POMPEI
E LE SUE ROVINE VOL. III


POMPEI
E LE
SUE ROVINE

PER L’AVVOCATO
PIER AMBROGIO CURTI

GIÀ DEPUTATO AL PARLAMENTO NAZIONALE
DIRETTORE DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI ARCHEOLOGIA
E DI BELLE LETTERE DI MILANO

VOLUME TERZO

1874
MILANO — F. SANVITO, EDITORE.
NAPOLI — DETKEN E ROCHOLL.


Proprietà letteraria.

Legge 25 Giugno 1865. Tip. Guglielmini.



[INDICE]


CAPITOLO XIX. Il quartiere de’ soldati e il Pagus Augustus Felix.

Quartiere de’ soldati, o Ludo gladiatorio? — Pagus Augustus Felix — Ordinamenti militari di Roma — Inclinazioni agricole — Qualità militari — Valore personale — Formazione della milizia — La leva — Refrattari — Cause d’esenzione — Leva tumultuaria — Cavalleria — Giuramento — Gli evocati e i conquisitori — Fanteria: Veliti, Astati, Principi, Triarii — Centurie, manipoli, coorti, legioni — Denominazione delle legioni — Ordini della cavalleria: torme, decurie — Duci: propri e comuni — Centurioni — Uragi, Succenturiones, Accenti, Tergoductores, Decani — Signiferi — Primopilo — Tribuni — Decurioni nella cavalleria — Prefetti dei Confederati — Legati — Imperatore — Armi — Raccolta d’armi antiche nel Museo Nazionale di Napoli — Catalogo del comm. Fiorelli — Cenno storico — Armi trovate negli scavi d’Ercolano e Pompei — Armi dei Veliti, degli Astati, dei Principi, dei Triarii, della cavalleria — Maestri delle armi — Esercizj: passo, palaria, lotta, nuoto, salto, marce — Fardelli e loro peso — Bucellatum — Cavalleria numidica — Accampamenti — Castra stativa — Forma del campo — Principia — Banderuole — Insegne — Aquilifer — Insegna del Manipolo — Bandiera delle Centurie — Vessillo della Cavalleria — Guardie del campo — Excubiæ e Vigiliæ — Tessera di consegna — Sentinelle — Procubitores — Istrumenti militari: buccina, tuba, lituus, cornu, timpanumTibicen, liticen, timpanotriba — Stipendj militari — I Feciali, gli Auguri, gli Aruspici e i pullarii — Sacrifici e preghiere — Dello schierarsi in battaglia — Sistema di fortificazioni — Macchine guerresche: Poliorcetiæ: terrapieno, torre mobile, testuggine, ariete, balista, tollenone, altalena, elepoli, terebra, galleria, vigna — Arringhe — La vittoria, inni e sacrificj — Premj: asta pura, monili, braccialetti, catene — Corone: civica, murale, castrense o vallare, navale o rostrale, ossidionale, trionfale, ovale — Altre distinzioni — Spoglia opima — Preda bellica — Il trionfo — Veste palmata — Trionfo della veste palmata — In Campidoglio — Banchetto pubblico — Trionfo navale — Ovazione — Onori del trionfatore — Pene militari: decimazione, vigesimazione e centesimazione, fustinarium, taglio della mano, crocifissione, fustigazione leggiera, multa, censio hastaria — Pene minori — Congedo.

Nel capitolo di quest’opera I Fori, dicendo del Foro nundinario o venale, toccai dell’opinione manifestata da molti che anzi essere un simile foro, quel luogo fosse invece un quartiere di soldati, e venni osservando come da essi si avesse per avventura a scambiare la parte per il tutto, riconoscendo io con altri come in tal foro si ritrovasse un quartiere sia di soldati, sia di gladiatori, come forse meglio sembrasse al Padre Garrucci.

Bréton, malgrado le dimostrazioni fatte da quest’ultimo scrittore, e malgrado che sia tratto a riconoscere ch’egli abbia nella maniera la più positiva stabilito in una dissertazione inserta nel numero tredicesimo del Bollettino Archeologico napolitano del gennajo 1855, che si trattasse in questo luogo di un di que’ Ludi gladiatorii, di cui parla Giusto Lipsio[1], non sa risolversi ancora a non ritenerlo per un quartiere di soldati.

«Io non so in verità, scrive egli, perchè siasi cercato di sostituire questa denominazione di foro nundinario a quella di Quartiere de’ Soldati, che venne a siffatto luogo fin dall’origine assegnato. È evidente che una città dell’importanza di Pompei, una città fortificata, dovesse avere una guarnigione e, per alloggiarla, una caserma. Perchè dunque cercare questa caserma altrove e non nel monumento il più piano e così conforme alla sua destinazione? Le porte strette e poco numerose sarebbero state incommodissime e perfino dannose per un mercato dove una folla numerosa si sarebbe pigiata in disordine, mentre che esse potevano perfettamente bastare a soldati che marciavano per due e regolarmente. Una bardatura di cavallo da sella, armi, cimieri, memidi o calzari di bronzo vennero qui trovati, che a dir vero sono più proprii di gladiatori, che non di soldati; ma che conchiuderne per ciò? Che gladiatori di passaggio a Pompei presero alloggio nella caserma, ciò che è più naturale che prender alloggio nel mercato. Nelle camere non si rinvennero letti: ma si sa che i soldati giacevano per lo più sulla paglia. Il solo grande appartamento che esiste dovette essere destinato al capo della guarnigione. Una sola cucina sarebbe stata insufficiente se il nutrimento di tutti non fosse stato ammanito in comune, e noi vediamo che quella del quartiere de’ soldati era evidentemente destinata alla preparazione degli alimenti d’una gran quantità di persone. Finalmente, quale sarebbe stata in un mercato la destinazione di una prigione così severa come quella che qui vi fu riconosciuta? S’arroge che in nessun luogo della città si rinvenne una così grande quantità di scheletri, non essendosene contati meno di sessantatrè, ripartiti principalmente nelle camere del primo piano. Non è egli quindi supponibile che taluni motivi di disciplina abbiano ritenuto i soldati al loro posto troppo lungo tempo per permettere a tutti di sottrarsi alla morte?»[2]

Questi sono gli speciosi argomenti di Bréton, che potrebbero ben anco essere conformi a verità, se quelli addotti dal Garrucci non fossero stati buoni del pari e convincenti, per conchiudere che dovesse essere invece un ludo gladiatorio. Io non presumo di mettere innanzi un perentorio giudizio; solo permettendomi di ricordare che ho già esternato l’avviso mio che inclina all’ipotesi del Garrucci. Se non che al mio presente argomento ciò che preme di stabilire si è che alla vita romana in Pompei non potesse mancare quanto aveva tratto alla vita militare, e quindi dovevan esistere e una caserma, se forse non ve n’erano anche di più, e posti e stazioni; che infatti alla Porta di Ercolano si trovò morta, l’alabarda in pugno, la sentinella, che fida alla sua consegna, anzichè mancarvi, e cercare come tutti gli altri cittadini lo scampo nella fuga, erasi lasciata soffocare dall’aere graveolenta e seppellire sotto le ceneri e i lapilli.

Ma se qui non erano alloggiati i soldati, se questa non era la caserma, ma un ludo gladiatorio, o locali attinenti solo al foro venale, e dove trovar dovevansi soldati, posto che Pompei, come non è contraddetto, fosse città importante, e di una importanza ben anco militare, avesse mura, saracinesche, opere di fortificazione, e se anzi ben due volte vi furono dedotte colonie militari, l’una volta al tempo e per gli ordini di Silla e l’altra per quelli di Augusto?

Potrebbesi rispondere a siffatta domanda con quei dati storici che Bréton medesimo prepose all’opera sua: «Silla ordonna que Pompei fût reduite en colonie militaire sous le double nom de Colonia Veneria, Cornelia, emprunté aux noms du dictateur et de la divinité protectrice de la ville. Il y envoya des troupes sous le commandement de son neveu Publius Sylla: mais les Pompéiens, regardant ces colons comme des étrangers, leur refusèrent les droits de cité...»

E più sotto:

«Quoiqu’il en soit, les colons furent forcés d’habiter hors de la ville dans un faubourg, qui, lorsque plus tard, Auguste eut envoyé une nouvelle colonie de vétérans, prit le nom de Pagus Augusto-Felix[3]

Da queste nozioni di storia pompeiana, che sono conformi a quelle che ho pur io date nei capitoli del primo volume di quest’opera, inferisco: a che dunque cercar in città caserme e stazioni militari, se i soldati dovevano rimanere fuori della città? Vero è che quanto è scoperto del Pagus Augustus-Felix non ha rivelato quartiere di sorta, ma solo quella parte che l’attraversa ed è la Via delle Tombe e che percorreremo nell’ultimo capitolo di quest’opera; ma rammentiamoci altresì che ancor molto rimane a trarre in luce e che gli scavi ulteriori ponno co’ loro risultamenti diradare ogni dubbio e risolvere la quistione.

Dopo ciò, dinnanzi al fatto delle sentinelle summentovate e dopo le diverse guerre e fazioni guerresche narrate in quest’opera nei capitoli della storia, a soddisfare agli intenti dell’opera ed a chiudere di essa quanto ha riferimento alla vita publica romana, riprodotta in Pompei, entrerò a dire degli ordinamenti militari e di quanto ha tratto all’armamento; ben francando la spesa il conoscere siccome fossero, perocchè non di poco avessero a contribuire a quei trionfali successi ch’ebbero sempre le armi romane. Gli scavi di Ercolano e di Pompei portarono discreto contributo all’archeologia per farci conoscere armi ed attrezzi militari e guerreschi, ed io di questi più innanzi ne tratterò il meglio che mi sarà dato.

Ho già provato, trattando del commercio de’ Romani, che lungi costoro dall’essere, come si crede erroneamente dall’universale, un popolo soldato per istinto, lo fosse invece costretto dalla necessità, e conquistando l’universo non lo facesse che per proteggere la sua indipendenza o per difendersi, che non pugnò insomma che vagheggiando le dolcezze della pace, alla quale, appena il poteva, si abbandonava. Orazio compendia le aspirazioni de’ Romani quando esclama:

O rus quando ego te aspiciam[4]?

I Romani in fatti ebbero a preservarsi dai Sabini, dagli Etruschi, dai Latini, dai Sanniti, in tutti i quali erano elementi di grandissima resistenza; onde Properzio, che tutto abbracciava il sentimento dell’antichità, era nel vero giudicando l’Italia in quel verso che già m’avvenne di dover riferire:

Armis apta magis tellus quam commoda noxæ[5],

più propria, cioè, alle armi, che non alla aggressione e distruzione. Se dunque al soldato romano si può rimproverare un sol vizio, l’avarizia, perchè l’orgoglio è più spesso nel soldato una virtù; di ricambio ebbe l’onor militare come noi l’intendiamo pure oggidì, il rispetto al giuramento, la devozione al suo capo, il gusto della disciplina. I Romani vinsero il mondo con la tattica, la disciplina, la forza d’insieme, la costanza e il sentimento d’essere Romani. Gli altri popoli usavano di armi straordinarie e di macchine, il popolo romano della spada. Anche contro i Germani, individualmente sì bravi e sì forti, era colla pugna corpo a corpo e colla spada che i Romani avevano la vittoria; onde Germanico così poteva dire alle sue truppe: Non enim immensa barbarorum scuta, enormes hastas inter truncos arborum et enata humo virgulta, perinde haberi quam pila et gladios, et hærentia corporis tegmina. Densarent ictus, ora mucronibus quærerent[6]. Potrebbesi e vizio e virtù che ho mentovati, comprovare coi fatti alla mano; ma la storia di Roma è troppo notoria per avere d’uopo di ricorrere a ciò.

Piuttosto m’occuperò qui ad informare il lettore della formazione di questa famosa milizia conquistatrice dell’universo.

E prima devesi portar l’attenzione sulla scelta, dilectus, che era il raccogliere e l’iscrivere i soldati in codici o matricole. Tale scelta veniva fatta tra cittadini e socj o confederati; — rado avvenne che si ricorresse ai poveri ed agli schiavi, — e venivano poi ascritti o a’ fanti o a’ cavalieri. Nella milizia navale si accoglievano anche le persone più abbiette e i libertini.

Il principio della milizia era al diciassettesimo anno, la fine al cinquantesimo. Chi per altro serviva di continuo, terminava i suoi obblighi a’ trentasette anni; gli altri, dove non avessero compiuto il lor servizio al quarantesimo sesto anno, non n’erano liberati e si potevano costringere finchè non avessero compiuti i cinquant’anni. Altro requisito della milizia era il censo, solo volendovisi i ricchi, gli onesti e coloro i quali, avendo beni tutti proprii, in certo modo presentassero solidarietà d’interessi colla cosa publica.

