’Etna, versamenti copiosissimi di lava fatti dalla Solfatara e dall’isola vulcanica di Ischia, oltre sconvolgimenti di tremuoti nelle parti settentrionale e meridionale d’Italia.

Al mio naturale desiderio sovvenne il veneziano signor Luzzato, che nel giardino publico, o Villa, come si denomina, il quale corre in riva al mare lunghesso la via che è detta Riviera di Chiaja, rizzò una costruzione di un sol piano terreno con architettura pompejana, nella quale dispose un suo stabilimento, in cui raccolse alcune vedute tolte dal vero della città di Pompei, anzi fotografate dai luoghi stessi, con restauri e restituzioni di tinte e con gruppi di figure abbigliate giusta l’antico costume, che sono invero del più curioso effetto. Lo stabilimento intitolò Pompejorama, e fra le altre vedute una ve ne ha che chiamerei miracolosa, la quale rappresenta il Vesuvio a notte nel momento della sua furiosa eruzione, con effetto di luna. Que’ bagliori del fuoco del monte che divampa, riflessi nelle onde del mare che pare si avanzino verso di voi, tanto sono vere, fanno il più stupendo contrasto coi raggi pallidi dell’astro notturno, i quali pur si rifrangono nelle acque del golfo. Io ammirai quel bellissimo quadro: tutti che spettatori già furono dei veri furori vesuviani, non esitarono ad attestarmi che mai non fu visto quanto in esso colta e ritratta la verità.

Laonde mi è concesso di dire che ho alla mia volta io pure assistito, in questi simulati, ai formidabili spettacoli a cui sì spesso è teatro il Vesuvio, senza per altro risentire i terrori che egli mai sempre incute a coloro che i veri si recano a contemplare.

CAPITOLO II. Storia.

PRIMO PERIODO

Divisione della storia — Origini di Pompei — Ercole e i buoi di Gerione — Oschi e Pelasgi — I Sanniti — Occupano la Campania — Dedizione di questa a Roma — I Feriali Romani indicon guerra a’ Sanniti — Vittoria dell’armi romane — Lega de’ Campani co’ Latini contro i Romani — L. Aunio Setino e T. Manlio Torquato — Disciplina militare — Battaglia al Vesuvio — Le Forche Caudine — Rivincita de’ Romani — Cospirazioni campane contro Roma — I Pompejani battono i soldati della flotta romana — Ultima guerra de’ Sanniti contro i Romani.

Le ragioni stesse per le quali ebbi ad avvertire il lettore che alla migliore intelligenza delle Rovine di Pompei mi occorresse d’aprire una parentesi, per dire alquanto di questo monstrum horrendum, informe, ingens che le aveva cagionate, non solo militano per questa nuova che intraprendo col presente capitolo, ma sono ben anche maggiori. D’altra parte, messomi all’opera con intenti più modesti, l’amore all’argomento me ne suggerisce ora di maggiori, e la materia sento crescermi sotto mano; il lettore non ha a concedermi che una maggiore benevolenza.

La storia civile di Pompei non è guari complicata di fatti, non di molto diversa da quella delle altre minori città italiane e massime meridionali, che o furono confederate a Roma o ne divennero colonie. La storia generale di queste città si lega in una parte a quella delle altre undici città principali della Campania, e nell’altra per lo più alla storia del mondo romano; la speciale non ricorda che determinati avvenimenti, i quali hanno per lo più attinenza alla vita municipale di essa. Io, nel raccoglierla dalle diverse fonti, l’ho divisa in due distinti periodi, concedendo poi un singolare capitolo a ciò che chiamerei storia morale ed un altro al miserando cataclisma che ne chiuse l’interessante volume.

Pompeii, o Pompeja, come trovasi promiscuamente detto dai latini scrittori, all’epoca della sua distruzione per opera del Vesuvio, cioè, come già sa il lettore, nell’anno di Roma 932 e 79 di Cristo, era, malgrado che Seneca punto non si peritasse a dichiararla celebrem Campaniæ urbem, città di terzo ordine. Una città tuttavia, che per la felice postura su d’una eminenza vulcanica e in riva al mare, — poichè tutto ne scorga a ritenere che le acque del Tirreno giugnessero a quel tempo fin presso le mura di essa, nè vi si ritraessero che in conseguenza del cataclisma che le apportò la morte, — e per la dolcezza del clima e la lussureggiante natura, costituiva altra fra le località di questa magnifica parte d’Italia, che a ragione fu detta — credo da Milton, il cantore immortale del Paradiso Perdutoun pezzo di paradiso caduto in terra; epperò eletta da’ facoltosi Romani a sito di villeggiatura. Così ricordai già la casa che vi aveva Marco Tullio Cicerone, per antonomasia detto l’Oratore Romano, e quella che vi teneva lo storico Cajo Crispo Sallustio, entrambe scoperte, e la visita delle Rovine altre pure ne additerà celebri per i loro famosi proprietari; onde Stazio potesse lasciarci memoria degli ozj pompejani in quel verso:

Nec Pompeiani placeant magis otia Sarni[27].

Imperocchè Pompei fosse bagnata dalle acque del fiume Sarno — ora ridotto alle povere proporzioni di un ruscello — per cagione anzi del quale, come avverrà di dire più avanti, si avessero i primi sentori che ebbero a condurre alla scoperta della sepolta città. Il Sarno scendendo, dal lato ove si vede ancora sorgere l’anfiteatro, al mare, che qui faceva una curva la quale si estendeva insino a Stabia, formava alla sua imboccatura un bacino, che costituiva il porto della città, comune anche a Nola, ad Acerra ed a Nocera, così frequentato ed operoso da rendere Pompei l’emporio delle più floride città campane. Nè forse fu estraneo a siffatta circostanza il nome stesso di essa, se nel greco idioma Πομπηίον suoni eziandio siccome a dire emporio. Strabone non obliò di ricordare questo porto, e i libri, come vedremo, ne registrarono eziandio qualche glorioso avvenimento.

La storia adunque di questa città e, più che essa, la scoperta e la illustrazione de’ suoi edificj e de’ suoi monumenti, importantissima riesce a rivelarci la vera storia intima di quei tempi, che le storie generali non ci hanno lasciata che imperfetta, sì che sia d’uopo racimolarla fra gli storici avvenimenti di altri popoli e da’ concetti dei poeti, o da qualche altra scrittura, mescolata spesso a cose men vere od incerte, per modo che, dopo tutto, sia mestieri di molto discernimento e di induzioni e di congetture logiche non poche per istabilire colle migliori probabilità i fatti.

Ma se malagevole è il còmpito di chi voglia esattamente ragionare della vita intima di allora, che si dirà di chi presuma indagare le origini delle città nostre e i confini territoriali, se intorno ad esse non vennero che tardi gli scrittori che se ne occuparono, e questi pure, dovendo appoggiarsi su tradizioni e favole, si ebbero a buttare spesso alla fantasia, siccome puossi giudicare dalla lettura di Dionigi d’Alicarnasso, di Catone, di Varrone e d’Eliano? Orazio medesimo, comunque venuto in tempi più colti, non sapeva determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua Venosa, siccome appare da una Satira, nel seguente passo:

Lucanus an Appulus, anceps,

Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus

Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis[28].

Gli è ad un tale riguardo che pur di Pompei non si possa precisare quali fossero i fondatori e i primi abitatori. La favola, accarezzando anche qui il popolare orgoglio, le assegna illustre origine, e Giulio Solino, che ne tenne memoria, narra che Pompei avesse avuto Ercole per fondatore, allorchè passò egli in Italia co’ buoi di Gerione. Già nel capitolo antecedente toccai di sua venuta in queste parti e di eroiche imprese compiutevi e della città di Ercolano che attestò di lui: Pompei egualmente avrebbe il suo nome conseguito dalla pompa colla quale dall’Eroe sarebbero ivi portate le tre teste del suo nemico, il succitato Gerione, la cui uccisione fu delle dodici che gli vengono attribuite, la decima di lui fatica[29]. Lasciando nondimeno in disparte la mitologia e gli arcani suoi ascondimenti, stando all’autorità di Strabone, i primi a mettersi attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, sarebbero stati gli Oschi od Opici, gli Ausoni, gli Etruschi, i Tirreni e i Pelasgi, che sono anche i popoli più antichi di cui si abbia memoria in Italia; se pure tutti questi popoli non sono della sola razza pelasgica.

I Pelasgi contuttociò non attecchirono mai la loro padronanza nel nostro paese; odiati sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati. A quest’opposizione surta negli animi degli aborigeni, s’aggiunsero naturali calamità, e Dionigi d’Alicarnasso ricorda la sterilità e siccità dei campi e più ancora l’imperversar de’ vulcani e delle malattie; onde interrogato l’oracolo di Dodona, ne avessero a responso: «Causa di tutti codesti mali essere lo sdegno degli Dei, perchè frodati i Dioscuri, o Cabiri[30], della promessa decima di tutto quanto nascerebbe, non avendola i Pelasgi attenuta in quanto riguardasse i figliuoli.» Indegnò la spietata risposta, e tumultuarono contro i capi e a tale venne la stanchezza de’ più che questi in massa migrarono, e i pochi rimasti, spodestati degli averi, vennero agevolmente ridotti in servitù.

Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Volturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj, gentem opibus armisque validam, come li giudica Tito Livio[31], conquistando. Erano essi in quel tempo, cioè circa l’anno 420 avanti la venuta di Cristo, arrivati omai all’apogeo della loro potenza, e superando Roma stessa nel numero della popolazione e nella estensione del territorio, ne erano divenuti i più formidabili avversarj. S’allargavano essi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne lucane e ai piani dell’Apulia, e dominavano ne’ paesi che oggidì designiamo coi nomi di Principato Ulteriore e di Abruzzo Citeriore. Sobrii ed indomiti, difesi da valloni e torrenti, potevano a buon diritto codesti montanari riuscire terribili a quei della pianura.

Superando gli ostacoli tutti, irruppero nella Volturnia, che essendo piana cominciarono a chiamar Campania (da καμπος, pianura), occuparono Vulturnio che denominarono Capua e successivamente la Campania tutta, alla quale era capitale, e che si distendeva sul mare dal Liri al Silaro, ubertosissima e popolata di dodici belle e ricche città, tra le quali primeggiavano Pompei ed Ercolano.

