TEATRO IN VERSI
DI
PIETRO COSSA
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Vol. VI
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TORINO—V. Bona Tip. di S. M. e dei RR. Principi.
TEATRO IN VERSI
DI
PIETRO COSSA
NERONE
COMMEDIA IN CINQUE ATTI IN VERSI
CON PROLOGO E NOTE STORICHE
TORINO
F. CASANOVA, Editore
——
1882
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Proprietà Letteraria
(Legge 25 giugno 1865).
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La presente edizione di 1000 copie venne fatta dietro speciale accordo col signor Carlo Barbini proprietario del diritto di stampa di questo lavoro.
INDICE
| PAG. | |
| Introduzione. | [7] |
| Prologo. | [15] |
| Atto Primo. | [19] |
| Atto Secondo. | [67] |
| Atto Terzo. | [113] |
| Atto Quarto. | [155] |
| Atto Quinto. | [193] |
| Note Storiche. | [213] |
AI MILANESI
Milano, 3 febbraio 1872.
DUE PAROLE
CHE
col beneplacito dei Lettori potrebbero pigliare anche il nome di Prefazione.
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E prima di entrare in argomento, ch’io paghi un debito di riconoscenza a’ miei cari concittadini, che vollero onorare dei loro applausi questa mia povera commedia. Fu detto che niuno è profeta in patria, e mi piace di poter confermare per prova che, come molti altri, anche questo proverbio è sbagliato.
Nonpertanto riconosco me stesso, e so che gli applausi mi sono dovuti in parte minima, perchè furono dati unicamente come sprone a far meglio.
E procurerò di fare questo meglio, aiutandomi Dio o la fortuna, la volontà e i tempi.
Non risponderò a tutte le critiche, e solamente osserverò che queste furono sempre cortesi, rispettose, e scritte, come suol dirsi, coi guanti. D’altra parte ciascun scrittore criticando o lodando secondo un diverso punto di vista, da questo giudizio emerge una diversità di elogi e di biasimi che mettono nell’imbroglio il povero autore, il quale spesso si trova lodato e criticato sulla stessa scena, sullo stesso personaggio, sullo stesso verso.
Ma una critica quasi universale mi fu fatta, ed è la seguente:
Questo Nerone è sempre un artista e mai imperatore.
A questa critica risponderà Nerone stesso, il quale in sul morire esclamò: Qualis artifex pereo, e non qualis imperator! Segno evidente ch’egli teneva più all’arte che all’imperio.
L’uomo politico infatti è nullo nel Nerone storico. Tutta la sua vita fu spensieratezza, e, benchè padrone del mondo, la traeva alla giornata come uno scioperato qualunque che non à cosa alcuna da perdere. Non capitanò mai eserciti, benchè spesso si mostrasse geloso dei loro conduttori, ma era gelosia momentanea; se li avesse avuti sotto la mano, li avrebbe uccisi; avendoli lontani, li dimenticava. Sacrificò le sue vittime alla scoperta, senza raggiri, tranne sua madre, donna sotto ogni aspetto assai peggiore del figlio. La dignità personale non seppe mai cosa fosse. Ritornando da Napoli in Roma, e udita la ribellione di Vindice, disse sorridendo: Andremo, se Vindice ce lo permetterà. In un terribile proclama fatto agli eserciti di Spagna contro di lui erano numerati uno per uno i suoi delitti, ed egli non si adontò d’altro che d’essere chiamato col nome d’Enobarbo (barba di bronzo), soprannome dato ad uno de’ suoi maggiori e rimasto in famiglia.
Di altre debolezze di carattere e d’infamie infinite bisogna tacere per pudore.
L’imperatore dunque, uomo grave, politico, avvolto dignitosamente dal capo ai piedi nella sua porpora, può esistere nella mente di molti, ma non si trova nell’istoria.
La crudeltà e il suo amore alle arti: ecco le due sole qualità che costituiscono il suo carattere.