La leva, o coscrizione, delle truppe, testimonio Dionigio d’Alicarnasso[7], si faceva ogni anno, designandosi all’uopo due consoli, che alla loro volta, congiuntamente al popolo, creavano ventiquattro tribuni per capi di quattro legioni.

La cernita si faceva, previa publicazione dell’editto a mezzo del banditore, dai tribuni in Campidoglio, estraendo a sorte dalle tribù e classi, alla presenza dei consoli assisi nelle sedie curuli. I refrattarj che si sottraevano alla milizia, i consoli comandavano venissero ricercati e tradotti in carcere, talvolta puniti di verghe, venduti i loro beni e qualche volta benanco multati dell’estremo supplizio o della morte civile, venduti cioè pubblicamente schiavi o notati d’infamia.

Tre giuste cause sottrar potevano al servizio: la prima era la dispensa, vacatio, per l’età, se già raggiunto il cinquantesimo anno; per onore, se fosse taluno nella magistratura o nel sacerdozio; per beneficio se il Senato e il Popolo consentivano: la seconda causa dicevasi emeritum, ed era per chi aveva compiuti venti stipendj: la terza era vizio o malattia, come i mancini, i gracili, chi mancasse di pollici o altre dita, gli inetti a reggere scudo o gladio.

Nella leva così detta tumultuaria, od anche subitaria[8], che seguiva nell’imminenza di qualche pericolo, non si osservavano grandi formalità, esentandosi soltanto quelli ch’erano gravemente infermi od inabili affatto.

Per ciò che riguardava la cavalleria, spettava ai censori il determinare chi vi dovesse appartenere. Duplice poi era il corpo da’ cavalieri, l’uno costituivasi di quelli che ottenevano dal publico il cavallo e il suo mantenimento, ed erano i soli che una volta dicevansi cavalieri, equites; l’altro di coloro che non l’ottenevano. Costoro potevano allora servire tra i pedoni, pedites. Riguardavasi molto a’ costumi per concedersi il cavallo, e però spettavane la decisione al censore. Dopo, tal facoltà si arrogarono i principi.

Finita la coscrizione, i tribuni congregavano i militi delle rispettive legioni e lor facevano prestare giuramento. Ignorasi però se giurassero uno per uno, o se insieme. Consisteva la formula nel giurare: sarebbero per seguire i consoli a qualunque guerra fossero essi per chiamarli, non mai tentar cosa contraria al popolo, non disertar mai le bandiere, raccogliersi al cenno de’ consoli, nè partir mai senza l’ordine loro.

Eranvi poi gli evocati, che formavano spesso la forza degli eserciti, quasi assunti dietro preghiera o domanda, ed erano per lo più veterani, esperti e prudenti della milizia, che comunque avessero assolti i loro servizj, li riassumevano tuttavia in grazia de’ consoli o de’ capitani. Gli evocati venivano dispensati da certe opere faticose, come del vallo e degli accampamenti e tenuti in maggior onore, spesso considerati quasi centurioni.

I conquisitori erano coloro che si mandavano nelle campagne ad ingaggiare la gioventù per la milizia od a scoprire i refrattarj che vi si tenevan nascosti ed a persuaderli di costituirsi.

Toccato fin qui della cernita, veggiamo dell’ordine della milizia.

Vario era esso sia ne’ militi che ne’ duci: Giusto Lipsio lo considera e distingue, rispetto ai primi, in generi e in parti.

Generi dei pedoni erano i Veliti, gli Astati, i Principi e i Triarj. Veliti coloro che per poca età e ricchezza venivano assegnati a questo infimo genere, e quasi inermi venivano esposti di fronte al nemico; astati perchè dapprima combattevano colle aste, dopo poi, serbando sempre lo stesso nome, combattevano coi pili, specie di giavellotti, e coi gladii; principi, perchè nello schierarsi dell’esercito venivano nel terzo ordine. Parrebbe tuttavia dal loro nome dovessero trovarsi invece nella prima.

Parti della fanteria erano poi queste, nelle quali i generi si dividevano dai tribuni e dai centurioni i militi pedoni, eccettuati i veliti: la Centuria, che si componeva di sessanta militi ed era assegnata ad un centurione; il Manipolo, che si costituiva di due centurie; la Coorte, composta di tre manipoli ed aveva astati, principi o triarii, ed anche per consueto i veliti. Scipione Africano istituì anche la Coorte Pretoria, nella quale s’ascrivevano i volontarii e gli amici e che mai si dipartiva dal Pretore, ad imitazione della Coorte Regia presso i Macedoni; finalmente la Legione, perchè comprendeva tutti gli altri ordini. Romolo l’istituì di tremila uomini; cacciati i Re, crebbe a quattromila; a cinquemila montò nella guerra contro Annibale ed a seimila la portò Scipione quando passò in Africa.

Essendo molte le legioni, — perchè se prima sotto i consoli furono quattro, nella seconda guerra Punica ascesero a venticinque, nella guerra civile fra Cesare e Pompeo se ne contarono quaranta e nell’assedio di Modena cinquanta — ebbero diversa denominazione: il più spesso si distinsero col numero progressivo come prima, secunda, tertia; talvolta col nome del fondatore, come Augusta, Claudiana; alcune dal nome degli Dei, di Marte, di Minerva, di Apollo; altre dalle provincie trionfate, come Italica, Gallica, Cirenaica; ed altre finalmente da qualche onorifica qualità, come la Vittrice, la Fulminante, la Valente, la Ferrea, la Pudica, la Fedele[9].

Gli ordini della cavalleria, erano le torme e le decurie. Dividevansi in dieci corpi. Ogni legione aveva dieci torme tricenarie, ossia tremila cavalieri. Le ale, erano così chiamate a motivo della loro posizione nella battaglia; onde dicevasi ala destra ed ala sinistra, componevansi di soci e di confederati; le torme o compagnie suddividevansi in tre decurie o brigate di dieci uomini.

Tito Livio ne fa sapere, come nel principio della seconda guerra Punica, i Romani, veduta l’inferiorità della loro cavalleria rimpetto a quella de’ Cartaginesi, usassero dei veliti come arcieri e frombolieri per appiccar zuffa avanti le linee e spazzar la via all’esercito[10].

Questa era, per usare del linguaggio militare, la bassa forza: essa per altro si completava coi suonatori di militari strumenti, con operai armajuoli e costruttori di macchine guerresche, tormenta bellica et impedimenta, e conduttori di bagagli, pel trasporto de’ quali non si faceva uso, come di presente, di carriaggi, ma di bestie da soma, perchè di minor impaccio e di servizio più pronto.

Ora dei duci.

Questi pure erano di due generi: proprii, quelli che erano preposti ad una o a qualche parte dell’esercito, come i centurioni, e i tribuni; comuni, coloro che erano preposti a tutti, come i legati e il comandante in capo, imperator.

I centurioni venivan, d’ordine o consenso dei consoli, eletti dai tribuni fra quelli della loro classe: sovente però si toglievano anche da classi superiori, ma per segnalati meriti, massime per militari, distinti. L’elezione dei centurioni era duplice. Nella prima se ne eleggevano trenta, ed altrettanti nella seconda. Il primo eletto denominavasi Primopilo ed era nel suo diritto di intervenire nei consigli militari, in un coi tribuni e coi legati. Talvolta accadde, più per qualche occasione e volontà del duce, che per diritto o costume, che tutti i centurioni venissero ammessi nel consiglio. Insegna poi dei centurioni era un baston di vite, di cui si valevano a punizione de’ soldati.

I centurioni già eletti si eleggono pure alla loro volta gli uffiziali, uragi, o più veramente chiamati optiones. Quando venivano creati dai tribuni, dicevansi accensi; ma quando la loro nomina fu devoluta ai centurioni, ebbero quel nome di optiones ed anche di sottocenturioni, succenturiones. Tergoductores erano que’ sott’uffiziali che compivano le funzioni che or sarebbero de’ sargenti; decani quelli che or si direbbero caporali.

In mezzo a’ centurioni si trasceglievano due, prestanti per vigoria d’animo e di corpo, per essere signiferi, o portatori del vessillo; perocchè quantunque un solo fosse il vessillo, due tuttavia erano i vessillarii o signiferi, acciò l’uno succedesse all’altro in caso di fatica, essendo i vessilli pesanti, od anche all’evenienza di malattia.

Il Primopilo, primopilus ed anche primipilus, era il capo di tutti i centurioni, come il prefetto e principe delle legioni. Egli aveva autorità anche sul collega suo Primopilo sinistro e la tutela dell’aquila, che era lo stendardo principale della legione[11], tanto così che si dicesse aquila come sinonimo di primopilato.

Come i centurioni eran preposti ai manipoli, così i tribuni della milizia erano a tutta la legione che ne aveva sei. Li istituì Romolo, li mantennero i Re ed i Consoli; ma il popolo se ne avocò il diritto e il suffragio, poi esclusa ancora la facoltà nel popolo, e questi volendola rivendicare, restò convenuto che parte ne avesse il popolo e un numero eguale i consoli; i primi detti anche comitiati, avuti in maggior onore; gli altri detti Rutili o Rufuli. I tribuni erano eziandio di due sorta, cavalieri e plebei. Spettava ai tribuni render giustizia e conoscere delle cause capitali, dare il segnale alle guardie e sentinelle, curare le veglie, vigilare le munizioni, provvedere agli esercizi tutti. Portavano l’anello d’oro, gli altri militi non potendolo portar che di ferro.

La cavalleria dividendosi in dieci turme, si pigliavano tre cavalieri per ciascuna turma, e così si avevano trenta duci. Erano insomma tante turme nella cavalleria quante erano nella fanteria le coorti; tante le decurie quanti i manipoli: e per conseguenza altrettanti i duci; con questo solo divario che nella turma ve ne era un solo, mentre nel manipolo ve n’erano due. Nella turma erano tre le decurie e l’uffiziale che comandava la decuria appellavasi decurione. Ciascuna turma aveva un solo vessillo. Spettava ai duci delle turme la nomina degli uragi od optiones; come nella fanteria.

I soci o confederati, in luogo dei tribuni, che solo spettavano ai militi cittadini, avevano i prefetti e venivano costituiti dai consoli, pari nel resto nei diritti e nella podestà ai tribuni. I Legati erano applicati agli imperatori o comandanti in capo, non tanto per comandare, quanto per giovar di consiglio, ed era il Senato che li destinava come pratici della milizia presso del capo. Era grande dignità codesta, perocchè col potere dell’imperatore avesse altresì diritto alla venerazione dovuta ai sacerdoti. Cicerone li chiamava numi di pace e di guerra, curatori, interpreti, autori di bellici consigli, ministri del provinciale interesse. Il loro potere per altro era subordinato a quello del comandante. Incerto era il numero loro, talvolta destinato uno per legione, sempre come sembrava conveniente al Senato. Quelli ch’eran preposti a tutto l’esercito, dicevansi consolari: pretorii quelli assegnati alle legioni.

Il supremo comandante era poi, come dissi, l’Imperatore, imperator, a cui obbedivano cittadini e confederati, cavalieri e fanti. Insegna della carica erano i littori coi fasci: aveva il paludamento, la clamide, e i suoi cavalli portavano fregi militari, bardature ricche d’oro e stragulo scarlatto.

Veniamo ora a trattare delle armi, le quali si dicevano tela se erano per offesa, arma se per difesa.

È a questo punto che mi richiama la speciale attenzione il Museo Nazionale di Napoli, dove colle armi e cogli attrezzi militari e guerreschi di varii altri musei privati, o rinvenuti altrove, si accolsero quelli che si trovarono negli scavi d’Ercolano e di Pompei. Nel dire di questa parte interessantissima del napoletano Museo, mi varrò dell’accurato Catalogo, che come degli altri oggetti tutti riguardanti altre classi, così di questa diligentissimamente delle armi, compilò l’illustre Commendatore Fiorelli, del quale non è parola che basti a dir quanto delle preziosità pompejane ed ercolanesi sia benemerito, e che fu da lui pubblicato in Napoli nell’anno 1869 nella Tipografia Italiana del Liceo Vittorio Emanuele.

Giovi premettere un cenno storico intorno all’ordinamento di tale Raccolta, quale il Fiorelli fe’ precedere al suo Catalogo.

Innanzi che si ponesse mano ad un più ragionevole ordinamento del Museo, le armi antiche che si possedevano erano confuse agli utensili domestici di bronzo: il galerus, l’ocrea, la fibula, i pugiones, e le parmæ, oggetti d’abbigliamento o stromenti militari, trovavansi in buona compagnia coi cacabi, e i lebetes, gli ahena, i clibani e gli infundibula. Argomenti il lettore qual relazione vi avessero, oltre l’avere comune il metallo ond’erano formati, cioè il bronzo.

