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UGO MIONI
I sogni dell'Anarchico
ROMANZO
MONZA
LIBRERIA EDITRICE ARTIGIANELLI
PROPRIETA' LETTERARIA
SCUOLA TIPOGRAFICA ARTIGIANELLI
PREAMBOLO
I.
Il salotto era molto elegante. Nel caminetto ardevano le legna e crepitavano allegramente. Su di un piccolo tavolo era collocata una bottiglia sturata con due bicchieri riempiti di vino ed un servizio da fumo. Al tavolo sedevano due uomini, l'uno beatamente sprofondato in una gigantesca sedia a bracciuoli, che ne celava quasi tutta la persona, l'altro seduto a cavalcioni di una sedia di cuoio, colle braccia incrociate sul davanzale.
Quei due uomini erano del tutto dissimili tra di loro, come diverso era il modo, nel quale stavano seduti.
Il primo era un uomo di mezza età, alto, slanciato, magro, con un volto molto espressivo, sbarbato e ad eccezione di un paia di piccolissimi mustacchi neri, che aveva tollerato sul labbro superiore. Qualche raro filo d'argento tra quelli. L'occhio grigio era freddo; come una di quelle antiche lame di Damasco, così grigie, così fredde, eppure così taglienti, che formano la delizia dei collezionisti e ti fendono i macigni. Le labbra erano lunghe, pallidissime; bella la dentatura di neve, un po' canina. I capelli molto corti, a spazzola, leggermente brizzolati; le mani fine, aristocratiche, con unghie lunghe, a mandorla, ben curate. Aveva indossata un'ampia veste da camera, di seta azzurra, coperta di certi fiori strani, di certe figure umane più strane ancora, con cappelli a cono ed ombrellini fantastici, e tra fiori e mandarini si arrampicavano certi animali, che non hanno mai figurato nella natura e che erano dovuti alla pazza fantasia di qualche ricamatore cinese, perchè quella veste da camera singolare, era stata certo importata dal regno della coda.
L'altro era molto più giovane, tra i venti ed i trent'anni, vestito, con affettata noncuranza, a nero, con una gigantesca cravatta nera, annodata al collo; il suo volto era sbarbato, magro, dalle guancie infossate, dagli zigomi sporgenti, e con certe chiazze rosse, che si accentuavano quando egli s'infervorava nel discorso. L'occhio bello, di un nero carico, si accendeva allora di certe luci strane; le labbra un po' tumide, erano pallidissime; la dentatura pessima; le unghie non coltivate; i capelli arruffati, spettenati.
All'esterno dei due uomini corrispondeva anche il loro modo di parlare. L'uomo dalla veste da camera cinese era breve, conciso, imperioso, autoritario; sembrava avvezzo a comandare. I pensieri gli uscivano dal cervello e poi dalle labbra, sotto forme di sentenze brevi, concise; egli era un uomo che aveva un'opinione propria non solo, ma era persuaso, che quella fosse la sola opinione giusta e perciò da seguirsi, e la voleva imporre a tutti. L'altro invece balzava col suo dire di palo in frasca; si agitava per ogni inezia; s'infervorava, diventava tragico, ed allora le chiazze rosse andavano accentuandosi, l'occhio prendeva strani bagliori, egli agitava le mani, muoveva le dita, stringeva il pugno, si dimenava….
—Ripeto: La vita del sogno è qualche cosa di stranamente misterioso. L'anima è allora sciolta dai lacci del tempo e misura gli eventi in un altro modo. Vive alle volte una vita di mesi e mesi ed anzi di anni ed anni in uno spazio infinitesimale di tempo, in mezzo secondo, in un secondo. Dal che si deduce, che la vita dell'anima è del tutto diversa da quella del corpo. La vita del corpo si misura da aurora a tramonto e da tramonto ad aurora, a giorni, a mesi, ad anni, e quella dell'anima invece…. e s'interruppe bruscamente.
L'altro rise. Il suo riso era così beffardo.
—Non continui? domandò.
—Mi manca il termine.
—Od il concetto. Pazzo! L'uomo non ha anima. È un animale rapace, sentenziò l'uomo dagli occhi grigi.
Le chiazze sul volto dell'altro si accentuarono.
—La ho. La sento! esclamò con persuasione.
—Ed allora fatti frate!
L'altro fece un gesto di scherno.
—Studio filosofia. Appunto perchè ho un'anima sono ateo, sono anticlericale, sono libertario! esclamò.—Come devo odiare tutti coloro i quali metterebbero in ceppi il mio corpo, così devo odiare la religione, perchè essa mette i ceppi al mio spirito. Schiavo di nessuno, nè nell'anima nè nel corpo!
—Già. Ma intanto, mentre c'è tanto bisogno di chi diffonda le nostre idee, i nostri sani e santi principi, tu perdi il tuo tempo studiando filosofia, osservò l'altro con scherno.
—Io lavoro.
—Che cosa fai?
—Parlo! Propagando le nostre idee…..
—Non abbiamo bisogno di ciarloni. Vogliamo gente che lavori!
—E tu, che cosa fai? domandò il più giovane, mentre un grande colpo di tosse ne scuoteva lo scarno petto.
—Questo, disse l'altro e, alzatosi, avvicinò un elegante stipo di legno lucidato, dalle grosse borchie di bronzo giallo, caldo.
Premette una suola ed aprì una porticina. L'altro vide alcuni ordigni di metallo giallo, piccolini, rotondi, lucidi.
—Quattro! mormorò.
—Ecco i nostri grandi argomenti nella lotta per la rivendicazione dei nostri diritti e nella campagna che meniamo contro ogni tirannide! disse l'uomo dagli occhi grigi e fissò l'altro in volto. Il suo sguardo gli penetrò attraverso gli occhi fin nel cuore, procurandogli un disagio grande, un malessere acuto, che invano cercò di vincere.
—Quando? domandò scuotendosi.
—È inutile che te lo dica.
—Perchè?
—Non hai coraggio! disse l'uomo dalla veste cinese con sprezzo.
L'altro si eresse sulla persona; lo sguardo divenne più strano che mai; le chiazze assunsero una tinta quasi scarlatta.
—Del vile a me! A me che ho sacrificato tutto al nostro ideale; che odio con infinito livore ogni tiranno, il governo, la chiesa, l'aristocrazia, i ricchi, ed anche tutti i papi del partito socialista! Del vile a me, che ho troncato la mia carriera, che mi sono logorato la salute, che ho….. esclamò con un fare tragico.
L'altro lo interruppe con un gesto di disprezzo.
—Meno chiacchiere! Hai davvero coraggio? gli domandò.
—Sì.
—Quante?
L'altro fece un gesto di terrore.
—Io?
—Se non sei vile.
—Non lo sono.
—Vuoi?
—Sì.
—Quante?
—Una.
—E vada per una. Domani!
—Il giorno di Natale! esclamò l'altro, scuotendosi.
Un sorriso di scherno errò sulle pallide labbra del primo.
—Il Natale t'impone? domandò.
—Certi ricordi…..
—Di antiche debolezze, delle quali dobbiamo vergognarci, Io una e tu una. Dove vuoi? Nella chiesa, durante la Messa, o tra la folla che passeggia?
—Tra la folla. E tu?
—Io in chiesa. Resta stanotte presso di me. Ordinerò dal trattore la cena per due. Potrai dormire nel gabinetto, e domani usciremo assieme.
—Dispensami stasera. Verrò domattina per tempo, disse l'altro imbarazzato.
Il più anziano gli diede un'occhiata di scherno.
—Vuoi santificare la notte di Natale? domandò.
—Ho promesso di passarla con mia sorella e coi suoi figli, rispose imbarazzato.
—Non dovevi accettare.
—Non potevo dire di no.
—Hanno invitato anche me al cenone, alla allegria dell'albero di Natale. Infami ricordi della più infame tra le tirannidi, la clericale! Non ho accettato! Non andare neppure tu. Rimani con me. Una cenetta e poi……
—Ho accettato.
Novello sorriso di scherno.
—Vile!
—Non potevo dire di no. Ma domattina sarò qua alle otto e ti proverò che ho coraggio.
L'altro rise.
—Ti attendo. Ma la tua venuta non proverà la tesi. Avrai audacia ma non coraggio. Chi ha coraggio la rompe con tutto; anche con certe pratiche care, con certe credenze.
—Non credo. Odio. Ma mi hanno invitato. Non è una festa religiosa ma di famiglia.
—Che ha però le proprie radici in quella fede cattolica, che noi dobbiamo sradicare dal mondo. Finchè noi avremo la debolezza di solennizzare il Natale, magari soltanto con una scorpacciata, proveremo la nostra dipendenza da quelle idee, concorreremo a tenerle vive e faremo del nostro, acciocchè resti sempre desto il ricordo del fanciullo di Nazaret e di quello che esso significa.
—Non dovrei andare?
—No.
Il giovane esitò un istante.
