NOVELLE NAPOLITANE.
Novelle Napolitane
DI
SALVATORE DI GIACOMO
Prefazione di BENEDETTO CROCE.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
—
Quarto migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Milano, Tip. Treves — 1919.
PREFAZIONE.
Queste novelle giovanili del Di Giacomo, scritte venticinque e più anni fa, sono state finora pregiate da pochi perchè note a pochi. Vero è che, per compenso, il pregio in cui le hanno tenute quei pochi, è così alto da valere l'ammirazione dei molti. E io confesso che nel confortare l'amico autore (il quale, come sogliono talora i veri artisti, si è straniato da esse perchè rappresentano per lui un periodo oltrepassato e ormai lontano della sua vita e della sua opera, e le guarda con iscarso affetto, e quasi si scusa di averle composte!), nel confortarlo, dico, e nel fargli premure, perchè ne permettesse la ristampa, ero diviso tra due opposti sentimenti. Da una parte, il desiderio di vedere generalmente gustato e lodato ciò che da un pezzo formava oggetto della mia stima fervente; dall'altra, una sorta di rimpianto e di gelosia nel pensare che, tra breve, sarebbe facile a tutti quel godimento che era riserbato finora solo a chi, come me, aveva la fortuna di possedere i leggiadri e rarissimi volumetti del Minuetto settecento (1883), di Nennella (1884), delle Mattinate napoletane (1886) e di Rosa Bellavita (1888).
È accaduto, per le ragioni ora dette, che laddove la fama del Di Giacomo poeta si è rapidamente ampliata negli ultimi anni da fama municipale a nazionale, e persino a internazionale (perchè le sue liriche sono studiate da critici stranieri, e parecchi si sono provati a tradurle in francese e in ispagnuolo, in tedesco e in inglese), il Di Giacomo novelliere è rimasto nell'ombra. «Ma ha scritto anche novelle il Di Giacomo?», ho udito più volte domandarmi. «E, dite, che cosa valgono?».
Tali domande non si rinnoveranno, dopo che sarà stato messo in circolazione questo volume: il quale raccoglie non tutte le novelle del Di Giacomo,[1] ma certamente molte delle più antiche, e insieme delle più belle e importanti. E nessuno dubiterà più, o ignorerà, che, oltre un Di Giacomo poeta, c'è un Di Giacomo novelliere.
Senonchè, si può fare poi questa distinzione tra il poeta e il novelliere? Nel Di Giacomo meno ancora che in altri: tanta è la medesimezza del sentimento nelle sue liriche e nei suoi racconti; e tanto i periodi della sua prosa suonano come strofe di ben elaborata poesia. Ammonimento a quegli alchimisti letterarii che vanno escogitando la poesia in prosa o il verso libero; e non hanno occhi per vedere che la poesia in prosa e il verso libero non aspettano le loro invocazioni e le loro artificiose combinazioni per venire ad esistenza, ma già esistono nel miglior modo in quei novellieri, in quei prosatori, che sono intimamente poeti.
Come nell'opera del Di Giacomo non è da fare distinzione tra poesia e prosa, così si potrebbe dire che vi appare abolita l'altra tra poesia e pittura. Si vedano i suoi paesaggi, le sue rappresentazioni di ambienti, le sue figurazioni di fisonomie ed atteggiamenti. E veramente il Di Giacomo non esce poeta e novellatore da un gruppo di letterati che verseggiano e narrano; ma vien fuori di tra i pittori napoletani, coi quali, e non con gli uomini di lettere, gli piacque di convivere fin da giovane, per affinità di temperamenti, per attrazione di simpatia e di reciproca intelligenza, per modi d'ispirazione e abiti di lavoro. Chi penetra oltre la superficie, avverte subito nelle sue pagine i procedimenti del pittore che costruisce il quadro ponendo i colori e distribuendo luci ed ombre.
Pittore non pittoresco, cioè non sfoggiante; e poeta e novellatore che sa fare cose grandi con niente, cioè senz'averne l'aria, distruggendo a forza di lavoro tutto ciò che in altri, col troppo e col vano, con gli sforzi e con gli «effetti», accusa l'immaturità della visione. Il Di Giacomo non preme sui suoi motivi artistici, sottintende tutto ciò che si può sottintendere, condensa e concentra quello che per pigrizia altri lascia errare diffuso; ha in grado eminente la castità della forma, che si suole chiamare «classicità».
La quale classicità, che parecchi ai giorni nostri credono di ritrovare nelle opere povere di vita etica degli artisti decoratori e sensuali, è invece il più forte veicolo della ricca vita etica e passionale: è l'arco robusto che manda sicuro al segno lo strale. La nota dominante nell'animo del Di Giacomo, nei suoi versi e nelle sue prose, è data dalla pietà: una pietà amara, che non filosofeggia, non si consola con considerazioni sull'universo nè si atteggia a pessimismo sistematico, ma resta semplicemente questo: pietà: «E ched è sta vita nosta! Quant'è amara e quant'è triste!», esclamano due versi di un suo compianto per una ragazza tradita e morta: esclamazione, che è tutta la sua filosofia. E per mia parte non posso leggere queste pagine senza sentire di tanto in tanto un nodo alla gola e ritrovarmi gli occhi umidi — di un intenerimento che non discerno fino a qual punto venga dalla pietà delle cose narrate e fino a qual altro dalla stessa ammirazione per la perfezione artistica della forma. Le due forze, etica e artistica, qui confluiscono veramente in una.
In questa ristampa, editore e autore sono stati concordi nell'intitolare il volume: Novelle napolitane: titolo al quale io mossi sulle prime qualche obiezione, parendomi che in certo modo restringesse il significato umano di queste novelle, e ne sminuisse altresì il valore artistico, perchè suggeriva l'idea che fossero «quadri di costumi» e appartenessero a quelle opere, determinate da ragioni non puramente estetiche, che sono dirette a far conoscere ai curiosi le condizioni di un popolo o di una classe sociale. Ma, poi, il titolo non mi parve del tutto improprio, considerando quanta parte della vita di Napoli, — di quelle sue stradicciuole «dove ogni casa nasconde e cova un dolore», — trovi il suo documento nell'arte del Di Giacomo: — e di una Napoli che ora per molti rispetti si è già dileguata, la Napoli che ricordo di aver visto anch'io nella mia adolescenza, la Napoli di trent'anni fa.
Giugno 1914.
Benedetto Croce.
[1]. Ne restano fuori quelle fantastiche di Pipa e boccale e le altre Nella vita edite nel 1903, per non parlare dei bozzetti contenuti nelle due serie di Napoli, figure e paesi.
Il menuetto
Giugno mite, dolcissimo, avea sorriso alle cose con l'ultima sua tepida giornata. Il piccolo vecchio sedeva in una pur vecchia poltrona ancora pienotta, nell'angolo della finestra. Le mani carezzavano i pomi dei bracciuoli; leggermente china la testa sul petto, gli occhi socchiusi, egli era vinto da un languore, nella rosea poesia del tramonto.
Si spandeva per la silenziosa stanzuccia quel lume vago, dorato, che dà alla pelle un colore d'incarnato, come lo dà una candela alla mano che ripara la fiammella. Entrava da per tutto, bagnando mollemente i mobili d'antica sagoma, i ritratti ingialliti dei quali veniva fuori nettamente la cornice dal parato, tutto sparso di mazzolini di fiori che invecchiavano anch'essi sopra un fondo d'azzurro.
Tutto là dentro era antico, di quel barocco, non molto esagerato, al quale s'afferra ancora la vecchiezza dei tempi nostri che sorride alle abitudini de' tempi suoi e del caro ambiente si circonda ad evocarne, triste, i ricordi. Quella vecchiezza che tiene a coprirsi il capo d'una papalina di velluto marrone, ricamata d'oro e foderata di seta; dalla voluminosa cravatta nera di cui cinge tre volte il collo e che annoda poi sotto il mento; dalle camicie di tela fine che sentono di buon odore di spiganardo e che l'amido gonfia sul petto; dai polsini attaccati alla camicia, co' margini rotondi, chiusi da un semplice bottoncino di pastiglia liscia, attaccato col filo. Una vecchiezza che si compiace di lunghi soprabiti verde bottiglia, dal bavero alto, di calzoni di panno molle che non fanno pieghe a star impiedi e appena sfiorano l'orlo della scarpa a nastrini, lasciando apparire la calza ruvida e bianca. Una vecchiezza che ama il tabacco da naso, ma che all'occasione sa divenire gioventù e corteggiare belle signore, e darsi la baia a tempo, prima che altri glie la dia, e canzonarsi mentre si china a baciare una mano grassottella o s'impettisce offrendo il braccio saldo a far passeggiare, per la casa, le conoscenze femminili. Per celia egli disse una volta che voleva morir canticchiando, innanzi alla spinetta, co' lumi accesi nella sala, mentre un ballettino si preparava e suonavano risatine di perle tra un fruscio di strascichi serici.
Ahimè, povere illusioni! Ora, da tempo, nel suo cuore che inaridiva morivano, come alle orecchie moriva ogni suono, tutte quelle gioconde spensieratezze. Una grave sordità lo aveva colto, improvvisamente. Era stato dapprima un ronzìo, come allo svegliarsi da un sonno faticoso, poi fu un silenzio eterno. Non udì più nemmanco lo sbattere fragoroso delle porte che si tirava dietro la serva Clementina. Ai primi giorni, quando costei, stupefatta, dovette fargli capire con atti della mano quanto volesse dirgli, lui ne prese, per la gran pena, un febbrone, e rimase cinque giorni a letto. Clementina si sfogava in cucina, singhiozzando, come se qualcuno le fosse morto, innanzi al pollaio, ove molti pulcini schiamazzavano.