Il delitto che fu a lui più rimproverato dai contemporanei, dopo il matricidio, è l’incendio di Roma; eppure egli la diede alle fiamme artisticamente, se posso esprimermi così. I moderni devastatori dei monumenti di Parigi, gli eroi del petrolio, ànno bruciato per bruciare; Nerone bruciò per riedificare: avea bisogno di spazio, e l’antico era ingombro da vie anguste, malsane per fango perenne, e fiancheggiate da casette tetre come il tufo che avevano adoprato alla loro costruzione. Giova però ricordare che in quelle casette erano nati e vissuti i vincitori di Pirro e d’Annibale.
Crudele assai meno di Caligola, perchè in questo la crudeltà era indole, voluttà, in Nerone paura; vile più d’un fanciullo, superstizioso quanto una femminetta del volgo; buon poeta, buon pittore, migliore scultore, nell’edificare magnifico, vanaglorioso tanto da voler dare il suo nome a Roma; nelle libidini nuovo, bestia, sotto la bestia. Ecco Nerone.
A quel gentile critico che m’à consigliato di circondare Nerone di altri personaggi più noti m’è forza di rispondere che non ò potuto risuscitarli per la buona ragione che erano morti tutti e bruciati da un pezzo. Io volli rappresentare soltanto gli ultimi giorni di Nerone; ad ogni modo Agrippina, Poppea, Seneca, Lucano, i Pisoni, Trasèa Peto, Britannico, non sono stati dimenticati, come il lettore potrà vedere da sè.
L’altro consiglio datomi dallo stesso dotto e gentile critico è stato quello di mettere in lotta il cristianesimo nascente col paganesimo che incominciava a sfasciarsi. Consiglio ottimo, ma già posto in opera stupendamente dal Gazzoletti nella sua tragedia San Paolo; ed io non volli far dopo e male ciò che l’illustre poeta aveva fatto prima di me, e così bene.
Non mi rimaneva dunque che presentare sulla scena Nerone artista, il vero Nerone—cosa, per quanto è a mia cognizione, non tentata da altri—; e questo ò fatto, ponendo nel fine del volume alcune note istoriche per giustificare il mio personaggio, se non dal lato della morale, affare che deve importare a lui, almeno da quello della verità istorica, affare che importa esclusivamente a me.
Se poi nella esecuzione del mio lavoro sono andato a sghembo e ò fatto molti scarabocchi, cosa di cui temo molto, sono pronto a dichiarare che la colpa è tutta mia, non avendo chiesto in prestito ad alcuno una falsariga qualunque.
Roma, maggio 1871.
Pietro Cossa
NERONE
PERSONAGGI
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Claudio Cesare Nerone
Atte liberta
Egloge schiava e saltatrice greca
Varonilla Longina
Cluvio Rufo principe del Senato
Menecrate commediante e buffone
Petronio vecchio gladiatore
Nevio pantomimo
Babilio astrologo
Eulogio mercante di schiavi
Vinicio prefetto del Pretorio
Mucrone taverniere
Icelo centurione
| Faonte | } | liberti di Nerone |
| Epafrodito |
Una schiava d’Etiopia.
Schiave, Liberti, Pretoriani, Legionari.
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La scena è in Roma e nelle sue vicinanze.
PROLOGO
Esce il buffone Menecrate e recita il Prologo
Il prologo son io. Faccio alle dame
Ed ai signori l’obbligato inchino,
Ed incomincio. Ambasciator non porta
Pena, dice il proverbio, ed io ripeto
Come un eco fedele quanto or ora
L’autor mi susurrò dentro l’orecchio.
Il personaggio dalla rea memoria
Che comparir vedrete innanzi a voi
Non è già quel Nerone delle vecchie
Tragedie, una figura che spaventa
Con gli occhi, e lento incede sopra l’alto
Coturno, e fatti a suono di misura
Tre passi, dice una parola, anch’essa
Misurata e prescelta fra le truci
Di nostra lingua. Il mio Nerone—io dissi
Mio perchè sono il suo buffone—è un’altra
Cosa, egli è lieto sempre e buono mai.