—Ho promesso, disse.
—Vile!
—Eppoi sarà l'ultima cena in famiglia, mormorò.
L'altro rise di nuovo con scherno.
—Per me sarà domani probabilmente l'ultima aurora, mormorò, mentre i suoi occhi grigi contemplavano quasi con amore le quattro bombe a mano, che egli aveva allineate nell'armadio, sopra un palchetto.
—Anche per me!
—Per te? Tu credi nell'anima ed in una vita avvenire.
—Nella mia reincarnazione! esclamò il giovane, mentre il suo sguardo divenne luminoso. Esso brillava allora del fuoco sinistro e pure non antipatico del fanatismo. Il fanatico ha almeno un ideale; l'indifferente, l'apatico ne va privo.
Per me domani tutto sarà finito, mormorò l'altro.
Il giovane non gli rispose. La proposta dell'amico gli era venuta troppo inattesa. L'aveva accettata. Non se ne pentiva. Doveva dimostrare che non era vile, eppoi era davvero ora d'incominciare. Le parole non bastavano più. Bisognava passare ai fatti.
Pure il pensiero che domani…. domani…. gli creava un grande malessere, contro del quale non giovava richiamarsi al pensiero l'immortalità e la reincarnazione dello spirito. Certo; egli sarebbe ritornato sulla terra sott'altra forma ma collo stesso principio vivificatore. Pure la vita era bella; quella sera specialmente tutto lo invitava a vivere, a godere, ed invece domani…. domani…. Cercò di cacciare quei foschi pensieri. Aveva deciso! Era suo dovere! Perchè rattristarsi quella sera colla previsione del domani? Gli sarebbe forse riuscito di salvare la vita; di scappare inosservato nell'infinito panico. Pure bramava di allontanarsi da quell'uomo, il cui sguardo era sì freddo; che era sì terribilmente logico nelle sue delusioni; vicino al quale si sentiva tanto a disagio.
Gli tese la mano.
—A domani! disse.
Vuotò il bicchiere, uscì di stanza e dalla casa e passò sulla via fredda, coperta di neve indurita, che scricchiolava sotto i suoi passi.
II.
—Vile! mormorò Giovanni Giunti quando l'amico fu uscito.
Egli disprezzava tutti questi uomini dalle mezze misure, che non la sapevano rompere a pieno col passato, che non sapevano farla finita colla loro antica esistenza; e quanto maggiore era l'eroismo che essi mostravano nelle cose grandi, tanto maggiore era il suo disprezzo, se essi non sapevano sacrificare certe cose da nulla.
La vigilia del Natale.
La osservavano molti, molti, anche indifferenti, anche miscredenti. Le famiglie si radunavano per il cenone; accendevano l'albero del Natale; attendevano la mezzanotte, andavano forse in chiesa e passavano l'indomani in letizia: il pranzo di famiglia, forse la visita a qualche presepio; le campane suonavano, sostava il lavoro, le fabbriche erano chiuse, la gente girava per le vie colla letizia sul volto; dovunque entusiasmo, dovunque allegria, perchè era Natale, era Natale.
Maledetto il Natale! Molti non ci pensavano alla nascita del Cristo; non intendevano di solennizzare una festa cristiana; ma pure festeggiavano il Natale, e davano così una speciale impronta a quella giornata; il forestiero che fosse arrivato in quel giorno nella città avrebbe detto: Il sentimento religioso deve essere ancora fortemente radicato in questo popolo, chè oggi tutti celebrano il Natale. Eppoi perchè solennizzare una data così indifferente; la problematica nascita di quel Gesù, del quale non si sapeva neppure se fosse esistito? Ma anche se davvero visse, perchè tante feste per la nascita di un fanciullo ebreo, e di un ebreo per giunta, del quale la superstizione si era impossessato, per celebrare le sue orgie?
Il Natale? Bisognava toglierlo dal calendario. Il 25 dicembre doveva diventare giorno lavorativo, ed in quel giorno venir dato al popolo un altro giorno festivo; p. e. il Natale dell'anarchia. La data era indovinata. Attorno al Natale nasce il sole, il quale incomincia la sua ascesa e festeggia il suo trionfo sopra le tenebre. E non trionfa anche il sole dell'anarchia sulle tenebre dell'autoritarismo ieratico, civile e militare?
Odiava le feste dell'anno ecclesiastico. Esse concorrevano a perpetuare l'errore. Chiesa e feste religiose, ecco le due cose, che andavano cancellate, per rendere laica la società.
Domani.
Il popolo si ostinava a celebrare ancora il Natale; le autorità vi aderivano vilmente e, quello che era peggio, molti che la pensavano come lui bruciavano il loro incenso alla superstiziosa costumanza. Ebbene. Non avevano da lamentarsi, se verrebbero coinvolti, domani, nella giusta punizione, nella grande vendetta.
Nemesi! Vendetta! Egli era il vendicatore! Voleva lanciare la bomba.
Era quella l'ultima conseguenza della sua evoluzione.
Una evoluzione magnifica, perchè egli si vantava grande pensatore; una rapida evoluzione da ragazzo credente, da socio di un circolo cattolico all'anarchia.
Era stato pieno di fede e di entusiasmo per il cristianesimo. Ma a scuola gli avevano aperto gli occhi; là aveva compreso che il cattolicismo, ed in genere tutte le religioni, sono un grande cancro, che logora la vita dell'umanità. La storia, maestra della vita, gli aveva insegnato, che la Chiesa fu sempre funesta alle nazioni, il maggior puntello del trono, la grande fautrice della tirannide più atroce, e che tutto il male nel mondo viene soltanto da lei.
Comprese. La Chiesa è come un palcoscenico. Sulla scena gli attori recitano la parte dei grandi eroi, degli uomini disinteressati, spremono le lagrime e destano entusiasmo. Dietro le scene invece sono di spesso volgari, il rifiuto della società. Tali i Papi, i vescovi, il clero, nessuno eccettuato.
La filosofia, la fisica, la teologia gli avevano dimostrato che Dio non esiste, la materia è eterna e colla morte tutto è finito. L'uomo è un animale, infelice da secoli, perchè lo hanno privato di quell'unica dote che lo distingue dagli altri animali, il suo amore smisurato alla libertà.
Sognò libertà; rottura di tutti i ceppi, di tutti i vincoli e perciò anarchia.
Nessuno doveva comandare, nessuno stare soggetto: esclusa la formazione di qualsiasi associazione, perchè l'associazione suppone statuti, suppone un presidente e perciò limitazione di libertà; non più leggi, non più consigli, non più Chiesa, non più stato, nulla, nulla. Uomo libero, conservati libero; difendi la tua libertà. Oppressi del mondo intero scuotetevi, organizzatevi, alla difesa del comune ideale!
Il pensiero, che bisognava rompere ogni ceppo lo ossessionò. Passò tra gli anarchici estremi e fu estremo tra di loro. Non condivideva le idee dei più. Essi volevano propagandarle colla parola, colla stampa, coi giornali. Egli non trovava questi mezzi sufficienti; voleva che si passasse alle vie di fatto, alle bombe, al pugnale, alla rivoluzione. Bisognava spazzare chi la pensava diversamente; mettere rapida fine all'attuale società, imporre alle masse neghittose e vili, la libertà. Che importa se in tal modo sarebbe scorso sangue? I veramente grandi non hanno mai indietreggiato avanti al sangue e sacrificato tutto e tutti alle loro opinioni. Che importa se molti sarebbero morti? La morte genera la vita. Che importa se in tal modo avrebbe dovuto imporre le proprie vedute a chi non la pensava come lui? Chi non la pensava a modo suo non era degno di vivere; era un microbo dannoso alla società e doveva venire perciò soppresso. Parlò ed agitò in questo senso, ma non venne compreso che da pochi. I più erano anarchici per sport o magari per convinzione, ma non ritenevano venuto ancora il momento opportuno. L'anarchia si era legata al carro della massoneria e doveva seguire perciò ciecamente il verde vessillo. E la massoneria, guidata essa pure dall'alta finanza internazionale giudaica, non riteneva opportuno di procedere. Sarebbe stata la sua rovina. Un po' di anarchismo stava bene per tener domi i capi dello stato, per incutere un po' di spavento alle autorità; ma ne quid nimis.
Giovanni Giunti non trovò ascolto; ma non venne neppur espulso dal partito. Era un elemento pericoloso, focoso, il quale, in omaggio all'anarchia, non voleva seguire nessuno nè ubbidire a nessuno; voleva procedere colla violenza; ma era una tempra focosa, che entusiasmava, pronto a qualunque sacrificio. Molto ricco, profondeva il danaro a piene mani, per sostenere i vari periodici, per la diffusione di stampati sovversivi, per la propaganda; aiutava i consenzienti poveri, era disposto a qualsiasi lavoro, a qualsiasi fatica, e quanto maggiore il pericolo tanto più volentieri lo affrontava. Non faceva alcun conto della propria esistenza.