Come dell’etrusca dominazione si rinvennero tracce negli scavi di quest’ultima città in una medaglia e nella mensa Giunonale; così se ne ebbero e in maggior copia e in essa città e in Pompei della sannitica nelle diverse iscrizioni dettate in questa lingua, e il Giornale degli Scavi, già da me ricordato, reca dotte dichiarazioni di taluna, a migliore schiarimento di importanti questioni.

Allora i Sanniti divenuti Campani, sotto il nome di Mamertini, forse a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fino a Pesto la propria lingua, la quale, se vuolsi attribuir fede al succitato Strabone, fu pur la stessa parlata da Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti della Japigia, cioè nel sud-est della penisola. Contuttociò essi, come già prima i Pelasgi, non giunsero a naturarvi la loro dominazione: perocchè i costumi campani e il carattere differenziassero di troppo, nè le lotte fra essi dovessero tardare a scoppiare.

I libri settimo, ottavo e nono delle istorie di Tito Livio ci apprendono le ulteriori vicissitudini della Campania, le cui sorti è a credersi fossero pure comuni a Pompei, come identiche e comuni ne fossero le politiche condizioni.

È per questo che a sopperire al difetto di peculiari notizie di questa città che impresi col lettore a studiare, mi sia d’uopo colmare le lacune, riassumendo da quelle dotte ed accurate pagine le più saglienti che vi hanno maggiore attinenza.

Sappiam per esse come i Sanniti assaltassero ingiustamente i Sidicini e come questi, inferiori di forze, ricorressero ai Campani. Se non che, narra lo storico padovano, come, avendo i Campani apportato piuttosto un nome che una giunta di forza a soccorso degli alleati, snervati dal lusso e da una tal quale rilassatezza, propria del resto delle condizioni del clima, fossero battuti nel paese dei Sidicini da gente indurata nel mestiere dell’armi, e che però rivolgessero sopra di sè tutta la mole della guerra. Perciocchè i Sanniti, messi da parte i Sidicini ed assaliti i Campani, ch’erano antemurale de’ confinanti, fra Capua e Tifata, diedero loro una terribile rotta, nella quale venne tagliato a pezzi il nerbo della loro gioventù.

A salvarsi allora da più fiere vendette, s’affrettarono i Campani a ricorrere a Roma, e poichè invano ne ebbero sollecitata l’alleanza, essendo già con vincoli d’amicizia legata essa ai Sanniti, non trovarono spediente migliore di quello di una piena dedizione e fu accolta.

Furono da Roma spacciati allora ai Sanniti i Feciali[32] per richiederli delle cose tolte ai Campani, e poichè venne opposto il rifiuto, si intimò loro solennemente la guerra, due eserciti mettendo in campo, l’uno nella Campania, capitanato da Valerio, e l’altro nel Sannio, da Aulo Cornelio comandato. Furon dubbie dapprima le sorti della guerra; perocchè mai non si fosse combattuto per entrambe le parti con maggior valore ed accanimento; ma da ultimo la vittoria si dichiarò per l’armi romane con somma lode dei due suddetti consoli e di Publio Decio tribuno.

Implorarono allora pace i Sanniti da’ Romani e l’ebbero colla invocata facoltà di muover l’armi contro a’ Sidicini, che neppure dal popolo romano eransi mai tenuti per amici. I Sidicini, vedutisi seriamente minacciati, seguitando l’esempio de’ Campani, avrebbero voluto alla lor volta concedersi a’ Romani; ma stavolta essi ne vennero dispettati, perchè solo sospinti dalla necessità a tanto stremo. Così stando le cose, non trovarono altro spediente che volgersi ad altra parte ed offerirsi a’ Latini, che li accettarono prontamente, e i Campani che meglio della fede a’ loro nuovi Signori, anteponevano la vendetta dell’insulto patito da’ Sanniti, entrarono pure nella lega. Reclamarono di ciò i Sanniti a Roma, come di violata fede, ma n’ebbero ambigua risposta, perocchè in tal modo si cercasse di non confessare apertamente la poca autorità sui Latini; onde e questi e quelli della Campania, immemori del ricevuto beneficio, così montarono in orgoglio — già superbi per natura, sì che l’alterigia campana fosse passata in proverbio, — e tanta accolsero ferocia, da macchinare ai danni de’ Romani stessi, sotto colore di apparecchiarsi alla guerra contro i Sanniti.

Benchè tutto ciò si celasse con industria e si volesse, prima che i Romani si movessero, battere i Sanniti, pur della trama se n’ebbe sentore in Roma che tosto avvisò a prepararsi alla lotta. Dissimulando tuttavia la cognizione di tanta ribellione, chiamarono i Quiriti a sè dieci de’ maggiorenti latini, per impor loro ciò che fosse per piacer meglio al Senato. Fra i trascelti vi fu un Lucio Annio Setine pretore, cui furono largheggiate da’ Latini le più ampie facoltà. Costui, mal ponderando con chi si avesse a fare, ebbe tanta albagia che, tenuta altiera ed insolente concione avanti i Padri Coscritti, osò farsi a proporre condizioni di pace eguali pei due popoli, pei Romani cioè, e pei Latini; poichè, affermava egli, fosse piaciuto agli dei immortali che eguali pur anche ne fossero le forze. Tito Manlio Torquato, console, d’impeto non minore, udita cotale spavalderia, rispose adeguatamente, e poichè Annio nell’uscir dal Senato, inciampando fosse caduto e giacesse tramortito, Manlio veggendolo, narra Tito Livio, che sclamasse: Ben gli sta, e voltosi poscia agli astanti, proseguisse: Io vi darò, o Quiriti, le legioni dei Latini a terra, come a terra vedete questo legato. — La voce del romano Console talmente accese gli animi di tutti, che nel partirsi i legati, più gli scampò dall’ira della plebe la cura de’ magistrati, che per ordine del Console gli accompagnavano, che non il diritto delle genti.

Furono levati allora in Roma due eserciti per tale guerra, i quali, attraversando Marsi e Peligni, s’ingrossarono di quello dei Sanniti e presso Capua, dove già i Latini e i loro confederati erano convenuti, posero gli accampamenti. Fu raccomandata la più severa disciplina militare, reclamata ora più dal trovarsi a fronte gente di lingua, costumi ed ordini di guerra non dissimili; e Tito Manlio così la volle osservata che al figliuolo, che mosso dall’ardor giovanile aveva disobbedito spingendosi ai posti nemici, e quivi era stato provocato da Gemino Mezio che comandava la cavalleria toscana, e s’era seco lui azzuffato e trapassato avealo di sua lancia e morto, comechè vincitore, diè condanna di morte, e questa volle immediatamente dal littore eseguita.

Fu terribile il cozzo dei due eserciti avversi, ma la battaglia, come già sa il lettore per quanto fu detto nel capitolo precedente, combattuta alle falde del Vesuvio, fu vinta dalle armi romane; comunque non fossero durante la pugna stati punto giovati dai Sanniti, solo entrati questi nella lizza quando le sorti non erano state più dubbie. Preso il campo latino, assai de’ Campani in esso vi vennero fatti prigionieri.

Latini e Campani s’arresero a discrezione: al Lazio ed a Capua venne tolto in castigo parte del loro territorio e l’autonomia, e divise le terre; solo esente dalla pena andò la cavalleria dei Laurenti e dei Campani perchè non ribellati; accordata a costoro inoltre la romana cittadinanza, ed altri beneficj e privilegi concessi.

Questa grande battaglia seguiva negli anni 416 di Roma e 336 avanti Cristo. Di queste genti vinte Roma si valse pochi anni dopo per venire a nuove guerre contro i Sanniti, i Lucani, i Vestini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, che pur le avevano dato un dì giovamento a conquistar la pianura. Lunga e ostinata è la guerra, alternate le sorti, finchè Papirio Cursore sbaraglia i Sanniti. Volendo questi venire a patti e ricusati, e astretti pertanto a pugna disperata, ricorsero a sottili accorgimenti e tratte infatti le legioni romane entro una valle detta del Caudio, vi trovan interdetta l’uscita e il ritorno. Celebre è la vergogna patita da’ Romani sotto il nome delle Forche Caudine[33], e per la quale Ponzio, capitano dei Sanniti, spregiando l’avviso del proprio vecchio padre Erennio, che avverso ai temperamenti mediani, le truppe romane avrebbe voluto o rimandate senza infamia per ottenere poi l’amicizia di Roma, o tutte trucidate ad impedirne per tanto tempo i guerreschi conati, ottenute violentemente invece larghe condizioni di pace, volle passassero sotto il giogo, primi obbligandovi i consoli Postumio e Veturio, che vi si sobbarcarono quasi ignudi; sottoponendo poi gli altri, come ciascuno era più vicino di grado; indi per ultimo una ad una le legioni fra gli scherni e gli insulti nemici.

Il Senato e il Popolo Romano, all’udir tanta abjezione, non vollero ratificare l’ontosa pace, ed anzi pieni di sdegno e furore trassero dal sofferto scorno divisamenti di allegra vendetta, e ripigliarono incontanente la guerra. In essa, risultati vittoriosi i Romani, sotto il comando di Papirio Cursore, furono così ingenerosi nella vittoria, che caduto Ponzio nelle loro mani, sottopostolo alla sua volta al giogo in Luceria[34], e tradottolo a Roma, lui che per seguir clemenza li aveva poco innanzi della vita risparmiati a Caudio, trucidarono vilmente, tardi ed indarno pentito di non aver ascoltato i consigli della saviezza paterna.

Non fu lunga tra’ Romani e Sanniti l’alleanza: presto vennero nuovamente alle armi; e quando la lotta sì spostò dal Sannio per muovere contro gli Ausonj, che poi vennero interamente distrutti, varie cospirazioni si ordirono contro Roma nelle città Campane, fra le quali era, come sappiamo, Pompei. Fu allora che a reprimerle ed a punirle si intrapresero in Roma inquisizioni contro taluni dei principali cittadini di esse; ed anzi quando Luceria cadde in potere de’ Sanniti e il presidio romano che vi era venne fatto per tradimento prigione, presi in maggiore sospetto i Campani, le inquisizioni si estesero più severe a loro carico, venendo eletto Cajo Menio a dittatore per eseguirle.