A poco a poco il piccolo vecchio si rassegnò.
Ma ne' gravi silenzii, in cui si sentiva perduto, una invincibile sonnolenza lo appesantiva. Gli veniva voglia di morire addormentandosi. Da tre anni, così, non avea più nulla scritto. Tutta la santa giornata la passava solo solo, nella poltrona favorita, seguendo liberi voli di rondini che migravano pei tetti, fantasticando, leggiucchiando il Poliorama pittoresco, del quale conservava tutta la collezione.
Con lui, che ne' modi e negli abiti mai si era mutato, la cameretta armonizzava. Abitudini di mezzo secolo vi aveano lasciata la loro orma, un profumo di vecchiezza nella mobilia dorata, della quale, come i gomiti al soprabito del padrone, lucevano gli angoli logorati, una voluta aggiustatezza sulle mensole di marmo bianco, nei cantucci in penombra, pieni di mistero. Un sorriso malinconico aleggiava tra le pareti, come un rimpianto; dormiva da tempo la stanzuccia. Uno specchio ovale, dalla bianca cornice filettata d'oro, si copriva di polvere sul vetro, riflettendo confusamente, come in una nebbia, le cose della mensola su cui poggiava: due vasi da fiori artificiali, un grande orologio di bronzo dorato del quale, da cinque anni, le lancette segnavano il tocco, un vassoio di porcellana con le sue tazze a medaglioni pompeiani, e una piccola Venere nuda, di bronzo. L'Amorino, che la bella dea si recava tra le braccia, le metteva le manine sugli occhi.
Dalla parete di faccia un Rossini, a pastello, con la dedica, vigilava nella camera, la punta delle dita nello sparato del soprabito, l'occhio piccolo e vivo, pien di malizia.
Da per tutto, qua e là, messe in ordine accosto a' mobili, sedie dalla impagliatura ingiallita, dalla spalliera piatta e larga, verniciata di bianco, istoriata nel mezzo da figurine di cavalieri in parrucca e codino, i quali, premendo al petto il cappello a lucerna, s'inchinavano a damine rubiconde, che sorridevano, spiegazzato il ventaglio di piume. Presso all'uscio maggiore, del quale una cortina nascondeva il vano, sopra una di quelle seggiole riposava un cappello di feltro, alto, dalle tese rigide. Un bastone dal pomo d'avorio s'appoggiava alla seggiola.
Pareva che il padrone, a momenti, dovesse uscire di casa. Due pantofole ricamate si nascondevano in un angolo.
In fondo, nella luce dolce ed eguale, la sagoma scura della spinetta richiamava l'occhio, con la sua immobile tranquillità. Teneri riflessi scendevano pel legno pulito, spegnendosi sul tappeto, macchiando di bianche lucentezze quel mobile.
Dalla sua poltrona il piccolo vecchio faceva correr lo sguardo compiaciuto sul leggìo, sulle carte da musica ammucchiatevi accanto. L'occhio carezzava la pallida fila della tastiera, le mani desiderose fremevano sui bracciuoli della poltrona.
Finalmente la spinetta trionfò. Il piccolo vecchio si levava pian pianino; fece due passi nella camera, si fermò, respirò rumorosamente, come a togliersi un gran peso di su lo stomaco. Si fregava leggermente le mani, preparandosi, tutto compreso della sua piccola commozione. Da un vassoietto tolse una bottiglia di rosolio di cannella, empì un bicchierino smerigliato, centellinò, facendo schioccar la lingua, tossendo, battendosi in petto piccoli colpettini. Infine affrontò coraggiosamente la spinetta; le si sedette innanzi, passò un gran moccichino di filo scuro sulla tastiera, che di sotto si mise a strepitare, discordemente. Le mani del vecchio tremavano così forte ch'egli dovette sostare un pezzetto, per quietarsi. Poi corsero subitamente per una scala semitonata. La spinetta si svegliò in un chiasso di note saltellanti. Dio, che foga! addio vecchiezza! Il cuore faceva: tic-tac, tic-tac, sul ritmo della musica, il sangue correva ai pomelli delle guance, brillavano gli occhi, le labbra mormoravano. Egli s'abbandonava indietro sulla seggiola a tamburello con le braccia stese, le palpebre socchiuse. Una furia d'allegri, d'andantini, di ariette, di fughe vorticose, gli turbinava dentro nell'anima.
Provò a rappaciarsi. Dolcemente, sfiorando appena con le dita la tastiera, egli mormorò, dondolando il capo:
Cara, non dubitar....
Cimarosa.... Ah! Cimarosa! Perchè lo ricordava sempre, sempre?... Il piede batteva il tempo sul tappetino, la voce continuava come un soffio:
Pria che spunti in ciel l'aurora
Cheti cheti, a lento passo,
Scenderemo fino abbasso
Che nessun ci sentirà....
Il vecchietto si lasciava trascinare:
Fuggiremo pian pianino,
Per la porta del giardino....
E la melodia empiva la cameretta. Vi rimetteva il tempo d'una volta, il bel tempo d'allora. Tremava per l'aria, sfiorava le pareti, passava sui mobili come una carezza, saliva al soffitto come un profumo del tempo. Un susurro si partiva dalle pareti, da' mobili, da' ritratti, dagli angoli pieni d'ombra e di ricordi; tutta la stanzuccia vibrava, applaudendo. Morirono l'ultime note languide in quel susurro; la spinetta tacque.
Or il vecchietto si chinava a rovistare, le mani impazienti, tra le carte musicali, cercando certo suo menuetto, scritto a' giorni della gaia giovinezza. Finalmente lo trovò, finalmente lo spiegò sul leggìo dal quale era tanto tempo, tanto tempo lontano. Inforcò gli occhiali, accostò gli occhi alla carta, lesse, con l'anima sospesa, col cuore in gran palpiti. Le mani scivolarono sulla tastiera....
Ma subitamente, il volto di lui si mutò; non più ridevano gli occhi dietro i vetri lucenti, non più l'anima rideva. Implacabile e violenta lo riafferrava la disgrazia della sordità, moriva la musica, moriva l'armonia in un profondo silenzio. Il vecchietto si lasciò cadere le mani sulle ginocchia, sconsolato. Che povera fortuna aveva quel menuetto! Eppur quante pene di cuore vi aveva dolcemente accumulate! Il titolo gli venne dalla sentimentale civetteria d'una damina — che sorrideva sempre, ancora, in una cornicetta dorata, sulla mensola. Una piccola bionda dagli occhi azzurri, dalla pelle liscia e rosea, dalla bocca amabile, vestita d'un corpettino da contadinella, scarlatto, a sbuffi di merletto antico, un neo sotto l'occhio, la cipria nei capelli. Disse lei, allora: — Il menuetto è assai gentile; chiamiamolo Confessione.... Lui disse: — Di cosa? Ella rideva, mostrando due piccole fila di perle, un tesoretto.
— Fate voi, mettete pur voi qualche altra parola. Egli balbettò: — d'amore? e diventò del colore di quel corpetto. Lei rideva e infine si lasciò prendere la mano affusolata....
Il vecchietto, sorridendo al ricordo, rimise le mani sulla tastiera, tentò qualche nota dell'adagino, un delizioso fa minore pel quale ella chiudeva gli occhi e abbandonava mollemente il capo sui cuscini del divano. Gli tornò il primo impeto di collera, come nessun'armonia gli arrivava all'orecchio. Si chinò, accostò il capo alla tastiera; i polpastrelli percotevano, due, tre volte.... Nulla, nulla; qualcosa d'indistinto, di vago, un soffio. Davvero tutto era finito, proprio tutto. Un'immensa amarezza gli strinse il cuore, le mani si raffreddarono, madide. Il vecchietto, poggiato il braccio all'angolo della spinetta, abbandonata la testa sul braccio, rimase immobile. Pareva dormisse.
Annottava; l'ombre si raffittivano nella camera, vi mettevano larghe macchie d'oscurità intorno alle quali ogni cosa nuotava in una dolce confusione di linee. Perdeva la stradicciuola la sua gente e il romore; un impreciso mormorio ne saliva, e penetrava nella stanzetta come un soffio. E la stanzetta taceva, in una gran pace. Pure, il malinconico silenzio, di tanto in tanto era rotto. Si sarebbe detto che lì, dietro la spinetta, nell'ombra, qualcuno singhiozzasse.
Gabriele
Il reverendo rettore levò, finalmente, il naso da una scodelletta, in fondo alla quale il suo grosso indice aveva, diligentemente, ripescate, tra il caffè al latte, le ultime miche di pane. Nel silenzio della sagrestia si manifestava la soddisfazione di lui con quel romore del naso particolare dei tabaccosi che fanno il chilo, con un sordo gorgoglio della strozza, ronfante di compiacenza e di respiro che non trova libera la via.
— Sentiamo. Mai arrestato?
Era davanti a lui un piccolo uomo, orribilmente magro, pallidissimo, brutto, dall'aria così malata, così triste che il rettore, una persona grassa e piena di salute, aveva terminata in fretta e furia la sua colazione, temendo di doverla interrompere per mancanza di appetito. In verità nulla di più languente di quel piccolo uomo, che aspettava, impiedi, col cappello tra le mani esangui, tossendo, di tanto in tanto, a colpetti brevi e secchi, la faccia volta alla grande scansia dello stanzone. Rispose:
— No, signor rettore.
— Sai leggere?
— Sì, bene.
— E scrivere?
Lui accennò ancora di sì, con gli occhi.