Ora le Armi Antiche hanno una distinta collocazione, divisa la raccolta in tre classi.

La prima è delle armi greche, le quali provenute da sepolcri di remota antichità, e per lo più ricchi di vasi dipinti, appartengono ai Greci dell’Italia Meridionale anteriori al dominio di Roma, trovate nei luoghi di Ruvo, di Pesto, di Locri, di Egnazia e Canosa; ma siccome esse punto non riguardano Pompei ed Ercolano e neppure quell’epoca che l’opera mia prese a dichiarare, affin di non uscire dal campo nostro, non ne terrò parola.

La seconda classe è delle armi romane ed italiche, rinvenute nelle tombe della Campania e nei campi del Sannio e segnatamente alle pendici del monte Saraceno presso l’antica Bovianum vetus, oggi denominata Pietrabbondante; e fra queste pur talune vennero offerte dagli scavi di Ercolano e Pompei.

Queste galeæ, od elmi, che per essere tutti di bronzo, a stretto rigore dovrebbero dirsi casses, perocchè dapprima la voce galea venisse adoperata a designare un elmo di pelle o cuojo, pel contrapposto di cassis che indicava un elmo di metallo, appartengono a Pompei. L’una (n. 57 del Catalogo speciale e 3474 del generale) ha breve projectura o visiera nella parte posteriore, ove è un foro per attaccarvi la crista, con altro sulla sommità per contenere il piede del cimiero (apex), che addita avere già per avventura spettato a centurione, cui, per autorità di Polibio e di Vegezio, fregiava l’elmo un cimiero, che mancava in quello di semplice soldato. Nei lati di questa galea due cerniere sostenevano le paragnatidi (bucculæ) ora mancanti. La seconda (n. 59 — 3000) appare alterata ed ha avanzi di cerchio di ferro, adattatovi all’intorno, perchè evidentemente adoperata come utensile di cucina. Egualmente si conosce essere stata mutata in trulla la terza galea (n. 62 — 3473), per l’aggiunta di un manico di ferro.

Due galeæ di bronzo (nn. 60, 61 — 2842, 2880) con frontale e bucculæ, aventi sul vertice una piccola falera bucata per immettervi l’apex e dietro un uncino per fermare la crista con le falde posteriori aggiunte e tenute da chiodi, vennero invece raccolte negli scavi d’Ercolano.

Una cuspide di bronzo (n. 80 — 3459); due gladii di ferro (81, 82 — 3459, 9618) due lame di gladio in bronzo (n. 83, 84 — 3461, 3462) furono pur di Pompei; così due teste d’aquila in bronzo, impugnature di gladio (85, 86 — 3458, 12883); un frammento di lorica squamea (93 — 3456) consistente in novantuno pezzetti di osso in forma di squamme, ciascuno con due buchi, ne’ quali passava un filo che li univa tra loro sopra un torace di lino.

La terza classe è delle armi gladiatorie di Pompei e d’Ercolano, credute da molti armi di guerra e per la singolarità delle loro forme cagione di gravissimi errori sulla natura dell’armamento dei legionarii romani, ai quali però queste armi erano affatto estranee, perchè solo destinate ai ludi ed alle pompe dell’Anfiteatro.

Io per altro ho creduto di riserbarne il cenno in questo capitolo, per non iscindere in diverse parti l’argomento delle armi.

Dodici sono le galeæ, di cui una sola di ferro, le altre tutte di bronzo che si trassero dagli scavi di Pompei (nn. 268, 269, 271, 274, 275, 276, 277, 278, 279, 280, 282, 284). Sono degne di considerazione speciale: quella al n. 275 adorna di figure in rilievo rappresentanti cinque muse sulla parte anteriore, il dio Pane nel dinanzi della crista, con trofeo di cimbali, tirsi, tibie, e di una lira graffiti, e due amorini nella visiera, quelle ai nn. 276 e 278 a varii bassi rilievi e quella al n. 282 che ha sulla fronte in rilievo la figura di Roma galeata, che calcando una prora di nave regge nella sinistra il gladio chiuso nella vagina, con due figure virili avanti di sè prosternate e altri gruppi ai lati.

Cinque sono le galeæ di Ercolano, delle quali una di ferro, le altre in bronzo (270, 272, 273, 281, 283). La prima è adorna di bassi rilievi che ritraggono sulla fronte un simulacro di Priapo avvolto in ampia clamide, avente ai lati due guerrieri, con altri fregi minori nelle restanti parti. Quella al n. 283 è veramente insigne, essendo interamente ornata di figure a rilievo esprimenti gli ultimi fatti della guerra di Troja.

Una parma o scudo circolare di bronzo (n. 288) trovata in Pompei ha nel mezzo di argento ed in rilievo il Gorgonio circondato da ghirlanda di olivo, e così un mezzo scudo (n. 287) o galerus, con figure marine.

È di Ercolano un mezzo scudo eguale (n. 286), ma di bronzo e atto alla difesa della testa, venendo per lo più applicato all’omero nelle lotte dei gladiatori Reziarii.

Tredici ocreæ di bronzo (290, 291, 293, 294, 295, 296, 297, 298, 299, 300, 301, 302, 303, 304) son di Pompei, la più parte figurate e le ultime due, simili affatto tra loro, servir dovevano certo ad un solo combattente.

Priva di ornamenti è la sola ocrea di bronzo rinvenuta in Ercolano.

Sei cuspidi di bronzo per lancia offriron pure gli scavi pompejani (305, 307, 308, 309, 310, 311) e una tricuspide (n. 306) che armava forse l’estremità dell’asta di un Bestiario.

I medesimi scavi diedero tre pugnali di ferro, pugiones (312 — 4) con manici d’osso; due frammenti di cingolo di bronzo (315) in cui alternatamente stavano in rilievo borchie con protomi bacchiche e di altre divinità, con calici di fiori aperti, frammezzati di rami d’edera scolpiti a puntini; con balteo di cuojo (316) a borchie di bronzo, e sei dischi dello stesso metallo con protomi in rilievo; e finalmente due corni (521 — 2) o trombe di bronzo che si suonavano dal cornicen, di che verrò più sotto, quando sarà il discorso degli istrumenti musicali della milizia, a parlare.

Tre fibule d’argento (317 — 9) servienti a baltei di cuoio provengono da Ercolano.

È indubitabile che gli scavi che si verranno ad operare nel Pagus Augustus Felix trarranno in luce molte e molte altre armi; perocchè quello fosse il luogo ove dimorava la colonia militare statavi per ben due volte dedotta da Roma.

Enumerate le armi di Pompei ed Ercolano, che si hanno nel Museo napoletano, vengo adesso ad assegnare quello che si aveva ciascun milite facente parte dell’esercito romano.

Ho già detto che i veliti erano quasi inermi; la loro armatura infatti era assai leggiera: un cimiero, galea o galeus, di pelle o lana per coprire il capo; una spada, gladius; un’asta, hasta; una specie di scudo, parma, di legno ricoperto di cuoio e la frombola e con essa avanti l’armata facevano in guerra le prime provocazioni contro l’inimico.

Gli astati avevano un cimiero, galea ærea, di ferro senza visiera, onde Cesare nella pugna farsalica avendo di contro i bellimbusti di Roma che parteggiavano per Pompeo, potè consigliare i suoi colle parole: Faciem ferite, mirate alla faccia, sicuro che per non essere sfregiati al volto avrebbero volte le spalle. Sull’elmo portavano creste e penne; avevano un gladio, uno scudo, scutum, il più spesso ovale, qualche volta curvo come un canale od embrice; onde dicevasi imbricatum, largo due piedi e mezzo della superficie, e quattro di larghezza, costruito di più legni leggieri, come il fico e il salice, ricoperti di pelli coi margini di ferro: vestivano la corazza, lorica, di cuojo o di ferro e armavansi di una specie di giavellotto, pilum, di ferro e pesante, il quale, diretto con arte, trapassava il nemico scudo ed anche i suoi loricati cavalieri; e finalmente avevano la gambiera, ocrea, di ferro, che, secondo Vegezio nel suo trattato De Re Militari, i veliti frombolatori, funditores, portavano alla gamba sinistra, e i legionarii alla destra, dandone la ragione in ciò che nella pugna i primi dovessero atteggiarsi ponendo il sinistro piede avanti, mentre i militi avanzassero invece il destro.

I veliti frombolatori armavano le loro frombe di ghiande missili (glandes), o grosse palle di piombo, in luogo di pietre, delle quali più spesso servivansi. Esse portavano incise lettere allusive, come Fir, per FIRMITER, quasi a dire scaglia forte, o Feri Roma, cioè colpisci o Roma, e il Catalogo delle Armi Antiche succitato, ricorda le ghiande missili dell’assedio di Ascoli (a. u. c. 664, 665) e quelle della Guerra Civile (a. u. c. 705) colle diverse leggende, tra cui nell’ultime Feri Pomp. e Feri Mag. cioè, colpisci Pompeo, colpisci il Magno, cioè il medesimo Pompeo, perocchè appunto dovesse questo gran capitano nel 705 occupare il Piceno per opporsi alle armi di Cesare. Il Museo Nazionale possiede 39 di queste ghiande dell’Assedio d’Ascoli, e 9 della Guerra Civile.

Le armi dei Principi e dei Triarii erano simili a quelle degli Astati; solo i Triarii, a vece dei pili, o giavellotti, portavano le aste, di che valevansi principalmente formandone selve dirette contro le cariche della cavalleria nemica, come si farebbero oggidì al medesimo intento i quadrati alla bajonetta.

Di talune di tali armi fornirono esempi gli scavi pompejani, come più sopra si è detto.

I soldati di cavalleria dapprima non portavano lorica, affin d’essere più spediti, ma una semplice vesta, ed anzi per questa speditezza maggiore, s’accostumavano i cavalli stessi a piegar le gambe e prostrarsi. Pare che non avessero sella, ma qualcosa che le somigliasse onde seder più sofice. Avevan asta più gracile, scudo o parma di cuoio; e quando poi imitarono l’armatura greca, ebbero gladio ed asta più grande e cuspidata, ossia appuntata, scudo, e nella faretra tre o più giavellotti, con cuspide larga, cimiero e lorica.

Ogni legione aveva i suoi maestri delle armi per ammaestrare i soldati. Primo esercizio era il camminare celere, eguale e giusto; quindi era la Palaria, per la quale combattendo contro un palo confitto in terra con armi pesanti, si addestravano a maneggiar le vere con agilità; altri eran: la lotta, il nuoto, il salto, il cavalcare, la marcia che spingevano fino a ventiquattro miglia in sei ore, e il porto dei fardelli. Avevan questi fin sessanta libbre di peso, senza tener conto delle armi, considerate queste come membra del soldato, secondo s’esprime Cicerone: Nostri exercitus primum, unde nomen habeant, vides; deinde qui labor, et quantus agminis ferre plus dimidiati mensis cibaria: ferre si quis ad usum velint: ferre vallum, nam scutum, gladium, galeam nostri milites in onere non plus numerant, quam humerus, lacertus, manus. Arma enim membra esse militis dicunt, quæ quidem ita geruntur apte, ut si usus foret, abiectis oneribus, expeditis armis, ut membris pugnare possint[12]. In tasche di cuojo, portavano frumento bastevole per venti giorni e Tito Livio dice fino per trenta[13], a cui dopo sostituirono il biscotto, che dicevan bucellatum[14].

I Romani non ebbero cavalleria leggiera, ma dopo aver patito a causa della cavalleria leggiera numidica, di essa se ne valsero di poi. Questi feroci soldati pugnavano nudi ed inermi, all’infuori d’una mazza, che maneggiavano con grandissima arte. Erano poi questi barbari di una maravigliosa destrezza nel saltare da un cavallo all’altro. Sul qual proposito rammenterà il lettore come Omero nell’Iliade accennasse alla somma destrezza de’ suoi eroi perfin su quattro cavalli. Teutobocco re dei Teutoni era solito saltar alternativamente su quattro ed anco su di sei cavalli.

Dovendo or dire degli accampamenti, o campi fortificati, castra, comincerò per segnalarne la disposizione, notevole per l’ordine e per l’arte. Essi, se permanenti, chiamavansi castra stativa e il campo si faceva in forma quadrata circondato da fossato, fossa, e da un parapetto, agger, costituente insieme ciò che veniva detto vallum, con palizzate chiamate sudes, come al verso di Virgilio:

Quadrifidasque sudes, et acuto robore vallos[15].

