SCRITTORI D’ITALIA
SANTA CATERINA DA SIENA
LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA
SANTA CATERINA DA SIENA
LIBRO DELLA DIVINA DOTTRINA
VOLGARMENTE DETTO
DIALOGO DELLA DIVINA PROVVIDENZA
NUOVA EDIZIONE
SECONDO UN INEDITO CODICE SENESE
A CURA DI
MATILDE FIORILLI
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1912
PROPRIETÁ LETTERARIA
AGOSTO MCMXII—31955
AL NOME DI IESU CRISTO CROCIFIXO E DI MARIA DOLCE
Questo libro fece la venerabile vergine Caterina da Siena mantellata di sancto Domenico
Liber divine doctrine date per personam Dei Patris intellectui loquentis gloriose et sancte virgini Caterine de Senis predicatorum ordinis. Conscriptus ipsa dictante licet vulgariter et stante in raptu actualiter et audiente quid in ea loqueretur Dominus Deus et coram pluribus referente
CAPITOLO I
Come l’anima per orazione s’unisce con Dio, e come questa anima, de la quale qui si parla, essendo levata in contemplazione, faceva a Dio quatro petizioni.
Levandosi una anima ansietata di grandissimo desiderio verso l’onore di Dio e la salute de l’anime; exercitandosi per alcuno spazio di tempo nella virtú, abituata e abitata nella cella del cognoscimento di sé per meglio cognoscere la bontá di Dio in sé; perché al cognoscimento séguita l’amore, amando cerca di seguitare e vestirsi della veritá. E perché in veruno modo gusta tanto ed è illuminata d’essa veritá quanto col mezzo de l’orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di sé e di Dio (però che l’orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l’anima in Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e cosí per desiderio e affecto e unione d’amore ne fa un altro sé.
Questo parbe che dicesse Cristo quando disse: «Chi m’amará e servará la parola mia Io manifestarò me medesimo a lui, e sará una cosa con meco e Io con lui». E in piú luoghi troviamo simili parole, per le quali potiamo vedere che egli è la veritá che per affecto d’amore l’anima diventa un altro lui. E per vederlo piú chiaramente, ricòrdomi d’avere udito d’alcuna serva di Dio che essendo in orazione, levata con grande elevazione di mente, Dio non nascondeva a l’occhio de l’intellecto suo l’amore che aveva a’ servi suoi: anco el manifestava, e tra l’altre cose diceva:—Apre l’occhio de l’intellecto e mira in me, e vedrai la dignitá e bellezza della mia creatura che ha in sé ragione. E tra la bellezza che io ho data a l’anima creandola a la imagine e similitudine mia, raguarda costoro che sono vestiti del vestimento nupziale, cioè della caritá, adornato di molte vere e reali virtú, uniti sonno con meco per amore. E però ti dico che se tu mi dimandassi:—Chi sonno costoro?—Rispondarei—diceva il dolce e amoroso Verbo:—Sonno un altro me, perché hanno perduta e annegata la propria volontá, e vestitisi, unitisi e conformatisi con la mia.—
Bene è dunque vero che l’anima s’unisce per affecto d’amore. Sí che, volendo piú virilmente cognoscere e seguitare la veritá, levando il desiderio suo, prima per se medesima (considerando che l’anima non può fare vera utilitá di doctrina, d’exemplo e d’orazione al proximo suo se prima non fa utilitá a sé, cioè d’avere e acquistare la virtú in sé) domandava al sommo ed etterno Padre quattro petizioni. La prima era per se medesima; la seconda per la reformazione della sancta Chiesa; la terza generale per tucto quanto il mondo, e singularmente per la pace dei cristiani e’ quali sonno ribelli con molta irreverenzia e persecuzione alla sancta Chiesa. Nella quarta dimandava la divina providenzia che provedesse in comune, e in particulare in alcuno caso che era adivenuto.
CAPITOLO II
Come el desiderio di questa anima crebbe, essendole mostrato da Dio la necessitá del mondo.
Questo desiderio era grande ed era continuo; ma molto maggiormente crebbe essendo mostrato dalla prima Veritá la necessitá del mondo, e in quanta tempesta e offesa di Dio egli era. E intesa aveva ancora una lectera, la quale aveva ricevuta dal padre de l’anima sua, dove egli mostrava pena e dolore intollerabile de l’offesa di Dio e danno de l’anime e persecuzione della sancta Chiesa. Tucto questo l’accendeva il fuoco del sancto desiderio, con dolore de l’offesa e con allegrezza d’una speranza per la quale aspectava che Dio provedesse a tanti mali. E perché nella comunione l’anima pare che piú dolcemente si strenga fra sé e Dio e meglio cognosca la sua veritá (l’anima allora è in Dio, e Dio ne l’anima, sí come il pesce che sta nel mare, e il mare nel pesce); e per questo le venne desiderio di giognere nella mactina per avere la messa; el quale dí era il dí di Maria. Venuta la mactina e l’ora della messa, si pose con ansietato desiderio e con grande cognoscimento di sé, vergognandosi della sua imperfeczione, parendole essere cagione del male che si faceva per tucto quanto el mondo, concipendo uno odio e uno dispiacimento di sé con una giustizia sancta; nel quale cognoscimento e odio e giustizia purificava le macchie che le pareva, ed era ne l’anima sua, di colpa, dicendo:—O Padre etterno, io mi richiamo di me a te, che tu punisca l’offese mie in questo tempo finito. E perché delle pene, che debba portare il proximo mio, io per li miei peccati ne so’ cagione, però ti prego benignamente che tu le punisca sopra di me.
CAPITOLO III
Come l’operazioni finite non sono sufficienti a punire né a remunerare senza l’affecto de la caritá continuo.
Alora la Veritá etterna, rapendo e tirando a sé piú forte il desiderio suo, facendo come faceva nel Testamento vecchio che quando facevano il sacrifizio a Dio veniva uno fuoco e tirava a sé il sacrifizio che era accepto a lui, cosí faceva la dolce Veritá a quella anima: che mandava il fuoco della clemenzia dello Spirito sancto e rapiva il sacrifizio del desiderio che ella faceva di sé a lui, dicendo:—Non sai tu, figliuola mia, che tucte le pene che sostiene o può sostenere l’anima in questa vita non sonno sufficienti a punire una minima colpa? però che l’offesa che è facta a me, che so’ Bene infinito, richiede satisfaczione infinita. E però Io voglio che tu sappi che non tucte le pene che sonno date in questa vita sonno date per punizione, ma per correczione, per gastigare il figliuolo quando egli offende. Ma è vero questo: che col desiderio de l’anima si satisfa, cioè con la vera contrizione e dispiacimento del peccato. La vera contrizione satisfa a la colpa ed a la pena, non per pena finita che sostenga, ma per desiderio infinito. Perché Dio, che è infinito, infinito amore e infinito dolore vuole. Infinito dolore vuole in due modi: l’uno è della propria offesa la quale ha commessa contra ’l suo Creatore; l’altro è de l’offesa che vede fare al proximo suo. Di questi cotali, perché hanno desiderio infinito (cioè che sonno uniti per affecto d’amore in me, e però si dogliono quando offendono o veggono offendere), ogni loro pena che sostengono, spirituale o corporale, da qualunque lato ella viene, riceve infinito merito e satisfa a la colpa che meritava infinita pena: poniamo che sieno state operazioni finite, facte in tempo finito; ma perché fu adoperata la virtú e sostenuta la pena con desiderio e contrizione e dispiacimento della colpa infinito, però valse.
Questo dimostrò Paolo quando disse: «Se io avesse lingua angelica, sapesse le cose future, desse il mio a’ poveri, e dessi el corpo mio ad ardere, e non avesse caritá, nulla mi varrebbe». Mostra il glorioso apostolo che l’operazioni finite non sonno sufficienti né a punire né a remunerare senza il condimento dell’affecto della caritá.
CAPITOLO IV
Come el desiderio e la contriczione del cuore satisfa a la colpa e a la pena in sé e in altrui, e come tale volta satisfa a la colpa e none a la pena.
—Hotti mostrato, carissima figliuola, come la colpa non si punisce in questo tempo finito per veruna pena che si sostenga, puramente pur pena. E dico che si punisce con la pena che si sostiene col desiderio, amore e contrizione del cuore: non per virtú della pena, ma per la virtú del desiderio de l’anima. Sí come il desiderio e ogni virtú vale ed ha in sé vita per Cristo crocifixo unigenito mio Figliuolo in quanto l’anima ha tracto l’amore dallui e con virtú séguita le vestigie sue.
Per questo modo vagliono, e non per altro; e cosí le pene satisfanno a la colpa col dolce e unitivo amore acquistato nel cognoscimento dolce della mia bontá, e amaritudine e contrizione di cuore, cognoscendo se medesimo e le proprie colpe sue. El quale cognoscimento genera odio e dispiacimento del peccato e della propria sensualitá. Unde egli si reputa degno delle pene e indegno del fructo. Sí che—diceva la dolce Veritá—vedi che, per la contrizione del cuore, con l’amore della vera pazienzia e con vera umilitá, reputandosi degni della pena e indegni del fructo, per umilitá portano con pazienzia. Sí che vedi che satisfa per lo modo decto.
Tu mi chiedi pene acciò che si satisfacci a l’offese che sonno facte a me dalle mie creature, e dimandi di volere cognoscere e amare me che so’ somma Veritá. Questa è la via a volere venire a perfecto cognoscimento e volere gustare me Veritá etterna: che tu non esca mai del cognoscimento di te; e abbassata che tu se’ nella valle de l’umilitá, e tu cognosce me in te. Del quale cognoscimento trarrai quello che t’è necessario. Neuna virtú può avere in sé vita se non dalla caritá. E l’umilitá è baglia e nutrice della caritá. Nel cognoscimento di te t’aumiliarai vedendo te per te non essere, e l’essere tuo cognoscerai da me che v’ho amati prima che voi fuste; e per l’amore ineffabile che Io v’ebbi, volendovi ricreare a grazia v’ho lavati e ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo sparto con tanto fuoco d’amore.
Questo sangue fa cognoscere la veritá a colui che s’ha levata la nuvila de l’amore proprio per lo cognoscimento di sé; ché in altro modo non la cognoscerebbe. Allora l’anima s’accenderá in questo cognoscimento di me con uno amore ineffabile; per lo quale amore sta in continua pena, non pena affliggitiva che affligga né disecchi l’anima, anco la ingrassa; ma perché ha cognosciuta la mia veritá e la propria colpa sua e la ingratitudine e ciechitá del proximo, ha pena intollerabile; e però si duole perché m’ama, ché se ella non m’amasse non si dorrebbe.
Subbito che tu e gli altri servi miei avarete, per lo modo decto, cognosciuta la mia veritá, vi converrá sostenere infine a la morte le molte tribolazioni e ingiurie e rimprovèri in decto e in facto per gloria e loda del nome mio. Sí che tu portarai e patirai pene.
Tu dunque e gli altri miei servi, portate con vera pazienzia, con dolore della colpa e amore della virtú, per gloria e loda del nome mio. Facendo cosí, satisfarò le colpe tue e degli altri miei servi, sí che le pene che sosterrete saranno sufficienti, per la virtú della caritá, a satisfare e a remunerare in voi e in altrui. In voi ne ricevarete fructo di vita, spente le macchie delle vostre ignoranzie, e Io non mi ricordarò che voi m’offendeste mai. In altrui satisfarò per la caritá e affecto vostro, e donarò secondo la disposizione loro con la quale ricevaranno. In particulare a coloro che si dispongono umilemente e con reverenzia a ricevere la doctrina de’ servi miei, lo’ perdonarò la colpa e la pena. Come? che per questo verranno a questo vero cognoscimento e contrizione de’ peccati loro. Sí che con lo strumento de l’orazione e desiderio de’ servi miei riceveranno fructo di grazia, ricevendo essi umilemente, come decto è, e meno e piú, secondo che vorranno exercitare con virtú la grazia.
In generale, dico che per li desidèri vostri riceveranno remissione e donazione. Guarda giá che non sia tanta la loro obstinazione che eglino vogliano essere riprovati da me per disperazione, spregiando el Sangue che con tanta dolcezza gli ha ricomprati. Che fructo ricevono? el fructo è che Io gli aspecto, costrecto da l’orazioni de’ servi miei, e dollo’ lume, e follo’ destare il cane della coscienzia, e follo’ sentire l’odore della virtú, e dilectargli della conversazione de’ miei servi. E alcuna volta permecto che ’l mondo lo’ mostri quello che egli è, sentendo variate e diverse passioni acciò che cognoscano la poca fermezza del mondo e levino il desiderio a cercare la patria loro di vita etterna. E cosí per questi e molti altri modi, e’ quali l’occhio non è sufficiente a vedere né la lingua a narrare né il cuore a pensare quante sonno le vie e’ modi che Io tengo, solo per amore e per riducerli a grazia, acciò che la mia veritá sia compíta in loro.
Costrecto so’ di farlo da la inextimabile caritá mia con la quale Io li creai, e da l’orazioni e desidèri e dolore de’ servi miei; perché non so’ spregiatore della lagrima, sudore e umile orazione loro, anco gli accepto, però che Io so’ colui che gli fo amare e dolere del danno de l’anime. Ma non lo’ dá satisfaczione di pena a questi cotali generali, ma sí di colpa, perché non sonno disposti dalla parte loro a pigliare con perfecto amore l’amore mio e de’ servi miei. Né non pigliano el loro dolore con amaritudine e perfecta contrizione della colpa commessa; ma con amore e contrizione imperfecta, e però non hanno né ricevono satisfaczione di pena come gli altri, ma sí di colpa; perché richiede disposizione da l’una parte e da l’altra, cioè da chi dá e da chi riceve. Perché sonno imperfecti, imperfectamente ricevono la perfeczione de’ desidèri di coloro che con pena gli offerano dinanzi da me per loro.
Perché ti dixi che ricevevano satisfaczione, e anco l’era donato. Cosí è la veritá, che per lo modo che Io t’ho decto, per li strumenti di quello che di sopra contiammo (del lume della coscienzia, e de l’altre cose), l’è satisfacto la colpa; cioè cominciandosi a ricognoscere, bomicano il fracidume de’ peccati loro, e cosí ne ricevono dono di grazia.
Questi sonno coloro che stanno nella caritá comune. Se essi hanno ricevuto per correczione quello che hanno avuto, e non hanno facta resistenzia alla clemenzia dello Spirito sancto, ricévonne vita di grazia escendo della colpa. Ma se essi, come ignoranti, sonno ingrati e scognoscenti verso di me e verso le fadighe de’ servi miei, esso facto lo’ torna in ruina e a giudicio quello che era dato per misericordia; non per difecto della misericordia né di colui che impetrava la misericordia per lo ingrato, ma solo per la miseria e durizia sua, il quale ha posto, con la mano del libero arbitrio, in sul cuore la pietra del diamante che, se non si rompe col Sangue, non si può rompere. Anco ti dico che, non obstante la durizia sua, mentre che egli ha il tempo che può usare il libero arbitrio, chiedendo il sangue del mio Figliuolo, con essa medesima mano e pongalo sopra la durizia del cuore suo, lo spezzará e riceverá il fructo del Sangue che è pagato per lui. Ma se egli s’indugia, passato el tempo, non ha rimedio veruno, perché non ha riportata la dota che gli fu data da me: dandoli la memoria perché ritenesse i benefizi miei, e lo ’ntellecto perché vedesse e cognoscesse la veritá, e l’affecto perché egli amasse me, veritá etterna, la quale lo ’ntellecto cognobbe.
Questa è la dota che io vi diei, la quale debba ritornare a me Padre. Avendola venduta e sbaractata al demonio, el demonio con esso lui ne va e portane quello che in questa vita acquistò, empiendo la memoria delle delizie e ricordamento di disonestá, superbia, avarizia e amore proprio di sé; odio e dispiacimento del proximo, perseguitatore de’ miei servi. In queste miserie obfuscano lo ’ntellecto per la disordinata volontá; cosí ricevono, con le puzze loro, pena etternale, infinita pena, perché non satisfecero a la colpa con la contrizione e dispiacimento del peccato.
