NOTE DI TRASCRIZIONE:

Le correzioni dell'errata (sezione che inizia con [“Pochi son quelli...„]) sono già state riportate nel testo elettronico.

I riferimenti alle note 71, 72 e 73 (in “La Pastorella„) erano mancanti nel testo originale. Sono stati inseriti arbitrariamente nella posizione più logica.

[L'indice è qui].


CANTI POPOLARI PORTOGHESI


LUSITANIA

CANTI POPOLARI PORTOGHESI

TRADOTTI ED ANNOTATI

DA

ETTORE TOCI

LIVORNO

COI TIPI DI RAFFAELLO GIUSTI
LIBRAIO-EDITORE

1888


PROPRIETÀ LETTERARIA


AVVERTENZA

Le romanze (romances) popolari del Portogallo, di cui nessuna è, per quanto si crede, anteriore al sec. XV, e che non ebbero chi si desse a raccoglierle prima del decimonono; furon messe insieme e variamente ordinate dal poeta Gio. Battista De Almeida-Garrett, da Teofilo Braga e da altri: io tenni per testi: Bellermann, Portugiesische Volkslieder und Romanzen, Leipzig, Engelmann, 1864, ed Hardung, Romanceiro portuguez, Leipzig, Brockaus, 1887. Hanno i Portoghesi, oltre alle romanze, parecchie altre forme di poesia popolare; come canzoni liriche di piú generi, buon numero di quartine di soggetto molto diverso arieggianti alle coplas dell'Andalusia, aforismi in distici intorno alle stagioni, canti funebri (endeixas) sul fare dei vòceri corsi e dei bocet rumeni, ed altri assai differenti di contenenza e di metro. (Vedili enumerati in Puymaigre, Romanceiro, Choix de vieux chants portugais traduits et annotés, Paris, Leroux, 1881, pag. L.) Degne di particolar menzione sono le xacaras, sorta di ballate o canzoni di genere drammatico, ed ora elegiache, ora pastorali, ora burlesche o satiriche. Non fu dunque iperbole sconfinata, come a prima vista parrebbe, quella di Manuel Faria, che nella prefazione di un suo libro osò scrivere che ogni fontana del Portogallo è un'Aganippe, ogni monte un Parnaso.

Delle romanze, le piú son comuni a tutta la penisola iberica, con differenze talora notevoli e talora di nessun conto: di alcune non si ha traccia in Ispagna. Una certa quantità ci fu conservata dalla tradizione; ma la maggior parte giunsero fino a noi riportate da Gil-Vicente, dal Ferreira de Vasconcellos e da altri scrittori drammatici. Non di rado vi allude Luigi Camões.

I versi hanno forma di ottosillabi; rimati, e piú sovente assonati, quelli pari; senza rima né assonanza i dispari. Se non che oggi questi ultimi son considerati da molti come semplici emistichi; e “certo è che non andavano nel canto staccati e soli, ma constituivano la prima parte d'una tipodia trocaica.„[1] La pensi il lettore in quel modo che gli par meglio.

La verseggiatura, che, quando mi venne fatto, usai nel tradurre le poesie contenute in questo volume, non dovrebbe agl'Italiani odierni apparire “strana e barbarica„ dopo l'ottimo saggio offertone da Giosuè Carducci nella sua versione, o piuttosto ricomposizione epica, del Don Beltran.[2] Non dovrebbe, ripeto; ma pur troppo ciò che nei maestri dell'arte è bell'ardimento, in altri è presunzione brutta e mal tollerata. Sento perciò un gran bisogno di raccomandarmi all'indulgenza delle persone discrete, se anch'io, “dopo l'audacia dell'accettare in italiano la serie monoritma, non dubitai di conservare l'assonanza, comunissima, del resto, nei canti del nostro popolo e non ignota alle rime degli antichi.„ La quale indulgenza non verrà, spero, a mancarmi, per aver inoltre, sempre confortato da un sí autorevole esempio, ardito trasporre l'accento di molti ottosillabi italiani, “ripensando come e quali ne canta il nostro popolo nei maggi; ripensando che Lorenzo de' Medici, Angiolo Poliziano e gli altri antichi autori di ballate ne scrivevano di cosí fatti:

Donne, venite a vedere—Donne, i' allevo un uccello—Fanciulle, siate invitate—Quando vedete un amante—Vagheggiano a' gonfaloni—Né macinano a raccolte—Ma io no 'l vo' però dire—Da me non sarai richiesta—Non ti sarà fatto torto.„

Questa, dunque, la verseggiatura, che quando mi venne fatto (dicevo piú sopra) usai nel tradurre: ma difficoltà gravi per sé, e che alla mia scarsa perizia furono insuperabili, mi costrinsero piú d'una volta a tenere altro modo, rimando e assonando come potei, con libertà che pare a me stesso eccessiva.[3] Confesso umilmente l'involontario peccato, nella speranza di aver meno severo il giudizio degl'intendenti.


Pochi son quelli che pongono mente all'errata quando è in fine dell'opera: ciò valga a scusarmi se mi è parso di metterlo qui a principio, importandomi assai di correggere alcuni sbagli di qualche rilievo incorsi nella stampa.

A [pag. 65], riga 25, le parole Cfr. Ferraro, Bernoni, Ive ed altri dovevano esser ultime della nota quarta, ossia nella riga 32.

A [pag. 77], riga 22, in luogo di p. 176, leggi 174.

Alla [stessa pag.], riga 24-25, dov'è scritto M. de la Villemarqué, Guverziou Breiz-Izel (Les Matelots), Paris, 1846, leggi Luzel, ecc., ediz. cit.

A [pag. 127], riga 24, ove dice non abbia a perire, tolgasi il non.

Altri pochissimi errori di minor gravità non occorre notarli.

[1] Carducci, Nuova Antol., fasc. del 15 maggio 1881, p. 242-43.

[2] Nuova Antol., fasc. cit., e Rime nuove, Bologna, 1887, p. 265-71.

[3] Ciò mi accadde in quattro romanze, che sono: Conte Yanno, Il cacciatore, La pellegrina e Lo schiavo. La xacara La pastorella varia le rime anche nell'originale.


DON GAIFERO

(Dom Gayfeiros)


DON GAIFERO

(Dom Gayfeiros)[4]

Don Gaifero sta seduto
là nel palazzo real;
sta seduto al tavoliere,[5]
dilettandosi a giocar.
Già teneva in mano i dadi,
già gli andava per gittar,
quando à un tratto ecco lo zio,
che lo prende a rampognar:

“Tu, Gaifero, sei da questo;
tu sei buono i dadi a trar;
ma non mica a salvar dame,
né coi Mori ad armeggiar.
La tua donna è in man de' Mori,
né la vai pure a cercar:
se d'altr'uomo fosse moglie,
non sarebbe là a penar.„

Non avea finito, e i dadi
don Gaifero fa volar:
e se il luogo e la persona
era men da rispettar,
tavoliere e tavolino
lo vedevi sfracassar.
Egli al vecchio don Roldano
tale alfin risposta dà:

“La cercai sett'anni, sette,
senza poterla incontrar;
quattro per la terra ferma
e tre altri per lo mar:
varcai monti e valli, senza
mai dormire né posar:
era il sangue mia bevanda,
carne cruda il mio mangiar:
sanguinavano i miei piedi
dal continuo camminar:
mi passarono i sett'anni
senza poterla incontrar.
Or io sento che a Sansonha[6]
l'hanno vista a dolorar;
ma senz'armi né cavallo,
come posso irla a trovar?
Al cugino mio Montesino[7]
gli ho dovuti in presto dar,
quando là nell'Ungheria
se ne andava a tornear:
e perciò molto vi prego,
né sia vano il mio pregar,
l'armi vostre ed il cavallo
mi vogliate voi prestar.„

“Già sett'anni son trascorsi
(non dovestili contar)
da che presa è Melisendra,
e non fa che lacrimar.
E ti vidi sempre in arme,
e cavalli ammaestrar:
or che sei rimasto senza,
la vorresti ire a cercar.
Le mie armi non ti presto,
ch'io senz'armi non vo' star;
né il cavallo ben avvezzo,
ch'e' non abbiasi a guastar.„

“Mio buon zio, se le vostr'armi
v'ostinate a dinegar,
la mia donna prigioniera
come posso ire a cercar?„

“In San Giovan Laterano
ho giurato su l'altar
di negar l'armi a qualunque
me le avesse ad infamar.„

Don Gaifero, che ciò sente,
alla spada mette man:
dalla rabbia par che gli occhi
fuor gli debbano schizzar.

“Ben io veggo, o don Roldano,
ben io veggo, in verità,
quanto amor voi mi portate,
se vi fa cosí parlar.
Fate c'altri me le dica,
ch'io ne 'l possa ripagar,
queste cose: in gola a voi
non le voglio ricacciar.„
Tosto accorse don Guarino,[8]
che ammiraglio era del mar;
Durandarte ed Oliviero
pur li corsero a fermar;
e con loro dodici altri
ch'ivi a sorte si trovàr.
Ma pacato don Roldano
non fu tardo a replicar:

“Ben è chiaro, o mio nepote;
ben a tutti chiaro appar;
dalla troppa giovinezza
è dipeso il tuo mancar.
Don Gaifero, chi piú t'ama,
quegli t'ha da castigar;
s'eri tu mal cavaliere,
io tenevo altro parlar.
Ma ti so bravo, e ti dico:
presto in armi e in sella; va'!
pronti sono al piacer tuo
l'armatura ed il caval;
ed io stesso, don Gaifero,
io ti voglio accompagnar.„

“Grazie: solo debbo andarvi;
solo, o zio, la vo' cercar:
l'armi vengano e 'l cavallo,
ch'io mi voglio incamminar:
del codardo a me, nessuno,
vivaddio, potrà mai dar!„

Don Roldano la sua spada
ecco al giovine donar:

“Poi che solo brami andarvi,
questa t'ha da accompagnar:
generoso è il mio cavallo;
violenza non gli far:
piú che sprone vuol la briglia;
te ne puoi, credi, fidar.„

Or mirate don Gaifero
come va di buon andar:
va per terre di cristiani,
e tra i Mori appresso va:
ne va tristo e pensieroso,
e fa tutto un sospirar:
“Melisendra mia dai Mori
come posso liberar?„

Alle porte è di Sansonha,
ma non sa come vi entrar:
mentre pur bada e s'angustia,
te le vede spalancar.
Esce il re nella pianura
con sua gente a sollazzar;
tutti in abito da festa,
tutti allegri a cavalcar.
Don Gaifero un po' si scosta;
indi affrettasi ad entrar,
e si abbatte in un cristiano
schiavo intento a lavorar.