Era ricco. Suo padre non aveva voluto altri figli, pago del suo primo ed unico, per concentrare nelle mani di lui tutte le dovizie della sua casa commerciale di primo rango, ed averlo continuatore della propria ditta, accumulatore di ricchezze sempre maggiori.
Il figlio non solo non seguì le idee paterne ma le ostacolò con energia. Il padre ne vide spaventato la discesa; l'ascrisse all'educazione religiosa datagli dalla madre. Questa morì di crepacuore al vedere il figlio ateo ed anarchico, all'udirlo parlare di bombe e di pugnali, ed al notare in lui un odio particolarmente intenso e fanatico contro il pensiero cristiano e la Chiesa, un odio tanto più inesplicabile quanto più grande era stata la sua antica fede. Il padre aveva deciso di diseredare il figlio e di farlo dichiarare discolo, per potergli negare financo la legittima; ma non arrivò a farlo. Uomo dal collo corto, collerico, sanguigno, autoritario; carattere dominatore, che voleva tenere tutti soggetti e non ammetteva neppur possibile un pensiero, diverso dal suo, si adirò una volta col figlio al segno, da venir colpito da paralisi.
Visse ancora qualche settimana, paralizzato, schizzando, coll'unico occhio che poteva muovere, fuoco contro il figlio; voleva parlare, ma non riusciva; mostrava di voler scrivere, ma la matita non disegnava che ghirigori senza senso. Morì, disperato di non poter manifestare la propria volontà. Giovanni ne fu l'erede. Liquidò subito l'azienda; si ridusse ad un appartamento piccolo ma elegante, dove viveva solo, e fu lieto di aver molto danaro, per poter spendere molto per la propaganda anarchica.
Metodisti, avventisti, valdesi cercarono di avvicinarlo; volevano sfruttare il suo odio contro la Chiesa; speravano di averlo alleato; ma vennero respinti. Egli non odiava soltanto il cattolicismo ma ogni specie di religione, perchè tutte dicevano abuso di libertà e servaggio di coscienza; perchè tutte cercavano di asservire lo spirito dell'uomo, favorivano la tirannide, puntellavano l'autorità, benedivano il pugnale; odiava la Chiesa cattolica sopra tutte, perchè la più potente, la meglio organizzata, la più logica, una Chiesa, la quale esercita tuttora sulle coscienze un fascino che egli non sapeva spiegare, ma che doveva constatare e ne aumentava l'odio. Quanto più agguerrito il nemico tanto maggiore l'avversione che gli si deve portare.
Passarono gli anni. L'anarchia era diventata accademica. Qua e là qualche singola alzata di scudi, dovuta all'energia di stranieri e d'italiani educati all'estero, in America; qualche sovrano pugnalato; ma non si andava più di là. Gli antichi ideali svanivano; non si parlava più di bombe, di pugnali, di rivoluzioni.
Il tempo passava; tempo perduto, secondo lui. Cercò invano di destare le coscienze dei suoi consenzienti; di spronarli ad un'azione energica. Non riuscì.
Allora decise di agire da solo, e costruì quattro bombe.
Voleva gettarle, possibilmente tutte quattro, terribile ammonimento ai tiranni. Non dovevano illudersi. L'anarchia non era spenta; lo spirito anarchico era tuttora desto in Italia; ammonimento pure ai consenzienti e sprone ad imitarlo.
Sarebbe morto lui pure. Ciò non lo turbava. Non faceva nessun conto della propria vita. Non valeva la pena di vivere, schiavo tra schiavi; e se il sacrifizio della sua vita avrebbe potuto accelerare alquanto il gran momento della redenzione, era lieto di farlo.
Forse l'avrebbero arrestato. In tal caso i giudici avrebbero udito la sua franca parola; uno scatto fiero e sincero dell'anima italiana, ribelle ad ogni giogo e stanca di ubbidire a mille tiranni.
La sola scelta del luogo gli era difficile. Dove lanciare le bombe?
In chiesa? Avrebbe colpito i tiranni della teocrazia, ma la borghese non si sarebbe scossa. Avrebbero ascritto il tentativo ad uno sfogo di anticlericalismo. Sulla via? In tal caso i preti si sarebbero fregate le mani e creduti indisturbati nel luogo santo.
Dove dunque?
Ora aveva trovato una soluzione. In Chiesa e nella via, purchè Narciso Rossi avesse mantenuto la promessa. L'avrebbe mantenuta. Era idealista e perciò fedele.
Lo chiamarono al telefono. Dalla trattoria, donde gli portavano la cena, gli domandavano se la voleva di grasso o di magro. Era la vigilia del Natale.
—Di grasso! gridò indispettito, offeso, sdegnato che si osasse anche sol sospettare che egli poteva fare il magro nella vigilia del Natale.
Coprì d'improperi il cameriere, che gli portò la cena.
Cenò e bevette qualche gotto di vino. Durante la cena gli ritornarono alla memoria le parole di Narciso Rossi, che gli sembravano così paradossali. L'anima non misura gli spazi del pensiero colla misura del tempo.
L'anima!
L'uomo non ha anima!
La neve aveva ripreso la sua discesa. Le vie erano deserte. I rari passanti si affrettavano a raggiungere le loro case. Egli vide le finestre di fronte alle sue illuminate; vide gli strani bagliori di alberi di Natale, ricchi di candele e di lampadine elettriche: gli sembrava di udire il riso argentino di bambini e fanciulle, che danzavano felici attorno all'albergo, grate al Bambino Gesù per i bei doni.
Natale.
La gioia di quella famiglia gli dava sui nervi; lo riempiva di sdegno. Nel Natale ebbe principio la più terribile tra le tirannidi, la teocratica. Un uomo colto deve maledire il Natale.
Eppoi udì il suono delle campane. Erano le ventidue; esse invitavano ai sacri uffici nelle varie chiese.
Quel suono, così solenne nella notte fredda, piena di neve, ne aumentò lo sdegno.
Maledetto! Ma domani….. domani…
Vuotò rapidamente un altro gotto e poi si abbandonò nella sua sedia a bracciuoli e guardò distratto l'allegro fuoco, che schioppettava nel caminetto: una sua singolarità. Odiava le stufe. Voleva vedere il fuoco, quel fuoco che avrebbe purgato un giorno l'umanità.
E mentre guardava quelle fiamme pensava ai delitti della chiesa, al danno infinito che il cristianesimo ha recato all'Italia, ad ogni singolo italiano ed anzi ad ogni uomo; ed il suo odio giganteggiava……
Domani!
Si spogliò rapidamente e si cacciò sotto le coltri.
Domani!
I.
Lo schiavo
L'infinita estensione del deserto. Un mare di sabbia gialla, profonda, calda, infuocata, dalla quale escono, simili alle isole nel mare, delle rocce nude, brulle, dalle forme fantasiose, strane, le quali riflettono i cocenti raggi del sole, aumentano il calore di altiforno ed accecano quel povero uomo il quale cavalca stanco, sfinito, sul suo destriero, stanco, sfinito esso pure. Il cavaliere non ne può più.
È un magnifico esemplare della razza camita, come essa si è conservata pura nelle regioni settentrionali dell'Africa; il color della pelle è bruno, come antico rame; i lineamenti del volto dolci e non sgradevoli; la fronte bassa, l'occhio infossato, gli zigomi leggermente sporgenti; le grosse, tumide labbra hanno il colore del corallo, i capelli sono crespi, la persona grande, forte, bella, tutta nervi e muscoli, una figura regale, un uomo, il quale sembra chiamato al dominio. Ed il vestito è quello di un uomo che può, di un dominatore. I sandali sono di cuoio finissimo, rosso; i calzoncini corti di pelle concia, elegantissimi; il petto è ignudo, ma dalle spalle gli pende un prezioso mantello azzurro, di lana finissima, orlato di porpora, di vera porpora, preziosa come la imperiale. Ha anella di oro alle braccia muscolose, ed anella alle dita, mentre il capo è coperto da un drappo prezioso, multicolore, che gli svolazza dalle spalle. Al fianco gli pendono una spada romana, corta, dall'impugnatura di ebano ed avorio, ed un magnifico pugnale.
Il cavallo è di rara bellezza; uno di quei cavalli grigi, come sono grigie le rocce del deserto, che gli sceicchi arabi, gl'ismaeliti, allevano nella penisola sinaitica ed al di là del breve mare, nelle regioni asiatiche, e vengono importati rare volte nell'Africa; un cavallo prezioso, che sarà stato pagato certo il prezzo di venti cammelli o di cento asine; un cavallo tutto fuoco, dall'occhio sagace e dalle narici di corallo.
L'uomo è stanco, sfinito, non ne può più. Il sudore non ne imperla più la fronte, perchè il suo corpo è privo di umor; la bocca spalancata è secca ed arida la lingua; è da trent'ore a cavallo e da venti che non beve; la testa gli arde, i pensieri gli si confondono; non ne può più. Arrestarsi? Non può; non deve! Avanti a lui è la vita, perchè può trovare dell'acqua e conservare la libertà. Dietro di lui c'è una schiavitù, ben peggiore della morte.