Sí che hai come la pena satisfa alla colpa per la perfecta contrizione del cuore, non per le pene finite. E non tanto la colpa, ma la pena che séguita doppo la colpa, a questi che hanno questa perfeczione. E a’ generali, come decto è, satisfa a la colpa, cioè che, privati del peccato mortale, ricevono la grazia; e non avendo sufficiente contrizione e amore a satisfare a la pena, vanno alle pene del purgatorio, passati dal secondo e ultimo mezzo.
Sí che vedi che satisfa per lo desiderio de l’anima unito in me, che so’ infinito Bene; poco e assai, secondo la misura del perfecto amore di colui che dá l’orazione e il desiderio e di colui che riceve. Con quella medesima misura che colui dá a me e l’altro riceve in sé, con quella l’è misurato dalla mia bontá. Sí che cresce il fuoco del desiderio tuo, e non lassare punto di tempo che tu non gridi con voce umile e con continua orazione dinanzi da me per loro. Cosí dico a te e al padre de l’anima tua che Io t’ho dato in terra, che virilmente portiate, e morta sia ogni propria sensualitá.
CAPITOLO V
Come molto è piacevole a Dio el desiderio di volere portare per lui.
—Molto è piacevole a me il desiderio di volere portare ogni pena e fadiga infino a la morte in salute de l’anime. Quanto piú sostiene, piú dimostra che m’ami; amandomi, piú cognosce della mia veritá; e quanto piú cognosce, piú sente pena e dolore intollerabile de l’offesa mia.
Tu dimandavi di sostenere e di punire e’ difecti altrui sopra di te; e tu non t’avedevi che tu dimandavi amore, lume e cognoscimento della veritá. Perché giá ti dixi che quanto era maggiore l’amore, tanto cresce il dolore e la pena. A cui cresce amore, cresce dolore. Adunque Io vi dico che voi dimandiate, e egli vi sará dato. Io non denegarò a chi mi dimanderá in veritá. Pensa che egli è tanto unito l’amore della divina caritá, che è ne l’anima, con la perfecta pazienzia, che non si può partire l’una che non si parta l’altra. E però debba l’anima, come elegge d’amare me, cosí elegga di portare per me pene in qualunque modo, e di qualunque cosa Io le concedo. La pazienzia non si pruova se non nelle pene, e la pazienzia è unita con la caritá, come decto è. Adunque portate virilmente, altrimenti non sareste né dimostrareste d’essere sposi della mia veritá e figliuoli fedeli, né che voi fuste gustatori del mio onore né della salute de l’anime.
CAPITOLO VI
Come ogni virtú e ogni defecto si fa col mezzo del proximo.
—Ché io ti fo a sapere che ogni virtú si fa col mezzo del prossimo, e ogni difecto. Chi sta in odio di me fa danno al proximo e a se medesimo che è principale prossimo. Fagli danno in generale e in particulare. In generale è perché sète tenuti d’amare il prossimo vostro come voi medesimi; amandolo dovete sovenirlo spiritualmente con l’orazione e con la parola, consigliandolo e aitandolo spiritualmente e temporalmente secondo che fa bisogno alla sua necessitá, almeno volontariamente, non avendo altro. Non amando me, non ama lui; non amandolo, non el soviene; offende innanzi se medesimo che si tolle la grazia, e offende il prossimo tollendoli, perché non gli dá l’orazione e i dolci desidèri che è tenuto d’offerire dinanzi a me per lui. Ogni sovenire che egli fa debba uscire della dileczione che egli gli ha per amore di me.
Cosí ogni male si fa per mezzo del prossimo, cioè che, non amando me, non è nella caritá sua. E tucti e’ mali dependono perché l’anima è privata della caritá di me e del prossimo suo. Non facendo bene, séguita che fa male; facendo male, verso cui el fa e dimostra? verso se medesimo in prima e del proximo; non verso di me, ché a me non può fare danno se none in quanto Io reputo facto a me quello che fa ad altrui. Fa danno a sé di colpa, la qual colpa el priva della grazia; peggio non si può fare. Al proximo fa danno non dandoli el debito che gli debba dare della dileczione e dell’amore, col quale amore il debba sovenire con l’orazione e sancto desiderio offerto a me per lui.
Questo è uno sovenimento generale che si debba fare a ogni creatura che ha in sé ragione. Utilitá particulari sonno quelle che si fanno a coloro che vi sonno piú da presso dinanzi agli occhi vostri, de’ quali sète tenuti di sovenire l’uno a l’altro con la parola e doctrina e exemplo di buone operazioni, e in tucte l’altre cose che si vede che egli abbi bisogno; consigliandolo schiectamente come se medesimo e senza passione di proprio amore. Egli non el fa, perché giá è privato della dileczione verso di lui. Sí che vedi che, non facendolo, gli fa danno particulare; e non tanto che gli facci danno non facendoli quel bene che egli può, ma e’ gli fa male e danno assiduamente. Come? Per questo modo: el peccato si fa actuale e mentale; mentale è giá facto, ché ha conceputo piacere del peccato e odio della virtú, cioè del proprio amore sensitivo, il quale l’ha privato de l’affecto della caritá el quale debba avere a me e al proximo suo. E poi che egli ha conceputo, gli parturisce l’uno di po’ l’altro sopra del proximo, secondo che piace a la perversa volontá sensitiva, in diversi modi: alcuna volta vediamo che parturisce una crudeltá e in generale e in particulare. Generale è di vedere sé e le creature in dampnazione e in caso di morte per la privazione della grazia; ed è tanto crudele che non si soviene, sé né altrui, de l’amore della virtú e odio del vizio; anco come crudele distende actualmente piú la crudeltá sua, cioè che non tanto che egli dia exemplo di virtú, ma egli, come malvagio, piglia l’officio delle dimonia, traendo, giusta ’l suo potere, la creatura da la virtú e conducendola nel vizio. Questa è crudeltá verso l’anima che s’è facto strumento a tollarle la vita e darle la morte. Crudeltá corporale usa per cupiditá, ché non tanto che egli sovenga il proximo del suo, ma egli tolle l’altrui, robbando le poverelle, e alcuna volta per acto di signoria e alcuna volta con inganno e con frode facendo ricomprare le cose del proximo e spesse volte la propria persona. O crudeltá miserabile, la quale sarai privata della misericordia mia, se esso non torna a pietá e benivolenzia verso di lui!
E alcuna volta parturisce parole ingiuriose, doppo le quali parole spesse volte séguita l’omicidio. E alcuna volta parturisce disonestá nella persona del proximo, per la quale ne diventa animale bruto, pieno di puzza; e non atosca né uno né due, ma chi se gli appressima con amore e conversazione ne rimane atoscato.
In cui parturisce la superbia? solo nel proximo per propria reputazione di sé; unde ne traie dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo gli fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, parturisce ingiustizia e crudeltá ed è rivenditore delle carni degli uomini.
O carissima figliuola, duolti de l’offesa mia e piagne sopra questi morti, acciò che con l’orazione si distruga la morte loro! Or vedi che da qualunque lato, e di qualunque maniera di genti, tu vedi tucti parturire i peccati sopra del proximo, e farli col suo mezzo. In altro modo non farebbe mai peccato neuno, né occulto né palese: occulto è quando non gli dá quello che gli debba dare; palese è quando parturisce e’ vizi, sí come Io ti dixi.
Adunque bene è la veritá che ogni offesa facta a me si fa col mezzo del proximo.
CAPITOLO VII
Come le virtú s’aoperano col mezzo del proximo, e perché le virtú sono poste tanto differenti ne le creature.
—Decto t’ho come tucti e’ peccati si fanno col mezzo del proximo per lo principio che ti posi, perché erano privati dell’affecto della caritá, la quale caritá dá vita a ogni virtú; e cosí l’amore proprio, il quale tolle la caritá e dileczione del proximo, è principio e fondamento d’ogni male. Tucti gli scandali, e odio e crudeltá e ogni inconveniente procede da questa perversa radice de l’amore proprio. Egli ha avelenato tucto quanto el mondo e infermato el corpo mistico della sancta Chiesa e l’universale corpo della religione cristiana, perché Io ti dixi che nel proximo si fondavano tucte le virtú, e cosí è la veritá.
Io sí ti dixi che la caritá dava vita a tucte le virtú, e cosí è: che veruna virtú si può avere senza la caritá, cioè che la virtú s’acquisti per puro amore di me. Ché poi che l’anima ha cognosciuta sé, come di sopra dicemmo, ha trovata umilitá e odio della propria passione sensitiva, cognoscendo la legge perversa che è legata nelle membra sue che sempre impugna contra lo spirito. E però s’è levata con odio e dispiacimento d’essa sensualitá, conculcandola socto la ragione con grande sollicitudine; e in sé ha trovata la larghezza della mia bontá per molti benefizi che ha ricevuti da me, e’ quali tucti ritruova in se medesima. E il cognoscimento che ha trovato di sé il retribuisce a me per umilitá, cognoscendo che per grazia Io l’abbi tracto della tenebre e recato a lume di vero cognoscimento.
E poi che ha cognosciuta la mia bontá, l’ama senza mezzo ed amala con mezzo: cioè senza mezzo di sé e di sua propria utilitá; e amala col mezzo della virtú (la quale virtú ha conceputa per amor di me), perché vede che in altro modo non sarebbe grato né accepto a me se non concepesse l’odio del peccato e amore delle virtú. E poi che l’ha conceputa per affecto d’amore, subbito la parturisce al proximo suo, ché in altro modo non sarebbe veritá che egli l’avesse conceputa in sé. Ma come in veritá m’ama, cosí fa utilitá al proximo suo; e non può essere altrementi, perché l’amore di me e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l’anima ama me, tanto ama lui, perché l’amore verso di lui esce di me.
Questo è quel mezzo che io v’ho posto acciò che exercitiate e proviate la virtú in voi: che, non potendo fare utilitá a me, dovetela fare al proximo. Questo manifesta che voi aviate me per grazia ne l’anima vostra; facendo fructo in lui di molte e sancte orazioni con dolce e amoroso desiderio, cercando l’onore di me e la salute de l’anime. Non si ristá mai l’anima inamorata della mia veritá di fare utilitá a tucto el mondo, in comune e in particulare, poco e assai, secondo la disposizione di colui che riceve e de l’ardente desiderio di colui che dá, sí come di sopra fu manifestato quando ti dichiarai che pura la pena, senza il desiderio, non era sufficiente a punire la colpa.
Poi che egli ha facto utilitá per l’amore unitivo che ha facto in me, per lo quale ama lui, disteso l’affecto alla salute di tucto quanto il mondo, sovenendo alla sua necessitá, ingegnasi (poi che ha facto bene a sé per lo concipere la virtú, unde ha tracta la vita della grazia) di ponere l’occhio a la necessitá del proximo in particulare. Poi che mostrato l’ha generalmente a ogni creatura che ha in sé ragione, per affecto di caritá, come decto è, ed egli soviene quelli da presso, secondo diverse grazie che Io gli ho date a ministrare: chi di doctrina, cioè con la parola consigliando schiectamente senza alcuno rispecto; chi con exemplo di vita. E questo debba fare ogniuno, e dare edificazione al proximo di sancta e onesta vita.
Queste sonno le virtú, e molte altre, le quali non potresti narrare, che si parturiscono nella dileczione del proximo. Perché l’ho poste tanto differenti che Io non ho dato tucto a uno, anco a cui ne do una, e a cui ne do un’altra particulare? poniamo che una non ne possa avere che tucte non l’abbi, perché tucte le virtú sono legate insieme. Ma dolle molte, quasi come per capo di tucte l’altre virtú; cioè che a cui darò principalmente la caritá, e a cui la giustizia, e a cui l’umilitá, e a cui una fede viva; ad altri una prudenzia, una temperanzia, una pazienzia; ad altri una fortezza. Queste e molte altre darò ne l’anima differentemente a molte creature: poniamo che l’una di queste sia posta per uno principale obiecto di virtú ne l’anima, disponendosi piú a conversazione principale con essa che con l’altre; e per questo affecto di questa virtú trae a sé tucte l’altre virtú, ché (come decto è) elle sono tucte legate insieme ne l’affecto della caritá.
E cosí molti doni e grazie di virtú e d’altro, spiritualmente e corporalmente (corporalmente dico per le cose necessarie per la vita de l’uomo), tucte l’ho date in tanta differenzia che non l’ho poste tucte in uno, perché abbi materia, per forza, d’usare la caritá l’uno con l’altro. Ché ben potevo fare gli uomini dotati di ciò che bisogna e secondo il corpo e secondo l’anima; ma Io volsi che l’uno avesse bisogno de l’altro, e fussero miei ministri a ministrare le grazie e i doni che hanno ricevuti da me. Ché voglia l’uomo o no, non può fare che per forza non usi l’acto della caritá. È vero che, se ella non è facta e donata per amore di me, quello acto non gli vale quanto a grazia.
Sí che vedi che acciò che essi usassero la virtú della caritá, Io gli ho facti miei ministri e posti in diversi stati e variati gradi. Questo vi mostra che nella Casa mia ha molte mansioni, e che Io non voglio altro che amore. Però che ne l’amore di me compie l’amore del proximo; compíto l’amore del proximo, ha observata la legge: ciò che può fare d’utilitá, secondo lo stato suo, colui che è legato in questa dileczione, sí el fa.
CAPITOLO VIII
Come le virtú si pruovano e fortificano per li loro contrari.
—Hotti decto come egli fa utilitá al proximo, nella quale utilitá mostra l’amore che ha a me. Ora ti dico che nel proximo pruova in se medesimo la virtú della pazienzia nel tempo della ingiuria che riceve da lui. E pruova l’umilitá nel superbo, e pruova la fede ne l’infedele, e pruova la vera speranza in colui che none spera, e la giustizia nello ingiusto, e la pietá nel crudele, e la mansuetudine e benignitá ne l’iracundo.
Tucte le virtú si pruovano e parturiscono nel proximo, sí come gl’iniqui parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, l’umilitá è provata nella superbia: cioè che l’umile spegne la superbia, però che ’l superbo non può fare danno a l’umile; né la infidelitá dello iniquo uomo, che non ama né spera in me, a colui che è fedele a me non diminuisce né la fede, né la speranza in colui che l’ha conceputa in sé per amore di me: anco la fortifica e la pruova nella dileczione de l’amore del proximo. Ché conciosiacosa che egli el vegga infedele e senza speranza in me e in lui (ché colui che non ama me non può avere fede né speranza in me, anco la pone nella propria sensualitá, la quale egli ama), el servo fedele mio non lassa però che fedelmente non l’ami e che sempre con esperanza non cerchi in me la salute sua. Sí che vedi che nella loro infidelitá e mancamento di speranza pruova la virtú della fede. In questo e ne l’altre cose nelle quali è bisogno di provarla, egli la pruova in sé e nel proximo suo.
E cosí la giustizia non diminuisce per le sue ingiustizie, anco dimostra di provare la giustizia, cioè che dimostra che egli è giusto per la virtú della pazienzia; come la benignitá e mansuetudine nel tempo de l’ira si manifesta con la dolce pazienzia; e la invidia, dispiacimento e odio con la dileczione della caritá, fame e desiderio della salute de l’anime.
Anco ti dico che non tanto che si pruovi la virtú in coloro che rendono bene per male, ma Io ti dico che spesse volte gictará carboni accesi di fuoco di caritá, el quale dissolve e l’odio e il rancore del cuore e della mente de l’iracundo; e da odio torna spesse volte a benivolenzia. E questo è per la virtú della caritá e perfecta pazienzia che è in colui che sostiene l’ira de l’iniquo, portando e sopportando e’ difecti suoi.
Se tu raguardi la virtú della fortezza e perseveranzia, ella è provata nel molto sostenere, nelle ingiurie e detraczioni degli uomini, e’ quali spesse volte, quando per ingiuria e quando con lusinghe, il vogliono ritrare da seguitare la via e doctrina della veritá, in tucto è forte e perseverante se la virtú della fortezza è dentro conceputa; alora la pruova nel proximo, come decto t’ho. E se ella, al tempo che è provata con molti contrari, non facesse buona pruova, non sarebbe virtú in veritá fondata.
TRACTATO DE LA DISCREZIONE
CAPITOLO IX
Qui comincia el tractato de la discrezione. E prima, come l’affecto non si die ponere principalmente ne la penitenzia ma ne le virtú. E come la discrezione riceve vita da l’umilitá, e come rende ad ciascuno el debito suo.