“Iddio t'abbia in guardia, o schiavo,
e ti renda a libertà:
dimmi, prego, in questa terra
hai sentito mentovar
certa dama di tua fede,
certa dama d'alto affar,
che andò presa qui tra' Mori,
e non fa che lacrimar?„

“Cavaliere, Iddio sia teco
e ti guardi da ogni mal,
e altra sorte a me conceda,
c'ora è tutto un tribolar.
Ai segnali che mi dài,
ben io possoti affermar
che la dama onde tu cerchi,
là in Palazzo deve star.
Prendi quella via diritta
che al real castello va,
e vedrai cristiane molte
ai balconi a folleggiar.„

Ei la via diritta prende
che al palazzo capo fa,
e girati gli occhi in alto,
Melisendra vede star
appoggiata a una finestra,
e in un triste meditar
tanto assorta, che non sente
l'altre intorno sollazzar.
Ecco allora innanzi e indietro
don Gaifero a passeggiar.

“Oh che amabil cavaliere!
che garbato cavalcar!„

“Meglio che giocare a dama,
qui co' Mori a battagliar!„

Melisendra, che ciò sente,
incomincia a lacrimar.
Non già ch'ella il riconosca:
non potealo ravvisar
cosí tutto in armi bianche,
sí diverso nel portar;
ma perché quel cavaliere
le fa in mente ritornar
i francesi paladini
e una terra senza par,
quelle giostre e que' tornei
che si usavano intimar,
quando, per la sua bellezza,
correan tutti ad armeggiar.
E con voce lamentosa
cominciavalo a pregar:

“Cavalier, se in Francia vai,
ambasciata hai da recar:
vo' che dica a don Gaifero
ch'e' non mi viene a cercar?
Se non teme egli de' Mori,
se non teme di pugnar,
altro amore è la cagione
che me gli ha fatta scordar:
digli ch'io son presa e schiava,
e fo tutto un lacrimar.
Che se questo mio messaggio
non curasse d'ascoltar,
e tu recalo a Oliviero,
e tu il reca a don Beltran,
e all'imperator mio padre,
che mi mandi a riscattar.
Ché qui mora voglion farmi
e il mio Cristo rinnegar;
e mi voglion dar a un Moro
delle parti là del mar,
e di sette re pagani
me regina incoronar.„

“Quest'ambasciata, o signora,
da te stessa gli puoi far:
don Gaifero è qui presente,
e ti vien a liberar.„

Non avea finito ancora,
e le braccia tende già:
ella tosto dal balcone
si calò senza fiatar.
Quando un sozzo can di Moro,
ch'era messo a vigilar,
con quant'ha piú voce in gola,
cominciava ad esclamar:

“Accorrete a Melisendra,
ché la rubano i cristian!„

“Melisendra sposa mia,
come potrem noi scampar?„

“Iddio, spero, e la madonna
ci vorranno accompagnar.„

“Melisendra, Melisendra,
qui gran forza si vuol far!„

Al cavallo apre la cigna,
e gli allarga il pettoral;
poi vi salta su d'un lancio,
senza la staffa toccar,
e alla vita prende lei,
che si allunga quanto sa:
la fa metter su la groppa,
perché possalo abbracciar.
Dà di sprone indi al cavallo,
che ne ha molto a sanguinar;
corre e corre e vola e vola:
chi saprebbelo arrivar?
Ed i Mori da ogni banda
tutti a correre e a gridar;
quante porte ha quella terra,
tutte a furia le serràr.
Sette volte dei bastioni
pur invano il giro fa;
ma l'ottava il buon cavallo
riuscivali a saltar:[9]
quei di dentro né con gli occhi
piú li possono arrivar.
Sopraggiunse re Almansorre,
che tornava da cacciar.

“Su, fa' cuore, o Melisendra;
qui conviene scavalcar.
Sotto queste verdi piante
scendi un poco a riposar;
a que' cani io vado incontro,
ch'io li vegga spulezzar:
quanto valgano quest'armi
oggi vo' sperimentar.„

Smonta dunque Melisendra,
e Dio mettesi a pregar:
il cavallo a briglia sciolta
vola i Mori ad assaltar.
Parve già pigro a fuggire,
parve dianzi a stento andar;
fiuta adesso il sangue moro,
e si sente rinfiammar.
Don Gaifero pugna forte,
ma piú forte il suo caval;
fanno a gara tutti e due
chi piú Mori abbatterà.
Già ne cascan tanti e tanti,
che non son piú da contar;
corre sangue in tanta copia,
che va i campi ad allagar.
Re Almansorre, che ciò vede,
cominciava ad esclamar:
Allà invoca e Maometto,
ché lo vogliano aiutar.

“Maledetto te, o cristiano,
e piú ancora il tuo pugnar!
non c'è al mondo cavaliere
che ti possa pareggiar.
Sei tu forse Urgel di Nantes,[10]
Oliviero singolar,
o l'Infante don Guarino,
grand'ammiraglio del mar?
Non v'è altri fra que' dodici[11]
da poterti fronteggiar,
se non fosse don Roldano,
quel fatato senza par.„
Don Gaifero, che ciò sente,
questa a lui risposta dà:

“Taci, taci, o re de' Mori;
non è savio il tuo parlar:
molti ha Francia cavalieri
che li possono uguagliar.
Io non son dei nominati,
e a conoscer mi vo' dar;
son l'Infante don Gaifero,
son nipote a don Roldan
capitano[12] di Parigi,
ch'è mia terra natural.„

Altro il re non vuole udire,
né piú innanzi contrastar;
volge la briglia al cavallo,
e si va dentro a serrar.
Don Gaifero, solo in campo,
non ha piú con cui pugnar:
corre, pieno il cor di gioja,
la consorte a ritrovar.

“Sei ferito, sposo mio?
ah ferito hai da tornar!
eran tanti e tanti i Mori,
e tu solo a battagliar!
Strapperò della camicia
mia le maniche a fasciar
le tue piaghe; col mio velo
le saprò rimarginar.„

“Non dir queste cose, o Infanta;
non è savio il tuo parlar:
s'eran anco a cento doppj,
a me nulla potean far:
del mio zio Roldano l'armi,
credi, son di buono acciar;
cavalier che se ne cinga
non può mai pericolar.„

E cavalcano e cavalcano,
senza punto riposar:
per le terre là de' Mori
senz'alcun sospetto van,
ragionando pur d'amore,
senza a null'altro pensar.
Nelle parti de' cristiani
finalmente ripassàr:
a Parigi eccoli giunti;
li va il popolo a incontrar
e ben sette leghe fuori
è la corte ad aspettar.
Ecco vien l'imperatore
la sua figlia ad abbracciar;
le parole ch'ei le dice
fanno i sassi lacrimar.
Vedi il clero tutto quanto,
la piú eletta nobiltà;
vedi i Pari tutti e dodici;[13]
né le dame puoi contar.
Alda v'era e don Roldano
e l'ammiraglio del mar;
l'arcivescovo Turpino,
don Giuliano d'Alem-mar,
e il buon vecchio don Beltrano,
e quanti altri usano star
presso l'alto imperatore
e alla sua mensa pranzar.[14]
Che onoranze a don Gaifero,
e che bel congratular!
Della molta sua prodezza
grandemente lui lodàr,
che la sposa ha liberato
con valore singolar.
Le gran feste che si fecero
non si posson raccontar.


NOTE

[4] Hardung, II, pag. 13-24.

“Tous nos lecteurs se rappelleront comment don Quichotte intervint dans la représentation que maître Pierre donnait avec ses marionnettes, représentation dont le sujet même était la mise en action de ce romance [Don Quijote, II, 26]..... Gaiferos est encore le héros de trois autres romances anciens. Dans le premier, le poëte montre la mère de Gaiferos adressant à son fils des paroles qui le font pleurer: “Dieu te donne barbe au menton, et fasse de toi un preux. Dieu te donne bonheur dans les armes comme au paladin Roland, pour que tu venges la mort de ton père. On l'a tué par trahison pour épouser ta mère. On m'a fait de belles noces aux-quelles Dieu n'eut point de part....„ Ces paroles ont été entendues par le beau-père de Gaiferos, qui, furieux, ordonne à ses écuyers de s'emparer de l'enfant et de le tuer. Ceux ci ne purent se résoudre à commettre ce crime; et laissèrent échapper Gaiferos, qui se réfugia chez son oncle. Le second romance nous raconte comment Gaiferos, déguisé en pèlerin, se présente chez sa mère qui le croyait mort, et abat la tête de son persécuteur: le troisième, beaucoup plus court, est sans liaison avec les deux premiers et avec celui que nous avons traduit. M. Milá y Fontanals [Observaciones sobre la poesia popular con muestras de romances catalanos inéditos, Barcelona, 1853] pense que le personnage de Gaiferos est le riche duc Gaifiers de la chanson de Roland, le Gaiferus de Turpin et le Waïfre des historiens modernes. [Ecco il luogo del poema francese dove si fa menzione del nostro eroe: “Venuz i est li riches dux Gaifiers.„ Str. LXII]. Toutefois les exploits que lui prêtent les trouvères espagnols ne sont pas attribués par les pöetes français à son homonyme. Ils font souvenir pourtant de la situation de la belle Aye d'Avignon, tenue renfermée par le sarrasin Ganor dans une tour d'où elle aperçoit son mari Gainier. M. Milá, qui fait cette remarque, rapproche les paroles d'Aye de celles de Melisenda:

Vos sodoiers de France qui m'avez trepassée,
parlez un peu à moi, car de France sui née,
si me dites nouvelles de la douce contrée....

M. Milá fait encore observer que dans le poème de Walter d'Aquitaine, dont le nom n'est pas sans affinité avec celui de Waïfre et de Gaiferos, on trouve le récit d'une fuite du héros et de l'héroine, qui a quelque ressemblance avec celle de Gaiferos et de Melisenda. Ce dernier nom semble d'origine française au critique espagnol; il lui paraît pouvoir être une transformation du nom de Bellisent, une des filles de Charlemagne.„ Puymaigre, Petit romancero, choix de vieux chants espagnols, Paris, 1878, p. 87-88.