— Sta bene, — disse il rettore, levandosi, — vieni un po' a vedere la chiesa....
Lui, mentre il prete s'avviava, fece per rimettersi il cappello, con un moto involontario.
— Be', — disse il prete, — cosa fai? Siamo in chiesa.
Balbettò qualche scusa, arrossendo. Il rettore si soffiava il naso e svegliava l'eco della grande navata. Lentamente, si fermava qua e là, davanti agli altari, alle pilette dell'acqua benedetta, agl'inginocchiatoi su' quali stratificava la polvere.
— Qui bisogna passar lo straccetto ogni giorno. Qui lavar con l'acqua di tanto in tanto. E i candelieri! Mi raccomando assai pei candelieri. E quando sono accesi badare che non mi brucino i quadri. Guarda, quest'è opera delle fiamme de' candelieri....
Con l'unghia dell'indice raschiò appiè d'una Purificazione della Vergine. Era una pittura su rame. Il colore si staccava, carbonizzato.
— È un peccato, — mormorava il prete, — e ogni tanto ho da sentirmi i pistolotti della commissione pe' monumenti.
Nella desolazione delle sue rovine, deserta e fredda, la chiesa invecchiava in un silenzio di morte. Era una chiesa gotica, sulla quale tutte le epoche avevano infierito, e più di tutte il seicento. I finestroni archiacuti erano ridotti a sagome inestetiche, gravati di fregi, inquadrati da cornici di stucco, da fronzoli e rosoni. Il medio evo, sotto la sgraziata sovrapposizione, fremeva; la pietra grigia pareva che, negli spasimi dell'insofferenza sua, volesse liberarsi dal calcinaccio odioso. Lo aveva fesso; serpeggiavano qua e là spaccature profonde e nere. L'invasione non aveva nulla risparmiato; sotto all'intonaco sparivano le fini dorature d'un capitello, si affollavano d'angioli ricciuti e ben pasciuti le vôlte a crociera delle cappelle e, scambio delle severe lastre di marmo, sul pavimento correvano file disordinate di mattoncelli. Della tomba del fondatore della chiesa i francesi del novantanove avevano fatto abbeveratoio di cavalli: quegli stessi francesi che ad una cappelluccia della Madonna strapparono pur un trofeo d'azze e di barbute, memoria di Lepanto. Il sarcofago, di cui penetrava nel muro una parte, attorno al coverchio aveva una iscrizione in lettere gotiche, e, a tratti, le lettere sparivano, poichè la polvere secolare ne aveva colmati i solchi.
Dietro il maggiore altare la morte era spaventosa. Si sfasciava il coro, si coprivano di polvere gli stalli deserti, e il legno si torceva nell'umidità, convulsionato come in riso doloroso, mostrando per lo spaccato chiodi ritorti e brani di vecchio legno.
Lungamente, come il rettore lo aveva lasciato libero, il novello scaccino rimase in contemplazione del coro, conquistato dalla varietà strana di tante minute pitture, che sopra ogni stallo, nell'inquadratura a rabeschi, ricordavano santi, o patriarchi, o assunzioni e martirii di vergini. Su quel del priore un barbuto Simeone circoncideva un piccolo Gesù, reggendolo in una grossissima mano, con, a lato, la Vergine e il falegname Giuseppe, dalla bianca barba spiovente. Il cinquecento avea profusa tutta la sua erudizione architettonica in queste fredde pitture, di cui i tratti avevano durezza d'incisione e austero segno ingenuo. Colonnine ed arcate a sfondo interminabile, peristilii eleganti, fregi a serpi e ghirigori; non uno sfumo, nessun'ombra. Eran monaci ossuti dalla deforme testa rasa sulla quale, a uno a uno, si potevano contare i capelli aggiustati in aureola; monaci dal collo taurino, dagli occhi astratti, le dita curiosamente sbucanti dall'intreccio delle mani in preghiera, le unghie accuratamente segnate dal paziente artista. Erano martiri beatificati, dalle lunghe facce piagnucolose, dalle vestimenta orlate di stelle; erano pargoli nudi che avevano piedi d'uomini fatti.
Le pitture diventavano rosse, si staccavano dal legno, e delle lunghe righe di puntini neri segnavano il passaggio dei tarli. Cominciava il banchetto de' tarli a sera e, nel grave silenzio, pareva che un'unghia umana lievemente grattasse sul legno.
Lo scaccino si dimenticava, assorto. Di tratto in tratto, all'altro capo della chiesa, cadeva un pezzetto di travicello roso, un frantumo, dall'organo sconnesso, e una lieve nube di polvere si diffondeva intorno. Pei finestroni sconquassati piovevano ombre fitte, che più s'addensavano. Era l'ora in cui la chiesa si concedeva all'oscurità.
Lo scaccino rientrò in sagrestia. Il rettore si spazzolava, chiacchierando con un altro prete del quale un'ombrella enorme gocciolava sul pavimento.
— Manco male — diceva il rettore — che siete arrivato voi, don Enrico. È il Signore che vi manda.
— È stata un'ispirazione, rettore. Pareva che una voce mi dicesse per la via: Va, chè il rettore non ha ombrella.
Rise, mostrando una sconcia fila di denti giallastri. E levò gli occhi al finestrone:
— Piove a rovesci.
Il rettore mormorò:
— Ah! Signore! Sia fatta la tua volontà!
Poi, come lo scaccino aspettava, impiedi:
— Siamo intesi, tu, non è vero?
— Sì, signor rettore.
— Ora vattene, ora non c'è da far nulla. T'insegno a chiuder la porta. Domani bisogna trovarsi in chiesa alle sei....
Uscirono. Lo scaccino, accomiatandosi, baciò la mano al rettore, e rimase ad aspettare che la pioggia finisse, addossato a una bottega chiusa, mentre il prete si cacciava sotto l'immensa ombrella del suo amico e s'allontanava, galoppando nelle pozzanghere.
II.
Questo piccolo uomo si chiamava Gabriele. Ma intorno al bel nome angelico era tutta una oscurità. Vagamente il ricordo della fanciullezza s'affacciava, ne' lunghi intermezzi di silenzio dell'anima che, di tanto in tanto, conquistava la inutile creatura, prima di metterla nella malinconica imprecisione del passato. Nel passato era un freddo di persone e di cose, un mistero, un muto dolore continuo. La scuola infantile senza sole, senza amicizie infantili, senza premii; nel verno, una stanza paurosa in un palazzo buio, un cattivo odore insistente, da per tutto e le scarpe fradice nelle quali i poveri piedini gelavano. Poi la miseria, la triste miseria senza risorse e una peregrinazione per case che lui non sapeva ed ove la madre scompariva, lasciandolo, aspettante, nel cortile. Ella si chiamava Cristina. Or, invecchiata rapidamente, pallida, debole, aveva soltanto conservato nella orribile caduta il fosco lampo di due occhi pieni d'anima e due labbra sottili e brevi che ancora sapevano maledire. Aveva fatta una gran passione ed era stata abbandonata col figliuolo. Rubata a due poveri vecchi, de' quali codesta infamia aveva affrettato la morte, ella avventava lo sguardo in tanto orrore di cose, meditando, col gomito sulla tavola zoppa, col mento nella mano, sulla fatalità di questa uccisione lenta e sicura, la quale sterminava tutta una famiglia. Un sol uomo aveva ferito, ed era scomparso. Mentre i colpiti scendevano un dopo l'altro nella tomba, ella, che pur ne faceva la strada, lo malediva, profondamente.
A Gabriele serpeva nelle vene il sangue malato e fremente della madre. Nelle collere prorompenti contro le nervose volontà di quella donna egli si mordeva le braccia e urlava, gli occhi pieni di lacrime, le gote accese da tutto quel po' di sangue che gli restava. E Cristina, cupa, lo contemplava, dal letto ove il suo male l'aveva inchiodata, il male orribile della famiglia, implacabile.
Il rettore lo avea preso per fargli custodire la chiesa; e da scaccino Gabriele era diventato custode, a poco a poco, perchè il prete era avaro e le entrate impoverite non bastavano a mantenere due persone per due ufficii diversi. Gabriele non si rifiutò. Soltanto chiese un po' di denaro avanti, pei bisogni della famiglia. Il rettore rispose che non poteva.
Il sagrifizio del poveretto cominciò in una piovosa mattina di gennaio. Da prima la chiesa, piena di calma e di silenzio, gli mise una strana pace nell'anima. Da un capo all'altro la visitò curiosamente, perdendosi in laberinti di corridoi scuri e freddi ove non era mai penetrato il lume del sole. All'imbrunire, quand'essa rimaneva deserta dei pochi devoti che ogni giorno venivano a pigliarvi un'infreddatura, egli passava in sagrestia e vi metteva in assetto le vesti sacre, strofinando lo straccetto sulle scansie macchiate d'umido e di polvere, e spazzolava i berretti, e passava in rivista le rotonde scatoline delle ostie, tentato da alcuni superstiti pezzettini di esse. Di tanto in tanto riposava, addossato allo stipo, le labbra chiuse, la faccia anemica tutta compresa di quell'aria scema che hanno i bevitori d'assenzio, in meditazione di nulla. Poi si metteva a sedere, stanco, nella vecchia seggiola del rettore, dal cuoio nero tutto consumato che di sotto agli strappi mostrava la imbottitura di stoppa. E vi rimaneva assorto, mentre dalla vicina stradicciuola, sulla quale davano i finestroni, il cadenzato tintinnio del ferro, che un magnano batteva sull'incudine, lo cullava con un tremolio di vibrazioni morenti. Non uno strepito, a volte, non un soffio turbavano l'indefinibile silenzio del luogo. Egli si raggomitolava nella seggiola a bracciuoli, figgeva lo sguardo sulla porticella schiusa che metteva in chiesa e che, per la fessura, dava passaggio a un po' di luce. Una bianca striscia s'allungava sul pavimento della sagrestia, già perduto nell'ombra, mentre annerivano nella notte, sulle pallide pareti, i grandi armadii in giro. L'ultima luce penetrava dal finestrone di faccia a lui e debolmente arrivava fino a quella opposta alle vetrate. Una corda, che pendeva dal soffitto, si dondolava, lievemente.