—Queste sonno le sancte e dolci operazioni che io richieggio da’ servi miei: ciò sonno queste virtú intrinseche de l’anima, provate come detto ho; non solamente quelle virtú che si fanno con lo strumento del corpo, cioè con acto di fuore o con diverse e varie penitenzie, le quali sonno strumento di virtú, ma non virtú. Ché se solo fusse questo, senza le virtú di sopra contiate, poco sarebbe piacevole a me: anco, spesse volte, se l’anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cioè che l’affecto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata, impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l’affecto de l’amore, con odio sancto di sé, e con vera umilitá e perfecta pazienzia, e ne l’altre virtú intrinseche de l’anima, con fame e desiderio del mio onore e salute de l’anime. Le quali virtú dimostrano che la volontá sia morta, e continuamente s’uccide sensualmente per affecto d’amore di virtú.
Con questa discrezione debba fare la penitenzia sua: cioè di pònare il principale affecto nelle virtú piú che nella penitenzia. La penitenzia die fare come strumento per augmentare la virtú, secondo che è bisogno e che si vede di potere fare secondo la misura della sua possibilitá. In altro modo, cioè facendo il fondamento sopra la penitenzia, impedirebbe la sua perfeczione, perché non sarebbe facta con lume di cognoscimento di sé e della mia bontá discretamente. E non pigliarebbe la veritá mia, ma indiscretamente farebbe, non amando quello che Io piú amo e odiando quello che Io piú odio. Ché «discrezione» non è altro che uno vero cognoscimento che l’anima debba avere di sé e di me; in questo cognoscimento tiene le sue radici.
Ella è uno figliuolo che è innestato e unito con la caritá. È vero che ha molti figliuoli, sí come uno arbore che abbi molti rami; ma quello che dá vita a l’arbore e a’ rami è la radice se ella è piantata nella terra de l’umilitá (la quale è balia e nutrice della caritá), dove egli sta innestato questo figliuolo e arbore della discrezione. Ché altrementi non sarebbe virtú di discrezione e non producerebbe fructo di vita, se ella non fusse piantata nella virtú de l’umilitá, perché l’umilitá procede dal cognoscimento che l’anima ha di sé. E giá ti dixi che la radice della discrezione era uno vero cognoscimento di sé e della mia bontá; unde subbito rende a ogniuno discretamente il debito suo.
E principalmente il rende a me, rendendo gloria e loda al nome mio; e retribuisce a me le grazie e i doni che vede e cognosce avere ricevuti da me. E a sé rende quello che si vede avere meritato, cognoscendo sé non essere; e l’essere suo, el quale ha, cognosce avere avuto per grazia da me; e ogni altra grazia, che ha ricevuta sopra l’essere, la retribuisce a me e non a sé. Parle essere ingrata a tanti benefizi e negligente in non avere exercitato il tempo e le grazie ricevute, e però le pare essere degna delle pene. Alora si rende odio e dispiacimento nelle colpe sue.
E questo fa la virtú della discrezione, fondata nel cognoscimento di sé con vera umilitá. Ché se questa umilitá non fusse ne l’anima (come decto è), sarebbe indiscreta e non discreta. La quale indiscrezione sarebbe posta nella superbia, come la discrezione è posta ne l’umilitá. E però indiscretamente, sí come ladro, furarebbe l’onore a me e darebbelo a sé per propria reputazione; e quello che è suo porrebbe a me, lagnandosi e mormorando de’ misteri miei e’ quali Io adoperasse in lui o ne l’altre mie creature; d’ogni cosa si scandelizzarebbe in me e nel proximo suo.
El contrario che fanno coloro che hanno la virtú della discrezione: che, poi che hanno renduto il debito che detto è a me e a loro, rendono poi al proximo il principale debito de l’affecto della caritá e de l’umile e continua orazione. El quale debba rendere ciascuno l’uno a l’altro; e rendeli debito di doctrina, di sancta e onesta vita per exemplo, consigliandolo e aitandolo secondo che gli è di bisogno a la salute sua, come di sopra ti dixi.
In ogni stato che l’uomo è, o signore o prelato o subdito, se egli ha questa virtú, ogni cosa che fa e rende al proximo suo fa discretamente e con affecto di caritá, perché elle sonno legate e innestate insieme e piantate nella terra della vera umilitá, la quale esce del cognoscimento di sé.
CAPITOLO X
Similitudine come la caritá, l’umilitá e la discrezione sono unite insieme; a la quale similitudine l’anima si debba conformare.
—Sai come stanno queste tre virtú? come se tu avessi uno cerchio tondo posto sopra la terra; e nel mezzo del cerchio escisse uno arbore con uno figliuolo dallato unito con lui. L’arbore si notrica nella terra che contiene la larghezza del cerchio, ché se egli fusse fuore della terra, l’arbore sarebbe morto e non darebbe fructo infino che non fusse piantato nella terra.
Or cosí ti pensa che l’anima è uno arbore facto per amore, e però non può vivere altro che d’amore. È vero che, se ella non ha amore divino di perfecta caritá, non produce fructo di vita ma di morte. Conviensi che la radice di questo arbore, cioè l’affecto de l’anima, stia e non esca del cerchio del vero cognoscimento di sé; el quale cognoscimento di sé è unito in me che non ho né principio né fine, sí come el cerchio che è tondo; ché quanto tu ti vai ravollendo dentro nel cerchio, non truovi né fine né principio; e pure dentro vi ti truovi. Questo cognoscimento di sé e di me in sé, truova e sta sopra la terra della vera umilitá; la quale è tanto grande quanto la larghezza del cerchio, cioè il cognoscimento che ha avuto di sé, unito in me come decto è. Ché altrimenti non sarebbe cerchio senza fine né senza principio: anco avarebbe principio, avendo cominciato a cognoscere sé, e finirebbe nella confusione se questo cognoscimento non fusse unito in me.
Alora l’arbore della caritá si nutrica ne l’umilitá, mectendo il figliuolo dallato della vera discrezione per lo modo che decto t’ho. El mirollo de l’arbore, cioè de l’affecto della caritá che è ne l’anima, è la pazienzia; la quale è uno segno dimostrativo che dimostra me essere ne l’anima e l’anima unita in me. Questo arbore cosí dolcemente piantato gicta fiori odoriferi di virtú, con molti e divariati sapori; egli rende fructo di grazia a l’anima e fructo d’utilitá al proximo secondo la sollicitudine di chi vorrá ricevere de’ fructi de’ servi miei. A me rende odore di gloria e loda al nome mio; e cosí fa quello per che Io el creai, e da questo giogne al termine suo, cioè me, che so’ vita durabile che non gli posso essere tolto se egli non vuole.
Tucti quanti e’ fructi che escono de l’arbore sonno conditi con la discrezione, perché sonno uniti insieme, come detto t’ho.
CAPITOLO XI
Come la penitenzia e gli altri exercizi corporali si debbono prendere per strumento da venire a virtú e non per principale affecto. E del lume de la discrezione in diversi altri modi e operazioni.
—Questi sonno e’ fructi e l’operazioni che Io richieggio da l’anima: la pruova delle virtú al tempo del bisogno. E però ti dixi, se bene ti ricorda giá cotanto tempo, quando desideravi di fare grande penitenzia per me, dicendo:—Che potrei io fare che io sostenesse pena per te?—E Io ti risposi nella mente tua, dicendo:—Io so’ colui che mi dilecto di poche parole e di molte operazioni;—per dimostrarti che non colui che solamente mi chiamará col suono della parola:—Signore, Signore, io vorrei fare alcuna cosa per te;—né colui che per me desidera e vuole mortificare il corpo con le molte penitenzie, senza uccidere la propria volontá, m’era molto a grado. Ma Io volevo le molte operazioni del sostenere virilmente e con pazienzia, e l’altre virtú che contiate t’ho, intrinseche de l’anima, le quali tucte sonno operative, che aduoperano fructo di grazia.
Ogni altra operazione, posta in altro principio che questo, Io le reputo essere chiamare solo con la parola, perché elle sonno operazioni finite. E Io, che so’ infinito, richieggio infinite operazioni, cioè infinito affecto d’amore. Voglio che l’operazioni di penitenzia e d’altri exercizi, e’ quali sonno corporali, siano posti per strumento e non per principale affecto. Ché se fusse posto el principale affecto ine, mi sarebbe data cosa finita, e farebbe come la parola che, escita che è fuore della bocca, non è piú; se giá la parola non escisse con l’affecto de l’anima, il quale concipe e parturisce in veritá la virtú; cioè che l’operazione finita (la quale t’ho chiamata «parola») fusse unita con l’affecto della caritá. Alora sarebbe grata e piacevole a me, perché non sarebbe sola ma accompagnata con la vera discrezione, usando l’operazioni corporali per strumento e non per principale capo.
Non sarebbe convenevole che principio e capo si facesse solo nella penitenzia o in qualunque acto di fuore corporale, ché giá ti dixi che elle erano operazioni finite. E finite sonno: sí perché elle sonno facte in tempo finito, e sí perché alcuna volta si conviene che la creatura le lassi, o che elle gli sieno facte lassare. Quando le lassa per necessitá di non potere fare quello acto che ha cominciato, per diversi accidenti che gli vengono, o per obbedienzia che sará comandato dal prelato suo, che facendole, non tanto che egli meritasse, ma egli offendarebbe. Sí che vedi che elle sonno finite. Debba dunque pigliare per uso e non per principio; ché, pigliandole per principio, di bisogno è che in alcuno tempo le lassi, e l’anima alora rimane vòta.
E questo vi mostrò il glorioso Pavolo mio banditore quando dixe nella epistola sua che voi mortificaste il corpo e uccideste la propria volontá: cioè sapere tenere a freno il corpo, macerando la carne, quando volesse inpugnare contra lo spirito; ma la volontá vuole essere in tucto morta e abnegata e sottoposta a la volontá mia. La quale volontá s’uccide con quello debito che Io ti dixi che la virtú della discrezione rendeva a l’anima: cioè odio e dispiacimento de l’offese e della propria sensualitá, il quale acquistò nel cognoscimento di sé.
Questo è quello coltello che uccide e taglia ogni proprio amore fondato nella propria volontá. Or costoro sonno quegli che non mi dánno solamente parole ma molte operazioni. Dicendo «molte» non ti pongo numero, perché l’affecto de l’anima fondato in caritá, che dá vita a tucte le virtú, debba giognere in infinito. E none schifo però la parola, ma dixi ch’Io volevo poche parole, mostrandoti che ogni operazione actuale era finita, e però le chiamai «poche»; ma pure mi piacciono quando sonno poste per strumento di virtú e non per principale virtú.
E però non debba veruno dare giudicio di ponere maggiore perfeczione nel grande penitente, che si dá molto a uccidere il corpo suo, che in colui che ne fa meno; però che, come Io t’ho decto, none sta ine la virtú né il merito loro; però che male ne starebbe chi non può fare, per legiptime cagioni, operazione e penitenzia actuale; ma sta solo nella virtú della caritá, condita col lume della vera discrezione, però che altrimenti non varrebbe. E questo amore la discrezione il dá senza fine e senza modo verso di me, però che so’ somma e etterna veritá; non pone legge né termine a l’amore col quale egli ama me, ma bene il pone con modo e con caritá ordinata verso el proximo suo.
El lume della discrezione, la quale esce della caritá, come decto t’ho, dá al proximo amore ordinato, cioè con ordinata caritá che non fa danno di colpa a sé per fare utilitá al proximo. Ché se uno solo peccato facesse per campare tucto il mondo de lo ’nferno, o per adoperare una grande virtú, non sarebbe caritá ordinata con discrezione: anco sarebbe indiscreta, perché licito non è di fare una grande virtú e utilitá al proximo con colpa di peccato. Ma la discrezione sancta è ordinata in questo modo: che l’anima tucte le potenzie sue dirizza a servire me virilmente con ogni sollicitudine, e il proximo ama con affecto d’amore ponendo la vita del corpo per salute de l’anime, se fusse possibile, mille volte; sostenendo pene e tormenti perché abbi vita di grazia. E la substanzia sua temporale pone in utilitá ed in sovenimento del corpo del proximo suo.
Questo fa el lume della discrezione che esce della caritá. Sí che vedi che discretamente rende e debba rendere, ogni anima che vuole la grazia, a me amore infinito e senza modo, e al proximo (col mio amore infinito) amare lui con modo e caritá ordinata, come detto t’ho, non rendendo male di colpa a sé per utilitá altrui. E di questo v’amuní sancto Pavolo quando disse che la caritá si debba prima muovere da sé; altrimenti non sarebbe utilitá altrui d’utilitá perfecta. Ché quando la perfeczione non è ne l’anima, ogni cosa è imperfecta: e ciò che aduopera e in sé e in altrui. Non sarebbe cosa convenevole che per salvare le creature, che sonno finite e create da me, fussi offeso Io, che so’ Bene infinito; piú sarebbe grave solo quella colpa, e grande, che non sarebbe il fructo che farebbe per quella colpa.
Sí che colpa di peccato in veruno modo tu non debbi fare; la vera caritá il cognosce, perché ella porta seco el lume della sancta discrezione. Ella è quello lume che dissolve ogni tenebre, e tolle la ignoranzia, e ogni virtú condisce; e ogni strumento di virtú actuale è condito da lei. Ella ha una prudenzia che non può essere ingannata; ella ha una fortezza che non può essere venta; ella ha una perseveranzia grande infino al fine che tiene dal cielo a la terra, cioè dal cognoscimento di me al cognoscimento di sé; da la caritá mia a la caritá del proximo. Con vera umilitá campa e passa tucti e’ lacciuoli del dimonio e delle creature con la prudenzia sua. Con la mano disarmata, cioè col molto sostenere, ha sconficto el dimonio e la carne con questo dolce e glorioso lume, perché con esso cognobbe la sua fragilitá, e cognoscendola le rende il debito de l’odio. Ha conculcato el mondo e messoselo sotto e’ piei de l’affecto. Spregiandolo e tenendolo a vile n’è facto signore, facendosene beffe.
E però gli uomini del mondo non possono tollere le virtú de l’anima; ma tucte le loro persecuzioni sonno acrescimento e provamento della virtú. La quale prima è conceputa per affecto d’amore, come decto è, e poi si pruova nel proximo e si parturisce sopra di lui. E cosí t’ho mostrato che, se ella non si vedesse e rendesse lume al tempo della pruova dinanzi da l’uomo, non sarebbe veritá che la virtú fusse conceputa. Perché giá ti dixi e hotti manifestato che virtú non può essere, che sia perfecta, che dia fructo, senza el mezzo del proximo. Se non come la donna che ha conceputo in sé il figliuolo, che se ella non il parturisce che venga dinanzi a l’occhio della creatura, non si reputa lo sposo d’avere figliuolo; cosí Io che so’ sposo de l’anima, se ella non parturisce il figliuolo della virtú nella caritá del proximo, mostrandolo, secondo che è di bisogno, in comune e in particulare, sí come Io ti dixi; dico che in veritá non avará conceputa la virtú in sé. E cosí dico el vizio che tucti si commectono col mezzo del proximo.
CAPITOLO XII
Repetizione d’alcune cose giá decte, e come Dio promecte refrigerio a’ servi suoi e la reformazione de la sancta Chiesa col mezzo del molto sostenere.
—Ora hai veduto che Io, Veritá, t’ho mostrata la veritá e la doctrina per la quale tu venga e conservi la grande perfeczione. E anco t’ho dichiarato in che modo si satisfa la colpa e la pena, in te e nel proximo tuo, dicendoti che la pena che sostiene la creatura mentre che è nel corpo mortale, non è sofficiente la pena in se sola a satisfare la colpa e la pena, se giá ella non fusse unita con l’affecto della caritá e con la vera contrizione e dispiacimento del peccato, come decto t’ho.