Da questa romanza, che nell'originale può leggersi in Wolf und Hoffmann, Primavera y flor de romances, Berlin, 1856, II, p. 229 e segg.; nacque, con forme similissime alle materne, la portoghese, che tradussi seguendo il testo di G. B. Almeida-Garrett. “Entrou em Portugal por meio do Cancioneiro de Romances de Anvers [del 1555]. Primeiro corria na sua linguagem nativa (Gil Vicente, Obras, II, 27), sendo depois, en forma abreviada, trasladado a portuguez.„ Hardung, t. cit., p. 3, in nota. Lo stesso Hardung la pone tra quelle d'argomento moresco (Romances mouriscos); ad altri sembrò appartenere piuttosto al ciclo carolingio, ovvero (non saprei dire perché) a quel della Tavola Rotonda. Non è del mio proposito fermarmi a parlare della miglior classificazione di questa e delle altre romanze portoghesi: molto ne fu discorso dai critici, e con molta diversità d'opinioni. Vedi, tra gli altri, Milà y Fontanals, De la poesia heróico popular castellana, Barcelona, 1874, p. 372-79, ed un bell'articolo di A. Morel-Fatio, in Romania, 1873, p. 128.

[5] Orig., Taboleiro. “Le jeu de las Tablas, appelé autrefois en France le jeu des Tables, était le trictrac, suivant Legrand d'Aussy....„ Puymaigre, op. cit., p. 88, in nota. Non il giuoco delle tavole, ma quel degli scacchi è rammentato spesso negli antichi poemi francesi; dove per lo piú accade che “due giocatori... diventano discordi per varie ragioni, e la contesa finisce in modo che uno uccide l'altro con lo scacchiere.„ Nyrop, Storia dell'epopea franc. nel M. E. (trad. di E. Gorra), Firenze, 1886, p. 163, in nota. Cosí fa, in una romanza spagnola, Montasinos a don Tomillas. Eroi che giocano ai dadi introduce Euripide in piú d'una tragedia; di che lo burla Aristofane molto argutamente. Vedi le Rane (traduz. di A. Franchetti), Città di Castello, 1886, p. 123.

[6] Spagn. Sansueña: Salsonha, nella lezione di Trás-os-Montes: ed è la denominazione araba di Saragozza. Passò questo nome, alterato leggermente in Sansogna, nella nostra antica letteratura. Vedine un es. di Fazio degli Uberti, in D'Ancona, Varietà stor. e lett., Milano, 1885, serie II, p. 106; ed un altro di Teofilo Folengo (Orlandino, cap. VIII, ott. 73):

“Ma forse l'alta vostra Reverenza
mi crede esser un bravo di Sansogna.„

[7] V. Don Quijote, II, 22 e 23. “Montesino est encore un chevalier français créé par les poëtes espagnols. Plusieurs romances, qui sont de véritables chansons de geste, ont été composés sur Montesinos...„ Puymaigre, op. cit., p. 113, in nota. Esso ricomparisce nelle romanze sul cugino suo Durandarte, altro guerriero francese d'invenzione spagnola; e per questa via fa novamente capolino in Portogallo. Vedi Hardung, II, p. 218.

[8] Hanno gli Spagnoli intorno a questo don Guarinos una bella romanza, che si legge in Wolf und Hoffmann, II, p. 313, e che sembra derivata dalla Chanson d'Ogier le Danois. Puymaigre, op. cit., p. 109, in nota. Troviamo nei poemi francesi non meno di tre eroi nominati Garin; e sono: Garin d'Anséune, Garin de Montglane e Garin le Loherain. Nyrop, passim.

[9] In una ballata rumena, che insieme col dotto amico mio prof. S. Friedmann tradussi dalla nota raccolta di B. Alecsandri (Poesit populare ale Romanilor, Bucuresci, 1866), Bogdan, “temerario in battaglia—e d'arco buon tiratore,„ va “con cento di accompagnatura,„ a sposarsi con la figliuola “di un Lituano ricco—che ha rinnegato la fede.... Ma come il Lituano gli scorge,—chiude la porta della corte—e la incatenaccia,—e grida cosí:—Qual di voi è lo sposo.—lo sposo il genero.—scavalchi le mura,—per aprire le porte.—Come Bogdan lo sente,—subito irrompe,—ed incita il cavallo,—che dà un lancio poderoso.—Vola il cavallo come rondine,—ed ecco è giú nella corte.„—Ilia di Mourom, eroe russo (bogatyr) del ciclo di Vladimiro, “s'en va sur la grande route, et dès qu'il rencontre un mougik conduisant par la bride un cheval teigneux, il le lui achète au prix qui lui est demandé: puis, pendant trois nuits consécutives, il promène et baigne le sonipède dans la rosée du jardin. Quand cette medication est terminée, Ilia se place à cheval devant une haute muraille, et la bête rustique, devenue un corsier héroïque, la franchit d'un seul bond.„ Rambaud, La Russie épique, Paris, 1876, p. 48. Ma un uomo, che, come il nostro personaggio, andava armato d'una clava di 1500 libbre; che tutti in un colpo riduceva in polvere quarantamila banditi, e che pochi momenti innanzi di comprarsi il cavallo, aveva d'un solo strattone portato via tutta una foresta di quercie; meritava certo, mi pare, d'imbattersi in una bestia degna di lui. Anche miglior animale capitò in sorte a Vassilissa, eroina pur del ciclo di Vladimiro; ché per esso il saltar mura torri e fossati era proprio una bagattella (ivi, p. 84), come fu per Bajardo il balzare d'un lancio, con Ivonetto in groppa, oltre i muraglioni e le fosse di Parigi. Vedi Mambriano, XXXVI, 72, cit. dal prof. P. Rajna, nell'eccellente opera Le fonti dell'Orl. Fur., Firenze, 1876, p. 101, in nota. Ma chi volesse contare tutti i miracoli che dei cavalli si narrano nei poemi e nelle prose d'argomento fantastico, romanzesco ed eroicomico, facendosi da' piú antichi e calando giú giú fino al Ricciardetto del Forteguerri, anzi fino all'Orlando Savio del Bagnoli; ne avrebbe per un bel pezzo.

[10] Il testo spagnolo: Urgel de la Marcha, Uggeri di Danimarca; l'Ogier dei poemi francesi.

“Nei Quatre fils Aimon [o Renant de Montauban].... Astolfo è detto cugino di Uggeri, il quale alla sua volta è nipote di Gherardo da Rossiglione e cugino di Rinaldo.„ Rajna, prefaz. ai Reali di Francia, Bologna, 1872, I, p. 271. “Intorno all'origine ed alla schiatta d'Uggeri non pare che le tradizioni romanzesche si trovassero pienamente d'accordo..... Troviamo ampiamente diffusa una versione che fa di lui un Saracino convertito nella gioventú di Carlo.„ Lo stesso, Uggeri il Danese nella letter. romanzesca degl'Ital., in Romania, 1873, p. 155. “Sembra ora dimostrato che l'eroe leggendario Ogier le Danois sia una fusione di parecchi altri eroi che risalgono al tempo di Carlo. Cosí noi sappiamo da una cronaca monastica di Colonia che il monastero di san Martino fu ricostruito nel 778 per Olgerum, Daniae ducem, adjuvante Karolo Magno imperatore. Un gran numero d'altre citazioni prese da diverse cronache medievali sono state fatte dal Gautier nella seconda edizione delle sue Epopées (III, 53 segg.), da tutte le quali sembra risultare che un conte danese Olgerus, un francese Autcharius e un bavarese Otker hanno insieme formato l'Ogier le Danois dell'epopea.„ Nyrop, op. cit., p. 165. “Il Rajna... ha fatto un tentativo d'identificare Olgerus con il noto dio della mitologia scandinava Oegir. Questo tentativo può ritenersi per interamente mancato.„ Ivi, in nota. E tali da persuadere son veramente le ragioni contrapposte dal chiaro uomo a quelle del Rajna; ma forse non si doveva tacere che il professore italiano, con quella assennatezza e modestia che in lui van sempre del pari con l'ingegno e con la dottrina, aveva scritto: “L'idea è tuttavia di quelle che voglion esser proposte con molto riserbo.„ Rajna, Le origini dell'ep. fr., p. 442.

Il Rabelais, sempre ghiribizzoso e burlone, finge che il povero Uggeri, con tutta la sua cavalleria, siasi, dopo morto, ridotto a fare il frobisseur de harnoys. (Vedi Pantagruel, cap. XXX). Ma quando penso che insieme con lui fu visto, per tacer d'altri, Alessandro il grande, qui repetassoit de vieilles chausses, et ainsi gaignoit sa vie; Trajano mutato in pescheur de grenoilles, e Bonifazio VIII in escumeur de marmites; mi par che il nostro Danese, avuto rispetto alla differenza del grado, non sia de' piú maltrattati.

[11] Paladini, o Pari; anticam. anche Peri. Vedi la [nota 9].

[12] Orig. Alcaide-mór, che il Bellermann traduce der erste Burgwart. A me la voce capitano, nel suo significato storico di ufficiale preposto al governo d'una città, parve la piú adatta. Cui non piacesse, metta in luogo suo castellano od altra simile, e tutti lesti.

[13] “Germanica... è la fratellanza d'armi, di cui Orlando e Ulivieri ci presentano l'esempio di gran lunga piú cospicuo.... Codesti cumpaignun, come si chiamano in francese, sono i Gesellen germanici.... Io non so se nella cumpaignie si distinguessero formalmente piú gradi e specie; certo il vocabolo francese si trova adoperato ad esprimerci e un legame piú stretto ed uno meno. Al primo modo sono compagni Ulivieri ed Orlando, Gerier e Gerin; al secondo sono detti a volta compagni tutti i Pari.... Alle idee e agli istituti germanici par dunque riportarci per questo rispetto la brigata dei Dodici Pari. Ed essa vi ci riporta di sicuro anche per un altro; per quel numero dodici.... Cotesto numero è qualcosa di originario: i Pari sono dodici nella Chanson de Roland come in ogni altro testo.„ Rajna, Le origini dell'ep. fr., p. 392-93. Intorno alla fratellanza d'armi è da consultare con profitto: Tamassia, L'affratellamento, studio storico-giuridico, Torino, 1886.

[14] In piú d'una romanza spagnola del ciclo carolingio, alludesi, come in questa, alla Tavola Rotonda. La cosa va per i suoi piedi, essendo proprio della poesia popolare il confondere tempi luoghi nomi persone uffici titoli ecc.; l'osservazione è del Puymaigre, e si legge nel t. II, p. 312, della sua bell'opera Les vieux auteurs castillans, Paris, 1862.


LA RAGAZZA CHE VA ALLA GUERRA

(Donzella que vai à guerra)


LA RAGAZZA CHE VA ALLA GUERRA

(Donzella que vai à guerra)[15]

I.

