LA
SESTA CROCIATA.
LA
SESTA CROCIATA
OVVERO
L’ISTORIA
DELLA SANTA VITA E DELLE GRANDI CAVALLERIE
DI RE LUIGI IX DI FRANCIA
SCRITTA GIÀ
DA GIOVANNI SIRE DI GIONVILLE
Siniscalco di Sciampagna
ED ORA
RECATA FEDELMENTE DAL VOLGARE D’OIL NEL VOLGARE DI SÌ
PER ESEMPIO
DELLA CONFORMITÀ DEI DUE ANTICHI LINGUAGGI.
BOLOGNA,
PRESSO GAETANO ROMAGNOLI.
—
1872.
Proprietà letteraria.
IMOLA. — TIP. D’I. GALEATI E FIGLIO
Via del Corso, 35.
L’EDITORE GAETANO ROMAGNOLI AL LETTORE BENEVOLO.
Il ch. Conte Giovanni Galvani pubblicava nel 1843 entro il Periodico Modenese, intitolato Continuazione delle Memorie di Religione, Morale e Letteratura, una sua Lezione Accademica sulla utilità che si può ricavare dall’antica Lingua Francese per l’istoria dei Volgari Italiani, e la faceva seguire da un saggio di traduzione della Vita di Luigi IX, il Re Santo di Francia scritta da Giovanni Sire di Gionville. Due anni dopo, dando fuori il volgarizzamento di quel tratto delle Istorie di Gioffredo di Villarduino, in cui si narra il conquisto di Costantinopoli fatto dai Francesi e dai Viniziani nel 1203, lasciava esso intendere di aver compita la traslazione di tutto il racconto del buon Siniscalco di Sciampagna.
Le letterali traduzioni dalle lingue di oc e d’oil in lingua di si contemporanea eseguite dal suddetto Filologo Modenese, e delle quali offerse nel 1845 un più largo sperimento sulle intere Croniche di Maestro Martino da Canale (V. Archivio Storico Italiano Tomo VIII), non hanno, siccome è noto agli studiosi, soltanto uno scopo letterario, ma ne hanno un altro più importante storico linguistico dallo stesso filologo svolto ampiamente ne’ suoi Dubbi sulla verità delle Dottrine Perticariane nel fatto storico della lingua (Milano Turati 1846) dalla faccia 80 innanzi. Vi si intende cioè a dimostrare come la lingua d’oil (di cui Dante scrisse: quicquid redactum sive inventum est ad vulgare prosaicum, suum est,) fosse spesso la falsa riga dei nostri primi prosatori, e valesse a far credere comuni un tempo a tutta l’Italia quelle eleganze che poi ci rimasero speciali di talune province.
Egli è per ciò che, dopo aver io l’anno scorso messo in luce il Novellino Provenzale d’esso Conte Galvani, con cui si trasportano nella lingua di Messer Francesco da Barberino le Vite originali Limosine dei Trovatori di Provenza, m’invogliai di conoscere dall’Autore medesimo cosa fosse accaduto del suo Gionville reso italiano. Ne ebbi in riscontro ch’esso Gionville era inedito tuttavia, ed a mia intera disposizione: per che, avendo io accolta la cortesissima offerta, dopo aver pregato l’Autore a dividere la continuità della narrazione originale in brevi Capitoli per renderne la lettura più agevole e meglio ispartita la materia, lo rendo ora di ragion pubblica facendolo precedere da quella Lezione che l’annunciò, e che a parer mio, introdurrà al presente a tutta l’opera assai acconciamente.
Piaccia al Lettore benevolo di incoraggiare la mia piccola impresa, e viva lieto e felice.
LEZIONE PRELIMINARE.
DI ALCUNE UTILITÀ
CHE SI PONNO RICAVARE
DALL’ANTICA LINGUA D’OIL
PER
L’ISTORIA DELLE LINGUE VOLGARI ITALIANE
LEZIONE.
È stato detto per altri, ed io credo di aver già alquante volte bastevolmente dimostrato, come le lingue neolatine si continuino alle latine parlate senza alcuna interruzione, e come negli odierni linguaggi d’Italia, Francia, Spagna e Dacia non si debba ravvisare che un’ultima età di quel primitivo idioma di Roma armata, il quale, corrotto e corruttore ad un tempo, fu piuttosto tiranno che re delle favelle da lui soggiogate. Ma se tutto ciò è facile ad essere inteso e provato intertenendosi sulle generali, riesce poi per contrario assai difficile a dichiararsi ne’ particolari, qualora il fedele istorico di esse lingue voglia rendere patenti le ragioni di ogni più minuta vicenda in quelle introdotta. E veramente le neolatine moderne, siccome lingue parlate, sono antichissime, siccome scritte non oltrepassano quasi mai il mille con indubbii ed abbastanza lunghi monumenti. Da questo termine ascendendo noi troviamo un latino scritto, il quale, per quanto sia barbaro confrontato col simigliante del secolo d’Augusto, è bene però altra cosa dalle favelle che ne riuscirono: la mancanza dunque di monumenti, che di età in età ci facciano conoscere la lingua di transizione tra esso latino scritto, ed i neolatini parlati intorno il mille, forma la vera disperazione dei filologi, e presenta quel campo sterile ed abbuiato, sul quale, appunto per la incerta luce che lo rischiara, molti hanno segnato vie diversissime; molti hanno collocato mostri e fantasime; molti in fine, non potendo conseguire l’aperto vero, hanno disposto una certa loro catena di verosimiglianze, alla quale attenendosi, credettero di traversare a salvamento il deserto, e di congiungere con felicità i due estremi opposti.
Si è diviso il latino, in latino vero, in latino romanzo, ed in neolatino: si è assegnato il primo largamente alla dominazione di Roma armata e vittoriosa; il secondo alla dominazione di Roma invasa e prevalente soltanto come la sede dell’Apostolo; il terzo alla dominazione Romana stabilmente conquistata dai Nordici, ossia ai nuovi Regni stabili a’ quali è necessità una lingua nuova. Divisione opportuna, ma che giova ai fatti non agl’idiomi, a cui un nome novello non dà chiarezza, e solo può dar distinzione. Che questa lingua infatti di transizione si dicesse Romanza o Romana o altrimenti, e non più Latina, ciò poco montava per conoscerla; e quando poi i dotti a noi più vicini vollero mostrarcela intera nel Provenzale, ossia nella lingua d’oc, questi, valga la verità, commisero allora un poco perdonabile errore, dandoci una fra le lingue neolatine, ossia della terza età, per quella madre supposta comune che si cercava, ossia per quella lingua di mezzo, donde poi dovevano nascere varie, secondo la varietà degli elementi che le componevano, le neolatine Italiche, le neolatine Galliche, le Ispane e le Daco-Romane.
Dovevano invece questi dotti medesimi, secondo il mio rimesso modo di intendere, cercare almeno nelle due lingue neolatine che ci presentano sinora monumenti più antichi, cioè in quelle di oc e di oil, sole quelle parti, le quali poscia col ripolirsi di esse lingue si vennero disperdendo, per vedere se sopra queste, con pazienti e regolari induzioni, si potesse ricostrurre il latino romanzo, e non già con generici indovinamenti, o con fatti troppo posteriori. Doveano sorprendere, in tal qual modo, in quei resti la fuggente memoria di una loquela instabile di sua natura, perchè lasciata al volgo ed all’urto di tante lingue nemiche quante venian piombando di que’ tempi sull’Imperio lacerato: ed alla guisa di quegli abili architettori, i quali dalle fondamenta tuttavia durevoli e da alquanti ruderi al tempo avanzati, si ardiscono, insistendo sulle certe regole dell’arte, rappresentarci di nuovo come fu veramente tutto un tempio, un teatro, un ippodromo, doveano, dico, dall’arcaico delle neolatine ricostruire il più vetusto Romanzo che si ignorava, e con questo venire, come colla face di altrettante cagioni, illuminando le lingue nostre moderne, divenute allora così quasi effetti necessarii e conseguenti di quelle.
Difficile impresa, ed alla quale si converrebbe bene che si facesse buon viso, qualora, assunta da un erudito, fosse condotta a termine colla possibile felicità; ma impresa, lo ripeterò pure, più forte assai di quello che possa stimare chi in così fatti studii sia nuovo, o, peggio ancora, chi d’essi sia soltanto mezzanamente istruito. Frattanto io pago all’averla accennata ad altri di me più valente e fornito di più beate comodità, ed inteso come sono da gran tempo a raccor materiali per l’istoria dei Volgari Italiani, verrò cercando nella più vecchia lingua d’oil alcune antichità per vedere se da queste si possa aver fumo almeno di quell’italico sequiore che fu mezzano tra il latino e il volgare odierno, e se per esse o con esse si possano render chiari ed istoricamente definibili alcuni fatti presenti, de’ quali io non so che altri abbia mai reso ragione o probabile od autorevole, ossia attinta alle più intime e naturali cagioni, e, per così dire, alle viscere istoriche della lingua.
Molti hanno cercato dottamente le fondamenta dell’alto Franzese; ma in questi nostri tempi[1] sono a mia notizia tra i migliori M. Orell nella sua Grammatica; M. Raynouard nelle Osservazioni sul Romanzo de Rou, e nella Grammatica comparata delle lingue dell’Europa latina; l’Abate de la Rue ne’ suoi Saggi istorici sui bardi, giullari, e troverri; il Roquefort nel Glossario della Lingua Romana; Gustavo Fallot nelle Ricerche sulle forme grammaticali della Lingua Francese e de’ suoi dialetti nel XIII Secolo, e Mary-Lafon in varie opere di consentaneo argomento. Giovandomi pertanto degli studii di questi illustri, e di quelli ch’io stesso ho fatto lungamente sulle due antiche lingue di Francia, verrò disponendo qui sotto un saggio delle mie osservazioni, premettendovi però un breve cenno sovra essa lingua d’oil e suoi principali dialetti, siccome di cosa non comune fra noi, e la cui notizia potrà tornarci utile in seguito per aggiudicare appunto a questa avvertita varietà de’ dialetti la varia enunciazione di una medesima voce.
Dalla prima occupazione delle Narbonesi sino a Clodoveo erano già corsi sei secoli, e più di cinque da che tutte le Gallie erano divenute Romane. Nella lunghezza di tanti anni la lingua Celtica, ossia la lingua dei vinti, avea ceduto in faccia alla lingua dei dominatori, e questa medesima potea essere detta per tutte quante le Gallie quasi naturale ed indigena, dopo che Roma, non ponendo più altro confine alle proprie mura fuor quello che avrebbe segnato il Dio Termine custode ai limiti dell’Impero, avea empito di coloni non solo, ma di cittadini e di senatori le sue conquiste. I Provinciali e gli Aquitani prevalevano in vero nella Romanità, ma non per ciò meno erano Romani i Galli oltre il Ligeri, ed anzi pareva ch’essi lo divenissero viemaggiormente, quanto meno invece si facea attuosa la forza vitale del combattuto e derelitto centro della signoria degli Augusti. Il Gallo-Romano regnava dunque solo dalle Alpi al Reno, quando i Franchi varcavano quest’ultimo, e, dopo alquante fortunose vicende, facendo prevalere finalmente l’affilata loro francisca allo spuntato pilo dei degeneri legionarii, stanziavano nelle Gallie settentrionali per intere nazioni, e vi mescevano al primitivo linguaggio il naturale lor teotisco.
Da quel tempo cominciò a comporsi nelle Gallie una lingua parlata in parte novella, seguitò a durarvene un’antica, se non in quanto si dovea poi modificare per altri barbari che avrebbero tentato di scombuiarla. La prima, in memoria della sua origine, si disse anche in seguito Romanza, o dal modo di affermare si nominò lingua d’oil, o d’oilz o Lingua Oytana, la seconda perseverò ad appellarsi Romana, e poi Limosina e Provenzale, ovvero, sempre dalla particella affermativa, si indicò per Lingua d’oc, od Occitana o Occitanica. Quella tenne le province che i Franchi nelle successive loro conquiste coprirono d’orde Germaniche tra i fiumi del Reno e della Loira: questa le rimanenti meridionali, che o nol furono, o furono solo di passaggio o per minor tempo.
Restringendoci pertanto a dire di quelle prime noi osserveremo, per conseguenza al preposto, che se per tutte le Gallie settentrionali, dalla identità della mescolanza, cioè del Gallo Romano dei soggetti col Teotisco, o meglio ancora col dialetto dell’alto o vecchio Tedesco dei conquistatori, ne dovea nascere un linguaggio solo e uniforme; non è perciò meno vero che dalle varie condizioni d’ambi gli elementi di che essa miscèla si componeva, questo poteva qua e colà variamente alterarsi, donde poi ne potrebbero nascere in esso linguaggio medesimo le possibili sottovarietà dialettali.
E già la principale influenza Franca non dovea esercitarsi sul meccanismo, e direi quasi sull’ossatura della più ampia e diffusa loquela de’ soggiogati, ma contenta all’aggiugnere alquante parole designanti cose ed usanze novelle, doveva esercitarsi massimamente sulla sua enunciazione, o vogliam dire sulla pronuncia. Per essa dunque ne verrebbero modificati i corpi e le desinenze delle voci gallo-romane, per essa si accrescerebbero gl’incerti suoni dei dittonghi, frutti per lo più o di lingue mescolate o di alfabeti ascitizii ed improprii, per essa finalmente ne riuscirebbe poscia inferma e variabile la scrittura, quando sarebbe posta al duro sperimento di raggiugnere con segni latini la diversità dei suoni dialettali, e l’oscura mistione o di più vocali o di mal discernibili consonanti.
Verso il Nord ci dice l’istoria che i Franchi s’accamparono e stettero in maggior numero, e però le Fiandre, l’Artesia e la Piccardia noi le troviamo con i suoni più aspirati e più aspri. La Borgogna, il Nivernese, il Berrì e le province vogliam dette o più meridionali o centrali, addolciscono per contrario la profferenza, e s’allargano nelle vocali; ed in queste sappiamo che abbondarono i conquistati, siccome in quelle che dovettero accogliere, non solo i possessori antichi, ma quei Gallo-Romani che primieri dal Reno rifuggirono innanzi le prime invasioni dei Franchi. Per differenza da questi sopra discorsi noi troveremo invece uscire più mingherlino o più smilzo il dialetto di Normandia, perchè i terzi abitatori sopravvenutivi dal Norte vi portarono nella pronuncia la stretta e speciale secchezza delle lingue Scandinave. Si potranno dunque largamente dividere, secondo l’opinione del Fallot, i dialetti principali della lingua Oytana in normanno, in piccardo o fiammingo, ed in borgognone, rimanendo poi il dialetto della mezzana Sciampagna misto così del primo come del terzo.
Si parlerà dunque esso primo in Normandia, Bretagna alta, Maine, Perche, Angiò, Poitù e Santongia; il secondo in Piccardia, Artois, Fiandra, Hainaut, Basso Maine, Thierache, Rèthelois e Sciampagna settentrionale; il terzo in Borgogna, Nivernese, Berrì, Orleanese, Turenna, Basso Borbonnese, Isola di Francia, Sciampagna meridionale, Lorena e Franca Contea. Dal che ne conseguirà finalmente essere il dialetto normanno, il dialetto gallo-romano-franco-normanno della lingua d’oil, ed occupare l’ovest della vera Francia: il piccardo o fiammingo essere il dialetto gallo-romano-franco della lingua d’oil, e tenerne le parti settentrionali: il Borgognone finalmente essere il dialetto gallo-romano-franco-burgundio di essa lingua, e spandersi non tanto all’est, quanto per mezzo il centro e il cuore della Francia, e per ciò stesso doversi ritenere fra gli altri pel principale non solo, ma per quello ancora che servì quasi di base all’odierno Francese, contemperandosi cogli altri due dialetti che il premevano da ambi i lati, e venendosi con essi a fondere o nell’Isola di Francia, od entro le mura della regale Orleano.
La Lega Armorica, la vicina Aquitania, i possessi Normanni che oltrepassavano la Loira davano al dialetto Normanno una maggiore somiglianza colle lingue Occitaniche, e per ciò stesso, minorandone i dittonghi, e riducendolo per lo più a suoni meno pingui e decisi, lo venivano accostando insieme a ricordare l’italiano. Il Piccardo al contrario dovendo segnare con latino alfabeto gl’incerti suoi suoni, le aspirazioni e le gutturali che il mostravano meglio informato di una settentrionale pronuncia, sostituiva il ch al k, sovrabbondava di lettere, e specialmente di vocali connesse per rendere il commisto suono de’ suoi dittonghi e trittonghi. Il Borgognone per fine che amava un non so quale lezioso strascico di enunciazione, inseriva quasi in ogni parola una sua vocale caratteristica, ed amminicolando così le a come le e di i sovraggiunti, veniva a farsi vasto e pieno, e per conseguenza talvolta lento e abbiosciato. Così alla futura Lingua Francese che dall’unione avvertita indi ne nascerebbe, il Normanno avrebbe dato la spigliatezza, il Piccardo lo spirito, la sonorità il Borgognone.
Volendo cercar dunque per questi antichi dialetti, ossia per l’antica lingua d’oil in essi stessi spartita, alcune forme sue proprie e dismesse dappoi, le quali valgano però a dimostrarci o la nativa simiglianza ch’essa teneva colla nostra volgare, o che ci rendano ragione di alcuni oscuri accidenti della medesima, noi, per farci pure un principio, cominceremo dall’articolo, e ne toccheremo in breve come seguirà.
Le lingue su cui il latino era venuto imperiando avevano i nomi o monoptoti o diptoti, distinguevano cioè tutto al più il soggetto dall’oggetto della proposizione, ossia il nominativo agente dall’accusativo paziente; quello che si dice dei nomi, ripetasi dei pronomi, e quindi nel pronome articolare ille esse dovevano cercare li e lo, ed in illa li e la senza più. Ci è poi noto da Prisciano l. v. De Casu che i Barbari supplivano alle desinenze casuali, ossia agli articoli pospostivi de’ Latini, con diversi articoli prepositivi pro varietate significationis, ed ottenevano altrettanto unendo all’articolare prepositivo ille le preposizioni di moto da luogo od a luogo, ossia le particelle de ed ad[2]. Dipendentemente da quanto sopra, le antiche forme Normanne di questo nuovo articolo erano appunto li, del, al, lo: la, de la, a la, la, e così pure in Piccardo; se non che quest’ultimo dialetto non mostrando avere articolo speciale pel femminino, accadeva ancora che la sola forma maschile servisse per tutti i due generi. Si dovevano invece alla Borgogna le forme più lonze dou, ou od au, lou ecc., e tutti quegli i aggiunti al fine dell’articolo femminile, che lo venivano rimpinzando per rispetto agli altri dialetti. Era dunque l’articolo prepositivo nelle due parti delle tre che formavano la lingua d’oil affatto somigliante a quello della lingua di sì, e tale può riscontrarsi infatti nei migliori testi di Villehardouin. È però qui da ripetere come in tutti gl’idiomi ad articoli preposti e non suffissi essendo di massima importanza che il nominativo venga sempre distinto dall’accusativo, acciocchè nel discorso non s’ingenerino stranissime confusioni (e ciò tanto più qualora esse lingue formino transizione tra una anteriore che abbia avuto i nomi pentaptoti o esaptoti, ed una avvenire che li avrà monoptoti) così fu ancora che nei testi più antichi in lingua d’oil, anteriori cioè al 1200, si scrisse quasi sempre il nominativo femminile li e non la, perchè questo appunto non potesse confondersi col la somigliante, ma accusativo.
Una cosa sembra a prima fronte singolare dell’antico francese, ed ingenerare nel costrutto una non so quale perturbazione, ed è che qualora un sostantivo o proprio o generico ne reggesse un altro qualificativo del primo, poteva quest’ultimo lasciare la preposizione de, e star contento all’articolo accusativo lo o le; dicendosi per ciò in quella lingua: Chi infrange la pace lo re, per: dello re; Alla corona lo re, similmente per: dello re; Allora venne nell’oste un Barone lo Marchese Bonifacio in messaggio per: del Marchese Bonifacio. Ma qualora si ricordino i due accusativi che potevano in latino seguitare un verbo, e per ciò i Ciceroniani: itaque te hoc obsecrat, per: de hoc, illud te ad axtremum et oro et hortor, per: de illo ecc.; e qualora si richiamino le nostre frasi: la Dio mercè, per la Dio grazia, e meglio poi le antiche Fiorentine uscite di casa il padre, nelle case i Buondelmonti, e simili, si troverà ancora nei poco difformi accidenti le ragioni di una pari discendenza da una non diversa lingua intermediaria, nella quale forse un susseguente sostantivo retto e pronunciato appunto come regime non come soggetto, prendeva qualità di aggettivo dell’anteriore sostantivo reggente.
Per dichiarare pure coi confronti certi usi volgari dell’articolo, i quali ricordano la sua origine dal pronome ille, illa, illud, tornerà ancora opportuno lo scegliere fra gli altri questo esempio tratto da Gerardo di Viane v. 2892-96, ove si può vedere chiaramente usato la per quella:
Sire Rollan, dist li quens Olivier,
Est ceu Joiouse, la Kallon a vis fier,
Don vos saviez si riches colz paier?
Nenil, biau Sire, dist Rollan li guerrier.
C’est Durandart, m’espée à poig d’ormier.
cioè:
Sire Orlando, disse il Conte Oliviero,
È questa Gioiosa, quella di Carlo al viso fiero[3]
Donde voi sapete sì ricchi colpi pagare?
Mainò, bel Sire, disse Orlando il guerriero,
È Durlindana, la mia spada dal pugno d’oro[4].
Ma se da un lato ciò farà ricordarci gli usi del trecento, secondo i quali l’articolo la era anche presso noi pronome tanto nominativo quanto accusativo, dall’altro seguiteremo osservando che, quasi a compenso del suo eventuale difetto, esso articolo veniva in taluni casi a sovrabbondare anteponendosi persino al pronome dimostrativo per modo di inculcamento o ripetizione, e lasciava che si scrivesse les ceux, les celles pei semplici ceux e celles, confrontando coll’ille is de’ latini, e dando al dimostrativo il trattamento istesso del relativo. Inoltre, convenendo sempre più col nostro volgare, l’articolo si prefiggeva ai pronomi possessivi accompagnati dal loro sostantivo, e però la lingua Oytana ammettendo per buone le frasi che io scelgo fra le moltissime o di Villarduino o di Girardo di Viana: a la soe gent — Les vos armes[5] — Li siens peire — Per la toie merci — En la moie bailie — Un suen chevalier — Un siens fils — seguitava sempre meglio a mostrarci la somiglianza maggiore che conservano insieme le sorelle neolatine quanto più esse si confrontino nei tempi loro meno vicini ai presenti.
Ora dall’articolo volendo passare ad alcune più lunghe osservazioni sui nomi, mi si affaccia per prima quella regola famosa, detta della s caratteristica, della quale facendone onore a M.r Raynouard[6] si potè dire di lui, che con solo il trovamento di questa norma perduta egli avesse dissepolta e tornata a vita la vera intelligenza delle due lingue d’oc e d’oil. Stabilì dunque questa regola stupenda che nelle due lingue Oytana e Occitana la s finale dei nomi non servisse soltanto a distinguerne il plurale, siccome accadde dopo il XIV secolo, ma valesse anzi a distinguere colla sua presenza in essi nomi il soggetto o nominativo singolare, ed i regimi, ossiano i casi obliqui, in plurale; e colla sua assenza per contrario i regimi, ossiano i casi obliqui del singolare, ed il soggetto o vogliam dire il nominativo del plurale. Ne uscì per quella il nome del Segretario dell’Accademia Francese in chiarissima fama, ed essa stessa fu quasi la scintilla cui secondò poi tanto incendio, quanto fu veramente l’amore che molti indi posero al coltivamento delle Lingue Romanze.
Ed il nome del Letterato Francese fu certamente a me carissimo, e, secondo poterono le mie forze, cercai sempre all’opportunità d’innalzarlo, e l’ebbi, per sin ch’e’ visse, tra quelli de’ miei più amici del cuore: ma poichè i meriti suoi sono tali che il toglierne la novità di uno solo non è che picciolo fatto, e d’altra parte la verità dee andar sopra a qualunque affezione; io dovrò dire che tutta la lode di questa regola è da levarsi ai moderni, ed è invece da attribuirsi ad un antico Trovatore che scrisse un breve Trattato grammaticale della propria lingua nativa, ciò è Limosina, nel medesimo suo volgare, e che, conservatosi manoscritto nella Libreria Fiorentina a San Lorenzo, da poco tempo è venuto in copia alle mie mani per singolare cortesia di quegli eruditissimi Bibliotecarii. Questo Trattato che il Renuardo conobbe, fu anche detto da lui senza metodo, e scritto in termini che mal si potrebbero comprendere senza l’aiuto degli esempii (Gram. compar. Discours prélim. facc. I, e II); ma con tutto ciò valse, in mano di un intendente quale egli era, a scovrire tutte le norme delle desinenze dei nomi romanzi, ed a Raimondo Vidale che lo dettò, e non ad altri, è perciò dovuta quasi intera la nostra gratitudine. La quale ancora, acciocchè gli sia attribuita da tutti con cognizione, e per sempre meglio diffondere una regola che si può dire la fondamentale di questi studii, pubblicherò per la prima volta[7] tutto quel tratto di Raimondo che può tornare opportuno al presente bisogno, e lo recherò in nostra lingua, non tanto per servire alla generale intelligenza, quant’anche per non anticiparmi in parte la edizione di tutto il testo, che io spero, permettendolo Iddio, di dar fuori quanto prima corretto degli innumerevoli errori di che è deturpato nel manoscritto[8].
«Oggimai dovete sapere che tutte le parole del mondo mascoline che s’attengono al nome, e quelle che l’uomo dice nell’intendimento del mascolino sostantive e aggiuntive si allungano in sei casi, ciò è a sapere nel nominativo e nel vocativo singolari, e nel genitivo, e dativo, e accusativo ed ablativo plurali: e s’abbreviano in sei casi, ciò è a sapere nel genitivo, e dativo, e accusativo ed ablativo singolari, e nel nominativo e vocativo plurali.»
«Allungare appello io quando l’uomo dice cavalier-s, caval-s, non cavalier, caval; ed altresì di tutte le altre parole del mondo: e però s’uomo dicesse: lo cavalier es vengut, o: mal me fetz lo caval, o: bon me sap l’escut, male sarebbe detto perchè il nominativo singolare si dee allungare, e così si dee dire: lo cavaliers es vengutz, o: mal mi fetz lo cavals, o: bon me saup l’escutz.»
«Ed il nominativo plurale deve l’uomo abbreviare, non allungare, tuttochè si vada dicendo secondo mala usanza: vengutz son los cavaliers, o: mal mi feron los cavals, o: bon mi sabon los escutz. Altresì di tutte le parole mascoline s’abbreviano tutti li vocativi plurali come li nominativi, mentre li vocativi singolari s’allungano altresì come i nominativi.»
«Udito avete come l’uomo deve menare le parole mascoline in abbreviamento ed in allungamento: ora vi parlerò delle femminine, e di tutte quelle che l’uomo dice in intendimento di femminino. Saper dovete che le parole femminine sono di tre maniere, le une che finiscono in a, in così come dompna, bella ecc., e molte altre parole che finiscono in or, in così come amor, lauzor, color, ed altre ne ha che finiscono in on, in così come chanson, sazon, faizon, ochaison.»
«Saper dovete che tutte quelle che finiscono in a aggiuntive e sostantive, in così come bella e dompna si abbreviano ne’ sei casi singolari, e s’allungano nelli sei casi plurali. Le altre che finiscono in or, in così come amor, color, lauzor, e quelle che finiscono in on, in così come chanson, sazon, ochaison s’allungano in otto casi, ciò è a sapere nel nominativo e nel vocativo singolari, ed in tutti li sei casi plurali; ed abbreviansi solamente nel genitivo, nel dativo, nell’accusativo e nell’ablativo singolari.»
«Ancora vi voglio dire che parole ci ha che si allungano in tutti li casi singolari e plurali, in così come: delechos, joios, volontos, ris, gris, vils, cors, ors, las, nas, gras, pres, temps, fals, reclus, ars, spars ecc., e nomi proprii d’uomini e di terre, in così come: Paris, Pois, Ponz, e molte altre che ce n’ha che rimangono al trovamento d’uomini sottili.»
«Ancora voglio che sappiate che nel nominativo e nel vocativo singolari l’uomo dice totz, ed in tutti gli altri casi singolari dice tot; e nel nominativo e nel vocativo plurali l’uomo dice tut, ed in tutti gli altri casi plurali dice anche totz.»
«Saper dovete che parole ci ha del verbo che l’uomo dice in così come del nome, ciò è a sapere gl’infinitivi, così come chi voglia dire: Mal m’es l’anars, e: Bon me sap lo venirs: e queste altresì s’allungano e si abbreviano come è detto delli nomi mascolini.»
«Le parole sostantive comuni, quando l’uomo le dice per mascoline, s’allungano e s’abbreviano in così come le mascoline, e quando le dice per femminine, s’allungano e s’abbreviano così come le femminine che non finiscono in a.»
«In vostro cuore dovete sapere che tutti gli aggiuntivi comuni, ciò è a sapere fortz, vils, sotils, plazenz, soffrenz, di qualunque parte che siano o nome o participio, s’allungano nel nominativo e nel vocativo singolari, siano o mascolini o femminini; così come chi volesse dire: fortz es lo cavals, o fortz es la dompna, ed in tutti gli altri casi s’allungano e s’abbreviano così come li sostantivi.»
«Sappiate che uns s’allunga nel nominativo singolare, e per tutti gli altri casi dice l’uomo un. E nel nominativo e nel vocativo plurali l’uomo dice dui, trei, ed in tutti gli altri casi dos, tres; ed in tutti gli altri numeri sino a cento l’uomo dice per tutti d’una sol guisa.»
E qui potrei io finire il mio estratto dalla operetta importantissima di Raimondo; ma seguitando egli a parlare di altri più veri allungamenti ed abbreviamenti nei nomi, i quali costituiscono propriamente le declinazioni imparissillabe, e che fra poco avremo occasione di rilevare anche nell’antico Francese, per indi trarne poi deduzioni novelle, e forse non ispregevoli, per l’istoria del volgar nostro, così gioverà ed ai confronti ed al cumulo delle autorità il proseguire a recarne qui anche qualche altro tratto, traducendo sempre il testo con fedeltà in italiano.
«Parlato vi ho delle parole mascoline e femminine come s’allunghino di una s, e s’abbreviino della medesima in ciascun caso, restando però sempre d’un sembiante: ora vi parlerò di quelle che sono d’un sembiante nel nominativo e nel vocativo singolari, e di un altro in tutti gli altri casi.»
«Primieramente vi dirò le femminine. Nel nominativo e nel vocativo singolari dice uomo: Madompna, sor, necza, Gasca, garsa; ed in tutti gli altri casi singolari dice uomo: Midons, seror, boda (o neboda), Gascona, garsona; ed in tutti li casi plurali dice uomo: dompnas, serors, bodas, Gasconas, garsonas.»
«Delli mascolini potete udire oggimai che nel nominativo e nel vocativo singolari dice uomo: compainhs, peires, Bous, bars, bailes, ’N Ebles, laires, Bretes, Gascs, gars, Carles, Ucs, Guis, Miles, Gaines, Folques, Pons, Berniers, paus; ed in tutti gli altri casi singolari, e nel nominativo e nel vocativo plurali dice uomo: compaignon, peiron, Bozon, baron, bailon, ’N Eblon, lairon, Breton, Gascon, garson, Carlon, Ugon, Guion, Milon, Ganellon, Folcon, Ponson, Bernison, paon; e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo plurali dice uomo: compaignons, peirons, Bretons, lairons, Gascons, garsons, paons ecc. E per ciò quando troverete una parola detta in due guise, dovete cercarne tutti i casi, ed in questi ne troverete la ragione.»
«Similmente per tutte le seguenti dovete sapere che nel nominativo e nel vocativo singolari dice l’uomo: senhers, Coms, Vescoms, enfes, homs, neps, abas, paistre; e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo singolari, e nel nominativo e nel vocativo plurali l’uomo dice: senhor, Comte, Vescomte, enfant, home, nebot, abat, pastor; e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo plurali l’uomo dice: senhors, Comtes, Vescomtes, enfanz, homes, neboz, abaz, pastors. Ed altresì se trovate di altre parole a sembiante di queste, voi dovete pensare ed isguardare che in così le deve uomo dire.»
«Delli nomi verbali ci ha di tre maniere, in così come: Emperaires, chantaires, violaires; ed in così come: jauzires, e grazires; ed in così come: entendeires, valeires e devineires. Questi e tutti gli altri di tale maniera, che ce n’ha molti, e che l’uomo dice così nel nominativo e nel vocativo singolari, d’altro sembiante li dice nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo singolari, e nel nominativo e nel vocativo plurali, ciò è a sapere: Imperador, chantador, violador; e jauzidor, grazidor; e entendedor, validor, devinador: e nel genitivo e nel dativo e nell’accusativo e nell’ablativo plurali dice uomo: emperadors, jauzidors, entendedors ecc. così come li mascolini.»
«Il somigliante è degli aggiuntivi comuni comparativi, i quali variano nel nominativo e nel vocativo singolari dagli altri casi. Per ciò nel nominativo e nel vocativo singolari dice l’uomo, con qualunque sostantivo sia mascolino o femminino: maires, meures, mielhers, bellazers, gensers, sordiers, priers; ed in tutti gli altri casi dice l’uomo: maior, menar, melhor, bellazor, gensor, sordeior, prior brevi e lunghi in così come li sostantivi mascolini, de’ quali si è ragionato di sopra.»
Riducendoci ora finalmente da questo, siccome spero, non inutile trascorso sulle condizioni del nome in Lingua Limosina, alle consimili affatto ch’esso aveva in Lingua Oytana, potremo anche dire di questo modo.
Essere mestieri il qui replicare di nuovo l’osservazione fatta superiormente, ossia che per le lingue neolatine, la cosa da prima più importante nei nomi (sia per tradizione da più antichi linguaggi, sia perchè gli articoli prepositivi ancora incerti non bastavano alla piena chiarezza del discorso) doveva essere stata quella di ben distinguere dal soggetto i regimi, così in singolare come in plurale, e però di dare al medesimo tale desinenza, che, aiutando già l’articolo ed il senso a determinare il numero, per essa poi si potesse prontamente o dall’udire o dal vedere sceverare il detto nominativo dagli altri casi. Riferendomi perciò ai miei Studi sul Latino arcaico, dirò come io creda d’avere in essi bastevolmente dimostrato che le desinenze della prima declinazione parissillaba latina dipendono dalla suffissione al nome radicale, cioè al nome spoglio di flessioni, dell’antico pronome articolare pospositivo us od is, divenuto poscia per rovesciamento il casco prepositivo su o si. Intorno al quale se i Glossografi ne deducono la preesistenza dai conservatici sim per eum, e ses per eos, la Lingua Sarda poi s’incarica di ravvivarcelo col suo prediletto articolo prepositivo su, sa, che vi tien luogo costantemente del nostro dimostrativo ille, illa. Domin-us era dunque quanto su-domin (il domino o signore), e se aveva nel nominativo singolare per finale la s, l’aveva di conformità alle pari declinazioni Indiane, Greche e Gotiche. Al contrario il nominativo plurale Domin-i era quanto Domin-ii, ossia Ii domini (i domini od i Signori). Inoltre questa s non si mostrava nei regimi singolari domin-i, domin-o, domin-um, ed usciva invece nei regimi plurali domin-is, domin-os, ad eccezione del genitivo che terminava in orum per quella apparente anomalia che tuttavolta trova nelle Grammatiche comparate gli opportuni ed autorevoli antecedenti. Dunque anche dietro questo cotale materno inducimento poterono le lingue Romanze colla presenza od assenza della s fare avvertiti i loro soggetti o regimi così singolari come plurali; e, non ammettendo eccezioni per l’avvisato genitivo plurale, stabilire una regola, la quale se apparentemente non dava molta ragione di sè medesima, noi anzi al presente vediamo averla avuta ne’ più antichi primordii della lingua laziare, e forse di parecchie altre, che se piacerà a Dio, dichiareremo a suo luogo.
