NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—La copertina è stata creata dal trascrittore utilizzando il frontespizio dell'opera originale. L'immagine è posta in pubblico dominio.

PIETRO FANFANI


NOVELLE

E

GHIRIBIZZI

MILANO

editore PAOLO CARRARA librajo

1879


Proprietà Letteraria dell'Editore



Tip. Pietro Faverio.


AL LETTORE

Le Novelle e i Ghiribizzi drammatici, raccolti in questo volume, salvo alcuni di questi ultimi, che ora si pubblicano per la prima volta, furono già da tempo messi fuori dall'Autore, ma erano poco o punto noti, perchè apparvero su qualche giornale, o in raccolte, o tirati in ristrettissimo numero di esemplari; per modo che posso dire, che a molti e molti giungeranno novissimi; tantopiù che l'Autore, nel rivederne questa ristampa, li venne ritoccando qua e là dove gli parve necessario. Egli scrisse la maggior parte di questi lavori mentre attendeva a comporre quelli di maggior lena in materia filologica, i quali porrò di mano in mano in luce, e quelli concernenti le due gravi questioni del Vocabolario della Crusca, e dell'autenticità della Cronica di Dino Compagni, quasi a sollievo dell'animo occupalo da' gravi studj. E però ora in un punto, ora in un altro Egli accenna o a questa o a quella delle due questioni, dando qua una bottata o mia graffiatina ad un avversario, là rivolgendo un frizzo o una celia ad un altro; anzi dirò che l'argomento di parecchi fra quegli scritti, lo attinse appunto dalle ricordate due questioni. Così facendo, l'illustre Autore si attiene al savio precetto del ridendo dicere verum: diletta con quella forma garbata, propria, limpida, festosa, del suo dire, onde Egli è modello insuperabile; e nel tempo stesso apertamente si mostra, non timido e parziale, ma sincero e devoto amico della Verità. Io quindi non dubito punto che questo volume, come tutti gli altri di quell'eletto Ingegno, troverà favore tanto presso coloro che si dilettano delle amene letture, quanto presso gli studiosi cultori della nostra lingua. Debbo però avvertire il Lettore, che c'è una mancanza; ed è questa qui. Alle pagine 15, 18, 83 ed altrove, leggerà Vedi Appendice I, II ecc., ma le Appendici non ci sono. Soprallavoro, in questi giorni la morte repentinamente spense lo strenuo Autore, nè tra' suoi fogli si è potuto trovare o scritto, o nota, o appunto alcuno, che accennasse quali dovevano essere le illustrazioni, che era suo intendimento di porre in fine del volume: sicchè le mancano; ma non per questo il volume scema di pregio, perchè non sarebbero state altro, per quanto io posso argomentare, se non ischiarimenti maggiori su persone e su cose, delle quali nel libro si discorre. Altre parole non aggiungo; il libro èccolo qui: e son certo che verrà benevolmente accolto.

L'Editore.


NOVELLA I.[1]

DON FICCHÍNO.

Don Ficchíno, adulatore e scroccone famoso, accetta due desinari nel giorno medesimo: saputosi, gli è fatto da capo un doppio invito; ma è trattato in modo che va a letto digiuno.