Ma la pena alora satisfa quando è unita la pena con la caritá: non per virtú di veruna pena actuale che si sobstenga, ma per virtú della caritá e dolore della colpa commessa. La quale caritá è acquistata col lume de l’intellecto, con cuore schiecto e liberale raguardando in me, obiecto, che so’ essa caritá. Tucto questo t’ho mostrato perché tu mi dimandavi di volere portare. Hottelo mostrato acciò che tu e gli altri servi miei sappiate in che modo e come dovete fare sacrifizio di voi a me. Sacrifizio, dico, actuale e mentale unito insieme, sí come è unito el vasello con l’acqua che si presenta al Signore: ché l’acqua senza il vasello non si potrebbe presentare; el vaso senza l’acqua, portandolo, non sarebbe piacevole a lui. Cosí vi dico che voi dovete offerire a me il vasello delle molte fadighe actuali per qualunque modo Io ve le concedo; non eleggendo voi né luogo né tempo né fadighe a modo vostro, ma a mio. Ma questo vasello debba essere pieno, cioè portandole tucte con affecto d’amore e con vera pazienzia; portando e sopportando e’ difecti del proximo vostro con odio e dispiacimento del peccato. Alora si truovano queste fadighe (le quali t’ho poste per uno vasello) piene de l’acqua della grazia mia, la quale dá vita a l’anima; alora Io ricevo questo presente da le dolci spose mie, cioè da ogni anima che mi serve. Ricevo, dico, da loro gli anxietati desidèri, lagrime e sospiri loro, umili e continue orazioni; le quali cose sono tucte uno mezzo che, per l’amore che Io l’ho, placano l’ira mia sopra e’ nemici miei de gl’iniqui uomini che tanto m’offendono.
Sí che sostiene virilmente infino alla morte; e questo mi sará segno che voi in veritá m’amiate. E non dovete vòllere il capo indietro a mirare l’aratro per timore di veruna creatura né per tribolazioni: anco nelle tribolazioni godete. El mondo si rallegra facendovi molta ingiuria, e voi sète contristati nel mondo per le ingiurie e offese che mi vedete fare, per le quali offendendo me offendono voi; e offendendo voi offendono me, perché so’ facto una cosa con voi. Ben vedi tu che avendovi data la imagine e similitudine mia, e perdendo voi la grazia per lo peccato, per réndarvi la vita della grazia unii la mia natura in voi, velandola della vostra umanitá. E cosí, essendo voi imagine mia, presi la imagine vostra, prendendo forma umana.
Sí che Io so’ una cosa con voi, se giá l’anima non si diparte da me per la colpa del peccato mortale. Ma chi m’ama sta in me, e Io in lui; e però el mondo il perseguita, perché ’l mondo non ha conformitá con meco; e però perseguitò l’unigenito mio Figliuolo infino a l’obrobriosa morte della croce. E cosí fa a voi: egli vi perseguita e perseguitará in fino a la morte perché me non ama; ché se ’l mondo avesse amato me, e voi amarebbe. Ma rallegratevi, ché l’allegrezza vostra sará piena in celo.
Anco ti dico che quanto ora abondará piú la tribolazione nel corpo mistico della sancta Chiesa, tanto abondará piú in dolcezza ed in consolazione. E questa sará la dolcezza sua: la reformazione de’ sancti e buoni pastori, e’ quali sonno fiori di gloria, cioè che rendono gloria e loda al nome mio, rendendomi odore di virtú fondate in veritá. E questa è la reformazione de’ fiori odoriferi dei miei ministri e pastori. Non che abbi bisogno il fructo di questa sposa d’essere riformato, perché non diminuisce né si guasta mai per li difecti de’ ministri. Sí che rallegratevi, tu e ’l padre de l’anima tua e gli altri miei servi, ne l’amaritudine; ché Io, Veritá etterna, v’ho promesso di darvi refrigerio, e doppo l’amaritudine vi darò consolazione (col molto sostenere) nella reformazione della sancta Chiesa.
CAPITOLO XIII
Come questa anima per la responsione divina crebbe insiememente e mancò in amaritudine; e come fa orazione a Dio per la Chiesa sancta sua e per lo popolo suo.
Alora l’anima anxietata e affocata di grandissimo desiderio, conceputo ineffabile amore nella grande bontá di Dio, cognoscendo e vedendo la larghezza della sua caritá che con tanta dolcezza aveva degnato di rispondere a la sua petizione, e di satisfare dandole speranza a l’amaritudine, la quale aveva conceputa per l’offesa di Dio e danno della sancta Chiesa e miseria sua propria (la quale vedeva per cognoscimento di sé), mitigava l’amaritudine, e cresceva l’amaritudine; perché avendole il sommo ed etterno Padre manifestata la via della perfeczione e nuovamente le mostrava l’offesa sua e il danno de l’anime, sí come di socto dirò piú distesamente.
Perché nel cognoscimento che l’anima fa di sé, cognosce meglio Dio, cognoscendo la bontá di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio cognosce la dignitá e la indegnitá sua medesima: cioè la dignitá della creazione, vedendo sé essere imagine di Dio e datole per grazia e non per debito. E nello specchio della bontá di Dio dico che cognosce l’anima la sua indegnitá nella quale è venuta per la colpa sua. Però che come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l’uomo specchiandosi dentro nello specchio, cosí l’anima che, con vero cognoscimento di sé, si leva per desiderio con l’occhio de l’intellecto a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la puritá, che vede in lui, meglio cognosce la macula della faccia sua.
E perché el lume e il cognoscimento era maggiore in quella anima per lo modo decto, era cresciuta una dolce amaritudine, ed era scemata l’amaritudine. Era scemata per la speranza che le die’ la prima Veritá; e sí come il fuoco cresce quando gli è data la materia, cosí crebbe il fuoco in quella anima per sí facto modo che possibile non era a corpo umano a potere sostenere che l’anima non si partisse dal corpo. Unde, se non che era cerchiata di fortezza da Colui che è somma fortezza, non l’era possibile di camparne mai.
Purificata l’anima dal fuoco della divina caritá, la quale trovò nel cognoscimento di sé e di Dio, e cresciuta la fame con la speranza della salute di tucto quanto el mondo e della reformazione della sancta Chiesa, si levò con una sicurtá dinanzi al sommo Padre, avendole mostrato la lebbra della sancta Chiesa e la miseria del mondo, quasi con la parola di Moisé dicendo:
—Signore mio, vòlle l’occhio della tua misericordia sopra el popolo tuo e sopra el corpo mistico della sancta Chiesa; però che piú sarai tu gloriato di perdonare a tante creature e dar lo’ lume di cognoscimento (ché tucte ti rendarebbero laude vedendosi campare per la tua infinita bontá da la tenebre del peccato mortale e da l’etterna dampnazione) che tu non sarai solamente di me miserabile che tanto t’ho offeso e la quale so’ cagione e strumento d’ogni male. E però ti prego, divina etterna caritá, che tu facci vendecta di me e facci misericordia al popolo tuo. Mai dinanzi ala presenzia tua non mi partirò infino che io vedrò che tu lo’ facci misericordia.
E che sarebbe a me che io vedesse me avere vita e il popolo tuo la morte? e che la tenebre si levasse nella sposa tua, che è essa luce, principalmente per li miei difecti e de l’altre tue creature? Voglio dunque, e per grazia tel dimando, che abbi misericordia al popolo tuo per la caritá increata che mosse te medesimo a creare l’uomo a la imagine e similitudine tua dicendo: «Facciamo l’uomo a la imagine e similitudine nostra». E questo facesti volendo tu, Trinitá etterna, che l’uomo participasse tucto te, alta, etterna Trinitá. Unde gli desti la memoria perché ritenesse i benefizi tuoi, nella quale participa la potenzia di te, Padre etterno; e destili l’intellecto acciò che cognoscesse, vedendo, la tua bontá e participasse la sapienzia de l’unigenito tuo Figliuolo; e destili la volontá acciò che potesse amare quello che lo ’ntellecto vide e cognobbe de la tua veritá participando la clemenzia dello Spirito sancto.
Chi ne fu cagione che tu ponessi l’uomo in tanta dignitá? L’amore inextimabile col quale raguardasti in te medesimo la tua creatura e inamorastiti di lei, e però la creasti per amore e destile l’essere acciò che ella gustasse e godesse il tuo etterno bene. Vego che per lo peccato commesso perdecte la dignitá nella quale tu la ponesti; per la rebellione che fece a te cadde in guerra con la clemenzia tua, cioè che diventammo nemici tuoi. Tu, mosso da quel medesimo fuoco con che tu ci creasti, volesti ponere il mezzo a reconciliare l’umana generazione che era caduta nella grande guerra, acciò che della guerra si facesse la grande pace. E destici el Verbo de l’unigenito tuo Figliuolo, il quale fu tramezzatore fra noi e te.
Egli fu nostra giustizia che sopra di sé puní le nostre ingiustizie; e fece l’obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli ponesti quando el vestisti della nostra umanitá, pigliando la natura e imagine nostra umana. Oh abisso di caritá! qual cuore si può difendere che non scoppi a vedere l’altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanitá? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l’unione che hai facta ne l’uomo, velando la Deitá etterna con la miserabile nuvila e massa corrocta d’Adam. Chi n’è cagione? L’amore. Tu, Dio, se’ facto uomo, e l’uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che facci misericordia a le tue creature.
CAPITOLO XIV
Come Dio si lamenta del popolo cristiano, e singularmente de’ ministri suoi, toccando alcuna cosa del sacramento del Corpo di Cristo e del benefizio de la Incarnazione.
Alora Dio, vollendo l’occhio della sua misericordia verso di lei, lassandosi costrignere a le lagrime e lassandosi legare a la fune del sancto desiderio suo, lagnandosi diceva:
—Figliuola dolcissima, la lagrima mi costrigne perché è unita con la mia caritá ed è gictata per amore di me; e léganomi e’ penosi desidèri vostri. Ma mira e vede come la sposa mia ha lordata la faccia sua; come è lebbrosa per immondizia e amore proprio e infiata superbia e avarizia di coloro che si pascono al pecto suo, cioè la religione cristiana, corpo universale; e anco il corpo mistico della sancta Chiesa; ciò dico de’ miei ministri, e’ quali sonno quelli che si pascono e stanno alle mamelle sue. E non tanto che essi si pascano, ma essi hanno a pascere e tenere a queste mamelle l’universale corpo del popolo cristiano e di qualunque altro volesse levarsi dalla tenebre della infidelitá e legarsi come membro nella Chiesa mia.
Vedi con quanta ignoranzia e con quanta tenebre e con quanta ingratitudine è ministrato, e con mani inmonde, questo glorioso lacte e Sangue di questa sposa? e con quanta presumpzione e inreverenzia è ricevuto? E però quella cosa che dá vita, spesse volte, per loro difecto, loro dá morte, cioè il prezioso sangue de l’unigenito mio Figliuolo, el quale tolse la morte e la tènabre e donò la luce e la veritá, e confuse la bugia.
Ogni cosa donò questo sangue e adoperò intorno a la salute e a compire la perfeczione ne l’uomo, a chi si dispone a ricévare; ché, come dá vita e dota l’anima d’ogni grazia (poco e assai, secondo la disposizione e affecto di colui che riceve), cosí dá morte a colui che iniquamente vive. Sí che da la parte di colui che riceve, ricevendolo indegnamente con la tenebre del peccato mortale, a costui gli dá morte e non vita. Non per difecto del Sangue, né per difecto del ministro che fusse in quello medesimo male o maggiore: però che ’l suo male non guasta né lorda il Sangue, né diminuisce la grazia e virtú sua, e però non fa male a colui a cui egli el dá; ma a se medesimo fa male di colpa, alla quale gli séguita la pena se esso non si corregge con vera contrizione e dispiacimento della colpa sua.
Dico dunque che fa danno a colui che ’l riceve indegnamente, non per difecto del Sangue né del ministro (come decto è), ma per la sua mala disposizione e difecto suo, che con tanta miseria e immondizia ha lordata la mente e il corpo suo e tanta crudeltá ha avuta a sé e al proximo suo. A sé l’ebbe tollendosi la grazia, conculcando socto e’ piei de l’affecto suo el fructo del Sangue che trasse del sancto baptesmo, essendoli giá tolta per virtú del Sangue la macchia del peccato originale, la quale macchia trasse quando fu conceputo dal padre e dalla madre sua. E però donai el Verbo de l’unigenito mio Figliuolo perché la massa de l’umana generazione era corrocta per lo peccato del primo uomo Adam, e però tucti voi, vaselli facti di questa massa, eravate corrocti e non disposti ad avere vita etterna.
Unde per questo Io, altezza, unii me con la bassezza della vostra umanitá: per remediare a la corruczione e morte de l’umana generazione, e per restituirla a grazia, la quale per lo peccato perdé. Non potendo Io sostenere pena (e della colpa voleva la divina mia giustizia che n’escisse la pena) e non essendo sufficiente pure uomo a satisfare, che se egli avesse pure in alcuna cosa satisfacto, non satisfaceva altro che per sé e non per l’altre creature che hanno in loro ragione (benché di questa colpa né per sé né per altrui poteva egli satisfare, perché la colpa era facta contra me che so’ infinita bontá); volendo Io pure restituire l’uomo, el quale era indebilito e non poteva satisfare per la cagione decta e perché era molto indebilito, mandai el Verbo del mio Figliuolo vestito di questa medesima natura che voi, massa corrocta d’Adam, acciò che sostenesse pena in quella natura medesima che aveva offeso e, sostenendo sopra del corpo suo infino a l’obrobriosa morte della croce, placasse l’ira mia.
E cosí satisfeci a la mia giustizia e saziai la divina mia misericordia, la quale misericordia volse satisfare a la colpa de l’uomo e disponerlo a quel bene per lo quale Io l’avevo creato. Sí che la natura umana, unita con la natura divina, fu sufficiente a satisfare per tucta l’umana generazione, non solo per la pena che sostenne nella natura finita, cioè della massa d’Adam, ma per la virtú della Deitá etterna, natura divina infinita. Unita l’una natura ne l’altra, ricevecti e acceptai el sacrifizio del sangue de l’unigenito mio Figliuolo, intriso e impastato con la natura divina col fuoco della divina caritá, la quale fu quello legame che ’l tenne conficto e chiavellato in croce.
Or per questo modo fu sufficiente a satisfare la colpa la natura umana: solo per virtú della natura divina. Per questo modo fu tolta la marcia del peccato d’Adam, e rimase solo el segno, cioè inchinamento al peccato e ogni difecto corporale. Sí come la margine che rimane quando l’uomo è guarito della piaga, cosí la colpa d’Adam la quale menò marcia mortale. Venuto el grande medico de l’unigenito mio Figliuolo, curò questo infermo beiendo la medicina amara, la quale l’uomo bere non poteva perché era molto indebilito. Egli fece come la baglia che piglia la medicina in persona del figliuolo, perché ella è grande e forte, e il fanciullo non è forte a potere portare l’amaritudine. Sí che egli fu baglia, portando con la grandezza e fortezza della Deitá, unita con la natura vostra, l’amara medicina della penosa morte della croce per sanare e dare vita a voi, fanciulli indebiliti per la colpa.
Solo il segno rimase del peccato originale, el quale peccato contraete dal padre e dalla madre quando sète conceputi da loro. Il quale segno si tolle da l’anima, benché non a tucto; e questo si fa nel sancto baptesmo, el quale baptesmo ha virtú e dá vita di grazia in virtú di questo glorioso e prezioso sangue. Subbito che l’anima ha ricevuto il sancto baptesmo, l’è tolto il peccato originale ed èlle infusa la grazia. E lo inchinamento al peccato (che è la margine che rimane del peccato originale, come decto è) indebilisce, e può l’anima rifrenarlo se ella vuole.
Alora el vasello de l’anima è disposto a ricévare e aumentare in sé la grazia, assai e poco, secondo che piacerà a lei di volere disponere se medesima con affecto e desiderio di volere amare e servire me. Cosí si può disponere al male come al bene, non obstante che egli abbi ricevuta la grazia nel sancto baptesmo. Unde venuto el tempo de la discrezione, per lo libero arbitrio può usare il bene e il male secondo che piace a la volontá sua. Ed è tanta la libertá che ha l’uomo, e tanto è facto forte per la virtú di questo glorioso sangue, che né dimonio né creatura il può costregnere a una minima colpa piú che egli si voglia. Tolta gli fu la servitudine e facto libero, acciò che signoreggiasse la sua propria sensualitá e avesse il fine per lo quale era stato creato.
Oh miserabile uomo che si dilecta nel loto come fa l’animale, e non ricognosce tanto benefizio quanto ha ricevuto da me; piú non poteva ricevere la miserabile creatura piena di tanta ignoranzia!
CAPITOLO XV
Come la colpa è piú gravemente punita doppo la passione di Cristo che prima, e come Dio promecte di fare misericordia al mondo e a la sancta Chiesa col mezzo dell’orazione e del patire de’ servi suoi.