Ora questa avvisata regola non dovendo essere considerata da noi soltanto come regola ortografica, ma bensì come opportuna distinzione ortofonica, cioè non essendo stata solamente trovata per chiaramente scrivere, ma perchè parlando si distinguessero udibilmente i casi retti dagli obliqui, e però dovendo, non solo essere scritta, ma ancora pronunciata con distinzione la s desinente, ne conseguirono, specialmente ne’ nominativi singolari, anche per maggior distinzione dai casi obliqui del plurale, alquante speciali contrazioni od uscite, le quali fecero poi che una sola parola potesse sembrarne due, e poscia tale divenir realmente, o nella istessa lingua quando questa non conserverà più le primitive avvertenze, o nelle lingue affini che si porranno ad imitar quella prima senza troppo voler render ragione a sè medesime della isvariata mozione delle parole nella varietà de’ loro casi.
E queste sono veramente quelle istoriche antichità degl’idiomi neolatini, alle quali non curarono sin qui di accostarsi gl’Italiani Grammatici, e che io cerco ora di additare agli studiosi, perchè in esse si provino ad indagare le cagioni di tanti effetti nella lingua del sì, per ispiegare i quali furono soliti i nostri antecessori ricorrere ai voti nomi di proprietà, vezzo, frase e simiglianti, e non mai alla genesi intima dei linguaggi. Sia dunque che le poche cose ch’io verrò qui sopponendo levino in altri frutto di indagini accurate, di istorici confronti e di conseguenze dedotte da chiari e comprovati antecedenti linguistici.
Il volgare nostro messaggio, il quale tratto con desinenza romanza dal latino missus, sembra dover essere voce sola delle lingue neolatine francesi, non è così appunto, ma in vece si mostrò ne’ più antichi monumenti della lingua d’oil, meisages in nominativo singolare, e mesaigier ne’ casi rimanenti. Di qui dunque ne vennero presso noi con pari significazione le due voci messaggero e messaggio, delle quali veramente la seconda non è che la forma antica speciale del nominativo singolare, e la prima la forma più allungata de’ casi obliqui singolari, e del nominativo plurale della lingua Oytana, e forse della lingua antica comune di transizione. Parimente in essa loquela, nominativo singolare contratto era li glous, o li gloz, e voce intera di tutti gli altri casi glouton; donde possiamo intendere che a noi venivano privi di differenza, quanto a significazione, le due voci ghiotto e ghiottone, non valendo cioè dappoi più a distinguere il soggetto dai suoi regimi, senza che perciò si debba conchiudere che nol potessero fare dapprima anche nel volgar nostro, movendo tale distinzione dalla terza imparissillaba de’ latini, comune a tutte le lingue figlie, e la quale, se nel nominativo faceva gluto, in tutti gli altri casi si aumentava facendo glutonis, glutoni ecc. Per la qual cosa si dovrà ancora, al mio vedere, sbandire quind’innanzi dai nostri Dizionarii la differenza posta tra queste due voci, dicendovisi la seconda accrescitiva della prima, mentre invece significano puntualmente la cosa stessa, e la desinenza lungi dall’accrescervi, indica invece ai casi; siccome nel significato della voce sermo nulla s’accresce, qualora esca in sermonem, valendovi solo l’aumento ad indicare accusativo quello che prima era nominativo.
Così era pure di quasi tutte le voci che risolvendosi uscivano in on, le quali cioè, foggiandosi sull’avvertita terza declinazione imparissillaba, contraevano, appunto come vedemmo avvertito dal nostro Raimondo Vidale, il nominativo loro singolare. E però barone, meglio confrontando col latino vir, (poi viro-vironis, il forte) faceva nel soggetto li bers o li bars, non li baron, ma baron bensì in tutti gli altri casi: e garzone, se pure si mostrava garson o garçon in tutti i regimi, era guars o gars nel soggetto, e da questo soggetto appunto il Beato Jacopo da Todi traeva il suo garzolino per garzoncello. A somiglianza di ciò i nomi proprii degli uomini, i quali per la nordica loro origine erano per lo più corti ed aspri di consonanti, quando si volevano declinare in qualche modo alla Romana, si aumentavano in on, non già per vezzo nè per accrescimento, non per forma insomma di ipocorismo o di magnificazione, ma per solo e semplice indizio ch’essi non erano più nominativi singolari. Perciò, siccome vedemmo in Limosino, così in antico Francese, il nome Guè o Guenels, declinandosi faceva Guenelon, donde i nostri Gano e Ganellone applicati ad un sol uomo senza che si potesse render ragione di tale varietà d’uscita, ignorandosi dai nostri Grammatici la regolare distinzione casuale ammessa dalle lingue d’oc e d’oil, e però gli scrittori succeduti coll’usanza indifferente mostrando apertamente di disconoscerla. Così per modo simigliante Bueves soggetto diveniva Buevon regime; Naymes diveniva Naymon; Othes, Othon; Guis, Guion; Karles o Charles, Karlon o Charlon; Odes, Odon; Rauls, Rollon; Pieres, Pieron e Perron; Phelippes, Phelippon; Marsile, Marsilion; Laizre, Lazaron, dandoci ancora ragione grammaticale ed istorica, non solo della varia uscita de’ nomi medesimi, ma sibbene di quei molti re Carlone, re Marsilione, re Namone e simili, che durarono ne’ poeti nostri romanzieri del ciclo di Carlo Magno sino al Boiardo ed al Cieco di Ferrara, e che noi credevamo sinora avere scritto così o per istracurataggine o per induzione sgraziata della rima, e non mai pensando che essi traducevano letteralmente dai Romanzi Francesi anche quelle cotali apparentemente grandiose desinenze, senza però avvertirne le sottili grammaticali distinzioni, le quali avrebbero voluto ch’essi dicessero Carlo, Marsilio e Namo quando questi erano nominativi, Carlone, Marsilione e Namone soltanto qualora questi medesimi erano regimi. Così nei nostri Bosoni, Guittoni, Jacoponi non era in origine accrescimento o dispregio, ma solamente una forma di regime, e però si doveva dire: Messer Buoso da Gubbio scrisse alquante rime, Fra Guido o Guitto da Arezzo molte Epistole, ed il Beato Jacopo da Todi moltissimi cantici; e per contrario: Rime di Messer Bosone da Gubbio, Epistole di Frate Guittone da Arezzo, Cantici del Beato Jacopone da Todi.
E già da questa forma medesima noi avremo la chiave ad aprire con probabilità uno de’ piccoli segreti di nostra lingua, che altrimenti ci resterebbe forse chiuso per l’avvenire siccome è stato, a mia notizia, sino al presente; cioè per quale istorica cagione la maggior parte delle forme avverbiali amino questa desinenza in one, non tanto nella lingua scritta, quante più nei linguaggi viventi, cioè ne’ diversi dialetti della Penisola, dicendovisi avverbialmente in ginocchione piuttostochè in ginocchio, a tastone più volentieri che a tasto, e così: gatton gattone, grollon grollone, penzolone, ciondolone ed altri simiglianti a gran numero. E la ragione di tale desinenza è patente solo che da prima si consideri il modo col quale latinamente gli aggiuntivi si facevano avverbii, che era o ponendo in ablativo la voce da cui si formavano, gravando per lo più sulla sua vocale desinente, od allungandola di una sillabica, la quale serviva egualmente di più larga base ritmica all’arsi radicale, o passando la detta voce a caso obliquo sotto il regime di una qualsivoglia preposizione o sottintesa od espressa; e se da poi si considera che la nuova lingua, avendo adottato per segno de’ suoi regimi aumentabili questo accrescimento in one, doveva trovare in esso la via più naturale alla formazione degli avverbii, ogniqualvolta questi non dovessero presentare forme di soggetto. E però le due lingue di Francia, e la loro sorella neolatina, che poco dissimilmente si venìa formando in Italia, adottavano di comune accordo una tale maniera, di cui, perdendosene poscia le ragioni sufficenti, se ne alterava l’usanza, e se ne ismarriva l’origine e il procedimento.
Seguitando le nostre indagini avremo ragione della voce Sire pensando che in lingua d’oil Sires fu nominativo contratto della voce signor, e che però vi si diceva il sire, del signor, al signor ecc. talchè il dire del sire, al sire ecc. è confusione posteriore fatta dopo che si scordarono le vere cagioni delle varie desinenze, e si crearono due voci di quella che prima era una sola. Similmente sapremo perchè si trovi scritto sarto e sartore, solo che osserviamo come in lingua d’oc nel nominativo si dicesse sartre (sarto), e nei casi obliqui sartor (sartore), talchè la voce vi si declinava: il sarto, del sartore, al sartore ecc. Nè diversamente dal latino latro, latronis ne uscirono due parole secondo che si ricalcarono o sul soggetto o sui regimi, le quali poi furono, colla ferma adozione degli articoli prepositivi, confuse in seguito: infatti come li lerres per gli Oytani, ed el laire per gli Occitani erano soltanto nominativi, e larron o lairon erano unicamente regimi, così per noi ladro avrebbe dovuto essere pure soggetto, e ladrone avrebbe dovuto indistintamente servire per gli altri casi. Altrettanto dicasi di compagno che solo nei casi obliqui facea compagnone; e di sabbione, il quale non è un accrescitivo del femminino positivo sabbia, ma è sablon regime del soggetto maschile oytano li sables, od il sabbio.
E per tali minute avvertenze possiamo noi solamente risalire alla vera origine delle differenti uscite della parola medesima, e però vedervi nelle variate desinenze un ricordo tuttavia di quelle fogge latine, che rendevano, singolarmente nella terza declinazione imparissillaba, tanto diverso il caso retto dagli obliqui. Seguitando le quali ecco che noi riscontreremo nella lingua d’oil come, in ispezialtà pei nomi che nei regimi avevano or a desinenza caratteristica, il nominativo (non più solamente per dare indizio dell’antica contrazione, ma per opportuno scompagnamento) usciva invece in eres od ers, e perciò vi si diceva nel soggetto li emperers, o li empereres, e negli altri casi de l’empereor, a l’empereor ecc. Onde poi avremo ragione di quell’antica uscita di questa voce che noi troviamo ne’ vecchi testi di nostra lingua, cioè imperiero, la quale poteva ben prendersi dalle lingue di Francia o dalla comune di transizione, ma non doveva poi trasportarsi da forma puramente nominativa, a forma invece capace di tutti i casi.
E da una tale avvertenza vedremo ancora come prendano lume di origine tante nostre parole terminate in iero o iere, le quali partitesi da nominativi oytani, o stettero sempre contente a quella forma, oppure da quella medesima deducendosi, si debbono ancora con essa interpretare: talchè cavalliere è desinenza nominativa di quella lingua per differenza dai casi obliqui dimenticati che avrebbon fatto cavallatore; consigliere nominativo di quei regimi che avrebbon dato consigliatore, lusinghiere similmente di lusingatore; parliere di parlatore, e così va dicendo. Messere infatti non avrebbe potuto essere che nominativo o vocativo singolare, e negli altri casi sarebbe stato regolare il dire Monsignore o Messignore; così giocoliere e troviere mostravano le loro forme soggettive, e quelle invece dei regimi giocolatore e trovatore, senza ch’io stanchi l’avvisato lettore con esempi più numerosi: stando invece contento alla conchiusione inculcata che queste diverse uscite non formavano già due voci, ma sì non erano che la voce medesima a varie desinenze per iscompagnare appunto con esse il nominativo dai casi obliqui; servendo così a mostrare, dalla lingua latina scritta o dotta che indicava i casi cogli articoli suffissi, alla latina orale o rustica che si giovò dei medesimi antefissi, un trapasso ed una condizione quasi mezzana in tale differenza di terminazione in quel caso appunto a cui era meno consueto il pronome articolare dimostrativo, ed al quale poi non si conveniva l’aggiunta di alcuna preposizione che valesse a prefiggerne, o segnalarne la direzione.
Ancora la regola di dover sempre posporre al soggetto singolare una s faceva sì che quei nomi i quali sarebbero radicalmente finiti in m, per non ammettere il poco pronunciabile ms, mutavano la m nella n facendo ns. Però soggetto di fum era funs non fums; di flum, fluns non flums; di nom, nons; di raim, rains; di faim, fains; e per conseguente di hom od om, hons, od ons da cui può prendere maggior chiarezza l’on de’ Francesi odierni, a persuadere viemmeglio che il loro on dit, non sia che l’antico hons od ons dit, cioè, uomo dice.
È pure osservabile che certi sostantivi participiali, o vogliam dire certi participii divenuti sostantivi, mantenevano nel soggetto la forma originaria de’ participii latini: e perciò infante, che era enfant negli altri casi, era anzi enfes od anfes nel nominativo, ricordando l’infans della madre, e per simiglianza diamante, aimant, era aimas nel soggetto ritraendo dall’adamas donde si originava.
Nel Poemetto sopra Cristo Salvatore attribuito al Boccaccio, si legge:
Essendo in croce la eterna Maésta
Abbandonata da ogni persona,
Il Sole, chiuso in ambra dalla sesta
Ora, ecc.
Il Boccaccio poi certamente nel Decamerone, siccome avvertiva il Bembo nel III delle Prose, aveva scritto: Giudice della Podésta di Forlimpopoli, e Dante nel VI dell’Inferno al v. 96.
Quando verrà la nemica podésta:
e dura tuttavia viva e verde questa voce ne’ nostri dialetti ne’ quali: essere o non essere in podésta di fare una cosa, vale: avere o non avere podestà di farla. Ora in ciò non è da credere un cieco arbitrio degli scrittori o de’ parlatori, ma è da vedere piuttosto in queste voci le due differenti uscite che nella formazione delle lingue volgari diversificano dal soggetto singolare i regimi. Dai nominativi infatti materni potestas e majestas, non avvertita la s finale dal romanzo Italico, rimanevano in esso le vedute podésta e maésta; ed avvertita la s dal romanzo Oytano, vi si trovavano poosteis e majesteis. All’incontro dagli obliqui materni potestatem, majestatem prendevano corso nel primo romanzo, spentasi la m, potestate, o podestade, e maestate o maestade, e, per iscorcio compensato dall’accento, podestà e maestà; e nel secondo romanzo uscivano prima poosteitz e majesteitz, e poi pooisté e majesté. Finalmente, riducendosi onninamente agli articoli, per distinzione di tutti i casi, tutte le lingue neolatine, e per ciò le forme contratte dei nominativi, che prima valevano a scompagnarli, divenendo un inutile ingombro, cominciarono esse ad essere abbandonate o si trovarono invece accomunate e confuse nel gran corpo della lingua senza indizio di loro ufficio, e non dando più alcuna ragione della differente lor desinenza; sino a tanto che poi, risalendo per entro la formazione dei linguaggi neolatini, non si fossero con pazienti ricerche trovate quelle filiazioni, a cui dirittamente ed istoricamente s’attengono le varie e distinte forme esteriori delle parole[9].
La voce latina dominus era dalla lingua d’oil variamente mutata in damres o dambres o dams, ed in doms. Da quest’ultimo correttamente pronunciato per dons nel soggetto (stante l’avvertita regola di pronuncia che lasciò a noi, agli Spagnuoli ed ai Provenzali lo scorciato Don[10]) usciva donzelz, mentre dai primi derivavasi damoiselz o damoisaus. Ed è qui opportuno di avvertire che gli allungamenti i quali andavano nella nuova lingua accadendo in fin delle voci, o si formavano, come per lo più, sul tema dei regimi, o si formavano come pure talvolta, sul tema del soggetto. Se nel primo caso, allora non si lasciava sentire la s caratteristica pel nominativo, se nel secondo, allora invece questa s medesima non solo si lasciava intendere distintamente, ma per ciò stesso doveva sprolungare maggiormente e modificare l’accrescimento della parola. Ed ecco, premessa questa notizia importantissima per la formazione de’ nostri diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi e simili, che scegliendo ad esempio la voce damesels o damsels, noi dalla sua forma in cui appare internamente la s caratteristica, indovineremo anche prestamente essersi dessa svolta non dal regime dame o dam, ma dal soggetto dames o dams; e però quell’italico damigello, di cui difficilmente avremmo potuto rendere ragione genealogica abbastanza appurata, venirci ora chiarissimo per la toscana pronuncia, la quale muta la s interiore in g per acconcio migliore ad orecchie italiane. Similmente, secondo prima vedemmo, donzello viene dal nominativo dons, non dall’obliquo don; e così jovencels anticamente jovensels, viene dal soggetto jovens, e dal solito aumento minorativo els, e non mai dal regime joven, da cui esce per contrario jovenet; talchè il nostro giovincello, che ha rimutato la s in c per l’avvertita proprietà loquelare toscana di prediligere un più distinto scolpimento di profferenza, ci riescirà definibile assai chiaramente in tutti i suoi elementi di formazione insieme alle voci simili, che saprà, dietro questo poco d’invio, trovare da sè ogni intendente di nostra lingua.
Abbandonando dunque un tale argomento alle altrui più lunghe disquisizioni, dopo che avrò detto come, per confronto al nostro Catalina, si trovi scritto in francese antico tanto Catherine quanto Catheline, e come il dialetto Piccardo dica coi Toscani Rousignol quello che il Borgognone scrive Rossegnol e Russinol il Normanno, passeremo ad alcune più brevi avvertenze sopra i nomi di numero.
E cominceremo dal riferire che il dialetto Borgognone scrive ambedoi e andoi, ed il Normanno ambedui, amdui e andui, quella voce stessa che da noi si trova scritta ora ambeduoi, ora ambedui e ambedue, ed amendue ed ammendue, ed altrimenti ancora, a mostrarci appunto colla varietà della sua scrittura, la varietà delle forme dialettali alle quali appartiene. Ma sulla voce medesima non è da preterire che, tanto in lingua d’oil, quanto nella nostra, vuole essa, accompagnandosi con un sostantivo, l’articolo dopo e non mai prima di sè. Così nel solo Gerardo de Viane:
En l’ile furent ambedui li guerrier....
Lai se combatent ambedui li bairon....
De la ville issent amdui li chevalier....
di che volendo averne un’istorica ragione, e di tutte insieme le forme ed i valori di questo pronome numerale, ecco cosa mi pare si potesse dire.
In latino bis era duis, sicchè ambo od am-duo, valse piuttosto l’uno e l’altro, ossia tutti i due, o vogliam dire insieme i due che due solamente. Dal Greco ἁμφὶ erano un’antica preposizione ambe ed una loquelare am che valevano intorno, tutto in giro, e ciò che è tale, essendo ancora tale da ogni parte, ne conseguiva necessariamente che ed ambe ed am davano atto di compimento alle voci alle quali si anteponevano[11]. Prefissosi infatti questo am a plus, e declinatosi, se ne fece l’aggiuntivo amplo, che valse conseguentemente più d’ogni intorno, eccedente per ogni parte, ossia tutto più: aggiuntosi am od ambe a duo, se ne fece in lingua d’oil amdui ed ambedui, i quali dovettero significare insieme i due, tutti i due, levando per modo il numero due dalla sua sede nella serie numerica indefinita, dandogli invece in sè medesimo compimento, e coll’avvincerne le due unità di che si compone, od attribuirgli riferimento agli antecedenti, o costituirne una precedenza di unione pei susseguenti ch’esso reggerebbe.
Ecco pertanto come nell’italiano vennero ambedue ed amendue con pari significazione, e come ne’ due Romanzi l’articolo dovette sempre susseguirli, non precederli mai, a quello stesso modo che si dee dire tuttadue i cavalieri non i tuttadue cavalieri; ed ecco come in antico si disse ambedue, e per simigliante amendue ed ammendue, non ambidue; perchè cioè il nostro pronome numerale non si formava da ambo, ambae, ambo e da duo, il che avrebbe fatto una duplicazione, ma bensì dalle preposizioni ambe od am unite ad esso duo. Fu solamente da poi, quando ai volgari si volle por opera di osservazione, che certe flessioni figlie di voci già antiquate e ossolète si vennero a nuove guise modificando, e si credette che sul pronome ambo e non più sulla preposizione indeclinabile dimenticata si dovesse foggiare il pronome composto della lingua nuova, e si scrisse accordandosi per generi: ambidue i cavalieri, ambedue le dame. Que’ vecchi poi che si lasciarono scrivere amenduni parve che introducessero nella voce la epentesi facendo amenduni da amendui, se pur non mirarono a gittare il pronome entro le note forme donde erano usciti i taluni, i certuni, i qualcuni, e così di’, non pur troppo curandosi di contenere sempre una tal quale loro propria discorrevolezza di pronuncia entro i cancelli fissati dalla germana istoria delle parole.
Ancora la lingua d’oil non poteva restar contenta alla voce prims da primus per numero ordinale, giacchè avendola tratta a significare fino e sottile, ne nascevano per conseguenza non poche dubbiezze: ricorse essa perciò alla desinenza sua prediletta, e seppe trovare l’altra primiers o primers (forse soggetto di primarius, o primaio) alla quale, volendo fare indicati i generi, per un certo inducimento latino, aggiunse il notissimo finimento in anus, e ne ottenne primerain e primeraine, donde poi taluni fra’ nostri vecchi trassero le voci primerano e primerana. E parimente come da primarius aveva fatto primiers, da quartarius fece quartiers a valere la quarta parte, da cui si derivò in nostra lingua, non solo la frase blasonica scudo partito a quartieri per dire in quattro parti, e che fu, tra gli altri, comune all’Ariosto; ma si dedusse ancora la voce dell’uso quartiere per appartamento, a significare quella delle quattro parti, in che si solevano dividere per lo più le case de’ nobili, che era abitata dalla persona a cui o su cui si dirige l’intesa del ragionamento[12].
Da ultimo su questi nomi numerali qui mi gioverà ricordare che puntualmente come noi da primus e da ver femmo primavera ed i francesi da primus e da tempus, printemps; così questi stessi dissero primsoir perciò che noi pure diciamo prima sera nelle frasi: ci vedremo in od a prima sera ecc. e prinson perciò che, essendo ai Latini prima vigilia, è pure per noi primo sonno[13].
Passando ora ai pronomi personali di possesso, diremo (toccandone leggermente com’è nostr’uso alcune particolarità per notizia opportuna o convenienti confronti coll’italiano) come erano non solo nell’antico francese le sottili forme di regime mi, ti, si, li, somiglianti alle nostre, invece delle più vaste moi, toi, soi, lui che invalsero dappoi; ma come, singolarmente nel dialetto Borgognone era una distinzione, la quale merita d’essere pazientemente rilevata da chi fa soggetto de’ proprii studii tali minute osservazioni linguistiche, e da chi ha appreso dalle Grammatiche comparate che la desinenza casuale del possessivo o genitivo soleva essere in us o nel suo assottigliamento is, ed in i quella del dativo e del locativo. Vi si diceva cioè me il regime diretto ed il regime proprio de’ verbi, vi si diceva mi il regime indiretto e quello proprio delle preposizioni[14].
Vi si scriveva per ciò glorifie me; non mi, ossia glorifica me, non glorificami; fai me salf, fà me salvo, non fammi; c’un me mat davant, ch’uno me uccida prima, non mi uccida: al contrario si scriveva por mi, a mi, de mi, dedenz mi. E da ciò si dee trarre per conseguenza come nel ritoccare l’antica lezione de’ nostri stessi testi più antichi, ne’ quali può essere pure un ricordo di queste tali avvertenze (forse più comuni di quello si creda, perchè dipendenti dalla lingua di transizione, la quale s’atteneva più al romano parlato che allo scritto) si debba andar riguardoso per non affliggerli di forme posteriori, e per non lasciarvi smarrire quelle tenui memorie di artifizii opportunissimi ai tempi, e che giova sempre all’istoria della lingua il porre in nota. Per differenza dal Borgognone il dialetto Piccardo che non conosceva queste e radicali, mutava il me sempre in mi da principio, poscia nella forma che gli si fece prediletta moi; forma poi di regime che passò da ultimo a valergli ancora per soggetto, seguendo un andazzo popolare dopo che i temi della avvertita lingua di transizione jo, je, jeu, ju, jou, dovuti solo al latino scritto, scaddero dalla loro esclusiva e privilegiata significazione nominativa.
Quello che si è detto delle distinzioni tra me e mi, poi divenuto moi, si ripeta tra te e ti, poi divenuto toi, ossia che la prima guisa era quella dell’accusativo, e che per lo più s’accompagnava coi verbi che il richiedevano; l’altra era dei regimi indiretti, e che, salvo pochi casi eccezionali, venìa sempre accompagnandosi alle preposizioni.
In antico Francese vedemmo che li valeva lui, invalse che li divenisse regime indiretto dei verbi (aferesi del dativo latino illi) e lui regime delle preposizioni; e però Maria di Francia N. Fav. 36. scrisse:
Que de sa keuve li prestat
Se li pleust.
cioè — Che di sua coda gli prestasse se gli piacesse. — E Villarduino: E por reprover lou servise que il li avoient fait, ossia: che gli avevano fatto. E questo li fu puntualmente il nostro gli che ebbe gli stessi servigi; e se pure qualche maestro scrisse. Io dissi lui, Risposi lui, dando ai verbi quello che era delle preposizioni, mostrò ancora come l’usanza si rendea licenziosa, e come, piuttostochè dell’antico modo, egli si sovvenisse del più moderno uso delle lingue di Francia[15].
Nè mi sembrano da trascurarsi dall’istorico delle lingue queste tali distinzioni sebbene minute e fuggevoli, giacchè per esse si può render conto istorico di talune apparenti anomalie. E per esempio lor, lour, lur furono regimi dei verbi, mentre regimi delle proposizioni furono pel mascolino plurale ols od els, che poi si fece eus e finalmente eux; e pel femminino altresì plurale eles. Ora ecco come, ricalcando quest’uso, Dante potè dire: e suon di man con elle; giacchè se al seguito dei verbi si scriveva: Lors lor vint une novelle; lour aivons donneit; mes peres lour vendi; d’altra parte invece, al seguito delle preposizioni si scriveva: une d’eles, avec eles, ossia una d’elle, con elle, non una di loro, o con loro[16].
Inoltre non vorrò scordarmi di aggiungere come quello che si è detto di me, mi, poi moi; di te, ti, poi toi, si dee ripetere del pronome personale riflessivo, se, si, poi soi; ossia che la prima forma era dell’accusativo ed accompagnatoria dei verbi, e che la seconda era dei regimi indiretti ed accompagnatoria delle preposizioni, e come nell’antico francese, questi istessi pronomi facendovi l’ufficio da prima quasi esclusivo di possessivi, dovesse accadere che di me o a me valessero mio; di te o a te valessero tuo; di sè o a sè valessero suo: perchè poi in seguito, allorquando per rispondere ai latini meus, tuus, suus, o meglio per riprodurre le arcaiche desinenze genitive mis, tis, sis, si vollero allungate le prime forme; da mi uscì mis; da ti, tis; e da si, sis; e però, a dire mio signore, o signore di me, si scrisse con Maria di Francia Mis Sire, e poscia messire, da cui venne quel nostro messere, che ora forse solamente ci rende una ragione men dubbia della sua s duplicata.
Volendo ancora dire per ultimo alcune altre poche cose de’ rimanenti pronomi, seguiremo aggiungendo come, sempre dal bisogno di distinguere il nominativo dagli altri casi (e ciò tanto più ne’ pronomi dimostrativi che non potevano ammettere l’articolo) venne nel nostro volgare la convenienza dello scrivere questi nel soggetto, e di lasciar questo per gli altri casi, e così nel nominativo singolare quelli, e quello nei regimi, facendo per tal modo simili fra loro i nominativi dei due numeri singolare e plurale. Infatti parimente i Francesi dicevano nel nominativo singolare cil, e ne’ regimi pur singolari cel; cil di nuovo nel nominativo plurale, e cels ne’ regimi plurali. Ma, la regola della s caratteristica prevalendo, anche cil nominativo singolare assunse una s e divenne cils, e noi pure, invece di quelli, potemmo, con ischiacciamento della doppia l, scrivere quegli, nè diversamente dicevano cist tanto nel nominativo singolare quanto nel plurale, e cest ne’ regimi singolari, e ces o cez ne’ regimi plurali.
Sui quali pronomi insistendo, mi pare possibile che essi cil e cist non siano dimostrativi semplici e radicali, siccome opinano i Grammatici Francesi da me veduti, ma sieno invece composti, se pure si vorrà aver ragione di quel c che vi si trova prefisso all’ille ed all’iste latini. E veramente, solo che un poco si torni addietro per la popolare latinità, e che non si voglia ricorrere al rovesciamento della sillabica finale ce[17], si incontreranno ne’ comici quelli eccilla, ecciste (da ecce illa, ecce iste per dimostrare presenzialmente la persona indicata) dai quali ci parrà facilmente che una spontanea aferesi, voluta dalla velocità del dialogo, avrà fatto uscire cilla e ciste per quella appunto e questi appunto. Di qui dunque vennero le vedute forme Borgognone cil e cist; di qui le Piccarde chil e chist; di qui il chilla e chisto dei così detti regnicoli; di qui finalmente il quella e questi più schiacciato della maggior parte d’Italia: mentre per avventura il nostro neutro ciò, che in Normandia e Borgogna era ceo o co, e chou o cho in Piccardia, avrà preso origine per rovesciamento dal latino ho-c od ho-cce.
È pure osservabile come i Borgognoni e i Piccardi amavano di sostituire alla acuta desinenza Normanna in i la più chiusa e vasta ui: pertanto essendosi introdotto l’uso di scrivere e di pronunciare celi (puntualmente il nostro quelli) in luogo di cil; e cesti (il nostro questi) in luogo di cist, questi cotali popoli, per induzione dell’etnica loro pronuncia, dissero e scrissero invece cestui e celui venendo così, non solo a confrontare coi nostri costui e colui, ma insieme a svegliare il sovvenimento sia delle chiuse profferenze istus ed illus, dai regimi delle quali potevano muovere queste forme anche latinamente, sia della insigne varietà di genti che qui presero antichissima stanza e poterono quindi anche fra noi provocare i medesimi fonetici risultamenti.
Così nei pronomi relativi può essere soggetto di brevi parole che in lingua d’oil ki o qui, conservando il valore del qui latino, fu sempre significativo il solo soggetto maschile; e ke o que, recente dal quae materno, valse unicamente il soggetto femminile, e che soltanto dopo il milledugento cominciò quella mescolanza la quale attribuendo tutto a tutto indistintamente, lasciò poi a noi Italiani il che a far tanti servigi, quanto lunga opera sarebbe il solo ricordarli distintamente. Ma inoltre in esso Franzese è notevole che regime diretto di questo pronome era cui o cuy (quem, quam, quod), e regime indiretto comune era dont, a valere cioè di cui (cujus), a cui (cui), da cui (a quo, qua, quo), così singolarmente come pluralmente, e così per l’un genere come per l’altro; dal qual modo prendendo lume di fratellanza i vecchi usi simili del nostro don o donde, mi pare ancora che si possa fissare il paradigma di questo pronome presso noi in antico come segue:
| Singolare e Plurale. | |
| Soggetto | chi e che |
| Regime indiretto | donde, o di cui o che, a cui o che, da cui o che |
| Regime diretto | cui o che |
E non è anche da preterire come questo donde, prediligendo forse per la preposizione anteposta, il caso genitivo, venisse spesso a farsi, nelle lingue neolatine, istrumentale, o ciò che altrimenti direbbesi causativo: di che poi ne uscirono tanti usi tenuti per eleganti presso noi, ai quali non è più chiaro il valore pronominale di questo avverbio, ma che erano però naturalissimi in quel tempo in cui si trovavano volgari tutte le sue nozioni, e nei quali può essere tradotto in di che o di cui più comunemente.
Era pure nell’antico francese una voce, la quale prima fu alkes od alques, e valse (secondo opina M.r Fallot, che io seguito più da presso) qualche cosa, poi significò qualche poco di cosa, alcun che, da ultimo variamente od un poco, od assai. Per origine una tal voce fu un pronome indeterminato, dappoi si impiegò avverbialmente applicandola per lo più all’aggiuntivo, al modo che diciamo: assai largo, molto bene, ben vasto. Sembrò dunque al ripetuto ch. Fallot che questo alkes si derivasse da aliquid; e però se, applicato a quantità od a misura di cose, valse quanto si è detto, applicato a tempo significò qualche tempo antecedente o susseguente secondo poi portava il discorso. Per quella quasi generale modificazione che nella Lingua Oytana subirono le sillabe desinenti in l, le voci alkes od alques divennero in seguito aukes od auques, e poi, secondo i dialetti, aques, acque, aike, aikes, aiques, auques, aulques ecc. Vediamone alcuni esempii: — ju ki ne sai aissi cum niant, et ki aikes cuyde savoir. — (Serm. di S. Bernardo), cioè: — io che ne so così come niente, e che qualche cosa penso sapere. — Non sarà però, a quanto io stimo, che il lettore non desideri nella mia traduzione un non so che di più preciso, dovendogli sembrare che l’aikes sia meglio indeterminato ed assoluto che non sia il qualche cosa, il quale viene forse a minorar troppo la presumente ed oltraggiosa baldanza del nostro amor proprio. Potrà egli dunque in suo capo prestamente supplire colla voce anche, e tradurre; e che anche penso sapere. Così nella nuova Race, di Fabl. et Cont. l. 37, si legge:
A tant une plainne a veue,
Si est auques aseurez.
ossia — allora una pianura ha visto, si è alquanto assicurato, — dove pure auques è bensì per aliquid od alcun che, ma dove ancora è patente la possibilità di tradurre così: si è assicurato anche. E più innanzi:
Mout ot la dame bon talent
De lui faire auques de ses biens,
cioè: — Molto ebbe la dama buon talento di fargli alquanto de’ suoi beni, — oppure: di fargli anche de’ suoi beni, che è similmente reso con fedeltà e concisione. Da tutto ciò mi pare potersi dedurre senza violenza che quanto da noi si disse della voce alkes oytana possa essere ripetuto altresì della italica anche, cioè che questa potrebbe venir considerata come un residuo di antico pronome indeterminato, il quale, dal volgare alquis[18] per aliquis, era forse alchi od alco e che poi divenne, allungandosi e componendosi, alcuno: da aliqua od alqua era per avventura alca, divenuto poscia pel modo anzidetto alcuna; da aliquid finalmente fu alche, ed indi (ricordando quel di Donato a Terenzio — habet enim n littera cum l communionem) si fece anche tenendo una neutrale significazione, e per questa passando prontamente a far gli ufficii di avverbio. Nè è perciò appunto che di tale sua primigenia nozione non ne conservi qua e colà apparenti gl’indizii, giacchè quando Dante scrisse:
Mettetel sotto ch’io torno per anche....
Io direi anche, ma io temo ch’ello
Non s’apparecchi a grattarmi la tigna....
. . . . . . . . . . io sono Oreste,
Passò gridando, ed anche non s’affisse.
lasciò, a quanto mi sembra, intravedere nell’anche l’aliquid dal quale usciva, riferito a quantità, a numero od a tempo. E quando Giovanni Villani pose e con anche genti venne da Lucca, parve trasponesse la voce a disegno perchè ne trasparissero i primitivi servigi: e quando finalmente Matteo Villani, insistendo sulla frase Dantesca, disse: e avendo i primi mandò per anche, non fece che autorizzare sempre meglio in anche la possibilità dell’accennata derivazione[19].