Don Ficchíno, morto pochi anni addietro d'indigestione, fu un pretazzuolo d'una piccola città di Toscana: e gli posero quel soprannome per la grande sua smania di ficcarsi attorno a tutti coloro che avevano nobiltà, ricchezza, o fama di letterati solenni. Fino da abatónzolo il fatto suo era uno spasso: un frucchíno, un lecchíno[2] vi so dir io! Se de' mortorj, se degli angiolíni[3], se delle benedícole dove si leccasse il madonníno[4] ve n'era, lui vi si ficcava dei primi. Cresciuto negli anni, gli uscì di corpo la smania de' móccoli e delle sagrestíe; e si cominciò a ficcare per le case dei signori; e lì, per leccar qualcosa, lusingava ogni lor vanità: si sdrajava sotto i tavolini a sbraciar la cassetta alle signore[5]: faceva sonetti, cantava, sonava; era, vi dico, il cucco di tutte le veglie. Poi gli venne gli áscheri[6] di essere un po' letterato... ma, èramo a piedi![7]... Síe? che importa? Lasciate fare a lui! Si ficcò alle còstole di un letterato valente; e lì striscia, e lì loda, e lì lecca, il letterato gli fece pa[8]; lo resse per le maniche del sajo, affinchè non battesse il musíno in terra; lo fece affiatare con qualche altro letterato: e di lì a poco l'amicone si attentò a far l'autore. Fu un vero attentato! Ne scrisse di quelle che non hanno nè babbo nè mamma, o come dice il popolíno, di quelle di pelle di becco: ma un po' per l'ajuto del protettore; un po' per le dedicatòrie spante; un po' per le lodi che egli svergognatamente chiedeva, e spesso otteneva, dai giornalisti; e un po' perchè cercò di razzolare in materie che fossero di moda, gli riuscì, sempre strisciando, leccando e ficcandosi, di farsi dire qualche parola dolce da due o tre valentuomini, della qual cosa non potete immaginare la gallòria che ne menava, e lo strombettío che ne faceva, e ne faceva fare. E come gli ignoranti sono sempre i più, ed egli bazzicava sempre de' signori, che generalmente sono ignorantissimi, lo cominciarono a chiamar professore, non cessando per altro di divertirsi alle spalle di lui, che era la più riderfacente caricatura dell'universo mondo. Poi volle pubblici ufficj; e qui sì che andò, s'arrabattò, si strisciò, si ficcò, s'incurvò, si prostrò, si scappellò, e ò ò ò ò. Quando c'era il Granduca, faceva giaculatòrie granducali ch'era una delizia: si teneva beato, se poteva parlare, non che altro, con uno staffiere de' Pitti: se poi poteva avere un'udienza, non entrava più nella pelle, e la camicia, come suol dirsi, non gli toccava il sedere: la raccontava, la commentava, e piangeva di gioja. Il Granduca fuggì; e lui, puntuale, s'inchinò a chi l'aveva fatto scappare: diventò un liberalaccio per la pelle; e quasi quasi si spacciava per martire: cercò, insieme con altri, di mettere in mala voce, e di dare uno sgambetto a un suo amico e benefattore: poi lisciò, strisciò, si prostrò, encomiò Vittorio Emanuele co' suoi figliuoli; e chi sa che cosa sarebbe stato capace di fare, se quella benedetta indigestione non lo mandava illuc quo plures abierunt. Sopra tutte le sue cardinali virtù per altro c'era quella di essere un grande uccellatore di desinari; e come tutti lo sapevano, così tutti coloro che apparecchiavano più o meno lautamente, lo invitavano sempre, essendo per essi uno spasso grandissimo il vederlo mangiare con sì raro appetito, e il sentire le ingegnose lodi che sapeva dare al padrone, al cuoco, e a tutte le pietanze ed i vini; le quali lodi erano spesso sotto forma di sonetti o di brindisi, che rallegravano maravigliosamente tutta la brigata. Accadde una volta che fu invitato nello stesso giorno dalle due più ricche famiglie della città, ciascuna delle quali aveva un'ottimo cuoco e una famosa cantina. Don Ficchíno, tra questi due inviti parimente attraenti, stava come il famoso asino degli scolástici, i quali pensavano che posto in mezzo a due profende di fieno parimente fresco e odoroso, sarebbe prima morto di fame che abboccarne una[9]. Leggeva ora l'uno ora l'altro: prendeva la penna per ringraziare; ma non veniva all'atto. Guarda e riguarda, leggi e rileggi, a un tratto fa un salto d'allegrezza, e un sonoro frullo con una mano. Che cosa n'era cagione? La famiglia A., tenace un poco degli usi antichi, pranzava alle 2; l'altra famiglia B. alle 7. «Gua', posso andar qui e là.» E di fatto la mattina della gran giornata, prese un bel bicchiere d'acqua del Tettúccio[10], per disporre lo stomaco; fece una sottilissima colazione, e alle 2 fu a casa A. Il pranzo era eccellente, e Don Ficchíno si mostrò pari alla sua fama. Vedendo andare attorno tanta grazia di Dio, non poteva lasciarla passare, senza intinger nel vassojo: «Chi lo sa, pensava, se a quest'altro desinare ci son tante delizie!» E lì trincava, e ingollava di santa ragione. Alle quattro era già finito il pranzo; e Ficchíno pensò tosto ad accomodar le cose per quell'altro delle 7. Si sdrajò un'oretta sul canapè; fece un pisolíno; e poi, ripicchiatosi tutto[11], andò a fare una bella passeggiatona, piuttosto faticosa: insomma alle 7 fu in grado di porre il piè sotto la tavola da capo; e se al primo pranzo si mostrò, come solevano dir di lui, la prima forchetta di Toscana, in questo secondo non canzonò. La cosa si sparse súbito; e non vi so dire che grasse risate vi si facessero su, e che saporiti e arguti motti si dicessero a propòsito del buon appetito di Don Ficchíno, in quelle conversazioni dove soleva andare. «Gli s'ha a fare una bella celia.—Sì sì: guardiamo se si gastiga la sua ingordigia.» E fatto capannello tra due o tre capi armònici, che altre volte si eran divertiti alle spalle del nostro abatíno, restarono d'accordo in questo, di fargli un altro doppio invito fra qualche giorno; ma in modo che non gli tornasse più voglia di accettarne de' simili. La settimana appresso, eccoti un servitorino in livrea, che picchia alla porta del professore, e lascia un elegante biglietto, col quale il signore e la signora D. lo pregavano di favorirgli a pranzo il giorno di poi alle 2: pranzo d'addio, perchè la sera partivano. Quel pranzo d'addio fece venir l'acquolina in bocca a Ficchíno... Poco dopo un'altra scampanellata. «Chi è?—Una lettera per il signor professore.» Era un altro invito stampato, per un pranzo di giorno natalizio, la sera di poi alle sette e mezzo. Sòlite esitazioni; sòlita risoluzione:—Pranzai due volte l'altro giorno, e stetti benone. Dunque?... Alle due del giorno dopo, un'eletta compagnía di signori e signore era nel palazzo D. Don Ficchíno, secondo l'usanza, trottolava qua e là[12], a chi facendo inchini, chi adulando, con chi sdottoreggiando; ma con l'occhio sempre volto alla sala da pranzo. Finalmente arrivò il sospirato: Signori, è in tavola. A Ficchíno toccò l'onore di accompagnare la signora: ciascuno si mette al sue posto; l'apparecchio ricchissimo promette ogni più fino allettamento della gola; già si distribuivano le scodelle della minestra; quando entra un servitore con una lettera per il padrone. Questi l'apre, e cade abbandonatamente col capo sopra la tavola.—Dio mio! che è stato? grida la signora: e tutti si alzano, chi dicendo una cosa, chi l'altra... Una sventura gravissima era sopraggiunta alla nobile famiglia: il signore e la signora si scusarono alla meglio; il pranzo andò all'aria; e gli invitati, fatte le loro condoglianze, andarono chi qua chi là. A Don Ficchíno seppe proprio male di questo fatto inaspettato; ma, Fortuna, disse dentro di sè, che stasera ci ho quest'altro pranzo! rimetterò le dotte lì. E mezzo sbalordito andò via, cercando di far le sette e mezzo. La prima cosa andò a mangiare un tagliuolo di stiacciat'unta, perchè, avendo, come l'altra volta, preso l'acqua del Tettúccio, e fatta una colazioncína leggiera, si sentiva assai fame: poi una capatína qui, una là[13]: finalmente l'ora tanto aspettata arrivò; e l'amico s'avviò súbito a casa F. portato dal desío e dall'appetito. Eravamo là sul principio del decembre; e il tempo nuvoloso si buttava al crudo, accennando a neve; sicchè non gli parve vero di infilarsi in quella casa, dove sperava riscaldarsi e refocillarsi tutto[14], tanto più che non aveva pensato a coprirsi troppo bene. Egli era dei frequentatori più assidui della conversazione di que' signori, sicchè il portiere lo salutò familiarmente ed il servitore d'anticamera lo annunziò tosto alla signora, la quale era nel suo salottino con altre due amiche. A Don Ficchíno parve un poco strano il veder queste donne così sole, il perchè, dopo le solite riverenze, inchini, e strette di mano: Come mai queste signore così sole?—Gli uomini, rispose la signora, son su nella stanza da fumare: ma ora scenderanno. Sanno che dobbiamo andare al teatro. Al povero Don Ficchíno non rimase sangue nelle vene; e tutto confuso, con atto di gran maraviglia, esclamò: Al teatro!—Già, o non lo sapete che stasera c'è gran cose? venite anche voi.—Grazie, signora... Ma lei... ho forse sbagliato leggendo?... o la stampería?...—Ma che almanaccate, professore?... E il povero professore, levatosi di tasca l'invito, lo mostrò alla signora, la quale trattenendo a stento le risa: Noi non abbiamo mandato tali inviti; qualcheduno ha voluto farvi una celia. L'ira, la vergogna, la fame, si dipinsero stranamente in figura diversa sul volto del povero Ficchíno, il quale, se non fosse stato tanto ridícolo, avrebbe fatto pianger le pietre: A me! a un mio pari!... me la pagheranno... la mia penna!... Intanto eccoti giù tutti coloro che erano stati a pranzo, ed uscivano da fumare, i quali, saputa la cosa, dolenti in vista del mal tiro fatto al professore, sotto i baffi se la ridevano gustosamente.—Signori, ci sono le carrozze—disse un servitore, affacciandosi all'uscio; e tutti si alzarono, e andarono al teatro, dove, più che la commedia, dette materia di spasso la celia fatta a Don Ficchíno, la quale si sparse in un momento per tutti i palchi, e anche per la platea. Ma la celia non finì qui. Il povero professore, con una fame da lupi, fece pensiero d'andare a pigliar qualcosa alla trattoría. Erano già sonate le otto da un pezzo; veniva un nevíschio fitto fitto, con un vento diaccio che pelava: quella città, piccola e pochissimo popolata, nell'inverno dalle sette in là pareva un deserto; e solo rimaneva aperto fino alle dieci il caffè, e quella trattoría, dove qualche rara volta soleva andar Don Ficchíno, il quale era fieramente in úggia al trattore e a' camerieri, come colui ch'era famoso lesinante, e seccatore pertinacissimo. Coloro che avevano ordito la trama pensarono che il professore, rimasto a denti secchi nelle due case, sarebbe andato alla trattoría; e però s'indettarono col padrone, che gli secondò a meraviglia, avendo, come dissi, in úggia Don Ficchíno, un di quegli avventori, com'egli diceva, che è meglio perdergli che trovargli. Bisogna sapere che Don Ficchíno, oltre all'essere spilòrcio e seccatore, era schizzinoso in estremo grado; e il mal odore di una pietanza, o qualche cosa di men che netto che vi fosse dentro, gli dava orribili archeggiamenti di stomaco. Èccotelo alla trattoría: si mette a sedere; picchia nel bicchiere; e al cameriere, che venne súbito:—Che ci avete di buono?—Eh, signor professore, non potrò darle, se non una zuppa e una bistecca.—Bene: porta súbito la zuppa e prepara la bistecca.—Súbito.—Quella zuppa si fece aspettare un pezzo: e lo stomaco del povero Ficchíno latrava rabbiosamente. Finalmente èccola... L'aveva mangiata mezza cogli occhj nel tempo che il cameriere la portava in tavola: appena messa davanti, ne ingolla furiosamente una cucchiajata; un puzzo e un saporaccio orribile! il povero Ficchíno ebbe a dar fuori il primo boccone che gli diede la bália[15].—Geppíno, Geppíno!—Comandi, signor professore.—Ma questa zuppa puzza che mena la saetta.—E Geppíno, annusando:—Puzza? scusi, signor Professore: ma a me non mi pare...—Pòrtala via, e affretta la bistecca.—E Geppíno porta via la zuppa. Dopo un altro pezzo viene la bistecca; e se la zuppa era stata puzzolente, questa era puzzolente e mezzo. Allora Ficchíno montò su tutte le furie: maltrattò padroni e camerieri, e andava via tutto stizzito: ma fu trattenuto, e dovè pagare lo scotto, come se avesse mangiato. Affamato, assiderato, arrabbiato, corse al caffè; stavano per chiudere, e non c'era più nè latte, nè caffè, nè sèmelli o chífelli. Non restava altra speranza che il trovare qualche cosa di avanzato al povero desinare della sua donna di servizio; una montanína appannatotta[16], che Don Ficchíno teneva anche per maestra di lingua e di poesía; e che gli costava poco, avvezza com'era a necci[17] e polenda, suo cibo prediletto quando il padrone non mangiava in casa, che vuol dire quattro o cinque giorni per settimana. Erano le dieci quando Ficchíno tornò a casa; e domandato alla Zelinda se c'era nulla da mangiare, gli rispose che non c'era nulla, se non un po' di polenda, e un rosícchiolo di cacio.—Datemi quello.—E senza fare altre parole, mangiò la polenda con quel poco di cacio, ingollando, come suol dirsi, un boccone di quella e un boccon di veleno[18]: bevve un bicchier di vino, e insaccò nel letto a digerire la bile. Ma non era finita! Quando fu così sulla mezzanotte, che Ficchíno ruminava sempre chi diavolo potesse avergli fatto la celia, meditando vendetta, e la Zelinda se la dormiva placidamente; si ode una grande scampanellata. La serva si desta di sobbalzo, e súbito salta il letto. Ficchíno chiamava, bociando, Non aprite; ma un'altra scampanellata, e poi un'altra più rovinosa.—Affacciatevi, disse allora Ficchíno: potrebbe esserci qualcosa di grave. E la Zelinda si affaccia:—Chi è?—Un plico per il signor professore.—Senta, io non iscendo; lo metta dentro a questo paniere.—E, calato un paniere, lo tirò su con un involto assai grosso, che portò súbito di là al padrone, il quale, fattosi accendere il lume, rimandò a letto la donna, e sbuzzando[19] l'involto, vi trovò un Almanacco del gastrònomo, un pacchettino d'inviti a pranzo per più giorni alla fila nelle prime case della città, e un biglietto di questo tenore;

Caro Don Ficchíno,

«Un pasto buono e un mezzano, mantien l'uomo sano» come sapete; e «chi troppo mangia scoppia». Avendo voi mangiato a strippapelle tanti giorni alle còstole altrui, oggi, impauriti di vedervi scoppiare, vi abbiamo fatto la celia de' due finti inviti, della trattoría e del caffè, mandandovi a letto digiuno. Come però «Chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena», così abbiamo pensato di mandarvi questo Almanacco, dove leggerete descritte le più ghiotte vivande, per una qualche consolazione del forzato digiuno, e della veglia che ne è la conseguenza. Acciocchè poi non crediate che lo abbiamo fatto per ischerno della vostra magnificággine, o per altra cagione che per tenerezza della vostra sanità, vi mandiamo questi inviti a pranzo, che abbiamo raccolti stasera al teatro da que' signori, che parlavano e ridevano della celia fáttavi, ma che pur vogliono darvene un qualche compenso.

Valutate, illustre Ficchíno, la nostra buona volontà, e il Signore vi conservi lo stomaco.

Alcuni vostri ammiratori.

È facile l'immaginarsi che effetto fece sull'animo, già tanto amareggiato, del povero professore questa novella canzonatura; e come lo rodesse la stizza di non potersi almeno sfogare un poco. Libro, inviti, lettera e ogni cosa scaraventò in fondo alla camera: spense il lume; ficcò il capo sotto le lenzuola, e stette quasi tutta la notte senza poter chiuder occhio, tra per la fame, per la rovella e per la vergogna. Come prima fu giorno, chiamò la Zelinda che gli portasse il caffè, dove inzuppò non so quante fette di pane. Per quel giorno non volle metter piede fuori dell'uscio, e fece propòsito di non accettar più inviti da nessuno... Ma poteva egli Don Ficchíno star fermo in sì fatto propòsito? Una, due volte, fino alla terza disse di no; ma poi, trattandosi di un pranzo dove si sapeva dovervi essere ogni più squisita delizia, non potè resistere, e accettò. Povero Don Ficchíno! fu l'ultimo pranzo! Era stato tanti giorni lontano dalle ricche tavole; erano tante e tanto preziose quelle vivande e que' vini, che lasciò libero il freno al suo poderoso appetito. Nella notte lo prese un'orribile gravezza di capo; poi una febbre da leoni; e dopo tre giorni era morto. Il suo corpo fu sepolto nel camposanto della sua città, e distingue le sue dalle infinite ossa che quivi ha seminato la morte, una pietra con questo epitaffio:

Ficchíno giace qui;
Nacque, mangiò, morì.