Tre mesi gli parvero tre secoli. Soffriva ora orribilmente: l'umido lo avea tutto fradicio dentro; gli passava le ossa, gli dava brividi e febbre. Cadde, una volta, a piangere sull'inginocchiatoio, la testa arsa, invocando Cristo a gran voce.
III.
L'ultimo giorno di marzo Cristina morì, guardandolo ostinatamente, ancor dopo morta, co' grandi occhi sbarrati, la bocca schiusa, come se volesse chiamarlo. Egli la baciò sulla gelida faccia e svenne sul letto. Rientrato in se stesso trovò i vicini che chiacchieravano e aprivano le finestre e bruciavano zucchero. Cristina l'avevano acconciata alla meglio sul lettuccio, cacciandole sotto il capo due origlieri, spianandole le ginocchia, incrociandole sul seno le mani. La morte rendeva ubbidiente quel corpo.
— Sentite, figlio mio, — disse a Gabriele una vicina, — meglio è che andiate a pigliare un po' d'aria fuori di casa. Qui state male. Dio se l'ha voluta chiamare.
Lo spinse dolcemente fino alla porta. Lui si lasciò fare, le braccia penzoloni. Si trovò nella via senza saper come, si trovò incamminato alla chiesa, inconsciamente.
Piovigginava fitto e nel tempo uggioso la gente tirava innanzi silenziosa, scantonando. Schioccava, di tanto in tanto, una frusta e un cocchiere sferzava, bestemmiando, la sua rozza, sferzato lui stesso in faccia dalla pioggia. Sulla porta della chiesa un mendicante stendeva la mano a' passanti.
Gabriele aveva in saccoccia la chiave della porta piccola. Fece il giro della chiesa, entrandovi da un vicoletto. Essa era sepolta in una quasi oscurità che la immergeva in un ignoto misterioso e profondo; il grande altare si fondeva vagamente con l'ombra, e in quella sparivano i suoi larghi gradini. Ancora si diffondeva nell'aria un profumo leggerissimo d'incenso.
Lo scaccino entrò nella sagrestia. Lo assaliva il desiderio di trovarsi solo in questa santa pace, di sfogarsi liberamente tra questi bianchi muri pietosi. S'inginocchiò. Tornavano, co' ricordi imprecisi della fanciullezza, le prime preghiere e gli morivano sulla bocca, rotte dall'impetuoso delirio dell'anima e dal dolore del corpo. Era, tra rantoli soffocati, una frenesia di pianto e di parole sconnesse e supplichevoli.
Di colpo egli si levò, volse intorno gli occhi sbarrati. Lo avvolgeva l'oscurità, un buio così fitto ch'egli non ebbe il coraggio di moversi, temendo di precipitare in abissi che le tenebre gli nascondevano. Soffocava; s'era levato per cercare acqua e non ricordava più ove fosse la vaschetta di marmo.
Stese le mani brancicando....
Poi riescì a gridare:
— Aiuto! Aiuto!...
La stessa sua voce aumentò il suo terrore. Barcollando, mentre il sangue gli saliva a fiotti alla bocca, trovò la porta della sagrestia, uscì nella chiesa, afferrò la fune della campanella.
Nel silenzio vibrarono due o tre rintocchi. Egli aveva battuto con la faccia a terra. Aveva annaspato qua e là con le dita raggranchite, poi non s'era mosso più. La campanella vibrava ancora. Finalmente pur quel debole suono si spense....
Scirocco
La mattinata umida e malinconosa, senza raggio di sole, moriva tristemente nelle ultime luci fredde e annebbiate dell'imbrunire. A' romori che nel giorno l'aria spessa e pesante aveva ammortiti, alla vita della mattina piena di movimento, di voci, di strepiti, che il tempo uggioso avea resi come sordi e sfiniti, succedeva adesso, dopo un paio d'ore d'ozio snervante, l'impaziente rivoluzione della sera, che pareva volesse reagire a quel torpore durato così a lungo tra l'aspettare invano i soliti piccoli avvenimenti e il raggomitolarsi con lo spirito e il corpo in un malessere d'insofferenza che la giornata metteva ne' muscoli e nel sangue.
Alle quattro era venuta giù un po' d'acquerugiola fina e diaccia, che filtrava i brividi nell'ossa, e a guardarla si sarebbe detto che fosse bigia come il cielo e piagnucolosa come un'ostinazione di bimbo malaticcio. Laggiù, in piazza San Ferdinando, i cocchieri del posto bestemmiavano sottovoce, la testa insaccata fra le spalle, il tappetino della vettura sulle ginocchia strette.
— Che divertimento, eh? — La gente s'era scordata d'andare in carrozza. Ognuno casa sua la teneva a quattro passi, e poi col sole che c'era veniva la voglia di farsela una passeggiata co' piedi nelle pozzanghere! — E così la giornata se ne scivolava!... — Ohè?... Vengo? Vengo?...
Ora tutte le fruste schioccavano; qualche signore dal marciapiedi di faccia voltava gli occhi a destra e a manca, aspettando che spuntasse una carrozzella di passaggio per risparmiare un paio di soldi, che, tanto si sa, quelle del posto non si muovono se non le trattate a dovere e vogliono la corsa intera per quattro passi come le hanno avvezzate i signori ricchi che portano il collo stretto nel solino, lo staio sulle orecchie e vanno a Chiaia senza sporcare i cuscini, con le palme delle mani sulle cosce. Ma intanto con quel tempo e con quella scarsezza il posto s'arrendeva, lasciandosi fare. — Otto soldi al Museo! — diceva il signore. — Datemi mezza lira. — E l'altro, duro: — Otto soldi! — Il cocchiere ci pensava un pezzo prima di decidersi a pigliarlo per quella miseria, ma intanto come il signore s'impazientiva e faceva per voltargli le spalle, e allora con una santa pazienza lo chiamava:
— Sentite.... andiamo.... salite
Dal posto i compagni stavano a guardare, seguendo con gli occhi il battibecco, indovinandone le offerte e le transazioni. Lui pel sacrificio che aveva fatto si sfogava con la povera bestia, la quale scotendosi tutta con un balzo alla prima frustata incollerita che le toglieva il pelo, rabbrividiva di sorpresa e di dolore. E mentre nel pigliar l'aire dava una strappannata al panciere, lui ritto in serpa, mangiandosi la lingua, scoteva la mano all'aria due volte, e spiegava le dita a mostrare ai compagni quanti soldi pigliasse.
Le ombre scendevano rapidamente: dalle basi rotonde de' fanali, di cui la fiamma a gasse si dondolava leggermente fra i vetri appannati, la striscia nera della colonnina si proiettava ad angolo su i marciapiedi umidi, e in cima la lanterna ingrandiva smisuratamente, spandendosi. C'era poi, sopra l'insegna di un magazzino, il grande orologio di Riccio, che luceva da tutte e due le facce, pallido come la luna, e faceva venir la malinconia, malgrado vi fossero sopra due grandi ali dorate come quelle degli angioli a lato dell'altar maggiore.
Allungandosi lo sguardo arrivava sino al principio della scesa del Gigante; laggiù il verde cupo degli alberi si fondeva col cielo tutto d'un pezzo, nero come il carbone.
Ma nello spiazzato innanzi alla gran massa del palazzo reale, tutti i lumi s'eran data la posta come ogni sera, e assieme ai fanali grandi a cinque rami, di sotto alle colonne del peristilio, le lampade a bomba rischiaravano la piazza deserta e silenziosa, ove pareva che andasse a morire nell'immensità del vuoto tutto il romorio di Toledo.
In questa brutta serata di marzo, come sonarono le sette all'orologio di piazza Dante, tanto debolmente che appena lui potette seguirne i rintocchi, Manlio si decise ad uscire. Dopo aver leggiucchiate le prime pagine di un romanzo nuovo, di cui si era annoiato a morte, fra le cinque e le sei di sera s'era buttato sul letto, volendo gustare, per la prima volta dopo un mese, la voluttà del sonno a quell'ora. Così tra l'appisolarsi e il rimaner cogli occhi aperti per un pezzetto a guardar nel soffitto le ragnatele lasciate in pace, stette un'ora buona, in forse se dovesse uscire o rimanersene a casa, ora che il tempo minacciava.