Si formavano all’accampamento quattro porte: prætoria, era la porta che fronteggiava il nemico; decumana, quella della parte opposta e per la quale si conducevan i soldati colti in delitto per essere puniti: le altre, dei lati, dicevansi principales coll’aggiuntivo di destra, o sinistra. Il campo si divideva poi in due parti: la superiore conteneva il quartiere del generale, prætorium, presso alla porta per ciò appellata prætoria, alla cui destra il luogo del questore, quæstorium, e alla sinistra i luogotenenti generali. Nella parte inferiore erano, nel mezzo la cavalleria, e dai lati di essa i Triarii, i Principi, gli Alabardieri e gli alleati.

L’interno era diviso in sette viali, il più largo dei quali correndo in dritta linea tra le due porte laterali e subito di fronte alla tenda del generale, era largo metri 3,04 e chiamavasi via principalis. Più innanzi, ma parallela, vi era un’altra strada detta via quintana, larga metri 3,52 e divideva l’intera parte superiore del campo in due eguali scompartimenti, e questi erano pure suddivisi in cinque altre strade della stessa larghezza.

Fra i Tribuni e Prefetti e dirimpetto alle due porte laterali eravi la parte più sacra degli accampamenti e dicevasi Principia, de’ quali già toccai in addietro. Ivi erano le statue e le principali insegne, vi si ergevano gli altari e si celebravano i sacrificj, a un di presso come nel Medio Evo si immaginò nelle città italiane il Carroccio. Nei Principii si tenevano i consigli dei duci, si amministrava dai tribuni militari la giustizia: tribunos jura reddere in principiis sinebant, come lasciò scritto Tito Livio[16].

Nota Giusto Lipsio che nel campo si inalberavano le banderuole, dalle quali ognuno conosceva il proprio posto.

La milizia aveva poi speciali insegne nel campo, come avverte Lucano in quel verso della Farsaglia:

. . . . . infestisque obvia signis

Signa pares aquilas et pila minantia pilis[17].

Più sopra ho ricordato che la legione aveva l’aquila per insegna, ed era essa d’oro o d’argento, inalberata su di un’asta e si figgeva, in terra, e quei che la portava dicevasi aquilifer. Il manipolo aveva la sua insegna: fu dapprima in un piccol fascio di fieno, posto sulla sommità d’una pertica, donde venne il nome di manipolo, come nota Ovidio nel Lib. III. de’ Fasti:

Illaque de foeno: sed erat reverentia foeno

Quantum nunc aquilas cernis habere tuas.

Pertica suspensos portabat longa maniplos

Unde Maniplaris nomina miles habet[18].

Più avanti fu sostituito il fascio di fieno da un’asta, con un traverso di legno alla sommità e su di esso una mano. Vi si misero anche imagini di numi, poi di imperatori, e l’adulazione vi fe’ collocare anche l’imagine di Sejano al tempo di Tiberio. I portatori di queste insegne furono chiamati imagiferi.

Ogni Centuria aveva la sua bandiera distinta, su cui ponevansi iscrizioni, o ricamavansi le figure dell’Aquila, del Minotauro, del cavallo o del cignale[19].

La cavalleria, alla sua volta, aveva in ogni turma un vessillo consistente in una picca con un traverso nella sommità, al quale s’accomandava un drappo su cui era tessuto a lettere d’oro il nome del generale[20].

Ogni parte del campo aveva a difesa una turma con tre manipoli, o una coorte con veliti, come si evince da Giulio Cesare, De Bello Civili[21]. Al quartiere de’ cavalieri v’erano i triarii, e Sallustio ci fa sapere che alla guardia del Console fosse un manipolo[22] ed una turma d’alleati straordinarii; a quella de’ legati fossero quattro astati ed altrettanti principi; a quella del questore tre.

Le guardie diurne di sentinella dicevansi excubiæ, quelle di notte vigiliæ. Tessera appellavasi la parola d’ordine, perchè consegnavasi alla sentinella una tavoletta di contrassegno in cui era scritto il manipolo al quale ciascuna guardia apparteneva e la veglia che gli toccava, come leggesi in Stazio:

Dat tessera signum

Excubiis positæ vices[23].

Venivano le sentinelle estratte a sorte dai tergoduttori e si conducevano avanti il tribuno di guardia: distribuite poi a’ rispettivi posti di guardia, vi venivano rilevate a suon di corno[24]. Un soldato, chiamato tesserario, riceveva dai tribuni la tessera al tramontar del giorno, e nella quale era scritto il motto, ed egli alla sua volta la consegnava, in presenza di testimoni, al suo manipolo od alla turma.

Marco Porcio Catone, sulla fede di Festo, insegna che Procubitores si chiamassero poi que’ soldati armati alla leggiera, che facevano di notte la scolta dinanzi agli alloggiamenti, quando questi erano vicini a quelli dei nemici.

Anche allora v’erano istromenti militari, de’ quali valevasi in diverse occasioni la milizia: la buccina, corno di caccia proprio dapprima de’ pastori, era stata poscia adottata negli eserciti; onde Properzio così notò tal passaggio:

Nunc intra muros pastoris buccina lenti

Cantat[25]

e Virgilio, nell’Eneide, ne disse l’uso guerresco:

Bello dat signum rauca cruentum

Buccina[26].

Il suon della buccina muoveva le insegne; la tuba, più piccola e simile alla nostra trombetta dava il segno dell’attacco e della ritirata: quella era a più giri, questa invece retta, giusta quanto avverte Ovidio:

Non tuba directi, non æris cornua flexi[27].

Il lituus era una trombetta più piccola, più dolce e curva, il cornu era di bufalo, legato in oro, con suono acuto e distinto: così accenna Seneca nell’Edipo ad entrambi questi istrumenti:

Sonuit reflexo classicum cornu,

Lituusque aduncos, stridulo cantus

Elisit ære[28].

Poco in uso era il tamburo, timpanum, di cui si servivano i Parti nel dar il segno della battaglia e se ne valevano i Romani a imitazione di essi, talvolta per distinguere in guerra i segni delle nuove evoluzioni, come più sensibili, giusta il verso di Stazio;

Tum plurima buxus,

Æraque taurinos sonitu vincentia pulsus[29].

Questo tamburo pare fosse formato da una caldaja di rame, lebes, sulla cui periferia era tesa una pelle come sono i timballi delle nostre odierne orchestre: nondimeno i Parti ebbero anche il lungo tamburo, come si rileva da Plutarco (In Crasso 23); ma allora sembra si chiamasse con greco nome symphonia.

Tubicen veniva detto il suonator della tromba; liticen quello del lituo; cornicen quello del corno, e tympanotriba quello del tamburo.

Detto della formazione della milizia e dei loro capi, tocchiamo brevemente degli stipendj. — Da prima è certo che nessuno stipendio si accordasse ai soldati, come che fosse tenuto obbligo naturale di libero cittadino di portar l’arme a difesa della patria; poi lo si ammise e fu di triplice natura; in denaro, in frumento e in vestiario. In denaro si diedero prima due oboli al giorno; ma Cesare, per tenersi il soldato affezionato, ne duplicò il soldo; altri imperatori, pe’medesimi interessi, l’accrebbero. Ho già detto come poi al frumento si sostituisse il biscotto.

Dopo ciò seguiamo la milizia all’azione.

Siccome tanto in Grecia che in Roma non vi aveva per avventura atto della vita pubblica nel quale non si invocasse auspice la divinità, tanto che in Roma non seguisse adunanza pubblica se prima gli auguri non avessero assicurato propizii i numi, e l’assemblea non avesse ripetuta la preghiera pronunziata dall’augure, ed anzi il luogo di riunione pel Senato fosse un tempio e fossero multate di nullità le decisioni deliberate in luogo non sacro. Così non sarebbesi potuto muovere la milizia alla guerra senza l’intervento della religione.

A tale effetto trovasi ricordato in Dionigi d’Alicarnasso[30] e nello Scoliaste di Virgilio[31] come nelle città italiche fossero istituiti collegi di Feciali, i quali presiedevano a tutte le cerimonie sacre cui davano luogo le relazioni internazionali. Gli speciali uffici di questi sacerdoti ho già raccontato ne’ capitoli della storia[32] e detto come ad essi incombesse pronunciar la formula sacramentale della guerra. Un tal rito egli compiva colla testa velata, e una corona sulla testa. Quindi il Console in abito sacerdotale apriva solennemente il tempio di Giano e faceva il sacrificio a propiziare il Dio. Le viscere della vittima immolata venivano dall’aruspice esaminate, e se favorevoli riuscivano i segni, il console riconoscendo che gli Dei permettevan la pugna, dava gli ordini della stessa.

E ciò che il Console faceva allo intimarsi della guerra, ripeteva il sommo duce, sagrificando cioè e pronunciando solenni preghiere, e così ad ogni campale battaglia facevasi precedere la consultazione delle viscere degli animali sagrificati.

Era insomma nè più nè meno di quello che si faceva nella più remota antichità anche in Grecia, ciò che prova la comune origine delle due nazioni. Restò famoso quanto intervenne alla battaglia di Platea. Gli Spartani erano già ordinati in battaglia; ognuno trovavasi al suo posto e la corona in testa udivano i suoni dei tibicini che accompagnavano gli inni religiosi. Dietro le file il re attendeva al sacrificio, ma le viscere delle vittime non presentavano i favorevoli auspici; epperò rinnovavasi il sacrificio. Più vittime vennero immolate; ma intanto la cavalleria persiana avanza, scaglia i suoi dardi e fa cadere gran numero di Lacedemoni. Ma questi rimangono immobili, lo scudo al piede, sotto la grandine nemica in aspettazione del segnale degli Dei. Questo finalmente è manifestato e allora i militi spartani imbracciano gli scudi, danno mano alla spada, gittansi animosi sull’inimico, lo combattono fieramente, lo sbaragliano e riportano la più gloriosa vittoria.

Eschilo, nei Sette a Tebe, così fa pregare, prima della battaglia gli Dei:

O voi possenti, o prodi

Voi divi e dee beate,

Di questo suol custodi,

Della città non date

Preda a nimico di sermon diverso

Esaudite di vergini

Il prego a voi con tesa man converso.

Deh la città secura,

Amici Dei, ne renda

Il favor vostro, e cura

Pur del sacro vi prenda

Popolar culto; e rimembrate, o numi,

L’are, che a voi di vittime

Arder Tebe fe’ sempre, e di profumi[33].

Anche in Euripide, nei Fenicii, è detta consimile preghiera.

Da qui il costume che cogli àuguri seguissero l’esercito romano anche i pullarii, che dal pasto dei polli traevano gli auspici[34], e dei quali doveva essere frequente e rispettato l’ufficio, se ogni legione l’avesse[36], se Planco scrivendo a Cicerone seriamente dicessegli: Pullariorum admonitu, non satis diligenter eum auspiciis operam dedisse[37].

L’armata si schierava in battaglia in due o tre battaglioni; le legioni romane erano sempre nel mezzo; ai fianchi, a formar le ale, le legioni alleate. La cavalleria, per consueto, alle spalle della fanteria, e Tito Livio nota che venisse anche collocata in coda, ad impedire che l’oste nemica non circondasse l’armata. Ho già detto come i Veliti fossero i primi ad aprir la pugna, seguissero poscia gli Astati e appresso i Principi; la vanguardia si componeva di quaranta compagnie. Il generale stava fra i Triari e i Principi, e a lato aveva la guardia pretoria, gli evocati ed un tribuno di ogni legione. Il prefetto della cavalleria comandava alle dieci turme, come il decurione più vecchio sovrastava a ciascuna turma.

I Romani poi sapevano mirabilmente fortificarsi, munendo le loro città di torri, di muraglie merlate e di larghi e profondi fossati. L’ingresso in città era per porte praticate nel piede delle torri con ponti levatoj e saracinesche, come già ci accadde di vedere a Pompei. Tutto un sistema di torri le cingeva, ed a cagion d’esempio, nelle carte topografiche antiche di Milano pur colonia romana, detta anzi altera Roma, si vedeva che fra una torre e l’altra non correvano più di cento piedi. Le piazze-forti approvvigionavano, in previsione di assedio, di viveri e di armi e d’ogni cosa atta ad offendere, siccome bitume, solfo e pece. In caso invece di investimento di una città, vi si praticavano intorno linee di circonvallazione e trincee; e se fosse sembrata impresa non grave, usavasi riempirla di una linea di soldati che chiamavano corona, giusta quanto vedesi ricordato nel seguente verso di Silio Italico:

Mœnia flexa sinu, spissa vallata corona

Alligat[38],

od anche nello storico Giuseppe Ebreo, De Bello Iudaico si legge: Duplici peditum corona urbem cingunt et tertiam seriem equitum exterius ponunt[39].