—Voglio che tu sappi, figliuola mia, che per la grazia che hanno ricevuta avendoli ricreati nel sangue de l’unigenito mio Figliuolo, e restituita a grazia l’umana generazione (sí come decto t’ho), non ricognoscendola, ma andando sempre di male in peggio e di colpa in colpa, sempre perseguitandomi con molte ingiurie e tenendo tanto a vile le grazie che Io l’ho facte e fo, che non tanto che essi se la rechino a grazia, ma e’ lo’ pare ricevere alcuna volta da me ingiuria, né piú né meno come se Io volesse altro che la loro sanctificazione; dico che lo’ sará piú duro, e degni saranno di maggiore punizione. E cosí saranno piú puniti ora, poi che hanno ricevuta la redempzione del sangue del mio Figliuolo, che innanzi la redempzione, cioè innanzi che fusse tolta via la marcia del peccato d’Adam. Cosa ragionevole è che chi piú riceve, piú renda e piú sia tenuto a colui da cui egli riceve.
Molto era tenuto l’uomo a me per l’essere che Io gli avevo dato, creandolo a la imagine e similitudine mia. Era tenuto di rendermi gloria, ed egli me la tolse e volsela dare a sé; per la qual cosa trapassò l’obedienzia mia imposta a lui e diventommi nemico. Ed Io con l’umilitá destruxi la superbia sua, umiliando la natura divina e pigliando la vostra umanitá; cavandovi dalla servitudine del dimonio, fecivi liberi; e non tanto che Io vi desse libertá, ma, se tu vedi bene, l’uomo è facto Dio, e Dio è facto uomo per l’unione della natura divina nella natura umana.
Questo è uno debito il quale hanno ricevuto, cioè il tesoro del Sangue, dove essi sonno recreati a grazia. Sí che vedi quanto essi sono piú obligati a rendere a me doppo la redempzione che inanzi la redempzione. Sonno tenuti di rendere gloria e loda a me, seguitando le vestigie della Parola incarnata de l’unigenito mio Figliuolo, e alora mi rendono debito d’amore di me e dileczione del proximo con vere e reali virtú, sí come di sopra ti dixi. Non facendolo (perché molto mi debbono amare), caggiono in maggiore offesa; e però Io per divina giustizia lo’ rendo piú gravezza di pena dando lo’ l’ecterna dampnazione. Unde molto ha piú pena uno falso cristiano che uno pagano; e piú el consuma el fuoco senza consumare, per divina giustizia, cioè affligge, e affliggendo si sentono consumare col vermine della coscienzia e nondimeno non consuma, perché i dampnati non perdono l’essere per veruno tormento che ricevano. Onde Io ti dico che essi dimandano la morte e non la possono avere, perché non possono perdere l’essere. Perdêro l’essere della grazia per la colpa loro; ma l’essere no. Sí che la colpa è molto piú punita doppo la redempzione del Sangue che prima, perché hanno piú ricevuto; e non pare che se n’aveggano né si sentano de’ mali loro. Essi mi sonno facti nemici, avendoli reconciliati col mezzo del sangue del mio Figliuolo.
Uno rimedio ci ha, col quale Io placarò l’ira mia: cioè col mezzo de’ servi miei, se solliciti saranno di costrignermi con la lagrima e legarmi col legame del desiderio. Tu vedi che con questo legame tu m’hai legato; il quale legame Io ti diei perché volevo fare misericordia al mondo. E però do Io fame e desiderio ne’ servi miei verso l’onore di me e la salute de l’anime, acciò che, costrecto da le lagrime loro, mitighi el furore della divina mia giustizia.
Tolle dunque le lagrime e il sudore tuo e tra’ le della fontana della divina mia caritá tu e gli altri servi miei; e con esse lavate la faccia a la sposa mia, ché Io ti promecto che con questo mezzo le sará renduta la bellezza sua. Non con coltello né con guerra né con crudeltá riavará la bellezza sua; ma con la pace ed umili e continue orazioni, sudori e lagrime, gictate con anxietato desiderio de’ servi miei. E cosí adempirò el desiderio tuo con molto sostenere, gictando lume la pazienzia vostra nella tenebre degl’iniqui uomini del mondo. E non temete perché ’l mondo vi perseguiti, ché Io sarò per voi, e in veruna cosa vi mancará la mia providenzia.
CAPITOLO XVI
Come questa anima cognoscendo piú de la divina bontá, non rimaneva contenta di pregare solamente per lo popolo cristiano e per la sancta Chiesa, ma pregava per tucto quanto el mondo.
Alora quella anima levandosi con maggiore cognoscimento, e con grandissima allegrezza e conforto stando dinanzi a la divina Maestá, sí per la speranza che ella avea presa della divina misericordia, e sí per l’amore ineffabile il quale gustava vedendo che, per amore e desiderio che Dio aveva di fare misericordia a l’uomo non obstante che fussero suoi nemici, avea dato il modo e la via a’ servi suoi come potessero costregnere la sua bontá e placare l’ira sua, si rallegrava, perdendo ogni timore nelle persecuzioni del mondo, vedendo che Dio fusse per lei. E cresceva forte il fuoco del sancto desiderio, in tanto che none stava contenta ma con sicurtá sancta dimandava per tucto quanto el mondo.
E poniamo che nella seconda petizione si conteneva el bene e l’utilitá de’ cristiani e degli infedeli, cioè nella reformazione della sancta Chiesa; nondimeno, come affamata, si stendea l’orazione sua a tucto quanto el mondo (sí come egli stesso la faceva dimandare), gridando:—Misericordia, Idio etterno, verso le tue pecorelle, sí come pastore buono che tu se’. Non indugiare a fare misericordia al mondo, però che giá quasi pare che egli non possa piú, perché al tucto pare privato de l’unione della caritá inverso di te, Veritá etterna, e verso di loro medesimi: cioè di non amarsi insieme d’amore fondato in te.
CAPITOLO XVII
Come Dio si lamenta de le sue creature razionali e maximamente per l’amore proprio che regna in loro, confortando la predecta anima ad orazione e lagrime.
Alora Dio, come ebbro d’amore verso la salute nostra, teneva modo d’accendere maggiore amore e dolore in quella anima in questo modo: mostrando con quanto amore aveva creato l’uomo, (sí come di sopra alcuna cosa dicemmo), e diceva:—Or non vedi tu che ogniuno mi percuote; e Io gli ho creati con tanto fuoco d’amore e dotatigli di grazia; e molti, quasi infiniti doni ho dati a loro per grazia e non per debito? Or vedi, figliuola, con quanti e diversi peccati essi mi percuotono, e spezialmente col miserabile e abominevole amore proprio di loro medesimi, unde procede ogni male. Con questo amore hanno avelenato tucto quanto il mondo, però che come l’amore di me tiene in sé ogni virtú parturita nel proximo (sí com’Io ti dimostrai), cosí l’amore proprio sensitivo, perché procede da la superbia (come il mio procede da caritá), contiene in sé ogni male. E questo male fanno col mezzo della creatura, separati e divisi da la caritá del proximo, perché me non hanno amato, né il proximo non amano, però che sonno uniti l’uno e l’altro insieme. E però ti dissi che ogni bene e ogni male era facto col mezzo del proximo, sí come Io, di sopra, questa parola ti spianai.
Molto mi posso lagnare de l’uomo che da me non ha ricevuto altro che bene, e a me dá odio facendo ogni male. Perché Io ti dissi che con le lagrime de’ servi miei mitigarei l’ira mia; e cosí ti ridico. Voi, servi miei, paratevi dinanzi con le molte orazioni e ansietati desidèri e dolore de l’offesa che è facta a me, e della dannazione loro; e cosí mitigarete l’ira mia del divino giudicio.
CAPITOLO XVIII
Come neuno può uscire de le mani di Dio, però che o egli vi sta per misericordia o elli vi sta per giustizia.
—Sappi che veruno può escire delle mie mani: però che Io so’ Colui che so’; e voi non sète per voi medesimi se non quanto sète facti da me, il quale so’ Creatore di tucte le cose che participano essere, excepto che del peccato che non è, e però non è facto da me e, perché non è in me, non è degno d’essere amato. E però offende la creatura: perché ama quel che non debba amare, cioè il peccato; e odia me che è tenuto e obligato d’amarmi, che so’ sommamente buono e hogli dato l’essere con tanto fuoco d’amore. Ma di me non possono escire: o eglino ci stanno per giustizia per le colpe loro, o essi ci stanno per misericordia. Apre dunque l’occhio de l’intellecto e mira nella mia mano, e vedrai che egli è la veritá quel ch’Io t’ho decto.—
Alora ella, levando l’occhio per obedire al sommo Padre, vedeva nel pugno suo rinchiuso tucto l’universo mondo, dicendo Dio:—Figliuola mia, or vedi e sappi che veruno me ne può essere tolto, però che tucti ci stanno o per giustizia o per misericordia, come decto è, perché sonno miei e creati da me, e amoli ineffabilemente. E però, non obstanti le iniquitá loro, Io lo’ farò misericordia col mezzo de’ servi miei, e adempirò la petizione tua, che con tanto amore e dolore me l’hai adimandata.
CAPITOLO XIX
Come questa anima crescendo nell’amoroso fuoco desiderava di sudare di sudore di sangue; e reprendendo se medesima faceva singulare orazione per lo padre dell’anima sua.
Alora quella anima come ebbra e quasi fuore di sé, crescendo el fuoco del sancto desiderio, stava quasi beata e dolorosa. Beata stava per l’unione che aveva facta in Dio, gustando la larghezza e bontá sua, tucta annegata nella sua misericordia: e dolorosa era vedendo offendere tanta bontá. E rendeva grazie a la divina Maiestá, quasi cognoscendo che Dio avesse manifestato e’ difecti delle creature perché fusse costrecta a levarsi con piú sollicitudine e maggiore desiderio.
Sentendosi rinnovare il sentimento de l’anima nella Deitá etterna, crebbe tanto el sancto e amoroso fuoco che il sudore de l’acqua, el quale ella gictava per la forza che l’anima faceva al corpo (perché era piú perfecta l’unione che quella anima aveva facta in Dio, che non era l’unione fra l’anima e il corpo, e però sudava per forza e caldo d’amore), ella lo spregiava per grande desiderio che aveva di vedere escire del corpo suo sudore di sangue; dicendo a se medesima:—O anima mia, oimè! tucto il tempo della vita tua hai perduto, e però sonno venuti tanti danni e mali nel mondo e nella sancta Chiesa; molti, in comune e in particulare. E però Io voglio che tu ora rimedisca col sudore del sangue.—
Veramente questa anima aveva bene tenuta a mente la doctrina che le die’ la Veritá: di sempre cognoscere sé e la bontá di Dio in sé; e il remedio che si voleva a rimediare tucto quanto el mondo, a placare l’ira e il divino giudicio, cioè con umili, continue e sancte orazioni.
Alora questa anima, speronata dal sancto desiderio, si levava molto maggiormente aprendo l’occhio de l’intellecto, e speculavasi nella divina caritá, dove vedeva e gustava quanto siamo tenuti d’amare e di cercare la gloria e loda del nome di Dio nella salute de l’anime. A questo vedeva chiamati e’ servi di Dio. E singularmente chiamava ed eleggeva la Veritá etterna el padre de l’anima sua, el quale ella portava dinanzi a la divina bontá, pregandola che infondesse in lui uno lume di grazia acciò che in veritá seguitasse essa Veritá.
CAPITOLO XX
Come senza tribolazioni portate con pazienzia non si può piacere a Dio; e però Dio conforta lei e il padre suo a portare con vera pazienzia.
Alora Dio, rispondendo a la terza petizione, cioè della fame della salute sua, diceva:
—Figliuola, questo voglio: che egli cerchi di piacere a me, Veritá, nella fame della salute de l’anime, con ogni sollicitudine. Ma questo non potrebbe né egli né tu né veruno altro avere senza le molte persecuzioni, sí come Io ti dixi di sopra, secondo ch’Io ve le concedarò.
Sí come voi desiderate di vedere il mio onore nella sancta Chiesa, cosí dovete concipere amore a volere sostenere con vera pazienzia. E a questo m’avedrò, che egli e tu e gli altri miei servi cercarete il mio onore in veritá. Alora sará egli el carissimo mio figliuolo, e riposarassi, egli e gli altri, sopra el pecto de l’unigenito mio Figliuolo, del quale Io ho facto ponte perché tucti potiate giognere al fine vostro e ricevere il fructo d’ogni vostra fadiga che avarete sostenuta per lo mio amore. Sí che portate virilemente.
CAPITOLO XXI
Come, essendo rotta la strada d’andare al cielo per la disobedienzia d’Adam, Dio fece del suo Figliuolo ponte per lo quale si potesse passare.
—E perché Io ti dixi che del Verbo de l’unigenito mio Figliuolo avevo facto ponte, e cosí è la veritá, voglio che sappiate, figliuoli miei, che la strada si ruppe, per lo peccato e disobedienzia d’Adam, per sí facto modo che neuno potea giognere a vita durabile; e non mi rendevano gloria per quel modo che dovevano, non participando quel bene per lo quale Io gli avevo creati a la imagine e similitudine mia. E non avendolo, non s’adempiva la mia veritá. Questa veritá è che Io l’avevo creato perché egli avesse vita etterna, e participasse me e gustasse la somma ed etterna dolcezza e bontá mia. Per lo peccato suo non giogneva a questo termine, e questa veritá non s’adempiva. E questo era però che la colpa aveva serrato el cielo e la porta della misericordia mia.
Questa colpa germinò spine e tribolazioni con molte molestie; la creatura trovò ribellione a se medesima subbito che ebbe ribellato a me; esso medesimo si fu ribello.
La carne impugnò subbito contra lo spirito, perdendo lo stato della innocenzia, e diventò animale immondo. E tucte le cose create gli furono ribelle, dove in prima gli sarebbero state obedienti se egli si fusse conservato nello stato dove Io el posi. Non conservandosi, trapassò l’obedienzia mia, e meritò morte etternale ne l’anima e nel corpo.
E corse, disúbbito che ebbe peccato, uno fiume tempestoso che sempre el percuote con l’onde sue, portando fadighe e molestie da sé, e molestie dal dimonio e dal mondo. Tucti annegavate, perché veruno, con tucte le sue giustizie, non poteva giognere a vita etterna. E però Io, volendo rimediare a tanti vostri mali, v’ho dato il ponte del mio Figliuolo, acciò che passando el fiume non annegaste. El quale fiume è il mare tempestoso di questa tenebrosa vita.
Vedi quanto è tenuta la creatura a me! e quanto è ignorante a volersi pure annegare e non pigliare il remedio ch’Io l’ho dato!
CAPITOLO XXII
Come Dio induce la predecta anima a raguardare la grandezza d’esso ponte, cioè per che modo tiene da la terra al cielo.
—Apre l’occhio de l’intellecto e vedrai gli acciecati e ignoranti. E vedrai gl’imperfecti e i perfecti che in veritá seguitano me, acciò che tu ti doglia della dannazione degl’ignoranti e rallegriti della perfeczione de’ dilecti figliuoli miei. Ancora vedrai che modo tengono quelli che vanno a lume e quelli che vanno a tenebre. Ma innanzi voglio che raguardi el ponte de l’unigenito mio Figliuolo, e vede la grandezza sua che tiene dal cielo a la terra, cioè raguarda che è unita con la grandezza della Deitá la terra della vostra umanitá. E però dico che tiene dal cielo a la terra, cioè per l’unione che Io ho facta ne l’uomo.
Questo fu di necessitá a volere rifare la via che era rocta, sí come Io ti dixi, acciò che giogneste a vita e passaste l’amaritudine del mondo. Pure, di terra non si poteva fare di tanta grandezza che fusse sufficiente a passare il fiume e darvi vita etterna, cioè che pure la terra della natura de l’uomo non era sufficiente a satisfare la colpa e tollere via la marcia del peccato d’Adam, la quale marcia corruppe tucta l’umana generazione e trasse puzza da lei, sí come di sopra ti dixi. Convennesi dunque unire con l’altezza della natura mia, Deitá etterna, acciò che fusse sufficiente a satisfare a tucta l’umana generazione: la natura umana sostenesse la pena, e la natura divina unita con essa natura umana acceptasse il sacrifizio del mio Figliuolo, offerto a me per voi per tòllarvi la morte e darvi la vita.