NOVELLA II.[20]

LA CONSOLAZIONE DELLA VEDOVA.

La novella della Vedova d'Efeso, raccontata prima da Fedro, poi da Apulejo, e poi da altri e altri, non è fatta se non per provare quanto facilmente l'uomo, e specialmente la donna, dimentica le persone più care furátele dalla morte. Se non la sapete, ve la dico in quattro parole. Le morì il caro marito; e lei giurò di voler finire i suoi giorni presso alla tomba di esso, accanto alla quale fece fare apposta un piccolo tugúrio, dove star sempre a piangerlo. Fu nel giorno stesso appiccato un famoso birbone, e lasciato esposto in mezzo alla campagna, proprio lì presso alla tomba, póstovi a guardia un soldato, acciocchè nessuno lo spiccasse. Quel soldato era un pezzo di giovanotto, ma dite bello![21] e la vedovella un occhio di sole.—Povera donna, mi fa proprio compassione!—E va là per consolarla un poco. Era fiato gettato: la voleva morire per amor del marito. Ma si guardarono...—Che bell'uomo! somiglia il mio povero marito.—A farvela corta, finì come doveva finire: s'innamorarono come due gatti di gennajo. Mentre però quel soldato consolava la vedovella, i compagni dell'impiccato, che stavano alla posta, veduto il bello, lo spiccarono, e via a gambe: e tornato lui alla guardia, e vedendo sparito il pènzolo, gli cascò il fiato, e dava in tutte le smanie. La vedova allora andò a consolar lui:—Che è stato, amor mio? datti pace; a tutto c'è rimedio: o non c'è il corpo del mio marito buon'anima?... Vien con me.—Vanno: levano il marito morto dalla sepoltura, lei per il capo e lui per le gambe: te lo portano alla forca; e lo lasciano a penzolare pasto obbrobrioso dei corvi.

Questa vedova è parlante esempio della verità del nostro proverbio: Chi muore giace; e chi vive si dà pace, ma almeno non fu ipòcrita. Tanti filosofacci battezzarono per virtù una certa loro fortezza d'animo; e si fossero veduti morir mezzo mondo lì a' loro piedi, non si crollavano. Altri rimediano col fatalismo: i cattolici con la rassegnazione cristiana, e col Dominus dedit, Dominus abstulit, fiat voluntas Dei; e così non pèrdono un'ora di sonno, nè mangiano un boccon di meno. Tutti però fanno testimonianza dell'alta sapienza dei Greci che la Morte appellarono Oblío.

NOVELLA III.[22]

I TORDI-MERLI.

Antonio Guidi era un assai valente calzolaio di Pistoja, che, facendo buoni guadagni, volle accasarsi, e sposò una onesta fanciulla di Prato, buona, timorata di Dio, e martire del lavoro, se non quanto era un poco ciarliera e caparbia; con la quale visse in concordia due o tre anni, andando sempre le loro cose di bene in meglio, e facendo vita molto agiata e lietissima, raramente turbata da' piccoli diverbj che ci sono sempre tra moglie e marito: tanto che erano l'invidia de' loro pari. Accadde una volta che ad Antonio furon mandati a regalare da un suo ricco avventore[23] due bei mazzi di tordi, e un par di fiaschi di vino eccellente. Ricevuta questa grazia di Dio, egli la mandò súbito alla moglie per un ragazzo di bottega; e dille che i tordi gli faccia arrosto, e alle due sarò a casa[24]. Scoccate le due, Antonio va a casa, e appena salite le scale, dato un bacio alla moglie, la prima cosa domandò:

—È all'órdine?

—E la Lena:

—Scodello súbito.—Lavatosi Tonio le mani e il viso, si mettono a tavola, e cominciano a mangiare, ragionando, come solevano, del più e del meno in pace e in grazia di Dio, innaffiando spesso il cibo con un bicchieretto d'un certo vino, che era proprio di quello[25]. Finito di mangiare il lesso:

—Oh, disse Tonio, sentiamo un po' questi tordi! Lena, vágli a sfilare[26].

—Tordi? rispose la Lena: merli tu vorra' dire.

—Dico tordi, io: e che arnioni che avevano.

Intanto la Lena era ita in cucina, e torna co' tordi così croccanti e fumanti che dicevano mángiami mángiami: nè gli sposi se lo lasciarono dir due volte, e cominciarono a darci dentro con nobile gara.

—Io, disse Tonio, ho mangiato poche volte tordi così saporiti.

—E batti co' tordi! rispose la Lena; ti dico che son merli.

—Tu se' una merla! ma che mi vuoi dare ad intendere? Sono tordi, e anche buoni.

—Come c'entra la merla? non importa canzonare. Del resto io son figliuola d'un famoso cacciatore, e ho visto più tordi e più uccelli che tu non hai capelli in capo: me ne avrei a intendere, eh? Sta certo che son merli.

—Scusa, va' a pigliar le penne.

E la Lena va, e torna con le penne.

—Lo vedi, ripiglia Tonio, non sono brizzolate? I merli le hanno nere.

—O brizzolate o non brizzolate, son merli.

—Guarda, ecco qui la lettera di chi me gli manda; guarda: due fiaschi di vino e dodici tordi.

—È uno sproposito; doveva dirci merli.

—E tu dici che se' figliuola d'un cacciatore? Si vede che da tuo padre ci hai imparato poco, perchè questi son tordi tordissimi.

—E séguita a trattar male e a canzonare! È questo il modo di trattare una moglie? Già me L'avevan detto prima di sposarti che tu eri un omaccio! Ora non gli basta impugnare la verità conosciuta, negando che questi son merli; vuole anche maltrattare!

—Ma chi ti maltratta, poco giudizio? Tu maltratti, chè m'hai detto che sono un omaccio. Se avessi dovuto dar retta io alle ciarle, non t'avrei sposato di certo. Ma ora questi discorsi non c'entrano: la questione è su' tordi, e questi son tordi.

—Che ciarle? disse allora la Lena tutta inviperita, e rizzandosi con le mani sui fianchi. Che puoi tu dire, o tu o altri, del fatto mio? Guardate, per una picca, in che ginepraj entra, questo briacone! Se la sbòrnia non ti fa distinguere i merli da' tordi, ci ho colpa io?

Insomma di parola in parola si riscaldò tanto la disputa, che Tonio, il quale aveva un po' bevuto, mise le mani addosso alla Lena, la quale però, benchè tutta lívidi, badava sempre a dire che erano merli. Questa lezione per allora fece buono: si rimpaciarono presto, e de' merli non si fiatò più: ma venuti l'anno dopo al giorno stesso che seguì il litígio, ed essendo Tonio e la Lena a tavola tutti d'amore e d'accordo; la Lena a un tratto:

—Ti rammenti, Tonio?... finisce l'anno.

—L'anno di che?

—Gua', de' merli.

—Ah, già: ma guarda che dirizzone tu pigliasti! E' dovevan esser merli per te!

—Dovevan essere? erano, tu ha' a dire.

E d'una parola in un'altra si rinnovò la tragedia dell'anno passato; e così avvenne per più anniversarj. La buona Lena era di complessione delicata, e non troppo ben disposta di vísceri; per la qual cosa spesso era costretta di ricorrere a medici ed a medicine: e Tonio ne stava dolente, perchè, da piccosa in fuori, e un po' capricciosa, era una buona moglie, e le voleva bene davvero, nè quelle sfuriate periòdiche erano sufficienti a scemarglielo. Una volta, nel principio dell'autunno, la malattìa si affacciò più minacciosa, ed il medico storceva fieramente la bocca ogni volta che le andava a far visita, nè celava i suoi timori al povero Tonio, il quale non sapeva darsene pace. Ogni giorno la malattía si faceva più grave e più paurosa, e ben presto ogni speranza si fu dileguata: e la povera Lena, sempre in perfetta conoscenza, come sono generalmente sino all'ultim'ora i malati di consunzione, si era già rassegnata a morire. Un giorno, verso la fine di ottobre, avuti che ebbe i sacramenti, chiama lì al capezzale il marito, e prendendolo amorosamente per mano:

—Tonino mio, gli dice con quel filo di voce che le rimaneva, io ti lascio; ci rivedremo in paradiso. Ti ho voluto sempre bene; e ti chiedo perdono, se qualche volta ti ho dato de' dispiaceri.

Il povero Tonio piangeva come una vite tagliata, e tra' singhiozzi diceva:

—Lena mia, che dici di dispiaceri? tu se' stata sempre buona, e sempre ti ho voluto bene. E se qualche volta... ti chiedo perdono io.

—Ah, di quei merli eh? Si avvicina il tempo, ed io sarò morta. Sì, ti perdono ogni cosa. Ma ora ne sei persuaso che erano merli?

—Sì, via, povera Lena, eran merli.

La Lena fece un sorriso, porse la bocca da baciare al marito, e in quel bacio spirò.

Questa Lena è símbolo dei Dinisti; e anch'io, per non vederne morir qualcheduno, bisognerà che all'ultimo dia al capo Dinista un bel bacio, esclamando:

—Sì, povera Lena, eran merli.

NOVELLA IV.

LE PÍLLOLE BACHÍCCHE.