Avanti, mio Veloce! avanti. Egli stimola il fido destriero, lo sprona con certe spine di argento che ha ai calzari, gli flagella il ventre, gli apre ferite, lo fa sanguinare. Il cavallo spiega la sua maggior velocità, ma questa è così poca; perchè è stanco, è tanto stanco. È da una settimana che non riposa; è da due giorni che non beve; eppoi il nobile destriero non è avvezzo alla vita del deserto, alla sabbia.
Avanti, Veloce, avanti!
Il cavallo, spronato dalla voce supplichevole del padrone, intende le proprie forze, tutte; ma non può, non può più, ed il suo passo è così lento, così lento.
Il cavaliere volta di quando in quando la testa, fa colla mano disco agli occhi, e fissa il lontano orizzonte. Non vengono ancora; ma possono venire ogni istante, ed allora…..
Mio dio serpente, salvami, ed io offrirò in tuo onore dieci bambini appena nati e scannerò dieci vergini, che non hanno ancora conosciuto lo sposo! esclama, mentre il suo occhio guarda supplice un piccolo serpente, arrotolato al suo braccio sinistro; il suo odio, l'onnipotente, il patrono della sua tribù, che la rese sempre grande, la conservò potente, le concesse sempre grandi trionfi e l'aveva abbandonata soltanto due giorni innanzi: un dio sanguinario, che chiedeva molte vittime, bambini innocenti e vergini pure.
Dio serpente! Perchè mi hai abbandonato?
Sì; lo aveva abbandonato. Ricordava la sua tribù forte, potente, padrona della grande oasi, dominatrice delle vie del deserto. Egli ne era il capo temuto. Suo padre gli aveva lasciato un nome terribile, che tutti paventavano, un'autorità, avanti alla quale tremavano tutti, un forte esercito di tremila armati, le casse piene di oro giallo, caldo, più caldo della sabbia del deserto, molti schiavi e molte schiave.
Egli aveva stretto con mano forte le redini del governo ed avido di dominare sul deserto, di essere padrone delle grandi vie, che conducono al suo interno, per poter taglieggiare a piacimento le carovane ed imporre loro le tasse che voleva; per diventare il padrone del paese, aveva dato battaglia ad una tribù finittima e che gli era rivale, l'aveva debellata ed era stato senza misericordia coi vinti. Chi gli era caduto vivo nelle mani era stato macellato o fatto schiavo e conservato ad una sorte più terribile della morte.
Quanto sangue sparso allora! Egli fremeva della barbara Gioia al pensiero di quell'eccidio, e gli sembrava di veder scorrere ancora ai suoi piedi, sulla sabbia del deserto, un ruscello di sangue umano, rosso; gli pareva di allungare il braccio colla mano, piegata a mo' di scodella, di attingere quel liquore rosso, caldo, e di portarlo alle labbra. Spegnere la propria sete col sangue dei morti nemici! Dimenticò per un'istante la propria sete, il suo sfinimento, e si rizzò fiero, maestoso, sul suo cavallo.
Io! Il principe Ramsette! Ma poi ricadde nell'antica prostrazione; la persona si curvò ed egli dovette con ambo le braccia afferrare il collo del fido cavallo e stringersi a quello, per non stramazzare al suolo.
La sua ultima vittoria, perchè i vinti avevano implorato l'aiuto dei potenti ed odiati romani, ed il proconsole aveva avocato a sè la causa ed osato citare lui, un principe, lui, Ramsette, al proprio tribunale.
Aveva risposto: Un libero principe non può venir giudicato da nessuno! ed aveva invitato il proconsole al proprio tribunale.
Aveva armato la sua tribù. Sperava di vincere. I suoi erano uomini liberi; i romani schiavi. Un uomo libero vale per cento, per mille schiavi e ne sbaraglia una legione. Eppoi egli si lusingava, che tutte le altre tribù si sarebbero unite a lui, le libere, per conservare la propria libertà, le soggiogate, per scuotere il durissimo giogo.
Ma le sue speranze non si erano avverate. Molti Io temevano, molti lo odiavano, molti lo volevano veder umiliato; la sua umiliazione premeva loro assai più della loro libertà. Non vedevano il loro vero nemico nel proconsole romano, che li teneva domi, li soggiogava alla dominatrice del mondo; vedevano piuttosto in lui un rivale pericoloso, che andava umiliato. Nessuno lo aiutò; uno o l'altro favorì anzi i romani. Si venne alla lotta, ed egli fu vinto. Le centurie romane, bene armate di bronzo, furono insensibili alle leggere frecce; i suoi invece non poterono resistere al loro impeto; molti fuggirono; molti vennero mietuti dalle loro spade, molti furono trapassati dalle loro lancie. Dall'alto del suo destriere egli aveva diretto la pugna e cercato d'infiammare i suoi e di condurli al trionfo; ma quando aveva visto sbaragliati i suoi uomini, prima invincibili, da un pugno di nemici, inferiori di numero; quando gli avversari si erano lanciati contro di lui; quando aveva udito la voce del centurione gridare: «Mille sesterzi a chi lo piglia vivo», un terribile spavento lo aveva incolto. Morto sì, ma schiavo mai. Aveva dato di sprone al suo cavallo ed incominciato quella fuga pazza, da parte sua, quell'inseguimento pazzo da parte loro.
Fuggire? Dove? Alla sua oasi, per condurre colà il nemico; per dargli in preda le donne, i fanciulli, il suo oro? Mai! Si lusingava, che il nemico non avesse trovato la via dell'oasi, non si fosse spinto fin là, a predare, sgozzare ed incendiare; si lusingava di poterlo allontanare in un'altra direzione. E perciò fuggì all'impazzata, nel deserto, senza una meta, avido solo di mettere una immensa distanza tra sè ed il nemico; di mettere in salvo la propria vita; di non cadere nelle mani di quell'avversario temuto, di non diventare suo schiavo.
Dio serpente! Mi salva, mi salva!
E continuava la cavalcata pazza.
Il sole volge rapidamente al tramonto. I colli gettano lunghe ombre, strane, e prendono tinte fiammeggianti; domina, da principio, il giallo, un giallo saturo che diventa poi arancione e poi rosso fuoco mentre i colli ardono; sembra che un gigantesco incendio divampi nel deserto; l'orizzonte è in fiamme, ed in mezzo a quelle fiamme, rossa essa pure, un'enorme brace, si tuffa la gigantesca palla solare.
Il rosso cede il luogo al violetto; sembra che le rocce vestano a mestizia per l'occaso del sole. Il fuoco si spegne sull'orizzonte, rapidamente; i colli si coprono di gramaglie, e sul padiglione nero del cielo compariscono numerose stelle.
Il capo prorompe in un urlo di spavento. In mezzo a quelle stelle è comparso un indice luminoso, gigantesco, il dito di Dio, che gli minaccia sventura.
«La cometa! L'astro della mia rovina!» e cade privo di sensi a terra.
II.
Rimane a lungo, molto a lungo privo di sensi. Il cavallo si è coricato al suo fianco, ed ansa; ha la bocca aperta; la lingua ne esce penzoloni, inaridita; gli occhi si spengono; la povera bestia è prossima a morire di stanchezza, d'inedia, di sete.
Il capo si desta. Da principio non riesce a raccogliere i pensieri; sono così confusi; ma poi vede sopra di sè il cielo stellato; vede la maestosa luna; vede la cometa. Ma alla luce lunare l'astro minaccioso ha perduto parte del suo terrore; la sua luce è sbiadita tanto. Pure ciò non reca conforto al capo. Egli guarda la cometa, con un infinito spavento. È certo di essere perduto.
—Schiavo mai! freme, leva il pugnale amico e lo porta alle labbra.
Non paventa la morte: Ha scannato già molti di sua mano. Suo padre, quando gli ha donato il pugnale gli ha detto;—Il miglior amico! Esso non permetterà giammai che tu diventi prigioniero.
Lo avevano assuefatto a vedere nella prigionia la maggior sventura, il pugnale era là, l'amico fido.
Era deciso! Voleva cacciarselo nel petto, voleva farla finita. La cometa era là e gli diceva: Schiavitù o morte! E tutto, tutto: la sua educazione, i suoi fremiti di libertà, la sua condizione di capo, il suo passato, il presente, i timori per l'avvenire, tutto, tutto gli diceva: Schiavo mai! Preferisci la morte; mille volte la morte!
Stava già per cacciarsi il pugnale nel petto quando il suo sguardo venne a cadere sul cavallo morente.