E poichè siamo su tali pronomi non mancherò di far osservare due cose. La prima che altrui, e poi autrui, non era nell’antico linguaggio di oil altro che regime indiretto del soggetto altres, giacchè derivatosi dal latino alterius per mezzo di quella facile metatesi che, da alter facendo altre, da alterius faceva altreius ed altruius, non poteva avere significazione diversa dalla genitiva. Di più, essendo ristretto così a questo solo servigio, non abbisognava di segnacaso o di articolo, poichè la speciale sua desinenza non lo lasciava confondere cogli altri casi. E da ciò pure si deriva che parimente presso noi non ne abbisogni, dicendosi: le cose altrui, la donna altrui, per dire: le cose o la donna d’altri; e che poi, come già vedemmo di mio, tuo, suo, loro, passasse spontaneamente a divenire, sulla forma stessa genitiva del pronome discretivo alter, un vero aggettivo possessivo di persona indeterminata, cosicchè l’altrui fu lo stesso che lo d’altri, ossia quello d’altri[20]. La seconda che da alius essa lingua d’oil, cui erano prediletti gli scorti nella pronuncia, fece pure in antico al ed el nel puntuale significato di altro; dalla quale semplice forma radicale ne vennero similmente fra noi le composte alsì per altresì, altanto per altrettanto e simili, da ricercarsi ad agio dagli archeofili, a’ quali mi basta colla presente lezione di aver almeno svegliato l’appetito delle ricerche.
Finalmente aggiungerò come il nostro pronome coálito ciascheduno, si componga evidentemente di ciasche, della d epitettica o intercalare, e del complemento individuante da noi prediletto ne’ pronomi, cioè uno. Dal che poi chiaramente s’induce come noi pure Italiani dal quisque latino femmo da prima ciasche, siccome fecero kaske o casque gli Oytani, e come indi ciascuno non fosse per conseguente che una forma composta di quello che potè essere radicalmente soltanto ciasco e ciasca e ciasche, strignendo così sempre meglio i legami che unirono strettamente da prima, e che uniscono tuttavia abbastanza le due più vicine fra le lingue sorelle dell’Europa latina.
Parecchie altre antiche particolarità del linguaggio oytano potrei venire io qui raccogliendo, le quali non tornerebbero per avventura inutili alla storia della lingua nostra volgare e de’ suoi principali dialetti; come sarebbe la formazione dei futuri nel dialetto Borgognone, e l’altra dissimile nel dialetto Normanno, l’uso nei verbi elegante dell’infinito invece dell’imperativo[21], e l’arcaica scrittura di tante parole, dalla quale dipendendo appunto la germana loro nozione, dipende ancor quella di molte nostre voci tuttavia controverse nella origine, e per conseguenza nella rispettiva loro più vera significazione. Ma stimando di essermi per ora adoperato bastevolmente intorno la utilità di codeste indagini grammaticali ed istoriche, per invogliar pure i miei connazionali allo studio dell’antico francese, tenterò ancora un altro modo, e poi con esso imporrò fine alla mia lezione.
Vorrei cioè persuader loro coll’inducevole argomento degli esempii che questo istesso francese antico, non solo può giovare agli etnografi ed ai filologi, ma può aprire a tutti i nostri scrittori una miniera inesausta di bellezze italiane, le quali essendo da prima comuni alle lingue cognate, ora si sono andate od intralasciando o rimutando così da non aver più libero corso in ammendue le favelle. Vorrei insomma ch’essi stimassero come quella fortuna istessa degl’idiomi, la quale li scompagnò in seguito e li mandò per vie diverse alla gloria, così che lo imitarsi al presente scambievole sarebbe in loro un voler perdere la bellezza individuale acquistata; com’io diceva quell’istessa Fortuna, considerata nel buio del Medio-Evo, ci durò invece ad autorevole testimonio che tanti popoli antichi quanti erano intorno al mille dalle correnti del Reno al flutto che flagella Calpe e Pachimo poteano ben dirsi fratelli, stretti siccom’erano dal potente vincolo del neolatino, elargito loro da Roma, perchè prima v’imparassero a riverire il temuto nome degli Augusti, poscia vi apprendessero ad amare a comune il santo nome di Gesù Cristo.
Ma come potrei io qui far conoscere a’ miei italiani, anche solo per cenno, una parte almeno di quei moltissimi autori, i quali scrivendo:
Versi d’amore e prose di Romanzi
in lingua d’oil, sono pure tanto istruttivi per noi, quanto certo qualsivoglia di quella onorata schiera di Siculi, a’ quali i Toscani non lasciarono forse altro onore che quello d’essere stati tra i primi trovatori in lingua di sì? Certo che un’opera così lunga non può essere nè del tempo presente, nè del luogo: per la qual cosa non volendo pure ch’essa sia interamente desiderata dall’argomento, cercherò ora di supplirvi in qualche modo collo estrarre dalla Vita che di Luigi IX il Re Santo di Francia scrisse il Signore di Gioinville suo contemporaneo, alcuni fatticelli, i quali possano trovare in sè medesimi compimento, e traducendoli fedelmente, colla giunta di solo quanto basti ad integrarli, rendere per guisa tale ricalcata in nostra lingua l’immagine dell’antica lingua francese.
Se da questo mio fatto ne sorgerà poi nei lettori il giudizio che pure la stretta mia traduzione ricordi la prosa del buon secolo della nostra favella, sia allora finalmente che la lingua d’oil abbia l’amore di molti italiani, e sia che il volgarizzamento, di cui io appena esibisco un indizio, venga condotto a termine da qualcuno, il quale conoscendo intimamente la natura dei due linguaggi, sappia, col rendere fedelmente quello del buon Siniscalco di Sciampagna, dare ancora al suo libro quel nativo colore di italica antichità che possa farlo pienamente gradevole agl’intendenti.
Questo stampava io nel 1843, e ponea al seguito della Lezione sei brevi racconti, a maniera di novelle, che furono poscia riprodotti a parte per occasione di nozze. Le suddette Novelline non dispiacquero, e fui eccitato da alcuni amici a compiere la traduzione di tutta la prosa originale del pio e valoroso Barone di Francia. La impresi svogliato, e poi, fattomi innanzi nel lavoro, l’ultimai di buona voglia, ed essa è quella appunto che seguirà qui tutto appresso.
LA SESTA CROCIATA.
PROLOGO DELL’ISTORIA.
In nome della santissima e sovranissima Trinità, io Giovanni Sire di Gionville, Gran Siniscalco di Sciampagna, vuo’ scrivere e redigere in memoria la vita e’ fatti e’ detti di Monsignor San Luigi che fu Re di Francia, ciò è quanto io ne vidi ed udii nel tempo ed ispazio di sei anni intieri[22] istando in sua compagnia nel santo viaggio e pellegrinaggio d’oltremare, e di poi appresso che ne fummo rivenuti[23]. E questo Libro è divisato in due parti. La prima parte parla ed insegna siccome il detto Signore Re San Luigi si resse e governò secondo Dio e nostra Madre Santa Chiesa, al profitto e utilitade di suo Reame. La seconda parte parla di sue grandi cavallerie e fatti d’arme, a fine di ritrarre l’una appresso l’altra, e così ischiarare e scaltrire lo intendimento di coloro che le leggeranno o udiranno. Per le quali cose si potrà vedere e conoscere chiaramente che giammai null’uomo di suo tempo vivente, dal cominciamento di suo regno insino alla fine, non ha vissuto sì santa e giustamente come egli fece. Pertanto mi sembra ch’uomo non gli ha mica sin qui fatto a bastanza, non essendo stato messo nel novero de’ Martiri per le grandi pene ch’elli sofferì nel pellegrinaggio della Croce[24], perchè in così come Nostro Signore Iddio è morto per lo umano lignaggio in sulla Croce, a simigliante morì crociato a Tunisi lo buon re San Luigi. E perciò che nullo bene è a preferire all’anima ragionevole, per tale cagione comincerò io dalla prima parte che parla de’ suoi buoni insegnamenti e sante parole indiritte allo nutricamento dell’anima.
PARTE PRIMA DELL’ISTORIA.
Capitolo I. Di alcune sante parole che il buon Re disse a me e ad altri.
Quel santo uomo che fu Re San Luigi tutta sua vita amò e ridottò Dio di tutto suo podere, siccome bene apparve nelle opere sue, poi che, siccome Dio è morto per lo suo popolo, altresì ha messo il buon Re più volte suo corpo in dannaggio ed avventura di morte per lo popolo di suo reame come sarà tocco qui appresso. E come il buon Signore Re amasse il suo popolo di fino amore bene apparve in ciò che, istando una fiata in grande malattia che avealo sorpreso in Fonte-bell’-acqua, che l’uomo dice Fontanabelò, disse a Monsignor Luigi suo figliuolo primo nato[25]: «Bel figliuolo, io ti priego che tu ti faccia amare al popolo di tuo reame, perchè veramente io amerei meglio che uno Scozzese venuto d’Iscozia[26] o qualunque altro lontano straniero governasse il popolo del Reame bene e lealmente, che tu ti reggessi sprovvedutamente e a rimprovero.»
Il santo Re amò tanto verità che ai Saracini ed infedeli proprii non volle elli giammai mentire, nè disdirsi di cosa che loro avesse promessa, non ostante ch’e’ fussono suoi nimici, come toccato sarà qui appresso. Di sua bocca fu egli molto sobrio e casto; chè anche in giorno di mia vita, non gli udii divisare od appetire nulla vivanda, nè grande apparecchio di cose deliziose in bere ed in mangiare, come fanno molti ricchi uomini, anzi mangiava e prendeva pazientemente, ciò che gli si apprestava e metteva dinanzi. In sue parole fu egli sì appensato che giammai non gli udii dire malvagia parola d’alcuno, nè anche gli udii nomare il diavolo, tuttocchè tal nome sia bene isparso, ed al presente molto comune per lo mondo, ciò ch’io credo fermamente non essere punto aggradevole a Dio, ma anzi molto spiacente[27]. Suo vino attemperava per misura, secondo la forza e virtù che avea il vino, e ch’e’ poteva portar acqua. Di che una fiata mi domandò egli in Cipri perchè io non mettea acqua in mio vino. Ed io gli risposi che ciò faceva per li medici e cerusici, i quali mi dicevano che io aveva una grossa testa ed una fredda forcella[28] si ch’io non avrei podere d’indurarla. E il buon Re mi disse ch’essi m’ingannavano, e mi consigliò di attemprarlo, e che se io non apprendeva a temperarnelo in giovinezza, e che poi il volessi fare in vecchiezza, le gotte e le malattie ch’io aveva nella forcella mi crescerebbono più forte, ovvero s’io bevessi vin puro in vecchiezza, che ad ogni otta me ne inebrierei, ciò poi che a valentuomo riesce in cosa troppo laida. Il buon Signore Re mi domandò una fiata s’io voleva essere onorato in questo mondo presente, e nella fine di me avere il Paradiso. A che io risposi che sì, e ch’io li vorría bene così appunto. Allora mi disse egli: guardatevi dunque bene che voi non facciate nè diciate alcuna villana cosa a scienza vostra, ma sì vi reggiate che, se tutto il mondo sapesse e conoscesse vostro fatto o vostro motto, voi non aveste onta e vergogna di dire: io ho ciò fatto, io ho ciò detto. E mi disse parimente ch’io giammai non ismentissi nè disdicessi nulla di ciò ch’elli direbbe davanti a me, se pur così fosse ch’io per ciò non ne avessi a sofferire onta, dannaggio o peccato: e aggiungeva che soventi volte del disdire alcuno surgono dure parole e rudi, donde spesse fiate gli uomini s’intraferiscono e diffamano sino a restarne molti morti e disfatti.
Egli diceva altresì che l’uomo si dovea portare, vestire ed adornare secondo suo stato e condizione, e tuttavia di mezzana maniera, affinchè li prodi uomini ed antichi di questo mondo non potessono dire nè proverbiare a lui: tu fai troppo; e così che li giovani non potessero dire: tu fai poco, nè fai punto d’onore al tuo stato. E per ciò mi rimembro io che, toccando una fiata a monsignor lo Re di presente, del buon Signore Re che fu suo padre, intorno alla pompa e burbanza d’abbigliamenti e di cotte ricamate che or comunalmente si portano sull’arme, io gli diceva ch’unque mai, nella via d’oltremare, ov’io fui con suo padre e sua oste, non vidi una sola cotta ricamata, nè quella del Re, nè quella d’altri. Al che mi rispose che a torto egli le avea ricamate di sue armi, e che le eran costate otto lire di parisini; ed io gli dissi che meglio le arebbe impiegate donandole per Dio, e facendo sue cotte di buon zendado rinforzato battuto all’armi sue come lo Re suo padre faceva.
Capitolo II. Di due questioni che ’l buon Santo Re m’indirizzò.
Il buon Re m’appellò una fiata aggiugnendo ch’e’ voleva parlarmi per lo sottil senno ch’elli diceva conoscermi; ed in presenza di molti mi disse: io ho chiamati questi Fratelli che qui sono, e vi fo una questione e dimanda di cosa che tocca Dio; e la domanda fu tale: Siniscalco, che è Dio? ed io gli risposi: Sire, egli è sì buona e sovrana cosa che migliore non può essere. Veramente, disse egli, ciò è molto bene risposto, perchè questa vostra risposta è scritta in questo libretto che tengo in mia mano. Ora altra domanda vi fo io, cioè: lo quale vi amereste meglio, essere misello e lazzero[29], od aver commesso e commettere uno peccato mortale? Ed io, che anche non gli voleva mentire, gli risposi, che io amerei meglio aver fatto trenta peccati mortali che essere misello. E quando li Fratelli si furo dipartiti di là, egli mi richiamò tutto solo, e mi fece sedere a’ suoi piedi e mi disse: Come avete osato voi dire ciò che avete detto? Ed io gli risposi che ancora io lo diceva: perchè così elli mi parlò: Ah folle musardo, musardo, voi vi siete ingannato, perchè voi sapete che nulla sì laida miselleria non è, come d’essere in peccato mortale, e l’anima la quale vi è, è simigliante allo avversario dello ’nferno; per che nulla sì laida miselleria non può essere. E ben è ciò vero, proseguì egli, perchè quando l’uomo è morto egli è sano e guarito di sua lebbra corporale; ma quando l’uomo, che ha fatto peccato mortale, muore, elli non sa punto, nè è certano d’avere avuto a sua vita un tale ripentimento che Dio gli voglia abbandonare il perdono. Per che grande paura deve elli avere che quella lebbra di peccato gli duri lungamente, e tanto quanto Dio sarà in Paradiso[30]. Per tutto ciò vi prego, seguitò egli, che, innanzi per lo amore di Dio, e poi per lo amore di me, vi ritornate questo mal detto in vostro cuore, e che voi amiate molto meglio che lebbra ed altri mali ed iscapiti vi venissero al corpo, che commettere in vostra anima un sol peccato mortale, che è lebbra e ladronaia sì infame[31].
Così in quella m’inchiese s’io lavava i piedi ai poveri il giorno del Giovedì santo: ed io gli risposi: bah! alla malora! già li piedi di que’ villani non laverò io mica. Veramente, diss’egli, ciò è detto oltre male, perchè voi non dovete mica avere in disdegno ciò che Dio fece per nostro insegnamento: chè elli, il quale era il Maestro e ’l Signore, lavò nel detto giorno li piedi agli Apostoli, e loro disse che in così com’egli, che era Maestro, loro avea fatto, che similmente essi facessono gli uni agli altri. A tanto dunque vi prego che per l’amore di lui e di me lo vogliate accostumar di fare quind’innanzi. E già egli amò tanto tutte genti che temevano ed amavano Dio perfettamente, che per la grande noméa ch’elli udì sonare di mio fratello Sir Egidio il Bruno, il quale pur non era di Francia, di temere e amar Dio altresì com’elli facea, sì gli donò la Connestabilía di essa Francia.
Capitolo III. Qui conta di Maestro Roberto di Sorbona.
Avvenne un’altra fiata che per lo grande rinômo ch’elli udì di Maestro Roberto di Sorbona d’esser prod’uomo, egli lo fece venire a lui e bere e mangiare a sua tavola[32]. Ora eravamo un tal dì egli ed io beendo e mangiando alla tavola del detto Signore Re, e parlavamo consiglio a cheto l’uno all’altro[33]. Il che vedendo il buon Re ci riprese in dicendo: Voi fate male di consigliarvi qui, parlate alto affinchè i vostri compagni non dubitino che voi parliate d’essi in male; se in mangiando di compagnia voi avete a parlare alcuna cosa che sia piacente a dirsi, sì allora parlate alto che ciascuno vi intenda, o se non, tacetevi.
Quando il buon Re era in gioia, elli mi faceva questioni, presente Maestro Roberto, talchè e’ mi domandò una fiata: Siniscalco, or mi dite la ragione per la quale avviene che prode uomo val meglio che giovane uomo[34]. Allora cominciò briga e disputazione in tra Maestro Roberto e me. E quando noi avemmo lungamente dibattuta e disputata la questione, il buon Re rendette la sentenza, e disse così: Maestro Roberto, io vorrei bene avere il nome di produomo, ma ch’e’ fusse buon produomo, ed il rimanente vi dimorasse, perchè produomo o probuomo è sì gran cosa e sì buona, che anche solo nel motto riempie tutta la bocca. Ed al contrario diceva il buon Signore Re che mala cosa era l’altrui prendere, poichè il rendere era sì grieve che solamente a nomarlo scortecciava la bocca, e ciò pe’ due r-r che vi sono, li quali vi stanno a significanza delli rastri dello avversario, lo quale tuttodì attira a sè ed arronciglia coloro che vorrebbono rendere lo avere od il mobile altrui; ed in così elli seduce usurieri e rapitori, e li ismuove di donare in fin di vita alla Chiesa loro usure e rapine per Dio, ciò ch’e’ dovrebbono invece non donare ma rendere, e ben sanno a cui. Ed istando sovra questo proposito, comandò che io dicessi di sua parte allo re Tebaldo di Navarra suo genero, ch’elli si prendesse guardia di ciò ch’e’ faceva, e ch’elli non ingombrasse sua anima, credendo poi esserne quieto pe’ gran danari ch’elli donava e lasciava al Munistero de’ Fratelli Predicatori di Provino; con ciò sia che il saggio uomo intanto ch’e’ vive, deggia fare tutto in così che far dee buon esecutore di testamento, ciò è primieramente e avanti altra ovra restituire e ristabilire i torti e’ gravami fatti ad altrui dal trapassato, e solo del residuo avere proprio di quel morto fare le elemosine ai poverelli di Dio: così come il Diritto scritto lo insegna[35].
Il santo Re fu un giorno di Pentecoste a Corbello accompagnato da ben trecento cavalieri, ove noi eravamo Maestro Roberto da Sorbona ed io. Ed il re appresso desinare si discese alla rinchiostra lasciando la cappella, e andò parlare al Conte di Brettagna, di chi Dio abbia l’anima, padre del Duca che è al presente. E davanti tutti gli altri mi prese il detto Maestro Roberto al mantello, e mi domandò, alla presenza del Re e di tutta la nobile compagnia: Ditemi, per vostro senno, se il Re si sedesse in questo chiostro, e voi andaste sedere in suo banco più alto di lui, sarestene voi a biasmare? Al che io risposi che: sì veramente. Or dunque, riprese egli, siete voi bene a biasmare, quando voi siete più riccamente vestito di mantello che ’l Re nostro Signore. Per che di tratto io gli dissi; Maestro Roberto, Maestro Roberto, io non son mica a biasmare, salvo l’onore del Re e di voi; poi che l’abito ch’io porto, tale che lo vedete, me l’hanno lasciato mio padre e mia madre, e non l’ho io punto fatto fare di mia autorità. Ma il contrario, è di voi, donde siete ben forte a biasimare e riprendere, dacchè voi, che siete figliuolo di villano e di villana, avete lasciato l’abito di vostro padre e di vostra madre, e vi siete vestito di più fino cammellino[36] che ’l Re non è. Ed allora io presi il panno del suo sorcotto e di quello del Re, e giuntili l’uno presso l’altro, seguitai: or riguardate s’io ho detto il vero. Ed allora il buon Re imprese a difendere Maestro Roberto di parole, ed a covrirgli suo onore di tutto suo podere in mostrando la grande umiltà che era in lui e com’egli era pietoso a ciascuno. Appresso queste cose il Re si trasse, ed appellò Monsignor Filippo padre del Re vivente, ed il Re Tebaldo suoi figliuoli[37] ed assisosi all’uscio della Cappella, mise la mano a terra e disse ai suddetti figliuoli: Sedetevi qui presso di me ch’uomo non vi vegga. Ah! Sire, dissono quelli, perdonateci, se vi piace, ma egli non ci appartiene di sedere sì presso di voi. Ed egli allora, rivolto a me: Siniscalco, sedetevi qui. Ed io tosto il feci così da presso che la mia robba toccava la sua. Ciò fatto, li fece assidere accanto a me, e allora soggiunse: Gran male avete fatto, quando voi che siete miei figliuoli, non avete fatto da prima ciò ch’io vi ho comandato: or guardatevi che giammai egli non vi avvenga. Ed essi risposero, che non più. Ed elli allora mi va a dire che ci aveva appellati per confessarsi di ciò che a torto aveva difeso e mantenuto Maestro Roberto contro di me; ma diss’egli, io lo feci perchè il vidi così isbaito che aveva assai mestieri di chi ’l soccorresse ed atasse: essere bensì vero che si dee vestire onestamente ad esserne o meglio amato da sua donna, o più pregiato dai minori, ma non così che ’l vestirsi e il portarsi ecceda misura di proprio stato: doversi insomma l’uomo mostrar fuora di tal maniera che vecchiezza non dica: tu troppo fai, nè giovinezza: fai poco, siccome fu avvertito d’innanzi.
Capitolo IV. Di due insegnamenti che ’l Re mi diede.
Qui appresso udirete uno insegnamento che il buon Re mi diede a conoscere. Era il tempo in che si rivenìa d’oltremare e si stava tutto dinanzi l’isola di Cipri, quando per uno vento, che l’uomo appella Garbino, il quale non è punto l’uno dei quattro venti maestri regnanti in mare, ecco che la nostra nave urtò e donò un gran colpo ad uno rocco talmente che li marinai ne furono tutti perduti, e disperati, stracciandone loro robbe e loro barbe. Di che il buon Re salì fuori del letto tutto scalzato, non avendo più che una cotta, e si andò a gittar in croce davanti il Corpo prezioso di Nostro Signore, come colui che non ne attendea che la morte. E tantosto appresso s’appaciò il fortunale, e la nave surse disimpedita e rigallò come in giolito. Alla dimane mi appellò ’l Re e mi disse: Siniscalco, sappiate che Dio ieri ci ha mostro una parte di suo gran podere, poichè uno di que’ venti piccolini, che a pena gli sa uomo nominare, ha pensato annegare il Re di Francia, sua donna, suoi figliuoli e famiglia. E dice Santo Anselmo che ciò è una minaccia di Nostro Signore, altresì come s’egli volesse dirci: Ora vediate e conosciate che, s’io l’avessi voluto permettere, ne sareste stati tutti sommersi. Al che è da rispondere: Sire Iddio, e perchè ne minacci tu? se la minaccia che tu ne fai non è punto per tuo prode nè per tuo vantaggio; poichè, se tu ne avessi tutti perduti, tu non ne saresti già più povero, ed in così non più ricco se tutti salvati? Certo dunque il tuo minacciare è per nostro profitto, non per tuo, quando noi il sappiamo conoscere e intendere. Or bene dunque Siniscalco, seguitò il Re, di queste tali minacce noi dobbiamo intendere che se ci ha in noi cosa a Dio dispiacente, che noi la debbiamo rattamente levare e così per simigliante vi debbiamo riporre ciò che sappiamo essergli in piacere che sia fatto. E se così faremo Nostro Signore ci donerà più di bene in questo mondo e nell’altro che non ne sapremmo divisare, e se faremo altrimente, egli farà di noi ciò che il Signore fa del malvagio sergente, il quale, se per la minaccia non si corregge, ed il Signore lo fiere nel corpo, ne’ beni e sino a la morte, e a peggio se possibile è anche. Dunque in così farà Nostro Signore al peccatore malvagio che per sua minaccia non si vuole ammendare, e lo colpirà in sè e nelle cose sue crudelmente.
Il buon sant’uomo Re si sforzò di tutto suo podere a farmi credere fermamente la Legge Cristiana che Dio ci ha donato, così come voi udirete qui appresso. Dicevami dunque che noi dobbiamo sì fermamente credere gli articoli della Fede, che per nullo iscapito che ce ne possa venire al corpo non ci lasciam trascorrere a fare nè dire il contrario. E inoltre diceva che lo inimico dell’umana natura che è il diavolo, è sì sottile, che, quando le genti muoiono, egli si travaglia di tutto suo podere a farle morire in alcun dubbio degli articoli della Fede: chè egli vede e conosce bene ch’e’ non può togliere all’uomo le buone opere ch’esso ha fatto, e che ne ha perduto l’anima s’elli muore in secura credenza della fede cattolica. Per ciò dee l’uomo prendersi guardia di questo affare, ed averci tale securtà di credenza ch’e’ possa dire all’inimico quando gli dà tale tentazione: Vattene nimico di nostra natura, tu non mi getterai già fuori di ciò che credo fermarmente, cioè delli articoli della mia Fede, anzi meglio amerei che tu mi facessi tutte le membra dilaccare; poichè io voglio vivere e morire puntualmente in questa credenza. E chi così fa vince lo inimico di quell’arma istessa, donde esso nimico voleva ucciderlo.
Pertanto diceva il buon Re che la Fede e credenza di Dio era tal cosa a che noi avremmo dovuto accomodarci senza dubbio alcuno, anche se non ne fossimo noi certificati soltanto che per lo udir dire. E su questo punto mi fece il buon Signore una domanda, cioè: Comente mio padre avea nome. Ed io gli risposi ch’elli avea in nome Simone. Or per qual modo il sapete voi? diss’egli: ed io gli dissi che ben n’era certo e lo credea fermamente per ciò che mia madre lo mi avea detto molte volte. Adunque soggiunse egli, dovete voi credere perfettamente gli articoli della Fede per ciò che gli Apostoli di Nostro Signore ve lo testimoniano, in così come voi udite cantare al Credo tutte le Domeniche. E su tale proposito mi disse egli che uno Vescovo di Parigi, nomato in suo dritto nome Guglielmo, gli contò un giorno che uno gran Maestro in Divinità gli era venuto innanzi per parlare e consigliare se medesimo a lui. Ma che, come e’ fu per dire suo caso, si prese a piagnere molto forte e duramente. Per che il Vescovo cominciò ad ammonirlo dicendo: Maestro, non piangete punto e non vi togliete di conforto, perchè sappiate veramente che nullo non può essere peccatore sì grande che Dio non sia più possente di perdonargli. Ah! disse il maestro, Monsignor lo Vescovo, che io non ne posso altro che piagnere, poichè mi dubito di essere miscredente ad uno punto, e questo è ch’io non posso essere asseverato in cuore del santo Sagramento dello Altare in così come Santa Chiesa lo insegna e comanda a credere; e veggio bene che ciò mi viene di tentazione dello inimico. Maestro, disse allora il Vescovo, or mi dite, quando l’inimico vi invia tale tentazione, e vi dispone per a tale errore, v’è egli in piacere? Rispose il Maestro: certamente non mai, ma al contrario mi dispiace e m’annoia tanto che più non potrebb’essere. Or bene, disse il Vescovo, io vi domando se voi prendereste oro nè argento nè alcuno bene mondano per rinegare di vostra bocca niente che toccasse al Santo Sagramento dello Altare nè ad alcuno de’ Sagramenti della Chiesa? Veramente, rispose il Maestro, siate certo che nulla cosa terrena non è, di che io ne volessi aver preso, e che anzi amerei meglio mi distroncassero tutto vivo a membro a membro, che aver rinegato il minimo dei detti Santi Sagramenti. Adunque il Vescovo gli mostrò per esempio il grande merito ch’egli acquistava nella pena ch’e’ sofferiva della tentazione, e gli disse così: — Maestro, voi sapete che ’l Re di Francia guerreggia contro ’l Re d’Inghilterra, e sapete che il castello ch’è il più presso della marca[38] de’ detti due Re si è la Roccella in Poitù; dunque rispondetemi: Se lo Re di Francia vi avesse dato balìa di guardargli il castello della Roccella che è si presso della marca, ed a me l’avesse data sopra il castello di Montelery che è nel fino cuore di Francia; a quale dovrebbe il Re, nel termine di sua guerra, saper miglior grado, a voi od a me di aver guardati di perdita i suoi castelli? — Certo, Monsignore, disse il Maestro, io credo che ciò sarebbe a me che gli avrei bene guardata la Roccella, la quale è in luogo più dubitoso, e ci è la ragione assai buona. — Maestro, disse allora il Vescovo, io vi certifico che mio cuore, gli è tutto simigliente al castello di Montelery, perchè io del Santo Sagramento dell’Altare, e così degli altri, ne sono così asseverato che non me ne viene dubbio neuno. Per tanto vi dico come per uno grado che Dio nostro Creatore mi sa di ciò ch’io li creda securamente ed in pace, che bene a doppio ve ne sa egli grado di ciò che voi gli guardiate vostro cuore in perplessità e tribolazione: donde io vi dico che molto meglio gli piace in questo caso il vostro stato che non il mio, e sònovene di ciò ben gioioso, e vi prego l’abbiate in sovvenenza, ed egli vi soccorrerà certo al bisogno. Quando il Maestro ebbe tutto ciò inteso e col cuore ascoltato, s’agginocchiò innanzi ’l Vescovo, e si tenne di lui molto contento e ben pago.
Capitolo V. Anche della istessa materia e del governo della sua vita.
Un’altra fiata il santo Re mi contò che ad un’otta in Albigese le genti del paese mossero all’incontra del Conte di Monforte, che allora guardava per lo Re la terra di Albigese, e gli dissono venisse a vedere il Corpo di Nostro Signore, lo quale era divenuto in carne ed in sangue entro le mani del Prete offerente, donde essi erano al tutto meravigliati. Ed il Conte rispuose loro: Andatevi voi altri che ne dubitate, perchè, quanto a me, io credo perfettamente e senza dubbio il Santo Sagramento dello Altare, siccome nostra madre santa Chiesa ne lo testimonia ed insegna; talchè io spero, in credendolo così, averne corona in Paradiso più che gli Angioli, i quali creder lo deggiono poichè il vedono a faccia a faccia.
Ancora mi contava il buon santo Re, che una volta avvenne che nel Munistero di Cluny ebbevi grande disputazione di Cherici e di Giudei; e che là si trovò un Cavaliero vecchio ed antico, lo quale richiese finalmente allo Abbate di quel Munistero, ch’elli pure avesse un poco d’udienza e congedo di parlare; il che per Messer lo Abbate, il quale non sospicava a dove volesse uscire, gli fu a gran pena ottriato. E allora il buon Cavaliero si lieva ritto di sopra la gruccia ch’egli portava a sostegno, e dice che gli si faccia venire appresso il più gran Maestro di que’ Giudei. E come questo gli fu assentito, il Cavaliero gli va fare questa dimanda: Maestro, rispondete; credete voi nella Vergine Maria che portò il nostro Salvatore Gesù Cristo nel fianco suo e poscia nelle sue braccia, e credete voi ch’ella l’abbia Vergine partorito, e sia madre di Dio? A che il Giudeo rispose che di tutto ciò egli non credeva neente. E il Cavaliero gli disse: Molto follemente avete risposto, e siete pazzamente ardito quando voi, che non lo credete, siete entrato per negarla in suo Munistero ed in sua magione; e che ciò sia veramente voi di presente lo apparerete; ed in così dicendo, egli leva sua gruccia, e fiere il Giudeo bene stretto sopra l’orecchio, tanto ch’egli lo stende a terra del colpo. E ciò veggendo gli altri Giudei, lievano il lor Maestro, e se ne fuggono così che ne dimora finita la disputazione de’ Cherici e de’ Giudei. Allora venne lo Abbate turbato in viso a quel Cavaliero, e gli disse: Sir Cavaliero, voi avete fatto strana follía di ciò che avete colpito e non argomentato. E il Cavaliero gli rispose: Ma voi avete fatto ancora più grande follía dello avere così assembrata e sofferta una tale e sì lunga disputazione di errori; perchè qui entro ci avea gran quantità di Cristiani buoni ma grossi, i quali se ne sarebbono andati miscredenti e torbi per lo argomentoso gergo delli Giudei. — E così vi dico io, soggiunsemi di suo il Re, che nullo, se non è gran Cherco e Teologante perfetto, non dee disputare con Giudei; ma si dee l’uomo laico, quando elli ode male dire della Fede Cristiana, difendere la cosa non già solamente di parole, ma a buona spada pugnante e tagliante, non a vincere l’errore dello intelletto, ma ad attutire lo scandolezzo della bocca.
Il governamento della vita ebbe tale, che tutti li giorni udiva le ore canoniche in nota, ed una Messa bassa di requiem, e poi l’officio del giorno di Santo o Santa. Appresso desinare sempre in letto si riposava, e poi, quando n’era surto, dicea le preci de’ morti con uno de’ suoi cappellani, e poi Vespro, indi tutte le sere udía la Compieta.
Capitolo VI. Di un insegnamento che un buon Cordigliere diede al Re, e come ’l Re non l’obbliasse punto.
Un giorno fu che uno buon Cordigliere venne tutto dinanzi il Re al castello di Yeres, ove noi discendemmo di mare, e gli disse per maniera d’insegnamento, ch’elli avea letta la Bibbia ed altri buoni libri parlanti de’ Principi miscredenti, ma che giammai elli non trovò che Reame si perdesse, foss’egli in tra credenti o scredenti, fuorchè per diffalta di dirittura. Si prenda or dunque, disse il Cordigliere, ben guardia il Re ch’io qui veggio e che se ne va in Francia, sicchè faccia amministrare buona giustizia e drittura diligentemente al suo popolo, a ciò che Nostro Signore gli soffra e permetta gioire di suo Reame e tenerlo in pace e tranquillitade tutto il corso della sua vita. Ed egli si dice che questo buono e pro’ Cordigliere, il quale insegnò il Re sì adrittamente, giace a Marsiglia là ove Nostro Signore fece per lui molti buoni miracoli. E ben sappiate ch’esso buon Cordigliere non volle anche dimorare col Re, per preghiera e richiesta ch’e’ gliene facesse, più che una sola giornata!
Il buon Re non obbliò punto l’insegnamento del Cordigliere, anzi ha governato suo Reame bene e lealmente secondo Dio, ed ha sempre voluto che Giustizia sia fatta ed amministrata, come voi udirete. Perchè di costume, dopo che il Sire di Neelle, e il buon Signore di Soissone, io, ed altri de’ suoi prossimani, eravamo stati a la Messa, egli bisognava che noi andassimo udire li Piati de la Porta, ciò che di presente suol dirsi Le richieste del Palazzo a Parigi. E, quando il buon Re era al mattino venuto della Chiesa, elli ci inviava cherére, e ci domandava com’era ita nostra faccenda, e s’egli ci avea alcuna cosa che non si potesse spacciare senza di lui. E quando alcuna ne avea, noi gliel dicevamo, ed egli allora mandava le parti innanzi a sè, e chiedea loro a che si tenea che non avessero a grato l’arbitrio offerto da’ suoi savi, e, come ne avea contezza, tantosto li contentava e metteva in ragione e drittura; e sempre di buon costume così seguitò a fare il sant’uomo Re.
Molte volte ho veduto ch’esso buon Re, appresso aver udito Messa in Estate, se ne andava a solazzo al bosco di Vincenne, e si sedeva al piè d’una quercia, e ci facea seder tutti accanto a lui, e tutti quelli che si pensavano aver affare con esso Re, veniano a parlargli, senza che alcuno Usciere o Valetto desse loro impedimento. E domandava alto di sua bocca s’egli ci avea nullo che si credesse a mal partito; e quando più ce n’avea, egli dicea loro: Amici, sostate e vi si spaccerà l’uno appresso l’altro. Poi di sovente appellava Monsignor Pietro di Fontana, e Monsignor Goffredo di Villetta, e dicea: scioglietemi questi partiti. E quando avvisava qualche cosa ad ammendare nella parola di que’ che avvocavano la causa altrui, elli medesimo tutto graziosamente di sua bocca li riprendea. Così molte fiate ho veduto che al detto tempo d’Istate, il buon Re veniva nel Giardino di Parigi vestito d’una cotta di camellino, di un sorcotto di bucherame senza maniche, e di un mantello sovraposto di zendado nero, e faceva là stendere de’ tappeti perchè vi ci assidessimo accanto a lui, e là pure spacciava diligentemente il suo popolo, com’io v’ho detto innanzi del Bosco di Vincenne.
