IL PASSAGGIO
SIBILLA ALERAMO
IL
PASSAGGIO
ROMANZO
Tutto sarà trasformato
in qualcosa di ricco e di strano.
Shakespeare.
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI
MCMXXI
Proprietà letteraria degli editori R. Bemporad & Figlio
I diritti di riproduzione e traduzione son riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda
Copyright 1920 by R. Bemporad & F.º
427-920 — Firenze, Tipografia “L'Arte della Stampa” Succ. Landi
IL SILENZIO.
Il silenzio attende. Il silenzio, la più fedele cosa che in vita m'abbia allacciato. Più grande di me, via via ch'io crescevo anch'esso cresceva, sempre pareva volesse ascoltarmi e tacevamo insieme, ed ancora io mi ritrovavo uguale fra le sue braccia, senza statura, senza età, creata dal silenzio stesso, forse, per un suo desiderio immutabile, o forse non mai nata, larva ch'esso proteggeva.
Ancora una volta sono sola, sono lontana, e tutto intorno tace.
Lontano è chi mi ama, chi forse stanotte è pronto a sparire e mi benedice avendo creduto in me. Lontani quelli che ho fatto soffrire e quelli che m'hanno fatto soffrire, quelli che vorrebbero dimenticarmi e non sanno di non avermi conosciuta. E ci sono sfondi dove non sono attesa e dove altri viluppi di luce e d'ombra stanno e palpitano: invano il silenzio li cinge.
Nelle acque ferme laggiù tra i giunchi le stelle riposano.
Perchè debbo cederti, o mio fedele?
Tu che delle inutili domande tanto ripetute fra i singhiozzi facevi entro il mio petto improvvisi guizzi di melodia, tu, s'io guardavo sino al torpore forme docili ed insensate, qualche tizzo che ardeva, qualche rama squassata al vento, un poco di parete bianca o un'allegoria di vele di ali sul mare.
Sono sola, nessun fiato fuor che il mio agita la fiamma di questa piccola lucerna.
Fuori, nel buio, qualcosa dilegua, ad ogni istante muore.
Lontane ugualmente da me la morte e la vita, s'io alfine parli.
Ma come se quest'ora tuttavia fosse la mia ultima.
Come s'io non dovessi mai più ritrovarmi nuova sotto la carezza dell'aria.
È l'ora nostra, o mio fedele, ferma come le acque là tra i giunchi dove le stelle riposano.
LE ALI.
Prendo la mia forza, e prendo la mia pena e la mia ansia.
Chi mi ha fatta così forte?
Per tanto tempo ho creduto fosse un miracolo: sapevo d'avere in me elementi in guerra, la soavità di mia madre e la violenza di mio padre, la timorosa melanconia dell'una e la ribelle baldanza dell'altro, il desiderio di cantare a voce sommessa per me sola e quello d'agire in mezzo al mondo, istinto di dedizione e istinto di conquista in opposizione perpetua: in tutto ciò non vedevo che cespite di debolezza. I miei genitori errarono unendosi, mi dicevo: è nella diversità delle loro tempre la causa del male che porto dentro me senza riparo. E se nonostante il male c'è in me anche tanto incredibile valore, mi dicevo, si tratta d'un prodigio ch'è vano sondare.
Ma, or non è molto, una notte ch'io vegliavo dopo non so quante altre, in una stanza dove saliva il ritmo ferrigno d'un fiume in piena, e nella veglia, giacendo immobile, guardavo fissa al fantasma d'un lungo supplizio da cui mi strappavo allora con un più grande impulso di vita, d'improvviso un pensiero, ch'era insieme una certezza, mi sfolgorò dinanzi nel buio. Pensiero od immaginazione non so. Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose. Quella notte, mentre io ascoltavo la voce del fiume gorgogliar aspra sotto gli archi del ponte e guardavo nel mio petto un dolore già indurito, già pronto a divenir pietra, mi trovai a pensare come in sogno a ciò che aveva unito mia madre e mio padre, al loro amore. Pensai le loro due giovinezze. Io ero stata concepita in un'estasi e in un delirio da quelle due creature allora nuove, belle, vittoriose d'ogni tristezza per me in quel mio primo attimo. Bacio da cui son nata, eri un canto ch'esprimevano per me due innamorati, eri canto pieno, ed io t'ho portato nelle vene, eco che nulla mai ha potuto estinguere. Io la primogenita, frutto di gioia, fusione di due fiamme. Si amavano perchè non si somigliavano, perchè tutto dell'uno meravigliava l'altro. E le loro esistenze si gettavano incontro per me, per formare una creatura unica, che vivesse la vita intera, la vita così diversa in lor due, l'accettasse e l'amasse nella sua totalità. Essi non lo sapevano. Se lo avessero saputo, forse, dopo avermi veduto nascere si sarebbero staccati, forse non avrebbero voluto creare insieme altri figli con diminuito impeto, per un destino meno gagliardo. In me sola s'è trasmesso veramente ciò che li congiunse. Forza d'amore che perennemente solve in me ogni malore. Per quante volte nelle notti offersi il mio cuore ad una scure tralucente e l'ascoltai rintoccare cupo nel gran vuoto, sempre, poi che ancora non era l'ora della morte, potei rialzarmi e tendermi all'alba verso il cielo bianco, tendere le braccia alla giornata nuova. E se quei due, ora così lontani, null'altro m'avessero dato, questo basterebbe, questa volontà chiara di essere.
La lampada della vita — le mie mani l'hanno afferrata.
Creatura mattutina, agito dolce l'aria quando il giorno sorge limpido e sulla fronte benedice e rapisce, veramente fatto di cielo.
Mattini di primavera in cui adolescente scopersi che le rame degli ulivi eran d'argento e fremevano e fervevano nel sole. Mattini dell'ultimo settembre nell'isola di rupi e di rovi così aspra come bella. E altri par che mi aspettino, su rive che ancor non conosco o fors'anche dove già passai in sere grige. Ritorni perfetti di melodie, attimi d'identità luminosa. La terra ed io siamo una sola cosa intensa che solleva l'azzurro.
Ma un altro ritmo anche torna senza mai affievolirsi. Sopra una distesa enorme di mare in tempesta, sul fragore di bianche onde, bianche ali di gabbiani danzano. Sembra che danzino, in accordo con le cime fluttuanti, accompagnano con il volo e con lo svariar dei riflessi candidi la sommossa acqua e la spuma e le nuvole folte a l'orizzonte. Cercano la vita tra il furore, vivono così librandosi con fiera armonia nello spazio iroso. Quando le grandi acque ridiventano color turchese e soltanto più un brivido sottile le sfiora, i gabbiani dileguano.
Ansia, ala inquieta dell'anima mia!
«Signore, fammi diventare grande e brava» pregavo da bimba accanto alla mamma. Unico tempo in cui ho pregato, unica mia preghiera, ed era piuttosto una promessa, quasi un patto.
Ansia di tutto comprendere, di tutto rispettare e sormontare. Attenzione trepida ed instancabile, religiosa vigilanza della mia umanità. Come se io fossi, invece d'una persona, un'idea, un'idea da estrarre, da manifestare, da imporre, da portare in salvo. Respira in me occultamente una vita sacra?
Pur sono quella stessa che sorride nelle fresche aurore, simile ad una corolla sbocciata per quel dì soltanto.
Con mani amorose ho alzata la face trasmessami. Ho contemplato l'agitato mistero del mio spirito, e il lucido aspetto dell'universo, e tanti che ho pensato vivi come me, uomini e donne, ed il pulsar delle vene sulla loro fronte.
Uomini e donne sono sul mio cammino perch'io li ami.
Li amo, li sento vivere, la loro vita si aggiunge alla mia.
Che cosa io sarei senza questi incontri, senza le strade che ho percorso?
Tutto m'attendeva, e nell'ora esatta.
Tutti m'hanno dato. Tutti pareva fossero stati creati per me, per far che divenissi, sì, più grande per ognuno che avvicinavo, e più brava. Li guardavo perdutamente, e così adorando credevo di darmi ed invece prendevo. Grazia di volti e di corpi, bagliori d'anime, gloria di godimenti e di patimenti, messaggio senza fine. Mi son venute parole anche dalle vite deformi e dalle informi. E dove passo ignota, quasi furtiva, ivi pure imagino talvolta di toccare col mio spirito coloro che non mi scorgono, di rapirli un attimo a loro stessi, in un caldo gorgo. Alte vallate, casolari fra i prati, l'erba smorza il fruscìo del mio piede. Che importa mostrarsi e parlare? Un'onda soave corre d'improvviso il cuore di chi là dentro umilmente attende la fine.
E la chimera è qui sempre.
Se scrivo, se scavo nel mio pensiero o nella mia passione, e le parole sono stillanti sangue, credo di darmi ed invece prendo. M'illudo perchè nutro di me la mia preda. Ma colui che m'ascolta è com'era mio figlio quando beveva alla mia mammella ed io lo teneva nelle braccia, cosa mia che faceva preziosa la vita mia.
Affermo me a me stessa: null'altro, null'altro!
Oh, ma affermo tutto ciò di cui mi compongo, tutto che mi sta attorno e ch'io assorbo! Nulla va perduto. E quando anelo ad essere amata è ancora il mio amore per tutte le cose che chiede di venir riconosciuto, è il mondo che vuol esser abbracciato e cantato.
E forse nessuno ha colto su le mie labbra questo sospiro in cui io son tutto e nulla.
Avevo le guance di rosa e lunghi e tanti capelli, avevo dolce la voce e apparivo pietosa, per questo mi hanno sorriso e per le ore d'incanto m'han benedetta. Ma quando son venute le ore tremende, pochi han saputo non odiarmi.
Sempre, quando la vita si fa tremenda e crudele, sento gli uomini bestemmiarla e ricusarla. Li sento chiamarla maligna, imaginarla con un volto che ghigna nelle oscurità misteriose.