Siffatte cose e rigori non eran proprj tuttavia a diradicare la ribellione campana: da essa poi i Sanniti traevan partito a rinfocolar gli odj a nuove imprese contro i Romani, ai quali agognarono ritorre Capua. Ma Petelio e Sulpizio consoli li batterono completamente a Malevento; onde poi dai Romani si chiamò la città Benevento, e fama suonò che de’ Sanniti, presi o morti, vi rimanessero in quella fazione all’incirca trentamila.

Eran gli anni 441 di Roma e 331 avanti Cristo, quando riportavasi dall’aquile romane sì luminosa vittoria, la quale poi, consoli essendo Lucio Papirio Cursore per la quinta volta e Cajo Giunto Bubulco per la seconda e Cajo Petelio dittatore, venne susseguita dalla presa di Nola.

Tre anni dopo, essendo a que’ consoli succeduti Quinto Fabio e Cajo Marcio Rutilo, mentre il primo trovavasi impegnato in guerra co’ Toscani ed il secondo coi Sanniti, a’ quali toglieva per forza Alifa, Publio Cornelio a capo della flotta romana nel mar tirreno, pensando non rimanersene alla sua volta colle mani in mano nell’ufficio che aveva di vigilare la spiaggia marittima, si spinse fin entro il golfo che si comprende fra Sorrento e Miseno, e si accostando alle sponde del lido campano, lasciò che le navi entrassero nel porto di Pompei e vi sbarcassero affamati di rapina i suoi classiarii, come si appellavano allora i soldati della marina.

Descrivere la licenza è più presto fatto che immaginarla: era già essa nelle ordinarie abitudini militari e il soldato vi faceva più che nel resto speciale assegnamento. Posero a saccomanno singolarmente il territorio Nocerino, portando il guasto anche per ogni casale che transitavano, speranzosi che obbligando i contadini a fuggire dinanzi a loro, si avessero assicurata meglio di poi la via del ritorno alle navi.

Ma l’evento non rispose questa volta alle ribalde speranze.

I marinai, fatti ebbri dall’amor del bottino, si inoltrarono spensierati troppo oltre, onde gli uomini del paese che, a poco a poco ripreso animo, rivenivano ai disertati tetti, mentre prima non ne avevano avuto pensiero — e sarebbe stato più agevole quando que’ ladri erano sparpagliati per la campagna a rapinare il far loro resistenza e toglierli di mezzo — allora solo avvisarono di attenderli al ritorno. E come infatti venivano i classiarii a frotte e carichi di preda inverso le navi, giunti sotto Pompei, si trovarono d’un tratto d’avere a fare co’ Pompejani medesimi fieramente irritati, i quali cogliendoli alla sprovvista, così li malmenarono da salvarsene pochi dalla strage, tutti rigurgitando quanto avevano involato, e salvandosi a mala pena i superstiti sulle navi[35].

Ma se tale era l’animo dei Pompejani e dei consorti loro della Campania verso i Romani dominatori, non si può dire che migliori sentimenti nodrissero verso i Sanniti; perocchè quando in quel torno di tempo vennero costoro dall’armi romane e da quelle dei confederati campani congiunti insieme nuovamente e più aspramente battuti, lasciando nelle mani de’ vincitori le ricchissime loro armi, i Romani se ne servirono ad ornamento del foro; i Campani fregiandone invece i gladiatori, a sollazzo ne’ loro banchetti, presero da quel tempo ad appellare Sanniti i gladiatori stessi; lo che se è testimonio di molto orgoglio, lo è ben anche di grandissimo ed inestinguibil odio verso di essi.

Gli è tuttavia a’ 293 anni avanti Cristo che i Sanniti quasi affatto cessarono ogni lotta con Roma; perocchè in questo tempo, dopo che videro anche l’armi d’Etruria vinte e aggiunte quelle provincie come serve al carro della romana grandezza, — quantunque siffatta umile condizione venisse palliata col titolo di alleanza latina, — ebbe ad andare a vuoto il supremo loro sforzo per la propria indipendenza. Un esercito di trentamila e trecentoquaranta uomini raccolsero essi in questo ultimo cimento, e sull’altare dapprima giurato fra orribili imprecazioni: o difendere l’ultimo resto dell’italica libertà o morire, il giuramento tennero imperterriti, perchè ad Aquilonia perirono tutti, e i poveri avanzi di tanto coraggio e di tanta fede, riparati in una caverna dell’Appennino, scoperti l’anno dopo, in numero di duemila vennero col fuoco miseramente asfissiati e spenti.

Io, come ha già visto il lettore, ho divisa la storia di Pompei in due parti: nella prima compresi il tempo in cui sta quell’êra che nella storia di Roma si appella eroica, sebbene non sussistan ragioni di designarla così per Pompei. Da’ fatti medesimi qui memorati e i quali accusano i costanti propositi de’ Quiriti di conquista e d’estinzione di libertà, è manifesto che anche a riguardo di Roma assai e assai sarebbesi a dire e contrastare all’epoca il glorioso appellativo, malgrado potesse pur l’Allighieri professarsi devoto alle gesta

Onde Torquato e Quinzio che dal cirro

Negletto fu nomato, e i Deci e i Fabi

Ebber la fama che volentier mirro[36];

io ne adottai ad ogni modo la durata e a divisione di lavoro, e perchè gli avvenimenti che seguono entrano in una fase più certa e più confortata dall’autorità di monumenti e scrittori degni di fede migliore.

Qui termina pertanto la mia prima parte, o periodo; come a questo punto finisce la suddetta età eroica romana.

CAPITOLO III. Storia.

PERIODO SECONDO

La legione Campana a Reggio — È vinta e giustiziata a Roma — Annibale e la Campania — Potenza di Roma — Guerra Sociale — Beneficj di essa — Lucio Silla assedia Stabia e la smantella — Battaglia di Silla e Cluenzio sotto Pompei — Minazio Magio — Cluenzio è sconfitto a Nola — Silla e Mario — Vendette Sillane — Pompei eretto in municipio — Silla manda una colonia a Pompei — Che e quante fossero le colonie Romane — Pompei si noma Colonia Veneris Cornelia — Resistenza di Pompei ai Coloni — Seconda guerra servile — Morte di Spartaco — Congiura di Catilina — P. Silla patrono di Pompei accusato a Roma — Difeso da Cicerone e assolto — Ninnio Mulo — I patroni di Pompei — Le ville a’ tempi di Roma — La villa di Cicerone a Pompei — Augusto vi aggiunge il Pagus Augustus Felix — Druso muore in Pompei — Contesa di Pompejani e Nocerini — Nerone e Agrippina — Tremuoto nel 65 che distrugge parte di Pompei.

L’autonomia della Campania non era, dopo questo tempo, che di nome. Se più le sue città non subivano la Sannitica prepotenza, doma oramai dalla forza preponderante dei Romani, all’autorità di questi dovevano sempre nondimeno deferire. Era un’alleanza onerosissima certo, e molto più che sembrasse non poter Roma sussistere che guerreggiando, sitibonda e non saziata giammai di conquista e di saccheggio, e fosse però necessità ne’ territorj confederati di concorrere a rafforzarne gli eserciti.

Sbarazzatasi la via in quasi tutto il continente meridionale, le vittrici aquile spiegavano il volo verso la Magna Grecia, ove la republica di Taranto primeggiava d’industria e di marina, e verso la Sicilia. Noi non ne seguiremo il corso, che non fa al mio còmpito, e più che di Pompei e delle città sorelle m’avverrebbe di ritessere la romana istoria, facile del resto, per tanto che ne fu scritto, a consultarsi; noterò tuttavia che moltissimi delle città campane, insofferenti della pressura quiritica, preferissero esulare dalla patria contrada e bramosi di nuova stanza e di quel dominio che avevano perduto, capitanati da un Decio Giubellio, occupassero Messina, invadessero Reggio, e si piantassero formidabili prima agli abitanti di quelle terre, poscia a’ Romani che ambivano recarle alla loro dominazione, e finalmente a’ Cartaginesi che tentavano assalirne le coste, essi medesimi fatti assalitori.

La legione campana, ingagliardita dai successi contro questi ultimi e contro Pirro venuto dall’Epiro per cupidigia di nuovo impero, che avevano costretto a levar da Reggio l’assedio, spinto avevano così l’audacia da sorprendere Cortona e scannarvi il presidio romano, diroccandovi la città. Ma quando i Romani presero possesso di Taranto, che aveva in Italia chiamato Pirro a’ loro danni, puniti che n’ebbero severamente i cittadini, non s’ebbero altro più a cuore, quanto far sì che castigata pur fosse la perfidia della detta legione. Fu commessa pertanto, nell’anno 482 di Roma (270 a. C.), la punizione a Lucio Genucio, ch’era console con Cajo Quinzio; ond’egli costrettala entro le mura di Reggio, vi pose intorno l’assedio, e comunque ajutati dai Mamertini, egli alla sua volta soccorso da Jerone, che teneva il principato di Siracusa, ebbe alla fine a discrezione la città. Fatti allora giustiziare disertori e ladroni, che colà s’erano rifugiati, i legionarj trasse a Roma, onde il Senato deliberasse di loro sorte. E il Senato, contro l’avviso di Marco Fulvio Flacco, tribuno della plebe, li dannò all’estremo supplizio: solo a scemare l’odioso terrore di fatto così acerbo e la mestizia della plebe dove fosse stato messo a morte in uno stesso tempo tanto numero di gente, se ne trassero di prigione cinquanta al giorno, che battuti prima colle verghe caddero poscia sotto la scure.

«Seguendo parecchi autori, — scrive il Freinsemio nel quinto libro de’ supplementi liviani, al quale ho spiccato un tal fatto, — ho messo che tutta la legione, cioè quattromila uomini, siano stati colpiti colla scure in sulle piazze di Roma; stimo però più vero ciò che Polibio riferisce, non esser caduti vivi nelle mani che trecento legionarj; il rimanente aver preferito, combattendo disperatamente nella presa della città, d’esser tagliati a pezzi, nessun di loro ignorando, che dopo sì enormi delitti, non altro potessero, arrendendosi, aspettarsi che maggiori crucci ed una morte a più grave ignominia congiunta.»