Manlio: un bel nome, di cui doveva la romanità severa alla madre buona e intelligente che s'era ridotta in provincia a seguire il marito e c'era rimasta perchè lui contava di raggranellare il suo po' di sostanza, vendendo dei fondi che da assai tempo lacerava a furia di liti l'ostinato accanimento di tre eredi, fra i quali egli era primo. Con le buone parole, co' sacrificii e la pazienza lui si era fitto in capo di spuntar la faccenda, e le cose andavano bene. La signora Maria scriveva al figliuolo, ogni settimana, lettere piene di cuore e di rimpianti, promettendo, a rassicurarlo, che sarebbe tornata subito, arrischiando timidamente, con una dolcezza di parole che nascondevano la severità, dei piccoli ammonimenti nei quali tremava, inconsapevole, il suo grande amore di madre lontana. Manlio, leggendole, si commoveva. Ora la solitudine, che fra tutte le sue vaghe aspirazioni di fanciullo nervoso, era stato sempre il desiderio più intenso, lo spaventava, rimettendogli innanzi agli occhi il ricordo di certe sere calme d'inverno, quando la pioggia batteva a' vetri ed essi chiacchieravano sottovoce nel tepore della stanza, mentre il padre leggeva la gazzetta e fumava. Nei brevi momenti di silenzio, quando la signora Maria s'era lasciata scappare una maglia della calza che lavorava, s'udiva dal lettuccio il respiro uguale della bimba che dormiva con una manina sul petto. Che sere! Lui raccontava i suoi progetti, si animava facendo mille castelli in aria, lasciandosi trasportare, gesticolando sottovoce e la brava donna sorrideva, contemplandolo tutta pensosa, e le maglie della calza scappavano. Ma eran sogni d'oro quelli che lo cullavano allora; dormiva sino a giorno tutto d'un fiato sotto la coltre spessa che, a volte, quando non aveva ancor chiusi gli occhi, si sentiva rimboccare sotto al mento dalle mani leggere della madre....
Questo pensava Manlio in quella sera di marzo, smaniando sul letto, che scricchiolava, voltandosi da tutte le parti come se fosse sulle spine. All'ultimo, mentre l'oscurità empiva la stanzuccia e lui non vedeva altro se non, di faccia, il vano della porta anche più nero dell'ombra, una strana inquietudine lo prese. Quasi gli venne paura che da un momento all'altro, così, solo com'era, in quel silenzio, in quella oscurità avesse a mancargli la vita. Quando si levò, cercando tentoni i fiammiferi, le mani gli tremavano e durava fatica a tirar su il fiato.
— Impossibile, — mormorò, com'ebbe acceso il lume e gli tornò l'animo, — impossibile!... Questa è vita che non può durare....
Si vestì e scese. Mettendo il piede nella strada si ricordò di non aver preso il paracqua. Stette un momento in forse se dovesse risalire o tirar via facendone a meno, tanto era un'acquerugiola minuta che non faceva male, e poi rifar daccapo settanta gradini era una cosa che lo seccava abbastanza. Si mise in cammino, scendendo per Toledo, con le mani in tasca e la testa china, tutto pensoso. Che si sentisse dentro lui stesso non lo sapeva: era un malessere, un'oppressione, un'insofferenza, che lo rendevano odioso a se stesso; fra tutto lo impensieriva ora come un intuito delle disillusioni che gli toccherebbe di sopportare; indovinava le aspettative insoddisfatte, a cui da un momento all'altro si troverebbe di contro nella sua piccola vita serale, della quale si faceva il conto che il tempo cattivo dovesse stornare le abitudini. Difatti, entrando nel caffè ove gli amici erano soliti a raccogliersi accanto alla gran tavola di marmo, trovò ch'essa era deserta, e andò a sedervi aspettandoli. Chiese il caffè e gli parve addirittura acqua calda; lo sorbì tutto d'un sorso dopo averlo fatto raffreddare, non volendo avere la pazienza di centellinarlo col gusto che ci pigliava ogni sera. Nel caffè c'era una piccola orchestra che di colpo si mise a suonare un walzer fritto e rifritto, un'antipatia di musica frettolosa e saltellante, che mise una gaiezza stupida fra i consumatori. Lui, di faccia a un borghese che batteva il tempo col cucchiaino nel vassoietto, si sentiva un formicolio nelle mani; gli avrebbe voluto buttar la chicchera in faccia.
Cominciava a dolergli la testa; gli occhi, in quella nebbia che il fumo dei sigari spandeva nel locale chiassoso, gli s'intorbidivano e gli diventavan piccoli. A un momento, mentre uno spilungone di maestro di musica batteva sconciamente sui tasti del pianoforte, egli sentì il colpo secco e la vibrazione, per un secondo, d'una corda che si spezzava facendo «zin!», cosa che gli raggricciò la pelle. S'alzò, e guardò all'orologio sul banco del padrone; erano le nove, gli amici non sarebbero più venuti.
E, lentamente, con le labbra strette, infilò la porta che metteva sulla piazzetta innanzi al Municipio. Pioveva sempre allo stesso modo. Lui si mise a camminar dritto avanti a sè, non sapendo che via pigliare per tornare a casa più presto, ora a piccoli passi, ora affrettandoli per trovarsi subito fra le sue quattro mura. E camminando si rodeva dentro con gli amici che non erano venuti, con la umana leggerezza che dimentica tutto, con se stesso che era tanto ingenuo da contare su tutti. Avrebbe voluto che i compagni avessero indovinata la sua solitudine in quella sera, avrebbe voluto che fra essi uno solo almeno avesse pensato a farsi trovare per tenergli compagnia — che diamine!...
I suoi nervi in quel momento avevano acquistata una tensione straordinaria. Gli scoppii romorosi delle fruste, quando gli passavano accosto le vetture, lo irritavano; bestemmiava sotto voce, sbuffando, come inciampava nell'oscurità col piede in una rotaia di tranvai che lo sbalzava da un lato, sorprendendolo dolorosamente. La luce dei magazzini gli abbagliava gli occhi; a volte sentiva fra le spalle come delle punture di aghi, che gli davano per un momento l'irritazione d'una bestia inquieta.
Ora si trovava di faccia al teatro San Carlo. Entrò lentamente sotto il porticato. Si fermò a leggere un cartellone mezzo lacerato che pendeva a uno de' muri. S'accorse che sotto a quel muro una persona, che lui conosceva molto da vicino, stava tranquillamente accendendo un sigaro. Si adocchiarono nello stesso momento; Manlio s'accostò, con la mano stesa.
— Buonasera, signor Roberto.
— Buonasera, Manlio; come va?
— Eh! — disse lui, facendo spallucce. — Son seccato....
L'altro, passando il sigaro nell'angolo delle labbra, fece per incamminarsi. Manlio gli tenne dietro, stringendoglisi accosto. Gli pareva, che quegli non gli avesse detto addio per stare un po' assieme, e intanto già s'annoiava della compagnia.
Costui era un uomo sui quaranta, scriveva per i giornali, era tenuto in molta stima nel suo paese e godeva d'una certa fama di serietà e di onestà. Quella sera aveva l'aria d'uno a cui è capitato un guaio e, piccolo piccolo com'era, col gran cappello su gli occhi, il bavero del soprabito alzato, faceva quasi compassione.
Dopo un momento di silenzio, camminando sempre, disse:
— Dove andate?
— A casa.
— Che brutto tempo!... — fece l'altro, senza guardarlo in faccia.
— Tempo canaglia.... — rispose Manlio, coi denti stretti.
Vi fu un altro momento di silenzio, poi, lentamente, quello del sigaro mormorò, con un risolino forzato:
— Come mi vedete ho perduto poco fa duecento franchi.
— Ah? — disse Manlio, senza commuoversi, come se non avesse capito bene.
Poi non vi fu più una parola. Il signor Roberto camminava tutto astratto, a capo basso, studiandosi di mettere il piede sempre nel mezzo delle lastre del selciato, provando una piccola contrarietà quando per inavvertenza gli capitasse tra le commessure. Manlio non vedeva l'ora di toglierselo d'accanto. Ora una collera sorda lo disponeva contro quest'uomo che perdeva duecento lire come se niente fosse e se ne andava passeggiando in una serata come quella. E l'altro, mentre badava stupidamente a regolare il piede in modo che si trovasse sempre nel mezzo del lastrone, pregava tutti i santi perchè mandassero via questo giovinotto pittimoso, del quale la muta e pesante compagnia gli cadeva addosso come un incubo. Così per venti minuti di cammino, tornando a poco a poco ciascuno alle sue idee nere, quasi non accorgendosi più della loro vicinanza, non aprirono bocca. A un punto, sul marciapiedi, poco lontano dalla casa di Manlio, una donna, una signora bellissima, sola, stretta in un lungo scialle nero, alta, pallida, fiera, passò loro accosto. Fu come una visione.
— Che bella donna! — mormorò Manlio, come parlando a se stesso.
— Bellissima.... — sospirò l'altro, senza alzar gli occhi.
Di colpo si guardarono, si tesero le mani contemporaneamente, stringendosele. Si erano fermati per un secondo.
— Addio, — disse il signor Roberto.
— Addio, — rispose Manlio.
Lentamente entrò nel palazzo ove abitava e si mise a salir le scale. Quando fu in casa, senza togliersi il soprabito umido, buttò sulla tavola il cappello a cencio, provando uno strano batticuore, un'emozione nuova e misteriosa. Tentò di mettersi a scrivere, pensando che questo dovesse distrarlo, compilando in mente, rannicchiato sulla seggiola innanzi al tavolino, una lettera alla mamma, piena di tenerezze e di sfoghi.
Ma quando cercò invano i fiammiferi si ricordò d'averli dimenticati al caffè. E innanzi a questa piccola contrarietà ebbe un momento di immensa disperazione. Si gettò bocconi sul lettuccio, mordendo nella furia il cuscino, torcendo le lenzuola nel pugno, singhiozzando.
Pioveva sempre, ma la pioggia non batteva ai vetri con lo stesso ritmo dolce delle lunghe serate in famiglia, nè alcun lume nella stanzuccia poteva mostrargli la faccia pallida e sorridente della madre e in fondo, nella penombra, il lettuccio della piccola sorella dormente....
Così, in quella triste serata umida e tetra, in quello scompiglio nervoso che infuriava sul suo morale tormentandogli il fisico a scosse dolorose, egli solo, solo nella sua amarezza incosciente, in quella oscurità fitta della cameretta si mise a urlare come un pazzo.