Perchè la mia infanzia non conobbe il terrore non ho mai accolto quest'idea d'un insidioso male originario? La notte era per me fin d'allora una immensa pupilla bruna, era la vita che si addensava perchè i figli e le figlie della terra la fissassero senza paura, infinite costellazioni di occhi. E se la malvagità non è nelle tenebre, non può essere neppure nei cuori degli uomini. La bimba ch'io era vedeva talvolta intorno a sè soffrire, vedeva le cause semplici o strane di tali sofferenze, col respiro sospeso scrutava le inesplicabili, ma nulla attribuiva mai ad una volontà cattiva, ad una cosciente volontà. Rina, piccola che ti chiamavi Rina, non bisogna dimenticare ch'eri sana, ch'eri bella, che fiorivi senza stento nel tuo piccolo giardino, arboscello diritto e svelto. Ma dunque in un pantano o nello spacco d'una dura roccia la mia anima sarebbe cresciuta diversa? Queste certezze che io ho creduto di afferrare via via che la mia esistenza si svolgeva, rivelazioni della divinità, potevano restarmi ignote per un piccolo scarto? C'è un destino individuale anche per le idee, anche per la fecondazione della verità? Ed io valgo in quanto sono il prodotto di questo destino, per l'insieme delle mie persuasioni, o per ciò ch'ero prima ancora che incominciassi a pensare, per le virtù con cui sono nata, d'intelligenza, d'ardore, di sincerità, di coraggio, di tenacia?
Mio padre mi parlava. S'egli fosse stato un altro, se anch'egli fosse diversamente cresciuto? Poteva possedere quella stessa forma di mente e non riuscire ad impormela se non avesse ragionato con quella sua gagliarda passione, se non ci fosse stata tanta fresca spontaneità in tutte le sue impressioni, e, nel suo carattere, quell'ardimento sorridente in fondo al quale intuivo qualcosa che posso ora chiamare stoico. Io ammiravo la sua tempra, come ammiravo la sua alta statura. Avrebbe potuto, così qual era, significarmi tutto un opposto mondo di teorie, esaltarmi Iddio o il mistero invece che la volontà o la potenza dell'uomo, ed io l'avrei ascoltato ugualmente tesa tutta per capire, per penetrarmi della sua facoltà di fede, e convinta già al timbro e all'accento della voce, come allo stormir d'un grande albero, come allo scorrere d'una pura acqua.
Ma s'io non avessi mai conosciuto mio padre?
O se lo spavento m'avesse agguantata, una sera di quella mia puerizia, per sempre alterandomi nelle chiare orbite le pupille stellanti?
Vedere il mondo con altro sguardo....
Vederlo con gli occhi di quegli a cui da fanciullo precipitò allato il fulmine. Grandi occhi verdi come l'Arno che gli ha dato il nome: e s'io gli dicevo anche solo d'un volo di rondini sul suo fiume a primavera, egli li stravolgeva tremando come ad un richiamo disperato.
E quegli che da bimbo patì tanto freddo, che da bimbo non giocò mai.... L'ho incontrato che aveva già il volto ombrato di fini rughe, e più non sperava un bene per sè sulla terra. Durante anni l'ho sentito felice. Posava la notte la sua mano sul mio cuore. Una volta che in sogno gli parve che quel cuore più non battesse, si destò urlando: «Non è giusto, non è giusto!».
Oh, m'intenda se la mia voce gli giunge! Intenda ch'io sono la piccola Rina che guarda lui ragazzo, che son le nostre anime fanciulle a mirarsi stupite, venute da tanto lontano l'una dall'altra.... Si son strette, con tanto tremore, ma non potevano mutare. E anche adesso, anche in questo attimo, s'io gli dico che non mai soffrendo per il suo dolore, l'ho incolpato d'essermi diverso e se penso che non così è stato di lui, se penso ch'egli ha potuto provar pietà di sè soltanto invece che d'ambedue, io chino il capo, chino il capo.
Ugualmente lontana dalla vita e dalla morte?
Ho in bocca sapore di terra.
Non conto più le sere, guardo la legna che arde, i guizzi fanno biancheggiare le pieghe della mia veste e muovere l'ombra, sulla parete, d'un ramo, fiorito dove è già primavera, ramo comprato quasi con livore, come l'uomo compra un'ora d'ebbrezza, portato quassù tra le braccia arrossendo, oh fragranza dolce, petali lievi che non voglio baciare! Ho in bocca sapore di terra.
Su l'altra parete so che oscilla il mio profilo. Così lo vide, forse così soltanto mi ricorda, chi mi disse una notte che quell'immagine ombrata resterebbe pur sempre la più incantevole mirata dai suoi occhi nella sua folle vita.
Cosa di grazia inserta, cosa riflessa, oscuro contorno, murata anima. Così mi amava.
Lui a cui avevo susurrato: «gioia dagli occhi ridi» quando la prima volta gli piacqui nella deserta luce.
Fuggente il suo riso e pur come questi guizzi aveva vigore d'elemento, sembianza d'eternità.
Come il raso delle acque se il sole tramonta fra nubi mai eguali.
Soffoco. Simili a nere onde compatte che si gonfiano e ricadono e risalgono, le visioni della mia mente attorniandomi mi fanno spasimare di vertigine. Che cos'è questo rullìo, questo rombante respiro d'un cuore che non è il mio cuore, questo mostruoso ed invisibile stantuffo che fa andare la nave mentr'io imploro che s'arresti?
Sazietà di questa distesa tempestosa, di queste infinite creste di schiuma uniformi, bavose, abissali!
Quante altre volte mi rigirai così, come in una gabbia, fra quattro pareti?
Nel mondo, e dove sole e dove nebbia. Nessuna casa è la mia, sebbene ogni stanza dov'io passi s'impregni per sempre di me.
E le fermate di notte sotto le tettoie di ferro, nomi diversi, nord o sud, uno stesso lontanar di fumi rossastri, uno stesso sgancìo netto di catene.
Le prode dei campi — quant'altri inverni? Umide, sotto uno svariar di nuvole, con querce gialle su un filo d'orizzonte o presso ombrie folte d'agrumeti. La terra è dappertutto nera, di novembre.
Accosto i miei polsi alle mie tempie.
Mia ragione, sei qui ancora? Sì, domini ancora ogni battito e ogni rombo, meravigliosa!
Questo gesto ch'io fo ogni tanto, d'accostarmi i polsi alle tempie per assicurarmi che non sono pazza, verrà mai il tempo in cui lo dimenticherò? Il giorno in cui lo sfacelo avvenisse dietro la mia fronte io non avrei più questi vorticosi istanti di dubbio. Ma forse ripeterei ancora senza più saperne il senso questo segno che fin dall'adolescenza m'appartiene, fin da quando ho veduto la follia distruggere mia madre.
Di là, di là dalla mia ragione, di questa pertinace mia ragione, mi aspetta forse il mio fantasma. Su una spiaggia abbagliante starà forse un giorno una che ricorderà agli altri quella ch'io fui, e non saprà più il suo nome, sognerà e non si sentirà mai sola, sognerà la testina bionda di suo figlio sotto la sua carezza, sognerà bionde luci innamorate e bionde ombre di boschi, e forse sorriderà dolce, e le palme delle mani e le dita si moveranno sopra il suo capo come ali d'oro.
Se è vero che quella spiaggia m'attende in fondo al mio destino, potrò avvertire il momento che vi verrò sbalzata?
Sono ancora, ecco, la bambina che restava la sera tante volte sveglia tardi nell'ombra, per voler accorgersi dell'istante in cui sarebbe entrata nel sonno....
LA LETTERA.
C'è una strada, fra tante che ho percorse, aperte al mio coraggio, ch'io non ho cercate, che ho visto d'improvviso, una strada fra tutte tracciata perch'io imparassi che cosa vuol dire camminare. Camminare, andare innanzi avendo lasciato tutto dietro a sè, quanto di più amaro ma anche quanto di più caro — e nessuno vi attende e nessuno vi difende. La strada sale, ha svolte, intorno è deserto ondulato, in basso una città grande appare e scompare. Io avevo venticinque anni. Staccata da tutta la mia esistenza anteriore, il destino nuovo m'era ignoto. Il mondo stava forse sciogliendosi da polverulente tele di ragno, ricreato intero perch'io l'intendessi. Primavera intorno. E il senso inesprimibile che tutto quanto era stato realtà si trasmutava, oh lentissimamente, in ricordo, mentre le mie vene pulsavan veloci e veloce e leggero era il mio passo. Il senso che anche il ricordo si sarebbe un giorno fatto lieve, sommesso. Come se tutto fosse stato soltanto incubo, cupa fantasia. Ed io l'avrei, con la stessa fatale volontà del vento che feconda il fiore, riassunto in un libro, appunto come una fremente imaginazione, avrei compiuto il tremendo sforzo d'interpretare a guisa di sogno il lungo male e il lungo pianto....
Oh figlio, ma da quel sogno oscuro tu eri pur uscito, viva cosa di carne, figlio, passione profonda del mio sangue....
Perchè ti hanno tolto a me?
Eri mio, eri insieme con l'anima mia la sola cosa viva di quella mia tetra giovinezza; t'avevo cresciuto come crescevo me stessa, non per quei giorni, ma per altri che dovevan venire.... Figlio, e ho potuto portare in salvo fuor dell'incubo l'anima mia e non te, non te! Non hanno voluto, per quanto ti chiedessi urlando.... Sei rimasto lontano. Lontano. Rimasto per sempre il bimbo che aveva già quasi sette anni. Ho provato, creatura, ho provato a sentirti diverso, a pensare come potevano essere i tuoi occhi quando avevi otto anni, quando avevi dieci e dodici anni.... Cercavo d'imaginare la tua statura mese per mese, e il tuo sorriso e i tuoi capelli.... Ma la tua voce, figlio, non la potevo sapere. Venivi nel mio sonno, sogno d'un sogno. E nient'altro, mai più.
Un secondo destino.