Lo guardò a lungo e provò un senso d'infinita mestizia. Gli sembrava di veder morire un amico; anzi, più che un amico un fratello. Ma poi gli si affacciò alla mente un pensiero; cercò di cacciarlo, ma invano. Esso gettò subito radici; si abbarbicò nel suo cervello, gli s'impose. Non era quella la prima volta…. Non sacrificava nulla.
Il cavallo era condannato a morire. Avido di bere; reso pazzo dalla sete; desioso di conservare la vita, per radunare le sparse membra della sua tribù, per organizzarle, per prepararle alla vendetta, si gettò sul cavallo, gli aprì, col pugnale, una vena al collo, portò le labbra alla ferita e succhiò il sangue caldo dell'animale, che si dimenava negli spasimi dell'agonia.
Beveva, beveva! Mio serpente, sii lodato! Beveva, beveva! Il liquore era denso, caldo, nauseabondo, dolcignolo. Sangue! Ma egli non ci faceva conto. Non badava alla nausea che esso gli recava; era un liquido che spegneva la sua sete grande, intensa, infuocata, che gli faceva ritornare la vita.
Beveva, beveva. Bevette fin che non ne potè più, e poi si abbandonò sulla carogna del suo cavallo, incapace di più muoversi, in preda ad un dolore di testa infinito; in preda a certi tremiti, a certi vomiti spaventosi, che poi cessarono, lasciandogli una grande sfinitezza e facendolo cadere in un supremo letargo….
Un dolore terribile ai polsi lo fece rinvenire. Spalancò gli occhi. Il sole era alto ed innondava il deserto di sua luce gialla, festosa, calda, e a quella luce egli vide attorno a sè degli uomini sbarbati, nell'odiato costume romano, udì le loro risa di scherno e si vide strette le mani da pesanti catene. La predizione della cometa si era avverata. Era prigioniero, era schiavo.
Cercò di spezzare quelle catene; invano. Volle balzare in piedi, ma era incatenato anche a questi. Gridò, urlò, si dimenò, ma essi risposero alle sue grida, alle sue proteste, ai suoi urli, con alte risate di scherno, con parole beffarde. Egli non li comprendeva. Il loro gergo era così diverso dal latino, che parlavano a Cartagine e del quale egli aveva appreso alcune parole dal suo precettore. È buona cosa conoscere anche il gergo degli avversari, per rilevarne le intenzioni.
Ma poi ricordò che era principe, e che quegli erano schiavi; che non doveva dare loro spettacolo di sè; che non doveva destare il loro scherno, le loro risa; che doveva imporre loro colla sua dignità, e più non si mosse. Finse esternamente la maggior calma, mentre nel suo cuore si rodeva dalla rabbia e da uno sdegno grande, immenso, infinito, cocente. Prigioniero, schiavo. Gli diedero da mangiare. Non rifiutò il cibo, gli diedero da bere; non rifiutò la bevanda. Ma quando gli dissero di alzarsi si accorse che non aveva più al braccio il serpente adorato. Girò smarrito Io sguardo, e lo vide a terra, morto, col capo schiacciato. Provò un dolore indicibile. Il suo idolo venerato; il suo dio! Morto l'idolo della tribù; questa distrutta, il suo principe prigioniero. Una sventura più atroce non lo poteva colpire.
Lo condussero prigioniero a Cartagine.
La terribile marcia attraverso il deserto, a piedi, legato alla sella di un centurione germanico, uomo senza cuore, brutale, che spronava il proprio cavallo, per costringere il prigioniero ad una corsa veloce, sulla sabbia infuocata, su pietre che bruciavano, attraverso a valli anguste, su rapidi pendii. Gli avevano tolto il mantello, i calzari, le armi, i braccialetti, tutto; non gli avevano lasciato che i calzoncini di cuoio. Il piede ignudo sprofondava nella sabbia; le pietre aguzze gli foravano la pelle; i granellini di sabbia, i piccoli cristalli di quarzo, penetravano nelle piaghe, nelle ferite, causando un dolore atroce, un intenso prurito; le ferite si allargavano; il sudore gli colava copioso dalla fronte; ansava; non ne poteva più: era sfinito e si trascinava con fatica avanti. Malediva al suo dio serpente che lo aveva abbandonato, ai romani, alla cometa, a se stesso, che non aveva messo fine alla propria sventura; che aveva avuto il pugnale e non lo aveva piantato nel proprio cuore, nè messa, così, rapida fine alla propria vita.
Quella sera la cometa apparve di nuovo. Essa destò in lui una lieta speranza. Non era apparsa dunque per lui, per annunziare la sua sventura, chè questa era compiuta. Annunziava la rovina dei romani? Venisse! Non l'anelava per la propria liberazione, ma perchè li odiava tanto.
La marcia continua. Non ne può più, e riceve dal centurione un colpo di sferza sul dorso; il primo colpo, che sfiora le sue vergini spalle. Urla più che dal dolore dalla rabbia, dallo sdegno, dall'infinita vergogna; lui, un principe, battuto di verga! stringe i pugni, vuole gettarsi, colle mani legate, contro l'audace che lo ha battuto, ma viene ricevuto a colpi di verga, abbondanti…..
Hanno passato il deserto e sono arrivati su territori fertili, ben coltivati, fittamente abitati, dove il suo passaggio viene accolto ora da parole di scherno, di beffe, ed ora di meraviglia, di stupore. Nessuno ha compassione di lui. Egli muore dalla vergogna nel vedersi meta di quello stupore, di quello scherno, nell'accorgersi che nessuno lo compiange.
Giunge finalmente a Cartagine, dove viene trascinato dal proconsole. Ode parole di scherno. Viene considerato prigioniero di guerra e condannato alla schiavitù imperiale. Verrà mandato a Roma. Protesta. È africano, è principe. La guerra fu ingiusta; esige la libertà; si dichiara pronto di venire a patti; di assoggettare la sua tribù ai romani, di riconoscere l'imperatore, di pagare un annuo tributo. Le sue parole vengono accolte con un riso di scherno. La sua tribù più non esiste; è stata annientata; tutti gli uomini sono morti e le donne trascinate sui mercati; la sua oasi è diventata proprietà del fisco.
Lo conducono allo stabulum, fra gli schiavi, dove la verga lo costringe all'ubbidienza, al lavoro. Il cibo è scarso, le piaghe molte, il lavoro faticoso. È incatenato assieme a prigionieri di guerra, frementi di libertà; a delinquenti, condannati per volgari delitti, a schiavi, nati tra le catene, che non hanno mai gustato la libertà, che hanno cambiato di spesso padrone e furono acquistati dallo stato per venire inviati a Roma.
Fra gli schiavi vi sono parecchi suoi antichi sudditi, catturati nella battaglia o nella sua oasi e parecchi suoi antichi schiavi, lieti quest'ultimi che il loro antico padrone sia pure schiavo. Egli è stato sempre un padrone molto crudele; non ha mai avuto compassione di loro; non può chiedere, che essi abbiano ora compassione di lui.
III.
L'immensa estensione del mare. La trireme, mossa da cento robuste braccia che muovono il remo, vola sulla tranquilla superficie del Mediterraneo, il gran mare, il bacino della civiltà. Vola, ma non trasporta passeggieri, lieti di fare il bel tragitto; felici di andare verso l'Italia, bramosi di vedere Roma, la grande ammaliatrice del mondo; ma trasporta una schiera di infelici, i quali vengono inviati a duro lavoro, ad un trattamento disumano; che hanno da aspettarsi, in Italia, a Roma, una crudeltà maggiore ancora di quella che hanno dovuto soffrire sul suolo africano.
La disciplina di bordo è draconiana. Gli schiavi sono troppo numerosi. Potrebbero accordarsi coi galeotti e tentare un colpo di mano. Perciò i soldati sono di una severità eccessiva. Tutti portano le catene da mane a sera; i più riottosi non possono abbandonare la stiva nè uscire sopra coperta e là, nel corpo della nave, devono respirare l'aria mefitica ed i più ammorbanti fetori. Il cibo è scarso; la frusta fende continuamente l'aria e cade sulle loro povere spalle.
Tra i più riottosi Ramsette. Egli si trova là, incatenato alla parete, nell'angolo più buio della stiva, col corpo coperto di piaghe, sulle quali nidificano le mosche; si contorce dalla rabbia, dallo sdegno, freme, spuma, urla, grida. È un prigioniero indocile, il quale si è opposto all'imbarco, ha osato aizzare gli altri prigionieri, ha tentato, quando gli hanno permesso di salire sulla tolda, di gettarsi in mare; ha detto ai suoi compagni: «Gettiamoci nelle acque. Meglio morire che condurre vita di schiavitù»; ha resistito ai soldati; si è lanciato contro di loro coi pugni chiusi e ne ha atterrato due; uno anzi lo ha conciato male. I carcerieri lo laceravano allora colle loro verghe e lo avrebbero finito, se il centurione non si fosse intromesso. «È un prigioniero prezioso; un antico principe. Che dirà Nerone se glie lo consegneremo con troppe piaghe sul dorso?»