Molti Fiorentini debbono ricordarsi di quel signore, con quella bella barba bianca che gli scendeva fino sul petto, alto della persona, sempre nobilmente vestito, il quale la sera dalle ventitrè alle ventiquattro passeggiava su e giù per via Cavour, seguíto sempre da un suo spropositato cane di Terranuova. Egli era Lombardo; ma era innamorato di Firenze e della sua lingua; nella quale per altro non fece gran profitto, perchè il suo Vangelo era il Vocabolario della Crusca, l'Accademia era per lui la vera Chiesa cattolica, il signor Arciconsolo il vero e legittimo Papa: e la sua cieca fede andava tanto in là, che, sebbene valutasse e non impugnasse tutte quante le manifeste prove, le quali chiariscono apòcrifa la Cronaca di Dino Compagni, tuttavía, perchè la Crusca la tien vera, all'autorità della Crusca sottometteva la ragione, e diceva di tenerla vera anche lui. Ma questa sua cieca fede gli costò cara; e udite come e perchè.

Una volta, là nel 1871, il signore Lombardo, che per comodo chiamerò Girolamo, era maledettamente infreddato, con una tosse che non gli dava rèquie un momento; e come tutta la quinta impressione del Vocabolario della Crusca egli l'aveva sulla punta delle dita, così, ricordandosi che essa alla voce Bachícco, insegna che certe Píllole bachícche son buone per la tosse, chiama il suo cameriere e gli dice:

—Va giù dallo speziale, e pígliami una lira di píllole bachícche.

Il cameriere, lombardo anch'esso, dubitando di scordarsi il nome delle píllole, che ad esso pareva strano, pregò il padrone che glielo scrivesse su un po' di carta; e il padrone glielo scrisse, accertatosi prima, col vocabolario alla mano, di scriverlo bene. Arrivato alla speziería, dove erano a cròcchio tre o quattro medici, per parer uomo franco, non diede il foglio allo speziale; ma, ricordandosi bene il nome delle píllole, che nello scender le scale aveva letto e riletto più volte, così di punto in bianco, dice a voce piuttosto alta:

Una lira di píllole bachícche.

Que' medici a tal nome alzano tutti il capo; e lo speziale, dubitando di aver franteso, domanda:

—Píllole come?

E quell'altro:

—Bachícche, bachícche.

Qui i medici danno in una gran risata; ma lo speziale, che era uomo risoluto:

—O giovanotto, che venite qui per canzonare? Badate, potreste averci poco gusto.

Il cameriere, sopraffatto da quella risata, e da questa ammonizione, dubitò di avere sbagliato: cavò di tasca il foglietto, e dandolo allo speziale, disse ch'e' non intendeva di canzonar nessuno, e che aveva scritto così il suo padrone, il quale ne sapeva più di tutti gli speziali di Firenze. E qui un'altra gran risata de' medici. Lo speziale, piccato:

—Avete a dire al vostro padrone, che è una bestia: e, gettandogli in faccia quel fogliolíno, uscì da banco.

Quando il signor Girolamo vide tornare il suo uomo senza le píllole; e udì le insolenti parole dello speziale, non si domanda se montò sulle furie. Si vestì alla meglio: piglia sotto il braccio il volume del vocabolario dov'è la lettera B, entra dallo speziale, e senz'altre parole:

—La bestia, signore speziale, è lei, non io. Guardi (e qui apre il vocabolario), guardi qui. Bachícco, aggiunto di píllole buone per la tosse. Impari meglio la educazione, e prima di parlare ci pensi. Per questa volta, passi.

A tale improvvisa rammanzína, che finiva in una mezza minaccia, lo speziale non si potè tenere; e replicò che invece d'esser bestia lui solo, erano bestie anche gli Accademici della Crusca; che le píllole bachícche non esistono, se non nella fantasia de' buffoni: che egli non aveva paura di minaccie; e che si levasse di lì, o l'avrebbe fatto pentire della sua arroganza. Il signor Girolamo, che era più zolfíno[27] dello speziale, a quella antífona si sentì montar le vampe alla testa; e ricopèrtoglisi il lume degli occhj, diede con tanta forza sul capo dello speziale il volume della Crusca, dalla parte della còstola, che gli fece uno sdrúcio[28] nel capo, e lo fece cadere sbalordito. I tre medici, che tuttora eran lì, raccolsero quel caduto, e lo medicarono; e il signor Girolamo, pentito di questa sua sfuriata, se ne scusò come meglio poteva, mostrandone vivo dispiacere; e col suo vocabolario sotto il braccio se ne tornava a casa: ma le Guardie di pubblica sicurezza, che erano accorse al romore, informatesi del fatto, lo raggiunsero per portarlo alla Questura; dove, dato ogni buon recápito di sè, fu ritenuto il volume del Vocabolario, corpo del delitto; ed egli, data ricca cauzione, fu lasciato libero, nel tempo che s'istruiva il processo.

Negli interrogatorj diceva sempre che era stato egli il provocato; che aveva chiesto le píllole bachícche come insegna la Crusca; e che, se lo speziale era un ignorante da non saper che cosa sono, e da tenersene beffato, ciò non gli dava il diritto di dar della bestia a lui. Pensò poi a trovarsi un avvocato valente, non solo nella sua professione, ma anche nelle lettere; e si preparavano tutti e due alla discussione dinanzi al tribunale, la quale, cosa mirabile! non si fece troppo aspettare.

Premeva allo speziale di metter in sodo che il signor Girolamo aveva voluto schernirlo, col mandargli a chiedere quella roba che non è in rerum natura; giustificando per questa via le sue acerbe parole contro di lui, ed aggravando ad un tempo medesimo il procedere manesco del suo avversario: premeva dall'altra parte al signor Girolamo di provare che intenzione di schernirlo non ci poteva essere, perchè le píllole bachícche ci sono bell'e bene; e di mostrare che l'avversario suo non aveva niuna ragione di risentirsene, e molto meno di insultarlo per ciò; e così parvificare di molto l'improvviso atto di sdegno e d'ira del dargli il Vocabolario sul capo, perchè il sentirsi insultare a torto fa perder la pazienza anche a Giobbe.

In favor dello speziale fecero testimonianza collettiva tutti gli speziali di Firenze, che quelle píllole bachícche non ci sono; e che il mandarle a pigliare da uno speziale, può ben credersi esser fatto per celia: dall'altra parte l'avvocato del signor Girolamo dimostrava la buona fede del suo cliente col Vocabolario della Crusca alla mano, il quale registra queste píllole bachícche: e come i signori accadèmici dichiarano solennemente di registrare nel Vocabolario sole le voci vive, usate e usabili, così, o è vero che le píllole sopraddette sono dell'uso vivo; o almeno il mio cliente ha giusta cagione di crederle tali.

Il tribunale non potè non valutare questa ottima ragione, tanto più che il signor Girolamo non era Toscano, da poter giudicare con la norma dell'uso; e però, esclusa ogni malizia dal canto suo, dichiarò essere stato condotto in errore dalla Crusca: aver lo speziale corso troppo nel dargli della bestia; e per conseguenza attenuò di molto il suo improvviso atto d'ira. Ma tuttavía, come la ferita ci era stata, e lo speziale, il quale era dovuto stare otto giorni a letto, si richiamava dei danni, così non potè il signor Girolamo passarla liscia; ma fu condannato a una multa piuttosto grave, ed al rifacimento dei danni in lire dugento, che egli pagò, sbuffando e maledicendo la Crusca e i Cruscanti: le quali maledizioni si accrebbero a mille doppj quando sentì, che, per questa cosa delle píllole, gli era stato messo il soprannome di Signor Bachícche; il che fu cagione di fargli abbandonare per sempre Firenze.

Vedete a che cose si trovano coloro che giurano sulla Crusca! La quale però, saputa la forma della sentenza, e come vi si diceva che Ella aveva errato, non che si ricredesse e correggesse l'errore; ma fece solenne protesta al Ministero di grazia e giustizia, contro il potere giudiziario, che si arrogasse il diritto di sentenziare in cose che non sono di sua competenza, offendendo un collegio così venerando come l'Accademia; e per di più commise al suo illustre Apologista di fare un volume di difesa per le píllole bachícche; ed egli tosto si mise all'opera, e ci lavora indefessamente da cinque anni. I Filòlogi ne stanno in grande aspettazione, e tutti dicono che sarà un miracolo di dottrina e di erudizione Filològica.

NOVELLA V.

LA DISCREZIONE DE' FRATI.

Quando si vuol tassare di indiscreta una tal persona, gli si suol dire che la sua è discrezione da frati. Con molti esempj si potrebbe chiarire tal dettato familiare: io voglio darvi il seguente, come me lo ha raccontato un legnajuolo fiorentino. Udite.

Una mattina gli cápita a bottega un fratone zoccolante:

—Maestro, buon giorno; e cava fuori dalla manica la scatola del tabacco, offrendone una presa al legnajuolo, il quale, dopo avergli reso il buon giorno, lo ringraziò.

—Scusate, maestro, disse allora il frate: che ci avreste da darmi un pezzetto di legno, lungo un dito o così?

E il legnajuolo:

—Volentieri, padríno. E trovato il legnòttolo, glielo porge con buon garbo.

—Dio vi rimèriti e S. Francesco—dice il frate; e si volge per andarsene; ma, come se gli venisse in mente una nuova cosa:

—A propòsito, disse, giacchè qui avete tutti gli arnesi, me lo potreste piallare un pochino.

E il maestro pialla, e riduce al pulito.

—Ecco, séguita il frate, ora ce ne vorrebbe un altro pezzetto simile, un poco più corto: vi rincrescerebbe a farlo per l'amore di S. Francesco?

E il legnajuolo, che era un buon cristianello, storse[29] un poco, ma trovò l'altro legnòttolo, e piallátolo, lo dette al caro frate; il quale, simulando vergogna:

—Proprio mi rincresce d'incomodarvi; ma, oramai che siete stato tanto buono per me, scusate, fatemi una tacca quadra quassù a un terzo del legno più lungo, e un'altra simile nel mezzo de' mezzi al più corto[30].

Il legnaiuolo lo guardò, e fu per dirgli qualcosa di bello; ma, vedendo quella faccia impietrita del frate, si rattenne; e presi i ferri da ciò, si mise a fare le due tacche. Quando furon fatte:

—Caléttano bene?[31] domandò il frate: e l'artefice, dopo aver provato, e limato qui, e smussato là:

—Ecco; vanno ottimamente.