Scendon Francia ed Aragona
fiere in campo a guerreggiar.
“Ahi son vecchio, troppo vecchio,
e non posso arme portar!
Dio m'ha dato sette figlie,
né mi volle un figlio dar!„

Gli rispose la piú giovine
con discreto e bel parlar:
“Arme datemi e cavallo,
ed il figlio eccolo qua.„

“Questo, cara, non può essere;
è dei maschi il battagliar.„
“Arme datemi e cavallo,
ed il maschio eccolo qua.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
hai la chioma troppo lunga,
e conoscer ti farà.„
“Su, mi date un par di forbici,
ch'io la possa raccorciar.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
gli occhi tuoi son troppo vivi,
e conoscer ti faran.„
“Quand'io passerò tra gli uomini,
li saprò, padre, chinar.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
hai le spalle cosí alte,
che conoscer ti faran.„
“Armi datemi sí pese,
che le facciano abbassar.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
hai cosí ricolmo il seno,
che conoscer ti farà.„
“Mi si dia corazza stretta,
da poterlo rappianar.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
hai le mani cosí piccole,
che conoscer ti faran.„
“Guanti datemi di ferro;
dentro sempre vi staran.„

“O figliola del cor mio,
come puoi con gli altri andar?
il tuo piede è tanto piccolo,
che conoscer ti farà.„
“Qua stivali con gli sproni,
e piú grosso apparirà.

Arme datemi e cavallo,
ch'io da uomo saprò far.
Babbo, mamma, beneditemi;
io vi debbo ora lasciar.
Via da bravi, pe 'l re nostro
don Giovanni a guerreggiar!„

II.

“Cara madre, cara madre,
io mi sento consumar:
ha don Marco occhi di donna;
non è d'uomo il suo guardar.„[16]

“E tu invitalo, o figliolo,
pe 'l giardino a passeggiar:
se don Marco è proprio donna,
alle rose correrà.„
Ma la scaltra un bel garofano
tosto fermasi a guardar.
“Questo fiore oh come agli uomini
è soave ad annusar!
Ma la rosa è piú gentile,
e alle dame si vuol dar.„

“Cara madre, cara madre,
io mi sento consumar:
ha don Marco occhi di donna;
non è d'uomo il suo guardar.„

“E tu invitalo, o figliolo,
teco invitalo a pranzar:
s'egli è donna, come pensi,
sul tappeto sederà.„
Ella sopra un alto scanno
s'andò invece ad assettar.

“Cara madre, cara madre,
io mi sento consumar:
ha don Marco occhi di donna;
non è d'uomo il suo guardar.„

“E tu invitalo, o figliolo,
per la fiera a diportar:[17]
s'egli è donna, come pensi,
vorrà nastri comperar.„
La fanciulla, come accorta,
per la fiera va a girar:
non già nastri, ma una daga,
volle in cambio comperar.
“Oh che bella daga è questa
da schermire e duellar!
sono i nastri per le dame,
e alle dame s'hanno a dar.„

“Cara madre, cara madre,
io mi sento consumar:
ha don Marco occhi di donna;
non è d'uomo il suo guardar.„

“E tu invitalo, o figliolo,
teco invitalo a nuotar:
s'egli è donna, come pensi,
del venir si scuserà.„
Mentre quella, come accorta,
cominciavasi a spogliar,
ecco un paggio con un foglio:
essa legge e in pianto dà.
“Trista nuova, trista molto,
ahi mi vengono a portar!
la mia dolce madre è morta,
è mio padre per mancar!
Le campane del paese
mio già odo rintoccar;
le mie due sorelle buone
di qui odo singhiozzar.
Su in arcione, o cavaliere,
se me brami accompagnar!„

Presto giunsero al castello,
e in un salto scavalcàr.
“Signor padre, eccovi un genero,
se vorretelo accettar.
Capitano mio fu al campo,
e mi tolse a corteggiar;
se mi vuol far sua davvero,
con mio padre ha da parlar.

Per sett'anni guerreggiai,
e da uomo seppi far:
nessun mai mi ha conosciuta,
se non esso il capitan:
ma badate, agli occhi soli
mi conobbe ed al guardar.„[18]


NOTE

[15] Bellermann, p. 64-74.

“Este romance foi citado por Jorge Ferreira de Vasconcellos [† 1585] na Aulegraphia (Sc. I, A. III), e publicado pela primeira vez por José Maria da Costa e Silva nas notas ao poema Isabel ou a heroina de Aragão, em 1832.„ Hardung, I. p. 88, in nota. Delle tre lezioni che l'egregio raccoglitore ne dà sotto il titolo Romances de d. Martinho de Avizado, nessuna è uguale al testo da me seguito.

Ecco i quattro versi che soli ci avanzano della lez. castigliana conservataci dal Ferreira:

“Pregonadas son las guerras
de Francia contra Aragon.
¿Como las haria, triste
viejo, cano y pecador?„

Sia come si vuole, fatto è che abbiamo nell'Italia superiore e centrale canzoni piú o meno conformi o remotamente analoghe alla romanza portoghese. Ben dodici lezioni ne cita o riporta il Nigra; quattro delle quali piemontesi, tre canavesi e cinque monferrine. Cfr. Ferraro, Canti monferrini (La ragazza guerriera), Torino, 1870, p. 54-56; Wolf, Volkslieder aus Venetien (La figlia coraggiosa), Wien, 1864, N. 79; Bernoni, Canti pop. veneziani (La guerriera), Venezia, 1873, puntata XI, N. 5; Gianandrea, Canti pop. marchigiani (La ragazza guerriera), Torino, 1875, p. 280.[19]

Nella Romania del 1874, p. 96, il Puymaigre pubblicò una canzone bearnese, mancante della fine, ch'egli dice “une variante du romance portugais.„ È intitolata: Les filles du seigneur de Meyrac, e comincia: “Las guerres son cridades„ ecc. La greca riferita dal Nigra si discosta molto dalla nostra; bellissimo riscontro le fa invece la ballata serba, che l'illustre uomo tolse dalla raccolta del Tommaseo, Canti pop. toscani, còrsi, illirici, greci, Venezia, 1842, t. IV, p. 79 e segg. Notevoli conformità con la romanza portoghese ha parimente la piesna del bojaro Stavro Godinovitch, pur citata dal Nigra, e che puoi leggere compendiata nel Rambaud, a carte 83-85.

“Che poi anche nelle tradizioni popolari di tutti i paesi non sieno rare le donne guerriere, e le Amazzoni greche, e le Valkirie dell'Edda, e Brunechilde dei Nibelunghi, e la bellicosa Cammilla dell'Eneide, e l'altiera Clorinda della Gerusalemme liberata, e le Polenitze delle byline [canti epici] russe ce lo testimoniano in irrefragabile modo.... Un altro esempio di donna guerriera ci si presenta nella tradizione mongolica (vedi Bernard Jülg, Mongolische Maerchen): questa donna guerriera è la moglie dello sciocco protagonista del presente canto: essa, mentre il marito è andato a caccia, si traveste da guerriero, muove incontro al marito, si fa scambiare per il famoso Surya-Bagatur; lo vince, s'impadronisce del suo arco, della sua faretra e del suo cavallo, sottoponendolo inoltre ad un'umiliazione singolarissima, che qui la decenza non mi consente d'indicare.... Tornando al canto in questione,.... il signor G. Teixeira Soares indica un fatto della storia portoghese molto popolare, che, al dire del Braga, conferí non poco al divulgamento di questa canzone comune ai popoli del mezzodí d'Europa [e non solo a questi, come vedemmo piú sopra]. Esso è la storia della celebre Antonia Rodriguez, che si segnalò militando in Oriente in qualità di soldato, come si narra nel Theatro heroico di Froez Perym, t. I, p. 54, e di cui parla Duarte Nunes nella sua Descripsão de Portugal, cap. 89, p. 346, ediz. del 1785.„ Prato, scritto cit.

In una assai graziosa novella toscana (Fanta-Ghirò, persona bella), certo re, tribolato da incurabile malattia, ha tre figliole. “E nella cambera ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva dire allegria; su quella nera, morte; su quella rossa, guerra. Un giorno entrano in cambera, e il Re siedeva sulla sedia rossa. Dice la maggiore:—“Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?„—“Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perché da me non posso andare al comando dell'esercito. Bisognerà che trovi un bon generale.„—Dice la maggiore:—“Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà che son capace a comandare a' soldati ecc.„ Imbriani, La Novellaja fiorent., Livorno, 1877, p. 537. Se al valente raccoglitore non fosse piaciuto di porre certi limiti a' suoi riscontri, credo per fermo che nella nota appósta alla presente novella non sarebbe mancato almeno un accenno a quelle parecchie canzoni (la portoghese, le piemontesi del Nigra, la slava ecc.) che hanno con essa corrispondenza sí grande. Sol nelle parti accessorie è qualche diversità; e la differenza piú notabile è forse questa, che nella versione prosastica toscana (bisogna proprio dire cosí) tutte e tre le sorelle tentan la prova, cominciando dalla maggiore; dovecché nelle versioni poetiche su citate, una sorella soltanto, od una figlia unica, veste l'assisa soldatesca. Ed è troppo facile intenderne la ragione: quando nei racconti e nelle fiabe popolari tre o piú fratelli mettonsi ad un'impresa qualsiasi, è oramai legge antichissima e quasi costante (chi non volesse dire connaturale a codeste parti dell'immaginazione e del sentimento dei volghi); è legge, ripeto, quasi costante, che solo al minore venga fatto di condurla a buon fine; gli altri n'escono il piú delle volte col danno e con le beffe.—Questa novella era stata prima raccolta e pubblicata da G. Nerucci, nel vol. intitol. Sessanta nov. pop. montalesi, Firenze, 1880. Num. 28, p. 248 e segg. L'Imbriani cita come raffronto La serva d'Aglie, Tratten. VI della III giorn. del Pentamerone, che a me è mancato il tempo di vedere. Cfr. anche Comparetti, Novelline pop. ital., Torino, 1875 (Il drago), N. 17, p. 70 e segg.; un racconto albanese cit. dal Rambaud, p. 85, ecc. ecc. Del ciclo della donna guerriera trattò dottamente il Liebrecht, in Heidelberger Jahrbuch, anno 1877.

“La situation qui fait le sujet de notre romance, a pu, d'ailleurs, se produire plus d'une fois. Pitre Chevalier a raconté l'histoire de la bretonne Mathurine partant à la place de son frère et faisant, comme dragon, les campagnes de 1812, 1813 et 1814.... On lisait aussi dans le Figaro du 20 octobre 1879 un récit du même genre, l'histoire de Silvia Marietti se substituant également à son frere. Dans les Chants de la Carniole, traduits en allemand par Anastase Grun, Alenka prend les armes pour venger la mort de son frère Gregore (N. 42).„ Puymaigre, Romanceiro, p. 167-68.