Ei volontier frequenta co’ ghiottoni
La taverna, è cantor, pugillatore,
Scolpisce, guida cocchi, e fa il poeta;
È qual insomma lo si ammira vivo
Emerger dalle pagine immortali
Di Svetonio e di Tacito.—Nerone
Era un artista, al contrario di tanti
Altri Neroni di recente data
Che furon la più brutta negazione
E d’ogni arte e di Dio—Qui mi permetto
D’aprire una parentesi, dicendo
Che per l’Italia nostra fu ventura
Che un galantuomo Re dal Campidoglio,
Reso di nuovo italïana rocca,
Lacerasse, e sperar giova per sempre,
La lunga lista de’ pigmei tiranni
Più buffoni di me, grètte e derise
Parodìe di Tiberi e di Neroni—
Quanto allo stile e al modo di condurre
Le scene, credo che l’autor s’attenne
A quella scola che piglia le leggi
Dal verismo e, stimando che in ogn’arte
Sia bello il vero, bandì dalla scena
Il verso ch’à romore e non idea,
Pago se potè trar voci ed affetti
Dal lirismo del cuore. S’ei chiamava
Commedia un fatto ove si sparge sangue,
E Locusta, la Borgia di quel tempo,
Ministra nei conviti i suoi veleni,
Ciò fece astretto dalle circostanze
Del fatto stesso. Eschilo primo, e poi
Sofocle intitolarono tragedie
L’Oreste furibondo e il Filottete,
Argomenti che chiude un lieto fine;
E l’autore seguiva, ma a rovescio,
L’esempio greco. Nerone si mostra
Comico stranamente nella sua
Ferocia, e i suoi compagni sono quali
Potè vederli Roma imperïale
In una età corrotta, senza fede,
Allegra ne’ suoi vizi, e lampeggiata
Tristamente qua e là dal suicidio
Di qualche stoico. Dopo queste ciarle,
Vi prego tutti di cortese udienza.
Novamente mi volgo alle gentili
Dame, ai signori, nè porrò in oblio
Di riprodurre l’inchino obbligato,
E, rubando una frase di Manzoni;
Se mai l’autor riuscisse a darvi noia,
Giuro per lui che non l’à fatto a posta.
ATTO PRIMO
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SCENA I.
Una sala nella casa aurea di Nerone—Statue negli intercolunni, e fra queste una di Venere. Nerone siede in atto di dettare alcuni versi ad Epafrodito liberto che sta in piedi vicino all’Imperatore, avendo tra le mani le tavolette cerate e lo stilo; sopraggiunge dal fondo della scena l’istrione Menecrate, e s’avanza sogghignando.
MENECRATE
Claudio Nerone, del romano mondo
Imperatore Augusto, per la quarta
Volta Console, padre della patria,
Pontefice massimo...
NERONE
Basta, buffone,
E vieni all’argomento.
MENECRATE
(curvandosi maliziosamente sull’orecchio dell’Imperatore)
Nella sala
Vicina due persone aspettan l’ora
D’essere ammesse al tuo cospetto: il calvo
Principe del Senato—ed una vaga
Fanciulla dai capelli biondi e folti;
(dopo una pausa e guardandolo)
A qual dei due vuoi dar l’ingresso?
NERONE
Al primo.
MENECRATE (meravigliandosi)
Al calvo?
NERONE (sorridendo)
A lui.—Gli affari dell’Imperio
Innanzi a tutto.
MENECRATE (andando verso il fondo della scena)
Segno questo giorno
Tra i nefasti.
NERONE (ad Epafrodito)
Tu vattene; più d’uopo
Non ò per ora dell’opera tua.
(Epafrodito depone le tavolette e lo stilo, ed esce)
SCENA II.
Nerone, Cluvio Rufo, Menecrate.
RUFO (avanzandosi verso l’Imperatore)
Il Senato a Nerone invia salute.
NERONE (alzando le spalle e rimanendo seduto)
Grazie agl’Iddii l’abbiamo, e vigorosa.
Ieri nel circo atterrammo il più forte
Pugillatore della Gallia: un Ercole
Vero. In mezzo ai plausi rovesciato
Avea gli emuli tutti un dopo l’altro,
Ma i nostri polsi lo scrollaron quasi
Fosse un fanciullo; i nostri polsi adunque
Stanno bene, o buon Rufo, e fanno a meno
Della salute che c’invia il Senato;
Però t’insegneremo uno che langue
In periglio di vita e ch’à bisogno
Di tutte le cure dei Padri coscritti:
Il nostro erario.