Strada in salita percorsa infinite volte quella primavera, bianca nel sole, senza una voce sotto le stelle, ed io camminavo sola, scendevo alla città, risalivo alla casa presso alla pineta, e con me stessa parlavo per tutta la lunga ora.
Io sola a rispondermi.
Sola con qualcosa di saldo e di erto, ch'io però non sapevo, che restava senza figurazione, senza alcun pensato rapporto con l'immensità e la maestà intorno. Andavo. Ardendo di certezza, ardendo di volontà. Talora sul volto infocato sentivo scorrere lagrime: ma non rallentavo il passo. Talora la proda verde pareva invitarmi perchè mi gettassi bocconi singhiozzando: e non cedevo.
Primavera remota e santa. La rivivo a tratti nel mio cuore con uno stupore sempre più profondo, ma non posso prender per mano la giovane assorta ch'io ero allora, e mostrarla nel suo miracolo.
Qual'era la mia nuova vera sorte? Che cosa aspettavo dalla mia resistenza?
Ma non questo mi chiedevo. M'ero sottratta ad un'esistenza vile, m'ero liberata sanguinante, dopo un combattimento durato per anni dentro di me. Per me, sì. Per portar salva nel tempo la mia coscienza, sì. Ma già mi pareva di andar nel mondo come un'innominata: una donna, fra tante donne: una persona umana nel gran flutto dell'umanità. Avevo voluto esser io, non per distinguermi ma per sentirmi degna di confondermi nel tutto: non per credere in me ma per poter credere nella vita.
E quel ch'io ora voglio qui scrivere si divincola torvamente, tenta sfuggirmi....
Anima, sii forte. Ci sono cime di ghiaccio lucenti nel sole che i miei occhi potranno rivedere quando ti sarai purificata.
Dissi in quel tempo che soltanto ad un interiore comando avevo ubbidito lasciando la casa dov'ero moglie e madre. Come si va ad un martirio. Ed era vero. Dissi che nessuno m'incitava all'atto terribile, e che non per amore d'un altr'uomo m'esponevo così a perdere per sempre la mia creatura: anche ciò era vero.
Ma una cosa fu taciuta, allora e più tardi nel mio libro.
Non era per amore d'un altr'uomo ch'io mi liberavo: ma io amavo un altr'uomo.
L'avevo scelto di lontano, in quell'ultimo mio anno della vita laggiù, a testimonio di ciò che stava sorgendo in me, lucida brama di un'esistenza libera e sincera, fremente senso di infinite possibilità per il mio spirito e per il mio sangue, e strazio e strazio e strazio per ciò che non avevo il coraggio di spezzare. Scelto di lontano, per lettera, ricordandolo appena quale l'avevo intraveduto in due o tre incontri, col sorriso costante dei timidi, una grazia un poco feminea nell'alta figura, e chiari occhi. Poeta, nostalgico di sensi e di ritmi. M'aveva detto la sua malinconia randagia, l'oscillazione fra il mondo della sua cultura e quello del suo sentimento, e il già stanco ripiegarsi dei suoi sogni di gloria. Sapevo d'esser rimasta per lui un'imagine di gentilezza, un volto di sorella grave soave nell'indeterminata rimembranza, e avevo vagamente l'idea che attorno alla mia fronte egli vedesse una corona degli stellanti ed argentati fiori della sua alpe. Qualcosa di mia madre si commoveva in me pensandolo, di mia madre romantica e mite nella sua bellezza bianca al tempo della giovinezza. Ma una sera mi sorpresi ad evocarlo con un'intensità maggiore: anelante, dalla mia fosca solitudine, vidi lui esule in riva ad un mare infiammato, esule e solo pur egli, e da lungi, gli occhi abbacinati, gli tesi le braccia. Ah, non era mia madre quella sera che parlava nella mia gola! Gli gridai che lo volevo, che lo volevo mio, che lo volevo amare, lo investii con tutto il multanime mio desiderio, violenta gridai con lo sguardo abbagliato, ebbra di me, di quella mia voce che alfine uno avrebbe udita distesa e fonda. Mi ascoltasse, mi guardasse! Mi toglievo dalla fronte le stelle delle sue nevi, lo raggiungevo correndo scalza sul rosso lido, in quell'ora del tramonto, e così volevo mi amasse, nella realtà mia rimasta fino a quella sera a me stessa celata, così volevo ch'egli mi prendesse....
E da lungi era venuta la sua risposta, un sospiro accorato, uno smarrito stupore per quei mai prima intesi accenti vivi. «Parla ancora, parla ancora....» ed era come se arrovesciasse il bel viso pallido, socchiusi gli occhi, spossato come dopo un di quei baci che sembra debbano rombare eterni nelle vene.
C'è un ramo di mandorlo in fiore sul mio tavolino: e il suo profumo di miele, la più inesprimibile dolcezza che i miei sensi attraverso le primavere abbiano attinta, e la sua grazia miracolosa dànno forse in questo momento alla mia memoria luci che nella realtà di quel tempo io non percepivo.
Mi vedo, qual'ero, penetrata di sole, e dimentico che non lo sapevo....
Dopo quel primo grido io avevo fatto di quel giovine lontano e quasi ignoto il mio amante. Un amante qual era necessario in quell'ora al mio spirito. Sentivo bene ch'egli in realtà era rimasto soltanto sorpreso, poi che non mi moveva incontro neppur dopo l'appello, intuivo confusamente ch'egli viveva e piangeva per un'altra donna, per una che da poco l'aveva lasciato. Eppure, nello stesso modo ch'egli non si sottraeva alla seduzione della mia voce, e assisteva a quella creazione di me stessa quasi fantasmagorica nella travolgente sua spontaneità, io continuavo a parlargli come s'egli fosse mio, come a quegli cui il destino mi donava....
Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del suo risveglio!
Amore, a te m'ispiravo, e non alla piccola creatura: all'idea di te, misteriosamente sorta dal fondo della mia sostanza: amore, guardavo a te che non conoscevo, e che pur crescevi nell'anima mia come altra volta mio figlio nel mio grembo: tu mi volevi per servirti, attiva e pur estatica per servirti e adorarti....
Amore, e t'imparai.
Imparai a tendere le mani alla brace infocata all'estremo orizzonte.
Imparai a desiderare, a rinunziare, a prodigarmi, senza chieder compenso mai, senza mai ricever dono che valesse il mio.
Amore, ma tu mi trovavi bella, io lo sapevo.
Tu mi facevi persuasa che ti meritavo.
Ero mai stata donna, fino allora? No, neppure partorendo, neppure nutrendo con il mio latte mio figlio ero pervenuta a sentir in me la ragione della mia esistenza e quella del mondo. Il mio bambino l'avevo adorato, ma come una parte di me, più arcana, che m'attaccava, sì, viepiù alla terra, ma ancora interrogando, senza il mio consenso, senza l'accordo della mia volontà con la volontà della vita: mio figlio non era frutto d'amore, non era neanche, povero piccolo palpitante cuore del mio cuore, non era figlio di tutta me, era nato da me prima che fossi io stessa tutta nata, prima ch'io fossi veramente fiorita.
Come una grande rosa al sole la donna s'apriva ora, e il profumo n'andava lontano.
Mettevo nella lettera la mia giornata, ogni sera nella bianca busta l'essenza mia.
La riceveva l'uomo lontano, la respirava.
S'io guardo e carezzo un volto amato, la vita si sospende in noi e intorno a noi. S'io prendo fra le mie braccia colui che amo, e con lui mi fondo, la vita che clama nel nostro sangue non è già più dell'una nè dell'altro. Ma s'io parlo, sola a solo, s'io scrivo su un foglio che soltanto due occhi oltre ai miei leggeranno, veramente io mi trasmetto, qualcosa di me per sempre passa in te, ch'io non riavrò più mai, che tu porterai con te nella morte....
Amato, sei lontano, tutte le tue ore io non posso che figurarmele, per la mia sete. Guarda, è il mattino, ed io sono nell'orto, con la treccia su le spalle, e sembro la sorella di mio figlio, ma negli occhi la notte non m'ha lasciato che orrore. Pur rido al bambino, rientro con lui in casa le braccia colme di fiori e di verde, e nell'ombra silenziosa ci stringiamo, poi io lo faccio leggere sillaba per sillaba, gli guido le dita a scrivere. Le ore passano, il piccolo è stanco, va a giocare, io resto sola. La posta non mi porta nulla di tuo, neppur oggi. Da tanti giorni! Perchè ti amo? Rammento appena il timbro della tua voce, come l'intesi dietro a me una sera che mi scorgesti nell'atrio d'un teatro in città e mi salutasti lieto.... Perchè ti amo? Non so il tuo bacio, non ho mai visto in fondo al tuo sguardo. Nè m'hai detta mai nessuna parola che mi sia penetrata nello spirito rivelatrice, fecondatrice. Ma, vedi, sei libero, sei giovine, hai tremato al mio accento: e io ho sentito, appena ho cominciato a parlarti, ecco, che potevo farti la vita più forte e più grande, e forse farti felice: ho sentito che c'era in me la potenza di far felice un uomo. Prima non sapevo questo. Non sapevo che il mio istinto era di dar felicità, e di amarmi in un essere felice anche per mia virtù. Quanto gelo, nonostante i miei venti anni e il mio bimbo e la passione e l'orgoglio per lo sforzo mio e per tutto lo sforzo umano! Non sapevo che cosa mi mancava: un'anima, dove la mia anima si riflettesse. Amore, intimo specchio, amore che mi trovi bella! E quando mi scorgi sei beato. Non sottrarti, non fuggire! La vita comincia adesso, per te come per me. Ti amo, vedi, per la tua esitazione da vincere, per la tua stanchezza da guarire, per le tue accorate e vane nostalgie a cui oppongo il fervore dei miei presentimenti: ti amo per quel tuo smarrito stupore s'io ti parlo e ti esalto la vita. Amo quel che tu puoi divenire se credi in me. Hai fede? Sono una piccola donna, remota e ignota, ma la mia volontà di conoscere e di creare è più vasta e più intensa della tua. Se tu mi dai la mano, anche così da lontano, la mia volontà passa in te. Questo brano, se anche null'altro avvenga. Che tu creda a questo mio cuore come a cosa che arde più del sole, e che tu sappia, di giorno e di notte, ad ogni istante, che i miei occhi, pur nel sonno, hanno la visione del tuo sorriso; il tuo sorriso, che forse non fiorirà mai presso il mio volto; un sorriso fiero, o mio amore....