Avevano finito di batterlo, ma lo avevano trascinato nell'angolo più buio della stiva; lo avevano assicurato ad un forte anello di ferro, caricato di doppie, di triple catene; non gli portavano più nè da mangiare nè da bere; ed egli sentiva gli orrori della fame e più ancora gli stimoli della sete.
Un vento forte flagella il mare; si sollevano altissime onde, dalle creste candide di schiuma, e la nave danza su quelle. Gli schiavi vengono cacciati tutti nella stiva ed accatastati colà; la bodola viene chiusa; essi si trovano al buio; incapaci di reggersi su quel suolo che danza sotto i loro piedi, che si alza, che scende, essi vengono sbattuti di qua e di là, perdono l'equilibrio, rotolano gli uni sugli altri, formando certi acervi, certi agglomeramenti di carne umana; e poi viene il terribile mal di mare, che non conoscono neppur di nome e sembra loro presagio di morte vicina; odono sul loro capo il calpestio dei marinari che corrono, urlano, bestemmiano; dei soldati, che imprecano al servizio di mare, a quel viaggio, ed invocano o maledicono gli immortali, e il rumore delle onde, che flagellano i fianchi della nave, il sibilo del vento, che passa tra i cordami e le sartie.
Ramsette urla pur lui, bestemmia, grida, aizza i compagni: Se la nave resiste alla procella, mettete fine alla vostra esistenza. Il mare vi attende; stende a voi ancora le braccia. Gettatevi tra quelle!
Nessuno rispondeva alle sue parole. Erano schiavi, ma pure amavano la vita e rifuggivano istintivamente dalla morte. La vita rappresentava sempre una grande speranza, la speranza della libertà, la morte invece? No, no! Non morire! Vivere sempre, sempre; anche tra le catene! Vivere, magari sorretti soltanto dalla speranza della vendetta…….
Ed egli, al vedere che nessuno lo abbadava, dava in smanie maggiori.
Un vecchio schiavo lo avvicinò; un povero vecchio, ricurvo sotto il peso degli anni. Veniva mandato a Roma per morire nel circo, perchè egli, un rettore ben noto a Cartagine per la sua eloquenza e sapienza, era stato scoperto consenziente agli incendiari di Roma.
Il vecchio disse allo schiavo.
—Ti calma fratello! Pazienza!
—Mai! Sono principe! La pazienza è la virtù dello schiavo.
—Di un animo nobile. Egli, abbandonò, per nostro amore, il suo trono, e non solo volle spontaneamente, da nessuno costretto e soltanto per eccesso di amore, diventare schiavo, ma volle morire financo la morte degli schiavi.
—Un pazzo, urlò Ramsette.
—Dio. Il figlio di Dio!
—Il mio dio serpente non ha saputo difendere nè la mia tribù nè se stesso e venne perciò giustamente schiacciato da un soldato romano, disse Ramsette con una sghignazzata amara.
—Fratello….. incominciò l'altro con dolcezza,
—Io, un principe, non sono il fratello di uno schiavo! urlò Ramsette.
L'altro non si perdette di pazienza. Gli rimase vicino e cercò di convincerlo della bellezza del cristianesimo e dell'amore di Gesù, ma invano. Ramsette non voleva accettare la lieta novella e si ribellava a quella dottrina, che predicava l'amore ed insegnava il perdono….
Il viaggio fu molto lungo e doloroso; ma egli non morì; arrivò ad
Ostia, venne sbarcato e, caricato di ceppi, fu condotto a Roma.
IV.
Non degnò di nessuno sguardo ammirato la dominatrice dell'orbe. Non era sensibile alle sue magnificenze. Anima di scorridore del deserto, il suo spirito era troppo assuefatto all'infinita grandezza di quelle lande ed all'elegante bellezza delle palme, che nelle oasi si agitavano allo zeffiro, per poter ammirare quel mare di case, quelle vie anguste, sinuose, nelle quali si pigiava la folla; quei lunghi filari di tombe, di colonne, di statue; tutte cose che vide una volta sola, nel rapido passaggio verso lo stabulum, la prigione. Vide soltanto la folla curiosa che lo guardava, e faceva delle osservazioni punto lusinghiere sulla sua persona ed i molti, che non lo degnavano neppure di uno sguardo; e se sentiva uno sdegno infinito per i primi, provava una rabbia ancora maggiore dell'indifferenza degli altri. O questi romani! Sentiva di odiarli. Poterli schiacciare tutti.
Eccolo nello stabulum, schiavo in mezzo a molti schiavi: costretto ad un lavoro faticoso, umiliante, di pulizia dei cortili, di spaccatura di legno, a portare fardelli, sempre sotto la sferza, pieno di fame, di sete, colla febbre che lo divora, desideroso di presto finire quella vita.
Chiede di venir introdotto da Cesare e gli rispondono con parole di scherno; domanda di potergli esporre le proprie ragioni; di poter affrontare, a testa alta, lui, il capo temuto e rispettato dei beduini, il capo temuto e potente dei romani, ma gli si risponde con una risata.
Intanto passano i giorni, lunghi, monotoni; ed egli altro non vede che le grigie pareti dello stabulum, dal pavimento coperto di eterne immondezze; respira l'aria afosa, viziata, pregna di fetore; e non vede che di rado un po' di cielo, quando passa nel minuscolo cortile, chiuso da alte mura, dove c'è il pozzo, dal quale ha da attingere l'acqua, mentre nello stabulum stesso regnano le semi tenebre e la luce non entra che scarsa da una stretta finestra, chiusa da grate di ferro.
Quanti schiavi!….. Là si parlano tutte le lingue del mondo conosciuto; là ci sono tutti gli strati sociali; uomini, caduti nella schiavitù per la violenza delle armi e che primeggiavano nelle loro terre; malfattori, della peggior specie, debitori incapaci di pagare ed antichi schiavi, i quali avevano perduto la grazia del padrone ed erano stati regalati o venduti al fisco; schiavi inviati colà dai paesi più remoti, perchè i proconsoli ed i prefetti, non mandavano alla capitale del mondo soltanto il tributo di oro e gemme ed il bottino di quadri, bronzi, colonne e statue, rubate nei templi degli dei e nei palazzi dei ricchi; non inviavano soltanto copia di cereali, vettovaglie, animali selvaggi o rari per i giochi nel circo, leoni, pantere, leopardi, elefanti, iene, ma anche il tributo umano, schiavi molti, per i lavori pubblici, per il circo.
Egli era in mezzo a quegli schiavi, che maledivano il loro rio destino, auspicavano la rovina di Roma, un novello incendio che l'avesse distrutta tutta nè si fosse arrestato avanti a nessun quartiere, e che coi palazzi e coi templi, avesse incenerito anche Nerone e tutto quel popolo borioso, sanguinario, dominatore, avido di sangue e di morte.
Fra tutti quei malcontenti si aggiravano alcuni prigionieri, catturati di fresco, accusati di appiccato incendio, condannati a comparire nei prossimi giochi nel circo ed a servire colà di pasto alle fiere; prigionieri in buona parte di alto lignaggio, di nobilissime famiglie.
Gl'incendiari di Roma! Gli schiavi guardavano ammirati quegli audaci, che avevano osato appiccare l'incendio alla capitale del mondo e Ramsette si fece loro giulivo incontro, tese loro le mani incatenate e inneggiò agli audaci. Quelli sì erano uomini. Aver osato mettere l'accetta alla radice, e dare fuoco alla città!
O l'odio, l'odio grande che essi dovevano portare a Roma! Averla incendiata!
Qual delusione invece! Quella gente si protestava innocente; insegnava che bisognava rispettare Cesare anche se era Nerone; che si doveva ubbidire alle autorità e sottostare anche a ingiuste sentenze; insegnava la pazienza, la compassione, la rassegnazione, la misericordia, il perdono. Erano così simili al vecchio che lo aveva avvicinato nella nave…..
Sentì nausea di loro, del loro atteggiamento, delle loro parole; una nausea tanto più grande quanto erano più intense le sue aspettative e maggiore la delusione provata. Ne invidiò la rassegnazione, ma l'ascrisse a stupidaggine; ne invidiò la calma, ma la ritenne indegna di un uomo; non volle ascoltare le loro parole: fece il sordo alle loro dottrine; li respinse da sè. Adorare un Dio fatto schiavo e morto la morte degli schiavi, che insegna la pazienza e domanda rassegnazione? Mai.