All’espugnazione poi servivasi di una infinità di macchine dette Poliorcetiæ, dal loro inventore Demetrio Poliorcete. Comprendevasi nel numero di esse il terrapieno fatto di terra, pali e fascine onde porvi le torri e battere in breccia. La torre mobile a diversi piani, perfino di quaranta piedi d’altezza e montata su ruote; la testuggine, specie di tettoja di legno coperta di pelle bovina onde metterla al coperto dagli assalitori, facevasi cogli scudi sulla testa quando correvano insieme all’assalto onde difendersi da’ proiettili nemici; l’ariete, trave lunga e grossa guernita all’estremità di una testa di ferro che, sostenuta da’ soldati stessi coperti dalla testuggine, veniva violentemente spinta contro le muraglie; la catapulta, macchina, secondo Vitruvio[40], di due braccia atta a scagliar dardi di molta grandezza, materie infiammate e sassi; la balista, mossa da nervi allo stesso scopo di scagliar pietre; il tollenone, o trave in terra confitta con altra alla cima, così collocata traversalmente che abbassandosi l’un de’ capi, l’altro s’inalzava, ed a questi capi erano adattati certi graticci entro cui s’ascondevano i soldati e dai quali offendevano l’inimico; e l’altalena, macchina movibile da cui s’alzava il ponte fino all’altezza delle mura assediate e da cui gittavasi la scala munita di uncini onde aggrapparla al parapetto e compire la scalata. L’elepoli, la terebra, la galleria, la vigna, con o senza ruote, erano altrettante testudini di diversa fattura; chi poi volesse avere di questi bellici strumenti l’idea più esatta, ricorra al libro X di Vitruvio che ne discorre ampiamente. Tutte queste macchine poi trattavano i Romani con somma destrezza e agilità.

Quando si accingevano ad impresa di molto momento e alla battaglia, o quando trattavasi di comporre una spedizione militare, il comandante arringava i soldati, e Tito Livio nelle sue storie ci fornì magnifici esempi di militare eloquenza, e se l’entusiasmo de’ soldati rispondeva alle parole di lui, Ammiano disse che lo si esprimeva col percuotere gli scudi e colle acclamazioni: Hac fiducia miles, hastis feriendo clypeo, sonitu adsurgens ingenti, uno propemodum ore dictis favebat et cœptis[41]; ma se l’arringa non trovava approvazione, facevasi intendere una confusa mormorazione od opponevasi il più assoluto silenzio; onde più tardi potea dirsi con istorica allusione che il silenzio fosse la lezione dei re.

Il comandante, dopo la battaglia e la vittoria, assolte le pubbliche e solenni cerimonie del sacrificio, pel quale processionalmente portavasi al tempio principale della città, fra i canti guerreschi de’ soldati incoronati che lo seguivano, e le grida Io triumphe[42], dinanzi alla fronte del suo esercito, lo ringraziava, particolarmente facendo onorevole menzione di coloro che meglio si fossero distinti e distribuiva i premj secondo le diverse qualità di essi. Chi avesse combattuto corpo a corpo col nemico, o presolo, od ammazzato, otteneva l’asta pura, o mezza picca tutta di legno, così rammentata da Virgilio:

Ille vides pura juvenis, qui nititur hasta[43].

Ottenevano monili d’oro o d’argento, braccialetti o catene coloro che avessero reso segnalato servizio.

Più ambite per altro erano le corone. Davasi la civica, ed era guarnita di quercia, a chi avesse salvo un cittadino; onde Claudiano, nelle lodi di Stilicone, cantò:

Mos erat in veterum castris, ut tempora quercu

Velaret, validis fuso qui viribus hoste

Casurum potuit, morti subducerem civem[44].

Concedevasi la murale d’oro, perchè foggiata a muro e baluardi, a chi primo avesse scalato le mura:

. . . . . Cape victor honorem

Tempora murali cinctus turrita corona[45].

La castrense o vallare, ed era d’oro formata come di palizzate di vallo, per colui che primo avesse occupato il campo nemico; la navale o rostrale a chi primo fosse saltato sulla nave nemica; l’ossidionale o graminea, intesta d’erba colta nel luogo assediato, al capitano che avesse costretto il nemico a levar l’assedio: la trionfale, che fu prima di alloro, poi d’oro, al capo supremo dopo una segnalata vittoria, e finalmente la ovale di mirto a chi riportasse ovazione, o trionfo minore.

Erano altre distinzioni militari: l’intervento ai publici ludi fregiato dei riportati premj, l’esposizione delle spoglie nemiche alle pareti esterne delle case con divieto di levarnele anche per vendita delle medesime, e Tibullo vi accenna in quel distico:

Te bellare decet terra, Messala, marique,

Ut domus hostiles præferat exuvios[46].

Il supremo comandante, che ucciso il comandante nemico, ne lo avesse spogliato, la spoglia, detta opima, sospendevasi nel tempo di Giove Feretrio. Tre soli conseguirono questo onore: Romolo uccidendo Acrone re de’ Cicimei, Cornelio Cosso ammazzando Tolunnio re de’ Tusci, e Marcello spegnendo Viridomaro re de’ Galli[47].

Ai primi tempi di Roma la preda bellica ripartivasi fra coloro che avevano preso parte alla guerra; dopo venne qualche volta promessa ai soldati per incuorarli alla pugna; il più spesso spettava alla Repubblica e l’impadronirsi di essa costituiva perfino reato di peculato.

Ma l’onore maggiore e che importava il più superbo e solenne spettacolo, era il trionfo, che veniva accordato a quel supremo capitano che avesse riportata alcuna insigne vittoria; ma solo vi poteano aspirare i dittatori, i consoli e i pretori; sì che citisi come singolar privilegio l’averlo ottenuto Cn. Pompeo di soli 24 anni, ed essendo appena cavaliere. Per aver diritto e chiederlo, era mestieri avere in una sola battaglia sbaragliato almeno cinquemila nemici, deporsi dal comando dell’armata e, restando fuori di Roma, domandarlo per lettera involta in foglie d’alloro, indirizzata al Senato, che venuto nel tempio di Bellona, leggevala e trovato giusto quell’onore, lo concedeva, riconfermandolo imperatore.

Per essere stato rifiutato l’onor del trionfo ai Consoli Valerio ed Orazio, il tribuno Icilio ne appellò al popolo, che loro lo accordò, onde quindinnanzi ne nacque spesso conflitto di autorità. Fu per tale conflitto che Claudia vestale, saputo che disturbar volevasi il trionfo del proprio padre Claudio, e farlo scendere in mezzo ad esso dal carro, a ciò impedire, montò ella stessa il carro con lui; perocchè nessuno sarebbesi attentato portar la mano su d’una vestale.

Il supremo duce, cui era decretato il trionfo della veste palmata, ossia tessuta a frondi d’alloro, che si mutò nel seguito in porpora tessuta d’oro, cingeva le tempia d’una corona d’alloro, che poi fu d’oro, e nell’una mano stringendo uno scettro eburneo sulla cui cima era un’aquila d’oro, nell’altra invece un ramoscello d’alloro, attendeva il Senato, che gli moveva incontro seguito da’ littori co’ fasci ornati di frondi pure di lauro e incominciava la pompa del trionfo. Precedevano i tibicini e trombettieri suonando concenti di battaglia. Venivano poscia i bianchi tori coperti da gualdrappe di porpora ricamata d’oro, e dorate le corna, destinati ad essere sagrificati, e condotti dai vittimarj stringenti ciascuno una lancia, susseguiti da’ sacerdoti. Tenevano dietro i molti carri colle imagini delle nazioni e castella debellate; onde il popolo, giusta quanto cantò Ovidio:

Ergo omnis populus poterit spectare triumphos

Cumque ducum titulis oppida capta leget[48].

Quindi i carri recanti le spoglie dei nemici, le armi, l’argento, il danaro, i vasi, le insegne e le macchine guerresche conquistate.

Dietro di essi camminavano i re, i capitani e i prigionieri colla testa rasa in segno di loro schiavitù, e carichi di catene:

Vinclaquæ captiva reges cervice gerentes

Ante coronatos ire videbit equos[49]

e finalmente arrivava maestoso su di un carro, ricco d’avorio ed incrostato d’oro e tratto da quattro bianchi corsieri, attelati tutti di fronte, il trionfatore:

Portabit niveis currus eburnus equis[50].

Nei tempi ultimi della republica, Pompeo ai cavalli sostituì gli elefanti, Marcantonio i leoni, Nerone giumenti ermafroditi, Eliogabalo le tigri, e Aureliano le renne.

I figli dei trionfatori o stavano sui cavalli del carro trionfale, come praticò Paolo Emilio, o sovra il carro stesso, o immediatamente venivano dietro di esso.

Tertulliano poi nota, che uno schiavo sostenesse la corona del trionfatore e a tratti gli gridasse: Respice post te, hominem esse memento.

Entrando il trionfatore per la porta Capena, per la quale si andava al Campidoglio, meta del trionfo, il popolo lo acclamava colle grida Io triumphe, e la formula del popolare entusiasmo, quasi sacramentale, è suggellata nelle odi di Orazio, in quella a Giulio Antonio, ne’ seguenti versi:

Teque dum procedis, Io Triumphe

Non semel dicemus, Io Triumphe

Civitas omnis: dabimusque Divis

Thura benignis[51].

Arrivato tra plausi al Campidoglio, dimessa la toga trionfale, volgevasi agli Dei con questa preghiera: Gratias tibi, Iupiter Optime Maxime, tibique Junoni Reginæ et cæteris huius custodibus, Habitatoribusque arcis Diis, lubens lætusque ago, Re Romana in hanc diem et horam per manus quod voluistis meas, servata, bene gestaque, eamdem et servate, ut facitis, fovete, protegite propitiati, supplex oro[52].

Si immolavano allora le vittime e compivansi i sacrifici: il trionfatore deponeva l’alloro nelle mani della statua di Giove; quindi i prigionieri venivano tradotti al carcere Tulliano dove si facevano miseramente morire[53].

Si chiudeva l’augusta cerimonia con un lauto banchetto a spesa publica, e vi intervenivano i maggiorenti della città, all’infuor de’ consoli, acciò, osserva Valerio Massimo, il trionfatore vi serbasse la preminenza[54]. Alla plebe poi si distribuiva in segno d’allegrezza denaro. V’ebbero trionfi che durarono tre giorni, come quello di Paolo Emilio, nel quale porse commovente spettacolo il re Perseo in catene co’ suoi figliuoli, inscii, per la tenera età, della loro immensa sventura. Quello di Giulio Cesare, descrittoci da Dione Cassio, durò quattro giorni.

Il trionfo navale era suppergiù il medesimo. Solo facevasene precedere la domanda colla spedizione di una nave ricca di spoglie ed adorna d’alloro.

Il minor trionfo che dicevasi ovazione, perchè esigeva il sagrificio d’una pecora, ovis, compivasi andando il supremo duce, al quale era aggiudicato, o a piedi od a cavallo al Campidoglio, con corona di mirto in capo, con toga bianca orlata di porpora e con ramo d’ulivo in mano. Accordavasi a chi avesse riportata una vittoria su nemico disuguale, come pirati, schiavi, transfughi. Eran nella procession trionfale i tibicini, portavansi le insegne militari, le spoglie, le armi, il denaro.

I trionfatori ottenevano talvolta l’onore delle statue o dell’erezione di colonne o di un arco, l’uso della corona e della veste trionfale, il diritto alla sedia curule e cento altre prerogative.

Ma pari alla grandiosità de’ premj, era la gravità delle pene che s’infligevano a’ delinquenti militari. Severissima era la militar disciplina, e si comprende allora come la sentinella pompejana, neppur davanti ai pericoli ed all’orrore del terribile cataclisma avesse violata la consegna, ma, rimasta al suo posto, vi perisse; e la disciplina non v’ha chi ignori essere la virtù e la forza precipua degli eserciti.

Già ne’ capitoli della storia ho ricordato il formidabile esempio del giovane Manlio Torquato dannato a morte dal padre, per essersi, contro divieto, battuto con Geminio Mezio, che lo aveva sfidato; nè altrimenti aveva operato Giunio Bruto co’ proprj figliuoli, fatti trucidare da lui pel sospetto di essersi ammutinati nel campo affin di rimettere in trono i Tarquinj.