Gli ubriachi
Quanto se n'avessero cacciato in corpo, dalle dieci di sera ch'erano arrivati sino alla mezzanotte vicina, lo sapeva soltanto il garzone del vinaio che all'ultimo, appena adocchiò don Michele che metteva la mano in saccoccia, s'accostò alla tavola come a volerci passare sopra lo strofinaccio.
— Quanto si paga? — disse don Michele, cominciando a contare i soldi.
Il garzone strofinando lo straccio sulle chiazze di vino si faceva il conto a memoria. E dopo un momento, senza levar gli occhi, rispose:
— Tanto; quarantotto soldi e la vostra buona grazia.
Vi fu un silenzio. L'altro rimaneva stupefatto. Aveva messo sulla tavola il mucchietto dei soldi e contemplava il garzone con gli occhi lagrimosi.
— Quarantotto soldi.... — mormorò, — quarantotto soldi!... Cioè.... fanno due lire....
— E otto soldi, — disse il garzone, — ci ho messo anche i sedani che avete mangiato.
— È troppo giusto, — sospirò don Michele.
Si mise a contar daccapo. Ora si frugava per trovar due soldi che mancavano. Rovistava nelle saccocce del panciotto, rovesciandone infuori la fodera, col petto stretto al taglio della tavola. Miche di pane secco, pezzettini di tabacco, delle medagline di rame, un mozziconcello di matita gli cadevano innanzi senza che i soldi ne venissero fuori. Lui, cercando ancora, s'impazientiva, con le mani tremanti che non avevano forza nelle dita.
— Dove li ho messi? — borbottava fra sè e sè, guardando, con le labbra strette, ne' travicelli del soffitto come a volerli interrogare.
Dal banco, accarezzandosi il mento con la mano rossa ed enfiata, il vinaio ci pigliava gusto, ammiccando al garzone che ronzava con lo straccio fra mani e tirava, per ridere, a far scomparire di su la tavola il mucchietto de' soldi.
— Guardate, — diceva don Michele, volgendosi attorno, — questa è nuova. Uno da un momento all'altro non si trova più il denaro addosso!...
Così dovette ridursi a svegliare il compagno che dormiva come se niente fosse, con le mani aperte sulle cosce e il naso fra lo sparato del soprabito.
— Eh? — fece quello, provando ad acconciarsi sulla panchetta. — Che è successo? Sognavo ch'era successo il tremuoto...
Vi fu una risata fra tutti. Lui guardava in giro, un po' incollerito, un po' mortificato. Lentamente, reggendosi allo spigolo della tavola, si chinò a raccattare il cappello che gli era caduto per terra e ci aveva messo un piede sopra come se fosse un cencio. Senza pensare a ripulirlo lo guardò a lungo con una attenzione stupida, girandolo da ogni verso. Poi se lo mise sul capo e disse:
— Ce ne andiamo?
— Un momento, — rispose don Michele, — qui mancano due soldi.
L'altro non capiva; s'era levato a stento, afferrandosi alla tavola con una mano, armeggiando con l'altra a casaccio come se cercasse qualcosa, a rischio di cavar un occhio alla bimba del vinaio che gli era venuta a ridere accosto. Poi ricadde a sedere e dette in un gran sospirone, allungandosi traverso.
— Sentite, compare, — ribatteva don Michele con la voce smozzicata, — ci vogliono due soldi.... Li avete due soldi.... eh?
— Che cosa? — borbottava l'altro senza muoversi.
— Due soldi.... per aggiustare il conto del vino.... E poi ce ne andiamo....
Il poveraccio gli fece cenno che gli frugasse addosso. Smaniava pel vino che gli saliva alla gola e non aveva forza di movere un dito. Alla fine, come Dio volle, don Michele riuscì a pigliargli quattro soldi dalla saccoccia dei calzoni, sudando come un cavallo. In quell'afa, nel romorìo di voci di cui lo stordiva l'unità chiassona e continua, il vino gli montava al capo co' suoi fumi caldi e tremolanti. La cantina gli pareva soffocante, senz'aria, troppo illuminata e troppo irritante. Gli occhi gli s'imbambolavano, a ogni momento se li asciugava con la pezzuola, che su le gote accese gli metteva un dolce senso di frescura. L'altro, un cocchiere da nolo, che a prima sera avea messo dentro cavallo e carrozza, non trovava pace, ora che il sonno gli era stato spezzato così d'un subito.
— Sentite a me, — consigliava don Michele, — andiamocene a casa.
— Ora? — balbettò il cocchiere, — ma è presto.
— Scherzate? È mezzanotte.... Sì, è presto!... È mezzanotte, — diceva don Michele, facendo per reggersi in piedi. — E se non volete venire — minacciò, perdendo la pazienza — me ne vado solo e buonanotte.
Ma fuori, sotto alla porta aspettò che uscisse, appoggiandosi con le spalle allo stipite. L'altro, dopo un momento, venne fuori anche lui, aiutato dal garzone che se lo menava innanzi a spintoni puntandogli una mano fra le spalle.
— Don.... Michele!... — chiamò il cocchiere.
— Son qua, — disse lui, mentre nell'aria fresca gli battevano i denti e dei brividi gli salivano pel corpo, — mettetevi a braccetto.
Traballando gli prese il braccio e se lo ficcò a forza sotto al suo, serrandolo come meglio poteva fare. Il cocchiere, col cappello che gli era cascato su gli occhi, barcollava ch'era un piacere.
— Per dove.... andiamo? — mormorò.
— Di qua, sempre diritto...
Pigliarono per Foria, sfregandosi ai muri come gli asini. A ogni passo falso andavano a battere nelle porte chiuse delle botteghe. Innanzi a loro la via larga s'apriva, allungandosi a perdita di vista, biancheggiando sotto alla luce giallastra de' fanali.
Era stato lunedì del carnevale e la gente in tutta quella giornata s'era sbizzarrita a buttarsi in faccia il gesso, come se non avesse fatto altro in tutta la vita. Gran bella porcheria! Ora in quella polveraccia bianca, che appena la si smoveva faceva venir la tosse a stianti, s'affondava sino alla caviglia come sulla via nuova. Alle botteghe le insegne erano screziate di bianco e pareva che di sopra ci fosse cascata su a goccioli la calce d'una imbiancatura alla facciata del palazzo. Qua e là, quando meno ci pensavano, a' due compari si parava innanzi un mucchio di polvere e di spazzatura che li sviava, spingendoli l'uno addosso all'altro, nello stringersi che facevano.
Il cocchiere, cotto come un pulcino, s'era messo a parlar da solo e diceva un mondo di scioccherie, guardando per terra. Di colpo, trascinandosi dietro don Michele, si chinò e prese una manata di gesso.
— I coriandoli!... — borbottò con voce rauca. — Oggi è carnovale.... Ah! caspita!
— Nossignore, — protestava don Michele, che s'accorse della mala parata. — È finito carnovale.... È finito.
— Oggi.... è carnovale, — rideva il cocchiere, barcollando.
E d'un subito gli sgusciò di sotto al braccio, levando il pugno. Don Michele fu colpito in faccia, alla mascella. Il gesso gli scese giù pel colletto nella camicia, lasciandogli sopra la spalla una gran macchia bianca.
Il cocchiere rideva a rantoli. S'era accoccolato in mezzo al marciapiedi con le mani sui ginocchi, e si godeva la bravata.
— Questa non si fa, — disse don Michele passando sulla faccia la manica del soprabito, — lasciate stare il gesso che fa male agli occhi....
L'altro, raddrizzandosi, pigliava nell'ubbriachezza un'aria spavalda. Gli s'accostò barcollando e, col fiato puzzolente, le braccia penzoloni, gli si venne a metter sotto al muso:
— Ebbene, — borbottava, — vi siete offeso?... Vi siete offeso?...
— Andiamo, — fece don Michele, tornando a stringerselo sotto al braccio.
Quello si lasciò fare, mormorando. Tirarono innanzi fermandosi a ogni quattro passi, ragionando ognuno per suo conto. Nella via deserta don Michele, senza saper come, si mise a raccontare le prodezze della sua gioventù, affastellando bugie come più gli capitavano. Il cocchiere ascoltava, interrompendolo a monosillabi.
— Una volta, — diceva don Michele, — io quando facevo il soldato.... Se sapeste che fatti potrei dire.... Vi ricordate la guerra di Crimea? Mio padre ci stette.... Sentite il fatto del re di Russia coll'ambasciatore della Francia.... Sentite, voi?...
E come l'altro mugolava senza rispondere, seguitò:
— Il re di Russia aveva detto non so che parole d'offesa.... Venne l'ambasciatore e disse: Maestà vi voglio far vedere una cosa.... Va bene, disse il re di Russia, andiamo a vedere.... Voi sentite?
— Sissignore, — balbettò il cocchiere.
— L'ambasciatore se lo portò a braccetto al porto di mare e gli mostrò tanti bastimenti tutti pieni di soldati.... e tenevano i cannoni pronti e le miccie accese.... Compare, voi sentite?
— Sicuro, — rispose il cocchiere, — e poi?
— Perchè se non mi sentite è inutile parlare, — disse don Michele. — Disse l'ambasciatore: Maestà se vi movete spariamo tutti i cannoni contro la città.
— Sangue di Bacco! — urlò il cocchiere, interessandosi. — Bene.... e poi?
— Disse il re di Prussia: Ora venite con me, all'ambasciatore. E se lo portò a palazzo reale. Là c'erano più di centomila cannoni pronti a far fuoco e.... state a sentire.... lui disse all'ambasciatore: Vedi questi cannoni?... Sì, Maestà.... Sai che sei solo?... Sì, Maestà.... Ebbene, disse il re di Prussia, ora spara....