—Ora compite l'opera: mettéteci un poco di colla, e unite insieme i due pezzi.

—Ma, permìo![32] disse allora il legnajuolo stizzito: ci voleva tanto a dirmi Fàtemi una crocettína?—E, scaldata la colla, incollò i due pezzi, e diede al frate la crocettína bell'e fatta; il quale, offèrtogli un'altra presa di tabacco, lo pagò della loro usata moneta senza cònio: Gesù vi rimèriti e S. Francesco.

Il frate, pratico del mestiere, sapeva che, se di punto in bianco avesse chiesto la crocettína, forse sarebbe stato mandato in pace; e però trovò il ripiego che avete udito: e il legnajuolo, per non si ricordare che i frati, come i ragazzi, a dar loro il dito pigliano tutta la mano, perdè quasi un'ora di lavoro, restando sopraffatto dalla indiscrezione fratesca. Ma ricordiámoci che i soli indiscreti non sono i frati; e però scriviamoci in mente il proverbio qui sopra allegato.


NOVELLA VI.

UNA SCOMMESSA.

In un cròcchio di giovani tutti studiosi, ma tutti svegli, nemici dell'ipse dixit e di ogni pedantería, ne cápita spesso uno, studioso anch'esso e sveglio, ma cruscajuolo[33], e un poco pedante, il quale benchè sia il rovescio degli altri, pure vi è ricevuto volentieri, come colui che in fin de' conti è un buon diavolaccio, e serve di molto spasso per le ingegnose difese ch'e' sa trovare a tutti i più sbardellati spropòsiti del Vocabolario novello, le quali, non che le sieno valutate nulla rispetto alla critica, ma sono mirabili per i sottili partiti che il nostro Gabriello (chiamiamolo così) riesce a trovare. Era un gran pezzo che que' giovanotti studiavano di farlo rimanere senza difesa, nè mai era loro riuscito; quando una sera entra tutto ridente il più arguto di loro, e vòltosi di punto in bianco all'amico: «Quanto vuoi scommettere che ti costringo a confessare che la tua Crusca ha errato?»

«Chi? tu? Scommetto quel che vuoi.—Una cena da pagarsi a tutti.—Vada.—» Allora lo sfidatore va, e prende il Glossario: sfoglia, sfoglia, e si ferma sopra il verbo Affatare, dove si vede il lettore rimandato ad Affaitare. Va ad Affaitare, e legge: «Affaitare, Afaitare, Affetare e Affatare, Att. Adornare, Acconciare, Abbellire: ant. franc. Affaiter; provenz. Afaitar; derivati dal lat. Affectare.

«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare. Rim. Ant. F. Ser. Noff. Oltr. I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»—Letto questo paragrafo, si voltò all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tua Crusca pone falsamente l'affatare per forma varia di affaitare; ed è una delle tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor lo affetta, lo modifica, l'impressiona, cosa da fare smascellare dalle risa Eráclito—«Adagio, replicò Gabriello: questo affatare è una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amore affettava, modificava, impressionava, e teneva il buon rimatore; e gli amici facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario, quell'Affatare.» E l'avversario rispose:

«Ci vuol poco: Affatare lì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...» Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'ammaliare; e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna al tavolino, e se lo pianta sotto le gómita, aspettando il fine dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:

«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca registra bene Affatare per Affaitare, fondandosi su quell'esempio di Noffo.—Lo dico e lo mantengo.—Tu dici che Affatare significa, in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare, Modificare, Impressionare.—Lo dico, e lo mantengo.—E tu neghi che in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.—Sicuro che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.—Dunque tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»—E aperto il volume primo del Vocabolario novello, gli pone sotto gli occhj il tema Affatare, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.—Rim. Ant. F. Noff. Oltr. I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»

Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale il medesimo esempio registra nel Glossario in un significato, e nel Vocabolario lo registra in significato tutto diverso, gli pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, ora il Glossario, ora il Vocabolario, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].

NOVELLA VII.

IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.

In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsi licenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannome Pepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mio Borghini, dove si squadernano i garbati errori di alcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dal Borghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:

Par tremolando mattutina stella,

egli rifa con tanto garbo il verso così:

Appar lucente mattutina stella;

allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nello Scaramuccia del Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era: Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente. Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu veduto ridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Ma in cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe al Genio d'Italia (e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale della Corona d'Italia per i suoi meriti letterarj, e per avere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori; charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quel capo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' qui inter nos dove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo del capo equíno, che non si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.

Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quel capo equino dell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.

NOVELLA VIII.

SERO SAPIUNT PHRYGES.

E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno, il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38]; e un giorno che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio preso tardi, od invano, si usavano i proverbi Sero sapiunt Phryges, o Cumani (troppo tardi metton giudizio i Frigi); e Post rem devoratam ratio (consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo Libáno si cominciò a dire Chiuder la stalla quando sono scappati i buoi, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.


NOVELLA IX.

IL MIO CIUCO È ANDATO SEMPRE DI QUI.

Un merciajo ambulante soleva andare ogni due mesi in paese di montagna con la sua merce, che egli caricava sopra un ciuchetto; e come quelle massaje lo attendevano, così egli la vendeva tutta, e ritornava in giù con un buon grúzzolo di quattrini. Le strade, per le quali bisognava passare, sarebbero state, per dirla con Dante, alle capre duro varco; ma quel buon ciuco, ci aveva fatto i piedi, e vi passeggiava speditamente. Avvenne che, dolendosi tutti quei paesani di strada sì scellerata, il comune si indusse a farne un'altra molto più còmoda, e la strada antica fu per conseguenza abbandonata da tutti. Ma il caro merciajo, no signore, non volle abbandonarla, e sempre passava di su quel trabiccolajo[40]; della qual cosa facendo le sue massaje gran meraviglia, rispondeva: «Oh, sapete com'è? il mio ciuco è andato sempre di lì, e di lì vo' andare.» Da quel tempo in qua si ápplica tal motto a coloro i quali o non si vogliono indurre ad accettare veruna varietà, o sono stoltamente tenaci di ciò che hanno sentito dire ai loro maestri, anche se que' detti sono castronerie[41] manifeste. E non tutti i così fatti sono gente volgare, tanta è la forza del pregiudizio, e forse anche la smania di rendersi singolare, o la picca, o qual'altra passioncella si voglia. Il Rossini non volle mai viaggiare per le strade ferrate! E alcuni adesso si ostinano a credere autèntica la cronaca di Dino Compagni, perchè il Giordani la lodò, e la sentivano lodare alle scuole!!

Tal proverbio, che ha riscontro nel proverbio latino Claudi more tenere pilam (reggersi a' pilastri come lo zoppo), è spiegato dal Manuzio ne' suoi Adagj, il quale dice essere appropriato a coloro «che pèndono dal giudizio altrui, e si fondano sull'altrui autorità, come coloro a' quali sta per ogni argomento il poter dire Ipse dixit

NOVELLA X.

DI UN FRANCESE CHE VOLEVA DIGIUNARE

Un gentiluomo francese, curioso di veder l'Italia, si partì da Parigi con intenzione d'osservare e di fare una memoria distinta delle cose più memorabili che vedrebbe nel suo viaggio. Arrivato in Bologna, volle trattenervisi. Partito dal suo albergo il giorno seguente assai per tempo, andò per due ore girellando per la città. Dopo averne vista la maggior parte, tornò con grandissimo appetito all'osteria, e nell'entrare disse súbito all'oste; Signor oste, voglio digiunare oggi.—L'oste credendo che il gentiluomo per certa divozione volesse digiunare davvero, rispose:—Vostra signoría è padrone.

In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete, lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevo digiunare stamattina; ve ne ricordate?—Lo so, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.—Il gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con voce sdegnosa gli disse:—Che modo di procedere è questo? non v'ho detto un'ora fa, che volevo digiunare stamattina?—È vero, replicò l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il giorno.—Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare e da bere.—Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque digiunare, soggiunse l'oste; perchè digiunare vuol dire non mangiare e non bere.—Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente disse:—Sia maledetto il digiunare; dovevo dire Far colazione. Mai più dirò digiunare, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa è digiunare».

NOVELLA XI.

IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.

Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po' col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui, tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, e giudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere che tutti quei difetti non ci fossero; e: Vedete dicevano, e' par gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni fatti male, e gli stivali troppo stretti... E così a tutte le magagne infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva; ma però è un bell'uomo. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte difese; e già il povero sghengo[43] si vedeva al perso; quando gli fu detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più bell'uomo del mondo.—O dove sta?—Là sulla piazza di S. Marco: vedrai il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota.—E il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.—Signor Maestro, vorrei tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno detto che lei...—Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta per tutto; e poi con solenne gravità:—Lei è un uomo come gli altri: qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare a me, chè la tornerà meglio che nuovo.—E prese diligentemente le misure, gli disse:—Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e la manderò fuori, che tutti non faranno altro che dire; e chi la canzonava resterà canzonato lui.—Lo sghengo va via tutto contento; e il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo, nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo, rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e' parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere? Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico, se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno; e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender di raddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.

Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che un critico si pensasse di far apparir vera la Cronica del Compagni, riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca la Cronica: sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa tenere il sarto per matto.

NOVELLA XII.

DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.

Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamati cordeliers disse l'uno al compagno:—S'avessi io un asino, non sarei tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare fin al convento.—L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:—Mi basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino, purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate, e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè! ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni richiedeva con grande umiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza, era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla, scioccamente soggiunse:—Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè; e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:—L'ho comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra, replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha fatto venire la rabbia centomila volte.


NOVELLA XIII.

SETTE DI VINO.

Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«Sette divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta: Sette di vino. D'allora in poi Sette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbio Philoxeni non (il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio, quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.

NOVELLA XIV.