Capitolo VII. Come ’l buon Re sapesse all’uopo difendere i laici da oltraggio, e come fosse leale e fino guardatore di giustizia e di pace.
Io vidi una giornata che tutti li Prelati di Francia si trovarono a Parigi per parlare al buon San Luigi, e fargli una richiesta, e quando egli lo seppe, si rese al Palazzo per là udirli di ciò che essi volevan dire. E quando tutti furono assembrati, si fu il Vescovo Guido d’Auserre, che fu figliuolo di Monsignor Guglielmo di Melot, il quale cominciò a dire al Re per lo congedo e commune assentimento di tutti gli altri Prelati: — Sire, sappiate che tutti questi Prelati, i quali qui sono in vostra presenza, mi fanno dire che voi lasciate perdere tutta la Cristianità, e ch’ella si perde entro vostre mani. — Allora il buon Re si segnò della Croce, e disse: Vescovo, or mi dichiarate come egli si fa e per quale ragione. — Sire, seguitò il Vescovo, egli è per ciò che l’uomo non tiene più conto delle scommuniche: perchè oggidì un uomo amerebbe meglio morire tutto iscommunicato, che di farsi assolvere, nè vuol nullamente dare soddisfazione alla Chiesa. Pertanto, Sire, elli vi richiedono tutti a una voce, per Dio e perchè così dovete farlo, ch’egli vi piaccia commandare a tutti i vostri Bailivi, Prevosti ed altri amministratori di giustizia, che, ove egli sia trovato alcuno in vostro Reame, il quale sarà stato un anno e uno giorno continuamente iscommunicato, ch’essi il costringano a farsi assolvere col mezzo dell’apprensione de’ beni. E il Sant’uomo rispose che molto volentieri il commanderebbe fare di coloro che si trovassono essere tortosi ed iniqui verso la Chiesa ed il prossimo. A che il Vescovo, soggiunse ch’e’ non apparteneva a’ laici a conoscere di loro causa. Ma a ciò rispose il Re ch’egli non farebbe altramente; e diceva che ciò sarebbe contro Dio e Ragione ch’egli facesse costrignere a farsi assolvere coloro, a chi i Cherici per avventura facessero torto, sì che non potessero essere uditi in loro buon diritto. E di ciò loro donò esempio del Conte di Brettagna, il quale per sette anni ha piatito contro i Prelati di Brettagna, tuttochè scommunicato, e finalmente ha sì ben condotto e menato sua causa, che il nostro Santo Padre il Papa li ha condannati inverso il medesimo Conte. Per che, seguitava dicendo, se dal primo anno io avessi voluto costringere esso Conte a farsi assolvere, avrebbe egli dovuto lasciare a que’ Prelati contro ragione ciò ch’essi gli domandavano oltre suo volere; il che facendo avrei io grandemente misfatto in verso Dio ed in verso il detto Conte di Brettagna. Appresso le quali cose udite per tutti que’ Prelati, loro convenne satisfarsi della buona risposta del Re, sicchè non udii più anche che ne fosse parlato o dimandato pel tempo avvenire.
La pace ch’egli fece col Re d’Inghilterra fu contra la volontà di tutto suo Consiglio, il quale dicevagli: — Sire, egli ci sembra che voi facciate un gran male al vostro Reame de la terra che voi donate e lasciate a questo Re, e ben ci sembra ch’egli non ci ha alcun diritto per ciò che suo padre la perdè per appensato giudicamento. — A che rispose il buon Re ch’egli sapeva bene come ’l Re d’Inghilterra non ci avesse nessun diritto, ma, diceva egli, che a buona causa egli bene doveva donargliela, poichè soggiungeva: Noi due abbiamo ciascuno l’una delle due sorelle a donna, donde i nostri figliuoli ne sono cugini germani: egli si conviene dunque che tra noi sia pace ed unione: ed egli anche m’è grato di aver fatto in così la pace col Re d’Inghilterra, per ciò ch’egli è al presente mio uomo ligio, ciò che non era punto davante.
Finalmente la grande lealtà del Re fu assai conosciuta nel fatto di Monsignor Rinaldo di Tria, il quale apportò a quel sant’uomo talune lettere patenti, per le quali dicevasi ch’elli avea donato agli eredi della Contessa di Bologna (la quale non ha guari tempo era morta) la Contea di Dammartino. Ora su tali lettere il suggello del Re ch’altra fiata c’era stato, era tutto rotto ed infranto, sicchè di detto suggello non ci avea più che la metà delle gambe della imagine del Re e lo sgabello sul quale essa imagine tenea li piedi. Ora il Re mostrò le dette lettere a noi che eravamo di suo consiglio, per consigliarlo sopra ciò. E tutti fummo d’opinione che ’l Re non era tenuto a mettere in esecuzione quelle lettere esautorate, e che per ciò gli eredi non doveano gioire di quel Contado. Ma egli, pur dubitando, appellò tantosto Giovanni Saracino suo Ciambellano, e gli disse che gli apportasse una lettera patente che innanzi gli avea commandato fare. E quando egli ebbe la lettera veduta, riguardò attentamente al suggello che vi era ed al rimanente del suggello delle lettere del detto Rinaldo, e ci disse: — Signori, vedete qui il suggello del quale io usava innanzi la partenza pel mio viaggio d’oltremare, e vedrete anche che questa rimanenza di suggello rassomiglia a punto all’impressione del suggello intero, per che non oserò io, secondo Dio e Ragione, ritenere la suddetta Contea di Dammartino. Ed allora appellò il nominato Monsignor Rinaldo di Tria, e gli disse: Bel Sire, io vi rendo la Contea che voi dimandate.
PARTE SECONDA DELL’ISTORIA.
Capitolo I. Della nascita e coronazione del buon Re, e come portò arme primamente.
Qui comincia la seconda parte del presente libro, nella quale come ho detto dinanzi, voi potrete udire li grandi fatti e le Cavallerie del buon Re. Questi, secondo quanto più volte udii dire, fu nato il giorno e festa di Monsignore San Marco Apostolo ed Evangelista[39]. Quel giorno portavansi le croci a processione in molti luoghi di Francia, e vi eran dette le croci nere[40] il che accennò quasi profeticamente alle genti che in gran moltitudine morirono crocesignate durante li santi viaggi d’oltremare in Egitto ed in Cartagine; donde molto gran duolo ne è stato fatto e menato in questo mondo, ed ora se ne mena gran gioia in paradiso di coloro che, a gloria della Croce, hanno saputo acquistarlo.
Egli fu coronato la prima domenica di Avvento[41] della cui Domenica la Messa si comincia a queste parole: Ad te levavi animam meam, il che vale a dire: Bel Sire Iddio, io ho levato mia anima e mio cuore in verso te, e in te mi fido. Nelle quali parole aveva il buon Re gran fidanza, in dicendole di sè, e ciò per lo carico grande ch’elli veniva a prendere. Egli ebbe in Dio molto gran fidanza dall’infanzia sua sino alla morte; perchè alla fine de’ suoi ultimi dì sempre invocava Dio i suoi Santi e Sante, e specialmente aveva egli per intercessori Monsignore San Iacopo, e Madama Santa Genevieva. Per le quali cose fu elli guardato da Dio, dalla sua infanzia sino allo ultimo punto, quanto all’anima sua. E così per li buoni insegnamenti di sua Madre, la quale ben l’insegnò a Dio credere, temere, ed amare in giovinezza, egli ha dippoi bene e santamente vissuto secondo Dio. Sua Madre gli attrasse tutte genti di religione e gli faceva udire nelle Domeniche e Feste, Sermoni riferenti la santa parola di Dio. Donde più volte rammentò che sua Madre gli aveva spesso ripetuto che ella amerebbe meglio ch’e’ fusse morto ch’egli avesse commesso un sol peccato mortale.
E ben gli fu bisogno che di sua giovine età Dio l’aiutasse, perchè sua madre era d’Ispagna, paese istrano talchè dimorò senza nullo parente nè amico nel Reame di Francia[42]. E perciò che li Baroni di Francia videro lui e Sua Madre come stranieri senza sopporto fuorchè di Dio, essi fecero del Conte di Bologna, che era zio del Re suo padre ultimamente trapassato, il loro capitano, e lo teneano come per loro Signore e Maestro. Onde avvenne che, appresso che il buon Re fu coronato giovincello, per cominciamento di guerra, alcuni dei detti Baroni di Francia richiesero a sua Madre, ch’ella loro volesse donare certa gran quantità di terre nel reame. E per ciò ch’ella nol volle, non appartenendole di diminuire il Reame oltre il volere dil figliuol suo ch’era già Re coronato, quei Baroni si assembrarono tutti a Corbello. E mi contò il santo Re ch’egli e sua Madre, i quali erano a Montelery, non ne osarono andare sino a Parigi, tanto che quelli della Villa li vennero cercare in arme in molto gran quantità. E mi disse anche che da Montelery sino a Parigi il cammino era pieno ed allistato di genti d’arme e di popolo, che a Nostro Signore gridavano tutti ad alta voce, che gli donasse vita e vittoria guardandolo e mantenendolo contra tutti i nemici suoi; il che veramente Dio fece in alquanti luoghi e passaggi, come voi udirete qui appresso.
Avvenne che i Baroni di Francia si assembraro a Corbello, e macchinarono intra loro di comune assentimento ch’e’ farebbono si che ’l conte di Brettagna si leverebbe contra il Re. E puosero tra loro per gran tradigione, che se il Re li volesse inviare contra esso Conte, andrebbono bensì al comandamento, ma non vi menerebbero con loro che due Cavallieri ciascuno, affinchè più agiatamente il Conte potesse vincere il buon Re Luigi e sua Madre che era donna di strania nazione come avete udito. Ed in così che que’ Baroni promisero al detto Conte di Brettagna, e così fecero: ed ho udito dire a molti che il Conte avrebbe distrutto e soggiogato il Re e sua Madre, se non fusse stata l’aìta di Dio che giammai non gli fallì. Perchè, come per permissione divina, al grande bisogno ed alla grande strettezza del buon Re, il Conte Tebaldo di Sciampagna si sentì ismosso a voler soccorrerlo[43], e di fatto si partì con ben trecento Cavallieri molto bene in punto di battaglia, ed arrivarono a buon ora colla grazia di Dio. Sicchè per lo soccorso di quel Conte di Sciampagna convenne al Conte di Brettagna rendersi al suo Signore ed a lui gridare mercè. Ed il buon Re, che nullamente ne appetiva vendetta, considerò che la vittoria avutane era stata per la possanza e bontà di Dio ch’avea promosso il valente Conte di Sciampagna a venirlo vedere, e ricevve quello di Brettagna a mercè, ed allora andò il Re securamente per le sue terre.
E qui è a dire siccome talvolta insorgano in alcune materie delle incidenze, le quali pur si deggiono isporre per servir meglio il proposito, tuttocchè vi si mostri di lasciar per poco il principale dell’istoria. E qui è appunto l’occasione di recitarvi alcune cose che in mestieri tornano a poter bene intendere il trattato nostro. Perchè diremo tutto per lo vero così. Il buon Conte Errico di Sciampagna, detto il Largo, ebbe dalla Contessa Maria sua donna, che era sorella del Re di Francia e della fidanzata di re Riccardo d’Inghilterra, due figliuoli, de’ quali il primogenito ebbe nome altresì Errico, e l’altro Tebaldo. Errico se n’andò crociato in Terra Santa col Re Filippo Augusto di Francia e col Re Riccardo d’Inghilterra, li quali tre assediarono la città di Acri e la presero. E tantosto che ella fu presa lo re Filippo se ne rivenne in Francia, donde elli fu molto biasmato. Dimorò il Re Riccardo in Terra Santa e là fece grandissimi fatti d’arme sui miscredenti, e Saracini; tanto che il ridottarono sì forte, ch’egli è scritto ne’ Libri del Viaggio della Santa Terra che, quando i piccoli fanciulli de’ Saracini gridavano, le madri dicevan loro: Vè qua Re Riccardo che ti vien caendo, e tantosto, della paura che que’ piccini traevano dal solo udirlo nomare, essi cagliavano e ammutolivano. E a simiglianti quando Saracini e Turchi erano al campo, e ch’e’ cavalli loro, aombrando, barberavano e si gittavan per paura in sinistro, dicevan loro frizzandoli: che? credi forse che sia costà Re Riccardo? Il che tutto sta chiaramente a dimostrare ch’egli facea su loro di gran fatti d’arme, e ch’egli n’era a dismisura temuto. Ora quel Re Riccardo tanto procacciò per sue prodezze e bontadi ch’egli fece dare in donna al Conte Errico di Sciampagna, ch’era dimorato con lui, Isabella reina di Gerusalemme. E questo Errico, innanzi sua morte, ebbe dalla detta Reina sua moglie due figliuole Alice e Filippa, delle quali la prima fu reina di Cipri, e l’altra andò in donna a Messer Airardo di Brienne, donde grande lignaggio è uscito, siccome appare in Francia e in Sciampagna. Ma di Filippa di Brienne non vi dirò io nulla al presente, anzi vi parlerò della Reina di Cipri, per ciò ch’egli licitamente si conviene a continuare mia istoria, e dirovvene appunto così.
Capitolo II. Qui conta come seguitò la guerra de’ Baroni di Francia, e come ’l Re la menò a suo prode, e ne seguì pace.
Appresso che il buon Re ebbe soggiogato e vinto il Conte Piero di Brettagna all’aiuto del Conte Tebaldo di Sciampagna, i Baroni di Francia furono molto indignati contra quest’ultimo, ed entrarono in opinione di diseredarlo, come quegli ch’era figliuolo del secondo genito Tebaldo, chiamando a ciò la Reina di Cipri, ch’era invece prima figliuola d’Errico stato il primogenito di Sciampagna. La qual cosa, se loro apparve moltissimo profittevole, non fu a tutti parimente in grado, per che alcuni di quei Baroni, e per non trovarvi pronto guadagno, e per non iscovrirsi commettitori di male, si fecero intraprenditori di far la pace tra li duo Conti e fu la cosa tanto menata in trattato d’una e d’altra parte, che, per lo appuntamento d’essa pace, il Conte Tebaldo di Sciampagna promise prendere a donna la figliuola del Conte Piero di Brettagna. E fu la giornata assegnata a ciò fare, e che si devesse la damigella ammenare per le sponsalizie ad una Badia de’ Fratelli Predicatori che è presso Casteltierry, in una villa che l’uomo dice Valserra. Ed, in così com’io intesi dire, il Conte Piero di Brettagna coi Baroni di Francia, che gli erano quasi tutti consorti, si partirono insieme per voler la damigella ammenare al Munistero di Valserra; e mandarono dicendo al Conte Tebaldo, che era a Casteltierry, che venisse a impalmar la donzella secondo la promessa. Ed egli bene il volea fare, quand’ecco arrivare a lui Messer Goffredo de la Cappella, che gli presenta lettere da parte il Re, per le quali gli scriveva così: — Sire Tebaldo di Sciampagna, io ho inteso che voi avete pattuito e promesso di prendere a donna la figliuola del Conte Piero di Brettagna. Pertanto vi mando che, sì caro come avete tutto quanto amate nel Reame di Francia, sì nol facciate punto. Lo ’mperchè di ciò voi ben vel sapete, poichè non ho io trovato giammai chi m’abbia voluto peggior male di lui. — E quando il Conte Tebaldo ebbe ciò inteso, tuttocchè si fosse mosso per andare a sposare la damigella di Brettagna, nullameno se ne ritornò a cheto in Casteltierry donde s’era partito.
Or come il Conte Piero di Brettagna, e li Baroni di Francia contrari al buon Re, i quali erano in attesa a Valserra seppero e videro che il Conte Tebaldo li aveva ingannati e delusi, per subito dispetto ed ira grandissima ch’e’ concepirono contra il detto Conte di Sciampagna, mandarono prestamente alla reina di Cipri; e questa venne a loro senza tardanza, e sì tosto ch’ella fu venuta, tutti d’uno comune assentimento, dopo aver fatto loro posture e conventi, inviarono cercare, ciascuno da sua parte, tanto di genti d’arme come ne poterono avere, e partironsi la bisogna intra loro per entrare di verso Francia nel paese del detto Conte, e così in Bria come in Sciampagna. E così menarono loro intelligenza col Duca di Borgogna, che aveva in donna la figliuola del Conte Roberto di Dreues, che da sua parte egli entrerebbe nella Contea di Sciampagna. Ed alla giornata assegnata ch’essi si dovevano tutti trovar insieme davanti la città di Troye per prenderla, il buon Re Luigi lo seppe, il quale parimente mandò tutte sue genti d’armi per andare al soccorso del Conte Tebaldo di Sciampagna. E di fatto li Baroni ardevano e bruciavano da loro parte tutto il paese per ove essi passavano, ed altresì faceva il Duca di Borgogna dal canto suo che s’intendeva con loro. Or quando il buon Conte Tebaldo si vide così fortemente assalito d’una parte e d’altra, bruciò elli medesimo e distrusse alquante ville di suo paese, e per ispeciale Esparné, Vertù e Sezanna, affinchè li Baroni e il Duca di Borgogna non le trovassono assai fornite come l’altre ville e cittadi, e così gli tornassono a nocumento. Or quando li borghesi di Troye videro ch’essi avean perduto il soggiorno del loro buon maestro e signore Conte di Sciampagna, di subito mandarono a Simone signore di Gionville, padre di quel Sire di Gionville che al presente è, e di cui è questo dittato, perchè li venisse soccorrere. Nè il buon Signore mancò all’invito, che anzi fu egli sì prestamente dinanzi la cittade a tutte sue genti, e sì vi fece d’arme a meraviglia che li Baroni fallirono a prendere la buona cittade, e fu lor forza passar oltre e andar a tendere gli alloggiamenti alla scoverta insieme col Duca di Borgogna. Or quando il buon Re di Francia seppe ch’essi furono là, egli con sue genti mosse dritto verso loro per combatterli. Il che veggendo i Baroni, gli mandarono per preghiera e richiesta che suo piacer fosse di tirare indietro suo corpo, ch’essi allora andrebbono combattere contra il Conte di Sciampagna e il Duca di Lorena e tutte lor genti d’arme, con trecento Cavalieri meno di quelli che il Conte e ’l Duca non avrebbono. E il Re loro rispose, che nullamente essi si combatterebbono alle sue genti, s’egli pure non vi fusse di sua persona. Il che udendo i Baroni, incontanente presso che confusi gli mandarono che assai volontieri farebbono intendere la Reina di Cipri a far pace col Conte Tebaldo di Sciampagna. Ma il buon Re mandò loro che a nulla pace non intenderebbe nè soffrirebbe che vi intendesse il Conte di Sciampagna, sino a che essi si tenessero armati nella Contea di Sciampagna. Perchè, dopo la risposta udita, se ne partirono di là, e senz’arrestarsi presero loro alloggiamenti sotto July. Ed il Re s’andò alloggiare ad Ylles donde elli li avea cacciati. Quando li Baroni videro che il Re li perseguiva così da presso, isloggiarono essi da July, e s’arrestarono a Langres che era nella Contea di Nevers, la quale parteggiava con loro. E così il buon Re San Luigi, dopo avere isgombra la Sciampagna accordò la pace tra quel Conte e la Reina di Cipri oltre il grado e il consiglio de’ Baroni. E la pace fu fatta tra loro in tal maniera che per partaggio e diritto di successione, il Conte donò alla Reina in tutto duo mila lire di terre e rendite, oltre a quaranta mila lire che il Re pagò a una sol data pel Conte di Sciampagna, per gli dispendii della detta Reina. Per le quali quaranta mila lire il Conte vendette al Re li feudi e signorie seguenti, cioè il fio del Conte di Blois, quello della Contea di Chartres, e della Contea di Sanserre, e ’l fio del Viscontado di Castelduno. E sebbene in quell’ora alcuni dicessero che il Re teneva li detti feudi in solo gaggio, pur ciò non è verità, perch’io il dimandai al buon Re, istando con lui oltremare, ed e’ mi rispose, che ciò era stato per piano accatto.
Capitolo III. Ove per inframmessa si tocca del Conte Errico di Sciampagna, e di Artaldo di Nogente il ricco borghese.
La terra, che il Conte Tebaldo donò alla Reina di Cipri, tiene al presente il Conte di Brienne che ora ci vive, ed il Conte di Ioingny, per ciò che l’avola del Conte di Brienne fu figliuola della Reina di Cipri e donna del gran Conte Gualtieri di Brienne. Ed affinchè sappiate donde vennero li feudi che il Signore di Sciampagna vendette al Re, di cui qui innanzi v’ho fatto menzione, io vi fo assapere che ’l gran Conte Tebaldo, il quale giace a Legny, ebbe tre figliuoli, di cui il primo ebbe in nome Errico, il secondo Tebaldo, e Stefano il terzo. Or quello Errico, che era il primo nato fu dappoi Conte di Sciampagna e di Bria, e fu appellato il Largo Conte Errico, perchè largo ed abbandonato fu egli tanto inverso Dio che inverso il mondo. Inverso Dio fu egli largo ed abbandonato com’egli appare alla Chiesa di Santo Stefano di Troix ed all’altre Chiese ch’elli fondò, ed ai gran doni ch’e’ vi faceva ogni giorno, come assai enne di memoria in tutta Sciampagna. In verso il mondo fu elli largo come bene apparve al fatto d’Artaldo di Nogente, ed in molte altre occasioni che troppo lungo sarebbe il voler raccontare. Ma del fatto del detto Artaldo farò ben io qui menzione. — Quell’Artaldo era il borghese in chi di quel tempo il detto Conte Errico credeva il più; e fu il detto Artaldo sì ricco uomo che di sua moneta fe’ far di levata tutto il castello di Nogente. Ora si avvenne che ’l Conte Errico volle un giorno discendere del suo palazzo di Troix per andare udir messa a Santo Stefano il giorno d’una Pentecoste. Ed a piè delle gradora della Chiesa si trovò a ginocchi un povero Cavaliere, il quale ad alta voce gridò e disse: Sir Conte, io vi richiedo al nome di Dio ch’egli vi piaccia donarmi di che maritare le mie due figliuole che qui vedete, perch’io son diserto e sì non ho di che farlo per me. — E Artaldo di Nogente, ch’era di drieto il Conte, disse a quel Cavaliere: Sir Cavaliere, voi fate male di domandare a Monsignore che vi doni, poi ch’egli ha tanto donato che non ha più di che. E quando il Conte ebbe ciò udito, egli si tornò verso Artaldo e gli disse: Ser Villano, voi non dite mica vero dicendo ch’io non ho più che donare, perchè ho io anche voi medesimo, ed ecco ch’io vi dono a lui: tenete, Cavaliere, io lo vi dono, e bene ve lo saprò guarentire. Di ciò il povero Cavaliero non fu punto isbaìto, ma impugnò subito il ricco borghese per sua cappa bene strettamente, e gli disse ch’egli nol lascerebbe partire insino a che non gli avesse finito di suo riscatto. E così fu veramente, che, se volle uscirne, convennegli pagare sino a cinquecento lire di moneta, e renderne in questo modo servite le due figliuole del Cavaliere, il che lasciando, seguiterò dicendovi che il secondo fratello di quell’Errico il Largo fu Tibaldo, il quale fu Conte di Blois, ed il terzo fu Stefano, il quale fu Conte di Sanserre. E questi due fratelli tennero loro Contee e Signorie dal loro fratello primo nato Errico il Largo, e appresso lui dagli eredi suoi che tenevano il paese di Sciampagna sino a che il Conte Tebaldo, di che femmo menzione, le vendette a Re San Luigi, come detto è qui davanti.
Capitolo IV. Della gran Corte che ’l Re bandì a Salinaro, poi della fellonia del Conte della Marca, e come questi ne fu punito.
Ora ritorneremo a nostro proposito e materia, e diremo che, appresso queste cose, il Re tenne una gran corte e magione aperta a Salmur in Angiò, e ciò ch’io ne dirò sarà di tutta verità per ciò ch’io vi era. E ben vi certifico che ciò fu la più impareggiabile cosa ch’io vedessi anche, e la più adorna ed apprestata. Alla tavola del Re mangiavano il Conte di Poitieri, cui egli avea fatto novellamente Cavaliere il giorno di Santo Giovanni che non ha guari era passato, il Conte Giovanni di Dreux ch’egli avea fatto altresì Cavaliere novello, il Conte della Marca e il Conte Piero di Brettagna. E ad un’altra tavola davanti il Re all’indiritto del Conte di Dreux, mangiava il Re di Navarra che molto era parato ed adorno di drappi d’oro in cotta e mantello, la cintura, il fermaglio e la corona d’oro fino, davanti il quale io trinciava. Davanti il Re San Luigi servivano del mangiare il Conte d’Artois e suo fratello, ed il buon Conte di Soissone, il quale trinciava del coltello: e per la tavola del Re guardare erano Messere Umberto di Belgioco, che poi fu Connestabile di Francia, e Messer Onorato di Coucy, e Messer Arcimbaldo di Borbone. E ci avea dietro questi tre Baroni ben trenta de’ loro Cavalieri in cotte di drappo di seta per buona guardia, e dietro questi Cavalieri ci avea gran quantità di Uscieri d’arme e di sala, che erano al Conte di Poitieri e che portavano sue armi battute sopra zendado. Il re si era abbigliato orrevolmente il più ch’egli avea saputo farlo, sicchè saria cosa meravigliosa e lunga a raccontare; a tanto che udii dire a molti della compagnia che giammai essi non avean veduto tanto di sorcotti nè d’altri guarnimenti di drappo d’oro a una festa, com’egli ci avea a quella là.
Appresso quella Festa il Re condusse il Conte di Poitieri sino al detto loco di Poitieri per riprendere suoi feudi e signorie; ma uno inconveniente arrivò allora al Re dal Signore della Marca, che pure avea mangiato alla sua tavola a Salmur. Perchè assembrò egli segretamente gran genti d’arme tanto quanto potè incontra il Re, e le rattenne a Lesignano presso Poitieri. Il buon Re avrebbe ben voluto essere a Parigi; e gli fu forza di soggiornare a Poitieri quindici giorni senza ch’egli ne osasse sortire. E si diceva che il Re e ’l Conte di Poitieri aveano fatto malvagia pace col Conte della Marca. Perchè egli convenne che ’l Re, per accordarsi, andasse parlare al Conte della Marca ed alla Reina d’Inghilterra sua donna, la quale era madre dello Re d’Inghilterra.
E tantosto appresso che ’l Re se ne fu ritornato di Poitieri a Parigi, non tardò guari che il Re d’Inghilterra e il Conte della Marca si allearono insieme a guerreggiare contro il buon Re San Luigi colla più gran compagnia di guerra ch’essi poterono ammassare e soldare; e si recaro di Guascogna davanti il castello di Taglieborgo, che è assiso sopra una molto maschia riviera che ha in nome Carenta, sulla quale non avea là presso che uno piccolo ponte di pietra assai stretto per ove si potesse passare. E quando il Re lo seppe, mosse e s’addirizzò verso loro a Taglieborgo. E sì tosto come le nostre genti appercepiro quelle dell’oste nimica che aveano dal loro lato il detto castello di Taglieborgo, incontanente molto perigliosamente si presero a passare gli uni per di sovra il ponte, gli altri per battelli, e cominciaro a correr sovra gli Inghilesi, ed a donare ed a ricevere grandi colpi. Il che veggendo il buon Re, se ne va egli in gran periglio a mettersi per mezzo gli altri. E bene ci avea il periglio molto grande perchè, per un uomo che ’l Re aveva quando e’ fu passato, gl’Inghilesi ne aveano ben cento. Ma ciò non ostante quando essi Inghilesi videro il Re passato si cominciaro ad isbigottire così come Dio volle, e se n’entraro di dentro la città di Saintes. Ed egli avvenne che nella mislea ci ebbe alquanti di nostre genti per mezzo gl’Inghilesi che entraro con essi nella cittade e vi furono presi.
Donde poi ho udito dire ad alcuno di loro che in quella nottolata il Re d’Inghilterra e il Conte della Marca ebbero grande discordia l’uno all’altro nella detta cittade di Saintes, secondo che poterono intendere. E dicea lo Re d’Inghilterra che il Conte della Marca lo avea inviato chiedere dietro promessa ch’e’ troverebbe in Francia grande favore e soccorso; il che non essendo, e facendone dibattimento, si mosse il Re d’Inghilterra della città di Saintes, e se ne andò in Guascogna d’onde s’era partito; sicchè vedendo il conte della Marca ch’egli era solo dimorato, e conoscendo ch’e’ non poteva ammendare il mal fatto, si rese prigioniero del Re con sua donna e figliuoli. Donde poi avvenne che ’l Re n’ebbe gran quantità di terre dal Conte donandogli pace, ma io non so bene appunto chente e quali, per ciò ch’io non c’era presente, giacchè non avea allora vestito anche usbergo[44], e solo ho per udita che insieme alle terre il Conte quetò al Re ben diecimila lire di parigini di rendita che ciascun anno esso riceveva da lui.
Capitolo V. Perchè e come il buon Re si crociò, e come con esso presi io anche la Croce.
Appresso queste cose avvenne che ’l Re cadde in una molto grande malattia istando a Parigi, e funne talmente al basso, siccome poscia gli udii raccontare, che l’una delle Dame che lo guardava in sua malattia, credendo ch’e’ fusse trapassato, gli volle coprire il viso di uno lenzuolo, dicendo ch’egli era morto. E dell’altra parte del letto, in così come a Dio piacque, ci ebbe un’altra Dama, la quale non volle soffrire che gli fosse coverto il viso, e se gli desse sepoltura, ma sempre diceva che ancora gli bastava la vita. Sul che, durando il discordio di quelle Dame, di tratto il Signore operò in lui e gli donò la parola. E questa fu per dimandare che gli si apportasse la Croce, il che fu fatto. Or quando la buona Dama sua Madre seppe ch’egli avea ricovrato la parola, ella n’ebbe gioia sì grande che più non potea essere, ma quando, accorsa, il vide crociato, ne venne a meno così come s’ella l’avesse veduto morto[45].
E in quel tanto che ’l buon Re si crociò, si crociarono anche Roberto Conte d’Artois, Alfonso Conte di Poitieri, Carlo Conte d’Angiò che fu dappoi Re di Cicilia, i quali tutti tre erano fratelli del Re, ed Ugo Duca di Borgogna, Guglielmo Conte di Fiandra, suo fratello Guidone che poi non ha guari morì a Compiègne; il valente Conte Ugo di San Polo, Messer Gualtieri suo nipote, lo quale molto bene si portò oltre mare, ed avrebbe molto valuto, se avesse vissuto lungamente. Altresì fecero il Conte della Marca, di cui non ha guari parlammo, e Messere Ugo il Bruno e suo figliuolo il Conte di Salebruche, Messer Gualberto d’Aspromonte e’ suoi fratelli. Nella compagnia del quale io Giovanni di Gionville, per ciò che eravamo cugini, passai il mare in una piccola nave che noi allogammo. Noi eravamo in tutto venti Cavalieri, de’ quali di sua parte egli era il decimo, ed io il decimo di mia parte, e fu ciò appresso Pasqua l’anno di grazia 1248. Ma avanti la mia partenza io mandai a’ miei uomini e suggetti di Gionville che venissero tutto dinanzi a me la vigilia della detta Pasqua, che fu il giorno in che nacque Giovanni mio figliuolo Signore di Ancarville, che fu della prima mia donna, sorella del Conte di Gran Prato[46]. Io fui tutta la settimana a fare feste e banchetti con mio fratello Gioffredo Sire di Valcolore, e tutti li ricchi uomini del paese che là erano, ed appresso che avevamo bevuto e mangiato, dicevamo canzoni gli uni dopo gli altri, e dimenavamo gran gioia ciascuno di sua parte. Ma quando venne il Venerdì io dissi loro: Signori, sappiate ch’io me ne vo oltre mare, e sì non so s’io ritornerò giammai o no. Pertanto se ci ha nullo tra voi a chi per avventura abbia fatto alcun torto, e che si voglia lagnare di me, si tragga avanti, perch’io lo voglio ammendare qualmente ho in costume di fare a coloro che si dolgono di me o di mie genti, siccome a voi tutti è noto. Ed affinchè non avessi appoggio o vantaggio alcuno, durante il loro consiglio, mi tirai in disparte, e ne volli credere tutto ciò ch’essi me ne rapporterebbono senza nulla contraddizione[47]. E sì il faceva per ciò ch’io non voleva importare a torto un solo danaio: talchè per fornire il mio caso ingaggiai agli amici gran quantità di mia terra, tanto ch’egli non mi dimorò punto più di mille dugento lire in rendita di terre, perchè Madama mia Madre[48] viveva ancora, la quale teneva la più parte delle mie cose in suo dotamento. Così partii io decimo de’ Cavalieri miei, come vi ho detto dinanzi, con tre bandiere: e questo vi ho raccontato io, per ciò che se non fosse stato l’aiuto ed il soccorso di Dio, che giammai non mi obbliò, io non avrei saputo portare tal fascio quale fu il mio per lo tempo di sei anni in che fui per la Terra Santa in pellegrinaggio.
Quando fui presto di partire, e tutto in quella ch’io voleva movere, Giovanni Sire d’Aspromonte e il Conte di Salebruche inviarono verso me a sapere s’io voleva che noi andassimo insieme, da che essi erano tutto pronti coi Cavalieri loro. Ciò ch’io avendo consentito molto volontieri, femmo, come ho predetto, allogare una nave a Marsiglia, che ci portò e condusse tutti insieme arnesi e cavalli.
E ben sappiate che avanti il partire il Re mandò a Parigi tutti li Baroni di Francia, e loro fece fare fede ed omaggio e giurare che lealtà essi porterebbono a’ figliuoli suoi se alcuna mala cosa avvenisse di sua persona nel santo viaggio d’oltre mare. E similmente mandò egli a me; ma io che punto non era suggetto immediatamente a lui, ma rilevava dal Conte di Sciampagna, non volli fare alcun sagramento. E quando io volli partire e mettermi alla via, inviai cercare l’Abbate di Cheminone, che di quel tempo era tenuto il più produomo che fusse in tutto l’Ordine bianco[49] per riconcigliarmi a lui. Ed egli, poi che m’ebbe ascoltato, mi diè e cinse la mia scarsella, e mi mise il mio bordone alle mani. E tantosto io me ne partii di Gionville, senza che rientrassi unqua poi nel castello sino al ritorno del viaggio d’oltre mare; e me ne andai primamente a santi peregrinaggi che erano lì presso, cioè a Blecorte, a Sant’Urbano, ed in altri santi luoghi tutto a piè, scalzato e in pannucci. Ed in quella che, andando da Blecorte a Sant’Urbano, mi convenne ripassare d’appresso al castello di Gionville, io non osai anche tornar la faccia verso di quello per troppa paura d’averne siffatto cordoglio che il cuore mi s’intenerisse di ciò ch’io lasciava i miei due figliuoli e il mio bel castello dove era tutto de’ miei e di me. Ma subito tirai oltre col Conte di Salebruche e con nostre genti e Cavalieri, e andammo desinare a Fontana-l’Arcivescovo davanti a Dongiò. E là lo Abbate di Sant’Urbano, a chi Dio faccia perdono, donò a me ed a’ miei Cavalieri de’ bei gioielli.[50] E poi prendemmo congedo da lui, e ce n’andammo dritto ad Ausonne, e colà mettemmo noi e nostri arnesi in battello sulla Saonna sino a Lione, e nostri cavalli e destrieri ammenavansi a mano costeggiando la riviera. E quando fummo a Lione noi là entrammo nella riviera del Rodano per andare in Arles il Bianco. Ed ho ben sovvenenza che, di lungo la via sovra il Rodano, trovammo uno castello che l’uomo appellava Rocca vischiosa, lo qual castello il Re avea fatto abbattere, per ciò che il Sire di quello, che avea in nome Roggero, tenea malvagio rinòmo di rubare e spogliare tutti li mercadanti e pellegrini che passavano per colà.