Una giovinetta boema vuol seguire l'amante che va soldato. Ma essa non ha bisogno di travestirsi; farà ben altro: “Je me changerais,„ dice, “en petit oiseau, et je me poserais sur ton chapeau.—Je me changerais en hirondelle, et je me poserais sur ta tête chérie.„ Leger, Chants héroïques et chansons popul. des Slaves de Bohême, Paris, 1866, p. 205. E in un rispetto umbro, canta una ragazza animosa:

“Giovanettino dallo fiore in bocca,
e vi sta ben quell'elmo in su la testa:
san Giorgio vo' parete quando scocca
la sua lombarda [labarda] al drago in su la cresta.
Giovanettino dal cappello oscuro,
quando sarà che sonerà il tamburo?
Io vo' venir con voi mattina e sera,
se non foss'altro, a fa' la vivandiera:
e per vo', damo mio, se ce n'accada,
saprò trattare il fucile e la spada:
e per vo', damo mio, né c'è da dire,
io saperò combattere e morire.„

Marcoaldi, Canti pop. ined. umbri, liguri, piceni, piemontesi, latini, Genova, 1855, p. 65. Al Rubieri (op. cit., p. 555) pare che questo rispetto abbia dell'artificiato; e pare anche a me.

[16] La novella fiorent.:

“Fanta-Ghirò, persona bella,
du' occhi neri, drento la su' favella:
carissima madre, mi pare una donzella.„

Imbriani, La Nov. ecc., p. 539.

[17] Di questo verbo usato cosí assolutamente, reca noi lessici un esempio di Francesco da Barberino. Io me ne son valso non per comodo di rima o di verso, ma perché mi suona bene all'orecchio.

[18] L'Ariosto, di Marfisa:

“Fu conosciuta all'auree crespe chiome,
ed alla faccia delicata e bella.„

[19] All'erudito e cortese prof. S. Prato vo debitore della seguente canzone affatto inedita, ch'egli raccolse or è poco dalla bocca d'una giovinetta di Roncofreddo (circond. di Cesena), chiamata Maria Regini, la quale disse d'averla imparata a Bologna da un'amica sua. Eccola:

V'eran due belli amanti;
'l giovin fa un delitto:
fu mandato 'n prigió.
La bella giovinetta,
vestita da Napuglió,
lo va a troà 'n prigió.
E quando la fu dentro,
lo comincia a bacià:
“Levati li tui panni,
mettiti 'l mio vestí,
che poi te n'esci fora,
ed io rimango qui.„
Quando fu la mattina,
'n giustizia fu porté,
e presto la fantina
là venne esaminé.
“Grazie, grazie, sor giudice,
di vostra gran ragió;
di condannà 'na figlia
è falsa l'occasió.„
“Se vo' siete 'na figlia,
fatemelo sapé.„
“Sí, sí, io so' 'na figlia
lontana dal mio paé.
Per no' esse scoperta,
mi so' vestía da 'nglè.„
Quando fu la mattina,
la fece scarceré.
“Grazie, grazie, sor giudice,
di vostria carità
de liberà 'na figlia
col proprio innamorà.„

Non manca il Prato d'avvertirmi come questa canzone sia quasi totalmente identica ad una romana data in luce dal Sabatini (Riv. di letterat. pop., 1877, vol. 1, fasc. 1, N. 13), e come ne sia la forma alquanto bastarda, “cioè né del tutto italiana, né del tutto vernacola.„ Nessuno, credo, vorrà meravigliarsi di tale mischianza: ad ogni modo, giovi qui rammentare queste savie parole del compianto Imbriani: “Si noterà che i canti non sono quasi mai nel dialetto puro e schietto, contengono colori, forme e parole d'altri idiomi; quasi sempre forme e parole della lingua aulica. Fatto costante del quale non occorre indagar la cagione, e che risponde appunto al bisogno d'idealizzare il linguaggio, quando il pensiero che ci occupa è nobile ed alto.„ Vedi Canti pop. delle prov. merid., Torino, 1871-72, t. 1, p. X; e Rubieri, Storia della poesia pop. ital., Firenze, 1877, p. 226.

Del resto qui siamo, come ognun vede, lontani un bel tratto dalla romanza portoghese: qui l'invenzione, i particolari, ogni cosa è diversa: unica rassomiglianza il travestimento militare della ragazza. Questo canto in somma non entra, si può dire, per niente nel ciclo della donna guerriera; ed io non l'avrei forse riferito per intero se non ci venisse dalle Romagne, che sono, com'è noto, un di que' paesi “i quali finora poco o nulla diedero alla letteratura popolare messa insieme dai dotti.„ (Fanfulla della domenica, A. III, N. 23, p. 8.) Poco diedero, perché poco vi si cercò; ma gli studiosi e gli amatori di buona volontà non vi perderanno certo né il tempo né l'opera. Ed io gradirei non si contentassero solo di rispetti e di stornelli: anche canzoni, o romanze, o ballate che debba dirsi, potranno raccogliere, se ci si mettono con pazienza. Anzi, giacché mi capita il destro, voglio riportare alcuni periodi di un recente scritto del mio bravo amico Guido Mazzoni, che dice, a parer mio, santamente: “È opinione comune tra i cultori e gli studiosi della nostra poesia popolare che lo strambotto, il rispetto, lo stornello fioriscano o, per dir meglio, abbiano fiorito (ché il popolo oggi ricanta piú che non inventi) nell'Italia media ed inferiore; la canzone o romanza nella superiore. Cito le parole d'un giudice molto autorevole, il Comparetti:—L'altra forma [quella della canzone] è polistrofa, non è esclusivamente italiana, ed in Italia non si trova che nel settentrione.—Che questo, detto in genere, sia vero non negherà nessuno; ma che la Toscana e l'Umbria non abbiano che liriche popolari, e non anche qualche canzone o romanza, non sono disposto a concedere io che piú d'una ne ho udita nelle nostre campagne. Dove, se è vero che i contadini si compiacciono vantarsi o lagnarsi di amore ne' brevi canti, usano pure rallegrare il lavoro con belle storie in strofette.„ (Cronaca Minima, anno 1, N. 7, pag. 50.)


CONTE YANNO

(Conde Yanno)


CONTE YANNO

(Conde Yanno)[20]

Non facea la bella Infanta,
non facea che lacrimar:
e ha ragione; perché il padre
lei non pensa a maritar.
Si levò questi dal letto,
che pur gemere l'udía:

“Che cos'hai, mia cara Infanta?
che cos'hai, figliola mia?„

“Che ho da avere, signor padre?
troppo a me pesa la vita;
di tre femmine, una sola,
che son io, non si marita!„

“E che vuoi tu che ci faccia
io? la colpa non è mia;
non mancarono ambasciate
d'Aquitania e Normandía;[21]
tu ascoltarle non volesti,
non usasti cortesía.
Non è qui nella mia corte
uom che degno di te sia,
se non forse il conte Yanno;
ma pur troppo ha moglie già.„

“Ah sí! lui, mio caro padre,
proprio lui m'avete a dar!
S'egli ha già moglie e figlioli,
forte impegno meco avea;
ma osservare ei non mi seppe
quella fé che mi dovea.„

Tosto manda il re pe 'l conte,
ma non sa che cosa far;
gli fa dir che ha da parlargli,
ma non sa che gli dirà.

“Vengo adesso dal Palazzo,
e mi vuol da capo il re!
sarà ben questa chiamata,
o sarà male per me?„

Al Palazzo torna il conte;
a incontrarlo il re venía:

“Bacio, Altezza,[22] a voi le mani:
parli Vostra Signoría.„

E risponde il re severo:

“Ben le avete da baciar:
somma grazia, la mia figlia
voglio darvi ad impalmar.„

Nell'udir queste parole,
conte Yanno è per mancar.

“Dacché presi moglie, un anno
e un dí, sire, è corso già.„[23]

“Vostra moglie ucciderete;
voi l'avete da sposar.„

“Se non merita la morte,
come la posso ammazzar?„

“Via, silenzio, signor conte;
non mi state a provocar:
non le Infante, ma le schiave,
vo' insegnarvi ad ingannar.„

“Ben ragione avete, o Altezza,
quanto basta perché a morte
io senz'altro sia dannato;
ché l'offesa è troppo forte:
ma una povera innocente
a quel modo assassinar,
ah no, Altezza, non è cosa
che Dio possa perdonar!„

“La contessa ha da morire,
ché gran male ha fatto già:
conte, in questo bacil d'oro
la sua testa vo' mirar.„

Se ne torna il conte Yanno
triste molto a capo chino;
lo precede un giovin paggio
col funerëo bacino.
Neri panni il garzonetto,
neri panni egli vestía:
spasimava dall'ambascia
come fosse in agonía.
La contessa, che lo aspetta,
quando il conte lunge appar,
con in collo il suo piccino,
tosto il corre ad abbracciar.

“Ben venuto, caro conte!
ben venuto, gioja mia!„

Ei le scale taciturno
e con lento piè salía.
Tutte vuol chiuse le porte,
che fu in vero novità;
come avesse fame, vuole
che gli portin da cenar.
Ambedue seggono a mensa,
ma nessun de' due mangiò:
fan le lacrime un ruscello
che la tavola irrigò.
Conte Yanno bacia il pargolo,
che la madre aveva al petto:
lascia il caro seno e ride
pur a lui quell'angioletto.

A tal vista la contessa
si sentía fendere il cor,
e piangea sí che per tutta
quella casa n'andò il suon.

“Che cos'hai, sposo mio buono?
non vuoi dirlo, caro, a me?
Su via, levami di pena;
che voleva il re da te?„

Affogava egli dal pianto,
e risponder non potea:
l'abbracciava la sua donna,
e amorosa gli dicea:

“Il tuo core aprimi, o sposo;
non tenermi in agonía:
son mie pene le tue pene,
la tua gioja è gioja mia.„[24]

Balzò in piedi il conte Yanno;
la contessa lo seguía:
tutti e due si coricarono,
ma nessun de' due dormía.
Or udite quella misera
che gli dice: “O vita mia,
io ti prego per Dio santo
e la vergine María,
d'ammazzarmi qui piuttosto
che tenermi in agonía.„

“Morte, morte a chi vuol questo;
a sí nera tirannía!„

“Caro sposo, io non intendo:
dimmi, ah dimmi per pietà,
che sventura è questa mai
che sul capo ora ci sta?„

“Incredibile, tremenda;
né vi posso rimediar:
il re vuole ch'io ti uccida;
la sua figlia ho da sposar.„

Non avea finito ancora,
non la donna udito ancor,
e la povera contessa
cadde come morta al suol.
Ma non vuole Iddio che muoja,
benché meglio era morir:
un dolor piú che di morte
la fa tosto risentir.