Sí che l’altezza s’aumiliò a la terra, e della vostra umanitá unita l’una con l’altra se ne fece ponte, e rifece la strada. Perché si fece via? acciò che in veritá veniste a godere con la natura angelica; e non bastarebbe a voi ad avere la vita perché ’l Figliuolo mio vi sia facto ponte, se voi non teneste per esso.
CAPITOLO XXIII
Come tutti siamo lavoratori messi da Dio a lavorare ne la vigna de la sancta Chiesa. E come ciascuno ha la vigna propria da se medesimo; e come noi tralci ci conviene essere uniti ne la vera vite del Figliuolo di Dio.
Qui mostrava la Veritá etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvará senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volontá libera, col libero arbitrio exercitando el tempo con le vere virtú. E però subgionse a mano a mano dicendo:
—Tucti vi conviene tenere per questo ponte, cercando la gloria e loda del nome mio nella salute de l’anime, con pena sostenendo le molte fadighe, seguitando le vestigie di questo dolce ed amoroso Verbo. In altro modo non potreste venire a me.
Voi sète miei lavoratori che v’ho messi a lavorare nella vigna della sancta Chiesa. Voi lavorate nel corpo universale della religione cristiana; messi da me per grazia, avendovi Io dato el lume del sancto baptesmo. El quale baptesmo aveste nel corpo mistico della sancta Chiesa per le mani de’ ministri, e’ quali Io ho messi a lavorare con voi.
Voi sète nel corpo universale, ed essi sonno nel corpo mistico, posti a pascere l’anime vostre, ministrandovi el Sangue ne’ sacramenti che ricevete da lei, traendone essi le spine de’ peccati mortali e piantandovi la grazia. Essi sonno miei lavoratori nella vigna de l’anime vostre, legati nella vigna della sancta Chiesa.
Ogni creatura che ha in sé ragione ha la vigna per se medesima, cioè la vigna de l’anima sua; della quale la volontá col libero arbitrio nel tempo n’è facto lavoratore, cioè mentre che elli vive. Ma poi che è passato el tempo, neuno lavorío può fare, né buono né gattivo; ma mentre che elli vive può lavorare la vigna sua, nella quale Io l’ho messo. E ha ricevuta tanta fortezza questo lavoratore de l’anima che né dimonio né altra creatura gli ’l può tollere se egli non vuole; però che ricevendo el sancto baptesmo si fortificò e fugli dato un coltello d’amore di virtú, e odio del peccato. El quale amore e odio truova nel Sangue, però che per amore di voi e odio del peccato morí l’unigenito mio Figliuolo, dandovi el Sangue, per lo quale Sangue aveste vita nel sancto baptesmo.
Sí che avete il coltello, el quale dovete usare col libero arbitrio, mentre che avete il tempo, per divellere le spine de’ peccati mortali e piantare le virtú; però che in altro modo da essi lavoratori che Io ho messi nella sancta Chiesa (de’ quali ti dixi che tollevano el peccato mortale della vigna de l’anima e davanvi la grazia, ministrandovi el Sangue ne’ sacramenti che ordinati sonno nella sancta Chiesa) non ricevareste el fructo del Sangue.
Conviensi dunque che prima vi leviate con la contrizione del cuore e dispiacimento del peccato e amore della virtú; e alora ricevarete il fructo d’esso Sangue. Ma in altro modo nol potreste ricevere, non disponendovi da la parte vostra come tralci uniti nella vite de l’unigenito mio Figliuolo, el quale dixe: «Io so’ vite vera; el Padre mio è il lavoratore, e voi sète i tralci». E cosí è la veritá: che Io so’ il lavoratore, però che ogni cosa che ha essere è uscito ed esce di me. La potenzia mia è inextimabile, e con la mia potenzia e virtú governo tucto l’universo mondo. Veruna cosa è facta o governata senza me. Sí che Io so’ el lavoratore che piantai la vite vera de l’unigenito mio Figliuolo nella terra della vostra umanitá, acciò che voi, tralci uniti con la vite, faceste fructo.
E però chi non fará fructo di sancte e buone operazioni sará tagliato da questa vite, e seccarassi. Però che separato da essa vite perde la vita della grazia ed è messo nel fuoco etternale, sí come il tralcio che non fa fructo, che è tagliato subbito dalla vite ed è messo nel fuoco perché non è buono ad altro. Or cosí questi cotali tagliati per l’offese loro, morendo nella colpa del peccato mortale, la divina giustizia (non essendo buoni ad altro) gli mecte nel fuoco el quale dura etternalmente.
Costoro non hanno lavorata la vigna loro; anco l’hanno disfacta, e la loro e l’altrui. Non solo che ci abbino messa alcuna pianta buona di virtú; ma essi n’hanno tracto il seme della grazia, el quale avevano ricevuto nel lume del sancto baptesmo, participando el sangue del mio Figliuolo, el quale fu el vino che vi porse questa vite vera. Ma essi ne l’hanno tracto, questo seme, e datolo a mangiare agli animali, cioè a diversi e molti peccati, e messolo sotto e’ piei del disordinato affecto, col quale affecto hanno offeso me e facto danno a loro e al proximo.
Ma e’ servi miei non fanno cosí; e cosí dovete fare voi, cioè essere uniti e innestati in questa vite. E alora riportarete molto fructo, perché participarete de l’umore della vite. E stando nel Verbo del mio Figliuolo state in me, perché Io so’ una cosa con lui ed egli con meco; stando in lui seguitarete la doctrina sua; seguitando la sua doctrina participate della sustanzia di questo Verbo, cioè participate della Deitá etterna unita ne l’umanitá, traendone voi uno amore divino dove l’anima s’inebbria. E però ti dixi che participate della sustanzia della vite.
CAPITOLO XXIV
Per che modo Dio pota i tralci uniti con la predecta vite, cioè i servi suoi, e come la vigna di ciascuno è tanto unita con quella del proximo, che neuno può lavorare o guastare la sua che non lavori o guasti quella del proximo.
—Sai che modo Io tengo poi ch’e’ servi miei sonno uniti in seguitare la doctrina del dolce ed amoroso Verbo? Io gli poto, acciò che faccino molto fructo, e il fructo loro sia provato e non insalvatichisca. Sí come il tralcio che sta nella vite, che il lavoratore il pota perché facci migliore vino e piú; e quello che non fa fructo taglia e mecte nel fuoco. E cosí fo Io lavoratore vero: e’ servi miei che stanno in me Io gli poto con le molte tribolazioni, acciò che faccino piú fructo e migliore, e sia provata in loro la virtú. E quegli che non fanno fructo sono tagliati e messi al fuoco, come decto t’ho.
Questi cotali sonno lavoratori veri, e lavorano bene l’anima loro, traendone ogni amore proprio, rivoltando la terra de l’affecto loro in me. E nutricano e crescono el seme della grazia, el quale ebbero nel sancto baptesmo. Lavorando la loro, lavorano quella del proximo, e non possono lavorare l’una senza l’altra; e giá sai ch’Io ti dixi che ogni male si faceva col mezzo del proximo e ogni bene. Sí che voi sète miei lavoratori, esciti di me, sommo ed etterno lavoratore, il quale v’ho uniti e innestati nella vite per l’unione che Io ho facta con voi.
Tiene a mente che tucte le creature che hanno in loro ragione hanno la vigna loro di per sé. La quale è unita senza veruno mezzo col proximo loro, cioè l’uno con l’altro. E sonno tanto uniti che veruno può fare bene a sé che nol facci al proximo suo, né male che non il faccia a lui. Di tucti quanti voi è facta una vigna universale, cioè di tucta la congregazione cristiana, e’ quali sète uniti nella vigna del corpo mistico della sancta Chiesa, unde traete la vita.
Nella quale vigna è piantata questa vite de l’unigenito mio Figliuolo, in cui dovete essere innestati. Non essendo voi innestati in lui, sète subito ribelli a la sancta Chiesa e sète come membri tagliati dal corpo che subito imputridisce. È vero che, mentre che avete il tempo, vi potete levare da la puzza del peccato col vero dispiacimento e ricórrire a’ miei ministri, e’ quali sonno lavoratori che tengono le chiavi del vino, cioè del Sangue uscito di questa vite. El quale Sangue è sí facto e di tanta perfeczione che, per veruno difecto del ministro, non vi può essere tolto el fructo d’esso Sangue.
El legame della caritá è quello che gli lega con vera umilitá, acquistata nel vero cognoscimento di sé e di me. Sí che vedi che tucti v’ho messi per lavoratori. E ora di nuovo v’invito, perché ’l mondo giá viene meno, tanto sonno multiplicate le spine che hanno affogato el seme, in tanto che veruno fructo di grazia vogliono fare.
Voglio dunque che siate lavoratori veri, che con molta sollicitudine aitiate a lavorare l’anime nel corpo mistico della sancta Chiesa. A questo v’eleggo, perch’Io voglio fare misericordia al mondo, per lo quale tu tanto mi preghi.
CAPITOLO XXV
Come la predecta anima, doppo alcune laude rendute a Dio, el prega che le mostri coloro che vanno per lo ponte predecto e quelli che non vi vanno.
Alora l’anima con ansietato amore diceva:—O inextimabile dolcissima caritá, chi non s’accende a tanto amore? Qual cuore si può difendere che non venga meno? Tu, abisso di caritá, pare che impazzi delle tue creature, come tu senza loro non potessi vivere, con ciò sia cosa che tu sia lo Dio nostro che non hai bisogno di noi. Del nostro bene a te non cresce grandezza, però che tu se’ immobile; del nostro male a te non è danno, però che tu se’ somma ed etterna bontá. Chi ti muove a fare tanta misericordia? L’amore; e non debito né bisogno che tu abbi di noi, però che noi siamo rei e malvagi debitori.
Se io veggo bene, somma ed etterna Veritá, io so’ el ladro e tu se’ lo ’npiccato per me; perché veggo el Verbo tuo Figliuolo conficto e chiavellato in croce, del quale m’hai facto ponte, secondo che hai manifestato a me, miserabile tua serva. Per la quale cosa el cuore scoppia, e non può scoppiare per la fame e desiderio che è conceputo in te. Ricordomi che tu volevi mostrare chi sono coloro che vanno per lo ponte, e chi non vi va. E però, se piacesse a la bontá tua di manifestarlo, volontieri el vedrei e l’udirei da te.
CAPITOLO XXVI
Come questo benedecto ponte ha tre scaloni, per li quali si significano tre stati dell’anima. E come questo ponte, essendo levato in alto, non è però separato da la terra. E come s’intende quella parola che Cristo dixe: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa trarrò a me».
Alora Dio etterno per fare piú inamorare e inanimare quella anima verso la salute de l’anime, le rispose e dixe:—Prima ch’Io ti mostri quel ch’Io ti voglio mostrare e di che tu mi dimandi, ti voglio dire come il ponte sta.
Decto t’ho che egli tiene dal cielo a la terra: cioè per l’unione che Io ho facta ne l’uomo, el quale Io formai del limo della terra. Questo ponte, unigenito mio Figliuolo, ha in sé tre scaloni; delle quali le due furono fabricate in sul legno della sanctissima croce, e la terza anco sentí la grande amaritudine quando gli fu dato bere fiele ed aceto.
In questi tre scaloni cognoscerai tre stati de l’anima, e’ quali Io ti dichiararò di sotto.
El primo scalone sonno e’ piei, e’ quali significano l’affecto; però che come i piei portano el corpo, cosí l’affecto porta l’anima. E’ piei conficti ti sonno scalone acciò che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore. Però che salito in su’ piei de l’affecto, l’anima comincia a gustare l’affecto del cuore, ponendo l’occhio de l’intellecto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova consumato e ineffabile amore.
Consumato, dico, ché non v’ama per propria utilitá, però che utilitá a lui non potete fare, però che egli è una cosa con meco. Alora l’anima s’empie d’amore, vedendosi tanto amare. Salito el secondo, giogne al terzo, cioè a la bocca, dove truova la pace della grande guerra che prima aveva avuta per le colpe sue.
Per lo primo scalone, levando e’ piei de l’affecto dalla terra, si spoglia del vizio; nel secondo s’empí d’amore con virtú, e nel terzo gustò la pace.
Sí che il ponte ha tre scaloni acciò che, salendo el primo e il secondo, potiate giognere a l’ultimo. Ed è levato in alto sí che, correndo l’acqua, non l’offende, però che in lui non fu veleno di peccato.
Questo ponte è levato in alto, e non è separato però dalla terra. Sai quando si levò in alto? Quando fu levato in sul legno della sanctissima croce, non separandosi però la natura divina dalla bassezza della terra della vostra umanitá; e però ti dixi che, essendo levato in alto, non era levato dalla terra, perché ella era unita e impastata con essa. Non era veruno che sopra el ponte potesse andare infino che egli non fu levato in alto; e però dixe egli: «Se Io sarò levato in alto, ogni cosa tirarò a me».
Vedendo la mia bontá che in altro modo non potavate essere tracti, manda’ lo perché fusse levato in alto in sul legno della croce, facendone una ancudine dove si fabricasse il figliuolo de l’umana generazione, per tollergli la morte e rivestirlo a la vita della grazia.
E però trasse ogni cosa a sé per questo modo, per dimostrare l’amore ineffabile che v’aveva, perché ’l cuore de l’uomo è sempre tracto per amore. Maggiore amore mostrare non vi poteva che dare la vita per voi. Per forza dunque è tracto da l’amore, se giá l’uomo ignorante non fa resistenzia in non lassarsi trare. Dixe dunque che, essendo levato in alto, ogni cosa trarrebbe a sé; e cosí è la veritá.
E questo s’intende in due modi. L’uno si è che, tracto il cuore de l’uomo per affecto d’amore, come decto t’ho, è tracto con tucte le potenzie de l’anima, cioè la memoria, l’intellecto e la volontá. Acordate queste tre potenzie e congregate nel nome mio, tucte l’altre operazioni che egli fa, actuali e mentali, sonno tracte piacevoli e unite in me per affecto d’amore, perché s’è levato in alto seguitando l’amore crociato. Sí che ben dixe veritá la mia Veritá dicendo: «Se Io sarò levato in alto ogni cosa trarrò a me», cioè che, tracto il cuore e le potenzie de l’anima, saranno tracte tucte le sue operazioni.
L’altro modo si è perché ogni cosa è creata in servigio dell’uomo. Le cose create sonno facte perché servano e sovengano a la necessitá delle creature; e non la creatura, che ha in sé ragione, è facta per loro: anco per me, acciò che mi serva con tucto el cuore e con tucto l’affecto suo. Sí che vedi che, essendo tracto l’uomo, ogni cosa è tracta, perché ogni cosa è facta per lui.
Fu dunque di bisogno che ’l ponte fusse levato in alto, e abbi le scale, acciò che si possa salire con piú agevolezza.
CAPITOLO XXVII
Come questo ponte è murato di pietre, le quali significano le vere e reali virtú, e come in sul ponte è una bottiga, dove si dá el cibo a’ viandanti; e come chi tiene per lo ponte va ad vita, ma chi tiene di sotto per lo fiume, va ad perdizione e ad morte.
—Questo ponte si ha le pietre murate acciò che, venendo la piova, non impedisca l’andatore. Sai quali pietre sonno queste? sonno le pietre delle vere e reali virtú. Le quali pietre non erano murate innanzi alla passione di questo mio Figliuolo, e però erano impediti che neuno poteva giognere al termine suo, quantunque essi andassero per la via delle virtú. Non era ancora diserrato el cielo con la chiave del Sangue, e la piova della giustizia non gli lassava passare.
Ma, poi che le pietre furono facte e fabricate sopra el Corpo del Verbo del dolce mio Figliuolo (di cui Io t’ho decto che è ponte), egli le mura e intride la calcina, per murarle, col Sangue suo; cioè che ’l Sangue è intriso con la calcina della Deitá e con la forza e fuoco della caritá.