Capitolo VI. Come prendemmo il mare a Marsiglia, e come si navicò sino a Cipri.
Noi entrammo nel mese d’Agosto di quell’anno nella nave alla Roccia di Marsiglia, e quella nave era detta Uscieri, sicchè ne fu aperto l’uscio per farvi entrare i nostri cavalli che dovevamo menare oltre mare. E quando tutti furono entrati, l’uscio fu rinchiuso e istoppato e impeciato, così come si vorrebbe fare ad una botte da vino, per ciò che quando la nave è in alto mare, tutto quell’uscio è nell’acqua. E tantosto il Maestro della nave si gridò a sue genti ch’erano al becco della nave[51]: Vostra bisogna ènne presta, e siam noi al punto? Ed essi rispuosero, che sì veramente. E quando li Preti e Cherci furo entrati, egli li fece tutti montare nel cassero della nave, e li pregò cantassero e lodassero il nome di Dio sì che ci volesse tutti condurre a bene. E tutti ad alta voce cominciare a cantare quel bell’inno Veni Creator Spiritus di motto in motto; ed in cantando così li marinai fecero vela da parte di Dio. E incontanente il vento s’imbottò nella vela, di che la nave abrivando ci fè perder di vista la terra sì che non vedemmo più che cielo e mare: e ciascun giorno ci allontanavamo più del luogo donde noi eravamo partiti, e più cresceva il periglio. E per ciò io voglio ben dire che colui è matto e folle, il quale sa avere qualcosa dello altrui od alcun peccato mortale nell’anima sua, e si butta in tale risicoso dannaggio, perchè, se l’uomo s’addorme a sera, egli punto non sa se al mattino egli si troverà anche sulla nave, o sotto tutte l’acque del mare.
Ora vi dirò la prima cosa meravigliosa che ci arrivò in mare. Ciò fu una gran montagna tutta rotonda che noi trovammo davanti Barberia intorno l’ora di Vespro, e quando noi l’avemmo passata, tirammo oltre tutta quella notte. Quando venne il mattino noi pensavamo aver fatto ben cinquanta leghe e più, ma che è che non è, noi ci trovammo ancora davanti quella gran montagna. Chi funne isbaìto ne fummo noi, e tantosto navigammo a gran forza siccome innanzi tutto quel giorno e la notte seguente; ma ciò fu tutt’uno, perchè noi ci trovammo ancor là. Allora ne fummo più di prima ismarriti, e temevamo esser tutti in forte periglio di morte, perchè e’ marinai dicevano che tantosto li Saracini di Barberìa ci verrebbono a correr sopra. In quella ci ebbe un prod’uomo di Chiesa assai buono che venia detto il Decano di Maurù, il quale ci disse: Signori, giammai in parrocchia alcuna io non vidi persecuzione per forza o per diffalta d’acqua, o per altro bisogno od inconveniente, che, quando lo si avesse fatto devotamente a Dio la processione per tre volte in dì di Sabbato, che il buon Dio e la Santa sua Madre non le deliverasse di male e non le rammenasse a ciò appunto che domandavano. Or sappiate che quel dì era Sabbato, perchè tantosto cominciammo a far processione allo ’ntorno degli alberi della Nave. E ben mi sovviene ch’io stesso mi fei menare sorreggendomi sotto le braccia per ciò ch’io era molto fievole per malattia. E incontanente cominciammo a perdere la vista di quella montagna, e fummo in Cipri il terzo Sabbato da che fu fatta nostra terza processione.
Capitolo VII. Di ciò che avvenne nel nostro soggiorno in Cipri.
Quando fummo arrivati in Cipri, il buon Re San Luigi era già là, e vi avea fatto fare provvisione di viveri a grande abbondanza. Perchè voi avreste detto che quei cellieri, quand’uomo li vedeva da lunge, fossero anzi grandi magioni, tanto s’ammontavano le une sulle altre le botti e le carrate di vino che le sue genti aveano acquistate da due anni innanzi, e che ora si levavano per mezzo i campi. E similmente era dei granai di frumento, orzo ed altre biade che erano altresì ammonticellati ne’ campi, i quali granai alla vista rendean sembianza di poggi tanto n’eran larghe ed alte le biche. E saper dovete che bene avreste creduto che fussero stati poggi, giacchè la pioggia, che avea battute le biade da lungo tempo, le avea fatte germinare tutto al di sopra, talmente che non ne parea che la verdezza dell’erba. Ed egli avvenne che quando si volle levare il biado di là per menarlo in Egitto ove andava tutta l’oste del Re, se ne abbattè al di sopra la crosta erbosa, e si trovò il biado al di sotto sì bello e fresco come se e’ non ha guari fusse stato trebbiato. Frattanto il buon Re avea tal desiderio di andare in Egitto senza soggiornare che s’e’ non fussono stati li Baroni, e gli altri suoi prossimani, che là gli fecero attendere l’accolta di sue genti che erano tuttavia attardate, egli sarebbesene partito solo od a ben poco di compagnia.
Mentre che ’l Re soggiornava in Cipri, il Gran Re di Tartarìa inviò verso lui un’Ambasciata, e li Ambasciadori gli dissero di molte buone parole, non ostante che per avventura non ne fusse l’intenzione altresì dibonare. Tra le quali parole mandavagli il Re di Tartarìa ch’egli era tutto presto ed al suo comando per atarlo a conquistare la Terra Santa e deliberare Gerusalemme delle mani de’ Saracini e de’ Pagani. Il Re ricevve benignamente tale Ambasciata, ed inviò parimente di sue genti in Ambascieria verso quel Re di Tartarìa e questi furono due anni avanti ch’e’ ritornassono. Ed inviò il Re al Tartarino una tenda fatta alla guisa d’una Cappella, la quale era molto ricca e ben fatta tutta di buono scarlatto fine. E ciò faceva per vedere s’egli potesse attrarre esso Re e sue genti alla nostra fede e credenza. Perchè e’ vi fece intagliare e ritrarre per imagine l’Annunciazione della Vergine Madre di Dio con tutti gli altri punti principali della Fede. E portarono la detta tenda duo Fratelli Minori che intendevano il linguaggio Saracinesco, che furono scelti dal Re perchè potessono confortarlo, ed insegnargli comente e’ doveva credere la buona fede di Dio. E ben sappiate che quando finalmente li due Fratelli Minori ritornarono di verso il Re, s’addirizzarono ad Acri credendo trovarvelo, ma poi ch’egli era già a Cesarea, se ne rivennero in Francia senz’altro. Ora il sapere siccome gli altri messaggeri, che ’l Re insieme coi detti Fratelli avea trammessi in Tartarìa, vi furono ricevuti, sarebbe meraviglia a raccontare, in così come l’ho udito narrare al Re, ed a quegli stessi dappoi molte volte secondo ch’io li inchiedeva; ma non ne dirò qui niente, per tema d’interrompere il principale della mia incominciata materia.
Voi dovete dunque sapere che del tempo che partii di Francia per venire oltre mare, io non teneva allora punto più di mille dugento lire di rendita, e sì mi caricai di nove Cavalieri, di cui io era il decimo, con tre bandiere, come v’ho detto qui innanzi. E quando fui arrivato in Cipri io non avea più che dugento quaranta lire tornesi che in oro che in argento, dopo che n’ebbi pagato il naulo dell’Uscieri. Talmente che alcuni de’ miei Cavalieri mi dissero ch’e’ mi abbandonerebbono se non mi provvedessi di moneta. Allora fui qualche poco ismarrito in mio coraggio, ma pur mantenni sempre fidanza in Dio. E n’ebbi pro, perchè quando il buon Re San Luigi seppe la mia distretta, si inviò cherendomi, e ritenutomi a lui, mi donò il buon Signore ottocento lire tornesi, di che ringraziai Dio, perch’io avea già più moneta ch’egli non me ne facesse bisogno.
Capitolo VIII. Dove si parla per inframmessa dei Soldani d’Oltremare.
E a questo luogo, poich’egli sarà occorrenza in seguito di parlare de’ Principi d’oltre mare, sì vi dirò io alcuna cosa di loro stato e possanza, e primieramente del Soldano d’Iconio. Questo Soldano era il più possente Re di Paganìa, e fece fare una cosa molto meravigliosa; perch’egli fe’ fondere una parte di suo oro, e ne fe’ empire de’ gran vaselli alla guisa di quegli orci di terra là ove si mette il vino oltre mare; e poi appresso egli fe’ ispezzare detti vaselli che bene avrebbon tenuto tre o quattro moggia di vino, e lasciò il tutto a scoverto in un suo castello, sicchè ciascuno che vi entrava poteva vedere e toccare le masse dell’oro sovrastare lo infrantume degli orci. E si diceva ch’egli avea ben sei o sette di cotali grandi vaselli d’oro. E di vero la sua molta ricchezza apparve bene in un padiglione che ’l Re d’Armenia inviò al Re di Francia che allora era in Cipri. Il padiglione era stimato valere cinquecento lire, e gli mandò dicendo il Re d’Armenia che l’uno de’ Sergenti del Soldano d’Iconio glielo aveva donato. E dovete sapere che questo Sergente era quello che avea in guardia e governo li padiglioni del Soldano, e che avea il carico di fargli rinettare ciascun dì le sue sale e magioni.
Ora quel Re d’Armenia, poichè era quasi in servaggio verso il Soldano d’Iconio, se n’andò al Gran Re di Tartaria, e gli contò comente senza posa quel Soldano d’Iconio gli faceva la guerra e lo teneva in grande servaggio, ed il venne pregando che nel volesse soccorrere ed atare. E qualora gli donasse balìa su grossa mano di sue genti d’arme, gli disse ch’egli era contento d’essere suo uomo assoggettato. Ciò che ’l Re di Tartaria volle fare assai volentieri, e gli cedè gran numero di genti d’arme. Allora se n’andò il Re d’Armenia a tutte sue genti combattere col Soldano d’Iconio e avevano assai possanza l’uno per l’altro. Ma gli Armeniani ed i Tartarini disfecero a fondo l’oste del Soldano, e talmente fece lo re d’Armenia, seguitando il corso della vittoria, ch’egli si tolse quind’innanzi di sua servitù e suggezione. E per la grande nomèa ch’era in Cipri di quella battaglia, ci ebbe molti di nostre genti che passarono in Armenia per andare in quella guerra a guadagnare e profittare, ma di coloro unqua più non se ne udiro novelle.
Anche del Soldano di Babilonia vi dirò io. Egli si pensava che ’l Re andasse guerreggiare il Soldano di Hamano, ch’era suo antico nimico; e così attese sino al tempo novello per volersi giungere con lui ad andare contra il detto Soldano di Hamano. Ma quando il Soldano di Babilonia vide che ’l Re non veniva verso lui, si partì egli e andò assediare l’altro Soldano davanti la città di Hamano medesima ove elli era. E questi come si vide così assediato, egli non seppe troppo bene di qual modo venirne a capo, perchè ben sapeva che se il Soldano di Babilonia vi durasse lungamente, certo il conquisterebbe e il confonderebbe. Ma egli fece tanto per doni e promesse ad uno de’ Valletti di Camera del detto Soldano di Babilonia, a chi egli parlò, che il fece avvelenare. E la maniera del farlo fu che questo Valletto di camera, il quale, secondo lor modo, era detto in tale officio il Sergente, conoscendo come soventi fiate, appresso che il Soldano avea giucato agli scacchi, egli s’andava a stendere sur una stuoia che era al piè del suo letto, tanto si procacciò destramente che la invelenì tutta di tossico. Ora avvenne che il Soldano tutto scalzato si mise su quella stuoia attossicata, e stornossi sovr’una scalfittura malignosa ch’egli avea ad una gamba, e incontanente il veleno gli entrò pel mal scalfitto nel corpo talmente ch’egli divenne tutto attrappito di quel lato del corpo a cui era la gamba offesa, e quando finalmente il veleno lo punse al cuore egli era ben istato duo dì senza bere, senza mangiare e senza dir motto. E per tal modo il Soldano di Hamano dimorò in pace, e bisognò che il malescio Soldano di Babilonia fusse ammenato per sue genti in Egitto.
Capitolo IX. Come ci ismovemmo di Cipri, e venimmo in vista di Damiata in Egitto.
Tantosto che fummo al buon mese[52] egli fu gridato e fatto comandamento, da parte il Re, che tutti i navigli fussero ricaricati di viveri per esser presti a partire quando esso Re indicherebbelo. E quando la cosa fue fatta e compiuta, il Re, la Reina e tutte sue genti, si ritiraro ciascuno nella sua nave. Ed il proprio Venerdì innanzi la Pentecoste di quell’anno, il Re fece gridare che tutti tirassono appresso lui la dimane, e che si ferisse dritto in Egitto. E la dimane appunto giorno di Sabbato tutte le navi si partirono e fecer vela, il che era piacevole e insieme mirabil cosa a vedere, perch’egli sembrava che tutto il mare, tanto che si poteva vedere, fusse coverto di tele per la gran quantitade di vele ch’erano donate al vento, e ci avea ben mille ottocento vascelli che grandi che piccoli.
Il Re arrivò il giorno di Pentecoste ad un promontorio che si appellava la Punta di Limessone cogli altri vascelli dintorno a lui, e discesero a terra ed udiro la Messa. Ma grande isconforto arrivò a quella volta, perchè di ben duemila ottocento Cavalieri ch’erano partiti per andare appresso il Re, non se ne trovaro con lui a terra che settecento, e tutto il dimorante uno vento orribile, che a modo di scïone o di remolino, venne di verso Egitto, li separò di loro via e della compagnia del Re, e li gittò in Acri ed in altri strani paesi, e non li rivide il Re da lungo tempo. Donde elli e sua compagnia furono tutta quella giornata molto dolenti e isbaìti perchè li credevano o tutti morti od in grande periglio.
La dimane dappoi la Pentecoste il mal vento era bastato e spirava a grado, perchè il Re e noi tutti che eravamo con lui femmo vela da parte di Dio per tirar sempre avanti. Ed egli avvenne che, in andando, noi rincontrammo il Principe della Morea e il Duca di Borgogna insieme, li quali aveano parimente soggiornato in un luogo della Morea. Ed arrivò il Re e sua Compagnia a Damiata il lunedì appresso la Pentecoste, là appunto ove ad attenderci era gran compagnia; perchè sulla riva del mare noi trovammo tutta la possanza del Soldano che era molto bella gente a riguardare.
Lo Almirante che comandavale portava armi di fino oro lucentissime così che quando il Sole le colpiva, il ridonavano agli occhi tanto da farlo parere un altro Sole, ed il tumulto che menavano con loro corni e nacchere era una cosa molto spaventevole ad udire e molto strania a’ Franzesi.
Ciò veggendo il Re appellò tutti suoi Baroni e Consiglieri per sapere ciò che si dovea fare, ed essi lo consigliarono che attendesse sue genti a rivenire, per ciò che di sua oste non gli era rimasa la terza parte per la fortuna del vento di che v’ho detto di sopra. Ma il Re non volle di ciò niente udire nè credere, anzi diceva che pur ciò facendo egli donerebbe coraggio a’ nemici suoi, ed avvertiva insieme come non v’avesse colà alcun porto di mare al quale discendere per attendervi sue genti a sigurtade, sicchè aggiugneva che bene una nuova rapina di vento ci poteva sorprendere, e sbandarci e gettarci lunge qua e là in istrani paesi, come egli era avvenuto de’ suoi Cavalieri l’ultima Pentecoste. Sicchè fu accordato, al suo avviso e piacere, che il venerdì innanzi la Trinità il Re scenderebbe, ed andrebbe combattere contro a’ Saracini se pure ardissono di fronteggiarlo. E comandò il Re a Monsignore Giovanni di Belmonte ch’e’ facesse dare a Monsignore Airardo di Brienne, con chi io era, una galea per discendervi noi e nostre genti d’arme, perciò che gli uscieri non potevano, per la sottigliezza del mare, attingere alla terra. Ed in così come Dio volle io mi lasciai della mia nave calare in una piccola galea che mi pensava aver perduta, ove stavano otto de’ miei cavalli. La qual galeotta m’avea donato Madama di Bairuth, la quale era cugina germana del Conte di Montebelial: ed al venerdì Monsignore Airardo di Brienne ed io tutti armati movemmo di verso il Re per domandargli la detta galea ch’egli ci aveva innanzi ottriata. Ma Messer Giovanni di Belmonte ci rispose, presente il Re, che noi non n’avremmo punto. Il che vi ho voluto dire perchè sappiate che il buon Re aveva altrettanto affare a trattenere in pace sue genti come egli n’avea a sopportare sue fortune e sue perdite.
Quando le nostre genti videro che noi non ammenavamo punto di galee, essi si lasciarono cadere nella galeotta a gran forza, di che i marinai veggendo ch’ella affonderebbe a poco a poco nel mare, si ritirarono nella nave, e ci abbandonarono coi Cavalieri nella piccola barca. Allora io m’isgridai e domandai al Maestro di quanto egli avea troppo di gente nella galeotta, ed egli mi disse ch’egli ce n’avea troppo di diciotto uomini d’arme. Perchè tantosto ne la scaricai d’altrettanti e li misi nella nave ove erano i miei cavalli. Ed in quella ch’io facea eseguire un tal tramenìo, un Cavaliero fu, che era a Monsignor Airarto di Brienne, nomato Pluchetto, il quale per seguirci, volle al tutto discendere della gran nave nella barca, ma la barca s’allontanava, ed il Cavaliero cadde armato in mare e annegò.
Capitolo X. Come si ferì alla terra contro lo sforzo de’ Saracini, e perchè questi fuggironsi e ci lasciaron Damiata.
Allora noi cominciammo a navigare per di dietro la barca della gran nave del Re e andammo alla terra. E tantosto che le genti del Re, le quali ferivano alla terra come noi, videro che noi andavamo più tosto ch’elli non facevano, ci gridarono di sostenere sì che arrivasse l’insegna di San Dionigi; ma io non ne li volli credere, anzi ci lasciammo correre davanti ad una grossa battaglia di Saracini e di Turchi, là ove egli ci avea bene sei mila uomini a cavallo. Li quali, sì tosto che ci videro ferire alla terra, toccarono degli sproni diritto a noi. E noi ficcammo il calcio delle nostre lancie a terra nella sabbia, e rivolgendo loro le punte e covrendoci degli scudi ne attendemmo l’impeto: ma come essi videro ciò, e che noi prendevamo terra tuttavia, tornarono di tratto le briglie e fuggirono.
Il buon produomo Messer Baldovino di Reims, tosto ch’e’ fu sceso a terra, mi mandò dicendo per l’uno de’ suoi Scudieri ch’io l’attendessi; ed io gli mandai pel suo messaggero medesimo che assai volentieri il farei, e che un sì valente uomo quale egli era valeva bene d’essere atteso: donde egli mi seppe grado tutta sua vita. E tantosto arrivò egli in nostra compagnia con gran numero di Cavalieri. E ben sappiate che per gl’inconvenienti ch’io vi ho messo in conto, quando fui a terra non avea meco allora di tutte le genti che avea menato di mie terre, nè pedone nè cavaliere: ma non perciò Dio m’ebbe sempre atato di sua grazia, donde io ne lo lodo e ringrazio.
Alla nostra mano sinistra arrivò il Conte di Giaffa, il quale era cugino germano del Conte di Monbelial e del lignaggio della Casa di Gionville. Questo Conte di Giaffa arrivò molto nobilmente a terra, perchè la sua galea era tutta pinta di dentro e di fuora agli scudi dell’armi sue, le quali armi son d’oro ad una croce di rosso appastato. Egli avea ben trecento marinai nella sua galea, de’ quali ciascuno portava una targa a sue armi, ed a ciascuna targa ci avea su un pennoncello de’ suoi colori, sicchè quando correva sul mare era bello a vedere e ad intendere, a cagione dello sbattìto che menavano i pennoncelli e così del bombo di nacchere taballi e corni saracineschi ch’egli aveva in sulla galea. E sì tosto che questa ebbe ferito nella sabbia il più avanti che vi potè essere impinta, egli e suoi cavalieri e genti di guerra ne uscirono molto bene armati ed in punto, e vennero ad arringarsi di costa a noi. E prestamente fece il Conte di Giaffa tendere suoi padiglioni; perchè i Saracini, quando li videro tesi, si assembraro in gran numero e rivennero correndo contro di noi a gran battuta di sproni: ma come e’ conobbero che noi punto non ce ne ispaventavamo, e che anzi li attendevamo di piè fermo e in silenzio, ed essi da capo ci tornarono il dosso e se ne fuggirono a dreto.
Alla man destra arrivò allora la galea della riverita insegna di San Dionigi, a bene una portata di ballestra da noi. Ed egli avvenne che, siccome ella toccò terra, un Saracino si mosse a furia contro le genti di quella galea, il facesse egli o per non potere suo bizzarro cavallo arrestare, o perchè pensava aver soccorso da’ suoi: ma certo è bene che il poveretto ne fu tantosto morto e ispezzato. Quando il buon Re San Luigi seppe che la insegna di San Dionigi già era sulla terra, egli sortì del suo vascello che era già presso della riva, e non si diè tanto d’agio che il vascello ove egli era mordesse piaggia, anzi, oltre il grado del Legato che era con lui[53], se ne gittò fuora nel mare; e fu nell’acqua sino alle spalle, e montò all’incalzo suo scudo al collo, suo elmo in testa e sua lancia in pugno. E quando ebbe aggiunte sue genti, scorse dal suo lato una battaglia d’armati, e domandò chi fussero, e poi che gli dissero ch’erano Turchi e Saracini, ed egli pensò d’incorrer lor sopra tutto solo, ma le sue genti il fecero dimorare sino a che tutti i suoi cavalieri fossero ai luoghi loro ed apprestati alla mislèa.
Tantosto inviarono li Saracini verso il Soldano di Babilonia un loro messaggero, per fargli assapere che il Re era arrivato. Per tre volte ripeterono il messaggio, ma anche risposta non ne ebbero perchè il Soldano era fieramente malato. Il che vedendo li Saracini, e pensando che il loro Soldano fusse morto, abbandonaro la città di Damiata. Quando il Re ne udì la novella egli inviò un suo Cavaliero per saperne il vero sino a Damiata. E ben presto ritornò il Cavaliero di verso il Re e gli rapportò ch’egli era il vero ch’e’ fusse morto, e che se n’erano fuggiti li Saracini, e ch’egli era stato sin dentro loro magioni. Allora il Re fece appellare il Legato, e tutti i Prelati dell’oste e fece cantare Te Deum laudamus tutto al lungo, e poi montò a cavallo insieme con noi, e ce n’andammo ad alloggiare davanti Damiata. I Turchi male avvertiti partirono troppo subitani, sicchè non ci tagliaro i ponti delle navi ch’essi avean fatto, donde gran dispiacere ci avrebbon recato; ma bene per altra via essi ci fecero molto gran male e dannaggio, di ciò ch’essi buttaro il fuoco per tutti i lati della Fonda, là ove tutte loro mercatanzie erano e il loro avere di pregio, ch’essi fecero cautelosamente abbruciare, di paura che noi ce ne fussimo in modo alcuno avanzati[54]. E fu una cosa stessa come chi buttasse domani il fuoco nella ruga del Piccol Ponte a Parigi, di che Dio ci guardi.
Capitolo XI. Dell’obblio in che fu lasciata la grazia fattaci da Dio nel donarci Damiata.
Ora diciamo in noi medesimi qual grazia ci fece Dio nostro Creatore quand’egli ci difese di morte e di periglio allo arrivare che femmo, allorchè noi tuttavia a piè, corremmo a gioia sovra i nostri nimici che bene erano a cavallo? E qual altra più grande grazia ci fece il buon Signor Nostro, quand’elli ci liverò[55] Damiata senza danno de’ nostri corpi, la quale giammai non avremmo potuto avere, se non l’avessimo ottenuta per affamare? Certo la grazia è molto grande, e bene il possiamo dire e vedere tutto chiaramente.
Il Re Giovanni ben l’avea altra fiata presa per fame al tempo de’ nostri predecessori; ma nel fatto nostro io dubito che il buon Signore Iddio possa altrettanto dire di noi come egli disse de’ figliuoli d’Israello, quando li ebbe condotti e menati nella Terra di promissione, perchè elli rimproverò loro, dicendo: et pro nihilo habuerunt terram desiderabilem, con ciò che segue. Ed e’ lo diceva perciò ch’essi l’aveano obbliato, ed egli loro avea tanto fatto di bene, poichè li aveva salvati e messi fuora della cattività di Faraone, e donati della Terra promessa: ed altresì potrà egli aver detto di noi, che tosto l’obbliammo come sarà detto qui appresso.
E comincerò nella persona stessa del Re, il quale fece convocare e appellare tutti suoi Baroni, e Prelati ch’erano venuti con lui, e loro domandò consiglio sul che dovea fare dei beni ch’avea trovati nella città di Damiata, e com’essi si doveano dispartire. Un Patriarca, che là era, parlò il primiero e gli disse[56]: Sire, e’ mi sembra ch’egli è buono che voi riteniate tutto il frumento, orzo, riso ed altri viveri, affinchè la cittade non ne dimori isguernita, e che voi facciate gridar nell’oste che tutti gli altri mobili sieno apportati nella magione del Legato sotto pena di scomunicazione. Al quale consiglio si accordaro tutti li Baroni e gli altri: pel che fu fatto così. E ne furo trovati valere li beni mobili apportati presso il Legato intorno a sei mila lire. E quando tutto fu assembrato nella magione del detto Legato, il Re ed i Baroni inviarono chiedere il buon produomo Messer Giovanni di Valerì. E quand’elli fu venuto, il Re gli disse ciò ch’egli avea fatto, e come gli era stato trovato pel suo Consilio che il Legato darebbegli le sei mila lire che valevano i mobili apportati al medesimo, affinchè egli le dispartisse là ove stimasse doversi ciò far per ragione, e fussero il meglio impiegate. Sire, disse allora il prod’uomo, io vi ringrazio molto umilmente dell’onore che mi fate: ma ciò non vi spiaccia, chè l’offerta non prenderò io punto. Già se a Dio piace, non disfarò io li buoni costumi antichi, e tali che li han tenuti i nostri predecessori in Terra Santa. Perchè quando essi avean preso sugli inimici alcuna cittade o guadagnato alcun grosso bottino, di tali beni che si trovavano in tale città il Re non ne dovea avere che il terzo, e le due parti ne doveano avere i pellegrini. E questa costuma tenne molto bene lo Re Giovanni quando altra fiata elli prese Damiata[57]. Ed in così ch’io ho udito dire a’ miei antenati, il Re di Gerusalemme che fu davanti lo Re Giovanni tenne questa costuma altresì senza fallirvi d’un punto. Ora avvisate; e se voi mi volete assegnare le due parti del frumento, orzo, riso, e delle altre cose che avete ritenute, ed io assai volentieri le dispenserò ai pellegrini per lo onore di Dio, e per mantenenza dell’antica costuma. Il Re non ebbe per aggradevole questo consiglio, e dimorò la cosa così, donde molte genti si tennero assai mal contente del Re, di che egli avea rotte le buone antiche costumanze.
Le genti del Re, quando furono a loro agio e bene alloggiate; esse, che avrebbon dovuto intertenere dibonarmente li mercatanti e’ seguenti l’oste con loro derrate e mercatanzie, allogarono invece e appaltaro ai medesimi le stazzone e li fondachi per vendervi le mercatanzie loro così care come fare il poteano. Donde avvenne che la nomèa di ciò si sparse nelle istranie terre, e giunse a coloro che volean di lontani paesi menar viveri all’oste, i quali perciò dimoraronsi del venire, il che apportò un molto gran male e dannaggio.
Li Baroni, Cavalieri ed altri ch’avrebbon dovuto guardare diligentemente il lor bene, e farne sparagno per soccorrersene in luogo ed in tempo, si presero a far grandi banchetti gli uni agli altri in abbondanza di deliziose vivande. Ed il comune popolo scapestrandosi si prese a forzare e violare donne e donzelle, donde uscinne gran male. Perchè egli bisognò che ’l Re ne donasse congedo a tutto spiano di sue genti ed officiali, poichè, siccome esso buon Re mi disse, egli trovò sino a uno gitto di pietra, presso e allo intorno del suo paviglione, molti bordelli[58] che le sue genti teneanvi, ed altri mali assai più che in oste egli avesse mai visto.
Capitolo XII. Di ciò che avvenne sino a che stemmo a campo presso Damiata.
Ma or riveniamo al principale di nostra materia e diciamo così. Quando noi fummo così stati in questa città di Damiata, il Soldano, con esso uno grosso esercito, assalì nostr’oste di verso terra. E incontanente lo Re e sue genti d’arme s’armaro e misono in punto. Ed a fine di difendere che li Turchi non si mettessero negli alloggiamenti che avevamo al campo, io andai verso il Re tutto armato, lo quale io trovai parimente armato, e così tutti suoi Cavalieri che sedevano appancati d’intorno a lui. E gli richiesi umilmente ch’e’ mi donasse congedo d’andare colle mie genti sino fuora dell’oste a fedire sui Saracini. Ma tantosto che Messer Giovanni di Belmonte ebbe udito la mia richiesta, egli isgridò molto forte, e mi comandò da parte lo Re, ch’io non fossi sì ardito d’uscire del mio alloggiamento sino a che esso Re mel comandasse. E qui dovete sapere che col Re ci avea otto buoni Cavalieri e valenti, i quali aveano avuto e guadagnato molte fiate lo pregio dell’armi tanto di qua il mare che oltre mare, e solevali l’uomo appellare li buoni Cavalieri. Dentro li quali eravi Messer Gioffredo di Sargines, Messer Matteo di Marly, Messer Filippo di Nantolio, e Messere Imberto di Belgioco Connestabile di Francia, li quali non c’eran mica a quel giorno, ma erano al campo fuora dell’oste, e così il Maestro de’ Balestrieri con gran quantitade di genti d’arme per guardare così che li Turchi non s’approcciassero di nostr’oste. — Ed egli avvenne che Messer Gualtieri d’Autreche si fece armare di tutto punto e donare suo scudo e sua lancia e montò a cavallo, e tantosto fece sostenere le cortine del suo paviglione, ed uscitone, ferì degli sproni correndo contra li Turchi. Ed in così ch’elli partì del paviglione tutto soletto, all’infuori d’un suo uomo nomato Castillione, ecco il suo cavallo di battaglia provare il vento colle nari, e sbuffare e barberare, e gittarlo a terra tutto disteso, e fuggire a furia coverto di sue armi verso i nimici. E ben sappiate come, sendo la più parte de’ Saracini montati sovra giumente, per ciò fu che il cavallo guaragno fiutolle, e volle correre a quelle in caldo ed in bizzarria. Ed udii dire a coloro che ciò avean visto che quattro Turchi vennero al Signore d’Autreche che giaceva a terra stordito, ed in passando e ripassando davanti a lui gli diedero sopra dei gran colpi di mazza, di che talmente ne fu in periglio che là ne sarebbe stato morto, se il Connestabile di Francia non lo fusse andato soccorrere con alquanti delle genti del Re che avea alla sua guida. Fu egli rimenato a braccia nel suo paviglione donde era partito pur dianzi, e talmente era naverato e pesto de’ gran colpi di mazza che avea sofferto, ch’elli non potea più parlare. Tantosto furongli addirizzati alquanti Medici e Cirugiani[59], i quali, poi che non parve loro in fin di vita, gli trasser sangue del braccio, donde male ne prese; perchè, quando venne la sera, taluno mi pregò che noi l’andassimo vedere per ciò ch’egli era uomo di gran rinòmo e valenza. Ciò ch’io feci assai volentieri e andammo verso di lui. Ed entrando nel suo paviglione, l’uno de’ suoi scudieri ci venne dire allo incontra che noi sostenessimo il piede di paura di risvegliarlo. Ciò che noi femmo, ed appressandoci bellamente il trovammo giacente sul suo covertoio di vaio minuto di cui era tutto inviluppato, perchè allora noi tirammo tutto a cheto verso dove tenea la faccia, ed affiatatolo, il trovammo morto. Di che noi e molti fummo tutto dolenti di aver perduto un così produomo. E quando fu detto al Re, egli rispose, che non ne vorrebbe mica avere alquanti che altresì fussero caparbii e disobbedienti a’ suoi comandamenti come era stato quel Signore d’Autreche, il quale per suo difetto medesimo s’era fatto uccidere.
Ora sappiate che il Soldano donava di ciascuna testa di Cristiano, a chi gliela portava, un bisante d’oro; donde codesti traditori Saracini entravano la notte a furto nell’oste nostra, e là dove trovavano genti che dormiano spartate tagliavan loro la testa: sicchè avvenne ch’e’ sorpresone ed uccisero la guaita o scolta del Signore di Corcenay, e ne asportaro la testa e lasciarono il corpo giacente sovra una tavola. E dovete anche sapere ch’essi conoscevano a punto l’andazzo dell’oste nostra, perchè le varie battaglie di nostre genti per compagnie agguatavano, ciascuna la sera sua, tutto intorno l’oste a cavallo l’una appresso l’altra; ed i Saracini che conoscevano questo andazzo, entravano nell’oste appresso che il guaraguato a cavallo era passato, e facevano segretamente molti mali e molti micìdi. E quando il Re fu di ciò avvertito, egli ordinò che da quell’ora innanzi, coloro che solevano fare il guato a cavallo, sì il farebbono a piede: di che la nostr’oste ne venne poi molto serrata e tenuta sì unita che ciascuno vi s’intrattoccava senza che vi vaneggiasse uno spiazzo solo.
E fummo così lungamente a Damiata perchè il Re non trovava punto in suo Consiglio ch’egli dovesse tirar oltre, sino a che fusse venuto suo fratello il Conte di Poitieri, che il vento avea ammenato in Acri come vi ho detto qui davanti, perciò ch’elli aveva con lui tutto il retrobando di Francia. E di paura che li Turchi non si ferissero e traforassero per mezzo l’oste coi cavalli loro, il Re fece chiudere il parco dell’oste di grandi fossati, e sui terragli ci aveano ballestrieri a forza ed altre genti che agguatavano la notte com’io vi ho detto.
La festa di San Remigio fu passata avanti che alcune novelle venissero del Conte di Poitieri e di sue genti; donde il Re e tutti quelli dell’oste ne furono in gran misagio e sconforto, perciò che dubitavansi, nol vedendo venire altrimenti, ch’ellino fusser morti od in grave pericolo. Allora mi sovvenne del buon Decano di Maurù, e raccontai al Legato come per tre processioni ch’egli ci avea fatto fare sulla nave, noi fummo liberati del grande periglio in che eravamo. Il Legato accolse il consiglio, e fe’ gridare tre processioni nell’oste che si farebbono per tre Sabbati. La prima processione cominciò dalla magione d’esso Legato e andarono al Tempio di Nostra Donna in Damiata, ed era il Tempio nella Meschita de’ Turchi e Saracini, e l’avea quel Legato fatta dedicare di novello nell’onore della Madre di Dio la gloriosa Vergine Santa Maria. E così per due Sabbati fue fatto, ed in ciascuno il Legato facea sermoni, ed appresso il sermone udito, dava esso al Re ed agli altri gran Signori di larghi perdoni. Di dentro il terzo Sabbato arrivò il buon Conte di Poitieri colle sue genti, e bene gli fu mestieri di non esser venuto entro il tempo dei primi due Sabbati, perchè io vi prometto che davante quel tempo, egli vi regnò senza cessare sì gran tormenta nel mare davanti Damiata, ch’egli vi ebbe più di dugento quaranta vascelli, che grandi che piccoli, tutti ispezzati e perduti, e le genti che li guardavano sommerse: perchè se il Conte di Poitieri fusse allora venuto, egli sarebbe stato in pronto risico di morirvi di mala morte, e così al fermo sarebbe stato, se il buon Dio non gli avesse fatto sua aita.
Capitolo XIII. Come movemmo da Damiata per a Babilonia, secondo l’avviso malurioso del Conte d’Artese.