Non ricordan le storie che i Campani per lo innanzi avessero pugne per conto proprio, e pur tacesi quindi di Pompei che anche nella sunnarrata vicenda poco specialmente abbiam trovato nominata: silenzio codesto ben avventuroso, poichè ogni città che allora si meritasse dagli storici menzione, non l’ottenesse che da’ disastri ne’ quali fosse ravvolta. Solo si sa come dugento quindici anni prima di Cristo, Annibale, il formidabile condottiero dell’armata cartaginese, nella seconda Guerra Punica, che Livio chiama bellum maxime memorabile omnium, e che fu difatto sanguinosissima ed ostinata, si presentasse a’ confini della Campania e di qui tenesse in grande sgomento la superba Roma. Il feroce Cartaginese desolò quelle città della Terra di Lavoro che si tennero in fede de’ Romani, ma non consta che nel novero di esse fosse Pompei; onde possa cavarsene argomento ch’essa pure, non altrimenti che Capua, spalleggiasse l’invasore straniero. Cessato da ultimo ogni rumore di questa guerra colla vittoria di Roma, e ritornata pure la Campania nella sua soggezione, le braccia de’ suoi abitanti vennero quindinnanzi disposte dai Romani, nel cui dominio eran venuti, e dai quali del resto vedeansi in ricambio accordato protezione contro assalti nemici, provvedimenti di strade, canali e ponti ed utili parentadi.

Roma tra breve, cioè nell’anno 624 di sua fondazione e 130 avanti Cristo, possedeva così quasi tutta l’Italia, oltre la Spagna e la Grecia, e de’ quattro questori provinciali, fra cui venne dal Senato divisa, quello residente a Cales comprendeva la giurisdizione sulla Campania in un col Sannio, la Lucania ed i Bruzi: tal che Scipione Emiliano, censore, quando al chiudersi del lustro, sacrificando, doveva, secondo il costume, supplicare agli Dei l’ampliamento dell’impero, narra Valerio Massimo, che a quella formula sostituisse di suo capo queste parole: Grande e potente è abbastanza: supplico i Numi di conservarlo eternamente.

Quanta ragione questo savio avesse in ciò chiedere ai Numi, la chiarirono le cruentissime guerre intestine che successero di poi e i danni che a Roma n’ebbero a conseguitare. Celebre è quella che ebbe il nome di Guerra Sociale, e nella quale i Romani s’ebbero a fronte Picentini e Marsi, Marrucini e Ferentani, Peligni e Campani, Irpini, Apuli e Lucani e, più che tutti, gli irreconciliabili Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte e bramosi di vendicare il lungo servaggio. Cajo Mario in questa lotta fraterna, altro de’ capitani che tanta gloria in Africa e più ancora contro i Cimbri aveva conseguita, venne accusato di lentezza, e non era per avventura che il cruccio di un egregio di combattere contro Italiani, i quali avevano a scopo di ottenere colla forza quello ch’egli voleva concesso di grazia; onde alla fine si ritrasse spontaneo dal comando. Durò la guerra tre anni, e si sommarono a meglio di trecentomila i periti in essa. Roma, come sempre, la vinse; ma restò di beneficio almeno che venisse proclamata l’eguaglianza di tutti gli Italiani, nè più vi fosse ostacolo da’ federati ad essere cittadini, e venissero come tali ripartiti fra tutte le trentacinque tribù di cui costituivasi la romana cittadinanza. Questa legge, promossa da Mario e che gli procacciava il generale favore, indarno venne dal suo grande antagonista Lucio Cornelio Silla osteggiata.

Era stato questo Silla che in codesta Guerra Sociale combatteva per Roma contro i Campani e i Sanniti, risvegliatisi ancora agli odj antichi. Pompei fu pure tra le città ribellate, le quali a’ primordj della generale conflagrazione ebbero favorevoli le sorti dell’armi. Ma la discordia de’ capi e l’inesperienza le mutarono ben presto, e le resero ad essi contrarie. Silla cinse Stabia di assedio — Stabia di poco tratto discosta da Pompei ed oppido a que’ dì ragguardevole — la prese e smantellò per guisa, che anche ai tempi di Plinio il Vecchio, poco presso, cioè, alla sua totale rovina, più non offerisse che l’aspetto di un villaggio.

Dall’alto delle sue mura riguardava Pompei la desolazione della vicina città sorella e con qual cuore, pensi il lettore; perocchè ella pure dovesse allora aspettarsi non dissimile fato, conscia dell’indole efferata e crudele del suo vincitore. Disperando scongiurare il pericolo, s’apprestarono animosi alla difesa i Pompejani.

E Lucio Silla non attese infatti di molto a volgere ad essi il pensiero; perocchè toltosi a Stabia, venne a porsi sotto la loro città, che strinse egualmente d’assedio, e ne attendeva agli approcci, allorchè Cluenzio, generale de’ Sanniti, inavvertitamente giunto, s’accampa a quattrocento passi da’ romani alloggiamenti con poderose forze. Silla fa impeto contro di lui; è terribile il cozzo fra le avverse legioni, ma ne è Silla respinto. Riordina allora le truppe e ritorna all’assalto con maggiore accanimento e ne ottiene piena rivincita. Lo imita Cluenzio ingrossando di nuovi ajuti le proprie fila, ed una terza volta vengono alle mani i due eserciti, rompendo Silla le ostilità: ma questa volta la sorte decide a pro’ dell’armi romane e Cluenzio stesso, nella generale sconfitta del suo campo, rimane estinto presso Nola, dove la foga della pugna aveva ambo gli eserciti sospinti.

Vellejo Patercolo ci fa sapere a questo punto come Minazio Magio di Ascoli, avolo suo, nipote di Decio Magio, ch’egli punto non esita a chiamare il primo de’ Campani e celeberrimo e fedelissimo, segnalasse fortemente la sua devozione a’ Romani, levando a sua spesa una legione tra gli Irpini e combattendo a fianco prima di Tito Didio, congiuntamente al quale ebbe a prender Ercolano, e quindi di Lucio Silla in questo assedio di Pompei, impadronendosi poscia di Cosa[37].

Non si trova nella storia del come i Pompejani allora si sottraessero alla vendetta di Silla; forse questi rinunziò ad essi nella ambizione del Consolato, la cui elezione si agitava nell’Urbe: da Nola, ove trovavasi coll’esercito, egli allora accorse a Roma, prima a brigarsi quell’onore e poscia a vendicare il torto che egli credeva a lui fatto nell’affidarsi a Mario il supremo comando nella guerra, che aveasi ad intraprendere contro Mitridate re del Ponto; onde ebbero a correre rivi di sangue cittadino. Superfluo il narrare di Mario, profugo per Italia e miserissimo, il suo ritorno nuovamente potente e la settima sua elezione al consolato, le sue crudeli vendette e la morte: non lo sarà forse il mentovare siccome il suo antagonista, veduto di qual modo gli Italiani tutti si mostrassero propensi a Mario, migrasse proscritto in Asia, dove conciliatesi le legioni, ne ottenne poscia il comando, e in tre anni menata a buon fine una pericolosissima guerra, non lasciando a quel barbaro re, com’ei disse, che la destra mano, colla quale aveva firmato il macello di centomila Romani, espilate quelle provincie con enormissime contribuzioni, ritornasse in Italia.

Approdato a Brindisi, scrive al Senato enumerando le proprie imprese e di rincontro i torti dalla patria ricevuti, e conchiude il messaggio annunziando come tra breve ei comparirebbe alle porte di Roma con un esercito vincitore a vendicare gli oltraggi, punire i tiranni ed i satelliti loro.

Nè valsero pacifiche ambascerie a scongiurare la nuova sciagura e neppure i centomila soldati oppostigli contro dai consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione; perocchè le prime egli spregiasse e l’esercito non reggessegli contro, in una parte sconfitto e nell’altra scomposto dalla diserzione. Non farò qui il tristissimo quadro delle vendette e proscrizioni sillane: la storia tenne conto di novemila persone uccise, fra cui novanta senatori, quindici consolari e duemila seicento cavalieri; lasciò onorata la memoria della condotta di que’ di Norba in Campania, i quali piuttosto che arrendersi, ben conoscendo l’animo spietato di Silla, per testimonio di Appiano, appiccarono il fuoco alle case, e da uomini di cuore preferirono uccidersi gli uni gli altri[38].

Le furie delle sue vendette caddero quindi in buona parte sulle città italiane, le quali nel conflitto fra lui e Cajo Mario avevano per quest’ultimo parteggiato, e se a Preneste erano morti dodicimila, se Norba, comechè ancora fumanti i ruderi, vennero da lui spenti affatto col sangue, se Populonia fu distrutta, se a Fiesole tolse ogni speranza di risorgere fondando sulle rive dell’Arno una nuova città, Fiorenza, se il Sannio seminò di ruine e di squallore, non poteva certamente andare immune dalle ultrici sue folgori Pompei.

Allorquando erasi posto fine alla Guerra Sociale, come ad altre città, così anche a Pompei ed Ercolano era stato accordato d’erigersi in municipii, di reggersi, cioè, colle proprie leggi e proprii comizii, conseguenza del diritto alla romana cittadinanza, comunque e leggi e comizii dovessero essere sul modello di Roma; onde Cicerone potesse affermare due patrie competere a’ municipii, l’una della natura, l’altra della città; l’una di luogo, l’altra di diritto[39].

Abbiam veduto come a Silla, capo del partito nobilesco, fossero spiaciute tutte queste concessioni, fatte ad iniziativa di Publio Sulpicio tribuno e ad istigazione di Cajo Mario, come non ignoravasi universalmente: facile è poi argomentare come più ancora spiacer dovessero accordate a Pompei, dove al tempo che teneva il comando militare, giusta quanto ho già detto, aveva trovato gagliarda resistenza, ed era a lui riuscito malagevole il superarla.