Con la potenzia mia murate sonno le pietre delle virtú sopra lui medesimo, però che neuna virtú è che non sia provata in lui, e da lui hanno vita tucte le virtú. E però veruno può avere virtú, che dia vita di grazia, se non da lui, cioè seguitando le vestigie e la doctrina sua. Egli ha maturate le virtú, ed egli l’ha piantate come pietre vive, murate col Sangue suo, acciò che ogni fedele possa andare expeditamente e senza veruno timore servile di piova della divina giustizia, perché è ricoperto con misericordia. La quale misericordia discese di cielo nella Incarnazione di questo mio Figliuolo. Con che s’aperse? con la chiave del sangue suo.
Sí che vedi che ’l ponte è murato, ed è ricoperto con la misericordia, e su v’è la bottiga del giardino della sancta Chiesa, la quale tiene e ministra el Pane della vita, e dá bere il Sangue, acciò ch’e’ viandanti peregrini delle mie creature, stanchi, non vengano meno nella via. E per questo ha ordinato la mia caritá che vi sia ministrato el Sangue e ’l Corpo de l’unigenito mio Figliuolo tucto Dio e tucto uomo.
E passato el ponte, si giogne a la porta, la quale porta è esso ponte, per la quale tucti vi conviene intrare. E però disse Egli: «Io so’ via, veritá e vita. Chi va per me non va per la tenebre, ma per la luce». E in uno altro luogo disse la mia Veritá: che neuno poteva venire a me, se non per lui; e cosí è la veritá.
E, se bene ti ricorda, cosí ti dixi e mostrato te l’ho, volendoti fare vedere la via. Unde, se Egli dice che è via, egli è la veritá. E giá te l’ho mostrato che Egli è via in forma d’uno ponte. E dice che è veritá, e cosí è, perciò che Egli è unito con meco che so’ veritá, e chi el séguita va per la veritá. Ed è vita; e chi séguita questa vita riceve la vita della grazia e non può perire di fame, perché la Veritá vi s’è facto cibo.
Né può cadere in tenebre, perché Egli è luce, privato della bugia: anco con la veritá confuse e destrusse la bugia del dimonio, la quale elli dixe ad Eva. La quale bugia ruppe la strada del cielo; e la Veritá l’ha racconcia e murata col Sangue. Quegli che seguiranno questa via sonno figliuoli della Veritá, perché seguitano la Veritá, e passano per la porta della Veritá, e truovansi in me unito con la porta e via del mio Figliuolo, Veritá etterna, mare pacifico. Ma chi non tiene per questa via, tiene di sotto per lo fiume, la quale è via non posta con pietre, ma con acqua. E perché l’acqua non ha ritegno veruno, nessuno vi può andare che non annieghi. Cosí sonno facti e’ dilecti e gli stati del mondo. E perché l’affecto non è posto sopra la pietra, ma è posto con disordinato amore nelle creature e nelle cose create, amandole e tenendole fuore di me, ed elle sonno facte come l’acqua che continuamente corre; cosí corre l’uomo come elleno, benché a lui pare che corrano le cose create che egli ama, ed egli è pur elli che continuamente corre verso il termine della morte. Vorrebbe tenere sé, cioè la vita sua e le cose che egli ama, che non corrissero venendoli meno o per la morte che egli lassi loro, o per mia dispensazione che le cose create sieno tolte dinanzi alle creature. Costoro seguitano la bugia tenendo per la via della bugia, e sonno figliuoli del dimonio, el quale è padre delle bugie. E perché passano per la porta della bugia, ricevono etterna dannazione.
Sí che vedi ch’Io t’ho mostrata la veritá e mostrata la bugia: cioè la via mia che è veritá e quella del dimonio che è bugia.
CAPITOLO XXVIII
Come per ciascuna di queste due strade si va con fadiga, cioè per lo ponte e per lo fiume. E del dilecto che l’anima sente in andare per lo ponte.
—Queste sonno due strade, e per ciascuna si passa con fadiga. Mira quanta è l’ignoranzia e ciechitá dell’uomo, che, essendoli facta la via, vuole tenere per l’acqua. La quale via è di tanto dilecto a coloro che vanno per essa, che ogni amaritudine lo’ diventa dolce e ogni grande peso lo’ diventa leggero. Essendo nella tenebre del corpo, truovano la luce; ed essendo mortali, truovano la vita immortale, gustando per affecto d’amore, col lume della fede, la veritá etterna che promecte di dare refrigerio a chi s’affadiga per me, che so’ grato e cognoscente, e so’ giusto, che a ogniuno rendo giustamente secondo che merita; unde ogni bene è remunerato e ogni colpa punita.
El dilecto che ha colui che va per questa via non sarebbe la lingua tua sufficiente a poterlo narrare, né l’orecchia a poterlo udire, né l’occhio a poterlo vedere; però che in questa vita gusta e participa di quel bene che gli è apparecchiato nella vita durabile. Bene è dunque macto colui che schifa tanto bene, ed elegge, innanzi, di gustare in questa vita l’arra de l’inferno, tenendo per la via di socto, dove va con molte fadighe e senza neuno refrigerio e senza veruno bene; però che per lo peccato loro sonno privati di me che so’ sommo ed etterno Bene.
Bene hai dunque ragione di dolerti, e voglio che tu e gli altri servi miei stiate in continua amaritudine de l’offesa mia e compassione de l’ignoranzia e danno loro, con la quale ignoranzia m’offendono.
Or hai veduto e udito del ponte come egli sta; e questo ho decto per dichiarare quello ch’Io ti dissi, che era ponte l’unigenito mio Figliuolo (e cosí vedi che è la veritá), facto per lo modo che Io t’ho decto, cioè unita l’altezza con la bassezza.
CAPITOLO XXIX
Come questo ponte, essendo salito al cielo el dí de la Ascensione, non si partí però di terra.
—Poi che l’unigenito mio Figliuolo ritornò a me, doppo la resurrexione quaranta dí, questo ponte si levò da la terra, cioè dalla conversazione degli uomini, e salse in cielo per la virtú della natura mia divina, e siede da la mano dricta di me, Padre etterno. Sí come disse l’angelo a’ discepoli el dí de l’Ascensione, stando quasi come morti perché i cuori loro erano levati in alto e saliti in celo con la sapienzia del mio Figliuolo. Disse: «Non state piú qui, ché elli siede da la mano dricta del Padre».
Levato in alto e tornato a me Padre, Io mandai el Maestro, cioè lo Spirito sancto, el quale venne con la potenzia mia e con la sapienzia del mio Figliuolo e con la clemenzia sua, d’esso Spirito sancto. Egli è una cosa con meco Padre e col Figliuolo mio, unde fortificò la via della doctrina che lassò la mia Veritá nel mondo; e però, partendosi la presenzia, non si partí la doctrina né le virtú, vere pietre fondate sopra questa doctrina, la quale è la via che v’ha facto questo dolce e glorioso ponte. Prima adoparò Egli, e con le sue operazioni fece la via, dando la doctrina a voi per exemplo piú che per parole: anco prima fece che Egli dicesse.
Questa doctrina certificò la clemenzia dello Spirito sancto, fortificando le menti de’ discepoli a confessare la veritá ed annunziare questa via, cioè la doctrina di Cristo crocifixo, riprendendo per mezzo di loro el mondo delle ingiustizie e de’ falsi giudici. Delle quali ingiustizie e giudicio, di socto piú distesamente ti narrarò.
Hocti decto questo acciò che ne le menti di chi ode non potesse cadere veruna tenebre che obfuscasse la mente; cioè che volessero dire che di questo Corpo di Cristo se ne fece ponte per l’unione della natura divina unita con la natura umana. Questo veggo che egli è la veritá. Ma questo ponte si partí da noi salendo in celo. Egli ci era una via che c’insegnava la veritá vedendo l’exemplo e i costumi suoi. Ora che ci è rimaso? e dove truovo la via? Dicotelo, cioè dico a coloro a cui cadesse questa ignoranzia.
La via della doctrina sua, la quale Io t’ho decta, confermata dagli appostoli e dichiarata nel sangue de’ martiri, illuminata con lume de’ doctori e confessata per li confessori, e tractane la carta per li evangelisti, e’ quali stanno tucti come testimoni a confessare la veritá nel corpo mistico della sancta Chiesa.
Egli sonno come lucerna posta in sul candelabro, per mostrare la via della veritá, la quale conduce a vita con perfecto lume, come decto t’ho. E come te la dicono? per pruova: perché l’hanno provata in loro medesimi. Sí che ogni persona è illuminata in conoscere la veritá, se egli vuole (cioè che egli non si voglia tollere il lume della ragione col proprio disordinato amore). Sí che egli è veritá che la doctrina sua è vera, ed è rimasa come navicella a trare l’anima fuore del mare tempestoso e conducerla ad porto di salute.
Sí che in prima Io vi feci el ponte del mio Figliuolo, actuale, come decto ho, conversando con gli uomini; e levato el ponte actuale, rimase il ponte e la via della doctrina, come decto è, essendo la doctrina unita con la potenzia mia, con la sapienzia del Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto. Questa potenzia dá virtú di fortezza a chi séguita questa via; la sapienzia gli dá lume che in essa via cognosce la veritá; lo Spirito sancto gli dá amore, el quale consuma e tolle ogni amore proprio sensitivo fuore de l’anima, e solo gli rimane l’amore delle virtú.
Sí che in ogni modo, o actuale o per doctrina, Egli è via e veritá e vita. La quale via è il ponte che vi conduce a l’altezza del cielo. Questo volse dire quando Egli dixe: «Io venni dal Padre, e ritorno al Padre, e tornarò ad voi». Cioè a dire:—El Padre mio mi mandò a voi, e hammi facto vostro ponte, acciò che esciate del fiume e potiate giognere a la vita.—Poi dice: «E tornarò a voi. Io non vi lassarò orfani, ma mandarovi el Paraclito». Quasi dicesse la mia Veritá:—Io n’andarò al Padre e tornarò; cioè che, venendo lo Spirito sancto, il quale è decto Paraclito, vi mostrará piú chiaramente e vi confermará me, via di veritá, cioè la doctrina che Io v’ho data.—
Dixe che tornarebbe, e Egli tornò, perché lo Spirito sancto non venne solo, ma venne con la potenzia di me Padre, con la sapienzia del Figliuolo e con essa clemenzia di Spirito sancto. Vedi dunque che torna: non actuale ma con la virtú, come decto è, fortificando la strada della doctrina; la quale via e strada non può venire meno né essere tolta a colui che la vuole seguitare, perché ella è ferma e stabile e procede da me che non mi muovo.
Adunque virilmente dovete seguitare la via, e senza alcuna nuvila ma col lume della fede, la quale v’è data per principale vestimento nel sancto baptesmo.
Ora t’ho mostrato apieno e dichiarato el ponte actuale e la doctrina, la quale è una cosa insieme col ponte. E ho mostrato a l’ignorante chi gli manifesta questa via che ella è veritá, e dove stanno coloro che la ’nsegnano; e dixi che erano gli appostoli, evangelisti, martiri e confessori e i sancti doctori, posti nel luogo della sancta Chiesa come lucerna.
E hocti decto e mostrato come, venendo a me, egli tornò a voi, non presenzialmente ma con la virtú, come decto t’ho, cioè venendo lo Spirito sancto sopra e’ discepoli. Però che presenzialmente non tornará se non ne l’ultimo dí del giudicio, quando verrá con la mia maiestá e potenzia divina a giudicare il mondo e a rendere bene a’ buoni e remunerarli delle loro fadighe, l’anima e il corpo insieme, e rendere male di pena etternale a coloro che iniquamente sonno vissuti nel mondo.
Ora ti voglio dire quello che Io veritá ti promissi, cioè di mostrarti quegli che vanno imperfectamente, e quegli che vanno perfectamente, e altri con la grande perfeczione, e in che modo vanno; e gli iniqui che con le iniquitá loro s’aniegano nel fiume, giognendo a’ crociati tormenti.
Ora dico a voi, carissimi figliuoli miei, che voi teniate sopra el ponte e non di socto, però che quella non è la via della veritá: anco è quella della bugia, dove vanno gl’iniqui peccatori, de’ quali Io ora ti dirò. Questi sonno quegli peccatori, per li quali Io vi prego che voi mi preghiate e per li quali Io vi richieggio lagrime e sudori acciò che da me ricevano misericordia.
CAPITOLO XXX
Come questa anima, maravigliandosi de la misericordia di Dio, raconta molti doni e grazie procedute da essa divina misericordia ad l’umana generazione.
Alora quella anima, quasi come ebbra, non si poteva tenere; ma quasi stando nel cospecto di Dio, diceva:—O etterna misericordia, la quale ricuopri e’ difecti delle tue creature, non mi maraviglio che tu dica di coloro che escono del peccato mortale e tornano a te: «Io non mi ricordarò che tu m’offendessi mai». O misericordia ineffabile, non mi maraviglio che tu dica questo a coloro che escono del peccato, quando tu dici di coloro che ti perseguitano: «Io voglio che mi preghiate per loro, acciò che Io lo’ facci misericordia».
O misericordia la quale esce della Deitá tua, Padre etterno, la quale governa con la tua potenzia tucto quanto el mondo! Nella misericordia tua fummo creati: nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo. La misericordia tua ci conserva, la misericordia tua fece giocare in sul legno della croce el Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E alora la vita sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la morte. Chi ne fu cagione? la misericordia tua.
La tua misericordia dá vita. Ella dá lume per lo quale si conosce la tua clemenzia in ogni creatura: ne’ giusti e ne’ peccatori. Ne l’altezza del cielo riluce la tua misericordia, cioè ne’ sancti tuoi. Se io mi vollo a la terra, ella abonda della tua misericordia. Nella tenebre de l’inferno riluce la tua misericordia, non dando tanta pena a’ dannati quanta meritano.
Con la misericordia tua mitighi la giustizia; per misericordia ci hai lavati nel Sangue; per misericordia volesti conversare con le tue creature. O pazzo d’amore! non ti bastò d’incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco discendesti a lo ’nferno traendone i santi padri, per adempire la tua veritá e misericordia in loro? Però che la tua bontá promecte bene a coloro che ti servono in veritá. Imperò discendesti a limbo, per trare di pena chi t’aveva servito e rendar lo’ el fructo delle loro fadighe.
La misericordia tua vego che ti costrinse a dare anco piú a l’uomo, cioè lassandoti in cibo, acciò che noi, debili, avessimo conforto, e gl’ignoranti smemorati non perdessero la ricordanza de’ benefizi tuoi. E però el dái ogni dí a l’uomo, rapresentandoti nel Sacramento de l’altare nel corpo mistico della sancta Chiesa. Questo chi l’ha facto? la misericordia tua.
O misericordia, el cuore ci s’affoga a pensare di te, ché dovunque io mi vollo a pensare, non truovo altro che misericordia, O Padre etterno, perdona a l’ignoranzia mia che ho presumpto di favellare innanzi a te; ma l’amore della tua misericordia me ne scusi dinanzi alla benignitá tua.
CAPITOLO XXXI
De la indignitá di quelli che passano per lo fiume, di sotto al ponte decto; e come l’anima, che passa di sotto, Dio la chiama arbore di morte, el quale tiene le radici sue principalmente in quatro vizi.
Poi che quella anima col verbo della parola ebbe un poco dilatato el cuore nella misericordia di Dio, umilemente aspectava che la promessa le fusse actenuta. E ripigliando Dio le sue parole dicea:—Carissima figliuola, tu hai narrato dinanzi da me della misericordia mia, perché Io te la déi a gustare e a vedere nella parola ch’Io ti dissi, dicendo: «Costoro sonno coloro per li quali Io vi prego che mi preghiate». Ma sappi che, senza veruna comparazione, è piú la misericordia mia verso di voi che tu non vedi, però che ’l tuo vedere è imperfecto e finito, e la misericordia mia è perfecta e infinita. Sí che comparazione non ci si può ponere se non quella che è da la cosa finita a la infinita.
Ho voluto che l’abbi gustata questa misericordia, e anco la dignitá de l’uomo (la quale di sopra ti mostrai), acciò che tu meglio conosca la crudeltá e la indegnitá degl’iniqui uomini che tengono per la via di socto. Apre l’occhio de l’intellecto, e mira costoro che volontariamente s’anniegano, e mira in quanta indegnitá essi sonno caduti per le colpe loro.