Or quando esso Conte di Poitieri fratello del Re fu arrivato, grande gioia s’ismosse in tutto lo esercito, ed il Re mandò cherendo suoi Baroni più prossimani, e l’altre genti di suo Consiglio, e loro domandò qual via egli doveva prendere o ad Alessandria o a Babilonia. Il Conte Piero di Brettagna col più degli altri Baroni furono d’opinione che ’l Re movesse ad Alessandria, perciò che davanti la cittade avea porto buono ad arrivarvi navi e battelli per vittovagliar l’oste. Ma a questa opinione fu contrario il Conte d’Artese, e disse che già non andrebbe egli ad Alessandria innanzi che non si fusse stati in Babilonia, la quale era capo di tutto il Reame d’Egitto[60]. E diceva per sue ragioni, che chi volea uccidere il serpente gli dovea schiacciar il capo tutto primiero. Ed a questo consiglio si tenne il Re e lasciò l’altra opinione.
All’entrata dell’Avvento[61] si partì dunque il Re e tutta sua oste per andare a Babilonia, siccome il Conte d’Artese avea consigliato. E nella via assai presso di Damiata trovammo uno fiume che usciva della grande riviera, e fu avvisato che ’l Re soggiornerebbe là uno giorno tanto che s’istopperebbe lo detto fiume a fine che si potesse trapassare. E fue la cosa fatta assai agiatamente, perchè si rinturò il detto fiume a raso a raso della grande riviera, per tal maniera che l’acqua non alzando punto da nissun lato si potè passar oltre a grand’agio. Or che fece il Soldano? Egli inviò inverso il Re, pensando farlo a cautela, cinquecento dei suoi Cavalieri, de’ meglio montati ch’e’ sapesse scerre, dicendo al Re ch’essi eran venuti per soccorrer lui e tutta sua oste, ma ciò era solamente per dilazionare la nostra venuta. Il giorno di San Nicolao il Re comandò che tutti montassero a cavallo, e difese sotto pena di ribellione che nullo di sue genti fusse tanto ardito che toccasse in male a l’uno di que’ Saracini che il Soldano gli avea inviato incontra. Ora avvenne che, quando essi Saracini videro che l’oste del Re fu ismossa a partire, e seppero ch’esso Re avea fatto difendere che nullo non li osasse toccare, imbaldanziro, e se ne vennero di gran coraggio tutti in frotta ai Tempieri, i quali avevano la prima battaglia. E l’uno di questi Turchi donò della propria mazza un sì gran colpo a l’uno de’ Cavalieri della prima battaglia che lo abbattè innanzi il cavallo del fratello di Rinaldo di Bichers che era allora Maliscalco dei Frieri del Tempio. Il che veggendo esso Maliscalco non si rattenne, ma gridò a’ suoi prò Cavalieri: Ora avanti, compagnoni, addosso dalla parte di Dio, chè ciò non si potrebbe soffrire. Ed ecco e’ fiere il suo cavallo degli sproni e si libera correndo sui Saracini, e con esso tutta la valente Compagnia dei Tempieri sale romendo come groppo di vento alla guerra. E ben sappiate che li cavalli de’ Turchi erano ismunti e travagliati, e li nostri tutti riposati e freschi, donde male loro ne arrivò: perchè io ho di poi assai udito dire che de’ Turchi non ne iscapò punto uno tutto solo, che non ne fusse o tagliato o costretto di gittarsi in mare e sommergersi.
Capitolo XIV. Qui tocca il conto dello fiume meraviglioso d’Egitto che l’uomo dice Nilo.
Qui si convien parlare del fiume meraviglioso che passa per lo paese dell’Egitto, e che viene, secondo ch’uom dice, dal Paradiso terrestre. Perchè queste cose uopo è sapere chi vuol intendere mia materia. Codesto fiume è istrano e diverso da tutte l’altre riviere: perchè quanto più in una grossa riviera ne cadono di minori, ed acque vi convengono da ogni lato, tanto più la medesima si sparpaglia e prende terreno, e vi si dirama entro in ruscelli; ma codesto fiume viene tutto solitario ed unito, e quand’egli è in Egitto, da sè medesmo gitta sue branche qua e là per mezzo il paese, e quando il tempo viene intorno alla San Remigio, egli da sè si espande per le branche sue in sette riviere, le quali cuoprono le terre piane; e poi quando l’acque si son ritirate, i lavoratori del paese vengono a lavorarvi la terra intrisa con aratri senza ruote, e vi sementano frumento, orzo, riso, comino; e tutto vi prova sì bene che nulla v’ha di che ammendare. L’uomo non sa donde venga quella crescita d’acque fuor che della santa grazia di Dio: e se ella non fusse, egli non verrebbe nullo bene nel paese d’Egitto per li grandi calori che vi regnano, sendo più presso al Sol levante, e non piovendovi come punto, o solo di lungi a lunge. Ancora sappiate che quel fiume è tutto torbato per lo scalpiccìo ed il viavai delle genti del paese che vi accorrono verso la sera per trarne acqua a bere, ma pur solo che in essa acqua e’ vi schiaccino quattro mandorle o quattro fave, ed ecco la dimane l’acqua si è tanto buona a bere che è meraviglia. Inoltre quando quel fiume entra in Egitto, egli vi ha genti tutte sperte ed accostumate, (come a dir sarebbono li pescatori delle nostre riviere) le quali a sera gittano loro reti incontro le correnti d’essa riviera, ed al mattino sovente vi trovano e prendono le spezierie che si vendono in queste parti di qua assai caramente, ed a picciol peso; siccome cannella, gengiovo, rabarbaro, gherofani, legno d’aloè ed altre buone e rare cose: e dicesi nel paese che cotali cose vengono del Paradiso terrestre, e che il vento le abbatte di buoni alberi che colà sono, in così appunto come il vento abbatte il seccume nelle foreste de’ paesi nostri: perchè poi ciò che cade nel fiume, e l’acqua ammena alla china, e’ mercatanti raccolgono come vi dissi a gran reti per rivenderlo poscia ad oncia ad oncia nelle parti nostre.
E si diceva nel paese di Babilonia che molte volte il Soldano aveva tentato di sapere donde il fiume veniva, per genti sperte che ne seguissero il corso a ritroso, e portassono con loro per vivere del pane, che vien detto biscotto, perciò ch’essi non ne avrebbono punto trovato. E queste genti una fiata gli rapportarono ch’essi avevano seguito quel fiume contramonte tanto che erano giunti sino ad una serra di roccia tagliata a picco, sulla quale serra e roccia non era possibile montare sì per l’ertezza scogliosa, e sì per l’acque del fiume che, quasi da cateratta aperta, se ne versavano a piombo. E loro era stato avviso che in sull’alto della montagna fossero alberi a fusone, ed aggiugnevano che colassù avean visto gran quantità di bestie selvatiche, e di molte strane fazioni, come lioni, serpenti, elefanti ed altre paurose e diverse, che stavano a riguardarli, se pure ardissono di montare; perchè le genti del Soldano, impauratesi, se ne erano ritornate, senza osare di passar oltre.
Capitolo XV. Come ci arrestammo davanti il fiume di Rosetta, e di ciò che ’l Re vi dispose, e lo nuovo Almirante vi contrappose.
Or dunque a proseguire nostra materia, diciamo che quel fiume scende in Egitto, e vi gitta sue branche per mezzo la pianura, com’io v’ho già detto, delle quali branche l’una viene a Damiata, l’altra ad Alessandria, la terza a Tanes, e la quarta a Rosetta. A quella branca che s’addirizza a Rosetta andò il Re di Francia a tutta sua oste, e pose gli alloggiamenti tra esso fiume e quello di Damiata. E là trovammo tutto il podere del Soldano alloggiato sulla riva del fiume di Rosetta per guardare e proibircene il passaggio. Ciò che loro era cosa ben agevole a fare, poichè nullo di noi non avrebbe saputo passare s’egli non si fusse messo a nuoto, non avendovi punto di guado. Il Re ebbe consiglio in lui di far gittare un dicco per a traverso la riviera per passare ai Saracini; e per mettere a salvaguardia quelli che farebbono il dicco fe’ costrurre due grossi belfredi che si appellano Gatti incastellati, perciò che ci avea due castelli davanti i gatti e due casematte di dietro per tollerare lo stoscio de’ cantoni che i Saracini gittavano con ingegni e difíci, e di questi ne aveano ben sedici tutti a dritto, donde facevano meravigliosi trabocchi. Il Re fece fare altresì diciotto ingegni, de’ quali fu mastro trovatore e fattore un Giossellino di Curvante. Il fratello del Re agguatava i gatti di giorno, e noi altri Cavalieri sì gli agguatavamo la notte. E si fu la settimana innanzi Natale che i gatti incastellati furono presti, e poi si cominciò a fare il dicco. Ma quanto se ne faceva, li Saracini altanto ne disfacevano di lor parte. Perchè dal lor lato, tutto di contro l’argine, facean seno della riva e vi scavavano larghi fondacci; sicchè, come l’acqua per lo argine nostro s’arretrava, ed ella tosto piegava a riempiere i fossati opposti; perchè avveniva che ciò che noi ammontavamo a stento in tre settimane o in un mese, essi mantenendo la larghezza del fiume, il frustravano agevolmente in un giorno od in due, guastando tuttavia a grandi colpi di frecce e bolzoni le nostre genti che portavano terra per avanzar la traversa.
I Turchi, quando il loro Soldano fue morto della malattia che gli prese davanti Hamano, fecero lor Capitano di un Saracino che si appellava Sceceduno figliuolo del Seicco[62] lo qual Capitano era stato armato Cavaliere dallo Imperatore Federico. E tantosto quel Sceceduno inviò una parte delle sue genti a passare di verso Damiata ad una piccola città chiamata Surmesac, la quale è sul fiume di Rosetta, e vennero a cadere da quel lato sulle nostre genti. E il proprio giorno di Natale, in quel tanto ch’io era a desinare col mio compagno d’armi Pier d’Avalone, e tutti i Cavalieri nostri, li Saracini entrarono nell’oste, e vi uccisero alquanti poveri che se n’erano ai campi sbandati. E incontanente noi montammo a cavallo per andare alla riscossa, donde gran mestieri ne era a Monsignor Perrone nostr’ospite, che si trovava fuora dell’accampamento, perchè avanti che fussimo là li Saracini l’avean già preso, ed ammenavano lui e suo fratello il Signore di Val. Allora noi piccammo degli sproni, e corremmo su i Saracini e riscuotemmo que’ due buoni Cavalieri ch’avean già messi per terra a gran forza di colpi, e li rammenammo nell’oste. I Tempieri ch’erano all’erta fecero bene ed arditamente la retroguarda, ma con tutto ciò li Turchi ci venivano sopra di gran coraggio da quel lato guerreggiandoci forte e fermo, sino a che il nostro accampamento non si fu chiuso di fossato di verso Damiata, da quel fiume là insino al fiume di Rosetta.
Quel Sceceduno Capitano de’ Turchi, di cui ho parlato qui davanti, era tenuto il più valente e prode di tutta Paganìa. Egli portava nelle sue bandiere le armi dello imperadore che l’avea fatto Cavaliere, ed era la sua bandiera partita in banda, e nell’una banda e’ portava armi parecchie a quella del Soldano d’Aleppo, e nell’altra le armi del Soldanato di Babilonia. Suo nome era Sceceduno, com’io v’ho detto, figliuolo del Seicco, che tanto vale a dire in lor lingua, come nella nostra figliuolo del Veglio: ed un tal nome tenevano essi tra loro a gran cosa, perciò che sono le genti che più onorino i vecchi ed antichi, solo ch’essi si sieno guardati in giovinezza d’alcun malvagio rimproccio. Ora codesto Capitano, così come fu rapportato al Re per ispie, si vantò ch’e’ mangerebbe nella tenda del Re di Francia innanzi il giorno di S. Sebastiano ch’era prossimano a venire[63].
Or quando il Re ciò intese, egli disse che se ne prenderebbe ben guardia, e serrò sua oste e ne dette l’intesa alle sue genti d’arme. Donde il Conte d’Artese suo fratello fu commesso a guardare i belfredi e gl’ingegni; il Re ed il Conte d’Angiò, che dipoi fu Re di Sicilia, furo stabiliti a guardare il campo verso Babilonia, e il Conte di Poitieri ed io Siniscalco di Sciampagna a guardare il campo di verso Damiata. Ora avvenne tantosto, che quel Capitano de’ Turchi, avanti nominato, fece passare sue genti nell’isola che era tra lo fiume di Damiata e lo fiume di Rosetta, ove erano i nostri alloggiamenti, e fece arringare sue battaglie da l’un de’ fiumi sino all’altro. Il Conte d’Angiò, ch’era in quella parte, corse sui detti Turchi e ne isconfisse tanti da metterli in fuga, e molti ne furo annegati in ciascuno de’ detti fiumi. Ma tuttavia, egli ne dimorò gran parte, a chi nissuna cavalleria osava di urtare per li diversi ingegni ch’elli avevan tra loro, e de’ quali n’uscian per noi grandi mali. E a quella fiata che il detto Conte di Angiò assalì li Turchi, il Conte Guido di Forestà che era in sua compagnia, sdrucì a cavallo lui e suoi cavallieri per tra la battaglia de’ Turchi, e tirò oltra sino a un’altra battaglia di Saracini, e là fece maraviglie di sua persona. Ma ciò non ostante fu egli gittato a terra e n’ebbe la gamba spezzata, ed a braccia nel rimenarono due de’ suoi Cavalieri. E ben sappiate che a molto gran pena si potè ritrarre il Conte d’Angiò di quella mislèa, ove egli molte fiate fu in grande periglio, sicchè dappoi ne fu molto pregiato di quella forte giornata. Al Conte di Poitieri ed a me accorse un’altra gran battaglia dei detti Turchi. Ma siate certi che molto bene furono ricevuti ed altrettanto serviti. E ben bisogno lor fu ch’e’ trovassono la via per ove essi erano baldamente venuti, poichè ne femmo un’abbondosa tagliata, e ritornammo a salvezza negli alloggiamenti senza avere come niente perduto di nostre genti.
Capitolo XVI. Come la Petriera e gl’ingegni de’ Saracini, gittando il fuoco greco, abbruciassono due fiate i nostri Gatti incastellati.
Una sera avvenne che i Turchi ammenarono un ingegno ch’essi appellavano la Petriera, un terribile ingegno a mal fare, e lo misero a fronte a fronte dei gatti incastellati, che Messer Gualtieri di Curello ed io guardavamo in quella notte. Per lo quale ingegno essi ci gittavano il fuoco greco ad abbondanza e a gran furia, e questo era la più orribile cosa che unque mai io vedessi. Quando il buon Cavaliero Messer Gualtieri, mio compagno di scolta, vide questo fuoco, egli si gridò e ci disse: Signori, noi siamo perduti per sempre senza rimedio, perchè se essi bruciano i nostri gatti incastellati, noi ne siamo altresì arsi e bruciati; e se noi disertiamo nostra guardia, noi ne siamo onìti vituperosamente. Perchè io concludo che nullo non è che di questo periglio ci possa difendere, se non è Iddio il benedetto nostro Creatore. Sì dunque vi consiglio a tutti, che tutte e quante le fiate ch’essi ci gitteranno il fuoco greco, che ciascuno di noi cada sui ginocchi e sui cubiti, e gridi mercè a Nostro Signore, in chi è tutta possanza. E tantosto che i Turchi gittaro il primo colpo di fuoco, noi ci mettemmo aggombitati e ginocchioni appunto così come il produomo ci avea insegnato. E cadde il fuoco greco questa prima volta tra i nostri due gatti incastellati in uno spiazzo che loro era davanti, e che aveano fatto i nostri prolungando il dicco; ed incontanente quel fuoco fu spento da un uomo che avevamo proprio a ciò fare. Or la maniera del fuoco greco era tale ch’egli veniva ben davanti sì grosso che una botte, e dietro lasciava una coda durante circa una mezza canna di quattro palmi. Egli al suo venire di schianto facea tale bruìto da sembrare la saetta folgore che cadesse dal cielo, e rendea figura d’uno dragone volante per l’aere, e gittava sì gran chiarità e spereggio ch’egli ci si vedea entro il vallo come di giorno, accendendovisi la tenebra in vivo lume di fiamma. Tre fiate in quella nottata ci gittarono il detto fuoco colla Petriera, e quattro con la ballestra grossa a tornio[64]; e tutte le fiate che ’l nostro buon Re San Luigi udiva che ci gittavano così questo fuoco, egli si ponea ginocchioni, e tendendo le mani e levando la faccia al cielo, gridava ad alta voce a nostro Signore e diceva in plorando a grandi lagrime: Bel Sire Dio Gesù Cristo, guardate me e le mie genti! E poi che ’l fuoco c’era caduto innanzi, e’ mandava un suo ciambellano per sapere in qual punto noi eravamo, e se il fuoco ci aveva gravati. E ben credetemi che di sue buone preci ed orazioni noi ne avevamo mestieri; poichè l’una delle volte ch’e’ Turchi il gittarono, cadde il fuoco di costa al gatto incastellato che guardavano le genti di Monsignore di Corcenay, e ferì nella riva del fiume che era là davanti, e se ne venne dritto a loro tutto divampante ed ardente: perchè tantosto ecco venire correndo verso di me un Cavaliere di quella Compagnia, tuttavia gridando: Atateci, Sire, atateci o noi siamo tutti arsi, vedete là orrenda stroscia di fuoco greco che i Saracini ci han tratto, e che viene dritto al nostro castello. Ratto corremmo là, donde il bisogno era grande, poichè così come dicea il Cavaliere in così era, ed estinguemmo il fuoco a grande affanno e disagio, perchè dall’altra parte i Turchi ci tiravano attraverso il fiume dardi e verrettoni, di che tutto era pieno.
Il Conte d’Angiò fratello del Re guardava di giorno i gatti incastellati, e tirava nell’oste de’ Saracini con ballestre. Ora aveva comandato il Re che appresso che il Conte d’Angiò ci avea fatto il guato durante il giorno, noi altri della mia compagnia il facessimo durante la notte; donde eravamo a gran pena ed a grande sollicitudine, perchè li Turchi aveano già rotte e fracassate nostre tende e nostri ripari. Ora avvenne che codesti Turchi traditori ammenarono di giorno la loro Petriera davanti le nostre parate, quando il Conte d’Angiò le difendea. Ed aveano accoppiati tutti li loro ingegni, donde essi gittavano senza rallento il fuoco greco sul nostro argine traversagno tutto di faccia delle nostre bastite, sicchè nullo si osava mostrarsene fuora e scovrirsi; perchè in allora i nostri due gatti incastellati furo in un momento consumati e bruciati. Per la qual cosa il detto Conte d’Angiò, che li dovea guardare quel giorno, ne uscì quasi fuori del senno e si volea gittare di dentro il fuoco per estinguerlo o morirvi. Su di che i miei Cavalieri ed io dovemmo render grazie a Dio, perchè, se i Saracini avessero atteso a notte a far loro sforzo, noi ne saremmo stati tutti arsi e bruciati.
Il che veggendo il Re, fece egli una richiesta a’ suoi Baroni che gli donassono e trovassono modo di aver legname de’ vascelli ch’essi avevano sopra mare, ciascuno di sua parte il più che potrebbe, perchè non ci avea là intorno fusti o selve di che essi si fossero potuto atare; e così loro rimostrò il Re, donde ciascuno gliene servì ciò ch’egli potè. Ed avanti che il nuovo gatto incastellato fusse compito, il legname che vi fu impiegato venne stimato valere dieci mila lire e più, perchè potete conoscere che molti battelli ne furono perduti, e che noi ne eravamo allora in grande difetto. Quando il gatto fu all’intutto compiuto, il Re non volle punto ch’e’ fosse messo e piantato sino a quel giorno che ’l Conte d’Angiò suo fratello doveva farvi la guardia, e comandò che fosse rizzato nel proprio luogo ove li due altri erano stati bruciati. E ciò faceva egli, a fine di ricovrar l’onore del detto suo fratello, al guato del quale erano stati bruciati gli altri due gatti incastellati. E siccome lo Re volle, così fu fatto. Il che veggendo li Saracini da capo attirarono tutti i loro sedici ingegni, e di modo li accoppiarono che tutti insieme lanciavano al nostro gatto ch’era stato fatto di nuovo. E quando essi videro che le nostre genti dottavano d’andare e venire al gatto pel fitto de’ cantoni e pietre grosse e canterute che essi traevano, drizzaro la Petriera tutto di fronte al gatto incastellato, e lo arsero da capo col fuoco greco. E seconda gran grazia fece Nostro Signore a me ed a mei Cavalieri, perchè s’essi avessero atteso sino alla notte vegnente in che noi dovevamo tener la guardia, ne saremmo stati arsi od oniti come per simigliante vi dissi qui avanti.
Capitolo XVII. Qui conta del passaggio a guado del fiume di Rosetta.
Ciò vedendo il Re a tutta sua gente ne venne molto turbato in cuore, ed appellò tutti li suoi Baroni per consigliarlo sul che era a farsi. E videro per tra loro che possibile non era di fare un dicco per passare ai Turchi e Saracini, perchè le nostre genti non potevano tanto fare da una parte che più essi non affondassono ed allargassero dall’altra. Ed allora Messer Umberto di Belgioco Connestabile di Francia disse al Re che un uomo Beduino era venuto a lui, e gli avea detto: che se gli si volean donare cinquecento bisanti d’oro, ed egli ci insegnerebbe un buon guado a passare il fiume agevolmente a cavallo. A che il Re rispose che molto volontieri vi si accordava, ma ch’egli[65] tenesse verità di sua parte. E non volle quell’uomo insegnare il guado se primamente egli non ebbe i danari che gli eran stati promessi.
Per lo Re fu disposto che il duca di Borgogna e li Ricchi Uomini del paese d’oltremare, i quali erano accordanti con lui, guarderebbero l’oste e la manterebbono contra Saracini, e ch’elli e li suoi tre fratelli, che erano li Conti di Poitieri, di Artese e di Angiò, il qual ultimo fu poi Re di Sicilia, come ho detto davanti, colle loro genti a cavallo andrebbero vedere ed assaggiare il guado che il Beduino loro doveva mostrare: e ne fu messo giorno e fu assegnato a l’uno de’ tre dì di Carnasciale. E quando venne quel giorno noi montammo a cavallo, ed andammo al guado di quel Beduino tutti in punto di guerra. Ed in cavalcando, taluni si tiravano a randa della riva del fiume, e sendone la terra labile e intrisa, smucciavano ed avvallavano essi e loro cavalli nell’acque, e vi si annegavano miseramente. Ed il Re se n’avvide, e ne fece dimostranza agli altri, affine che tenendosi in sodo si desson guardia di non cadere. E tra gli altri cadde ed annegò Messer Giovanni d’Orleano il valente cavaliere Banneretto, che spiegava bandiera nell’oste di suo. E quando noi fummo al guado vedemmo da l’altra parte del fiume ben trecento Saracini tutti a cavallo, i quali guardavano quel passaggio. Allora noi entrammo entro il fiume, e vi trovarono i nostri cavalli assai buon guado e ferma terra, e tirammo contramonte l’acqua con buona riva a passar oltra, tanto che la Dio mercè noi passammo tutti senza dannaggio. E quando i Saracini ci videro così passare di forza, essi se ne fuggirono a grande aire[66].
Capitolo XVIII. Della battaglia che ne seguì oltre il fiume, ove fu morto il Conte d’Artese.
Avanti che partire il Re aveva appuntato che i Tempieri farebbono l’antiguarda, ed il Conte d’Artese suo fratello menerebbe la seconda battaglia. Ma sì tosto che ’l Conte d’Artese ebbe passato il fiume insieme a tutta sua gente d’arme, e ch’e’ videro i Saracini fuggire loro davanti, essi piccano li cavalli delli speroni e cominciano a correr sopra li Saracini. Donde la valente Milizia dell’antiguardo ne levò parola di corruccio, ma il Conte d’Artese non le osava rispondere o rattenersi per la paura di Messer Folcaldo del Melle che lo tenea per lo freno del suo cavallo, e che, sendo sordo, non udìa cosa che i Tempieri dicessono al Conte, ma gridava tuttavia a gola: or addosso, or addosso. Quando i Tempieri videro ciò, essi si pensaro essere oniti e diffamati se lasciavano andare il Conte d’Artese innanzi a loro, perchè tutti d’un accordo ferirono degli sproni tanto ch’e’ poterono, e perseguirono i Saracini fuggenti per mezzo la Città della Massora sino al campo posto verso Babilonia. Or quando finalmente ristettono e pensarono ritornare addietro, ecco li Turchi lanciar loro per a traverso le strette rughe della cittade gran forza di fromboli e di saettame, sicchè là fu morto il Conte d’Artese e il Sire di Coucy che si nomava Raullo, e tanto d’altri Cavalieri sino al numero di trecento, ed i Tempieri, in così come il loro Gran Maestro mi disse, vi perdettono bene dugento ottanta de’ suoi[67].
E i miei Cavalieri, Genti d’arme ed io vedemmo a man sinistra gran quantità di Turchi che s’armavano ancora, e incontanente corremmo sovr’essi. Ed in quella che li cacciavamo per mezzo loro oste, io scorsi un gran Saracino che montava sul suo cavallo, e gli teneva il freno un suo cavaliero: e intanto che il Saracino levò le mani alla sella per voler montare, io gli diedi della spada sotto le ditella tanto come potei metterla avanti, e lo freddai di quel colpo. Quando il Cavaliere vide il suo Sire morto, abbandonò egli signore e cavallo, e m’ispiò al ritornare, e mi venne colpire di sua lancia un sì gran colpo tra le spalle ch’elli mi gittò sul collo del mio cavallo, e mi tenne così pressato ch’io non poteva sguainar la spada che aveva cinta, ma mi bisognò tirare un’altra spada ch’io aveva alla sella del cavallo, donde bene mestieri me ne fu; e quando egli vide ch’io aveva la spada in pugno, elli ritirò di forza la lancia che io avea afferrata, e s’arretrò da me. Ora avvenne ch’io e i miei Cavalieri trovammo de’ Saracini fuora dell’oste, e ne vedemmo qua e là ben presso a sei mila che si erano gittati alla campagna e aveano abbandonati gli alloggiamenti: perchè quando essi ci ebber veduti così spartati, ci vennero correr sopra di gran randone, e là uccisono Messer Ugo di Tricciatello Signore d’Isconflano, il quale portava la bandiera della nostra compagnia: e parimente presono Messer Raullo di Guanone della detta nostra compagnia, lo quale essi avevano abbattuto a terra. E in quella che l’ammenavano i miei Cavalieri e me il conoscemmo, e lo andammo arditamente riscuotere e liberare dalle lor mani. Ed in ritornando di quello affronto li Turchi mi donarono di sì gran colpi che il mio cavallo s’agginocchiò del gran peso che gli toccò sentire, e me gittarono oltre per di sopra le orecchie sue. Di che tantosto mi raddrizzai mio scudo al collo e mia spada in pugno: ed allora si tirò verso me Monsignor Erardo di Esmerè, che Dio assolva, lo quale a somigliante essi avevano abbattuto a terra: e noi ci ritirammo insieme verso una magione, che colà presso era stata guasta per attendervi il Re che veniva, e trovar modo di ricovrare un cavallo. Ed in così che noi ne andavamo a quella magione, ecco qua una gran bandiera di Turchi, i quali venivano sovra noi correndo e passando oltre verso un’altra compagnia di nostre genti che colà presso reggea la puntaglia. Ed in passando essi mi gittano a terra di tal burina che lo scudo m’esce del collo, e mi calpestano per morto, donde guari non ne falliva. E quando furono passati, Messer Erardo mio compagnone mi venne a rilevar su, e così potemmo andare sino ai muri di quella magione disfatta. Ed a questi muri si resero a noi Messer Ugo di Iscossato, Messer Ferrante di Loppel, Messer Ranaldo di Menoncorto, ed altri più. E là ci vennero assalire li Turchi in maggior forza da tutte parti: e ne discese una parte d’essi dentro il casalone ove noi eravamo, e lungamente furono battagliando contra noi a la puntaglia e da presso. Allora i miei Cavalieri mi donaro a guardare un cavallo, ch’essi tenevano per paura ch’e’ si fuggisse, e si dettono a difendersi vigorosamente contra li Turchi, ed in tal maniera che grandemente lodati ne furo da alquanti produomini che li vedevano. Là fu ferito Messer Ugo di Iscossato di tre grandi piaghe nel viso ed altrove. Messer Raullo e Messer Ferrante a simigliante furono naverati alle spalle talmente che il sangue sortiva di loro piaghe tutto così che d’una botte sorte il vino. Messere Erardo d’Esmerè fu naverato per mezzo il viso d’una spada che gli trinciò tutto il naso tanto che gli cadeva sulla bocca. Adunque in quella distretta mi sovvenne di Monsignore San Jacopo, e gli dissi: Bel Sire San Jacopo, io ti supplico aiutami e mi soccorri a questo bisogno. E tantosto ch’io ebbi fatto mia preghiera Messer Erardo mi disse: Sire, se voi non pensaste ch’io il facessi per fuggirmi ed abbandonarvi, io v’andrei inchiedere Monsignore il Conte d’Angiò ch’io vedo là in quei campi. Ed io gli risposi: Messer Erardo, voi mi fareste grande onore e grande piacere se voi ci andaste chiedere aiuto per salvarci le vite, giacchè la vostra è bene in grande avventura. E bene io ne dicea il vero perchè elli ne morì poco stante di quella nàvera. E tutti furono altresì d’opinione ch’elli ci andasse cercar soccorso. Allora gli lasciai andare il cavallo suo ch’io tenea per lo freno, ed egli ratto se ne corse al Conte d’Angiò richerendogli che ci venisse soccorrere nel periglio ove noi eravamo. E là ci ebbe un gran Sire con lui che ne lo voleva guardare, ma il buon Signore non ne volle niente credere, anzi girò il suo cavallo, ed accorse con alquanto delle sue genti piccando delli speroni. E quando li Saracini il videro venire essi ci lasciarono, ma come e’ vennero in effetto, scorsero li Saracini i quali tenevano Messer Raullo di Guanone e l’ammanavano tutto ferito, perchè incontanente mossero a ricovrarlo, ma lo riebbero in ben pietoso e miserevole punto.
Capitolo XIX. Anche della battaglia, e delle grandi cavallerìe che vi fece Monsignore lo Re.
Ed in quella io vidi apparire il Re e tutta sua gente, i quali sorvenivano a una terribile tempesta di trombe, di chiarine e di corni. Ed il Re s’arrestò sull’alto del cammino con tutte sue genti d’arme per qualche cosa ch’egli aveva a dire: ed io vi prometto ch’unqua sì bell’uomo armato non vidi mai: perch’egli pareva di sopra tutti dalle spalle in a monte. Aveva sulla testa un elmo tutto inorato e bellissimo, ed una spada di Lamagna in sua mano. E tantosto ch’elli si fu arrestato, molti de’ suoi Cavalieri scorsero entro la battaglia dei Turchi gran quantità d’altri Cavalieri e di genti del Re, ed essi senza rattento si vanno tosto lanciare per tra la battaglia cogli altri. E dovete sapere che a questa fiata furono fatti là i più bei fatti d’arme che anche fussono fatti nel viaggio d’oltremare tanto d’una parte che d’altra; perchè nullo non tirava d’arco, di ballestra, nè d’altra artiglieria, ma erano li colpi che l’un si donava sull’altro a belle mazze e spade e fusti di lance tutto mescolatamente l’uno per mezzo l’altro. E di ciò ch’io vedeva, molto tardava ai miei Cavalieri ed a me, tutto guasti come noi eravamo, che non fussimo di dentro la battaglia cogli altri. Ed ecco qui tantosto venire a me un mio Scudiere, che se n’era fuggito a un tratto con tutta la mia bandiera, e mi ammena uno de’ miei destrieri fiammenghi; perchè fui prestamente montato, e toccato degli sproni mi tirai a costa a costa del Re. Là fu il buon produomo Messer Giovanni di Valerì, il quale vedeva bene come il Re si volea andare a gittare nel forte della battaglia; e gli consigliò che si tirasse a man destra di verso il fiume, affinchè, se dannaggio ci avesse, potesse egli aver soccorso dal Duca di Borgogna e dagli armati che guardavano l’oste che noi avevamo lassata, ed altresì a ciò che le sue genti potessono rinfrescarsi ed aver a bere, poichè il caldo s’era già molto elevato. Il Re mandò allora inchiedere e far ritirare i suoi Baroni e Cavalieri ed altri di suo Consiglio ch’erano nella battaglia de’ Turchi, ed a pena furo arrivati domandò loro consiglio di ciò ch’elli era a fare. E i più risposono che il buon Cavaliere Messer Giovanni di Valerì ch’elli avea con lui, molto bene il consiglierebbe. Allora, secondo il primo consiglio di quel Valerì, che i più accordaro esser buono, il Re piegò a man destra verso il fiume: ed eccovi qui venire Messer Umberto di Belgioco Connestabile di Francia, che disse al Re come suo fratello il Conte d’Artese era a gran pressura in una magione presso la Massora e si difendea a meraviglia, ma ciò non ostante ch’egli avea buon bisogno d’esser soccorso, e pregò ’l Re d’andarlo aitare. Ed il Re disse: Connestabile, piccate davanti, ed io vi seguirò da presso: ed a somigliante io di Gionville dissi al Connestabile ch’io sarei uno de’ suoi Cavalieri e ’l seguirei a tale affare, donde egli me ne rese mercè di buon cuore. E tantosto ciascuno di noi cominciò a ferir degli sproni dritto a quella Massora per mezzo la battaglia dei Turchi; di che prestamente molti di nostra compagnia furo discevrati e dipartiti de la presenza l’uno de l’altro entro la forza dei Turchi e dei Saracini.
Ed un poco appresso ecco qui venire un Mazziere al Connestabile, con chi io era, e gli dice che il Re era circondato di Turchi ed in gran periglio di sua persona. Chi ne fu isbaìto fummo noi, e ne avemmo grande spavento, perchè tra lo luogo ove era il Re coi Turchi e noi, ci avea bene mille o mille dugento Saracini, e noi non eravamo che sei di nostra parte. Allora io dissi al Connestabile: poi che noi non abbiamo podere di traforare per quella pressa di nimici, ch’egli ci valea meglio di andare a passare per a monte al disopra d’essi. E così tutto subitamente lo femmo ancorchè ci fusse un gran fossalone pel cammino che prendemmo tra noi e li Saracini. E sappiate per vero che s’essi si fussono preso guardia di noi, e’ ci avrebbono di tratto tutti soverchiati ed uccisi; ma essi intendevano al Re ed all’altre grosse battaglie, e forse ch’elli istimavano che noi fossimo di loro genti. Ed in quella che noi arrivavamo di verso il fiume tirando in basso entro il rio suddetto e la riviera, noi vedemmo ch’ ’l Re s’era invece ritirato all’alto d’esso fiume, e che li Turchi ne ammenavano le altre schiere. Perchè s’assembraro tutte loro battaglie colle battaglie del Re sulla grande riviera, e là ci ebbe una molto pietosa disconvenenza. Perchè la più parte di nostre genti, le quali anche erano delle più fievoli, credevano poter passare a salvamento di verso l’oste ove era a guardia il Duca di Borgogna: ma egli non era possibile, perchè i loro cavalli erano così lassi e travagliati, ed il calore era sì estremo, che non ne potevano la fatica: ed in discendendo a valle il fiume, noi vedevamo l’acqua tutta covrirsi di picche, lance, scudi, e d’uomini e cavalli che miseramente vi perivano ed annegavano. Quando noi vedemmo la fortuna e il pietoso stato che correva sulle nostre genti io cominciai a dire al Connestabile, che dimorassimo di qua dal fiume per guardare uno ponticello che era colà presso sul rio; perchè se noi lo lasciamo, io diceva, essi verranno caricare sovra ’l Re per di qua, e se le nostre genti sono assalite per due luoghi, noi potremmo troppo averne del peggio. Ed in così dimorammo noi; e siate certani che ’l buon Re fece quella giornata de’ più gran fatti d’arme che giammai io abbia veduto fare in tutte le battaglie ove io fui anche. E si diceva che se non fusse stata la sua persona, noi saremmo stati tutti perduti e distrutti. Ma ben io credo che la virtù e la possanza ch’egli aveva gli si addoppiò allora di vantaggio per la onnipotenza di Dio, perchè elli si buttava nel mezzo là ove vedeva sue genti in distretta, e donava di mazza e di spada colpi sì grandi ch’elli era meraviglia a vedere. E mi contarono un giorno il Sire di Corcenè, e Messer Giovanni di Salenay che sei Turchi vennero al Re quel giorno, e lo presono al freno del suo cavallo e lo ammenavano a forza, ma il valente Principe fu così vertudioso di suo podere, e di sì gran coraggio donò e colpì sovra questi sei Turchi, che a lui solo si diliberò e li confuse: così che molti inveggendo ch’elli faceva sì grandi cavallerie, e si difendea così valentemente, presono ardire in cuore ed abbandonarono i passi ch’e’ guardavano, ed andarono di randone al soccorso del Re.