MENECRATE
Le gabelle nove
Guariranno il malato.
RUFO (guardando impensierito Nerone)
E vuoi?...
MENECRATE
Le nostre
Province sono tante e tanto ricche!
NERONE (dopo aver sorriso all’istrione)
Che ne pensi, buon Rufo? L’istrione
Par che s’intenda un po’ di medicina.—
(alzandosi e mutando tono di voce)
Domani sorgerà di nuovo il sole
Illustrator della battaglia d’Azio,
Ed io d’Augusto erede aveva in mente
Di festeggiare il grande anniversario
Con larghezza di giuochi e di conviti;
Feci chiamare il capo de’ bestiari
Del nostro circo massimo, e indovina,
Buon Rufo? Non vi sono più che trenta
Leoni, e poche belve di minore
Conto.
(erompendo in un grido di collera)
Per Giove Statore! Avrei fatto
Io, Claudio Nerone, una bella figura
Al cospetto del popolo romano
Con quella miseria di trenta leoni!
RUFO
Lascia i giuochi del circo, e invita il popolo
A pubblico banchetto.
MENECRATE
Han tanta fame
Questi Quiriti!
NERONE
E vorrei sazïarli,
Inebriarli tutti, ma non posso.
RUFO
Non puoi?
NERONE
Tel dissi: l’erario è malato.
RUFO
Eppure le province...
NERONE
Le province
Dànno lievi tributi, ed io son troppo
Benefico. Perchè mi metti in viso
Gli occhi tuoi spaventati, o mio buon Rufo?
Ti comprendo: nessuno vorrà credere
Che questo imperïal paludamento
Nasconda i cenci d’un mendico e ch’io,
Dominatore della terra tutta,
Seduto innanzi a questa aurea mia casa
Sarò forse costretto di protendere
La mano supplicante ai cittadini
Che passano per via.
(scotendo violentemente per la toga Rufo, che è rimasto attonito ad ascoltarlo)
Pensi il Senato
A sì misero caso e vi provveda.
Io non ò più monete; i pretoriani
Stessi, la guardia della mia persona,
Da tre mesi contemplano l’effigie
Del loro prediletto imperatore
Soltanto nelle insegne.
MENECRATE (sospirando)
Ed anche questo
Conforto sarà tolto ai poveretti,
Se indugi ancora...
NERONE
E come?...
MENECRATE (freddo)
Venderanno
Le insegne.
NERONE
Abbia l’Averno la tua lingua!
MENECRATE
Ahi lingua trista! Essa à parlato il vero.—
(dopo una pausa, a Nerone)
Tu sei ridotto in povertà, ma vivono
Molti ricchi patrizi.
NERONE (dispiacente e fingendo meraviglia)
Odi, buon Rufo?
I patrizi son ricchi!
MENECRATE
Uno ad esempio
Nominerò: Cassio Longino; è questi
Perito nelle leggi e cieco d’occhi;
À quattro ville—due sulla ridente
Piaggia napolitana, una a Pompei,
L’altra ne’ colli tuscolani. Vidi
Quest’ultima ier l’altro. Qual stupenda
Magnificenza! V’è un intero popolo
Di statue.
NERONE (battendosi la fronte con la mano)
Per Giove! in casa mia
V’è penuria di statue.
MENECRATE
Fra quelle
Che adornano il superbo peristilio
Una mi spaventò; tale tal marmo
Mettea fierezza!
NERONE (interrogando con curiosità)
Ed era?
MENECRATE (sorridendo)
Bruto, il vile
Percussore di Cesare.
NERONE
Cotesta
Statua non la vorrei.
MENECRATE (con prontezza)
Nè conservarla
Alcun vorrebbe che non fosse cieco.
NERONE
E il cieco è un uomo per metà già morto.
Non è vero, buon Rufo?