UNA GITA DEGLI ALPINISTI SUL MEDIO EVO

Anni sono si fece un gran ridere di quel tale che, studiando attentamente una carta geografica, domandato che cosa cercasse, rispose: Cerco il Medio evo, del quale parlano spesso le storie; e come egli è ancor vivo e verde, tutti, ed egli lo sa, lo mostrano a dito per ciò, e gli amici suoi spesso spesso ne lo mettono in canzonella. Accadde non molto tempo fa che al nostro Carlíno (colui dal Medio Evo) capitò tra mano la Guida della Montagna pistojese di quel talentaccio dell'illustre e venerando prete Tigri, cittadino pistojese; leggendo la quale s'imbattè a pagina 143 nel seguente periodo: «Su questo poggio rimangono ancora le antiche torri, avanzo di tali arnesi di guerra del medio evo, alto sul livello del mare metri 822.»

Lette tali parole, fece un salto dall'allegrezza; e fregandosi le mani, esclamò: «Lo vedete se avevo ragione? E quei ciuchi mi canzonavano!» Il nostro Carlíno era della società degli Alpinisti, come erano que' suoi amici che spesso lo canzonavano; e però la sera medesima si mise in tasca la sua brava Guida del Tigri, e andato là, quando vide che vi erano tutti: «Dite un po', amici carissimi, non siete voi quelli che mi canzonate sempre del Medio evo? Guardate qui;» e fece leggere ad uno per uno quel periodo, che parla del Medio evo alto sopra il livello del mare. E letto che ebbero: «Che vi pare, continuò, avevo ragione di cercare il Medio evo sulla carta? Imparate a far il dottore, ed a schernire quelle cose, che la vostra ignoranza vi fa credere errori. Ecco qui: il Medio evo, signori riveriti, è uno dei più graziosi monti dell'Appennino pistojese; e non ve lo dico io, ma ve lo dice il più illustre fra' pistojesi scrittori, il veneranda prete Tigri. Ridete ora di lui, se avete coraggio.» Quegli Alpinisti si guardarono sbalorditamente in viso l'un l'altro, non sapendo raccapezzarsi come stesse quella cosa del Medio evo alto sopra il livello del mare 822 metri: e come tra loro i più non erano áquile per la dottrina, tennero vere le parole di Carlíno e del venerando Tigri; e proposero di andar a fare una gita su questo Medio evo, per la quale assegnarono il giorno del prossimo giovedì. Fra que' buoni diavoli vi era un capo armonico, il quale più e più volte aveva riso alle spalle del Tigri per questo singolare error di sintassi, e per gli altri suoi sformati spropòsiti di ogni genere: a costui, che si chiamava Pietro, venne in mente di pigliarsi un poco di spasso de' suoi colleghi e del prete Tigri ad un tempo; e però, affinchè il loro abbáglio non si dileguasse per istrada col domandare che facessero di questo Medio evo; egli disse che altra volta vi era stato, e si profferse loro per guida. Venuto il giovedì, la mattina a brúzzico erano tutti in punto, e sfilarono gloriosi e trionfanti su per Capo di strada, scortati da quattro muli carichi d'ogni ben di Dio.

Pietro aveva detto loro che il Medio evo era un grazioso poggio a levante di Popíglio; e però sarebbe stato opportuno il fermarsi a fare uno spuntino a Popíglio, per poi andare con maggior lena al termine della loro gita, e quivi sulla sera fare un buon pasto. I valorosi Alpinisti, cominciata che fu l'erta, salivano potentemente e allegramente su per quei monti, di sorte che arrivaron lassù a Popíglio senza punto sentirsi stanchi; dove rinfrescátisi, e trattenútisi un'oretta o così, ripresero via per quella piaggia deserta, nè penarono molto ad offrirsi dinanzi a' loro occhi alcune torri diroccate, alla vista delle quali Pietro esclamò: «Compagni, èccoli là quegli arnesi del venerando prete Tigri: gli arnesi di guerra che là vedete sono gli avanzi di quel Medio evo, che nel tempo dei tempi fu ricetto inespugnabile de' baroni di S. Marcello; e la cui memoria ha rinfrescata l'illustre guidajuolo della nostra montagna. Lassù moviamo il passo animosanmente: lassù ammireremo e mangeremo.» E tutti mossero animosamente i loro passi, gridando: Viva il Medio evo, Viva il Tigri!

Quella orribile pettata[45] per altro parve loro molto faticosa, ed arrivaron lassù mezzi trafelati; ma non senza ammirare la òrrida bellezza del luogo, non senza una lieta compiacenza di aver superato in sì piccolo tempo una vetta sì ardua. Calmátosi lo stupore, si risentì l'appetito; e si cominciò a discorrere di mangiare. Si svaligiarono i muli: si distese la tovaglia su un bel prato, e tutti cominciarono a mangiare, dandoci dentro di santa ragione, e trincando come tanti Lanzi. Prima di alzarsi furono fatti brindisi, cantate canzoni simposíache, dette, come suol farsi, un mondo di barzellette: all'ultimo Pietro fece un brindisi al Tigri di questo tenore: «Beviamo alla salute dell'illustre e venerando abate Tigri, stupendo cantore delle castagne e dei necci, nel suo gran poema Le Selve: duce e lucerna di queste montagne nella sua Guida e nella sua celeberrima Selvaggia: scopritore novello del Medio evo, dove ora ci rallegriamo. Beviamo alla salute del gran letterato, onore di Pistoja e delle Cortine[46].» E qui si gridarono furiosi Evviva; si votarono parecchj bicchieri: poi tutti si alzarono, e passo passo ritornarono a Popíglio, dove passarono la nottata, per tornare a Pistoja la mattina appresso, come veramente fecero. Pietro aveva parlato con un suo amico della celia che voleva fare a quegli Alpinisti ignoranti, e indettátosi con esso per farla essere più solenne: di fatto, quando i rèduci dal Medio evo furono verso la porta al Borgo, si fece loro incontro una brigata di giovanotti, che gli accolsero a risate ed a fischj. Pietro, che era di balla, si fece avanti, ed a nome di tutti i compagni, rampognò acerbamente il villano procedere di quei giovani, verso persone benemerite della scienza alpinista. Allora uno di essi giovani, a nome di tutti rispose beffardamente: «Bellina quella scienza, che va a cercare il Medio evo sulla montagna! Asini che non siete altro!» Qui ci fu un gran battibecco[47]; gli Alpinisti citavano l'autorità del prete Tigri; quegli altri rispondevano parole di scherno; e si sarebbe certo venuti alle mani, se Pietro, chiamato da parte il capo di que' giovani schernitori, il quale era appunto l'amico con cui si era indettato, non si fossero trovati d'accordo a cessar per allora la lite, e rimettere la cosa al giudizio di persone competenti. Si prese dunque il partito di ritrovarsi il giorno di poi, quattro di ciascuna parte, alle Stanze[48]: quivi si sceglierebbero di comune accordo i giúdici; e poi quel che dicessero essi, si avesse per rato e per fermo. E così fu fatto. Scelti i giúdici, fu disteso il quesito nella forma seguente: prima si raccontò per filo e per segno come la cosa era andata, cominciando da quel passo della Guida della Montagna pistojese, della quale si mandava a' giúdici una copia, affinchè lo vedessero lì al luogo suo; e poi si domandava: «C'è ragione sufficiente da schernire gli Alpinisti, che sono andati al Medio evo, quando il più illustre letterato di Pistoja mette il Medio evo sulla Montagna pistojese?»

La commissione giudicatrice, studiato e ristudiato il passo della Guida, ponderato, ventilato, stacciato e abburattato ogni cosa, rispose con questa sentenza: «Secondo le regole della sintassi, nel luogo della Guida, quello che è alto 822 metri sopra il livello del mare non può essere se non il Medio evo; e questa intelligenza è confermata dalle parole avanzi di tali arnesi di guerra del Medio evo, come quelle che sembrano dire, quegli arnesi essere già stati le fortificazioni di un tal paese, e non di un tal tempo. Il lettore erudito per altro, il quale sa che il Medio evo non è se non un periodo di tempo, cerca a che cosa mai può essere riferibile quell'alto sopra il livello del mare; e vedendo in cima al periodo le voci questo poggio, si accorge che lo scrittore, ignorante delle regole elementari di sintassi, non si è saputo fare intendere; ma che ha voluto proprio riferire alla voce poggio quell'alto sopra il livello. Ma noi parliamo di lettori eruditi. Chi per altro non va tanto in là con la erudizione, e non intende se non ciò che suonano la parole, e ciò che la sintassi consente, intende necessariamente che il Medio evo è alto sopra il livello del mare, e che per conseguenza è un luogo, non un tempo: il perchè giudichiamo che i signori Alpinisti non sieno da schernire, se l'hanno inteso così, e, se mossi dalla grande autorità dell'illustre Tigri, hanno fatto la loro gita al Medio evo. Tutta quanta la colpa pertanto vuol recarsi alla ignoranza dell'illustre Tigri: se qualcuno merita riprensioni e beffe, è lui solo e non altri.»

A tal sentenza le parti si acquietarono: si rifecero le paci; e la sera fecero tutti insieme una bella ribòtta, mangiando, bevendo e ridendo allegramente.

NOVELLA XV

IL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.

Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....—no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare il Miles Rethoricus del P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.

Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticato di preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»

Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini, quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto: Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo. Il Diavolo, il quale come sapete è quel Leo rugiens, che circuit, quærens quem devoret, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»—«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.—Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:

Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,
Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.

Dettato il distico, Berlic[49] disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoni amici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e: Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò il factotum del Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fine perverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.

Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.

NOVELLA XVI.

L'IPÒCRITA CÓLTO AL LACCIO.

Cominciando da Gesù Cristo, e venendo giù giù noverando i grandi uomini di 19 secoli, tutti hanno predicato che gli ipòcriti sono la peggior canaglia che viva sotto la cappa del sole: e sono da reputare benefattori dell'uman genere coloro che gli scherniscono, o qualche volta riescono a strappar loro la maschera, scoprendo la loro furfanteria. Essi quanto sono tristi tanto sono furbi: pure anche delle volpi se ne piglia, e qualche ipòcrita rimane anch'esso còlto al laccio; come accadde ad uno di sì fatti ciaccherini[50], del quale voglio adesso raccontarvi.