Capitolo XX. Come io, a buona compagnia, difendessi un ponticello perchè il Re non ne venisse accerchiato dai Saracini.
Appresso un poco, ecco qui dritto a noi che guardavamo il ponticello a ciò che i Turchi non passassero, muovere il Conte Piero di Brettagna, il quale veniva di verso la Massora, là ove egli ci aveva avuto un’altra terribile scaramuccia. Ed era tutto tagliato al viso, talmente che il sangue gli usciva in pieno dalle labbra, come s’elli avesse voluto vomitar dell’acqua che tenesse in bocca. Ed era il detto Conte di Brettagna montato su un grosso cortaldo[68] basso ed assai ben fornito, e tutte le brettine gli pendeano rotte dallo arcione della sella, ed egli si tenea a due mani al collo del cavallo, di paura che i Turchi i quali gli erano dietro, e che il perseguivan da presso, nol facessero cadere a terra. Con tutto ciò e’ sembrava ch’elli non li dottasse già grandemente, perchè sovente elli si volgeva verso loro, e loro diceva parole in segno di beffa e di muccerìa. E nella fine di questa battaglia vennero verso noi il Conte Giovanni di Soissone, e Messer Piero di Noille, che l’uomo appellava Quaderno, i quali assai aveano sofferto di colpi quella giornata essendo dimorati alla retroguarda. E quando i Turchi li videro, pensarono ismuoversi e farsi loro davanti, ma quando essi ci ebbero scorti guardando il ponte e colle facce tornate contro di loro, lasciaronli passar oltre dubitando che li saremmo andati soccorrere, in così come al fermo avremmo fatto. Dopo di che io dissi al Conte di Soissone che era mio cugino germano: Sire, io vi prego che voi dimoriate qui a difendere questo ponticello, e voi farete bene; perchè se voi lo lasciate, que’ Turchi che voi là vedete davanti noi se ne faranno via per colpirci, e così il Re dimorerà assalito per didietro e per davanti. Ed egli mi domandò ov’egli dimorasse, se io volessi altresì dimorare con lui: ed io gli risposi che sì molto volontieri. Ed allora, quando il Connestabile udì il nostro accordo, egli mi disse ch’io guardassi bene questo passaggio senza partirmene, e ch’egli ci andava inchieder soccorso. Ed in così ch’io era là sul mio ronzone dimorando al ponticello tra mio cugino il Conte di Soissone a man destra, e Messere di Noille a la sinistra, ecco qui un Turco, che veniva di verso l’esercito del Re, giungere dietro il detto Messer Piero di Noille, e donargli d’una grossa mazza pesante un così gran colpo che lo abbattè steso sul collo del suo cavallo, e poi prese la corsa per a traverso del ponte, e si fuggì di verso sua gente, pensando che il volessimo seguire, e che così, abbandonando noi il ponte, essi il potessono guadagnare. Ma quando videro che nullamente noi volevamo lasciare, essi si misero a passare il ruscello, e si dimoraro tra quello e il fiume. E quando noi li vedemmo, ci approcciammo d’essi in tale maniera che noi eravamo tutti presti di correre loro sovra, s’e’ si fussono più avanzati del venire.
Davanti noi ci avea due Araldi del Re, donde l’uno avea in nome Guiglielmo di Brono, e l’altro Giovanni di Gaimacio, verso i quali, li Turchi che erano tra il rio e la riviera, come ho già detto, ammenarono di piano de’ villani a piè, gente minuta del paese, i quali gittavan loro zolloni e pietre puntagute a prova e forza di braccio, ed al postutto ammenaronvi un’altra maladizione di Turco che loro gittò tre volte il fuoco greco. Ed a l’una delle volte elli prese alla robba di Guiglielmo di Brono, che lo ispense tantosto, donde assai bisogno gli fu; perchè se vi fosse bastato tanto da focheggiare, ne saria venuto tutto abbragiato. E noi eravamo tutti coverti di verrette e di dardi che isfuggivan dai Turchi, i quali tiravano a codesti duo Araldi. Ora mi avvenne ch’io trovai lici presso un farsettone di stoppaccio ch’era stato ad un Saracino, ed apertolo per lo sparato me ne feci scudo a mio grande uopo e vantaggio, perchè in così io non fui tocco di lor verrette che in cinque luoghi, mentre il mio cavallo ne fu in ben quindici. Ed in quella, tosto come Dio il volle, arrivò colà uno de’ miei borghesi di Gionville, il quale mi apportò una bandiera alle mie armi, ed una gran coltella da guerra, di che non ne avea punto; perchè d’or innanzi, visto come quella pedonaglia di villani faceva pressa agli Araldi, le incorremmo sopra, e coloro smucciarono prestamente. E nel mentre che noi eravamo là guardando il ponticello, il buon Conte di Soissone, quando fummo tornati dal correre appresso que’ villani, si gabbava meco e dicevami: Siniscalco, lasciamo gridare e braitare questa canaglia, e, per la Dio creffa, siccome solea scuratamente sagrare[69], ne parleremo ancora voi ed io di questa giornata donneando in camera colle dame. Avvenne che sulla sera, prima che ’l Sol cadesse, il Connestabile Messer Umberto di Belgioco ci menò i ballestrieri del Re a piedi, i quali, prontando i tenieri di lor ballestre, ci s’arringarono dinanzi; di che noi altri scendemmo di cavallo dietro la parata de’ ballestrieri. Il che veggendo i Saracini che colà erano, incontanente se ne fuggirono e ci lasciarono in pace. Ed allora mi disse il Connestabile che noi bene avevamo fatto dell’aver così guardato il ponticello, e soggiunse ch’io me n’andassi di verso il Re arditamente, e che non lo abbandonassi sino a che elli fusse disceso in suo padiglione. Ed in così me n’andai io di verso il Re, e sì tosto come gli fui presso, arrivò a lui Messer Gianni di Valery a fargli una richiesta che era, come il Sire di Castillione pregavalo umilmente che gli donasse a menare la retroguarda. Ciò che il Re gli ottriò molto volentieri, e poi si mise a cammino per ritirarsi ai paviglioni, ed io gli levai di testa il morione e gli diedi il mio cappello di ferro assai più leggieri, affinchè prendesse vento e se ne sciorinasse le tempia. Ed in quella che noi camminavamo insieme, venne a lui il Friere Errico Priore dello Spedale di Ronnay, il quale avea passato la riviera, e gli venne baciar la mano tutto armato, e gli domandò s’e’ sapeva novella alcuna di suo fratello il Conte d’Artese. Ed il Re gli rispose, che sì bene, poichè sapea fermamente ch’elli era in Paradiso. Di che il Priore, credendo riconfortarlo, gli disse: Sire, unqua sì grande onore non avvenne a Re alcuno di Francia come a voi, perchè di gran coraggio voi e tutte vostre genti avete passato a nuoto una maestra riviera per andare a combattere i vostri nemici; e talmente avete fatto che voi li avete cacciati, e guadagnatone il campo con esso quegli ingegni che vi facevano sì mala guerra, e vi diportate tuttavia in loro albergherie ed alloggiamenti. — Ed il buon Re rispose, che Dio fusse adorato del come e del quanto che gli donava, ed in così dicendo cominciaro a cadergliene sì grosse lagrime, che molti gran personaggi, i quali videro ciò, furo molto oppressi d’angoscia e di compassione veggendolo così plorare, e tuttavia lodare il nome di Dio del quanto gli faceva sì miseramente indurare. — E quando noi fummo arrivati ai nostri albergamenti vi trovammo gran numero di Saracini a piè, i quali si tenevano alle corde di una tenda, cui essi ammainavano a forza contro molti di nostra gente minuta che la stendevano. Ed il Maestro del Tempio che facea l’antiguarda, ed io corremmo su quella canaglia e la mettemmo a la fuga, sicchè quella tenda dimorò alla gente nostra. Ma non per tanto ci ebbe grande battaglia, nella quale alquanti, ch’erano in burbanza e rinómo, si diportarono molto ontosamente, li nomi de’ quali potrei io ben nomare. Nullameno me ne astengo assai di leggieri, per ciò ch’essi son morti, e mal s’affà a chicchessia il maldire de’ trapassati. Di Messer Guidone Malvicino, vogliovi io invece ben dire, perchè il Connestabile ed io lo rincontrammo in cammino, venendo de la Massora, ben mantenendosi, e si era egli assai perseguito e pressato da vicino. E già quanto li Turchi aveano da prima ributtato e cacciato il Conte di Brettagna e sua battaglia, com’io vi dissi qui innanzi, altanto nè più nè meno ributtavano e cacciavano essi Monsignor Guidone e sue genti. Ma non meno per ciò ebbe egli grandi lodi di quella giornata, perchè molto valentemente si portò egli con tutta la sua battaglia. E ciò non era punto di meraviglia, perchè io da poi udii dire a coloro che sapevano e conoscevano suo lignaggio e quasimente tutte sue genti d’arme, ch’e’ non ne fallìa guari che tutti i suoi Cavalieri non fussono o di suo lignaggio o suoi uomini di fede ed omaggio ligio, perchè molto più gran cuore e volontà avean essi al lor Capitano, e Maestro.
Appresso che noi èmmo disconfitti li Turchi e cacciati fuori delle albergherie loro, li Beduini in frotto si ferirono per mezzo l’oste ch’era stata ai Turchi e Saracini, e vi presero ed asportaro tutto quanto essi vi poteron trovare di relitto; donde io fui forte meravigliato, perchè essi Beduini sono soggetti e tributarii ai Saracini. Ma unqua per ciò non udii dire ch’essi ne fussono al peggio per cosa alcuna che loro avessono tolta o furtata. E dicevano che lor costume era tale di sempre correr su ai fievoli, il che è puntualmente la natura de’ cani; tra’ quali, quando uno n’abbia a chi un altro incorra, ed uomo adizzi questo ed aiuti, ecco tutti gli altri tracorrere sul primo e addentarlo.
Capitolo XXI. Qui per inframmessa si conta de’ Beduini e di loro condizioni.
E poi ch’elli s’affà a mia materia io vorrò dirvi alcuna cosa di costoro. Sappiate or dunque ch’e’ Beduini non credono mica in Macometto, come fanno li Turchi, ma credono nella legge d’Alì, ch’essi dicono essere stato zio di Macometto; e si tengono in montagne e diserti. Ed hanno in credenza che quando l’un d’essi muore pel suo Signore, o per qualch’altra buona intenzione, che l’anima sua va in altro miglior corpo, ed ha più grand’agio che davanti: e per ciò non fanno essi conto del morire per li comandamenti de’ loro antichi. Codesti non dimorano nè in villaggi nè in città, ma giaciono tuttavia ai campi e in ermi luoghi. E quando egli fa mal tempo, essi, loro donne e figliuoli fissano in terra una maniera d’abituro, che è fatto di doghe e di cerchi legati intorno a pertiche, siccome fanno le lavandaie a seccare il bucato, e su questi cerchi e pertiche gittano le pelli di grandi montoni ch’essi hanno, e ch’e’ nominano pelli di somacco, perchè incroiate e conce in foglie di somacco e in allume. E li Beduini medesimi hanno grandi pellicce, che sono a lungo pelo, e che loro cuoprono e guardano tutto il corpo: e quando si vien la sera, e ch’egli fa mal tempo, essi s’inchiudono ed incasano nelle pellicce loro, ed hanno i loro cavalli, su cui codian le guerre, la notte pascolanti lì intorno, ed altro non fan loro che tor le briglie e lasciarli pascere alle stelle o alla pioggia: poi la dimane stendono essi lor pellicce al sole, e le frottano e mantrugiano poi ch’e’ son secche, e non par punto ch’elle sien state ammollate, tornando abili e manose come di prima. Quelli che seguono le guerre non sono giammai armati, per ciò ch’essi dicono e credono che nullo non può morire se non che al suo di posto. E pertanto hanno in tra loro questa fazione che, quando maledicono a’ figliuoli, soglion dire: maledetto sia tu come colui che s’arma di paura di morte. In battaglia non portano essi che la spada lunata a la maniera turchesca, e sono presso che tutti vestiti di giubbe line simiglianti a cotte chericili. Laida gente sono ed ischifevole a riguardare, perch’essi hanno tutti li capelli e le barbe lunghi, nere ed irsute. Vivono dell’affluenza del latte di loro bestie, che hanno a numero sì grande che nullo no le potrebbe istimare, ed haccene nel Reame d’Egitto, ed in quello di Gerusalemme, e per tutte le terre e reami de’ Saracini e scredenti, ai quali essi sono tributarii ed assoggettiti.
Ed al proposito di cotestoro vi dirò io che ho veduto, dopo il mio ritorno d’oltremare, alcuni portanti il nome di cristiano, che tengono la legge de’ Beduini; perchè dicono che nullo non può morire che al giorno determinato senza faglia alcuna. Il che è cosa fallace, poi che tanto io stimo tale credenza, come s’elli volesson dire che Dio non avesse punto di possanza di farci danno od aiuto, e di allungarci od abbreviarci la vita, il che è cosa ereticale. Ma al contrario io dico che in lui debbiamo noi credere, sicch’elli sia onnipossente di tutte cose fare, e così di inviarci la morte tosto o tardi a suo buon piacere; ciò che è drittamente contrario alla credenza de’ Beduini, i quali mantengono loro giorno di morte essere senza faglia determinato senza che sia possibile ch’egli possa essere allungato o abbreviato.
Capitolo XXII. Di ciò che avvenne dopo che ci fummo riparati agli alloggiamenti.
Per rivenire a mia materia e quella perseguire, dirò come alla sera istessa che fummo ritornati dalla pietosa battaglia di cui ho parlato dinanzi, e che ci fummo alloggiati ne’ luoghi donde noi avevamo gittati ed espulsi li Saracini, le mie genti m’apportaro dalla oste nostra una tenda che il Maestro de’ Tempieri, il quale avea l’antiguarda, m’avea donato, e la feci tendere a destra degli ingegni che avevamo guadagnato sui Saracini. E ciascuno di noi bene si volea riposare, chè ben mestieri n’avevamo per le piaghe e nàvere toccate dei colpi duri e spessi di quella miserevol battaglia. Ma avanti la punta del giorno si cominciò nell’oste a gridare: a l’armi, a l’armi; e tantosto io feci levare il mio Ciambellano, che mi giacea presso, per andar vedere che ciò era. E non tardò guari ch’egli non ritornasse tutto isbaìto, gridandomi: Sire, or su, or su, perchè vedete qui i Saracini a piè ed a cavallo che hanno già disconfitto le genti che ’l Re avea ordinato a fare il guato, ed a guardare gl’ingegni dei Saracini che noi avevam guadagnato: ed erano essi ingegni tutto davanti i padiglioni del Re e di noi altri a lui più prossimani. Di che mi levai ratto sui piedi, e mi gittai la corazza indosso e un cappello di ferro sulla testa, ed appellando le nostre genti, che tutte erano magagnate, pur come ci trovammo, ributammo i Saracini fuor della fronte degl’ingegni ch’essi volevano riscuotere; e poscia il Re, per ciò che noi non potevamo vestire nostri usberghi, ci inviò Messer Gualtieri di Castillione, il quale si locò intra noi e li Turchi per essere al davanti degl’ingegni.
Quando il detto Messer Gualtieri ebbe ributtato li Saracini per più fiate, i quali notturni volevano dirubarci ciò che ’l dì avevam guadagnato, e che essi videro come non ci poteano niente fare nè sorprendere, si ritiraro essi ad una forte battaglia di loro genti a cavallo ch’erano arringati davanti nostr’oste tutto a randa a randa delle proprie lizze, per guardare che alla volta nostra non sorprendessimo per tempo di notte l’oste loro che avean dopo le spalle. Ed in quella sei Capitani de’ Turchi scavalcarono, e molto bene armati vennero fare una paratura di cantoni, affinchè i nostri balestrieri no li potessono inaverare, ed essi standovi addopati, traeano a vanvera per mezzo noi, e sovente colpivano alquanti di nostra gente. E quando li miei Cavalieri ed io, che avevamo a guardare quel tratto, vedemmo il loro paratìo di pietrami, prendemmo insieme consiglio, che, riannottando, noi l’andremmo disfare e ne asporteremmo le pietre. Ora aveva io uno Prete, ch’avea nome Messer Gianni di Vaysy, il quale, udito il consiglio preso da noi, di fatto non attese altrimenti, ma si dipartì tutto soletto ed a cheto di nostra compagnia, e andò verso i Saracini, sua corazza in dosso, suo cappello di ferro sulla testa, e sua spada sotto l’ascella, perch’ella non fusse appercepita. E quando egli fu presso de’ Saracini, i quali non si pensavano nè dottavano di lui in veggendolo tutto solo, egli loro corre sovra aspramente e leva la spada e fiere su que’ sei Capitani Turchi senza che, per la sorpresa, nullo d’essi avesse podere di difendersi, e forza loro fu di prender la fuga. Di che furono molto isbaìti gli altri Turchi e Saracini; e quando videro così i loro Signori fuggire, essi piccarono degli sproni, e corsero sul mio Prete che si ritornava a piccol passo verso nostr’oste: perchè ben cinquanta de’ nostri Cavalieri si partirono movendo all’incontro de’ Turchi che il perseguivano a cavallo. Ma i Turchi non vollero giungersi colle nostre genti d’arme, anzi sbiecaron loro dinanzi per due o per tre fiate. Ed arrivò a l’una delle fiate che l’uno de’ nostri Cavalieri gittò la sua daga a l’uno di questi Turchi, e gli donò così tra le coste, che il ferito ne importò la daga in suo corpo, e gli convenne morire. Quando gli altri Turchi videro ciò, essi non osaro unqua più accorrere, e si sbandaro; perchè adunque[70] le nostre genti ne asportaro tutte le pietre del paratìo, e da quell’ora fu il mio valente Cappellano ben conosciuto nell’oste, sicchè s’udìa dire quando il vedeano: ecco qua il Prete che a tutto solo disconfisse li Saracini.
Capitolo XXIII. Come i Saracini feciono un nuovo Capitano, e come questi li dispose ad assaltare li nostri alloggiamenti.
Le cose sovradette avvennero il primiero giorno di Quaresima, e quel giorno medesimo fecero i Saracini un Capitano novello di un travalente Saracino in luogo e vece del lor Capitano nomato Sceceduno, donde egli è davanti fatto menzione, il quale morì nella battaglia di Carnasciale, là ove simigliantemente fu ucciso il buon Conte d’Artese fratello del Re San Luigi. Ora quel Capitano novello in tra gli altri morti trovò esso Conte d’Artese, che era stato molto valente e pro in quella battaglia, ed era abbigliato riccamente, siccome apparteneva a uno de’ Reali di Francia. E prese il detto Capitano la cotta d’arme del mentovato Conte di Artese, e, per donar coraggio alli Turchi e Saracini, la levò alta dinanzi ad essi, e dicea loro ch’era la cotta d’arme dello Re nimico, il quale era morto nella mislèa. E pertanto, Signori, parlava egli, ben vi dovete inardire e farvi più vertudiosi, perchè, siccome corpo senza capo è niente, altresì esercito senza maestro Capitano: e per ciò consiglio che noi li debbiamo duramente assalire, e me ne dovete credere, che per tal maniera venerdì prossimano li dobbiamo avere al fermo e prendere tutti, poichè così è ch’elli hanno perduto lo Re loro. E tutti s’accordaro lietamente li Saracini al consiglio del Capitano. Or dovete sapere che nell’oste de’ Saracini lo Re aveva di molte spie, le quali udivano e sapevano soventi fiate loro imprese, e ciò ch’e’ volean fare. Donde egli se ne venne tantosto alcuna di tali spie annunciare al Re le novelle e le imprese de’ Saracini, e che essi il credean morto, e che per ciò le schiere fussono senza capo. Adunque il Re fece venire tutti li Caporali dello esercito, e loro comandò ch’e’ fessono armare tutte lor genti d’arme ed essere in aguato e tutti presti alla mezzanotte, e che ciascuno si mettesse fuor delle tende e paviglioni sino al davanti della lizza, ch’era stata fatta a palanche a bastanza fitte per proibire l’ingresso allo sforzo de’ Cavalieri, e a bastanza rade perchè e’ pedoni vi traforassero; e tantosto fue fatto secondo il comandamento del Re.
E non dubitate che, siccome il Capo di quei Saracini aveva ordinato e concluso, altresì parimente si mise egli in diligenza di eseguire il fatto. Ed al mattino di quel venerdì detto, all’ora dirittamente del Sol levante, eccolo qui venire a tutto quattro mila Cavalieri bene montati ed armati, e li fece arringare per battaglie a fronte a fronte di nostra oste che era di lungo il fiume, il quale, movendo da Babilonia, passava presso di noi e tirava sino a una villa che l’uomo dice Rosetta. E quando questo Capitano de’ Saracini ebbe in così fatto arringare davanti le lizze i suoi quattro mila Cavalieri, tantosto ci menò un’altra gran frotta di Saracini a piè in tal quantitade ch’essi ci avironaro da l’altra parte per tutto il tenere del nostro accampamento. Appresso queste duo grandi armate così attelate come vi ho detto, egli fece aordinare, e mettere in disparte alle terga tutto il podere del Soldanato di Babilonia per trarne soccorso ed aiuto se bisogno ne fusse. Quando quel Capitano de’ Saracini ebbe così disposte le sue battaglie, venne elli medesimo tutto solo su un ronzinello verso nostr’oste per vedere ed avvisare le ordinanze e dipartimenti delle battaglie del Re; e secondo che e’ conosceva che le nostre bandiere erano in tal luogo più grosse e più forti, in altretale rafforzava esso le proprie a l’incontra. Appresso ciò egli fece passare ben tremila Beduini, de’ quali ho per innanzi parlato così del personaggio come della natura loro, per di verso l’oste che il Duca di Borgogna guardava a parte, la quale era intra li duo fiumi. E ciò fece egli pensando che il Re avrebbe inviato di sue genti d’arme nell’oste d’esso Duca, e così assottigliate quelle ch’erano con lui, divenendone più fievole, e che i Beduini badaluccando impedirebbono che noi non avessimo soccorso dai Borgognoni.
Capitolo XXIV. Qui si conta lo assalto dato a tutte le nostre battaglie.
In queste cose fare e apprestare mise il Capitano de’ Saracini intorno all’ora di mezzodì, e poi ciò fatto, fece sonare le nacchere e’ tamburi traimpetuosamente allo modo dei Turchi, ch’era cosa molto istrana e diversa ad udire per coloro che non l’aveano accostumata. E si cominciaro ad ismuoversi da tutte parti a piè ed a cavallo. E vi dirò io tutto primiero della battaglia del Conte d’Angiò, il quale fu il primo assalito, perciò ch’egli loro era il più vicino dallo lato verso Babilonia; e vennero a lui scaccati e inframmessi a maniera d’uno scacchiero, perchè i pedoni a manipoli staccati incorrevano sulle sue genti bruciandole del fuoco greco che gittavano con istromenti propizii e da ciò, e’ cavalieri a piccole torme interposte le pressavano ed opprimevano a meraviglia; talmente che tutti insieme isconfissero la battaglia del Conte d’Angiò, la quale era a piè a grande misagio posta in mezzo dai pochi suoi cavalieri. E quando la novella ne venne al Re, e che si gli ebber detto il discapito ov’era suo fratello, non ebbe elli alcuna temperanza di arrestarsi nè di nullo attendere, che anzi subitamente ferì degli speroni, e si buttò per mezzo la riotta, la spada in pugno, sino al miluogo ov’era il fratello, e molto aspramente colpiva a dritta e a manca su quei Turchi, e più ove elli vedea più di pressa. E là addurò egli molti colpi, e gli coversero li Saracini tutta la gropponiera del suo cavallo di fuoco grechesco. Ed allora era ben a credere che bene avesse il suo Dio in sovvenenza e desiderio, perchè a la verità gli fu Nostro Signore a questo bisogno grande amico corale, e talmente aiutollo, che per la puntaglia ch’esso Re fece, ne fu riscosso il fratello, e ne furo insieme cacciati li Turchi fuori dell’oste e della battaglia di lui.
Appresso il Conte d’Angiò erano Capitani dell’altra battaglia prossimana, composta dei Baroni d’Oltremare, Messer Guido d’Ibelino, e Messer Baldovino suo fratello, i quali s’aggiugnevano alla battaglia di Messer Gualtieri di Castillione il produomo e valente, il quale aveva gran novero d’uomini altresì prodi e di grande cavalleria. E feciono talmente queste due battaglie insieme, che vigorosamente tennero contro li Turchi senza ch’e’ fussero alcunamente nè ributtate nè vinte. Ma ben poveramente prese a l’altra battaglia susseguente ch’avea il Friere Guglielmo Sonnac Maestro del Tempio a tutto quel poco di genti d’arme che gli era dimorato dal giorno di Martedì che era di Carnasciale, nel quale vi ebbero pe’ Tempieri sì grossi abbattimenti e sì duri assalti. Quel Maestro d’essi Tempieri, perciò ch’avea stremo d’uomini, fece fare davanti di sua battaglia una difesa degl’ingegni che s’eran guadagnati sui Saracini; ma ciò nonostante non gli valse neente, perchè i Tempieri avendoli allacciati con tavolati di pino, i Saracini vi misono il fuoco Greco, e tutto incontinente e di leggieri vi prese il fuoco. Ed i Saracini, veggendo ch’egli avea poche genti, non attesero che lo incendio statasse, nè ch’egli avesse tutto abbragiato, ma si buttarono per mezzo i Tempieri aspramente e li isconfissero in poco d’ora. E siate certani che dietro i Tempieri ci avea bene all’intorno una bifolcata di terra ch’era sì coverta di verrettoni, di dardi e d’altre arme da gitto, che non vi si vedea punto di terreno, tanto aveano tratto e lanciato li Saracini contro i maluriosi Tempieri. Il Maestro Capitano di quella battaglia avea perduto un occhio alla battaglia del Martedì, ed in questa qui ci perdette egli l’altro e più, perchè ne fu miseramente tagliato ed ucciso. Dio n’aggia l’anima.
De l’altra battaglia era Maestro e Capitano il produomo ed ardito Messer Guido Malvicino, il quale fu forte inaverato in suo corpo. E veggendo i Saracini la gran condotta ed arditezza ch’egli aveva e donava nella sua battaglia, gli tirarono essi il fuoco Greco senza fine; talmente che una fiata fu che a gran pena lo gli poterono estinguere le sue genti a ora e tempo: ma non ostante ciò tenne elli forte e fermo senz’essere potuto superare dai Saracini.
Dalla battaglia di Messer Guido Malvicino discendeva la lizza che veniva a chiudere la parte d’oste ove io era al lungo del fiume per bene la gittata d’una pietra leggera; e poi passava oltre per davanti l’oste di Monsignore il Conte Guillelmo di Fiandra, la quale oste mi era a costa a costa, e si stendea sino al fiume che discendeva in lunata per al mare. Perchè, veggendo i Saracini che la battaglia di Monsignore il Conte di Fiandra li prendeva per fianco, non osarono essi venir a ferire nella nostra. Donde io lodai Dio grandemente, perchè nè i miei Cavalieri ned io avevamo punto un arnese vestito per le ferite che avevam tocco nella battaglia del dì di Carnasciale, sicchè non c’era possibile vestir di piastra.
Monsignor Guillelmo e sua battaglia fecero in quell’ora meraviglie: perchè agramente e vigorosamente corsero su a piè ed a cavallo contro li Turchi, e fecero di gran fatti d’arme. E quando io vidi ciò, comandai ai miei ballestrieri ch’e’ tirassono a fusone sopra li Turchi che erano a cavallo nella mislèa. Perchè tantosto come si sentiron feriti essi e i cavalli loro, cominciaro a fuggire, e ad abbandonare la pedonaglia. E quando il Conte di Fiandra e le sue genti videro ch’e’ Turchi fuggivano, passarono essi per tra la lizza e corsero su i Saracini ch’erano a piè, e ne uccisono gran quantità, e guadagnarono molte di loro targhe. E là intra gli altri si provò vigorosamente Messer Gualtieri de la Horgna, il quale portava la bandiera a Monsignore il Sire d’Aspromonte.
Appresso questa battaglia era quella di Monsignore il Conte di Poitieri fratello del Re, la quale era tutta di genti a piè, e non ci avea che ’l Conte solo a cavallo, donde male ne avvenne. Perchè li Turchi disfecionla, e presero il Conte di Poitieri, e di fatto ammenavanlo; se non fussono stati li beccai e tutti gli altri uomini e femmine che vendevano le derrate e le profende nell’oste, li quali quando ebbero udito che si ammenava prigione il fratello del Re, levarono il grido e si ismossero tutti colle coltella e le manajuole, e talmente corsero in groppo su i Saracini, tuttavia urlando e sbraitando, che il Conte di Poitieri ne fu riscosso, e rincacciati li Turchi fuora a forza de l’oste.
Appresso la battaglia del Conte di Poitieri ne era una piccolina e la più fievole di tutta l’oste, donde n’era Capo e Maestro uno nomato Messer Giosserando Branzone, ed aveala menata in Egitto lo detto Conte di Poitieri. Era quella battaglia di Cavalieri a piè, e non ci avea a cavallo ch’esso Messer Giosserando e Messer Errico suo figliuolo. Quella povera battaglia disfacevano li Turchi a tutto costo; il che veggendo quel pro Messer Giosserando e il figliuolo salivano per di dietro contro li Turchi abbandonandosi a grandi colpi di spade, e sì bene li pressavano alle spalle, che li Turchi erano astretti di rivolgersi contro ad essi due, e di lasciare in tregua le genti loro. Tuttavia al lungo andare, ciò non avrebbe lor valso guari, perchè li troppi Turchi li avrebbon tutti isconfitti ed uccisi, se non fusse stato Messer Errico di Cona, ch’era nell’oste del Duca di Borgogna, saggio Cavaliere e pronto, il quale conosceva bene come la battaglia di Monsignor di Branzone fusse troppo fievole. Sicchè tutte le fiate ch’egli vedeva i Turchi correre su al detto Signor di Branzone, egli faceva trarre i ballestrieri del Re contro i Turchi, e tanto fece e tanto s’aoperò, che il Sire di Branzone iscapolò di disfatta quella giornata, sebbene perdesse de’ venti Cavalieri che si dicea ch’egli avesse, li dodici, senza l’altre sue genti d’arme. Ed egli medesimo nella perfine, di gran colpi ch’egli ebbe, morì di quella dura giornata al servizio di Dio, che bene ne lo avrà guiderdonato, come dobbiam credere fermamente. Ora quel buon Signore era mio avoncolo, e gli udii dire alla sua morte ch’elli era stato in suo tempo in trentasei battaglie e giornate di guerra, delle quali soventi fiate egli avea riportato il pregio dell’armi. E d’alcune ne ho io conoscenza, perchè una fiata, istando egli nell’oste del Conte di Macone ch’era suo cugino, se ne venne a me e a un mio fratello il giorno di un Venerdì Santo in Quaresima, e ci disse: Miei nipoti, venite aiutarmi a tutte vostre genti, ed a correr su gli Allemanni, i quali abbattono e rompono il Mostieri di Macone. Di che tantosto fummo presti sui piedi, e andammo correre contro i detti Allamanni, e a gran colpi e punte di spada li scacciammo del Mostieri, e molti ne furono o morti o naverati. E quando ciò fu fatto, il buon produomo s’agginocchiò davanti l’altare, e gridò ad alta voce a Nostro Signore pregandolo che gli piacesse avere pietà e mercè di sua anima, e che egli a una fiata morisse per lui e in suo servigio acciò che nella fine gliene donasse il suo Paradiso. E queste cose vi ho raccontate, affinchè conosciate com’io deggia avere in fede e credere tuttavia che Dio gli ottriò ciò che avete udito qui dinanzi di lui.
Dopo tutte le dette avventure il buon Re mandò cherendo tutti li suoi Baroni, Cavalieri, ed altri grandi Signori; e quando essi furo venuti davanti a lui, egli loro disse benignamente; Signori ed Amici, or voi potete vedere e conoscere chiaramente le grazie grandi che Dio nostro Creatore ci ha fatto pur non ha guari, e così per ciascun giorno, donde grandi lodi gliene siamo tenuti rendere. Per ciò che Martedì diretano, che era di Carnasciale, noi avemmo all’aiuto suo cacciati e ributtati i nostri nimici di loro alloggiamenti ed albergherie, in che noi teniamo stazio al presente. Così questo Venerdì che è passato noi ci siamo difesi a piè, gli alcuni sendone non armati, contr’essi bene armati a piè ed a cavallo e sovra i lor luoghi. E seguitando di tal maniera molte altre belle parole argomentose loro diceva e rimostrava molto dolcemente il buon Re, e ciò faceva per riconfortarli e donare tutto giorno buon coraggio e fidanza in Dio.
Capitolo XXV. Nel quale s’inframmette discorso delle varie genti d’arme del Soldano, e de’ suoi Cavalieri della Halcqua.
Ma per ciò che, in perseguendo nostra materia, egli ci conviene intralacciare alcune cose e ridurle a memoria, a fine d’intendere e sapere la maniera che ’l Soldano teneva nella fazione di sue genti d’arme, e donde esse venivano ordinariamente, così vi dirò io com’egli sia vero che il più di sua cavalleria era fatta di genti istranie che li mercatanti, andando e venendo sopra mare, vendevano, le quali genti gli Egiziani da parte il Soldano accattavano. E venivano queste d’Oriente, perchè quando uno Re d’Oriente avea disconfitto e conquiso l’altro Re, quegli che avea avuto vittoria e le sue milizie, prendevano le povere genti che poteano aver prigioniere, e le vendevano a’ mercatanti, i quali le menavano rivendere in Egitto, siccome io ho detto davanti. E di tali genti uscivano de’ figliuoli che il Soldano facea nodrire e guardare. E quando essi cominciavano a muover pelo, il Soldano lor facea apprendere a tirar de l’arco per isbattimento e solazzo, e ciascun giorno, quando elli era dilibero, li facea trarre. E quando si vedea ch’egli ne avea alcuni i quali cominciavano d’inforzarsi, toglievansi loro gli archi fievoli e puerili e se ne davano di più forti, secondo che ne mostrava balìa. E questi giovincelli portavano l’armi del Soldano, e l’uomo appellavali li Bagherizzi[71] del Soldano. E tutto incontanente che barba loro veniva, ed il Soldano li facea Cavalieri, portando tuttavia sue armi, le quali erano d’oro puro e fino, salvo che per differenza vi si mettea o sbarre di vermiglio, o rose, od uccelli, o grifoni o qualche altra pezza a loro piacere. E tali genti erano appellate le genti della Halcqua, come voi direste gli arcieri della guardia del Re, ed erano tutto giorno presso del Soldano e guardando il suo corpo. E quando esso Soldano era in guerra, costoro eran sempre alloggiati presso di lui come guardie del corpo suo.