Non appena pertanto il Senato, sulla proposta di Valerio Flacco, ligia persona di Silla e da lui fatto eleggere ad interrè, acclamò, nello spavento de’ sanguinosi spettacoli a cui aveva assistito, Cornelio Silla medesimo dittatore, ciò che da ben cento venti anni non s’era più visto accadere, esso, in odio del morto suo antagonista, ritogliere a’ latini e a moltissime città italiche la romana cittadinanza, conferendo invece cittadinanza e libertà a diecimila schiavi, che assunsero il cognome suo di Cornelii, al nome proprio inoltre aggiungendo quello di Felice, quasi i torrenti di sangue versato lo avessero veramente reso tale, come poco dopo a’ due gemelli che gli nacquero da Metella, volle imposti i nomi di Fausto e di Fausta.

Fra le città da lui disgraziate fu Pompei. Tre coorti di veterani vi mandò come corpo di osservazione, impose un tributo d’uomini e di pecunia e quasi ne confuse ed estinse il nome, tramutando il municipio in colonia militare, questa volendo appellata Veneria, desunto da Venere Fisica, che era la divinità protettrice della città, ed anche Cornelia dalla illustre famiglia alla quale egli apparteneva.

Questo seguiva nell’anno ottantesimo avanti l’era volgare. Siffatto nuovo reggimento politico di Pompei reclama che delle condizioni di esso venga il lettore informato.

Vuolsi che Romolo inventasse il sistema delle colonie militari, quando vinte le città o genti finitime, parte di queste volesse seco condurre nell’Urbe e parte lasciasse pure in luogo, importandovi uomini proprii, i quali per darsi alla coltura de’ campi che lor venivan concessi, si dissero coloni. Le sedi, i campi e l’oppido stesso, se vi fosse ragione a costituire i diritti, le forme assumevano quasi di nuova repubblica, in guisa tuttavia che ogni cosa a Roma ed alla città madre avesse riferimento.

Varia si volle l’utilità che dalle colonie ritraesse Roma. Primieramente, dicevasi, venivano giovamento alla stessa città principe ed alla troppa e superflua moltitudine; quindi agli stessi nemici e sudditi, per quella civiltà che eravi necessariamente importata; da ultimo la istituzione serviva a tenere in soggezione i vinti e quelli che meglio ispiravano timore. Cresciuto l’impero, furono le colonie di sfogo a plebe povera e gravosa, di premio a’ soldati emeriti, o vecchi. Solevasi per lo più distinguere le colonie in altre di Romano, altre di Latino ed altre di Italico diritto; dette talune patrizie e tali altre equestri, a seconda costoro della maggiore dignità de’ cittadini e militi che le componevano.

Nondimeno anche gli scrittori più favorevoli a siffatto sistema riconobbero come tiranni e violenti cittadini avessero ad abusare di esso, mescolandovi l’ingiuria e l’inganno[40], e Cornelio Silla medesimo citarono appunto, come quegli che non solo, non altrimenti che s’era usato per lo addietro, i campi conquistati all’inimico ebbe a distribuire, ma a concedere nella stessa Italia sedi a que’ soldati che le avessero desiderate.

Or come fra questi scellerati abusi del sanguinario dittatore non deesi annoverare quello praticato in odio de’ Pompejani, se la costoro città, per la leggiadria di sua postura trovavasi in condizione d’essere da’ suoi veterani cupidamente appetita?

Appiano, scrittore già da noi citato, conta perfino ventitrè legioni costituite da Silla in colonie per un ammontare di centoventimila uomini; sì che nella sola Italia si potevano di poi annoverare ben cencinquanta colonie; senza tener conto delle sessanta dell’Africa, delle trenta di Spagna e delle altre molte disseminate nelle Gallie e nel resto dell’orbe romano; nè fosse per ciò esagerato il dire che nessuna regione vi avesse in cui colonia non esistesse e si trovasse per tal foggia il mondo costretto ne’ ceppi e sobbarcato alla dizione ed all’imperio di Roma.

I Pompeiani — non c’era modo a ricattarsi dinanzi a quel potente — accettarono la dura legge; ma non così che piegassero ad accordare diritti di cittadinanza ai soldati a piedi ed a cavallo, di che si componevano le tre coorti.

Sventuratamente al comando di essi aveva il dittatore preposto il proprio nipote Publio Silla, uomo rotto ad eccessi e ribalderie, il qual facevasi scudo d’impunità l’essere a Lucio Cornelio congiunto, e in luogo di reprimere la prepotenza e gli abusi dei coloni, li fomentava del proprio esempio.

Qui dovrei collocare, per seguire il corso cronologico degli avvenimenti, l’insurrezione degli schiavi che aprì la seconda Guerra Servile, capitanata dal gladiatore Spartaco già di nostra conoscenza; ma risparmio ritessere la storia de’ primi suoi combattimenti pugnati contro le romane legioni al Vesuvio, perchè nel primo Capitolo di questo libro già ne toccai. Altrove ho pur narrato di lui più lungamente[41]: qui basti dire che, battuti fra Pompei e il Vesuvio due pretori, si recò nella Gallia, poi forzato a rientrare, sconfisse i due consoli Lucio Gellio e Cornelio Lentulo, finchè, nella battaglia, presso il Silaro, Licinio Crasso lui sconfisse alla sua volta ed uccise, così imponendo veramente fine a quella guerra, che aveva fatto paventar Roma, alle cui porte erasi quasi il trace gladiatore condotto; quantunque Cneo Pompeo, distruggendo nella Lucania i cinquemila gladiatori superstiti, osasse scrivere al Senato: «Crasso ha sconfitto gli schiavi, io la ribellione estinta.»

Ma nuovo e grave pericolo sorse poco tempo dopo alla salute della Romana Republica nella congiura di Lucio Sergio Catilina, la quale doveva scoppiare il primo giorno dell’anno 691 di Roma, ma che quel giorno abortì; lo che per altro non tolse che l’autore principale di essa spudoratamente si presentasse ne’ comizi per chiedere il consolato. Respinto, lavorò indefesso alla congiura, nella quale seppe collo ingegno e colle arti trascinare più di venti personaggi senatorii ed equestri. Publio Silla, il tiranno de’ Pompejani, ed Autronio Peto, che avevano agognato al consolato, ed anzi designati già consoli, accusati d’àmbito, n’erano stati condannati, tenevansi, per comune avviso, nelle trame consenzienti[42].

Trovavasi essere console Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il quale a mezzo di Quinto Curio, — tramutato da congiurato in delatore, quando da Fulvia, donna di nascita egregia ma di non egregi costumi, fu alla sua volta denunziato, — venuto ordinatamente in chiaro di tutto ed avendo in mano le fila dell’intera cospirazione, la rivelava in Senato, investendo Catilina medesimo con quell’arringa che rimase celebre ed è popolare tuttavia. Non è del mio còmpito rifar la storia di quel gravissimo avvenimento, con sì eleganti ma non sempre veridiche pagine dettata da Sallustio; basti si sappia che la battaglia, impegnata con un coraggio che fu detto degno di miglior causa da Catilina contro i soldati del console Antonio, fosse da lui perduta ed ei medesimamente restasse sul campo, insieme a diecimila congiurati, trucidato.

Nè a quella congiura soltanto il capo de’ coloni pompejani, Publio Silla, aveva preso parte, ma prima ben anco ad altra, essendo consoli in quel tempo Lucio Tullio e Marco Lepido, e della quale aveva dovuto rispondere avanti il Senato, contro l’accusa datagli da Lucio Torquato. Difeso dall’oratore Ortensio, n’era stato purgato. Tratto in giudizio una seconda volta, sulla accusa ancora dello stesso Lucio Torquato, d’avere, cioè, avuto parte nella cospirazione catilinaria, ei venne pure imputato d’aver cercato di indurre in essa anche i Pompejani, e d’avere tra questi e i coloni suscitate discordie, alimentati rancori.

Infatti i coloni da lui capitanati, una volta stabiliti in Pompei, non contenti delle migliori terre, pretesero anche il diritto appellato Ambulationis e l’altro detto Suffragii, cioè di poter passeggiare nello stadio, nell’anfiteatro, nel ginnasio, nel portico ed in altri luoghi publici e di poter convenire nelle assemblee per dar voto nelle elezioni. Per questi due diritti, che i Pompeiani negavano d’accordare, seguì un fiero dissidio tra coloni e cittadini, che fu scambiato per una publica rivolta avente attinenza per avventura, come si pretese, coi moti catilinarj. Cajo Crispo Sallustio nella sua storia punto non esitò a collocarlo col fratello Sergio nel novero de’ congiurati. Deferita la causa al Senato, venne Publio Silla revocato, e poichè si vide da gravissimo pericolo minacciato, in ragione altresì de’ suoi cattivi precedenti, la propria difesa affidò all’eloquenza di Marco Tullio Cicerone.

Parve strano e non vero che quegli il quale era stato lo scopritore ed il punitore della congiura di Catilina, avesse poi a perorare per altro de’ più tristi, che se ne dicea, nel generale sentimento, partecipe; anzi Lucio Torquato accusatore, quantunque amico a Cicerone, avendogliene mosso publicamente biasimo, egli a scagionarsene impiegò buona parte della sua orazione, adducendo per lo appunto che il fatto di essere egli stato acerrimo persecutore di quella cospirazione, difendendo fra gli accusati il solo Publio Silla, dovesse a tutti esser prova ch’ei lo tenesse per innocente, di lui nulla avendo, durante il proprio consolato, scoperto che gli concedesse diritto a ritenerlo colpevole.

Trovai scrittori i quali pensarono che Cicerone assunta avesse la difesa di Publio Silla onde ingraziarsene lo zio dittatore e per timore di lui; ma essi accontentandosi dell’intitolazione dell’arringa, non la badarono troppo pel sottile, nè la lessero tampoco; perocchè dalla medesima sia chiaramente manifesto come Lucio Cornelio Silla fosse già morto all’epoca ch’essa fu recitata, se vi si tratta come l’accusatore Torquato avesse altresì opposto: che P. Silla comperasse i gladiatori sotto pretesto di fare l’appresto degli spettacoli, i quali Fausto figliuolo del dittatore Lucio Cornelio Silla, dovea dare in ordine al testamento del padre per solennizzarne i funerali; ma che veramente venissero comperati per dar mano alla congiura[43]. Vuolsi dunque ritenere che tutt’altre ragioni lo inducessero ad assumere un tale officio.

Ecco il brano dell’arringa che riguarda in ispecialità i Pompejani e che alla meglio reco nel nostro idioma[44].