La sedizion militare e la fuga di un corpo di milizia punivasi colla decimazione, cioè collo estrarre a sorte dieci soldati in cento e mandarli a morte; e la ragione di tal pena è fornita da Cicerone: Stuatuerunt itaque majores nostri, ut si a multis esset flagitium rei militaris admissum, sortione in quosdam anima deterreretur: ut metus videlicet ad omnes, pœna ad paucos pervenerit[55]. Eravi anche la vigesimazione e la centesimazione. Se il soldato abbandonava il suo posto di guardia, se disertava per tre volte, se rendevasi colpevole di nefando delitto, di spergiuro o di falsa testimonianza, veniva dal Tribuno e da un consiglio di guerra, sempre adunato in causa capitale, condannato a morte colle verghe, e questo genere di morte chiamavasi fustinarium. Fustem capiens Tribunus, scrive Polibio, condemnatum leviter tangit et delibat. Quo facto, omnes qui in castris sunt, ferientes alius fustibus, alius lapidibus, plerosque in ipsis occidunt[56].

Il latrocinio, al dir di Frontino, si puniva col taglio della mano del colpevole, e quindi gli si eseguiva la pena del fustinarium.

Si usò ne’ delitti gravi il taglio della testa colla scure; i disertori anche coll’affissione in croce.

Pene minori erano la fustigazione leggiera con dieci, venti o cento battiture, e si applicavano per codardia o per mancanze; la multa e, dove non pagata, il pegno, privandosi il soldato di parte delle armi, che doveva provvedersi con denaro proprio e si chiamava censio hastaria.

Erano del pari punizioni militari: l’orzo dato a vece del frumento, quasi ritenuti indegni dell’alimento umano, perchè l’orzo davano a’ giumenti; la sospensione del soldo, e il soldato dicevasi allora ære dirutus; l’attendarsi fuor del vallo o del campo, e lasciato quindi più esposto al nemico; l’abito vile, o disciolto; il mutar di milizia e talvolta il rilegamento fra i bellici impedimenti ed alla custodia dei prigionieri; lo star in piedi alla cena, solendo in tempo di essa i soldati romani star seduti, e va dicendo.

Compiuta la sua ferma, o come dicevasi dai Romani, confecta stipendia, il soldato veniva congedato, e il congedo, missio, era poi di duplice natura. Dicevasi onesto, honesta missio, a chi aveva ultimato il servizio militare; causario, causaria missio, se motivato da vizio, difetto o morbo.

Era poi detto grazioso, se accordato al milite da’ comandanti per favore, ma poteva revocarsi da’ censori; ignominioso, se fosse stato determinato da crimine o delitto.

Sotto di Augusto poi vi ebbe quella specie di congedo che appellavasi exauctoratio, ed era il congedo a servizio militare compiuto, che non obbligava ad altro onere di milizia, se non alla pugna contro il nemico, e in tal caso dicevansi veterani sifatti soldati.

Questi che ho riassunti in breve erano gli ordinamenti della romana milizia, che a compimento del quadro della vita publica de’ romani e delle città, come Pompei, che s’erano alle leggi ed alle costumanze de’ romani conformate, dovevo far conoscere al lettore.

CAPITOLO XX. Le Case.

Differenza tra le case pompejane e romane — Regioni ed Isole — Cosa fosse il vestibulum e perchè mancasse alle case pompejane — Piani — Solarium — Finestre — Distribuzione delle parti della casa — Casa di Pansa — Facciata — La bottega del dispensatorPostes, aulæ, antepagmentaJanua — Il portinajo — ProthyrumCavædiumCompluvium ed impluviumPuteal — Ara dei Lari — I Penati — Cellæ, o contuberniaTablinum, cubicula, fauces, perystilium, procœton, exedra, œcus, tricliniumOfficia antelucanaTrichila — Lusso de’ triclinii — Cucina — Utensili di cucina — Inservienti di cucina — Camino: v’erano camini allora? — Latrina — Lo xisto — Il crittoportico — Lo sphæristerium, la pinacoteca — Il balineum — L’Alæatorium — La cella vinaria — Piani superiori e recentissima scoperta — CœnaculaLa Casa a tre piani — I balconi e la Casa del Balcone pensile — Case principali in Pompei — Casa di villeggiatura di M. Arrio Diomede — La famiglia — Principio costitutivo di essa — La nascita del figlio — Cerimonie — La nascita della figlia — Potestas, manus, mancipiumMinima, media, maxima diminutio capitis — Matrimonii: per confarreazione, uso, coempzione — Trinoctium usurpatio — Diritti della potestas, della manus, del mancipiumAgnati, consanguineiCognatioMatrimonium, connubiumSponsali — Età del matrimonio — Il matrimonio e la sua importanza — Bigamia — Impedimenti — Concubinato — Divorzio — Separazione — DiffarreatioRepudium — La dote — Donatio propter nuptias — Nozioni sulla patria podestà — Jus trium liberorum — Adozione — Tutela — Curatela — Gli schiavi — Cerimonia religiosa nel loro ingresso in famiglia — Contubernium — Miglioramento della condizione servile — Come si divenisse schiavo — Mercato di schiavi — Diverse classi di schiavi — Trattamento di essi — Numero — Come si cessasse di essere schiavi — I clienti — Pasti e banchetti romani — Invocazioni al focolare — Ghiottornie — Leggi alla gola — Lucullo e le sue cene — Cene degli imperatori — Jentaculum, prandium, merenda, cœna, commissatio — Conviti publici — Cene sacerdotali — Cene de’ magistrati — Cene de’ trionfanti — Cene degli imperatori — Banchetti di cerimonia — Triumviri æpulonesDapes — Triclinio — Le mense — Suppellettili — Fercula — Pioggie odorose — Abito e toletta da tavola — Tovaglie e tovaglioli — Il re del banchetto — Tricliniarca — Coena recta — Primo servito — Secunda mensa — Pasticcerie e confetture — Le posate — Arte culinaria — Apicio — Manicaretto di perle — Vini — Novellio Torquato milanese — Servi della tavola: Coquus, lectisterniator, nomenclator, prægustator, structor, scissor, carptor, pincerna, pocillator — Musica alle mense — Ballerine — Gladiatori — Gli avanzi della cena — Le lanterne di Cartagine — La partenza de’ convitati — La toletta d’una pompejana — Le cubiculares, le cosmetæ, le calamistræ, ciniflones, cinerarii, la psecas — I denti — La capigliatura — Lo specchio — Punizioni della toaletta — Le ugne — I profumi — Mundus muliebris — I salutigeruli — Le VenereæSandaligerulæ, vestisplicæ, ornatrices — Abiti e abbigliamenti — Vestiario degli uomini — Abito de’ fanciulli — La bulla — Vestito degli schiavi — I lavori del gineceo.

Conosciuta che abbiamo la vita publica de’ Romani, se non desunta interamente da quanto offrirono gli scavi di Pompei, certo tuttavia avvalorata e grandemente da essi, facciamoci ora a chiedere ai medesimi tutto quanto ha tratto alla vita privata. Entriamo nelle case di Pansa e di Sirico, di Cornelio Rufo e di Caprasio Primo, di Olconio e di Giulia Felice, non che de’ molti altri facoltosi pompejani: affacciamoci anche alle più modeste ed a quelle dell’uomo del popolo e interroghiamo. Quelle mute rovine ne avranno di eloquenti rivelazioni a fare. Collo ajuto degli scrittori di quel tempo indovineremo l’uso d’ogni singola stanza, come con essi ci siam resa ragione d’ogni altra cosa, che siam venuti fin qui discorrendo, e risaliam dopo alle più elevate considerazioni toccanti la famiglia e il costume, gli usi e le consuetudini. Ampio è codesto argomento che piglio a svolgere; ma vedrò modo di rapidamente farlo.

Avanti tutto, esaminiamo, o lettore, la casa, nel suo materiale.

La prima osservazione che si presenta è quella, che abbiamo insieme già fatta, parlando nel capitolo dell’Arti dell’Architettura: la piccolezza cioè, di esse, della quale a stento possiamo capacitarci, accostumati come siamo ad ammirare la vastità de’ palazzi de’ nostri grandi, e l’ampiezza pur delle nostre case. Ricorderà il lettore che non solo credetti attribuire questa piccolezza delle case pompejane alla vita che que’ cittadini facevano frequentemente in istrada e in piazza, ma piuttosto alle abitudini, alle tradizioni ed al gusto de’ Greci che vi si conservavano. Ecco perchè mai si terrebbe ad esempio una casa pompejana, per formarsi un’esatta idea di una casa romana. I Greci studiarono più presto le bellezze delle forme architettoniche, che lo splendore della grandezza seguìta da’ Romani. Questi d’altronde non avrebbero potuto colle anguste abitazioni greche mantenere il costume superbo d’essere sempre seguiti e corteggiati da una folla di clienti, d’essere sempre assistiti e serviti da una quantità di servi. Alla finezza del gusto finalmente sopperirono i Romani colla magnificenza.

Colle case pompejane pertanto argomentiamo in quelle vece solamente come potessero essere le case di Pericle e di Aristide, di Socrate e di Platone, di Atene, di Sparta e di Corinto.

Contuttociò, la distribuzione delle parti puossi dire comune tanto alle case greche che alle romane; suppergiù una casa pompejana è distribuita come era una casa romana, eccettuata l’ampiezza maggiore di quest’ultima; come pure si possa dire che visitata una casa, siensi visitate tutte, perocchè a un di presso siano tutte egualmente conformate: nelle sole decorazioni consistendo per avventura la differenza.

Un’altra diversità si riscontra per avventura nel mancare le case pompejane di vestibulum. Tal nome non davasi già a quella parte della casa che così designiamo oggidì, ma bensì come raccogliesi da Vitruvio e da Aulo Gellio[57], a quella corte o piazza che stava avanti alla casa, od a qualunque altro grandioso edificio, subito sulla fronte dell’entrata principale, lo che ottenevasi col prolungare le mura laterali al di là della facciata dell’edifizio, come del resto suole, di frequentemente vedersi massime ne’ palazzi di campagna, chiuse per lo più cotali corti o piazzali da muri o cancellate, od anche determinate da albereti. In Pompei, città di terz’ordine, adagiata su d’un pendio, che non poteva disporre di larghi spazi, che le case erano piccolette, non vi potevano essere vestiboli nel senso che assegnavasi allora ad essi, convenienti questi ad edifici piuttosto grandiosi. Pare per altro dal luogo stesso di Vitruvio che in greco dicendosi prothyra i vestiboli che sono avanti alle porte, e prothyra da’ Romani quelli che in greco si dice diathyra, cioè cancello o riparo, vestibolo potesse essere detta pur quella parte subito successiva dove stava l’ara o focolare, di cui dirò fra breve, se si deve aggiunger fede ad Ovidio:

Huic quoque vestibulum dici reor: inde precando

Adfamur Vestam; quæ loca prima tenes[58].

Or venendo a dire dell’altezza delle case di Pompei, se in Roma si spinse talmente la fabbrica delle case fino ad esservi undici piani, tal che Augusto fosse costretto a rendere un editto che conteneva l’ardimento degli architetti acciò non varcassero l’altezza di settanta piedi, e Trajano a ridurla a sessanta, per la maggiore sicurezza e salubrità: in Pompei, sa già il lettore, come quasi tutte le case sembri non abbiano avuto che il pianterreno e un primo piano, che appellavano solarium, onde il nostro solajo. Taluna appena, come vedrà più avanti, si riconobbe aver avuto due piani e il solajo.

Qui altra osservazione è dato di fare avanti queste casette pompejane, prima di mettervi il piede: la mancanza, cioè, assoluta di finestre sulla via. Poteva ciò essere l’effetto delle imposizioni che gravitavano su di esse; ma più perchè la casa tenevasi per santuario chiuso all’occhio profano; perocchè le imposte gravi, non avrebbero trattenuto gli Olconj e i Pansa, e i tanti altri maggiorenti dallo averle. Del resto anche nell’interno le camerette il più sovente ricevevano luce dall’uscio e da lucernari dall’alto. La luce piovente dall’alto era anche in Roma in quasi tutte le case: avvertimento codesto non inutile pel giusto collocamento de’ capolavori dell’arte antica, e pel modo più sicuro di apprezzamento.

Sa già del pari il lettore come Pompei si dividesse in regioni, regiones, e queste in isole, insulæ, le quali assumevano il nome del proprietario principale delle case o dell’unica casa onde si costituiva, come questa di Pansa, che invito il lettore a visitare come esempio di tutte nella via delle Terme.

Scoperta dal 1811 al 1814, si ritenne appartenente a Pansa, edile, poichè un’iscrizione dipinta su di una spalla o pilastro della porta così dicesse:

PANSAM ÆDILEM PARATVS ROGAT[59].

Questa famiglia dei Pansa abbiam già veduto ricordata nell’Anfiteatro: essa doveva essere tra le più influenti e autorevoli nella città; Fiorelli, nella Storia delle Antichità Pompejane, riferisce quest’altra iscrizione che rammenta Cuspio Pansa:

CVSPIUM PANSAM
AED . FABIVS EVPOR . PRINCEPS
LIBERTINORVM[60].