Seguì una parolaccia a cui fece eco un'esclamazione del cocchiere.
— Evviva! Bravo! — gridava costui, entusiasmandosi. — Così gli disse? Evviva! Evviva!...
— Che vi pare? — disse don Michele.
— Evviva il re di Prussia! — urlò il cocchiere con le braccia levate.
— Zitto.... per carità!... Mi volete far arrestare? — mormorava don Michele.
— Bella parola! bella parola! — gridava il cocchiere, trascinandoselo dietro. — Evviva!...
Fece due passi e cadde.
— Ah! compare! — esclamò don Michele, tirandolo per un braccio. — Non vi buttate per terra....
— Aiutatemi, — borbottava il cocchiere, brancicando.
Passavano delle signore; due che stavano a braccetto chiacchierando, si trassero indietro spaventate, e misero dei piccoli strilli di terrore. Poi scapparono, guardandosi indietro, come se li avessero alle spalle.
— Ah! mio Dio! mio Dio! — piagnucolava una, tenendosi stretta per mano una bimba incappucciata che le cacciava il capo fra le sottane.
Dei signori che le accompagnavano correvano dietro, rassicurandole. — Ah, davvero, era una cosa abbastanza sconvenevole veder degli uomini che si gettano per terra, in mezzo a una via pubblica, per dove la gente passa all'uscire del teatro! — E come il più giovanotto si dava assai da fare, e strepitava per la paura che s'eran pigliata le donne, e a forza voleva chiamare una guardia, un vecchietto che andava con loro disse che lasciasse stare, perchè era l'ultimo giorno di carnevale e per un anno si sarebbe rimasti in pace.
Laggiù, sotto una bottega, i due continuavano a questionare come se stessero a casa loro. Da lontano le signore si voltavano ancora a guardarli, affrettando il passo. Era una macchia nera che a volte si moveva comicamente sul gran bianco del marciapiedi, e a volte, nel silenzio, un'esclamazione rauca che metteva loro i brividi addosso.
Il cocchiere s'era steso addirittura a terra e non voleva saperne di tornare a casa. Tutto il corpo gli si era intorpidito, balbettava parole confuse e rotte, con la lingua grossa che gli pesava, girando il capo da ogni verso. Don Michele, poveretto, perdeva il fiato a volerlo persuadere. Gli si chinava all'orecchio, lo tirava pel braccio, impietosendosi.
— Ah! compare, — lamentava, — che m'avete fatto, compare mio!...
Provò a sollevarlo e gli cadde sulla pancia. Il cocchiere mise un urlo di dolore, bestemmiò sottovoce e non si mosse più.
Don Michele, annaspando con le mani nella polvere, s'afferrò alla colonnina del fanale per rimettersi in piedi.
— L'ho ammazzato.... — mormorò. E fu preso da un terrore improvviso.
Gli tornò accosto e lo scosse, dolcemente.
— Compare.... compare.... v'ho fatto male?
L'altro sospirava; ora il vino gli diventava nero, tanto che, di colpo, si mise a piangere come un vitello.
— Gli ho fatto male, — balbettò don Michele, udendolo singhiozzare a quel modo che faceva proprio compassione.
Poi, all'improvviso, fu preso da un impeto d'egoismo.
— Ora me ne vado e lo lascio solo, — pensò, guardandolo mentre si lamentava ancora e balbettava nel pianto.
Così, pian pianino, s'allontanò, voltandosi indietro a ogni passo. Ora nella strada si faceva un silenzio profondo; lui s'aspettava da un momento all'altro di vedersi capitare addosso i carabinieri. Per questo rasentava i muri, cercando l'oscurità e l'appoggio. A volte uscendo dal buio la sua ombra si disegnava a terra, dondolandosi come la campana del Carmine quando suona a morto. Allo svolto, nel chiarore d'un fanale che gli faceva veder doppio, inciampò, sbattendo le mani all'aria.
Poi daccapo rientrò nel buio che per buon tratto si fondeva su i muri, nel vicoletto. Parlava solo, pensando ancora al compare abbandonato laggiù in mezzo alla via.
— Io? — mormorava, figurandosi di dover rispondere del cocchiere a qualcuno. — Ma io non lo conosco!... Com'è vero Dio non lo conosco.... Lui è caduto e s'è fatto male.... Come si chiama?... E se io non lo conosco?... Che vi posso dire?... È stata una disgrazia.... è caduto e s'è fatto male.... È ubriaco.... È un porco.... Ha bevuto quattro litri.... Così ha detto lui.... Chi ne sa niente? Signor brigadiere.... Se mi credete.... Sull'onore della mia famiglia....
Si fermò, parlando a un muro, nell'ombra. Ora il silenzio era grande, nessuno passava. Si tolse il cappello, salutando; poi fece spallucce e si rimise in cammino. E continuò a negare:
— Non lo conosco! Ma a forza mi dev'esser compare?... Ma se io non lo conosco!...
Sfregio
Fronn 'e vurraccia,
Se nun te piglie a me te taglio 'a faccia!
Con Peppinella si volevano tanto bene che avrebbero fatto a morsi; così di quello scandalo Nunziata n'empì tutto il quartiere per due giorni di fila e ne parlava sempre, tanto che al sabato, quando Peppinella seppe chi avesse data la voce e andò a trovare la spiona proprio innanzi alla casa, vennero alle brutte e si strapparono i capelli a manate. Quando le divisero, e ci volle molto, ansimavano che pareva avessero fatto una corsa e si guardavano ancora con tali occhiate velenose che si credette volessero ricominciar daccapo. La lotta era stata muta, senza un grido, nè un'insolenza; ora pigliavano fiato per lanciarsi ingiurie da trivio e giuravano sull'onore offeso ch'era un divertimento a sentirle.
— Parla mo', — disse Peppinella, mentre la tiravano via, — t'ho sciolta la lingua, bruttona!
— Schifosa! schifosa! — urlava l'altra, con le braccia levate, — sappiamo tutto, sappiamo! Sei stata vista, t'ho vista io e non è il primo, va, ne hai di moscerini attorno, e ci mangi....
— Va, va! — disse Peppinella che stava a sentire e sorrideva di rabbia, stringendosi alla vita la veste strappata. — E tu no? Fai l'onesta?... Fa l'onesta, fa, vedete, e la sera Carmeniello le sciupa la faccia.
— Chi? — fece Nunziata, con un slancio terribile per gettarsele addosso. — Io? La sentite? Io? Qui s'odora di rose e ci tengono in palma di mano, ci tengono! Guardate chi parla: tu sei marcia.
A Peppina un tremito nervoso agitava tutto il corpo; diveniva pallida per l'ira e quando sentì l'insulto, che provocava delle occhiate ironiche nella folla, si voltò come se cercasse qualcosa. Sulla panchetta del calzolaio c'era la gran pietra di marmo ove si battevano le suola; l'afferrò a due mani, coi denti stretti, levandola alta per lanciarla. Dei gridi di orrore la trattennero, spaventandola; d'attorno a Nunziata le donne si scostavano, abbassando la testa, rasentando il muro; ella stessa che non s'aspettava una cosa simile stendeva innanzi le braccia e chiudeva gli occhi per non vedere.
Ma il calzolaio, un giovanotto che sino allora era stato soltanto a sentire ridendo di piacere, s'era già levato.
— No! no! — disse, facendosi serio, — questo non si fa: lasciate stare la roba mia.
Lei si lasciò togliere di mano la pietra, guardando Nunzia che ripigliava fiato, e poi si riaccostava per ricominciare. Allora le donnicciuole, che avevano paura che dovesse finir male, si misero a strillare.
— Volete finirla o no? Nemmeno quelle di mala vita parlano così!... E siete zitelle! Chi volete far ridere?
E nella folla, mentre i curiosi arrivavano da tutte le parti, una di loro, Rosa Monaco, s'affaccendò a metter pace, scalmanandosi per abitudine. Era già strano che non fosse capitata sino adesso in quel chiasso femminile; ora la gente del quartiere, che di lei sapeva vita e miracoli, se la disputava, cogliendo l'occasione per metterle le mani addosso, mentre lei si dava da fare, zoppicando sulla gamba offesa. E in mezzo a quella ressa, Rosa ancora vegeta e robusta coi suoi quarant'anni addosso, s'agitava strepitando, con delle grandi risate che mettevano in mostra i denti bianchi come l'avorio. Il ricordo piacevole della sua gioventù le tornava adesso alla mente, risvegliato da quella rissa di ragazze.
— Che c'è? Niente, — diceva, — sono le ragazze che si spennacchiano. E ci avete colpa voialtri uomini, che Dio ne possa sperdere la semenza!
E come i giovanotti riescivano persino a darle dei pizzicotti, ella si schermiva, affannandosi, con piccoli strilli di donna solleticata.
— Neh? Ebbene? Le mani a posto!... Guardate, fatemi passare, chè s'accapigliano un'altra volta. Faranno correre le guardie!
In tutto questo diavoleto che metteva in moto la Concordia, lassù ai vicoli di Toledo, ci aveva colpa quella benedetta leva che s'era pigliati i poveri figli di mamma e anche Tetillo, l'innamorato della Peppina; e lo scandalo era nato perchè solo cinque giorni dopo che Tetillo era andato a Perugia, che qui non si sapeva se stesse in Egitto, Peppinella fu veduta passeggiare a sera, con un giovanotto, sul Corso Vittorio Emanuele.