Amore, speranza di miracolo! Potenza in te dormiente, perpetua attesa del tuo risveglio!
Gli ulivi al sole son d'argento e fremono e fervono: grandi azzurre acque si stendono di là dalle rame brunite; e un brivido le sfiora. Il volto del mondo non è mutato da quando io avevo quindici anni e non muterà fra mille: raggiante e silenzioso mi guarda più ch'io non lo guardi; mi guarda, piccola ma sola, viva per poco ma nuova sempre.
Evocavo per l'amore la bella adolescente ch'ero stata. E improvvisa la mia necessità fu di dire, per la prima volta, come quella mia adolescenza era stata uccisa. Sogni di vergine ch'io non ebbi il tempo di sognare, nubilità che non conobbi, mia violata vita! Doveva venire l'amore perchè io comprendessi finalmente. Ma senza onta e senza livore. Nè era per suscitar pietà nell'amato che gli confidavo la feroce tristizia della sorte subita tant'anni innanzi. Non volevo esser compianta, quella sorte non m'aveva distrutta, e non m'impediva ora di denudarmi idealmente, di compiere le vere mie nozze con lo sposo degno di saper tutti i miei secreti....
Lettera nuziale, scritta in una notte di maggio, in una stanza d'albergo solitaria, e dopo che fu scritta una vertigine m'abbattè la fronte sulla tavola, sentii uno strano sapore in bocca, e realmente un rivolo rosso m'uscì dalle labbra, tinse il margine dei fogli.... Sangue misteriosamente affiorato col getto dell'anima, lettera consacrata....
Quando mi rialzai andai alla finestra. Da una linea dolce di colli inselvati di cipressi l'alba sorgeva, argentea: un fiume scorreva verde fra tenui veli. Arno! Arno! Il vento mi passava fresco tra le ciglia, dissipava ogni senso di malore. Ero a Firenze per la prima volta, sola, per un impreveduto caso. Sarei ripartita la dimane, ansiosa di riveder mio figlio. Pur dianzi la morte forse m'aveva rasentata, in quella stanza di locanda, china su un foglio dove, se la morte mi prendeva seco, occhi estranei avrebbero scoperto, irridendo e profanando, tutto ciò ch'io ero stata.... Perchè non tremavo?
Anima mia, tutte le angosce hai conosciute ma non quella di contendere paurosamente con la tua ombra, non quella di sentirti impreparata a divenir ombra.
Sei una cosa sola, che tu viva o che tu muoia. Ad ogni istante, se anche nessun'altra nell'universo ti assista, e nessuna testimonianza ne resti, sei di te stessa sicura e puoi trapassare in pace. Sicura pur se deliri o se erri o se affranta giaci al buio. E sai di non recar con te nel mistero una stilla sola di odio verso la vita.
Solitudine silenziosa nell'ora estrema, prova estrema che forse t'attende, morte che può giungere mentre la vita ti ha chiesto qualche terribile atto e tu lo compi e nessuno fuor che te stessa può intenderti....
Nessuno mi vede, che sappia assolvermi....
Anima, tu sai patire anche questo.
Eri sola e muta quando sorgesti dal nulla, e non hai terrore se nel nulla dovessi rientrare muta e sola. Hai vissuto, sei stata fiamma, lo sei in quest'attimo che può essere il tuo ultimo — e altro non chiedi.
Ma perchè piansi la sera di quello stesso giorno, mentre andavo sotto i grandi alberi lungo il fiume, e mi giungeva suono di musica, non so più se lieta o malinconica, e la folla passava e passava di là da siepi fiorite di rose?
Povero mio petto scosso da singulti silenziosi, ritmo che mi giungeva col vento, sera che scendeva sulla primavera, pietà immensa, pietà immensa e desolata, abbandono d'ogni volontaria fierezza, pianto nella sera sulla mia sperduta miseria, sulla realtà infima del mio solitario anelito, presentimento intraducibile, sere e sere e sere di primavere venture, deserte, struggenti, fasciate di brividi!
E ancor oggi, tanto tempo è che il nostro amore è morto, tanto tempo è che tu stesso, Felice, sei morto, sei bianca polvere nel tuo cimitero di montagna, io piango in cuore se penso che non venisti dopo quella mia confessione crudele a cercarmi.
Parve, sì, per un istante, che ti promettessi a me, turbinando nel tuo spirito ammirazione e fede. Ma poi, subito dopo, tacesti. E per mesi restai senza più una tua parola. Restai, atterrita dallo sgomento che in te intuivo, spasimante per la tua impotenza a tradurre in verità di vita l'imagine che di me t'avevo data, di me, di te e dell'amore.
Quel mattino di settembre in cui alfine arrivasti improvviso, e io ti avvolsi in uno sguardo di cui portasti in te il senso sino all'ultima tua ora, mi dicesti: «Non t'avevo veduta.... Ora.... son tuo....».
Da lontano mi avevi trovata grande, ma bisognava che tu mirassi il mio acceso volto ed i miei occhi radianti per sentirti avvinto: così è, così è.
«Perdonami» io mormorai, non quel giorno ma più tardi, la prima volta che ci baciammo, «Perdonami» ripetevo ogni poco, ma tu non sentivi, ebbro di gioia.
Io stessa non sapevo perchè quella parola mi salisse dal profondo. Forse più che a te chiedevo grazia a me.
Anche il tuo viso era chiaro e fiamme erano nei tuoi capelli e bello per la prima volta trovai l'ardore virile — fervente luce d'estate sembrava vaporare dal tuo giovine e snello corpo mentre godeva d'abbracciarmi, poi la voluttà distendendo sul tuo sorriso una gravità mortale fu come se mi donassi la tua vita — sul petto ti tenni, ti contemplai mio — oh, caro ti sentii, con dolcezza e con tenerezza infinite, ma lo scambio perfetto dell'offerta non era avvenuto, l'estasi perfetta non era scesa su me....
Ti finsi la felicità che non provavo, o semplicemente tacqui? O avevo sul viso il riflesso dell'ebbrezza tua? Forse non mi chiedesti nulla. Mi ringraziavi sommesso e superbo. Come se io ti avessi dato soltanto allora la prova del mio amore, soltanto coll'allacciare alle tue le mie membra.
Vita, a ciascun velo che la mia mano da te distacca tu resti ancor avvolta da un altro velo, e i miei occhi nelle grandi orbite sotto il grande arco della fronte si fanno più e più profondi, tentando ogni volta di vedere senza lacerarti che cosa tu sei, ogni volta inutilmente, vita, giorni tutti da patire, veli tutti da sollevare, mistero che vuoi essere riconosciuto da ogni goccia del mio sangue fin che le mie vene pulseranno!
Egli mi ringraziava. Io gli chiedevo perdono. Eravamo giovani, entrambi di natura candida, figli dell'alpe, figli del sogno. Esprimevamo irresistibilmente, ciascuno per sè, la propria nuda verità in quel mormorio quasi inavvertito fra bacio e bacio. Eravamo fanciulli candidi.
Non si parlò di rifare il destino.
C'era sole per i giardini dove camminammo, assorto ciascuno in sè pur tenendoci per mano, prima di lasciarci.
Dolce era la sua mano, dolce il volgersi del suo sguardo azzurro verso il mio. Era nella bionda luce creato fra le piante e le acque per accompagnarmi in quella mia ora con mite silenzio.
Forse non altro era l'amore.
Da sola, da sola prendere il timone della mia sorte!
Assumere, chiara, grave, tutta la coscienza della mia intima libertà, inalienabile libertà.
Da sola giudicarmi, da sola tendere l'orecchio al comando interno, da sola ubbidire.
Anche se l'amore fosse altro, fosse quale l'ho contemplato in me meraviglioso di virtù, c'è qualcosa ch'esso non attinge, non attingerà mai, nodo fondo del mio essere, fibre di sogno, fibre segrete, corde di volontà invisibili fra la mia prima e la mia ultima giornata....
Ascóltati nella tua sostanza, donna, ch'è tua soltanto: fa' di udire quel ch'essa per sè richiede, tu sola lo puoi, nessuno varrebbe ad aiutarti, ascolta, di là d'ogni sentimento e d'ogni idea, oltre il tuo supplizio e il tuo diritto, oltre anche la tua maternità, dove uguale statura hanno sacrificio e ribellione, umiltà ed orgoglio, ed uguali pesano gioia e dolore, la tua legge parla — ascóltala.
Parla tremenda.
Tu l'intendi.
Ricordati.
Ricordati, per tutto il tempo avvenire.
E se nella tua ultima giornata, dopo migliaia e migliaia di giornate inesorabili, tu giacessi esangue in un deserto, invoca la morte se vuoi, ma ancora ricordati d'aver ascoltata la tua legge nell'ora lontana, e non rinnegarla chiudendo gli occhi.
LA FEDE.
Mentali imagini, lampi d'intimi simboli, parole che furono visioni, squarci d'orizzonti, richiami, richiami, densità di coscienza, violenza silenziosa onde l'anima è tratta nel tempo lontano, nei luoghi lontani, tensione della vita verso ciò che fu, verso la verità che è nelle morte ore vissute, spasimo, vertigine, strazio e voluttà delle fibre bramose struggendosi di creare!
Casa solinga presso la pineta, ginestre per gli ondulati declivi verso Roma, distesa di terreno a ponente coltivata tutta a fiori, campo iridescente di giacinti, viso roseo di una sorella intento accorato, biglietti del mio bambino, anche in sogno la scrittura incerta puerile, la fragile voce che geme: «Mamma, voglio venir da te....».