“Conte Yanno, aspetta, aspetta,
ché un rimedio s'ha a trovar:
non mi uccidere, o mio sposo;
il rimedio eccolo qua.
A mio padre, che mi amava
tanto tanto, io me n'andrò:
mi terrà come fanciulla,
e fedele io ti sarò.
Questo povero innocente
lo vorrà l'altra allevar?
come a te fui casta sempre,
mi saprò casta serbar.„

“Ahimè! ciò non è fattibile,
o contessa del mio cor:
vuole il re vedere il tuo
capo in questo bacil d'òr.„

“Conte Yanno, aspetta, aspetta,
ché un rimedio s'ha a trovar:
ecco fatto; in un convento
io mi vado a rinserrar.
Mi daranno il pane ad once;
mi faran l'acqua mancar:
io morrò di struggimento,
né l'Infanta lo saprà.„

“Ahimè! ciò non è fattibile,
o contessa del mio cor:
il tuo capo vuole in questo
maledetto bacil d'òr.„

“Deh mi chiudi in qualche torre,
dove sol piú non vedrò;
dove l'ore ed i minuti
coi sospiri conterò!„

“Ahimè! ciò non è fattibile,
o contessa del mio cor:
non capisci? la tua testa
vuole in questo bacil d'òr.„

Non avea finito ancora,
e picchiava il re alla porta:

“Uccidete la contessa,
se a quest'ora non è morta.„

“La contessa non è morta,
ma può star poco a morir.„

“Conte, conte, un'orazione,
per pietà, lasciami dir!„

“Via, contessa, abbila detta
pria che venga il giorno, via!„

“Trista me! non posso dirla:
ahimè, Vergine María![25]
Non mi pesa, no, la morte,
ma la tua malvagità;
per te, conte, mi dispero,
per l'enorme tua viltà.
Di tua mano tu mi uccidi
solo al re per soddisfar:
conte, conte, nel gran giorno,
Dio ti possa perdonar!
A quant'ebbi caro al mondo
or mi lascia dire addio;
a te chiara fonticella,
a voi fiori del cor mio.
Addio, rose, addio, garofani,
che per sempre ho da lasciar![26]
l'amor vostro ah mi serbate;
altri a me no 'l serberà!
Deh mi date il mio bell'angiolo,
la mia vita, il mio tesor!
succhj almen l'ultima volta,
succhj il sangue del mio cor![27]
Prendi, bello, prendi, caro,
questo latte d'agonía;
hai tutt'oggi la tua mamma
che ti adora, anima mia;
ma dimani una matrigna
di piú alta signoría...„

Sta': rintoccan le campane:
per chi suona ad agonía?

“Per l'Infanta suona: è morta[28]
perché troppo ella peccò:
dispajar due sposi amanti,
Dio giammai no 'l tollerò.„


NOTE

[20]Bellermann, p. 76-90.

“O bello romance do Conde Alberto, ou Conde Yanno, Conde Alves, Conde Alarcos, Conde Anarcos, como o povo lhe chama promiscuamente, anda no principio amalgamado com o romance de Sylvana.[29] Encontra-se tamben na Hespanha,.... e suppõe-se que se refere a o assassinato de Dona Maria Telles pelo Infante Dom João para casar com a filha da rainha Dona Leonor. É um dos romances mais populares em Portugal, e tornou-se tão popular talvez porque as angustias da condessa, o adeos a tudo o que mais quería, têm alguna similhança com o fin tragico de D. Ignez de Castro.„ Hardung, I, p. 145, in nota. Cfr. Wolf und Hoffmann, Primavera ecc., II, p. 111; Milà y Fontanals, Observaciones ecc., p. 118; lo stesso, De la poesia popular gallega, in Romania, anno VI, p. 68, ed altri. Ricorda qua e là il presente canto anche un'altra bella romanza castigliana, che leggo, tradotta dal Puymaigre, in appendice al Romanceiro (Comment la reine fit tuer dona Isabel de Liar) p. 265.

Scrive il medesimo a p. 414, t. II, dei Vieux auteurs castillans: “Ce comte, qui se croit obligé d'accorder à son roi la cruelle satisfaction qu'on lui demande, qui sacrifie une femme qu'il aime à un faux point d'honneur, peut nous sembler monstrueux, impossible; mais, comme l'a remarqué Bouterwek, il n'est pas invraisemblable d'après les moeurs et les opinions du siècle où l'action se passe. [Une loi antique permet en effet au roi d'ordonner à un vassal infidèle de tuer la femme qu'il a épousée au mépris de la foi donnée à une autre. Baret, Les troubadours et leur influence sur la littérature du Midi de l'Europe, Paris, 1867, p. 428]. Cette légende, suivant Ticknor, est une des compositions les plus pathétiques, les plus belles qu'il y ait dans aucune langue. Cet éloge n'est pas exagéré; rien de plus émouvant que le retour du comte, que son attitude à table, que le soin qu'il prende de fermer, contre son habitude, la chambre où il se retire avec sa femme. [Cfr. Shakspeare, Othello, Atto V, Sc. 2]. Comme, dans la dernière scène de ce drame horrible, la présence du petit enfant à qui sa mère veut donner le sein encore une fois, comme cette présence augmente l'intérêt qui s'attache à la victime!... Que de naturel dans les paroles de la comtesse demandant à se retirer chez son père pour y élever ses enfants mieux que celle qui viendra!... Tous ces détails, qui contribuent si bien à l'effet de tout le tableau, sont d'une vérité admirable, et n'ont pu être trouvés que par un poëte. Cela est beau, cela est réellement beau et poignant.... Desdemona, au moment où Othello lui demande si elle a fait sa prière, est moins touchante que la comtesse priant son mari de lui laisser dire une petite oraison qu'elle sait.„

E dopo messo a riscontro della romanza spagnola del Conte Alarcos e dell'Infanta Solisa la poesia portoghese, aggiunge a p. 407: “M. Almeida Garret trouve ce romance supérieur au poème espagnol: je ne saurais être de cet avis. La mère est moins touchante dans le romance portugais; les adieux qu'elle adresse à ses fleurs, à la fontaine de son jardin, sont des lieux-communs; dans l'oeuvre castillane la comtesse ne pense qu'à son fils, et ce sentiment est bien dans la nature: tout lugubre qu'il soit, je préfère aussi le dénoûment de l'oeuvre espagnole [dove il conte strangola in modo atroce la moglie, e tutti i colpevoli, citati da essa davanti alla giustizia divina, muojono nel termine di trenta giorni], sans toutefois les derniers vers relatifs à l'accomplissement de l'ajournement prononcé par la comtesse.„ Io non presumo di sentenziare ex cathedra tra i due valentuomini; dico solo che la contessa del canto lusitano, volgendo per poco il pensiero alle cose che insieme col figlio le rallegravano la vita, non esce poi tanto fuori del naturale: contro natura sarebbe se nell'animo suo l'amor delle rose, dei garofani, delle chiare fresche e dolci acque, o che so io, vincesse o pareggiasse quello del suo piccino. Ma come l'amor di questo prevale senza confronto e giganteggia su gli altri, cosí il dolore della separazione oltre ogni dire angosciosa, serba quella gradazione, che, non osservata, avrebbe tolto davvero alla nostra romanza grandissima parte della sua bellezza.

“La fin du romance offre... des différences de détails dans plusieurs leçons. Dans une version catalane, sans doute peu ancienne, un ange intervient, et apprend au mari, à l'instant où il va tuer sa femme, que Dieu a frappé le roi et l'infant [V. Pelay Briz, Cansons de la terra, cants pop. catalans, Barcelona, 1866-77, t. III, p. 33].„ Puymaigre, Romanceiro, p. 235.

“L'épisode qui fait le sujet de notre romance a été plusieurs fois mis au théâtre. Il l'a été en Allemagne par Schlegel, en Espagne par Guillen de Castro, par Jose Milanez, par Mira de Mesca, sous le titre de Conte Alarcos, et par Lope de Vega, sous celui de la Fuerza lastimosa. Dans cette pièce le dénouement est heureux. Ce n'est pas le comte Enrique (Alarcos), comme le croyaient le roi et l'infante elle-même, qui a surpris les faveurs de la princesse; c'est le duc Otavio. Le quiproquo se découvre à temps pour que don Enrique ne soit pas contraint de tuer sa femme, et le vrai coupable épouse l'infante.„ Lo stesso, ivi, p. 234-35. Valga il vero; se uno scioglimento sí fatto poté mandare a casa contente le nervose damine ed i buoni borghesi di Madrid e di Siviglia, si vede alla prima come non abbia quasi piú ombra di quel patetico e di quella impareggiabile efficacia, che sollevano il rozzo canto popolare alle piú gloriose altezze dell'arte.

Alcuni passi di questa romanza, come pure di altre, hanno corso anche oggi sotto forma prosastica. V. Coelho, Romances sacros, oraçoes e ensalmos populares do Minho, in Romania, A. 1874, p. 263.

[21] Nella romanza il Conte Alarcos, la mano dell'Infanta era stata chiesta dal principe d'Ungheria. Trovo bensí rammentata la Normandía qualche altra volta nell'antica letteratura spagnola; per es., al cap. XXII del Don Paolo de Segovia, romanzo di Francesco de Quevedo-Villegas, dove parlasi di certa commediaccia composta da non so quale istrione, in cui si vede un re del su mentovato paese farsi eremita senza una ragione al mondo.

[22] Fino al sec. XV, ai re davasi per lo piú in tutta Europa il titolo di Altezza; all'imperatore soltanto si diceva Maestà. Chiamarono Altezza anticamente anche il papa.

[23]

“Quest'era il Re d'Algier, che per lo scorno
che gli fé sopra il ponte la Donzella,
giurato avea di non porsi arme intorno,
né stringer spada, né montare in sella,
fin che non fosse un anno un mese e un giorno
stato, come Eremita, entro una cella ecc.„

Ariosto, Orl. Fur., C. 46, ott. 102.

“... voglio io che tu mi facci una grazia, che che di me s'avvegna, ove tu non abbi certa novella della mia vita, che tu m'aspetti un anno et un mese et un dí senza rimaritarti ecc.„ Boccaccio, Decam., Gior. X, N. IX, p. 341-42 dell'ediz. di Parma, 1814. Oltre a moltissimi raffronti popolari d'ogni paese, potrei recarne parecchi altri di antichi scrittori italiani in prosa ed in versi; ma bastino i due citati.