Carlo Medici, orefice fiorentino, del quale fui amico nella mia gioventù, fu uno de' più arguti begliumori che io abbia mal conosciuto, e fu parimente ardentissimo nemico degli ipòcriti, de' bacchettoni, de' Sanfirenzini[51] e simili lordure. Oltre la bottega che aveva sul Ponte[52], ne aveva un'altra in Piazza di Santo Spirito, non ricca di giojelli e di pietre preziose, ma abbondante di lavori d'oro, come quella che forniva tutti i benestanti del prossimo contado. Una mattina il caro Medici va da sè ad aprir la bottega, e trova fatto repulisti di tutto il miglioramento[53]. È facile l'immaginare come rimanesse quel pover'uomo, il quale, non dico che fosse un uomo povero; ma di certo non aveva nulla da buttar via, e quel grosso furto era un vero spianto per lui. Come per altro era uomo accorto, non ne fece grande scalpore: ma fatta la sua denunzia, riportò altra roba in bottega, e tirò innanzi come se nulla fosse stato; sempre però mulinando e almanaccando per veder di scoprire il ladro. Passò molto tempo, e nè egli nè la polizia avevano potuto aver sentore di nulla; e quasi non vi pensava più; quando una mattina, alzátosi, come era sua consuetudine, innanzi giorno, esce di casa col suo sigaro in bocca, e cápita là verso Santo Spirito. La chiesa non era ancora aperta, nè per la piazza c'era anima viva; quando a un tratto vide scantonare un uomo imbacuccato, che gli parve andare sospettosamente guardingo. Gli balenò un pensiero nella mente, e si pose ad osservare ogni mossa di quello sconosciuto; il quale, come si accorse di essere appostato, andò diritto diritto verso la chiesa; salì la scalinata; si inginocchiò dinanzi alla porta maggiore, e lì segni di croce e baci in terra, che neanche un Sant'Ilarione. Il Medici, veduta questa gran divozione, disse fra sè: Tu se' tu; e come san Pietro, sequebatur eum a longe, nè più lo perse d'occhio. La chiesa si apre: il divoto entrò dentro, ed entrò anche il Medici, che andava in èstasi vedendo con quanta devozione quell'animína di messer Domineddio strizzava limoni[54], e faceva ardentissime stralunature d'occhj: e quando fu giorno chiaro, conobbe essere un certo vecchietto del vicinato, che presso tutti passava per un santarello; ma che non era mai stato nel suo calendário. Ciò lo confermò nel primo sospetto; anzi il sospetto prese nella sua mente tal forma di certezza, che non dubitò di andare alla polizia a dare degli indizj contro costui circa al furto fattogli; e la polizía, che in altra occasione aveva avuto qualche barlume di questo birbone, non esitò un momento, e senza metter tempo in mezzo, fece le sue indagini: e la mattina di poi mandò i suoi agenti a casa di lui con ordine di farvi una minuta perquisizione. Il povero Santo, che tutt'altro si aspettava, rimase più morto che vivo; ma seppe dissimulare: «Padroni; vengano pure: témono forse ch'io sia un cospiratore?»—«Eh! qualcosellina di peggio: ma saranno calunnie.»—«Il Signore vuol darmi questa mortificazione, ed io chino il capo. Sia laudato il suo santo nome. Egli fa tutto a buon fine; e forse permette ciò per far maggiormente brillare la mia innocenza, e confondere i calunniatori.» Aveva finito appena queste parole, che gli agenti scòrsero un usciolíno a muro: «E di qui dove si va?»—«In una dispensína, dove tengo poca roba per uso della parca mensa.»—«Apra.»—Il Santo va per la chiave, e apre; e l'occhio grifagno del capo birro, si accorse che la mano gli tremava, e che lo sgomento gli si dipingeva sulla faccia. Entrano: fiaschi, bottiglie, frutte in aceto, prosciutti, salami, e non altro: solo in quella stanzuccia mezza buja c'era un órcio assai grosso, chiuso a lucchetto.—«O quest'órcio?»—«È quel po' d'olio per la famiglia.»—«Apra.»—«Ma... non ho la chiave...»—«Apra, o lo mando in pezzi.»—Allora il nostr'uomo, vedutosi al perso, si gettò in ginocchioni dinanzi al caporale piangendo come una vite tagliata, e raccomandandosi che lo salvasse dal disonore: poi, accostatosegli all'orecchio: «Per lei ci saranno mille lire prima che esca di casa mia.» Questo tentativo di corruzione fece venir la mosca sul naso al caporale, che diede al vecchio un bravo ceffone, intimandogli che aprisse. L'orcio era tutto pieno d'involti, scátole, astucci, borse, ogni cosa contenente gioje, oreríe, monete, medaglie; un vero tesoro: e giù in fondo una cassetta, dove erano parecchie chiavi di varj ingegni e grossezze, grimaldelli, leve, e altri arnesi ladreschi. Ogni cosa fu sequestrato e sigillato: il sant'uomo fu messo in gattabuja; nè si penò molto a scoprire che egli, non solo aveva scassato la bottega del Medici, ma che altri infiniti furti aveva fatto, non mai potuti scoprire; e per i quali erano state condannate altre persone. Il processo era già a termine, e presto doveva trattarsi la causa alla pubblica udienza; ma una mattina, entrata la guardia nella prigione, trovò il Santo penzolone dalla trave del palco. Aveva fatto strisce di un lenzuolo, ed appiccatosi per fuggire la vergogna e la pena durissima.

Lettore, impara da questa novella a non ti fidare di coloro che ostèntano devozione, moralità, ed ogni catonesca virtù: e ricordati sempre del Medici, orefice fiorentino, il quale appunto da simili ostentazioni prese certezza a denunziare per ladro uno reputato santo da tutti.

NOVELLA XVII.

LA PASTA FROLLA.[55]

Nei primissimi anni della mia gioventù, quando mi ero messo a studiar le scienze mediche nella scuola assai fiorente che era in que' tempi allo spedal di Pistoja, tra quelli spedalini, come si chiamavano gli scolari, che tutti passavano per scapati e un po' rompicolli, io ero forse il più rompicollo ed il più scapato di tutti.

Una volta che tutta la mia famiglia era andata in campagna, proposi ad alcuni miei compagni spedalini di fare un desinare in casa mia: ciascuno portasse una pietanza, e coceremmo ogni cosa noi nella cucina mia: io, che spesso avevo veduto fare la pasta frolla alla mia povera mamma, che mi voleva tanto bene, e alla quale davo tanti dispiaceri, io avrei fatto per il desinare una bella torta di pasta frolla, reputandomi un gran che nell'arte del pasticciere. Non prima erano usciti di casa i miei, che la occupammo noi; e ci mettemmo al lavoro. Uova, farina, burro, zúcchero, latte per far la crema, tutto era preparato per il mio gran lavoro: scamiciato, sbracciato, con un grembiale dinanzi, mi metto all'opera, spettatori e assistenti tre o quattro di que' miei compagni. Faccio il mio monticíno di zúcchero e farina; faccio il buco nel mezzo, ci metto tre o quattro rossi d'uovo e del burro, e comincio a impastare, maneggiando e rimestando quell'intriso che parevo un pasticciere de' più consumati; ma quella pasta non voleva stare insieme. C è poca farina, dice uno degli assistenti; e io metti della farina, e maneggia, e rimesta; la pasta tiene: Bravo, bene, sentiamo. Non sa di nulla! e tutti ad una voce ci troviamo d'accordo che ci vuol dell'altro zúcchero: fo il buco, metto lo zúcchero, impasto; ma era venuta dura come un sasso. Qui bisogna metterci del burro:—fo il buco da capo, metto il burro; lavoro di dita e di mani; e intanto la massa cresceva maledettamente. Ma che ti par pasta frolla codesta? esclama Pippo Pacini[56]; la pasta frolla dev'esser gialla, e codesta par pasta da pane. E io piglio altri quattro rossi d'uovo, fo il solito buco, impasto, e mi preparo a spianare[57]. Eccoti un altro che ne assaggia un pezzetto: Ma che hai fatto? o se non si sente il dolce! e tutti una gran risata.—Qua lo zúcchero;—e venuto lo zúcchero, giù zúcchero senza misericordia: ma allora non istava più insieme. Per farvela corta, ora rimettendo zúcchero, ora burro, ora uova, ora farina, venne una massa spropositata di pasta, la quale ogni altra cosa poteva essere da pasta frolla in fuori. Mi misi poi a far la crema per il ripieno; e col solito modo dell'aggiungere e levare ingredienti, impazzò ogni cosa[58]. Ma la torta doveva pur farsi: spianai la pasta, a distender la quale ci volle una téglia spropositata, benchè il foglio della pasta lo avessi fatto molto grosso, per adoprare tutta quella gran massa: misi la crema sopra il primo strato della pasta; la ricoprii con quell'altro strato; ci feci sopra de' girigògoli pur di pasta, e un bel contorno: inzafardai ogni cosa col chiaro d'uovo, e la mandai in forno, tenendomi per un pasticciere più bravo di Doney. Venuta l'ora del desinare, si mangia e si beve lietamente: di parecchj fiaschi vedemmo il fondo, ed erano lì quattro bottiglie di vin santo da beversi sulla mia torta. Ecco la torta, ecco la torta. Si mette in tavola questo gran teglione che l'occupava tutta. Permío! questa è l'arca di Noè.—Chiamiamo gente che ci ajuti a finirla.Guarda guarda, quante screpolature! Insomma chi ne diceva una, chi un'altra. Io la cominciai ad affettare, e la prima fetta la presi per me. Mi cascò il fiato: la crema a quel mo' impazzata, pareva una torta di panico; e quella pasta non si sapeva di che sapore fosse: in alcuni punti era risecchíta; in altri flòscia e inzuppata; qua e là ci erano rimasti de' gavòccioli duri come palle da schioppo. Ora sto fresco!—E di fatto, come prima que' demonj ebbero assaggiato questo pasticcio, non vi so dire se gli scherni e le canzonature piovevano: il più benevolo complimento fu quello di battezzare la famosa torta col nome di Polpettone, e di paragonare me a Gragnuola, che chiamavasi così un di questi chiccaj da ragazzi[59], vecchio, súdicio e sciatto, il quale andava attorno con una sua tegliaccia di paste, che i ragazzi compravano a un quattrin l'una, e che ad una persona pulita non ne sarebbe giovato a toccarle neppur co' guanti. Votammo però le quattro bottiglie di vin santo; ed io stavo lì a succiarmi tutte le canzonature per il polpettone, ridendo e bevendo con essi: poi, a quel mo' mezzi brilli, andammo col teglione sul terrazzino di casa mia, e a quanti ragazzi passavano, a tanti scaraventavamo un pezzo di quella torta, i quali tutti allegri se la pappavano e ne portavano a cielo me, che l'avevo fatta.