Ogni giorno coloro che dirigevano i giochi pubblici venivano nello stabulum, e sceglievano tra gli schiavi quelli, che dovevano venir esposti alla plebe: fiaccole viventi, da illuminare le orgie di Nerone; povere vittime, da essere crocifisse; da venir offerte, vestite di pelli di agnello, in pasto alle fiere; costrette ad uccidersi a vicenda, adoperate in terribili riproduzioni realistiche di antichi miti… Alcuni uscivano colpiti, schiacciati, frementi, maledicendo alla loro sorte, imprecando a Roma ed a Cesare; altri calmi, rassegnati, col sorriso sulle labbra, quasi andassero incontro alle nozze più liete, ad un festino: quegli imbecilli, che avevano bruciato Roma, ed ora si vergognavano del loro eroismo, e lo sconfessavano, abbenchè sapessero che in tal modo non risparmiavano la vita. Sciocchi! perchè non andavano alla morte, fieri del loro operato, menando vanto di aver bruciato Roma e gridando in faccia al tiranno: «Siamo stati noi!».
Altri occupavano i posti, resi vacanti dalle vittime.
Venne il momento nel quale scelsero lui pure; lui, il principe, il libero capo di un libero popolo. Lui, dato in pasto alle fiere! Lui, dover appagare l'avida curiosità di quel Cesare che tanto odiava, di quel popolo che aborriva!
Nessuno si curò delle sue proteste. Volle opporsi. La sferza lo domò; lo unirono ad altri schiavi, e lo trascinarono di notte, sulle vie addormentate, al Circo.
Vicino a lui camminava un incendiario di Roma. Questo gli mostrava la sua compassione, gli rivolgeva dolci domande, cercava di confortarlo; gli parlò del cielo, di Dio, del suo amore infinito, lo esortò alla rassegnazione. Egli gli sputò in faccia, cercò di colpirlo col gomito, coi pugni chiusi, colle catene pesanti, lo ingiuriò, gli diede del vile.
Giunsero al circo di legno, grande, costruito ieri; lo fecero scendere in un corridoio sotterraneo, cieco, e gli offersero il pasto della morte: alcuni mangiarono; altri rifiutarono. Egli pure. Non avrebbe potuto inghiottire un boccone.
Perchè non si era dato la morte là, nel deserto, a fianco del suo cavallo; perchè aveva allora prolungato la sua triste esistenza?
Passò del tempo eppoi udì un sordo vociare.
Il circo si riempie! Spicciatevi! comandò la voce del custode di quei corridoi sotterranei. Entrarono dei gladiatori, degli schiavi, strapparono ad alcuni schiavi le vesti e passarono alla loro flagellazione, che precedeva il supplizio di croce; la pelle e la carne veniva strappata a brandelli dai loro corpi. Erano gl'incendiari di Roma. Essi non si lamentavano; guardavano sereni nello spazio; qualcuno anzi sorrideva, come se provasse una grande gioia, se gustasse una dolcezza infinita. Eppoi li condussero alla crocifissione, alla morte.
Anche ad altri vennero tolte le antiche vesti e vennero indossate delle nuove; furono incoronati di fiori, mentre altri ancora venivano avviluppati in pelli di agnello, di pecora, e magari di cani, di leopardi. Essi urlavano, protestavano, si dimenavano, imploravano grazia, paventavano la morte, ma venivano allontanati. Non tutti piangevano però. Molti tacevano, pregavano; essi erano gl'incendiari di Roma!
Qua un giovinetto si acconciava alla meglio le vesti, per coprir l'ignudo petto; là un altro s'inginocchiava avanti ad un vecchio e lo supplicava: Mi benedici!
Christiani ad leones!
Questo urlo terribile, di una folla briaca di sangue, penetrava nel corridoio e giungeva alle orecchie di Ramsette e degli altri. Era la folla romana, la dominatrice del mondo, la plebe imperiale, che chiedeva sangue e voleva vittime. Altre vittime ed altre ancora andavano a pascerne la morbosa crudeltà. Nerone largheggiava di vittime. Cristiani e non cristiani, alle volte divisi, tal'altra confusi, venivano cacciati nel circo. Si distinguevano soltanto del loro atteggiamento di fronte alla morte….. Venne la volta di lui; gli tolgono le catene; vuole gettarsi sui suoi carcerieri, ma la sferza di un gigantesco decurione lo tiene domo; eppoi una voce gli dice: mostrati eroe, fa vedere a Roma come l'Africa sa morire!
Già. Vuole far vedere a questa plebe, che egli sa morire. Morire sì, ma piegarsi avanti a quel popolo, lui, mai, mai! Chiedere grazia, mai, mai!
Eccolo vestito da cacciatore; gli danno la breve spada e la refe.
—Coraggio! Chissà? Forse? Puoi vincere; puoi uccidere la fiera tu; il popolo è volubile; ti farà forse grazia.
Implorare grazia? Dai romani, Mai! Giustizia sì, ma grazia, no, no; mai! In eterno!
—A te!
Lo conducono all'uscio; questo si apre, ed egli vede sorpreso, colpito, meravigliato, l'infinita estensione del circo, la gigantesca elisse, dalle innumerevoli gradinate di legno, sulle quali si agita una folla mai ferma, che brulica, grida, si contorce, batte le mani, chiede morte, sangue, vuole vedere morti, molti morti.
Vede la loggia imperiale; vede Nerone, pingue, miope, dagli occhi lippi, che si contorce dalle risa: un volto volgare, sul quale lo stravizio ha impresso le sue orme; vede i crocefissi, che si contorcono fra gli spasimi dell'agonia; vede fiere che si avvicinano in piccoli, eleganti balzi alle vittime, avide di sbranarle; vede corpi umani nell'arena, mutilati, sbranati; fiuta l'acre odore del sangue, e sopra il suo capo si estende l'azzurra volta del cielo, così bella, così bella, quasi così bella come nel suo deserto. Sente una nostalgia infinita della sua Africa, del suo deserto, della sua patria lontana; un dolore infinito di morire in terra straniera.
Lo spingono sulla sabbia.
In quel momento una pantera ha raggiunto un giovanetto biancovestito, che se ne stava inginocchiato in mezzo al circo, colle braccia tese a modo di croce, e col bell'occhio elevato verso il cielo; un fanciullo, che aspetta estatico, giulivo la morte.
La fiera lo addenta al collo. Egli ode lo scricchiolare delle ossa.
—Gesù! esclama il fanciullo, e poi cade a terra.
Egli è giunto in mezzo al circo; si mette sulla difesa; brandisce la breve spada; vuole lottare col leone che lo avvicina, lo guarda coi suoi occhi astuti, si flagella colla coda i fianchi, lo osserva, quasi coll'aria di un buongustaio, preda sicura.
La folla plaude all'audace, che vuole lottare contro il leone; ma in quel momento egli ricorda, che è capo, che è principe. Non vuole servire da spettacolo a quella folla. Getta via la spada e la rete. Urli di rabbia da parte della folla; il leone lo ha raggiunto; gli caccia i denti nella gola, le ugne nelle carni calde, calde, palpitanti…..
II.
Cesare
I.
Egli si destò, sul suo letto di porpora, e aprì gli occhi. Un sudore freddo, gelido, gl'imperlava la fronte. Girò gli occhi e guardò smarrito attorno a sè.
L'ampia stanza, dalle pareti di marmo prezioso, ornate di grandi scudi di bronzo e di oro, era innondata di una luce tepida, che usciva da due grandi lampade d'oro, nutrite di olii aromatici, presso le quali vegliava un bellissimo schiavo greco. Il pavimento di marmo era celato da soffici tappeti, ed in mezzo alla stanza sorgeva il basso letto di argento e di oro, su quattro piedi, simili a gigantesche zampe di leone; soffici materassi e magnifiche coltri di porpora ornavano il letto, sul quale egli aveva posato le pingui membra.
—Ho sognato! mormorò. Ho sognato! Gli dei immortali siano ringraziati.
Il sogno era stato terribile davvero. Aveva sognato di essere stato libero principe africano; di aver lottato per la libertà della sua tribù; di essere stato battuto, vinto, catturato, reso schiavo e costretto a lottare nel circo, a venir gettato in pasto alle fiere assieme agli incendiari di Roma.
Già. Gli incendiari! Un brutto sorriso errò sulle sue tumide labbra. I cristiani avevano dato Roma alle fiamme. Certamente, certamente……
Quel terribile sogno. Ed aveva durato così a lungo; egli aveva vissuto molti mesi, anzi anni nello stato obbrobrioso di schiavitù, condannato alla morte; ed invece il sogno aveva durato…..
—Puer! Che ora fa?
Il giovane schiavo bello balzò in piedi, guardò l'orologio ad acqua e si prostrò a terra.
È la quarta vigilia della notte, divino Apollo, rispose.
La quarta vigilia. L'alba non era ancora spuntata sul cielo. Egli si era coricato, che la terza vigilia stava per finire. Aveva dormito brevissimo tempo. Eppure un simile sogno.