La facciata principale ha sei botteghe, nel cui mezzo vi è la porta: le botteghe per altro, come in quasi tutte le altre case, non hanno comunicazione coll’interno della casa, all’infuori di una che riusciva all’atrio, occupata forse dallo schiavo, dispensator, che là vendeva vino, olio e le derrate raccolte nel fondo del padrone, come, massime in Firenze, veggiam praticarsi tuttodì. Delle botteghe non ci intratterremo, perchè l’abbiam già fatto nell’apposito capitolo.

Della porta d’ingresso della casa esistono ancora i due pilastri, o stipiti, postes, non le antæ o fores, o battenti, diremmo noi, perchè consumate dal fuoco del Vesuvio, ma che secondo lo stile de’ Romani, dovevano essere di cedro o d’altro legno prezioso, di nobile architettura, o a specchi ornati di intagli, o a grosse borchie a capocchie dorate, e si dicevano antepagmenta; e si aprivano al di dentro della casa, onde non essere d’impaccio sulla via, in ciò diversificando dal costume greco. Chiudevansi poi internamente con ispranghe di ferro che dall’alto scendevano a configgersi in terra come pur oggidì si usa.

Janua dicendosi la porta, janitor era detto il portinajo, od anche ostiarius, al qual ufficio destinavasi uno schiavo incatenato che stava a sedere nella cella ostiaria, ed aveva la cura dell’ingresso, tenendo una verga nella mano. Nella casa di Pansa, come nella più parte delle case pompejane, l’ostiarius doveva stare nel prothyrum, o stretto corridojo corrispondente alla porta e che metteva all’atrium. A fianco dell’ostiarius stava spesso un grosso cane, ma già espressi come si fosse sostituito al cane vivo, uno di musaico, che lo rappresentasse, od anche la semplice leggenda cave canem. Ricordai pure come sul limitare dell’atrium vi fossero anche altre leggende, come salve, salve lucru, ecc. In questa casa di Pansa leggevasi la sola parola SALVE in musaico, la quale fu trasportata nel Museo di Napoli.

L’atrium, detto eziandio cavædium, quasi la parte cava e vuota della casa, cava ædium, è nella casa di Pansa un cortiletto della specie tuscanica, recinto di portici e semplice, sostenuto da quattro mensole affrancate nel muro, e sul quale venivano a poggiare le quattro parti del tetto che versavano la pioggia nel compluvium, o bacino, nel mezzo del cortile. Talvolta dagli scrittori si confondono il compluvium coll’impluvium e si scambiano promiscuamente. Plauto medesimo ha nel Soldato Millantatore, Miles gloriosus, questi versi:

Mihi quidem jam arbitri vicini sunt, meæ quid fiat domi,

Ita per impluvium intro spectant[61].

A togliere siffatto inconveniente del guardar de’ vicini per l’impluvio nella casa, Plinio ne fe’ sapere come si usassero cortine che coprissero tutto il compluvio. A fianco dell’impluvium era il più spesso un puteal o bocca del serbatojo d’acqua: qui era pure un altare per gli Dei domestici, lares, su cui ardevansi profumi.

Come in Grecia, anche in Roma la casa soleva avere un altare, e su di esso della cenere e dei carboni accesi. I Greci questo altare appellavano ἑστὶα, parola colla quale si designò di poi la dea Vesta, la quale, per testimonianza d’Ovidio, non era che fiamma viva.

Nec tu aliud Vestam, quam vivam intellige flammam[62],

e più sotto:

Effigiem nullam Vesta nec ignis habent[63].

I latini lo chiamavano ara ed anche focus. Impedivasi che questo fuoco si estinguesse, curando che anche la notte, coperto dalle ceneri, non si consumasse interamente. Al mattino era prima sollecitudine di ravvivarlo, perchè la sua estinzione equivaleva a funesto presagio; tanto così che focolare estinto fosse sinonimo di famiglia estinta. Nè doveva essere codesta alimentazione del fuoco sull’ara una costumanza indifferente, se v’erano regole e riti all’uopo. Non era buona ogni sorta di legna, mentre anzi il servirsi di taluna sarebbe stata empietà, meno poi gittarvi su materie immonde. Tuttavia Macrobio, ne’ suoi Saturnaliorum, ricordò come presso i Romani alle calende di Marzo ciascuna famiglia dovesse estinguere il suo fuoco sacro, per riaccenderne un altro; e la ragion dà Ovidio nel lib. III, Fastorum:

. . . . vires flamma refecta capit[64],

ma per ciò fare non potevasi adoperare la selce e il ferro, ma si dovesse concentrare in un punto solo i raggi solari, o forse far uscire la scintilla dal rapido sfregamento di due legni.

A questo fuoco prestavasi adorazione e culto, con offerte di fiori, d’incenso, di vino e di vittime, veggendosi in esso un dio provvido, benevolo e protettore della casa: onde nessuna meraviglia il leggere in Virgilio di Ecuba, che quando il palazzo di Priamo fu invaso da’ Greci, visto Priamo stesso venirle innanzi giovenilmente armato, ella gli avesse a dire:

. . . . quæ mens tam dira, miserrime conjux,

Impulit his cingi telis, ant quo ruis? inquit.

Non tali auxilio, nec defensoribus istis

Tempus eget: non si ipse meus afforet Hector

Huc tandem concede: hæc ara tuebitur omnes,

Aut moriere simul[65].

Focolare, lare domestico e Penati erano poi tutti una medesima cosa nel linguaggio ordinario. Infatti scrive Servio, lo scoliaste di Virgilio: «Per focolari gli antichi intendevano gli Dei Lari, e così Virgilio ha potuto indifferentemente ora dire focolare, per Penati, ora Penati per focolare[66]

I numi poi che gli antichi chiamavano Lari od Eroi, non erano che le anime de’ morti, alle quali assegnavano sovrumana potenza, la cui memoria era sempre annessa al focolare.

Di queste divinità costituivasi la religione domestica, di cui il solo padre famiglia era il pontefice, non essendovi per essa regole uniformi, giusta l’espressione di Varrone: Suo quisque ritu sagrificia faciat:[67] epperò le pratiche di questa religione, su cui il Pontefice aveva solo diritto a vigilare perchè si compissero, seguivano nell’interno della casa ed erano circondate dal segreto.

I Cavedj delle altre case pompejane erano più ricchi di quello della casa dell’edile Pansa, perchè recinti di colonne, e vi si annetteva infatti una certa importanza, perchè nel cavedio ricevevansi spesso i clienti e i forestieri. Dalla istituzione, che già ricordai trovata da Romolo, de’ patroni e de’ clienti originò l’affollarsi di questi ultimi alle case de’ primi. Quanto più ricchi ed influenti fossero i patroni, tanto era maggiore ed assidua la presenza de’ clienti. Fin dall’alba ne assediavan le porte, cercavano affezionarsene i servi, onde penetrare dal patrono per dargli il buon giorno, e queste sollecitudini dicevansi officia antelucana, e Giovenale, a far la loro caricatura, dipinse Trebio, che per accorrere ai mattutini saluti, non ha pur tempo di attaccarsi alle scarpe i legacci:

. . . habet Trebius propter quod rumpere somnum

Debeat et ligulas dimittere, sollicitus ne

Tota salutatrix jam turba peregerit orbem

Sideribus dubiis, aut illo tempore quo se

Frigida circumagunt pigri serraca bootæ[68].

Tutt’all’intorno del cavedio sonvi camerette, cellæ o contubernia, non illuminate che dall’aprirsi delle loro porticine, per uso degli schiavi.

Dopo il cavedio, seguiva il tablinum, detto pur tabulinum, stanza destinata dapprima a contenere gli archivii delle famiglie e le imagini degli avi, imagines majorum, delle quali già dissi in addietro; adoperata poi anche come sala da pranzo.

A destra ed a sinistra del tablinum sono due sale: quella a sinistra con pavimento a musaico doveva essere una biblioteca, a giudicar dai papiri carbonizzati e distrutti che vi si rinvennero: quella a destra doveva servire da camera da letto, cubiculum, da cuba, nicchia, nella quale entrava il capo del letto. Al Museo di Napoli veggonsi letti di bronzo trovati a Pompei: dovevan essere de’ ricchi, i quali li avevano anche di più preziosa materia. Nelle case più modeste eran di legno ed anche di materiale di fabbrica, su cui stendevano materassi o pelli.

Il passaggio fra il cubiculum e il tablinum chiamavasi fauces e per esso passavasi all’appartamento interno. Pel servizio della casa spesso le fauces giravano tutto all’intorno di essa.

Oltre il tablinum, era il perystilium, corrispondente alla Gyneconitis d’una abitazione greca. Nella casa di Pansa era un cortile circondato da sedici colonne d’ordine jonico con capitelli ornati. Spesso in questo spazio trovavasi un giardino, xystum, che in questa casa esiste separatamente, come vedremo più avanti; ma più ordinariamente, come qui, una piscina od un impluvium col suo puteal per attingervi l’acqua.

Il Perystilium è poi fiancheggiato da due camere, entrambe da letto, appena capaci a contenerlo, quella a sinistra preceduta da un’anticamera detta allora procœton.

Non è inopportuno osservare in un angolo del peristilio di questa casa di Pansa un corridojo, per il quale da una porticina detta posticum, si usciva sulla via della Fullonica, opportunissima al patrono per sottrarsi all’importunità de’ clienti, come nota Orazio nella epistola 5 del Lib. 1.

et rebus ommissis

Atria servantem postico folle clientem.

Dalla parte opposta al posticum evvi un’ala e nel fondo del peristilio alto di due gradini, la sala principale detta exedra, o meglio exedrium, come Cicerone chiama nelle sue epistole famigliari un diminutivo di exedra[69], od anche œcus, che serviva a convegno, alla conversazione e talvolta anche da pranzo, ed ha una gran finestra che dava sul giardino. Ma qui per sala da pranzo o triclinium, come appellavasi, era la sala sull’angolo destro del peristilio, avente a fianco il tinello per il vasellame e per tutto ciò che serviva al banchetto. Triclinium dicevasi dalla riunione di tre letti da mensa insieme disposti in guisa da formare tre lati di un quadrato, lasciando uno spazio vuoto nel mezzo per le tavole, ed il quarto lato aperto, perchè potessero i servi passare e porre su quella i vassoi. Diverse stanze di questo genere si scoprirono nelle case di Pompei, ma curioso è il vedere come fossero tutte piccole e invece di letti mobili avessero stabili basamenti su cui si adagiavano i convitati. V’erano anche i biclinia, tavole da pranzo di due soli letti.

Presso i prischi romani si mangiava nel vestibolo esposto agli occhi di tutti e a porte aperte, e le leggi Emilia, Antia, Julia, Didia, Orchia l’uso tradussero in obbligo e Isidoro ne dà la ragione: ne singularitas licentiam generet[70]. Nella calda stagione si cenava anche sotto qualche albero fronzuto, operando in modo, a mezzo di cortinaggi (aulea), che la mensa e i convitati fossero riparati dal sole, dalla polvere o da altro pericolo di immondizia, come leggiam descritto da Orazio nel convito dato da Nasidieno a Mecenate, e la cui caduta produsse così deplorevole scompiglio:

Interea suspensa graves aulea ruinas

In patinam fecere, trahentia pulveris atri

Quantum non aquilo campanis excitat agris.

Nella casa d’Atteone in Pompei esiste uno di questi luoghi da pranzo di pergolati, detti Trichila, in cui si mangiava all’aperto sotto padiglioni di verdura; vi sono solidi muramenti a ricevere i materassi di tre letti triclinarii e con fontana davanti che zampillando dovea produr vaghezza e frescura.

Ma il lusso e lo sfarzo creò i ricchissimi triclinii: alle tavole primitive di abete o di faggio successero quelle di avorio, di scaglia, di testuggine, di bosso, d’acero, di cedro, e poscia vi incastonarono pietre preziose e vi applicarono piastre d’oro e d’argento come ai letti triclinari che erano di comunissimo legno; ma caduta la repubblica, anche ad essi si estese la ricercatezza, talchè i tappeti babilonici di Nerone valutaronsi quattro milioni di sesterzi, cioè 840,000 lire nostrali. Si mangiava appoggiati sui gomiti, talchè posar il gomito in casa d’alcuno, ponere cubitum apud aliquem, equivaleva pranzar da alcuno, come leggesi in Petronio: hic est, inquit Menelaus, apud quem cubitum ponetis[71], e come direbbesi da noi mettere i piedi sotto la tavola. Così sternere lectulos, voleva dire preparare la tavola: onde si legge in Terenzio:

Et lectulos jube sterni nobis et parari cætera[72].