Se il vento qualche mattino mette un poco di fretta alle nuvole, la donna che passa sotto i pini crede udire il pianto del mare.
Fra i cespugli del Palatino, presso una piccola statua femminile che ha il capo mozzato, un pomeriggio io dico piano, tremante e sicura insieme: «Un'unica norma per vivere vedo ben fissa, la sincerità».
Sincerità.
E tuttavia....
Ma se io parlassi dell'amore che ho provato e che ancora mi resta per il giovine lontano, non crederebbero tutti ch'io son partita di laggiù per lui? E sarebbe ingiusto, verso entrambi. Alla vigilia ancora della mia risoluzione egli mi ripeteva per lettera: «Pensa a quante donne accettano di vivere nelle tue stesse condizioni, soffrono, si sacrificano per i figli: pensa a mia madre, umile e grande: sopporta anche tu, tu che hai inoltre la luce dell'ingegno e il conforto dell'arte: sii buona, paziente, prudente....».
Tutta la responsabilità dell'atto che ho compiuto è mia.
La primavera trascorre, la ricchezza delle ginestre se ne sta solinga per i declivi, come la splendente saggezza sotto il cielo. Nessuno sale a coglierne una grande corona per recarla alta fra le braccia al proprio rifugio d'ombra.
Com'era il mondo prima del verbo? E come sarà quando il verbo si dissolverà di nuovo e tutto verrà compreso, abbracciato senza più distinzione? Tutte le piante e le acque e le pietre saranno noi, saranno spirito; Platone e Dante saranno i nostri poemi le nostre architetture le nostre battaglie, oppur grembi di donne felici, a notte pago silenzio, estasi.
Perchè quando m'accompagno a qualche uomo ho questo bisogno di scioglierne in limpidità l'animo?
Nodo di tormento oscuro, sonnambolico tedio insensato è nelle parole che odo, stanche, e nulla esse m'insegnano. Ma nello sguardo di chi mi parla, se un poco s'arresta su me, si diffonde lo stupore....
Occhi virili, laghi turbati! Neri o turchini o d'oro, turbati s'io li fisso, pallidi laghi, con i miei sereni!
Manca a tutti costoro una piccola cosa, ch'è forse il segreto della mia forza: la semplicità. Così penso. Il valore della vita sfugge loro. Hanno una blanda o aspra sete d'oblio, non hanno volontà di esistere, di stringere l'esistenza al petto per comunicarle il proprio ardore. C'è caldo nei vostri cuori, come nel mio?
«Rina, — mi scrive Felice — ho paura.»
«Difenditi» io gli rispondo, e il sole per intendermi mentre attraverso le grandi piazze, e le fontane e le case e i passanti mi formano intorno alone — «abbi l'orgoglio d'amarmi meglio d'ogni altro....». Ridico a me stessa le parole che gli mando, come per cercarne il senso più vero.
Spazi d'oro.
E un giorno colgo un accento singolare nella voce d'un amico, d'uno dei pochi che han rispettato, senza giudicare, ciò ch'io ho fatto. M'è accanto per via, mi guarda mormorando: «Una donna. Una donna libera». Piccolo di statura, ha nella persona qualcosa di una pianta che stia svincolandosi da una roccia. Prosegue a parlare, c'è come una timorosa speranza in questa sua voce: «Chi sa, le nostre strade in quali modi si svolgeranno». Ripete: «Strano, strano». Come può trascolorar rapido un viso, come nessun fantastico paese sotto i cieli o sotto i mari! E che cos'è questa inattesa in me necessità di coraggio? Coraggio per l'imminenza della sorte, per ciò che non sai, Rina, ma ch'è decretato? E costui, che così poco ti conosce, afferma che sei libera.
Perchè Felice non è qui? Ora che finalmente mi ama! Perchè non mi possiede maggiormente? Legge egli, che trema, nella propria anima? Che cosa vi vede, di là d'ogni angoscia?
Lo chiamo, lo scrollo: «Dimmi una volta tu la parola sicura, la sentenza serena. Lo puoi, per questo te lo chiedo. La bilancia deve pareggiarsi, tu devi restituirmi in un sol tratto la sostanza di volontà e di fermezza ch'io ti ho dato a poco a poco....».
Febbre e follia di verità, o mio cuore puro, mio cuore d'aurora!
Poter cantare la creatura tutta viva, tutta chiara ch'io era!
Non son più quella, da tanti anni. Ma quella che ero splendeva come un'immortale. Poter cantarla, bellezza che forse in estremo mi rilampeggia dinanzi. Sono un'altra, superba di quella che vorrei cantare come se non avessi mai portato il suo nome. Gli anni m'han fatta diversamente luminosa, d'una diversa gloria. Voi che m'incontrate ora e vi meravigliate di trovarmi tuttavia così fervente e così innocente, amici che vorreste difendermi come una bimba dal cerchio d'assoluto entro cui brucio pur sempre, uomini e donne che quasi v'indignate per la mia perpetua credulità di barbara, v'indignate e poi con pensosa tenerezza m'abbracciate, non sapete, non sapete il tempo in cui questo mio destino di ardore e di candore si disegnò. Com'io sentissi e parlassi serena e delirante insieme, sensi e parole discesi da sfere ignote, tutta un presagio, e senza stupirmi e senza mirarmi, respirando come freschi venti di mare idee ferme, idee inesorabili, d'esse sole credendo materiata la vita. La mia fede d'allora! E nulla mi costava sforzo. Ero un'esistenza, non ancora una resistenza. Non so dire, non so dire. A certi momenti della storia, a certe apparizioni di vergini madri, quando la sapienza di millenni si trasmuta entro un umile presepio, l'andatura lo sguardo l'accento del mondo si fan gravi e soavi. Ero tutta nuova, tutta pronta. Imaginando mia vicina la morte: chiara come me: imaginazione che da allora non mi ha mai più lasciata: sempre di poi ho vissuto, sana in tutte le fibre, pensando non avere che poche altre stagioni dinanzi: senza terrore. Fiorire, ma in vista della morte. Bella come ogni cosa che fiorisce in vista della morte. Avida di riconoscere, in ogni minuto che mi resti, una legge d'ascesa, un ritmo, e del calore. Vedrò mai più mio figlio? Ma che in un'alta anima virile, prima ch'io muoia, l'imagine mia s'imprima, nell'anima di un uomo ch'egli più tardi possa ascoltare come un messaggero di verità. La vita è grande. Le possibilità di farla sempre più grande sono infinite. Siamo nati per vincere, per affermare, per l'eroismo, per il martirio, per l'intimo accordo con il mistero. Crudele, ma gloriosa offerta: chi la respinge abdica alla propria profonda realtà. «Dobbiamo divenire quello che siamo.» Questa parola è in me senza ch'io sappia ch'è già stata pronunziata. Di là dalle apparenze, dove giungono le nostre capacità di ricerca e di battaglia? A quale forma generosa ci confronteremo un giorno, che la bianca nebbia nasconde all'orizzonte? Tentarla, indovinarla, creare qualcosa che ne sia degno. Temerariamente. A questo serve la libertà. Si rende libero ad ogni prezzo soltanto chi ha questa febbre, questa follia. Per una libertà più vera, per muovere incontro al mondo trasfigurato....
O mio cuore d'aurora!
Affanno sconosciuto, fra voci d'acque e d'uccelli e di bimbi, un giorno a Tivoli, tra il fogliame di perla forato su la pianura e sul lontano lampeggìo di Roma, affanno muto, e stupore frattanto per tutti i sensi, e nel volto dell'uomo che m'è accanto, ombrato di fini rughe, un sorriso ansioso per ciò ch'egli vede negli occhi miei, sgomento e tenerezza indicibili, di cui egli crede e non può penetrare l'essenza, sorrisi e sguardi seguiti come musiche, poi repentino il silenzio, e due mani che si tendono, un lungo momento si stringono.
Lontano il giovine che ho tanto amato soffre. L'amo ancora, l'amo ancora. Il suo amore è quasi un mio figliolo, un fiore nato dal mio desiderio di vita e di verità. Ma perchè non ne ho mai parlato a quest'altro uomo col quale pur da mesi m'accompagno come una piccola sorella, come una trepida incitatrice alla felicità? Sospetta costui ciò che realmente io sono? Ho taciuto per timidezza, ho taciuto per pudore, per un istinto di segreto. Ah, Felice! Il nostro amore mette attorno a me una magnetica persuasione, a nessun vivente mai ne ho detto sillaba, basta si senta nella mia dolcezza come si sente nel miele il fiore e nel fiore il sole. Andrea se n'è lasciato avvolgere, ignaro, senza nulla formulare neppure a sè stesso.... Andrea, ch'è nostro maggiore. L'ho creduto sereno. La sua poesia è d'una sensibilità sotterranea, cupa per avvilienti ricordi, scetticamente bramosa di fantasie lucide. Gli guardo la persona e il viso che dicono il tormento di generazioni curve su zolle in paesi di nebbia. Le donne che l'hanno lusingato, belle rose bionde, non gli han dato nessuna realtà di gioia. Non saprò mai perchè una notte io l'abbia sognato, steso a terra piangente, supplicandomi d'amarlo. Pianto insostenibile! Mi sono svegliata chiamando Felice, Felice dagli occhi di genziana e dai capelli di fiamma, Felice che ha i miei anni e l'alta gentile figura che vorrei veder una volta profilata nel cielo su una delle nostre balze. Ho dunque anche nel sonno la volontà armata per disputare all'avversità le mie conquiste? Ti voglio salvo. Felice, amo te, voglio esser cosa tua, darti tutto ciò che posseggo, farti salire più in alto di tutti, tu, tu. Così poche ore abbiamo avute. E tutte le ha esaltate la mia lunga passione. Perchè dovremmo affondare? Ah, ch'io dica finalmente ogni cosa a quell'uomo, ch'io gli mandi la lettera disperata che mi scrivevi ieri come sotto la minaccia d'una sciagura, mentre io vivevo l'ora ambigua e magica fra gli ulivi a Tivoli.... Bisogna, bisogna che Andrea sappia ch'io appartengo ad un altro. Se son colpevole per aver troppo tardato a parlare, mi perdoni. Mi perdoni se gli ho fatto qualche male, se qualche larva cara alla sua fantasia sparisce stasera; siamo in tre a soffrire stasera per una stessa inesplicabile violenza....