Ed ancora più presso di lui aveva egli altre guardie, com’è a dire Portieri e Ministrieri. E sonavano que’ Ministrieri a la punta del giorno il levare del Soldano, ed a la sera la sua ritratta; e con loro stormenti di più maniere facevano tale bruìto, che coloro i quali erano colà presso non si potevano udire, non che intendere, l’un l’altro, ma ben n’udiva chiaramente il bombo tutt’uomo per mezzo l’oste. E ben sappiate che in fra ’l dì essi non sarebbono stati sì arditi d’aver sonato, se non per lo espresso congedo del Maestro della Halcqua. E quando il Soldano volea qualche cosa dallo esercito, o dare qualche comandamento a sue genti d’arme, egli diceva ciò al Maestro della Halcqua, lo quale facea tosto venire suoi Ministrieri, e questi sonavano, e di loro corni saracineschi e nacchere e tamburi ordinavano l’accolta. Perchè a questo suono assembravansi tutte le genti davanti il Soldano, ed allora il Maestro della Halcqua dicea loro il buon piacere del Signore, e queste incontanente il facevano a lor podere. E quando il Soldano era colla persona in guerra combattendo, quegli tra Cavalieri della Halcqua che meglio provavasi e facea d’arme si era fatto da lui Almirante[72] o Capitano, od avea carico e condotta di genti d’arme, secondo ciò ch’elli lo meritava. E chi più faceva, più gli donava il Soldano, e per tutto ciò ciascun d’essi isforzavansi di fare oltre il poder loro s’essi avessono potuto farlo.
La fazione e maniera di fare del Soldano era poi questa, che quando alcuno de’ suoi Cavalieri della Halcqua per sue prodezze e cavallerie avea guadagnato di bene tanto ch’elli non ne avea più soffratta, e ch’e’ si poteva leggermente passare di lui; ed egli, di paura ch’avea che colui non se gli rubellasse o l’uccidesse, sì il facea prendere e morire in sue prigioni segretamente; e poi che non se ne sapean più novelle, s’apprendea tutto il bene che aveano le sue donne e figliuoli. E questa cosa bene fu provata durante che fummo nel paese delle parti di là, perchè il Soldano fece prendere e imprigionare coloro ch’avean catturato li Conti di Monforte e di Bar per loro valenza e arditezza, poichè in odio ed invidia ch’elli ne ebbe contr’essi, e poi che li dottava forte, sì li fece morire. Ed a simigliante fece egli dei Bodendardi, i quali sono genti soggette al detto Soldano, per ciò che, appresso ch’elli ebbero disconfitto lo Re d’Erminia[73], uno giorno essi vennero per messaggi di verso il Soldano raccontargliene la novella, e lo trovarono cacciando alle bestie selvagge, e tutti discesero a piè per fargli la reverenza e donargli la salute si credendo ben fare, ed essere remunerati da lui. Ed egli loro rispose maliziosamente che mica non salutavali, e ch’essi gli avean fatto ismarrire e perder sua caccia, e di fatto lor fece crudelmente tagliare le teste.
Capitolo XXVI. Come a Babilonia venne uno nuovo Soldano, e come entrò nell’oste nostra una fiera pistolenza.
Or riveniamo a nostra materia e diciamo come il Soldano, il quale diretanamente era morto, aveva un figliuolo d’età di venticinqu’anni, molto savio, istrutto e già malizioso. E pertanto che ’l Soldano si dottava ch’egli lo volesse diseredare, non l’avea punto voluto tenere appresso di sè, ma gli avea donato un Reame ch’elli aveva in Oriente. Ora tantosto che lo Soldano suo padre fue morto, gli Almiranti di Babilonia l’inviaron cherère, e lo fecero loro Soldano. E quando elli si vide Maestro e Signore, tolse di tratto ai Connestabili, Maliscalchi, e Siniscalchi di suo padre le verghe dell’oro e gli offici ch’essi ne aveano, e li donò a quelli che avea ammenato con lui d’Oriente[74]. Di che tutti furono ismossi in loro coraggi, e così coloro ch’erano stati del consiglio di suo padre ne ebbero gran dispetto, e dottavano forte ch’elli volesse far d’essi, appresso ciò ch’e’ gli avesse tolto i lor beni, come avea già fatto l’altro Soldano, il quale avea morti coloro che avean presi li Conti di Monforte e di Bar, di cui v’ho dinanzi parlato. E pertanto furono essi tutti d’un comune assentimento di farlo morire, e trovaron modo che coloro i quali eran detti della Halcqua, e che dovevano guardare il corpo del Soldano, loro promisero ch’e’ lo uccidrebbono.
Appresso queste due battaglie, donde io vi ho davanti parlato, le quali furono forti e grandi a meraviglia, l’una il Martedì di Carnasciale o di Quaresima entrante, e l’altra il primiero Venerdì di Quaresima, cominciò a venire nell’oste nostra una nuova misavventura. Per che, a fine di nove o diece dì, le genti ch’erano state morte in quelle battaglie sulla riva del fiume che correa intra le due osti nostre, e che vi erano state dentro gittate, tutte rigallaro e vennero al disopra; e si diceva che ciò era appressochè il fiele imporriva loro e scoppiava. E discesono li detti corpi morti a valle del detto fiume sino al ponticello gittato a traverso del medesimo per ove noi passavamo da l’una parte a l’altra: e per ciò che l’acqua, la quale era grande, attingeva a quel ponte, li corpi non potevano trapassare, e ce n’avea tanti che la riviera ne era sì coverta da l’una riva sino all’altra, che l’uomo non potea veder punto d’acqua bene il gitto d’una pietruzza a contramonte del ponticello. Perchè allogò il Re cento uomini di travaglio, i quali furo ben otto dia separare li corpi de’ Saracini d’intra quelli de’ Cristiani che si poteano a bastanza discernere. E faceano passare li Saracini a forza oltre il ponte, e questi secondavano a valle sino al mare, e li Cristiani faceano interrare gli uni sugli altri entro grandi fosse. Dio sa qual putidore, e quale pietà insieme era il riconoscere per que’ sfatti cadaveri li gran personaggi e le tante genti da bene che vi si trovavano a la mescolata! Io vidivi il Ciambellano di Monsignore che fu il Conte d’Artese, il quale cercava il corpo del suo Signore, e molti altri cherendo loro amici tra li morti. Ma unqua dappoi non udii dire che di tutti coloro che erano là riguardando e indurando l’infezione ed il sito di que’ cadaveri, ch’egli ne ritornasse uno solo. E bene sappiate che tutta quella Quaresima noi non mangiammo nullo pesce fuorchè di burbotte, che è uno pesce di tal ghiottornia ch’e’ rendesi sempre ai corpi morti e li mangia. E di ciò anche che nel paese di là non piovea nulla fiata una goccia d’acqua, venne una grande persecuzione e malattia nell’oste; la quale tale era che la carne delle gambe disseccavasi sino all’osso, e la pelle diveniva a un color tanè lionato e nerastro, a simiglianza d’una vecchia uosa che sia stata lungo tempo a immucidir dietro i cofani. Ed inoltre a noi altri che avevamo quella malsania, sovveniva una nuova persecuzione nella bocca, da ciò che avevamo mangiato di quel pesce, perchè c’imporriva la carne tra le gengive, ed il fiato ne usciva orribilmente putiglioso. E nella fine guari non ne iscapavano di quella malattia che tutti non ne morissono. Ed il segno di morte, che l’uomo ci conoscea continuamente, era quando egli si prendea a sanguinare del naso, poichè tantosto si era bene asseverato d’esser morto di breve. E per meglio guerirci, da ben quindici dì di là, li Turchi, li quali bene sapevano di nostre malattie, ci affamaro nella fazione che vi dirò. Perchè coloro che partivano di nostr’oste per andare su per lo fiume a Damiata, che n’era di lunge allo intorno d’una grossa lega, per avere de’ viveri, que’ bordellieri ed infami Turchi prendevanli, e punto non ne ritornava uno a noi, donde molti se ne isbaìvano e restavano dell’andata. D’altra parte non ne osava venir pur uno da Damiata a noi apportar la vivanda, poichè tanti ch’egli ne venivano, altanti ne dimoravano. E giammai non ne potemmo saper nulla, se non che per una galea del Conte di Fiandra, la quale isfuggì e traforò oltre lor grado ed a forza, e dissecene le novelle, siccome le galee del Soldano erano in quell’acque aguatando coloro che andavano e venivano, ed avean già guadagnato ottanta di nostre galee, e ch’essi uccidevano le genti che v’eran dentro. E per ciò avvenne nell’oste una sì tragrande carizia, che a pena la Pasqua fu venuta, un bove era venduto ottanta lire, un montone trenta, trenta uno porco, il moggio di vino dieci lire, ed un uovo dodici danari, e così all’avvenante di tutte altre cose.
Capitolo XXVII. Come per lo gran disagio della pistolenza il Re pose di torsi dalla via di Babilonia, e di alcune mie particolari incidenze.
Quando il Re e suoi Baroni si videro addotti a tale stremo, e che nullo rimedio non ci avea, tutti s’accordaro che il Re facesse passare sua oste di verso la terra di Babilonia nell’oste del Duca di Borgogna, il quale era da l’altra parte del fiume che andava a Damiata. E per ritrarre le genti sue agiatamente il Re fece fare un barbacane davanti il ponticello di che vi ho davanti parlato, ed era fatto di maniera che vi si potea assai entrar dentro per due lati tutto a cavallo. Quando quel barbacane fue fatto e apprestato tutte le genti dell’oste s’armaro, e là ci ebbe un grande assalto de’ Turchi, i quali videro bene che noi ne andavamo oltre nell’oste del Duca di Borgogna che era dall’altra parte. E come s’entrava in quel barbacane, i Turchi gettaronsi sulla nostra coda, e tanto fecero e tanto si penaro ch’essi presero Messere Erardo di Vallery, il quale tantosto fu riscosso per Messer Gianni suo fratello. Tuttavia il Re non si mosse nè le sue genti sino a che tutto lo arnese, l’armadura e ’l saettamento non fussono portati oltre. Ed allora passammo tutti appresso ’l Re, fuorchè Messer Gualtieri di Castillione che faceva la retroguarda nel barbacane. Quando tutta l’oste fu passata oltre, quelli della retroguarda furono a gran misagio pe’ Turchi ch’erano a cavallo, perchè essi traevano loro di fronte molto saettume non guardandoli a bastante l’altezza del barbacane; e li Turchi a piè gittavano loro grosse pietre e zolloni e ghiove indurate alle facce, sì che non se ne potevan difendere nè durare al parapetto: e ne sarebbon stati tutti perduti e distrutti, se non fusse stato il Conte d’Angiò fratello del Re, che andolli aspramente riscuotere, e li ammenò a salvamento.
E qui, per dare alcuna inframessa, vi vorrò raccontare cosa ch’io vidi il giorno davanti Quaresima-entrante. A punto in quel giorno morì un travalente, pro ed ardito Cavaliere che avea nome Messer Ugo di Landricorto, il quale era meco a bandiera e fu interrato nella mia Cappella. Ed in così ch’io vi udiva la Messa, sei de’ miei Cavalieri erano là appoggiati sovra de’ sacchi d’orzo, e parlavano alto l’uno all’altro, e facean noia al Prete che cantava la Messa. Ed io mi levai stante e loro andai dire ch’e’ si tacessono, e ch’egli era cosa villana a gentiluomini di parlar così alto intanto che la messa si cantava. Ed essi cominciarono a ridere, e mi dissero ch’e’ parlavano insieme di rimaritare la donna di quel Messer Ugo ch’era steso là nella bara. E di ciò anche li ripresi io duramente, e loro dissi che tali parole non erano buone nè belle, e ch’essi avevano troppo tosto obbliato il lor compagnone. Ora avenne egli che la dimane, in che fu la grande battaglia di che vi ho parlato, essi vi morirono tutti di mala morte, e ne furo anco tutti gittati a fiume. Sicchè alla sua volta ben altri avrebbono potuto ridere di lor follia, anco veggendo come alla fine sia convenuto alle donne loro rimaritarsi a tutte sei. Perchè egli è da credere che Dio, non lasciando alcuna malefatta impunita, ne volesse prendere vendicanza.
Quanto poi egli sia di me, io non avea punto peggio o meglio degli altri: perchè io era naverato ed affranto grievemente della detta giornata di Quaresima-entrante. E inoltre ciò aveva io il male delle gambe e della bocca, donde ho parlato davanti, e la scesa di rema nella testa, la quale mi filava a meraviglia per la bocca e per le narici. E con ciò io aveva la febbre doppia, che l’uomo dice quartana, di che Dio ci guardi. E di tutte queste malattie dimorava io obbligato al letto fino intorno a mezza Quaresima e più a lungo. E se io era bene malato, parimente lo era il mio povero Prete; sicchè un giorno avvenne, in così ch’elli cantava messa davanti a me giacente in letto malescio, che quando egli fu all’indritto del suo sagramento, io lo scorsi così tramalato, che visibilmente lo vedea ispasimare. Perchè, a far sì che non si lasciasse cadere in terra, mi gittai fuora del letto tutto inmalìto com’io era, e, presa mia cotta, andai abbracciarlo per didietro, e gli dissi ch’e’ facesse tutto a suo agio ed in pace, e ch’e’ prendesse coraggio e fidanza in colui che dovea tener tra sue mani. E adunque se ne rivenne un poco, e nol lasciai fino a che non ebbe accapato il suo sagramento, ciò ch’egli fece. E così accapò egli di celebrare sua messa a quella fiata, ma unque poi non cantolla, e morì così santamente che Dio ne ha l’anima al fermo.
Capitolo XXVIII. Qui conta del vano parlamento per pace fare tra ’l Re e ’l Soldano, e della nostra ritratta verso Damiata.
Ora per rientrare in nostra materia vi dirò io ch’egli fu ben vero ch’entro i Consigli del Re e del Soldano fu fatto alcun parlamento di accordo e di pace fare tra loro, e a ciò fu messo ed assegnato giorno. Ed era il trattato di loro accordo tale che ’l Re dovea rendere al Soldano la città di Damiata, ed il Soldano dovea rendere al Re tutto ’l Reame di Gerusalemme, e simigliantemente gli dovea guardare tutti i malati ch’erano dentro Damiata, e rendergli le carni salate che vi erano, con ciò sia che li Turchi e Saracini non ne mangiassero punto, ed altresì rendrebbono tutti gl’ingegni da guerra del Re, ed esso Re potrebbe inviar cherère tutte le cose sue nel detto luogo di Damiata. Ma di tal parlamento qual fatto uscì? Il Soldano fece inchiedere al Re qual sicuranza darebbe egli del rendergli la Città di Damiata? E a tale inchiesta seguì l’offerta ch’elli distenessero prigioniero l’uno de’ fratelli del Re, o il Conte d’Angiò o ’l Conte di Poitieri. E di tale offerenda i Turchi non ne vollero, anzi dimandaro in ostaggio la persona stessa del Re. Ma a ciò rispose il buon Cavaliere Messer Gioffredo di Sergines, che giammai non avrebbero li Turchi la persona del Re, e ch’elli amava molto meglio ch’e’ Turchi li avessero tutti appezzati, di quello ch’e’ fusse lor rimprocciato di avere concesso in gaggio il Re Signor loro. E così dimorò il parlamento, e non levò frutto. Tantosto la malattia, donde vi ho davanti parlato, cominciò a rinforzare nell’oste talmente ch’e’ bisognava che i barbieri strappassero e tagliassero ai colpiti di quella laida malattia de’ grossi carnicci che sormontavano sulle gengive in maniera che non si poteva mangiare. Ed era la gran pietà di udir gridare e guaìre per tutti i luoghi dell’oste coloro a chi si tagliava quella carne morta; e ciò mi rendea simiglianza delle povere femmine allorchè travagliano dello infantare, sì che me ne venìa al cuore grande scuriccio e riprezzo.
Quando il buon Re San Luigi vedeva quella pietà, egli giugnea le mani, levava la faccia al cielo, benedicendone a Nostro Signore di tutto ciò che gli donava. Tuttavia pur vedendo ch’egli non poteva così lungamente dimorare, senza che ne morisse egli e tutta sua gente, ordinò di muovere di là il Martedì a sera, l’ottava di Pasqua, per ritornarsene a Damiata. E fece comandare da parte sua a’ marinieri delle galee che apprestassono lor vascelli, e ch’essi raccogliessero tutti i malati per menarli a Damiata. Così comandò egli ad uno nomato Giosselino di Curvante, e ad altri suoi Maestri d’opere ed Ingegnieri ch’essi tagliassono le corde alle quali s’attenevano i ponti che fean la via tra noi e i Saracini. Ma, come mali pontonai, niente non ne fecero essi, donde poi gran danneggio ne avvenne. Quando io vidi che ciascuno s’apprestava per andarsene a Damiata, mi ritirai nel mio vascello con due de’ miei Cavalieri ch’io aveva anche solo di rimanente, e coll’altra mia masnada. E sulla sera, allorch’egli cominciò ad annerare, comandai al mio cómito ch’e’ levasse l’àncora, e che noi ne andassimo a valle. Ma egli mi rispose che mica l’oserebbe perchè intra noi e Damiata erano nel fiume le grandi galee del Soldano che ci prenderebbono e ucciderebbono tutti. Li marinieri del Re aveano fatto di grandi fuochi per raccogliere e riscaldare i poveri malati nelle loro galee, ed erano li detti malati, attendendo i vascelli, accolti sulla riva del fiume. Ed in quella ch’io ammonestava li miei marinai dello andarcene a poco a poco, scorsi i Saracini, alla chiarità de’ fuochi, che entravano pei ponti nell’oste nostra, ed uccidevano sulla riva i malati. Perchè, mentre li miei tiravano l’àncora spaventati, e che cominciammo un poco a voler discendere a valle, ecco qui venire li marinieri che dovevan prendere i poveri malati, i quali scorgendo come i Saracini li uccidevano, tagliarono rattamente le corde dell’àncore delle loro grandi galee ed accorsero sul mio piccolo vascello da tutti i lati, di che n’attendea l’ora ch’essi mi travolgessero nel profondo dell’acqua. Quando, come piacque a Dio, fummo iscapati di quel periglio ch’era ben grande, noi cominciammo a tirare a valle il fiume di frotto e furia. Il che veggendo il Re, il quale aveva la malattia dell’oste e la menagione come gli altri, e che, invece di guarentirsi nelle grandi galee, amava meglio morire che abbandonare il suo popolo, cominciò egli a bociare a noi ed a gridare che dimorassimo; e ci traeva di buone quadretta per farci dimorare sino a che ci donasse egli congedo di navigare: ma del rattenerci era niente, perchè in quello incalzo a tutti si convenia poggiare a valle o affondare.
Capitolo XXIX. Ove si mette per conto la fazione e maniera come fu preso il buon Santo Re.
Ora vi lascierò qui del dire ciò che ho io veduto, e vi metterò per conto la fazione e maniera come fu preso il Re, secondo ch’egli medesimo mi disse. Io gli udii dunque dire ch’egli avea lasciato le sue genti d’arme e la sua battaglia, e s’era messo Lui e Messer Gioffredo di Sergines nella battaglia di Messer Gualtieri di Castillione che faceva la retroguarda. Ed era il Re montato su un piccolo corsiero, e vestiva un sajone di seta; e non gli dimorò, siccome gli ho di poi udito dire, di tutte le sue genti d’arme, che il buon cavaliere Messer Gioffredo di Sergines, il quale lo scorse sino ad una piccola villa nomata Casel, là ove il Re fu preso[75]. Ma a tanto che i Turchi il potessono avere, gli udii contare che Messer Gioffredo di Sargines lo difendeva nella fazione che ’l buon sergente difende dalle mosche il nappo del suo Signore. Perchè tutte le fiate ch’e’ Saracini l’approcciavano, e Messer Gioffredo lo difendea a gran colpi di taglio e di punta, e ben sembrava che sua forza e suo pro ed ardito cuore gli si fussono addoppiati in corpo, sicchè a tutti li colpi li rincacciava dal venir sopra il Re. E così l’ammenò egli sino al luogo di Casel, e là fu disceso in grembo di una borghese ch’era di Parigi, e là pure pensavano vederlo passare il passo della morte, e non isperavano punto che giammai elli potesse valicare quel giorno senza morire.
Appresso poco arrivò verso il Re Messer Filippo di Monforte, e gli disse ch’egli veniva dal veder lo Ammiraglio del Soldano, a chi avea altre volte parlato della tregua, e che se ciò era suo buon piacere, egli ancora di ricapo gliene andrebbe parlare. E il Re lo pregò di farlo, e ch’egli voleala tenere e fare nella maniera ch’essi la vorrebbero. Adunque partì Monsignore di Monforte, e se ne andò verso i Saracini, li quali, cessando dalla caccia, avean già levate le tovaglie[76] dalle lor teste. E consegnò il Sire di Monforte lo anello suo, ch’elli tirò del dito, allo Ammiraglio de’ Saracini, in assecuranza di tenere le tregue; e ciò sin che ne farebbono l’appuntamento tale ch’essi l’aveano domandato altra fiata, siccome è stato tocco qui sopra. Ora avvenne che appresso questo fatto, un traditore malvagio Usciere nomato Marcello, cominciò a gridare alle nostre genti ad alta voce: Signori Cavalieri, arrendetevi tutti, il Re lo vi manda per me, e non lo fate punto uccidere. A questi motti furono tutti atterrati e pensarono che ’l Re loro avesse così mandato, di che ciascuno, per la salvanza del Re, rese ai Saracini sue armi ed arnese. Quando l’Ammiraglio vide ch’e’ Saracini ammenavano le genti del Re, disse a Messer Filippo di Monforte, ch’egli non gli assicurava mica la tregua, poichè e’ potea ben vedere che tutte le genti sue erano prese dai Saracini. Il che veggendo in fatto Messer Filippo, e pensandosi che ’l Re fusse trapassato, fu molto isbaìto, perch’egli sapea bene, non ostante ch’egli fusse messaggiere di dimandar la tregua, che tantosto egli sarebbe preso altresì, e non sapeva a chi aver ricorso. Conciossiachè in Pagania ci ha una costuma molto malvagia, che quando in tra ’l Soldano ed alcuno dei Re di quel paese inviansi loro messaggeri l’uno a l’altro per avere o dimandar tregue, e l’uno de’ duo Principi si muore, il messaggere, s’egli è trovato, e che le tregue non sian donate, elli sarà fatto prigioniero da qualche parte che ciò sia, sia elli cioè messaggere del Re o del Soldano.
Capitolo XXX. Come io fossi preso, e condotto in fine di vita, e poi guerito per un beveraggio datomi da un buon Saracino.
Ma, lasciando per ora questa materia, e rivenendo a me, ben dovete sapere che noi altri i quali eravamo in acqua sui nostri vascelli istimando scappare sino a Damiata, non fummo punto più abili o benagurosi di coloro ch’erano rimasi a terra, perchè noi fummo presi altresì come udirete qui appresso. Il vero è che, istando noi sull’acqua, si levò un terribile vento contro noi, che veniva di verso Damiata, il quale ci tolse il corso dell’acqua per modo che, non bastando ad appoderarlo, ci convenne tornare a dietro verso li Saracini. Il Re avea ben lasciato ed ordinato molti Cavalieri a guardare i malati sulla riva del fiume, ma ciò non ci servì di niente per tirarci ad essi, da che se n’eran tutti fuggiti. Or quando venne verso la punta del giorno, bassò il vento, e noi calammo sino al passaggio nel quale erano le galee del Soldano che guardavano il fiume sì che alcun vivere non fusse ammenato da Damiata all’oste, donde è stato toccato qui davanti. E quando essi ci ebbero scorto, levarono un gran bruìto e cominciarono a trarre su noi, e sovra gli altri nostri Cavalieri ch’erano da l’altro lato della riva, verrette ardenti di fuoco greco a fusone, tanto che sembrava che le stelle cadessono di cielo. Ed in quella che i miei marinieri avean guadagnato il ratto della corrente per passar oltre, e che potevam vedere i Cavalieri lasciati a guardia de’ malati speronare verso Damiata, ecco il ventavolo che si va a rilevare più forte che davante e ci getta dalla correntia in costa a l’una delle rive del fiume. Ed all’altra riva ci avea sì grande quantità di vascelli delle nostre genti che i Saracini avean preso e guadagnato, che noi non osammo avvicinarli. Ed istando così senza smuoverci noi vedevam bene che essi uccidevano le genti che vi eran dentro e gittavanle nell’acqua; e li vedevamo simigliantemente trar fuora delle navi li cofani e li arnesi ch’essi avean guadagnato. E per ciò che non volevamo andare ai Saracini, che ci minacciavano, essi ci tiravano gran forza di saettame. Ed allora io mi feci vestir l’usbergo affinchè i dardi che cadevano nel nostro vascello non mi impiagassero. Ora a capo del vascello ci avea delle mie genti, le quali cominciano gridarmi: Sire, Sire, il nostro nocchiere per ciò che i Saracini il minacciano ci vuol menare a terra là ove noi saremmo tantosto ancisi e morti. Adunque io mi feci sorreggere, sendo malato, e presi la mia spada tutta nuda, e dissi ai marinieri ch’io li taglierei se si argomentavano più avanti di menarmi a terra tra Saracini. Ed essi mi vanno rispondere, che non per ciò mi farebbono passar oltre, e per tanto ch’io avvisassi lo quale amava il meglio, o ch’essi mi menassero a riva, o ch’essi mi ancorassero nella riviera. Ed io amai meglio, donde poi ben mi prese in così come voi udirete, che essi mi ancorassero nel fiume, di quello che mi menassero a riva dove io vedeva tagliare le nostre genti; e così mi credettono, e così fu fatto. Ma non tardò guari che tantosto ecco qui venire verso noi quattro delle galee del Soldano, nelle quali avea forse due mila uomini. Allora io appellai li miei Cavalieri, e richiesi ch’essi mi consigliassono di ciò ch’era a fare, o di renderci alle galee del Soldano che s’approssimavano, o d’andare a renderci a coloro ch’erano a terra. Fummo tutti d’un accordo ch’egli valeva meglio renderci a quelli delle galee, per ciò ch’essi ci terrebbero tutti insieme, che di renderci a quelli di terra, i quali ci avrebbono tutti separati gli uni dagli altri, ed avrebbonci per avventura venduti ai Beduini di cui vi ho parlato davanti. A questo consiglio non volle mica consentire un mio Cherco ch’io aveva, ma diceva che tutti ci dovevamo lasciar uccidere a fine di andare in Paradiso. Ciò che noi non volemmo credere, perchè la paura della morte ci pressava troppo forte.
Quando io vidi ch’egli era forza di rendermi, io presi un piccolo cofanetto ch’avea tutto presso, ove erano i miei gioielli e le mie reliquie, e gittai tutto didentro il fiume. In quella mi disse l’uno de’ miei marinieri che s’io non gli lasciava dire ai Saracini ch’io era cugino del Re, ch’essi ci taglierebbono tutti; ed io gli risposi ch’e’ dicesse ciò che e’ volesse. E adunque ecco arrivare a noi la primiera delle quattro galee che venia di traverso e gittar l’ancora tutto presso il nostro vascello. Allora m’inviò Dio, e in così ben credo che venisse da lui, un Saracino che era della terra dello Imperadore Federigo[77], il quale avea vestito soltanto una brachessa di tela cruda, e venne nuotando per mezzo l’acque diritto al mio vascello, e salitovi sovra m’abbracciò per gli fianchi, e mi disse: Sire, se voi non mi credete, voi siete perduto, perch’egli vi conviene per salvarvi mettervi fuori della vostra nave e gittarvi nell’acqua, ed essi non vi vedranno mica, per ciò ch’elli s’attenderanno al guadagno del vascello. Detto questo mi fe’ gittare una corda dalla loro galea sulla tolda della mia nave, e con quella mi collai nell’acqua, e il Saracino a pruovo; donde gran bisogno mi fu per sostenermi e condurmi nella galea, perchè io era sì fievole di malattia che andava tutto vagellando e sarei caduto al fondo del fiume.
Io fui tirato sin dentro la galea, nella quale avea ben ancora ottanta uomini oltre quelli ch’erano entrati nel mio vascello, e quel povero Saracino mi teneva tuttavia abbracciato. E tantosto fui portato a terra, e mi corsero su per volermi tagliar la gola, ebbene mi ci attendea, e colui che m’avrebbe scannato pensava tenerselo a molto onore. Ma quel Saracino che m’avea tolto fuori del mio vascello, non mi voleva lasciare, anzi gridava loro: Il cugino del Re, il cugino del Re. Ed allora io che m’era già sentito il coltello tutto presso la gola, e che m’era già messo in terra ginocchione, mi vidi liberato di quel periglio all’aìta di Dio e di quel povero Saracino, il quale mi menò sino al castello là ove erano li Caporali de’ Saracini. E quando io fui con loro, essi mi levarono l’usbergo, e di pietà che ebbero di me, veggendomi così malato, mi gittarono indosso una mia coperta d’iscarlatto foderata di vajo minuto che Madama mia Madre m’avea donato; ed un altro d’essi m’apportò una coreggia bianca di che mi cignessi per disopra il mio copertoio, e sì un altro de’ Cavalieri Saracini mi diè un capperoncello ch’io misi sulla mia testa. Dopo di che cominciai a tremare ed a incocciar li denti, sì della grande paura ch’io aveva, e sì ancora della malattia. Domandai allora a bere, e mi si andò cherère dell’acqua in un pozzo, e si tosto ch’io ne ebbi messo in bocca per avallarla, essa mi salse invece per le narici. Dio solo sa in qual pietoso punto era allora, perchè sperava molto più la morte che la vita, avendo l’apostema alla gorga. E quando le mie genti mi videro così sortir l’acqua per le narici, essi cominciarono a plorare, ed a menar grande duolo; e il Saracino che m’avea salvato domandò loro perchè ploravano, ed essi gli fecero intendere ch’io era pressochè morto, e ch’io aveva alla strozza l’apostema, la quale mi strangolava. E quel buon Saracino, che sempre aveva avuto pietà di me, lo va a dire ad uno de’ suoi Cavalieri, e questi risposegli: mi confortasse a sicuro, chè egli mi donerebbe qualche cosa a bere, donde sarei guarito entro due dì, ed in così fece; e veramente ne fui guerito all’aiuto di Dio e di quel beveraggio che mi diede il Cavaliere Saracino.
Capitolo XXXI. Di quello avvenne dopo la mia guarigione, e come fui menato là dove erano le genti del Re.
Tantosto appresso la mia guarigione lo Ammiraglio delle galee del Soldano mi mandò che fossi davanti a lui per sapere s’io era cugino del Re come si sonava: Ed io gli risposi, che no, e gli contai comente ciò era stato fatto, nè perchè; e che era stato il cómito che lo mi avea consigliato di paura che i Saracini delle galee, che ci venivano sopra, ci ammazzassono tutti. E lo Ammiraglio soggiunse che molto bene era stato consigliato, perchè altramente noi saremmo stati uccisi senza faglia e gittati entro il fiume. Di ricapo mi domandò il detto Ammiraglio s’io aveva alcuna conoscenza dello Imperadore Federigo d’Allemagna che allor viveva, e s’io era mica di suo lignaggio. Ed io gli risposi la verità di avere inteso come Madama mia Madre era sua cugina nata di germano. E lo Ammiraglio mi rispose ch’egli me ne amava di tanto meglio. E così, in quella che noi eravamo là mangiando e beendo, egli m’avea fatto venire davanti un borghese di Parigi: e quando il borghese mi vide mangiare, egli mi va dire: Ah! Sire, che fate voi? Che io fo? dissi io. Ed il borghese mi va avvertire dalla parte di Dio ch’io mangiava nel giorno di venerdì. E subito io lanciai addietro la scodella ove mangiava. Il che vedendo lo Ammiraglio, domandò al Saracino che m’avea salvato e che era sempre con me, perchè io avea lasciato a mangiare. Ed egli dissegli per ciò ch’egli era venerdì ed io non ci pensava punto. E lo Ammiraglio rispose che già Dio non l’avrebbe a dispiacere poi ch’io non lo aveva fatto saputamente. E sappiate come il Legato ch’era venuto col Re, mi tenzonava di che io digiunassi, e perch’io era malato, e perchè non ci avea più col Re uomo di Stato fuor di me, e pertanto diceva ch’io facea male a digiunare; ma, non meno per ciò ch’io fussi prigioniero, punto non lasciai a digiunare tutti li venerdì in pane ed acqua.
La domenica d’appresso ch’io fui preso, lo Ammiraglio fece discendere del castello a valle il fiume sulla riva tutti quelli ch’erano stati presi sull’acqua. E quando io fui là, Messer Gianni mio Cappellano fu tratto dalla sentina della galea, e quando e’ vide e provò l’aria, ispasimò, e incontanente ucciserlo i Saracini davanti a me e lo gittarono a fiume, ed al suo cherco, il quale altresì non ne poteva più della malattia dell’oste ch’egli aveva, lanciarono un mortaio sulla testa, e così infranto lo gittarono a fiume appresso il Maestro. E similmente facevano essi degli altri prigionieri, perchè in così che traevanli della sentina ove erano stati stivati, egli ci avea de’ Saracini propizi, i quali da che essi ne vedeano uno male disposto o fievole, sì lo uccidevano e lo gittavano nell’acqua, e così erano trattati tutti li poveri malati. Ed in riguardando quella tirannia, io loro feci dire pel mio Saracino, ch’essi facevano gran male, e che ciò era contro il comandamento di Saladino il pagano, il quale diceva che non si doveva uccidere nè far morire uomo poi che gli si era dato a mangiare del suo pane e del suo sale. Ma essi mi fecero rispondere che coloro non erano più uomini d’alcuna valuta, e ch’essi non potevano omai più fare alcun’ovra, poi che erano troppo malati. E appresso queste cose elli mi fecero venir dinanzi tutti i miei marinieri, narrandomi che tutti erano rinegati. Ed io dissi loro che non ci avessono per ciò fidanza, e che ciò era solamente di paura che uomo li uccidesse, ma che come tosto sarebbonsi essi trovati in buon luogo od in lor paese, incontanente ritornerebbono alla prima fede. Ed a ciò mi rispose lo Ammiraglio, ch’egli me ne credeva bene, e che Saladino diceva come giammai non si vide di un Cristiano un buon Saracino, e così di un Saracino un buon Cristiano. Dopo di che lo Ammiraglio mi fece montare su un palafreno, e cavalcavamo l’uno accosto l’altro. Ed in così menommi passare a uno ponte, e di là sino al luogo dove era il santo Re e le genti sue prigionieri. Ed all’entrata d’un gran paviglione trovammo lo Scrivano che scriveva li nomi de’ prigionieri da parte il Soldano. Or là mi convenne nomare il mio nome, che non loro volli celare, e fu scritto come gli altri. Anche all’entrata del detto paviglione quel Saracino, che sempre mi aveva seguito ed accompagnato, e che mi avea salvato nella galea, mi disse: Sire, io non vi posso più seguitare e perdonatemene, ma bene vi raccomando questo giovine infante che avete con voi, e vi prego che lo teniate sempre per lo pugno, o altrimenti io so che i Saracini lo uccideranno. L’infante avea nome Bartolomeo di Monfalcone figliuolo del Signore di Monfalcone di Bari. Tantosto che il mio nome fue iscritto, l’Ammiraglio ci menò, il giovine figliuolo ed io, didentro il paviglione, ove erano li Baroni di Francia, e più migliaia di persone con loro. E quando io fui didentro entrato, tutti cominciaro a menare sì gran gioia dii vedermi, che non vi si potea niente udire per lo bruìto della gioia ch’essi ne facevano, perchè mi pensavano aver perduto.
Ora in quella che noi stavamo insembre sperando l’aìta di Dio, noi non dimorammo guari che un gran ricco uomo[78] Saracino ci menò tutti più avanti in un altro paviglione dove avevamo una cera assai miserevole. Assai d’altri Cavalieri e d’altri di nostre genti erano altresì prigionieri, ma chiusi in una gran corte attorneata di muraglie di terra. E quelli là facevano trar fuora li prigionieri l’uno appresso l’altro, e loro domandavano se si volevano rinegare, e quelli che dicevano si, e che si rinegavano, erano messi a parte, e quelli che nol volean fare, tutto incontanente avean mozzo il capo.