«Già quello poi che si mette innanzi, essere stati i Pompejani eccitati a questa congiura e ad entrare in questa nefanda impresa, di qual modo possa stare, non io valgo a comprendere. E che? sembra a te, o Torquato, abbiano i Pompejani veramente congiurato? Chi mai ebbe a dir questo? o qual minima sospicione fu mai di siffatta cosa? Li disgiunse, egli dice, da’ coloni, acciò con questo dissidio, suscitata la dissensione, potesse recare la città alle sue mani e i Pompejani infrenare. Ma innanzi tratto, ogni differenza de’ Pompejani e de’ Coloni è deferita a’ patroni[45], poichè sia da molti anni agitata e pendente; poscia è per guisa la cosa cognita a’ patroni che in nulla sia Silla dissenziente dalle opinioni degli altri; e da ultimo i coloni stessi vanno convinti non essere stati i Pompejani più che essi medesimi da Silla molestati. La qual cosa, o giudici, potete argomentare da questa frequenza di coloni, tutti onestissimi uomini, i quali sono qui presenti in penosa aspettazione, perchè se questo patrono, vindice e custode di loro colonia, non poterono essi avere in ogni circostanza e ad ogni aggravio incolume, in questo frangente almeno, nel quale addolorato giace, desiderano sia per voi reso sicuro e conservato.

«Con eguale ansia assistono qui del pari i Pompejani, che da quelli pur si chiamano in colpa, e che per tal guisa dissentirono da’ brogli e da’ suffragi co’ coloni, da convenire in tutto con lui circa il bene comune. Ma neppure mi sembra doversi passare sotto silenzio il merito, che da lui questa colonia essendo stata dedotta, ed avendo l’autorità della republica distratto da’ possessi de’ Pompeiani quanto dar si doveva a’ coloni; nondimeno ad entrambe le parti è così caro e giocondo, che non appaja aver gli uni molestato, ma e questi e quelli costituiti.»

La ciceroniana arringa, alla quale s’era pur fatto intervenire un fanciulletto di Silla, a intendimento di muovere a compassione i giudici, fu coronata di buon successo e Publio Silla assolto: ciò venendoci attestato da Cicerone medesimo nell’epistola terza del libro terzo a Quinto fratello suo, con quanto gusto de’ poveri Pompejani, lo giudichi il lettore.

Fu per avventura in benemerenza di questo fatto e con denaro de’ coloni, che al grande oratore venne in Pompei eretta nel foro a cagione di somma onoranza una statua.

Devesi contuttociò ritenere che siffatto procedimento contro di Silla riuscisse ad alcun bene per essi, se i coloni militari dovettero acconciarsi a stabilirsi fuori della città, nella parte occidentale. Si costruirono essi a tal uopo un sobborgo che fu denominato Pagus Felix, ancora in memoria ed onore di Lucio Cornelio Silla da sè stesso soprannominatosi felice, fondatore della colonia Pompejana.

Ninnio Mulo, valorosissimo capitano ed assai dentro nelle grazie di Silla perchè già militato avea sotto il di lui celebre parente L. Cornelio, fu deputato al comando della colonia, beneficio insperato raccolto dal giudizio promosso contro il primo capitano e patrono Publio Silla.

La Colonia Veneria continuò ad essere per tal modo retta anche dopo e nelle iscrizioni rinvenute negli scavi e del tempo di Augusto — tre lustri circa avanti Cristo — la si trova disciplinata in guisa da vedervi patroni e clienti. Questo diritto di clientela[46] del resto non era già circoscritto alle sole persone; le colonie, le città deditizie o conquistate, le nazioni alleate e i re barbari seguitarono l’esempio degli individui, eleggendosi i loro patroni nell’Urbe. Cicerone lo era dei Campani, Fabio Sanga degli Allobrogi, Catone dell’Isola di Cipro e del reame di Cappadocia, Marcello della Sicilia, ed io più sopra notai di Publio Silla essere stato altro de’ primi patroni di Pompei: a’ giorni di Augusto, ci apprendono le dette iscrizioni, che nel novero di essi pur fosse Marco Olconio Rufo figlio di Marco, decemviro in questa città, incaricato per la quinta volta di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal popolo, personaggio al quale i Pompejani avevano rizzato una statua nel foro in ricambio di publiche liberalità e sopratutto d’aver eretto un tribunale presso l’Ecatonstylon, il gran teatro, una cripta e il muro laterale del tempio di Venere Fisica, onde formare l’ambulatorio nel portico dell’Agora antica.

Si sa che i facoltosi romani avessero più d’una villa ed esse a seconda delle stagioni abitassero: Plinio il giovane nelle sue lettere ci fa sapere come ne avesse in Toscana, Romagna e Lombardia e ne lasciò minute e interessanti descrizioni[47]. Ne apprende eziandio il medesimo Plinio di Silio Italico, che possedesse in uno stesso luogo più ville e, per lo soverchio amor delle nuove, ponesse in non cale le vecchie[48]. Pur Cicerone ne aveva più d’una, anzi l’abate Chaupy gliene noverò fino a ventiquattro, desumendolo da’ suoi scritti e sarebbesi perfino a cagion di esse, come ne scrisse ad Attico (Ep. I, lib. 2), fortemente indebitato, malgrado ch’egli dovesse essere ben ricco. Perocchè tutto che onest’uomo e persecutore dei depredatori, nel solo governo di Cilicia pose da banda due milioni e dugentomila sesterzi, vantandosi d’aver ciò fatto legalmente. Io non rammenterò delle sue ville che le più note, e sono due, e lo apprendiamo dalle stesse opere sue[49], l’una era quella di Tuscolo, l’altra quella di Pompei, la quale già m’avvenne di più addietro ricordare e i cui ruderi può il visitatore vedere tuttavia nella via delle Tombe; se pure nella scienza che qui egli avesse una villa, non si è di troppo affrettati a riconoscerla in questa casa, che da lui nelle Guide si intitola ed è a’ visitatori come sua designata.

Oggi codesta casa, che si vuole dell’immortale Oratore, non è più riconoscibile, a causa che pel cattivo metodo che si teneva in addietro negli scavi, essa venne ricolma di terra, a risparmio della spesa del trasporto. Fu nondimeno da essa che vennero tolte le pitture de’ Centauri e de’ Fauni danzatori di corda, le quali presentano per l’arte tutto quello che di bello, ideale e di poetica fantasia è lecito d’immaginare. Furono pure rinvenuti in essa due superbi mosaici, rappresentanti scene comiche del più delicato e squisito lavoro, della mano di Dioscoride di Samo, che vi appose il proprio nome.

Or fu in questa casa di campagna che Cesare Ottaviano, onorato poscia dall’adulazione col nome di Augusto[50], essendo ancora Triumviro, venne a visitar Cicerone ed officiarlo onde averne la protezione contro di Antonio nella lotta fra essi impegnata a disputarsi la successione di Cesare, e nel comune intento di spegnere l’aristocrazia, non a vantaggio certamente della democrazia, la quale non ebbe di poi altro frutto dal suo trionfo che di conoscere cui dovesse obbedire.

Piantata da lui l’autorità imperiale sopra il popolo romano, incominciò la serie dei Cesari che dominarono l’orbe romano.

Fu Augusto che inviò a Pompei una nuova colonia di Veterani, e come quella mandatavi da Silla avesse mutato il nome alla città sostituendovi quello di Colonia Veneria Cornelia; il sobborgo che la nuova fondò venne appellato Pagus Augustus Felix Suburbanus, che è forse il luogo stesso nel quale sorge la casa di Marco Arrio Diomede e stanno le tombe della famiglia Arria, della Istacidia, di Nevoleja Tyche e d’altri. Già fin dal momento che Roma avea cercato di mandar coloni a Pompei e questa ne li aveva rifiutati, le erano state guaste le mura, che dipoi aveva cercato di riparare, come ancor se ne vedono traccie; ma sotto Augusto sparvero affatto le lunghe cortine di queste mura, per modo che privati edificj poterono sorgere sull’area loro, e la città, spoglia affatto di difesa allora, si confuse colla colonia. Di ciò fa fede una iscrizione trovata nel teatro.

Tiberio Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola, prima che i Pretoriani lo acclamassero, alla morte di quest’ultimo, imperatore e il confermassero i soldati, il popolo, i gladiatori e i marinaj, malgrado la sua imbecillità, — onde era stato il trastullo del nipote e la madre stessa solesse dire: bestia come il mio Claudio, — ebbe a soggiornare alcun tempo a Pompei, dove gli moriva il figliuolo Druso, avuto da quella rinomatissima impudica che fu Messalina Valeria sua moglie, affogato da un frutto che aveva inghiottito.

Succedutogli nell’impero Nerone, accadde nell’anno 59 dell’era volgare un fatto nella città di Pompei, che fra i poco numerosi eventi di questa città che ne meritarono il ricordo, prima che ne seguisse la catastrofe, vuole essere memorato, come pur ne tenne conto Cajo Cornelio Tacito nel quattordicesimo libro degli Annali con queste parole che riferisco dalla traduzione del Davanzati:

«In questo tempo, di piccola contesa tra i Nocerini e i Pompejani uscì molto sangue nella festa degli accoltellanti che faceva Livinejo Regolo, raso, come dissi, dal Senato. Imperocchè dalle insolenze castellane vennero alle villanie, a’ sassi, all’armi; e vinse la plebe pompejana, che aveva la festa in casa. Molti Nocerini furon portati in Roma feriti o storpiati o morti, e pianti da’ lor padri e figliuoli. Il principe rimise la causa al Senato; esso a’ consoli: e ritornò a’ padri, i quali vietarono a’ Pompejani tal festa per dieci anni; disfecero lor compagnie fatte fuor di legge e sbandirono Livinejo e gli altri primi rissanti»[51]. Il qual fatto è pur menzionato da una caricatura politica, accompagnata da un’ironica iscrizione, state rinvenute negli scavi sulle mura esterne della via di Mercurio, iscrizione che suona così:

Campani, victoria una cum Nucerinis periistis;

cioè: Campani, una vittoria sui Nocerini vi ha distrutti.