A sentir Nunziata, la sfacciata camminava a testa alta, lungo il parapetto, facendo gli occhi dolci al giovanotto che la teneva per mano e le dondolava il braccio. Sotto al fanale, quando proprio s'erano incontrate faccia a faccia, la brunetta aveva salutato Nunziata sorridendo, senza scomporsi, come se non avesse fatto altro per tutta la vita.
Così la notizia si seppe la sera stessa, perchè a Nunziata bruciavano i piedi d'arrivar subito alla Concordia e gridarla anche ai muri; fatto sta che gliene venne male, perchè, nella rissa, Peppinella, ch'era più forte, se la mise sotto e Nunzia le prese e le prese davvero, tanto che n'ebbe un orecchino strappato e lo scialle in brandelli.
Quando le divisero daccapo, Nunziata sedette innanzi alla porta di casa e rannodò dietro la testa i capelli che le si erano sciolti e le cadevano pel volto. Di tanto in tanto un sussulto nervoso, come un singhiozzo, le saliva alla gola e negli occhi le passavano lagrime di rabbia. E in silenzio, raccogliendo a una a una le peripezie di quella lotta, si rodeva della sconfitta che ora le dava delle strane idee di vendetta, e pensava al male che avrebbe potuto fare a Peppinella con un desiderio di rivincita rumorosa.
— Hai fatto peggio a darle retta, — le disse un'amica, appressando la sedia a quella di lei, — ci si perde sempre con questa gente....
— Va bene, — disse Nunzia, mordendosi le labbra bianche, — s'è fatto qualche cosa.... poi è stata lei che è venuta qui. Non ne parliamo più.
Intanto guardava sempre di sottecchi Peppina che, pochi passi distante, aveva l'aria di non badarle e girava con aria distratta attorno alla panchetta del calzolaio. E guardava sempre finchè l'altra s'allontanò a piccoli passi, le mani dietro le spalle, impettita e sorridente, mentre un mormorio la seguiva. E quando così giunse allo sbocco del vicolo ove c'era ancora qualcuno, come se niente fosse stato, mentre aveva la morte nel cuore, dondolandosi leggermente, si mise a cantarellare:
Me faie na pena, ah!...
Ma quando si trovò sola nella strada solitaria, il canto le morì sulle labbra, portò il grembiale sciupato alla bocca, lo strappò con un impeto convulso e si volse indietro fermandosi, guardando innanzi a sè con gli occhi rossi nel vicolo oscuro ove indovinava dei commenti arrischiati e una opinione già dubbia sulla sua onestà.
— Hai ragione! — mormorò torcendosi le mani. — Ma t'ho da far piangere sangue, va!
Pure si tennero il broncio soltanto due giorni, perchè, al martedì, quando Carmeluccia la capera venne da Nunzia a pettinarla e le fece intendere, mettendole le forcinelle nei capelli, che Peppinella voleva far pace e le mandava a dire che quella brutta sera l'aveva dimenticata, Nunzia si trovò a dire di sì senza che l'avesse nemmeno pensato. E lo stesso giorno, innanzi a tutto il vicinato, s'abbracciarono e si baciarono; Peppinella, che in fondo era una ragazzona e aveva il cuore tenero, si mise a piangere; l'altra non ebbe un sussulto, le restava ancora nell'anima il pensiero della rivincita che nessun conforto poteva addolcire. Così del fatto non se ne parlò più. Intanto Peppinella cambiava innamorati a settimana, tornava a casa tardi e a volte tutta rossa come se fosse stata a cenare in compagnia, e non ci badava nemmeno agli sguardi di curiosità maligna di cui, mentre passava, la investivano le comari del quartiere. Tanto lei non se ne dava per intesa. Era venuta su tutta in una volta, passando in un momento dalle forme indecise di fanciulla a quelle forti e voluttuose di giovane fatta, e correva ora su questa via poco sicura con una sbadataggine da bambina, punta solo dai desiderii ardenti della sua gioventù. Per questo, lassù alla Concordia, lo scandalo cresceva giorno per giorno, e quando, dopo due anni, Tetillo ritornò da Perugia, sul conto di Peppinella se ne dicevano di nere come il carbone.
Due anni fanno presto a passare; Peppinella se lo vide addosso appunto quando meno se l'aspettava; egli capitò alla Concordia la mattina di santa Teresa, quando c'era la festa alla strada vicina.
Nunzia lo fece appena arrivare, e la stessa sera mentre lui tornava da salutare la siè Rosa, che lo conosceva da bambino, gli disse le cose come stavano.
— Per la Madonna del Carmine! — balbettò Tetillo, diventando bianco come un cencio. — Ma è vero quello che mi dite, Nunzia?
— Per chi m'avete pigliata? Credete che voglia attizzar fuoco per ridere? Tant'è, adesso anche le pietre della via lo sanno.
— Ah! sangue di Cristo! — mormorò lui. — Per questo, quando sono venuto, lei non m'ha detto nemmeno ben tornato, e la gente mi guardava in faccia come se rivenissi dall'altro mondo! Ah, va bene! E chi è questo signore?
— Sì! — disse Nunzia, che s'era trovata ad aprir la bocca e voleva snocciolarle tutte. — Uno? Dimandate quanti sono stati; è il resto di quelli che sappiamo noi.
— Ah? — esclamò lui con un sorriso forzato, mentre le mani gli tremavano. — Me l'ha fatta bella, Peppinella! E va bene!... Privo di mamma mia se stasera non le dico una parola all'orecchio!
— Dove andate? — fece Nunzia, mentr'egli s'avviava senza nemmeno salutarla. — Volete pigliare un guaio per lei? Lasciatela stare; a un giovanotto come voi d'innamorate non ne mancheranno....
Lo aveva afferrato pel braccio e lo tratteneva, pentita di quello che s'era lasciato scappare di bocca. Egli si svincolò dolcemente, senza parlare, ma a guardarlo in faccia era più bianco della camicia che aveva addosso. Nunziata lo seguì; egli andava innanzi a piccoli passi, barcollando come se avesse alzato il gomito.
— Sentite! — arrischiò ancora. — Che volete fare?
Tetillo si volse; era tutto stralunato, ma sorrideva come se niente fosse.
— Non abbiate paura, vedete, non ci penso più; torno a casa, una buona dormita e passa.
Si fermò sotto il fanale e riaccese il sigaro, che si era spento: poi s'allontanò zufolando, con le mani in tasca.
Quella sera Peppinella, come giunse in mezzo alla piazzetta, ancora illuminata, se lo vide sbucare innanzi dalla bottega del pizzicagnolo, ove era stato ad aspettarla. A guardarlo con quella cera che aveva, lei indovinò subito che le belle cose gliele avevano già soffiate all'orecchio. Ebbe un fremito di paura; prima che si rimettesse egli le stava accanto, col cappello di sghembo e le mani nelle tasche della giacchetta.
— Buona sera, — disse lei.
— Buona sera.
Rimasero un pezzo in silenzio, camminando di pari passo; a un tratto, dove la strada si faceva buia, egli si fermò e, toccandole il braccio, come se del fatto ne stessero parlando da un'ora:
— Dunque? — disse.
— Dunque che?
— Sapete che m'hanno detto? — disse lui, dandole ironicamente del voi, — lo sapete?
— Che v'hanno detto, se è lecito?
— M'hanno detto che vi siete messa a far l'amore con un altro....
— Le male lingue sono come le forbici, — disse lei; — e voi ci credete?
— Ah! mannaggia! se fosse vero!...
Peppinella ci pensò un poco a testa bassa, poi la risoluzione la pigliò subito e gli volle dir tutto in una volta, per liberarsi presto.
— Mettiamo che fosse, — mormorò, — e poi?...
Ma non potè finire; egli aveva già messo fuori il rasoio e le fu addosso con un urlo di rabbia.
— E poi? E poi tèh!...
Peppinella non ebbe tempo neppure di gettarsi addietro che già lui, con un movimento rapido, le aveva tagliata la guancia e il rasoio le era passato nella carne come una staffilata. Fu un momento: ella non aveva sentito neppur dolore, ma quando portò le mani alla faccia e se le vide piene di sangue, mise un grido terribile:
— Ah! mamma mia! Ah, che m'ha fatto!...
E cadde di peso come uno straccio.
Tetillo rimase sbalordito, guardandola stesa lunga nel rigagnolo, ove non si moveva più. Si chinò a toccarla, ma lo spaventarono le grida delle femminucce. S'accorreva da tutte le parti e due guardie gli furono sopra prima che se n'avvedesse. L'afferrarono pel collo, spingendolo contro il muro; lui non si mosse nemmeno e si lasciò prendere senza aprir bocca. Ma aveva fatta una faccia così strana che nessuno volle dirgli niente. Solo una guardia, mentre lo tenevano stretto, gli gridò in viso:
— Carognaccia!
Tetillo la guardò negli occhi e si morse le labbra tanto forte che ne spicciò il sangue vivo, poi tese le mani con un lieve tremito nelle braccia. Quando gli misero le manette, e ci volle fatica, che aveva i polsi grossi come le sbarre, mentre stringevano la catenella, egli guardò nella folla con un sorriso di feroce compiacenza e con un'aria cretina si mise a canterellare fra i denti:
Fronn 'e vurraccia....
Cosa che dette i brividi a quanti gli stavano attorno e che per la bravata ringalluzzì gli sbarazzini di tutto il quartiere.
E così fu che Tetillo andò a scontare tre anni di carcere a San Francesco, e Peppinella, quando lo sfregio ricucito le dette un'aria di bellezza guastata, si dette alla mala vita e cinque mesi dopo gettò alla ruota dei trovatelli un suo bambino, pel quale non aveva nè latte, nè amore.