—Gli immortali ne tengano lontano ogni sventuroso significato, mormorò e tese la destra verso il cielo. Era il Pontefice Massimo che supplicava gli dei, era Apollo, l'immortale, che invocava gl'immortali. Già. Egli era un dio, era lo stesso Apollo. Glielo avevano dichiarato in Grecia le mille volte. Non era egli forse il signore del dolce canto? Non lo avevano supplicato gli ambasciatori greci ginocchioni di deliziare le loro orecchie col suo canto? Non aveva egli destato l'applauso infinito della folla delirante, ed era ritornato dalla Grecia a Roma con un bottino, quale nessuno prima di lui aveva fatto, un bottino, col quale offuscava la fama e la gloria di Mario e di Sulla, di Scipione e di Cesare; migliaia di corone d'oro e di alloro, guadagnate nelle gare, dopo di aver superato tutti i rivali colla potenza del suo genio immortale? Egli era grande come imperatore; il più grande tra i Cesari, ma più, assai più grande per il suo canto: Apollo, Apollo, il divino Apollo!
Perciò aveva incendiato lui, cioè no, i cristiani, la eterna città; essa non doveva portare più il nome di quel meschino che fu Romolo, ma il suo. Doveva chiamarsi, d'ora innanzi, Neronia, la sua città.
Pensò alla casa di oro che si era fatta costruire e dove abitava. Giove grande, ti ho superato! Neppure gl'immortali, sull'Olimpo, avevano un'abitazione, che potesse gareggiare colla sua!
Si sentiva stanco, sfinito dell'orgia del giorno innanzi. Aveva durato una notte, ed un giorno ed alcune ore della notte; fino alla terza vigilia. L'aveva allestita per ricordare i suoi grandi trionfi nella Grecia.
La festa era stata degna di lui. Quale profusione dei cibi più rari; quanto lusso; e quei regali! Egli aveva donato ad ogni ospite la tavola di argento incrostata di verde malachite, la sedia di argento, il vasellame d'oro, gli schiavi che lo avevano servito, il fanciullo che gli aveva versato il vino nella coppa ed una bella schiava di Oriente, dalla pelle candida come l'alabastro e dalle leggere tinte rosee nelle guancie di velluto. Egli stesso aveva scelto quelle bellissime schiave tra le molte, che possedeva e la sua scelta era stata felice, perchè egli s'intendeva di bellezza femminile. Ne era il più profondo conoscitore.
Eppoi…. eppoi…. Ricordava i cibi rari, la musica, i canti…. tutti avevano applaudito ai celebri cantanti, che egli aveva fatto venire dalla Grecia lontana. Avevano applaudito, perchè non avevano udito lui, il sommo Apollo.
Lo avevano supplicato di cantare. Ed egli, finalmente, si era arreso ed aveva cantato, destando, più che entusiasmo, vero delirio. Quali applausi! Degni di lui, del vero Apollo. Lo avevano incoronato cantore massimo; lo avevano adorato come una rivelazione celeste; eppoi l'orgia era continuata. Le più belle fanciulle si erano gettate tra le sue braccia. E Poppea Sabina……… Già… Con Tigellino!
Un sorriso di scherno sfiorò le sue labbra. Con Tigellino! Godesse pure! Egli, l'immortale, fingeva di non vedere, di ignorare. Ma sarebbe venuto il suo giorno! Era venuto per Messalina, sua madre: sarebbe venuto anche per loro. Giove Nerone risparmiava i suoi fulmini; ma guai quando li lanciava! Guai a colui che ne veniva colpito!
Quelle fanciulle, che si erano gettate, pazze di amore, al suo petto! Quanto lo amavano! Era impossibile vederlo e non amarlo, e non gettarsi fra le sue braccia, implorando un amplesso come la maggiore tra le grazie, il più desiderato tra i doni; era impossibile vederlo, e non adorarlo.
Ma egli sentiva una nausea di questi facili amori, che gli venivano offerti, imposti, che non gli costavano nessuna lotta; e le schiere dei nobili, dei patrizi, dei senatori, che strisciavano avanti a lui e l'omaggiavano, gli facevano schifo. Ricordò il detto di Caligola, il divino, che l'aveva preceduto: O, se tutto il popolo romano, avesse una sola testa! Qual voluttà, poterla spiccare dal busto!
Ma poi ricordò. Una volta….. Non la poteva dimenticare quella fanciulla. Non era più bella delle altre, tutt'altro, ma era la prima che non gli si fosse offerta, che non avesse mendicato amore. Gli era venuto un vivo desiderio di possederla, una vera frenesia. Se l'era fatta portare nel palazzo ed aveva voluto farla sua.
Era la prima volta che aveva lottato; che aveva dovuto ricorrere a certe arti di seduzione, che non aveva usato fino allora mai; che aveva cercato di piacerle, di conquistarne il cuore. Lui, Nerone, il divino Apollo, si era abbassato a lei, aveva supplicato affetto, aveva mendicato amore. E lei aveva resistito; non si era arresa; aveva fatto la sorda alle sue promesse, alle sue minacce; aveva osato resistere financo alla violenza. Una cristiana…. un'incendiaria di Roma; perchè i cristiani avevano incendiato l'eterna città…..
In un momento di collera l'aveva condannata a morte; l'aveva fatta uccidere sotto i propri occhi, onde punirla per la sua ritrosia; ne aveva voluto veder scorrere il sangue. Ma quando l'aveva vista morta era montato su tutte le furie; aveva voluto richiamarla in vita; aveva maledetto a se stesso, alla propria potenza, alla propria autorità, perchè l'aveva fatta morire! Perchè era Cesare, era Augusto, era Apollo, era dio, eppure non poteva richiamarla in vita quella bella?
Inveì allora contro chi gli aveva suggerito quella condanna, contro chi non l'aveva impedita, contro il carnefice che aveva ubbidito ai suoi comandi; fece rotolare teste, fece crocifiggere, volle vedere sangue, molto sangue; girò, cieco dall'ira, per le sale della casa d'oro, scannò, ferì, comandò che tutti i cristiani venissero scannati l'indomani senza misericordia, e si gettò a capofitto in braccio alla voluttà; cercò di dimenticare, tra altre braccia, quelle della pudica cristiana; con altri baci, i baci che essa gli aveva rifiutato. Ma tuttora, che ci pensava, sentiva un desiderio infinito di lei, la sola degna di appartenere a lui. Ed egli l'aveva uccisa.
Eppoi ricordò certi cristiani. Ne aveva giudicato due soli; i loro capi: due ebrei. Ma qual differenza tra loro e i senatori, e i patrizi? Quando uno di questi compariva al suo tribunale, si contorceva come un verme e supplicava grazia; nessuna dignità in loro. Quei due ebrei, invece….. Quanta maestà! Sembrava che si ritenessero pari a lui. Volevano ricordargli….. già, che egli non era un sovrano assoluto; che sopra di lui v'era un Dio; che doveva essere giusto e misericordioso, che doveva….. scioccaggini, scioccaggini!
Avrebbe perdonato se si fossero piegati avanti a lui. Era questo che voleva da loro; che riconoscessero la sua autorità, che lo adorassero. Gli premeva piegare quei due capi superbi. Non è gioia vedere milioni di umili, di vili, strisciare ai propri piedi; la voluttà sta nel costringere un superbo a piegare il capo lui pure. Si erano rifiutati. Li aveva condannati a morte: l'uno alla croce e l'altro alla spada.
Non rimpiangeva quelle condanne. Rimpiangere un morto; lui; Nerone? Mai! Eppure sarebbe stato meglio, molto meglio, se quei due uomini si fossero piegati. La loro adorazione gli avrebbe recato maggior gaudio che gli umili omaggi di Roma tutta. Piegare capi superbi, ecco la maggior voluttà. Peccato che questi capi non esistevano; che tutti si piegavano, senza attendere neppure la più piccola pressione, il menomo segno….
Valeva la pena di vivere? Che cosa gli poteva offrire ancora la vita. Era sazio di tutto: di guadi e di amori… Ma il suo canto, il suo canto divino! Poteva egli privare il mondo di tanta delizia? Come il mondo sarebbe sì triste se il sole si spegnesse, così l'umanità non poteva vivere senza il suo canto. Se egli non avesse cantato si sarebbe otturata la maggior sorgente di vera gioia, di puro giubilo, di lieto entusiasmo. Che cosa sarebbe stato il mondo senza il suo canto?
Voleva cantare e godere.
Ma quel sogno? Non ci volle più pensare. Sbadigliò e chiuse di nuovo gli occhi al sonno.
II.
Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto imperiale, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era guadagnata nella Grecia.
Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, bevè molto, assistì a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende. L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta.
Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano un premio adeguato al suo canto.
Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliaia di citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente; essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento ai giochi istmici; mai tanta profusione di corone e di lauri, mai tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perchè odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò 500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il padrone del santuario?
Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa del piacere vuotata fino alla nausea.
Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati…. Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia di migliaia. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri mortali, ed egli non era un mortale, nè un dio, ma qualche cosa di più di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore dell'universo, il signore del canto…..
Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose.
Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli, coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di ambire. Sognò cristiani da umiliare.
—Ce ne sono nelle carceri?
—Sì, divino.
—Vengano.
—Quanti?
—Tutti.