È in questo tempo che l’imperatore mandò in Pompei come suo flamine perpetuo Valente, figlio di Decio Lucrezio Valente, di cui avverrà di citare più innanzi l’epigrafe, nella quale, a’ cinque delle calende d’aprile (28 marzo), avvisa una caccia nello anfiteatro.

È lo stesso severo storico che nel medesimo libro in cui racconta la colluttazione de’ Pompejani e Nocerini, narrando della morte data da Nerone alla madre Agrippina a Baja, mentre constata che quel mostro alfine conobbe la grande scelleratezza fatta ch’ei l’ebbe, e come nella notte che seguì il matricidio rimanesse affisato e mutolo, si rizzasse spaventato e sbalordito e «perchè i luoghi non si metton la maschera come gli uomini», non potesse veder quel mare e que’ siti. A vituperio delle città campane, lasciò poi ricordato ch’esse dell’orribile misfatto mostrassero con sagrifici e ambascerie allegrezza: vigliacca adulazione ripetuta in Roma, quando rassicurato che non gli si dava carico di quella morte, ritornatovi frammezzo alle ovazioni, ascese a render grazie agli dei in Campidoglio.

Ma più funesto e grave avvenimento toccò a Pompei nell’anno 63 sotto l’imperio dello stesso Nerone, consoli essendo Memmio Regolo e Virginio Rufo, ed è con la narrazione di esso che porrò fine a questo Capitolo, e che fu precursore dell’altro onde si chiuse l’esistenza e la storia della sfortunata città.

L’imperatore, stordito il mondo delle sue crudeltà ed uccisioni, incendiata Roma, persino accompagnandone il crepitante sfascio co’ suoni della cetra, s’era preso della libidine di rivaleggiare co’ migliori artisti da teatro e citaredi. Trovatasi egli ne’ primi di febbrajo di quell’anno in Neapoli ed attendeva in teatro a cantare, quando un terribile terremoto squassò quella vulcanica terra. Avvertito Cesare dell’evento, non volle abbandonare la scena se prima non ebbe compiuto il trillo di un suo canto favorito.

E la terra traballava sotto i suoi piedi!

Uscito egli appena dal teatro l’edificio intero crollava.

Quanto durasse il terremoto, quanta ruina cagionasse a Neapoli, ma più ancora ad Ercolano e Pompei, ci lasciò ricordato Seneca nel seguente passo:

«Pompei, celebre città della Campania, intorno alla quale la riva di Sorrento e di Stabia da una parte e quella d’Ercolano dall’altra formano col loro incurvamento un golfo ridente, è stata rovinata, ed i contigui luoghi molto maltrattati da un tremuoto accaduto nel verno, vale a dire in una stagione che i nostri antenati credevano esente da pericoli di tal sorta. Fu a’ cinque di febbrajo, sotto il consolato di Regolo e di Virginio, che la Campania (la quale era stata sempre minacciata, ma almeno senza alcun danno e sol travagliata dal timore fino a quel momento) venne con grande strage devastata da questa violenta scossa della terra. Una parte della città d’Ercolano è stata distrutta, e ciò che ne rimane non è ancora sicuro. La colonia di Nuceria fu, se non rovesciata, certo malconcia. Neapoli ha sofferto delle perdite piuttosto particolari che publiche e lievemente fu tocca da questo gravissimo flagello. Molte case di campagna risentirono della scossa senza effetto. Si aggiunge che delle statue furono spezzate e che dopo di questo avvenimento funesto si videro errare pe’ campi persone prive di conoscenza e di sensi»[52].

I Pompejani salvatisi dalla rovinata città, l’abbandonarono e non vi fecero la più parte ritorno che qualche anno dopo, ponendosi allora a riedificarla o restaurarla, a seconda del bisogno, presto dimentichi della patita sciagura e spensierati che rinnovar si potesse nell’avvenire; e però tutti intenti a decorarla coll’arti belle, a rallegrarla di festosi conviti, a inebriarla di spettacoli e ringiovanirla di vita più gagliarda che mai.

Mensa Ponderaria. — Fig. I. B. E. Misure per gli Aridi. — A. C. D. F. G. H. I. Misure pei liquidi. — Fig. II. Spaccato della fig. I. — Fig. III. Extra misura. — Questa tavola è tolta al N. 15 del giornale degli Scavi, Nuova Serie. Vol. I. Cap. IV.

CAPITOLO IV. Storia.

PERIODO SECONDO

Leggi, Monete, Offici e Costume.

Il Municipio — Ordini cittadini — Decurioni, Duumviri, Quinquennale, Edili, Questore. — Il flamine Valente — Sollecitazioni elettorali — I cavalieri — Gli augustali — Condizioni fatte alle Colonie — Il Bisellium — Dogane in Pompei — Pesi e Misure — Monete — La Hausse e la Baisse — Posta — Invenzione della Posta — I portalettere romani — Lingua parlata in Pompei — Lingua scritta — Papiri — Modo di scrivere — Codicilli e Pugillares — Lusso in Pompei — Il leone di Marco Aurelio — Schiavi — Schiavi agricoltori — Vini pompejani — Camangiari rinvenuti negli scavi — Il Garo o caviale liquido pompeiano — Malati mandati a Pompei.

Quando l’Allighieri, tratta occasione dalle accoglienze oneste e liete fatte nel Purgatorio da Sordello a Virgilio per ciò solo che il riconobbe della sua terra, si fa a rimproverare l’Italia di sue civili discordie ed ironicamente poi si gitta sulla sua Fiorenza, quasi costei presumesse essere di condizione diversa da quella infelice e di tutti i popoli d’Italia e prorompe quindi nel rampognarne la mobilità de’ provvedimenti, così si esprime:

Quante volte del tempo che rimembre,

Leggi, monete, offici e costume

Hai tu mutato e rinnovato membre[53].

Nel secondo verso di questo terzetto compendia l’immortale poeta tutto quanto ha tratto al viver civile; ond’io pur intendendo di versare intorno a ciò per Pompei in questo Capitolo, spiccai quel Verso per mettervelo in fronte e, a non guastarlo, non vi tolsi le monete, di cui veramente non ho ragioni ad occuparmi qui a lungo, perocchè Pompei non ne contasse di speciali, ma tenesse quelle che avean corso in Roma, essendo diritto particolare prima de’ consoli, quindi dell’imperatore il batter moneta d’oro e d’argento, e del Senato il battere quella di rame; sebbene a talune colonie e città venisse conservato il privilegio di monete particolari.

Ho già toccato di Pompei passato dallo stato autonomo originario a regolarsi con que’ diritti che erano inerenti a’ municipj romani. Dopo la Guerra Sociale era ciò avvenuto, e Mario vi aveva d’assai contribuito: Pompei, come gli altri paesi entrati nella lega latina, avendo ottenuta la romana cittadinanza e perciò divenuta, nel vero senso del diritto latino e italico, municipio[54], reggevasi con leggi proprie e proprj comizj modellati per altro alla foggia romana. In virtù di che, il pompejano, membro della propria indipendente comunità, non cessò di essere cittadino romano, così appunto avverandosi quella sentenza di Cicerone che ho già ricordata, che a’ municipj competessero due patrie, l’una di natura, di diritto l’altra.

Si sa che i municipj optimo jure, come pare dovesse essere Pompei, avessero tutti i diritti e gli obblighi dei cittadini romani, mentre gli altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei, e come persuadono le iscrizioni rinvenute lungo le vie sulle muraglie delle case a grandi lettere in color rosso o nero; come se i diciotto secoli trascorsi non fossero stati che diciotto giorni, nei quali i devoti, i riconoscenti per ricevuti favori, i parassiti e i liberali sollecitavano il publico a pro’ de’ loro proprj candidati. Così praticavasi largheggiar di elogi a’ cittadini che si volevano eleggere, e biasimo a’ più sconosciuti od immeritevoli di alto ufficio, come farebbesi suppergiù a’ dì nostri nell’occasioni delle elezioni amministrative e politiche. V’era pur anche questo di buono nei municipj d’Italia e delle provincie, che vi restasse più integra la dignità ed autorità che non in Roma; perocchè quivi ben potesse l’imperatore compiervi atti di arbitrio e violenza; ma essendo il carattere della politica romana di non fondarsi soltanto sull’esercito, nella polizia e di tutto regolamentare; ne conseguitava che a’ municipj venisse conservata quella vita, che più nell’Urbe non si riscontrava, e rispettata ne fosse l’indipendenza, e la legge municipale andasse immune da’ capricci del principe e dalle sottigliezze de’ giusperiti.

Pompei dunque, come municipium, che aveva, cioè, ricevuto il munus, o prerogativa speciale dei diritti di romana cittadinanza, teneva la costituzione pari a quella di Roma, la quale divideva i suoi abitanti in tre ordini: il senato, i cavalieri e il popolo. Perocchè nei municipj ed anche in Pompei vi fossero i Sexviri Augustales, ossiano sacerdoti in onore di Augusto, il cui collegio costituiva un ordine distinto fra il popolo e i Decurioni, e teneva luogo de’ cavalieri romani. Più sotto riferirò qualche lapide, in cui di tale dignità è fatta menzione.

Questi sacerdoti, come Tacito attesta, vennero prima in numero di ventuno istituiti da Tiberio, aumentati poi di quattro, pel culto di Augusto divinizzato. Presto anche alle colonie e a’ municipii vennero allo stesso fine estesi i collegi degli Augustali, ne’ quali i primi sei nominati si dicevano sexviri augustales e si nominavano dai decurioni. Quindi crebbero d’assai e si divisero in collegi di giovani e di seniori, a’ quali i seviri erano preposti. Fu disputato se l’augustalità fosse una magistratura; ma Noriso, in una sua dissertazione su d’un Cenotafio pisano respinse trionfalmente una tale opinione.