[24] Cfr. la copla andalusa:

“Cuando te veo con pena,
en mi no reina alegria:
pues como te quiero tanto,
siento tu pena y la mia.„

F. Caballero (Cecilia Bölh de Faber), Cuentos y poesias popul. andaluces, Leipzig, 1866, p. 137.

[25] “Na versão castelhana a condessa reza e não é feia a sua preghiera: mais bonito e mais poetico é o pensamento do cantor portuguez, que lhe não dá nem animo para rezar.„ Hardung, 1, p. 167, in nota. Osservazione giustissima.

[26] Il testo: “Adeus flor da Alexandria!„ Spero che i lettori intelligenti non vorranno farmi carico di questa piccola mutazione, che a parer mio non riesce dannosa né all'effetto né al senso.

[27]

“... e baciando il volto
del figliuolo innocente:
Questo [il sangue], disse, è quel latte
che ti può dare il petto
di tua madre infelice...„

Speroni, Canace e Macareo, Atto V, sc. 4.

[28] Anche la lezione galliziana citata piú sopra finisce in maniera simile: “Moureu a filla do rey pela soberba que tinha: ecc.„ E il sig. Milà y Fontanals annota: “Segui est de ver, en esta version, asi como en la del Arch. Acor., por otra parte muy alterada, se halla, aunque incompleto en la nuestra, el pormenor del niño de teta que habla, que hubiera podido creerse intercalacion de Almeida.„ Romania, scritto cit., p. 69.

Osserva lo stesso Almeida-Garrett, nel suo Romanceiro (ediz. del 1842-43, t. II, p. 54): “Este prodigio de fallarem os innocentes ao peito das mães, nos grandes circumstancias públicas ou nas grandes crises domesticas, era mui favorito dos nossos.„ E il Puymaigre, a p. 420, t. II, degli Auteurs Castillans: “.... on pensait que souvent les enfants même à la mamelle, pouvaient se trouver animés d'un ésprit prophétique, ou doués de la faculté de la seconde vue, et qu'alors ils parlaient miraculeusement. Cette conviction était repandue dans des contrées fort eloignées les unes des autres: elle existait en Suisse comme en Portugal.„ E cita: Marmier, Tradictions de la Suisse, in Revue de Paris, 1841, t. IX, e le Diverses leçons de Pierre de messie, cap. XXI. Riporta infine il seguente passo del De Loyer (Discours et Histoire des spectres, visions, et apparitions des esprits anges démons et âmes, Paris, MDCV) intorno ai giuochi dei fanciulli, cui si soleva attribuire un che di profetico: “Certes, ces esbats puérils ne sont guère sans prodige. Car tantost vous verrez les enfans faire une longue létanie en rue comme s'ils conduisoient une pompe funèbre. De là on tire un présage de quelque mortalité à venir. Et puis tantost vous les verrez qu'ils porteront des enseignes et banderolles, marcheront de rang, seront divisés en escadrons et se livreront batailles les uns aux autres. Ils ont maintefois predit des guerres en cette façon. Et quelquefois s'est trouvé que ces enfants soutenans en leurs combats qui le party des amis, qui celuy des ennemys, faisoient tomber le plus souvent le sort de la perte future de la bataille sur ceux d'un des partis qui etoient demeurés vaincus.„—Mi torna a mente quel verso di Giacomo Leopardi:

“Non so se il riso o la pietà prevale.„

[29] “O romance de Sylvana é um dos mais sabidos em Portugal. Já foi citado no seculo XVII por D. Francisco Manuel de Mello no seu Fidalgo aprendíz.„ Hardung, I, p. 128, in nota.


LA BELLA INFANTA

(A bella infanta)


LA BELLA INFANTA

(A bella infanta)[30]

Nel giardino suo l'Infanta
sedea mesta e scompagnata;
con un pettin d'oro fino
le sue chiome pettinava.[31]
Girò gli occhi al mare, e vide
una molto bella armata:
l'uom che n'era capitano,
da maestro la guidava.

“Dimmi, prego, o capitano,
di' per l'anima tua cara,
se incontrasti il mio marito
su quel suol che Dio calcava.„

“Cavalieri vanno tanti
a quella terra sacrata!
mia signora, il tuo marito
dimmi i segni che mostrava.„

“Egli avea cavallo bianco,
sella d'argento dorata;
su la punta della lancia
la croce di Dio levava.„

“Ai segnali che mi dài,
l'ho veduto a una sbarrata
che moria da valoroso:
io sua morte vendicava.„

“Ahi me vedova dolente!
ahi povera sfortunata!
ecco resto con tre figlie,
e nessuna l'ho accasata!„

“Che dareste voi, signora,
a chi ve 'l tornasse qua?„

“Dare' oro e argento fino,
quanti son tesori qua;
piú le tegole del tetto,
che d'avorio e d'oro l'ha.„

“Non vo' tegole né oro;
non saprei che me ne far:
il re servo, son soldato,
né mi posso qui fermar.
Che dareste altro, signora,
a chi ve 'l tornasse qua?„

“Tre mulini ch'io posseggo,[32]
tutti e tre ti posso dar.
Uno macina cannella,
belgiuino un altro dà;
l'altro poi farina bella,
che per me solea guardar.„

“Non vogl'io vostri mulini;
non saprei che me ne far:
il re servo, son soldato,
né mi posso qui fermar.
Che dareste altro, signora,
a chi ve 'l tornasse qua?„

“Tre verzieri ch'io posseggo,
tutti e tre ti posso dar.„

“Io non voglio i tre verzieri;
non saprei che me ne far:
quand'è il tempo degli aranci,
me li manda il re a cercar.
Il re servo, son soldato,
né mi posso qui fermar:
che dareste altro, signora,
a chi ve 'l tornasse qua?„

“Io le tre figliuole mie,
tutte e tre ti posso dar.
L'una siati per vestire,
ti sia l'altra per calzar;
ma la terza, più carina,
quella teco dormirà.„

“Delle figlie vostre, o Infanta,
non saprei che me ne far:
il re servo, son soldato,
né mi posso qui fermar:
altro datemi, o signora,
se volete il porti qua.„

“Non ho altro io che ti dare,
né tu altro a dimandar.„

“La gentil vostra persona,
questo voi m'avete a dar.„[33]

“Cavaliero, l'uom che osasse
me di tal cosa tentar,
quegli merta esser legato
alla coda d'un caval
da' miei servi, e trascinato
quanto meglio a torno san.
Vanne tosto, o cavaliero,
vanne tosto via di qua,
che da caccia i miei fratelli
non avessero a tornar.„[34]

“Io non temo i tuoi fratelli,
che il cognato in me vedran;
io non temo il tuo marito,
che dinanzi ora ti sta.„

“Se voi siete il mio marito,
che mi state a berteggiar?„

“Vi sovvenga, o mia signora,
di quand'ero per salpar,
che un anel con sette gemme
in due parti volli far:
su mi date il vostro mezzo;
l'altro mezzo eccolo qua.„[35]


NOTE

[30] Bellermann, p. 100-106.

“O romance da Bella-Infanta é talvez o mais sabido e cantado pelo povo portuguez. Almeida-Garrett introduziu este romance no quinto acto do Alfageme, fazendo-o cantar per um coro de mulheres do povo, á hora do trabalho, o que foi calorosamente applaudido pelo publico. A Bella-Infanta é o unico romance que allude ao tempo das Cruzadas; versões mais modernas substituiram a terra sagrada pelo Brasil ou pela França. O assumpto da Bella-Infanta devia se tornar muito popular n'um paiz onde Fr. Luiz de Sousa tinha voltado da batalha de Alcacer-Kivir, e todo o povo esperava ainda a reapparição de D. Sebastião.„ Hardung, I, p. 71, in nota.—Il testo del Bellermann differisce alquanto da quello di G. B. Almeida-Garrett. Altre lezioni portoghesi sono, una di Beira-Baixa, riportata da T. Braga nel Romanceiro geral (Coimbra, 1867); due che vanno col titolo di Dona Clara, Dona Catherina, ed una versione dell'Isola di San Giorgio, edita dal sig. Braga nei Cantos populares do Archipelago açoriano (Porto, 1860). Vedile tutte in Hardung, t. c., p. 75-88. Per le varianti spagnuole, cfr. J. A. de los Rios, Historia critica de la literatura española, Madrid, 1862-65, t. VII, p. 446; Wolf und Hoffmann, op. cit., II, p. 88 e 229; A. Duran, Romancero general, Madrid, 1854, I, p. 175, e Pelay-Briz, Cansons ecc., I, p, 173. Vedi anche, per qualche parziale rassomiglianza, il canto catalano La vuelta de Don Guillermo (Milà y Fontanals, Observaciones ecc., p. 119). Ed un po' piú o un po' meno arieggiano alla nostra romanza alcune canzoni italiane, che si leggono in Marcoaldi, Canti pop. ined. umbri liguri piceni piemont. latini, Genova, 1855 (La prova d'amore), p. 151; Bernoni, Canti ecc., punt. IX, p. 1 (Il ritorno dalla guerra); lo stesso, ivi, p. 11 (Il finto pellegrino); Ferraro, Canti monf. (Il falso pellegrino), N. 25, (La sposa del Crociato), N. 37; lo stesso, Canti di Pontelagoscuro, in Rivista di filol. romanza, N. XXIV; Widter und Wolf, Volkslieder aus Venetien, Wien, 1864, N. 81; Bolza, Canzoni pop. comasche, Vienna, 1867 (Il riconoscimento); Ive, Canti pop. istriani, Torino, 1877 (La moglie fedele), p. 334; Sabatini, Canti ecc. (Margherita), N. 12 ecc.—Il prof. Prato possiede una lezione inedita pitiglianese, che si desidera di veder presto in istampa, non so quanto conforme ai canti ora citati.

Per la Francia, vedi: Arbaud, Chants pop. de la Provence, Aix, 1862-64, t. I, p. 91; Beaurepaire, Etudes sur la poésie pop. en Normandie, Paris, 1856, p. 79; Champfleury et Weckerlin, Chansons pop. des provinces de France, Paris, 1860, p. 193; La Villemarqué, Barzaz-Breiz, Chants popul. de la Bretagne, Paris, 1846, t. I, p. 24; Puymaigre, Chants ecc., t. I, pag. 47 e 60; Smith, Chants pop. du Velay et du Forez, in Romania, 1880, p. 283-93; Legrand, Chansons pop. recueillies à Fontenay-Le-Marmion (Calvados), In Romania, 1881, p. 374; Fleury, Littérature orale de la Basse-Normandie, Paris, 1883, p. 264, 269, 270; Tarbé, Romancero de Champagne, Reims, 1863-64, t. II, p. 2 e 221; Luzel, Gwerziou Breiz-Izel, Lorient, 1868, t. I, p. 197 ecc.