Tornerò al triclinio più avanti, quando farò assistere il lettore ad una mensa pompeiana, o romana, che val lo stesso.

Divisa dal triclinium per un corridoio, fauces, ed a mano sinistra, è la cucina nella casa di Pansa. Questa distanza rese dubbio in taluni la designazione del triclinio; ma dove si consideri che ciò provvedeva ad impedire che il fumo e gli odori della cucina giugnessero, l’esitazione sparirà. La cucina, culina, ha presso una piccola cameretta pel migliore servizio, ed un’altra per il pranzo, forse de’ servi, che aveva un’uscita sulla via di Fortunata. Nella retrocucina stanno de’ podii o muricciuoli per appoggiarvi le giarre d’olio e gli utensili, e una tavola per la confezione del pane o di cose dolciate.

Nella cucina veggonsi dipinte due persone che sacrificano, e al disotto due serpenti che proteggono l’ara sacra alla dea Fornax, protettrice dei fornelli. Ai lati vi sono dipinti in rosso presciutti, pesci, pezzi di cinghiale, lepri ecc. In essa poi si rinvennero stoviglie e molti utensili di bronzo e nei fornelli la cenere.

Qui credo dare il nome d’alcun utensile di cucina usato in Pompei ed in Roma. Ahenum era un calderone, che sospendevasi al disopra del fuoco per iscaldarvi l’acqua; cortina era un profondo calderone circolare per farvi bollir carne; cacabus una specie di casseruola che ponevasi su d’un treppiede, tripus, al fuoco per cuocervi carni, legumi, ecc. Tripus dicevasi anche un calderotto su tre piedi per far bollire commestibili, come si vede in una pittura che rappresenta una scena del mercato di Ercolano; hirnea echytra, vasi di terra cotta, per bollire e cucinare; mateola, la pala; forcipes, le mollette da camino; foculus, l’aiuola del camino, ed anche lo scaldavivande e il veggino per iscaldarsi le mani; testum, detto anche da noi testo; craticula, la graticola; batillus, la nostra paletta; sarago, specie di padella; rudis, la tazza per ischiumare; scutriscum, la padella; situlus aquarius, il secchio; trulla, vaso che versava l’acqua nel lavatojo a mezzo d’un manubrio; trullens, catino; trua, cucchiaione per ischiumare la superficie dei liquidi; mutellio, vaso d’acqua con manico; cucuma, fosse la nostra cocoma per far bollire l’acqua; haenum coculum, la marmitta da minestra; fistula, pila per tritare il farro; cribra incernicola, il crivello; colum, il colatojo; culter coquinarius, coltello da cucina; formella, la forma per accomodarvi più vagamente il pesce; ovulare, strumento per cuocere le uova. Anthepsa era un apparecchio contenente il suo proprio fuoco e gli scaldatoi dell’acqua in modo da essere acconci a cucinare in qualunque parte di una casa, e di tali arnesi se ne trovarono diversi negli scavi di Pompei. Carnarium dicevasi l’arnese sospeso al soffitto e fornito di chiodi ed uncini onde appendervi salumi, erba, frutta ecc., e designavasi con tal nome anche moscajuola o dispensa per conservare i commestibili; clibanus, vaso coperto traforato in giro a piccoli buchi per cuocervi il pane, al qual effetto si circondava di ceneri calde, e Trimalcione, in Petronio, per ridicola ostentazione si valeva del clibano d’argento; mortarium, il mortaio, pilum, pistillum, pila e pestello; vera, lo spiedo, vara, l’alare per sostenerlo; infundibulum, l’imbuto; olla, vaso d’argilla cotta adoperato per cucinare come la nostra pignatta: più piccola e fatta di metallo, dicevasi lebes.

Gli inservienti della cucina erano coqui, i cuochi; focariæ le cuciniere, piuttosto guattere; focarii i mozzi da cucina.

Prima di lasciar la cucina, farò cenno se la voce caminus possa intendersi pel nostro camino, ossia per quella gola che mena via il fumo attraverso i varj piani della casa e lo scarica al disopra del tetto. «I passi, scrive Rich, che si potrebbero citare non sono punto concludenti, e la mancanza di qualsiasi cosa che somigli a un fumajuolo, in cima d’una fabbrica, nei numerosi paesaggi dipinti dagli artisti di Pompei e di qualunque effettiva traccia d’un simile congegno negli edifizj publici e privati scoperti in quelle città, porse prova sufficiente che s’egli era noto agli antichi, devono però averne fatto uso molto di rado; quindi nella più parte delle case il fumo deve avere avuto l’uscita o da un semplice buco nel tetto o dalla finestra o dalla porta. Se non che dei congegni per fare fuoco nel centro d’una stanza, accompagnanti almeno a una certa gola, sono stati scoperti in parecchie parti d’Italia, uno a Baja, uno presso Perugia, ed un terzo a Civitavecchia, e di questo si vede la pianta nell’incisione che sta nel manoscritto di Francesco di Giorgio, che si conserva nella libreria publica in Siena. La forma è un parallelogramma chiuso per intiero da un muro alto dieci piedi (m. 3,047) da tre de’ suoi lati, ma con un’apertura o porta. Dentro questo guscio sono allogate quattro colonne con un’architrave sopra di esse, che reggevano una cupoletta piramidale, sotto la quale si accendeva il fuoco sul focolare: la cupoletta serviva a raccogliere il fumo a misura che saliva su, e lo lasciava passare a traverso un foro in cima. Se gli edifici, nei quali quelle stufe erano costrutte avevano un piano solo, non si usava, forse, gole di sorta: ma se, com’è probabilissimo, ci erano degli appartamenti di sopra, par quasi certo, che una piccola gola o canale dovesse essere collocata sopra lo spiraglio della cupola nella stessa maniera che egli è in un forno di panettiere in Pompei, quantunque l’altezza originaria non può essere determinata, stantechè non rimanga che una porzione del pian terreno.»

La latrina, parrà strano, era quasi sempre, come nella casa del Questore, vicina alla cucina! Non consisteva per lo più che in una cameretta con una seggia, perchè non vi avevano pozzi neri. Del resto nulla ci deve maravigliare se nella bassa Italia queste segge si videro nella cucina stessa anche in case agiate.

Dal lato opposto alla cucina, a fianco alla exedra, vi sono le altre fauces, o corridoio, che da questo lato fu diviso in due parti: la prima convertita ad uso di tabularium per la conservazione dei papiri importanti e delle cose preziose; la seconda è una camera forse destinata allo studio e riesce allo xisto o giardinetto, dove fiori ed arboscelli crescevan vaghezza alla casa e ne profumavan l’ambiente. Una fontana alimentata da un serbatoio in fondo dello xisto irrigava le ajuole: si rinvennero tubi di piombo e due grandi caldaje di bronzo che or si conservano nel Museo. Tra lo xisto e il peristilio era una specie di galleria coperta, che chiamavasi da’ Romani cryptoporticus e permetteva, anche nell’ore più soleggiate, rimaner nel giardino all’ombra. Fu qui che venne trovato il più bel candelabro di bronzo che si ammiri nel suddetto Museo. Orazio così accenna simili giardini di una casa di campagna:

Nempe inter varias nutritur silva columnas

Laudaturque domus longos quæ prospicit agros[73].

E Plinio, descrivendo a Gallo il suo Laurentino, o villa che teneva nella campagna romana, presso al luogo ove è l’odierna Torre di Paterno, e lungo il mare, così parla dell’ufficio dello xisto e della galleria attigua: Ante cryptoporticum xystus violis odoratus. Teporem solis infusi repercusso cryptoporticus auget quæ ut tenet solem, sic Aquilonem inhibet submovetque: quantumque caloris ante, tantum retro frigoris. Similiter Africum sistit, atque ita diversissimos ventos, alium alio latere, frangit et finit. Hæc jucunditas ejus hieme, major æstate: nam ante meridiem xystum, post meridiem gestationem hortique proximam partem umbrania temperat, quæ ut dies crevit decrevitque, modo brevior, modo longior hac vel illac cadit. Ipse vero cryptoporticus tum maxime caret sole, quum ardentissimus culmini ejus insistit. Ab hoc petentibus fenestris Favonios accipit transmittitque: nec unquam aere pigro et manente ingravescit[74].

Tale era dunque il pian terreno d’una casa signorile pompejana: od almeno questa era la distribuzione più generale e più regolare; poche sarebbero le modificazioni che si rinverrebbero nelle altre case. Tuttavia sarebbero in talune rimarchevoli lo sphæristerium pel giuoco alla palla, la pinacoteca o sala delle pitture; il balineum o il bagno; l’alæatorium o sala del giuoco, e la cella vinaria per la conservazione del vino e dell’olio, che non esistevano in tutte.

Rimarrebbe a dire del piano o piani superiori: ma non ne rimane esempio in Pompei, perchè rovinati interamente nel seppellimento della città, o caduti nello sterramento: sembra tuttavia che fossero destinati più specialmente all’abitazione delle donne ed alla servitù della casa, e le camere di essi piani dicevansi cœnacula. Tracce di esistenze di tali piani si riscontrano in Pompei in certe scalette che veggonsi praticate nelle fauces di più case, e se in questa città dovevano essere tutte le costumanze di Roma introdotte, dovevano esistere anche scale esterne che mettevano a questi piani superiori[75].

Quasi in prova di case a più piani, una viene additata appunto col nome di casa a tre piani, presso alla casa della Danzatrice; ma di questi tre piani non rimane adesso vestigio, solo vedendosi che sotto al livello della via publica era il pian terreno, ed un resto di scala che metteva al primo piano.

A proposito di piani superiori, non lascierò qui di riferire quanto si legge nel Giornale di Napoli dell’otto novembre (1872):

«A Pompei in ottobre gli scavi furono continuati negli stessi luoghi del mese innanzi, cioè sulla sinistra della porta antica più vicina alla ferrovia, ed in un’isola che ha la fronte sulla strada Stabiana. Questa via, dove s’avvicina alla porta dello stesso nome, s’insinua nel fondo di una piccola valletta, e sulle coste laterali si dispiegano con varia pendenza edifici privati e pubblici. Il lato occidentale è opportunamente coperto dai due teatri, nei quali il declivio del suolo serve a sostenere le gradazioni ove sedevano gli spettatori. Sul lato opposto od orientale è situata l’isola, che ora si restituisce a luce, e che precisamente sta in parte di fronte ai teatri, e in parte si prolunga più al nord. In ottobre vi fu interamente messa allo scoperto una bella e grandiosa abitazione, che, per la indicata accidentalità del suolo, ha nel piano della via l’atrio con le stanze attinenti, ed il resto ad un livello tanto più elevato, che forma un vero secondo piano, quantunque non sovrapposto a quello inferiore. È la prima volta che s’incontra nelle case di Pompei una disposizione siffatta.»

Avevano poi questi piani superiori, finestre e balconi? Non lo si può dire; ma è permesso congetturarlo e credere di sì, se sussista tuttavia in Pompei la casa detta del Balcone pensile, sterrata nel 1862. A vero dire più che un vero balcone, esso è ciò che dicevasi mœnianum, ossia terrazzino coperto sporgente sulla strada da uno dei piani superiori e sostenuto da mensole infisse nei muri; quantunque da quell’esempio unico che si ebbe in Ercolano d’un edificio in piedi, e che si dovette demolire, perchè tutto il legname e gli architravi che lo sorreggevano si trovarono pressochè carbonizzati, siasi raccolto che dodici camerette, cœnacula, fabbricate sui corridoi superiori alla corte, ricevessero luce da finestre che guardavano nell’interno. Di congeneri balconi pensili offrivano gli scavi pompejani diversi esempi, ma trascurati o non compresi, caddero in rovina: questo solo che diè nome alla casa fu con tutta diligenza restaurato, onde riesca una delle più importanti case che si additino in Pompei.

Recentemente, ossia nel 28 luglio 1872, secondo leggesi nel Giornale degli Scavi[76], Appendice III, nella Relazione officiale dei lavori eseguiti in Luglio ed Agosto 1872, nel disterro dell’isola settima nella Regione settima, a nord-ovest del Tempio di Venere si è scoperto un altro balcone pensile, che affaccia sopra un vicoletto, che ha una direzione perpendicolare al lato occidentale del Tempio.

Dopo quanto ho detto circa la somiglianza che si hanno quasi tutte le case pompejane, non parmi consentaneo a’ miei intenti venir descrivendo parte a parte ognuna che fu scoperta e che pur richiamerebbe l’attenzione per la particolarità degli oggetti ritrovati: pur nonpertanto ne segnalerò almeno il nome ottenuto nella designazione degli scavi.

La Casa del Poeta Tragico in Pompei Vol. III, Cap. XX.