Nella casa presso la pineta, nella grande stanza a ponente, sul letto dove ha soffocato tanti gridi per il suo dolore di madre, una donna si abbatte un pomeriggio con un singhiozzo di felicità, tremendo.
Ha risposto Andrea:
«Ho il petto gonfio d'un orgoglio immenso: non mi son mai sentito amare così da una persona, contro tutta sè stessa».
Orgoglio, strazio, rassegnazione, attesa.
«E anch'io vi amo. Ma non moverò un dito per conquistarvi. Voi verrete».
Poi, sommesso, ansante:
«No, no, sia come voi deciderete. Voi non potete sbagliare. È la prima volta che mi trovo dinanzi a una donna che è forse più grande di me, e non ne ho umiliazione, ma un senso di dolcezza infinita. Non vi chiedo nulla, forse non desidero nulla. Vi guardo agire. Ciò che farete sarà bello, anche se non risponderà alla vostra vera legge. E sopratutto lavorate, e non parlate di morte.... Stanotte, bocconi sul pavimento, l'ho anch'io invocata, io che l'ho vista tante volte insidiarmi. Ma ora vi prometto che sarò forte. Finchè brillerà alla mia memoria quell'attimo vissuto a Villa d'Este, sarò pago....».
Felicità, cosa divina: come una divinità cosa dura e severa!
Come lo splendore del sole, come il silenzio d'un filo d'erba, come una lontananza oceanica, divina e terribile cosa a sostenere!
La donna singhiozza.
Non ha un solo istante d'esitazione, di dubbio, d'ombra.
È nel cavo d'una mano.
Sonno ch'io vegliai, giovinezza che contemplai assopirsi lene sul mio petto dopo una notte di spasimo supremo, creatura, fra le mie braccia dormiente creatura dell'anima mia, giovinezza del mondo respirante soave nel sonno dopo esser stata sfolgorata da una luce d'eternità, sonno ch'io vegliai adorando.
Chi fece il sogno di due amanti che riposassero così, l'uno vegliando su l'altro, dopo aver detto addio al loro amore piangendo?
In qual notte, al fiato di quale immensa passione, di là dal firmamento?
Invisibile, Insaziabile, Volontà, Verità, Forza, qualunque fosse il suo nome, come l'adorai dopo averla ubbidita! Così quale l'avevo sentita, io medesima ero stata piena di ferocia e piena di pietà, esecutrice e consolatrice, ebbra e lucida, specchio e fantasma, e le ore come onde a marea avean cantato alterne.... Le ore avean mescolato gemiti disperati e sguardi raggianti, orrore e vittoria, i suoi gridi e i miei: avevan visto mescolarsi anco una volta le nostre membra anelanti, i nostri corpi che s'eran piaciuti. Giovinezza, mio primo amato, braccia dolci da cui devo strappare la mia carne che appena incominciava ad imparar la gioia. Morire, morire! Non si può, bisogna svellersi da questo desiderio di consunzione, oh voluttà, bisogna vivere, la vita è più cruda della morte, oh labbra che non bacerò mai più, occhi che non mi vedranno mai più riversa e ridente! E il tuo cuore, il tuo cuore di fanciullo che m'ascolta e diventa uomo! Sei, oggi che ti lascio, quello che ho tanto atteso! Oggi che non puoi più nulla per me, ch'io ti lancio per sempre via da me come una mia canzone compiuta.... La vita ci vuol creatori, tu lo senti. Sale, ci sospinge. Non si sa più se spasimiamo o se godiamo. Vuole che ci si ribelli e insieme che ci si curvi. Così come ci si dona e poi ci si riprende, perchè non diventi menzogna ciò ch'è stato verità, non si trascini livido ciò che nacque ardito.... Oh nodo delle nostre vite, la sua ultima vampa è la più alta! Ci siamo trovati sulla terra per farci provare l'un l'altro questa sofferenza feconda come nessuna delizia. Per sfidare la vertigine su questa cima remota. Tutto è lontano, anche ciò che è deciso: tutto è piccolo in confronto a questo nostro ultimo abbraccio, alla forza che da me è passata in te, alla luce che ti splende sul volto, al sonno che ti coglie sul mio cuore, o creatura....
Sonno ch'io vegliai. Il mare cantava. Immobile io adoravo e piangevo. Una mia lagrima gli cadde sulla fronte; egli riaperse gli occhi e disse: «È calda come sangue. M'hai segnato per sempre. Ti benedico».
IL NOME.
L'umiltà m'avvolse.
Profonda come le ombre violette nella valle coronata da nubi d'argento.
Io son nata a mezzo agosto in Piemonte. Ma forse in cielo in quel mio primo mattino stavano sospese grandi fantasime bianche, e nella lontana campagna d'Assisi, dove mia madre era passata da sposa, nella chiara conca di paese dove vorrei morire, forse tutta la soavità della terra si vestiva di viola.
Umiltà, senso di donna, veramente senso materno. Cima dell'essere che si è espresso in tutta la sua potenza e s'è trasceso. Vittoria estatica. Se l'orgoglio fu necessario, ahi! triste, ora è scomparso. Le inquiete ali dell'anima si ripiegano.
«Son vostra» scrissi ad Andrea. «Ma fate di non ingannarvi, amatemi nella verità, qualunque sia».
L'ora estiva sfavillava. Come oggi, a nessuna sorella avrei voluto augurare sorte uguale alla mia, che tuttavia con nessuna avrei voluto cambiare.
Poi una sera, l'una accanto all'altro per la prima volta dopo la confessione, egli mi disse: «Ho sentito stanotte che mia madre, se ci fosse ancora, sarebbe contenta». Mi disse: «Sei bella. Intendi? Sei tutta bella». Mi chiese: «Scriverai a lui di questa giornata?». Al mio reciso, un poco rauco: «No, questo non lo riguarda più», le sue piccole pupille brune sorrisero un attimo crudeli.
Ricorda egli? Nel cavo della sua mano teneva il mio cuore. «Ti custodirò» diceva. «Sento che è per sempre» susurrò un'altra sera. Palpitante e raccolto il mio cuore lo pregava: «Non dire, non dire. Io non so nulla del domani, non voglio sperar nulla. Son tua di là d'ogni attesa. Non promettermi alcuna cosa. Resta libero. Ti amo grande».
Esser per lui un momento di riposo.... Può il genio averne? La terra rotea. Fra miriadi di punti luminosi il mio sguardo d'amante non può trattenerlo che per un attimo. Esser per i suoi vaganti occhi una minuta scintilla, una stellina senza nome, silenziosa.... Quando sono stata accesa? Quali larghe zone iridescenti mi scopre egli intorno?
Estate, stagione colma, e il mio volto di rosa in preghiera, preghiera di grazie.
Panieri di pesche, fragranze e colori, brusio di piccole faccende al mattino per le vie borghesi, stridìo di rondini la sera oltre i rami della piazza. Nella sua stanza fra le sue braccia, quando giungevo egli mi chiamava Letizia, mi chiamava Chiara, mi chiamava Vittoria. Da singulti sentii scosso il suo povero torso, il pallido, magro, quasi di crocifisso, petto, dopo che vi ebbe premuto il mio di Eva, un meriggio che mi parve allo spirito ricominciar davvero la storia umana, nella calda ombria del letticciuolo, ricominciar con la nostra redenta coppia. Un figlio, un figlio! Alla vita che è buona, alla vita che è grande. Il patito volto dell'uomo, quei suoi lineamenti senza grazia, terrei, si trasfiguravano, la donna con il suo amore li penetrava d'euritmia, tutte le trasparenze del mare, tutte le radiosità dell'etere adunate squillavano nell'abbraccio. Un figlio. Con sensi trascendenti, con labbra e con mani per baci e carezze musicali ad attimi animati, a creature sorte dal respiro del cuore, a visioni ebbre di fede....
Chiara, Letizia, Vittoria. Ed un giorno, sul rovescio d'un dei foglietti dov'io nella notturna pace della pineta gli susurravo delle mie estasi, egli scrisse: «Sibilla». Nome di mistero, che doveva restarmi, nome del mio destino fiero ed altero, nome che non ho mai amato ma che ho portato come un dono periglioso, Sibilla, fiorito inconsapevole di sua durata quando un solo ancora m'ascoltava.
«Tu sei più un'ammiratrice che un'amante della vita» doveva dirmi molt'anni di poi un giovine definitore, ed io stupita assentire.
Ma in quell'estate d'oro uno solo ancora m'ascoltava, uno solo ancora credeva di conoscermi.
In tutto il mondo egli soltanto per qualche tempo potè accostare il suo orecchio a sentirmi crescere.