Efficace oltremodo e pieno di vita è un canto ellenico, che si legge in Marcellus (Chants pop. de la Grèce moderne, Paris 1860, p. 162), e che mi piace trascrivere per intero:

“Devant un métièr doré, avec une navette d'ivoire, une femme belle comme un ange est assise, occupée a tisser. Elle a déjà soixante-deux fois agité son pied, et quarante-deux fois sa navette, lorsque passe un marchand monté sur un cheval noir qu'il arrête, en saluant la femme.—Bonjour a toi, ma jeune fille.—Sois le bienvenu, ô étranger.—Jeune fille, pourquoi ne pas prendre un pallicare et te marier?—Que ton cheval noir meure plutôt que de t'entendre parler ainsi! J'ai un mari à l'étranger depuis bientôt douze ans. Je l'attendrai trois ans, et puis trois ans encore; s'il ne revient pas et s'il ne parait plus, alors je me ferai religieuse et je m'enfermerai dans un couvent pour y porter le deuil.—Ma fille, ton mari n'est plus.... Ton mari est mort, ma fille; mes mains l'ont reçu mourant, mes mains l'ont mis en terre. “J'ai partagé mon pain et mon feu avec lui, et il m'a dit que tu me le rendrais.—Tu l'as soigné, tu l'as enseveli, que Dieu te récompense! Le pain et le feu que vous avez partagés, je vais te les payer.—Je lui ai prêté un baiser aussi, et il m'a dit que tu me le donnerais.—S'il t'a prêté un baiser, cours à lui pour le lui rendre.—Ma fille, je suis ton mari; je suis ton amant, ma fille.—Si tu es mon mari, si tu es mon amant, montre que tu connais la maison, avant que je te l'ouvre.—Il y a un pommier près de la porte; et dans la cour une vigne qui donne des raisins roses et un vin doux comme le miel. Les janissaires qui le boivent s'animent au combat, et le pauvre qui le goûte oublie sa misère.—Cela, tout le voisinage le sait, et c'est connu à la ronde. Montre que tu connais ma personne, avant que je t'ouvre.—Tu as un signe sur la jeue, un autre sous l'ayselle, et une petite morsure sur le sein droit.—Courez, mes bonnes; ouvrez, ouvrez! c'est bien mon amant et mon mari.„

Anche in altre due canzoni congeneri della stessa raccolta (La belle chanteuse, p. 155, e La reconnaissance, p. 163) la donna dice di voler monacarsi, dopo avere, s'intende bene, aspettato qualche altro po' di tempo. Alle cose che si fanno una volta sola, fu sempre ottimo consiglio pensarvi prima due volte, ed anche tre, bisognando.

“Dans le Tyrol, un mineur après avoir disparu pendant sept ans, revient trouver sa femme qui le croyait mort. Elle le reconnut seulement quand'elle l'entendit lui indiquer plusieurs objets qui devaient se trouver dans une armoire. (Traditions du Tyrol, Revue de Paris, 1840, t. VI).

Dans la ballade allemande Liebesprobe (Deutsches Balladenbuch, p. 14) il s'agit aussi d'un amant qui retrouve sa maîtresse après sept ans d'absence. Il lui dit que la veille il a traversé une ville où celui qu'elle aimait célébrait sa noce. La jeune fille, loin de maudire l'infidèle, lui souhaite autant de jours heureux qu'il y a d'étoiles dans le ciel. Ici c'est encore une bague qui amene le dénouement:

“Was zog er von seinem Finger?
ein Ring von reinem Gold gar fein;
er warf den Ring in ihren Schooss;
sie weinte, dass der Ring gar floss.„

Ce sujet est du reste très-répandu dans le Nord; nous voyons par les notes que M. A. Wolf a jointes aux chants de la Vénétie, qu'on le retrouve dans la collection de Uhland, Alt-hoch-und niederdeutsche Volkslieder (p. 263); dans celle de Mittler, Deutsche Volkslieder (N. 54); dans celle de Schade, Volkslieder aus Thüringen (N. 4); qu'il est connu en Hollande (Hoffmann, Horae Belgicae), en Flandre (Oude Wlaemsche Liederen), en Bohême (Waldau, Boehmische Granaten), en Angleterre (Percy's Reliquies of ancient english poetry...)„ Puymaigre, Chants ecc., t. I, p. 58.

Sono altresí da vedere, secondo il medesimo, la Leggenda di Sant'Alessio; il romanzo della Biblioteca azzurra[36] intitol. Jean de Calais, ed El noble cuento del enperador Carlos Maynes de Rroma et de la buena enperatriz Sevilla, citato dall'Amador de los Rios nella Historia ecc., t. V, p. 64, in nota, ecc.; senza rammentare il canto XXIII dell'Odissea.—Ma dove cercheremo l'origine di un'invenzione tanto gradita a popoli cosí diversi? Probabilmente, per alcuni, certamente, per altri, nella narrazione omerica del ritorno di Ulisse; avvertendo bensí che non è forse luogo a parlare d'un'origine unica e puramente letteraria, o ideale che voglia dirsi. Ai tempi fortunosi delle crociate e dei pellegrinaggi, piú d'un marito e piú d'un amante può bene e meglio esser comparito innanzi alla moglie od all'amata quando già queste lo avevano pianto per morto da parecchi anni, e già si erano consolate, od eran per consolarsi, o non avevano ancora trovato chi fosse buono a consolarle.

[31]

“Sie kämmt es [goldenes Haar] mit goldenem Kamme....„

Heine, Die Heimkehr, 2 (Lorelei).

Pettini d'oro, in molte fiabe e poesie popolari di molte lingue.

[32] In un canto veneziano, certo cavaliere de Franzia bela uccide a Londra un uomo in duello, e per non aver brighe con la giustizia, prende il volo. Imbattutosi a caso nella donna del morto, che riposava a l'ombra de un giardin, questa sente da lui la sua disgrazia. Il cavaliere, con galantería tutta francese, anzi parigina, si offre di sposarla esso in compenso: ma la buona vedova non abbocca, e risponde:

“No vogio cavalieri,
vogio lo mio marí.

Gò tre mulini in aqua,
che màsena par mi.

Vive le altre done,
e vivarò anca mi.„

Bernoni, Punt. V, p. 11.

Tra questa canzone e la nostra, c'è, come si vede, qualche altra rassomiglianza oltre quella dei tre mulini.

Nel fabliau di Jehan Le Gallois d'Aubepierre, La bourse pleine de sens, il quale non è altro che un apologo in difesa delle donne oneste contro

“Les foles garces tricheresses,
qui plus que chas sont léicheresses;„

una moglie affettuosa venderà più che volentieri i suoi mulini, pur di sovvenire il marito caduto in miseria. Lenient, La satire en France au Moyen Age, Paris, 1883, p. 79.

[33] In altro canto veneziano già citato (Widter und Wolf, N. 81), una donna, che piange il marito assente da otto anni, è pregata d'elemosina da un pellegrino:

“Padre mio, non so cosa darve,
se non vi dago del pan e del vin.„

“Pan e vino mi non voglio;
sol una note dormire con vu.„

Non occorre avvertire che il pellegrino non era altri che il marito.

E nella Chanson de Germaine (Puymaigre, Chants ecc., I, p. 49):

“Ce ne sont des pucelles
que je veux pour coucher;
c'est la belle Germaine,
qui seule est à mon gré.„

[34] Nell'antico teatro spagnolo, cominciando da Bartolommeo de Torres Naharro (sec. XV), troviamo spesso fratelli sommamente gelosi dell'onor della famiglia, e pronti a vendicarlo nel sangue del seduttore: ma come odon parlare di matrimonio, si ammansiscono subito.

Cfr. il Contrasto di Cielo dal Camo:

“Se ti trova pàremo colgli altri miei parenti,
guarda non t'argolgano questi forti corenti.„

Cfr. Ferraro, Bernoni, Ive ed altri.

Ed altri raffronti siciliani, friulani e francesi, vedili nel dottissimo commento del prof. A. D'Ancona al citato Contrasto (Studj sulla letter. ital. de' primi secoli, Ancona, 1884, p. 417-18). Bene il critico insigne: “Ma anche qui vi è identità di situazione, che produce necessariamente identità di forme: e né per quella né per queste è d'uopo ricorrere a supporre imitazioni.„

[35] “Gli anelli hanno in tutti i tempi avuto una gran parte nella poesia popolare; il fatto qui menzionato [nell'antico poema francese Horn] di un fidanzato (o di un marito) che ritornato dopo una certa assenza, mette il suo anello (il pegno di fedeltà) in un bicchier di vino, che offre alla donna (sposa) affinché lo beva; occorre, oltre che in molti altri luoghi dei poemi citati in seguito, spessissimo in novelle... Si trova anche in leggende su Salomone (cfr. Romania, IX, 437) e in parecchi altri luoghi. Vedi su ciò Bartsch, Herzog Ernst, p. CX sgg.; Koehler, in Jahrbuch, VIII, 356-59 e Wesselofsky, in Archiv für slavische Philologie, VI, 397.„ Nyrop, op. cit., p. 212, in nota. Fra le novelle mi restringo a citare Boccaccio, Decamerone, Giorn. X, Nov. 9ª, e Giorn. III, Nov. 9ª. Intorno a quest'ultima, leggo in Cappelletti, Osservazioni storiche e letter. e notizie sulle fonti del Decamerone, Bologna, 1884, parte I, p. 56-7 (estr. dal Propugnatore): “La prima idea di tali racconti, fra i quali gli anelli hanno una parte decisiva, si trova nel dramma indiano Çakuntala o Sakontala. Però il Boccaccio si è certamente servito di un lavoro drammatico europeo, cioè dell'Ecira di Terenzio.„ Vedi altresí Shakspeare, All's Well that Ends Well, Atto V, sc. 3ª.

Oltre gli anelli, a volte anche le monete servono ai riconoscimenti, come, nel Filosofo dell'Aretino:

Tullia.

“Se il mio marito, che tornarà domattina, ci fosse adesso, col mostrarvi la metà d'un carlino papale, ve lo testimoniarei.„

Boccaccio.

“Basta questo a credervelo; perché il resto porto io con me.„

(V. Teatro ital. antico, Milano, 1809, t. IX, p. 303.)