Prima è che essi sonno diventati infermi: e questo si è quando conciepêro el peccato mortale nelle menti loro, poi el parturiscono e perdono la vita della grazia. E come il morto, che veruno sentimento può adoperare, né si muove da se medesimo se non quanto egli è levato da altrui, cosí costoro, che sonno annegati nel fiume de l’amore disordinato del mondo, sonno morti a grazia. E perché egli son morti, la memoria non ritiene il ricordamento della mia misericordia; l’occhio de l’intellecto non vede né cognosce la mia veritá, perché ’l sentimento è morto, cioè che lo ’ntellecto non s’ha posto dinanzi altro che sé, con l’amore morto della propria sensualitá. E però la volontá ancora è morta a la volontá mia, perché non ama altro che cose morte. Essendo morte queste tre potenzie, tucte l’operazioni sue e actuali e mentali sonno morte quanto che a grazia, e giá non si può difendere da’ nemici suoi, né aitarsi per se medesimo se non quanto è aitato da me.
Bene è vero che ogni volta che questo morto, nel quale è rimaso solo el libero arbitrio, mentre che egli è nel corpo mortale, dimanda l’aiutorio mio, el può avere; ma per sé non potrá mai. Egli è facto incomportabile a se medesimo e, volendo signoreggiare il mondo, egli è signoreggiato da quella cosa che non è, cioè dal peccato. El peccato è non cavelle, ed essi sonno facti servi e schiavi del peccato.
Io gli feci arbori d’amore con vita di grazia, la quale ebbero nel sancto baptesmo; ed essi sonno facti arbori di morte, perché sonno morti, come decto t’ho. Sai dove egli tiene la radice questo arbore? ne l’altezza della superbia, la quale l’amore sensitivo proprio di loro medesimi notrica; el suo merollo è la impazienzia, el suo figliuolo è la indiscrezione. Questi sonno quattro principali vizi, che uccidono l’anima di colui el quale ti dixi che era arbore di morte, perché non hanno tracta la vita della grazia. Dentro da l’arbore si notrica uno vermine di coscienzia; el quale, mentre che l’uomo vive in peccato mortale, è acciecato dal proprio amore, e però poco el sente.
E’ fructi di questo arbore sonno mortali, perché hanno tracto l’umore dalla radice della superbia; la tapinella anima è piena d’ingratitudine, unde le procede ogni male. E se ella fusse grata de’ benefizi ricevuti, cognoscerebbe me; e cognoscendo me, cognoscerebbe sé; e cosí starebbe nella mia dileczione. Ma ella, come cieca, si va attaccando pur per lo fiume, e non vede che l’acqua non l’aspecta.
CAPITOLO XXXII
Come e’ fructi di questo arbore tanto sono diversi quanto sono diversi e’ peccati. E prima del peccato de la carnalitade.
—Tanto sonno diversi e’ fructi di questo arbore che dánno morte, quanto sonno diversi e’ peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e questi sonno quegli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s’involle nel loto: cosí s’invollono nel loto della carnalitá. O anima bructa, dove hai lassata la tua dignitá? Tu eri facta sorella degli angeli, ora se’ facta animale bruto, in tanta miseria che non tanto che sieno sostenuti da me, che so’ somma puritá, ma le dimonia, di cui essi sonno facti amici e servi, non possono vedere commectere tanta immondizia.
Veruno peccato è che tanto sia abominevole e tanto tolga el lume de l’intellecto, quanto questo. Questo cognobbero e’ filosofi, non per lume di grazia, perché non l’avevano; ma la natura lo’ porgeva quello lume: cioè che questo peccato obfuscava lo ’ntellecto; e però si conservavano nella continenzia per meglio studiare. E anco le ricchezze le gictavano da loro, acciò che ’l pensiere delle ricchezze non l’occupasse il cuore. Non fa cosí lo ignorante falso cristiano, el quale ha perduta la grazia per la colpa sua.
CAPITOLO XXXIII
Come el fructo d’alcuni altri è l’avarizia. E de’ mali che procedono da essa.
—Alcuni altri el fructo loro è di terra. Questi sonno e’ cupidi avari, e’ quali fanno come la talpa che sempre si notrica della terra infino a la morte; e gionti a la morte non hanno rimedio. Costoro con l’avarizia loro spregiano la mia larghezza, vendendo el tempo al proximo loro. Questi sonno gli usurai che diventano crudeli e robbatori del proximo, perché nella memoria loro non hanno el ricordamento della mia misericordia. Ché se essi l’avessero avuto, non sarebbero crudeli né verso di loro né verso del proximo: anco usarebbero pietá e misericordia a se medesimi, operando le virtú, e al proximo, sovenendolo caritativamente.
Oh quanti sonno e’ mali che per questo maladecto peccato vengono! Quanti omicidii e furti e rapine, con molti guadagni inliciti e crudeltá di morte e ingiustizia del proximo! Uccide l’anima e falla diventare schiava delle ricchezze, unde non si cura d’ observare i comandamenti miei. Costui non ama persona se non per propria utilitá.
Questo vizio procede da la superbia e notrica la superbia. L’uno procede da l’altro, perché porta sempre seco la propria reputazione, sí che subbito giogne ne l’altro vizio, e cosí va di male in peggio per la miserabile superbia, la quale è piena di pareri, ed è uno fuoco che sempre germina fummo di vanagloria e di vanitá di cuore, gloriandosi di quello che non è loro; ed è una radice che ha molti rami. El principale è la propria reputazione, unde esce il volere essere maggiore che ’l proximo suo, e parturisce il cuore ficto e none schiecto né liberale, ma doppio che mostra una in lingua e un’altra ha in cuore; e occulta la veritá, e dice la bugia per utilitá sua propria; e germina una invidia, la quale è uno vermine che sempre rode e non gli lassa avere bene del suo bene proprio né de l’altrui.
Come daranno questi iniqui, posti in tanta miseria, della sustanzia loro a’ povarelli, quando essi tolgono l’altrui? Come traranno la immonda anima della immondizia, quando essi ve la mectono? che alcuna volta sonno tanto animali che le figliuole e i congionti loro non riguardano, ma con essi caggiono in molta miseria. E nondimeno la mia misericordia gli sostiene, e non comando a la terra che gl’inghioctisca, acciò che si ravegano delle colpe loro. Come dunque daranno la vita per la salute de l’anime, quando non dánno la substanzia? come daranno la dileczione, quando essi si rodono per invidia?
Oh miserabili vizi, e’ quali aterrano il cielo de l’anima! «Cielo» la chiamo, perch’Io la feci cielo, dove Io abitavo per grazia celandomi dentro da lei, e facendo mansione per affecto d’amore. Ora s’è partita da me sí come adultera, amando sé e le creature e le cose create piú che me: anco di sé s’ha facto Dio, e me perseguita con molti e diversi peccati. E tucto questo fa perché non ripensa el benefizio del Sangue sparto con tanto fuoco d’amore.
CAPITOLO XXXIV
Come d’alcuni altri, e’ quali tengono stato di signoria, el loro fructo è ingiustizia.
—Altri sonno e’ quali tengono el capo alto per signoria; nella quale signoria portano la ’nsegna della ingiustizia, ingiustizia adoperando verso di me, Dio, e del proximo, e ingiustizia verso di loro. Verso di loro non si rendono el debito della virtú, e inverso di me non mi rendono el debito de l’onore, rendendo loda e gloria al nome mio, el quale sonno tenuti di rendere. Anco, come ladri, furano quello che è mio e dannolo a la serva della propria sensualitá, sí che commecte ingiustizia verso di me e verso di sé, come aciecato e ignorante, non cognoscendo me in sé. Tucto è per l’amore proprio, sí come fecero e’ giuderi e ministri della Legge, che per la invidia e amore proprio s’accecarono, e però non cognobbero la veritá de l’unigenito mio Figliuolo; e però non rendevano il debito di cognoscere vita etterna che era fra loro, come dixe la mia Veritá dicendo: «El regno di Dio è tra voi». Ma essi nol cognoscevano: perché? però che, per lo modo decto, aveano perduto el lume della ragione, e per questo modo non rendevano il debito di rendere onore e gloria a me e a lui che era una cosa con meco; e però, come ciechi, commissero la ingiustizia, perseguitandolo con molti obrobri infino a la morte della croce.
Cosí questi cotali rendono ingiustizia a loro e a me, e anco al proximo loro, ingiustamente rivendendo le carni de’ subditi loro e di qualunque altra persona a mano lo’ viene.
CAPITOLO XXXV
Come per questi e per altri defecti si cade nel falso giudicio. E de la indignitá ne la quale perciò si viene.
—E per questo e altri difecti caggiono nel falso giudicio, sí come di sotto ti distendarò. Sempre si scandalizzano nelle mie operazioni, le quali tucte sonno giuste e in veritá tucte facte per amore e misericordia.
Con questo falso giudicio, col veleno della invidia e della superbia erano calunniate e giudicate ingiustamente l’operazioni del mio Figliuolo, con false bugie dicendo: «Costui el fa in virtú di Belzebub». Cosí costoro, iniqui, posti ne l’amore proprio, nella immondizia, nella superbia, ne l’avarizia, in una invidia, fondati nella perversa indiscrezione, con una impazienzia e con molti altri mali che si commectono, sempre si scandalizzano in me e ne’ servi miei, giudicando che fictivamente aduoparino la virtú. Perché ’l cuore loro è fracido e hanno guasto el gusto, però le cose buone lo’ paiono gactive, e le gactive, cioè el disordinato vivere, lo’ pare buono.
O ciechitá umana, che non guardi la tua dignitá! ché di grande se’ facto piccolo, di signore se’ facto servo della piú vile signoria che possa avere, però che tu se’ facto servo e schiavo del peccato, e tale diventi quale è quella cosa che tu servi. El peccato non è cavelle: adunque tu se’ tornato non cavelle. Hassi tolta la vita e data la morte.
Questa vita e questa signoria vi fu data per lo Verbo unigenito mio Figliuolo e glorioso ponte; essendo servi del dimonio, vi trasse della servitudine sua; feci lui servo per tollervi la servitudine, e posili l’obbedienzia per consumare la disobbedienzia d’Adam, umiliandosi esso a l’obbrobriosa morte della croce per confondere la superbia. Tucti e’ vizi destruxe con la morte sua, acciò che neuno potesse dire:—Il cotale vizio rimase che non fusse punito e fabricato con pene,—sí come ti dixi di sopra, dicendo che del corpo suo aveva facto ancudine. Tucti e’ rimedi sonno posti per camparli della morte etternale, ed essi spregiano il Sangue e hannolo conculcato co’ piei del disordinato affecto.
E questa è la ingiustizia e il falso giudicio de’ quali è ripreso el mondo e sará ripreso ne l’ultimo dí del giudicio. E questo volse dire la mia Veritá quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprendará el mondo della ingiustizia e del falso giudicio». Alora fu ripreso quando mandai lo Spirito sancto sopra gli appostoli.
CAPITOLO XXXVI
Qui parla sopra quella parola che dixe Cristo quando dixe: «Io mandarò el Paraclito che riprenderá el mondo de la ingiustizia e del falso giudicio». E qui dice come una di queste reprensioni è continua.
—Tre riprensioni sonno: l’una fu data quando lo Spirito sancto venne sopra e’ discepoli, come decto è; e’ quali, fortificati dalla potenzia mia, illuminati dalla sapienzia del Figliuolo mio dilecto, tucto ricevettero nella plenitudine dello Spirito sancto. Alora lo Spirito sancto, che è una cosa con meco e col Figliuolo mio, riprendecte il mondo per la bocca de’ discepoli con la doctrina della mia Veritá. Eglino e tucti gli altri che sonno discesi da loro seguitando la veritá, la quale intesero per mezzo di loro, riprendono el mondo. Questa è quella continua riprensione che Io fo al mondo col mezzo della sancta Scriptura e de’ servi miei, ponendosi lo Spirito sancto nelle lingue loro anunziando la mia veritá; sí come el dimonio si pone in su la lingua de’ servi suoi, cioè di coloro che passano per lo fiume iniquamente.
Questa è quella dolce reprensione posta continua, per lo modo decto, per grandissimo affecto d’amore che Io ho a la salute de l’anime. E non possono dire:—Io non ebbi chi mi riprendesse;—però che giá l’è mostrata la veritá, mostrando lo’ el vizio e la virtú, e facto lo’ vedere il fructo della virtú e il danno del vizio, per dar lo’ amore e timore sancto con odio del vizio e amore della virtú. E giá non l’è stata mostrata questa doctrina e veritá per angelo, acciò che non possano dire:—L’angelo è spirito beato e non può offendere, e non sente le molestie della carne come noi, né la gravezza del corpo nostro.—Questo l’è tolto, che nol possono dire; perché ella è stata data dalla mia Veritá, Verbo incarnato con la carne vostra mortale.
Chi sonno stati gli altri che hanno seguitato questo Verbo? Creature mortali e passibili come voi, con la impugnazione della carne contra lo spirito, sí come ebbe il glorioso Pavolo mio banditore; e cosí di molti altri sancti e’ quali, chi da una cosa e chi da un’altra, sonno stati passionati. Le quali passioni Io permectevo e permecto per acrescimento di grazia e per aumentare la virtú ne l’anime loro: e cosí nacquero di peccato come voi, e notricati d’uno medesimo cibo; e cosí so’ Io Dio ora come alora; non è infermata né può infermare la mia potenzia. Sí che Io posso sovenire e voglio, e so sovenire a chi vuole essere sovenuto da me. Alora vuole essere sovenuto da me, quando esce del fiume e va per lo ponte seguitando la doctrina della mia Veritá.
Sí che non hanno scusa però che sonno ripresi, ed è llo’ mostrata la veritá continuamente. Unde, se essi non si correggeranno mentre che essi hanno el tempo, saranno condennati nella seconda reprensione, la quale si fará ne l’ultima extremitá della morte, dove grida la mia giustizia dicendo: «Surgite, mortui; venite ad iudicium»; cioè: tu che se’ morto a grazia e morto giogni a la morte corporale, lévati su, e viene dinanzi al sommo Giudice con la ingiustizia e falso giudicio tuo e col lume spento della fede. El quale lume traesti acceso del sancto baptesmo, e tu lo spegnesti col vento della superbia e vanitá del cuore, del quale facevi vela a’ venti che erano contrari a la salute tua; e ’l vento della propria reputazione notricavi con la vela de l’amore proprio. Unde corrivi per lo fiume delle delizie e stati del mondo con la propria volontá, seguitando la fragile carne e le molestie e temptazioni del dimonio. Il quale dimonio con la vela della tua propria volontá t’ha menato per la via di socto, la quale è uno fiume corrente; unde t’ha condocto con lui insieme a l’etterna dannazione.
CAPITOLO XXXVII
De la seconda reprensione, ne la quale si riprende de la ingiustizia e del falso giudicio in generale e in particulare.
—Questa seconda reprensione, carissima figliuola, è in facto, perché è gionto a l’ultimo dove non può avere rimedio, perché s’è condocto a la extremitá della morte, dove il vermine della coscienzia (del quale Io ti dixi che era aciecato per lo proprio amore che egli aveva di sé), ora, nel tempo della morte, perché vede sé non potere escire delle mie mani, questo vermine comincia a vedere, e però rode con reprensione se medesimo, vedendo che per suo difecto è condocto in tanto male. Se essa anima avesse lume che cognoscesse, e dolessesi della colpa sua non per la pena de l’inferno che ne le séguita, ma per me che m’ha offeso che so’ somma ed etterna bontá, anco trovarebbe misericordia. Ma se passa el ponto della morte senza lume, e solo col vermine della coscienzia, e senza la speranza del Sangue; o con propria passione, dolendosi del danno suo piú che de l’offesa mia; egli giogne a l’etterna dannazione.
E alora è ripreso crudelmente dalla mia giustizia, ed è ripreso della ingiustizia e del falso giudicio. E non tanto della ingiustizia e giudicio generale, il quale ha usato nel mondo generalmente in tucte le sue operazioni; ma molto maggiormente sará ripreso della ingiustizia e giudicio particulare, il quale ha usato ne l’ultimo, cioè d’avere posta, giudicando, maggiore la miseria sua che la misericordia mia. Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di lá, perché non ha voluto, spregiando, la mia misericordia; però che piú m’è grave questo che tucti gli altri peccati che egli ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque piú e fu piú grave al mio Figliuolo che non fu el tradimento che egli gli fece. Sí che sonno ripresi di questo falso giudicio: d’avere posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia, e però sonno puniti con le dimonia e crociati etternalmente con loro.