L’ordine dei Decurioni vi formava la curia, la quale corrispondeva al Senato dell’Urbe e componevasi di cento. Nelle cose più importanti tuttavia dovevano intendersela col popolo; dal che venne l’ordo populusque delle lapidi che pur si trovarono in Pompei. Plinio, nella epistola XIX del primo libro, ci avvisa che per essere ammessi a quest’ordine fosse mestieri possedere un patrimonio di centomila sesterzi, che equivarrebbero a ventimila lire d’Italia. Ai consoli equivalevano i duumviri con giurisdizione in certe cause; e come fossero la primaria magistratura, nelle colonie, aveano il privilegio de’ fasci, ma non potevano usarli fuori del loro territorio, a seconda del principio di diritto extra territorium jusdicentis impune non paretur. Di essi ritornerò a dire nel capitolo del Foro e della Basilica. V’erano il quinquennale, o censore, il tribuno, il difensore, gli edili, gli attuarj, ed erano queste le varie cariche colle quali internamente si amministravano a loro piacimento. V’era inoltre il pretore, il questore gerente del reddito publico, il patrono della città, il maestro dei sobborghi e dei trivii, e vie via altre cariche minori.

Nelle iscrizioni pompeiane sovente si fa cenno ai maggiori magistrati, ed anzi una, che appare fatta publica di quel Valente che fu creato Flamine perpetuo da Nerone, ci rende edotti della presenza di questa dignità imperiale in Pompei e di certa importante autorità a lui conferita, se egli in essa iscrizione avvisa una caccia nell’anfiteatro, nel quale verrebbero distesi i velarii:

VALENTIS . FLAMINIS . NERONIS . AVG .
F . PERPETVI .
D . LVCRET . I . VALENTIS . FILII
Y . K . K . APRIL . VENATIO . ET . VELA. ERVNT
P . COLONIA

Queste due ultime parole, che significano Pompejana Colonia, appajono apposte dopo e da altra mano.

In altra è rammentato l’edile Marcellino, cui si raccomandano legnajuoli e carrettieri:

MARCELLINVM . ÆDILEM . LIGNAR I . ET . PLOSTAR I . ROGANT

I lavoratori delle Saline si raccomandano in altra a Marco Cerrinio Edile:

M . CERRINIVM . ÆD. SALINIENSES . ROG .

I facchini pregano Aulo Vezio in questa:

A . VETTIVM . ÆD . SACAR I . ROG .

Gli orefici l’edile Cajo Cuspio Pansa:

C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . AVRIFICES . VNIVERSI . ROG .

e Celio Cajo prega lo stesso edile, e Sergio Infanzione prega Popidio secondo edile, giovani probi degni della Republica, acciò esserne favoriti:

C . CVSPIVM . PANSAM . ÆD . OR .
CÆlIVS . CAIVS .
JVVENES . PROBOS . DIGNOS . R . P . O . V . F .
SER . INFANTIO .

Una tale epigrafe constata la notizia che si ha dalla storia che due fossero nella città gli edili. Così appellati dalla sopraintendenza agli edificj (a cura ædium), avean particolare cura degli edificj della città, templi, bagni, basiliche, teatri, acquidotti e simili, e in difetto di censori, anche delle case private. Esercitavano una specie di polizia su’ mercanti, sulle taverne, sui pesi e misure, sulle rappresentazioni teatrali, ecc.

I fruttajuoli, Pomarii, si raccomandano coll’usata formola rogant a Giulio Sabino edile e gli stessi in altra iscrizione all’edile Marco Cerrinio.

Cajo Giulio Polibio vien detto duumviro in una iscrizione a cui manca il nome di chi prega e il verbo:

C . JVLIVM . POLIBIVM . DVVMVIRUM .

Son pure ricordati edili un Marcello ed un Albucio in questa:

MARCELLVM . ÆDILEM . ET . ALBVCIVM . ORAT .

I Venerei salutano in quest’altra il giudice duumviro Paquio:

PAQVIO . DVVMVIR . I . D . VENEREI .

La carica di quinquennale, così detti da’ cinque anni che durava la loro carica ed avevano autorità di censori, è testimoniata dall’iscrizione ad Aulo Vejo, figlio di Marco, duumviro di giustizia, per la seconda volta quinquennale, tribuno de’ soldati eletto dal popolo:

A . VEJO . M . F . II . VIR . I . D .
ITER . QVIN . TRIB .
MILIT . AB . POPVL . EX . D . D .

E così altre molte iscrizioni publiche ricordano nomi e dignità e attestano ad un tempo della consuetudine pompejana, divisa pure da altre città dell’impero romano, di così i clienti raccomandarsi a’ magistrati.

L’ordine de’ Cavalieri veniva, in Roma, subito dopo quello de’ Senatori, ed era il più distinto. Per entrare in esso occorreva un patrimonio di quattrocentomila sesterzj, equivalenti a ottantamila lire italiane; onde Orazio ha nella Epistola I del lib. I:

Si quadringentis sex septem milia desunt

Est animus tibi, sunt mores et lingua, fidesque,

Plebs eris[55].

Non oserei asseverare con franchezza che l’egual patrimonio si richiedesse nelle colonie per entrare nell’ordine degli Augustali.

Nè fu ostacolo a tutti questi liberi ordinamenti, foggiati sul modulo di Roma stessa, l’essere stata Pompei dichiarala colonia e perfino l’essere stato a lei cambiato il nome in Colonia Veneria Cornelia; perocchè se negli anteriori tempi le romane colonie erano politiche istituzioni create ad unico beneficio della metropoli ed a vigilanza de’ nemici in mezzo a’ quali si piantavano, — onde ci avvenne già nelle pagine precedenti di vedere i prischi abitatori rivoltarsi contro i presidj romani e trucidarli, — la legge Giulia, dopo la Guerra Sociale, fece alle colonie migliori condizioni. Tutti gli Italiani divennero cittadini romani, adottarono le leggi di Roma, acconciandovi le patrie costituzioni, ed ebbero il diritto di suffragio e di eleggibilità; onde scomparir deve, a mio credere, la meraviglia che fra Paolo Sarpi ebbe ad esprimere nell’Opinione in qual modo debba governarsi la Republica Veneziana, che, cioè, le colonie romane siensi mantenute sempre con affetto alla madre patria, mentre i cittadini trapiantati da Venezia a Candia divennero selvaggi od avversi. Imperocchè la ragione abbiasi a rinvenire in ciò che Roma accordasse a’ nuovi coloni i diritti di cittadini romani: mentre Venezia invece a quelli mandati a Candia avesse a togliere i privilegi che avevano goduto innanzi di cittadini veneti.

E, poichè sono al tema delle leggi e degli officj, reputo dover qui toccare di quell’onore che gli antichi accordar solevano a’ principali loro magistrati e che nelle lapidi pompejane vediamo più d’una volta menzionato. Voglio dire dell’onore del bisellium, concesso in Pompei, come nelle altre colonie e municipj, a’ decurioni e duumviri.

Consisteva esso nel seggio onorifico e distinto cui davasi diritto nelle publiche adunanze di affari o degli spettacoli. I Romani dedotto avevano dagli Etruschi l’uso delle sedie curuli pe’ senatori e consoli; a loro imitazione nelle provincie venne introdotto il bisellio. Era un largo sedile capace di due persone, abbenchè in fatto non servisse che per una sola. Ambitissima era una tale distinzione e non veniva largita che a’ cittadini i quali si fossero meglio distinti nell’esercizio delle più alte funzioni e ben meritato avessero della patria. Lo si concedeva con un diploma dei decurioni, confermato dal popolo. Tanto apprendiamo dalla seguente iscrizione scolpita sul sepolcro di Cajo Calvenzio Quieto nella Via delle Tombe della città che ho presa a dichiarare:

C . CALVENTIO . QVIETO .
AVGVSTALI
HVIC . OB . MVNIFICENT . DECVRIONVM .
DECRETO . ET . POPVLI . CONSENSV . BISELLII
HONOR . DATUS . EST

Egualmente risulta che l’onore del bisellio conferivasi dai decurioni col consenso del popolo dall’iscrizione scolpita sul sepolcro di Nevoleja Tiche, che esprime appunto com’essa, liberta di Giulia, a sè stessa ed a Cajo Munazio Fausto Seviro augustale e pagano, cioè del Pago Augusto Felice, a cui i decurioni col Consenso del popolo decretarono il bisellio pe’ suoi meriti, vivente abbia elevato il monumento a’ suoi liberti e liberte ed a quelli di Cajo Munazio Fausto:

NÆVOLEIA . I . LIB . TYCHE . SIM . ET
C . MVNAZIO . FAVSTO . VI . V . AVG. ET. PAGANO
CVI . DECVRIONES . CONSENSV . POPVLI
BISELLIUM . OB . MERITA . EIVS . DECRETAVERVNT .
HOC . MONIMENTVM . NÆVOLEIA . TYCHE
LIBERTIS . SVIS .
LIBERTATISQVE . ET . C . MVNATI . FAVST .
VIVA . FECIT .

Questo monumento di Nevoleja Tiche reca dal lato che riguarda la porta della città, scolpito in rilievo, il bisellio, e senza di esso e dei due di bronzo rinvenuti negli scavi pompejani, ci sarebbe ancora sconosciuta la forma di questo seggio d’onore. Vedesi senza spalliera e ricoperto di un pulvinare, o cuscino con frange pendenti.

Il bisellium, scrive Chimentelli, era al duumvirato ciò che era il laticlavo[56] all’autorità senatoria, ed il ceppo di vite a quella del centurione[57]. Parrebbe altresì che fosse talvolta attribuito anche agli Augustali[58], come infatti, dalla surriferita epigrafe di Nevoleja, lo vediamo essere stato accordato al seviro Cajo Munazio Fausto.

Il Falieri opina poi essere assai probabile che l’onore del bisellium fosse proprio unicamente della Augustalità, ossia di que’ sacerdoti, che come più sopra ho notato, vennero istituiti in onore d’Augusto collocato fra i numi; ma non già perchè fosse comune a tutti gli augustali, ma perchè venisse concesso a coloro che nella augustalità fossero i più onorevoli e degni.

Il medesimo autore reca la deliberazione dei centumviri del municipio di Vejo, che convennero in Roma nel tempio di Venere Genitrice, e piacque ad essi permettete a Cajo Giulio, liberto del Divo Augusto, che venisse il giustissimo onore decretato di essere ascritto nel numero degli augustali, e gli fosse concesso in tutti gli spettacoli di quel municipio sedere nei bisellio proprio fra gli augustali; e una iscrizione che Quinto Largenujo Chresimo diede di molti sesterzi alla republica de’ Pisani per l’onore del bisellio. Il Grutero ha pur una iscrizione antica dalla quale appare lo stesso onore accordato a Tizio Chresimo augustale.