Rondini stridevano in cielo, vette di eucalipti rosseggiavano, fontane nel vento dilatate c'investivano. Terrazze di caffè, sotterranee trattorie, polvere degli sterrati oltre mura, ciuffi di castagni sulle cime albane in vista dei minuscoli laghi, glauchi occhi, e dell'incandescente filo di mare all'orizzonte.... Ero vestita di mussola bianca ed egli mi ripeteva: «sorridi». Tutti i temi di quello che fu il nostro canto s'accennarono. Mi mise in mano volumi e ancora volumi. Analogie singolari mi richiamavano l'infanzia, l'educazione paterna. Per esse forse con brivido tanto lucido descrivevo la bimba ch'ero stata? Ad una selvaggia venivo paragonata, una selvaggia che adoperasse con sicuro istinto i più delicati strumenti della civiltà. Già al principio della nostra amicizia egli m'aveva riconosciuto uno stile, di slancio e di dominio insieme. Ora chiedeva: «Che influenza avrà su te la mia vicinanza? Non vorrei nè turbarti nè mutarti». E con uno di quei moti contradittorî che non sapevo ancora tanto infrenabili in qualsisia cervello virile, immediatamente soggiungeva: «Ma il tuo libro avrà il mio suggello». Maschio amalgama, maschia tempra, scorza cavernosa, e il mio fluido spirito a permearla in quell'estate dorata come nella mia puerizia, o similmente alle nuvole che veleggiano sui dorsi dei monti assumerne le forme via via ad istanti, proiezione in cielo delle dure cime. «Tu non guardi gli aspetti del mondo, hai gli occhi rivolti sempre al di dentro....» Rose, in verità io vi aveva viste sin allora soltanto come parvenze che non fosse necessario fissare, nominare, distinguere, rose, eravate inserte nella luce della vita come le gradinate di pietra, come le correnti vetture di metallo di legno di vetro, come i balenanti denti di bocche giovanili, rose, biondi pallori d'aurora, ondulamenti d'acque, seni di statue, remoti folti di astri.... Vi eran state notti in cui mio padre m'additava talune costellazioni, ed io amavo smarrirle in quel lassù forse tumultuoso del quale sapevo non mi sarebbe mai giunta l'eco. C'è bisogno di guardare ciò che splende? La mia attenzione andava unicamente, sì, alle cose invisibili: andava agli inafferrabili accordi della mente, ai loro riflessi sulle fisionomie umane, brividi di polsi, pause dense intense.... Non il creato mi stupiva, ma l'uomo, il portatore nel creato d'una nascosta fiamma. Con prona passione spiavo nella sua coscienza la volontà dell'universo, il secreto ordine dinamico. Spiavo, sorprendevo. Oh solitudine! L'uomo mi s'erge dinanzi come se veramente io facessi parte dell'inconsapevole: come fossi fiore, nido, stella: e di tutto il suo interno travaglio, dell'assalto ch'egli mena temerario alle ragioni e alle forme, d'ogni concetto e d'ogni architettura neppur in minima guisa io son complice: donna, sotto la specie dell'eterno, immota, contemplante lontana.
«Sorridi»!
Con il sapore del mio bacio ingenuo e del mio sorriso io gli trasmettevo fede. Trepida attendevo un dono più grande del mio.
«Mia creatura» mi diceva, e pur talora si dissolveva come un bimbo fra le braccia della madre al buio, oh quanto umano, col terrore e il rancore del bimbo scampato all'incubo.... Povero, povero caro! A mia volta lo chiamavo per nome, in spasimoso impeto aderendo a quella sua realtà bisognosa. Fiori passavano dal mio sangue al suo, tutte le cose festevoli che la sua infanzia non aveva avuto, la baldanza candida della sanità e della ricchezza, quasi il bel color sulle guance. Si persuadeva, vedeva giardini dov'eran state paludi, e la figura di sua madre fra le aiuole smaltate m'assomigliava, le labbra aperte al canto.
Gioia, eri come un dipinto che sbocciato dalle mie dita io venerassi.
Lo intese Felice il giorno che ci rivedemmo, e fu l'ultima volta che ci rivedemmo, il giorno ch'egli mi trovò accanto al letto di Andrea ed il pomeriggio era mite; Andrea posava convalescente fra i bianchi cuscini dopo settimane di malattia. La malattia s'era abbattuta pesante nella stanza del mio secondo battesimo, m'aveva dato in balìa totale la carne e i nervi del mio amico, forse non per altro era stata mandata, perch'io mi sentissi necessaria dove mi credevo alto giuoco. L'infermo guariva alle mie cure. Indicibile metamorfosi dell'amore in tenerezza, passaggio incalcolato dalla libertà alla schiavitù, volere in ombra, ticchettìo dell'orologio, ticchettìo uguale dell'orologio. E Felice, che dopo l'accettazione frenetica del sacrificio m'aveva scritto e riscritto delirando di rimpianto, come un bendato che fosse stato condotto attraverso regioni in sole, protestando che non voleva rassegnarsi, giurando di riprendermi, Felice venuto acre e tremante per coglier agli angoli della mia bocca un fremito irrefragabile, stette fra noi due un'ora, un'ora che neppur alla sua anima certo egli mai potè raccontare, fra la zona azzurra della mia grave soavità e la zona rosso-bruna dell'uomo sicuro, sostò, viandante com'egli amava chiamarsi; forse non parlammo che d'ali migranti, poi ch'era settembre....
Vespero di settembre, in cui non vissi il mio dolore! Quegli che s'allontanava disperato e persuaso non fu seguito neppure dal mio pensiero silenzioso. M'afferrò il gorgo d'un'altra sofferenza, lo stupore per l'improvviso tormento fosco di colui che fra i guanciali pareva voler inabissarsi, nascondeva la fronte, mi mostrava soltanto le spalle e le mani contratte. Morbo fin allora sconosciuto, che respirai, atroce gelosia del passato, fame di spettri! E rantolava: «Egli è bello, devi averlo amato più di me....». Ah uomo, uomo! Venivo da un limbo dove i moti irriflessi dell'istinto m'avevan per tanta parte della mia giovinezza colmata di disgusto; ora credendomi balzata nella sfera dei viventi, nel dominio d'un dei pochi che sanno o cercan di sapere perchè son nati, volevo giustificare anche ciò che più ingenerosamente mi colpiva. Lasciatemi dire, aiutatemi a dire. C'è una creatura fresca come l'istante che sboccia sul prato o sul greto, che non ha nulla dietro a sè, non appoggi, non esempi, e sporge la fronte rotonda. Che le dovrebbe importare l'istante di prima e quello di poi? È fatta per darsi, e per cantar la gioia che dal suo donarsi viene a splendere sul volto del mondo. In che la possono toccare storia e religione, poichè è l'innocenza? Ali violette di ciclami, ali rosate di conchiglie l'appagano. Ma quegli che il seno nudo di lei trova più dolce di qualunque riviera carezzata dal tramonto in un paese felice, non si contenta tuttavia. Forse ha torto, ma la potenza che lo trascina a tormentarsi, la terribile manìa dagli infiniti aspetti gli soverchia l'anima, e la fresca creatura dalla fronte rotonda comprende questo, ella è intelligenza ed amore, soffre ma comprende, giglio della valle vestito di luce, allodola salva da ogni uragano, fatta per cantare è costretta a meditare, a coltivare in sè facoltà senza grazia, oh polverosa memoria, oh asmatica logica!, è costretta ad analizzare e a notare, a trovar senso nei nomi astratti, senso nella categoria dei valori, nell'asceta come nel guerriero.... Asceta e guerriero, per voi! Voi affermate che siete spirito e ch'io sono natura, e forse non v'ingannate. Se io, immolandomi, con la tenacità d'uno sforzo che non saprete mai quanto tremendo, vi provo che posso riconoscer tutto di voi, con le stesse parole che vi foggiaste, catene di piombo per me, se vi do la testimonianza lucida di come la mia vita di donna fu attenta ai vostri modi e ai vostri fini, non riaccosterete voi nella vostra lealtà i due termini che con frusto orgoglio dichiaraste inconciliabili? Poi venga, forse un'alba forse una sera, come l'improvviso fior bianco di Espero contro cieli di viola e di fiamma, qualcuno con squillante riso, una giovine meraviglia, una divinità duplice, e ci annienti nel suo abbraccio, oh sapore di vita conclusa!
Ali di ciclami, ali di conchiglie. Foreste dall'ombra bionda, dune lunari. In un giorno di tempesta, senza traccia in cielo di colore, scorsi d'improvviso il più vago iride in un breve lembo di schiuma lasciato da un'onda sulla rena. Specchio istantaneo del celato sole, evanescente imagine dell'invisibile.
Brage infuocate all'estremo orizzonte, in tramonti d'ogni stagione, per le mie mani, amore!
E il fondo della stanza s'irradia, la stanza coi muri bianchi lassù presso la pineta, coi muri bianchi qui dove a quel tempo penso. Fra i due schermi in attesa tutto ciò che s'è proiettato mi sfida. Immensità, ti si vive, ma non ti si rende.
Un ponte.
«Per te» dicevo all'effigie di mio figlio. Ma non era per lui soltanto e già mormoravo: «Se egli non m'intenderà, questo che faccio non sarà tuttavia vano».
Vedo quel tempo, di là dal ponte. Tutto ciò che non scrivevo: l'alito autunnale, l'affiorar dei colchici, il deserto a losanghe staccionate, le agnella che nascevano fra le greggi nomadi. Certe ore sospese, quasi riverse nello spazio, la terra invadendo il cielo. Il ritmo che sovrasta, me inconsapevole, tutte le mie energie: che, certo, prometteva di palesarmisi, fosse pur fra dieci anni, prometteva di non smarrirsi se anche non gli avessi porto orecchio: ch'era, di già, nel mio passo e nel mio sguardo, in quelle ultime camminate per la strada dominante Roma. La città dove il mio destino pareva inciso in pochi rudi tratti: devozione all'opera, devozione all'amico: poi, forse, intorno al capo stanco le braccia del figlio. Rudezza, oscurità, coraggio. Bruni scendevano taluni pomeriggi ad avvolgere la casa solitaria, la pioggia mutava in nubi i campi, il freddo m'interrompeva la fatica.... Brividi, fors'anche di febbre. Se qualcuno m'avesse detto «Che cosa hai?» non avrei udito. «Perchè ti batte così forte il cuore? Che vedi? Sembra che tu non abbia mai conosciuto nè dolore nè gioia o che tu abbia tutto dimenticato, sembra che la tua vita non sia che una spoglia, qualcosa che non t'appartenga, e il tuo respiro ha la violenza dell'acqua e del vento....»
IL PECCATO.
Sette anni. Un albero di folto fogliame.