MENECRATE
(allegro d’aver dato nel gusto dell’imperatore)
Che gli Dei
Mi perdano s’io pur non feci questo
Ragionamento! Quel Bruto di pietra,
Dissi, rivela nel suo possessore
Il desiderio d’adorarlo vivo:
È dunque un pompeiano.
RUFO (sorridendo)
Ma in ritardo.
MENECRATE
E che importa? È ribelle nel pensiero,
E reo di lesa maestà.
NERONE (battendo sulla spalla del buffone)
Per questa
Volta do lode alla tua lingua.
MENECRATE
À detto
il falso?
NERONE
O mio buon Rufo, apri gli orecchi,
E sia tua cura che li tenga aperti
Il nostro buon Senato: esso è il custode
Delle leggi, e accusar deve i nemici
Dell’imperio e punirli;—io non pretendo
Che i diritti del fisco.
MENECRATE
I più odïati.
NERONE
Amo l’odio patrizio perchè figlio
Della paura.—Da quel dì che Silla,
Quasi fanciul stizzoso, gittò via
I fasci della truce dittatura
Come rotti giocattoli, moriva
Il patriziato, e sulle sue ruine
Surse il genio di Cesare, l’ardito
Vendicator di Mario e della plebe;
E per noi successori nell’imperio
Plebe romana non fu già quel pugno
Di valorosi che da questi colli
Un astuto Senato avventò sopra
I più lontani popoli;—romana
È per noi quanta gente abita il mondo.—
MENECRATE
Ieri due Sciti andavano pel fôro:
Scommetto che imparavano il mestiere
Del roman cittadino.
RUFO (a Nerone)
È a te ben noto
Che veglia alla salvezza del tuo capo
La mente del Senato. Ti ricorda
Della congiura de’ Pisoni: estremo
Era il periglio, ma la veneranda
Autorità de’ Padri ti coverse;
Ed acclamata scese la tua scure
Sul collo dei ribelli. Avrà tal pena
Qualunque sconsigliato in Roma osasse
Di tentar novità. Sol non vorrei
Gittar il peso di tributi novi
Sulle province: lettere venute
Di Gallia dànno annunzio che tra quelle
Legioni v’è tumulto.
NERONE (spaventandosi)
V’è tumulto?...
E che chiedono? Vindice dovea
Decimar le legioni.
MENECRATE
A tanto uffizio
Non saranno bastati i suoi littori.
NERONE
Bada, buffone, per te basta un solo.
MENECRATE (tastandosi il collo)
Ed è troppo.
NERONE
Di’ dunque, o mio buon Rufo,
Che chiedon que’ soldati?
RUFO
Una coorte
Ardìa di salutare imperatore
Vindice, ma s’opposer l’altre.
NERONE (sempre più spaventandosi)
Il vero
Narri?... Per tutti i Numi dell’Olimpo
E dello Stige io qui dichiaro Vindice
Nemico della patria! Ei ceda tosto
L’esercito e ritorni a render conto
Di sua perduellione... Ma fidarmi
Posso di te?... Via, parla: io sono ancora
L’imperatore?
RUFO
Tal sei, nè il Senato
Volle ordinare per la tua salvezza
Supplicazioni pubbliche, sì lieve
Cosa stimò que’ gridi militari
Della Gallia—e ad offrirti un lieto augurio
Ti chiede in grazia che cotesto mese
Di Aprile sia chiamato in avvenire
Dal nome tuo Neroniano.
NERONE
Ed io
V’acconsento.
MENECRATE
Nerone è generoso!
NERONE
Anzi mi sembra che sarebbe giusto
Dal nome mio chiamare non l’Aprile
Ma Roma.
MENECRATE
E in ver Neropoli è parola
Di gran magnificenza!
NERONE
Ed ò diritto
Incontrastato a così grande onore.—
Romolo fabbricò poche capanne,
E mura da saltarsi per trastullo;
Meglio di Augusto, sui tuguri antichi
Io portici distesi, archi, teatri,
E terme, dove forzeremo il mare
A portare il tributo.
RUFO
Il desiderio
Tuo sarà legge al Senato.