GHIRIBIZZI DRAMMATICI

LA VISITA DI UN ISPETTORE SCOLASTICO

COMMEDIA FATTA PER CELIA

PERSONAGGI


Fabrizio Cerchi, Sindaco.
Giulia, sua moglie.
Leone Feroci, Ispettore scolastico.
Il Commendatore Rodolfo Fabrizi, fratello della Giulia.
Carlo Fei, Direttore del Ginnasio.
Elvira Bassi, Maestra comunale.
Gaspero Graffi, Segretario del Comune.
Laura, Cameriera della signora Giulia.
Giovanni, Servitore.
Caterina, vecchia.
Giovani scolari, tre de' quali parlano.
Il Custode della Scuola.
Varj invitati.

La scena è a Chiusi


ATTO PRIMO


Scena Prima.

Fabrizio e Giulia.

Seduti ad un tavolino che fanno colazione.

Giulia—Ma, caro Fabrizio, con questo tuo sindacato mi par d'esser diventata vedova. Questo momento della colazione... il pranzo a fuggi fuggi... poi, o c'è consiglio o c'è l'adunanza...

Fabrizio—Hai ragione; ma tu lo vedi da te, non ho un momento di bene. Che, che! non ne vo' più io: vo' pensare alle cose mie le quali, se duro un altro po' a fare il sindaco, vanno tutte a rotta di collo.

Giulia.—E anche alle cose della moglie potevi dire, che non è ancora da mettersi in un cantone, mi pare.

Fabrizio—In un cantone? Bella e fresca come una rosa la mia cara Giulietta! (La piglia per il ganascíno) Del resto, in quanto alla moglie, se non l'ho rammentata, ci si intende che il primo pensiero dev'esser sempre per lei. Vedrai, quando avrò buttato via la ciarpa di sindaco!... non voglio uscirti un momento di torno.

Giulia—Oh! il troppo, poi, stròppia!

Fabrizio—Come sarebbe a dire?

Giulia—Non lo vedi che fo per celia? (Ridendo)

Fabrizio—Bene. Dunque oggi stesso scriverò la lettera di rinúnzia... Sicuro, se prima mi riuscisse d'avere un po' di nastro all'occhiello...

Giulia—Ma fammi il piacere! Eh! c'è proprio da essere ambiziosi d'avere una croce, ora che si veggon dare persino a' giovani di banco...

Scena Seconda.

Giovanni con una lettera.

Giovanni—Signor Padrone, c'è' questa lettera.

Fabrizio—Vediamo. (Prende la lettera) Che ti pare, Giulia? Neanche questi due momenti che son qui con te!

Giulia—Speriamo che finisca presto.

Fabrizio—(che ha aperto la lettera)—Chi è che scrive? (volta la pagina e guarda la firma)... Permío! La sola sottoscrizione è una mezza lettera.—Cavalier professore Leone Feroci, regio ispettore scolastico di circondário.—E poi una bestia feroce! Sentiamo. (Legge)

«Illustrissimo Sig. Sindaco,

Onorato dalla fiducia di S. Maestà il Re della nòmina di regio Ispettore Scolástico di circondário, ho l'onore di prevenirlo, che, avendo intrapreso la visita de' varii stabilimenti d'istruzione del mio circondário, ho stanziato di fare uno de' primi cotesto suo Comune. E però l'avverto che doman l'altro mi porterò costà. E nel tempo stesso, interesserei la sua gentilezza ad esser così buono, siccome io son nuovo della piazza, di dare ordine che mi si prepari un decente albergo, non volendo io trovarmi a contatto di persone da meno di me. L'avverto di soprappiù che V. S. Ill.ma non notizii i maestri e le maestre di coteste scuole del mio venire: l'autorità è bene che giunga improvvisa. Ho l'onore ecc. ecc.»

Fabrizio—Eccone un'altra delle seccature! (guardando la moglie). E ora come si fa? Dice che vien doman l'altro: la lettera, ritardata, è scritta due giorni fa. E' c'è da vederselo arrivar qui da un momento all'altro.

Giulia—Cotesto Sig. Cavaliere Ispettore, se l'ho a giudicare dal modo come è scritta la lettera, mi pare un bell'ignorante: se dal tono di essa, mi pare un villano presuntuoso. E' par che il sindaco lo tenga per un suo servitore.

Fabrizio—Che vuoi? sarà persona di riguardo.... E ora dove gli si trova l'albergo? Senti, ho pensato di riceverlo qui in casa. È persona d'autorità.... sono gente che fanno le relazioni al Ministro.... capisci? Facendogli due carezze, una buona parola la posson mettere, e...

Giulia—E venir la croce, eh? Guarda, povero Fabrizio, che strana voglia t'è venuto! Se tu fossi donna, direi che tu se' gravido.

Fabrizio—Eh, non ci mancherebbe altro! Su via, Giulietta, sii buona, e fa preparare la camera de' forestieri.

Giulia—Facciamo anche questa. Bada, sbaglierò: ma questo signor Ispettore, dev'essere anche uno scroccone.... e ha scritto la lettera a quel modo appunto per veder d'appoggiar la labarda. O andiamo. (Parte).

Scena Terza.

Fabrizio solo.

Fabrizio—Mi pare anche a me che questo sor Ispettore debba aver le belle qualità che gli attribuisce mia moglie: però, bisogna dissimulare; e, in ogni caso, essendo egli ignorante e scroccone, potremo sfruttare in pro nostro queste due ricche miniere, e, al bisogno, potremo anche divertirci alle sue spalle.

Scena Quarta.

Giovanni poi il comm. Rodolfo.

Giovanni—Signor Padrone, c'è il signor commendatore Fabrizi.

Fabrizio—Il commendatore Fabrizi? Fallo passar súbito; e poi avvisa la signora. (Giovanni parte; Fabrizio va verso la porta, e il Commendatore entra, e stringendogli la mano, continua) Che miracolo è questo? Come mai tu in questa cittaúccia?

Commendatore—Son venuto per ragioni d'uffizio, e te lo dirò poi. Ora parliamo di vojaltri. State tutti bene? E la Giulia? e il tuo bambino?

Fabrizio—Si crepa tutti dalla salute. Ma tu ora sei diventato un pezzo grosso davvero! e metto quasi su superbia d'esserti cognato.

Commendatore—Smetti con codeste sciocchezze. Sì, sono un poco salito; e dacchè ho avuta un'ingerenza governativa, per la quale mi bisogna trattenermi un po' qui, ho proprio caro di star qualche giorno vicino a mia sorella ed a te. Ma tu non far complimenti, chè avrai le tue faccende. Io, intanto, andrò di là dalla Giulia.

Fabrizio—Tu dici bene che le faccende non mi mancano; e per di più mi piove ora addosso la visita dell'Ispettore scolastico fatto ora di fresco!

Commendatore—E chi è questo ispettore?

Scena Quinta.

Giulia e detti.

Giulia—(correndo ad abbracciare Rodolfo) Oh! Rodolfo mio, questa è proprio una consolazione! Che fai? Come stai? Di dove vieni? Ti trattieni, eh? E starai qui da noi....

Commendatore—Benedette donne! Senti quante domande a un fiato! Sto bene. Vengo da Roma. Mi trattengo otto giorni; e non istarò da vojaltri, perchè già mi son posato alla sottoprefettura, dove ho da trattare un affare assai grave, che può tornar utile a questa città. Per altro verrò spessissimo qui da te, pranzerò spesso qui, e faremo chiaccherate lunghe un miglio.

Giulia—Insomma fa come tu vuoi, purchè tu trovi il tempo di star molto con me.

Commendatore—Molto non so; ma di certo più che posso.

Fabrizio—Dunque, per tornare all'ispettore...

Commendatore—Ah! è vero, sì. E chi è?

Fabrizio—Il cavaliere professore Leone Feroci.

Commendatore—Leone Feroci? Ed è professore e cavaliere? Oh! povere cattedre, povera cavallería!...

Giulia—O che lo conosci?

Commendatore—Altro se lo conosco!

Fabrizio—O sentite: io dovrei tornare al Municipio; ma per oggi vo' pigliarmi un po' di scianto, e godere la tua compagnía. Farò venir qua il segretario a portarmi le lettere per la firma; e se giunge il sor Ispettore, gli farò dire che favorisca da noi. Scusa, vado a dar gli ordini. (Parte)

Scena Sesta.

Giulia e Rodolfo.

Giulia—Ma dunque, Rodolfo, quel tuo altro se lo conosco, mi ha messo in curiosità di saper chi è questo ispettore.

Commendatore—Il più ridícolo farfanícchio che tu possa immaginare. Un poetúcolo da serenate, un vanèsio, un ficchíno, uno svenévole, e uno scroccone numero uno.

Giulia—Eh! quella lettera non poteva mentire.

Commendatore—Che lettera?

Giulia—La lettera che ha scritto a mio marito per avvisarlo del suo arrivo. Tu sentissi che roba! Ma dev'essere anche un po' ignorante.

Commendatore—Anche. Ma quel che è peggio, benchè oramai in là cogli anni, è un donnajuolo di prima riga.

Giulia—E appunto quel buon uomo di mio marito gli vuol dar ricetto qui in casa!

Commendatore—Qui? Sta certa che se tu resti un momento sola, ti fa una dichiarazione in tutte le regole.

Giulia—Potrebbe esser che ci avesse poco gusto!...