Le foglie, giorni, ore, attimi, han bevuta la luce, tutta, si son lasciate, tutte, penetrar dall'aria. Nulla che non sia stato in pienezza sentito e consumato.
Che cos'è la nostalgia? Richiamo desolato di emozioni interrotte, stroncate, di cose intravedute e non possedute, di luoghi e di età a cui non potemmo darci interi. Io non ho nostalgia della mia perfetta infanzia, l'ho della mia adolescenza trafugatami. I mesi in cui allevai il mio bimbo, se in mente li rivivo, appassionati e radiosi, stolto sacrilegio sarebbe rimpiangerli. Così non soffro, ora che è chiuso e lontano, pensando al tempo in cui Andrea ebbe per me la sua vita paga e colma. Quando lo sentivo felice, e n'ero ebbra. Quand'ero giunta, oh istinto della donna, istinto abnegante, per lui liberare dai mostri del dubbio, da ogni paura del passato, ad avvelenarne le vene mie create sane. Che per lo spettacolo del mio tormento egli si sentisse più certo della propria gioia, poi che tale era la legge dell'anima sua! Un rantolo sfuggitogli una volta, quanti doveva generarne nel mio petto: E gli dicevo: «Se qualcuna delle donne che hai desiderato, se l'ultima, ecco, apprendesse da me ad amarti e ti si offrisse, oh mia vita, non farei un moto per trattenerti....». Gli dicevo: «Come posso illudermi di bastarti, e che tu abbia dimenticato tutte le altre, quelle che non ti si son date e pur affermavano di volerti bene, quella ch'era vergine e aveva le guance di pesca, l'altra ch'era fastosa dominatrice, e questa, questa ch'è qua vicino, che ha l'arma ch'io non avrò mai, l'ironia su labbra sottili?». Le compiangevo di non averlo saputo adorare. Vissero nelle mie allucinazioni, esse che m'ignoravano, vissero esaltate e beate or l'una or l'altra, ringraziandomi e schernendomi. Io che non avevo mai assolta in cuor mio mia madre d'aver perduto per gelosia la potestà su sè stessa, infinite volte mi sentii a mezzo il sonno svegliar in tortura, chiamata da un'acqua profonda per sottrarmi alle fiamme, com'ella certo il mattino in cui si gettò dalla finestra sul selciato.... «Bisognava resistere, mamma!» ferocemente io le avevo gridato quand'ella fu salva nel corpo ma per sempre colpita dentro la fronte. Ah tutto che senza pietà, inesorabile come la luce, pretese in me lo spirito dalla forza umana, tutto venne a me stessa via via dal destino proposto, tutto dovetti con me stessa col mio sangue dimostrar possibile!
Non scagliar pietre, giovinezza senza peccato!
Libero, non più tremante, egli conosceva per la prima volta in vita il calmo senso del possesso. Una donna era sua, gli apparteneva, si consumava per essergli ancor più in balìa. Una volta mi spiegò: «Ti amo, vedi, come da noi si ama il proprio pezzo di terra».
Vi son migliaia di foglietti che io non voglio rileggere, d'allora, inchiostri impalliditi, matite svanienti, vi sono, in pacchi alla rinfusa nel mio fardello d'errabonda, migliaia di note ch'io prendevo null'altro che per necessità di riconoscermi, di là da tutto quanto avevo raggiunto, di là dallo stesso libro che scrivevo che pubblicavo che difendevo, note di stupore il più sovente, note di spasimo, analisi, indagini, divinazioni e puerilità, getti, smarrimenti, tutti i miei sensi che cedevano al verbo, che del verbo si sostentavano, la malinconia che gli uomini han raffigurata in Narciso, un pudore selvaggio, una selvaggia nudità, recondita ogni legge ogni armonia, migliaia di pagine senza data, fronde accartocciate per guanciale alla mia stanchezza se mai una volta la stanchezza mi vinca.
Per il riposo che mai conobbi durante una notte intera, durante un'ora diurna intera.
Ventilavano senza pietà per me tutte le mie energie a ristorar la fronte dell'uomo che volevo benedicesse così sempre la vita. Fresco balsamo io gli ero in virtù delle orge di pianto cui m'abbandonavo quand'egli non mi vedeva, in virtù del tormento inacquetabile che dava alle mie pupille uno scintillìo di più serena notte. Lo interrogavo nel sonno pregando che l'incanto su lui durasse, ch'egli non si svegliasse. Come era così rapidamente passato dalla sua cupa negazione umana a tanta ferma fede! Non per la bellezza dell'anima mia ch'egli non la sentiva come sentiva invece ogni sera ed ogni mattina il mio corpo; chè gli era questo, davvero sì, simile al pezzo di terra che ci sostenta. Era bastata al miracolo la mia forma lucente, il calor del mio petto, non m'illudessi! E la verità gli sarebbe riapparsa menzogna s'io ammalassi, s'io morissi, questo mondo in ansito perpetuo non l'avrebbe più esaltato? Come saperlo, se mi faceva sobbalzar di terrore la vista solamente d'un corrugar delle sua ciglia nel sogno! Ero la schiava della mia forza: della mia creatrice immaginazione ormai: del ritmo impresso al mio cuore. Il mio potere era questo: far trovare buona la vita. La mia forza era di conservare tal potere anche se dal mio canto perdessi ogni miraggio. Amore senza perchè. Senza soggetto, quasi. Occhi miei che non avevan feste e non si dolevano. M'avrebbe amata senza la mia bellezza? Volto ch'egli m'insegnava ad incorniciare, snello mio corpo austeramente sdegnoso fin allora di qualsiasi specchio! Tanti credettero, vedendoci accanto, ad un mio sacrifizio fisico! No. Altro gli gettavo ai piedi, ed egli non lo seppe veramente mai, egli che pure m'aveva detto: «devi aver confidenza in me». Confidare. Non vuol dire certezza d'essere indovinati? E l'avevo subito perduta. Quei miei fogli d'appunti io li nascondevo, sola cosa mia che non gli permettevo di conoscere, unica mia gelosa proprietà. «Non hai bisogno della mia anima — gli dicevo guardandolo dormire — e perchè dovresti accorgerti che soffre? Hai la tua da alimentare, da conservare, da difendere. Ci credi uno e siamo due. Sei tu centro del mondo, tu con la tua visione ormai immobile nella casa ben salda della tua mente. Ti mancava soltanto questo, povero bimbo grande, l'equilibrio organico e con me l'hai ottenuto. Riposi così tutte le notti con la mano sul mio cuore: e ti basta il suo bel respiro. Tale è il tuo amore, senza struggente sete di dedizione, senza voluttà di sconfinamento. Non sai la vertigine di me che son pronta a sparire se tu lo voglia, se debbo farlo, se lo esiga la tua missione, il tuo maggior bene. Questo annegare lucido del mio essere. Ti porto ogni sera una ricchezza più grande, e la brucio in silenzio fra le tue braccia, che tu veda null'altro che un bagliore caldo su la mia pelle. M'accresco, m'accresco, della folla bruta che rasento, dei bimbi che mi trattengo dal carezzare, del boccone miserabile che trangugio freddo, d'ogni luce che svaria, d'ogni domanda che mi rivolgo sempre più spietata. Non un mio minuto che non sia tensione, sforzo. Confondermi volevo con il tutto e son da tutto così staccata! Anche dal mio libro, povero umile attestato di resistenza umana; cosa rigida, senza benedizione, senza sorridente divinità.... Dio. Mi si manifesterà nella tua poesia? Tu, se hai il genio, fa' di me quel che vuoi. Io non posso che ardere, intera, quale sono, quale divengo di sera in sera....».
Dio.
No, non lo nominavo.
Ma — una catena di cuspidi è la vita.
In monti s'elevano i costruttivi giorni che il dolore sfidarono, il dolore laggiù nel piano, il dolore, mare, oceano, acqua stagnante o tempestosa.
Cime bianche, vertici di lunghi anni, ridenti vertici nel sole!
Non nominavo in quel tempo Iddio.
Ma — rinuncia ad ogni tangibile giustizia: al mio figlio stesso; aspirazione ad uscir da me, da quella mia così atrocemente conquistata coscienza dalla forma di vita quasi santa che ancor mi pareva troppo facile, vile; l'avvenire, in millenni, che in certi attimi ineffabilmente credevo d'aver già sorvolato: moltiplicazione, ideale estensione di brividi nel tempo; chi, chi musicava di note tanto verginee le linee virili della mia fronte?
Religioso culmine — ma non sapevo di toccarlo.
Pur commisi allora il peccato di cui mi sono confessata, il solo forse concreto peccato della mia vita. Andrea m'indusse e non m'opposi. Asportò egli dal mio libro le pagine dove io diceva il mio amore per Felice. Ed io lasciai amputare così quella che voleva, che gridava esser opera di verità. Come un altro qualunque dei tagli operati sul manoscritto, come su un qualunque lavoro letterario. Uncinò i margini con parole sue. Dov'era la piccola gagliarda che si chiamava Rina, che da sola dopo tanta tribolata umiliazione aveva un giorno intrepidamente agito e s'era assolta? Ribattezzata, ripiantata. L'uomo ha un così ingenuo istinto di coltivatore!
E l'altra persona offesa? Che cosa avrebbe detto Felice alla comparsa del libro?
Lagrime che più non piango, creature perdute, selve oscure immobili nel tempo....
Parole da dire, anima mia. Parole che dici, quando il minuto ti coglie, fra miriadi, e poi senti che la morte non avrebbe potuto chiuderti la bocca senza che tu le avessi dette.
Fra la morte e la sorte, misterioso patto! T'amano le due sorelle in ugual misura.
Ali intorno alla mia fronte, meditabondo respiro, forza, elemento.
Campi lavorati dalla mia passione, e acque, e rupi, certezze, sgomenti, inni.
Visioni che diventan parole.
Accostamenti, come nella vita, impresentibili. E silenzi, gorghi, distrazioni, indi ritorni, al minuto esatto, o sorte sicura come la morte!