NERONE
Va dunque,
Buon Rufo, e sappia il popolo ch’io stesso
Oggi darò spettacolo, cantando
Nel pubblico teatro... Ammireranno
L’Edipo Re.—Che artista sovrumano
Quel Sofocle! Che limpida armonia
Di concetti e di versi!...
(correndo dietro a Rufo che sta per uscire)
Una parola,
Ancor, buon Rufo: Vindice sia tosto
Richiamato... M’intendi?—Il traditore
Troverà la sua croce.
(Rufo esce)
SCENA III.
Nerone, Menecrate
NERONE
E tu introduci
Adesso la fanciulla, e poi disgombra.
Insieme armonizzavano il buffone
E il principe del nostro buon Senato,
Ma la bellezza, Menecrate mio,
Ahi! stonerebbe avanti a quel tuo ceffo
Come un verso d’Omero accompagnato
Dalla cetra d’un barbaro.
MENECRATE
Mi sembra
Omerico il confronto.
(Il buffone esce)
SCENA IV.
Nerone, poi Egloge.
NERONE
Ei fu gridato
Imperatore... Vindice!—Ed io tremo
Di lui? Stolto! La plebe è mia, m’adora,
E, immane belva dalle mille teste,
Incitarla saprò contro il fellone
Che ardisse di contendermi l’imperio.
(Vedendo comparire Egloge)
Ch’io passi intanto i giorni nel piacere,
Ed eccone la dea!—T’inoltra: ieri
Danzar ti vidi assai leggiadramente,
E mi piacesti.—Il tuo nome?
EGLOGE
Mi chiamano
Egloge.
NERONE
La tua patria?
EGLOGE
Io nacqui in Grecia.
NERONE (guardandola con entusiasmo)
Tu pure Greca! Amabile paese
È il tuo, bionda fanciulla: à il privilegio
Della bellezza. In quella terra tutto
È bello, dall’Iliade al Partenone.
Fin Leonida re co’ suoi trecento
Quando morì, creava la più bella
Delle battaglie.—Oh benedetto il suolo
Dove natura artistica produce
Statue divine e più divine donne!
E gli anni tuoi?
EGLOGE
Interroga il mio volto
E avrai risposta. Io danzo spensierata,
E danzo sempre come vuol mio stato,
E non ò mai contato gli anni.
NERONE
Sei
Libera?
EGLOGE
Sono schiava.
NERONE
Schiava!—Narra
Ciò che conosci de’ tuoi casi.
EGLOGE
I miei
Casi son brevi.—Fanciulletta appena,
Con altre mie compagne atenïesi
Fui rivenduta in pubblico mercato
Ad un padrone astuto nel mestiere
Di offrir giochi e spettacoli alla plebe.—
Costui comprava insieme orsi e fanciulle:
Ei mi fece erudir nell’arte lieta
Delle danze, e danzando trasvolai
Per le città dell’Africa e d’Italia.
Ecco i miei casi.—Qualche volta ai plausi
Aggiunsero le genti una corona,
Ed ànno detto che son vispa e bella.—
NERONE (pigliando un’aria feroce)
Sai chi son io?
EGLOGE (sorridendo)
Nerone imperatore.
NERONE
Abbi un’idea di mia potenza.—Avvenne
Che in certa notte io m’annoiassi:—in queste
Aule ahi sovente penetra la noia,
Tetra visitatrice e non chiamata!
EGLOGE
Io mai non la conobbi.
NERONE
Tu, fanciulla,
Non conosci la noia?
EGLOGE
Io danzo, e rido.
NERONE
E ridi sempre?
EGLOGE
Sempre.
NERONE
Io non t’ò fede;
Anche Giove s’annoia—e in que’ momenti
Sovverte le città, sveglia tempeste,
E par che pensi a scardinare il mondo.
È doppia voluttà: chi crea distrugge,
Ed io, Giove terreno, imitai l’altro
Ch’abita nell’Olimpo. Ardea la lampa
Monotona d’innanzi agli occhi miei
Che cercavano il sonno;—arda una luce
Più vasta, io dissi—e sorsi e bruciai Roma.—
EGLOGE (sorridendo)
Ài terribil potenza.